Villa di Poppea, riemergono pitture murali intatte a Oplontis

Nuove scoperte a Oplontis, la direttrice Spinosa: «Colori intatti da duemila anni, è l'emozione di ritrovare superfici vergini»

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Nei pressi di Torre Annunziata, all’interno dell’area archeologica di Oplontis, sono venute alla luce straordinarie pitture murali di epoca romana, caratterizzate da colori così vividi da sembrare quasi irreali.

Gli archeologi parlano di superfici “vergini”: i pigmenti, infatti, sono rimasti perfettamente conservati sotto la cenere vulcanica, senza subire restauri o interventi moderni. I dipinti appartengono alla Villa di Poppea, una lussuosa residenza imperiale del I secolo a.C., tradizionalmente associata a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone.

Durante una mattinata piovosa, i tecnici del parco hanno rimosso con delicatezza gli strati di sedimenti accumulati nel tempo, facendo riemergere pannelli di un rosso intenso e raffinate decorazioni. Tra i motivi pittorici spiccano elementi naturali come uccelli, pesci e frutti, che restituiscono un’immagine sorprendentemente viva e quotidiana del gusto decorativo romano.

L’importanza della scoperta è stata sottolineata dalla direttrice del sito, Arianna Spinosa, che ha raccontato l’emozione di ritrovarsi davanti a colori così intensi, rimasti autentici per quasi duemila anni. Tra le immagini riportate alla luce spicca un pavone, animale sacro tradizionalmente legato alla dea Giunone e motivo decorativo ricorrente in tutta la Villa di Poppea.

In una delle sale più monumentali — il grande salone principale, dove le pareti erano studiate per creare suggestivi giochi di riflessi — gli archeologi hanno individuato un fregio giallo da cui emergono le zampe di un piccolo volatile, mentre dal fango vulcanico è riapparso quasi per intero il corpo di un pavone.

Queste pitture si trovano nella parte più antica del complesso residenziale e regalano uno sguardo raro e prezioso su come dovevano apparire gli interni delle dimore aristocratiche romane, prima che il tempo e la luce ne modificassero per sempre le tonalità originali.

Il concetto di “superfici vergini” ha un enorme valore scientifico per chi studia l’arte antica. Come spiega Elena Gravina, responsabile della conservazione, poter analizzare pigmenti rimasti intatti permette agli studiosi di ricostruire con maggiore precisione le tecniche degli artigiani romani e persino le reti commerciali da cui provenivano i materiali.

Le analisi hanno infatti rivelato l’uso di sostanze rare e molto costose, come il cinabro — impiegato per ottenere il rosso acceso — e il cosiddetto blu egizio. La presenza di questi pigmenti dimostra chiaramente l’alto status sociale dei proprietari, capaci di procurarsi materiali pregiati provenienti anche da mercati lontani.

All’epoca dell’eruzione del 79 d.C., la Villa di Poppea era addirittura in fase di ristrutturazione: un segno evidente di quanto fosse centrale il desiderio di ostentare ricchezza, cultura e potere. La residenza funzionava come un vero palcoscenico del prestigio imperiale, dove ogni scelta architettonica e decorativa era pensata per stupire gli ospiti e ribadire il rango della famiglia.

Nonostante le scoperte già straordinarie, il sito conserva ancora molti dei suoi segreti. Come spiega Giuseppe Scarpati, archeologo capo della struttura, finora è stato esplorato in modo sistematico solo tra il 50 e il 60 per cento dell’intera superficie. I confini nord, est e ovest della proprietà restano infatti sconosciuti, nascosti sotto spessi strati di materiale vulcanico e inglobati dall’edilizia della città moderna. È quindi molto probabile che numerose stanze e decorazioni attendano ancora di essere scoperte nel sottosuolo.

La Villa di Poppea, conosciuta anche come Villa A, venne individuata per caso alla fine del Cinquecento, durante lo scavo di un canale. Le vere indagini archeologiche iniziarono però solo nel Settecento e portarono gradualmente alla luce oltre cento ambienti, rivelando una residenza di dimensioni monumentali. Un complesso enorme, che ancora oggi continua a sorprendere e a raccontare nuove storie sulla vita dell’élite romana.

Nelle vicinanze si trova anche la cosiddetta Villa B di Oplontis, un edificio destinato alle attività produttive, come la lavorazione del vino e dell’olio. A differenza della residenza principale, però, questa struttura non è attualmente aperta ai visitatori.

Per la Villa di Poppea, invece, la direzione del sito ha avviato un interessante programma sperimentale che permette l’accesso al pubblico anche durante le fasi di restauro. Ogni giovedì mattina, piccoli gruppi di massimo dieci persone possono entrare direttamente nel cantiere archeologico e osservare da vicino il lavoro paziente dei conservatori, tra ponteggi e strumenti di precisione.

Un’iniziativa che trasforma la tutela del patrimonio in un’esperienza condivisa: cittadini e turisti possono assistere in prima persona al momento quasi magico in cui un frammento di storia riemerge dalla terra, rendendo il processo di conservazione più trasparente, partecipato e coinvolgente.

Assistere alla trasformazione di semplici resti in vere e proprie prove storiche documentate aiuta a comprendere quanto sia complesso il lavoro della conservazione archeologica moderna. Gli interventi attuali non puntano solo a proteggere le parti più antiche della Villa di Poppea, ma anche a raccogliere nuovi indizi sulla vita quotidiana dei suoi illustri abitanti.

Con gran parte della residenza ancora da esplorare, gli studiosi sono concordi: il territorio vesuviano continua a riservare sorprese. Il lavoro procede con pazienza, tra polvere e fango, nella consapevolezza che ogni frammento recuperato contribuisce a ricostruire con maggiore chiarezza il profilo di un’epoca lontana.

La cura riservata a queste “superfici vergini” garantisce che lo splendore voluto da Poppea Sabina possa essere ammirato anche in futuro, preservando quella straordinaria freschezza dei colori che, paradossalmente, solo una catastrofe naturale è riuscita a proteggere per quasi duemila anni.

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Fabio Saverio Gatto
Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente.