Grande Piramide di Giza: lo studio italiano che la retrodata di 20.000 anni

L'ingegnere italiano Alberto Donini: «La Grande Piramide ha 20 mila anni, fu costruita nell'era glaciale e poi restaurata da Cheope»

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Sull’altopiano di Giza, a pochi chilometri dal cuore del Cairo, si è riacceso il dibattito su uno dei monumenti più enigmatici della storia: la Grande Piramide. A riportare l’attenzione sul tema è una ricerca dell’ingegnere italiano Alberto Donini, che propone una datazione sorprendente e in netto contrasto con quella comunemente accettata dagli studiosi.

Secondo lo studio, la piramide potrebbe essere molto più antica di quanto si sia sempre pensato: la sua costruzione risalirebbe addirittura a circa ventimila anni fa. Una tesi audace, che sposterebbe indietro di millenni le origini del monumento.

La ricerca, diffusa su piattaforme dedicate alla condivisione di lavori scientifici e tecnici, adotta un approccio insolito. Invece di basarsi su iscrizioni geroglifiche o reperti organici, Donini ha analizzato il grado di degrado della pietra calcarea. Da qui nasce quello che l’autore chiama “Metodo dell’Erosione Relativa”: un sistema che cerca di stimare l’età della struttura osservando come il tempo e gli agenti atmosferici hanno modellato la sua superficie.

Si tratta, per ora, di un’indagine preliminare, ma sufficiente ad alimentare nuove domande su uno dei capolavori più misteriosi dell’antichità.

L’approccio scelto da Donini punta a superare i limiti delle tecniche tradizionali di datazione. Metodi come il radiocarbonio, infatti, funzionano soltanto sui materiali organici — legno, resti vegetali o tracce di carbone — ma non possono essere applicati direttamente alla roccia. E le piramidi sono fatte proprio di pietra.

Per questo l’ingegnere ha deciso di cambiare prospettiva: invece di cercare indizi in ciò che è stato costruito attorno alla piramide, ha concentrato l’attenzione sulla pietra stessa. In particolare, ha studiato la velocità con cui vento, pioggia e sbalzi di temperatura consumano le superfici di calcare nel tempo.

Per rendere le sue misurazioni più attendibili, Donini ha scelto un punto di riferimento storico ben documentato: il violento terremoto del 1303 d.C. Quel sisma provocò il crollo di gran parte del rivestimento esterno liscio della piramide, formato da blocchi di calcare bianco finemente levigati. Nei decenni successivi, molti di quei blocchi furono rimossi e riutilizzati per la costruzione del Cairo.

Da quel momento, le pietre interne della struttura rimasero esposte agli agenti atmosferici. E proprio questo periodo — circa 675 anni di esposizione certa al vento e alla pioggia — diventa, nello studio, una sorta di “orologio naturale” con cui calibrare il ritmo dell’erosione e tentare di risalire ancora più indietro nel tempo.

Confrontando le superfici rimaste esposte solo dopo il terremoto con quelle che, secondo l’ipotesi, sarebbero state all’aria aperta fin dalla costruzione originaria, Donini ha cercato di ricavare un tasso di erosione medio e costante nel tempo. Per farlo, ha analizzato dodici punti diversi attorno alla base del monumento, osservando sia l’usura uniforme della pietra sia la cosiddetta vaiolatura: una fitta rete di piccole cavità prodotte dall’azione combinata di processi chimici e fisici.

In uno dei casi più significativi, una lastra della pavimentazione mostra un contrasto evidente: un lato presenta un’erosione profonda, mentre la parte rimasta protetta fino alla caduta del rivestimento appare molto meno danneggiata. Questa differenza, secondo l’autore, offre un raro confronto diretto tra pietra “giovane” e pietra esposta da molto più tempo.

Inserendo questi dati in un modello matematico lineare, i calcoli suggeriscono che le aree più consumate potrebbero essere state sottoposte all’azione degli agenti atmosferici per oltre cinquemila anni prima del periodo attuale. Da qui, attraverso ulteriori proiezioni, lo studio arriva a ipotizzare età ancora più remote per le parti più antiche della struttura.

I risultati emersi dalle varie misurazioni sono decisamente sorprendenti: in alcuni punti l’erosione osservata corrisponderebbe a un’esposizione agli agenti atmosferici di ventimila anni o persino superiore. Mettendo insieme tutti i dati raccolti e sottoponendoli a un’elaborazione statistica, Donini arriva a una datazione media di circa 24.900 anni fa. In altre parole, la costruzione della piramide verrebbe collocata intorno al 22.900 avanti Cristo.

Consapevole dei margini di incertezza inevitabili in un’analisi di questo tipo, lo studio introduce anche una curva di probabilità. Secondo questo modello, esisterebbe una probabilità del 68% che il monumento sia stato edificato in un ampio intervallo temporale, compreso tra il 36.000 e il 9.000 avanti Cristo.

Questa ipotesi apre uno scenario radicalmente diverso da quello tradizionale: il faraone Cheope potrebbe non essere stato il costruttore originario della piramide, ma piuttosto un sovrano impegnato in un vasto progetto di restauro e “riappropriazione” di una struttura già esistente, antica di migliaia di anni.

Secondo questa prospettiva, gli architetti della IV dinastia avrebbero trovato un gigantesco nucleo monumentale ereditato da una civiltà scomparsa, risalente addirittura all’era glaciale. Il loro intervento sarebbe consistito soprattutto nel liberare l’edificio dai detriti accumulati nel tempo e nel rivestirlo con blocchi di calcare bianco finemente lavorati, dandogli così l’aspetto elegante e regolare che conosciamo dalle ricostruzioni storiche.

La comunità scientifica, però, ha accolto questi risultati con grande prudenza. Gli studiosi fanno notare che la ricerca non è ancora passata attraverso una revisione paritaria indipendente e, proprio per questo, non può essere considerata una conclusione definitiva.

Le critiche principali riguardano soprattutto l’idea di un tasso di erosione costante nel tempo. Il clima dell’Egitto, infatti, in epoche remote era molto più umido e piovoso rispetto all’attuale aridità desertica. Una maggiore quantità di precipitazioni avrebbe potuto accelerare in modo significativo il degrado del calcare, facendo apparire le superfici molto più antiche di quanto siano realmente. A complicare ulteriormente il quadro intervengono anche fattori moderni, come l’inquinamento atmosferico del Cairo, le piogge acide e il continuo passaggio di migliaia di visitatori ogni giorno.

Per questi motivi, gli archeologi continuano a sostenere la datazione tradizionale, basata su prove considerate solide. Tra queste figurano il diario di bordo di Merer, un funzionario che descrive il trasporto dei blocchi di pietra proprio durante il regno di Cheope, e le analisi al radiocarbonio effettuate sui residui organici presenti nella malta originale.

Nonostante le forti riserve, lo studio di Donini ha comunque il merito di riaccendere il dibattito e di ricordare quanto i grandi monumenti dell’antichità continuino a sollevare interrogativi profondi, richiedendo strumenti di indagine sempre più raffinati per avvicinarsi davvero alla loro storia.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.