Il 20 ottobre 2026 l’Università di Southampton ha rilanciato i risultati della campagna condotta a Cova Dones, presso Millares, nella provincia di Valencia: almeno 120 iscrizioni latine, una divinità femminile e un santuario nascosto oltre 200 metri dentro la montagna. Non è una leggenda di grotta: è un caso che obbliga a guardare con più attenzione chi partecipava davvero alla religione romana.
Per secoli, il buio della cavità ha custodito una storia apparentemente marginale. Poi la fotogrammetria ad alta definizione ha fatto emergere segni che l’occhio nudo non separava più: nomi, formule votive, testi sovrapposti sulle pareti e perfino sul soffitto. Dove fino a poco tempo fa se ne conoscevano circa quindici, il gruppo del progetto DONARQ ne ha ora documentati almeno 120. La maggior parte è attribuita ai secoli I e II d.C.
Il dato più esplosivo non è soltanto la quantità. Nella piccola camera chiamata dagli archeologi “santuario romano”, le scritte, le offerte e i nomi femminili compongono un quadro inatteso: le donne non sembrano semplici spettatrici di un culto guidato altrove, ma partecipanti attive a una pratica religiosa organizzata nel cuore della caverna.
Duecento metri sotto terra, non ai margini del mondo
Cova Dones non è una grotta isolata dalla storia. Il sito di Millares era già diventato celebre nel 2023 per un eccezionale complesso di arte rupestre paleolitica; nel 2024, in una sala interna, era poi emersa la traccia di un santuario di età romana. La nuova campagna, svolta tra maggio e giugno 2026, ha trasformato quella traccia in un dossier molto più solido.
La camera cultuale si trova oltre 200 metri dall’ingresso. Sulle sue superfici sono incise le iscrizioni; sul pavimento si aprono piccole vasche naturali formate dai depositi minerali e alimentate dall’acqua della grotta. È proprio qui che sono comparsi gli oggetti lasciati dai visitatori: due anelli, un bracciale, recipienti a calice, frammenti ceramici, resti faunistici e numerose fusaiole, i piccoli pesi legati al lavoro del filo.
Non sono oggetti spettacolari nel senso cinematografico del termine. Eppure, proprio la loro presenza in situ, accanto alle iscrizioni, vale più di un singolo tesoro. Dice che quella stanza non era una parete su cui qualcuno, per caso, aveva lasciato un graffito: era un luogo dove si entrava, si depositava un’offerta e si fissava nella pietra un gesto di devozione.
La “Signora” e il nome che non era nei manuali
Al centro del caso ci sono cinque iscrizioni votive. L’analisi epigrafica permette di affermare che nella grotta veniva venerata una dea indicata con il termine rispettoso Domina, “la Signora”. In tre testi compare inoltre la sequenza “MALACI”: potrebbe essere un’epiclesi, cioè un nome o appellativo specifico della divinità, finora non attestato.
Qui serve prudenza, perché è facile trasformare una lettura in una rivelazione definitiva. Gli studiosi non hanno ancora sciolto l’enigma di Malaci né stabilito con certezza che fosse una dea dell’acqua. L’ipotesi nasce dal contesto: la stanza contiene bacini naturali e il sito dispone di una presenza d’acqua costante. Ma l’acqua è un indizio, non una sentenza. La ricerca continua proprio per chiarire lingua, funzione e storia di questa figura divina.
Ciò che è già accertato, invece, è sufficiente a rendere il caso eccezionale: le cinque dediche convergono su una stessa destinataria e le iscrizioni si concentrano in uno spazio ben delimitato. Non abbiamo dunque il vago ricordo di una spiritualità generica in una grotta, ma la prova di un culto specifico, ripetuto e riconoscibile.
Le donne al centro: cosa cambia e cosa no
I nomi femminili visibili nelle iscrizioni e l’abbondanza di fusaiole sono il cuore della discussione. La fusaiola non è una “prova biologica” del sesso di chi pregava: è un oggetto che nel mondo antico era fortemente associato alla filatura e, per convenzione sociale, alla sfera femminile. Messo accanto ai nomi e alle formule votive, il suo peso interpretativo cresce. Il team parla dunque di una presenza femminile prominente e di una partecipazione attiva delle donne alla vita rituale.
Sarebbe sbagliato farne lo slogan di una Roma improvvisamente egualitaria. La società romana restava profondamente gerarchica, e una caverna della Spagna romana non può riscrivere da sola la storia di un impero. Ma sarebbe altrettanto comodo liquidare tutto come un’eccezione pittoresca. I luoghi periferici e sotterranei raccontano spesso ciò che i monumenti ufficiali lasciano fuori campo: pratiche locali, devozioni personali, gruppi che non compaiono nelle grandi iscrizioni pubbliche.
Non un miracolo archeologico, ma un metodo che vede di più
La svolta nasce anche dal modo in cui si guarda. Le iscrizioni erano difficili da distinguere perché consumate, sovrapposte e distribuite su superfici irregolari. La registrazione fotogrammetrica ad alta risoluzione ha consentito di separare tracce che sembravano una sola e di riconoscerne altre quasi invisibili. In archeologia, a volte la scoperta non è trovare una stanza nuova: è possedere finalmente lo strumento per leggere una stanza che era stata davanti a tutti.
Cova Dones potrebbe diventare la grotta-santuario con il più alto numero di iscrizioni latine noto nell’intero Impero romano. Quel “potrebbe” non è un dettaglio burocratico: richiede confronti completi con altri complessi e la pubblicazione scientifica di tutte le letture. Ma il salto da quindici a 120 testi documentati è già un fatto.
La vera notizia, allora, non è che una grotta abbia improvvisamente cambiato Roma. È più interessante: sotto la Spagna romana è comparsa una comunità che aveva un luogo, una dea, offerte e parole proprie. E quelle parole, incise lontano dalla luce, costringono a smettere di raccontare il culto romano soltanto dalla prospettiva dei templi, dei magistrati e dei grandi uomini.




