Nel comune di Driebes, in provincia di Guadalajara, Spagna, è riemersa un’incredibile testimonianza dell’epoca imperiale romana. I recenti scavi archeologici condotti presso il sito del Cerro de la Virgen de la Muela, che si affaccia sul fiume Tago, hanno portato alla luce i frammenti di un reperto di inestimabile valore storico: una sfinge romana. Si stima che la scultura risalga a un periodo compreso tra il I e il V secolo d.C.
Il ritrovamento è avvenuto nel settore della necropoli visigota, un’area che continua a stupire gli esperti per la complessità e la stratificazione dell’antica città di Caraca. La posizione di questo reperto è cruciale, poiché il sito occupava un punto nevralgico e strategicamente fondamentale lungo l’asse viario che univa Complutum e Cartago Nova, vie di comunicazione essenziali per i traffici e gli scambi commerciali nell’entroterra della penisola iberica.
La scultura, sebbene recuperata in frammenti dopo essere crollata su una struttura rettangolare, rivela una tecnica e un’estetica di altissimo livello. I ricercatori sono riusciti a salvare parti significative dell’ala sinistra, una porzione consistente del corpo leonino, le zampe posteriori e l’inizio di quelle anteriori. Purtroppo, la testa non è stata ritrovata, ma gli archeologi, basandosi sull’iconografia classica dell’epoca, ritengono che la figura avesse fattezze umane femminili. Un aspetto che colpisce particolarmente è la cura meticolosa con cui l’antico scultore ha reso i dettagli anatomici della creatura mitologica. Sul ventre dell’animale si distinguono chiaramente quattro paia di mammelle leonine e, sul torace, cinque costole ben marcate. Inoltre, un ciuffo di capelli che scende con naturalezza tra l’ala e il collo suggerisce una rappresentazione complessiva slanciata e proporzionata della figura.
Le analisi geologiche hanno rivelato che la sfinge è stata scolpita utilizzando un gesso margoso grigio, una pietra tipica del Miocene abbondantemente disponibile proprio in questa zona della Spagna. Questa scelta suggerisce che l’opera sia il frutto di artigiani locali o comunque sia stata realizzata impiegando risorse del territorio. In questo modo, l’arte romana si è fusa con le materie prime locali. Inoltre, sulla superficie della scultura sono stati trovati residui di stucco, un dettaglio che indica che l’opera era in origine policroma. L’uso del colore non solo la impreziosiva, ma le conferiva anche un carattere solenne più evidente, rendendola un punto focale per chiunque transitasse sulle vicine strade romane.
Gli archeologi ritengono che la sfinge facesse parte di un complesso funerario di grande importanza, probabilmente destinato alle élite locali. Tradizionalmente, la figura della sfinge era associata alla protezione del luogo di sepoltura, fungendo da vera e propria guardiana simbolica del defunto. Nonostante la sua chiara funzione funeraria, gli scavi non hanno portato alla luce né resti umani né oggetti di corredo direttamente collegabili a sepolture nelle immediate vicinanze. Questo dettaglio solleva nuovi interrogativi e rende lo studio della disposizione originaria della scultura all’interno del monumento ancora più affascinante.
Attualmente, la sfinge è custodita presso il Museo di Guadalajara. Qui, un team di esperti della Facoltà di Belle Arti dell’Università Complutense di Madrid ha avviato una delicata campagna di restauro e consolidamento. Il lavoro è diretto dalla professoressa Fátima Marcos Fernández e si avvale della collaborazione di archeologi come Emilio Gamo, Javier Fernández, Saúl Martín e Santiago Domínguez.
Per lo studio della sfinge, gli specialisti stanno utilizzando tecniche all’avanguardia. Tra queste, spicca la documentazione fotogrammetrica, realizzata con diverse tipologie di luce, tra cui quella infrarossa e ultravioletta. Questi strumenti sono indispensabili per analizzare lo stato di conservazione del gesso, che si presenta estremamente fragile, e per rilevare ogni minima traccia della pittura originale che un tempo rivestiva la pietra.
La scoperta della sfinge consolida l’importanza di Driebes come snodo cruciale per comprendere la romanizzazione di questa regione. Un monumento di tale prestigio è la prova inconfutabile dell’esistenza di una società complessa e articolata, capace di creare o commissionare opere d’arte di grande raffinatezza. Questo nuovo ritrovamento si inserisce in un percorso di ricerca di lunga data, iniziato nel 1945 con il recupero del celebre Tesoro di Driebes, un deposito di oggetti d’argento risalente al III secolo a.C., e arricchito più di recente, nel 2017, con l’identificazione della città di Caraca.
Ogni nuovo reperto dagli scavi nel settore sud-orientale del Cerro de la Virgen de la Muela ci aiuta a capire meglio come le tradizioni locali si siano mescolate con l’influenza culturale di Roma. La sfinge di Caraca, in particolare, è una delle scoperte più entusiasmanti degli ultimi anni, offrendo spunti inediti su come venivano costruiti e decorati i grandi spazi funerari nell’entroterra ispanico. Le prossime conferenze al Museo di Guadalajara saranno l’occasione per condividere con esperti e appassionati tutti i risultati di queste ricerche, confermando che questa zona, lungo le sponde del Tago, è stata un importantissimo crocevia di storia, arte e scambi culturali.




