A BARBARANO ROMANO, nella provincia di Viterbo, il velo del tempo si è sollevato nuovamente su uno dei complessi sepolcrali più affascinanti e meno violati della Tuscia. Nel cuore della necropoli di San Giuliano, un’équipe internazionale di ricercatori ha identificato e riportato alla luce una seconda tomba etrusca rimasta completamente intatta. Il rinvenimento, avvenuto nell’ambito delle attività del San Giuliano Archaeological Research Project, siglato con l’acronimo SGARP, e coordinato dalla Baylor University sotto la guida dell’archeologo Davide Zori, rappresenta un evento di straordinaria rilevanza scientifica per la comprensione delle dinamiche sociali e funerarie dell’antica Etruria meridionale.
La porzione di territorio in esame, posta sotto l’alta vigilanza della Soprintendenza Archeologia Belle Arti Paesaggio Etruria Meridionale, ospita un patrimonio monumentale di eccezionale densità, con oltre seicento sepolture censite nel corso degli anni. Tuttavia, la stragrande maggioranza di questi ipogei ha subìto l’offesa dei saccheggiamenti seriali perpetrati a partire dal III secolo a.C., in concomitanza con la progressiva conquista romana della regione. Il sepolcro recentemente individuato costituisce pertanto una rarissima eccezione scientifica, dacché la grande lastra di chiusura in pietra è stata rinvenuta nella sua esatta posizione originaria, priva di qualsivoglia traccia di manomissione o tentativo di effrazione da parte dei violatori di tombe storici o moderni.
All’interno della camera funeraria, l’atmosfera si è preservata immutata per secoli. Gli archeologi hanno constatato la presenza dei resti scheletrici di almeno due individui, la cui deposizione originaria suggerisce un legame di rango o di parentela stretta. Accanto a uno dei corpi è stata rinvenuta una cuspide di lancia in ferro, elemento che attesta con ogni probabilità la natura guerriera o lo status sociale preminente del defunto all’interno della comunità locale. Il corredo funebre, mirabilmente conservato nel medesimo assetto in cui fu deposto dai congiunti, comprende vasellame in ceramica, raffinati calici di chiara manifattura etrusca e un pregevole flacone di provenienza greca, originariamente destinato a contenere oli profumati o unguenti preziosi. Quest’ultimo reperto documenta, ancora una volta, la fitta rete di scambi commerciali e culturali che legava le aristocrazie tirreniche al bacino del Mediterraneo orientale.
Il successo di questa campagna di scavo e la conseguente salvaguardia del deposito archeologico si devono, come sottolineato dallo stesso direttore della ricerca Davide Zori, alla lungimirante strategia di monitoraggio e tutela territoriale adottata stabilmente dal progetto SGARP. Questa operazione scientifica ha potuto beneficiare della costante collaborazione e del supporto operativo forniti dal comune di Barbarano Romano, oltre che del coinvolgimento attivo e della sensibilità dimostrata dalla locale comunità cittadina. L’integrazione tra la ricerca accademica internazionale e la vigilanza del territorio si è dimostrata l’arma più efficace contro il fenomeno del clandestinismo, restituendo alla storiografia ufficiale un contesto archeologico puro, capace di gettare nuova luce sui rituali dell’aristocrazia etrusca prima dell’assimilazione definitiva nel mondo romano.





