Al COLLET DE JOVELL, nell’antica regione della Cerdagna, le tracce sepolte dell’imperialismo di Roma emergono dai boschi appartenenti ai Pirenei per riscrivere in modo definitivo le cronache della conquista iberica. La parabola dell’assoggettamento della Penisola Iberica non fu in alcun modo un processo rapido o incruento, bensì una sanguinosa operazione militare protrattasi per innumerevoli generazioni. Da quando le prime legioni repubblicane sbarcarono a Emporion nel 218 a.C., inaugurando la lunga e faticosa marcia verso l’egemonia territoriale, le tribù autoctone opposero una resistenza fiera e logorante. In questo aspro scenario di logoramento e conflitto costante, i Ceretani, irriducibili abitanti delle impervie giogaie pirenaiche, rappresentarono una continua spina nel fianco per l’autorità politica romana, ostinandosi a rifiutare il giogo straniero fino alle soglie del I secolo a.C. La loro tenacia si radicava profondamente nella complessa orografia del territorio di origine, un formidabile rifugio naturale che per decenni frustrò le ambizioni espansionistiche dei proconsoli inviati in missione militare dall’Urbe.
Le fonti letterarie classiche offrono un prezioso, seppur frammentario, resoconto storico di questi tumultuosi e tragici eventi. Lo storiografo Cassio Dione tramanda la memoria di una violenta insurrezione dei Ceretani scoppiata intorno al 39 a.C., un moto di ribellione culminato in una disastrosa imboscata nella quale le coorti romane furono colte di sorpresa e costrette a una ritirata profondamente disonorevole. L’onta della fuga, considerata un affronto intollerabile per l’orgoglio bellico e l’onore di Roma, provocò l’ira implacabile del governatore della Hispania Citerior, Gneo Domizio Calvino, insigne rappresentante politico e comandante per conto di Augusto. Quest’ultimo, applicando il ferreo e spietato codice marziale delle legioni, dopo aver inflitto severe e mortificanti punizioni disciplinari ai propri soldati macchiatisi della colpa di codardia, orchestrò una rappresaglia di inaudita e metodica ferocia. Il suo obiettivo tattico non era la mera pacificazione temporanea, ma l’estirpazione definitiva e incondizionata di ogni velleità di ribellione locale.
Fino ad epoche assai recenti, la storiografia classica aveva erroneamente collocato il teatro di questo scontro decisivo in un’area marcatamente più occidentale della catena montuosa, basandosi su interpretazioni fuorvianti delle fonti testuali. Tuttavia, le rigorose campagne di indagine sul campo promosse dall’Università Autonoma di Barcellona hanno radicalmente e scientificamente mutato tale prospettiva geografica. Nell’ambito del progetto accademico Paisatge i Territori a la Cerdanya Antiga-3, un’équipe di studiosi guidata da Oriol Olesti, Joan Oller e Jordi Morera ha condotto un’estesa ricognizione sistematica nell’aprile del 2024. L’indagine, concentratasi strategicamente nell’area boschiva che domina il fondamentale percorso d’accesso, ha restituito un patrimonio materiale di straordinaria valenza filologica e archeologica, gettando nuova e vivida luce sulle reali dinamiche insediative.
Il protocollo metodologico applicato in questa prestigiosa sede accademica ha previsto un minuzioso inventario e una puntuale geolocalizzazione dei reperti, garantendone l’inserimento all’interno di un sofisticato database cartografico e spaziale. Dal nudo terreno sono affiorati inequivocabili indicatori della presenza castrense romana: pesanti chiodi in ferro provenienti dalle calzature in dotazione alla fanteria, noti tecnicamente con la locuzione latina clavi caligae, nonché un ricco campionario di militaria comprendente proiettili fusi per le fionde, monete e fibulae. Questa densa e stratificata documentazione permette di circoscrivere inequivocabilmente la frequentazione marziale dell’area alla seconda metà del I secolo a.C., offrendo una testimonianza superba e tangibile delle manovre logistiche che precedettero l’assalto mortale.
Il vero e incontrastato trionfo epigrafico della missione risiede tuttavia nel rinvenimento di due ghiande missili in piombo che recano impressa una firma incontrovertibile. Le incisioni superficiali restituiscono il nome di Gneo Domizio Calvino, identificato in modo cristallino dalla perfetta sigla epigrafica, confermando senza ombra di dubbio la tesi per cui la struttura scoperta fungesse proprio da nucleo operativo primario da cui le truppe imperiali mossero il feroce assedio contro le roccaforti indigene. Queste stupefacenti evidenze balistiche dimostrano come la postazione si configurasse quale fulcro vitale per il controllo capillare della fertile e strategica piana.
La ricollocazione spaziale di tale cruenta battaglia nel cuore ancestrale e sacro del territorio ceretano assume un significato di capitale importanza. Si tratta, a tutti gli effetti documentati, dell’ultimo grande e accertato episodio bellico intercorso tra le popolazioni originarie dell’attuale territorio catalano e le inarrestabili forze armate giunte dall’Italia. La schiacciante e sanguinosa vittoria ottenuta da Gneo Domizio Calvino innescò una brutale repressione che culminò nello smantellamento irreversibile delle strutture sociali, politiche e insediative degli sconfitti. L’abbandono forzato degli insediamenti segnò il tramonto irreversibile della resistenza, spianando inesorabilmente la strada alla spietata e totale romanizzazione della provincia.





