A Pozzuoli riemerge il tempio dei mercanti nabatei

Due altari in marmo e diverse iscrizioni latine confermano la presenza di un santuario dedicato al dio Dushara. La scoperta svela i fiorenti scambi commerciali tra l'Impero romano e i nomadi del deserto.

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Aerial view of a curved rocky breakwater along a turquoise coastline with green vegetation onshore.

A Pozzuoli, in Campania, gli archeologi hanno individuato un tempio sommerso risalente all’epoca romana, appartenuto ai Nabatei. Il ritrovamento è avvenuto nei fondali dell’antica Puteoli, che grazie al fenomeno del bradisismo ha conservato per due millenni i resti di un vivace quartiere portuale. Questa eccezionale scoperta rappresenta finora l’unica testimonianza nota di un santuario edificato da questa celebre popolazione di nomadi e mercanti arabi al di fuori dei confini della propria patria.

Durante il regno dell’imperatore Augusto, compreso tra il 31 a.C. e il 14 d.C., il porto campano rappresentava un crocevia marittimo fondamentale per i traffici commerciali del Mediterraneo. Oltre a ricevere il grano esportato dall’Egitto e dal Nord Africa, la città accoglieva i preziosi beni di lusso provenienti dal lontano Oriente. I mercanti nabatei, noti per aver fondato città spettacolari come Petra nell’odierna Giordania ed Hegra in Arabia Saudita, operavano come intermediari indispensabili per il trasporto carovaniero di seta, incenso e spezie. Lo scrittore latino Plinio il Vecchio documentò in modo critico questo intenso flusso di scambi, sottolineando le somme esorbitanti che i cittadini romani inviavano ogni anno verso est per garantirsi merci tanto pregiate.

Per gestire i propri lucrosi affari direttamente sul suolo italico, la comunità straniera si stabilì nel vicus Lartidianus, il distretto cittadino in cui forestieri e commercianti conducevano regolarmente le proprie attività. Qui edificarono il loro luogo di culto in una posizione di rilievo, a meno di cinquanta metri dall’antica linea di costa romana. A causa della complessa natura geologica dei Campi Flegrei, segnata dalla presenza di decine di apparati vulcanici e da continui movimenti del suolo, in passato l’intera area costiera sprofondò in mare di quasi tre metri. Negli ultimi anni il fondale si sta lentamente risollevando, permettendo di mappare con precisione i resti sommersi.

Le recenti esplorazioni subacquee hanno consentito di identificare due grandi stanze dell’edificio, delimitate da solide strutture in opus reticulatum. All’interno di uno degli ambienti, il gruppo di ricerca coordinato dallo studioso Michele Stefanile della Scuola Superiore Meridionale ha rinvenuto due altari realizzati in pregiato marmo bianco di Luni. Il reperto principale presenta otto cavità rettangolari, concepite con ogni probabilità per ospitare i betili, pietre sacre aniconiche venerate nella tradizione religiosa orientale. Sulle pareti circostanti sono state identificate diverse lastre marmoree recanti la medesima iscrizione in lingua latina: «Dusari sacrum». La formula rappresenta una dedica esplicita a Dushara, considerata la massima divinità del pantheon nabateo.

L’impiego di materiali architettonici tipici del luogo, come il tufo e la pozzolana, unito alla scelta della lingua latina per le iscrizioni religiose, suggerisce una profonda integrazione della comunità nel tessuto sociale romano. Secondo gli esperti, la struttura non operava esclusivamente come centro spirituale, ma fungeva anche da spazio sicuro per negoziare e siglare accordi economici sotto la protezione del dio. I mercanti vollero onorare le proprie radici culturali comunicando al tempo stesso in modo efficace con i romani e i viaggiatori stranieri.

La prosperità del santuario subì una drammatica interruzione all’inizio del II secolo d.C.. In seguito alla conquista militare del regno nabateo, annesso formalmente all’impero dall’imperatore Traiano nel 106 d.C., le rotte commerciali indipendenti crollarono per essere assorbite dalla rete logistica di Stato. Privati del loro storico monopolio economico, i mercanti abbandonarono progressivamente lo scalo. L’edificio sacro venne intenzionalmente riempito di frammenti ceramici, anfore e cemento. Questa operazione non ebbe alcun intento distruttivo o iconoclasta, ma servì a sigillare rispettosamente l’area per costruire nuove superfici calpestabili in un distretto ormai sovraffollato. Le future campagne di ricerca sul sito permetteranno di riportare alla luce ulteriori ambienti ancora sepolti sotto la sabbia, offrendo nuove risposte sull’eredità di questa straordinaria enclave orientale in terra italiana.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.
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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.