Sinai: scoperta arte rupestre di 10.000 anni sull’altopiano di Umm Irak

La scoperta nel Sinai, il segretario El-Leithy: «Un museo a cielo aperto, dalle scene di caccia del Neolitico alle iscrizioni arabe: così la roccia racconta diecimila anni di storia»

0

Sull’altopiano di Umm Irak, nel sud della penisola del Sinai, una recente missione archeologica egiziana ha portato alla luce una scoperta eccezionale: una galleria di immagini incise e dipinte che copre diecimila anni di storia umana. Questo sito, rimasto ignoto agli studiosi fino ad oggi, è una vera e propria “biblioteca della pietra”, un archivio visivo dove cacciatori, pastori e viandanti di diverse epoche hanno lasciato traccia del loro passaggio. L’area si trova in una posizione strategica, a circa cinque chilometri a nord-est del celebre tempio di Serabit el-Khadim, il santuario dedicato alla dea Hathor, protettrice delle miniere di turchese. Da questa altitudine, la vista spazia fino all’altopiano del Tih a nord, suggerendo che il luogo fosse un importante punto di osservazione, una zona di sosta e forse un centro di ritrovo per le popolazioni antiche.

Sulla parete orientale dell’altopiano, una missione archeologica, coordinata dal Consiglio Supremo delle Antichità, ha portato alla luce un vasto riparo roccioso naturale. Scavato nell’arenaria per oltre cento metri, questo rifugio ha uno spazio interno profondo dai due ai tre metri. Il tutto è protetto da una copertura rocciosa inclinata, alta tra il mezzo metro e il metro e mezzo.

Ed è proprio su questo “soffitto” e sulle pareti interne che si concentra un tesoro di inestimabile valore scientifico: una stratificazione di opere iconografiche. Le prime analisi hanno già permesso di distinguere i diversi gruppi cronologici. Il nucleo più antico, dipinto con pigmento rosso, risale a un periodo compreso tra il 10.000 e il 5.500 a.C.

È fondamentale ricordare che in quell’epoca così remota, il Sinai non era il deserto arido che conosciamo oggi. Le condizioni climatiche erano molto più favorevoli e umide, permettendo la sopravvivenza di una fauna ricca e diversificata.

Sulle pareti rocciose si dispiega un mondo popolato da animali selvatici e figure umane impegnate nella caccia. Tra le rappresentazioni più dettagliate spicca un cacciatore, armato di arco, che insegue alcuni lupi con l’aiuto di cani. Gli esperti definiscono queste composizioni “prive di peso” per il modo in cui i soggetti sembrano fluttuare sulla pietra. Queste scene riflettono la vita e le abitudini economiche delle prime comunità di cacciatori-raccoglitori vissute tra la fine del Paleolitico e l’inizio del Neolitico.

Accanto a queste tracce preistoriche, sono state scoperte — e documentate qui per la prima volta — incisioni e tratti in grigio che mostrano guerrieri armati a cavallo o su cammelli. Queste ultime opere risalgono a periodi storici ben più recenti, probabilmente l’età faraonica tarda o il periodo romano. La comparsa del cavallo in queste incisioni è un indizio cronologico cruciale: questo animale fu introdotto in Egitto solo nel secondo millennio avanti Cristo, segnando profondamente i contatti e gli spostamenti delle popolazioni locali.

Oltre all’arte rupestre, lo scavo ha portato alla luce reperti materiali che confermano come il sito sia stato frequentato a lungo. Sono stati ritrovati frammenti di ceramica, i più antichi risalenti al Medio Regno e la maggior parte al terzo secolo dopo Cristo, durante l’epoca dell’Egitto romano. Questo secolo fu un periodo di grandi cambiamenti politici e militari; in quel contesto, il Sinai mantenne il suo ruolo cruciale per l’economia grazie all’estrazione di rame e pietre preziose.

Tuttavia, la grotta non era solo un luogo di culto o di espressione simbolica. All’interno del riparo, infatti, sono state rinvenute grandi quantità di resti organici animali e tracce di antichi focolari. La presenza di divisori in pietra, che creavano vere e proprie unità abitative indipendenti, suggerisce che la cavità venisse usata come rifugio stagionale sia per gli uomini che per il bestiame, offrendo riparo da pioggia, freddo e tempeste di sabbia.

A questa ricchezza storica si aggiunge un ulteriore tassello: le innumerevoli iscrizioni in lingua nabatea e in arabo. Si tratta spesso di testi brevi e schematici, che includono professioni di fede, preghiere per i defunti e nomi propri. Questi elementi confermano che il sito è stato utilizzato ininterrottamente anche in epoca islamica. La parete si trasforma così in una sorta di “palinsesto” a cielo aperto, dove la storia non viene cancellata, ma si sovrappone, permettendo di seguire l’evoluzione del linguaggio e della spiritualità in una regione che è sempre stata un crocevia fondamentale tra la valle del Nilo, il Levante e la penisola arabica. Come ha sottolineato Hisham El-Leithy, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, la varietà tecnica e temporale delle opere rende Umm Irak un “museo naturale a cielo aperto” davvero unico.

La scoperta assume un rilievo ancora maggiore se pensiamo agli sforzi del governo per valorizzare il Sinai. Mentre il Cairo investe in grandi progetti per promuovere il turismo culturale verso siti patrimonio mondiale come Santa Caterina, la protezione di questi nuovi ritrovamenti diventa cruciale. Un ruolo fondamentale è stato giocato dalla collaborazione con le popolazioni locali: la documentazione è stata possibile anche grazie alla guida dello sceicco Rabie Barakat, della comunità di Sarabit el-Khadim. Questo stretto legame tra archeologia e abitanti del deserto non solo aumenta la consapevolezza del valore del patrimonio culturale, ma ne assicura anche una migliore conservazione futura.

L’altopiano di Umm Irak si rivela un eccezionale “osservatorio” sul passato. È un luogo dove la storia millenaria dell’uomo si è letteralmente incisa nella roccia: dalle scene di caccia preistoriche ai simboli religiosi dei primi secoli dell’Islam. Questo sito non solo testimonia la sorprendente capacità di adattamento dell’uomo a un ambiente ostile, ma anche la sua costante necessità di comunicare attraverso i simboli.

Riconoscendo il suo immenso valore, le autorità competenti hanno già annunciato l’elaborazione di un piano mirato. L’obiettivo è duplice: studiare a fondo l’altopiano e garantirne una protezione sostenibile. Si punta a preservare questo “archivio” di diecimila anni seguendo i più elevati standard internazionali, assicurando così che le voci di chi ha abitato queste rocce non cadano nell’oblio.

Image Credit: https://www.scienzenotizie.it/2026/02/14/nuova-scoperta-archeologica-nel-sinai-arte-rupestre-di-10-000-anni-00122307

Articolo precedenteElefanti di Annibale in Spagna: scoperta la prima prova archeologica a Cordova
Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.