Elefanti di Annibale in Spagna: scoperta la prima prova archeologica a Cordova

La scoperta a Cordova: «Tra i resti dell'assedio c'è l'osso di un elefante, è la prova che Annibale usò i giganti da guerra contro i romani in Spagna»

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A Cordova, in Spagna, sul sito archeologico della Collina dei Quemados, è emersa una scoperta che getta nuova luce sulle strategie militari cartaginesi in Europa. Un frammento osseo di appena dieci centimetri, rinvenuto durante i lavori di ampliamento dell’ospedale provinciale, ha fornito una prova materiale senza precedenti. Il reperto è stato dissotterrato dagli archeologi in una trincea aperta sul versante meridionale del rilievo, sotto il crollo di un muro di mattoni di terra cruda. Lo strato di terreno, databile alla tarda età del ferro, ha restituito un osso la cui morfologia atipica ha inizialmente sconcertato i ricercatori, abituati alla fauna locale della penisola iberica.

Un team internazionale di esperti, guidato dall’Università di Cordova e in collaborazione con gli atenei di Valladolid e Leida, ha portato alla luce una scoperta affascinante: un reperto osseo è stato identificato come il terzo osso carpale della zampa anteriore destra di un elefante.

Attraverso un meticoloso confronto anatomico con scheletri di elefanti asiatici e resti di mammut, l’origine del ritrovamento è stata confermata. Ma c’è di più: la datazione, effettuata sulla frazione minerale dell’osso, ha collocato il reperto tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo.

Questa epoca non è casuale: coincide perfettamente con lo svolgimento della Seconda Guerra Punica, il celebre conflitto che vide l’esercito di Cartagine scontrarsi con la potenza di Roma per il dominio del Mediterraneo occidentale.

Il valore di questa scoperta non risiede solo nella rarità del reperto anatomico, ma anche e soprattutto nel contesto bellico in cui è stato portato alla luce. Nello stesso strato di scavo, infatti, i ricercatori hanno documentato dodici sfere di pietra, ognuna pesante in media circa un chilo e mezzo, chiaramente utilizzate come munizioni per antiche macchine d’assedio a torsione. Insieme a questi proiettili, è stata rinvenuta una punta di balestra d’assedio di tipo ellenistico e una moneta cartaginese raffigurante un elmo, coniata tra il 237 e il 206 a.C.

L’insieme di tutti questi elementi ricompone uno scenario di violenta attività militare, suggerendo un episodio di scontro diretto tra le truppe puniche e le popolazioni locali o le legioni romane.

Finora, la presenza degli elefanti da guerra di Annibale in Spagna era nota quasi esclusivamente grazie ai racconti degli storici antichi, come Polibio e Tito Livio, o a rappresentazioni su monete e rilievi. Mancava, però, una prova fisica diretta, un riscontro nel suolo europeo. Questo osso è la prima traccia concreta che testimonia l’uso di questi giganti come strumenti di pressione tattica e psicologica durante le campagne iberiche. Descritte come vere e proprie macchine da guerra viventi, gli elefanti venivano impiegati per scompaginare le formazioni nemiche e seminare il panico tra soldati e cavalli non abituati alla loro mole imponente e al loro odore.

Gli studiosi hanno analizzato i reperti e suggeriscono un’ipotesi affascinante: l’animale non era selvatico, ma parte integrante di un contingente militare ben organizzato. Questa scoperta ci costringe a guardare la penisola iberica sotto una luce nuova. Non era solo una riserva di reclute, ma un vero e proprio teatro operativo estremamente complesso dove venivano impiegate risorse logistiche all’avanguardia. Mantenere elefanti lontani dal loro habitat naturale, infatti, richiedeva una catena di approvvigionamento molto efficiente, capace di garantire foraggio e cure anche nel cuore delle zone di conflitto.

Il ritrovamento di un singolo osso carpale solleva interessanti interrogativi sul destino del pachiderma. Gli archeologi ipotizzano che l’animale possa essere morto durante un combattimento o un assedio, e che la sua carcassa sia stata rimossa o smembrata in un secondo momento. Nell’antichità, infatti, animali di tale importanza venivano sfruttati completamente: la carne poteva essere mangiata, la pelle riutilizzata e l’avorio delle zanne lavorato per creare oggetti artigianali o celebrativi. Un piccolo osso come quello carpale, senza particolare valore simbolico o utilità pratica, è stato probabilmente dimenticato tra le macerie del muro crollato, un luogo che lo ha protetto per oltre duemila anni.

L’identificazione precisa della specie resta un enigma per gli scienziati. L’assenza di collagene, infatti, ha finora impedito l’analisi del patrimonio genetico. Sebbene le fonti storiche suggeriscano spesso la presenza di elefanti africani di foresta, più piccoli di quelli della savana, il reperto ritrovato a Cordova ha dimensioni maggiori rispetto agli esemplari asiatici usati per il confronto. Per questo motivo, il dibattito sull’esatta origine biologica dei pachidermi impiegati dai Cartaginesi è ancora aperto. Questo silenzioso frammento osseo, tuttavia, colma un’importante lacuna, connettendo il racconto epico alla realtà storica. Esso conferma che dietro le leggendarie imprese di Annibale c’era un vero e proprio sistema bellico: animali in carne e ossa, sforzi logistici ciclopici e scontri che hanno plasmato il paesaggio spagnolo ben prima della fondazione ufficiale della città romana di Corduba.

Image Credit: https://www.stilearte.it/scoperto-elefante-cartagine-cordoba-annibale-seconda-guerra-punica/

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.