Arena di Verona: scoperte officine di vetro e metallo negli scavi archeologici

L’ARCHEOLOGIA I lavori per l’accessibilità in vista delle Olimpiadi 2026 svelano il passato produttivo del monumento: nel IV secolo era un polo per vetro e metalli

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Nell’anfiteatro Arena, un luogo simbolo che un tempo vibrava al ritmo dei giochi gladiatori, recenti scavi archeologici stanno portando alla luce un’anima inaspettata. Le indagini, in corso nell’arcovolo sessantacinque, rivelano un passato produttivo e operoso, rimasto a lungo celato.

Questa ricerca è nata da un’esigenza pratica: rendere il monumento interamente accessibile in vista delle prossime Olimpiadi e Paralimpiadi invernali del 2026. Per consentire alle persone con disabilità motorie di raggiungere la gradinata della media cavea, la Società Infrastrutture Milano Cortina ha promosso la realizzazione di un ascensore. Il progetto è coordinato dalla Soprintendenza locale, in stretta collaborazione con il Comune di Verona e la Fondazione Arena.

Gli scavi, curati dalla società cooperativa Petra, hanno rivelato una realtà molto più complessa di un semplice luogo di intrattenimento. In corrispondenza dell’Ala, l’unica sezione del monumento che conserva ancora l’anello esterno, e proprio all’altezza dell’arcovolo sessantacinque, è venuta alla luce una vera e propria officina vetraria risalente alla tarda antichità.

Gli archeologi hanno scoperto una fornace dedicata alla produzione di vetro soffiato, completa della camera di combustione e della zona usata per la ricottura del materiale. I reperti raccontano di un sistema economico basato sul riciclo, estremamente ben organizzato e tecnicamente avanzato. Tra i ritrovamenti più significativi ci sono frammenti di vetro grezzo, probabilmente importato dalla Siria-Palestina, che venivano fusi insieme a rottami e scarti locali per creare nuovi oggetti.

L’analisi dei reperti ha rivelato la presenza dei cosiddetti “colletti”, ovvero gli scarti che venivano staccati dalla canna dopo la soffiatura, insieme a piccoli grumi informi. Questi grumi erano usati dai maestri vetrai per testare la viscosità e la temperatura del vetro fuso prima di procedere alla lavorazione finale. Non si tratta di un ritrovamento isolato: tracce di attività simili erano già state individuate in passato in arcovoli vicini. Ciò fa pensare che, durante il declino dell’Impero Romano, all’interno delle strutture preesistenti si fosse insediato un vero e proprio quartiere artigianale.

Approfondendo ulteriormente gli scavi, gli archeologi hanno portato alla luce uno strato ancora più antico, rivelando un’attività di lavorazione dei metalli. Sotto i resti della vetreria, sono state identificate almeno cinque fucine, riconoscibili da macchie circolari e scure nel terreno e da un’abbondanza di scorie ferrose. La presenza di un blumo, ovvero un blocco di ferro ancora da depurare, e di sabbie magnetiche che reagiscono immediatamente ai magneti usati durante i rilievi, sono chiare prove del lavoro del fabbro. Si ipotizza anche che l’area fosse dotata di vasche d’acqua per raffreddare rapidamente il metallo appena battuto. Sebbene sembri che le due attività si siano succedute nel tempo, con la metallurgia leggermente precedente alla vetreria, entrambe le scoperte confermano che, tra il IV e il VI secolo dopo Cristo, l’anfiteatro era diventato un centro economico fondamentale per la città di Verona.

Oltre alle strutture produttive, lo scavo ha riportato alla luce oggetti di vita quotidiana che ci permettono di arricchire il quadro storico. Tra i ritrovamenti più interessanti c’è una fibula a cipolla, una spilla in bronzo tipica dei militari, usata per fissare il mantello. È ancora decorata con incisioni, visibili nonostante le incrostazioni del tempo. Sono state rinvenute anche monete bronzee di epoca tardo-antica e frammenti di ceramica rinascimentale, come piccoli boccali e padelle annerite dal fuoco. Questi ultimi erano in strati rimescolati a causa di alcuni lavori di scavo effettuati nell’Ottocento.

Un dettaglio tecnico di grande interesse è il sistema idraulico originario dell’Arena. Gli scavi hanno portato alla luce i condotti di smaltimento per l’acqua piovana, vitali per la gestione di un edificio che ospitava migliaia di persone. Queste condutture, che in origine potevano essere in piombo, convogliavano l’acqua verso la grande platea di fondazione e da lì fino all’Adige. È emerso in modo evidente che i muri interni non poggiano direttamente sulla terra, ma su questa massiccia piattaforma di fondazione, che assicura la stabilità strutturale del monumento da ben duemila anni.

Le autorità e i responsabili della tutela sottolineano che questi ritrovamenti sono una preziosa opportunità di crescita culturale per tutti. La trasformazione degli spazi dell’anfiteatro in laboratori artigianali è un chiaro esempio di come la città abbia saputo riutilizzare i suoi antichi monumenti, adattandoli a nuove necessità sociali ed economiche. Per condividere queste scoperte con il pubblico, la Soprintendenza ha organizzato delle aperture straordinarie del cantiere. I cittadini possono così vedere da vicino il lavoro degli archeologi e confrontarsi direttamente con i professionisti che si occupano della ricerca.

Questa indagine non si limita a vedere l’Arena come un simbolo statico del passato, ma la trasforma in un organismo vivo, fatto di strati e di storie. Ogni strato di terra, ogni scoria di ferro, ogni frammento di vetro rifuso è una tessera fondamentale per capire come Verona abbia affrontato i secoli di transizione verso il Medioevo. Il futuro ascensore, che renderà la gradinata accessibile a tutti, porterà con sé l’eredità di una storia fatta di artigiani e di saperi tramandati. In questo modo, la comunità ritroverà un patrimonio di conoscenze che va ben oltre la sola grandiosità architettonica dei blocchi di pietra calcarea e delle antiche volte.

Image Credit: https://daily.veronanetwork.it/cultura/arena-di-verona-riemerge-unantica-fornace-del-vetro-dagli-scavi-allarcovolo-65/

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.