Hanno resistito per quasi millecinquecento anni alle ingiurie del tempo e agli sconvolgimenti della storia, ma oggi le «Città Morte» della Siria settentrionale affrontano minacce di una gravità senza precedenti. Al centro di un’indagine architettonica condotta nel 2024 e pubblicata nel 2026 sul Bulletin of the American Society of Overseas Research si trova il villaggio di Ba’ude, insediamento romano-bizantino del massiccio calcareo che si estende su sette catene montuose nei governatorati di Aleppo e Idlib. Lo studio, firmato dalla dottoressa Afaf Laila, principale archeologa siriana e prima autrice della ricerca, e dal professor Maamoun Abdulkarim dell’Università di Sharjah, segna una svolta metodologica di rilievo: per la prima volta l’attenzione si sposta deliberatamente dall’architettura monumentale religiosa agli spazi domestici, restituendo una lettura più articolata e sfumata della vita quotidiana nella Tarda Antichità.
Ba’ude fa parte di un insieme di circa settecento siti archeologici che compongono il paesaggio delle cosiddette «Città Morte», un arcipelago di villaggi un tempo abitati da prospere comunità cristiane di lingua siriaca durante il periodo romano e proto-bizantino. Nel 2011, trentasei di questi insediamenti furono iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO nell’ambito di otto parchi archeologici, in riconoscimento del loro «Eccezionale Valore Universale» quale modello unico di insediamento rurale antico e di interazione tra uomo e ambiente. Ba’ude rientra in questo novero e costituisce uno dei casi di studio di un programma di ricerca più ampio che abbraccia undici siti distribuiti su due parchi archeologici.
L’analisi architettonica ha permesso di ricostruire le tecniche costruttive locali, le planimetrie domestiche e l’organizzazione degli spazi interni con un livello di dettaglio inedito. Le abitazioni del villaggio presentano caratteristiche ricorrenti — ingressi principali preceduti da un piccolo vestibolo e coronati da un arco, cortili recintati da muri perimetrali, portici — che rispecchiano una tradizione costruttiva coerente e radicata, pur distinguendosi dai villaggi limitrofi per una maggiore sobrietà ornamentale. «Ba’ude non è semplicemente una raccolta di rovine», ha dichiarato la dottoressa Laila, «ma un archivio vivente della vita rurale nella Tarda Antichità, in cui architettura, paesaggio e comunità hanno formato un sistema culturale straordinariamente coeso».
Su ventotto abitazioni censite, dodici versano in uno stato di conservazione relativamente buono, con facciate interne ancora leggibili che consentono l’analisi dei modelli architettonici e decorativi. I piani terra si sono mantenuti in condizioni sensibilmente migliori rispetto ai piani superiori, quasi integralmente scomparsi. Tra gli elementi superstiti più preziosi vi è un unico portico ancora integro, raro testimone della coerenza architettonica che doveva caratterizzare gli insediamenti tardoantichi della Siria settentrionale. Un caso a sé è costituito dalla tomba piramidale ubicata sul lato sudoccidentale del villaggio, che si è conservata in condizioni eccellenti, a fronte della quasi totale rovina della chiesa adiacente e dei relativi impianti produttivi.
La zona occidentale del villaggio si distingue per la varietà tipologica delle strutture presenti — tomba, frantoio, chiesa — e rappresenta il nucleo di maggiore complessità funzionale dell’insediamento. Proprio questa concentrazione di edifici con destinazioni d’uso differenti offre agli studiosi una chiave di lettura privilegiata per comprendere l’organizzazione sociale e produttiva di Ba’ude: un villaggio in cui la dimensione spirituale, quella funeraria e quella economica convivevano in uno spazio fisico e simbolico integrato.
Le implicazioni pratiche dello studio vanno ben oltre la ricerca accademica. Il professor Abdulkarim ha sottolineato come l’indagine fornisca «una base fondata su evidenze per consentire ai responsabili politici di elaborare strategie efficaci di tutela del patrimonio», auspicando al contempo il coinvolgimento attivo delle comunità locali nella salvaguardia di un’eredità che è al tempo stesso responsabilità culturale collettiva e potenziale motore di sviluppo sostenibile attraverso il turismo culturale. In questo quadro, la Fondazione Gerda Henkel, organizzazione non-profit tedesca, rimane al momento l’unica istituzione internazionale concretamente impegnata nella conservazione di questi siti, una solitudine operativa che gli autori giudicano del tutto inadeguata alla portata del problema.





