A BINYAMINA, in Israele, la terra del vicino Oriente ha restituito una testimonianza figurativa di straordinario pregio, capace di proiettare nuova luce sulla diffusione della cultura classica nelle province orientali dell’Impero Romano. Nel corso di recenti indagini archeologiche condotte nella porzione settentrionale del paese, gli specialisti hanno identificato due busti in marmo perfettamente conservati, la cui datazione si colloca a circa millesettecento anni or sono, in pieno periodo tardoantico. I reperti giacevano sul fondo di una vasca di raccolta afferente a un monumentale torchio vinicolo, una struttura produttiva complessa la cui frequentazione ha attraversato indenne le epoche romana e bizantina, a dimostrazione della persistente vocazione agricola e commerciale dell’area.
La scoperta, posta sotto l’egida scientifica della Israel Antiquities Authority, reca la firma degli archeologi Eliran Oren e Michael Solotskin, i quali hanno formulato un’affascinante ipotesi circa le ragioni del seppellimento dei due manufatti. Secondo gli studiosi, le sculture non furono abbandonate come meri scarti, bensì deliberatamente occultate all’interno della cavità vinicola nel tentativo di preservarle dalle devastazioni di un’incursione militare o di un’invasione nemica, un espediente conservativo che ha permesso alle opere di giungere miracolosamente integre fino al XXI secolo.
L’analisi iconografica e paleografica ha immediatamente rivelato dettagli di estremo interesse accademico. Uno dei due busti reca infatti un’iscrizione in lingua greca antica che menziona espressamente il nome di Λυκοῦργος. Tale riferimento, come sottolineato dagli esperti, potrebbe richiamare la figura mitica del legislatore e fondatore di Sparta, ovvero, in alternativa, l’illustre statista e oratore ateniese vissuto nel corso del IV secolo a.C.. La seconda effigie, caratterizzata da una barba folta e incolta, non è ancora stata associata a un’identità precisa, sebbene i tratti somatici e la postura fisionomica suggeriscano la rappresentazione di un pensatore, un letterato o un filosofo dell’antichità.
I dettagli relativi al contesto originario di esibizione rimangono al centro di un serrato dibattito scientifico. L’archeologo Peter Gendelman, esponente della medesima autorità ministeriale, ha rammentato come, durante l’età imperiale, simulacri di questa caratura trovassero collocazione sia all’interno dei grandi edifici pubblici sia nelle dimore private degli esponenti dell’aristocrazia e delle classi preminenti. Attraverso il possesso e l’esibizione di tali ritratti, i membri dell’élite locale intendevano ostentare la propria affiliazione intellettuale e spirituale al raffinato universo culturale del classicismo greco e romano.
L’alto livello qualitativo delle scoperte induce a escludere che le opere appartenessero al semplice arredo di una fattoria rurale isolata. La tesi più accreditata, difesa con vigore da Eliran Oren, orienta la provenienza dei busti verso un centro urbano o un plesso monumentale di grande ricchezza. Le ipotesi di ricerca si concentrano sull’esistenza di un edificio termale recentemente individuato a breve distanza dal sito dello scavo, oppure, con un raggio d’azione più ampio, sulla sontuosa città di Cesarea, situata a circa sei miglia dal luogo del rinvenimento, antico e opulento fulcro del potere romano nella regione palestinese.





