A Montopoli di Sabina, in provincia di Rieti, è stata fatta una scoperta archeologica sensazionale: un articolato sistema idraulico di epoca romana è venuto alla luce presso la Villa dei Casoni, nella frazione di Bocchignano. Per secoli, l’esistenza di questa struttura era rimasta un’ipotesi, tramandata solo da antiche testimonianze scritte e racconti locali. Finalmente, grazie a una ricerca congiunta e coordinata tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti e il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, questo imponente ritrovamento ha trovato una conferma tangibile, offrendo uno sguardo unico sulla storia idraulica romana del territorio.
Il territorio della Sabina, celebre fin dall’antichità per la sua fertilità e l’abbondanza di sorgenti naturali, custodisce in località i Casoni un complesso residenziale di grande rilevanza. Edificata probabilmente tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. su un preesistente insediamento sabino, la villa è tradizionalmente legata al nome dell’erudito Marco Terenzio Varrone. La struttura si estende per circa diecimila metri quadrati, sviluppandosi su terrazzamenti artificiali che offrono una vista mozzafiato sulle valli del Tevere e del Farfa. L’architettura stessa della residenza è una testimonianza della raffinatezza dei suoi antichi proprietari: all’interno si trovavano ambienti signorili, biblioteche dedicate ai testi greci e latini, e un monumentale ninfeo in opus reticulatum (opera reticolata) aggiunto in epoca imperiale. Quest’ultimo, caratterizzato da nove nicchie absidate, era in origine arricchito da marmi pregiati e intonaci dai colori vivaci.
Oggi, l’attenzione degli studiosi si concentra su un elemento cruciale: l’acquedotto sotterraneo che assicurava l’approvvigionamento idrico a questa imponente residenza di campagna. Il sistema di captazione e drenaggio è situato a circa trecento metri dal corpo centrale della villa, in un’area ricca di sorgenti che hanno continuato ad alimentare il territorio circostante fino a pochi decenni fa. Questo tratto di acquedotto, interamente scavato nel banco di conglomerato naturale e nel tufo, aveva il compito di raccogliere le acque della storica Fonte Varrone per convogliarle verso una grande cisterna posizionata vicino alla dimora. Questa cisterna non solo immagazzinava l’acqua, ma fungeva anche da vasca di decantazione, permettendo ai sedimenti di depositarsi prima che l’acqua fosse distribuita ai vari usi: dalle terme private alle fontane ornamentali, fino alle strutture produttive legate all’agricoltura.
Per scoprire con precisione il percorso dei cunicoli, i ricercatori hanno usato metodi all’avanguardia. Oltre alle esplorazioni dirette degli speleologi, che hanno mappato oltre duecento metri di gallerie, sono state impiegate tecniche di telerilevamento con impulsi luminosi. Questo ha permesso di creare una mappa tridimensionale completa del sistema idrico, mettendola in relazione con le strutture murarie in superficie. Inoltre, l’uso di droni dotati di termocamere ha rivelato i flussi d’acqua residui e i punti più fragili delle condotte sotterranee. Questi strumenti tecnologici hanno confermato l’abilità degli ingegneri romani: calcolando pendenze precise, riuscivano a far muovere l’acqua per caduta, garantendo un rifornimento costante anche durante i periodi di siccità.
Un aspetto emerso con particolare interesse dallo studio riguarda l’origine di queste infrastrutture. Le indagini suggeriscono, infatti, che il sistema di drenaggio possa risalire a un periodo precedente alla romanizzazione della Sabina, avvenuta nel 290 a.C. per mano di Manio Curio Dentato. L’acquedotto non sarebbe, quindi, altro che l’evoluzione di un’opera idraulica più antica, creata da un abitato sabino preesistente, e che fu in seguito integrata e ampliata dai Romani per servire le esigenze di una grande villa di lusso. Questo dettaglio è molto importante: conferma non solo la continuità insediativa, ma anche la notevole capacità tecnica delle popolazioni italiche nel gestire le risorse naturali, e questo accadeva già secoli prima dell’espansione imperiale.
Oltre all’acquedotto, la Villa dei Casoni vanta uno dei criptoportici meglio conservati della regione. Immaginate una galleria sotterranea a forma di “L”, lunga circa cinquanta metri, illuminata da piccole aperture (“bocche di lupo”), che serviva a collegare i magazzini del grano con il piano residenziale superiore. Questo ambiente non era solo un comodo passaggio al riparo dalle intemperie, ma anche uno spazio naturalmente fresco, ideale per la conservazione dei prodotti agricoli. A confermare il prestigio del sito contribuiscono poi i pavimenti: negli anni Novanta, ad esempio, è stato scoperto in una delle aree residenziali un raffinato mosaico in tessere bianche e nere con eleganti decorazioni geometriche a losanghe.
Gli scavi e le attività di documentazione, condotti da professionisti come Nadia Fagiani e Cristiano Ranieri, sono parte di una stimolante collaborazione internazionale che vede coinvolta anche l’Università di Basilea, sotto la guida di Sabine Huebner. Queste ricerche non si limitano a proteggere il patrimonio storico, ma puntano a trasformarlo in un motore di sviluppo culturale e turistico per la Sabina. Riscoprire le radici storiche del territorio e capire come veniva gestita l’acqua in passato ci offre nuove e affascinanti prospettive sulla storia dell’archeologia rurale nel cuore dell’Italia centrale.
In futuro, l’obiettivo è ampliare le ricerche alle zone circostanti per scoprire eventuali altre diramazioni di questo ingegnoso sistema idrico. Parallelamente, si prevede di creare percorsi guidati per permettere al pubblico di ammirare da vicino queste incredibili opere sotterranee. La conservazione di questi ritrovamenti, rimasti al sicuro per secoli sotto terra, è una responsabilità condivisa che coinvolge istituzioni e cittadini. L’intento è preservare e studiare l’eredità tecnica e artistica degli antichi abitanti della zona, utilizzando strumenti di indagine sempre più all’avanguardia. La Villa dei Casoni si conferma un sito di grande valore, che continua a rivelare aspetti inediti della vita quotidiana e della sorprendente capacità ingegneristica di un’epoca che, in modi inaspettati, influenza ancora oggi la nostra cultura.
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