Marzo 1999, decollo notturno da una base del Nord o del Sud Italia. Luci di posizione spente, rombo dei motori nel buio, piloti italiani inseriti in una missione della NATO diretta verso la Jugoslavia. A poche centinaia di chilometri, nei salotti televisivi, si discute con tono compunto di «guerra umanitaria», di «intervento necessario», di una comunità internazionale che «non può restare a guardare». Le due scene si svolgono in contemporanea, ma sembrano appartenere a due mondi diversi: la guerra reale che parte dalle piste italiane e la conversazione ovattata che la trasforma in una questione morale astratta.
È proprio in. . .



