Generated by All in One SEO Pro v5.0.1.1, this is an llms-full.txt file, used by LLMs to index the site. # Scripta Manent Italia ## Articoli ### [Blog](https://scriptamanentitalia.it/blog/) **Published:** Gennaio 9, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli --- ### [La prima battaglia della Marna](https://scriptamanentitalia.it/la-prima-battaglia-della-marna/) **Published:** Giugno 20, 2023 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Antefatto e Contesto](#Antefatto_e_Contesto) - [Analisi delle Forze in Campo](#Analisi_delle_Forze_in_Campo) - [Strategie e Movimenti di Truppe](#Strategie_e_Movimenti_di_Truppe) - [Ruolo del BEF (British Expeditionary Force)](#Ruolo_del_BEF_British_Expeditionary_Force) - [La battaglia](#La_battaglia) - [Prima armata di Kluck](#Prima_armata_di_Kluck) - [Bülow e Hausen](#Bulow_e_Hausen) - [Il divario](#Il_divario) - [Il tour di Hentsch](#Il_tour_di_Hentsch) - [Risultato e Conseguenze Immediate](#Risultato_e_Conseguenze_Immediate) - [Impatto Culturale](#Impatto_Culturale) - [Errore di Valutazione Tedesco](#Errore_di_Valutazione_Tedesco) - [Conseguenze Strategiche e Politiche](#Conseguenze_Strategiche_e_Politiche) - [Eredità](#Eredita) - [Conclusione](#Conclusione) La Prima Guerra Mondiale è stata uno degli eventi più sconvolgenti del XX secolo, e la **Prima Battaglia della Marna** ne fu uno degli episodi più significativi. **Combattuta tra il 5 e il 12 settembre 1914**, vicino al fiume Marna, ad est di Parigi, la battaglia fu un conflitto imponente che coinvolse milioni di soldati delle forze alleate e dell’Impero Tedesco. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/cartina-prima-battaglia-marna-1024x794.jpg "cartina-prima-battaglia-marna - Scripta Manent Italia")## Antefatto e Contesto All’inizio della guerra, la Germania attuò il **Piano Schlieffen**, che prevedeva un rapido movimento attraverso il Belgio e la Francia. L’obiettivo era catturare Parigi e costringere la Francia alla resa prima che la Russia potesse mobilitarsi completamente. **Tuttavia, il piano si arenò vicino al fiume Marna**. L’avanzata tedesca stava diventando sempre più lenta a causa dell’estenuazione delle truppe e delle linee di rifornimento sempre più lunghe. ## Analisi delle Forze in Campo Al momento della battaglia, sia le forze tedesche che quelle alleate erano enormi. I tedeschi erano divisi in due eserciti principali: il 1° Esercito guidato dal Generale Alexander von Kluck e il 2° Esercito guidato dal Generale Karl von Bülow. Le forze alleate erano composte principalmente da truppe francesi e britanniche. **I tedeschi indossavano i distintivi elmetti Pickelhaube** con coperture in tessuto, mentre le truppe francesi erano vestite con uniformi blu e rosse. ![Soldati tedeschi che indossano caratteristici elmetti pickelhaube con coperture in tessuto](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/elmetto-tedesco-1024x883.jpg "elmetto-tedesco - Scripta Manent Italia")## Strategie e Movimenti di Truppe Durante l’avanzata verso Parigi, **il 1° Esercito tedesco cambiò il suo percorso per affrontare le forze britanniche**. Questo cambio di rotta creò un varco tra il 1° e il 2° Esercito tedesco. Questo varco divenne un punto cruciale nella battaglia, poiché le forze francesi, sotto il comando del Generale Michel-Joseph Maunoury, sfruttarono questo punto debole lanciando un attacco al fianco del 1° Esercito tedesco. **Il fiume Marna divenne il punto focale** degli scontri. Il 5 settembre, le forze francesi attraversarono il fiume e iniziarono a spingere indietro i tedeschi. I combattimenti furono intensi, con entrambe le parti che utilizzarono artiglieria pesante e fucileria. ## Ruolo del BEF (British Expeditionary Force) Il British Expeditionary Force (BEF), sotto il comando del Maresciallo di Campo Sir John French, giocò un ruolo cruciale nel supportare l’offensiva francese. **Sebbene inizialmente riluttante** a impegnarsi a fondo, Sir John French alla fine accettò di sostenere l’attacco francese. La cooperazione tra le forze francesi e britanniche fu essenziale per il successo della battaglia. ## La battaglia All’alba del 6 settembre, 980.000 soldati francesi e 100.000 britannici con 3.000 cannoni hanno assalito la linea tedesca di 750.000 uomini e 3.300 cannoni tra Verdun e Parigi. **Joffre aveva finalmente trovato il momento propizio per porre fine alla Grande Ritirata e contrattaccare**. La battaglia si sarebbe svolta in due luoghi distinti vicino agli affluenti meridionali della Marna con la 5a e la 9a armata francese che assalivano la 2a e la 3a armata tedesca ea nord della Marna tra la 6a armata francese di fronte alla 1a armata tedesca. Le comunicazioni e il coordinamento erano scarsi tra gli eserciti tedeschi e con il quartier generale di Moltke in Lussemburgo e ogni esercito tedesco avrebbe combattuto la propria battaglia. ## Prima armata di Kluck **Il 5 settembre, un giorno prima del piano di Joffre di iniziare l’offensiva francese**, francesi e tedeschi si scontrarono sul fianco destro della 1a armata di Kluck. Parte della 6a armata di Maunoury, composta principalmente da riservisti e numerata in totale 150.000, stava sondando 40 km a nord-est di Parigi, vicino al fiume Ourcq, alla ricerca dei tedeschi quando incontrò il IV Corpo di riserva di 24.000 uomini comandato dal generale tedesco Hans von Gronau. Gronau aveva la responsabilità di coprire il fianco destro più esterno di Kluck. **Ha percepito il pericolo di un attacco di fianco contro Kluck** e, sebbene notevolmente in inferiorità numerica, ha attaccato i francesi, tenendoli a bada per 24 ore prima di ritirarsi. Kluck fu quindi avvertito della minaccia inaspettata al suo fianco destro e in effetti al suo intero esercito. Kluck ha scelto di organizzare una controffensiva. Ordinò al suo esercito di girare a destra e di guardare a ovest per affrontare la minaccia del 6 ° esercito francese. **Ciò ha comportato un ritiro delle forze di Kluck che avevano attraversato il fiume Marna** a sud e ora dovevano marciare per 130 km (81 mi) in due giorni per raggiungere posizioni di fronte ai francesi. La rapida reazione di Kluck ha impedito alla 6a armata di avanzare attraverso il fiume Ourcq fino alle retrovie tedesche. Kluck ha respinto gli attacchi francesi il 6 e 7 settembre. **Nella notte tra il 7 e l’8 settembre si verificò l’evento più leggendario della battaglia della Marna**. Il governatore militare Gallieni a Parigi rafforzò la 6a armata a guardia di Parigi portando i soldati al fronte su rotaia, camion e taxi Renault. **Gallieni comandava circa seicento taxi a Les Invalides, nel centro di Parigi, per portare i soldati al fronte a Nanteuil-le-Haudouin**, a cinquanta chilometri di distanza. La maggior parte dei taxi è stata smobilitata l’8 settembre, ma alcuni sono rimasti più a lungo per trasportare feriti e profughi. I taxi, seguendo le regole cittadine, facevano doverosamente scorrere i contatori. Il tesoro francese ha rimborsato la tariffa totale di 70.012 franchi. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/taxi-della-marna-1024x900.jpg "taxi-della-marna - Scripta Manent Italia")L’arrivo di seimila soldati su rotaia, camion e taxi è stato descritto come fondamentale per impedire una possibile svolta tedesca contro la 6a armata. **Tuttavia, nelle memorie del generale Gallieni, egli annota come alcuni avevano “esagerato un po’ l’importanza dei taxi”**. Nel 2001, Strachan menziona solo i taxi come “meno che leggenda” e nel 2009 Herwig ha definito i taxi militarmente insignificanti. L’impatto positivo sul morale francese fu innegabile. Kluck ha telegrafato a Moltke la notte dell’8 settembre che “La decisione sarà ottenuta domani da un attacco avvolgente del generale von Quast”. La mattina successiva Quast si fece strada attraverso le difese della 6a armata francese e la strada per Parigi, distante 50 km, era aperta. Nelle parole di Keegan, “l’equilibrio del vantaggio sulla Marna ancora una volta sembrava aver inclinato la strada dei tedeschi”. ## Bülow e Hausen Il 6 settembre il 2° esercito di Bülow a sud della Marna era logoro e impoverito come Klucks, avendo marciato per 440 km da quando aveva lasciato la Germania e avendo subito più di 26.000 vittime e soldati caduti a causa di malattie. Bülow aveva iniziato la guerra con 260.000 soldati; a settembre ne aveva 154.000. Inoltre, i suoi rapporti con Kluck erano scarsi. **Mentre Kluck era all’offensiva vicino a Parigi, Bülow è andato sulla difensiva dopo l’attacco francese** del 6 settembre. Il 7 settembre, Bülow ordinò alla sua ala destra di ritirarsi di 15 km verso il fiume Petit Morin dopo gli attacchi della 5a armata francese di Franchet d’Esperey , chiamata “Desperate Frankie” come complimento dagli inglesi. Durante la ritirata i francesi massacrarono 450 tedeschi che tentavano di arrendersi. Con la sua ala destra in ritirata, Bülow ordinò al contrario alla sua ala sinistra di attaccare con l’aiuto della 3a armata di Hausen. Hausen coprì il fianco sinistro di Bülow e attaccò il 9° esercito di Foch nelle paludi di Saint-Gond vicino alla città di Sézannel’8 settembre. **Aveva 82.000 uomini per il compito. L’attacco di Hausen fu una sorpresa, lanciato di notte senza preparazione di artiglieria**. I suoi soldati invasero le posizioni dell’artiglieria tedesca “con la baionetta”. Hausen ha respinto Foch indietro di 13 km. L’attacco di Hausen si è poi impantanato con i suoi soldati esausti e che hanno subito circa 11.000 vittime. ## Il divario **La svolta di Kluck a nord-ovest dal 5 al 7 settembre per combattere** il 6 ° esercito francese ha aperto un divario di 50 km sul suo fianco sinistro tra i suoi soldati e quelli di Bülow del 2 ° esercito tedesco. La ricognizione aerea francese ha osservato le forze tedesche che si spostavano a nord per affrontare la sesta armata e ha scoperto il divario. La mancanza di coordinamento tra von Kluck e Bülow fece aumentare ulteriormente il divario. **Gli alleati sfruttarono il divario nelle linee tedesche, inviando il BEF a nord-ovest verso Kluck e la 5a armata a nord-est verso Bülow** nel divario tra i due eserciti tedeschi. L’ala destra della 5a armata francese attaccò il 6 settembre e schienò la 2a armata nella battaglia dei Due Morin, che prendono il nome dai due fiumi della zona, il Grand Morin e il Petit Morin. **Il BEF avanzò dal 6 all’8 settembre, attraversò il Petit Morin**, catturò i ponti sulla Marna e stabilì una testa di ponte profonda 8 chilometri. Nonostante la promessa del comandante della BEF French a Joffre che sarebbe rientrato in battaglia, il ritmo lento dell’avanzata della BEF fece infuriare d’Espèrey, comandante della 5a Armata, e altri comandanti francesi. Il 6 settembre la forza britannica si è mossa così lentamente che ha concluso la giornata a 12 km dietro i suoi obiettivi e ha subito solo sette uomini uccisi. **Il BEF, sebbene superasse in numero i tedeschi nel divario di dieci a uno, avanzò di soli 40 km in tre giorni.** La 5a armata entro l’8 settembre attraversò il Petit Morin, il che costrinse Bülow a ritirare il fianco destro della 2a armata. Il giorno successivo, la 5a armata attraversò la Marna e la 2a armata tedesca si ritirò ulteriormente. ## Il tour di Hentsch Moltke, al quartier generale in Lussemburgo, era fuori comunicazione con gli eserciti tedeschi in Francia. Moltke preferiva inviare istruzioni ai suoi eserciti tramite emissario piuttosto che fare affidamento sul suo sistema telefonico e telegrafico inadeguato. **Mandò il suo ufficiale dell’intelligence, il tenente colonnello Richard Hentsch a visitare gli eserciti.** Le istruzioni di Moltke a Hentsch erano verbali, non scritte, anche se apparentemente Moltke diede a Hentsch, un semplice tenente colonnello, l’autorità di ordinare agli eserciti tedeschi di ritirarsi se necessario per la loro sopravvivenza. **La missione di Hentsch, nelle parole dello storico Herwig,** era quella di diventare “il più famoso tour personale nella storia militare”. Hentsch lasciò il Lussemburgo l’8 settembre in automobile e quel pomeriggio visitò la 5a, 4a e 3a armata tedesca. Riferì a Moltke che la situazione di quegli eserciti era “del tutto favorevole”. **Alle 6:45 di quella sera, ha ricevuto un messaggio diverso al quartier generale della 2a armata** in un incontro con Bülow e il suo staff. A Hentsch fu detto che il fianco destro di Bülow (che delimitava il divario tra gli eserciti di Bülow e Kluck) era sul punto di crollare. Bülow ha detto che il suo esercito era “cenere” e “non in condizioni” per intraprendere l’offensiva contro i francesi. Ha incolpato Kluck per la crisi e ha detto che Kluck avrebbe dovuto interrompere immediatamente la battaglia con la 6a armata francese e colmare il divario tra di loro. In caso contrario, la situazione potrebbe diventare “estremamente grave”. \[62\] **Il tenente colonnello Hentsch apparentemente ha risposto al feldmaresciallo Bülow** che, lui, Hentsch aveva “pieno potere di autorità” per ordinare a Kluck di ritirarsi dalla sua battaglia con il 6 ° esercito francese. Durante l’incontro Bülow ricevette la notizia che il suo esercito stava cedendo sotto la pressione dei francesi. Bülow ha ordinato un ritiro di 20 km delle sue forze e ha pronosticato “conseguenze incalcolabili”. Hentsch concordò con Bülow che quando le forze francesi e britanniche avrebbero attraversato la Marna sarebbe stata necessaria una ritirata generale da parte dei tedeschi. Concordarono che Kluck doveva disimpegnarsi e marciare verso la Marna per unirsi alla 2a armata di Bülow. Se Kluck avesse rifiutato, Bülow si sarebbe ritirato a nord della Marna. La mattina dopo, il 9 settembre, con l’arrivo di ulteriori cattive notizie dal fronte, **Bülow ordinò un altro ritiro senza sapere cosa avrebbe fatto Kluck**. Nel frattempo, Hentsch si è recato al quartier generale della prima armata di Kluck vicino al fiume Ourcq, arrivando alle 11:30 dopo un viaggio attraverso la devastazione della guerra. Ha incontrato il capo dello staff di Kluck, Hermann von Kuhl. Hentsch descrisse la pericolosa posizione di Bülow e disse che era necessaria una ritirata generale, affermando nuovamente la sua autorità in nome di Moltke. Kuhl “era sbalordito”. **La 1a armata era pronta ad assaltare la città di Parigi e, sperava, a vincere la guerra**, ma Kuhl accettò Hentsch e informò Kluck. Con Būlow in ritirata, Kluck non ebbe altra scelta che seguire l’esempio e diede l’ordine di ritirarsi. Il suo ordine diceva che si stava ritirando “per volere” dello stato maggiore di Moltke. L’11 settembre lo stesso Moltke visitò la 3a, 4a e 5a armata tedesca e ordinò la ritirata di quelle armate in aggiunta alla ritirata in corso della 1a e 2a armata) verso il fiume Aisne .riorganizzarsi o un’altra offensiva. I tedeschi furono inseguiti dai francesi e dagli inglesi, sebbene il ritmo delle forze alleate esauste fosse lento e una media di soli 19 km al giorno. I tedeschi cessarono la ritirata dopo 65 km , in un punto a nord del fiume Aisne dove scavarono, preparando trincee . Joffre ordinò alle truppe alleate di inseguire, portando alla prima battaglia dell’Aisne. “Lungo un fronte di quasi 400 km, la fanteria tedesca si è voltata e ha iniziato a tornare sui propri passi sul terreno vinto in aspri combattimenti nelle ultime due settimane”. **Molti soldati e ufficiali tedeschi in prima linea nel conflitto erano amareggiati** per quello che consideravano uno sciocco ordine di ritirata. Meyer ha affermato che la prima battaglia della Marna “è giunta fino a noi nella storia come la lotta che ha salvato Parigi, ma in realtà è stata risolta dalla decisione di una delle parti di non combattere”. In altre parole, i tedeschi si ritirarono senza essere sconfitti. ## Risultato e Conseguenze Immediate Dopo intensi combattimenti, il 12 settembre, le forze tedesche iniziarono a ritirarsi. La Prima Battaglia della Marna si concluse con una vittoria decisiva per le forze alleate. **Questa vittoria non solo salvò Parigi dall’occupazione tedesca** ma segnò anche la fine della guerra di movimento, dando inizio a una guerra di trincea che avrebbe caratterizzato il resto del conflitto. L’alto comando tedesco subì un duro colpo, e il Piano Schlieffen fu definitivamente abbandonato. Il Generale Helmuth von Moltke fu destituito a seguito della sconfitta e sostituito da Erich von Falkenhayn. ## Impatto Culturale **La battaglia ebbe un impatto notevole sulla psiche collettiva** e sulla cultura sia francese che tedesca. Divenne un simbolo di resistenza e patriottismo, specialmente per i francesi, ed ebbe un posto significativo nella letteratura. Per esempio, il poeta francese Charles Péguy, che morì nella battaglia, è ricordato per i suoi scritti che evocano il patriottismo e il sacrificio. Inoltre, l’immagine dei taxi parigini che trasportavano truppe al fronte divenne un’icona della resistenza francese e fu celebrata in pitture, canzoni e poesie. ## Errore di Valutazione Tedesco Un altro fattore che contribuì alla sconfitta tedesca fu l’errore di valutazione da parte dell’alto comando tedesco riguardo alla capacità delle forze alleate di lanciare un contrattacco efficace. **In particolare, il Capo di Stato Maggiore tedesco**, Helmuth von Moltke, fu criticato per la sua mancanza di decisione e per non aver saputo adeguare la strategia quando divenne evidente che il Piano Schlieffen stava fallendo. ## Conseguenze Strategiche e Politiche Dopo la battaglia, il Generale Helmuth von Moltke fu destituito e sostituito come Capo di Stato Maggiore da Erich von Falkenhayn. Questo segnò un cambiamento nella strategia tedesca, che si concentrò su una guerra di posizione piuttosto che su un rapido movimento attraverso il territorio nemico. **La battaglia ebbe anche implicazioni politiche**, rafforzando l’Alleanza tra Francia e Regno Unito e mettendo in evidenza l’importanza della cooperazione militare tra le nazioni alleate. ## Eredità Oggi, **la Prima Battaglia della Marna è ricordata** come uno degli scontri più significativi della Prima Guerra Mondiale. Il suo impatto sull’andamento della guerra fu cruciale. Monumenti e memoriali sono stati eretti in onore di coloro che hanno combattuto e perso la vita in questa battaglia. Ogni anno, cerimonie commemorative si svolgono nei luoghi dove ebbero luogo i combattimenti. Inoltre, la battaglia ha lasciato un’eredità duratura in termini di lezioni militari, in particolare riguardo all’importanza della flessibilità e dell’adattamento delle strategie in risposta alle azioni nemiche. ## Conclusione **La Prima Battaglia della Marna fu un evento epocale** che cambiò il corso della Prima Guerra Mondiale. Segnò la fine delle ambizioni tedesche di una rapida vittoria attraverso il Piano Schlieffen e segnò l’inizio della guerra di trincea. La resistenza delle forze alleate, e in particolare il ruolo giocato dal BEF e dalle truppe francesi, fu cruciale per fermare l’avanzata tedesca. **La battaglia è anche un esempio dell’importanza della cooperazione** tra alleati e dell’adattamento delle strategie militari di fronte a circostanze impreviste. Oltre all’importanza militare, la Prima Battaglia della Marna è entrata nella storia come un simbolo di resistenza e patriottismo, in particolare per il popolo francese. La sua eredità continua ad essere celebrata attraverso memoriali, cerimonie commemorative, e nella letteratura e cultura. In un periodo in cui l’Europa era sconvolta dalla guerra, la battaglia rappresentò una manifestazione della determinazione umana e del sacrificio in nome della difesa della patria. Continua a servire come un monito sull’enorme costo della guerra e sul valore delle strategie efficaci e della collaborazione tra nazioni. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [I sette re di Roma](https://scriptamanentitalia.it/i-sette-re-di-roma/) **Published:** Giugno 15, 2023 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La storia dei sette re di Roma](#La_storia_dei_sette_re_di_Roma) - [Romolo (753-716 a.C.)](#Romolo_753-716_aC) - [Numa Pompilio (715-673 a.C.)](#Numa_Pompilio_715-673_aC) - [Tullo Ostilio (672-640 a.C.)](#Tullo_Ostilio_672-640_aC) - [Anco Marzio (640-616 a.C.)](#Anco_Marzio_640-616_aC) - [Tarquinio Prisco (616-579 a.C.)](#Tarquinio_Prisco_616-579_aC) - [Servio Tullio (578-539 a.C.)](#Servio_Tullio_578-539_aC) - [Tarquinio il Superbo (535-509 a.C.)](#Tarquinio_il_Superbo_535-509_aC) - [La fine della monarchia romana](#La_fine_della_monarchia_romana) - [La religione dei re di Roma](#La_religione_dei_re_di_Roma) - [La fase arcaica](#La_fase_arcaica) - [La fase evoluta](#La_fase_evoluta) - [L’elezione del re nell’antica Roma nell’età regia](#Lelezione_del_re_nellantica_Roma_nelleta_regia) - [Il sistema elettorale romano](#Il_sistema_elettorale_romano) - [Gli insignia regia](#Gli_insignia_regia) ## La storia dei sette re di Roma Roma, la città eterna, ebbe origine come un insediamento **piccolo** sul **colle Palatino**, sulle rive del **fiume Tevere**, nel **Lazio**. Secondo la leggenda, la città venne fondata il **21 aprile** del **753 a.C.** da **Romolo**, figlio di **Marte** e della vestale **Rea Silvia**, che uccise il suo gemello **Remo** in una lite per stabilire il luogo migliore per la fondazione. **Romolo** fu il **primo re di Roma** e diede inizio a una dinastia di sette sovrani che regnarono fino al **509 a.C.**, quando furono cacciati dal popolo che instaurò la **Res Publica**. ## Romolo (753-716 a.C.) ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/romolo.jpg "romolo - Scripta Manent Italia") Romolo fu il **primo re di Roma** e il suo regno fu caratterizzato da numerose **imprese militari** e civili. Egli ampliò i **confini della città**, conquistando i **territori dei popoli vicini**, come i **Sabini**, i **Latini** e gli **Etruschi**. Per popolare la sua città, egli organizzò il famoso **ratto delle Sabine**, cioè il **rapimento delle donne sabine** durante una festa religiosa. Dopo aspri combattimenti con questo popolo, stipulò un **trattato di pace** con i Sabini e condivise per alcuni anni il potere con il loro re **Tito Tazio**. Romolo formò le prime **istituzioni politiche e sociali di Roma**, come il **Senato** o “Consiglio del Re”, composto da **100 anziani patrizi**, e le tre **tribù dei Ramnes, dei Tities e dei Luceres**. Egli creò anche la **legione romana**, formata da **3000 fanti** e **300 cavalieri**. Romolo ascese **misteriosamente al cielo** durante una tempesta e fu venerato come un **dio con il nome di Quirino**. ## Numa Pompilio (715-673 a.C.) ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/numa-pompilio-1024x962.jpg "numa-pompilio - Scripta Manent Italia") Numa Pompilio fu il **secondo re di Roma** e il suo regno fu dedicato alla **pace e alla religione**. Egli era originario di **Cures**, una città sabina, e fu scelto come successore di **Romolo** dopo la sua morte. Numa fu considerato un **uomo saggio e pio**, che stabilì un rapporto privilegiato con le **divinità**. Egli fondò il culto di **Giove Capitolino**, il dio supremo dei romani, e costruì il **tempio sul Campidoglio**. Istituì anche il **calendario romano** di 12 mesi e le **feste religiose**. Numa creò inoltre i **collegi sacerdotali** dei pontefici, degli auguri, delle vestali e dei salii. Numa morì di **vecchiaia** e fu **sepolto sul colle Gianicolo**. ## Tullo Ostilio (672-640 a.C.) ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/Tulius-Hostilius.jpg "Tulius-Hostilius - Scripta Manent Italia") Tullo Ostilio fu il **terzo re di Roma** e il suo regno fu contrassegnato da una **ripresa delle attività belliche**. Egli era nipote di Romolo per parte materna e fu eletto re dopo la morte di Numa. Tullo Ostilio si dimostrò un sovrano **energico e ambizioso**, che volle espandere il dominio di Roma sui **popoli vicini**. Egli combatté contro gli **Alba Longa**, i **Veienti** e i **Sabini**, ottenendo importanti vittorie. La più famosa fu quella contro Alba Longa, nella quale si scontrarono i **tre fratelli Orazi e i tre fratelli Curiazi**. Tullo Ostilio trasferì poi gli abitanti di Alba Longa a Roma e distrusse la loro città. Tullo Ostilio trascurò però gli **aspetti religiosi** del suo regno e per questo fu **punito dagli dei con una pestilenza**. Morì colpito da un fulmine mentre tentava di placare Giove con un sacrificio. Guarda la PLaylist dei Sette Re di Roma## Anco Marzio (640-616 a.C.) ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/Ancusmarciuscng10300642obverse.jpg "Ancusmarciuscng10300642obverse - Scripta Manent Italia") Anco Marzio fu il **quarto re di Roma** e il suo regno fu un misto di **guerra e di pace**. Egli era figlio di **Pompilia**, la figlia di Numa, e fu eletto re dopo la morte di Tullo Ostilio. Anco Marzio riprese la politica religiosa di Numa, **restaurando i templi e i riti sacri**. Egli fu anche un **abile condottiero**, che sottomise i **Latini e i Veienti**, estendendo il territorio romano fino al mare. Per favorire il **commercio e la navigazione**, egli costruì il **porto di Ostia** alla foce del Tevere e il **ponte Sublicio** sul fiume. Egli fondò anche la città di **Ficana** sul colle Aventino e trasferì a Roma molti abitanti delle città conquistate. Anco Marzio morì per **cause naturali** e fu sepolto sul Gianicolo. ## Tarquinio Prisco (616-579 a.C.) ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/Tarquinius-Priscus.jpg "Tarquinius-Priscus - Scripta Manent Italia") Tarquinio Prisco fu il **quinto re di Roma** e il primo di origine **etrusca**. Egli era originario di **Tarquinia**, una città etrusca, e si trasferì a Roma con la moglie **Tanaquilla**. Egli divenne amico di **Anco Marzio**, che lo nominò tutore dei suoi figli. Dopo la morte di Anco Marzio, Tarquinio Prisco si fece eleggere re con l’inganno, sostenendo di aver ricevuto un **segno favorevole dagli dei**. Tarquinio Prisco fu un sovrano **illuminato e innovatore**, che portò a Roma la **cultura e l’arte etrusche**. Egli ampliò il **Senato**, portando il numero dei senatori a 300, e creò le prime **cinque centurie dei cavalieri**. Egli intraprese numerose opere pubbliche, come la costruzione del **Circo Massimo**, del **Foro Romano**, delle **mura serviane** e delle **cloache massime**. Combatté anche contro i **Latini, i Sabini e gli Etruschi**, ottenendo **grandi successi**. Tarquinio Prisco fu assassinato da **due figli di Anco Marzio**, che volevano vendicare il padre. ## Servio Tullio (578-539 a.C.) ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/Servius_by_Rouille.jpg "Servius_by_Rouille - Scripta Manent Italia") Servio Tullio fu il **sesto re di Roma** e il secondo di origine **etrusca**. Egli era figlio di una schiava di Tarquinio Prisco, che lo adottò dopo aver visto una fiamma divina avvolgergli la testa mentre dormiva. Servio Tullio succedette a Tarquinio Prisco dopo la sua morte, grazie all’appoggio della regina **Tanaquilla**. Servio Tullio fu un sovrano riformatore e popolare, che diede a Roma una **nuova organizzazione sociale e politica**. Egli divise la popolazione in **cinque classi basate sulla ricchezza** e creò i **comizi centuriati**, nei quali i cittadini votavano organizzati per censo. Concesse anche la **cittadinanza romana ai Latini alleati e ai plebei residenti sulle colline**. Realizzò inoltre importanti opere pubbliche, come il **tempio di Diana sull’Aventino** e la **via Appia**. Servio Tullio fu ucciso da suo genero **Tarquinio il Superbo**, figlio di Tarquinio Prisco, che lo rovesciò con l’aiuto della moglie **Tullia**. ## Tarquinio il Superbo (535-509 a.C.) ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/Tarquinius-Superbus.jpg "Tarquinius-Superbus - Scripta Manent Italia") Tarquinio il Superbo fu il **settimo e ultimo re di Roma** e il terzo di origine **etrusca**. Egli era figlio di Tarquinio Prisco e fratello di Tullia, la moglie di Servio Tullio. Egli usurpò il trono con la violenza, uccidendo Servio Tullio e scacciando i suoi sostenitori. Tarquinio il Superbo fu un sovrano **tirannico e orgoglioso**, che governò con l’arbitrio e la paura. Egli aumentò le tasse e i tributi per finanziare le sue guerre contro i Volsci, i Rutuli e gli Etruschi. Egli completò le opere iniziate da Tarquinio Prisco, come il **tempio di Giove Capitolino** e le **mura**. ## La fine della monarchia romana Il regno di **Tarquinio il Superbo** fu l’ultimo della **dinastia dei re di Roma**. Il suo comportamento **dispotico e arrogante** provocò il malcontento e la ribellione dei romani, che si unirono per **rovesciare il tiranno** e instaurare una forma di governo più libera e partecipativa. La scintilla che scatenò la rivoluzione fu lo **stupro di Lucrezia**, una nobile matrona romana, da parte di **Sesto Tarquinio**, figlio del re. Lucrezia, dopo aver rivelato il misfatto al marito Collatino e ad alcuni parenti e amici, si uccise per il disonore subito. Tra i presenti c’era **Lucio Giunio Bruto**, un parente dei Tarquini che fingeva di essere stupido per sfuggire alla persecuzione del re. Bruto prese il pugnale insanguinato di Lucrezia e giurò di vendicarla, **scacciando i Tarquini da Roma** e abolendo la monarchia. Egli sollevò il popolo romano contro il re e ottenne l’appoggio dell’esercito, che si trovava in guerra contro gli Etruschi ad Ardea. Tarquinio il Superbo, assente dalla città, tentò invano di rientrare a Roma con l’aiuto dei suoi alleati etruschi, ma fu respinto dalle forze dei rivoluzionari. Nel **509 a.C.**, i romani proclamarono la fine della monarchia e la nascita della Repubblica, eleggendo due consoli come capi dello stato. I primi due consoli furono Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino, il marito di Lucrezia. I Tarquini furono **banditi da Roma** e i loro beni confiscati. Iniziò così una nuova era nella storia di Roma, segnata dalla lotta tra patrizi e plebei per il potere e dalla conquista dell’Italia e del Mediterraneo. ## La religione dei re di Roma I **re di Roma** furono i primi a stabilire il rapporto tra la città e le **divinità** che la proteggevano e la guidavano. Essi furono i custodi della tradizione religiosa romana, che si basava sul rispetto dei **riti sacri** e del **diritto fas**. Essi furono anche i primi a introdurre **nuovi culti** provenienti da altre popolazioni, come gli **Etruschi** e i **Greci**. La religione dei re di Roma si può dividere in due fasi: una più **arcaica e primitiva**, legata al culto degli dei naturali e degli antenati; e una più **evoluta e organizzata**, legata al culto degli dei civici e delle divinità straniere. ## La fase arcaica La fase arcaica della religione romana si sviluppò durante i regni di Romolo, Numa Pompilio e Tullo Ostilio. In questo periodo, i romani veneravano gli **dei naturali (numina)**, che presiedevano ai fenomeni della natura e alle attività umane. Essi, più che un Dio ben identificato, erano un’entità superiore indefinita e potente. Alcuni esempi di numina sono: Iuppiter (dio del cielo), Mars (dio della guerra), Quirinus (dio della comunità), Janus (dio delle porte), Vesta (dea del focolare), Terminus (dio dei confini), Pales (dea dei pascoli), Saturnus (dio dell’agricoltura), Flora (dea dei fiori), Faunus (dio dei boschi), Silvanus (dio delle selve), ecc. I romani veneravano anche gli **antenati (manes)**, che erano considerati come spiriti benevoli che vegliavano sulla famiglia e sulla città. Essi erano onorati con offerte di cibo e bevande, soprattutto durante le feste dei Parentalia e dei Lemuria. I romani credevano anche nell’esistenza di spiriti maligni (larvae), che potevano nuocere agli uomini e agli animali. Essi erano respinti con formule magiche e gesti apotropaici. I re di Roma avevano il compito di compiere i **sacrifici agli dei** e di interpretare la loro volontà attraverso i **segni (auspicia)** e i **presagi (prodigia)**. Questi erano assistiti da alcuni sacerdoti, come i flamines, i fetiales, i salii e le vestali. ## La fase evoluta La fase evoluta della religione romana si sviluppò durante i regni di **Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo**. In questo periodo, i romani entrarono in contatto con le culture **etrusca e greca**, che influenzarono la loro religione. Essi iniziarono a identificare alcuni dei loro “numina” con gli dei olimpici dei Greci, attribuendo loro **nomi, immagini e caratteristiche personali**. Alcuni esempi di questa identificazione sono: Iuppiter-Zeus, Mars-Ares, Quirinus-Heracles, Janus-Hermes, Vesta-Hestia, Saturnus-Kronos, Flora-Chloris, Faunus-Pan, Silvanus-Silenus, ecc. I romani adottarono anche alcuni culti stranieri, come quello di **Diana (dea della caccia), di Apollo (dio del sole), di Ceres (dea del grano), di Bona Dea (dea della fertilità), di Magna Mater (dea madre)**, ecc. I re di Roma furono i promotori di questa evoluzione religiosa e costruirono numerosi **templi dedicati alle nuove divinità**. Essi organizzarono anche il **calendario romano**, stabilendo le date delle feste religiose. I sette re di Roma furono i fondatori della città e della sua civiltà. Essi lasciarono un’impronta indelebile nella storia e nella cultura romana, che si tramandò nei secoli successivi. Essi furono i primi a dare a Roma una **forma politica, una organizzazione sociale, una tradizione religiosa e una identità culturale**. Essi furono anche i primi a espandere il dominio di Roma sui popoli vicini, ponendo le basi per la futura conquista dell’Italia e del Mediterraneo. La loro memoria fu sempre venerata dai romani, che li consideravano come **eroi e modelli da imitare**. ## L’elezione del re nell’antica Roma nell’età regia L’antica Roma fu governata da **sette re** dal **753 al 509 a.C.**, quando la monarchia fu abolita e sostituita dalla **Repubblica**. I re di Roma furono i fondatori della città e della sua civiltà, e detennero il **potere assoluto** sul popolo e sul territorio. Ma come venivano eletti i re di Roma? Quali erano le regole e le procedure che regolavano la **successione al trono**? Quali erano i requisiti e le qualifiche necessarie per diventare re? ## Il sistema elettorale romano Il sistema elettorale romano era basato sul principio dell’elettività, cioè il re non era scelto in base alla **discendenza dinastica** o alla **parentela** con il re precedente, ma in base alla sua **capacità e alla sua popolarità**. Il re non era neanche **ereditario**, cioè non poteva trasmettere il potere ai suoi figli o ai suoi parenti. Il re era eletto a **vita**, cioè rimaneva in carica fino alla sua morte naturale o violenta. Il re era eletto dal popolo di Roma, riunito in un’assemblea chiamata **comizi curiati** (comitia curiata), che rappresentava le tre tribù originarie di Roma: i Ramnes, i Tities e i Luceres. Ogni tribù era suddivisa in dieci **curie (curiae)**, che erano delle unità territoriali e militari. Ogni curia aveva un voto, per un totale di trenta voti. Il comizio curiato si riuniva sul colle Capitolino o sul colle Palatino, sotto la presidenza di un magistrato chiamato **interrex** (interregnum), che era un senatore scelto a turno tra i membri del Senato. L’interrex aveva il compito di nominare un candidato al trono, che poteva essere scelto da qualsiasi fonte: poteva essere un cittadino romano, un personaggio giunto da una città vicina o un alleato. Il candidato doveva avere alcune **qualifiche**, come la nobiltà di nascita, la ricchezza, la fama, il coraggio, la saggezza e il rispetto degli Dei. Il candidato doveva anche avere il consenso degli dei, che si manifestava attraverso dei **segni favorevoli o sfavorevoli**. L’interrex presentava il candidato al comizio curiato, che poteva accettarlo o rifiutarlo con una votazione a maggioranza semplice. Se il candidato veniva accettato, diventava re di Roma; se veniva rifiutato, l’interrex doveva nominare un altro candidato e ripetere la procedura. Se dopo cinque giorni nessun candidato veniva accettato, l’interrex passava il potere a un altro interrex e così via fino a quando non si trovava un re. ## Gli insignia regia **Il re di Roma era il capo supremo dello stato**. Egli aveva il potere militare (imperium), il potere religioso (sacra) e il potere giudiziario (fas). Egli aveva anche il potere di proposta legislativa al Senato e al popolo (lex) e il potere esecutivo (acta). **Per distinguersi dagli altri cittadini e per mostrare la sua autorità**, il re di Roma indossava degli insignia regia, cioè dei simboli del suo potere. Gli insignia regia erano: - La toga picta, una veste di lana bianca con una striscia porpora, decorata con ricami d’oro e con una bordatura di ermellino. Era il simbolo della dignità e della maestà del re. - Le calcei mullei, delle scarpe di cuoio di colore rosso, con una fibbia d’oro. Erano il simbolo della nobiltà e della ricchezza del re. - Il diadema, una fascia di lana bianca, che il re portava intorno alla testa. Era il simbolo della purezza e della sacralità del re. - La sella curulis, una sedia pieghevole di avorio, con quattro gambe a forma di X. Era il simbolo del potere giudiziario e militare del re. - I fasces, dei fasci di verghe di legno, legati da una cinghia di cuoio e con un’ascia che sporgeva dalla parte superiore. Erano il simbolo del potere coercitivo e punitivo del re. - I lictores, dodici servi armati di fasces, che accompagnavano il re ovunque andasse. Erano il simbolo della protezione e della forza del re. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Antica Roma, Top **Tag:** Antica Roma --- ### [La Prima coalizione: la guerra tra la Francia rivoluzionaria e le monarchie europee](https://scriptamanentitalia.it/la-prima-coalizione-la-guerra-tra-la-francia-rivoluzionaria-e-le-monarchie-europee/) **Published:** Giugno 14, 2023 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le cause della guerra](#Le_cause_della_guerra) - [Le fasi della guerra](#Le_fasi_della_guerra) - [I protagonisti e le strategie militari](#I_protagonisti_e_le_strategie_militari) - [Gli effetti politici e sociali della rivoluzione francese sulle altre nazioni](#Gli_effetti_politici_e_sociali_della_rivoluzione_francese_sulle_altre_nazioni) La fine del 18° secolo fu un periodo di grandi cambiamenti politici e sociali in Europa. **La Rivoluzione francese, iniziata nel 1789 con la presa della Bastiglia**, mise in discussione l’ordine stabilito dalle monarchie assolute e propose un nuovo modello di governo basato sui principi di libertà, uguaglianza e fraternità. La Francia rivoluzionaria si trovò però ad affrontare la resistenza e l’ostilità delle altre potenze europee, che temevano il contagio delle idee rivoluzionarie e volevano restaurare i Borboni sul trono francese. **Così, nel 1792, si formò la Prima coalizione**, un’alleanza tra la maggior parte delle monarchie europee dell’Ancien Régime contro la Francia. Tra i membri della coalizione c’erano l’Austria, la Prussia, la Gran Bretagna, la Spagna, il Regno di Sardegna, il Regno di Napoli, lo Stato della Chiesa e altri stati minori. La guerra si svolse su diversi fronti: il Belgio, il Reno, l’Italia, i Paesi Bassi, la Spagna e i Caraibi. **La guerra ebbe alterne vicende e durò fino al 1797**. Dopo alcuni insuccessi iniziali, la Francia rivoluzionaria riuscì a respingere gli attacchi dei coalizzati e a invadere i Paesi Bassi con l’obiettivo di diffondere la rivoluzione. Ma nel 1793, a causa di contrasti interni tra politici e generali e di una ribellione realista in Vandea, la Francia subì una serie di gravi sconfitte che fecero temere per la sopravvivenza della Rivoluzione. La situazione si ribaltò grazie alle energiche misure prese dal Comitato di salute pubblica, che rafforzò la determinazione delle armate rivoluzionarie francesi. Nel 1794, la Francia vinse la battaglia di Fleurus e riprese l’avanzata in Belgio, Paesi Bassi e Renania. **Nel 1796-1797, il generale Napoleone Bonaparte condusse una brillante campagna in Italia**, sconfiggendo gli austriaci in numerose battaglie e costringendoli a firmare il Trattato di Campoformio. Con questo trattato, la Prima coalizione si sciolse e la Francia ottenne importanti conquiste territoriali: il Belgio, la Savoia, la Renania e alcune isole veneziane. Inoltre, furono create delle Repubbliche sorelle filo-francesi in Italia e in Olanda. Parte della Repubblica di Venezia fu ceduta all’Impero austriaco. La Prima coalizione fu quindi una guerra cruciale per la storia dell’Europa, che vide il trionfo della Francia rivoluzionaria e l’ascesa di Napoleone Bonaparte. **Fu anche una guerra che anticipò le successive guerre** napoleoniche, che avrebbero coinvolto nuovamente le potenze europee in conflitti per il predominio del continente. Ma quali furono le cause e le conseguenze di questa guerra? Quali furono i protagonisti e le strategie militari? Quali furono gli effetti politici e sociali della rivoluzione francese sulle altre nazioni? Cerchiamo di rispondere a queste domande in modo divulgativo. ## Le cause della guerra La Rivoluzione francese fu un evento epocale che cambiò radicalmente il volto della Francia e dell’Europa. La Francia era uno dei paesi più popolosi e potenti del continente, ma era anche afflitta da gravi problemi economici e sociali. **Il re Luigi XVI era un sovrano debole e indeciso**, incapace di riformare il sistema fiscale e di affrontare il malcontento delle classi popolari. La nobiltà e il clero godevano di privilegi e immunità, mentre il terzo stato, che comprendeva la borghesia, i contadini e gli artigiani, era oppresso da tasse eccessive e da una mancanza di diritti politici. Nel 1789, il re convocò gli Stati generali, un’assemblea che riuniva i rappresentanti dei tre ordini, per cercare di risolvere la crisi finanziaria dello stato. **Ma i deputati del terzo stato, ispirati dalle idee dell’Illuminismo e dalla rivoluzione americana,** si ribellarono al sistema feudale e si proclamarono Assemblea nazionale. Il 14 luglio 1789, il popolo di Parigi assaltò la Bastiglia, simbolo del dispotismo reale, e diede inizio alla rivoluzione. Nei mesi successivi, l’Assemblea nazionale approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che sanciva i principi fondamentali della nuova società, e la Costituzione del 1791, che stabiliva una monarchia costituzionale. **La rivoluzione francese non fu però un processo lineare e pacifico**. Al suo interno si svilupparono diverse correnti politiche, che andavano dai moderati ai radicali, dai monarchici ai repubblicani, dai giacobini ai girondini. La rivoluzione dovette anche affrontare la resistenza dei sostenitori dell’Antico regime, sia interna che esterna. Infatti, molti nobili e membri del clero emigrarono all’estero e cercarono l’appoggio delle altre monarchie europee per rovesciare la rivoluzione. **Il re stesso tentò di fuggire dalla Francia nel 1791, ma fu arrestato e accusato di tradimento.** Le monarchie europee, in particolare l’Austria e la Prussia, videro nella rivoluzione francese una minaccia per i loro interessi e per la stabilità del continente. Temevano che le idee rivoluzionarie si diffondessero tra i loro sudditi e provocassero sommosse e ribellioni. **Inoltre, avevano ambizioni territoriali sulla Francia e sui suoi possedimenti coloniali.** Così, formarono una coalizione contro la Francia rivoluzionaria e le dichiararono guerra nel 1792. La Francia rivoluzionaria non si lasciò intimidire dalla coalizione e rispose con una dichiarazione di guerra all’Austria il 20 aprile 1792. La Francia si presentava come la difensore della libertà dei popoli contro il dispotismo delle monarchie. La guerra era vista anche come un mezzo per esportare la rivoluzione e per eliminare i nemici interni della patria. La guerra era quindi una guerra rivoluzionaria, che coinvolgeva non solo gli eserciti regolari, ma anche i volontari civili, mossi da un forte spirito patriottico e repubblicano. ## Le fasi della guerra La guerra della Prima coalizione si svolse in diverse fasi e su diversi teatri di operazioni. Possiamo distinguere quattro fasi principali: – **La prima fase (1792-1793)** fu caratterizzata da un’iniziale offensiva francese in Belgio e in Renania, seguita da una serie di sconfitte che portarono alla perdita dei territori conquistati e alla minaccia di invasione della Francia stessa. La Francia dovette anche affrontare la ribellione realista in Vandea e la guerra con la Spagna sui Pirenei. – **La seconda fase (1794-1795)** vide il rafforzamento della Francia rivoluzionaria grazie alla mobilitazione generale delle risorse umane e materiali sotto la guida del Comitato di salute pubblica. La Francia vinse la battaglia di Fleurus nel 1794 e riprese l’iniziativa in Belgio, in Renania e nei Paesi Bassi. Nel 1795 firmò la pace con la Prussia e con la Spagna. – **La terza fase (1796-1797)** fu dominata dalla campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte, che sconfisse ripetutamente gli austriaci e i loro alleati, conquistando gran parte della penisola e creando delle repubbliche sorelle. Napoleone si dimostrò un abile stratega e un carismatico leader, guadagnandosi la fama e il rispetto dei suoi soldati e dei suoi nemici. La sua vittoria a Rivoli nel 1797 aprì la strada alla firma del Trattato di Campoformio, che pose fine alla guerra con l’Austria e riconobbe le conquiste francesi. – **La quarta fase (1798-1801)** fu caratterizzata dalla guerra con la Gran Bretagna, l’unica potenza rimasta in guerra con la Francia. La Gran Bretagna aveva il dominio dei mari e poteva minacciare le coste francesi e i suoi possedimenti coloniali. La Francia tentò di contrastare la potenza navale britannica con una spedizione in Egitto, guidata da Napoleone, che aveva l’obiettivo di tagliare le comunicazioni tra la Gran Bretagna e l’India. Ma la spedizione fallì a causa della sconfitta navale di Abukir nel 1798, che lasciò l’armata francese isolata in Egitto. La guerra si concluse con il Trattato di Amiens nel 1802, che ristabilì la pace tra le due nazioni. ## I protagonisti e le strategie militari La guerra della Prima coalizione vide il confronto tra due modelli di esercito e di strategia militare diversi. Da una parte c’erano gli eserciti delle monarchie europee, composti da soldati professionisti, disciplinati e ben equipaggiati, ma anche rigidi e poco adattabili alle situazioni impreviste. **Gli eserciti coalizzati erano guidati da generali esperti e nobili, ma anche gelosi e poco coordinati tra loro.** La loro strategia era basata su una guerra di posizione, che mirava a difendere i propri confini e a conquistare quelli nemici. Dall’altra parte c’era l’esercito della Francia rivoluzionaria, composto da volontari civili, motivati dal patriottismo e dall’entusiasmo, ma anche disordinati e male armati. **L’esercito francese era guidato da generali giovani e ambiziosi**, che dovevano sottostare al controllo politico dei rappresentanti in missione. La loro strategia era basata su una guerra di movimento, che mirava a sorprendere il nemico con attacchi rapidi e audaci. **Tra i protagonisti militari della guerra spiccano** alcuni nomi che hanno segnato la storia dell’Europa. Tra i coalizzati possiamo ricordare il duca di Coburgo, comandante delle forze austriache in Belgio; l’arciduca Carlo d’Austria, fratello dell’imperatore Francesco II e abile generale; il duca di York, figlio del re Giorgio III d’Inghilterra e comandante delle forze britanniche nei Paesi Bassi; Horatio Nelson, il celebre ammiraglio britannico che sconfisse la flotta francese ad Abukir; il duca di Brunswick, comandante delle forze prussiane in Renania; Antonio Ricardos, comandante delle forze spagnole nei Pirenei. Tra i francesi possiamo ricordare Lazare Carnot, il “grande organizzatore della vittoria”, che coordinò le operazioni militari dal Comitato di salute pubblica; Lazare Hoche, il generale che pacificò la Vandea e invase l’Irlanda; Jean Victor Moreau, il generale che vinse a Hohenlinden contro gli austriaci; Jean-Baptiste Jourdan, il generale che vinse a Fleurus contro gli austriaci; Jean-Charles Pichegru, il generale che conquistò i Paesi Bassi; Andrea Massena, il generale che difese Genova dall’assedio austriaco; Charles François Dumouriez, il generale che vinse a Valmy e a Jemappes contro i prussiani e gli austriaci; François Kellermann, il generale che comandò la cavalleria a Valmy; Jean-Baptiste Kléber, il generale che combatté in Egitto e in Vandea; Barthélemy Schérer, il generale che combatté in Italia; Jeannot de Moncey, il generale che combatté in Spagna; Jacques Dugommier, il generale che vinse a Montagne Noire contro gli spagnoli; Jean Lannes, il generale che si distinse in Italia e in Egitto. **Ma il protagonista indiscusso della guerra fu Napoleone Bonaparte**, il giovane generale corso che si impose all’attenzione della Francia e dell’Europa con le sue vittoriose campagne in Italia. Napoleone dimostrò una straordinaria capacità di comando, di strategia e di tattica militare. Sapeva motivare i suoi soldati con discorsi ispirati e con la sua presenza sul campo di battaglia. Sapeva sfruttare le debolezze del nemico e colpirlo con rapidità e decisione. Sapeva anche trattare con i governi e le popolazioni dei territori conquistati, creando delle repubbliche sorelle e imponendo delle condizioni di pace vantaggiose per la Francia. Napoleone fu il vero artefice della vittoria della Francia rivoluzionaria e il fondatore del suo impero. ## Gli effetti politici e sociali della rivoluzione francese sulle altre nazioni La guerra della Prima coalizione ebbe degli effetti politici e sociali non solo sulla Francia, ma anche sulle altre nazioni coinvolte nel conflitto. **La rivoluzione francese fu infatti un evento che scosse le coscienze e le strutture delle società europee**, provocando reazioni diverse a seconda dei contesti. In alcuni paesi, la rivoluzione francese fu vista come un modello da imitare o da sostenere. Fu il caso delle Repubbliche sorelle create in Italia e in Olanda, dove i patrioti locali si allearono con i francesi per rovesciare i governi assolutisti e per instaurare dei regimi repubblicani ispirati ai principi rivoluzionari. Fu il caso anche di alcuni stati tedeschi, come il Baden, il Württemberg e la Baviera, dove i governanti approfittarono della guerra per introdurre delle riforme liberali e per accrescere la loro autonomia dall’Impero. **In altri paesi, la rivoluzione francese fu vista come una minaccia** da combattere o da contenere. Fu il caso delle monarchie europee, che si coalizzarono contro la Francia per difendere i loro interessi e per preservare l’ordine stabilito. Fu il caso anche di alcuni stati italiani, come il Regno di Napoli, lo Stato della Chiesa e la Repubblica di Venezia, dove i governanti cercarono di resistere all’avanzata francese e di reprimere i movimenti patriottici. Fu il caso infine di alcuni movimenti popolari, come la ribellione in Vandea o la guerra dei contadini nel Tirolo, dove i contadini si sollevarono contro le riforme imposte dai francesi o dai loro alleati, considerate contrarie alla loro fede religiosa e alle loro tradizioni. **La guerra della Prima coalizione** fu una guerra che cambiò profondamente il volto dell’Europa, segnando la fine dell’Ancien Régime e l’inizio dell’età contemporanea. Fu una guerra che vide il trionfo della Francia rivoluzionaria e l’ascesa di Napoleone Bonaparte. Fu una guerra che anticipò le successive guerre napoleoniche, che avrebbero coinvolto nuovamente le potenze europee in conflitti per il predominio del continente. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Storia Moderna, Top **Tag:** Francia --- ### [I semi d'uva che svelano la seconda vita di Menfi](https://scriptamanentitalia.it/antichi-scavi-menfi-scoperta-torchio-vino/) **Published:** Settembre 7, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Mit Rahina**, in **Egitto**, gli archeologi hanno riportato alla luce nuove testimonianze che raccontano la complessa evoluzione urbana di **Menfi**, la prima grande capitale amministrativa del Paese. Gli scavi, condotti da una missione congiunta del **Consiglio supremo delle antichità egiziano** e del **Museo di Shanghai**, si sono concentrati nell’area del tempio dedicato alla dea **Sekhmet**. I ricercatori hanno individuato strutture e reperti che permettono di ricostruire i cambiamenti del paesaggio cittadino attraverso i secoli e celebrano una rinnovata cooperazione internazionale nella tutela del patrimonio. La scoperta. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il porto romano sulle tracce di Ottaviano](https://scriptamanentitalia.it/scavi-porto-romano-cesine/) **Published:** Settembre 7, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Vernole, in Puglia, riprendono le indagini archeologiche per svelare i segreti di un antico approdo e di un insediamento costiero ancora in gran parte inesplorato. Le ricerche, che si svolgeranno sia a terra sia in mare, si concentreranno fino al 4 ottobre all'interno della riserva naturale statale oasi Wwf Le Cesine, specificamente nella località di San Giovanni. Sul fronte subacqueo, l'attenzione degli studiosi è rivolta al grande complesso portuale sommerso situato davanti all'Edificio Idrovoro. Le strutture superstiti delineano un molo dotato di piattaforma, caratterizzato da un lungo braccio rettilineo che si distacca dalla linea di costa. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il tesoro vichingo che svela l'economia del X secolo](https://scriptamanentitalia.it/tesoro-vichingo-argento-scoperto-danimarca/) **Published:** Settembre 7, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Rebild**, in **Danimarca**, un normale lavoro di giardinaggio domestico si è trasformato nella scoperta della più imponente collezione di argento di epoca vichinga mai rinvenuta nel Paese. Un cittadino, intento a rimuovere erbacce, pietre e ghiaia per costruire un nuovo patio nel proprio cortile, ha estratto dal terreno quaranta libbre (18,14 kg) di materiali preziosi risalenti al **X secolo**. Il ritrovamento, avvenuto in un moderno quartiere residenziale, comprende oltre settecento oggetti, tra cui lingotti, bracciali, frammenti di argento tagliato, quarantasette monete e un minuscolo pendente a forma di martello di Thor. Il. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [L’economia unì Roma molto più delle legioni](https://scriptamanentitalia.it/circolazione-monete-romane-economia-repubblica/) **Published:** Settembre 4, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A San Paolo, in Brasile, gli studiosi dell'**Università di San Paolo** hanno completato una vasta mappatura della circolazione monetaria antica, analizzando le tracce di circa quattro milioni di reperti. I risultati della ricerca sembrano indicare che la solidità del dominio romano non dipese esclusivamente dalla forza delle legioni, ma soprattutto da una profonda e radicata integrazione economica dei territori sottomessi. Per secoli, la ricostruzione della storia antica si è basata prevalentemente sull'interpretazione dei testi classici, sull'epigrafia e sull'analisi dei materiali rinvenuti durante gli scavi o conservati nei musei. Negli ultimi anni, tuttavia, la digitalizzazione. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Le case nate sulle rovine dei templi di Menfi](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-abitazioni-templi-menfi-egitto/) **Published:** Settembre 4, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Mit Rahina**, in Egitto, gli archeologi hanno portato alla luce i resti di antiche strutture domestiche e laboratori situati nei pressi del **Tempio di Sekhmet**, nell'area che un tempo ospitava la celebre capitale di Menfi. Il ritrovamento, effettuato da un gruppo di ricerca congiunto formato dal **Consiglio Supremo delle Antichità** egiziano e dal **Museo di Shanghai**, offre una nuova prospettiva sulle fasi di trasformazione del tessuto urbano della città antica, i cui risultati sono stati inizialmente riportati da *La Brújula Verde*. Le abitazioni scoperte dagli studiosi sono state. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Lo scudo vandalo scoperto in una discarica](https://scriptamanentitalia.it/scudo-vandalo-discarica-polonia/) **Published:** Settembre 4, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** In **Polonia**, un ritrovamento archeologico del tutto inaspettato è avvenuto in un contesto inusuale. Un uomo, intento a perlustrare una discarica alla ricerca di pezzi di ricambio per automobili, ha rinvenuto un reperto storico risalente a milleottocento anni fa, collocabile quindi tra il II secolo e il III secolo. L'oggetto scoperto tra i rottami è uno scudo che, secondo le prime valutazioni, sarebbe appartenuto a un guerriero vandalo. Al momento del ritrovamento, l'umbone in ferro dello scudo, ovvero la parte centrale e sporgente, si presentava ricoperto da un compatto strato di terra incrostata. La peculiarità della. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questi specifici esemplari d'argento furono coniati. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [L’uomo che domina il leopardo: la nuova scultura di Karahantepe](https://scriptamanentitalia.it/scultura-uomo-leopardo-karahantepe-turchia/) **Published:** Settembre 3, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Şanlıurfa, nel sud-est della Turchia, gli scavi archeologici hanno restituito un'affascinante testimonianza del passato remoto. Nel sito neolitico di Karahantepe è stata infatti rinvenuta una scultura risalente a undicimila anni fa, la quale raffigura una persona seduta sulla schiena di un leopardo. I dettagli del ritrovamento, diffusi inizialmente dal quotidiano Yeni Şafak, evidenziano la particolarità del manufatto. La statua possiede un'altezza di ventotto pollici ed è emersa in un contesto architettonico ben definito. I ricercatori hanno scoperto la scultura appoggiata su una panchina, situata lungo la parete di una struttura a pianta circolare. Il ministro della. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il porto etrusco perduto riemerge a Santa Marinella](https://scriptamanentitalia.it/porto-etrusco-scoperto-santa-marinella/) **Published:** Settembre 3, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Santa Marinella**, lungo la costa del Tirreno centrale, le acque poco profonde hanno restituito le tracce di quello che gli studiosi ritengono essere un porto etrusco perduto. I resti si trovano a circa ottocento metri a nord dell'antico insediamento romano di Castrum Novum, a una profondità di appena un metro e mezzo e a circa novanta metri dalla linea di costa attuale. La scoperta, descritta sulle pagine della rivista scientifica *Journal of Cultural Heritage*, è frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori guidati da **Mauro Giorgi** dell'**Università Sapienza di. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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I romani erano un popolo profondamente devoto e permeato di superstizione, abituato. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I nuovi affreschi che svelano l'antica Smirne](https://scriptamanentitalia.it/affreschi-mosaici-scavi-antica-smirne/) **Published:** Settembre 2, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Smirne**, nel centro storico dell'odierna città di **Izmir** in **Turchia**, gli archeologi hanno fatto una scoperta senza precedenti per l'area dell'antica agorà e del teatro cittadino. Le recenti campagne di scavo hanno infatti portato alla luce tre nuovi ambienti risalenti alla Tarda Antichità, impreziositi da pitture parietali che non erano mai state documentate prima in questo specifico settore del sito. I tre spazi appena individuati si trovano in posizione adiacente a una pavimentazione a mosaico che era già stata scoperta nel corso dell'anno precedente. Le nuove stanze confermano la. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Cinque delle iscrizioni individuate, infatti, fanno esplicito riferimento a una divinità finora del tutto sconosciuta agli. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I segreti vegetali nei colori dell’antico Egitto](https://scriptamanentitalia.it/segreti-colori-antico-egitto-leganti-pittura/) **Published:** Settembre 1, 2026 **Author:** Redazione **Content:** Le pitture murali, i sarcofagi lignei e i rilievi in calcare giunti dall’antico Egitto continuano a colpire per la straordinaria vivacità delle tinte, rimaste intatte dopo millenni. Dietro questa eccezionale resistenza temporale non si nascondeva soltanto la qualità dei pigmenti minerali, ma una sapiente alchimia organica nella preparazione di leganti e adesivi. Una nuova indagine scientifica ha rivelato che le ricette impiegate dagli artisti egizi erano molto più elaborate e complesse di quanto ritenuto finora dagli archeologi, arrivando a comprendere l'uso di sottoprodotti vegetali e miscele animali inedite. La ricerca, pubblicata sulla rivista *Science Advances*, è. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [L'ultimo rito per il custode dei segreti del re](https://scriptamanentitalia.it/saqqara-tomba-sakhentiu-ptah-antico-regno-rituali/) **Published:** Settembre 1, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Saqqara, nella vasta necropoli egizia situata alle porte del Cairo, gli archeologi hanno riportato alla luce la sepoltura di un influente funzionario dell'Antico Regno. La struttura, individuata nel settore occidentale dell'area del Bubasteion durante la prima stagione di scavo condotta da una missione egiziana, custodiva un contesto rituale di eccezionale valore documentario. Davanti al falso portale della cappella funeraria si trovavano ancora, nella loro esatta collocazione originaria, gli strumenti in pietra utilizzati durante le cerimonie dedicate al defunto. L'uomo sepolto nel complesso monumentale era **Sakhentiu-Ptah**, un personaggio di primissimo piano nell'amministrazione statale. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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I lavori sul campo hanno preso avvio nel. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La flotta romana riaffiora dal mare delle Egadi](https://scriptamanentitalia.it/scoperte-archeologiche-isole-egadi-relitti/) **Published:** Agosto 31, 2026 **Author:** Redazione **Content:** Nelle acque delle **Isole Egadi**, in Sicilia, la storia del Mediterraneo non è andata perduta. Attorno alle coste di **Favignana**, **Levanzo** e **Marettimo**, le correnti marine hanno preservato un immenso archivio sommerso fatto di relitti, anfore, elmi e rostri da guerra. Le campagne di archeologia subacquea stanno riportando alla luce testimonianze che raccontano secoli di commerci e battaglie. È proprio nei fondali di Levanzo che si conservano le tracce di uno scontro decisivo per le sorti dell'antichità: la Battaglia delle Egadi. Combattuta il 10 marzo del 241 a.C., l'operazione. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il fondale di Porto Rotondo svela tre anfore romane](https://scriptamanentitalia.it/scoperte-anfore-romane-porto-rotondo/) **Published:** Agosto 31, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Porto Rotondo, in Sardegna, un'attività di routine finalizzata alla sicurezza marittima ha rivelato una traccia inaspettata del passato commerciale dell'isola. I sommozzatori della Polizia di Stato di Olbia hanno infatti riportato alla luce tre anfore romane in terracotta, rimaste adagiate sul fondale marino per secoli e giunte fino ai nostri giorni ancora integre. L'operazione ha avuto origine in modo del tutto fortuito. Durante una normale immersione di controllo dello specchio acqueo, la squadra dipendente dall'Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico della Questura di Sassari ha notato un frammento isolato, apparentemente riconducibile a un semplice coccio. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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L'idea che il marmo bianco rappresenti un ideale assoluto di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Chen Du Xiu: il fondatore del partito comunista cinese, prima di Mao](https://scriptamanentitalia.it/chen-du-xiu-il-fondatore-del-partito-comunista-cinese-prima-di-mao/) **Published:** Gennaio 21, 2023 **Author:** Giovanni Sarrocco **Content:** **La storia della Cina moderna nell’immaginario collettivo appare indissolubilmente legata alla figura del “Grande timoniere” Mao Zedong** come artefice della creazione dello stato comunista più popoloso del mondo. In realtà Mao non fu l’unico protagonista di tale processo, né fu uno dei fondatori del primo partito comunista cinese. Anzi nel passaggio dalla Cina imperiale ad un progetto di Cina democratica furono altri, in tempi e in contesti differenti, gli artefici di tale passaggio, tra questi, sicuramente, **Sun Yat Sen** e appunto il meno conosciuto **Chen Du Xiu**. Del primo non parlerò in questo post ma chiaramente mi soffermerò sull’opera del secondo. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/Chen-Du-Xiu-1024x614.jpeg "Chen-Du-Xiu - Scripta Manent Italia")Nato nel 1880 da una famiglia che aveva prodotto alti burocrati ma che si era impoverita **Chen Du Xiu** fu educato secondo le più rigide regole del confucianesimo e a 17 anni riuscì a superare i primi due gradi degli esami imperiali. **Peraltro già a 18 abbandonò gli studi volti ad una carriera** “burocratica” preferendo frequentare una scuola di architettura navale. Affascinato dalla cultura occidentale fu impegnato da subito in movimenti di protesta e rivolta che già una volta nel 1902 lo costrinsero a riparare in Giappone. Pur non apprezzando in pieno il nazionalismo di **Sun Yat Sen** partecipò attivamente alla rivoluzione del 1911 divenendo commissario dell’educazione nella sua provincia. Partecipò inoltre alla “seconda rivoluzione” del 1913 e si ritrovò “esiliato on Giappone prima, poi in Francia, in quegli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale che furono tanto significativi per la formazione di nuove prospettive nell’ambito della letteratura, dell’arte e in genere della cultura francese “. **Rientrato in Cina è nel 1915 che il pensiero e l’azione di Chen Du Xiu** si concretizzarono nella nascita della rivista Gioventù Nuova, vero e proprio manifesto di rinnovamento culturale, che partendo da una feroce critica all’etica confuciana guardava ad occidente con l’intento di un radicale rinnovamento intellettuale e sociale della nazione cinese. **Attirando a sé diversi intellettuali** ben presto Gioventù Nuova passò da un interesse di tipo culturale filosofico rispetto le esigenze di modernizzazione della società cinese alla trattazione di tematiche prettamente economico sociali. Ed è in questo frangente che Chen Du Xiu matura il suo interesse verso il pensiero socialista e l’analisi storico economica marxista. Chiaramente l’evolversi della situazione in Russia nel 1917 spinse molti intellettuali ad aderire alle idee del bolscevismo tra cui lo stesso Chen Du Xiu (divenuto dal 1916 preside della facoltà di lettere a Pechino) seppure all’inizio si mantenne su posizioni più moderate. **Il 1919 segnò il punto di svolta tra teoria e prassi. Lo scontento seguito** alle decisioni di Versailles, che vedevano cedere i territori controllati dai tedeschi in Cina direttamente ai Giapponesi, si trasformò il 4 maggio in una serie di manifestazioni che si allargarono in generale anche ad una opposizione antiimperialista (verso giapponesi ed occidentali).In tal senso il movimento del 4 maggio viene considerato ancora oggi da molti storici l’inizio della storia contemporanea cinese con la crisi definitiva della vecchia cultura confuciana. E’ inutile dire che **Chen Du Xiu** fu uno dei prestigiosi intellettuali dell’epoca che aderirono al movimento. Successivamente a questi eventi, e sulla spinta di queste nuove istanze di rinnovamento, l’idea portata avanti da Chen Du Xiu e Li Da Zhao di formare un partito, venne reputata quindi come indispensabile per un radicale cambio sociale e culturale della Cina. E questo partito fu di matrice marxista leninista. Nacque così il partito comunista cinese nel 1921 e tra i fondatori ci furono Li Da Zhao e appunto Chen Du Xiu che ne divenne presidente. **Partito che dal 1924 entrò in alleanza** col partito nazionalista Guomindang del vecchio Sun Yat Sen (Fronte Unito) che nella fase finale della sua vita, cosciente di una impossibilità di collaborazione con altre forze “interne”per la costruzione di una nuova nazione cinese, si rivolse all’URSS e al Comintern. La forte ingerenza di quest’ultimo nel partito comunista cinese (di cui erano iniziati i rapporti già dal 19) però non fu mai vista di buon occhio da **Chen Du Xiu** che seppur in minoranza nel comitato centrale del partito, e costretto ad accettare la linea della maggioranza, non risparmiò mai le sue critiche al partito nazionalista e alla linea politica del Fronte Unito. Peraltro il Comintern premeva anche per il rafforzamento della presenza comunista nel Guomindang. **Chen Du Xiu** previse che ciò avrebbe portato ad una crisi con l’ala destra del partito nazionalista di Chang Kai Shek, succeduto dal 1925 a Sun Yat Sen morto nello stesso anno, e ciò avvenne appunto nel 1927. Il comitato centrale del PCC da tempo ormai allineato col Comintern ritenne però proprio Chen Du Xiu (insieme ad altri esponenti di partiti) colpevole del fallimento del Fronte Unito che fu quindi rimosso da Presidente. Ritiratosi dal comitato centrale, pur rimanendo nel partito, continuò a scrivere articoli contro il Guomindang. Nel 1928 incontrò **Lev Trotzky** con cui trovò una ampia convergenza di opinioni. Da lì in poi insieme ad altri esponenti del partito tra cui Peng Suzhi costituirà l’ala troskista del PCC e la sua linea politica sarà improntata non sulla classica teoria delle due fasi (prima rivoluzione borghese e poi socialista) ma bensi ,proprio su quella della rivoluzione continua di matrice troskista propensa all’alleanza immediata del proletariato e dei contadini per una rivoluzione socialista. Inoltre si adoperò per una maggiore democrazia interna del Partito Comunista Cinese. **Tale situazione non venne sopportata dal comitato centrale e quindi portò in breve alla sua espulsione dal partito nel 1929**. Peraltro i troskisti cinesi non riuscirono ad organizzarsi in un Fronte comune tanto da rendere necessario un incontro nel 1932 a Shangai. Uno dei partecipanti però avvisò la polizia del Guomindang e Chen Du Xiu e gli altri esponenti vennero incarcerati. ![Sede del primo Congresso del PCC , nell'ex concessione francese di Shanghai](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/sede-pcc-1024x768.jpg "sede-pcc - Scripta Manent Italia")Sede del primo Congresso del PCC nellex concessione francese di Shanghai**Rilasciato nel 1939**, in anticipo rispetto alla pena di dodici anni, resosi conto che il troskismo ormai si batteva più su questioni teoriche che pratiche (Trotzky peraltro era morto assassinato a città del Messico nel 1938), se ne distaccò, individuando nella lotta al Giappone l’unica possibilità di sollevare le masse cinesi. Nel fare ciò cercò , con scarso successo, di formare nuove alleanze politiche con le forze non allineate col Partito Comunista Cinese o col **Guomindang** (intanto di nuovo riuniti nel secondo fronte unito). Per tutta risposta il PCC lo accusò di essere una spia giapponese. Proseguirà con questa “nomina” nella sua attività politica con scarso successo. Fuggendo dall’invasione giapponese seguirà il Guomindang fino ad arrivare nella città di Jiangjin dove morirà nel 1942. **Chen Du Xiu**, con la sua vita e il suo operato, attraversa tutte le fasi che portano dalla fine del vecchio mondo imperiale cinese agli albori di quella che sarà la nuova Repubblica Cinese di Mao. In lui si riassumono tutte le fasi di un pensiero che partendo da una semplice esigenza di rinnovamento democratico si avvicina e aderisce al pensiero comunista e approda alla critica “trotzkista” dello stesso. Personaggio che forse, per onestà intellettuale, fu sempre scomodo per le diverse parti politiche in gioco in quegli anni, e per questo politicamente abbandonato. ![author avatar](https://secure.gravatar.com/avatar/be2dd5150916a8fb55ef4daa10f4d7f84e4f9d7024ad135bb40a6dad9dd07272?s=300&d=mm&r=g) Giovanni Sarrocco [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/aliena/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/aliena/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top **Tag:** Cina --- ### [I segreti marittimi dell'antico porto di Volterra](https://scriptamanentitalia.it/scavi-porto-romano-vada-volaterrana/) **Published:** Agosto 28, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **San Gaetano di Vada**, nel territorio di Rosignano Marittimo, gli archeologi stanno ricostruendo il volto monumentale di un paesaggio portuale rimasto vitale per oltre un millennio. Le indagini del 2026 si sono concentrate sull'antico scalo di **Vada Volaterrana**, il complesso sistema di approdi, insediamenti e impianti produttivi che permetteva alla città di **Volterra** di affacciarsi sul Mar Tirreno e di inserirsi attivamente nelle grandi rotte commerciali del Mediterraneo. Questo nodo logistico, menzionato dallo scrittore Cicerone e ricordato negli itinerari marittimi fino alla tarda antichità, fungeva da fondamentale cerniera tra l'entroterra e. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il manuale tascabile che svela il fisco della Roma antica](https://scriptamanentitalia.it/antico-testo-romano-tasse-frammenti/) **Published:** Agosto 28, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Cincinnati, negli Stati Uniti, i frammenti di un antico testo romano sono riemersi dall'oblio per raccontare uno degli aspetti più concreti della vita imperiale: la riscossione delle tasse. Cinquanta pezzi di pelle animale, sopravvissuti per oltre milleseicento anni tra le sabbie dell'Egitto, sono stati ricomposti come un complesso puzzle. Il risultato di questo paziente lavoro è una pagina fronte-retro appartenente a un libro giuridico risalente al **IV secolo**, un'opera che non trova corrispondenza in nessun altro codice noto dell'antichità. A realizzare l'impresa è stato **Matthijs Wibier**, studioso dell'### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Lucone: riaffiorano una tavoletta e un pugnale](https://scriptamanentitalia.it/palafitte-lucone-2026-scoperte-tavoletta-enigmatica-pugnale-bronzo/) **Published:** Agosto 28, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **POLPENAZZE DEL GARDA**, in provincia di **Brescia**, il fango e la torba continuano a restituire frammenti intatti di una storia cominciata quattromila anni fa. La campagna di scavo condotta nell'estate del **2026** nel bacino del **Lucone di Polpenazze** ha portato alla luce straordinarie testimonianze risalenti alle prime fasi dell'Età del Bronzo. Tra le scoperte più rilevanti spiccano una tavoletta enigmatica perfettamente integra e un raro pugnale in bronzo dalla tipologia inedita per quest'area, oltre a migliaia di reperti ceramici e imponenti strutture lignee collassate che delimitavano l'antico. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Lo scheletro che rivela la furia del trabucco medievale](https://scriptamanentitalia.it/lo-scheletro-che-rivela-la-furia-del-trabucco-medievale/) **Published:** Agosto 27, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Stirling, in Scozia, gli studiosi ritengono di aver individuato la prima vittima documentata di un colpo di trabucco, una letale macchina d'assedio medievale. I resti, portati alla luce durante gli scavi condotti negli anni Novanta all'interno della cappella del locale castello, appartengono a un uomo vissuto nel XIV secolo. L'analisi approfondita delle ossa ha permesso ai ricercatori di ricostruire la fine drammatica del giovane, legata all'assedio del **1304**. L'offensiva fu guidata dal re inglese **Edoardo I**, impegnato nel tentativo di espugnare la fortezza durante le guerre di indipendenza scozzesi. I. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [L'antica riviera romana restaurata in fondo al mare](https://scriptamanentitalia.it/restauro-archeologico-ville-romane-sommerse-baia/) **Published:** Agosto 27, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Baia**, nella provincia di **Napoli**, le sontuose ville dell'antica élite romana non riemergono più in superficie per essere salvate. I resti della celebre riviera dedicata ai piaceri, sprofondati nel corso dei secoli a causa dei movimenti del suolo, vengono oggi curati e protetti direttamente sul fondo del mare. L'approccio alla conservazione del patrimonio subacqueo si è trasformato radicalmente, privilegiando il mantenimento dei reperti nel loro contesto originario. Fin dagli inizi del I secolo a.C., le coste tufacee e ricche di vegetazione del *lacus Baianus* si popolarono di residenze lussuose, piscine. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Abitazioni svelate attorno ai templi di Göbekli Tepe](https://scriptamanentitalia.it/abitazioni-scoperte-gobekli-tepe/) **Published:** Agosto 27, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** In **Turchia** sud-orientale, gli archeologi hanno individuato le tracce di antichi edifici a uso residenziale nei pressi dei monumentali pilastri di **Göbekli Tepe**. Le recenti indagini geofisiche e le scansioni di superficie condotte in un'area di ottanta per settanta metri, situata a breve distanza dalle celebri rovine, hanno infatti rilevato la presenza di grandi strutture pubbliche a pianta quadrangolare. Secondo gli studiosi, la disposizione interna di questi edifici suggerisce che siano stati «utilizzati come abitazioni». Il sito, risalente a un periodo compreso tra il **9600** e l'**8200 a.C.** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il sigillo bizantino che unì due imperi](https://scriptamanentitalia.it/sigillo-bizantino-scoperto-bulgaria-perperikon/) **Published:** Agosto 26, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Perperikon, antica città situata nei monti Rodopi della Bulgaria meridionale, gli archeologi hanno fatto una scoperta che getta nuova luce sulle trame diplomatiche del passato. Dagli scavi è infatti emerso un sigillo in piombo di epoca bizantina appartenuto all'imperatrice **Irene Comnena**. Come spiegato dall'archeologo **Nikolay Ovcharov**, l'imperatrice era sposata con **Giovanni III Vatatze**, l'imperatore di Nicea, un territorio situato nell'Anatolia nord-occidentale. Il ritrovamento del manufatto si inserisce in un preciso contesto storico risalente ai primi anni del **XIII secolo**. In quel periodo, l'imperatore di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I resti del forte di Enrico VIII nel castello di Dover](https://scriptamanentitalia.it/resti-forte-enrico-viii-castello-dover/) **Published:** Agosto 26, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Dover**, nel Regno Unito, i resti di una delle più celebri fortezze perdute dell'epoca Tudor sono riemersi dagli archivi e dalle mura di un altro celebre edificio storico. Il castello di **Sandown**, fatto erigere da re **Enrico VIII** a metà del XVI secolo e poi parzialmente distrutto dall'erosione marina, sopravvive in realtà in modo insospettabile. Lo studioso Christopher Moore, ricercatore presso la **University of Kent**, ha incrociato documenti d'epoca con le evidenze architettoniche ancora oggi visibili, dimostrando come le pietre originali dell'antico presidio costiero siano state smontate. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il lusso delle antiche terme riemerge a Çanakkale](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-terme-romane-canakkale-turchia/) **Published:** Agosto 26, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Çanakkale**, nella regione nord-occidentale della Turchia, le rovine del santuario di Apollo Smintheo continuano a restituire preziose testimonianze del passato imperiale romano. Gli archeologi hanno recentemente individuato le aree destinate alle piscine di acqua fredda, note come *frigidaria*, e l'antico spogliatoio, o *apodyterium*, all'interno del complesso denominato Terme Occidentali. La struttura, che gli studiosi ritengono risalga al **III secolo**, rappresenta una finestra eccezionale sulla vita quotidiana e sulle abitudini delle classi agiate dell'epoca. I lavori di scavo, diretti da **Davut Kaplan** dell'**Università Ondokuz. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questa testimonianza epigrafica suggerisce che il sito nasconda le. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La città preistorica intatta sotto l'Egeo](https://scriptamanentitalia.it/citta-sommerse-archeologia-subacquea-grecia-pavlopetri/) **Published:** Agosto 25, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Pavlopetri**, nel Peloponneso, il fondale marino nasconde una fitta rete di strade, edifici e spazi urbani che compongono un insediamento di proporzioni sorprendenti. In occasione della prima Giornata internazionale per il patrimonio culturale subacqueo, celebrata dall'**UNESCO** il 21 agosto 2026, la Grecia torna a riflettere sul suo vasto archivio storico sommerso. Oltre ai monumenti sulla terraferma, esiste infatti una seconda geografia fatta di antichi approdi e relitti che riposano sotto il livello dell'acqua. L'obiettivo della ricorrenza è proprio quello di ricordare come una porzione fondamentale della memoria umana si trovi in luoghi. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il gigante di marmo che racconta l'antica Sardi](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-statua-monumentale-antica-sardi/) **Published:** Agosto 25, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Sardi**, nell'odierna **Turchia**, gli archeologi hanno riportato alla luce una monumentale statua in marmo risalente a quasi 2500 anni fa. Il reperto, eccezionalmente ben conservato e di dimensioni superiori al naturale con i suoi oltre 2,1 metri di altezza, è stato scoperto alla fine del mese di maggio durante l'esplorazione di un'importante strada colonnata di epoca romana. La scultura era stata divisa in due grossi frammenti e riutilizzata, posizionata a faccia in giù, come pietra da pavimentazione per l'antica via. La scoperta è avvenuta nell'ambito della storica missione archeologica. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Le anfore che raccontano il vino della Magna Grecia](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-relitto-anfore-magna-grecia-monasterace/) **Published:** Agosto 24, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Monasterace, in Calabria, gli esperti hanno annunciato una scoperta destinata a fornire nuove e preziose informazioni sulle antiche rotte commerciali del Mediterraneo. Sul fondale del Mar Ionio, a circa cinquecento metri di profondità e a dodici miglia dalla linea di costa, è stato individuato il relitto di una nave mercantile risalente a un periodo compreso tra il V e il IV secolo a.C.. L’imbarcazione custodisce un carico straordinario composto da oltre trecento anfore, rimaste adagiate nel silenzio degli abissi per più di duemila e quattrocento anni. Il ritrovamento è avvenuto in modo del tutto fortuito nel 2023. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Nel fondale del Tevere riemerge il ponte di Nerone](https://scriptamanentitalia.it/scoperte-archeologiche-tevere-ponte-nerone-roma/) **Published:** Agosto 24, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Roma, le acque del Tevere continuano a restituire frammenti della storia imperiale. Una recente missione archeologica ha scandagliato dodici chilometri del fiume, dal tratto di Ponte Flaminio fino a Valco San Paolo, portando alla luce centinaia di testimonianze sommerse. I risultati dell'indagine, presentati in occasione della prima Giornata internazionale UNESCO del patrimonio culturale subacqueo, offrono per la prima volta una planimetria geofisica completa del fondale capitolino concepita sia per lo studio sia per la conservazione. Tra i ritrovamenti di maggiore rilievo spiccano le tracce del *Pons Neronianus*, il ponte fatto costruire nei pressi dell'attuale Ponte. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La narrazione tradizionale. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Sedici mummie e un cane raccontano la storia di Tebe](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-tomba-egizia-mummie-cane-tebe/) **Published:** Agosto 21, 2026 **Author:** Redazione **Content:** Nella **Necropoli Tebana**, situata lungo la riva del Nilo di fronte alla città di Luxor, in Egitto, gli archeologi hanno portato alla luce una complessa stratificazione di pratiche funerarie all'interno di un'antica sepoltura. Lo studio della terza camera della tomba nota come TT 209 ha rivelato la presenza di sedici individui mummificati, i resti parziali di almeno altre quattro persone e, sorprendentemente, un cane mummificato. La ricerca dimostra come questo spazio sotterraneo sia stato riutilizzato in modo metodico e non casuale per diverse centinaia di anni, riflettendo le profonde trasformazioni sociali e religiose dell'epoca. La. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il pozzo etrusco che racconta la fondazione di Kainua](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-pozzo-rituale-etrusco-kainua-marzabotto/) **Published:** Agosto 21, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Marzabotto**, gli archeologi hanno riportato alla luce una struttura che arricchisce la comprensione dei culti etruschi legati alle origini dei centri urbani. All'interno dell'area archeologica dell'antica città di **Kainua** è stato scoperto un pozzo rituale caratterizzato dalla presenza di reperti intatti e resti umani. La scoperta dimostra come l'approvvigionamento idrico fosse inscindibile da una profonda sacralità, legata in questo caso alle cerimonie che segnarono la fondazione stessa della città. Gli scavi, condotti dall'**Università di Bologna** sotto la direzione della professoressa Elisabetta Govi, hanno interessato il settore urbano dedicato. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il complesso sorgeva su un rialzo artificiale che lo rendeva chiaramente visibile anche a grande distanza nel. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Le antiche botteghe che svelano l'arte dei Moche](https://scriptamanentitalia.it/scavi-peru-laboratori-ceramica-moche/) **Published:** Agosto 20, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **La Libertad**, in **Perù**, le recenti indagini archeologiche condotte nel sito di **Cerro Mayal** stanno offrendo agli studiosi una comprensione molto più dettagliata della celebre produzione ceramica Moche. Questa antica cultura ha abitato i territori lungo la costa settentrionale in un periodo compreso all'incirca tra il I e l'VIII secolo. La civiltà è storicamente conosciuta per i suoi vasi realizzati con l'uso di stampi e per le ricche decorazioni dipinte. Gli scavi, che si concentrano nella valle di **Chicama**, sono portati avanti dal gruppo di ricerca dell'### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [L'architrave di Horus svela la città perduta di Mesen](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-citta-perduta-mesen-egitto-architrave-horus/) **Published:** Agosto 20, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **El Qantara**, in **Egitto**, gli archeologi potrebbero aver finalmente individuato le tracce di un antico insediamento di cui si erano perse le coordinate geografiche. Le autorità egiziane hanno infatti annunciato una serie di promettenti scoperte nel sito di **Tell Abu Saifi**, situato nel Sinai settentrionale, che sembrano collegare saldamente l'area di scavo alla città perduta di Mesen. Le recenti campagne di indagine hanno portato alla luce i resti di un'imponente cinta muraria costruita in mattoni di fango, completa delle sue originarie porte di accesso. All'interno dell'area perimetrata, gli studiosi. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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L'antica zona artigianale era organizzata in modo razionale. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La chiesa del Concilio divide gli studiosi](https://scriptamanentitalia.it/chiesa-sommersa-concilio-nicea-turchia/) **Published:** Agosto 19, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Nicea, antica città greca situata nell'odierna **Turchia**, gli archeologi hanno individuato i resti di una chiesa sotto le acque del **lago di İznik**, conosciuto in passato anche come lago di Nicea. Il ritrovamento ha immediatamente innescato un acceso dibattito accademico sulla reale funzione e sull'importanza storica dell'edificio. Sotto una struttura di dimensioni maggiori, gli scavatori hanno scoperto una piccola chiesa risalente a millesettecento anni fa. Secondo il responsabile delle indagini archeologiche, questi antichi ruderi apparterrebbero al luogo esatto in cui si tenne il **Primo Concilio di Nicea**. Questa assemblea dei. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il convento medievale nascosto sotto il campo da calcio](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-convento-medievale-roskilde/) **Published:** Agosto 19, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Roskilde**, in **Danimarca**, le indagini preventive per la costruzione di un parcheggio sotterraneo hanno portato alla luce i resti di un monastero del XIII secolo. Gli archeologi hanno individuato le fondamenta e le strutture del convento di Santa Chiara, risalente al **1256**, a circa due metri di profondità sotto l'attuale campo da calcio cittadino. La scoperta è avvenuta grazie all'utilizzo di un *ground-penetrating radar*, uno strumento in grado di emettere onde elettromagnetiche che penetrano nel terreno e restituiscono una mappa visiva delle strutture sepolte, basandosi sui diversi materiali. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Secondo il racconto del genitore, l'attenzione è stata catturata da una forma insolita intrappolata tra le rocce. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il monogramma svela i primi cristiani di Agrigento](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-archeologica-agrigento-tracce-cristiane-mosaico/) **Published:** Agosto 18, 2026 **Author:** Redazione **Content:** Ad **Agrigento**, nel cuore del celebre quartiere ellenistico-romano della **Valle dei Templi**, il sottosuolo continua a restituire preziose testimonianze sulle trasformazioni urbane e religiose dell'antica *Agrigentum*. Durante l'undicesima campagna di scavo condotta nell'area, gli archeologi hanno riportato alla luce i resti di un importante edificio che dimostra una straordinaria continuità di occupazione, essendo rimasto in uso per circa otto secoli, dal **III secolo a.C.** fino ad almeno il **V secolo d.C.** Le indagini, nate dalla collaborazione tra l'**Università di Bologna** e. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questi scavi, resi necessari dalla progettazione e dalla futura posa di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La scultura romana che racconta il percorso della guarigione](https://scriptamanentitalia.it/scultura-romana-asclepio-telesforo-scoperta-turchia/) **Published:** Agosto 18, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Ad **Aspendo**, in **Turchia**, è stato riportato alla luce un imponente gruppo scultoreo in marmo raffigurante il dio della medicina, Asclepio, affiancato dal figlio e assistente Telesforo. Il ritrovamento è avvenuto nel corso delle campagne di scavo legate al progetto *Legacy for the Future* ed è stato annunciato dal ministro della Cultura e del Turismo turco, **Mehmet Nuri Ersoy**, attraverso i propri canali sociali. L'opera, che raggiunge un'altezza di 2,20 metri, è emersa tra le rovine dell'ala settentrionale della Porta Monumentale, situata sul lato occidentale della Piazza Orientale. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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I malviventi hanno sottratto. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La tomba dell'oasi che svela un'antica famiglia egizia](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-tombe-mummie-oasi-bahariya/) **Published:** Agosto 17, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nell'**oasi di Bahariya**, a circa trecentosettanta chilometri a sud-ovest de **Il Cairo**, gli archeologi hanno portato alla luce tre tombe appartenenti a epoche differenti e un ricco corredo di reperti. La scoperta è avvenuta nel sito di **Sheikh Subi**, noto per aver ospitato la necropoli dei governanti e dei sacerdoti locali durante il Periodo Tardo. Gli scavi, condotti da una missione egiziana, hanno permesso di rinvenire cinque mummie e numerosi manufatti che testimoniano la lunga continuità d'uso di quest'area sepolcrale. La prima struttura indagata è una tomba collettiva scavata nella. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il filo dell'acqua tra Cerveteri e la Valle dei Re](https://scriptamanentitalia.it/archeologia-vie-acqua-cerveteri-valle-dei-re/) **Published:** Agosto 17, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Cerveteri** inizia un percorso ideale che attraversa terre e millenni di storia, giungendo fino alla Valle dei Re in Egitto. L'archeologia e la ricerca sul campo tracciano un viaggio nel passato che segue direttamente il filo dell'acqua. Questo elemento naturale mette in relazione luoghi apparentemente molto distanti tra loro e comunità che, nel corso della preistoria e dell’antichità, hanno abitato paesaggi profondamente diversi. Il racconto delle civiltà si snoda lungo il corso del Nilo e attraverso i fiumi che scendono dalle cime dell'Atlante marocchino, per poi proseguire verso territori lontani fino a perdersi. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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L'antica pavimentazione è stata. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Raro vaso indigeno rinvenuto in Florida](https://scriptamanentitalia.it/raro-vaso-indigeno-missione-spagnola-florida/) **Published:** Agosto 13, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Gainesville**, in **Florida**, la terra ha restituito un frammento intatto di una storia dimenticata, gettando nuova luce sulle complesse interazioni tra le antiche popolazioni indigene e i colonizzatori europei. Gli studenti di archeologia, guidati dalla supervisione degli esperti del **Florida Museum of Natural History**, hanno recentemente portato alla luce un vaso nativo americano di eccezionale rarità. Il ritrovamento è avvenuto nel sito che un tempo ospitava una missione spagnola, un luogo dove due mondi radicalmente diversi si sono incontrati, sovrapposti e non di rado scontrati. La scoperta archeologica si distingue non per le. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il mistero dell'atleta di Aspendos](https://scriptamanentitalia.it/tomba-antico-lottatore-scoperta-aspendos-turchia/) **Published:** Agosto 13, 2026 **Author:** Redazione **Content:** Ad Aspendos, in Turchia, gli archeologi hanno riportato alla luce una tomba a cassa risalente a circa duemila e quattrocento anni fa, aprendo un nuovo capitolo nello studio dell'antica città. Il ritrovamento, collocato storicamente tra la fine del **V secolo a.C.** e il **IV secolo a.C.**, ha sorpreso i ricercatori per il suo eccellente stato di conservazione e per i preziosi dettagli storici che porta con sé. La scoperta è avvenuta all'interno della Necropoli Orientale, un'estesa area funeraria della quale, fino a questo momento, si ignorava completamente l'esistenza. Questa prima. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il ritrovamento di grande valore storico si è verificato nell'area urbana di *via Sukiennicza*, esattamente al di sotto dell'area che in passato ospitava i locali dell. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il Danubio svela il ponte di Costantino](https://scriptamanentitalia.it/ponte-costantino-danubio-siccita/) **Published:** Agosto 12, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Gigen**, in **Bulgaria**, l'eccezionale siccità che ha colpito l'Europa nell'agosto del 2026 ha fatto riaffiorare dalle acque del **Danubio** le fondazioni del monumentale **Ponte di Costantino**. Il progressivo abbassamento del livello fluviale ha restituito alla vista una delle più grandi opere d'ingegneria civile e militare realizzate durante l'epoca romana. Approfittando della rara finestra offerta dalle condizioni climatiche, il **Museo Storico Regionale di Pleven** ha immediatamente avviato una campagna di archeologia d'urgenza. Sotto la direzione scientifica del ricercatore **Pavel Popov**, l'équipe. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Si tratta di un dettaglio. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Decifrate le antiche firme della Porta di Tauchira](https://scriptamanentitalia.it/decifrati-simboli-porta-tauchira-tolemaide/) **Published:** Agosto 11, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Tolemaide, in Libia, i segni lasciati dagli antichi costruttori sulle imponenti strutture difensive della città hanno finalmente un significato. Per oltre un secolo i visitatori del sito archeologico avevano notato queste strane incisioni sui blocchi di pietra della Porta di Tauchira, ma i simboli non erano mai stati oggetto di uno studio sistematico fino a questo momento. Ora, la ricercatrice Anna Urszula Kordas è riuscita a decodificare le seicentoventisei iscrizioni presenti sul monumento. Attraverso un attento lavoro di analisi fotografica e l'impiego di moderni software per la mappatura digitale, la studiosa ha catalogato e diviso i segni in. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La necropoli sul Nilo che racconta seimila anni di storia](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-archeologica-kom-el-khilgan-egitto/) **Published:** Agosto 11, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Kom el-Khilgan**, nel governatorato di **Dakahlia** in **Egitto**, i ricercatori hanno riportato alla luce un’estesa necropoli e i resti di un antico insediamento abitativo. Le indagini archeologiche hanno documentato una eccezionale continuità di occupazione umana in quest’area del Delta orientale, rivelando tracce che spaziano ininterrottamente dal periodo predinastico fino all’epoca greco-romana. Le origini del sito funerario si spingono fino alla prima metà del **IV millennio a.C.**, una fase in cui nel Basso Egitto fioriva la cultura locale, corrispondente alle fasi conosciute dagli studiosi come Buto. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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L'operazione è stata fortemente voluta e promossa. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Oplontis, sulle tavole romane più cereali che pesce](https://scriptamanentitalia.it/dieta-vittime-oplontis-pompei/) **Published:** Agosto 10, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A Oplontis, nell'antica area vesuviana, le indagini sui resti delle vittime dell'eruzione del Vesuvio offrono un quadro inedito sulle abitudini alimentari e sulle condizioni di vita della popolazione del **I secolo**. Il nuovo studio multidisciplinare si è concentrato sull'ambiente 10 della cosiddetta "Villa B", un luogo situato di fronte al porto dove un gruppo di fuggiaschi cercò disperatamente riparo durante la catastrofe del 79 d.C., trovandovi invece la morte. Una recente revisione critica di questo contesto archeologico ha permesso agli studiosi di stabilire che il numero delle persone decedute all'interno dell'edificio era. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il 5 agosto i ricercatori. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il relitto del vino che riemerge a Mazara del Vallo](https://scriptamanentitalia.it/relitto-romano-anfore-mazara-del-vallo/) **Published:** Agosto 10, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Mazara del Vallo**, in Sicilia, un relitto di epoca romana è stato individuato a quarantasei metri di profondità, a circa tre miglia dalla costa. Il ritrovamento, che risale al periodo compreso tra il **II secolo a.C.** e il **I secolo a.C.**, mette a disposizione degli studiosi un deposito intatto di centinaia di anfore e attrezzature navali. La scoperta offre una nuova opportunità per comprendere le dinamiche commerciali della tarda età repubblicana nel bacino del Mediterraneo. Il giacimento sottomarino è stato segnalato alle autorità da due apneisti durante un allenamento sportivo. Secondo. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Le antiche stele che uniscono l'Egitto a Roma](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-complesso-funerario-damietta-stele/) **Published:** Agosto 7, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Damietta**, lungo la costa mediterranea dell'**Egitto**, gli archeologi hanno portato alla luce un antico complesso funerario. Il sito, situato precisamente nell'area di Tell El-Deir, nel delta orientale del Nilo, è rimasto in uso per un arco di tempo lunghissimo, compreso tra il Periodo Tardo e la fine dell'epoca romana. Secondo i ricercatori, l'area sepolcrale ha infatti accolto i defunti per oltre un millennio, dal 712 a.C. fino al 641 d.C.. Tra i ritrovamenti più significativi spiccano venti stele funerarie realizzate in calcare e finemente scolpite. Questi monumenti sono. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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L'opera, le cui dimensioni superano la grandezza naturale raggiungendo un'altezza di oltre due metri, raffigura un. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Resti lignei svelano la caduta del Primo Tempio](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-gerusalemme-travi-primo-tempio-distrutto/) **Published:** Agosto 7, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Gerusalemme**, un rinvenimento di eccezionale portata storica e scientifica ha recentemente illuminato uno dei capitoli più drammatici dell'antichità mediorientale, restituendo al mondo frammenti di un passato che sembrava perduto per sempre. Nel corso delle lunghe e meticolose campagne di scavo condotte presso l'area nota come parcheggio *Givati*, situata all'interno del perimetro della **Città di David** e parte integrante del **Parco Nazionale delle Mura di Gerusalemme**, gli archeologi hanno riportato alla luce imponenti travi di legno profondamente carbonizzate. Questa scoperta, guidata e coordinata congiuntamente dagli esperti dell'**Autorità. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La recente reinterpretazione, riportata dalla testata *La Brújula Verde*, ha però ribaltato. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Mistero a Roma: domus o caserma sotto Villa Celimontana?](https://scriptamanentitalia.it/mistero-roma-domus-o-caserma-villa-celimontana/) **Published:** Agosto 6, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Roma, al **Celio**, le viscere della città eterna hanno restituito un nuovo e affascinante enigma archeologico. Grazie ai lavori di consolidamento del muraglione di **Villa Celimontana**, risalente al XVI secolo, sono tornati alla luce otto ambienti decorati con mosaici e affreschi di immensa rarità. Gli scavi, condotti dalla **Soprintendenza Speciale di Roma** del **Ministero della Cultura** nell'ambito degli interventi finanziati dal **Pnrr**, hanno svelato i resti di un maestoso edificio del II secolo, con rimaneggiamenti successivi ascrivibili al III secolo. Delle otto stanze individuate, cinque sono state completamente. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Le analisi hanno permesso di svelarne la natura, rivelando che si tratta di una bevanda alcolica a base di cereali. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il giavellotto che cambia il Canone di Policleto](https://scriptamanentitalia.it/nuova-ricostruzione-canone-di-policleto-pompei/) **Published:** Agosto 5, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Pompei** gli studiosi hanno svelato una nuova ricostruzione scientifica in bronzo del *Canone* di Policleto, considerato da sempre una delle massime espressioni dell'arte greca antica. L'operazione segna l'inizio di un programma mirato alla valorizzazione delle storiche matrici in gesso dell'ex **Fonderia Chiurazzi**, salvate dall'acquisizione del **Parco Archeologico** per scongiurarne la definitiva dispersione sul mercato internazionale. Realizzato originariamente intorno al 440 a.C., nel pieno del V secolo a.C., il capolavoro rappresenta la formulazione più matura dell’ideale classico fondato su armonia e proporzione. Del bronzo. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questa straordinaria scoperta, che risale a un periodo di transizione compreso tra il **VII** e l'**VIII secolo**, rappresenta senza ombra di dubbio uno dei più. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La necropoli riemersa sotto il pastificio di Gragnano](https://scriptamanentitalia.it/necropoli-antica-scoperta-pastificio-gragnano/) **Published:** Agosto 5, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Gragnano**, in provincia di Napoli, i lavori di ammodernamento e ampliamento di uno storico stabilimento industriale hanno portato a una scoperta inaspettata. Sotto l'area del **Pastificio Garofalo**, in via dei Pastai, gli archeologi hanno rinvenuto un'estesa necropoli composta da ottantadue tombe in eccellente stato di conservazione. Il ritrovamento apre una nuova finestra sulle dinamiche insediative, sulla vita quotidiana e sulle pratiche funerarie delle antiche popolazioni dell'area vesuviana. La scoperta è avvenuta a seguito dei carotaggi preventivi previsti dalla normativa per la tutela dei beni culturali, che hanno permesso alla **Soprintendenza Archeologia. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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I resti studiati appartengono a sei individui rinvenuti alla. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La tomba egizia che svela i commerci con il Mediterraneo](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-archeologica-tomba-tell-quesna-egitto/) **Published:** Agosto 4, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Tell Quesna**, nella provincia di **Menoufia** a circa cento chilometri a nord del **Cairo**, gli scavi archeologici hanno restituito un nuovo complesso funerario. La sepoltura si articola in una sala principale dalla quale, attraverso ingressi a volta parzialmente crollati, si accede a diverse camere mortuarie contenenti mummie e corredi destinati alla vita ultraterrena. Scoperta nel **1991**, la necropoli rappresenta uno dei siti principali per comprendere l'evoluzione delle pratiche funerarie nell'Egitto settentrionale. Il ritrovamento più consistente è formato da 560 statuette *ushabti*, piccole sculture a forma di mummia. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Virgilio e i lavandai: le vere voci di Pompei](https://scriptamanentitalia.it/graffiti-pompei-lingue-scritte-romane/) **Published:** Agosto 4, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Pompei, l'indagine su oltre dodicimila frammenti scritti restituisce l'immagine di una città ricca e multiculturale, seconda per importanza soltanto alla capitale dell'impero. Le scritte superstiti all'eruzione del Vesuvio del **79 d.C.** non sono semplici reperti, ma vere e proprie testimonianze parlanti che mescolano la cultura alta alla vita quotidiana, spaziando dai versi poetici alle ingiurie, fino alla propaganda elettorale. Questo patrimonio epigrafico è al centro dell'analisi condotta da **Maria Chiara Scappaticcio**, docente presso l'**Università Federico II** di Napoli. A differenza delle tradizionali raccolte dell'epigrafia ottocentesca. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Dello scafo e del viaggio compiuto dall’imbarcazione restano ancora numerosi aspetti da chiarire, ma la quantità delle anfore permette. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La pittura romana riemersa sotto via Duomo](https://scriptamanentitalia.it/lucca-pittura-murale-romana-via-duomo/) **Published:** Agosto 3, 2026 **Author:** Redazione **Content:** Lucca conserva sotto le strade del centro storico nuove testimonianze del proprio passato romano. Durante alcuni lavori eseguiti la scorsa primavera sotto il manto stradale di via Duomo, all’altezza del transetto meridionale della chiesa di San Giovanni e Reparata, sono riemerse strutture di epoca romana e tardoantica. Tra i reperti individuati spicca una pittura murale romana, giunta fino a oggi in uno stato di conservazione particolarmente significativo, con tracce ancora visibili dei colori originari. La scoperta è avvenuta nel corso di un intervento destinato alla modifica del tracciato dell’elettropompa che gestisce le acque di falda. Un lavoro di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Le operazioni erano inizialmente concentrate. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Le fornaci romane che rifornivano un’intera regione](https://scriptamanentitalia.it/austria-centro-produzione-ceramica-romana/) **Published:** Luglio 31, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Burg, nel comune austriaco di Hannersdorf, gli archeologi hanno portato alla luce due fornaci appartenute a un grande centro di produzione della ceramica romana. Le strutture finora scavate rappresenterebbero soltanto una piccola parte del complesso: le indagini geomagnetiche indicano infatti che sotto i campi potrebbero trovarsi ancora un centinaio di fornaci, insieme a edifici e altre tracce di attività umane. Il sito, situato nel Burgenland, fu utilizzato per la produzione di vasellame tra la metà del I e la metà del II secolo d.C. Le dimensioni ipotizzate dagli studiosi e la quantità dei reperti suggeriscono che non si. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Gli uccelli d’avorio scolpiti 40 mila anni fa](https://scriptamanentitalia.it/uccelli-avorio-40-mila-anni-hohle-fels/) **Published:** Luglio 31, 2026 **Author:** Redazione **Content:** Nella grotta di **Hohle Fels**, nel Giura Svevo, gli archeologi hanno trovato due piccoli uccelli scolpiti nell’avorio di mammut circa **40 mila anni fa**. Le statuette, recuperate durante gli scavi del 2025, misurano appena due centimetri e sono le più piccole rappresentazioni figurative finora rinvenute negli strati aurignaziani del sito. Nonostante le dimensioni paragonabili a quelle di un’unghia, conservano occhi, becchi, piume e posture riconoscibili. I due oggetti provengono dallo stesso livello archeologico e sono stati scoperti a circa un metro e mezzo di distanza l’uno dall’altro. La somiglianza nella lavorazione e. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Secondo Alexander Johannes Edmonds ed. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Pompei, ricomposto l'affresco di Dioniso e Arianna](https://scriptamanentitalia.it/pompei-ricomposto-affresco-dioniso-arianna-casa-panificio/) **Published:** Luglio 30, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A NAPOLI, il **28 luglio 2026**, il panorama del patrimonio antico si è arricchito di un nuovo e straordinario tassello di storia ed arte. Come riportato dalla testata *La Brújula Verde*, i conservatori e gli specialisti del settore hanno portato a termine il delicato restauro di un importante affresco da soffitto che un tempo decorava una sontuosa sala da banchetti nella cosiddetta **Casa con Panificio**, situata nell'area scavata della **Regio IX** a **Pompei**. L'opera, gravemente frammentata a causa delle drammatiche vicende storiche che colpirono la città nel I. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Gli studiosi hanno dimostrato che il territorio. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Svizzera, ritrovata la prima fortezza di Vindonissa](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-prima-fortezza-romana-vindonissa-svizzera/) **Published:** Luglio 30, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A WINDISCH, in Svizzera, una complessa campagna di scavo archeologico ha consentito di individuare con precisione i confini del primissimo accampamento militare romano eretto nell'area di *Vindonissa*. Come reso noto dalle pubblicazioni specializzate *La Brújula Verde* e **Archaeology Magazine**, la struttura fortificata risale con ogni probabilità all'epoca del principato dell'imperatore **Tiberio**, il cui regno si estese dal **14 d.C.** al **37 d.C.**, collocando la fondazione del presidio nella prima metà del **I secolo d.C.**. Le indagini scientifiche sono state condotte. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Le indagini sul campo, avviate ufficialmente nel **2015** e giunte alla loro. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Riemerge a Bielefeld un grande villaggio germanico](https://scriptamanentitalia.it/riemerge-a-bielefeld-un-grande-villaggio-germanico/) **Published:** Luglio 29, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A BIELEFELD-SIEKER, in Germania, le indagini archeologiche condotte nel cantiere destinato alla costruzione di un nuovo edificio scolastico si sono concluse portando alla luce un insediamento germanico di straordinaria rilevanza storica e scientifica. Gli scavi, durati diversi mesi sotto la supervisione degli esperti del **Landschaftsverband Westfalen-Lippe** (**LWL**), hanno rivelato l'esistenza di un vero e proprio centro abitato vissuto tra il **II e il V secolo d.C.** In un'epoca in cui la gran parte della popolazione dell'area orientale della Westfalia risiedeva in fattorie isolate o piccoli agglomerati di pochissime. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Si tratta di uno dei siti archeologici più rilevanti appartenenti all'epoca del **Kaganato di Kimak**, un'antica entità statale nomadica in grado di rivelare dettagli inediti sulla formazione culturale e politica dei popoli nomadi. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il Siglos di Ashdod svela le rotte persiane](https://scriptamanentitalia.it/il-siglos-di-ashdod-svela-le-rotte-persiane/) **Published:** Luglio 28, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Ad **Ashdod**, in **Israele**, le dinamiche imprevedibili del litorale hanno restituito una testimonianza numismatica di eccezionale rilevanza per la comprensione delle antiche rotte mediterranee. L'odierna archeologia costiera si nutre sovente di contingenze inaspettate, laddove il moto ondoso funge da inesausto scavatore di memorie sommerse o celate dalle sabbie. È esattamente in questo scenario che **Avi Chaprak**, vicedirettore del **Dipartimento delle Spiagge** afferente alla locale amministrazione municipale, era originariamente intento a perlustrare l'arenile alla ricerca di monili e oggetti di uso quotidiano accidentalmente smarriti dai bagnanti. L'indagine di routine si. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La *communis opinio* riteneva infatti che esse servissero al faticoso trascinamento dei massicci blocchi di calcare dalle cave limitrofe fino al mastodontico cantiere voluto dal. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il passato riemerge: inaugurato il parco sommerso di Porto Cesareo](https://scriptamanentitalia.it/il-passato-riemerge-inaugurato-parco-sommerso-porto-cesareo/) **Published:** Luglio 28, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A PORTO CESAREO, lungo le sponde ioniche della penisola salentina, prende forma una delle più ambiziose operazioni di archeologia pubblica e tutela paesaggistica del bacino mediterraneo. Il **24 luglio 2026** segna l'apertura ufficiale del **Parco Sommerso e Costiero di Porto Cesareo**, un progetto che rifonda la tradizionale concezione museale tramutandola in un'esperienza immersiva *in situ*. Promossa dal **Dipartimento di Beni Culturali** dell'**Università del Salento** e finanziata dalla **Regione Puglia** attraverso il bando regionale *Smart-In*, l'iniziativa si avvale della direzione scientifica di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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A soli dodici mesi dalla clamorosa apertura di una prima camera funeraria sigillata, la missione archeologica internazionale guidata dalla **Baylor University**, in stretta collaborazione con la **Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e l'Etruria Meridionale**, ha identificato e varcato la soglia di un nuovo ipogeo risalente alla fine del **VII secolo a.C.** L'eccezionale scoperta, avvenuta il **9 Giugno 2026** nell'area della. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Homo Antecessor: scoperte prove di cannibalismo e longevità](https://scriptamanentitalia.it/homo-antecessor-scoperte-prove-cannibalismo-longevita/) **Published:** Luglio 27, 2026 **Author:** Redazione **Content:** Ad ATAPUERCA, in **Spagna**, l'indagine paleoantropologica europea si arricchisce di un nuovo, inestimabile capitolo in virtù degli esiti della campagna di scavo presentata il **22 luglio 2026**. I ricercatori del **CENIEH**, il **Centro Nazionale di Ricerca sull'Evoluzione Umana**, hanno svelato alla comunità scientifica internazionale una serie di ritrovamenti destinati a mutare profondamente la comprensione delle dinamiche demografiche degli antichi ominidi. La cerimonia istituzionale, impreziosita dalla presenza di **José Alberto Díaz Pico**, eminente rappresentante della **Giunta di Castiglia e León**, ha illustrato il metodico lavoro corale coordinato. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Palatium imperiale: la natatio ritrovata](https://scriptamanentitalia.it/palatium-imperiale-la-natatio-ritrovata/) **Published:** Luglio 27, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A FIUMANA, frazione del comune di **Predappio**, le viscere della terra continuano a restituire frammenti inestimabili di una storia complessa e stratificata. Venerdì **24 luglio 2026** l'**Università di Parma** ha aperto al pubblico i cantieri della sua quinta campagna di scavi, svelando i risultati di un'indagine che ridefinisce le dinamiche insediative della regione. Sotto la rigorosa direzione di **Riccardo Villicich**, docente di Metodologia della ricerca archeologica presso il **Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali**, e con il meticoloso supporto scientifico dell'équipe formata da ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Liubo: emerse due plance nelle sepolture imperiali Han](https://scriptamanentitalia.it/liubo-due-plance-sepolture-imperiali-han/) **Published:** Luglio 24, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A XI'AN, antica capitale imperiale situata nella provincia dello **Shaanxi** nel cuore della **Cina**, una recente indagine stratigrafica ha restituito alla comunità scientifica reperti di inestimabile valore per la comprensione delle consuetudini ludiche ed escatologiche dell'antichità. Le evidenze materiali, minuziosamente documentate dagli esperti dello **Shaanxi Provincial Institute of Archaeology** e successivamente divulgate agli studiosi di tutto il mondo attraverso le colonne della testata *The Greek Reporter*, aprono nuovi e affascinanti scenari interpretativi. Il fulcro di questa eccezionale scoperta è rappresentato dal rinvenimento di due plance da gioco integre, inequivocabilmente destinate. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Bubasteion: scoperte tre sepolture rupestri del nuovo regno](https://scriptamanentitalia.it/bubasteion-tre-sepolture-rupestri-nuovo-regno/) **Published:** Luglio 24, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **SAQQARA**, in **Egitto**, l'incessante opera di scavo archeologico ha disvelato un nuovo e affascinante capitolo della civiltà faraonica. Durante le meticolose prospezioni condotte nel settore orientale dell'imponente scogliera calcarea che domina il sito, una missione afferente alle istituzioni egiziane ha portato alla luce tre sepolture rupestri finora celate dalle sabbie del tempo, situate all'interno della celebre necropoli del **Bubasteion**. Tali ipogei, ricavati magistralmente nello spessore della nuda roccia, vengono ascritti dagli studiosi alla fulgida epoca del **Nuovo Regno**, un periodo che vide l'impero egiziano raggiungere l'acme. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Attraverso un sofisticato approccio multiscalare, che coniuga il telerilevamento satellitare con l'analisi spaziale, i ricercatori hanno riportato alla luce un paesaggio millenario che. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La pace di Versailles portò a Hitler? Una revisione della storia](https://scriptamanentitalia.it/la-pace-di-versailles-porto-a-hitler-una-revisione-della-storia/) **Published:** Luglio 23, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Un trattato, cinque agende diverse](#Un_trattato_cinque_agende_diverse) - [Wilson parla di autodeterminazione, la mappa dice altro](#Wilson_parla_di_autodeterminazione_la_mappa_dice_altro) - [Diktat, pugnalata alle spalle, laboratorio di risentimento](#Diktat_pugnalata_alle_spalle_laboratorio_di_risentimento) - [Quando la pace ti mangia il portafoglio](#Quando_la_pace_ti_mangia_il_portafoglio) - [Se bastasse un trattato ingiusto, il mondo sarebbe pieno di Hitler](#Se_bastasse_un_trattato_ingiusto_il_mondo_sarebbe_pieno_di_Hitler) - [Dal revisionismo al lasciapassare: Versailles smontata pezzo per pezzo](#Dal_revisionismo_al_lasciapassare_Versailles_smontata_pezzo_per_pezzo) Giugno 1919, Galleria degli Specchi della reggia di Versailles. È la stessa, identica sala in cui meno di cinquant’anni prima, nel 1871, era stato proclamato l’impero tedesco, l’umiliazione della Francia trasformata in trionfo della Germania. Ora i ruoli si rovesciano: nella stessa galleria, sotto gli stessi specchi, sono i tedeschi a essere chiamati a firmare, e la scelta del luogo non ha nulla di casuale. È vendetta simbolica, ricucitura di una ferita nazionale francese vecchia di mezzo secolo, messa in scena di una rivincita. Si era detto che quella sarebbe stata «la guerra per porre fine a tutte le guerre», e attorno al tavolo della pace si respirava, almeno a parole, un’aria di rinnovamento del mondo. Ma sotto la retorica idealista lavoravano forze molto più terrene e tra loro contraddittorie: il desiderio francese di vendetta e di sicurezza permanente contro il vicino tedesco, il calcolo britannico interessato all’equilibrio e ai propri commerci, l’idealismo del presidente americano con i suoi principi di autodeterminazione, e di fronte a tutti una Germania fragile, sconfitta, esclusa dalla trattativa. Da questo intreccio nacque una pace che, a molti osservatori, sembrò portare già scritta dentro di sé la prossima guerra. La tesi di questo articolo è però una messa in guardia. Più che «madre diretta» della seconda guerra mondiale, Versailles fu un laboratorio di errori e di ambiguità, un deposito di materiale grezzo che i nazionalisti avrebbero saputo usare come benzina, in un contesto già avvelenato dall’esperienza della guerra totale. Dire «Versailles ha causato la seconda guerra mondiale» è una formula comoda e pericolosa, perché trasforma un trattato in un destino e assolve troppi attori in carne e ossa delle scelte compiute tra gli anni Venti e Trenta. La realtà è più complicata, e meno consolatoria. ## **Un trattato, cinque agende diverse** Conviene partire da ciò che Versailles fece davvero, al di là dello slogan «punire la Germania». Anzitutto va ricordato che i trattati di pace furono in realtà cinque, uno per ciascuno degli imperi sconfitti, ma è su Versailles, quello con la Germania, che si concentra il dibattito e su cui ci concentriamo qui. Il contenuto era pesante e articolato su più fronti. Sul piano territoriale, la Germania perdeva l’Alsazia e la Lorena, restituite alla Francia; vedeva nascere il cosiddetto corridoio polacco che le tagliava il territorio per dare alla Polonia uno sbocco al mare, con la città di Danzica trasformata in città libera; cedeva il bacino carbonifero della Saar all’amministrazione internazionale per quindici anni a beneficio francese; e doveva accettare la smilitarizzazione della Renania, la regione di confine con la Francia. Perdeva inoltre tutte le sue colonie, redistribuite tra i vincitori. Sul piano militare, le limitazioni erano drastiche: un esercito ridotto a centomila uomini, l’abolizione della coscrizione obbligatoria, il divieto di dotarsi di aviazione militare, una marina fortemente ridimensionata. Infine, sul piano economico e morale, le riparazioni astronomiche e la famosa clausola che attribuiva alla Germania la responsabilità del conflitto, percepita come dichiarazione di colpevolezza esclusiva. Dietro questo elenco lavoravano logiche diverse e mal conciliabili. C’era l’ossessione francese per la sicurezza, il bisogno di rendere la Germania incapace di nuocere ancora. C’era l’interesse britannico per l’equilibrio continentale e marittimo, che però non voleva una Germania troppo distrutta, per non lasciare la Francia padrona del continente. C’era l’autodeterminazione dei popoli predicata dal presidente americano, applicata però a geometria estremamente variabile. E c’era, sullo sfondo, la preoccupazione comune di contenere il bolscevismo dilagante a est. Versailles non fu il prodotto di un disegno unitario, ma il compromesso disordinato tra agende che spesso si contraddicevano a vicenda. ## **Wilson parla di autodeterminazione, la mappa dice altro** ![Delegati alla conferenza di pace 1919 ridisegnano i confini dell'Europa centrale](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Wilson-parla-di-autodeterminazione-la-mappa-dice-altro-1024x576.png "Wilson parla di autodeterminazione la mappa dice altro - Scripta Manent Italia") È proprio in queste contraddizioni che si annidano le «cose strane» del trattato, le incoerenze strutturali che ne fanno una pace che proclama princìpi e poi li tradisce nella pratica. La più clamorosa riguarda l’autodeterminazione dei popoli, eretta a principio fondante e poi applicata in modo selettivo e interessato. In Europa centrale, sulle rovine degli imperi, nacquero nuovi Stati nazionali che di nazionale, spesso, avevano ben poco: la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Polonia rinata erano in realtà Stati multietnici, pieni di minoranze scontente che si trovavano d’improvviso cittadine di un Paese non loro. Milioni di tedeschi finirono fuori dai confini della Germania, in Cecoslovacchia o lungo il corridoio polacco; popolazioni intere vennero assegnate a Stati che sentivano estranei. L’autodeterminazione, insomma, valeva per alcuni e non per altri. E per le colonie africane e asiatiche non valeva affatto: lì si inventò la formula dei mandati della Società delle Nazioni, un meccanismo che, dietro il linguaggio della tutela e della missione civilizzatrice, non era altro che colonialismo riverniciato, un colonialismo 2.0 che ridistribuiva i possedimenti tra i vincitori senza chiedere nulla agli abitanti. Le incoerenze non finiscono qui. La Germania veniva dichiarata responsabile del conflitto, ma nessuno metteva davvero in discussione le logiche imperiali e di potenza di Francia, Regno Unito e Italia, né l’espansionismo che aveva caratterizzato anche gli altri attori negli anni precedenti la guerra. La colpa era unica perché unico doveva essere il vinto da far pagare. Alla fragile repubblica nata dalle ceneri dell’impero si chiedevano riparazioni enormi, una cifra colossale, mentre contemporaneamente le si toglievano le risorse per pagarle: le colonie, il carbone, i territori produttivi. Era una trappola economica e politica quasi perfetta, costruita in modo da non poter funzionare. E alcune decisioni sembravano fatte apposta per restare aperte, per generare conflitti futuri: il corridoio polacco e Danzica, le minoranze tedesche disseminate oltre confine, le frontiere lasciate ambigue. Qui si può essere espliciti: la pace «giusta» proclamata in teoria fu disegnata, nei fatti, per soddisfare le agende nazionali dei vincitori e per stabilire una netta gerarchia tra chi aveva vinto e chi aveva perso. ## **Diktat, pugnalata alle spalle, laboratorio di risentimento** Tra il testo del trattato e il modo in cui fu percepito in Germania si aprì subito un abisso, e questo abisso conta quanto e più del contenuto. Per i tedeschi Versailles non fu una pace negoziata, ma un diktat, un’imposizione calata dall’alto senza vera partecipazione, accettata solo sotto la minaccia della ripresa delle ostilità. Non c’era stata trattativa, non c’era stato dialogo tra pari: c’era stato un documento da firmare e basta. Questa percezione di violenza e di umiliazione si impresse profondamente nella coscienza nazionale. Su questo terreno attecchì alla perfezione un mito velenoso, quello della «pugnalata alle spalle». Secondo questa narrazione, l’esercito tedesco non era stato realmente sconfitto sul campo di battaglia, ma tradito alle spalle dal fronte interno: dai socialisti, dai repubblicani, da presunti nemici interni additati come responsabili del crollo. La sconfitta militare veniva così negata e riscritta come tradimento, e l’umiliazione di Versailles diventava la prova di questo complotto, il suo sigillo. I due miti si saldavano in un’unica, potente narrazione del risentimento. Il risultato fu che la giovane repubblica nata dalla sconfitta venne al mondo già delegittimata. Doveva firmare e poi gestire una pace odiata da gran parte della popolazione, governare un Paese stremato dalla guerra, affrontare inflazione e disoccupazione sotto la pressione costante dei vincitori e dei pagamenti dovuti. Era nata con un marchio d’infamia agli occhi di molti suoi stessi cittadini, accusata di essere figlia del tradimento e della resa. Versailles, in questo senso, non causò direttamente nulla, ma offrì materiale grezzo in abbondanza: un repertorio di umiliazioni, ingiustizie percepite e simboli del risentimento che i nazionalisti più radicali avrebbero poi saputo sfruttare con maestria. ## **Quando la pace ti mangia il portafoglio** Le condizioni economiche imposte dal trattato si intrecciarono con le difficoltà del dopoguerra in un nodo difficile da districare. Le riparazioni e le perdite di risorse produttive aggravarono la crisi degli anni immediatamente successivi al conflitto, contribuendo a un clima di incertezza e di sofferenza diffusa. L’episodio più drammatico, l’iperinflazione che nei primi anni Venti rese la moneta carta straccia, divorando i risparmi di intere fasce della popolazione, fu in realtà legato soprattutto a scelte interne di gestione finanziaria, ma maturò dentro il contesto avvelenato dei pagamenti dovuti e dell’occupazione di una regione industriale chiave da parte francese in risposta a un mancato versamento. La pace, insomma, non causò meccanicamente l’iperinflazione, ma fornì lo scenario di pressione in cui quella catastrofe monetaria si produsse. Negli anni successivi la Germania finì per dipendere in larga misura dai prestiti esteri, in particolare americani, attraverso piani che ristrutturavano le riparazioni e immettevano capitali nell’economia tedesca, permettendole una parziale ripresa. Ne risultò una Germania perennemente oscillante tra due condizioni opposte: da un lato il pagamento forzato e l’umiliazione, dall’altro un graduale reinserimento nell’economia mondiale. Una frustrazione permanente accompagnata da una ripresa fragile e dipendente dall’estero. Ed è qui che entra in gioco il fattore decisivo, spesso confuso con Versailles ma da esso distinto: la grande crisi mondiale di fine anni Venti. Quando i capitali stranieri da cui la Germania dipendeva si ritirarono di colpo, l’intera impalcatura crollò, e con essa la stabilità della repubblica. È un punto da tenere fermo: la pace aveva creato la base di instabilità, ma fu la crisi economica globale ad accendere davvero la miccia. Senza quel tracollo mondiale, la storia degli anni Trenta sarebbe potuta andare diversamente. ## **Se bastasse un trattato ingiusto, il mondo sarebbe pieno di Hitler** Arriviamo così al passaggio critico, quello che smonta la formula semplicistica. Se davvero un trattato di pace ingiusto e punitivo fosse sufficiente a produrre un regime totalitario e genocida, allora la storia ne sarebbe piena, perché di paci durissime e umilianti ne sono state imposte molte, in molte epoche, senza che da esse nascessero mostri analoghi. La durezza di un trattato è una condizione che può favorire certi esiti, non una causa che li determina. Versailles fu una condizione favorevole, non un destino già scritto. Per spiegare l’avvento del nazismo servono altri fattori, e tutti indispensabili. C’è la crisi economica globale, senza la quale il consenso a movimenti estremi non avrebbe raggiunto certe proporzioni. C’è la paura del comunismo, che spinse parte delle élite economiche e conservatrici a considerare i nazionalisti radicali come un argine utile, una scommessa rischiosa su cui puntare per contenere la minaccia rossa, fino alla scelta fatale di consegnare loro il potere credendo di poterli controllare. C’è il peso delle tradizioni autoritarie e militariste profondamente radicate nella società tedesca ben prima del 1919, che fornirono un terreno culturale ricettivo. E ci sono i fallimenti interni della repubblica stessa: la frammentazione politica che rendeva ingovernabile il Paese, la violenza paramilitare che insanguinava le strade, l’incapacità delle forze democratiche di fare fronte comune. La tesi, allora, è netta: attribuire a Versailles la responsabilità della seconda guerra mondiale significa assolvere troppi attori concreti, troppe scelte precise compiute da persone precise negli anni Venti e Trenta. Significa trasformare una catena di decisioni umane, ciascuna delle quali avrebbe potuto essere diversa, in un meccanismo automatico innescato vent’anni prima. È un modo per non guardare in faccia chi, in quegli anni decisivi, scelse, sbagliò o tradì. ## **Dal revisionismo al lasciapassare: Versailles smontata pezzo per pezzo** C’è poi un aspetto che il racconto della «pace troppo dura» tende a rimuovere, e che invece è cruciale: negli anni Trenta furono gli stessi vincitori a cominciare a smontare Versailles, lasciandone violare le clausole una dopo l’altra. Il trattato che nel 1919 era stato imposto con rigidità feroce venne, vent’anni dopo, eroso e svuotato con sorprendente arrendevolezza. La sequenza è eloquente. La Renania, che doveva restare smilitarizzata, fu rioccupata militarmente senza che nessuno reagisse con la forza. L’annessione dell’Austria, vietata dai trattati, avvenne tra l’inerzia generale. La questione dei territori abitati da tedeschi in Cecoslovacchia si chiuse con una conferenza in cui le potenze occidentali cedettero, illudendosi di comprare la pace. Il riarmo tedesco, esplicitamente proibito, fu a lungo tollerato e in qualche caso perfino in parte avallato. Una violazione dopo l’altra, le clausole del 1919 caddero senza che chi le aveva imposte muovesse un dito serio per difenderle. Qui la polemica è legittima e necessaria. La «pace sbagliata» fu sbagliata in due tempi, in due momenti opposti e ugualmente gravi. Fu sbagliata nel 1919, quando si rivelò troppo punitiva, umiliante, costruita per generare risentimento. E fu sbagliata di nuovo negli anni Trenta, quando venne lasciata erodere pezzo per pezzo senza alcuna strategia coerente, senza decidere se applicarla o rinegoziarla in modo ordinato. Chi aveva imposto condizioni durissime accettò poi di fatto la loro sistematica violazione, e così facendo mandò a Berlino un messaggio chiarissimo: nessuno avrebbe difatto reagito. L’incoerenza tra la durezza iniziale e la debolezza successiva fu, forse, più disastrosa della durezza stessa. **Dal 1919 ai nostri trattati: come si costruisce il futuro di un nemico sconfitto** ![Delegati esaminano la mappa dei nuovi confini europei nel trattato di Versailles 1919](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Dal-1919-ai-nostri-trattati-come-si-costruisce-il-futuro-di-un-nemico-sconfitto-1024x576.png "Dal 1919 ai nostri trattati come si costruisce il futuro di un nemico sconfitto - Scripta Manent Italia") Rimettendo insieme i fili, Versailles appare per quello che fu davvero: non un semplice eccesso di durezza, non un castigo troppo severo e basta, ma un miscuglio instabile di vendetta, idealismo incoerente e miopia strategica. Vendetta nella scelta dei simboli e nella logica della colpa unica; idealismo incoerente nell’autodeterminazione predicata e tradita; miopia strategica nell’incapacità di costruire un assetto stabile e poi di difenderlo o di riformarlo con lucidità. Tre difetti diversi che, sommati, produssero non la guerra, ma le condizioni in cui la guerra divenne possibile per mano di altri. Da qui si può guardare al presente senza forzare il parallelo, ma cogliendone la lezione di fondo. La domanda che Versailles pone è universale e attualissima: come si trattano gli sconfitti? Vale ancora oggi, di fronte a conflitti che si chiudono «a metà», senza una vera pace; di fronte ai regimi di sanzioni che puniscono ma non risolvono; di fronte ai piani di ricostruzione condizionati che possono integrare o, al contrario, umiliare. Ogni volta che una guerra finisce, qualcuno deve decidere che cosa fare del nemico battuto, e quella decisione, lo insegna il 1919, può seminare la pace o il prossimo conflitto. Versailles non ha scritto da sola la seconda guerra mondiale: a scriverla concorsero la crisi economica, le scelte delle élite, le tradizioni autoritarie, i fallimenti di una democrazia fragile e la viltà di chi non seppe difendere ciò che aveva imposto. Ma quel trattato ha dimostrato, una volta per tutte, quanto sia facile costruire una pace che contenga già, in filigrana, la prossima catastrofe. E quanto sia difficile, invece, costruirne una che la eviti. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Storia Contemporanea --- ### [Egitto: tre tombe inedite riemergono dalla necropoli Menfita](https://scriptamanentitalia.it/egitto-tre-tombe-inedite-riemergono-dalla-necropoli-menfita/) **Published:** Luglio 23, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **SAQQARA**, in **Egitto**, lungo il versante orientale della scarpata calcarea che domina la celeberrima necropoli menfita, una missione archeologica ha recentemente portato alla luce tre tombe rupestri risalenti all'epoca del **Nuovo Regno**, in un arco cronologico che si estende all'incirca tra il **XVI secolo a.C.** e l'**XI secolo a.C.** L'area specifica del ritrovamento è la necropoli del Βουβαστεῖον, un sito che continua a restituire inestimabili testimonianze sulle *élite* burocratiche e militari dell'antichità. Secondo le dichiarazioni di **Hisham El-Leithy. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Un reperto intatto emerge dalle ceneri in Florida](https://scriptamanentitalia.it/un-reperto-intatto-emerge-dalle-ceneri-in-florida/) **Published:** Luglio 23, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **Gainesville**, nel nord-ovest della **Florida**, le stratigrafie del tempo hanno restituito una testimonianza materiale di inestimabile valore per la comprensione delle complesse dinamiche coloniali del XVII secolo. Nel contesto di un meticoloso programma accademico sul campo promosso dalla **University of Florida**, gli studiosi hanno portato alla luce un vaso in terracotta perfettamente integro, un autentico *unicum* che sfida le spietate consuetudini del degrado archeologico. Il reperto, di inequivocabile manifattura indigena, è stato plasmato circa quattrocento anni fa dalle abili mani di un membro della tribù **Potano**, un sottogruppo. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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In tale sito, un tempo innervato da complessi sistemi di canali navigabili che raccordavano il **Basso Egitto** ad **Alessandria** e alle rotte marittime. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Caverna svela le pratiche degli aborigeni di 25.000 anni fa](https://scriptamanentitalia.it/caverna-svela-pratiche-aborigeni-25000-anni-fa/) **Published:** Luglio 22, 2026 **Author:** Redazione **Content:** A **CLOGGS CAVE**, nell'entroterra carsico dell'**East Gippsland** in **Australia** sud-orientale, un consorzio di accademici in perfetta sinergia con la **GunaiKurnai Land and Waters Aboriginal Corporation** ha dissotterrato una narrazione botanica silente, incisa a imperitura memoria nelle ceneri del tempo. Questo maestoso recesso di calcare, profondamente incastonato nelle viscere della terra a diciassette metri di altezza sulla piana del fiume **Buchan**, custodisce le inestimabili vestigia di occupazioni umane continue. Le indagini stratigrafiche, condotte con meticolosa precisione nei pozzetti archeologici denominati **P35** e **R31**, hanno. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Le indagini archeologiche in corso, promosse e guidate con rigore filologico dall'**Istituto Monte Bernorio per lo Studio dell'Antichità Cantabrica**, istituzione altrimenti nota con l'acronimo **IMBEAC**, in stretta sinergia accademica con. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Ipazia di Alessandria. Così destra e sinistra politicizzano l'antica filosofa](https://scriptamanentitalia.it/ipazia-alessandria-destra-sinistra-politicizzano-filosofa/) **Published:** Luglio 22, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Una filosofa ad Alessandria, non un’eroina fantasy](#Una_filosofa_ad_Alessandria_non_uneroina_fantasy) - [La martire della scienza che piace alla sinistra](#La_martire_della_scienza_che_piace_alla_sinistra) - [Quando anche i cristiani vogliono tenersi Ipazia](#Quando_anche_i_cristiani_vogliono_tenersi_Ipazia) - [Ipazia non voterebbe né Meloni né Schlein](#Ipazia_non_voterebbe_ne_Meloni_ne_Schlein) - [Se smettessimo di usarla e provassimo ad ascoltarla](#Se_smettessimo_di_usarla_e_provassimo_ad_ascoltarla) Alessandria, primi mesi del 415. Una donna attraversa la città in carrozza, il chitone bianco, il passo di chi sa di essere ascoltata. Intorno a lei una città intera trattiene il fiato, spaccata tra il palazzo del prefetto e la cattedrale del patriarca, tra fazioni che da mesi si misurano a colpi di tumulti, sassaiole e processioni. Ipazia insegna filosofia, matematica, astronomia. Ha allievi che diventeranno vescovi e funzionari imperiali. È la mente più rispettata della città. Di lì a poco una folla la trascinerà dentro una chiesa e la ucciderà con una ferocia che le fonti antiche faticano a raccontare. Questa è la scena. Ma è anche il punto in cui finisce la storia e comincia qualcos’altro. Perché di Ipazia, oggi, non discutiamo quasi mai la vita. Discutiamo l’uso. Non la filosofa, ma l’icona. Ogni campo politico e culturale la riscrive a propria immagine e somiglianza: martire della ragione per gli uni, vittima del caos dei tempi per gli altri, simbolo femminista per chi cerca un’antenata, pretesto polemico per chi si sente sotto assedio. In sedici secoli Ipazia è diventata tutto, tranne che se stessa. Questo articolo prova a fare due cose insieme. Prima rimettere in fila i pochi dati solidi sulla Ipazia storica, quelli che reggono al di là del mito. Poi osservare come quella manciata di fatti sia stata trasformata in bandiera identitaria contemporanea, e che cosa quella trasformazione dice di noi più che di lei. ## **Una filosofa ad Alessandria, non un’eroina fantasy** Ipazia nasce ad Alessandria tra il 350 e il 370, figlia di Teone, matematico e astronomo legato al Museo, la grande istituzione del sapere ellenistico ormai al tramonto. Eredita dal padre il mestiere e lo supera in fama. È una filosofa neoplatonica, una matematica, un’astronoma; soprattutto è un’insegnante di élite, attorno a cui ruota un circolo di allievi colti e socialmente influenti. Le sue opere sono andate quasi tutte perdute, ma sappiamo che lavorò su commenti a Diofanto, Apollonio e Tolomeo, il cuore della scienza esatta del suo tempo. Tra i suoi studenti c’è Sinesio di Cirene, che diventerà vescovo cristiano e continuerà a scriverle lettere affettuose e deferenti. Già questo basta a complicare il quadro: la sua scuola non era un’enclave di pagani contro cristiani, ma un ambiente misto, dove la fede di ciascuno contava meno della qualità del pensiero. E la città in cui vive, Alessandria del V secolo, è una città esplosiva. Comunità religiose in conflitto permanente, pagani, ebrei e cristiani, dentro un equilibrio che salta di continuo. Su questo sfondo si consuma una rivalità precisa, quella tra l’autorità civile e quella religiosa: da un lato Oreste, prefetto imperiale appena convertito al cristianesimo ma geloso delle proprie prerogative; dall’altro Cirillo, patriarca ambizioso, deciso a fare della Chiesa alessandrina il vero potere della città. Ipazia non è una spettatrice. È vicina a Oreste, è consultata, è ascoltata; e questo la colloca, già nel suo tempo, dentro la politica. Era una donna di potere intellettuale in una città dove il potere si stava ridisegnando con la violenza. Nella primavera del 415 corre la voce che sia proprio lei a impedire la riconciliazione tra il prefetto e il patriarca. La voce basta. Un gruppo di fanatici legati all’ambiente del patriarcato la intercetta per strada, la trascina dentro una chiesa, la denuda e la massacra; poi ne fa scempio del corpo e lo brucia. La responsabilità è intrecciata: c’è il fervore religioso, c’è il calcolo politico, c’è la lotta per il controllo della città. Vale la pena dirlo con chiarezza, perché è qui che il mito moderno comincia a torcere i fatti: non fu una crociata contro la scienza, e non fu Ipazia a custodire una Biblioteca che era già scomparsa da tempo. Fu una lotta di fazione che travolse una figura simbolica. Significativo che la fonte più vicina, lo storico Socrate Scolastico, fosse a sua volta cristiano e condannasse senza appello quell’omicidio come una vergogna che ricadeva sull’intera Chiesa alessandrina. È su questo terreno, molto meno romantico del mito, che andremo a costruire le letture moderne. ## **La martire della scienza che piace alla sinistra** Nella vulgata laica e progressista Ipazia diventa qualcosa di molto più maneggevole della filosofa neoplatonica: è la «prima scienziata donna», uccisa da monaci furiosi perché osava pensare. La ragione contro la superstizione, il sapere contro il dogma. Il parallelo è quasi automatico e quasi sempre esplicito: Ipazia, Galileo, Giordano Bruno, una sola linea che arriva fino alle battaglie di oggi su laicità, diritti civili, autonomia delle donne sul proprio corpo. È sempre la stessa storia, dice questo racconto. Ed è esattamente la sua forza. Sui social la complessità evapora del tutto. Restano i meme, le citazioni apocrife (Ipazia non ha mai scritto la maggior parte delle frasi che le vengono attribuite), le immagini di una giovane donna luminosa contrapposta a un clero maschile e cupo. Lo slogan si riduce all’osso: «Ipazia, uccisa dalla Chiesa perché pensava». Il film *Agora* di Alejandro Amenábar, nel 2009, ha fissato questa immagine nell’immaginario di massa con la forza che solo il cinema possiede, al prezzo di parecchie libertà rispetto alle fonti. È una storia forte, lineare, facilissima da raccontare e da ricordare, che rafforza l’identità laica nel suo confronto storico con l’istituzione ecclesiastica. E costruisce un ponte emotivo tra ieri e oggi: se la stessa logica oscurantista attraversa i secoli, allora la battaglia di Ipazia è anche la nostra. In realtà però spariscono molte realtà storiche. Spariscono Oreste e la lotta tra potere civile e religioso, sparisce la politica cittadina, sparisce l’impero, spariscono le sfumature interne al cristianesimo, a partire da quel Socrate Scolastico che il delitto lo condannò. Un conflitto di potere viene riscritto come fiaba morale, buoni razionali contro cattivi religiosi. La domanda non è se questo racconto sia efficace, perché lo è moltissimo. La domanda è se possiamo permetterci di tenere insieme la sua efficacia narrativa e la complessità di ciò che davvero accadde. ## **Quando anche i cristiani vogliono tenersi Ipazia** ![Ipazia di Alessandria insegna filosofia davanti alla cattedrale, tra allievi e chierici cristiani, con iscrizione greca sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Quando-anche-i-cristiani-vogliono-tenersi-Ipazia-1024x576.png "Quando anche i cristiani vogliono tenersi Ipazia - Scripta Manent Italia") Di fronte a un mito così potente, una parte del mondo cristiano e conservatore reagisce con una contro-operazione speculare. La prima mossa è ridimensionare: era un’epoca violenta, quelle non erano vere logiche cristiane ma eccessi di fanatici, e comunque la responsabilità di un gruppo esaltato non può ricadere sulla Chiesa come istituzione. È un’argomentazione che ha una sua solidità storica, perché distinguere un atto isterico da una dottrina è legittimo, ma rischia di scivolare nella deresponsabilizzazione quando dimentica che quei fanatici si muovevano dentro un clima alimentato anche dall’alto. La seconda mossa è più sottile e più interessante: recuperare Ipazia. Se amava il *logos*, la ragione, l’ordine intelligibile del mondo, allora non era affatto nemica del cristianesimo «vero»; semmai ne anticipava l’aspirazione a una fede ragionevole, conciliabile con il pensiero. Alcune letture la presentano come vittima del caos politico più che della religione, sostenute peraltro dal dettaglio non trascurabile che il suo allievo Sinesio fosse cristiano e che lei stessa vivesse senza attriti in un ambiente confessionalmente misto. Ipazia smette di essere un atto d’accusa e diventa un’alleata postuma. La terza mossa rovescia il tavolo. Il discorso vira su un’altra accusa: il vero odio ideologico, oggi, sarebbe quello anticristiano, che usa Ipazia come pretesto per colpire la Chiesa. Il campo che si percepisce assediato trasforma allora Ipazia in un cavallo di Troia del nemico laicista, in un’arma retorica da disinnescare prima ancora che da capire. Si difende l’immagine della Chiesa e si protegge un’eredità storica che il mito anticlericale tende a caricaturare. Ma il prezzo è simmetrico a quello pagato dall’altro campo: si rischia di diluire il ruolo concreto del fanatismo religioso e di sterilizzare una vicenda che, presa sul serio, interroga davvero il rapporto tra fede, potere e violenza. Per non farsi togliere Ipazia, la si addomestica. ## **Ipazia non voterebbe né Meloni né Schlein** Tutte queste operazioni hanno un meccanismo comune, e ha un nome: presentismo. È l’abitudine di leggere il V secolo con le lenti del XXI, di proiettare sul passato le nostre categorie, le nostre fazioni, i nostri schieramenti. Chiedersi se Ipazia fosse «di destra» o «di sinistra» è, alla lettera, una domanda priva di senso, perché quelle coordinate non esistevano e descrivono un mondo che lei non avrebbe riconosciuto. Eppure è una domanda rivelatrice, non di lei ma di noi: dice esattamente quali sono le caselle dentro cui non riusciamo a non infilare tutto. La politica contemporanea usa il passato come un catalogo di immagini pronte all’uso. Martiri della scienza, santi della tradizione, ribelli femministe ante litteram: ce n’è per ogni esigenza identitaria. Ipazia funziona come un brand, non come un oggetto di ricerca. La si sceglie per quello che evoca, non per quello che fu, e la si consuma in un’immagine che conferma chi la espone. Non è sola in questo destino. Dante viene arruolato a turno da chiunque cerchi un’identità nazionale o un padre nobile. Costantino è insieme il fondatore dell’Europa cristiana e il cinico stratega del potere, a seconda di chi lo cita. Francesco d’Assisi è il santo della povertà evangelica per alcuni e l’ecologista ante litteram per altri, fino a figure ben più recenti tirate da destra e da sinistra a colpi di citazioni selettive. Il meccanismo è sempre identico: si prende una figura abbastanza grande e abbastanza lontana, e la si riempie del significato che serve. Più che capire Ipazia, usiamo Ipazia per confermare ciò che già pensiamo su scienza, Chiesa, donne e potere. Il passato non è uno specchio neutro, è uno specchio della nostra polarizzazione: ci restituisce, ingrandita, la lite che già stavamo facendo. E forse il dato più imbarazzante è che funziona benissimo proprio perché di Ipazia, in fondo, sappiamo abbastanza poco da poterci scrivere sopra quasi tutto. ## **Se smettessimo di usarla e provassimo ad ascoltarla** ![Piazza deserta di Alessandria d'Egitto all'alba, dopo il linciaggio di Ipazia, con mantello, mappa e rotoli abbandonati](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Se-smettessimo-di-usarla-e-provassimo-ad-ascoltarla-1024x576.png "Se smettessimo di usarla e provassimo ad ascoltarla - Scripta Manent Italia") Resta un paradosso. Tra la martire anticlericale e la vittima del «caos dei tempi», la figura storica di Ipazia finisce per restare quasi invisibile, schiacciata tra due usi che la riguardano solo di sbieco. È contesa da tutti e ascoltata da nessuno. Forse l’unico modo adulto di trattare il passato è proprio questo: non negare la sua forza simbolica, che è reale e legittima, ma riconoscere il momento in cui smettiamo di fare storia e cominciamo a fare politica. Le due cose non sono illegittime, ma sono diverse, e confonderle non aiuta a capire né l’una né l’altra. Presa sul serio, e non come bandiera, Ipazia diventa allora qualcosa di più utile di un’icona: un laboratorio per ragionare su tre nodi che non si sono mai sciolti. Il rapporto tra sapere e potere, e che cosa accade quando chi sa si avvicina troppo a chi comanda. Il ruolo delle donne nello spazio pubblico, e il prezzo che ancora possono pagare per occuparlo. Il confine, sempre poroso, tra fede e violenza, e la responsabilità di chi alimenta un clima senza voler vedere dove conduce. Torniamo per un istante ad Alessandria. La folla che si disperde, il silenzio che cala dopo il linciaggio, la città che il giorno dopo riprende le sue liti come se nulla fosse. È in quel silenzio che vale la pena fermarsi, prima di issare l’ennesima bandiera. E lasciarsi alle spalle una sola domanda, la più scomoda di tutte: quando diciamo «Ipazia era dei nostri», chi stiamo davvero difendendo, lei o noi stessi? ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Iberia: scoperto il campo romano dei Ceretani](https://scriptamanentitalia.it/iberia-scoperto-campo-romano-ceretani/) **Published:** Luglio 22, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Al **COLLET DE JOVELL**, nell'antica regione della **Cerdagna**, le tracce sepolte dell'imperialismo di **Roma** emergono dai boschi appartenenti ai **Pirenei** per riscrivere in modo definitivo le cronache della conquista iberica. La parabola dell'assoggettamento della **Penisola Iberica** non fu in alcun modo un processo rapido o incruento, bensì una sanguinosa operazione militare protrattasi per innumerevoli generazioni. Da quando le prime legioni repubblicane sbarcarono a **Emporion** nel **218 a.C.**, inaugurando la lunga e faticosa marcia verso l'egemonia territoriale, le tribù autoctone opposero una. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Devon: scoperta villa romana con mosaico storico](https://scriptamanentitalia.it/devon-scoperta-villa-romana-mosaico-storico/) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel **Devon**, tra i floridi insediamenti agricoli di **Halberton** e **Sampford Peverell**, le indagini stratigrafiche hanno svelato i resti monumentali di una villa romana di proporzioni inedite per l'intera regione. Il rigoroso progetto accademico, coordinato dai ricercatori della **University of Exeter** in stretta collaborazione con gli specialisti di **Cotswold Archaeology**, ha dischiuso un capitolo di fondamentale importanza per la comprensione della «romanizzazione» nelle province occidentali dell'Impero. Questa lodevole iniziativa di ricerca, nota istituzionalmente come progetto **SHARE** e sostenuta finanziariamente dal fondo **The National Lottery Heritage. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Le tecniche di Stalin per riscrivere la memoria](https://scriptamanentitalia.it/le-tecniche-di-stalin-per-riscrivere-la-memoria/) **Published:** Luglio 20, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Quando la Storia cambia edizione ogni anno](#Quando_la_Storia_cambia_edizione_ogni_anno) - [Non puoi sfuggire alla versione ufficiale](#Non_puoi_sfuggire_alla_versione_ufficiale) - [Se lui confessa, forse mi sbaglio io](#Se_lui_confessa_forse_mi_sbaglio_io) - [Sapere troppo (o ricordare troppo) può uccidere](#Sapere_troppo_o_ricordare_troppo_puo_uccidere) - [Dire sempre le stesse frasi finché non pensi più](#Dire_sempre_le_stesse_frasi_finche_non_pensi_piu) - [Quando la finzione condivisa diventa più forte della realtà](#Quando_la_finzione_condivisa_diventa_piu_forte_della_realta) - [Lo stalinismo come manuale estremo di controllo della memoria](#Lo_stalinismo_come_manuale_estremo_di_controllo_della_memoria) Un vecchio militante è certo di un dettaglio: in una celebre fotografia, accanto a Lenin, c’era anche un altro dirigente, quello che oggi è diventato il traditore per eccellenza. Lo ricorda con precisione, l’ha vista decine di volte quella foto. Ma l’edizione ufficiale ora in circolazione non mostra più nessuno accanto a Lenin: al posto dell’uomo cancellato c’è una colonna, un muro, lo sfondo vuoto. Il militante guarda, riguarda, e comincia a chiedersi se non sia lui a sbagliarsi, se quel ricordo così nitido non sia in fondo un’illusione. Oppure, in una sala riunioni, un compagno deve applaudire la confessione pubblica di un amico che sa innocente, e che pure si accusa di crimini incredibili con voce ferma. Applaudendo, qualcosa dentro di lui si incrina. Sono scene minime, prive di sangue visibile, e proprio per questo rivelatrici. Perché lo stalinismo non si limitò a reprimere, a deportare, a uccidere, cose che pure fece su scala spaventosa. Fece qualcosa di più sottile e, sotto un certo aspetto, di più profondo: costruì un ambiente in cui diventava razionale dubitare dei propri ricordi e affidarsi alla versione ufficiale. Non solo ti puniva se ricordavi la cosa sbagliata, ma ti portava, lentamente, a non fidarti più della tua stessa memoria, a considerare la verità del partito più solida di ciò che avevi visto con i tuoi occhi. La tesi di questo articolo è che il tratto più impressionante di quel sistema non sta in ciò che fece ai corpi, ma in ciò che fece alle menti. È una storia di ingegneria della realtà, di tecniche per riscrivere il passato e il presente fino a rendere il dubbio su se stessi una forma di lealtà al potere. Vale la pena ricostruirla, perché illumina un meccanismo che riguarda non solo un’epoca lontana, ma il modo stesso in cui la memoria umana può essere piegata. ## **Quando la Storia cambia edizione ogni anno** Il primo strumento di questa ingegneria fu la riscrittura sistematica del passato. Le fotografie venivano ritoccate per cancellare le persone cadute in disgrazia: chi era stato fotografato accanto ai capi spariva dalle immagini, sostituito da uno sfondo neutro, come se non fosse mai esistito. Ritratti epurati, gruppi che si assottigliavano edizione dopo edizione, dirigenti che svanivano nel nulla. E non erano solo le immagini: i manuali di storia venivano riscritti, le opere dei padri fondatori della rivoluzione ripubblicate in versioni «aggiornate», con prefazioni e note che cambiavano linea a seconda di chi fosse in auge e di chi fosse caduto. Le biografie dei dirigenti subivano metamorfosi vertiginose. Un uomo celebrato come eroe della rivoluzione poteva diventare, nel giro di pochi mesi, un traditore, un agente nemico, una nullità da espungere; oppure poteva semplicemente scomparire, evaporare dai libri e dalle cronache come se la sua esistenza fosse stata un errore tipografico. E intorno a queste trasformazioni si esigeva la cosa più difficile: fingere che fosse sempre stato così, che quell’uomo fosse stato da sempre un nemico, che la linea attuale fosse l’unica mai esistita. Si raccontava un celebre espediente editoriale: agli abbonati a una grande enciclopedia venivano spedite pagine sostitutive da incollare sopra le voci dedicate a personaggi caduti in disgrazia, così da riscrivere fisicamente i volumi già in casa, cancellando l’esistente. Il punto chiave di tutto questo è di una logica spietata. Se il passato muta di continuo, se la storia cambia edizione ogni anno e ogni anno smentisce quella precedente, allora l’unico passato «vero» disponibile diventa quello sancito oggi dal partito. La memoria personale, fissa e testarda, finisce per risultare inaffidabile proprio perché non si adegua: ricordare le versioni precedenti diventa un difetto, un residuo da correggere. Chi controlla il passato, in questo sistema, non si limita a interpretarlo: lo fabbrica e lo rifabbrica, rendendo chi ricorda un sopravvissuto di un mondo che ufficialmente non c’è mai stato. ## **Non puoi sfuggire alla versione ufficiale** A questa riscrittura del passato si affiancava una propaganda totale del presente, pensata per non lasciare alcuno spiraglio. La stessa narrazione veniva ripetuta ovunque, con variazioni minime: sui giornali, alla radio, nei cinegiornali proiettati prima dei film, sui manifesti affissi nelle strade e nelle fabbriche, nei romanzi che dovevano esaltare il lavoro e la costruzione del socialismo, nelle canzoni. Da qualunque parte ti voltassi, la voce era una sola, e diceva sempre la stessa cosa. Al centro di questa saturazione stava la figura del capo, eretta a oggetto di un culto pervasivo. Padre del popolo, genio di tutti i tempi e di tutti i popoli, guida infallibile: il suo volto era ovunque, nei ritratti appesi negli uffici e nelle case, nei discorsi, nelle celebrazioni di massa, nelle citazioni obbligatorie che dovevano aprire ogni intervento. Non c’era ambito della vita pubblica in cui la sua presenza non fosse imposta, ricordata, ribadita. L’effetto era quello della saturazione totale, e funzionava in modo subdolo. Quando l’unica storia che senti, dalla mattina alla sera, da ogni fonte possibile, è quella ufficiale, e nessuna voce diversa riesce a raggiungerti, accade qualcosa nella mente: anche i dubbi interiori cominciano a sembrarti anomalie, devianze private da nascondere e di cui vergognarsi. Non avendo alcun riscontro esterno, alcun altro che pensi come te, il tuo dissenso interno si fa sospetto ai tuoi stessi occhi. Forse, ti dici, il problema sei tu. La propaganda totale non vince soltanto occupando lo spazio pubblico: vince colonizzando quello privato, facendo sentire chi pensa diversamente solo e in errore. ## **Se lui confessa, forse mi sbaglio io** ![Vecchio dirigente confessa crimini davanti a un tribunale sovietico, sotto un manifesto contro i nemici del popolo e un grande ritratto di Stalin, mentre gli imputati in sala ascoltano a testa bassa](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Se-lui-confessa-forse-mi-sbaglio-io-1024x576.png "Se lui confessa forse mi sbaglio io - Scripta Manent Italia") Lo strumento forse più devastante di questa ingegneria furono i grandi processi degli anni Trenta. Sul banco degli imputati comparivano vecchi dirigenti della rivoluzione, figure storiche, uomini che avevano fatto la storia del movimento, e questi uomini confessavano. Confessavano crimini assurdi, improbabili, spesso fisicamente impossibili: complotti con potenze straniere, sabotaggi, tradimenti pianificati da anni. E lo facevano in pubblico, davanti a un tribunale, con processi trasmessi e pubblicati nei minimi dettagli, perché tutti potessero leggere e ascoltare quelle autoaccuse. Accanto ai processi spettacolari operava, in modo capillare, la pratica dell’autocritica. Nelle cellule di partito, nelle riunioni, ci si doveva accusare dei propri errori ideologici, ammettere «deviazioni», riconoscere di aver sbagliato. E spesso si trattava di ammettere come errore ciò che fino a poco prima era stato la linea ortodossa, la posizione corretta da difendere. La verità di ieri diventava la colpa di oggi, e bisognava confessarla come tale, con apparente sincerità. Il risultato psicologico di tutto questo era micidiale. Se chi ha vissuto direttamente gli eventi, chi c’era, chi sa, ne dà una versione opposta a quella che tu ricordi, e per giunta lo fa apparentemente in modo spontaneo, accusandosi da sé, allora il problema sembra essere la tua memoria, non il sistema. Come puoi fidarti del tuo ricordo, se il protagonista stesso lo smentisce? La confessione altrui diventa così uno strumento per disarmare la certezza propria. Chi assisteva era costretto a una scelta interiore lacerante: credere ai propri occhi e alla propria memoria, e sentirsi pazzo e solo contro tutti, oppure cedere, concludere di essersi sbagliato, e arrendersi alla versione ufficiale. Il sistema spingeva con tutto il suo peso verso la seconda opzione. ## **Sapere troppo (o ricordare troppo) può uccidere** A rendere tutto più efficace c’era un fattore brutale e concretissimo: la paura. In quel mondo, ricordare era pericoloso. Chi conservava memoria delle vecchie linee politiche, dei vecchi alleati poi diventati nemici, delle posizioni che cambiavano, sapeva che ogni dettaglio poteva trasformarsi in materiale d’accusa, contro altri e contro se stesso. Ricordare troppo, sapere troppo, significava possedere informazioni potenzialmente letali. Da qui nasceva una pervasiva cultura del sospetto e della delazione, in cui chiunque poteva denunciare chiunque, e in cui un’osservazione fuori posto, un ricordo condiviso con la persona sbagliata, potevano costare la libertà o la vita. La conseguenza logica era il silenzio: meglio non parlare, meglio non ricordare ad alta voce, meglio non avere opinioni personali su eventi del passato che potessero contraddire la versione corrente. Tacere era la prima difesa. Ma il meccanismo andava più in profondità del semplice silenzio esteriore. Per sopravvivere davvero in un ambiente simile non bastava tacere: conveniva indurre in sé una rimozione attiva, una autocensura che operasse non solo sulle labbra ma sui pensieri. Si finiva per evitare perfino di pensare certe cose, di ricordarle a se stessi, perché un pensiero non formulato è un pensiero che non rischia di sfuggire. E così, a forza di non dire e di non pensare, molti arrivavano al punto di non sapere più con certezza che cosa pensassero davvero. La memoria, sentita come un rischio, veniva volontariamente lasciata atrofizzare. L’autocensura interiore completava l’opera della censura esterna. ## **Dire sempre le stesse frasi finché non pensi più** Un alleato silenzioso di questo sistema fu il linguaggio. Si era affermata una sorta di lingua di legno, un repertorio fisso di formule che dominavano ogni discorso politico: l’inevitabilità storica del processo in corso, i nemici del popolo da smascherare, le deviazioni da condannare, la linea corretta incarnata dal capo. Espressioni che si ripetevano identiche, in ogni discorso, articolo, riunione, fino a diventare suono automatico più che pensiero. La ripetizione continua di questi slogan e di questi termini aveva un effetto preciso: sostituire i concetti complessi con etichette vuote, pronte all’uso, che dispensavano dal ragionare. Definire qualcuno «nemico del popolo» chiudeva ogni discussione; parlare di «inevitabilità storica» rendeva superfluo analizzare cause ed effetti. Il vocabolario ufficiale offriva una casella già pronta per ogni cosa, e quelle caselle rendevano difficilissimo, quasi impossibile, formulare un pensiero divergente, perché mancavano semplicemente le parole per dirlo. Il pensiero critico ha bisogno di un linguaggio articolato; privato di quel linguaggio, si spegne. E qui sta il legame con la memoria. Se il tuo repertorio verbale è interamente allineato al vocabolario ufficiale, se le uniche parole che hai a disposizione per descrivere il passato sono quelle fornite dal potere, allora anche i tuoi ricordi devono piegarsi a quelle categorie. Non puoi ricordare un dirigente come «un compagno stimato» se l’unica espressione disponibile per lui è «traditore»; non puoi pensare a una vecchia linea politica come «ragionevole» se la sola parola ammessa è «deviazione». Il linguaggio non descrive soltanto la realtà: la incasella, e incasellandola la riscrive. Chi controlla le parole con cui ricordi, controlla anche ciò che puoi ricordare. ## **Quando la finzione condivisa diventa più forte della realtà** ![Folla sovietica applaude in una piazza durante una parata di propaganda, con enorme ritratto di Stalin e striscioni che inneggiano al partito e alla vittoria del comunismo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Quando-la-finzione-condivisa-diventa-piu-forte-della-realta-1024x576.png "Quando la finzione condivisa diventa più forte della realtà - Scripta Manent Italia") C’è un livello ulteriore, e forse il più sofisticato, in cui questo sistema operava: la distinzione tra credere e fingere di credere. Non tutti, naturalmente, erano sinceramente convinti. Molti, nel privato della propria mente o tra le mura di casa con i più fidati, pensavano cose diverse da quelle che erano costretti a proclamare in pubblico. Esisteva una doppia verità, quella che si poteva pensare e quella che si doveva dire. Si potrebbe credere che questa doppiezza limitasse l’efficacia della propaganda, che il dissenso privato ne riducesse la presa. Ma sul lungo periodo accadeva il contrario, e questo è il punto più contro-intuitivo. La finzione condivisa, anche quando nessuno o quasi vi crede fino in fondo, finisce per strutturare il mondo reale. Se tutti intorno a te recitano la stessa storia, se tutti applaudono le stesse confessioni e ripetono gli stessi slogan, e se chi smette di recitare semplicemente sparisce, allora il costo di fidarsi dei propri ricordi e di agire di conseguenza diventa insostenibile. Non importa più che cosa pensi davvero: conta che cosa fai, e che cosa fanno tutti gli altri. La propaganda, in questo senso, non funziona soltanto perché convince. Funziona perché coordina il comportamento. Ti abitua a trattare come vero, nei gesti quotidiani, ciò che è utile al potere, indipendentemente da ciò che credi nel tuo intimo. E a forza di comportarti come se la versione ufficiale fosse vera, di recitarla giorno dopo giorno, anno dopo anno, il confine tra il far finta e il credere si assottiglia fino a sparire. La maschera, indossata abbastanza a lungo, aderisce al volto. La finzione condivisa, recitata da tutti, diventa alla fine più forte e più reale della realtà privata di ciascuno, che si fa sempre più fioca, incerta, indistinta. ## **Lo stalinismo come manuale estremo di controllo della memoria** Rimettiamo insieme i fili di questa ingegneria della realtà. La cancellazione fisica delle persone dalle immagini e dalle storie; la riscrittura continua di libri, biografie e manuali; i processi spettacolari e l’autocritica che insegnavano a non fidarsi della propria memoria; la paura e la delazione che rendevano il ricordare un rischio mortale; il linguaggio codificato che spegneva la possibilità stessa del pensiero divergente; la finzione condivisa che coordinava i comportamenti fino a sostituire la realtà. Messi insieme, questi strumenti compongono qualcosa che assomiglia a un manuale estremo di controllo della memoria collettiva e individuale, un esperimento totale su quanto sia manipolabile ciò che crediamo di sapere. Senza cadere in parallelismi grossolani, che sarebbero ingiusti verso la specificità e l’orrore di quel regime, è difficile non cogliere qualche eco nel nostro presente. La possibilità di modificare archivi digitali con un clic, cancellando o alterando ciò che è stato; le campagne coordinate che fanno apparire un’opinione molto più diffusa di quanto sia; l’informazione filtrata da algoritmi che decidono cosa vediamo e cosa no, costruendo per ciascuno una versione diversa della realtà. Non sono affatto la stessa cosa dello stalinismo, e sarebbe sciocco e offensivo sostenerlo. Ma toccano la stessa materia delicata: il rapporto tra ciò che ricordiamo, ciò che ci viene mostrato e ciò di cui possiamo fidarci. Resta, alla fine, la lezione più inquietante. Il volto peggiore dello stalinismo non sta solo in ciò che fece ai corpi, nelle vite spezzate e nei milioni di morti, per quanto questo resti il suo crimine fondamentale e incancellabile. Sta anche in ciò che fece alle menti: nel riuscire a trasformare il dubbio su se stessi in una forma di lealtà al potere. Quando un sistema arriva a convincerti che fidarti dei tuoi ricordi è un atto di slealtà, e diffidare di te stesso un dovere, allora ha vinto la sua battaglia più profonda, quella che si combatte non nei campi, ma dentro la testa di ogni singola persona. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Storia Contemporanea --- ### [Legio IV Flavia Felix: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-iv-flavia-felix-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 20, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio IV Flavia Felix](#Origini_della_Legio_IV_Flavia_Felix) - [Il contesto: la rivolta batavica e la sfiducia di Vespasiano](#Il_contesto_la_rivolta_batavica_e_la_sfiducia_di_Vespasiano) - [Il vessillo della Legio IV Flavia Felix](#Il_vessillo_della_Legio_IV_Flavia_Felix) - [Dalla IV Macedonica alla nuova Quarta «Flavia»](#Dalla_IV_Macedonica_alla_nuova_Quarta_%C2%ABFlavia%C2%BB) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato di «Flavia Felix»](#Il_significato_di_%C2%ABFlavia_Felix%C2%BB) - [I titoli «Pia Fidelis» e «VI Pia VI Fidelis»](#I_titoli_%C2%ABPia_Fidelis%C2%BB_e_%C2%ABVI_Pia_VI_Fidelis%C2%BB) - [L’emblema del leone](#Lemblema_del_leone) - [Le campagne militari della Legio IV Flavia Felix](#Le_campagne_militari_della_Legio_IV_Flavia_Felix) - [Le guerre daciche di Domiziano e Traiano](#Le_guerre_daciche_di_Domiziano_e_Traiano) - [Le guerre marcomanniche e la campagna partica di Lucio Vero](#Le_guerre_marcomanniche_e_la_campagna_partica_di_Lucio_Vero) - [Il III secolo: Severi, Massimino Trace e Decio](#Il_III_secolo_Severi_Massimino_Trace_e_Decio) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Burnum, la prima base in Dalmazia](#Burnum_la_prima_base_in_Dalmazia) - [Da Berzobis a Singidunum](#Da_Berzobis_a_Singidunum) - [Struttura interna e comando della Legio IV Flavia Felix](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_IV_Flavia_Felix) - [Il comando senatorio e i legati noti](#Il_comando_senatorio_e_i_legati_noti) - [La vita di frontiera sul Danubio](#La_vita_di_frontiera_sul_Danubio) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio IV Flavia Felix](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_IV_Flavia_Felix) - [Epigrafia e monumenti funerari](#Epigrafia_e_monumenti_funerari) - [Numismatica e Notitia Dignitatum](#Numismatica_e_Notitia_Dignitatum) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [La lunga permanenza in Mesia Superiore](#La_lunga_permanenza_in_Mesia_Superiore) - [Una legione tra Occidente e Oriente](#Una_legione_tra_Occidente_e_Oriente) - [Eredità e percezione moderna della Legio IV Flavia Felix](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_IV_Flavia_Felix) - [Il fascino della legione oggi](#Il_fascino_della_legione_oggi) - [Perché studiare la IV Flavia Felix](#Perche_studiare_la_IV_Flavia_Felix) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio IV Flavia Felix** è una delle legioni «flavie» create da Vespasiano nel 70 d.C., all’indomani della guerra civile dell’Anno dei quattro imperatori. Nacque dalle ceneri della disciolta *Legio IV Macedonica*, colpevole di aver sostenuto Vitellio contro lo stesso Vespasiano, e ne prese il nome dinastico, Flavia. Stanziata prima a Burnum in Dalmazia e poi a Singidunum, l’odierna Belgrado, la legione partecipò alle guerre daciche di Domiziano e Traiano, alle guerre marcomanniche e a diverse campagne orientali, restando attiva sul Danubio fino alla prima metà del V secolo. Il suo emblema era il leone, tuttora riprodotto sul vessillo della legione custodito da Trizio Editore. ## **Origini della Legio IV Flavia Felix** ### **Il contesto: la rivolta batavica e la sfiducia di Vespasiano** La nascita della legione si colloca nel clima turbolento seguito alla guerra civile del 69, l’anno dei quattro imperatori. Durante la rivolta dei Batavi la *IV Macedonica* aveva combattuto per Vespasiano contro Giulio Civile, ma l’imperatore diffidava di quei soldati, che due anni prima avevano sostenuto Vitellio. Per eliminare il rischio di nuove defezioni, Vespasiano scelse la via più drastica: sciogliere l’unità sospetta e riorganizzarne i veterani in una legione completamente nuova. [ ![Vessillo romano della Legio IV Flavia Felix con il leone dorato, ricostruzione storico-filologica - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/legivflaviafelix.png?v=1783942619&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-iv-flavia-felix-vessillo-romano) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio IV Flavia Felix Porta nella tua collezione l’emblema della legione danubiana di Vespasiano: il leone dorato della Legio IV Flavia Felix, ricostruito su base storico-filologica e disponibile su stendardo, acrilico o tela con cornice in noce. Da 79,00 €Tre finiture disponibili · formato 40 × 30 cm [Scopri e acquista](https://trizioeditore.it/products/legio-iv-flavia-felix-vessillo-romano) ### **Dalla IV Macedonica alla nuova Quarta «Flavia»** Vespasiano non si limitò a rinominare la legione, ma la ricostituì formalmente, imponendo ai legionari un nuovo giuramento di fedeltà alla propria gens. Il nome Flavia richiamava direttamente la dinastia dell’imperatore, in una logica di legittimazione dinastica simile a quella che secoli dopo useranno anche i Severi con le proprie legioni. La costituzione della nuova unità fu supervisionata da Gneo Giulio Agricola, il futuro conquistatore della Britannia. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Vessillo del leone della Legio IV Flavia Felix con legionari in schieramento presso accampamento fortificato](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-9-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato di «Flavia Felix»** Il cognome **Flavia** è un titolo dinastico puro, che lega la legione al nome della famiglia imperiale dei Flavi. L’appellativo **Felix** («fortunata») venne probabilmente concesso in un momento successivo, forse in relazione ai primi successi ottenuti in Dalmazia. ### **I titoli «Pia Fidelis» e «VI Pia VI Fidelis»** Sotto Traiano la legione avrebbe ricevuto anche l’epiteto **Pia Fidelis** («devota e fedele»), un riconoscimento che comportava non solo prestigio ma anche doni imperiali in denaro e armi. Il titolo fu rinnovato più volte nel corso del III secolo: un antoniniano di Gallieno porta la legenda «LEG IIII FL VI P VI F», che attesta il conferimento dell’appellativo «sei volte devota, sei volte leale». ### **L’emblema del leone** L’emblema della **Legio IV Flavia Felix** era il **leone**, simbolo tanto diffuso da far ipotizzare agli storici che la legione fosse stata costituita in piena estate, tra luglio e agosto del 70. Questo emblema è oggi riprodotto fedelmente nel vessillo della legione realizzato da Trizio Editore, un oggetto che restituisce visivamente l’identità simbolica dell’unità. ## **Le campagne militari della Legio IV Flavia Felix** ### **Le guerre daciche di Domiziano e Traiano** Trasferita sul Danubio dopo l’invasione dacica dell’86, la legione partecipò alla spedizione punitiva di Domiziano contro re Decebalo, distinguendosi nella battaglia di Tapae. Un decennio più tardi fece parte dell’esercito di Traiano che portò alla conquista definitiva della Dacia, costruendo la propria fortezza legionaria a Berzobis. ### **Le guerre marcomanniche e la campagna partica di Lucio Vero** Alcuni distaccamenti della legione furono inviati in Oriente nel 165 per la campagna partica di Lucio Vero, mentre il grosso dell’unità restò impegnato sul Danubio durante le guerre marcomanniche di Marco Aurelio. Fu in questo periodo che vessillazioni della legione presidiarono anche Aquincum, l’odierna Budapest, in sostituzione della II Adiutrix. ### **Il III secolo: Severi, Massimino Trace e Decio** Dopo la morte di Pertinace la legione appoggiò Settimio Severo contro i rivali Pescennio Nigro e Clodio Albino. Tracce della sua presenza emergono anche durante la campagna germanica di Massimino Trace del 235 e nelle guerre di Decio contro i Gepidi, mentre alcuni reparti avrebbero combattuto pure contro i Sasanidi in Oriente. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Legionario con vessillo del leone della Legio IV Flavia Felix davanti alla fortezza di Singidunum sul Danubio](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-12-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Burnum, la prima base in Dalmazia** La legione fu inizialmente stanziata a **Burnum**, l’odierna Kistanje in Croazia, dove sostituì la XI Claudia lungo il confine tra i Liburni alleati di Roma e i Dalmati ostili. Fu probabilmente in questa fase, coronata da successi militari, che ottenne l’appellativo Felix. ### **Da Berzobis a Singidunum** Dopo la conquista traianea della Dacia, la legione costruì e presidiò la fortezza di **Berzobis**, prima di essere richiamata a **Singidunum** sotto Adriano, nel 118/119. Singidunum, l’odierna Belgrado, divenne la base permanente della legione, pur con vessillazioni distaccate ad Apulum, Naissus e Ulpiana nei Balcani. ## **Struttura interna e comando della Legio IV Flavia Felix** ### **Il comando senatorio e i legati noti** A differenza delle legioni partiche di Severo, la IV Flavia Felix mantenne la struttura tradizionale con un *legatus legionis* di rango senatorio. Tra i comandanti noti figura Gaio Ottavio Tidio Tossiano Lucio Giavoleno Prisco, giurista destinato a diventare una delle massime autorità del diritto romano di epoca traianea. ### **La vita di frontiera sul Danubio** Come molte legioni danubiane, la IV Flavia Felix operò per secoli in un contesto di romanizzazione consolidata, ben diverso dalla frontiera orientale estrema della I Parthica. La sua presenza a Singidunum, punto strategico sulla via che conduceva al confine danubiano, ne fece un caposaldo stabile della difesa balcanica. ### **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio IV Flavia Felix** ### **Epigrafia e monumenti funerari** La conoscenza della legione si basa in larga parte su testimonianze epigrafiche, come la stele funeraria di Marco Aurelio Bito, soldato della legione, rinvenuta a Belgrado e decorata con leoni in riferimento all’emblema dell’unità. Iscrizioni relative alla legione sono state rinvenute anche a Nazareth, segno della mobilità dei suoi distaccamenti verso le province orientali. ### **Numismatica e Notitia Dignitatum** Sul piano numismatico, un antoniniano di Gallieno documenta direttamente il titolo onorifico «VI Pia VI Fidelis» attribuito alla legione. Per la fase tardoantica resta fondamentale la **Notitia Dignitatum**, che colloca ancora la legione in Mesia Superiore nella prima metà del V secolo. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### **La lunga permanenza in Mesia Superiore** A differenza di unità come la I Parthica, costrette a ripiegamenti drammatici sotto la pressione sasanide, la IV Flavia Felix rimase stabilmente in Mesia Superiore fino alla prima metà del V secolo, senza subire gli sconvolgimenti dei fronti orientali. La sua storia illustra così un modello diverso di sopravvivenza legionaria, legato alla stabilità relativa del limes danubiano rispetto a quello mesopotamico. ### **Una legione tra Occidente e Oriente** Nata in Dalmazia, radicata sul Danubio e occasionalmente impiegata in Oriente, la legione rappresenta un caso di unità «di cerniera» tra i due grandi fronti dell’Impero. Le sue vicende nel III secolo, dai Germani agli Alemanni fino ai Gepidi, mostrano la versatilità richiesta alle legioni danubiane in un’epoca di crisi multiple. ## **Eredità e percezione moderna della Legio IV Flavia Felix** ![Legionario con vessillo del leone della Legio IV Flavia Felix davanti alla fortezza di Singidunum sul Danubio](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-della-Legio-IV-Flavia-Felix-1024x576.png "Eredità e percezione moderna della Legio IV Flavia Felix - Scripta Manent Italia") ### **Il fascino della legione oggi** La **Legio IV Flavia Felix** ha conosciuto una popolarità inattesa grazie al cinema: è la legione raffigurata nella scena di apertura del film *Il Gladiatore*, dove il generale Massimo Decimo Meridio guida la campagna contro i Marcomanni. Il suo emblema, il leone, resta uno dei simboli legionari più immediatamente riconoscibili ed è oggi riprodotto fedelmente nel vessillo storico curato da Trizio Editore. ### **Perché studiare la IV Flavia Felix** Studiare questa legione significa osservare la politica dinastica dei Flavi, la gestione delle unità «di sostituzione» dopo una guerra civile, e la lunga storia del fronte danubiano tra I e V secolo. Chi voglia confrontarla con le altre legioni «quarte» o con le unità partiche troverà spunti utili negli articoli dedicati alla Legio I Parthica e alle altre legioni imperiali, unità che condividono epoche diverse ma raccontano insieme l’evoluzione dell’esercito romano. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio IV Flavia Felix?** La legione fu costituita dall’imperatore Vespasiano nel 70 d.C., riorganizzando i veterani della disciolta IV Macedonica. **Perché si chiama «Flavia Felix»?** Il cognome Flavia richiama la dinastia dell’imperatore fondatore, mentre Felix («fortunata») fu probabilmente aggiunto dopo i primi successi in Dalmazia. **Qual era l’emblema della Legio IV Flavia Felix?** L’emblema era il leone, riprodotto anche nel vessillo storico della legione. **Dove era di stanza la Legio IV Flavia Felix?** Fu inizialmente a Burnum in Dalmazia, poi a Berzobis in Dacia e infine, in modo permanente, a Singidunum in Mesia Superiore. **Contro chi combatté la Legio IV Flavia Felix?** Combatté contro i Daci sotto Domiziano e Traiano, contro le tribù germaniche nelle guerre marcomanniche, e occasionalmente contro Parti e Sasanidi in Oriente. **Fino a quando esistette la Legio IV Flavia Felix?** È attestata dalla Notitia Dignitatum ancora attiva in Mesia Superiore nella prima metà del V secolo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Ninive: scoperta stele monumentale di Assurbanipal](https://scriptamanentitalia.it/ninive-scoperta-stele-monumentale-assurbanipal/) **Published:** Luglio 20, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Bab Shamash**, presso la provincia irachena di **Ninive**, un'operazione di scavo condotta congiuntamente da una missione archeologica irachena e americana ha portato alla luce un inestimabile frammento di stele risalente all'epoca del re assiro **Assurbanipal**. La scoperta del reperto, la cui datazione risale a duemilaseicento anni or sono, in pieno **VII secolo a.C.**, è stata annunciata pubblicamente alla fine del mese di **Giugno 2026** dai vertici dell'**Ispettorato delle Antichità di Ninive** e dal **Consiglio di Stato per le Antichità e il Patrimonio. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Legio II Italica: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-ii-italica-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio II Italica](#Origini_della_Legio_II_Italica) - [Il contesto: Marco Aurelio e la guerra su due fronti](#Il_contesto_Marco_Aurelio_e_la_guerra_su_due_fronti) - [Il vessillo della Legio II Italica](#Il_vessillo_della_Legio_II_Italica) - [Una delle due legioni «Italicae»: II e III](#Una_delle_due_legioni_%C2%ABItalicae%C2%BB_II_e_III) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Italica» e i titoli di fedeltà](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABItalica%C2%BB_e_i_titoli_di_fedelta) - [L’emblema della lupa e dei gemelli](#Lemblema_della_lupa_e_dei_gemelli) - [Le campagne militari della Legio II Italica](#Le_campagne_militari_della_Legio_II_Italica) - [Le guerre marcomanniche e l’invasione del 170](#Le_guerre_marcomanniche_e_linvasione_del_170) - [L’anno dei cinque imperatori e le campagne di Settimio Severo](#Lanno_dei_cinque_imperatori_e_le_campagne_di_Settimio_Severo) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Da Ločica alla Praetentura Italiae et Alpium](#Da_Locica_alla_Praetentura_Italiae_et_Alpium) - [Il trasferimento nel Norico: Albing e Lauriacum](#Il_trasferimento_nel_Norico_Albing_e_Lauriacum) - [Struttura interna e comando della Legio II Italica](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_II_Italica) - [Un comando di rango tradizionale](#Un_comando_di_rango_tradizionale) - [Un’unità di reclutamento italico in terra straniera](#Ununita_di_reclutamento_italico_in_terra_straniera) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio II Italica](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_II_Italica) - [Le testimonianze storiografiche ed epigrafiche](#Le_testimonianze_storiografiche_ed_epigrafiche) - [La Notitia Dignitatum e i distaccamenti tardoantichi](#La_Notitia_Dignitatum_e_i_distaccamenti_tardoantichi) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [La trasformazione dell’esercito tardoantico](#La_trasformazione_dellesercito_tardoantico) - [La presenza continuata nel Norico](#La_presenza_continuata_nel_Norico) - [Eredità e percezione moderna della Legio II Italica](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_II_Italica) - [Il fascino di una legione italica sul Danubio](#Il_fascino_di_una_legione_italica_sul_Danubio) - [Perché studiare la II Italica](#Perche_studiare_la_II_Italica) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio II Italica** nacque nel 165-166 d.C. per volontà dell’imperatore Marco Aurelio, insieme alla gemella III Italica, in un momento in cui Roma era impegnata su due fronti opposti, quello germanico e quello partico. Trasferita ben presto sul Danubio, la legione si stabilì nel Norico dove, nella fortezza di Lauriacum, presidiò per secoli il confine settentrionale dell’Impero contro le popolazioni germaniche. Il suo emblema, la lupa con i gemelli Romolo e Remo, richiamava il mito fondativo di Roma e il legame diretto con la casa regnante di Marco Aurelio e Lucio Vero. Coinvolta nelle guerre marcomanniche, nell’anno dei cinque imperatori al fianco di Settimio Severo e infine nella crisi del III secolo sotto Gallieno, la II Italica rimase attestata nel Norico fino agli inizi del V secolo. ## **Origini della Legio II Italica** ## **Il contesto: Marco Aurelio e la guerra su due fronti** La nascita della legione si inserisce nel difficile scenario militare dell’impero di Marco Aurelio, che verso la metà degli anni 160 si trovò a dover gestire contemporaneamente la guerra partica in Oriente e le crescenti pressioni germaniche sul Danubio. Le legioni già di stanza sul confine danubiano erano state inviate in Oriente per la campagna partica e non potevano essere richiamate rapidamente, lasciando la frontiera settentrionale scoperta. Per rispondere a questa emergenza, l’imperatore decise di arruolare nuove unità piuttosto che attendere il ritorno delle legioni impegnate altrove, segno dell’urgenza della minaccia germanica. [ ![Vessillo romano della Legio II Italica, riproduzione storico-filologica - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/legIIitalica.png?v=1783936118&width=800) ](https://trizioeditore.it/en/products/legio-ii-italica-vessillo-romano?_pos=1&_psq=Legio+II+Italica&_psid=edede2c86&_ss=e&_v=1.0) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio II Italica Porta nella tua collezione l’insegna della legione danubiana fondata sotto Marco Aurelio. Una riproduzione storico-filologica in formato 40 × 30 cm, pensata per appassionati di Roma antica, collezionisti e rievocatori. 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Le due unità gemelle vennero impiegate inizialmente a difesa dei confini nord-orientali della penisola, nell’ambito della neocostituita Praetentura Italiae et Alpium, prima di essere destinate a sedi diverse lungo il limes danubiano. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Vessillo LEG II ITALICA con lupa e gemelli Romolo e Remo, centurione romano davanti al forte di Lauriacum](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-1-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen «Italica» e i titoli di fedeltà** Il cognome **Italica** indica l’origine italica del contingente originario, un tratto che distingueva questa legione da gran parte dell’esercito imperiale di reclutamento provinciale. Nel 193, quando la legione marciò su Roma al fianco di Settimio Severo nella guerra civile dell’anno dei cinque imperatori, il nuovo imperatore la premiò con il titolo di **Fidelis** in riconoscimento del suo appoggio. Nel III secolo l’imperatore Gallieno, consapevole di quanto fosse cruciale il sostegno delle legioni per la sopravvivenza di un sovrano, concesse alla II Italica il titolo onorifico di **VII Pia VII Fidelis**, «sette volte fedele, sette volte leale», per assicurarsene la lealtà duratura. ### **L’emblema della lupa e dei gemelli** L’emblema della **Legio II Italica** era la lupa che allatta Romolo e Remo, l’immagine per eccellenza del mito fondativo di Roma. La scelta di questo simbolo non era casuale: alludeva al governo congiunto di Marco Aurelio e Lucio Vero, spesso paragonati ai due gemelli leggendari, e sottolineava al tempo stesso la matrice italica delle reclute originarie. Questo emblema, insieme ai titoli onorifici accumulati nei secoli, contribuì a rafforzare l’identità di una legione che si voleva presentare come particolarmente legata alla tradizione e alla fedeltà verso Roma. ## **Le campagne militari della Legio II Italica** ### **Le guerre marcomanniche e l’invasione del 170** Il battesimo del fuoco della legione avvenne proprio nel contesto per cui era stata creata, le guerre marcomanniche contro le popolazioni germaniche del Danubio. La II Italica fu impiegata per respingere la grande invasione barbarica del 170, uno dei momenti più critici delle guerre marcomanniche, quando le tribù germaniche riuscirono a penetrare in profondità nei territori imperiali, arrivando fino all’Italia settentrionale. Questo scontro segnò il primo grande impegno operativo della legione, appena costituita, in un ruolo di difesa diretta della penisola. ### **L’anno dei cinque imperatori e le campagne di Settimio Severo** Nel 193, in piena guerra civile per la successione imperiale, la II Italica marciò su Roma al fianco di Settimio Severo, contribuendo alla sua vittoria nella corsa al trono. Successivamente l’imperatore impiegò la legione contro i rivali Pescennio Nigro e Clodio Albino, e ne utilizzò contingenti anche nelle proprie campagne contro i Parti in Oriente. Questo episodio mostra come una legione nata per la difesa del Norico potesse essere coinvolta, tramite distaccamenti, in teatri operativi lontanissimi dalla propria base originaria. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Vessillo LEG II ITALICA su collina con vista sul forte fortificato di Lauriacum lungo il Danubio](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-1-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Da Ločica alla Praetentura Italiae et Alpium** La prima fortezza della legione fu collocata a Ločica, non lontano dall’antica Celeia, l’odierna Celje, all’interno della neocostituita Praetentura Italiae et Alpium, un sistema difensivo pensato per proteggere i confini nord-orientali dell’Italia. Questa sede iniziale rispondeva all’urgenza immediata della crisi germanica degli anni 170, quando la minaccia barbarica sembrava poter raggiungere direttamente il territorio italico. ### **Il trasferimento nel Norico: Albing e Lauriacum** Attorno al 173 la legione venne trasferita nel Norico, lungo il Danubio, a guardia del popolo germanico dei Naristi, stabilendo il primo quartier generale ad Albing. Durante il regno di Commodo, attorno al 190, la II Italica si spostò nella vicina Lauriacum, l’odierna Enns in Austria, che divenne la sua sede definitiva per il resto della sua storia. Da questa fortezza la legione presidiò il tratto danubiano del Norico per oltre due secoli, mantenendo il controllo di uno dei settori più esposti della frontiera settentrionale. ## **Struttura interna e comando della Legio II Italica** ### **Un comando di rango tradizionale** A differenza delle legioni partiche severiane, affidate a prefetti equestri, la **Legio II Italica** conservò l’articolazione di comando tipica delle legioni imperiali tradizionali, incentrata sulla figura del legatus legionis di rango senatorio. Questa continuità con il modello classico rispecchia la natura della legione, nata non come strumento di una nuova politica dinastica orientale ma come rinforzo del sistema difensivo danubiano già esistente. ### **Un’unità di reclutamento italico in terra straniera** Il tratto distintivo della legione restava il reclutamento originario, composto da soldati italici inviati a operare in una provincia lontana come il Norico. Con il tempo, come avveniva per la maggior parte delle unità di frontiera, il reclutamento tese a regionalizzarsi, attingendo sempre più alle popolazioni locali del Norico stesso, secondo la prassi comune alle legioni stanziate a lungo in una medesima provincia. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio II Italica** ### **Le testimonianze storiografiche ed epigrafiche** La storia della legione è documentata da fonti storiografiche di età imperiale che ne registrano la creazione nel contesto delle guerre marcomanniche e il coinvolgimento nelle guerre civili del 193. L’epigrafia del Norico, con iscrizioni rinvenute lungo il limes danubiano, permette di seguire la presenza della legione nelle sue diverse sedi, da Ločica ad Albing fino a Lauriacum. ### **La Notitia Dignitatum e i distaccamenti tardoantichi** Per la fase tardoantica risulta fondamentale la **Notitia Dignitatum**, che attesta ancora la presenza della legione nel Norico agli inizi del V secolo. Lo stesso documento registra come, in seguito alla riforma costantiniana dell’esercito, alcuni distaccamenti della legione inviati lontano dalla base principale non fecero più ritorno, dando origine a un’unità indipendente nota come Secundani Italiciani, attiva in Africa. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### **La trasformazione dell’esercito tardoantico** La parabola della **Legio II Italica** attraversa la grande riforma dell’esercito romano tra III e IV secolo, quando le unità tradizionali furono riorganizzate e talvolta frazionate in distaccamenti autonomi. Il caso dei Secundani Italiciani, trasformati in legio comitatensis indipendente in Africa secondo la Notitia Dignitatum, mostra bene come il nome e l’eredità di una legione potessero sopravvivere anche al di fuori del nucleo originario. ### **La presenza continuata nel Norico** Nonostante questi distacchi, il nucleo principale della legione rimase fedele alla sua sede storica: le fonti attestano la presenza della II Italica nel Norico ancora agli inizi del V secolo, segno di una notevole continuità istituzionale rispetto a molte altre unità dell’esercito tardoantico. Questa lunga permanenza fa della legione un caso di studio interessante sulla stabilità di alcune guarnigioni di frontiera anche nella fase di crisi dell’Impero d’Occidente. ## **Eredità e percezione moderna della Legio II Italica** ![Ufficiali della Legio II Italica consultano mappe strategiche davanti al forte di Lauriacum sul Danubio](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-della-Legio-II-Italica-1024x576.png "Eredità e percezione moderna della Legio II Italica - Scripta Manent Italia") ### **Il fascino di una legione italica sul Danubio** La **Legio II Italica** interessa oggi gli studiosi e gli appassionati di storia romana per il suo carattere particolare di legione di reclutamento italico impiegata a lunga distanza dalla madrepatria, sul fronte germanico del Danubio. Il suo emblema, la lupa con Romolo e Remo, resta uno dei simboli legionari più immediatamente riconoscibili, capace di collegare visivamente la fondazione mitica di Roma alla frontiera più esposta dell’Impero. ### **Perché studiare la II Italica** Studiare la II Italica significa comprendere le dinamiche della difesa del limes danubiano nel II e III secolo, il ruolo delle legioni nelle guerre civili imperiali e il fenomeno della frammentazione tardoantica delle grandi unità in distaccamenti autonomi. Chi voglia confrontarla con le altre legioni «seconde» troverà spunti interessanti negli articoli dedicati alla Legio II Parthica, alla Legio II Augusta, alla Legio II Adiutrix e alla Legio II Traiana Fortis, unità che condividono il numero II ma appartengono a fronti ed epoche diverse. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio II Italica?** La legione fu costituita dall’imperatore Marco Aurelio nel 165-166 d.C., insieme alla gemella III Italica, per rinforzare il fronte danubiano durante la guerra su due fronti contro Germani e Parti. **Perché si chiama «Italica»?** Il cognome deriva dal reclutamento originario dei suoi soldati, arruolati direttamente in territorio italico piuttosto che nelle province. **Qual era l’emblema della Legio II Italica?** L’emblema era la lupa con i gemelli Romolo e Remo, simbolo del mito fondativo di Roma e riferimento al governo di Marco Aurelio e Lucio Vero. **Dove era di stanza la Legio II Italica?** La sua sede definitiva fu Lauriacum, l’odierna Enns in Austria, nella provincia del Norico, dopo tappe precedenti a Ločica e Albing. **Contro chi combatté la Legio II Italica?** Combatté principalmente contro le popolazioni germaniche durante le guerre marcomanniche, e fu impiegata anche nelle guerre civili del 193 e nelle campagne partiche di Settimio Severo. **Fino a quando esistette la Legio II Italica?** È attestata nel Norico fino agli inizi del V secolo secondo la Notitia Dignitatum, mentre un suo distaccamento sopravvisse come unità indipendente in Africa. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio I Augusta: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-i-augusta-storia-della-legione/) **Published:** Giugno 19, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il vessillo della Legio I Augusta](#Il_vessillo_della_Legio_I_Augusta) - [Origini e contesto storico della Legio I Augusta](#Origini_e_contesto_storico_della_Legio_I_Augusta) - [L’esercito di Augusto e la riorganizzazione delle legioni](#Lesercito_di_Augusto_e_la_riorganizzazione_delle_legioni) - [Le ipotesi sulla fondazione della Legio I Augusta](#Le_ipotesi_sulla_fondazione_della_Legio_I_Augusta) - [Nome, numero e titoli onorifici](#Nome_numero_e_titoli_onorifici) - [Perché «I» e perché «Augusta»](#Perche_%C2%ABI%C2%BB_e_perche_%C2%ABAugusta%C2%BB) - [Altri eventuali epiteti o soprannomi](#Altri_eventuali_epiteti_o_soprannomi) - [Le principali campagne militari attribuite alla Legio I Augusta](#Le_principali_campagne_militari_attribuite_alla_Legio_I_Augusta) - [Guerre civili e consolidamento del potere di Augusto](#Guerre_civili_e_consolidamento_del_potere_di_Augusto) - [Le campagne in Germania e lungo il Reno](#Le_campagne_in_Germania_e_lungo_il_Reno) - [Altre campagne (Bretagna, Oriente, Danubio) se applicabili](#Altre_campagne_Bretagna_Oriente_Danubio_se_applicabili) - [Basi, spostamenti e guarnigioni della Legio I Augusta](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni_della_Legio_I_Augusta) - [Primi accampamenti e stanziamenti sotto Augusto](#Primi_accampamenti_e_stanziamenti_sotto_Augusto) - [Trasferimenti e riorganizzazioni nel corso del I secolo](#Trasferimenti_e_riorganizzazioni_nel_corso_del_I_secolo) - [Struttura interna e vita quotidiana nella Legio I Augusta](#Struttura_interna_e_vita_quotidiana_nella_Legio_I_Augusta) - [Organizzazione di una legione in età augustea](#Organizzazione_di_una_legione_in_eta_augustea) - [Vita nel campo: disciplina, addestramento, religione militare](#Vita_nel_campo_disciplina_addestramento_religione_militare) - [Simboli, insegne e identità visiva della legione](#Simboli_insegne_e_identita_visiva_della_legione) - [Aquila, signa e iconografia legata ad Augusto](#Aquila_signa_e_iconografia_legata_ad_Augusto) - [Rappresentazioni moderne: rievocazioni, cinema, merchandising storico](#Rappresentazioni_moderne_rievocazioni_cinema_merchandising_storico) - [La Legio I Augusta nelle fonti antiche](#La_Legio_I_Augusta_nelle_fonti_antiche) - [Autori antichi che la menzionano](#Autori_antichi_che_la_menzionano) - [Epigrafia, iscrizioni e monumenti](#Epigrafia_iscrizioni_e_monumenti) - [Dibattiti storiografici e problemi aperti](#Dibattiti_storiografici_e_problemi_aperti) - [Esiste davvero una «Legio I Augusta» distinta e stabile?](#Esiste_davvero_una_%C2%ABLegio_I_Augusta%C2%BB_distinta_e_stabile) - [Questioni di cronologia, di titolatura e di identificazione archeologica](#Questioni_di_cronologia_di_titolatura_e_di_identificazione_archeologica) - [Eredità storica e percezione moderna della Legio I Augusta](#Eredita_storica_e_percezione_moderna_della_Legio_I_Augusta) - [Il mito delle legioni di Augusto nell’immaginario contemporaneo](#Il_mito_delle_legioni_di_Augusto_nellimmaginario_contemporaneo) - [Perché studiare oggi la Legio I Augusta](#Perche_studiare_oggi_la_Legio_I_Augusta) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio I Augusta** è una delle unità più sfuggenti dell’esercito romano, al punto che la sua stessa esistenza come legione autonoma e stabile è oggetto di discussione. Con questo nome gli studiosi indicano, più che una formazione dai contorni netti, una legione della prima età imperiale legata ad Augusto, la cui identità si intreccia con quella di altre unità «prime» del periodo. L’ipotesi più accreditata la riconosce nella legione che, dopo aver perso il titolo «Augusta» intorno al 19 a.C., sarebbe stata ribattezzata **Legio I Germanica**. È una storia fatta più di indizi, congetture e dibattiti che di certezze: proprio per questo merita di essere raccontata con metodo. In termini essenziali: con il nome di **Legio I Augusta** la storiografia moderna indica una legione romana della prima età augustea, probabilmente di origine cesariana, identificata dalla maggior parte degli studiosi con l’unità che, perduto l’appellativo onorifico «Augusta» a seguito di una disfatta, fu in seguito nota come **Legio I Germanica**. Più che un nome ufficiale documentato con continuità, «I Augusta» è dunque un’etichetta ricostruttiva. [ ![Vessillo romano della Legio I Augusta con toro dorato su fondo rosso e cornice in legno](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/ChatGPTImage27apr2026_14_38_00.png?v=1777293498&width=800) ](https://trizioeditore.it/en/products/legio-i-augusta-vessillo-romano?variant=53776871620949) Ricostruzione storico-filologica ### Il vessillo della Legio I Augusta Porta nella tua collezione il vessillo della Legio I Augusta: il toro dorato su fondo rosso, ricostruito sulla base di fonti storiche e numismatiche. 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Da questa razionalizzazione nasce l’esercito stabile del principato: legioni numerate, stanziate in modo tendenzialmente fisso lungo le frontiere, affiancate da truppe ausiliarie reclutate tra i provinciali e sovrastate, a Roma, dalla guardia pretoria. La riforma toccò anche la durata del servizio, i criteri di congedo e, nel 6 d.C., la creazione di una cassa militare apposita per le liquidazioni dei veterani. In questo riordino si colloca la fitta selva di **titoli onorifici** che accompagnano i numeri delle legioni. Poiché molti numeri risultavano duplicati, perché ereditati da eserciti un tempo nemici, occorreva distinguere le unità con un cognome: nacquero così le numerose legioni «Augusta», «Gemina», «Macedonica» e simili. È esattamente in questo spazio semantico che va inquadrato il titolo «Augusta». ### **Le ipotesi sulla fondazione della Legio I Augusta** Le ricostruzioni sulla nascita della legione non coincidono, e conviene presentarle con ordine. La tesi più diffusa la fa risalire a una **Legio I di età cesariana**, costituita attorno al 48 a.C., che alcuni studiosi collegano addirittura, per filiazione, a una precedente prima legione di Pompeo riassorbita dopo la battaglia di Farsalo. Secondo questa lettura l’unità avrebbe combattuto nelle guerre civili, sarebbe poi passata sotto il controllo di Ottaviano dopo l’assassinio di Cesare nel 44 a.C. e lo avrebbe seguito fino ad Azio. Una seconda questione riguarda il momento in cui compare la denominazione «Augusta». Il titolo non designa una legione fondata da zero da Augusto, ma piuttosto un’unità che a un certo punto ricevette, come riconoscimento, il cognome dell’imperatore. La saldatura tra queste ipotesi produce la ricostruzione oggi prevalente: la legione esisteva già in forma cesariana, ottenne il titolo «Augusta» nei primi anni del principato, lo perse dopo una vicenda sfortunata e proseguì la propria esistenza sotto un altro nome. Va detto con chiarezza che si tratta di una catena di inferenze, costruita incrociando poche fonti letterarie e qualche dato epigrafico, e che diversi punti restano aperti. Questo specchio di interpretazioni divergenti, lungi dall’essere un difetto, è il cuore stesso del problema storiografico della **Legio I Augusta**. ## **Nome, numero e titoli onorifici** ![Colonna di legionari romani della Legio I Augusta con vessillo LEG·I AVGVSTA e toro dorato, in marcia su strada iberica, età augustea](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Nome-numero-e-titoli-onorifici-1024x576.png "Nome numero e titoli onorifici - Scripta Manent Italia") ### **Perché «I» e perché «Augusta»** Il numero «I» colloca la legione tra le unità più antiche per ordinamento, in una logica in cui la numerazione bassa rimandava idealmente alle prime leve di un comandante. Il vero elemento di prestigio, però, è il cognome **Augusta**, che significa letteralmente «di Augusto» e che funzionava come marchio di un rapporto privilegiato con il princeps. Portare quel nome non era un dettaglio amministrativo, ma un atto di propaganda: la legione veniva associata in modo esplicito alla persona del fondatore dell’Impero, entrava a far parte della sua immagine, partecipava della sua aura. Il confronto con le altre legioni «Augusta» aiuta a inquadrare il fenomeno. La **Legio II Augusta**, attiva per secoli in Britannia, la **Legio III Augusta**, lungo guardiana dell’Africa, e la **Legio VIII Augusta** condividono lo stesso titolo e sono unità solidamente documentate, con storie continue e ben ricostruibili. La «I Augusta» fa eccezione proprio per la sua fragilità documentaria: porta il titolo più prestigioso ma lo conserva, a quanto pare, per un tempo breve, e per questo risulta la più elusiva del gruppo. È un caso che illumina bene quanto, nella titolatura imperiale, il legame con Augusto fosse al tempo stesso un onore e una condizione revocabile. ### **Altri eventuali epiteti o soprannomi** A differenza di legioni che accumularono nel tempo epiteti come *pia*, *fidelis* o *victrix*, la **Legio I Augusta** non ci ha lasciato una sequenza ricca e affidabile di soprannomi ufficiali. La tradizione moderna tende a ricostruirne il profilo soprattutto in negativo, cioè a partire dalla perdita del titolo «Augusta», più che dall’acquisizione di nuovi riconoscimenti. Qualunque ulteriore epiteto le venga attribuito va quindi trattato con prudenza, distinguendo ciò che compare nelle fonti antiche da ciò che è frutto di etichette storiografiche posteriori. In questo senso la legione è un buon promemoria metodologico: non tutti i nomi che leggiamo nei repertori moderni hanno lo stesso grado di certezza documentaria. ## **Le principali campagne militari attribuite alla Legio I Augusta** ### **Guerre civili e consolidamento del potere di Augusto** Secondo la ricostruzione prevalente, la legione che chiamiamo «I Augusta» attraversò la stagione conclusiva delle guerre civili al fianco di Ottaviano. Dopo il 44 a.C. l’unità sarebbe stata inquadrata nell’esercito dell’erede di Cesare e impiegata nei conflitti che portarono al regime augusteo, compresa la lunga partita contro Sesto Pompeo nel Mediterraneo occidentale e, infine, lo scontro decisivo con Antonio culminato ad Azio nel 31 a.C. Qui occorre la massima cautela: la presenza puntuale della legione nelle singole battaglie è dedotta più che attestata, e va presentata come probabile contesto operativo, non come dato certo. Ciò che è ragionevole affermare è che l’unità apparteneva al bacino di legioni con cui Ottaviano vinse la guerra civile e fondò il principato. ### **Le campagne in Germania e lungo il Reno** È qui che si annida il nodo più delicato e più affascinante. La tradizione lega in effetti questa prima legione al **fronte germanico** e alla linea del Reno, con stanziamenti nella Germania inferiore e partecipazione alle campagne contro le popolazioni transrenane. Bisogna però chiarire un punto che molte trattazioni superficiali trascurano: secondo la ricostruzione più accreditata, quando la legione opera sul Reno e nelle guerre germaniche non si chiama più «Augusta», perché il titolo era stato perduto. In altre parole, la fase germanica appartiene propriamente alla vita dell’unità come **Legio I Germanica**, non alla sua breve stagione «augustea». Questo significa che attribuire alla «I Augusta» in senso stretto le campagne renane, la lunga guarnigione germanica e la fine durante la rivolta batava del 70 d.C. è impreciso: quelle vicende riguardano la stessa unità sotto un nome diverso. La distinzione non è un cavillo, ma la chiave per non sommare in un unico ritratto due fasi che le fonti tengono separate. Per chi voglia approfondire il versante renano conviene dunque seguire la storia della Legio I Germanica, dove il fronte germanico è il vero centro della narrazione. ### **Altre campagne (Bretagna, Oriente, Danubio) se applicabili** Il fronte su cui invece la fase propriamente «augustea» della legione lascia tracce più solide non è il nord, ma l’**occidente iberico**. Le campagne contro Cantabri e Asturi, condotte da Augusto a partire dal 26 a.C. circa e protrattesi fino al 19 a.C. e oltre, videro impegnate diverse legioni, e tra queste compare una «prima» legione che gli studiosi identificano con la nostra. Si tratta di operazioni durissime, condotte su un terreno montuoso e ostile, che misero a dura prova l’esercito romano. Quanto a teatri come la Britannia, l’Oriente o il Danubio, non esistono attestazioni affidabili che vi colleghino specificamente la «I Augusta» nella sua fase con questo titolo. È utile ribadirlo, perché la facilità con cui in rete si attribuiscono campagne a legioni omonime o quasi omonime genera errori ricorrenti. Quando una fonte sembra collocare una «prima legione» in una regione lontana, il primo lavoro dello storico è capire di quale «prima» si stia parlando, dato che più unità portavano il numero I con cognomi diversi. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni della Legio I Augusta** ![Legionari della Legio I Augusta in marcia verso un accampamento romano fortificato in Hispania, con vessillo LEG·I AVGVSTA e toro, età augustea](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-della-Legio-I-Augusta-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni della Legio I Augusta - Scripta Manent Italia") ### **Primi accampamenti e stanziamenti sotto Augusto** Nei primi decenni del principato la legione risulta legata alla **Hispania Tarraconensis**, la grande provincia dell’attuale Spagna settentrionale e centrale, dove fu impiegata nelle guerre cantabriche e nelle successive operazioni di pacificazione. In questo contesto, accanto ad altre legioni, fu coinvolta anche in attività non strettamente belliche ma tipiche del modo romano di occupare un territorio, come la fondazione e la costruzione di colonie destinate ai veterani. La funzione strategica di queste basi era duplice: tenere sotto controllo regioni appena sottomesse e radicare la presenza romana attraverso insediamenti stabili, strade e infrastrutture. La penisola iberica, in questa fase, fu uno dei grandi cantieri militari e civili dell’Impero nascente. ### **Trasferimenti e riorganizzazioni nel corso del I secolo** La traiettoria successiva della legione è inseparabile dalla perdita del titolo «Augusta», collocata dalla tradizione intorno al 19 a.C. Dopo la fase iberica, l’unità fu trasferita verso il **Reno**, nella Germania inferiore, dove andò a presidiare il fronte settentrionale con base, nel corso dei decenni, in centri come Colonia e poi Bonn. È in questo passaggio che cambia di fatto la sua identità: la legione che era stata, almeno per un periodo, la «I Augusta» prosegue la propria vita come Legio I Germanica, fino allo scioglimento dei suoi resti dopo la rivolta batava del 70 d.C., quando i superstiti confluirono in un’altra legione. In sintesi, la **Legio I Augusta** segue una parabola che va dalle guerre civili e dall’Iberia augustea al Reno germanico, ma con una cesura fondamentale: il titolo «Augusta» appartiene solo al primo tratto del percorso. Ricostruire questa traiettoria significa, più che seguire una linea continua, ricomporre i frammenti di un’unità che cambia nome e collocazione nel giro di pochi decenni. ## **Struttura interna e vita quotidiana nella Legio I Augusta** ### **Organizzazione di una legione in età augustea** Anche se i dati specifici sulla «I Augusta» sono scarsi, possiamo descriverne con buona approssimazione la fisionomia richiamando la struttura tipica di una legione di età augustea. Si trattava di un corpo di circa cinquemila uomini, articolato in **dieci coorti** suddivise in **centurie**, comandate dai centurioni, la spina dorsale dell’esercito. Al vertice stava il *legatus legionis*, di rango senatorio, affiancato dai tribuni e dal *praefectus castrorum*, responsabile dell’accampamento. Attorno alla legione gravitavano le truppe ausiliarie, reclutate tra i non cittadini e organizzate in coorti di fanteria e ali di cavalleria, che fornivano competenze e mobilità complementari rispetto alla fanteria pesante legionaria. L’età augustea, in particolare, è il momento in cui questa struttura si stabilizza e diventa permanente. Il servizio militare assume durata fissa e prospettive di carriera definite, l’arruolamento privilegia i cittadini romani per le legioni e i provinciali per gli ausiliari, e l’intero apparato si trasforma da strumento delle ambizioni dei singoli comandanti in istituzione stabile dello Stato. Contestualizzare la legione in questo preciso passaggio, e non genericamente nell’alto impero, aiuta a coglierne la natura di unità nata sul crinale tra il vecchio esercito repubblicano e il nuovo esercito imperiale. ### **Vita nel campo: disciplina, addestramento, religione militare** La vita quotidiana di un legionario augusteo era scandita da addestramento, marce, esercitazioni con le armi e, in misura rilevante, da lavori di costruzione: campi fortificati, strade, ponti, opere che fecero dell’esercito una delle grandi forze ingegneristiche del mondo antico. La disciplina, severa e codificata, era il collante che teneva insieme migliaia di uomini lontani da casa per anni. Un tratto specificamente augusteo è il peso crescente della **dimensione religiosa e propagandistica** legata all’imperatore. Le insegne erano oggetto di culto, custodite in un sacrario all’interno dell’accampamento, e attorno ad esse ruotavano riti e giuramenti. Sotto Augusto si rafforza inoltre la connessione simbolica tra l’esercito e la figura del princeps, attraverso il giuramento di fedeltà, la presenza dell’effigie imperiale e la celebrazione delle ricorrenze legate alla casa regnante. Per una legione che portava, sia pure temporaneamente, il nome stesso dell’imperatore, questa dimensione doveva essere particolarmente sentita: il titolo «Augusta» non era solo un’etichetta, ma un vincolo identitario. ## **Simboli, insegne e identità visiva della legione** ### **Aquila, signa e iconografia legata ad Augusto** Come ogni legione, anche l’unità che chiamiamo «I Augusta» aveva al centro della propria identità l’**aquila** legionaria, l’insegna sacra la cui perdita era considerata un disonore gravissimo, e i **signa**, le insegne delle singole coorti e manipoli. Proprio la perdita di un’aquila o una grave disfatta sono, secondo la tradizione, all’origine della sottrazione del titolo «Augusta» alla legione, segno di quanto fosse stretto il legame tra onore delle insegne e onore del nome imperiale. Sull’emblema specifico della legione occorre prudenza. Le unità di tradizione cesariana adottavano spesso il **toro** come simbolo, e per questa via si è ipotizzato che anche la nostra legione lo portasse, ma non esistono prove dirette e sicure riferibili in modo univoco alla fase «Augusta». Conviene anche evitare un equivoco frequente: il **capricorno**, segno astrologico caro ad Augusto, è l’emblema documentato di altre legioni augustee come la II Augusta, e non va automaticamente trasferito alla «I Augusta». Anche sul piano iconografico, insomma, la legione si presta più alle domande aperte che alle risposte definitive. ### **Rappresentazioni moderne: rievocazioni, cinema, merchandising storico** Oggi le legioni augustee godono di grande fortuna nell’immaginario collettivo, e le loro insegne sono riprodotte in rievocazioni storiche, allestimenti, illustrazioni e oggettistica a tema. Questo interesse è prezioso, ma porta con sé una responsabilità: rappresentare correttamente simboli e titoli, evitando di attribuire alla «I Augusta» emblemi o imprese che le fonti non confermano. Per una legione dai contorni così incerti, la divulgazione seria consiste anche nel dichiarare ciò che non sappiamo. Chi realizza o acquista riproduzioni di vessilli e insegne può fare di questa onestà un valore aggiunto, accompagnando l’oggetto con il racconto delle ipotesi e dei dibattiti che lo riguardano, invece di spacciare congetture per certezze. ## **La Legio I Augusta nelle fonti antiche** ### **Autori antichi che la menzionano** Le fonti letterarie che permettono di ricostruire questa legione sono poche e indirette. Il riferimento più citato è un passo di **Cassio Dione**, che ricorda come una legione fosse stata privata del titolo «Augusta» in seguito a un comportamento ritenuto indegno, episodio che gli studiosi collegano proprio alla nostra unità e alla vicenda iberica di fine I secolo a.C. Altri autori dell’età giulio-claudia, come **Tacito** e **Velleio Patercolo**, offrono il quadro generale delle guerre germaniche e delle legioni del Reno, utile soprattutto per la fase successiva, quando l’unità opera ormai come Legio I Germanica. Anche in questo caso vale la regola d’oro: distinguere ciò che le fonti dicono espressamente da ciò che noi inferiamo collegando passi diversi. ### **Epigrafia, iscrizioni e monumenti** Sul versante epigrafico, le attestazioni riferibili con sicurezza alla «I Augusta» nella sua fase con questo titolo sono scarse, ed è anche per questo che la sua identificazione resta problematica. Le iscrizioni, le lapidi funerarie dei legionari e i bolli su materiali da costruzione tendono a riportare il numero e il cognome dell’unità: quando il cognome è proprio quello revocato, le tracce si fanno rare e ambigue. Documentazione più consistente esiste invece per la legione nella sua veste renana e per le altre legioni «Augusta», il che paradossalmente aiuta a delimitare per differenza il profilo della nostra. Più che una tabella di attestazioni sicure, dunque, il dossier epigrafico della «I Augusta» è un elenco di indizi da maneggiare con cautela, dove ogni voce andrebbe accompagnata da un punto interrogativo sulla datazione e sull’identificazione. ## **Dibattiti storiografici e problemi aperti** ### **Esiste davvero una «Legio I Augusta» distinta e stabile?** È la domanda di fondo. Una parte della letteratura tratta la «I Augusta» come una legione identificabile, sia pure per una fase limitata; un’altra preferisce vederla come una **fase, un titolo o una trasformazione** di un’unità che conosciamo meglio sotto altri nomi, in primo luogo la Legio I Germanica. La distanza tra le due posizioni non è soltanto terminologica: stabilire se «I Augusta» indichi una legione o un momento nella vita di una legione cambia il modo in cui leggiamo le fonti e attribuiamo le imprese. A complicare il quadro contribuisce la **confusione con altre legioni «prime»** dotate di titoli simili. Nel I secolo coesistevano più unità contrassegnate dal numero I con cognomi diversi, e non sempre le fonti, antiche o moderne, sono precise nel distinguerle. Riconoscere questa ambiguità è il primo passo per non costruire ritratti fittiziamente compatti di una legione che, allo stato delle conoscenze, resta in gran parte un’ipotesi di lavoro. ### **Questioni di cronologia, di titolatura e di identificazione archeologica** I problemi aperti si possono raggruppare in tre famiglie. Il primo è cronologico: quando esattamente l’unità ottiene il titolo «Augusta» e quando lo perde non è fissabile con precisione, e la data del 19 a.C. è essa stessa una ricostruzione probabile più che un dato granitico. Il secondo è di titolatura: dimostrare la continuità tra la legione «augustea» e quella «germanica» richiede di tenere insieme indizi sparsi, e ogni anello della catena può essere messo in discussione. Il terzo è archeologico: collegare un determinato ritrovamento, una lapide o un bollo proprio a questa legione, e non a un’altra «prima», è spesso impossibile senza elementi dirimenti. Tenere distinti questi piani è il modo corretto di trattare un dossier in cui l’incertezza non è un’eccezione, ma la regola. ## **Eredità storica e percezione moderna della Legio I Augusta** ![alt="Ricostruzione storica della Legio I Augusta: ufficiale con vessillo, iscrizioni latine, mappa dell'Hispania Tarraconensis e studioso che esamina fonti antiche"](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Eredita-storica-e-percezione-moderna-della-Legio-I-Augusta-1024x576.png "Eredità storica e percezione moderna della Legio I Augusta - Scripta Manent Italia") ### **Il mito delle legioni di Augusto nell’immaginario contemporaneo** Le legioni dell’età di Augusto esercitano un fascino particolare sull’immaginario contemporaneo, alimentato da romanzi, film, serie televisive, videogiochi e da una vasta divulgazione popolare. Sono percepite come il volto della Roma al suo apice, l’epoca in cui l’Impero prende forma e l’esercito diventa la macchina ordinata e disciplinata che conosciamo. La «I Augusta», pur non avendo la notorietà di unità più celebri, partecipa di questa aura proprio in virtù del titolo che la lega al primo imperatore. ### **Perché studiare oggi la Legio I Augusta** Si potrebbe obiettare che non vale la pena dedicare attenzione a una legione dai contorni così incerti. È vero il contrario. Studiare la **Legio I Augusta** significa toccare con mano come si costruisce, e si decostruisce, la conoscenza storica: come si pesano le fonti, come si distinguono i fatti dalle inferenze, come si evita di scambiare un’etichetta moderna per un dato antico. La sua vicenda illumina inoltre snodi cruciali del periodo, dalla riforma augustea dell’esercito al funzionamento della propaganda imperiale, fino alla logica dei titoli onorifici come strumento di legittimazione. In fondo, una legione che cambia nome, perde un titolo e si confonde con altre racconta meglio di tante unità gloriose quanto fosse fluida e politicamente carica l’identità militare romana agli albori dell’Impero. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Che cos’è la Legio I Augusta?** È il nome con cui la storiografia moderna indica una legione romana della prima età augustea, probabilmente di origine cesariana. Più che una formazione autonoma e stabile, «I Augusta» è in larga parte un’etichetta ricostruttiva, riferita all’unità che avrebbe poi perso il titolo «Augusta» ed è identificata con la Legio I Germanica. **La Legio I Augusta e la Legio I Germanica sono la stessa legione?** Secondo l’ipotesi più accreditata sì: si tratterebbe della stessa unità in due fasi diverse. «I Augusta» indica la fase iniziale, con il titolo onorifico legato ad Augusto; «I Germanica» la fase successiva, sul Reno, dopo la perdita di quel titolo collocata intorno al 19 a.C. **Perché la legione avrebbe perso il titolo «Augusta»?** La tradizione, basata su un passo di Cassio Dione, lega la perdita del cognome a una disfatta o a un comportamento ritenuto indegno, probabilmente durante le guerre cantabriche in Spagna. Togliere il nome dell’imperatore era una punizione per il disonore subito sul campo. **Dove combatté la Legio I Augusta?** Nella sua fase «augustea» è associata soprattutto alle guerre civili al fianco di Ottaviano e alle campagne cantabriche in Hispania Tarraconensis. Le campagne germaniche lungo il Reno appartengono invece alla fase successiva, quando l’unità era ormai nota come Legio I Germanica. **Qual era il simbolo della Legio I Augusta?** Non è noto con certezza. Le legioni di tradizione cesariana usavano spesso il toro, e si è ipotizzato lo stesso per questa unità, ma mancano prove dirette. Il capricorno, spesso associato ad Augusto, è invece l’emblema documentato di altre legioni come la II Augusta e non va attribuito automaticamente alla I Augusta. **Va confusa con la Legio II Augusta?** No. La Legio II Augusta è un’unità distinta e ben documentata, attiva per secoli in Britannia, con il capricorno come emblema. Condivide solo il titolo «Augusta», ma ha storia, numero e vicende del tutto diverse dalla I Augusta. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio II Parthica: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-ii-parthica-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio II Parthica](#Origini_della_Legio_II_Parthica) - [Il contesto: Settimio Severo e la guerra partica](#Il_contesto_Settimio_Severo_e_la_guerra_partica) - [Il vessillo della Legio II Parthica](#Il_vessillo_della_Legio_II_Parthica) - [Il destino diverso rispetto a I e III Parthica](#Il_destino_diverso_rispetto_a_I_e_III_Parthica) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen “Parthica” e l’epiteto “Albana”](#Il_significato_del_cognomen_%E2%80%9CParthica%E2%80%9D_e_lepiteto_%E2%80%9CAlbana%E2%80%9D) - [L’emblema del centauro e del toro](#Lemblema_del_centauro_e_del_toro) - [Le campagne militari della Legio II Parthica](#Le_campagne_militari_della_Legio_II_Parthica) - [La campagna partica e il sacco di Ctesifonte](#La_campagna_partica_e_il_sacco_di_Ctesifonte) - [Riserva imperiale: Britannia, Alamanni e le guerre orientali](#Riserva_imperiale_Britannia_Alamanni_e_le_guerre_orientali) - [Le guerre civili del III secolo](#Le_guerre_civili_del_III_secolo) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Castra Albana, la legione a guardia di Roma](#Castra_Albana_la_legione_a_guardia_di_Roma) - [Il trasferimento a Bezabde nel IV secolo](#Il_trasferimento_a_Bezabde_nel_IV_secolo) - [Struttura interna e comando della Legio II Parthica](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_II_Parthica) - [Il comando equestre](#Il_comando_equestre) - [Composizione e ruolo speciale](#Composizione_e_ruolo_speciale) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio II Parthica](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_II_Parthica) - [Testimonianze letterarie e numismatica](#Testimonianze_letterarie_e_numismatica) - [Studi accademici recenti](#Studi_accademici_recenti) - [Eredità e percezione moderna della Legio II Parthica](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_II_Parthica) - [Il museo di Albano e il fascino della “legione romana”](#Il_museo_di_Albano_e_il_fascino_della_%E2%80%9Clegione_romana%E2%80%9D) - [Perché studiare la II Parthica](#Perche_studiare_la_II_Parthica) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio II Parthica** è la più “romana” tra le legioni partiche di Settimio Severo, l’unica delle tre a non restare in Oriente. Creata nel 197 d.C. insieme alle gemelle I e III Parthica per la guerra contro l’Impero dei Parti, dopo la vittoria fu rimandata in Italia e acquartierata a **Castra Albana**, presso Albano Laziale, diventando la prima legione stanziata nella penisola da oltre due secoli. Da lì funzionò come riserva strategica mobile dell’imperatore, pronta a intervenire su qualsiasi fronte e a fare da contrappeso militare a Roma stessa. Il suo emblema era il centauro, condiviso con le sorelle partiche, anche se alcune fonti numismatiche le associano pure il toro. ## **Origini della Legio II Parthica** ### *Il contesto: Settimio Severo e la guerra partica* Come le gemelle I e III Parthica, anche la II Parthica nacque dalla volontà di Settimio Severo di ingaggiare una guerra su vasta scala contro l’Impero dei Parti’, subito dopo aver consolidato il potere nelle guerre civili del 193 d.C.. L’arruolamento di legioni interamente nuove testimonia la portata dell’impresa orientale voluta dal fondatore della dinastia severiana. [ ![Vessillo romano della Legio II Parthica con il centauro dorato su fondo rosso - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/legiiparthica.png?v=1783936961&width=800) ](https://trizioeditore.it/en/products/legio-ii-parthica-vessillo-romano?_pos=1&_psq=Legio+II+Parthica&_psid=f011e620a&_ss=e&_v=1.0) Ricostruzione storico-filologica ### Il vessillo della Legio II Parthica Porta nella tua collezione il vessillo della legione istituita da Settimio Severo: una ricostruzione 40 × 30 cm con il centauro, emblema della celebre “legione Albana”, realizzata sulla base di fonti storiche e numismatiche. 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Fu una scelta eccezionale: le legioni presidiavano tradizionalmente i confini dell’Impero, non il suo cuore, dove fino a quel momento erano stanziati solo i pretoriani. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Vessillo, elmo e monete della Legio II Parthica con emblemi del centauro e del toro, Castra Albana](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-2-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### *Il significato del cognomen “Parthica” e l’epiteto “Albana”* Il cognome **Parthica** fissa nel nome la missione anti-partica per cui la legione fu creata, mentre l’uso comune la definiva anche “legione albana”, dal nome della sua base. Nel III secolo la legione ricevette inoltre titoli onorifici di fedeltà come *Pia Fidelis Felix Aeterna*, formule ripetute e rinnovate a seconda dell’imperatore regnante. ### *L’emblema del centauro e del toro* L’emblema principale della **Legio II Parthica** era il **centauro**, come per le legioni gemelle, ma alcune monetazioni tarde, tra cui quelle coniate sotto l’usurpatore Carausio in Britannia nel III secolo, associano alla legione anche l’immagine del **toro**. Questa doppia simbologia rende la II Parthica un caso interessante nella numismatica legionaria romana. ## **Le campagne militari della Legio II Parthica** ### *La campagna partica e il sacco di Ctesifonte* Il battesimo del fuoco della legione fu la guerra per cui era nata: la campagna del 197-198 d.C. portò l’esercito romano a conquistare e saccheggiare **Ctesifonte**, capitale dei Parti. A differenza delle sorelle, terminata la guerra la II Parthica non restò in Oriente ma tornò con l’imperatore in Italia. ### *Riserva imperiale: Britannia, Alamanni e le guerre orientali* Da Castra Albana la legione fu impiegata come corpo di riserva mobile: partecipò alla campagna britannica di Severo tra il 208 e il 211, alla guerra di Caracalla contro gli Alamanni nel 213, e nel 231 alla spedizione di Severo Alessandro contro i Sasanidi. Iscrizioni funerarie trovate ad Apamea, in Siria, testimoniano soldati della legione morti lontano da Albano durante queste campagne orientali. ### *Le guerre civili del III secolo* La II Parthica ebbe un ruolo politico decisivo nelle turbolente vicende del III secolo: seguì Massimino il Trace nella marcia su Roma nel 238, ma quando la situazione si fece incerta i suoi stessi soldati uccisero l’imperatore, guadagnandosi il perdono del Senato e il ritorno alla base albana. Fu poi nuovamente inviata in Oriente sotto Gordiano III, confermando il suo ruolo di unità sempre pronta all’impiego. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Porta di Castra Albana con vessilli della Legio II Parthica, legionari e cippo della via Appia Albano-Roma](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-2-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### *Castra Albana, la legione a guardia di Roma* La base storica della legione fu **Castra Albana**, un accampamento fortificato di eccezionale grandezza lungo la via Appia, i cui resti – tra cui la monumentale Porta Praetoria – sono ancora visibili ad Albano Laziale. La legione costruì anche le terme e l’anfiteatro della città, oggi sede di un museo dedicato proprio alla II Parthica. ### *Il trasferimento a Bezabde nel IV secolo* Sciolta con quasi certezza da Costantino dopo la battaglia di Ponte Milvio nel 312, come punizione per il sostegno dato al rivale Massenzio, il nome della legione riemerge nel IV secolo a **Bezabde**, sul Tigri, probabilmente come sviluppo di un distaccamento mobile della vecchia unità. Bezabde cadde sotto i Sasanidi nel 360, segnando la fine delle attestazioni della legione. ## **Struttura interna e comando della Legio II Parthica** ### *Il comando equestre* Come le altre legioni partiche, anche la II Parthica era comandata da **prefetti di rango equestre** e non da un legatus senatorio, in linea con la politica severiana di affidare il controllo militare a uomini più legati direttamente all’imperatore. ### *Composizione e ruolo speciale* La legione era composta da soldati non italici scelti per fedeltà e valore militare, dato il suo ruolo di guardia del corpo imperiale su larga scala stanziata nel cuore dell’Impero. Questa composizione la distingue nettamente dalle legioni di frontiera, radicate per generazioni nei territori presidiati. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio II Parthica** ### *Testimonianze letterarie e numismatica* La creazione delle tre legioni partiche è ricordata dalla storiografia di età severiana, mentre la numismatica offre testimonianze dirette dell’emblema della legione, incluse le rare monete con il centauro e il toro emesse sotto Carausio. Le epigrafi funerarie di Apamea e della necropoli di Selvotta, presso Albano, completano il quadro documentario. ### *Studi accademici recenti* La legione è oggetto di studi specifici, tra cui il contributo “II Parthica: legio apud Romam”, che approfondisce il suo status unico di legione stanziata in Italia. ## **Eredità e percezione moderna della Legio II Parthica** ![Sala museale su Legio II Parthica ad Albano Laziale con plastico di Castra Albana, vessillo e reperti](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-della-Legio-II-Parthica-1024x576.png "Eredità e percezione moderna della Legio II Parthica - Scripta Manent Italia") ### *Il museo di Albano e il fascino della “legione romana”* A differenza delle sorelle orientali, la II Parthica affascina oggi per il suo legame diretto con il territorio italiano: i resti di Castra Albana, delle terme e dell’anfiteatro sono visitabili ad Albano Laziale, dove un museo dedicato ne racconta la storia. ### *Perché studiare la II Parthica* Studiare la **Legio II Parthica** significa osservare un caso unico nell’esercito romano: una legione da guerra di frontiera trasformata in guardia pretoriana dell’imperatore nel cuore dell’Italia. Chi voglia confrontarla con le gemelle troverà spunti interessanti negli articoli dedicati alla Legio I Parthica e alla Legio III Parthica, unità nate insieme ma con destini radicalmente diversi. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio II Parthica?** La legione fu costituita da Settimio Severo nel 197 d.C., insieme alle gemelle I e III Parthica, per la guerra contro l’Impero dei Parti. **Perché fu stanziata in Italia e non in Oriente?** Dopo la vittoria sui Parti, Severo scelse di riportarla ad Albano come riserva strategica e guardia imperiale, rompendo con la prassi di stazionare le legioni sui confini. **Qual era l’emblema della Legio II Parthica?** L’emblema principale era il centauro, ma alcune monetazioni del III secolo la associano anche al toro. **Dove era di stanza la Legio II Parthica?** La base fu Castra Albana, presso l’attuale Albano Laziale; nel IV secolo un’unità omonima è attestata a Bezabde, sul Tigri. **Che ruolo ebbe nelle guerre civili del III secolo?** I soldati della legione uccisero l’imperatore Massimino il Trace nel 238, dopo aver valutato che sostenerlo non fosse più conveniente. **Fino a quando esistette la Legio II Parthica?** L’unità albana fu probabilmente sciolta da Costantino nel 312; una legione omonima a Bezabde scompare dalle fonti dopo la caduta della città nel 360. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio II Traiana Fortis: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-ii-traiana-fortis-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio II Traiana Fortis](#Origini_della_Legio_II_Traiana_Fortis) - [Il contesto: Traiano e le guerre daciche](#Il_contesto_Traiano_e_le_guerre_daciche) - [Il vessillo della Legio II Traiana Fortis](#Il_vessillo_della_Legio_II_Traiana_Fortis) - [Una legione «gemella»: II Traiana e XXX Ulpia Victrix](#Una_legione_%C2%ABgemella%C2%BB_II_Traiana_e_XXX_Ulpia_Victrix) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Traiana Fortis»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABTraiana_Fortis%C2%BB) - [Titoli successivi: Germanica, Antoniniana e Severiana](#Titoli_successivi_Germanica_Antoniniana_e_Severiana) - [L’emblema di Ercole](#Lemblema_di_Ercole) - [Le campagne militari della Legio II Traiana Fortis](#Le_campagne_militari_della_Legio_II_Traiana_Fortis) - [Le guerre daciche e la campagna partica](#Le_guerre_daciche_e_la_campagna_partica) - [La Giudea e la rivolta di Bar Kokhba](#La_Giudea_e_la_rivolta_di_Bar_Kokhba) - [Le guerre civili del 193-197 e le campagne di Caracalla](#Le_guerre_civili_del_193-197_e_le_campagne_di_Caracalla) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Alessandria e Nicopoli, la base egiziana](#Alessandria_e_Nicopoli_la_base_egiziana) - [Vessillazioni in Occidente e ultimi spostamenti](#Vessillazioni_in_Occidente_e_ultimi_spostamenti) - [Struttura interna e comando della Legio II Traiana Fortis](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_II_Traiana_Fortis) - [Un’usanza epigrafica peculiare: la centuria sulla lapide](#Unusanza_epigrafica_peculiare_la_centuria_sulla_lapide) - [Vita di frontiera in Egitto](#Vita_di_frontiera_in_Egitto) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio II Traiana Fortis](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_II_Traiana_Fortis) - [Testimonianze letterarie e numismatica](#Testimonianze_letterarie_e_numismatica) - [Epigrafia e Notitia Dignitatum](#Epigrafia_e_Notitia_Dignitatum) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [Da Nicopoli ad Apollonopolis Magna](#Da_Nicopoli_ad_Apollonopolis_Magna) - [Una legione del tardo Impero](#Una_legione_del_tardo_Impero) - [Eredità e percezione moderna della Legio II Traiana Fortis](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_II_Traiana_Fortis) - [Il fascino della legione egiziana oggi](#Il_fascino_della_legione_egiziana_oggi) - [Perché studiare la II Traiana Fortis](#Perche_studiare_la_II_Traiana_Fortis) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio II Traiana Fortis** è una delle legioni create dall’imperatore Traiano, arruolata nel 105 d.C. insieme alla XXX Ulpia Victrix per le guerre daciche. Dopo la vittoria in Dacia la legione fu inviata in Oriente, partecipò alla campagna partica di Traiano e nel 125 d.C. si stabilì definitivamente in Egitto, ad Alessandria, dove condivise l’accampamento di Nicopoli con la XXII Deiotariana. Da lì rimase per secoli la principale forza militare romana in Egitto, coinvolta nella repressione della rivolta di Bar Kokhba, nelle guerre civili del 193-197 e nelle campagne germaniche di Caracalla, fino alle ultime attestazioni nella Notitia Dignitatum agli inizi del V secolo. Il suo emblema, il semidio Ercole, l’accompagnò per tutta la sua storia, forse in richiamo diretto alla figura del suo fondatore. ## **Origini della Legio II Traiana Fortis** ### *Il contesto: Traiano e le guerre daciche* La nascita della legione si colloca nella grande politica espansionistica di Traiano verso il Danubio. Per condurre le sue campagne contro il regno dacico di Decebalo, l’imperatore non si limitò alle legioni esistenti ma arruolò nuove unità, tra cui la II Traiana e la XXX Ulpia Victrix, segno dell’impegno militare richiesto dall’impresa. Alcuni studiosi collegano la nascita della legione anche alla scomparsa della Legio XXI Rapax, ipotizzando una parziale continuità di reclutamento tra le due unità. [ ![Vessillo romano della Legio II Traiana Fortis con Ercole, ricostruzione storico-filologica - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/legiitraianafortis.png?v=1783942314&width=800) ](https://trizioeditore.it/en/products/legio-ii-traiana-fortis-vessillo-romano?_pos=1&_sid=3113e6397&_ss=r) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio II Traiana Fortis Ricostruzione storico-filologica del vessillo della legione fondata da Traiano, con Ercole quale emblema di forza e valore militare. Disponibile come stendardo su tela, su acrilico lucido o su tela pittorica con cornice in noce. Da 79,00 €Tre finiture disponibili [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/en/products/legio-ii-traiana-fortis-vessillo-romano?_pos=1&_sid=3113e6397&_ss=r) ### *Una legione «gemella»: II Traiana e XXX Ulpia Victrix* Come la I Parthica non nacque isolata, così la II Traiana fu creata in coppia con la XXX Ulpia Victrix, entrambe pensate come rinforzo per il fronte dacico. Mentre la XXX Ulpia Victrix restò poi stanziata sul Reno, la II Traiana fu progressivamente spostata verso oriente, prima in Siria per la campagna partica di Traiano nel 115 d.C., poi in Giudea nel 117 come forza di pacificazione dopo la rivolta ebraica della diaspora. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Stendardo della Legio II Traiana Fortis con l'emblema di Ercole e il leone nemeo davanti al porto di Alessandria d'Egitto](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-3-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### *Il significato del cognomen «Traiana Fortis»* Il nome **Traiana** celebra direttamente il fondatore della legione, l’imperatore Traiano, secondo una consuetudine comune alle unità arruolate personalmente da un princeps. L’epiteto **Fortis** («valorosa») fu invece un titolo onorifico guadagnato sul campo: secondo la tradizione, venne attribuito per il coraggio dimostrato nella difesa di Alessandria, il «granaio di Roma», durante una rivolta egiziana. ### *Titoli successivi: Germanica, Antoniniana e Severiana* Come molte legioni di lunga durata, anche la II Traiana Fortis accumulò epiteti legati a eventi e imperatori successivi. Caracalla le conferì il titolo di **Germanica** nel 213 d.C. dopo la sua campagna contro gli Alamanni, mentre fonti successive le attribuiscono anche gli epiteti **Antoniniana** e **Severiana**, legati rispettivamente ai Severi e agli Antonini secondo la consueta logica di propaganda dinastica. ### *L’emblema di Ercole* L’emblema della **Legio II Traiana Fortis** era il semidio **Ercole**, uno dei simboli legionari meglio noti nell’iconografia romana. Il legame con la figura mitologica non è del tutto chiaro, ma è verosimile che rimandasse a Traiano stesso, che alcuni oratori del suo tempo, come Dione di Prusa, paragonarono al figlio di Giove per le sue imprese militari. ## **Le campagne militari della Legio II Traiana Fortis** ### *Le guerre daciche e la campagna partica* Il battesimo del fuoco della legione fu la seconda guerra dacica di Traiano, combattuta tra il 105 e il 106 d.C. e conclusa con l’annessione della Dacia. Nel 115 la legione fu inclusa nel grande esercito impiegato da Traiano nella sua campagna contro l’Impero dei Parti, uno dei momenti di massima espansione romana verso oriente. ### *La Giudea e la rivolta di Bar Kokhba* Trasferita in Giudea nel 117 come forza di pacificazione, la legione tornò nella regione tra il 132 e il 136 per contribuire alla repressione della rivolta di Bar Kokhba, un conflitto durissimo che portò alla distruzione della Legio XXII Deiotariana. Reparti della II Traiana operarono al fianco di altre unità in una delle guerre più sanguinose combattute da Roma contro una provincia interna. ### *Le guerre civili del 193-197 e le campagne di Caracalla* Nel 194 la legione, stanziata in Oriente, appoggiò inizialmente la ribellione di Pescennio Nigro, governatore di Siria, ma poco prima della battaglia decisiva passò dalla parte di Settimio Severo, contribuendo alla sua vittoria finale. Agli inizi del III secolo la legione fu impiegata da Caracalla nella campagna contro le tribù germaniche degli Alamanni, ricevendo per questo il titolo di Germanica. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Accampamento militare della Legio II Traiana Fortis a Nicopoli con vessillo di Ercole e legionari in marcia verso il porto di Alessandria](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-3-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### *Alessandria e Nicopoli, la base egiziana* La base storica della **Legio II Traiana Fortis** fu **Alessandria d’Egitto**, dove si stabilì nel 125 d.C. nell’accampamento di Nicopoli, condiviso con la XXII Deiotariana. Da lì i soldati furono spesso distaccati come guarnigione nelle città dell’Alto Egitto, tra cui Panopolis, Tebe, Syene e Pselchis, quest’ultima al confine meridionale dell’Impero verso il regno meroitico di Nubia. ### *Vessillazioni in Occidente e ultimi spostamenti* Nonostante fosse stanziata in Oriente, la legione inviò distaccamenti anche in Occidente: tra il 268 e il 271 alcune sue vessillazioni servirono l’imperatore Vittorino nell’Impero delle Gallie, per poi tornare in Egitto dopo la riconquista di Aureliano. Secondo la *Notitia Dignitatum*, agli inizi del V secolo la legione si trovava divisa sotto due comandi: il *Dux Thebaidos*, per il quale occupava Apollonopolis Magna nell’Egitto meridionale, e il *Comes limitis Aegypti*, sotto cui alcune sue vexillationes erano di stanza a Parembole. ## **Struttura interna e comando della Legio II Traiana Fortis** ### *Un’usanza epigrafica peculiare: la centuria sulla lapide* I soldati della **Legio II Traiana Fortis** avevano l’abitudine, quasi unica nell’esercito romano, di menzionare la propria centuria sulle lapidi funerarie, un tratto condiviso solo con la Legio II Parthica. Questa peculiarità ha portato alcuni studiosi a ipotizzare che la II Parthica, fondata nel 197, fosse stata reclutata proprio tra i legionari alessandrini della II Traiana, sebbene manchino prove definitive. ### *Vita di frontiera in Egitto* A differenza delle legioni del Reno o del Danubio, la II Traiana Fortis operò per secoli in un contesto egiziano fatto di controllo delle rotte commerciali, sorveglianza del confine meridionale e gestione di una provincia strategica per l’approvvigionamento granario di Roma. Questo ruolo di «guardiana del granaio dell’Impero» ne caratterizzò profondamente l’identità operativa. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio II Traiana Fortis** ### *Testimonianze letterarie e numismatica* La creazione della legione e le sue campagne sono ricordate dalla storiografia di età imperiale, mentre una moneta dell’imperatore Carino (283-285 d.C.) mostra l’aquila legionaria della II Traiana, confermandone la presenza ad Alessandria fino a quel periodo. Le fonti letterarie tardoantiche, inclusi gli *Acta Sancti Marcelli*, suggeriscono anche un possibile impiego di reparti della legione contro i Mauri in Mauretania nel 298 d.C., sebbene con cautela filologica. ### *Epigrafia e Notitia Dignitatum* L’epigrafia documenta ampiamente la presenza della legione in Egitto e Giudea, grazie anche alla sua consuetudine di citare la centuria sulle lapidi. Per la fase tardoantica, la fonte fondamentale resta la **Notitia Dignitatum**, che agli inizi del V secolo colloca ancora la legione in Egitto meridionale, divisa tra i comandi del Dux Thebaidos e del Comes limitis Aegypti. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### *Da Nicopoli ad Apollonopolis Magna* La parabola finale della legione la vede progressivamente spostata verso sud, fino ad Apollonopolis Magna, l’odierna Edfu, dove è ancora documentata agli inizi del V secolo. Nel 296 la sua guarnigione ad Alessandria fu rafforzata da Diocleziano con una seconda legione, la III Diocletiana, segno di una riorganizzazione più ampia della difesa egiziana. ### *Una legione del tardo Impero* Come molte unità di lunga durata, anche la II Traiana Fortis attraversò la grande trasformazione dell’esercito romano tardoantico, con la frammentazione in vexillationes distinte sotto comandi differenti. La sua sopravvivenza documentata fino al V secolo la rende una delle legioni imperiali più longeve. ## **Eredità e percezione moderna della Legio II Traiana Fortis** ![Lapide iscritta "Centuria Herculis Leg II Traianae Fortis" con stendardo di Ercole ad Alessandria d'Egitto, testimonianza epigrafica della legione romana](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-della-Legio-II-Traiana-Fortis-1024x576.png "Eredità e percezione moderna della Legio II Traiana Fortis - Scripta Manent Italia") ### *Il fascino della legione egiziana oggi* La **Legio II Traiana Fortis** affascina oggi per il suo lungo radicamento in Egitto, terra di confine culturale tra il mondo greco-romano e quello africano e mediorientale. Il suo emblema di Ercole e la peculiare usanza epigrafica della centuria offrono agganci concreti per ricostruirne l’identità collettiva. ### *Perché studiare la II Traiana Fortis* Studiare questa legione significa illuminare il ruolo militare dell’Egitto romano, la gestione del granaio imperiale e il lungo intreccio tra politica dinastica e fedeltà legionaria, come mostrato dal suo cambio di schieramento nel 194. Chi voglia confrontarla con le altre legioni «seconde» troverà spunti interessanti negli articoli dedicati alla Legio II Parthica, alla Legio II Adiutrix, alla Legio II Augusta e alla Legio II Italica. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio II Traiana Fortis?** La legione fu arruolata dall’imperatore Traiano nel 105 d.C., insieme alla XXX Ulpia Victrix, per le guerre daciche. **Perché si chiama «Traiana Fortis»?** Il nome celebra il fondatore Traiano, mentre l’epiteto Fortis fu guadagnato per il coraggio dimostrato nella difesa di Alessandria. **Qual era l’emblema della Legio II Traiana Fortis?** L’emblema era il semidio Ercole, forse in richiamo alla figura di Traiano stesso. **Dove era di stanza la Legio II Traiana Fortis?** La sua base principale fu Alessandria d’Egitto, con distaccamenti nell’Alto Egitto; agli inizi del V secolo era ad Apollonopolis Magna. **Contro chi combatté la Legio II Traiana Fortis?** Combatté nelle guerre daciche, nella campagna partica di Traiano, nella rivolta di Bar Kokhba in Giudea e nella campagna germanica di Caracalla. **Fino a quando esistette la Legio II Traiana Fortis?** È attestata in Egitto fino alla metà del V secolo secondo la Notitia Dignitatum. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio III Augusta: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-iii-augusta-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio III Augusta](#Origini_della_Legio_III_Augusta) - [Il contesto: le guerre civili dopo la morte di Cesare](#Il_contesto_le_guerre_civili_dopo_la_morte_di_Cesare) - [Il vessillo della Legio III Augusta](#Il_vessillo_della_Legio_III_Augusta) - [Dalla Sicilia all’Africa: l’assestamento della legione](#Dalla_Sicilia_allAfrica_lassestamento_della_legione) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Augusta»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABAugusta%C2%BB) - [Titoli acquisiti sul campo: Pia Vindex e le rifondazioni](#Titoli_acquisiti_sul_campo_Pia_Vindex_e_le_rifondazioni) - [Gli emblemi: Pegaso e Capricorno](#Gli_emblemi_Pegaso_e_Capricorno) - [Le campagne militari della Legio III Augusta](#Le_campagne_militari_della_Legio_III_Augusta) - [La guerra contro Tacfarinas](#La_guerra_contro_Tacfarinas) - [Distaccamenti sui fronti orientali e danubiani](#Distaccamenti_sui_fronti_orientali_e_danubiani) - [La crisi del III secolo e le guerre contro le tribù del deserto](#La_crisi_del_III_secolo_e_le_guerre_contro_le_tribu_del_deserto) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Ammaedara e il primo assestamento africano](#Ammaedara_e_il_primo_assestamento_africano) - [Lambaesis, la grande base della Numidia](#Lambaesis_la_grande_base_della_Numidia) - [Gli ultimi spostamenti e la Notitia Dignitatum](#Gli_ultimi_spostamenti_e_la_Notitia_Dignitatum) - [Struttura interna e comando della Legio III Augusta](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_III_Augusta) - [L’unica legione comandata da un senatore](#Lunica_legione_comandata_da_un_senatore) - [La riforma di Caligola e il controllo imperiale](#La_riforma_di_Caligola_e_il_controllo_imperiale) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio III Augusta](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_III_Augusta) - [L’epigrafia di Lambaesis](#Lepigrafia_di_Lambaesis) - [Fonti numismatiche e la Notitia Dignitatum](#Fonti_numismatiche_e_la_Notitia_Dignitatum) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [Dallo scioglimento alla riorganizzazione comitatense](#Dallo_scioglimento_alla_riorganizzazione_comitatense) - [Una legione simbolo della romanizzazione africana](#Una_legione_simbolo_della_romanizzazione_africana) - [Eredità e percezione moderna della Legio III Augusta](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_III_Augusta) - [Il fascino di una legione africana](#Il_fascino_di_una_legione_africana) - [Perché studiare la III Augusta](#Perche_studiare_la_III_Augusta) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio III Augusta** è una delle legioni più longeve dell’intero esercito romano, custode per quasi quattro secoli del fronte africano dell’Impero. Fu creata nel pieno delle guerre civili tardo-repubblicane, nel 43 a.C., probabilmente per volontà del console Gaio Vibio Pansa e del futuro Augusto, e prese parte fin dagli esordi ai conflitti che avrebbero portato Ottaviano al potere assoluto. Dal 30 a.C. fu stabilmente destinata alle province africane, prima ad Ammaedara e poi a Lambaesis in Numidia, da dove sorvegliò il limes contro le tribù numide e maure, sedò rivolte, promosse la romanizzazione del territorio e attraversò crisi, scioglimenti e rifondazioni fino alle ultime attestazioni di inizio V secolo. ## **Origini della Legio III Augusta** ### ***Il contesto: le guerre civili dopo la morte di Cesare*** La nascita della III Augusta si colloca nel turbolento periodo successivo all’assassinio di Giulio Cesare, quando il secondo triumvirato formato da Ottaviano, Marco Antonio e Lepido si scontrò con gli assassini del dittatore. La legione fu reclutata nel 43 a.C., probabilmente per iniziativa congiunta del console Gaio Vibio Pansa e del giovane Ottaviano, in un momento in cui ogni fazione aveva urgente bisogno di nuove forze militari. Sarebbe stata impiegata già l’anno successivo, nel 42 a.C., nella decisiva battaglia di Filippi, dove i triumviri sconfissero l’esercito dei cesaricidi Bruto e Cassio. [ ![Vessillo romano della Legio III Augusta con il Pegaso, ricostruzione storico-filologica - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/Created_with_Frame_Up_on_2026-04-24_at_12_41_40_GMT.jpg?v=1777034506&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-iii-augusta-vessillo-romano?_pos=1&_psq=Legio+III+Augusta&_psid=904a8c32f&_ss=e&_v=1.0) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio III Augusta Porta nella tua collezione il vessillo della legione che presidiò l’Africa romana per quasi quattro secoli. Una ricostruzione storico-filologica con il Pegaso, disponibile su stendardo, acrilico o tela con cornice in noce. Da 79,00 €Tre finiture disponibili [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/products/legio-iii-augusta-vessillo-romano?_pos=1&_psq=Legio+III+Augusta&_psid=904a8c32f&_ss=e&_v=1.0) ### *Dalla Sicilia all’Africa: l’assestamento della legione* Dopo Filippi, la legione rimase sotto il comando di Ottaviano e fu probabilmente impiegata in Sicilia contro la ribellione di Sesto Pompeo, che minacciava gli approvvigionamenti di grano per Roma. Sconfitto Sesto Pompeo, Ottaviano si rivolse contro l’ultimo triumviro rimasto, Lepido, sottraendogli la provincia d’Africa; è in questo contesto, dal 30 a.C., che la III Augusta trovò la sua destinazione definitiva. Da allora la legione rimase saldamente ancorata alle province africane, diventando col tempo l’unica unità militare stabilmente di guarnigione in quella regione dell’Impero. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Legionari della Legio III Augusta con vessillo Pegaso e Capricorno davanti al monumento Pia Vindex](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-8-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### ***Il significato del cognomen «Augusta»*** Il cognome **Augusta** richiama direttamente il princeps Ottaviano Augusto, sotto la cui autorità la legione fu costituita e organizzata. A differenza del cognomen «Parthica», che annunciava una missione bellica futura, «Augusta» celebra piuttosto il legame dinastico con il fondatore del principato, inserendo la legione in quel gruppo di unità che nel nome stesso portavano l’impronta del primo imperatore. ### ***Titoli acquisiti sul campo: Pia Vindex e le rifondazioni*** Nel corso dei secoli la III Augusta accumulò una serie di titoli onorifici legati a specifici eventi militari e politici. Nel 193 d.C. l’imperatore Settimio Severo, egli stesso di origine africana, le conferì l’epiteto **Pia Vindex** («fedele vendicatrice»), probabilmente per i servizi resi durante la guerra civile seguita all’assassinio di Pertinace. Dopo essere stata sciolta da Gordiano III nel 238, la legione fu ricostituita nel 253 dall’imperatore Valeriano con truppe provenienti da Rezia e Norico, e ottenne il nuovo titolo **Iterum Pia Iterum Vindex** («di nuovo fedele, di nuovo vendicatrice»), seguito più tardi da **Pia Fidelis** in età dioclezianea. ### ***Gli emblemi: Pegaso e Capricorno*** Gli emblemi della **Legio III Augusta** erano il **Pegaso**, il cavallo alato della mitologia greca, e il **Capricorno**, entrambi documentati dalle fonti numismatiche ed epigrafiche relative alla legione. Il vessillo storico-filologico dedicato alla legione riproduce questa iconografia in un formato di 40×30 cm, con una tonalità rossa ispirata all’unico vessillo romano originale conservato al museo Puškin di Mosca, e una ricostruzione basata su fonti storiche, epigrafiche e numismatiche. La scelta cromatica e simbolica non è dunque arbitraria, ma cerca di restituire fedelmente l’identità visiva con cui la legione si presentava sul campo. ## **Le campagne militari della Legio III Augusta** ### ***La guerra contro Tacfarinas*** Il primo grande banco di prova della legione in Africa fu la rivolta di **Tacfarinas**, un disertore ausiliario romano che tra il 17 e il 24 d.C. organizzò una coalizione di tribù numide e maure in funzione anti-romana. La guerra, condotta con tattiche di guerriglia poco familiari ai Romani, costò alla legione perdite pesanti, incluso l’annientamento di una sottounità nel 18 d.C. e la conseguente decimazione punitiva ordinata dal comandante Lucio Apronio. Solo nel 24 d.C., grazie al governatore Giunio Bleso, la III Augusta riuscì a sconfiggere definitivamente Tacfarinas, che si suicidò per non cadere prigioniero. ### ***Distaccamenti sui fronti orientali e danubiani*** Come molte legioni imperiali, la III Augusta non operò soltanto nella propria provincia di stanza, ma inviò ripetutamente distaccamenti (vessillazioni) su altri fronti. Reparti della legione presero parte alla guerra partica di Traiano nel 115, alla guerra contro Bar Kochba in Giudea tra il 132 e il 136, alla campagna partica di Lucio Vero e, nel 175, alla guerra marcomannica di Marco Aurelio, che portò i soldati africani fino in Pannonia. Questa mobilità dimostra come anche una legione fortemente radicata in un territorio specifico rimanesse una risorsa flessibile dell’esercito imperiale nel suo complesso. ### ***La crisi del III secolo e le guerre contro le tribù del deserto*** Il III secolo portò nuove sfide: nel 238 il governatore d’Africa impiegò la legione per reprimere la rivolta dei Gordiani, ma il successo della fazione avversaria si concluse con lo scioglimento della III Augusta da parte di Gordiano III. Ricostituita da Valeriano nel 253, la legione affrontò una lunga guerra contro la federazione berbera dei «Cinque Popoli», conclusa attorno al 260, e dovette poi fronteggiare nuove tensioni tra il 289 e il 297, quando l’imperatore Massimiano assunse personalmente il comando delle forze romane in Africa e Numidia. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Legionari della Legio III Augusta osservano la fortezza di Lambaesis con acquedotto romano sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-11-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### ***Ammaedara e il primo assestamento africano*** Le prime sedi della legione in Africa furono probabilmente Tacapae e, poco dopo, **Ammaedara**, dove i legionari furono impiegati anche nella costruzione di infrastrutture come strade e acquedotti. Questa fase iniziale mostra un tratto costante della presenza militare romana in Africa: l’integrazione tra compiti bellici e opere di romanizzazione del territorio. ### ***Lambaesis, la grande base della Numidia*** Dall’età di Adriano la legione si stabilì a **Lambaesis**, in Numidia, dove rimase per quasi due secoli, trasformando l’accampamento in un vero e proprio insediamento militare di grandi dimensioni, con veterani sistemati nelle vicine città di Cuicul, Sitifis e Thamugadi. Lambaesis divenne il cuore pulsante del dispositivo romano contro le tribù berbere, e le sue iscrizioni, tra cui la celebre epigrafe di età adrianea, restano una delle fonti più ricche per la conoscenza dell’esercito romano imperiale. ### *Gli ultimi spostamenti e la Notitia Dignitatum* In età dioclezianea, dopo l’ottenimento del titolo Pia Fidelis, la legione lasciò Lambaesis, pur restando nella regione, sebbene le fonti non permettano di individuare con certezza la nuova sede. La **Notitia Dignitatum** attesta ancora la legione a inizio V secolo con il nome di **Tertia Augustani**, ormai riorganizzata come unità comitatense sotto il comando del *Comes Africae*. ## **Struttura interna e comando della Legio III Augusta** ### ***L’unica legione comandata da un senatore*** Per un lungo periodo la III Augusta rappresentò un’eccezione nell’esercito romano: fu l’unica legione dell’Impero comandata direttamente dal proconsole d’Africa, un governatore di rango senatorio, invece che da un legatus imperiale distinto dal governo civile della provincia. Questa anomalia rifletteva la particolare importanza strategica ed economica dell’Africa proconsolare, cruciale per l’approvvigionamento di grano di Roma. ### ***La riforma di Caligola e il controllo imperiale*** L’imperatore Caligola ritenne rischioso lasciare un’intera legione nelle mani di un senatore e dispose che il comando passasse a un *legatus Augusti pro praetore* di sua diretta nomina, prassi confermata dai successori Claudio e Nerone. La misura si inserisce in quel più ampio processo di accentramento del controllo militare nelle mani dell’imperatore che caratterizzò l’evoluzione dell’esercito romano lungo tutto il I secolo. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio III Augusta** ### ***L’epigrafia di Lambaesis*** La base documentaria più ricca sulla legione proviene dalle iscrizioni rinvenute a **Lambaesis**, tra cui spicca la celebre epigrafe di età adrianea che riporta un discorso dell’imperatore ai soldati, una delle testimonianze più importanti sull’organizzazione dell’esercito imperiale. A queste si affiancano epigrafi funerarie di soldati e ufficiali, che permettono di ricostruire reclutamento, carriere e vita quotidiana della guarnigione. ### ***Fonti numismatiche e la Notitia Dignitatum*** Gli emblemi della legione, Pegaso e Capricorno, sono attestati attraverso fonti numismatiche ed epigrafiche incrociate tra loro. Per la fase tardoantica, la **Notitia Dignitatum** resta la fonte fondamentale, collocando la legione, ormai ridenominata Tertia Augustani, sotto il comando del Comes Africae a inizio V secolo. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### ***Dallo scioglimento alla riorganizzazione comitatense*** Il percorso della III Augusta nella tarda antichità fu segnato da una trasformazione profonda: da legione di confine tradizionale a unità comitatense integrata nel nuovo sistema difensivo dell’Impero tardoromano. Le ultime menzioni, tra fine IV e inizio V secolo, comprendono anche testimonianze epigrafiche di soldati cristiani, come quella rinvenuta a Madauros, segno dei profondi cambiamenti religiosi e sociali che avevano attraversato l’esercito romano. ### ***Una legione simbolo della romanizzazione africana*** Più di altre unità, la III Augusta fu protagonista non solo di operazioni militari ma anche di un’intensa opera di romanizzazione dell’Africa settentrionale, tramite la costruzione di strade, acquedotti e insediamenti di veterani. La sua storia quasi quadricentenaria testimonia come una legione potesse diventare parte integrante dell’identità di un’intera provincia. ## **Eredità e percezione moderna della Legio III Augusta** ![Legionari della Legio III Augusta costruiscono una strada romana con vessillo Pegaso in primo piano](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-della-Legio-III-Augusta-1-1024x576.png "Eredità e percezione moderna della Legio III Augusta - Scripta Manent Italia") ### ***Il fascino di una legione africana*** La **Legio III Augusta** occupa un posto particolare nell’immaginario delle legioni romane per essere stata l’unica unità stabilmente radicata in Africa, teatro meno raccontato rispetto ai fronti renani, danubiani o orientali. La sua vicenda intreccia guerre contro tribù del deserto, opere di ingegneria civile e vicende dinastiche legate a più di un imperatore, dai Severi a Valeriano fino a Diocleziano. ### ***Perché studiare la III Augusta*** Studiare la III Augusta significa osservare da vicino il rapporto tra Roma e le sue province africane, l’evoluzione del comando legionario da senatorio a imperiale, e la capacità dell’esercito romano di rifondarsi dopo scioglimenti e crisi. Chi voglia confrontarla con le altre legioni «terze» troverà spunti interessanti negli articoli dedicati alla Legio III Parthica, alla Legio III Cyrenaica, alla Legio III Gallica e alla Legio III Italica, unità che condividono il numero III ma appartengono a fronti e contesti diversi. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio III Augusta?** La legione fu costituita nel 43 a.C., probabilmente dal console Gaio Vibio Pansa insieme al futuro imperatore Ottaviano, nel contesto delle guerre civili seguite alla morte di Cesare. **Perché si chiama «Augusta»?** Il cognome richiama il legame della legione con Ottaviano Augusto, sotto la cui autorità fu organizzata e stabilizzata in Africa. **Qual era l’emblema della Legio III Augusta?** Gli emblemi erano il Pegaso, il cavallo alato, e il Capricorno, documentati da fonti numismatiche ed epigrafiche. **Dove era di stanza la Legio III Augusta?** La sua base principale fu Lambaesis, in Numidia, dopo un primo periodo ad Ammaedara; rimase attiva in Africa fino a inizio V secolo. **Contro chi combatté la Legio III Augusta?** Combatté soprattutto contro le tribù numide e maure, tra cui la rivolta di Tacfarinas e la federazione dei «Cinque Popoli», ma inviò anche distaccamenti sui fronti partici e danubiani. **Fino a quando esistette la Legio III Augusta?** È attestata fino a fine IV-inizio V secolo, quando la Notitia Dignitatum la registra come unità comitatense con il nome di Tertia Augustani. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio III Parthica: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-iii-parthica-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio III Parthica](#Origini_della_Legio_III_Parthica) - [Il contesto: Settimio Severo e la guerra partica](#Il_contesto_Settimio_Severo_e_la_guerra_partica) - [Il vessillo della Legio III Parthica](#Il_vessillo_della_Legio_III_Parthica) - [Una delle tre legioni «Parthicae»: I, II e III](#Una_delle_tre_legioni_%C2%ABParthicae%C2%BB_I_II_e_III) - [Nome, titoli onorifici ed emblema](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema) - [Il significato del cognomen «Parthica»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABParthica%C2%BB) - [Il cognomen «Pia» e le monete di Rhesaena](#Il_cognomen_%C2%ABPia%C2%BB_e_le_monete_di_Rhesaena) - [L’emblema tra centauro e toro](#Lemblema_tra_centauro_e_toro) - [Le campagne militari della Legio III Parthica](#Le_campagne_militari_della_Legio_III_Parthica) - [La campagna partica e il sacco di Ctesifonte](#La_campagna_partica_e_il_sacco_di_Ctesifonte) - [Rhesaena e la difesa del fronte del III secolo](#Rhesaena_e_la_difesa_del_fronte_del_III_secolo) - [La vittoria di Rhesaena e i rovesci del III secolo](#La_vittoria_di_Rhesaena_e_i_rovesci_del_III_secolo) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Rhesaena, fortezza sul Chaboras](#Rhesaena_fortezza_sul_Chaboras) - [Veterani a Sidone e distaccamenti](#Veterani_a_Sidone_e_distaccamenti) - [Apadna e l’ultima sede tardoantica](#Apadna_e_lultima_sede_tardoantica) - [Struttura interna e comando della Legio III Parthica](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_III_Parthica) - [Il comando equestre della Mesopotamia](#Il_comando_equestre_della_Mesopotamia) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio III Parthica](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_III_Parthica) - [Le testimonianze letterarie e la numismatica](#Le_testimonianze_letterarie_e_la_numismatica) - [Epigrafia e Notitia Dignitatum](#Epigrafia_e_Notitia_Dignitatum) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [Dai rovesci del III secolo alla ripresa di Odenato e Diocleziano](#Dai_rovesci_del_III_secolo_alla_ripresa_di_Odenato_e_Diocleziano) - [Una legione del tardo Impero](#Una_legione_del_tardo_Impero) - [Eredità e percezione moderna della Legio III Parthica](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_III_Parthica) - [Il fascino della legione meno conosciuta](#Il_fascino_della_legione_meno_conosciuta) - [Perché studiare la III Parthica](#Perche_studiare_la_III_Parthica) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio III Parthica** è la meno documentata tra le tre legioni gemelle create da Settimio Severo nel 197 d.C. per la guerra contro l’Impero dei Parti, insieme alla I e alla II Parthica. Dopo il sacco di Ctesifonte, rimase di guarnigione in Mesopotamia insieme alla I Parthica, stanziandosi nella fortezza di Rhesaena, sull’alto Chaboras, da cui vigilava sulla strada tra Edessa e Nisibis. Combatté a lungo contro Parti e Sasanidi, ottenendo forse una vittoria memorabile a Rhesaena nel 243 che le valse il titolo di “Pia”, per poi essere ricordata dalla Notitia Dignitatum a inizio V secolo nella sede di Apadna, in Osroene. ## **Origini della Legio III Parthica** ### **Il contesto: Settimio Severo e la guerra partica** Come le sue due gemelle, la III Parthica nacque nel pieno della politica orientale di Settimio Severo, salito al trono dopo le guerre civili del 193 d.C. e deciso a colpire in profondità l’Impero dei Parti, storico rivale di Roma in Oriente. Alcuni studiosi ipotizzano che le legioni partiche fossero in parte reclutate tra i resti dell’esercito dell’usurpatore Pescennio Nigro, sconfitto da Severo proprio in Oriente pochi anni prima. La creazione di un’unità interamente nuova, e non il semplice impiego di legioni già esistenti, testimonia quanto Severo puntasse in alto per questa campagna. [ ![Vessillo romano della Legio III Parthica con il toro dorato su fondo rosso - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/legiiiparthica.png?v=1783939771&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-iii-parthica-vessillo-romano?_pos=1&_psq=Legio+III+Parthica&_psid=93e90da26&_ss=e&_v=1.0) Ricostruzione storico-filologica ### Il vessillo della Legio III Parthica Porta nella tua collezione il vessillo della legione fondata da Settimio Severo per il fronte orientale. Una ricostruzione con il toro, realizzata sulla base di fonti storiche, epigrafiche e numismatiche, nel formato 40 × 30 cm. 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Le due legioni sorelle, I e III, operarono per secoli fianco a fianco sullo stesso fronte, condividendone in buona parte le vicende e persino, in origine, la stessa base di Singara. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema** ![Legio III Parthica: centurione con vessillo del toro e fortezza romana sul fiume Eufrate, veduta con ponte e accampamento](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-7-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen «Parthica»** Come per le sue gemelle, il cognome **Parthica** indicava fin dal nome la ragione stessa della fondazione dell’unità: la guerra contro l’Impero dei Parti voluta da Severo. Alcune fonti moderne suggeriscono che il nome originario potesse essere **Adiabenica**, dal popolo dell’Adiabene sconfitto durante la stessa campagna, prima che prevalesse la denominazione più generale legata ai Parti. ### **Il cognomen «Pia» e le monete di Rhesaena** Un elemento distintivo della III Parthica rispetto alle sue gemelle è l’acquisizione, forse in seguito a una vittoria sui Sasanidi presso Rhesaena nel 243 d.C., del titolo onorifico **Pia** (“pia”, devota), attestato da monete con la legenda L III PIA. Gli storici mantengono però una certa cautela, poiché monete simili furono coniate anche sotto l’imperatore Decio, che non risulta associato a campagne orientali, lasciando aperto un margine di incertezza sulla reale origine del titolo. ### ****L’emblema tra centauro e toro**** L’emblema della legione resta oggetto di discussione tra gli studiosi: la testimonianza più diretta, una moneta aurea rinvenuta nel teatro romano di Orange e coniata dall’imperatore gallico Vittorino nel 271, che cita la LEG III PARTHICA, indica il **centauro** come simbolo dell’unità, in continuità con le legioni gemelle I e II Parthica. Altre fonti propendono invece per il **toro** come emblema più probabile, segno che la documentazione su questo aspetto resta meno solida rispetto a quella della I Parthica. Proprio questa ambiguità rende particolarmente interessanti le ricostruzioni moderne del vessillo della legione, come quella disponibile nel catalogo dei vessilli romani di Trizio Editore. ## **Le campagne militari della Legio III Parthica** ### **La campagna partica e il sacco di Ctesifonte** Il battesimo del fuoco della III Parthica fu la stessa guerra per cui era stata creata: la campagna che Settimio Severo condusse tra il 197 e il 198 d.C. contro l’Impero dei Parti, culminata nella conquista e nel sacco di **Ctesifonte**, la capitale nemica. Dopo la vittoria, Severo organizzò la nuova provincia di Mesopotamia e vi lasciò di guarnigione permanente la I e la III Parthica, con il compito di prevenire ribellioni e proteggere il confine orientale. ### ******Rhesaena e la difesa del fronte del III secolo****** Stabilita a **Rhesaena**, sull’alto corso del Chaboras, la III Parthica controllava la strada tra le ex città arabe di Edessa e Nisibis, in una posizione arretrata rispetto alla frontiera vera e propria, forse un primo esperimento di quel sistema di “difesa in profondità” che sarà poi perfezionato da Costantino. La legione partecipò con probabilità alle spedizioni orientali di Caracalla e Macrino nel 217 e alla guerra condotta da Severo Alessandro contro i Sasanidi, la nuova potenza che nel 230 d.C. aveva invaso i territori romani installando un proprio imperatore a Emesa. ## ****La vittoria di Rhesaena e i rovesci del III secolo**** Nel 243 d.C., durante una nuova guerra contro i Sasanidi, la III Parthica, probabilmente rinforzata, sconfisse l’esercito persiano proprio a Rhesaena, un successo forse commemorato dal titolo “Pia”. Il decennio successivo fu però segnato da gravi rovesci per Roma: nel 256 lo scià Shapur I catturò la fortezza di Satala e nel 258 giunse a saccheggiare Trapezus sul Mar Nero, mentre nel 260 lo stesso imperatore Valeriano fu sconfitto e fatto prigioniero durante un’invasione dell’Iraq, un episodio poi celebrato sui rilievi rupestri sasanidi. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Guarnigione della Legio III Parthica: fortezza romana sul fiume Eufrate con legionari, ponte e vessillo del toro](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-10-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Rhesaena, fortezza sul Chaboras** La base storica della **Legio III Parthica** fu **Rhesaena**, l’odierna area di confine tra Siria e Turchia conosciuta con i nomi di Ceylanpınar e Ras al-‘Ayn. Proprio la posizione militarmente sensibile del sito rende difficili gli scavi archeologici moderni, limitando le fonti materiali disponibili sulla legione rispetto ad altre unità dello stesso fronte. ### **Veterani a Sidone e distaccamenti** Alcune monete provenienti da Sidone suggeriscono che veterani della III Parthica si stabilirono in quella città della costa fenicia dopo il congedo, secondo la consueta pratica di colonizzazione dei territori orientali da parte degli ex legionari. Un curioso ritrovamento epigrafico, una moneta aurea rinvenuta a Orange, in Gallia, menziona la legione, anche se si tratta probabilmente della testimonianza di una vessillazione distaccata piuttosto che del trasferimento dell’intera unità in Occidente. ### **Apadna e l’ultima sede tardoantica** Secondo la **Notitia Dignitatum**, compilata a inizio V secolo, la III Parthica si trovava ad **Apadna**, nella provincia dell’Osroene, presso la confluenza dei fiumi Chaboras ed Eufrate. Questo spostamento rispetto alla base originaria di Rhesaena segue la stessa logica di arretramento progressivo che caratterizzò molte unità del limes orientale nel tardo Impero. ## **Struttura interna e comando della Legio III Parthica** ### ****Il comando equestre della Mesopotamia**** Sul reclutamento originario si è ipotizzato un legame con i resti dell’esercito di Pescennio Nigro, sconfitto da Severo proprio in Oriente, ma la questione resta dibattuta tra gli storici. Come la I Parthica, anche la III Parthica operò per secoli in un contesto di frontiera estrema, segnato da scontri ricorrenti con Parti e Sasanidi e da un progressivo logoramento delle strutture di difesa romane. ## ****Fonti antiche e studi moderni sulla Legio III Parthica**** ### ****Le testimonianze letterarie e la numismatica**** La creazione delle tre legioni partiche e la campagna di Severo sono ricordate dallo storico Cassio Dione nelle sue Storie Romane, fonte fondamentale per l’origine dell’unità. Sul piano numismatico, le monete con la legenda LE III P S (Legio III Parthica Severiana) e quelle con il titolo “Pia” offrono testimonianze dirette, mentre la moneta aurea di Orange resta la prova più solida per l’attribuzione dell’emblema del centauro. ### **Epigrafia e Notitia Dignitatum** Le fonti epigrafiche documentano la presenza di soldati della legione anche fuori dalla Mesopotamia, come nel caso di un speculator attestato a Roma o di militari sepolti in Cilicia e Isauria. Per la fase tardoantica, la fonte di riferimento resta la **Notitia Dignitatum**, che colloca la III Parthica ad Apadna, in Osroene, a inizio V secolo. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### ****Dai rovesci del III secolo alla ripresa di Odenato e Diocleziano**** Dopo i pesanti rovesci subiti sotto Valeriano, Roma riuscì a ristabilire l’ordine in Oriente grazie a Odenato di Palmira e poi a Diocleziano, che nel 298 impose ai Sasanidi un trattato di pace favorevole con la cessione di territori nella Mesopotamia settentrionale. Sebbene le fonti non lo documentino esplicitamente, è verosimile che la III Parthica abbia preso parte a queste campagne di riscossa, dato il suo ruolo consolidato sul fronte. ### **Una legione del tardo Impero** Come la sua gemella I Parthica, anche la III Parthica attraversò la grande trasformazione dell’esercito tardoantico, con la sua ultima attestazione nota fissata dalla Notitia Dignitatum a inizio V secolo. Anche in questo caso, la sopravvivenza del nome non implica necessariamente la piena continuità dell’unità originaria, ma resta il fatto che la legione presidiò il fronte mesopotamico per oltre due secoli. ## ******Eredità e percezione moderna della Legio III Parthica****** ![Eredità della Legio III Parthica: moneta romana e iscrizione LEG III PARTHICA con fortezza sul fiume al tramonto](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-della-Legio-III-Parthica-1-1024x576.png "Eredità e percezione moderna della Legio III Parthica - Scripta Manent Italia") ### **Il fascino della legione meno conosciuta** La **Legio III Parthica** è probabilmente la meno documentata delle legioni del Principato, un fattore che ne accresce il fascino agli occhi degli appassionati di storia romana, chiamati quasi a ricostruire un puzzle con poche tessere superstiti. La sua vicenda, condivisa con la gemella I Parthica sullo stesso fronte mesopotamico, offre uno sguardo complementare sulla difesa orientale dell’Impero, tra fortezze remote come Rhesaena e monete che viaggiano fino alla Gallia. ### **Perché studiare la III Parthica** Studiare la III Parthica significa confrontarsi con i limiti della documentazione storica e apprezzare il valore di ogni singola fonte, dalla moneta di Orange alla Notitia Dignitatum, per ricostruire il profilo di un’unità altrimenti quasi invisibile. Chi voglia approfondire il contesto troverà spunti utili negli articoli dedicati alla Legio I Parthica e alla Legio II Parthica, le due legioni gemelle con cui la III Parthica condivise origine, propaganda dinastica e, in parte, anche il destino sul fronte orientale. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio III Parthica?** La legione fu costituita da Settimio Severo nel 197 d.C., insieme alle gemelle I e II Parthica, per la guerra contro l’Impero dei Parti. **Perché si chiama «Parthica»?** Il cognome rimanda alla guerra contro i Parti per cui fu creata, anche se alcune fonti suggeriscono un nome originario diverso, Adiabenica. **Qual era l’emblema della Legio III Parthica?** Secondo una moneta di Orange l’emblema era il centauro, condiviso con le gemelle, ma alcune fonti indicano invece il toro, lasciando la questione aperta. **Dove era di stanza la Legio III Parthica?** La base principale fu Rhesaena, sull’alto Chaboras, nell’odierna area di confine tra Siria e Turchia; a inizio V secolo la Notitia Dignitatum la colloca ad Apadna, in Osroene. **Contro chi combatté la Legio III Parthica?** Nata per la guerra contro i Parti, difese poi la Mesopotamia contro Parti e Sasanidi per tutto il III e il IV secolo. **Fino a quando esistette la Legio III Parthica?** È attestata fino a inizio V secolo dalla Notitia Dignitatum, sebbene la sua storia successiva rimanga oscura per mancanza di fonti. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio III Cyrenaica: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-iii-cyrenaica-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 14, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio III Cyrenaica](#Origini_della_Legio_III_Cyrenaica) - [Il contesto: le guerre civili tardorepubblicane](#Il_contesto_le_guerre_civili_tardorepubblicane) - [Il vessillo della Legio III Cyrenaica](#Il_vessillo_della_Legio_III_Cyrenaica) - [Il nome «Cyrenaica»: un reclutamento regionale](#Il_nome_%C2%ABCyrenaica%C2%BB_un_reclutamento_regionale) - [Nome, titoli onorifici ed emblema](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema) - [Il significato del cognomen](#Il_significato_del_cognomen) - [Titoli ed epiteti onorifici](#Titoli_ed_epiteti_onorifici) - [L’emblema: un’iconografia incerta](#Lemblema_uniconografia_incerta) - [Le campagne militari della Legio III Cyrenaica](#Le_campagne_militari_della_Legio_III_Cyrenaica) - [La conquista della Nabatea e la provincia d’Arabia](#La_conquista_della_Nabatea_e_la_provincia_dArabia) - [Le grandi campagne orientali del II secolo](#Le_grandi_campagne_orientali_del_II_secolo) - [La repressione della rivolta di Bar Kokhba](#La_repressione_della_rivolta_di_Bar_Kokhba) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Nicopolis d’Egitto](#Nicopolis_dEgitto) - [Bostra, capitale militare dell’Arabia](#Bostra_capitale_militare_dellArabia) - [Struttura interna e comando](#Struttura_interna_e_comando) - [Il comando equestre in Egitto](#Il_comando_equestre_in_Egitto) - [Reclutamento e composizione nel tempo](#Reclutamento_e_composizione_nel_tempo) - [Fonti antiche e studi moderni](#Fonti_antiche_e_studi_moderni) - [Papiri ed epigrafia egiziana](#Papiri_ed_epigrafia_egiziana) - [La Notitia Dignitatum](#La_Notitia_Dignitatum) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [Bostra nel tardo Impero](#Bostra_nel_tardo_Impero) - [Una delle legioni più longeve di Roma](#Una_delle_legioni_piu_longeve_di_Roma) - [Eredità e percezione moderna](#Eredita_e_percezione_moderna) - [Il fascino di una legione bimillenaria](#Il_fascino_di_una_legione_bimillenaria) - [Perché studiare la III Cyrenaica](#Perche_studiare_la_III_Cyrenaica) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio III Cyrenaica** è una delle legioni più antiche dell’esercito imperiale romano, nata nel turbolento crepuscolo della Repubblica e sopravvissuta fino al tardo Impero. Arruolata originariamente nella regione della Cirenaica, nell’attuale Libia orientale, fu poi trasferita in Egitto, dove per oltre un secolo condivise con la XXII Deiotariana il compito di custodire la provincia più ricca e delicata dell’Impero. Dai primi decenni del II secolo divenne il pilastro militare della neonata provincia d’Arabia, con sede a Bostra, dove restò fino alle ultime attestazioni tardoantiche. ## **Origini della Legio III Cyrenaica** ### **Il contesto: le guerre civili tardorepubblicane** Le origini della legione si perdono nelle guerre civili che seguirono l’assassinio di Cesare, un periodo in cui triumviri e generali arruolavano legioni a ritmo incessante per sostenere le proprie ambizioni. La III Cyrenaica nacque probabilmente in questo contesto, arruolata tra la fine degli anni 40 e gli anni 30 a.C., in un’epoca in cui il numero delle legioni si moltiplicò a dismisura per le esigenze belliche di Antonio, Ottaviano e dei loro rivali. [ ![Vessillo romano della Legio III Cyrenaica con aquila dorata su campo rosso - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/legiiicyrenaica.png?v=1784029161&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-iii-cyrenaica-vessillo-romano?_pos=1&_psq=Legio+III+Cyrenaica&_psid=2eca00597&_ss=e&_v=1.0) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio III Cyrenaica Riproduzione storico-filologica del vessillo della Legio III Cyrenaica, con l’aquila dorata su campo rosso. Formato 40 × 30 cm, disponibile su stendardo, acrilico o tela pittorica con cornice in noce. Da 79,00 €Tre finiture disponibili [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/products/legio-iii-cyrenaica-vessillo-romano?_pos=1&_psq=Legio+III+Cyrenaica&_psid=2eca00597&_ss=e&_v=1.0) ### **Il nome «Cyrenaica»: un reclutamento regionale** A differenza di molte legioni che presero il nome da una vittoria o da un imperatore, la III Cyrenaica derivò il proprio cognome dalla regione di reclutamento originario, la Cirenaica, l’area costiera dell’attuale Libia orientale. Questo tratto la accosta ad altre unità di prima età imperiale intitolate al luogo di origine dei coscritti piuttosto che a un evento militare, e testimonia come Roma, in quella fase, si affidasse ancora a bacini di reclutamento provinciale ben definiti. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema** ![Centurione della Legio III Cyrenaica in armatura lorica hamata davanti alle mura di Bostra con insegna dell'aquila legionaria](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-1-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen** Il cognome Cyrenaica resta legato per tutta la vita della legione al proprio luogo di origine, anche quando l’unità si allontanò definitivamente dalla Cirenaica per essere trasferita altrove. È un caso relativamente raro di nome «di provenienza» che sopravvive per secoli, ben oltre l’epoca in cui aveva ancora un senso geografico immediato per i soldati in servizio. ### **Titoli ed epiteti onorifici** Le fonti non attribuiscono alla III Cyrenaica gli epiteti dinastici vistosi che caratterizzano altre legioni di età imperiale, e la sua titolatura resta sostanzialmente stabile nel tempo. Questa relativa sobrietà onomastica contrasta con legioni come le Parthicae severiane, arricchite di epiteti legati alla casa regnante, e riflette probabilmente la maggiore anzianità e la storia meno legata a una singola dinastia. ### **L’emblema: un’iconografia incerta** A differenza di legioni come la I Parthica, il cui centauro è documentato con chiarezza dalla numismatica, per la III Cyrenaica l’emblema resta oggetto di discussione tra gli studiosi, senza un simbolo identificato con la stessa sicurezza. È un limite che vale la pena segnalare con onestà, perché ricorda quanto la conoscenza delle insegne legionarie dipenda da fonti fortunate, come monete o rilievi, che non sempre sono sopravvissute per ogni unità. ## **Le campagne militari della Legio III Cyrenaica** ### **La conquista della Nabatea e la provincia d’Arabia** Il momento di svolta nella storia della legione arriva nel 106 d.C., quando l’imperatore Traiano annette il regno nabateo e crea la nuova provincia d’Arabia: la III Cyrenaica è tra le protagoniste dell’operazione e diventa la guarnigione stabile della nuova provincia. È un passaggio paragonabile, per importanza strutturale, a quello vissuto dalla I Parthica con la Mesopotamia severiana: una legione che riceve in custodia permanente un territorio di nuova conquista. ### **Le grandi campagne orientali del II secolo** Nel corso del II secolo la legione partecipa ai principali sforzi bellici orientali di Roma, comprese le campagne partiche promosse da Traiano e più tardi quelle condotte da Lucio Vero durante il regno di Marco Aurelio. Reparti della III Cyrenaica vengono mobilitati verso la Mesopotamia insieme ad altre unità del fronte orientale, in un pattern di impiego che accomuna le legioni di stanza tra Egitto e Arabia in quel periodo. ### **La repressione della rivolta di Bar Kokhba** Un capitolo particolarmente drammatico è la partecipazione della legione alla repressione della grande rivolta ebraica guidata da Bar Kokhba, scoppiata in Giudea nel 132 d.C. sotto Adriano. La III Cyrenaica viene impiegata, insieme ad altre forze convocate da tutto l’Oriente romano, in una guerra durissima che si concluse solo nel 135 con la sconfitta dei rivoltosi e una pesante repressione della provincia. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Confronto tra Nicopolis d'Egitto e Bostra d'Arabia, le due basi militari della Legio III Cyrenaica nel I e II secolo d.C.](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-7-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Nicopolis d’Egitto** Per il primo secolo e mezzo della sua storia imperiale, la base della III Cyrenaica fu Nicopolis, l’accampamento legionario alle porte di Alessandria d’Egitto, dove la legione condivise a lungo la guarnigione della provincia con la XXII Deiotariana. Presidiare l’Egitto significava proteggere il granaio dell’Impero e controllare una provincia strategica ma sempre potenzialmente instabile. ### **Bostra, capitale militare dell’Arabia** Con la creazione della provincia d’Arabia sotto Traiano, la legione si trasferisce a Bostra, che ne diventa la base permanente per il resto della sua storia. Bostra assume così per la III Cyrenaica lo stesso ruolo identitario che Singara ebbe per la I Parthica: una città di frontiera che finisce per essere indissolubilmente legata al nome della legione che la presidia. ## **Struttura interna e comando** ### **Il comando equestre in Egitto** Durante la sua permanenza egiziana, la III Cyrenaica condivise la peculiarità amministrativa di tutte le legioni stanziate in quella provincia: nessun senatore poteva metterne piede senza autorizzazione imperiale, e di conseguenza il comando militare complessivo era affidato a un prefetto d’Egitto di rango equestre, non a un legato senatorio. È un parallelo diretto con il comando equestre delle legioni Parthicae, segno che Roma ricorreva a questa soluzione ogni qualvolta un territorio richiedeva un controllo particolarmente stretto e personale da parte dell’imperatore. ### **Reclutamento e composizione nel tempo** Se il nucleo originario fu reclutato in Cirenaica, con il trasferimento in Egitto e poi in Arabia la composizione della legione si arricchì progressivamente di elementi locali, secondo la prassi comune alle legioni di lungo stazionamento provinciale. Questo processo di progressiva «localizzazione» del reclutamento è un fenomeno condiviso con la I Parthica in Mesopotamia, dove la vita di frontiera finì per legare profondamente l’identità della truppa al territorio presidiato. ## **Fonti antiche e studi moderni** ### **Papiri ed epigrafia egiziana** La lunga permanenza in Egitto ha lasciato alla III Cyrenaica un vantaggio documentario raro tra le legioni romane: la ricchezza dei papiri egiziani, che conservano documenti amministrativi, elenchi di soldati e corrispondenza militare in una quantità che altre province non possono offrire. A questo si aggiungono le iscrizioni trovate a Bostra e nella provincia d’Arabia, che documentano l’attività della legione dopo il trasferimento. ### **La Notitia Dignitatum** Come per la I Parthica, anche per la III Cyrenaica la fonte fondamentale per la fase tardoantica è la Notitia Dignitatum, che colloca ancora l’unità a Bostra sotto il comando del dux Arabiae agli inizi del V secolo. La convergenza tra papiri, epigrafia ed elenchi amministrativi tardoantichi permette di seguire la legione per un arco temporale eccezionalmente lungo, tra i più estesi di tutto l’esercito romano. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### **Bostra nel tardo Impero** Nella riorganizzazione militare del tardo Impero, la III Cyrenaica resta ancorata a Bostra, integrata nel nuovo sistema di difesa dei confini orientali sotto il comando dei duces provinciali. La sua permanenza pressoché ininterrotta nella stessa base per secoli è un caso relativamente raro di continuità geografica tra le legioni romane. ### **Una delle legioni più longeve di Roma** La III Cyrenaica, se le identificazioni tardoantiche sono corrette, attraversa quasi l’intera storia dell’esercito imperiale romano, dalle guerre civili della tarda Repubblica fino al V secolo d.C. Anche in questo caso vale la cautela metodologica già richiamata per la I Parthica: la sopravvivenza del nome non garantisce necessariamente la continuità organica dell’unità originaria attraverso le profonde riforme militari del III e IV secolo. ## **Eredità e percezione moderna** ![Legionari romani osservano dall'alto Alessandria d'Egitto e le rovine di Bostra, eredità della Legio III Cyrenaica](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-1-1024x576.png "Eredità e percezione moderna - Scripta Manent Italia") ### **Il fascino di una legione bimillenaria** La Legio III Cyrenaica affascina per la sua rara longevità documentata e per aver attraversato due dei teatri più significativi dell’Oriente romano, l’Egitto e l’Arabia, legandosi a città e paesaggi che ancora oggi custodiscono le tracce del suo passaggio, da Alessandria alle rovine di Bostra in Siria. ### **Perché studiare la III Cyrenaica** Studiare questa legione significa osservare da vicino la gestione romana dell’Egitto imperiale, l’espansione in Arabia sotto Traiano e la lunga tenuta del limes orientale nei secoli successivi. Chi desideri confrontarla con le altre legioni «terze» troverà spunti utili negli articoli dedicati alla Legio III Augusta, alla Legio III Gallica, alla Legio III Italica e alla Legio III Macedonica, unità che condividono il numero ma raccontano fronti e vicende assai diverse. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Quando fu creata la Legio III Cyrenaica?** Le sue origini risalgono alle guerre civili tardorepubblicane, tra la fine degli anni 40 e gli anni 30 a.C., con reclutamento originario nella regione della Cirenaica. **Perché si chiama «Cyrenaica»?** Il nome deriva dalla regione di reclutamento originario dei suoi soldati, la Cirenaica, nell’attuale Libia orientale, non da una vittoria militare. **Dove era di stanza la Legio III Cyrenaica?** Fu di stanza a Nicopolis, presso Alessandria d’Egitto, per oltre un secolo, poi si trasferì a Bostra, in Arabia, dove rimase fino al tardo Impero. **A quali campagne partecipò la legione?** Prese parte alla conquista della Nabatea nel 106 d.C., alle campagne partiche del II secolo e alla repressione della rivolta di Bar Kokhba in Giudea. **Chi comandava la Legio III Cyrenaica in Egitto?** Come tutte le legioni egiziane, era sotto il controllo del prefetto d’Egitto, funzionario di rango equestre, poiché ai senatori era vietato l’accesso alla provincia senza autorizzazione imperiale. **Fino a quando esistette la legione?** È attestata a Bostra ancora nel V secolo dalla Notitia Dignitatum, sotto il comando del dux Arabiae, rendendola una delle unità più longeve dell’esercito romano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Vindolanda: emerge un rilievo protettivo romano](https://scriptamanentitalia.it/vindolanda-rilievo-protettivo-romano/) **Published:** Luglio 17, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Vindolanda**, nell'**Inghilterra** settentrionale, il suolo ha recentemente svelato un reperto di inestimabile caratura filologica e storico-religiosa, restituendo un rilievo in pietra in perfetto stato di conservazione che raffigura un antico spirito protettivo romano. Le scoperte archeologiche vengono sovente misurate in base alla loro pura rilevanza scientifica, eppure esistono ritrovamenti destinati a imprimersi nella memoria per il preciso istante in cui riemergono dalla terra. Il rilievo del *Genius* di **Vindolanda** incarna mirabilmente entrambe le condizioni. Questa pregevole scultura, concepita per rappresentare una delle divinità tutelari poste a presidio della dimora. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Norvegia: scoperto il tesoro dell'ultimo re vichingo](https://scriptamanentitalia.it/norvegia-scoperto-tesoro-ultimo-re-vichingo/) **Published:** Luglio 16, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A STAVANGER, in Norvegia, nei pressi del **Monastero di Utstein**, la terra ha restituito un documento numismatico di eccezionale valore scientifico, capace di gettare nuova luce sulla politica economica e amministrativa della Scandinavia alla fine del **XI secolo**. L'incredibile scoperta, avvenuta nell'**aprile 2025** grazie all'attività di un appassionato *metal detectorist*, **Morten Eek**, ha inizialmente rischiato di passare inosservata per via dello stato di conservazione del manufatto. L'oggetto, recuperato nello strato superficiale del terreno arabile a una profondità compresa tra i dieci e i quindici centimetri, si. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Come funzionavano i duelli? Difendere l'onore a costo della vita](https://scriptamanentitalia.it/come-funzionavano-duelli-onore-vita/) **Published:** Luglio 16, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Un capitale invisibile più prezioso del denaro](#Un_capitale_invisibile_piu_prezioso_del_denaro) - [Insulti, allusioni, gesti: quando parte la miccia](#Insulti_allusioni_gesti_quando_parte_la_miccia) - [Le regole per uccidersi civilmente](#Le_regole_per_uccidersi_civilmente) - [Quando il coltello diventa penna (e viceversa)](#Quando_il_coltello_diventa_penna_e_viceversa) - [Giudici togati, giudici d’onore](#Giudici_togati_giudici_donore) - [L’onore maschile, il disonore femminile](#Lonore_maschile_il_disonore_femminile) - [Dal duello alla querela per diffamazione](#Dal_duello_alla_querela_per_diffamazione) - [Dal prato all’alba al linciaggio social](#Dal_prato_allalba_al_linciaggio_social) Albeggia in un prato fuori città. Due uomini si fronteggiano a una decina di passi, in maniche di camicia nonostante il freddo. Poco distante stanno i padrini, che hanno passato la notte a trattare e all’alba hanno fallito; un medico aspetta in disparte con la sua borsa. La sera prima, in un caffè o sulle colonne di un giornale, è stata pronunciata o scritta una frase di troppo: un’accusa, un’allusione, una parola che ha incrinato qualcosa che valeva più della vita stessa. Ora quella parola va lavata, e l’unico solvente ammesso è il sangue, o almeno il rischio di versarlo. Sarebbe un errore leggere questa scena come un litigio personale degenerato. Non lo è. È un meccanismo sociale codificato, antico e preciso, in cui l’onore funziona come un capitale, la reputazione come una moneta che si spende e si incassa, e la violenza come una procedura regolata da norme non scritte ma rispettate più delle leggi dello Stato. Per secoli, in età moderna, la vita di un uomo poteva davvero dipendere da una parola: detta in un salotto davanti ai testimoni giusti, scritta in un libello che circolava di mano in mano, affissa di notte su un muro in una pasquinata. Capire perché significa entrare in una logica che ci sembra remota e che invece, sotto vesti nuove, è ancora tra noi. ## **Un capitale invisibile più prezioso del denaro** Per orientarsi bisogna intendersi su una parola che oggi usiamo poco e male: onore. Non si tratta semplicemente di orgoglio, di un sentimento privato di amor proprio. L’onore, nel mondo moderno, è un bene pubblico, un pacchetto fatto di reputazione, status e credibilità riconosciuta dagli altri, e da questo bene dipendono cose concrete: l’accesso alle cariche, la possibilità di concludere un buon matrimonio, la fiducia negli affari, il posto che si occupa nella gerarchia sociale. È un capitale a tutti gli effetti, solo che è invisibile, e proprio per questo va continuamente esibito e difeso. Conviene distinguere almeno due grandi declinazioni di questo capitale. C’è l’onore nobiliare e militare, fatto di coraggio, lealtà, fedeltà alla parola data e prestigio del lignaggio: qui ciò che conta è non mostrarsi vili, non venir meno agli impegni, tenere alto il nome della casata. E c’è l’onore borghese e professionale, che ruota attorno al buon nome, all’affidabilità, alla rispettabilità, a quel «credito» che è insieme finanziario e morale: il mercante, il professionista, il funzionario vivono della fiducia che gli altri ripongono in loro, e una macchia su quella fiducia può rovinarli quanto un fallimento. Il tratto comune, e cruciale, è la fragilità. L’onore si costruisce in anni, attraverso una condotta coerente, relazioni curate, una reputazione coltivata con pazienza. Ma può andare in frantumi in un istante: basta una frase pronunciata nel momento sbagliato, un gesto interpretato come affronto, una calunnia che attecchisce. È un patrimonio enorme custodito in un vaso di vetro, e questa sproporzione tra ciò che vale e la facilità con cui si rompe spiega l’intensità quasi feroce con cui lo si difendeva. ## **Insulti, allusioni, gesti: quando parte la miccia** Se l’onore è così fragile, è perché le offese che possono infrangerlo sono molte e di natura diversa. Le più ovvie sono gli insulti diretti, le parole ingiuriose rivolte apertamente a qualcuno. Ma il repertorio è ben più ampio e sottile: ci sono le allusioni pubbliche, che colpiscono senza nominare; le caricature che espongono al ridicolo; i pettegolezzi insistenti che logorano una reputazione goccia a goccia; e soprattutto le accuse che toccano i due nervi più scoperti, quello del coraggio e quello dell’onestà. Dare del vile o del disonesto a un uomo, mettere in dubbio il suo coraggio o la sua parola, era tra le offese più gravi in assoluto, perché colpiva il cuore stesso del suo onore. Esiste poi una distinzione di forma decisiva. Un conto è l’offesa ricevuta in faccia, davanti a testimoni: lì la reazione è quasi obbligata, e la via del duello si apre quasi automaticamente, perché il torto è pubblico e immediato. Altro conto è l’offesa scritta o anonima, quella affidata a un libello o a una pasquinata: questa chiama in causa strumenti diversi, perché spesso manca il volto a cui chiedere conto, e il terreno si sposta dal prato al foglio di carta. A fare la differenza, in ogni caso, è il contesto. La stessa frase poteva essere tollerabile se detta in privato, tra due persone sole, e diventare intollerabile se pronunciata davanti a testimoni o in uno spazio pubblicamente visibile. L’onore, infatti, esiste negli occhi degli altri: ciò che nessuno vede non lo intacca davvero, mentre ciò che avviene sotto lo sguardo della comunità diventa un fatto pubblico a cui bisogna rispondere pubblicamente. Non era tanto l’offesa in sé a obbligare alla reazione, quanto il numero e la qualità di chi vi aveva assistito. ## **Le regole per uccidersi civilmente** Quando la miccia partiva e la riconciliazione falliva, entrava in scena il duello, ed è qui che si rivela la natura più sorprendente di questo mondo: la violenza era tutt’altro che caotica. Era un rituale rigorosamente codificato. Si cominciava con la sfida formale; poi spettava all’offeso, di norma, la scelta delle armi. Entravano in azione i padrini, figure centrali, incaricati di rappresentare i contendenti, di concordare le condizioni e, soprattutto, di tentare fino all’ultimo una conciliazione che salvasse l’onore di entrambi senza arrivare allo scontro. Si fissavano il luogo e l’ora, di solito appartati e all’alba, anche per sottrarsi all’eventuale intervento delle autorità, che il duello lo vietavano. La cosa più importante da capire è la funzione del rito. Il duello non mirava necessariamente a uccidere; mirava a trasformare la violenza in un gesto «pulito», ordinato, onorevole, sottraendola alla rissa e all’agguato. E proprio per questo ciò che contava, in molti casi, non era l’esito fisico ma l’atto stesso di presentarsi. Avere il coraggio di andare sul terreno, di affrontare il rischio, bastava spesso a riparare l’onore offeso, a prescindere da chi ferisse chi. Si poteva uscire da un duello senza un graffio e con l’onore pienamente restaurato, perché la vigliaccheria, e non la sconfitta, era la sola vera macchia. Il duello era, in fondo, un modo per dimostrare pubblicamente di possedere ancora il coraggio che è il fondamento dell’onore. Naturalmente le forme cambiarono nel tempo e secondo i ceti. Si passò gradualmente dal duello alla spada, erede della tradizione cavalleresca e nobiliare, a quello con la pistola, che dominò l’Ottocento e che in apparenza livellava di più i contendenti, affidando molto al caso. E dai codici aristocratici si arrivò ai codici borghesi ottocenteschi, veri e propri manuali che fissavano nei dettagli procedure, doveri dei padrini e casistica delle offese, segno che ormai anche la borghesia rivendicava il diritto, e il dovere, di battersi. ## **Quando il coltello diventa penna (e viceversa)** ![Uomo affigge di notte una pasquinata sulla statua di Pasquino a Roma, con testimoni sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Quando-il-coltello-diventa-penna-e-viceversa-1024x576.png "Quando il coltello diventa penna e viceversa - Scripta Manent Italia") Accanto alle armi, però, c’era un’altra arma, e per certi versi più temibile: la carta. La reputazione non si costruiva e non si distruggeva soltanto nei salotti e sui prati, ma anche a colpi di inchiostro. È il mondo delle pasquinate, i fogli anonimi affissi di notte nelle piazze e ai muri delle città, e dei libelli diffamatori, manoscritti o stampati, che passavano di mano in mano. Il nome stesso di pasquinata viene dall’usanza romana di appendere versi satirici e pungenti a una statua, ed evoca bene questa guerra di reputazioni combattuta in forma scritta e spesso anonima. Questi testi sapevano colpire con precisione chirurgica l’onore di individui e di gruppi. Alludevano a scandali sessuali veri o presunti, a episodi di corruzione, a atti di vigliaccheria, a tradimenti politici; insinuavano, ridicolizzavano, rivelavano. Per un uomo pubblico, una pasquinata efficace poteva fare più danni di un colpo di spada, perché attaccava ciò che aveva di più prezioso davanti alla città intera. E qui si annida un effetto perverso, che è anche il primo segnale di una trasformazione profonda. La scrittura permetteva di amplificare l’offesa a un pubblico molto più ampio di quello presente in un salotto, moltiplicando il danno. Ma, al tempo stesso, rendeva molto più difficile la riparazione classica: se l’autore era anonimo, o protetto, o irraggiungibile, contro chi ci si sarebbe dovuti battere? Il duello presupponeva un avversario in carne e ossa, identificabile, disposto a rispondere secondo le regole. La pasquinata, colpendo dall’ombra, spezzava questo presupposto e lasciava l’offeso con una ferita pubblica e nessun bersaglio. La penna, insomma, poteva ferire dove la spada non arrivava. ## **Giudici togati, giudici d’onore** Tutto questo conviveva, in modo conflittuale, con l’esistenza dello Stato e delle sue leggi. C’erano infatti due circuiti di giustizia che si contendevano la gestione dei torti, e quasi mai erano d’accordo. Da un lato stavano i tribunali ufficiali, civili e penali, che in teoria avrebbero dovuto occuparsi di tutto: punire la diffamazione e l’ingiuria, reprimere la violenza, vietare e perseguire i duelli, considerati un attentato all’ordine pubblico e al monopolio statale della forza. Molte autorità, in molti paesi e per lungo tempo, cercarono di stroncare la pratica del duello con pene anche severe. Dall’altro lato, però, operavano i tribunali informali dell’onore: i pari sociali, le corporazioni, i circoli, le associazioni, gli ambienti militari, che decidevano per conto loro che cosa fosse accettabile e che cosa esigesse riparazione. E questo secondo tribunale, quello sociale, continuava spesso a considerare il duello non solo lecito ma necessario, in aperta contraddizione con la legge dello Stato. Un uomo poteva così trovarsi stretto tra due obblighi opposti: la legge che gli vietava di battersi e il suo ambiente che glielo imponeva. In questo conflitto, la sanzione davvero temuta non era quasi mai quella legale. Una condanna del tribunale per un duello poteva essere lieve, scontata o aggirata, e talvolta perfino accresceva il prestigio di chi l’aveva subita. La punizione che terrorizzava era un’altra: l’esclusione dal proprio mondo. Chi si rifiutava di battersi quando l’onore lo richiedeva rischiava il disprezzo dei pari, l’isolamento, la fine della carriera e delle relazioni. Nessuno lo salutava più, nessuno gli affidava incarichi, nessuno gli avrebbe dato in sposa la figlia. La morte sociale, e non quella giudiziaria, era la vera spada sospesa. ## **L’onore maschile, il disonore femminile** C’è un aspetto di tutto questo sistema che non si può tacere, perché ne è una struttura portante: la dimensione di genere. Il duello, e con esso l’intero meccanismo della riparazione armata, era quasi esclusivamente un codice maschile. Erano gli uomini a offendersi, a sfidarsi, a battersi, a salvare la faccia sul terreno. Alle donne questa via era di norma negata: non era previsto che riparassero il proprio onore con le armi, e la loro reputazione si giocava su un piano del tutto diverso. Per le donne, infatti, l’onore non passava per il coraggio ma per la sfera della sessualità, del pudore, della fedeltà, della maternità. Una donna era «onorata» finché la sua condotta sessuale era irreprensibile agli occhi della comunità, e bastava un sospetto, una voce, una calunnia su questo terreno per distruggerla, senza che le fosse concesso alcun modo riconosciuto per difendersi attivamente. Là dove l’uomo poteva reagire, lei poteva soltanto subire, oppure sperare che un uomo, un padre, un fratello, un marito, scendesse in campo come suo campione. Da qui discende un nesso pesante. L’onore maschile non riguardava solo la condotta del singolo uomo, ma includeva il controllo dell’onore delle donne della sua famiglia: madri, mogli, figlie, sorelle. La reputazione sessuale delle donne diventava una questione che toccava l’onore degli uomini, e questo legittimava su di loro una sorveglianza e, all’occorrenza, una violenza presentate come difesa dell’onore familiare. Il risultato era un doppio standard netto e crudele: all’uomo era concesso reagire, anche con il sangue; alla donna restava la posizione di chi può solo essere difesa o condannata da altri, mai protagonista della propria reputazione. ## **Dal duello alla querela per diffamazione** Questo mondo, apparentemente immutabile, è entrato in crisi. Tra Settecento e Ottocento si è affermata lentamente l’idea che i conflitti d’onore dovessero essere gestiti sempre più attraverso i tribunali e la stampa ufficiale, e sempre meno con la spada e la pistola. È un processo lungo, contraddittorio, fatto di leggi, di mutamenti di costume e di un diverso modo di concepire la reputazione. Il motore di questa trasformazione è l’ascesa di qualcosa di nuovo: l’opinione pubblica. La diffusione dei giornali, la nascita dei partiti politici, la formazione di un dibattito pubblico allargato creano un campo inedito in cui la reputazione si gioca davanti a una platea enorme, ben più vasta della cerchia dei pari. E con il nuovo campo arrivano nuovi strumenti: la rettifica, il processo per diffamazione, il diritto di replica, la possibilità di difendere il proprio nome con le carte bollate e gli articoli anziché con i proiettili. Chi viene attaccato sul giornale può rispondere sul giornale, o trascinare l’avversario in tribunale. Conviene formulare la cosa senza sentimentalismi. Il duello non è scomparso perché a un certo punto siamo diventati improvvisamente più «civili» o più buoni. È scomparso, soprattutto, perché altri mezzi, quelli giuridici e quelli mediatici, si sono rivelati più efficaci per gestire e, all’occorrenza, distruggere le reputazioni. Quando si è potuto rovinare un avversario con una campagna di stampa o con una causa, senza rischiare la propria pelle all’alba in un prato, l’utilità stessa del duello è venuta meno. È stata l’efficienza dei nuovi strumenti, più che un improvviso scrupolo morale, a mandare in pensione le pistole dei padrini. ## **Dal prato all’alba al linciaggio social** ![Duello all'alba a confronto con un uomo sopraffatto da commenti di odio e cancel culture sui social](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Dal-prato-allalba-al-linciaggio-social-1024x576.png "Dal prato allalba al linciaggio social - Scripta Manent Italia") Verrebbe da pensare che questa sia archeologia, una storia di mondi finiti. Ma basta guardarsi attorno per riconoscere, sotto forme diversissime, la stessa logica al lavoro. Le dinamiche contemporanee della reputazione, i shitstorm che travolgono una persona nel giro di ore, le campagne di cancellazione, i veri e propri processi celebrati sui social davanti a una comunità di pari, o di presunti tali, raccontano qualcosa di sorprendentemente familiare. La continuità è evidente proprio nella struttura. Anche oggi la reputazione si costruisce nel tempo e può crollare per una frase, un gesto, un’immagine; anche oggi ciò che conta è lo sguardo della comunità, la dimensione pubblica dell’offesa, il numero di chi assiste; anche oggi esiste un tribunale informale, fatto non più di circoli e logge ma di follower e di piazze digitali, che emette sentenze parallele e spesso più temute di quelle dei tribunali veri. Si muore molto meno di frequente nel corpo, ed è una conquista enorme da non sottovalutare. Ma la logica di fondo, quella per cui chi perde la faccia davanti alla propria comunità è in qualche modo socialmente morto, è rimasta straordinariamente simile a quella che mandava due uomini a spararsi all’alba. Ieri il prezzo di una parola poteva essere una pallottola; oggi può essere l’ostracismo digitale, l’esclusione dal proprio mondo professionale e sociale per via di una gogna pubblica. Cambiano radicalmente gli strumenti, dal duello al thread virale, e cambia, per fortuna, il conto in vite umane. Ma la domanda di fondo resta identica a quella che si ponevano i padrini nella notte prima dello scontro: chi decide quanto vale il nostro nome, e a chi abbiamo concesso il potere di togliercelo? ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [Legio III Italica: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-iii-italica-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 16, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio III Italica](#Origini_della_Legio_III_Italica) - [Il contesto: Marco Aurelio e le guerre marcomanniche](#Il_contesto_Marco_Aurelio_e_le_guerre_marcomanniche) - [Il vessillo della Legio III Italica](#Il_vessillo_della_Legio_III_Italica) - [Una coppia di legioni «Italicae»: II e III Italica](#Una_coppia_di_legioni_%C2%ABItalicae%C2%BB_II_e_III_Italica) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Italica»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABItalica%C2%BB) - [Titoli onorifici: Concors](#Titoli_onorifici_Concors) - [L’emblema della cicogna](#Lemblema_della_cicogna) - [Le campagne militari della Legio III Italica](#Le_campagne_militari_della_Legio_III_Italica) - [Le guerre marcomanniche](#Le_guerre_marcomanniche) - [Il III secolo e le invasioni degli Alamanni](#Il_III_secolo_e_le_invasioni_degli_Alamanni) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Castra Regina, fortezza sul Danubio](#Castra_Regina_fortezza_sul_Danubio) - [Distaccamenti e vessillazioni](#Distaccamenti_e_vessillazioni) - [Struttura interna e comando della Legio III Italica](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_III_Italica) - [Un comando particolare: dal prefetto equestre al legato senatorio](#Un_comando_particolare_dal_prefetto_equestre_al_legato_senatorio) - [Reclutamento italico e vita di frontiera](#Reclutamento_italico_e_vita_di_frontiera) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio III Italica](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_III_Italica) - [Le testimonianze letterarie e la numismatica](#Le_testimonianze_letterarie_e_la_numismatica) - [Epigrafia e Notitia Dignitatum](#Epigrafia_e_Notitia_Dignitatum) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [La Raetia nel IV-V secolo](#La_Raetia_nel_IV-V_secolo) - [Una legione del tardo Impero](#Una_legione_del_tardo_Impero) - [Eredità e percezione moderna della Legio III Italica](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_III_Italica) - [Il fascino della legione oggi](#Il_fascino_della_legione_oggi) - [Perché studiare la III Italica](#Perche_studiare_la_III_Italica) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio III Italica** è una delle ultime legioni fondate secondo il modello classico del reclutamento italico, l’unico caso di questo tipo dopo secoli in cui l’esercito romano si affidava quasi esclusivamente alle province. La creò Marco Aurelio nel 165 d.C. circa, insieme alla gemella II Italica, per rinforzare il fronte danubiano minacciato dalle popolazioni germaniche durante le guerre marcomanniche. Assegnata alla provincia della Raetia, si insediò nella fortezza di Castra Regina, l’odierna Ratisbona, dove rimase di stanza per oltre tre secoli. Il suo emblema, la cicogna, ne accompagna la storia fin dalle origini, comparendo su monete e monumenti legati alla legione. Dal battesimo del fuoco contro Marcomanni e Quadi fino alla difesa del limes retico contro gli Alamanni, la III Italica resta una sentinella del fronte centro-danubiano fino alle ultime attestazioni tardoantiche. ## **Origini della Legio III Italica** ### **Il contesto: Marco Aurelio e le guerre marcomanniche** La nascita della legione si colloca nel momento più critico del regno di Marco Aurelio, quando le invasioni di Marcomanni, Quadi e altre popolazioni germaniche misero in crisi il confine danubiano a partire dal 166-167 d.C. Per fronteggiare un’emergenza militare senza precedenti, l’imperatore filosofo decise di arruolare nuove legioni, un gesto eccezionale dopo decenni in cui Roma si era limitata a mantenere le unità esistenti. La **Legio III Italica** nasce dunque come risposta diretta a una minaccia concreta sul cuore dell’Impero, non come strumento di conquista ma come baluardo difensivo. [ ![Vessillo romano della Legio III Italica con la cicogna, ricostruzione storico-filologica - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/legiiiitalica.png?v=1783938230&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-iii-italica-vessillo-romano) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio III Italica Porta nella tua collezione il vessillo della legione fondata da Marco Aurelio: una ricostruzione storico-filologica con la cicogna, simbolo di vigilanza e lealtà, disponibile su stendardo, acrilico o tela con cornice in noce. Da 79,00 €Formato 40 × 30 cm [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/products/legio-iii-italica-vessillo-romano) ### **Una coppia di legioni «Italicae»: II e III Italica** La III Italica non fu creata da sola, ma insieme alla gemella II Italica, in un progetto di rafforzamento simultaneo del fronte del Norico e della Raetia. Le due unità condivisero il nome e l’origine ma seguirono destini geografici distinti: la II Italica si stabilì a Lauriacum nel Norico, mentre la III Italica trovò la sua sede definitiva più a ovest, in Raetia. Insieme rappresentarono la risposta strutturale di Marco Aurelio alla crisi marcomannica, due presidi permanenti dove prima esisteva solo una difesa mobile e insufficiente. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Legionari romani della Legio III Italica in marcia con vessillo LEG III ITALICA, emblema della cicogna su scudi e insegna, presso fortezza sul Danubio](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-6-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen «Italica»** Il cognome **Italica** non è un semplice riferimento geografico, ma la traccia di una scelta di reclutamento eccezionale: a differenza della quasi totalità delle legioni imperiali, arruolate da tempo nelle province, la III Italica fu formata inizialmente con soldati provenienti dall’Italia stessa. Questo ritorno al reclutamento peninsulare, raro nel II secolo, rifletteva sia l’urgenza della crisi sia una componente di prestigio, quasi a voler richiamare l’esercito delle origini repubblicane. ### **Titoli onorifici: Concors** Le fonti attribuiscono alla legione anche l’epiteto **Concors**, “concorde” o “unita”, un titolo che compare in alcune iscrizioni e che potrebbe alludere alla fedeltà dimostrata durante i turbolenti anni delle guerre marcomanniche e delle successive vicende dinastiche. Come accadeva per altre legioni di quest’epoca, il titolo onorifico serviva anche a rinsaldare il legame simbolico tra l’unità e la casa imperiale. ### **L’emblema della cicogna** L’emblema della **Legio III Italica** era la **cicogna**, simbolo condiviso con la legione gemella II Italica. La scelta di questo animale, meno diffuso nell’iconografia militare romana rispetto ad aquile, tori o capricorni, rende l’emblema una delle insegne più distintive e riconoscibili tra le legioni del II secolo, ben documentata su reperti numismatici e monumentali legati alle due unità italiche. ## **Le campagne militari della Legio III Italica** ### **Le guerre marcomanniche** Il battesimo del fuoco della legione fu la stessa emergenza per cui era stata creata: la lunga e durissima guerra contro Marcomanni, Quadi e le altre tribù germaniche, condotta da Marco Aurelio praticamente fino alla sua morte nel 180 d.C. Il conflitto, combattuto lungo tutto il fronte danubiano, richiese un impegno straordinario e segnò profondamente sia l’assetto difensivo dell’Impero sia la carriera delle nuove legioni italiche. ### **Il III secolo e le invasioni degli Alamanni** Nel corso del III secolo la Raetia divenne teatro di scontri sempre più frequenti contro gli **Alamanni**, la nuova confederazione germanica che aveva preso il posto dei Marcomanni come principale minaccia sul fronte centro-danubiano. La III Italica, insediata a Castra Regina, si trovò in prima linea in questa fase di crisi, partecipando alla difesa del limes retico durante uno dei periodi più instabili della storia imperiale, segnato da incursioni ripetute e da un progressivo indebolimento del confine. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Fortezza romana della Legio III Italica sul Danubio con vessillo LEG III ITALICA, mura fortificate, banchina fluviale e nave militare per il rifornimento](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-9-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Castra Regina, fortezza sul Danubio** La base storica della **Legio III Italica** fu **Castra Regina**, l’odierna Ratisbona in Baviera, dove la legione si insediò poco dopo la sua costituzione e dove rimase per l’intera sua esistenza documentata. Diversamente da molte altre legioni costrette a spostamenti forzati dalle vicende belliche, la III Italica mantenne una notevole stabilità geografica, radicandosi profondamente nel tessuto della provincia retica. ### **Distaccamenti e vessillazioni** Come consueto per le legioni imperiali, anche la III Italica inviò distaccamenti e vessillazioni in altre aree dell’Impero in occasione di specifiche campagne militari, senza tuttavia mai perdere il legame con la sua sede principale. Questa combinazione di stabilità di base e mobilità operativa la rende un caso di studio interessante sul funzionamento delle legioni tardo-imperiali di frontiera. ## **Struttura interna e comando della Legio III Italica** ### **Un comando particolare: dal prefetto equestre al legato senatorio** Nei primi anni dopo la sua fondazione, per ragioni legate alla delicatezza politica del reclutamento italico, la legione fu posta sotto un comando di rango equestre, prima di passare, in un secondo momento, alla più tradizionale gestione affidata a un legatus di rango senatorio. Questa transizione riflette le cautele di Marco Aurelio nell’affidare fin da subito pieni poteri militari su un’unità composta da cittadini italici, una scelta politicamente sensibile in un periodo di grande instabilità. ### **Reclutamento italico e vita di frontiera** Se le origini della legione furono italiche, con il tempo il reclutamento si adeguò inevitabilmente alla prassi corrente, attingendo sempre più alla popolazione locale della Raetia e delle regioni limitrofe. La vita di frontiera a Castra Regina era scandita dalla sorveglianza del limes danubiano, dalle opere di fortificazione e dal confronto costante con le popolazioni germaniche al di là del fiume, in un contesto culturale profondamente diverso da quello delle legioni orientali. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio III Italica** ### **Le testimonianze letterarie e la numismatica** La creazione della legione e il suo impiego nelle guerre marcomanniche sono ricordati dalla storiografia di età imperiale, mentre la numismatica offre testimonianze dirette sull’emblema della cicogna e sul legame della legione con la casa di Marco Aurelio. Questi materiali permettono di ricostruire con buona precisione le fasi iniziali della sua storia. ### **Epigrafia e Notitia Dignitatum** L’epigrafia documenta ampiamente la presenza della legione a Castra Regina e nelle aree circostanti, mentre per la fase tardoantica la fonte principale resta la **Notitia Dignitatum**, che colloca ancora unità della III Italica sul limes retico all’inizio del V secolo, sotto il comando del *dux Raetiae*, secondo lo stesso schema amministrativo osservato per altre legioni di frontiera di quel periodo. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### **La Raetia nel IV-V secolo** Nel corso del IV secolo il fronte retico, come quello danubiano in generale, fu sottoposto a pressioni crescenti da parte delle popolazioni germaniche, in un contesto di progressiva riorganizzazione dell’esercito imperiale. La **Legio III Italica** continuò a presidiare la sua area di competenza, adattandosi alle trasformazioni strutturali che investirono tutte le unità di frontiera in questo periodo. ### **Una legione del tardo Impero** Come molte legioni nate in piena età imperiale, anche la III Italica attraversò la grande riforma dell’esercito tardoantico, con la distinzione crescente tra truppe di frontiera e truppe di manovra. La sua sopravvivenza documentaria fino al V secolo non implica necessariamente continuità con l’unità organica delle origini, ma conferma comunque una presenza di lungo periodo sul limes retico, tra le più stabili e durature dell’intero sistema difensivo danubiano. ## **Eredità e percezione moderna della Legio III Italica** ![Centurione della Legio III Italica con vessillo LEG III ITALICA osserva Castra Regina antica affiancata alla Ratisbona moderna sul Danubio, con targa storica](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-della-Legio-III-Italica-1024x576.png "Eredità e percezione moderna della Legio III Italica - Scripta Manent Italia") ### **Il fascino della legione oggi** La **Legio III Italica** affascina gli appassionati di storia romana per il suo legame con la figura di Marco Aurelio e con uno dei momenti più drammatici del II secolo, le guerre marcomanniche, spesso associate anche alla celebre Colonna Antonina. Il suo insediamento a Castra Regina, all’origine dell’attuale Ratisbona, offre inoltre un aggancio concreto tra la storia antica e il presente urbano di una città bavarese di grande rilevanza storica. ### **Perché studiare la III Italica** Studiare la **Legio III Italica** significa illuminare un capitolo particolare della storia militare romana: il ritorno, eccezionale e temporaneo, al reclutamento italico, la gestione politica di un’unità sensibile sotto Marco Aurelio, e la lunga difesa del fronte retico-danubiano fino alla tarda antichità. Chi voglia confrontarla con le altre legioni «terze» troverà spunti interessanti negli articoli dedicati alla Legio III Parthica, alla Legio III Augusta, alla Legio III Gallica e alla Legio III Cyrenaica, unità che condividono il numero III ma appartengono a epoche, fronti e logiche diverse. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio III Italica?** La legione fu costituita dall’imperatore Marco Aurelio verso il 165 d.C., insieme alla gemella II Italica, per rinforzare il fronte danubiano durante le guerre marcomanniche. **Perché si chiama «Italica»?** Il cognome rimanda al reclutamento originario in Italia, una scelta eccezionale in un periodo in cui le legioni erano arruolate quasi esclusivamente nelle province. **Qual era l’emblema della Legio III Italica?** L’emblema era la cicogna, simbolo condiviso con la legione gemella II Italica e documentato su reperti numismatici legati alle due unità. **Dove era di stanza la Legio III Italica?** La sua base principale fu Castra Regina, l’odierna Ratisbona in Baviera, nella provincia della Raetia, dove rimase per l’intera sua esistenza documentata. **Contro chi combatté la Legio III Italica?** Nata per la guerra contro Marcomanni e Quadi, presidiò poi il limes retico contro le invasioni degli Alamanni nel III secolo. **Fino a quando esistette la Legio III Italica?** È attestata sul limes retico fino al V secolo, quando la Notitia Dignitatum ne colloca ancora reparti sotto il comando del dux Raetiae. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Crociate difensive o guerre di conquista? La domanda è sbagliata](https://scriptamanentitalia.it/crociate-difensive-o-guerre-di-conquista/) **Published:** Luglio 15, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Nella loro testa: «stiamo difendendo»](#Nella_loro_testa_%C2%ABstiamo_difendendo%C2%BB) - [Nei fatti: occupare, insediarsi, controllare](#Nei_fatti_occupare_insediarsi_controllare) - [Difensori per sé, invasori per altri](#Difensori_per_se_invasori_per_altri) - [Più che difendere o conquistare, servono a integrare](#Piu_che_difendere_o_conquistare_servono_a_integrare) - [Perché oggi ci interessa tanto chiamarle «difensive» o «conquiste»](#Perche_oggi_ci_interessa_tanto_chiamarle_%C2%ABdifensive%C2%BB_o_%C2%ABconquiste%C2%BB) - [Se proprio devo rispondere: né solo difesa, né solo conquista](#Se_proprio_devo_rispondere_ne_solo_difesa_ne_solo_conquista) Basta nominarle e il tavolo si spacca. Da un lato c’è chi ripete che le crociate furono essenzialmente difensive, la reazione tardiva e quasi obbligata della Cristianità a secoli di espansione islamica, alla perdita di terre un tempo cristiane, alla minaccia sui pellegrini e sui luoghi santi. Dall’altro c’è chi le legge come la prima grande impresa coloniale dell’Occidente, una macchina di aggressione, saccheggio e conquista mascherata da devozione. Due racconti incompatibili, ciascuno convinto di possedere l’unica chiave giusta. La domanda, posta così, sembra esigere una scelta: difesa o conquista, una delle due. Ma possiamo davvero ridurre due secoli di spedizioni, motivazioni e attori diversissimi a una sola etichetta? La tesi di questo articolo è che non possiamo, e che il binomio difesa-conquista regge soltanto se smettiamo di trattarlo come un aut-aut e separiamo con cura piani diversi: ciò che le crociate erano nel discorso teologico, ciò che producevano sul terreno militare e politico, e come venivano percepite dai vari attori che le combattevano o le subivano. ## **Nella loro testa: «stiamo difendendo»** Cominciamo dal piano del linguaggio, da come quegli uomini raccontavano a se stessi ciò che stavano facendo. E qui il vocabolario è netto, ricorrente, quasi ossessivo. Si parla di liberare, non di conquistare. Di difendere e proteggere i luoghi santi, i pellegrini, i fratelli cristiani d’Oriente. Di riparare a un’offesa, di recuperare ciò che era stato sottratto alla Cristianità. La crociata, nelle parole di papi e predicatori, non è mai presentata come una campagna per prendersi delle terre, ma come la difesa armata di qualcosa di sacro che era stato violato. La tradizione latina, erede della riflessione agostiniana, ammette la guerra soltanto a precise condizioni: una guerra è giusta se è difensiva, o se serve a riparare un torto, una *iniuria*. Una guerra di pura aggressione, condotta per ambizione o avidità, è peccato. Ne discende una conseguenza ferrea: per essere predicabile e benedetta, ogni crociata deve essere raccontata come risposta a un’aggressione, come reazione e non come iniziativa. Il frame difensivo non è un orpello retorico aggiunto a posteriori. È la condizione stessa di legittimità dell’impresa, ciò senza cui non si potrebbe nemmeno partire. A questo si aggiunge la grammatica del pellegrinaggio armato e della penitenza. Chi parte compie un atto di devozione, ottiene l’indulgenza, si purifica attraverso la fatica e il rischio. Soggettivamente, nella propria coscienza, il crociato è un difensore e un pellegrino, non un invasore. E questo è un dato storico reale, da prendere sul serio: molti vi credevano davvero. Ma se spostiamo lo sguardo da ciò che si dice a ciò che eserciti, aristocrazie e città mercantili effettivamente fanno, la parola difesa comincia a scricchiolare. ## **Nei fatti: occupare, insediarsi, controllare** Sul terreno le dinamiche sono di tutt’altro tenore. Le grandi spedizioni verso la Terrasanta non si limitano a respingere un nemico e tornare a casa. Producono strutture stabili, durevoli, espansive. Nascono gli stati crociati lungo la costa siro-palestinese, con i loro principati e le loro contee; si distribuiscono signorie, feudi, titoli; le repubbliche marinare ottengono quartieri nelle città portuali, esenzioni, privilegi commerciali che ridisegnano le rotte del Mediterraneo orientale. Non è la logica di un cordone sanitario o di una difesa temporanea. È la logica di chi arriva, prende, si insedia e governa. Dietro questo c’è una dinamica di lunga durata che la sola motivazione religiosa non spiega. C’è un’aristocrazia europea affollata di figli cadetti senza terra, per i quali l’Oriente è un’occasione di acquisire domini e prestigio altrimenti irraggiungibili. Ci sono città mercantili che cercano porti, scali, monopoli, e che finanziano e trasportano gli eserciti perché ci guadagnano concretamente. Ci sono gli ordini militari, nati per proteggere i pellegrini, che nel tempo accumulano fortezze, rendite e un potere territoriale di prima grandezza. Tutto questo non annulla la fede di chi partiva, ma la affianca con una potentissima rete di interessi materiali. Il quadro che ne risulta è quello di una guerra presentata come difensiva ma vissuta e gestita, sul piano pratico, come straordinaria occasione di espansione e di redistribuzione di risorse. Aiuta a tenere insieme i due livelli una piccola mappa concettuale. **Piano****Come viene narrato****Cosa accade in pratica**TeologicoDifesa della fede e dei luoghi santiGiustificazione spirituale della partenza e dell’indulgenzaPolitico-militareAiuto ai cristiani d’Oriente e risposta al nemicoConquista di territori, colonizzazione, controllo delle rotteSocialePellegrinaggio armato e penitenzaMobilità sociale, bottino, insediamento di nuove éliteLa colonna di sinistra non è falsa, e quella di destra non è l’unica verità. Sono due descrizioni dello stesso fenomeno colte a livelli diversi, ed entrambe servono per capire. ## **Difensori per sé, invasori per altri** ![Difensori musulmani sulle mura di Gerusalemme osservano l'avanzata dei crociati verso la città](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Difensori-per-se-invasori-per-altri-1024x576.png "Difensori per sé invasori per altri - Scripta Manent Italia") C’è poi un terzo piano, e qui la questione si fa davvero interessante: la prospettiva. Perché la stessa identica campagna assume volti opposti a seconda di chi la guarda. Prendiamo un nobile francese che parte alla fine dell’XI o nel XII secolo. La sua esperienza soggettiva è autenticamente quella del difensore della fede e del pellegrino in armi. Ha lasciato la sua terra, ha affrontato un viaggio enorme e pericoloso, è convinto di combattere per una causa santa e di salvare la propria anima. Chiedergli se si senta un aggressore non avrebbe senso: nel suo orizzonte mentale è esattamente il contrario. Spostiamoci ora dentro le mura di Antiochia o di Gerusalemme, dal punto di vista di un abitante musulmano. Quegli stessi uomini non sono difensori di nulla: sono stranieri venuti da lontano che assediano la sua città, la prendono, e in più di un caso massacrano la popolazione. La presa di Gerusalemme del 1099, celebrata in Occidente come trionfo della fede, è dall’altra parte un eccidio. Per chi la subisce, la crociata è semplicemente un’invasione, e nessuna teologia della guerra giusta cambia ciò che vede dalle sue finestre. E c’è una terza angolatura, spesso dimenticata, quella bizantina. Per l’impero d’Oriente i crociati nascono come possibili alleati contro i Turchi, ma si rivelano presto ospiti ingombranti, poi concorrenti, infine rivali pericolosi, in una parabola che culmina con la Quarta crociata e il saccheggio di Costantinopoli nel 1204: una crociata cristiana che mette a ferro e fuoco la più grande capitale cristiana del mondo. Difficile trovare prova più clamorosa di quanto la categoria «difesa della Cristianità» fosse, sul terreno, malleabile fino al rovesciamento. La conclusione di questo piano è la più scomoda. La medesima campagna può essere onestamente vissuta come difensiva da chi parte e altrettanto onestamente subita come aggressione da chi la riceve. Scegliere una sola di queste prospettive e spacciarla per la verità oggettiva del fenomeno non è fare storia: è già compiere una scelta politica contemporanea, decidere a quale dei testimoni dare voce e a quale toglierla. ## **Più che difendere o conquistare, servono a integrare** A questo punto conviene cambiare la domanda. Continuare a chiedersi «erano davvero difensive o di conquista?» ci tiene prigionieri di un’alternativa che, lo abbiamo visto, dipende dal piano e dal punto di vista. Una domanda più produttiva è un’altra: a che cosa sono servite? Quale funzione hanno avuto nella più ampia vicenda dell’Occidente latino? Guardate da questa angolatura, le crociate appaiono soprattutto come una formidabile macchina di integrazione. Hanno collegato spazi economici prima distanti, intensificato le reti di scambio tra Europa e Mediterraneo orientale, fatto affluire merci, capitali, tecniche e conoscenze. Hanno creato un’esperienza condivisa che attraversava regni e lingue diverse, un immaginario comune fatto di simboli, racconti, eroi e nemici. Soprattutto, hanno contribuito a costruire un «noi», un’identità cristiano-occidentale che si definisce per contrasto con vari «loro»: il musulmano, l’eretico, lo scismatico, e in più di un’occasione lo stesso cristiano d’Oriente. In questa luce l’opposizione tra difesa e conquista si scioglie in una sintesi più precisa. Le crociate sono insieme uno strumento di difesa simbolica, perché compattano un gruppo attorno alla sua fede e alla sua identità minacciate, e di conquista molto concreta, perché producono territori, rendite, prestigio e potere. Le due funzioni non si contraddicono: si alimentano a vicenda. Si conquista anche perché ci si pensa come difensori, e ci si pensa difensori anche per poter conquistare con la coscienza a posto. È questo intreccio, più di qualsiasi etichetta, a spiegare perché un fenomeno così costoso e rischioso abbia retto per due secoli. ## **Perché oggi ci interessa tanto chiamarle «difensive» o «conquiste»** ![Studioso tra manoscritti medievali osserva due gruppi con cartelli opposti su difesa cristiana e colonialismo delle crociate](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Perche-oggi-ci-interessa-tanto-chiamarle-difensive-o-conquiste-1024x576.png "Perché oggi ci interessa tanto chiamarle difensive o conquiste - Scripta Manent Italia") Resta da capire perché una questione su fatti vecchi di nove secoli accenda ancora gli animi come una notizia di ieri. La risposta è che le crociate sono diventate, nel discorso pubblico contemporaneo, un campo di battaglia simbolico, e ciò che è in gioco non è il passato ma il presente. Da una parte, l’idea di crociate «difensive» viene impiegata per riabilitare il passato cristiano europeo, per dire che l’Occidente non fu aggressore ma vittima costretta a reagire, e su questa base costruire narrazioni identitarie attuali: l’Europa che si difende, la civiltà cristiana assediata, il confine da presidiare. La crociata medievale diventa il nobile precedente di una difesa che si vorrebbe riproporre oggi. Dall’altra, l’idea di crociate come pura aggressione coloniale serve allo scopo opposto: dimostrare che l’Occidente è violento e imperialista per vocazione, quasi per natura, e che la sua storia è una catena ininterrotta di soprusi di cui le crociate sarebbero il capostipite. Anche qui il Medioevo è solo un pretesto: serve a emettere una sentenza sul presente. In entrambi i casi avviene la stessa operazione. L’XI-XIII secolo viene trasformato in uno schermo su cui proiettare le nostre paure e le nostre appartenenze, e la ricerca storica viene piegata a una funzione che non le compete, quella di assolvere o condannare. Si litiga sul mondo di oggi fingendo di discutere di papa Urbano II. ## **Se proprio devo rispondere: né solo difesa, né solo conquista** Eppure una risposta, alla fine, si può dare. Non un’etichetta unica, ma una formula che tenga insieme i piani. Le prime grandi crociate verso la Terrasanta sono, nei fatti, guerre di conquista, rese però moralmente possibili e socialmente mobilitanti perché raccontate e in larga parte vissute come difesa sacra. La componente difensiva è reale nel discorso e nella coscienza di chi parte, ma sul terreno prevalgono nettamente l’occupazione, l’insediamento e il controllo. Le crociate tardomedievali contro l’avanzata ottomana presentano invece una componente difensiva più concreta, perché lì la minaccia militare era effettiva e incombente; restano però inserite in un orizzonte di competizione e di espansione di potere, e non diventano per questo imprese «pure». Qualunque risposta che scelga solo uno dei due poli, difesa contro conquista, è già una semplificazione ideologica travestita da verità storica. La complessità non è un cedimento: è il dato. E forse è proprio qui che questa storia continua a riguardarci. La studiamo non per emettere un verdetto sui nostri antenati, che non possono né difendersi né ringraziarci, ma per riconoscere un meccanismo che è ancora perfettamente in funzione. Perché la lezione più duratura delle crociate non è teologica né militare. È retorica: ci ricorda quanto siamo stati bravi, e quanto continuiamo a esserlo, nel chiamare difesa ciò che ci conviene conquistare. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Legio III Gallica: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-iii-gallica-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 15, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio III Gallica](#Origini_della_Legio_III_Gallica) - [Il contesto: Cesare e le guerre civili](#Il_contesto_Cesare_e_le_guerre_civili) - [Il vessillo della Legio III Gallica](#Il_vessillo_della_Legio_III_Gallica) - [Il passaggio ad Antonio e la battaglia di Filippi](#Il_passaggio_ad_Antonio_e_la_battaglia_di_Filippi) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Gallica»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABGallica%C2%BB) - [L’emblema del toro](#Lemblema_del_toro) - [L’usanza siriaca del saluto al sole](#Lusanza_siriaca_del_saluto_al_sole) - [Le campagne militari della Legio III Gallica](#Le_campagne_militari_della_Legio_III_Gallica) - [Le guerre civili e Filippi](#Le_guerre_civili_e_Filippi) - [Il presidio della Siria e i fronti contro Parti e Sasanidi](#Il_presidio_della_Siria_e_i_fronti_contro_Parti_e_Sasanidi) - [L’anno dei quattro imperatori e la battaglia di Cremona](#Lanno_dei_quattro_imperatori_e_la_battaglia_di_Cremona) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [La Siria, sede di lungo periodo](#La_Siria_sede_di_lungo_periodo) - [Da Mesia a Danaba: gli spostamenti successivi](#Da_Mesia_a_Danaba_gli_spostamenti_successivi) - [Struttura interna e comando della Legio III Gallica](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_III_Gallica) - [Un comando di tipo tradizionale](#Un_comando_di_tipo_tradizionale) - [Reclutamento e vita di frontiera](#Reclutamento_e_vita_di_frontiera) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio III Gallica](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_III_Gallica) - [Le testimonianze storiografiche](#Le_testimonianze_storiografiche) - [Epigrafia e Notitia Dignitatum](#Epigrafia_e_Notitia_Dignitatum) - [Eredità e percezione moderna della Legio III Gallica](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_III_Gallica) - [Il fascino di una legione “orientalizzata”](#Il_fascino_di_una_legione_%E2%80%9Corientalizzata%E2%80%9D) - [Perché studiare la III Gallica](#Perche_studiare_la_III_Gallica) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio III Gallica** è una delle legioni più antiche e longeve dell’esercito romano, con una storia che attraversa quasi cinque secoli. Fu costituita da Giulio Cesare intorno al 49-48 a.C. con reclute galliche, da cui il cognome, e prese parte alle guerre civili cesariane e poi al conflitto tra i triumviri. Dopo Filippi passò sotto il comando di Marco Antonio e in seguito fu stanziata stabilmente in Siria, dove restò per secoli a presidio del confine orientale contro Parti e Sasanidi. È famosa soprattutto per un episodio curioso: i suoi soldati, di stanza in Oriente, avevano adottato l’usanza siriaca di salutare il sole al suo levarsi, un’abitudine che giocò un ruolo chiave durante la battaglia di Cremona nel 69 d.C. ## **Origini della Legio III Gallica** ### **Il contesto: Cesare e le guerre civili** La nascita della legione si colloca nel pieno delle guerre civili che sconvolsero la Repubblica romana dopo l’attraversamento del Rubicone. Cesare, impegnato su più fronti contemporaneamente, arruolò nuove unità per sostenere il proprio sforzo bellico contro Pompeo, e tra queste vi fu la III Gallica, reclutata prevalentemente in territorio gallico, provincia che Cesare conosceva bene dopo la lunga campagna di conquista. Il nome stesso della legione, dunque, non celebra una vittoria ma indica l’origine geografica delle sue prime reclute. [ ![Vessillo romano della Legio III Gallica con il toro, ricostruzione storico-filologica - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/legiiigallica.png?v=1783937578&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-iii-gallica-vessillo-romano) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio III Gallica Porta nella tua collezione il vessillo della Legio III Gallica, la legione cesariana dal glorioso emblema del toro. 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Fu proprio Antonio a trasferire la III Gallica in Oriente, destinandola a un teatro operativo che sarebbe diventato la sua casa per i successivi secoli. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Legionari romani con insegna LEG III GALLICA e stendardo del toro al tramonto su città antica](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-5-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen «Gallica»** Il cognome **Gallica** rimanda direttamente all’origine gallica delle prime reclute della legione, in una logica onomastica diversa da quella delle legioni «Parthicae», che invece indicavano il fronte operativo. È un titolo che racconta la provenienza dei soldati fondatori piuttosto che la missione dell’unità. ### **L’emblema del toro** L’emblema della **Legio III Gallica** era il **toro**, simbolo comune a diverse legioni di tradizione cesariana e legato al segno zodiacale del Toro. Questo emblema accompagnò la legione per tutta la sua storia ed è attestato su iscrizioni e monumenti funerari dei suoi veterani, contribuendo a identificarne le tracce archeologiche lungo il limes siriano. ### **L’usanza siriaca del saluto al sole** Un tratto distintivo, tramandato dalle fonti storiche, è l’abitudine dei soldati della III Gallica di salutare il sorgere del sole secondo il costume siriaco, un’usanza assorbita durante la lunga permanenza in Oriente. Questo dettaglio etnografico, insolito per una legione romana, testimonia il grado di acculturazione locale raggiunto da un’unità di stanza per generazioni nella stessa regione. ## **Le campagne militari della Legio III Gallica** ### **Le guerre civili e Filippi** Il battesimo del fuoco della legione avvenne nelle guerre civili cesariane, e il momento culminante di questa prima fase fu la battaglia di Filippi, dove contribuì alla vittoria dei triumviri sui cesaricidi. Questa esperienza bellica formativa consolidò la reputazione della III Gallica come unità di provata fedeltà. ### **Il presidio della Siria e i fronti contro Parti e Sasanidi** Stabilita in Siria, probabilmente a Raphanea, la legione divenne un caposaldo della difesa orientale, partecipando alle campagne contro i Parti nel I e II secolo. Con l’ascesa dei Sasanidi nel III secolo il fronte siriano si fece più caldo, e la legione fu coinvolta nelle ripetute crisi militari di quel periodo, in un ruolo per certi versi analogo a quello svolto dalla Legio I Parthica in Mesopotamia. ### **L’anno dei quattro imperatori e la battaglia di Cremona** Il momento di massima visibilità storica della legione arrivò nel 69 d.C., l’anno dei quattro imperatori. La III Gallica, di stanza in Mesia dopo un trasferimento dalla Siria, si schierò per Vespasiano e marciò verso l’Italia insieme alle altre legioni danubiane. Durante la seconda battaglia di Cremona, i suoi soldati salutarono l’alba secondo l’usanza siriaca appresa in Oriente, e le urla di giubilo furono scambiate dai nemici per l’arrivo di rinforzi, contribuendo alla vittoria flaviana. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Legionari della III Gallica con insegna del toro davanti a fortezza romana in Siria](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-8-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **La Siria, sede di lungo periodo** La base storica di più lunga durata della **Legio III Gallica** fu la Siria, probabilmente presso Raphanea, dove la legione rimase per gran parte del I secolo, radicandosi profondamente nel tessuto sociale e culturale della regione, come dimostra l’adozione di usanze locali. ### **Da Mesia a Danaba: gli spostamenti successivi** Nella seconda metà del I secolo la legione fu trasferita in Mesia, sul Danubio, per rafforzare quel fronte, prima di essere infine richiamata in Oriente. Le fonti tardoantiche, in particolare la Notitia Dignitatum, la collocano infine a **Danaba**, in Fenicia, dove risulta ancora attiva agli inizi del V secolo. ## **Struttura interna e comando della Legio III Gallica** ### **Un comando di tipo tradizionale** A differenza delle legioni partiche severiane, comandate da prefetti equestri, la III Gallica seguì per gran parte della sua storia il modello tradizionale, con un *legatus* di rango senatorio al comando, salvo le riforme tardoantiche che modificarono progressivamente la catena di comando di tutte le unità dell’esercito romano. ### **Reclutamento e vita di frontiera** Se le origini galliche caratterizzarono le prime reclute, con la stabilizzazione in Oriente il reclutamento si orientò progressivamente verso elementi locali siriaci, un processo comune a molte legioni di lungo stanziamento provinciale. La vita di frontiera in Siria era scandita dalla sorveglianza delle vie commerciali orientali e dalla tensione ricorrente con Parti e poi Sasanidi. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio III Gallica** ### **Le testimonianze storiografiche** La legione è ricordata da diversi storici di età imperiale, in particolare per l’episodio del saluto al sole durante le guerre del 69 d.C., un dettaglio che gli autori antichi non mancarono di sottolineare come curiosità etnografica legata all’unità. ### **Epigrafia e Notitia Dignitatum** L’epigrafia documenta la presenza della legione nelle sue varie sedi, mentre la Notitia Dignitatum, agli inizi del V secolo, ne attesta ancora l’esistenza a Danaba in Fenicia, permettendo di seguire la lunga parabola dell’unità dalle guerre civili cesariane fino alla tarda antichità. ## **Eredità e percezione moderna della Legio III Gallica** ![Legionari della III Gallica salutano l'alba con insegna del toro davanti a città siriaca antica](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-della-Legio-III-Gallica-1024x576.png "Eredità e percezione moderna della Legio III Gallica - Scripta Manent Italia") ### **Il fascino di una legione “orientalizzata”** La **Legio III Gallica** affascina oggi per il suo percorso identitario unico tra le legioni romane: nata gallica, finì per assorbire profondamente i costumi siriaci, diventando un esempio emblematico di come le unità militari romane si trasformassero a contatto con le popolazioni locali dei territori presidiati. ### **Perché studiare la III Gallica** Studiare questa legione significa osservare un caso da manuale di acculturazione militare e il ruolo decisivo che un dettaglio culturale, come un saluto religioso, poté avere sull’esito di una battaglia decisiva per le sorti dell’Impero. Chi voglia confrontarla con le altre unità della serie troverà spunti utili negli articoli dedicati alla Legio I Parthica, alla Legio I Adiutrix e alle altre legioni “prime” e “terze” dell’esercito imperiale. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio III Gallica?** La legione fu costituita da Giulio Cesare intorno al 49-48 a.C. con reclute provenienti dalla Gallia, durante le guerre civili contro Pompeo. **Perché si chiama «Gallica»?** Il cognome rimanda all’origine gallica delle prime reclute della legione, non a un fronte operativo. **Qual era l’emblema della Legio III Gallica?** L’emblema era il toro, simbolo legato al segno zodiacale del Toro e comune ad altre legioni di tradizione cesariana. **Dove era di stanza la Legio III Gallica?** Fu di stanza soprattutto in Siria, poi in Mesia sul Danubio, e infine a Danaba in Fenicia secondo la Notitia Dignitatum. **Contro chi combatté la Legio III Gallica?** Combatté nelle guerre civili romane, contro Parti e Sasanidi in Oriente, e partecipò alla guerra civile del 69 d.C. a favore di Vespasiano. **Fino a quando esistette la Legio III Gallica?** È attestata fino agli inizi del V secolo, quando la Notitia Dignitatum la colloca ancora a Danaba, in Fenicia. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Egitto, 18 tombe antiche: emerge il mito delle Lingue D'oro](https://scriptamanentitalia.it/egitto-18-tombe-antiche-mito-lingue-doro/) **Published:** Luglio 15, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A MARINA EL-ALAMEIN, in Egitto, lungo il litorale settentrionale bagnato dal Mar Mediterraneo, le sabbie hanno restituito un eccezionale complesso sepolcrale composto da diciotto tombe antiche, gettando nuova luce sulle pratiche funerarie e sulle credenze escatologiche di un’epoca di profonda transizione culturale. La scoperta, ufficializzata dal **Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto** nel mese di **luglio 2026**, si colloca in un arco temporale di straordinario interesse storico, compreso tra il periodo tolemaico e la successiva dominazione romana, fasi cruciali che videro l'incontro tra la millenaria tradizione faraonica e le influenze del. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Le persecuzioni contro i pagani nell’impero romano](https://scriptamanentitalia.it/persecuzioni-pagani-impero-romano/) **Published:** Luglio 14, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Tolleranza o intolleranza?](#Tolleranza_o_intolleranza) - [Costantino I (306–337)](#Costantino_I_306%E2%80%93337) - [Conversione e battesimo](#Conversione_e_battesimo) - [Divieto dei sacrifici](#Divieto_dei_sacrifici) - [Magia e divinazione privata](#Magia_e_divinazione_privata) - [Costantinopoli e saccheggio dei templi](#Costantinopoli_e_saccheggio_dei_templi) - [Desacralizzazione e distruzione dei templi](#Desacralizzazione_e_distruzione_dei_templi) - [Costanzo II (337–361)](#Costanzo_II_337%E2%80%93361) - [Moderazione relativa](#Moderazione_relativa) - [Legislazione contro magia e divinazione](#Legislazione_contro_magia_e_divinazione) - [Templi](#Templi) - [Violenza della folla](#Violenza_della_folla) - [Restaurazione del paganesimo da parte di Giuliano (361–363)](#Restaurazione_del_paganesimo_da_parte_di_Giuliano_361%E2%80%93363) - [Da Gioviano a Valente (363–378)](#Da_Gioviano_a_Valente_363%E2%80%93378) - [Ambrogio, Graziano e l’Altare della Vittoria](#Ambrogio_Graziano_e_lAltare_della_Vittoria) - [Ambrogio e Graziano](#Ambrogio_e_Graziano) - [Dopo Graziano](#Dopo_Graziano) - [Ambrogio e Teodosio I](#Ambrogio_e_Teodosio_I) - [Teodosio I (381–395)](#Teodosio_I_381%E2%80%93395) - [Legislazione anti-pagana](#Legislazione_anti-pagana) - [Distruzione e conversione dei templi](#Distruzione_e_conversione_dei_templi) - [Anti-paganesimo dopo Teodosio I fino al crollo dell’Impero d’Occidente](#Anti-paganesimo_dopo_Teodosio_I_fino_al_crollo_dellImpero_dOccidente) - [Dopo la caduta dell’Impero d’Occidente](#Dopo_la_caduta_dellImpero_dOccidente) - [Valutazione e commento](#Valutazione_e_commento) - [Punti di vista accademici divergenti](#Punti_di_vista_accademici_divergenti) - [Visione catastrofica](#Visione_catastrofica) - [Lunga e lenta scomparsa](#Lunga_e_lenta_scomparsa) - [Fonti](#Fonti) - [Legislazione](#Legislazione) - [Archeologia](#Archeologia) Nel corso della tarda antichità, il rapporto tra cristiani e pagani nell’Impero Romano fu segnato da un complesso intreccio di leggi, pressioni sociali e trasformazioni culturali, più che da una persecuzione sistematica e violenta come spesso si crede. A partire dal regno di Costantino il Grande, la progressiva affermazione del cristianesimo portò a una serie di provvedimenti che limitarono le pratiche pagane: furono vietati i sacrifici pubblici, alcuni templi furono chiusi o convertiti, e i culti tradizionali persero il sostegno economico dello Stato. Ma queste misure furono applicate in modo discontinuo e incontrarono spesso resistenze locali, mentre la maggior parte dei templi rimase attiva ancora per decenni. La transizione non fu caratterizzata da una repressione uniforme: episodi di violenza e distruzione ci furono, ma l’archeologia dimostra che la maggior parte dei templi fu abbandonata o riutilizzata per ragioni pratiche, più che distrutta per motivi religiosi. Il declino del paganesimo fu quindi il risultato di un processo graduale, alimentato tanto da scelte politiche e culturali quanto da dinamiche interne alla società romana. Solo con l’imperatore Giustiniano, nel VI secolo, si arrivò a una politica più sistematica di repressione, ma il paganesimo aveva già perso da tempo il suo ruolo centrale nella vita pubblica. Questo articolo intende ricostruire, attraverso l’analisi delle fonti storiche e delle più recenti ricerche archeologiche, le reali modalità e i tempi della scomparsa del paganesimo, andando oltre i miti di una “catastrofe” improvvisa e restituendo la complessità di un cambiamento epocale. ## Tolleranza o intolleranza? Quando si analizza l’antica religione romana, emerge un quadro sorprendente: quello di una notevole apertura. Numerosi studiosi, tra cui il celebre Ramsay MacMullen, hanno evidenziato come l’Impero Romano, durante la sua vasta espansione, abbia dimostrato una straordinaria tolleranza nei confronti dei culti delle popolazioni sottomesse. MacMullen, in particolare, ha sostenuto che Roma era “completamente tollerante, in cielo come in terra” verso le divinità e le pratiche religiose altrui. Una prospettiva che sfida l’immagine comune di un impero rigido, rivelando invece una politica sorprendentemente inclusiva in ambito spirituale. Comunque, il concetto di “tolleranza” romana non trova l’unanimità tra gli studiosi. Non tutti gli storici, infatti, concordano con l’uso di termini come “tollerante” o “inclusivo” per descrivere l’atteggiamento di Roma verso la pluralità di culti presenti nell’Impero prima dell’era cristiana. Peter Garnsey, ad esempio, si mostra fortemente critico nei confronti di questa terminologia, ritenendola imprecisa. A suo avviso, le divinità straniere non venivano semplicemente “tollerate” nel senso moderno del termine. Piuttosto, sia le divinità stesse sia le comunità che le veneravano venivano integrate nel sistema romano come parte integrante del processo di sottomissione e conquista. Un’ottica che sposta il focus dalla mera accettazione a una più complessa dinamica di assimilazione. Anche lo storico Eric Orlin riconosce la tendenza romana ad adottare divinità e riti da altre culture, considerandola un tratto distintivo della loro religione. In ogni caso, Orlin sottolinea che questa apertura non era affatto universale né applicata in modo uniforme. Come spiega Orlin, “Molte divinità furono portate a Roma e insediate come parte della religione di stato romana, ma molte, molte altre no”. Questa precisazione evidenzia che l’integrazione era frutto di una selezione, non di un’accoglienza indiscriminata. Insomma, Roma sapeva essere inclusiva, ma sempre con una certa cautela e discernimento. Per lungo tempo è circolata una tesi che metteva in contrapposizione una presunta “tolleranza politeistica” intrinseca delle religioni pagane con una “intolleranza monoteistica” tipica del cristianesimo. Nondimeno, questa visione, come sottolineato dallo studioso Andreas Bendlin, è stata ampiamente dibattuta e, da tempo, dimostrata errata dagli studi storici. Gli approfondimenti più recenti hanno infatti evidenziato come la realtà fosse ben più complessa, superando le semplificazioni di un’epoca che tendeva a generalizzare le dinamiche religiose nell’antichità. Infine, un ulteriore elemento da considerare è l’aspetto demografico. Lo studioso Rodney Stark osserva che, al momento della conversione di Costantino, i cristiani costituivano probabilmente solo il 16-17% della popolazione imperiale. Secondo Stark, una percentuale così ridotta non avrebbe fornito una base numerica sufficiente per costituire un potere capace di scatenare una persecuzione sistematica e diffusa contro i pagani fin da subito. Questo dato suggerisce che la transizione e l’imposizione del cristianesimo non furono immediate, ma probabilmente un processo più graduale e complesso di quanto a volte si immagini. Lo storico Peter Brown ci invita a una riflessione cruciale, che getta luce sulle dinamiche di convivenza religiosa nell’Impero Romano. “Non dovremmo sottovalutare lo stato d’animo fiero dei cristiani del quarto secolo”, ammonisce Brown. Un’affermazione che sottolinea un punto fondamentale: subire repressione, persecuzione e martirio, spesso anche in modo brutale, raramente porta a sviluppare un sentimento di tolleranza verso coloro che hanno inflitto tali sofferenze. Questo aspetto emotivo e psicologico è essenziale per comprendere appieno le complesse relazioni tra cristiani e pagani in un’epoca di profonde trasformazioni. Peter Brown amplia la sua analisi, tracciando un parallelo significativo tra le azioni delle autorità romane pagane e quelle dei primi imperatori cristiani. Brown osserva che le autorità romane non esitarono a reprimere la Chiesa cristiana, che ai loro occhi rappresentava una minaccia alla stabilità dell’impero. Secondo lo storico, in modo analogo, anche Costantino e i suoi successori agirono contro i pagani, mosse da simili motivazioni di sicurezza e ordine pubblico. Un’ottica che suggerisce come la logica della repressione, da parte del potere costituito, fosse una costante, indipendentemente dalla religione dominante. Fin dai tempi più antichi, Roma aveva stabilito un modello chiaro nella gestione delle devianze religiose, come dimostra lo scioglimento delle associazioni legate al culto di Bacco nel 186 a.C. La logica era semplice: eliminare qualsiasi elemento percepito come una minaccia all’identità o alla pace dell’impero. Questo approccio divenne la risposta standard dello stato romano di fronte a quelle che considerava minacce religiose. Secondo Brown, questa mentalità fondamentale – la convinzione su cosa fosse necessario per mantenere l’ordine e la pace nell’impero – non cambiò radicalmente solo perché gli imperatori divennero cristiani. In sostanza, le motivazioni profonde dietro le azioni statali rimasero coerenti, anche se ora erano rivolte contro gruppi religiosi diversi. La salvaguardia della stabilità imperiale restava la priorità, indipendentemente dal pantheon dominante. ## Costantino I (306–337) ![Statua imperiale rimossa dal Foro Romano durante il regno di Costantino I, con senato pagano e basilica cristiana in costruzione sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Costantino-I-306337-1024x576.png "Costantino I 306337 - Scripta Manent Italia") Secondo Hans-Ulrich Wiemer, un importante storico tedesco, esiste una tradizione diffusa, soprattutto in ambito pagano, che sostiene che l’imperatore Costantino non perseguitò i pagani. Tuttavia, Wiemer offre una visione più sfumata. Adottando le definizioni attuali, si può affermare che Costantino esercitò una forma di “blanda persecuzione”, principalmente di tipo psicologico ed economico. Questo significa che, pur non essendoci state persecuzioni violente e sistematiche, i non cristiani subirono pressioni e svantaggi. Nonostante ciò, Wiemer riconosce anche che Costantino mantenne un atteggiamento relativamente tollerante verso i non cristiani per gran parte del suo lungo regno. Una complessità che sfida le narrazioni più semplici sul primo imperatore cristiano. Il contrasto con il suo predecessore, Diocleziano, non poteva essere più netto. Solo nove anni dopo che Diocleziano aveva celebrato vent’anni di governo con sacrifici nel Foro Romano e scatenato la più dura persecuzione dei cristiani mai vista nell’impero, il vittorioso Costantino entrava a Roma. Il suo gesto fu carico di simbolismo: evitò l’altare dei sacrifici, segnando una rottura epocale. Costantino mise fine all’emarginazione e alla persecuzione dei cristiani, restituì i beni confiscati alle Chiese e inaugurò una politica di “tolleranza con limiti” verso i non cristiani. L’Editto di Milano del 313 d.C. fu un pilastro di questa nuova era, definendo l’ideologia imperiale come basata sulla mutua tolleranza religiosa. Di fatto, Costantino sembrò impegnarsi a bilanciare gli interessi religiosi sia cristiani che greco-romani, cercando un nuovo equilibrio in un impero in profonda trasformazione. Dopo il 324 d.C., l’appoggio di Costantino al cristianesimo si fece sempre più esplicito e incisivo. Le sue azioni contro i templi pagani furono molteplici e variegate: alcuni vennero distrutti, altri saccheggiati, altri ancora convertiti in chiese, mentre molti furono semplicemente lasciati cadere nell’oblio. L’imperatore confiscò fondi dai templi, una mossa con una doppia finalità: in parte per finanziare le sue imponenti costruzioni, in parte per tentare di stabilizzare la valuta imperiale. Sebbene il suo interesse primario fosse l’oro e l’argento accumulati, in alcune occasioni arrivò a confiscare anche terre appartenenti ai templi. Costantino non si limitò a un rifiuto di sostenere credenze e pratiche pagane, ma si espresse apertamente contro di esse. Periodicamente, proibì i sacrifici pagani e ordinò la chiusura dei templi. Mise fuori legge gli spettacoli gladiatori, pur continuando, in un’apparente contraddizione, ad assistervi. Emanò leggi che minacciavano i pagani che persistevano nei sacrifici, affiancandole a norme che favorivano in modo netto il cristianesimo. A ciò si aggiunse un sostegno personale e concreto ai cristiani, con donazioni in denaro, terre e incarichi di prestigio nell’amministrazione imperiale. Un vero e proprio cambio di rotta che segnò l’inizio di una nuova era religiosa per l’Impero. È cruciale sottolineare, però, che Costantino non recise completamente il radicato supporto statale a tutte le istituzioni religiose tradizionali. Allo stesso modo, la società nel suo complesso non subì una trasformazione radicale e improvvisa, mantenendo in larga parte la sua natura pagana sotto il suo governo. Questo evidenzia come il processo di cristianizzazione dell’Impero fosse graduale e complesso, lontano da un’imposizione totale e immediata. È fondamentale sottolineare che Costantino non avviò mai una “purga” nel senso violento del termine. A differenza di precedenti cambi di regime, non fece massacrare i sostenitori dei suoi avversari, né uccise le loro famiglie o membri della corte. Sotto il suo regno, non ci furono martiri pagani. Sebbene alcune leggi emanate minacciassero la pena capitale per specifiche violazioni anti-pagane (come i sacrifici pubblici), è un dato di fatto che nessuno fu condannato a morte per aver infranto queste norme durante i suoi 31 anni di governo. Questo aspetto evidenzia una politica di pressione e restrizione, ma non di sterminio, distinguendo nettamente il suo approccio da quello di altri regnanti che lo avevano preceduto. Un punto cruciale da sottolineare è che Costantino non perseguitò le persone semplicemente “per essere pagane, o gli ebrei per essere ebrei”, e non impose mai conversioni forzate. Anzi, pagani continuarono a ricoprire incarichi importanti alla sua corte, a dimostrazione di una coesistenza ancora possibile. Di fatto, Costantino non mise mai completamente fuori legge il paganesimo. In un suo editto iniziale, permise ai politeisti di “celebrare i riti di un’illusione superata”, ponendo solo la condizione che non forzassero i cristiani a parteciparvi. Questo principio di base, stabilito con il famoso Editto di Milano, fu ribadito nell’Editto rivolto ai Provinciali, sancendo una forma di tolleranza reciproca che, seppur con i suoi limiti, rappresentò un’innovazione per l’epoca. Lo storico Harold A. Drake sottolinea come l’Editto rivolto ai Provinciali promosso da Costantino fosse un inno alla pace e alla tolleranza, affermando in modo inequivocabile: “Che nessuno molesti un altro, che ciascuno si attenga fermamente a ciò che la sua anima desidera…” Un principio fondamentale che Costantino non revocò mai, sancendo un’importante garanzia per la libertà di culto all’interno dell’Impero e dimostrando una visione che, nonostante le sue contraddizioni, cercava di conciliare le diverse fedi sotto un unico governo. Lo storico Harold A. Drake offre un’interpretazione illuminante delle azioni di Costantino, suggerendo che l’imperatore prediligesse un approccio orientato al consenso, favorendo figure pragmatiche rispetto agli ideologi rigidi. Il suo obiettivo primario era creare non solo pace e armonia, ma anche “inclusività e flessibilità” all’interno dell’impero. Nella sua analisi, Drake conclude che la politica religiosa di Costantino puntava a integrare la Chiesa cristiana in un progetto più ampio di unità civica per l’impero. Questo accadeva nonostante le sue convinzioni personali propendessero chiaramente per il cristianesimo. A sostegno di questa visione, lo studioso Leithart osserva che Costantino attribuiva i suoi successi militari a Dio e che il suo regno fu caratterizzato da una relativa pace all’interno dell’impero, consolidando l’idea di un sovrano pragmatico volto alla stabilità imperiale attraverso l’inclusione religiosa. ### Conversione e battesimo Secondo lo storico Lenski, non vi sono dubbi significativi sulla sincera conversione di Costantino al Cristianesimo. Eppure, emerge un dato notevole: un’interessante contraddizione tra le sue personali convinzioni e la sua politica ufficiale di “tolleranza con limiti”. Questa dicotomia solleva interrogativi sulla reale natura della sua fede e su quanto le scelte politiche abbiano influenzato o siano state influenzate dal suo credo. Negli scritti di Costantino emerge un giudizio fortemente negativo sul paganesimo, da lui apertamente denunciato come “idolatria” e “superstizione”. Quest’ultimo termine, “superstitio”, era un’accezione dispregiativa utilizzata dai cristiani, che implicava qualcosa di irrazionale e pericoloso, ben lontano dal concetto di una vera “religione”. Per Costantino e i suoi contemporanei cristiani, il paganesimo non era più percepito come una “religione viva”, ma piuttosto come una “illusione superata”, destinata a lasciare il passo a una nuova era. Costantino non risparmiava parole sprezzanti per l’antica fede, definendo la “vera ostinazione” dei pagani, i loro “riti e cerimoniali fuorvianti” e i “templi della menzogna”. A questi contrapponeva con enfasi gli “splendori della dimora della verità”, chiaro riferimento al Cristianesimo. In una successiva missiva al Re di Persia, il suo disgusto si fece ancora più palpabile: descrisse come evitasse il “sangue abominevole e gli odori odiosi” dei sacrifici pagani, scegliendo invece di adorare l’Altissimo Dio “in ginocchio”. Questi passaggi rivelano la profondità del suo disprezzo personale per le pratiche pagane, un sentimento che conviveva, apparentemente in contrasto, con la sua politica di tolleranza limitata verso il culto pubblico. Gli storici ecclesiastici postumi concordano: Costantino si convertì e fu battezzato poco prima di morire, consacrandolo così come il primo imperatore cristiano. Tuttavia, lo studioso Lenski evidenzia come la celebre e diffusa narrazione del battesimo per mano di Papa Silvestro I a Roma sia in realtà un mito. Questa storia, divenuta un vero e proprio romanzo negli *Actus beati Sylvestri papae*, si sviluppò solo alla fine del V secolo. Il suo scopo, in epoca medievale, era quello di risolvere un potenziale imbarazzo per la Chiesa di Roma: la verità storica, infatti, rivela che Costantino fu battezzato da un vescovo ariano, Eusebio di Nicomedia. La leggenda serviva a “purificare” un evento scomodo, legando l’imperatore fondatore del Cristianesimo imperiale direttamente alla sede papale. Il battesimo di Costantino non avvenne come previsto. Sebbene avesse pianificato di recarsi in Terra Santa per essere simbolicamente battezzato nel fiume Giordano, il destino volle diversamente. Impegnato in una campagna militare diretta verso la Persia, l’imperatore si ammalò gravemente a Nicomedia. Fu lì, in punto di morte, che ricevette rapidamente il battesimo. Morì poco dopo, il 22 maggio 337 d.C., in una villa situata nei dintorni, chiamata Achyron. Questo evento segnò l’atto finale di una vita dedicata alla trasformazione dell’Impero, suggellando la sua eredità come primo imperatore cristiano. ### Divieto dei sacrifici Le politiche di Costantino nei confronti dei pagani rimangono, per gli studiosi, un terreno complesso e spesso contraddittorio. Come sottolinea Scott Bradbury, professore di lingue classiche, le sue azioni in questo ambito sono considerate “ambigue e sfuggenti”. Tra i punti più dibattuti e controversi, spicca l’affermazione secondo cui Costantino avrebbe vietato i sacrifici cruenti, un aspetto che ha generato non poca discussione tra gli storici. La questione è se tale divieto fosse generalizzato, parziale o se le fonti siano state interpretate in modo differente nel corso del tempo. Il dibattito sul presunto divieto dei sacrifici cruenti sotto Costantino si scontra con la contraddittorietà delle fonti antiche. Eusebio di Cesarea, storico e fervente sostenitore dell’imperatore, attribuisce chiaramente a Costantino la proibizione dei sacrifici pagani. Di contro, Libanio, storico e oratore pagano a lui contemporaneo, assegna tale divieto non a Costantino, bensì a suo figlio, Costanzo II. Questa discordanza rende complessa la ricostruzione storica e alimenta l’ambiguità già riconosciuta nelle politiche costantiniane. Un’analisi più approfondita del testo di Eusebio, in particolare la sua “Vita di Costantino”, getta una nuova luce sulla questione del divieto dei sacrifici pagani. Lo storico R. Malcolm Errington osserva come Eusebio faccia riferimento a una legge costantiniana che vietava specificamente ai funzionari pagani di compiere sacrifici nella loro veste ufficiale. Questo dettaglio cruciale suggerisce che il divieto menzionato da Eusebio potrebbe non essere stato un’interdizione totale per tutti i pagani, ma piuttosto una restrizione mirata a coloro che ricoprivano cariche pubbliche. Tale interpretazione contribuirebbe a sciogliere parte dell’ambiguità che ancora avvolge le politiche religiose di Costantino. Le prove a disposizione non supportano l’idea di un divieto generale dei sacrifici cruenti imposto da Costantino. Nella sua “Lettera ai Provinciali Orientali”, per esempio, l’imperatore non fa menzione di alcuna legge in tal senso. L’archeologo Luke Lavan osserva che, già all’epoca di Costantino, i sacrifici cruenti stavano naturalmente diminuendo in popolarità, così come la costruzione di nuovi templi. Nondimeno, questo declino sembra essere stato un fenomeno sociale e culturale più ampio, non direttamente riconducibile a specifiche politiche anti-pagane di Costantino. Lo storico Harold A. Drake concorda con questa visione, sottolineando come Costantino detestasse personalmente i sacrifici e abolì l’obbligo per i funzionari imperiali di parteciparvi. Eppure, secondo Drake, le prove di un divieto effettivo e generalizzato dei sacrifici sono scarse, mentre al contrario, numerose sono quelle che attestano la loro pratica continuata anche sotto il suo regno. Gran parte dei resoconti sulle presunte leggi anti-pagane attribuite a Costantino provengono dalla “Vita di Costantino” di Eusebio. È però fondamentale considerare che questo testo non è una cronaca storica imparziale, bensì un panegirico, una lode encomiastica dell’imperatore scritta dopo la sua morte. Le leggi riportate da Eusebio spesso non corrispondono accuratamente ai testi legislativi ufficiali che ci sono pervenuti tramite i Codici. Inoltre, Eusebio tende a fornire a queste leggi una “interpretazione fortemente cristiana”, spesso attraverso citazioni parziali o altri espedienti retorici. Per questi motivi, molti storici moderni mettono seriamente in discussione l’affidabilità del suo racconto, in particolare per quanto riguarda il presunto divieto totale dei sacrifici da parte di Costantino. La prudenza è d’obbligo quando si attinge a fonti con un’evidente agenda celebrativa. La fine dei sacrifici pubblici nell’Impero Romano non segnò la fine del paganesimo. Costantino giocò un ruolo chiave, ma la transizione fu più complessa. La maggior parte degli storici concorda: è altamente probabile che l’imperatore Costantino abbia dato il via alle prime leggi restrittive contro i sacrifici pagani. Questa mossa, decisiva per l’epoca, contribuì in modo significativo alla loro progressiva scomparsa, in particolare per quanto riguarda le cerimonie pubbliche, che si estinsero quasi del tutto entro il 350 d.C. Ciononostante, è cruciale comprendere che la fine di queste pratiche sacrificali pubbliche non equivalse in alcun modo alla dissoluzione del paganesimo come fenomeno religioso e culturale radicato. Lungi dall’essere un’eliminazione improvvisa, si trattò piuttosto di una trasformazione, un adattamento che vide il paganesimo continuare a esistere, seppur in forme diverse e meno visibili. Come sottolinea l’eminente storico Peter Brown, la fine dei sacrifici non fu il colpo di grazia per il paganesimo. I politeisti disponevano infatti di un’ampia gamma di modi e luoghi per onorare le loro divinità, e molti di questi culti non prevedevano affatto l’offerta di sacrifici. Un aspetto cruciale evidenziato da Brown è la distinzione sul concetto di “contaminazione” rituale. Questo termine, spesso impiegato in ambiti religiosi per definire ciò che era impuro, era quasi esclusivamente associato alla pratica del sacrificio. Di conseguenza, un divieto specifico sui sacrifici non rendeva automaticamente “impure” o proibite tutte le altre espressioni della fede pagana. Il divieto sui sacrifici, spiega Brown, aveva “confini e limiti ben definiti”. Ciò significava che, pur colpendo una pratica centrale, lasciava sostanzialmente intatta gran parte del vasto tessuto delle credenze, delle devozioni e delle consuetudini religiose pagane. Il politeismo, quindi, dimostrò una notevole capacità di adattamento e persistenza, al di là della visibilità pubblica dei suoi riti sacrificali. Nonostante il divieto dei sacrifici, le credenze politeiste si radicarono profondamente, persistendo per secoli in tutto l’Impero Romano e oltre. Per le ragioni sopra esposte, il paganesimo non scomparve con l’editto contro i sacrifici. Al contrario, rimase ampiamente diffuso e una forza culturale predominante almeno fino all’inizio del V secolo. La sua straordinaria resilienza permise a queste antiche fedi di continuare a esistere in diverse aree dell’Impero, persistendo in alcune regioni fino al VII secolo e anche oltre. Questa longevità dimostra chiaramente come il paganesimo fosse molto più di un insieme di riti cruenti e visibili; era un sistema di credenze profondamente radicato, capace di adattarsi e sopravvivere ben al di là della cessazione delle sue pratiche più controverse. ### Magia e divinazione privata Secondo la studiosa Maijastina Kahlos, la religione romana tradizionale era intrinsecamente pubblica. Le pratiche private, come l’astrologia e gli incantesimi, finirono così sotto la lente d’ingrandimento, considerate “magia” e severamente punite. Di conseguenza, qualsiasi pratica religiosa che si svolgeva in privato o in segreto – pensiamo alla divinazione personale, all’astrologia o alle enigmatiche “pratiche caldee” (che includevano formule, incantesimi e invocazioni protettive) – iniziò a essere vista con crescente sospetto. Già nel primo periodo imperiale (I secolo d.C.), queste attività vennero associate al concetto di “magia”. Questa distinzione non era puramente accademica. Le pratiche private erano spesso considerate una minaccia all’ordine stabilito e potevano avere conseguenze severe. Anche sotto imperatori pagani, coloro che si dedicavano a queste attività rischiavano l’esilio e, in casi estremi, persino l’esecuzione. Questo ci mostra come la percezione di “ortodossia” religiosa fosse strettamente legata alla sua visibilità e al suo carattere comunitario. Le pratiche religiose private erano già viste con timore nell’Impero Romano pagano, non solo come “magia”, ma anche come potenziale covo di complotti. Una paura che gli imperatori cristiani ereditarono e amplificarono. A rafforzare l’analisi, lo storico Luke Lavan aggiunge un ulteriore, cruciale tassello: questi rituali religiosi privati e segreti non erano temuti solo in quanto “magia” fine a sé stessa. C’era un inquietante connessione che li rendeva doppiamente pericolosi agli occhi dello Stato: venivano facilmente associati a tradimenti e a complotti occulti contro l’imperatore. Questo profondo timore dello Stato romano nei confronti della divinazione privata e delle pratiche segrete era, dunque, un elemento preesistente al Cristianesimo. Come giustamente sottolinea Maijastina Kahlos, una volta saliti al potere, gli imperatori cristiani non fecero altro che ereditare questa stessa paura, integrandola e spesso esacerbando la persecuzione di tali pratiche. La transizione religiosa portò quindi a una continuità nella repressione di ciò che era percepito come una minaccia all’ordine costituito, sia esso pagano o cristiano. Mentre gli oracoli pubblici pagani venivano smantellati, il vero nemico per la Chiesa e lo Stato cristiano non erano tanto i templi in declino, quanto le pratiche divinatorie private, considerate una minaccia “perniciosa”. Anche la Chiesa cristiana aveva da tempo dichiarato guerra a tutto ciò che era connesso alla magia e ai suoi presunti poteri. Come osserva Polymnia Athanassiadi, studiosa del mondo antico, già a metà del IV secolo importanti centri di profezia pubblica pagana, come i celebri Oracoli di Delfi e Didima, erano stati definitivamente soppressi. Secondo Athanassiadi, però, il vero bersaglio per la Chiesa in quel periodo non erano gli oracoli pubblici, ormai in netto declino, ma le pratiche private. Si trattava di fenomeni come gli “oracoli domestici” e la teurgia – un tipo di rituale spesso legato all’interpretazione dei sogni con l’intento di influenzare gli eventi umani. Sebbene la Chiesa non proibisse l’interpretazione dei sogni in sé, sia le autorità ecclesiastiche che lo Stato romano vedevano il loro uso per manipolare gli eventi come “l’aspetto più pernicioso dello spirito pagano”. Questa visione congiunta portò a una forte repressione di quelle che erano percepite come le ultime, pericolose manifestazioni di un paganesimo resistente e occulto. Un aspetto sorprendente della legislazione di Costantino: pur combattendo le pratiche occulte, l’imperatore mantenne una distinzione tra divinazione “magica” e quella tradizionale, consentendo agli aruspici di operare pubblicamente. È particolarmente interessante osservare la sfumatura presente nella legislazione di Costantino. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il suo decreto contro la divinazione privata non classificava la divinazione in generale come “magia”, riconoscendo così una distinzione cruciale. Ciò significa che, mentre tutti gli imperatori romani, sia pagani che cristiani, avevano proibito i rituali religiosi segreti visti come minacce dirette allo Stato, Costantino adottò un approccio più cauto. Egli continuò a permettere a praticanti riconosciuti come gli aruspici – figure tradizionali specializzate nella divinazione attraverso l’esame delle viscere animali – di svolgere i loro riti in pubblico. Questo atteggiamento dimostra ancora una volta una politica non totalmente proibizionista, ma piuttosto orientata a colpire ciò che era percepito come una minaccia sociale e politica, più che la divinazione in sé. ### Costantinopoli e saccheggio dei templi Un momento cruciale nel regno di Costantino fu senza dubbio la fondazione di una nuova capitale: Costantinopoli. Designata come la “città di Costantino”, questa nuova metropoli nacque dall’antica Bisanzio. La sua consacrazione iniziale, avvenuta l’8 novembre del 324 d.C., fu un evento carico di significato. Ciò che colpisce è che a questa solenne cerimonia parteciparono figure legate alle tradizioni religiose preesistenti: erano presenti sacerdoti pagani locali, astrologi e auguri. Questo dettaglio rivela un persistente legame con le consuetudini religiose dell’epoca, nonostante l’imperatore fosse sempre più orientato verso il Cristianesimo. Un legame che si manifestava anche nel fatto che Costantino continuasse a celebrare eventi importanti, come la sua Vicennalia (i vent’anni di regno), nell’antica capitale, Roma. La nascita di Costantinopoli, dunque, non fu solo un atto politico e urbanistico, ma anche un simbolo della complessa transizione religiosa che l’Impero Romano stava vivendo. Dopo aver gettato le basi per la sua nuova capitale, Costantino abbandonò definitivamente Roma. La consacrazione ufficiale di Costantinopoli vide la partecipazione di importanti figure del mondo pagano, sottolineando la persistenza di antiche tradizioni anche in un momento di svolta epocale. Due anni dopo aver posto le prime fondamenta per Costantinopoli, l’imperatore Costantino lasciò definitivamente l’antica Roma. Fu il 4 novembre del 328 d.C. che si tennero i nuovi rituali, volti a dedicare formalmente la città come la nuova e ufficiale capitale dell’Impero Romano. A questa cerimonia di fondamentale importanza non mancarono figure di spicco legate al paganesimo. Tra i presenti vi erano il filosofo neoplatonico Sopatro e il pontifex maximus Pretestato, entrambi personalità di grande rilievo nel mondo religioso e culturale pagano dell’epoca. La loro presenza a un evento così significativo per l’Impero emergente, e sempre più cristiano, evidenzia la complessità delle dinamiche religiose e politiche del tempo, in cui le antiche tradizioni continuavano a rivestire un ruolo, seppur in trasformazione. L’inaugurazione definitiva di Costantinopoli, celebrata l’11 maggio 330, fu un mix sorprendente di simboli cristiani e pagani, dalle monete dedicate a Sol Invictus alla statua di Apollo con le sembianze dell’imperatore stesso. La dedica finale e solenne di Costantinopoli fu celebrata circa un anno e mezzo dopo, l’11 maggio del 330 d.C., in una data significativa che coincideva con la festa di San Mocio. Per commemorare un evento di tale portata, furono coniate monete speciali che, in modo sorprendente, raffiguravano ancora Sol Invictus (“Il Sole Invitto”), una divinità solare estremamente popolare nel tardo Impero Romano. Ma le fusioni simboliche non si fermarono qui. Costantino fece anche erigere una statua dedicata a Tiche, la dea della fortuna legata alla città, e una colonna di porfido sormontata da una statua dorata di Apollo. Quest’ultima, un dettaglio particolarmente intrigante, recava le sembianze di Costantino stesso e, per giunta, era orientata verso il sole nascente. Questi simboli rivelano un’evidente e intenzionale fusione di iconografie pagane e imperiali, chiaramente reinterpretate in chiave “moderna” per l’epoca. Un sincretismo che testimonia la complessa strategia di Costantino nel navigare tra le antiche tradizioni e la crescente influenza del Cristianesimo. La costruzione di Costantinopoli, la “Nuova Roma” voluta dall’imperatore Costantino, fu un’impresa colossale che non mancò di sollevare aspre critiche e controversie. Tra le voci più veementi vi fu quella dello storico pagano Libanio, contemporaneo di Costantino, che accusò l’imperatore di aver “saccheggiato i Templi” in tutto l’Oriente. L’obiettivo? Appropriarsi dei loro inestimabili tesori per finanziare l’ambizioso progetto della sua capitale. L’accusa di Libanio trova riscontro in diverse fonti storiche. Noel Lenski, ad esempio, conferma che Costantinopoli fu letteralmente “riempita di statue pagane ‘raccolte'”. A tal proposito, Girolamo parla esplicitamente di un vero e proprio “spoglio di ogni città d’Oriente”, a sottolineare la portata di queste requisizioni. Come interpretare tali azioni? Lo storico Ramsay MacMullen propone una lettura incisiva: Costantino, pur desiderando “annientare i non cristiani”, non avendo i mezzi per farlo direttamente, si sarebbe “accontentato” di saccheggiare i loro luoghi di culto. Un’interpretazione che getta luce sulle tensioni religiose e sul delicato equilibrio di potere che caratterizzarono l’epoca. La fondazione di Costantinopoli, dunque, non fu solo un atto di grandezza imperiale, ma anche un momento di forte scontro culturale e religioso, con accuse di depredazione che ancora oggi risuonano negli annali della storia. Tuttavia, è fondamentale inquadrare queste azioni in una prospettiva più ampia. L’operato di Costantino, infatti, non si tradusse in una distruzione o un annientamento sistematico di quanto prelevato dai templi pagani. Al contrario, l’imperatore optò per un riutilizzo strategico di questi elementi, integrandoli nel tessuto urbano della sua nuova capitale per abbellirla e conferirle un’identità precisa. Come sottolinea lo studioso Leithart, la fondazione di Costantinopoli, sebbene recente, fu un atto che “evocava deliberatamente il passato romano sia religiosamente che politicamente”. L’impiego di statue e simboli pagani, dunque, non fu un mero atto di spoliazione, ma rappresentò un tentativo calcolato di connettere la nuova città alla grandezza e alla tradizione consolidata dell’Impero Romano. Questo avvenne, naturalmente, sotto una nuova egida religiosa dominante: quella cristiana. In quest’ottica, il riutilizzo di manufatti pagani può essere letto come un tentativo di legittimazione e continuità, un ponte tra il vecchio e il nuovo, piuttosto che una pura e semplice eradicazione del culto precedente. Costantinopoli emergeva così non solo come centro del potere cristiano, ma anche come erede e custode della maestosità romana, seppur con un’identità profondamente trasformata. Anche dopo la sua fondazione, Costantinopoli, sebbene proiettata a diventare la capitale cristiana dell’Impero, non recise del tutto i legami con il passato pagano. Al contrario, la nuova città continuò a offrire spazio e visibilità a elementi della religione tradizionale. All’interno delle sue mura, Costantinopoli ospitava ancora santuari dedicati a divinità pagane come i Dioscuri e Tiche, la dea della fortuna, la cui presenza era già stata richiamata in relazione alla sua stessa fondazione. Questa coesistenza di simboli cristiani e pagani testimonia una fase di transizione complessa, dove il nuovo ordine si affermava senza cancellare completamente le radici del passato imperiale. La città, pur incarnando la nuova fede, manteneva elementi che riflettevano la stratificazione culturale e religiosa di un impero in profonda trasformazione. La coesistenza di elementi pagani a Costantinopoli non fu un fenomeno marginale o limitato a pochi simboli isolati. Anzi, secondo lo storico Hans-Ulrich Wiemer, esistono fondati motivi per ritenere che importanti templi dedicati a divinità ancestrali come Helios, Artemide e Afrodite rimasero effettivamente attivi e funzionanti all’interno della nuova capitale. Un dato significativo a supporto di questa tesi è il destino dell’antica Acropoli di Bisanzio. Questa storica roccaforte, con i suoi templi pagani preesistenti, fu lasciata intatta, mantenendo la sua struttura originaria. Ciò suggerisce che, nonostante l’intento cristiano di Costantino, la città non subì una completa “tabula rasa” delle sue radici religiose preesistenti. Al contrario, si assistette a un’integrazione, seppur complessa, che permise al paganesimo di conservare una sua, seppur ridotta, visibilità e funzionalità all’interno del nuovo centro del potere imperiale cristiano. La sorprendente persistenza di luoghi e culti pagani nel cuore stesso della nuova capitale cristiana, Costantinopoli, offre una prova eloquente della complessità e gradualità della transizione religiosa che caratterizzò l’Impero Romano nel IV secolo. Lungi dall’imporre una cancellazione immediata e totale del passato pagano, l’operato di Costantino si rivela quindi più sfumato. La sua strategia non fu quella di un’eradicazione violenta, ma piuttosto di un’integrazione, seppur sotto l’insegna del Cristianesimo. Questo approccio testimonia una realtà storica ben più articolata di quanto spesso si immagini, dove le antiche tradizioni si intrecciavano con la nuova fede in un mosaico culturale e religioso in continua evoluzione. ### Desacralizzazione e distruzione dei templi Come già osservato nel caso di Aelia Capitolina (l’antica Gerusalemme), Costantino adottò una retorica di “restaurazione” o “rivendicazione” per acquisire e trasformare luoghi significativi per il Cristianesimo. Questo approccio fu particolarmente evidente in Terra Santa, dove l’obiettivo primario era la costruzione di chiese su siti di importanza religiosa per la nuova fede. In alcuni casi, questa “rivendicazione” implicò la distruzione dei templi pagani preesistenti su tali siti. Un esempio spesso citato dalle fonti scritte che illustra questa dinamica è la distruzione del Tempio di Afrodite in Libano. Questo atto evidenzia come, pur mantenendo una certa tolleranza in altri contesti, la politica di Costantino potesse essere decisa quando si trattava di affermare il primato cristiano in luoghi chiave per la sua narrazione religiosa. Eppure, a fronte delle narrazioni d’epoca, è cruciale considerare il contributo dell’archeologia, che spesso ci offre un quadro più sfumato e, per certi versi, differente. I ritrovamenti archeologici suggeriscono che la distruzione sistematica e su larga scala di templi pagani, così come descritta nella letteratura antica – spesso redatta da autori cristiani con intenti encomiastici – non fosse poi così frequente. Questo divario tra le fonti scritte e le evidenze materiali invita a una rilettura più critica degli eventi. Sembra che la realtà sul campo fosse meno drastica di quanto i resoconti cristiani dell’epoca volessero far credere, suggerendo che l’affermazione del Cristianesimo fu un processo più complesso e meno distruttivo di quanto le narrazioni trionfalistiche abbiano tramandato. Mamre, antico sito sacro venerato da cristiani, ebrei e pagani, è stato a lungo al centro di narrazioni storiche divergenti. Le fonti scritte ci hanno tramandato la storia di un intervento drastico da parte dell’imperatore Costantino, che avrebbe ordinato di bruciare gli idoli pagani, distruggere l’altare e innalzare una chiesa cristiana. Una mossa che, nell’immaginario comune, avrebbe segnato la definitiva cristianizzazione del luogo. Ciononostante, l’indagine archeologica moderna ha dipinto un quadro ben diverso, rivelando una realtà molto più complessa e sfumata. Gli scavi sul sito hanno infatti dimostrato che la chiesa costantiniana e gli edifici annessi occuparono solo una porzione limitata e periferica del vasto recinto sacro. Il resto dell’area, contrariamente a quanto suggerito dalle cronache, è rimasto sostanzialmente intatto. Questa discordanza tra fonti scritte e evidenze archeologiche solleva interrogativi cruciali sulla completezza e l’accuratezza delle narrazioni storiche. La scoperta di Mamre ci invita a riconsiderare il processo di transizione religiosa nell’Impero Romano, suggerendo che la coesistenza e la resilienza di pratiche preesistenti fossero forse più diffuse di quanto finora creduto. La discrepanza emersa a Mamre non è un caso isolato, ma si riflette su scala ben più ampia nel panorama storico-archeologico. Se le fonti scritte menzionano la distruzione di templi pagani in ben 43 occasioni, le prove archeologiche sono riuscite a confermarne solo quattro. Un divario notevole che suggerisce una narrazione potenzialmente distorta. Archeologi come Luke Lavan e Michael Mulryan hanno evidenziato come gran parte della distruzione dei templi in quest’epoca non sia stata causata esclusivamente da direttive imperiali anti-pagane o da azioni cristiane intenzionali. Al contrario, fattori quali terremoti, conflitti interni (guerre civili) e invasioni da parte di popoli esterni avrebbero giocato un ruolo preponderante. Questo scenario porta a riconsiderare l’immagine di un’imposizione cristiana violenta e capillare. Sembra che le fonti scritte abbiano potuto esagerare la portata della distruzione attribuita a Costantino e ai primi imperatori cristiani, forse per scopi retorici o politici. La ricerca archeologica, con la sua concretezza, offre una prospettiva più equilibrata, suggerendo che la transizione dal paganesimo al cristianesimo fu un processo più complesso e meno uniforme di quanto spesso raccontato. Oltre alle direttive imperiali e ai disastri naturali, il declino delle strutture pagane fu profondamente influenzato da fattori economici e pratiche di riutilizzo. L’Impero Romano, tra il III e il IV secolo, si trovò ad affrontare notevoli difficoltà finanziarie. In questo contesto, il mantenimento del complesso e oneroso sistema del politeismo tradizionale divenne un peso sempre più insostenibile. Come documentato dallo studioso Roger S. Bagnall, il sostegno finanziario imperiale ai culti pagani diminuì drasticamente già dopo l’epoca di Augusto. La progressiva riduzione dei budget sia a livello centrale che locale ebbe un impatto significativo, portando a un degrado fisico generalizzato delle infrastrutture urbane di ogni tipo, inclusi templi e santuari. In molti casi, queste imponenti strutture vennero semplicemente abbandonate, cadendo in rovina, oppure i loro materiali furono sistematicamente riutilizzati per nuove costruzioni cristiane o civili. Questo scenario aggiunge un’ulteriore tessera al mosaico della transizione religiosa, suggerendo che il tramonto del paganesimo fu il risultato di una combinazione di fattori, dove le difficoltà economiche e il pragmatismo del riuso giocarono un ruolo tanto quanto le decisioni politiche o gli scontri ideologici. Il deterioramento delle strutture pagane fu ulteriormente accelerato da una pratica tanto pragmatica quanto diffusa nella Tarda Antichità: il riciclo dei materiali. Con l’economia in crisi e la disponibilità di nuove risorse limitata, divenne comune recuperare e commerciare i materiali da costruzione provenienti da edifici in disuso. Spesso, le strutture pagane abbandonate o già in rovina divennero vere e proprie cave da cui attingere pietre, marmi, colonne e altri elementi architettonici. Questi materiali venivano poi riutilizzati per la costruzione di nuove chiese, fortificazioni, case o altre infrastrutture civili. Un processo efficiente dal punto di vista economico, ma devastante per la conservazione dei templi e dei santuari antichi. Questa pratica del “spolia” (ovvero il riuso di elementi architettonici antichi in nuove costruzioni) non solo contribuì alla scomparsa fisica di molti edifici pagani, ma testimonia anche un cambiamento di mentalità: le vecchie architetture non erano più viste come luoghi di culto sacri da preservare, ma come risorse utili e facilmente accessibili. Nonostante l’immagine diffusa di una distruzione generalizzata, le dinamiche di transizione tra paganesimo e cristianesimo furono più complesse. Sebbene esistessero restrizioni imposte dalla Chiesa contro il saccheggio puro e semplice dei templi pagani – addirittura in un’epoca in cui i cristiani stessi subivano persecuzioni – una pratica molto più comune rispetto alla distruzione totale fu la “desacralizzazione” o “sconsacrazione”. Come attestano fonti storiche, tra cui gli scritti di Prudenzio, per desacralizzare un tempio bastava la rimozione della statua del culto e dell’altare principale. Una volta svuotato dei suoi elementi sacri, l’edificio poteva essere riutilizzato per altri scopi. I Codici Legali dell’epoca sembrano confermare questa linea, specificando che i templi “vuoti di cose illecite” non dovevano essere danneggiati ulteriormente. L'”illecito”, in questo contesto, si riferiva agli idoli solo se ancora oggetto di venerazione attiva. Eppure, la pratica andò spesso oltre la mera rimozione dell’essenziale. Nella realtà, questo approccio si tradusse frequentemente nella rimozione o distruzione anche di altre statue, icone, stele votive e decorazioni interne. Oggetti che, sebbene non strettamente legati al culto attivo, erano comunque considerati “pagani” e quindi da eliminare per purificare lo spazio in vista di un nuovo utilizzo. Un processo che, sebbene meno radicale della distruzione totale, segnò comunque un netto distacco dal passato cultuale. Le azioni intraprese contro statue e oggetti sacri pagani non erano frutto di mero vandalismo, ma celavano una duplice valenza simbolica e teologica. Mutilare mani, piedi, teste o genitali delle figure divine, o abbattere altari e “purificare i recinti sacri con il fuoco”, serviva innanzitutto a “dimostrare” pubblicamente l’impotenza e la falsità degli dèi pagani. Era un messaggio visivo e tangibile del trionfo del nuovo credo sul vecchio. Dall’altro lato, le icone pagane erano viste dai cristiani come “contaminate” dalle pratiche di sacrificio cruento a esse associate. Non si trattava solo di distruggere, ma anche di “purificare”. Attraverso rituali specifici – o anche semplicemente incidendo croci sulle superfici – si credeva di poterle liberare da questa “contaminazione”. Una volta separate dal “contagio” del sacrificio, questi oggetti potevano essere considerati “tornati all’innocenza”, perdendo la loro valenza pagana e, in alcuni casi, venendo riutilizzati in contesti cristiani. Questo approccio complesso rivela come la transizione religiosa non fosse solo una questione di imposizione o annientamento, ma anche di reinterpretazione e riutilizzo simbolico degli spazi e degli oggetti del passato. Il processo di desacralizzazione e “purificazione” delle icone e dei templi pagani ebbe una conseguenza inaspettata ma significativa: la conservazione di molte statue e manufatti. Anziché essere distrutti, questi oggetti vennero preservati, spesso trasformati in opere d’arte o semplici materiali di riuso, perdendo la loro valenza cultuale ma mantenendo la loro esistenza fisica. Un esempio emblematico di questa pratica è il fregio del Partenone ad Atene. Sebbene il tempio fosse stato convertito in una chiesa cristiana, il celebre fregio fu conservato, pur subendo alcune modifiche. Questo dimostra chiaramente che la transizione dal paganesimo al cristianesimo non portò sempre alla cancellazione totale del patrimonio materiale antico. Al contrario, in molti casi, la desacralizzazione permise un’integrazione, seppur reinterpretata, degli elementi del passato nel nuovo contesto religioso e culturale. Un’operazione che, pur con le sue alterazioni, ha consentito a innumerevoli testimonianze dell’arte e della civiltà pagana di giungere fino a noi. Contrariamente all’idea di un declino improvviso e catastrofico, l’attività legata ai templi pagani non terminò bruscamente. Lo storico Gilbert Dagron sottolinea come la costruzione di nuovi templi in tutto l’Impero avesse già subito un rallentamento dopo il boom edilizio del II secolo, principalmente per motivi economici. La spinta alla grande edificazione imperiale, infatti, si era affievolita ben prima dell’avvento del Cristianesimo come religione di Stato. Ma c’è di più: il regno di Costantino, spesso dipinto come l’inizio della fine per il paganesimo, non segnò affatto la scomparsa completa di questa pratica costruttiva. Sorprendentemente, Costantino, pur ordinando la distruzione di alcuni templi, permise e persino commissionò la costruzione di altri. Nuove dediche di templi pagani sono infatti documentate da fonti storiche e archeologiche fino alla fine del IV secolo. Questo dato rivela che la tradizione costruttiva pagana continuò per decenni dopo la sua conversione, dimostrando una transizione ben più sfumata e graduale di quanto la narrativa popolare spesso suggerisca. Il paganesimo non svanì in un giorno, ma conobbe un lento e prolungato tramonto. Un’ulteriore prova della gradualità del declino pagano risiede nel fatto che, sotto il governo di Costantino – e anche nei primi anni dei regni dei suoi figli – la maggior parte dei templi pagani rimase accessibile e aperta al pubblico. Lungi dall’essere immediatamente chiusi o distrutti, questi luoghi di culto venivano ancora utilizzati per cerimonie pagane ufficiali e per pratiche considerate socialmente accettabili. Tra queste, si distinguevano le libagioni (offerte liquide) e l’offerta di incenso, riti che si differenziavano dai sacrifici cruenti, questi ultimi decisamente più controversi e malvisti dalla crescente influenza cristiana. Questa tolleranza selettiva evidenzia una strategia imperiale mirata a una transizione controllata, che non mirava all’annientamento immediato di tutte le forme di culto preesistenti, ma piuttosto a una progressiva marginalizzazione delle pratiche più “scomode” o violente, pur mantenendo una certa libertà di culto per le altre. Questi fatti delineano un quadro storico ben diverso dalle affermazioni più estreme di autori come Eusebio, che nel suo panegirico, la *Vita di Costantino*, sosteneva che l’imperatore avesse raso al suolo tutti i templi pagani. Una narrazione che, sebbene potente, si scontra con le prove archeologiche e le evidenze storiche più recenti. La realtà storica, come suggerito da molti studiosi, è decisamente più sfumata. Il contributo principale di Costantino al declino dei templi pagani non fu tanto una distruzione sistematica, quanto piuttosto una politica di progressiva marginalizzazione e, soprattutto, di trascuratezza. Venne meno il supporto imperiale attivo e l’attenzione verso queste strutture, un fattore cruciale che portò al loro graduale deterioramento. Senza finanziamenti, manutenzione e un ruolo centrale nella vita pubblica, molti templi andarono lentamente in rovina, non per la furia iconoclasta, ma per l’indifferenza del tempo e la mancanza di risorse. ## Costanzo II (337–361) ![Rimozione dell'Altare della Vittoria dal Senato romano sotto Costanzo II, con senatori pagani e imperatore cristiano nella Curia](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Costanzo-II-337361-1024x576.png "Costanzo II 337361 - Scripta Manent Italia") Dopo la morte di Costantino, le sue politiche riguardo al paganesimo furono in larga parte proseguite dai suoi figli. Però, è fondamentale sottolineare che questa prosecuzione non avvenne in modo uniforme o costante in tutto l’Impero. La complessa e spesso contraddittoria gestione del paganesimo da parte di Costantino – tra distruzioni mirate, tolleranza di alcune pratiche e una generale marginalizzazione – fu un precedente per i suoi successori. Essi si trovarono a navigare tra la crescente influenza del Cristianesimo e la necessità di mantenere la stabilità in un impero ancora variegato dal punto di vista religioso. Le loro decisioni furono influenzate da fattori regionali, pressioni politiche e dalle loro personali convinzioni, portando a un’applicazione delle direttive imperiali che fu tutt’altro che monolitica. Tra i successori di Costantino, Costanzo II si distinse per un atteggiamento più esplicitamente ostile nei confronti dei sacrifici pagani. La sua posizione intransigente è ben riassunta nella sua stessa dichiarazione, citata dall’Enciclopedia Cattolica: “Cesset superstitio; sacrificiorum aboleatur insania” (“Cessi la superstizione; sia abolita la follia dei sacrifici”). In questa perentoria affermazione, il termine “superstizione” riflette appieno la visione cristiana dell’epoca, che declassava le pratiche pagane da legittima *religio* a mero errore, follia o, appunto, superstizione. Questo cambio di lessico non era casuale: denigrando i culti tradizionali, si legittimava la loro progressiva eliminazione. Sotto Costanzo II, dunque, la politica imperiale assunse toni più severi, mirando a estirpare ciò che era percepito come il cuore del paganesimo: i riti sacrificali cruenti. Un atto emblematico e di grande significato simbolico del regno di Costanzo II fu la rimozione dell’Altare della Vittoria dalla Curia, la sede del Senato a Roma. Questo altare, installato dall’imperatore Augusto nel 29 a.C., rappresentava un pilastro della religione tradizionale romana. Fin dalla sua creazione, ogni senatore aveva l’usanza di compiere un sacrificio su quell’altare prima di prendere parte alle riunioni, sottolineando il profondo legame tra la sfera religiosa e quella politica. Lo storico Thompson suggerisce un’interpretazione interessante di questa mossa di Costanzo. Sebbene avesse rimosso l’altare, l’imperatore permise che la statua della Vittoria rimanesse al suo posto. Questa scelta potrebbe essere stata un tentativo di evitare di dover compiere personalmente il rito sacrificale durante le sue visite a Roma, conciliando così la sua fede cristiana con il desiderio di non offendere direttamente i senatori pagani e le loro consolidate tradizioni. Ciononostante, l’atto fu estremamente controverso. La rimozione dell’altare scatenò forti reazioni, tanto che esso venne ripristinato poco dopo la partenza di Costanzo da Roma, a dimostrazione della resilienza delle tradizioni pagane e della resistenza del Senato romano alle imposizioni imperiali in materia religiosa. L’atteggiamento di Costanzo II non si limitò alla sola rimozione dell’Altare della Vittoria. L’imperatore adottò anche altre misure restrittive di vasta portata. Ordinò la chiusura di alcuni templi pagani e pose fine agli sgravi fiscali e ai sussidi che tradizionalmente erano concessi per il mantenimento dei culti pagani, tagliando così i vitali finanziamenti statali. La sua determinazione arrivò a imporre la pena di morte per chi consultava indovini, una pratica radicata nel paganesimo. L’orientalista Alexander Vasiliev descrive Costanzo II come un imperatore che perseguì una “persistente politica anti-pagana”. I divieti sui sacrifici furono estesi a tutte le località e città dell’impero, e le violazioni venivano sanzionate con la pena capitale e la confisca dei beni. Le politiche di Costanzo II segnarono quindi, per certi aspetti, un netto inasprimento rispetto all’approccio più ambiguo e pragmatico di suo padre Costantino, spingendo con maggiore risolutezza verso l’eliminazione dei riti pagani e la consolidazione del Cristianesimo. Nonostante la notevole severità delle leggi anti-sacrificio emanate da Costanzo II e dai suoi successori, è fondamentale sottolineare un aspetto cruciale: non ci sono prove concrete che le pene più dure minacciate da queste leggi – come la pena di morte – siano mai state effettivamente applicate. Questo suggerisce una discrepanza tra la retorica legislativa e la sua effettiva messa in pratica. Le leggi, pur essendo drastiche sulla carta, potrebbero aver avuto un ruolo più di deterrenza simbolica o di espressione della volontà imperiale, piuttosto che essere applicate con pieno rigore. Un indicatore che la transizione religiosa, pur accelerando, manteneva una certa complessità, e che il paganesimo, sebbene sotto pressione, non fu eradicato con la violenza sistemica che le leggi avrebbero potuto far presagire. La severità delle leggi anti-sacrificio emanate da Costanzo II, come spesso accade con le norme troppo restrittive, si scontrò con la realtà di un impero vasto e ancora profondamente legato alle tradizioni pagane. J. B. Bury, noto studioso e curatore dell’opera di Edward Gibbon, sminuisce l’efficacia di tali disposizioni, definendole una legge che poteva essere rispettata solo “qua e là”. Secondo Bury, era irrealistico pensare che una normativa così drastica potesse essere pienamente applicata in una società come quella della Tarda Antichità. L’elemento pagano era infatti ancora molto forte e profondamente radicato, non solo nella popolazione generale ma persino all’interno delle stesse istituzioni imperiali. Questo significava che, nonostante gli editti dall’alto, la prassi quotidiana e la resistenza locale spesso mitigavano o impedivano la piena attuazione delle politiche più estreme. La volontà imperiale, in questo caso, doveva fare i conti con una realtà sociale e culturale ancora resistente ai cambiamenti radicali. La ragione principale dell’inefficacia delle severe leggi anti-pagane risiedeva nella profonda realtà demografica e sociale dell’Impero. Nonostante l’ascesa del Cristianesimo, i cristiani costituivano ancora una minoranza nella popolazione generale. Il paganesimo, al contrario, manteneva una notevole popolarità, radicata non solo tra la gente comune ma anche tra le élite politiche e sociali dell’epoca. Di conseguenza, le politiche imperiali più severe incontrarono spesso una forma di resistenza passiva, ma capillare. Molti governatori provinciali, magistrati cittadini e persino alcuni vescovi cristiani – che potevano temere disordini o semplicemente non volere o poter applicare misure estreme – scelsero di ignorare o non far rispettare rigorosamente le leggi anti-pagane. Questa resistenza diffusa, sia attiva che passiva, rese le leggi, nonostante la loro formulazione minacciosa, largamente inefficaci nella pratica, dimostrando i limiti del potere imperiale di fronte a tradizioni e credenze profondamente radicate. ### Moderazione relativa Le leggi emanate dall’imperatore Costanzo II contro i sacrifici e le pratiche pagane, sebbene severe sulla carta, sembrano essere state applicate con una certa moderazione. Questa è l’opinione diffusa tra molti studiosi, e trova riscontro in un fatto significativo: le proteste dei senatori pagani contro il trattamento della loro religione si levarono apertamente solo oltre vent’anni dopo la morte di Costanzo, durante il regno dell’imperatore Graziano. Secondo lo storico Michele Salzman, questa tempistica è cruciale. Se Costanzo II avesse effettivamente imposto una repressione totale del paganesimo, le reazioni e le manifestazioni di dissenso si sarebbero quasi certamente palesate con ben maggiore anticipo. Il ritardo nelle proteste suggerisce, quindi, che l’applicazione delle sue leggi fosse meno drastica di quanto la loro formulazione potesse far supporre, indicando una politica imperiale più pragmatica e tollerante di quanto comunemente si creda. Questa interpretazione di una moderazione imperiale è supportata da una serie di indizi concreti. L’imperatore Costanzo II, infatti, non prese mai provvedimenti volti a sciogliere i tradizionali collegi sacerdotali romani, né l’ordine delle Vestali. Queste istituzioni, cardine della religione pagana di Stato, rimasero intatte sotto il suo regno, un fatto notevole considerando le sue leggi anti-pagane. Allo stesso modo, l’imperatore non agì contro le diverse scuole filosofiche pagane, che all’epoca rappresentavano importanti centri di sapere e custodi della cultura tradizionale. Un altro elemento significativo è il mantenimento, da parte di Costanzo, del titolo di *pontifex maximus* per tutta la vita. Questo titolo, che tradizionalmente lo poneva a capo della religione romana ufficiale, è un ulteriore e potente segnale di continuità con il passato pagano, suggerendo una politica che, pur mirando a promuovere il Cristianesimo, non mirava a un’eradicazione totale delle antiche credenze. A rafforzare ulteriormente questa tesi di una tolleranza “pragmatica” vi è il fatto che i templi situati al di fuori delle città rimasero, in linea di massima, protetti dalla legge. Non solo: le fonti storiche suggeriscono che, in diversi frangenti, le politiche imperiali arrivarono persino a salvaguardare specifici elementi o pratiche pagane.Lo storico Ammiano Marcellino, nella sua opera *Res Gestae*, e come evidenziato anche da Diana Bowder, riporta chiaramente che i sacrifici pagani e il culto continuarono a essere praticati apertamente in città di primaria importanza come Alessandria e Roma. A testimonianza di questa continuità, il Calendario Romano del 354 d.C. elenca un gran numero di festival pagani, presentandoli come eventi ancora regolarmente e pubblicamente celebrati. Tutto ciò dimostra in maniera inequivocabile che, nonostante le restrizioni legislative emanate dall’imperatore Costanzo II, il paganesimo riuscì a mantenere una visibilità e una presenza significativa nella vita dell’impero. ### Legislazione contro magia e divinazione Proseguendo sulla strada delle restrizioni, Costanzo II emanò nel 357 d.C. una legge di particolare rilevanza, che collegava esplicitamente la divinazione alla magia. Questo decreto imperiale proibiva severamente a chiunque di consultare divinatori, astrologi o indovini di vario genere. La legge era molto specifica, elencando gli auguri e i veggenti, i cosiddetti “Caldei” (un termine usato all’epoca per indicare astrologi e maghi), e “tutti gli altri” che la gente comune considerava “malfattori”. In sostanza, pratiche un tempo integrate o quantomeno tollerate nella vita religiosa e sociale romana, venivano ora messe al bando e associate esplicitamente a crimini. Un passo significativo nella ridefinizione dei confini tra lecito e illecito sotto l’Impero Cristiano. Questo mutamento legislativo rifletteva in modo diretto l’evoluzione del pensiero cristiano dell’epoca. Figure influenti come Agostino, nel IV secolo, iniziarono a etichettare apertamente le antiche pratiche divinatorie della religione romana tradizionale come vere e proprie forme di “magia” e, di conseguenza, a considerarle illegali dal punto di vista cristiano. Questa interpretazione teologica ebbe un impatto profondo e immediato sulla legge imperiale. Di fatto, la legislazione successiva tese a combinare quasi automaticamente la divinazione tradizionale con il concetto di magia illecita, rendendo molto più semplice per lo Stato cristiano perseguire e reprimere tali pratiche. Si assisteva così a una progressiva cristianizzazione del diritto, con ripercussioni dirette sulle libertà religiose e culturali dell’Impero. ### Templi Contrariamente all’idea di una persecuzione incessante e unilaterale, le fonti legislative dell’epoca di Costanzo II rivelano un quadro ben più complesso e sfumato. Esistevano infatti anche leggi volte a proteggere specifici siti pagani. Un esempio significativo si trova nel Codice Teodosiano, una raccolta di costituzioni imperiali. Qui, una legge risalente proprio all’epoca di Costanzo II (e non di un imperatore successivo, il che è cruciale) dimostra chiaramente l’intento di conservare i templi situati al di fuori delle mura cittadine. Questo suggerisce che, parallelamente alle restrizioni sulle pratiche divinatorie, esisteva una volontà imperiale di preservare parte del patrimonio architettonico e, in un certo senso, culturale pagano, rivelando una politica non sempre lineare e monolitica. Costanzo II andò oltre la semplice non-interferenza. Non si limitò a questo, ma emanò anche una legge che prevedeva multe per chiunque vandalizzasse siti sacri ai pagani. Ma la misura più notevole fu un’altra: l’imperatore affidò la cura e la manutenzione di questi monumenti e delle tombe pagane agli stessi sacerdoti pagani. Questo aspetto è cruciale. Dimostra che, nonostante le sue chiare posizioni contro i sacrifici, Costanzo riconosceva la necessità di preservare parte del patrimonio pagano. Non solo, ma coinvolgeva attivamente i suoi custodi tradizionali in questo compito. Una scelta che svela una politica più articolata e complessa, ben lontana da una mera repressione, e che puntava a una certa forma di coesistenza, seppur controllata. La politica di Costanzo II non fu un caso isolato. Anche gli imperatori successivi nel IV secolo, infatti, cercarono attraverso interventi legislativi di limitare la violenza diretta contro i santuari pagani. Questa linea di protezione trovò continuità anche nel V secolo. Ne è prova una legge generale del 458 d.C., promulgata congiuntamente dall’imperatore d’Oriente Leone e dall’imperatore d’Occidente Maggioriano (457-461). Questo decreto estese la protezione legale a templi e altre opere pubbliche, prevedendo sanzioni severe per chiunque le danneggiasse. Un segnale chiaro che, nonostante la progressiva cristianizzazione dell’Impero, la necessità di preservare il patrimonio culturale e architettonico, inclusi i siti pagani, rimase una preoccupazione costante per le autorità imperiali. Queste leggi di protezione sono la prova che, accanto alle misure restrittive contro le pratiche pagane, esisteva una volontà imperiale – sebbene non sempre uniformemente applicata – di preservare edifici e monumenti pagani. Tale intento non era motivato solo dal loro intrinseco valore storico e artistico, ma anche dalla necessità di mantenere un certo grado di ordine pubblico in un impero in profonda trasformazione. Questi elementi aggiungono un’ulteriore e cruciale sfumatura alla complessa transizione religiosa che caratterizzò il Tardo Impero Romano, dimostrando come il passaggio dal paganesimo al cristianesimo fu un processo tutt’altro che lineare, fatto di compromessi, protezioni e restrizioni. ### Violenza della folla Nella Tarda Antichità, la violenza di strada da parte della folla era un problema ricorrente e diffuso nelle città dell’Impero Romano. Spesso, queste rivolte scoppiavano per motivazioni legate a questioni economiche, come le tasse o la scarsità di cibo, oppure per dispute politiche locali. Eppure, anche la religione poteva fungere da fattore scatenante o da elemento di profonda divisione. È importante sottolineare, però, che nella vita quotidiana dell’epoca, era quasi sempre difficile separare nettamente le questioni religiose da quelle politiche, data la loro profonda e inscindibile interconnessione. La fede, infatti, non era solo una questione privata, ma un pilastro della vita pubblica e sociale. Esistono diversi esempi noti di episodi di violenza popolare in cui la dimensione religiosa fu chiaramente presente. Nel 361 d.C., ad esempio, una folla di pagani arrivò a linciare il vescovo ariano Giorgio di Cappadocia. In un altro caso, una folla a maggioranza cristiana assalì e lanciò oggetti contro il prefetto Oreste. Forse l’episodio più tristemente noto è l’uccisione della filosofa e scienziata Ipazia da parte di una folla cristiana ad Alessandria. Ciononostante, è importante sottolineare che gli storici concordano sul fatto che, in questo tragico evento, motivazioni politiche e gelosie personali giocarono probabilmente un ruolo predominante rispetto al solo fanatismo religioso. È fondamentale notare che le folle coinvolte in questi disordini non avevano un’unica composizione sociale o religiosa. Al contrario, la loro eterogeneità era sorprendente: potevano includere abitanti urbani delle classi inferiori, ma anche pagani istruiti di ceto superiore, ebrei e cristiani di diverse fazioni. Ad Alessandria, per esempio, è accertato che presero parte ai disordini persino monaci provenienti dal vicino monastero di Nitria. Questo dimostra chiaramente che la violenza della folla in questo periodo era un fenomeno ben più complesso di un semplice scontro frontale. Era, infatti, alimentata da una varietà di tensioni socio-economiche, politiche e religiose, e non si trattava affatto di un conflitto monolitico tra “pagani” e “cristiani” rigidamente definiti. ## Restaurazione del paganesimo da parte di Giuliano (361–363) Una parentesi di grande interesse nel processo di cristianizzazione dell’Impero Romano fu il breve ma significativo regno dell’imperatore Giuliano (361-363 d.C.), spesso ricordato con l’appellativo di “l’Apostata”. Nipote di Costantino il Grande, Giuliano ricevette inizialmente un’educazione cristiana. Invece, dopo l’infanzia, fu formato da intellettuali ellenisti e sviluppò un profondo e crescente interesse per gli insegnamenti neoplatonici e le antiche religioni pagane. Questa sua adesione al paganesimo, in un’epoca in cui il Cristianesimo era ormai religione di Stato, lo rese una figura controversa e affascinante. L’avversione di Giuliano per il cristianesimo era profondamente radicata, alimentata anche da tragici eventi personali. L’imperatore attribuiva a suo zio, Costanzo II, la responsabilità dell’assassinio di suo padre, di suo fratello e di altri parenti, stragi a cui assistette impotente da bambino. Questa ostilità si intensificò ulteriormente quando Costanzo fece giustiziare l’ultimo fratello rimasto di Giuliano nel 354 d.C. Le sue convinzioni religiose erano marcatamente sincretiche, un miscuglio di vari culti, e fu iniziato a diverse religioni misteriche. Però, questa sua notevole apertura spirituale non si estendeva al cristianesimo, che Giuliano considerava un pericolo per l’impero e per la cultura tradizionale romana. La sua politica fu quindi improntata a un tentativo di restaurazione del paganesimo, nel tentativo di invertire la crescente influenza cristiana. Una volta asceso al trono imperiale, Giuliano tentò attivamente di ripristinare il paganesimo. Revocò i divieti sui sacrifici, promuovendo la restaurazione e la riapertura dei templi, e smantellò molti dei privilegi di cui godevano i cristiani. Concesse vantaggi fiscali alle città che mostravano favore verso le antiche religioni e svantaggi a quelle che rimanevano prettamente cristiane. Ufficialmente, Giuliano proclamò la libertà religiosa e si oppose a ogni coercizione palese per la conversione. Ciononostante, la realtà era ben più complessa: l’impero era ormai governato da imperatori cristiani da due generazioni, e la popolazione, inclusa l’amministrazione, si era in larga parte adattata a questa nuova realtà. Questa situazione limitò significativamente la capacità di Giuliano di imporre un ritorno completo al paganesimo, rendendo la sua restaurazione un esperimento di breve durata e parziale successo. Come ben evidenziato dallo storico Bradbury, l’imperatore Giuliano non era affatto contrario a forme di coercizione più sottili per raggiungere i suoi obiettivi di restaurazione pagana. Un esempio lampante è la legge che promulgò nel 362 d.C., la quale, di fatto, impediva ai cristiani di insegnare. Giuliano giustificava questa misura sostenendo che la “giusta conoscenza”, essenziale per la rinascita pagana, apparteneva solo a coloro che dimostravano “pietà verso gli antichi dèi”. In una lettera pervenutaci, con un tono sprezzante, egli esortava i cristiani: “Che si attengano a Matteo e Luca”, intendendo che dovevano limitarsi ai loro testi sacri e non insegnare la cultura classica. I cristiani percepirono immediatamente questa legge come una grave minaccia, poiché li escludeva da una professione – quella di insegnante e retore – che molti di loro ormai ricoprivano con successo, e che era fondamentale per la loro ascesa sociale e culturale. Fu un colpo mirato non solo alla loro libertà professionale, ma anche al loro crescente ruolo nella società imperiale. Durante il suo viaggio attraverso l’Asia Minore, diretto ad Antiochia per preparare l’esercito in vista della guerra contro la Persia, l’imperatore Giuliano si imbatté in una realtà inattesa e frustrante: la “rinascita pagana” da lui tanto desiderata procedeva a rilento nelle città che attraversava. Le sue ambiziose riforme incontravano una doppia difficoltà: da un lato, la resistenza attiva dei cristiani, ormai ben radicati nella società imperiale; dall’altro, e forse più sorprendente, l’inerzia, ovvero una marcata mancanza di entusiasmo o azione concreta, da parte di molti pagani stessi. Era evidente che il ritorno al passato non era un’impresa facile come Giuliano aveva sperato. Per tentare di accelerare il cambiamento, Giuliano decise di sostituire i sacerdoti pagani locali con uomini a lui fedeli e più inclini alle sue idee di riforma religiosa. Ma fu dopo aver attraversato la Galazia, e aver osservato da vicino la forza organizzativa della Chiesa cristiana e le sue efficienti istituzioni caritative, che ebbe una rivelazione cruciale. Scrisse al sommo sacerdote della provincia, esortando i nuovi sacerdoti pagani a emulare i cristiani: dovevano adottare un “programma approfondito di esempio morale personale e istituzioni pubbliche per superare i cristiani al loro stesso gioco”. Con amarezza, aggiunse che era “vergognoso che nessuno degli ebrei sia un mendicante e gli empi Galilei \[termine dispregiativo per i cristiani\] forniscano sostegno sia al nostro popolo che al loro”, riconoscendo così l’efficacia dell’assistenza cristiana, un modello che ambiva a replicare per il paganesimo. Le sfide per Giuliano non si esaurirono qui. L’imperatore raggiunse Antiochia il 18 luglio, in concomitanza con un festival pagano che, tuttavia, nel corso dei secoli era ormai diventato una celebrazione prevalentemente laica e secolare. La sua forte preferenza per i sacrifici cruenti, un rito centrale per la sua visione di restaurazione del paganesimo, trovò scarso sostegno tra gli stessi cittadini di Antiochia. Questi ultimi, abituati a forme di culto diverse, accusarono Giuliano di voler “capovolgere il mondo” reintroducendo tali pratiche e lo soprannominarono sprezzantemente “macellaio”. Un segnale evidente che il tentativo di restaurazione pagana di Giuliano si scontrava non solo con la resistenza cristiana, ma anche con la mutata sensibilità di una popolazione ormai lontana dalle tradizioni più arcaiche. La reazione negativa ad Antiochia non era solo una questione di inerzia o preferenza per culti meno cruenti. Gli altari destinati ai sacrifici cruenti erano stati sistematicamente distrutti dai cristiani negli anni precedenti. Per la comunità cristiana, infatti, il sangue delle vittime sacrificate su questi altari era profondamente offensivo e rievocava le loro stesse sofferenze passate, spesso subite proprio in connessione con quei luoghi o quei riti durante le persecuzioni. La loro opposizione era quindi anche emotiva e storica. Le fonti testimoniano chiaramente la loro determinazione: “Quando Giuliano restaurò gli altari ad Antiochia, la popolazione cristiana li abbatté prontamente di nuovo”, dimostrando una resistenza diretta e coraggiosa alle sue politiche. Un segno inequivocabile della forza e della determinazione cristiana di fronte al tentativo di restaurazione pagana. Il sacrificio cruento rivestiva un ruolo centrale in quasi tutti i culti religiosi del Mediterraneo prima dell’avvento del cristianesimo. La sua progressiva scomparsa rappresenta pertanto uno degli sviluppi religiosi più importanti e significativi della Tarda Antichità. Un cambiamento che non solo ridefinì le pratiche di culto, ma simboleggiò una profonda trasformazione culturale e sociale in tutto l’Impero. Il declino del sacrificio cruento, pur essendo un fenomeno generale, non seguì un percorso uniforme in ogni parte dell’Impero. Già quando l’imperatore Giuliano salì al potere e tentò la sua restaurazione pagana, i sacrifici cruenti pubblici non erano più la norma in molte delle grandi città dell’impero orientale. Questa diminuzione delle pratiche sacrificali pubbliche e delle relative feste comunitarie era in parte il risultato di fattori interni al mondo pagano stesso. Tra questi, si segnalano un calo di prestigio dei sacerdozi tradizionali e un significativo cambiamento nelle modalità con cui i privati sceglievano di fare donazioni civiche. È quindi probabile che questo mutamento sarebbe avvenuto, sebbene forse su scala minore, anche in assenza della conversione al cristianesimo dell’imperatore Costantino. La transizione religiosa era un processo complesso, influenzato tanto dalle nuove fedi quanto da dinamiche interne alle tradizioni esistenti. Eppure, sorge una domanda cruciale, che va oltre la mera diminuzione del rito: se il sacrificio cruento era già in declino per cause interne, perché in molte città e aree sembrò scomparire completamente, invece di ridursi semplicemente a forme più rare o simboliche? Sarebbe stato logico, ad esempio, mantenere l’offerta di una singola vittima animale per preservare la continuità e l’integrità del rito antico, una sorta di compromesso tra tradizione e cambiamento. La sua quasi totale estinzione suggerisce, quindi, l’intervento di fattori esterni o di pressioni più incisive che accelerarono e radicalizzarono un processo già in atto. Il fatto che i sacrifici pubblici siano apparentemente svaniti del tutto in molte località, anziché semplicemente ridursi, deve essere attribuito a un fattore esterno determinante: l’atmosfera di crescente ostilità e pressione creata sia dalle politiche imperiali (anche se non sempre coerenti o violentemente repressive) sia dall’influenza e dall’azione dei vescovi cristiani. Questa pressione, pur non portando necessariamente a una distruzione fisica onnipresente di altari o templi, rese l’esecuzione pubblica di questi riti sempre più difficile, rischiosa o socialmente non più accettabile. Un contesto che, di fatto, ne accelerò l’estinzione quasi totale in molte aree, dimostrando come l’impatto del Cristianesimo non fu solo una questione di conversione, ma anche di progressiva marginalizzazione e scomparsa di pratiche millenarie. Man mano che il suo regno procedeva, Giuliano divenne sempre più frustrato nel constatare che pochi sembravano condividere il suo stesso ardore per la rinascita pagana. Questa crescente delusione lo portò a un cambiamento significativo nella sua strategia: le sue riforme passarono da un approccio inizialmente più basato sulla “tolleranza” (seppur con chiari favoritismi per i pagani) a forme di pressione o vera e propria “punizione” imperiale nei confronti dei cristiani. Se l’atteggiamento di Giuliano nei confronti dei cristiani costituì una vera e propria “persecuzione” è ancora oggetto di dibattito tra gli storici. Alcuni, come David Wood, sostengono che vi fu effettivamente una ripresa di persecuzioni. Altri, tra cui H. A. Drake, offrono una visione più sfumata. Drake, in particolare, afferma che nei suoi diciotto mesi di regno (361-363 d.C.), Giuliano non mise in atto una persecuzione sistematica tradizionale contro i cristiani, come invece sostenuto da fonti ostili e dalla successiva tradizione cristiana. Però, chiarisce che Giuliano pose fine alla sorta di “partnership” che si era creata tra lo Stato romano e i vescovi cristiani, sostituendola con un governo che considerava i propri interessi e quelli del cristianesimo come contrapposti. Gli studiosi concordano comunque sul fatto che Giuliano cercò attivamente di indebolire la Chiesa “ortodossa” (quella prevalente) favorendo e ordinando la costruzione di chiese per sette cristiane considerate “ereticali” e, in alcuni casi, danneggiando o distruggendo chiese ortodosse. Questo quadro suggerisce una strategia più sottile di indebolimento, piuttosto che una persecuzione violenta e su larga scala. Nonostante le frustrazioni e le sfide incontrate, Giuliano non abbandonò il suo ambizioso piano di guerra contro la Persia. Fu proprio durante questa campagna militare che l’imperatore trovò la morte. Le circostanze esatte del suo decesso divennero subito oscure, alimentate da una vera e propria “guerra di parole” tra i suoi sostenitori pagani e i suoi avversari cristiani. Il punto centrale della controversia fu l’origine della lancia che lo ferì mortalmente. L’idea che Giuliano potesse essere stato ucciso da uno dei suoi stessi soldati fu accolta con entusiasmo dalla tradizione cristiana, che vi vedeva una sorta di giusta punizione divina per l’imperatore “apostata”. Ciononostante, questa voce non fu semplicemente un prodotto della polemica religiosa; essa affondava le sue radici anche nella “più ampia scia di disaffezione che Giuliano lasciò dietro di sé”. Questo suggerisce che il suo tentativo di restaurazione non aveva trovato un sostegno unanime neanche all’interno del mondo pagano, rendendo la sua fine non solo un evento tragico, ma anche un simbolo della complessità di un’epoca in bilico tra vecchio e nuovo. ## Da Gioviano a Valente (363–378) Dopo la morte di Giuliano, il suo successore, Gioviano, regnò per soli otto mesi, da giugno 363 a febbraio 364 d.C. In questo brevissimo periodo, l’imperatore si distinse per due azioni chiave: negoziò una pace con l’impero sasanide e, sul fronte interno, ristabilì rapidamente il cristianesimo come religione favorita dall’autorità imperiale. Un’inversione di rotta decisiva che segnò la fine del tentativo di restaurazione pagana di Giuliano. Alla morte di Gioviano, salirono al potere i fratelli Valentiniano I (che governò in Occidente ed era cristiano di fede nicena) e Valente (che governò in Oriente ed era cristiano di fede ariana, una diversa corrente teologica). Dal momento in cui iniziarono il loro regno congiunto nel 364 d.C., adottarono una politica di tolleranza verso tutti i culti. Secondo lo storico Bayliss, questa scelta politica era in linea con la realtà di una società ancora fortemente caratterizzata da una mescolanza di credenze religiose diverse. Un pragmatismo che mirava a garantire la stabilità imperiale in un periodo di profonde trasformazioni. L’atteggiamento di tolleranza di Valentiniano I è particolarmente ben documentato e lodato persino da scrittori pagani. Ammiano Marcellino, uno storico pagano contemporaneo, descrive il regno di Valentiniano come “distinto per la tolleranza religiosa”. Secondo Ammiano, l’imperatore mantenne una posizione neutrale tra le diverse fedi, non forzò mai nessuno ad adottare una specifica forma di culto e “lasciò indisturbati i vari culti così come li trovò”. Questa testimonianza, proveniente da un autore non cristiano, è una forte indicazione di una politica di rispetto e non interferenza, un approccio pragmatico in un impero che continuava a essere un crogiolo di credenze. Un’analisi approfondita delle fonti legali dell’epoca rivela una sorprendente linea di tolleranza. Nel Codice Teodosiano, la vasta raccolta di leggi imperiali, spicca l’assenza quasi totale di una legislazione esplicitamente anti-pagana risalente a questo periodo. Tuttavia, è fondamentale notare la continuità su specifici divieti. Come evidenziato dallo studioso Christopher P. Jones, l’imperatore Valentiniano I permise la pratica della divinazione, a una condizione cruciale: che non fosse esercitata durante le ore notturne. Le pratiche notturne erano, infatti, intrinsecamente associate dalla legge imperiale e dalla mentalità comune dell’epoca alla magia illecita. Questo timore, come è stato osservato, era già radicato prima dell’avvento del Cristianesimo e fu ereditato dagli imperatori cristiani. Questo dettaglio, apparentemente minore, svela i limiti di tale tolleranza. Nonostante ciò, non impediva affatto forme di divinazione considerate legittime, purché svolte alla luce del sole, sottolineando una pragmatica distinzione tra riti leciti e pratiche oscure. Anche Valente, co-reggente con il fratello Valentiniano I e sovrano della porzione orientale dell’Impero, adottò una politica di tolleranza nei confronti del paganesimo. Questo atteggiamento, tutt’altro che scontato in un’epoca di crescente cristianizzazione, si manifestò attraverso azioni concrete. Un esempio significativo di questa politica è la sua decisione di mantenere in posizioni di fiducia alcuni degli associati che erano stati nominati dall’imperatore Giuliano. Questa scelta è particolarmente rilevante, considerando che tali figure erano strettamente legate al tentativo di Giuliano di restaurare il paganesimo come religione dominante nell’Impero. La mossa di Valente dimostra una notevole pragmatismo e una volontà di non perseguitare chi aveva aderito a credenze diverse, privilegiando forse la competenza e la lealtà al posto dell’allineamento religioso. Non solo Valente mantenne figure legate al paganesimo in posizioni di rilievo, ma andò oltre, confermando ufficialmente i diritti e i privilegi di cui godevano i sacerdoti pagani. Ancora più significativo fu il suo atto di confermare il diritto esclusivo dei pagani di essere i custodi dei loro templi. Questa decisione ebbe un peso enorme: significava che le autorità imperiali si astenevano dall’interferire con la gestione interna dei luoghi di culto pagani, lasciandola interamente nelle mani dei loro praticanti e dei sacerdoti tradizionali. Queste azioni, intraprese da Valente nella metà orientale dell’Impero, rafforzano ulteriormente l’idea che, nel periodo immediatamente successivo al regno di Giuliano, la politica imperiale fosse orientata verso una coesistenza religiosa piuttosto che verso una repressione generalizzata del paganesimo. ## Ambrogio, Graziano e l’Altare della Vittoria ### Ambrogio e Graziano Nel 382 d.C., sotto il regno dell’imperatore Graziano, le politiche statali nei confronti del paganesimo tradizionale subirono un drastico inasprimento. Graziano fu il primo a deviare formalmente, per legge, i finanziamenti pubblici che in precedenza sostenevano i culti pagani di Roma, destinandoli direttamente alle casse imperiali. Questa non fu l’unica misura: l’imperatore si appropriò anche delle rendite dei sacerdoti pagani e delle Vestali, impedì loro di ereditare terre e procedette alla confisca delle proprietà dei collegi sacerdotali. Fu un colpo significativo, che segnò un cambiamento epocale nel rapporto tra lo Stato romano e le antiche divinità. Un atto di enorme valore simbolico compiuto da Graziano fu il suo categorico rifiuto del titolo di *pontifex maximus*. Per secoli, questo titolo aveva posto l’imperatore a capo della religione di Stato romana ed era stato detenuto, senza eccezioni, da tutti i suoi predecessori, sia pagani che cristiani. Rifiutarlo segnò una netta e formale separazione dello Stato dalla religione tradizionale. Non solo. Graziano ordinò che l’Altare della Vittoria, già rimosso da Costanzo II e in seguito ripristinato, fosse nuovamente tolto dalla sede del Senato. Come diretta conseguenza di queste misure, i collegi dei sacerdoti pagani persero i loro privilegi e le loro immunità secolari, sancendo di fatto la fine di un’era per l’antica religione romana. Le drastiche azioni intraprese da Graziano sono state a lungo ricondotte all’influenza del potente Vescovo di Milano, Ambrogio. È noto che Graziano consultava assiduamente Ambrogio per consigli spirituali e ricevette da lui un’impressionante quantità di scritti. Tradizionalmente, l’ampiezza di questa corrispondenza è stata interpretata come la prova che Graziano fosse, di fatto, dominato dalla figura del vescovo. Di conseguenza, si è spesso ritenuto che Ambrogio fosse la vera forza trainante dietro le politiche anti-pagane messe in atto dall’imperatore, quasi un burattinaio dietro le quinte del potere imperiale. Eppure, studiosi moderni, come Neil McLynn, ritengono che questa spiegazione sia improbabile e, in realtà, non necessaria. McLynn sostiene che Graziano fosse un cristiano sinceramente devoto di sua spontanea volontà. Le significative differenze tra le sue politiche e quelle del padre Valentiniano I, così come i cambiamenti avvenuti durante il suo stesso regno, sarebbero meglio spiegate dalle mutate circostanze politiche dell’Impero. In particolare, la disastrosa Battaglia di Adrianopoli del 378 d.C., che vide la sconfitta e la morte dell’imperatore Valente, potrebbe aver giocato un ruolo cruciale. Secondo questa nuova interpretazione, le decisioni di Graziano non sarebbero frutto di una semplice “capitolazione” alla volontà di Ambrogio, ma piuttosto di una sua personale convinzione religiosa e di una risposta pragmatica alle nuove sfide che l’Impero si trovava ad affrontare. A sostegno di questa visione revisionista, gli studiosi moderni mettono in luce un dettaglio cruciale: lo storico Sozomeno è l’unica fonte antica a descrivere un’interazione personale diretta tra Ambrogio e Graziano al di fuori della loro corrispondenza. Questo episodio, avvenuto nell’ultimo anno di vita di Graziano, è particolarmente rivelatore. Narra di un Ambrogio che fu costretto a introdursi di soppiatto in una battuta di caccia privata dell’imperatore per intercedere a favore di un senatore pagano condannato a morte. Il fatto che, dopo anni di conoscenza e un fitto scambio epistolare, il vescovo dovesse ricorrere a un simile stratagemma per ottenere udienza, suggerisce fortemente che non avesse un accesso facile o un controllo dominante sulle decisioni politiche di Graziano, specialmente su questioni così delicate. Questo scenario mina l’idea di un imperatore succube e rafforza l’immagine di un Graziano autonomo nelle sue scelte. ### Dopo Graziano Nonostante il potente vescovo Ambrogio avesse esercitato una significativa influenza su Graziano, è interessante notare come suo fratello e co-imperatore, Valentiniano II, insieme a sua madre, nutrissero una marcata antipatia per Ambrogio, cercando attivamente di opporsi a lui. Ciononostante, a dispetto di questa ostilità personale nei confronti del vescovo, Valentiniano II si rifiutò comunque di accogliere le pressanti richieste dei senatori pagani. Le loro istanze riguardavano il ripristino dell’Altare della Vittoria e il ritorno delle rendite ai sacerdoti dei templi e alle Vestali. Di fatto, Valentiniano II si rifiutò categoricamente di annullare le politiche anti-pagane iniziate da Graziano. Questo episodio dimostra chiaramente come tali misure avessero ormai acquisito un proprio slancio politico, indipendentemente dalle dinamiche personali e dalle frizioni tra l’imperatore e le influenti figure ecclesiastiche. La politica imperiale, in questo contesto, si rivelava più forte delle preferenze individuali. Dopo il regno di Valentiniano II, la tendenza a disinvestire dal paganesimo non si arrestò. Imperatori successivi come Arcadio (nella parte orientale dell’Impero), Onorio (in Occidente) e Teodosio I, continuarono la pratica di confiscare le entrate fiscali che erano state raccolte dai custodi dei templi, appropriandosene per le casse imperiali. Questo processo, sistematico e progressivo, privò gradualmente le processioni rituali e le grandi cerimonie pubbliche pagane del supporto e dei finanziamenti sia statali che civici che le avevano sostenute per secoli. Fu un colpo definitivo all’infrastruttura economica e logistica dell’antica religione, segnando un’ulteriore tappa nel suo declino. Nonostante la drastica riduzione dei finanziamenti e del supporto statale, è sorprendente notare che molte di queste feste pubbliche pagane non furono semplicemente eliminate. Al contrario, si assistette a un profondo processo di trasformazione culturale: vennero spesso secolarizzate, ovvero private del loro significato religioso originale, e successivamente incorporate nel calendario cristiano che stava prendendo forma. Ciò avvenne di frequente con poche alterazioni sostanziali nelle loro forme esteriori, nei tempi o nelle usanze, permettendo così una notevole continuità nelle tradizioni popolari. È fondamentale ricordare, inoltre, che, come accennato in precedenza, alcuni di questi festival avevano già registrato un grave calo di popolarità per conto proprio fin dalla fine del III secolo, il che potrebbe aver facilitato la loro rielaborazione in una chiave diversa e la loro integrazione nel nuovo panorama religioso e culturale. ### Ambrogio e Teodosio I Un aspetto ampiamente dibattuto della politica anti-pagana dell’imperatore Teodosio I (regno 379-395 d.C.) riguarda il grado di influenza esercitato su di lui dal potente Vescovo di Milano, Ambrogio. Secondo una visione tradizionale, talvolta sostenuta, ad esempio, da storici come John Moorhead, Ambrogio avrebbe influenzato le decisioni di Teodosio al punto da assicurare finalmente alla Chiesa una posizione di predominanza sullo Stato. Come osserva Alan Cameron, questa idea di un’influenza dominante di Ambrogio è stata a lungo “presentata come un fatto documentato” e “l’assunto è così diffuso che sarebbe superfluo citare le autorità” che lo sostengono. Eppure, è proprio questa asserzione così radicata a stimolare il continuo dibattito storiografico, cercando di discernere quanto di questa influenza fosse reale e quanto invece sia stata una costruzione narrativa posteriore. Tuttavia, la storiografia moderna ha significativamente rivisto questa interpretazione consolidata. Alan Cameron stesso evidenzia che Ambrogio era in realtà solo uno tra i molti consiglieri dell’imperatore, e non esistono prove concrete che Teodosio I lo trattasse con particolare favore rispetto ad altri. Anzi, le fonti storiche indicano che Teodosio, in diverse occasioni, escluse intenzionalmente Ambrogio dalla sua presenza e, a volte, arrivò ad arrabbiarsi così tanto con lui da allontanarlo dalla corte. Come osserva lo studioso Neil B. McLynn, i documenti che descrivono la relazione tra i due non sembrano tanto ritrarre una stretta amicizia personale, quanto piuttosto una serie di “negoziati tra le istituzioni” che rappresentavano: da un lato, l’Impero Romano e, dall’altro, la Chiesa “italiana” (occidentale). Questa nuova prospettiva suggerisce una relazione più complessa e meno sbilanciata di quanto tradizionalmente creduto. Un evento spesso citato come “prova” dell’eccezionale influenza di Ambrogio su Teodosio è l’incontro avvenuto dopo il massacro di Tessalonica nel 390 d.C., in cui Teodosio ordinò una feroce rappresaglia sulla popolazione. La narrazione tradizionale, resa celebre da fonti successive, descrive un Ambrogio che si barricò alla porta della cattedrale di Milano, impedendo all’imperatore di entrare fino a quando non si fosse pentito pubblicamente. Eppure, studiosi come McLynn e Peter Brown, tra gli altri, sostengono che gli eventi successivi a Tessalonica non possono essere usati per dimostrare un’influenza “eccezionale o indebita” di Ambrogio sull’imperatore. Nello specifico, l’episodio dell’incontro avvenuto alla porta della chiesa è considerato dalla storiografia moderna una “pia finzione”, un evento che, secondo Peter Brown, “non è mai avvenuto”. Harold A. Drake, citando Daniel Washburn, spiega che l’immagine drammatica di Ambrogio che blocca Teodosio è in realtà un’invenzione dello storico del V secolo Teodoreto. Questi, scrivendo degli eventi del 390, “usò la propria ideologia per colmare le lacune nei documenti storici”, creando una narrazione che serviva a esaltare il potere morale della Chiesa sullo Stato. Questa revisione storica invita a riconsiderare l’effettiva dinamica tra potere imperiale e autorità ecclesiastica. In conclusione, sebbene Ambrogio sia stato indubbiamente una figura religiosa di grande rilievo e autorevolezza, l’idea che abbia dominato la politica di Teodosio I, in particolare per quanto riguarda le misure anti-pagane, e che ciò abbia segnato l’inizio della prevalenza della Chiesa sullo Stato, è una visione che la storiografia moderna non supporta pienamente. Basata su un’analisi critica delle fonti, questa nuova prospettiva considera episodi chiave come quello della porta della chiesa di Milano come leggende posteriori. Dunque, la relazione tra l’imperatore e il vescovo appare oggi più come un complesso negoziato tra istituzioni distinte che come un rapporto di sudditanza, ridimensionando l’immagine di un Ambrogio onnipotente e sottolineando l’autonomia delle decisioni imperiali. ## Teodosio I (381–395) ![Teodosio I sul trono imperiale con il vescovo Ambrogio, senatori pagani e simbolo cristiano Chi-Rho, editti anti-pagani tardo IV secolo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Teodosio-I-381395-1024x576.png "Teodosio I 381395 - Scripta Manent Italia") Nonostante sia spesso ricordato per le sue misure a favore del cristianesimo, l’imperatore Teodosio I (379-395 d.C.) sembra aver adottato una politica complessivamente cauta nei confronti dei culti tradizionali non cristiani. Egli reiterò i divieti già emanati dai suoi predecessori cristiani su pratiche come il sacrificio animale, la divinazione e l’apostasia (l’abbandono della fede cristiana). Eppure, allo stesso tempo, permise che altre pratiche pagane continuassero a essere eseguite pubblicamente e che i templi pagani rimanessero aperti. Questa apparente contraddizione rivela una strategia imperiale che mirava a consolidare il cristianesimo senza scatenare una repressione indiscriminata che avrebbe potuto destabilizzare l’Impero. Teodosio intervenne anche sul calendario, trasformando le date delle principali feste pagane in giorni lavorativi. Ciononostante, le celebrazioni e le usanze ad esse associate continuarono spesso a essere osservate dalla popolazione, dimostrando la forza delle tradizioni popolari. Sebbene verso la fine del suo regno furono emanate alcune leggi più severe contro i sacrifici e la divinazione, che prevedevano la chiusura dei templi che non le rispettavano, molti storici tendono oggi a minimizzare gli effetti pratici di queste normative e persino il ruolo diretto dell’imperatore nella loro effettiva applicazione. È fondamentale sottolineare che la maggior parte della legislazione religiosa di Teodosio era in realtà rivolta a combattere le eresie all’interno del cristianesimo stesso, piuttosto che a eradicare completamente il paganesimo. Questo suggerisce una politica più sfumata di quanto spesso si creda, concentrata sulla coesione interna della fede emergente. Gli studiosi moderni ritengono che vi siano poche prove a sostegno dell’idea che Teodosio abbia perseguito una politica attiva e sistematica contro i culti tradizionali pagani. Anzi, vi sono chiare indicazioni che l’imperatore si preoccupò di non inimicarsi la popolazione pagana, che all’epoca era ancora numerosa e influente. Un esempio lampante di questa cautela è la sua decisione di sostituire, dopo la morte del suo prefetto del pretorio in Oriente, Cinegio (noto per aver vandalizzato numerosi santuari pagani in quella regione), con un funzionario pagano moderato che, in seguito, agì attivamente per proteggere i templi. Durante il suo primo viaggio in Italia (389-391 d.C.), l’imperatore cercò attivamente di guadagnarsi il favore dell’influente élite pagana nel Senato Romano, arrivando a nominare alcuni dei suoi membri più eminenti a importanti incarichi amministrativi. Un gesto significativo in questa direzione fu la nomina, nel 391 d.C., dell’ultima coppia di consoli pagani nella storia romana, Taziano e Simmaco. Questi atti suggeriscono una politica di compromesso e integrazione, piuttosto che di scontro frontale. Eppure, la questione della convivenza religiosa non era priva di tensioni. Tra il 382 e il 384 d.C., ad esempio, si riaccese con veemenza la controversia sull’Altare della Vittoria. Secondo l’autorevole *Oxford Handbook of Late Antiquity*, il senatore pagano Simmaco presentò una vibrante richiesta per il ripristino dell’altare (già rimosso da Graziano) e per il ristabilimento del sostegno statale alle Vestali. A questa richiesta si oppose con forza il Vescovo Ambrogio, che condusse una campagna intransigente contro qualsiasi forma di finanziamento pubblico al paganesimo e contro simboli come l’Altare, che implicavano la partecipazione a riti pagani. In questo scontro, la posizione di Ambrogio prevalse: Teodosio, nonostante i suoi gesti conciliatori verso l’élite pagana, rifiutò l’appello di Simmaco. Questo episodio dimostra che, pur cercando la cautela, Teodosio era pronto a prendere decisioni che andavano contro le richieste pagane su questioni simboliche cruciali. Ciò avveniva anche se i pagani continuavano a essere espliciti nel chiedere rispetto, concessioni e supporto dallo Stato, evidenziando una complessa dinamica di potere e negoziazione religiosa. Contrariamente a un mito popolare molto diffuso, l’imperatore Teodosio I non vietò i Giochi Olimpici. Studiosi come il classicista Ingomar Hamlet e Sofie Remijsen indicano che ci sono buone ragioni per credere che i Giochi Olimpici continuarono a essere celebrati anche dopo il regno di Teodosio I.La loro fine avvenne invece, con ogni probabilità, sotto l’imperatore Teodosio II. Alcune fonti antiche, in particolare due commentari (*scholia*) all’opera di Luciano, collegano la cessazione dei Giochi a un incendio che distrusse il tempio di Zeus Olimpico proprio durante il regno di Teodosio II. Questa precisazione storica è fondamentale per comprendere appieno la complessa transizione dall’epoca pagana a quella cristiana e sfatare credenze errate. ### Legislazione anti-pagana La legislazione anti-pagana emersa nel IV secolo non fu un mero insieme di norme; essa rifletteva quello che lo storico Peter Brown definisce “il più potente dramma sociale e religioso” dell’epoca. Fin dall’epoca di Costantino, l’élite intellettuale cristiana promuoveva una narrativa in cui il cristianesimo aveva già trionfato sul paganesimo, una vittoria vista come avvenuta in Cielo e manifestata (seppur non compiutamente) dall’ascesa di Costantino. Indipendentemente dal fatto che i cristiani costituissero ancora una minoranza demografica, la loro ideologia li spingeva a credere che il cristianesimo avrebbe sconfitto i suoi nemici, non necessariamente convertendoli, ma affermando il proprio dominio. Questa convinzione ideologica fu il motore profondo dietro molte delle politiche che avrebbero ridisegnato il panorama religioso dell’Impero Romano. Le leggi anti-pagane dell’epoca non miravano tanto a imporre conversioni forzate, quanto piuttosto a ristrutturare la società secondo i precetti cristiani, infondendo un senso di “terrore” per riordinare l’assetto sociale. Il linguaggio di queste normative era infatti intenzionalmente veemente e spesso raccapricciante. L’obiettivo primario era chiaro: eliminare il sacrificio animale cruento, considerato dai cristiani l’elemento più aborrito della cultura pagana. Sebbene fosse difficile sradicare completamente questa pratica in ambito privato, l’ambizione cristiana era quella di stabilire cosa fosse normativo e socialmente accettabile negli spazi pubblici. Questo portò, ad esempio, alla sistematica distruzione degli altari sacrificali. Per i cristiani, il sangue versato su questi altari era profondamente offensivo, poiché richiamava alla memoria le sofferenze patite durante le persecuzioni. Sebbene gli editti imperiali contro il paganesimo fossero severi sulla carta, la loro effettiva implementazione fu ben diversa dalla retorica. Come sottolinea l’esperto Malcolm Errington, la vera chiave per comprendere l’impatto di queste normative risiede nella loro applicazione concreta, un aspetto spesso trascurato. Lo storico Peter Brown osserva che, di fronte a una cospicua presenza di non cristiani in ogni angolo dell’Impero, le autorità locali si dimostrarono “notoriamente negligenti” nell’imporre le restrizioni più dure. Addirittura, furono gli stessi vescovi cristiani a frapporre ostacoli all’applicazione di alcune leggi, spinti forse da pragmatismo o dal desiderio di evitare disordini e tensioni sociali. Il risultato fu un marcato divario tra la rigidità delle disposizioni imperiali e la realtà di un paganesimo ancora profondamente radicato. La resistenza, spesso passiva, di governatori e magistrati locali contribuì a limitare significativamente l’impatto pratico di queste leggi sulla vita quotidiana della maggior parte dei pagani. In sintesi, la teoria legislativa si scontrò con la complessità del tessuto sociale, attenuando notevolmente gli effetti che i legislatori intendevano ottenere. Sebbene l’applicazione diretta e l’impatto immediato delle leggi imperiali anti-pagane fossero spesso circoscritti, come già osservato, gli studi più recenti ne rivelano un’influenza tutt’altro che trascurabile. Le nuove ricerche, infatti, basandosi su una comprensione più approfondita delle dinamiche del potere statale a livello locale – la cosiddetta “natura sottile del potere” – e analizzando processi chiave come la progressiva eliminazione del sacrificio pubblico, dimostrano che queste normative, pur non agendo con la forza di un editto applicato alla lettera, hanno innescato cambiamenti significativi. Innanzitutto, è innegabile come queste leggi abbiano giocato un ruolo cruciale nell’affermazione e nella diffusione di un linguaggio intollerante. Il lessico giuridico impiegato negli editti imperiali non era un’entità isolata; al contrario, esso rifletteva e al contempo amplificava la retorica aggressiva già presente negli scritti di influenti pensatori cristiani dell’epoca. Figure di spicco come gli apologeti Agostino d’Ippona e Teodoreto di Cirro, o l’eresiologo Epifanio di Salamina, utilizzavano un linguaggio sprezzante nei confronti del paganesimo. Sia i legislatori imperiali che questi autori cristiani attingevano a una retorica comune di conquista, intrisa di un’ostilità manifesta. Nella visione cristiana dominante, il paganesimo era già considerato spiritualmente sconfitto, e le leggi fornirono un ulteriore strumento per esprimere questo disprezzo. Un secondo, e cruciale, impatto di queste leggi e della virulenta retorica delle fonti cristiane risiede nella loro profonda influenza sulle percezioni storiche moderne di questo periodo. Hanno contribuito a forgiare l’impressione, a lungo dominante tra gli studiosi, di un conflitto violento, continuo e diffuso su scala imperiale tra cristiani e pagani. Tuttavia, le prove archeologiche offrono un quadro ben differente. Al di là della retorica infuocata presente nei testi, gli episodi di effettiva violenza fisica tra le comunità cristiane e pagane furono in realtà relativamente isolati e localizzati. Lungi dal rappresentare uno stato di guerra religiosa costante che dilaniava l’intero Impero, questi eventi furono eccezioni, non la regola. Il divario tra la narrazione testuale e la realtà sul campo è un monito importante per gli storici. In definitiva, per gran parte del periodo della Tarda Antichità, i gruppi non cristiani “ortodossi” – ovvero quelli non considerati eretici, come i pagani e gli ebrei – godettero di una forma di tolleranza che è stata efficacemente definita “tolleranza basata sul disprezzo”. Questo concetto implica che, sebbene non fossero soggetti a persecuzioni attive e sistematiche per la loro fede (pur con le dovute eccezioni e restrizioni, come quelle sui sacrifici pubblici o sulla pratica della magia), non venivano nemmeno pienamente accettati o rispettati dal potere dominante. Erano spesso visti come portatori di credenze obsolete o addirittura inferiori. Ciononostante, venivano in larga misura lasciati a sé stessi, a patto che non rappresentassero una minaccia all’ordine pubblico o ai simboli del nuovo e crescente potere cristiano. In sostanza, un’accettazione passiva, ma priva di reale considerazione. ### Distruzione e conversione dei templi Nonostante una politica generalmente improntata alla cautela, il regno di Teodosio I fu caratterizzato anche da momenti di maggiore aggressività nei confronti dei templi pagani, specialmente nelle province orientali dell’Impero. Secondo Peter Brown, Teodosio, in quanto cristiano profondamente devoto, nutriva il desiderio di vedere chiusi i santuari orientali. Il suo prefetto del pretorio per l’Oriente, Materno Cinegio (in carica tra il 384 e il 388), si distinse per un particolare zelo in questa missione. Cinegio non si limitò a ordinare la distruzione di templi su vasta scala, ma impiegò attivamente sia l’esercito imperiale che gruppi di “monaci vestiti di nero” per portare a termine questi atti di demolizione. Secondo Garth Fowden, l’operato di Cinegio andò ben oltre le direttive ufficiali di Teodosio, eppure l’imperatore scelse di non intervenire per fermarlo. Lo storico pagano Libanio, con evidente disprezzo, descrisse questi monaci come una “tribù vestita di nero” che agiva impunemente al di fuori della legge. Peter Brown, tuttavia, evidenzia un aspetto cruciale: nonostante Teodosio avesse espresso in altre circostanze il suo supporto alla conservazione degli edifici templari, egli non applicò le leggi esistenti per sanzionare questi atti di violenza. L’imperatore permise passivamente le azioni violente dei monaci, preferendo ascoltare le loro giustificazioni anziché correggerli. Questa acquiescenza impedì di fatto che numerosi luoghi sacri, immagini e oggetti di culto pagani venissero danneggiati o distrutti da parte di cristiani zeloti. La sua tolleranza, in questo caso, si tradusse in una forma di complicità passiva. Eppure e’ fondamentale sottolineare che la tolleranza di Teodosio verso la violenza religiosa cristiana non era indiscriminata. Un episodio significativo avvenne nel 388 d.C. a Callinico (l’odierna Raqqa in Siria), dove un vescovo e un gruppo di monaci locali incendiarono una sinagoga ebraica. La reazione di Teodosio fu immediata e decisa: dichiarò che “I monaci commettono molte atrocità” e ordinò loro di finanziare la ricostruzione della sinagoga. Questo episodio dimostra chiaramente la capacità dell’imperatore di intervenire energicamente contro la violenza cristiana quando lo riteneva necessario. Ciò suggerisce che la sua apparente tolleranza verso le azioni contro i templi pagani potrebbe essere stata, almeno in parte, una scelta ponderata o un compromesso politico, piuttosto che una totale acquiescenza. Gli episodi di distruzione e violenza, come le azioni di Materno Cinegio e il coinvolgimento dei monaci, sono stati a lungo interpretati da studiosi precedenti come solo la “punta dell’iceberg”. Si riteneva facessero parte di un’ondata diffusa di violenta iconoclastia cristiana che avrebbe caratterizzato gli anni ’90 del IV secolo e i primi anni del V secolo, segnando un’epoca di attacchi sistematici al patrimonio pagano. Eppure, mettendo a confronto i resoconti scritti con le prove fisiche, emerge un quadro differente. L’evidenza archeologica di una distruzione violenta e generalizzata dei templi pagani nel IV secolo e nei primi anni del V secolo, su tutto il territorio del Mediterraneo, è in realtà molto limitata. I riscontri di una devastazione capillare sono circoscritti a una manciata di siti, smentendo la narrazione di una iconoclastia dilagante. La maggior parte degli episodi di distruzione di templi che ci sono noti provengono da resoconti scritti di parte: principalmente fonti ecclesiastiche e biografie di santi, le cosiddette agiografie. Queste fonti avevano spesso un obiettivo ben preciso: esaltare la devozione e il potere miracoloso dei loro protagonisti. Per questo, presentavano narrazioni volutamente drammatizzate, descrivendo ad esempio vescovi pii che combattevano e scacciavano i demoni dai templi pagani prima di procedere alla loro distruzione. Un racconto avvincente, ma non sempre corrispondente alla realtà sul campo. Esempi specifici illustrano chiaramente questa problematica. Si è a lungo sostenuto che i celebri templi di Zeus ad Apamea (in Siria) e di Marnas a Gaza (in Palestina) furono abbattuti dai vescovi locali proprio in questo periodo di transizione. Tuttavia, l’unica fonte antica che riporta questi eventi è la “Vita di Porfirio di Gaza”, una biografia che la maggior parte degli studiosi moderni considera oggi un vero e proprio falso storico, redatto molto tempo dopo gli avvenimenti che descrive. Questo caso emblematico dimostra quanto alcune delle storie più famose e diffuse sulla distruzione dei templi si basino, in realtà, su fonti estremamente inaffidabili. Studiosi come Frank Trombley e Ramsay MacMullen spiegano che queste discrepanze tra le fonti letterarie e le prove archeologiche non sono casuali. Spesso, i dettagli presenti nei testi antichi si rivelano ambigui, confusi o addirittura incoerenti. Un esempio lampante è lo storico bizantino Malalas che, pur scrivendo secoli dopo gli eventi, attribuisce la distruzione di tutti i templi prima a Costantino, poi a Teodosio. In un altro passaggio, arriva ad affermare che Costantino li avrebbe addirittura convertiti tutti in chiese. Affermazioni, queste, che risultano chiaramente contraddittorie e storicamente insostenibili se interpretate alla lettera. Ciò evidenzia la necessità di un’analisi critica delle fonti scritte, in particolare quando si confrontano con le solide evidenze del passato materiale. Dunque, mentre le fonti scritte ci dipingono un quadro di vasta e violenta campagna contro i templi pagani, l’archeologia rivela una realtà ben diversa: la distruzione fisica su larga scala fu un evento raro. La maggior parte dei templi, infatti, cadde in disuso per negligenza, a causa della mancanza di fondi o furono smantellati per il riutilizzo dei materiali, piuttosto che essere violentemente rasi al suolo in massa per espliciti motivi religiosi. La narrazione di una distruzione diffusa e capillare è, in gran parte, un prodotto della retorica religiosa e delle agiografie, e non un fedele riflesso della realtà archeologica sul campo. Le più recenti ricerche archeologiche stanno fornendo dati concreti che ridimensionano in modo significativo l’idea, a lungo dominante, di una distruzione violenta e generalizzata dei templi pagani. Secondo gli archeologi Luke Lavan e Michael Mulryan, il quadro che emerge dagli scavi è ben diverso da quello tratteggiato in passato: Anche accettando tutti i casi potenziali di distruzione violenta – molti dei quali rimangono peraltro incerti – le statistiche sono eloquenti. Solo il 2,4% dei templi censiti in Gallia, ovvero 17 su circa 711, mostra prove di essere stato distrutto con la forza. Un dato che ridimensiona drasticamente la narrazione di una devastazione su larga scala. Analizzando altre regioni dell’Impero, le prove archeologiche di distruzione massiva dei templi si rivelano altrettanto limitate: - Africa: Solo la città di Cirene presenta chiare tracce di incendi in diversi templi. - Asia Minore: La ricerca ha individuato un solo caso di possibile distruzione, peraltro debole e non datato con certezza. - Grecia: L’unico esempio considerato significativo potrebbe essere legato a un’incursione barbarica, non a un’azione cristiana. - Egitto: Nessuna prova archeologica di distruzione di templi risalente a questo periodo, con la singola eccezione del Serapeo di Alessandria. Questa situazione trova paralleli solo in Spagna per lo stesso periodo, con la distruzione di un unico tempio. - Italia: Si registra un solo caso di incendio. - Britannia (provincia romana): È la regione con il maggior numero di prove, seppur limitate: due templi romano-celtici su circa quaranta furono bruciati nel IV secolo, e un altro fu deliberatamente distrutto (con i mosaici fracassati). Questo quadro archeologico smentisce l’idea di una campagna diffusa e violenta contro i luoghi di culto pagani, suggerendo che la loro scomparsa sia stata spesso un processo più graduale e meno drammatico. Questi dati archeologici, frutto di ricerche su vasta scala, contrastano nettamente con i racconti letterari che descrivono una distruzione diffusa. Essi dimostrano che, al di fuori di pochi episodi isolati e spesso con cause incerte (non necessariamente religiose o cristiane), la demolizione violenta dei templi pagani non fu un fenomeno sistematico né comune in tutto l’impero nel IV e all’inizio del V secolo. La maggior parte dei templi andò in rovina per altre cause, ben più prosaiche: il declino finanziario, la negligenza o semplicemente lo smantellamento per recuperare materiali edili preziosi. L’immagine di un’ondata iconoclasta generalizzata, quindi, è in gran parte un prodotto della retorica religiosa e delle agiografie, piuttosto che un fedele riflesso della realtà archeologica. Le ricerche più recenti mettono in luce come gran parte della distruzione che colpì i templi pagani in quest’epoca fosse dovuta a fattori ben diversi dalla sola violenza religiosa. I terremoti, ad esempio, furono responsabili di numerosi crolli strutturali. In un contesto sociale in rapido mutamento, le popolazioni spesso sceglievano semplicemente di non ricostruire gli edifici danneggiati. Anche il riciclo dei materiali da costruzione e considerazioni prettamente pragmatiche ebbero un ruolo significativo: gli edifici venivano smantellati per riutilizzare le loro pietre in nuove costruzioni necessarie alla comunità, senza che questo implicasse una specifica intenzione anti-pagana. Inoltre, anche conflitti civili e invasioni esterne contribuirono alla distruzione di templi e santuari, dimostrando che la fine di molti di questi luoghi di culto fu un processo multifattoriale, non ascrivibile unicamente alla furia iconoclasta. Come riassume efficacemente l’archeologo Luke Lavan, “Dobbiamo escludere la maggior parte delle immagini di distruzione create dalle fonti scritte. L’archeologia mostra che la vasta maggioranza dei templi non fu trattata in questo modo”. Le prove materiali sul campo contraddicono inequivocabilmente la narrazione di una distruzione religiosa generalizzata. La realtà, emersa dagli scavi e dalle analisi scientifiche, dipinge un quadro ben più sfumato e meno violento di quello tramandato dai testi antichi. Un’altra idea largamente diffusa è che i templi pagani, anziché essere distrutti, siano stati massicciamente convertiti in chiese cristiane. Anche questa ipotesi, tuttavia, è stata significativamente ridimensionata dall’archeologia moderna. Su migliaia di templi pagani che un tempo sorgevano nell’Impero Romano, gli archeologi hanno identificato solo circa 120 casi di conversione in chiese. Ancora più rilevante è il fatto che, di questi 120, solo una quarantina sono datati prima della fine del V secolo. Questo dato smentisce l’immagine di una conversione generalizzata e rapida, suggerendo che tale pratica fosse, in realtà, un evento relativamente raro e localizzato nel tempo. Questo suggerisce che la conversione diretta dei templi in chiese fu un fenomeno relativamente raro e, nella maggior parte dei casi, un evento piuttosto tardo. Lo studioso R. P. C. Hanson sostiene che la conversione diretta su larga scala non iniziò prima della metà del V secolo, con solo pochi incidenti isolati prima di allora. Esempi noti supportano questa cronologia: a Roma, la prima conversione documentata di un tempio, il celebre Pantheon, avvenne solo nel 609 d.C. Inoltre, le chiese la cui fondazione è attribuita a figure come Martino di Tours nel IV secolo non hanno trovato conferma archeologica. Questo suggerisce che le prime comunità cristiane preferivano costruire nuovi edifici piuttosto che riutilizzare sistematicamente i templi pagani. In conclusione, il declino dei templi pagani fu un processo complesso e sfaccettato, influenzato da una pluralità di fattori. Non fu un semplice atto di distruzione violenta, né una massiccia riconversione. Le evidenze indicano che la distruzione violenta fu un evento raro, non la norma. Allo stesso modo, la conversione in chiese si rivelò un fenomeno limitato e prevalentemente tardo nella storia dell’Impero. Fattori economici, sociali, ambientali e militari, insieme alle mutevoli politiche religiose, si intrecciarono per disegnare il destino di questi antichi luoghi di culto. ## Anti-paganesimo dopo Teodosio I fino al crollo dell’Impero d’Occidente Nonostante il tentativo di Teodosio I di stroncare il paganesimo, la sua fine non fu né immediata né indolore. Dopo la sua morte, la stretta legale contro l’antica religione non solo non si allentò, ma si intensificò, protrandosi fino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Imperatori come Arcadio, Onorio, Teodosio II, Marciano e Leone I proseguirono con fermezza la politica anti-pagana, ribadendo e spesso inasprendo i divieti sui sacrifici e sulle pratiche divinatorie. Una persistenza legislativa che, più che un segno di efficacia, rivela una verità scomoda per il potere centrale: la vecchia fede era tutt’altro che estinta. La necessità di ripetere costantemente questi divieti suggerisce, infatti, che un numero considerevole di fedeli continuava a praticare il paganesimo in ogni angolo dell’impero, resistendo alla crescente pressione cristiana. Un aspetto sorprendente di quest’epoca di transizione fu la tenace persistenza di figure pagane – inclusi i cosiddetti “cripto-pagani”, che celavano le proprie credenze – all’interno delle sfere di potere. Lungi dall’essere estromessi con l’avanzare del cristianesimo, pagani o simpatizzanti delle antiche fedi occupavano, alla fine del IV secolo, posizioni a ogni livello dell’amministrazione imperiale, arrivando persino a gravitare attorno alla figura dell’imperatore stesso. Questa presenza non fu un fenomeno effimero. Sorprendentemente, anche nel VI secolo, in un Impero ormai ufficialmente cristiano, era ancora possibile imbattersi in individui di fede pagana che ricoprivano ruoli di rilievo, sia nelle amministrazioni locali che nella complessa e capillare burocrazia imperiale. Una realtà che testimonia la resilienza delle antiche tradizioni e la capacità dei loro seguaci di navigare, e a volte prosperare, in un mondo in rapida trasformazione. La fine dei sacrifici pubblici pagani non avvenne ovunque con la stessa rapidità. Fu nelle città “sotto il naso dell’imperatore”, come Costantinopoli e Antiochia, che il rito ancestrale cessò prima e in maniera più definitiva. Già intorno al 350 d.C., sotto l’imperatore Costanzo II, la pressione contro queste pratiche aveva iniziato a farsi sentire, ma fu con Teodosio I che si ebbe la stretta finale in queste aree centrali. Ciononostante, lontano dai fasti e dal controllo diretto della corte imperiale, l’efficacia di leggi e divieti si affievoliva. Nelle province più remote dell’Impero, l’imposizione di tali restrizioni contro i sacrifici e altre pratiche pagane richiese molto più tempo per consolidarsi, divenendo una realtà solo gradualmente tra il V e il VI secolo. Un chiaro segno di come la transizione religiosa fosse un processo complesso e disomogeneo, con sacche di resistenza che si protraevano ben oltre le direttive imperiali. La magia e la divinazione rimasero a lungo nel mirino della legislazione imperiale e della polemica cristiana. All’inizio del V secolo, sotto gli imperatori Onorio e Teodosio II, un’ondata di nuove ingiunzioni specifiche fu emanata per contrastare queste pratiche, considerate non solo eresie ma anche minacce all’ordine costituito. Un esempio emblematico è la legge del 409 d.C., nota come *de maleficis et mathematicis*, indirizzata esplicitamente agli astrologi, spesso confusi con i praticanti di magia. La normativa imponeva loro la conversione al cattolicesimo e prevedeva un gesto di rottura radicale con il passato: i loro libri di calcoli astrologici dovevano essere “consumati dalle fiamme davanti agli occhi dei vescovi”. Questa profonda ostilità verso ogni forma di divinazione e magia trovava un’eco potente anche negli scritti dei pensatori cristiani. Apponio, uno scrittore del V secolo, compose una ferma condanna dei metodi che, a suo dire, “i demoni usavano per irretire i cuori umani”. Tra questi, Apponio includeva un’ampia gamma di pratiche pagane: dall’augurio (la predizione del futuro osservando gli uccelli) all’astrologia (*mathesis*), dagli incantesimi alle predizioni basate sull’esame delle viscere. Un fronte compatto, dunque, contro un universo di credenze e riti che la nuova religione intendeva sradicare. Nonostante l’inarrestabile avanzata del cristianesimo e una legislazione imperiale sempre più stringente, il paganesimo dimostrò una sorprendente capacità di resilienza, mantenendo radici profonde in specifiche aree geografiche e, in particolare, tra le élite sociali dell’Impero. La prefettura dell’Illirico, ad esempio, si distinse nel V secolo come una regione in cui pagani e simpatizzanti trovarono non solo rifugio, ma anche un ambiente relativamente favorevole. Un altro caso emblematico è la città di Afrodisia, in Asia Minore, nota per aver conservato una significativa popolazione pagana per tutta la Tarda Antichità. Qui, fiorì una rinomata scuola di filosofia, che rimase un vivace centro di pensiero pagano anche in un’epoca dominata dal cristianesimo. Questi esempi sottolineano come la fine del paganesimo non fu un evento improvviso, ma un lento declino costellato di sacche di resistenza e sopravvivenza. Perfino nell’antica capitale, cuore pulsante dell’Impero, la cristianizzazione incontrò una resistenza significativa. Gran parte di questa opposizione fu guidata dalle élite aristocratiche, molte delle quali rimasero strenuamente fedeli alle tradizioni pagane dei loro antenati. Qui, i culti istituzionali, sebbene ridimensionati rispetto allo splendore del passato, continuarono a sopravvivere sia nella città che nel suo immediato entroterra. Sostenuti da finanziamenti privati, queste pratiche pagane persistettero caparbiamente fino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nel fatidico 476 d.C. Un’ultima fiammella di un’era che si spegneva, testimoniando la profonda radice che il paganesimo aveva gettato nella storia e nell’identità romana. Le evidenze concrete ci dipingono un quadro ben diverso dall’immagine, talvolta superficiale, di un paganesimo costretto alla sola clandestinità e al costante timore delle autorità cristiane. Come sottolinea lo studioso Bayliss, “sappiamo dalle scoperte ad Afrodisia che pagani e filosofi erano ancora molto presenti nel V secolo, e vivevano in un certo lusso”. Questa affermazione trova riscontro in scoperte archeologiche significative, come il ritrovamento di statuaria pagana e altari di marmo ben visibili all’interno di una casa nel cuore di Atene. Un dettaglio che smentisce l’idea di un culto completamente occultato. Queste scoperte suggeriscono che, in determinati contesti, la presenza pagana rimase manifesta e che l’applicazione delle leggi restrittive non portò ovunque a una totale repressione o a una completa invisibilità delle pratiche tradizionali. Al contrario, in alcune aree e tra certe fasce sociali, l’antica fede continuò a essere vissuta con una visibilità sorprendente, sfidando la narrativa dominante. ## Dopo la caduta dell’Impero d’Occidente Il 476 d.C. è una data scolpita nella storia: segnò la deposizione di Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano d’Occidente, per mano di Odoacre, figura che si affermò come il primo re “barbaro” d’Italia. Mentre l’Impero d’Occidente si frammentava in regni germanici, l’Impero Romano d’Oriente, o bizantino, proseguiva la sua millenaria esistenza, testimone e custode dell’eredità romana. Nel 491, l’ascesa al trono dell’imperatore Anastasio I segnò un punto di svolta significativo per il rapporto tra potere imperiale e Chiesa. Anastasio fu, infatti, il primo sovrano a cui venne esplicitamente richiesta la firma di una dichiarazione scritta di ortodossia cristiana prima dell’incoronazione. Un chiaro segnale del crescente peso e dell’influenza della Chiesa nella sfera politica. Va contestualizzato che, già in quel periodo, popoli come i Goti, che governavano vaste aree dell’ex impero occidentale, avevano abbracciato il cristianesimo da oltre un secolo, sebbene spesso nella sua variante ariana. Come possiamo interpretare la complessa transizione religiosa che ha attraversato l’Impero Romano da Costantino in poi? Uno dei massimi storici della Tarda Antichità, Peter Brown, offre una prospettiva illuminante che sfida le letture più semplicistiche. Secondo Brown, sarebbe “profondamente fuorviante” affermare che i vasti cambiamenti culturali e sociali di quest’epoca riflettono un processo unitario di cristianizzazione dell’impero inteso come struttura statale e società nel suo complesso. La sua analisi suggerisce una realtà ben più sfumata. Brown descrive il periodo Costantiniano e post-Costantiniano (fino all’imperatore Giustiniano) non come un’immediata egemonia cristiana, bensì come la “fioritura di una vigorosa cultura pubblica”. Questa cultura era, sorprendentemente, condivisa da individui con credenze diverse: politeisti, ebrei e cristiani potevano tutti partecipare a questo comune orizzonte culturale. L’aggettivo “cristiana”, per Brown, poteva essere applicato a questa cultura “solo nel senso più stretto”, riferendosi a elementi superficiali o all’affiliazione religiosa personale dell’imperatore, ma non a una trasformazione profonda e totalizzante della società. Una visione che ci invita a riconsiderare le dinamiche di un’epoca di profonde mutazioni. Sebbene i cristiani fossero riusciti a bandire il sacrificio cruento dalla sfera pubblica, un rito per loro inaccettabile, la visione di Peter Brown sulla cristianizzazione dell’Impero Romano rimane più sfumata. Secondo Brown, il successo e la stabilità (nonostante le innegabili turbolenze) dello Stato plasmato da Costantino e dai suoi successori giocarono un ruolo cruciale nel “sfumare i margini di potenziale conflitto” tra i diversi gruppi religiosi. Si creò, di fatto, un ambiente di coesistenza forzata o, più pragmaticamente, di reciproca tolleranza. In quest’ottica, Brown avverte che sarebbe “sbagliato cercare ulteriori segni di cristianizzazione” in senso profondo, sia dello Stato che della società, in questo periodo. La sua conclusione è netta e perentoria: “È impossibile parlare di un impero cristiano come esistente prima di Giustiniano”. Una tesi che invita a riconsiderare la complessità di un’epoca di transizione, in cui le diverse fedi convivevano in un equilibrio precario, ben lontano da un’omogeneità religiosa. È con l’imperatore bizantino Giustiniano I, detto il Grande (527-565 d.C.), che il processo di cristianizzazione dell’Impero Romano raggiunge, secondo molti storici, una nuova e decisiva fase. Persino nel ben addentrato VI secolo, le leggi promulgate da Giustiniano contenevano ancora ripetuti appelli alla cessazione dei sacrifici pagani, un chiaro segno che l’antica pratica, seppur fortemente ridotta, continuava a persistere in alcune sacche dell’Impero. Come sottolinea la storica Judith Herrin, Giustiniano fu una figura cruciale nell’integrare in maniera esplicita gli ideali cristiani e i regolamenti ecclesiastici all’interno del diritto romano. Egli non si limitò a revisionare i vecchi codici di leggi, incluse le compilazioni Teodosiane, ma vi introdusse numerosi elementi cristiani. Soprattutto, Giustiniano “rivolse tutta la forza della legislazione imperiale contro i devianti di ogni tipo, in particolare religiosi”. Questa azione, conclude Herrin, “pose effettivamente la parola di Dio sullo stesso piano del diritto romano, combinando un monoteismo esclusivo con un’autorità persecutoria”. Un’unione che avrebbe plasmato in maniera indelebile il futuro dell’Impero d’Oriente. La transizione religiosa che permeò l’Impero Romano dal regno di Costantino fino all’epoca di Giustiniano fu un processo ben più sfaccettato di quanto spesso si creda. Sebbene il periodo vide un progressivo declino del paganesimo tradizionale e una crescente influenza del cristianesimo, non fu, secondo la visione autorevole di Peter Brown, un’epoca di “impero cristiano” pienamente realizzato. Brown descrive questi secoli come un tempo di complessa coesistenza e di una cultura pubblica ampiamente condivisa da credenti di diverse fedi. Nonostante l’ascesa del cristianesimo, la società imperiale mantenne una sua pluralità. Fu solamente con l’imperatore Giustiniano I che lo Stato imperiale iniziò a identificarsi in modo più totale e inequivocabile con un cristianesimo esclusivo. Con lui, la volontà persecutoria contro le altre fedi si manifestò con maggiore nettezza attraverso la legge, segnando un punto di non ritorno nella storia religiosa dell’Impero. Giustiniano I, il celebre imperatore bizantino, noto anche come Giustiniano il Grande (527-565 d.C.), è una figura che incarna le contraddizioni e le ambizioni di un’epoca. Lo storico Anthony Kaldellis lo definisce “l’ultimo imperatore romano di importanza ecumenica… l’arbitro della tradizione legale romana”, un riconoscimento alla sua monumentale compilazione del diritto romano, che ancora oggi influenza i sistemi giuridici moderni. Eppure, il suo ambizioso tentativo di riconquistare i territori perduti e di restaurare l’autorità romana intorno all’intero bacino del Mediterraneo gli valse anche la reputazione di figura tirannica e dispotica. Un imperatore che, nel suo slancio per riunire ciò che era stato diviso, spesso ricorse a metodi che ne oscurarono la grandezza. Il regno di Giustiniano I segnò una svolta decisiva verso un governo marcatamente più autocratico rispetto ai suoi predecessori. La sua politica fu animata da una spinta implacabile verso l’uniformità in ogni campo, inclusa, e forse soprattutto, la religione. L’imperatore non si limitò a perseguitare i pagani; la sua zelante azione si estese a ogni minoranza religiosa e a chiunque dissentisse dalle sue rigide posizioni. La burocrazia imperiale fu sottoposta a un’implacabile epurazione, liberata da chiunque non fosse pienamente allineato alla visione giustinianea. Questa promozione zelante di un’ortodossia cristiana sempre più rigida all’interno della cultura imperiale bizantina ebbe, tuttavia, anche conseguenze negative inattese. Contribuì, ad esempio, alla creazione della Chiesa Monofisita, una scissione che pose Costantinopoli in aperto contrasto sia con Roma che con importanti province orientali dell’Impero. Come ha efficacemente scritto uno storico, pochi imperatori “avevano iniziato tante guerre o cercato di imporre l’uniformità culturale e religiosa con tale zelo”. Giustiniano era pienamente consapevole della sua epoca, della sua grandezza e della sua portata storica: “Nelle parole di uno storico, ‘Giustiniano era consapevole di vivere nell’età di Giustiniano'”. La sua figura resta un monito sulla complessità del potere assoluto e sulle sue profonde ripercussioni. Sotto il regno dell’imperatore Giustiniano, la supremazia della credenza cristiana raggiunse un culmine, ma a un costo elevatissimo, segnato da una “notevole distruzione”, come sottolinea la storica Judith Herrin. Le misure contro i pagani, già inasprite in precedenza, divennero sotto il suo dominio ancora più severe e sistematiche. Un decreto del 528 aveva già precluso in modo definitivo ai pagani l’accesso a qualsiasi carica statale, ma decenni dopo, Giustiniano ordinò una vera e propria “persecuzione degli Elleni pagani sopravvissuti”. Questa campagna implacabile fu accompagnata da atti distruttivi di vasta portata. Si assistette al rogo di libri, immagini e statue pagane, episodi che trovarono il loro apice nel Kynêgion di Costantinopoli. Un’era di intolleranza che mirava a cancellare ogni traccia dell’antica fede. Gran parte della ricchissima letteratura pagana dell’antichità, scritta su papiro, un materiale intrinsecamente fragile, era destinata a perire. Molti di questi testi inestimabili andarono distrutti nel tempo per cause naturali – umidità, usura – ancor prima di poter essere trascritti su supporti più resistenti come la pergamena. Sebbene sia difficile attribuire in modo preciso e generalizzato ai cristiani la responsabilità della perdita di antichi documenti, la storica Judith Herrin giunge a una conclusione netta: a metà del VI secolo, la persecuzione attiva promossa da Giustiniano a Costantinopoli fu direttamente responsabile della distruzione di un numero significativo di testi antichi. Il regno di Giustiniano segnò, quindi, in molti aspetti, la fase finale della pressione statale contro il paganesimo. Ma fu anche un momento di perdita inestimabile per il patrimonio culturale antico, un’epoca in cui secoli di sapere e arte pagana vennero spazzati via in nome di una nuova ortodossia. ## Valutazione e commento All’inizio del XXI secolo, il periodo storico conosciuto come Tarda Antichità è più che mai al centro di una profonda revisione e di un dibattito acceso tra gli studiosi. Ciò che un tempo era ritenuto un sapere consolidato, in particolare riguardo al rapporto tra la società romana e l’ascesa del cristianesimo, è stato, per certi versi, “reso inquietantemente sconosciuto” dalle nuove ricerche. Le recenti scoperte e le nuove interpretazioni storiografiche stanno riscrivendo capitoli che si credevano definiti, mettendo in discussione narrazioni consolidate e aprendo nuove prospettive su un’epoca di transizione cruciale. Questa radicale trasformazione nella nostra comprensione della Tarda Antichità è il frutto di una serie di fattori emersi tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. La disciplina è stata letteralmente rivoluzionata da nuove scoperte e approcci. Numerose scoperte di nuovi testi e documenti, prima sconosciuti, hanno fornito prospettive inedite. Parallelamente, l’applicazione di metodologie di ricerca innovative, come l’archeologia moderna e la numismatica, ha permesso di leggere le evidenze materiali con una precisione mai vista. L’integrazione di campi di studio prima meno considerati, quali la sociologia e l’antropologia, ha arricchito l’analisi delle dinamiche sociali e culturali. Infine, l’uso di modelli matematici ha introdotto un rigore analitico quantitativo. Tutti questi elementi hanno messo in crisi gran parte della visione tradizionale su quest’epoca cruciale, obbligando gli studiosi a riscrivere pagine intere della storia. Le moderne teorie storiografiche stanno ridefinendo in modo significativo la nostra comprensione della Tarda Antichità, mettendo in discussione convinzioni consolidate sul rapporto tra paganesimo e cristianesimo nell’Impero Romano. I punti chiave che emergono dalle nuove ricerche delineano uno scenario ben diverso dal passato: - Si ritiene ora che il cristianesimo abbia iniziato ad affermarsi in modo significativo già nel III secolo, ben prima della conversione dell’imperatore Costantino, superando l’idea di una sua ascesa improvvisa. - Il paganesimo non svanì affatto nel IV secolo, ma persistette per un periodo molto più lungo di quanto si credesse, mantenendo una presenza viva e, a volte, anche visibile. - La legislazione imperiale anti-pagana, pur esistendo, ebbe un impatto pratico piuttosto limitato sulle dinamiche religiose prima del VI secolo. La sua efficacia si consolidò, infatti, solo con l’epoca dell’imperatore bizantino Giustiniano I (regno 527-565 d.C.), il cui regno segnò una stretta ben più decisa e pervasiva. Questa nuova prospettiva ci invita a guardare alla Tarda Antichità non come a un periodo di rapida sostituzione religiosa, ma come a un’epoca di complessa coesistenza e lenta trasformazione. Sebbene la sua esatta periodizzazione sia oggetto di acceso dibattito tra gli studiosi, la Tarda Antichità è generalmente inquadrata come il periodo storico che prende il via dopo la fine della Crisi del III secolo dell’Impero Romano – un’era di grandi turbolenze e instabilità tra il 235 e il 284 d.C. – e si estende approssimativamente fino al 600 d.C. nella parte occidentale dell’ex impero. Nella parte orientale, invece, nell’emergente Impero Bizantino, il periodo tardoantico viene considerato molto più esteso, protraendosi significativamente fino all’800-1000 d.C. Questa differenza sottolinea come le traiettorie storiche delle due metà dell’Impero abbiano divergito, con l’Oriente che ha mantenuto più a lungo caratteristiche culturali e istituzionali di stampo “tardoantico” rispetto a un Occidente rapidamente frammentato e riorganizzato. ### Punti di vista accademici divergenti Nel vasto campo degli studi sul tardo Impero Romano, gli studiosi che si occupano della scomparsa del politeismo si dividono principalmente in due scuole di pensiero, ben distinte e spesso contrapposte. Questa dicotomia, riconosciuta anche da autorevoli pubblicazioni come l’Oxford Handbook of Late Antiquity (OHLA), è identificata come la visione “catastrofica” e quella “lunga e lenta”. La visione “catastrofica” tende a interpretare la fine del paganesimo come un evento relativamente rapido e violento. Questa prospettiva collega spesso il declino delle antiche fedi alle severe leggi anti-pagane e agli episodi di violenza cristiana che si verificarono nel tardo IV e all’inizio del V secolo. Al contrario, la visione “lunga e lenta” offre un’interpretazione diametralmente opposta. Qui, il processo viene descritto come un declino graduale e prolungato, le cui radici affondano ben prima dell’era cristiana e che si protrae per diversi secoli. Questa scuola di pensiero pone una minore enfasi sul conflitto aperto, concentrandosi invece sui cambiamenti sociali, economici e culturali che, lentamente ma inesorabilmente, portarono alla marginalizzazione del politeismo. ### Visione catastrofica La visione “catastrofica” riguardo alla scomparsa del paganesimo e, più in generale, alla caduta dell’Impero Romano, affonda le sue radici nell’opera monumentale di Edward Gibbon, la *Storia del Declino e della Caduta dell’Impero Romano*, scritta nel XVIII secolo. Questo classico della storiografia ha plasmato per secoli l’interpretazione di un’epoca cruciale. Secondo l’analisi dello storico Lynn White, Gibbon individuò quattro cause principali che portarono al crollo di Roma: l’eccessiva grandezza dell’Impero, la dilagante ricchezza e il lusso sfrenato, le devastanti invasioni barbariche e, non da ultimo, la cristianizzazione. Di queste, Gibbon considerava la cristianizzazione come la causa primaria, vedendola come un fattore debilitante che minò le fondamenta stesse dello spirito romano e delle sue istituzioni. Edward Gibbon, che si definiva un “filosofo storico”, era profondamente convinto che le virtù fondamentali di una civiltà risiedessero nella forza militare e nella monarchia. Da questa prospettiva, egli vedeva l’insegnamento cristiano come intrinsecamente pacifista e, di conseguenza, i cristiani come riluttanti a sostenere la guerra e ad arruolarsi nell’esercito romano. Gibbon arrivò a sostenere che i cristiani mascherassero la loro “codardia e pigrizia” dietro la facciata della religione. Fu proprio questa percepita mancanza di spirito combattivo, a suo avviso indotta dal cristianesimo, che Gibbon indicò come la ragione fondamentale del declino e della caduta di Roma. Con una frase icastica, affermò che “gli ultimi resti dello spirito militare furono sepolti nel chiostro”, riferendosi ai monasteri come al luogo dove la virilità romana si estinse. Lo storico nutriva una profonda avversione per l’entusiasmo e lo zelo religioso in generale, e denigrò in modo particolare monaci e martiri, considerandoli l’incarnazione di questi “vizi” che avevano, a suo dire, indebolito l’Impero. La storica Patricia Craddock riconosce la *Storia del Declino e della Caduta dell’Impero Romano* di Edward Gibbon come un’opera di innegabile valore, un vero capolavoro letterario e storiografico. Tuttavia, la Craddock ne evidenzia anche i limiti, soprattutto quando i forti pregiudizi personali dell’autore influenzano il suo metodo di ricerca. Secondo la sua analisi, Gibbon, spinto dalle proprie convinzioni, finisce per “abbandonare il ruolo di storico per quello di pubblico ministero”, intento ad accusare. Un’osservazione che mette in luce come, nonostante la grandezza dell’opera, la passione e le convinzioni dello storico possano a volte compromettere l’obiettività della narrazione. Nonostante le critiche e i limiti evidenziati, l’influenza di Edward Gibbon sulla storiografia successiva è, come scrive lo storico Harold A. Drake, “difficile da sovrastimare”. Le sue tesi, per quanto discutibili su alcuni punti, si radicarono profondamente e si svilupparono nella tradizionale visione “catastrofica” della fine del paganesimo e, più in generale, della caduta di Roma. Questo paradigma ha mantenuto una posizione dominante nel mondo accademico per circa duecento anni, plasmando generazioni di studiosi, prima di essere significativamente rivisto e messo in discussione dalla ricerca più recente. Un chiaro esempio di come una singola opera possa influenzare per secoli l’interpretazione di un’intera epoca storica. Secondo la visione tradizionale, profondamente influenzata da figure come Edward Gibbon e Jacob Burckhardt e a lungo dominante nella storiografia, la fine del paganesimo era quasi un esito inevitabile. Questa prospettiva si basava su alcune assunzioni chiave: - La scomparsa del paganesimo era considerata inevitabile una volta che si scontrò con la decisa intolleranza del cristianesimo, visto come una forza inarrestabile e monolitica. - L’intervento degli imperatori cristiani nella soppressione del paganesimo era percepito come l’elemento decisivo che ne causò la fine, con un’azione politica rapida ed efficace. - Una volta acquisito un potere così formidabile, i cristiani avrebbero utilizzato tale autorità per convertire il maggior numero possibile di non cristiani, ricorrendo a minacce, discriminazioni (come le “disabilità” legali) e, se necessario, all’uso diretto della forza. In questa lettura, il declino del paganesimo non era tanto un lento processo sociale, quanto un’inesorabile sconfitta imposta da una nuova religione e dal potere statale che l’aveva abbracciata. Questi punti riassumono efficacemente la narrazione classica: quella di un cristianesimo monolitico e intollerante che, una volta acquisito il potere, avrebbe rapidamente e con la forza schiacciato un paganesimo debole e indifeso. Un processo che, secondo questa visione tradizionale, si sarebbe svolto quasi senza opposizione. Eppure, la ricerca moderna ha significativamente messo in discussione questa interpretazione. Come abbiamo esplorato in altre sezioni, le nuove scoperte e le metodologie innovative stanno riscrivendo la storia, rivelando un quadro molto più complesso, fatto di persistenza pagana, coesistenza e un’applicazione delle leggi anti-pagane ben meno immediata e uniforme di quanto si pensasse in passato. ### Lunga e lenta scomparsa L’alternativa moderna alla visione “catastrofica” sul tramonto del paganesimo è la “visione lunga”, una prospettiva la cui formulazione si deve principalmente a Peter Brown. L’autorevole *Oxford Handbook of Late Antiquity* lo definisce un vero e proprio “pioniere”, colui che ha dato un impulso decisivo allo studio della Tarda Antichità come campo di ricerca autonomo, e il cui lavoro resta ancora oggi di importanza fondamentale. Brown si è distinto per aver adottato un approccio innovativo, utilizzando modelli antropologici e sociali per studiare la storia culturale e religiosa del periodo, anziché focalizzarsi esclusivamente sui tradizionali fattori politici o economici. Questa metodologia gli ha permesso di esplorare le dinamiche sottostanti ai cambiamenti, offrendo una narrazione più sfumata e complessa della transizione religiosa nell’Impero Romano. Secondo l’interpretazione di Peter Brown, la scomparsa del politeismo non fu affatto un evento improvviso o catastrofico, ma piuttosto un processo “lungo e lento” che si dispiegò nell’arco di diversi secoli. Questa transizione, a suo avviso, prese il via approssimativamente nel III secolo d.C. e si protrasse fino al VII secolo d.C. Questa prospettiva rivoluzionaria mette in discussione l’idea di un crollo rapido delle antiche fedi e sottolinea la gradualità del cambiamento. Brown ci invita a immaginare un declino progressivo, influenzato da dinamiche sociali e culturali complesse, ben lontano dall’immagine di una distruzione immediata e violenta. È affascinante confrontare la complessa realtà storica della transizione religiosa nell’Impero Romano con la narrazione che si sviluppò all’interno della Chiesa cristiana. I cristiani credevano fermamente che la loro superiorità sulle altre filosofie e religioni fosse stata stabilita fin dall’epoca di Gesù. Essi interpretarono la conversione dell’imperatore Costantino non come l’inizio di un processo, ma come il culmine e il “compimento finale” di una vittoria già avvenuta sul piano divino. Questo nonostante, da un punto di vista demografico, i cristiani costituissero ancora una minoranza relativamente piccola (circa il 15-18% della popolazione imperiale) al momento di quella conversione epocale. Questa potente narrazione di un trionfo compiuto impose, all’interno della letteratura cristiana dell’epoca, una “ferma chiusura” e una visione semplificata di quello che, secondo lo storico Pierre Chuvin, fu in realtà un “secolo oscillante”. Un periodo, cioè, molto più complesso, incerto e dinamico di quanto la retorica cristiana volesse far credere, dove la coesistenza e la resistenza pagana erano ancora realtà significative. ### Fonti Quando si analizzano le fonti storiche sulla fine del paganesimo, un approccio critico è non solo consigliabile, ma fondamentale. Secondo lo storico Ramsay MacMullen, i resoconti cristiani dell’epoca tendono a dichiarare che i pagani non furono solo sconfitti, ma addirittura completamente convertiti entro la fine del IV secolo. Tuttavia, MacMullen afferma senza mezzi termini che questa pretesa è “lontana dalla verità”. Egli sostiene che i cristiani, nella loro comprensibile esaltazione trionfale e attraverso la vasta quantità di scritti prodotti, hanno finito per travisare la storia religiosa di quel periodo. Altre prove, infatti, dimostrano chiaramente che il paganesimo continuò a esistere e a essere praticato ben oltre quella data. Per questo motivo, MacMullen conclude che possiamo giustamente accusare il resoconto storico cristiano di averci “deluso”, non solo per essere a volte insufficiente, ma soprattutto per aver distorto la realtà dei fatti, offrendoci un’immagine semplificata di un processo ben più complesso e prolungato. Le fonti dell’epoca abbondano in descrizioni di conflitti, ma è fondamentale ricordare che gli eventi nella Tarda Antichità venivano spesso drammatizzati per ragioni ideologiche. Non tutta la violenza descritta era necessariamente violenza fisica su vasta scala. Jan N. Bremmer, per esempio, osserva che gran parte di quella che appare come “violenza religiosa” in quel periodo era in realtà limitata a una retorica violenta. Come sinteticamente afferma, “‘nell’Antichità, non tutta la violenza religiosa era così religiosa, e non tutta la violenza religiosa era così violenta’”. Ciò significa che il linguaggio utilizzato nei testi era spesso molto più aggressivo e conflittuale della realtà degli scontri fisici diffusi. La penna, insomma, era spesso più affilata della spada. Peter Brown, dal canto suo, considera la questione della caduta di Roma – spesso intrinsecamente legata alla fine del paganesimo – un argomento ancora oggi estremamente controverso, che può facilmente sfociare in “polemiche tendenziose e mal supportate”. Brown critica in particolare una certa storiografia attuale che, a suo dire, parte da un’immagine idealizzata di un Impero Romano di “superiorità infinita”. Questa visione, prosegue Brown, serve poi a descrivere vividamente i suoi presunti “nemici” – ovvero i barbari e i cristiani – come figure sgradevoli, ignoranti e intrinsecamente violente. Tale contrapposizione, secondo lo storico, è funzionale a costruire una “grandiosa teoria della catastrofe”, da cui non ci sarebbe stata alcuna ripresa per mezzo millennio. Il problema di questa “Grande Narrazione”, conclude Brown, è che “gran parte di essa è sbagliata; è una storia bidimensionale”, troppo semplice e riduttiva per catturare la complessa e sfumata realtà della Tarda Antichità. In conclusione, un’analisi attenta delle fonti e delle prove storiche disponibili ci impone di diffidare delle narrazioni antiche, in particolare quelle di matrice cristiana, che tendono a esagerare la rapidità della fine del paganesimo e l’estensione della violenza. La realtà storica fu un processo ben più lungo, sfumato e complesso. Lungi dall’essere un’estinzione rapida e forzata, il declino del paganesimo fu caratterizzato da una coesistenza tesa, da cambiamenti graduali e da dinamiche sociali ed economiche che andarono ben oltre il semplice scontro religioso. La “violenza” dell’epoca era spesso più verbale e retorica che fisica su vasta scala. La storiografia moderna ci invita, dunque, a riconsiderare un’intera epoca, riconoscendo la persistenza delle antiche fedi e la complessità di una transizione che ha plasmato il volto dell’Europa per secoli. ### Legislazione Il Codice Teodosiano è da lungo tempo considerato una delle fonti fondamentali per lo studio della Tarda Antichità, un’epoca di profonda trasformazione nell’Impero Romano. Si tratta di una raccolta, sebbene incompleta, delle leggi imperiali emanate a partire dal regno di Costantino fino alla data della sua promulgazione ufficiale come compilazione nel 438 d.C. Le leggi relative alle questioni religiose si trovano principalmente nel Libro XVI, significativamente intitolato “De Fide Catholica” (Sulla Fede Cattolica). Questo libro contiene, tra l’altro, almeno sessantasei leggi specificamente indirizzate agli eretici cristiani, testimoniando la crescente importanza delle dispute interne al cristianesimo e lo sforzo imperiale di regolamentare la fede. Le normative religiose contenute nel Codice Teodosiano possono essere raggruppate in tre categorie generali, rivelando la strategia imperiale nella gestione della sfera spirituale. In primo luogo, troviamo leggi volte a incoraggiare la conversione al cristianesimo, segno di una politica proattiva. In secondo luogo, il Codice definisce e stabilisce punizioni per le attività di vari gruppi considerati “devianti”: pagani, apostati (coloro che abbandonavano il cristianesimo), eretici ed ebrei erano tutti sotto la lente d’ingrandimento imperiale. Infine, e significativamente, il Codice include leggi che affrontano i problemi di applicazione delle normative stesse, spesso mirate a promuovere la conversione dell’aristocrazia e del sistema amministrativo imperiale, indicando una resistenza anche nelle alte sfere. Il Codice è cruciale perché dettaglia esplicitamente quali attività di culto l’imperatore e la Chiesa Cattolica ritenevano inaccettabili o “inadatte”. Il linguaggio utilizzato in queste leggi religiose è uniformemente veemente, e le pene previste sono severe e frequentemente raccapriccianti, a testimonianza della ferrea determinazione del potere imperiale nel definire e imporre l’ortodossia religiosa. Nonostante la sua importanza, gli studiosi contemporanei adottano un approccio critico nell’utilizzare il Codice Teodosiano come una fonte diretta per ricostruire la storia degli eventi reali. È fondamentale sottolineare che il Codice è primariamente un documento legale, una raccolta di norme e divieti, non un resoconto fedele di ciò che effettivamente accadeva quotidianamente in ogni angolo dell’Impero. Come spiega l’archeologo Luke Lavan, interpretare la legge come se fosse storia rischia di distorcere la nostra comprensione della realtà sul campo, in particolare per il IV secolo. Le disposizioni legislative, per quanto severe o dettagliate, riflettevano spesso intenti e aspirazioni imperiali, più che la effettiva e uniforme applicazione sul vasto e complesso territorio romano. Contrariamente a quanto il linguaggio severo delle leggi potrebbe far pensare, numerose evidenze, in particolare quelle archeologiche, indicano che un paganesimo vitale e, per certi aspetti, “fiorente” continuò a esistere nel V secolo e, in alcune aree, persino nel VI secolo e oltre. Le scoperte sul campo disegnano un quadro molto più complesso rispetto alla narrazione di una rapida estinzione. L’ostilità cristiana nei confronti dei pagani e dei loro monumenti, per quanto reale in specifici episodi, è vista dalla maggior parte degli studiosi moderni come un fenomeno lontano dalla pervasività e dalla sistematicità che il linguaggio normativo e certi testi letterari sembrano implicare. Pertanto, il Codice Teodosiano, sebbene sia una fonte preziosa per comprendere le intenzioni imperiali e l’ideologia religiosa ufficiale, non può essere letto come un resoconto fedele della realtà quotidiana. Per ottenere un quadro accurato della complessa situazione sociale e religiosa del periodo, deve essere integrato e bilanciato con altre forme di prova, come l’archeologia. Solo così è possibile cogliere le sfumature di un’epoca in cui le tradizioni antiche resistevano, anche sotto la pressione legislativa. ### Archeologia Le ricerche più recenti, in particolare quelle basate sull’archeologia, hanno portato a una significativa revisione della visione tradizionale sulla fine del paganesimo. Quella che per lungo tempo è stata una narrazione consolidata, sta cedendo il passo a un quadro più complesso. Gli archeologi Luke Lavan e Michael Mulryan sottolineano come la prospettiva “catastrofica”, che descrive una fine rapida e violenta delle antiche fedi, si basi in gran parte su fonti letterarie antiche, la maggior parte delle quali scritte da autori cristiani e, di conseguenza, considerate di parte. Questi scrittori cristiani offrivano resoconti spesso drammatizzati – talvolta paragonati a narrazioni “da tabloid” per la loro enfasi sullo spettacolo – come quelli sulla distruzione del Serapeo di Alessandria o sul tragico omicidio di Ipazia, o sulla stessa pubblicazione del Codice Teodosiano. Storie che mettevano in risalto la devozione dei vescovi, a volte descritti mentre combattevano contro i “demoni” dei templi, contribuendo a creare un’immagine di trionfo immediato. Gli archeologi Luke Lavan e Michael Mulryan, pur riconoscendo che le evidenze materiali confermano l’esistenza di episodi di conflitto religioso, sottolineano che questi non raggiunsero affatto l’estensione o l’intensità che le fonti letterarie tendono a implicare. Questa evidenza archeologica mette seriamente in discussione la visione tradizionale di un “trionfalismo cristiano” violento e onnipervasivo. L’analisi sul campo suggerisce che la realtà fu ben più complessa e sfumata di quanto narrato dai testi cristiani dell’epoca, offrendo un quadro più bilanciato della transizione religiosa. Il consenso tra la maggior parte degli studiosi moderni è ormai chiaro: l’idea che un conflitto religioso aperto tra pagani e cristiani sia stata la causa principale della rapida scomparsa del paganesimo è, come affermato da Alan Cameron (citato da Rita Lizzi Testa, Michele Renee Salzman e Marianne Sághy), una “pura costruzione storiografica”. Michele Renee Salzman riassume efficacemente questa posizione prevalente: sebbene il dibattito storiografico continui, gli studiosi concordano sul fatto che la vecchia nozione di un conflitto aperto e dominante “non può spiegare appieno i testi e i manufatti o le realtà sociali, religiose e politiche della Roma tardoantica”. Le nuove ricerche, basate su un’analisi più critica delle fonti e su nuove evidenze, suggeriscono un quadro ben più complesso, fatto di coesistenza, adattamento e un declino graduale, lontano dall’immagine di una “guerra di religione” che avrebbe spazzato via le antiche fedi in un battito di ciglia. Leggere le leggi imperiali in modo superficiale può portare a un’immagine “grossolanamente distorta” del periodo, una distorsione che “trent’anni di archeologia hanno rivelato”. Questo è quanto sostiene Luke Lavan, sottolineando come le scoperte sul campo abbiano rivoluzionato la nostra comprensione della fine del paganesimo. Sebbene la maggior parte degli studiosi di testi accetti ormai questa cautela, la tendenza a dare un’importanza eccessiva alle leggi persiste in alcune narrazioni storiche. Tuttavia, Lavan insiste: “dobbiamo accettare il fatto che l’archeologia può rivelare una storia molto diversa dai testi”. La legislazione anti-pagana attingeva, infatti, alla stessa retorica polemica delle fonti cristiane, e gli studiosi moderni sono oggi pienamente consapevoli dei limiti di tali leggi come prova storica di ciò che accadeva realmente sul terreno. In altre parole, la legge esprimeva un desiderio di conformità, non sempre la realtà della sua attuazione. In sintesi, la fine del paganesimo nel tardo Impero Romano non fu un evento catastrofico improvviso né il risultato di una persecuzione violenta e sistematica su vasta scala. Fu un processo lungo, complesso e multifattoriale, influenzato da cambiamenti sociali, economici, politici e religiosi graduali. In questo scenario, la retorica del conflitto presente nelle fonti scritte spesso superò di gran lunga la realtà della violenza fisica diffusa, e la persistenza e l’adattamento delle pratiche pagane giocarono un ruolo significativo. La storia, dunque, ci offre un quadro più sfumato e articolato di quanto le narrazioni tradizionali ci abbiano per lungo tempo proposto. Come sottolinea lo storico Bayliss, le fonti cristiane antiche hanno profondamente influenzato la nostra percezione della Tarda Antichità. L’immagine di un conflitto onnipresente che esse creano ha portato molti storici a presumere che la lotta tra paganesimo e cristianesimo fosse diffusa su scala imperiale, una vera e propria guerra di religione in ogni angolo dell’Impero. Eppure, le prove archeologiche offrono un quadro decisamente diverso, rivelando una realtà molto più sfumata. In numerosi luoghi dell’Impero, come la stessa Atene, il declino del paganesimo fu relativamente pacifico e non conflittuale. Le scoperte sul campo suggeriscono che, in molti contesti, la transizione religiosa avvenne con maggiore gradualità e minore violenza di quanto le narrazioni cristiane di parte abbiano voluto tramandare. Mentre alcuni storici si sono concentrati su eventi isolati e “cataclismici”, come la celebre distruzione del Serapeo ad Alessandria (spesso enfaticamente narrata nelle fonti letterarie), la realtà archeologica rivela un quadro ben diverso. Gli esempi documentati di templi completamente distrutti a seguito di atti di aggressione religiosa sono, in verità, una manciata. Questo dato, secondo lo studioso Bayliss, suggerisce che le prove archeologiche indicano una possibile esagerazione nella responsabilità attribuita ai cristiani per la distruzione dei templi pagani. La narrativa di una violenza diffusa e sistematica, tramandata da certe fonti, sembra dunque non trovare pieno riscontro nei resti materiali. La storia, ancora una volta, si rivela più sfumata e complessa di quanto le cronache di parte abbiano voluto far credere. Le stesse reazioni antiche agli atti di violenza supportano questa visione di una realtà più complessa. Come osserva Peter Brown a proposito della rabbia espressa da figure come Libanio per episodi di iconoclastia o incendi dolosi: “sappiamo di molti tali atti… perché persone ben collocate si sentivano ancora libere di presentare questi incidenti come deviazioni flagranti da una norma più ordinata”. Questo implica che tali atti di violenza, sebbene documentati, erano visti come eccezioni, non come la regola. La reazione indignata di personaggi influenti suggerisce che la distruzione sistematica non era la norma e che, in molti contesti, persisteva un’aspettativa di ordine e rispetto, anche tra fedi diverse. Gli studiosi contemporanei, tra cui figure di spicco come Peter Brown, Alan Cameron, R.A. Markus, Frank Trombley e Ramsay MacMullen, danno peso all’idea che i confini tra le comunità pagane e cristiane nel IV secolo non fossero così rigidamente definiti come si pensava un tempo. Questo cambio di prospettiva si basa sull’evidenza che il conflitto aperto e violento tra i gruppi religiosi era, in realtà, una sorta di rarità. La coesistenza, sebbene spesso tesa e non priva di frizioni, era la norma, piuttosto che l’eccezione. La vita quotidiana vedeva una complessa interazione tra fedi diverse, lontana dall’immagine di una guerra religiosa costante e su vasta scala che talvolta emergeva da narrazioni più antiche. Nonostante tutta la propaganda e le leggi anti-pagane emanate, Costantino e i suoi successori, come affermano Brown, Noel Lenski e Glen Bowersock, “non portarono alla fine del paganesimo”. Esso, infatti, continuò a esistere e a evolversi, dimostrando una sorprendente resilienza. Le somiglianze tra paganesimo e cristianesimo in ambiti cruciali come il linguaggio, le strutture sociali, certe pratiche religiose e le arti, un tempo sottovalutate, insieme alle recenti scoperte archeologiche, indicano che il paganesimo declinò lentamente. Questo processo si protrasse per ben due secoli e oltre in alcune località. Questa lenta scomparsa del paganesimo è, paradossalmente, un argomento a favore della continua vitalità, unità e unicità della cultura romana nella Tarda Antichità. Una cultura che seppe adattarsi e trasformarsi molto tempo dopo la caduta dell’Impero d’Occidente e ben oltre il regno di Costantino, integrando elementi diversi piuttosto che cancellandoli completamente in un conflitto catastrofico. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La guerra per il tè. Una tazza che puzza di polvere da sparo](https://scriptamanentitalia.it/guerra-te-oppio-cina-inghilterra/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Da lusso esotico a dipendenza nazionale](#Da_lusso_esotico_a_dipendenza_nazionale) - [Un commercio a senso unico](#Un_commercio_a_senso_unico) - [Quando la droga diventa politica commerciale](#Quando_la_droga_diventa_politica_commerciale) - [Lin Zexu, i magazzini di Canton e il casus belli](#Lin_Zexu_i_magazzini_di_Canton_e_il_casus_belli) - [Cannoni per riaprire le teiere](#Cannoni_per_riaprire_le_teiere) - [Porti, extraterritorialità, Hong Kong: il conto del tè](#Porti_extraterritorialita_Hong_Kong_il_conto_del_te) - [La Cina del tè agli occhi dell’Occidente](#La_Cina_del_te_agli_occhi_dellOccidente) - [Quante guerre nascono da ciò che beviamo](#Quante_guerre_nascono_da_cio_che_beviamo) Salotto inglese, primi decenni dell’Ottocento, le cinque del pomeriggio. Una signora versa il tè da una teiera di porcellana cinese in tazze altrettanto cinesi, aggiunge lo zucchero, offre. È il gesto più quotidiano e più rassicurante che si possa immaginare, l’incarnazione stessa della domesticità borghese, della civiltà, della pace di una casa rispettabile. Niente di più innocente di una tazza di tè. Eppure dietro quella tazza c’è una catena lunghissima e tutt’altro che pacifica. Ci sono le piantagioni di tè nella Cina meridionale, le navi della Compagnia delle Indie che solcano gli oceani, l’argento che esce a fiumi dalle casse europee per pagare quelle foglie, e infine l’oppio che entra clandestino in Cina, prodotto in India sotto controllo britannico, per recuperare quell’argento. Tirate il filo che parte dalla tazza e arriverete, sorprendentemente in fretta, alla bocca di un cannone navale puntato su un porto cinese. La tesi è proprio questa, e suona meno paradossale di quanto sembri. La cosiddetta guerra dell’oppio fu, anche e profondamente, una guerra del tè. Per garantirsi un flusso costante di foglie a basso costo, di cui ormai non poteva più fare a meno, Londra si dimostrò disposta a trasformare una droga in arma geopolitica e, quando il sistema fu minacciato, a bombardare un impero. La storia di come una bevanda dolce e domestica sia finita al centro di una guerra è la storia di come funzionano davvero gli imperi e i commerci. ## **Da lusso esotico a dipendenza nazionale** Per capire tutto questo bisogna prima capire come il tè abbia conquistato l’Inghilterra. Arrivato in Europa nel corso del Seicento attraverso i traffici con l’Oriente, il tè fu dapprima una curiosità costosa, una moda aristocratica, una bevanda esotica per pochi. Ma nel Settecento accadde qualcosa di straordinario: il tè scese rapidamente lungo tutta la scala sociale, diffondendosi in ogni strato della popolazione urbana britannica, fino a diventare la bevanda nazionale per eccellenza. Non fu solo questione di gusto. Il tè divenne identità e rituale. Il momento del tè si fece scansione quotidiana del tempo, gesto che organizzava le giornate e cementava la sociabilità, simbolo della casa borghese e dei suoi valori. E si intrecciò profondamente con il mondo nuovo del lavoro industriale: una bevanda calda, stimolante, accompagnata da zucchero a buon mercato, offriva pause, conforto e calorie a basso costo a una popolazione operaia che ne aveva bisogno. Il tè zuccherato divenne carburante delle fabbriche tanto quanto piacere dei salotti. Il punto cruciale è che, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, il tè non era più un optional, un lusso da cui ci si poteva astenere. Era diventato una dipendenza di massa, un bene di prima necessità percepito come tale da milioni di persone di ogni ceto. E questo ha una conseguenza politica enorme: toccare il flusso del tè significava toccare la pace sociale stessa. Un governo che avesse lasciato mancare il tè, o ne avesse fatto schizzare il prezzo, si sarebbe trovato un problema di ordine pubblico tra le mani. Il tè era ormai una questione di Stato. ## **Un commercio a senso unico** Qui sorge il problema che mette in moto tutta la vicenda, ed è un problema di conti. Il commercio tra l’Occidente e la Cina dei Qing era clamorosamente asimmetrico. L’Europa, e l’Inghilterra in testa, comprava dalla Cina quantità enormi di tè, e con esso seta, porcellane, beni pregiati molto richiesti. Ma la Cina, dal canto suo, comprava pochissimo dall’Europa: era un impero vasto, ricco, autosufficiente, convinto di non aver bisogno delle merci occidentali, che giudicava in larga parte inferiori o superflue. Il risultato di questa asimmetria era inevitabile e, per Londra, allarmante. Per pagare tutto quel tè che non poteva fare a meno di acquistare, e che non poteva compensare vendendo abbastanza in cambio, l’Inghilterra doveva sborsare argento, e in quantità crescenti. Un flusso costante e ingente di metallo prezioso usciva dalle casse britanniche e da quelle della Compagnia delle Indie per finire in Cina, in un drenaggio che pareva non avere fine. Per la mentalità economica del tempo, ossessionata dall’accumulo di metalli preziosi, questo era un dissanguamento intollerabile. Si poneva così una domanda politica precisa e urgente: come fare per continuare a garantire alle masse britanniche il loro tè, ormai irrinunciabile, senza svuotare contemporaneamente le proprie riserve d’argento? Bisognava trovare qualcosa che i cinesi fossero disposti a comprare, qualcosa capace di invertire il flusso e far rientrare quell’argento. E quel qualcosa fu trovato. ## **Quando la droga diventa politica commerciale** La risposta arrivò dall’India. I vastissimi territori sotto controllo britannico nel subcontinente erano ideali per la coltivazione del papavero da oppio, e la produzione finì sotto il controllo, diretto o stretto, degli interessi britannici. L’oppio diventò così la merce che mancava: il prodotto che i cinesi, o almeno una parte crescente di essi, erano disposti ad acquistare, e a pagare in argento. La strategia era tanto semplice quanto cinica. Si trattava di inondare il mercato cinese di oppio prodotto in India, ricavarne argento, e usare quell’argento per pagare il tè destinato alle case inglesi. In questo modo il cerchio si chiudeva: l’argento che usciva per il tè rientrava grazie all’oppio, e il bilancio tornava in equilibrio. C’era un solo dettaglio, decisivo: l’oppio era illegale in Cina, vietato dalle autorità imperiali consapevoli dei suoi effetti devastanti. Ma su questo dettaglio Londra e i mercanti scelsero di chiudere un occhio, e poi tutti e due, lasciando che il contrabbando dilagasse attraverso reti di intermediari che permettevano di mantenere una comoda distanza formale. Vale la pena soffermarsi sul cinismo geopolitico di questo meccanismo, perché è la chiave morale dell’intera storia. Una sostanza che creava dipendenza e rovinava vite umane a centinaia di migliaia veniva impiegata, freddamente, come strumento per «compensare» il costo di una bevanda diventata essenziale nella metropoli. La salute di una popolazione lontana veniva sacrificata per tenere in equilibrio i conti del tè e per non intaccare le riserve d’argento di un impero. L’oppio non era, per chi gestiva questo sistema, una tragedia umana: era una voce di bilancio, la soluzione tecnica a un problema commerciale. ## **Lin Zexu, i magazzini di Canton e il casus belli** ![Lin Zexu supervisiona a Canton la distruzione pubblica dell'oppio confiscato, gettato in fosse d'acqua davanti a funzionari, soldati e navi occidentali nel porto](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Lin-Zexu-i-magazzini-di-Canton-e-il-casus-belli-1024x576.png "Lin Zexu i magazzini di Canton e il casus belli - Scripta Manent Italia") La Cina, però, non rimase a guardare il proprio popolo intossicarsi e il proprio argento defluire all’inverso. Di fronte al dilagare dell’oppio e ai suoi effetti sociali ed economici, le autorità Qing decisero di reagire con forza, rafforzando i divieti e passando ai fatti. Fu nominato un funzionario integro e determinato, Lin Zexu, inviato a Canton, il principale punto d’ingresso del commercio, con il mandato di stroncare il traffico. Lin agì con decisione. Fece confiscare enormi quantità di oppio detenute dai mercanti stranieri, decine di migliaia di casse, e ne ordinò la distruzione pubblica, eclatante, in un gesto che voleva essere insieme pratico e simbolico. Dal punto di vista cinese, l’operazione era pienamente legittima e anzi doverosa: si trattava di difendere la salute dei sudditi, l’ordine sociale, l’economia, e di riaffermare la sovranità di un impero sul proprio territorio contro un commercio illegale e nocivo imposto da stranieri. Un governo che difende i propri cittadini da una droga importata di contrabbando: vista da Pechino, la cosa non aveva nulla di controverso. Vista da Londra, invece, era tutt’altro. La distruzione dell’oppio fu letta come un attacco intollerabile a interessi commerciali vitali, un’aggressione alla proprietà dei mercanti britannici e, indirettamente ma sostanzialmente, una minaccia all’intero sistema che garantiva l’approvvigionamento di tè e l’equilibrio dei conti. Toccare l’oppio significava toccare il tè, e toccare il tè significava toccare un nervo scoperto dell’economia e della società britanniche. Il gesto di Lin Zexu, nato come atto di sovranità e di tutela, divenne così il casus belli. ## **Cannoni per riaprire le teiere** Ne seguì la prima guerra dell’oppio. L’Inghilterra rispose all’iniziativa cinese con un intervento militare, e in particolare navale, in cui la sproporzione di forze risultò schiacciante. La superiorità tecnologica britannica, fatta di navi moderne, artiglieria potente e una marina capace di proiettarsi a grande distanza, si abbatté sulle difese costiere cinesi, bombardando porti e fortificazioni, costringendo l’impero a una resa che ne rivelò drammaticamente la vulnerabilità di fronte alla potenza industriale e militare occidentale. È fondamentale mettere a fuoco la vera logica di questo conflitto, al di là del nome con cui lo conosciamo. Non fu, in alcun senso, una crociata contro il proibizionismo, una guerra combattuta per affermare un principio di libero commercio o per difendere il diritto a usare una sostanza. Fu la difesa armata di un modello commerciale, quel sistema che teneva insieme due flussi inseparabili: il tè a basso costo per le masse inglesi e l’oppio per il mercato cinese. Si combatteva per preservare il meccanismo, non per un’idea. I cannoni servivano, in ultima analisi, a tenere aperte le teiere britanniche. Il conflitto, peraltro, non chiuse la partita. La seconda guerra dell’oppio, qualche anno più tardi, fu la prosecuzione dello stesso meccanismo: una nuova fase di apertura forzata, condotta stavolta con altre potenze occidentali, per estendere ulteriormente i privilegi commerciali e legalizzare e ampliare ciò che la prima guerra aveva imposto. La logica era identica, solo applicata con maggiore brutalità e ambizione. ## **Porti, extraterritorialità, Hong Kong: il conto del tè** Le guerre, si sa, si chiudono con i trattati, ed è nei trattati che il prezzo del tè si fa visibile in tutta la sua durezza. Gli accordi imposti alla Cina sconfitta, passati alla storia come «trattati ineguali», ridisegnarono i rapporti tra l’impero e l’Occidente in modo profondamente sbilanciato. Gli effetti furono pesantissimi. Si aprirono diversi porti al commercio straniero, sottraendoli al controllo esclusivo cinese; si cedette Hong Kong, che divenne possedimento britannico e base permanente nella regione; si imposero indennizzi ingenti a favore degli inglesi, compreso il rimborso per l’oppio distrutto da Lin Zexu, con un rovesciamento morale quasi grottesco; e si stabilì l’extraterritorialità, il principio per cui i cittadini britannici in Cina non rispondevano alle leggi cinesi ma a quelle del proprio paese, sottraendosi alla sovranità locale. Il significato profondo di tutto ciò va colto con chiarezza. Questi trattati trasformarono il flusso del tè, e del commercio in generale, da semplice scambio in un diritto garantito da un assetto giuridico imposto con la forza delle armi. Non si trattava più di comprare e vendere secondo le regole di chi ospitava il commercio, ma di un sistema di privilegi blindati, sottratti alla volontà cinese e protetti dalla minaccia militare. Ecco il punto politico più sorprendente: una sostanza «dolce» e domestica come il tè finiva per stare al centro di un regime di sovranità limitata, di un impero costretto con le cannonate a rinunciare al controllo del proprio territorio e delle proprie leggi. ## **La Cina del tè agli occhi dell’Occidente** ![Salotto vittoriano con coppia che beve il tè davanti a un giornale che descrive la Cina come razza decadente, con manifesti sul commercio britannico e navi in porto sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/La-Cina-del-te-agli-occhi-dellOccidente-1024x576.png "La Cina del tè agli occhi dellOccidente - Scripta Manent Italia") Parallelamente alle navi e ai trattati, si combatteva un’altra battaglia, più sottile e duratura: quella dell’immaginario. Mentre i cannoni aprivano i porti, in Europa si costruiva e si diffondeva una certa immagine della Cina, funzionale a giustificare quanto stava accadendo. Una Cina dipinta come chiusa, immobile, arretrata, incapace di stare al passo, e per giunta corrotta dall’oppio, un colosso malato e decadente. Questa rappresentazione serviva a una funzione precisa: trasformare l’aggressione in missione, l’intervento armato in opera di apertura e quasi di civilizzazione di un mondo che si era ostinato a rimanere indietro. Il tè entrò perfino nei discorsi sulla natura dei popoli. Si delineò una contrapposizione simbolica tra le bevande, in cui i costumi giudicati «molli», passivi, languidi, venivano associati al tè e all’oppio, e contrapposti a una presunta virilità occidentale incarnata da bevande considerate più energiche e attive. Una stessa bevanda poteva così assumere significati opposti a seconda del contesto. È un gioco di specchi affascinante e rivelatore. In Inghilterra il tè era simbolo di dolcezza domestica, di rispettabilità femminile, di calda intimità borghese, un valore positivo e identitario. Ma quando lo stesso tè veniva associato alla Cina, e all’oppio che con esso si era intrecciato, diventava segno di decadenza, di mollezza, di una civiltà rammollita e in declino. La bevanda non cambiava; cambiava chi la beveva e lo sguardo con cui la si guardava. E quello sguardo, costruito a tavolino, serviva a dare una veste morale a operazioni che di morale avevano ben poco. ## **Quante guerre nascono da ciò che beviamo** Tiriamo le fila di questa storia. Dietro un oggetto banale e quotidiano come una tazza di tè si nasconde un intero sistema di potere: imperi che si contendono il mondo, squilibri commerciali che minacciano le economie, politiche della droga usate come strumenti di bilancio, guerre combattute per difendere flussi di merci, trattati che impongono la volontà del più forte sotto forma di diritto. Il gesto domestico del tè delle cinque era la punta visibile e innocente di un iceberg fatto di argento, oppio, cannoni e sovranità violate. E qui vale la pena guardare al presente, perché la struttura è più familiare di quanto vorremmo. Oggi parliamo di guerre e tensioni per il petrolio, per il gas, per le terre rare, per il controllo delle rotte e delle risorse strategiche. Nel XIX secolo non era poi così diverso: cambiavano gli oggetti del desiderio, e l’ossessione passava per lo zucchero, il tè, l’oppio, le spezie, ma il meccanismo di fondo, quello per cui il bisogno di una materia prima muove flussi di capitali, costruisce dipendenze e infine giustifica l’uso della forza, era già pienamente all’opera. Le merci cambiano, la logica del potere che le insegue resta. La prossima volta che solleviamo una tazza, o riempiamo un serbatoio, o stringiamo in mano un dispositivo che contiene metalli estratti dall’altra parte del mondo, potremmo allora porci una domanda che vale per ieri come per oggi: quali equilibri di potere, quali catene di interessi, quali storie di forza e di sopraffazione tengono piena quella tazza, e a che prezzo, pagato da chi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [Le radici medievali delle odierne previsioni del tempo](https://scriptamanentitalia.it/le-radici-medievali-delle-previsioni-del-tempo/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Quando prevedere il tempo serviva prima di tutto a pregare](#Quando_prevedere_il_tempo_serviva_prima_di_tutto_a_pregare) - [Prevedere la pioggia leggendo Marte](#Prevedere_la_pioggia_leggendo_Marte) - [Se le rondini volano basse…](#Se_le_rondini_volano_basse%E2%80%A6) - [Quando il meteo diventa un genere editoriale](#Quando_il_meteo_diventa_un_genere_editoriale) - [Cosa abbiamo ereditato e cosa abbiamo buttato via](#Cosa_abbiamo_ereditato_e_cosa_abbiamo_buttato_via) - [Non indovinavano: ragionavano con gli strumenti che avevano](#Non_indovinavano_ragionavano_con_gli_strumenti_che_avevano) La sera, prima del telegiornale, qualcuno ci dice che tempo farà domani, dopodomani, fino al fine settimana. Dietro quelle mappe colorate ci sono satelliti in orbita, reti di stazioni a terra, supercalcolatori che macinano equazioni della fisica dell’atmosfera. È diventato così ovvio che quasi non ci pensiamo. Eppure vale la pena fermarsi su una domanda apparentemente banale: da quando, esattamente, l’essere umano prova a prevedere il tempo? Immaginiamoci nel tredicesimo secolo, nello studio di un chierico colto. Davanti a lui non ci sono satelliti ma tavole astronomiche, un astrolabio, manoscritti che arrivano dal mondo arabo e, attraverso di esso, dalla Grecia. Calcola le fasi della luna, l’ingresso del sole nei segni, il ritorno di un’eclissi. Più in basso, nei campi, un contadino legge altri segni: il colore del tramonto, il volo degli uccelli, l’umore del bestiame. Due mondi distanti che, sorprendentemente, lavorano sullo stesso problema. La tesi è proprio questa. Le previsioni del tempo hanno radici medievali profonde, in una combinazione tutt’altro che ingenua di astronomia, astrologia e osservazione empirica. ## **Quando prevedere il tempo serviva prima di tutto a pregare** Per capire come tutto cominci bisogna partire da un’esigenza che con il meteo, a prima vista, non c’entra nulla: calcolare la data della Pasqua. La festa più importante del calendario cristiano è mobile, perché legata a un intreccio di ciclo solare e ciclo lunare, e stabilirne ogni anno la data corretta divenne uno dei grandi problemi tecnici del Medioevo latino. Da qui nacque il *computus*, l’insieme delle procedure per calcolare le date mobili, un sapere coltivato nei monasteri e nelle scuole con enorme serietà. Calcolare la Pasqua significava padroneggiare le fasi lunari, i mesi lunari, l’anno solare e i loro rapporti, costruire e correggere tavole, riconoscere i cicli lunghi che riportano sole e luna nelle stesse posizioni. In altre parole, significava sviluppare una solida tradizione di osservazione e di calcolo del cielo. La liturgia, paradossalmente, fu uno dei più potenti motori dell’astronomia medievale: si studiava il moto degli astri prima di tutto per sapere quando pregare. E qui si apre la prima continuità, decisiva. Chi sa calcolare le fasi della luna, l’alternarsi delle stagioni, certi cicli celesti regolari, possiede già metà degli strumenti per azzardare previsioni del tempo. Le stesse competenze che servivano a fissare le feste servivano anche a scandire i lavori dei campi, a sapere quando seminare e quando temere il gelo. Il monaco che calcolava la Pasqua e il contadino che attendeva la pioggia guardavano, in fondo, lo stesso cielo, e il primo aveva gli strumenti per dare al secondo qualche risposta in più. ## **Prevedere la pioggia leggendo Marte** ![Astrologo medievale scrive un prognostico annuale in uno studio con tavole delle qualità dei pianeti, zodiaco, fasi lunari e astrolabio, torre e città sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Prevedere-la-pioggia-leggendo-Marte-1024x576.png "Prevedere la pioggia leggendo Marte - Scripta Manent Italia") Su questa base poggia la parte più colta e ambiziosa del discorso: l’astrometeorologia, l’arte di prevedere il tempo a partire dalla configurazione degli astri. Per la mentalità medievale, erede di una lunga tradizione, i fenomeni dell’atmosfera, le piogge, le siccità, i venti, le tempeste, non erano scollegati dal cielo profondo. Le posizioni dei pianeti, le fasi della luna, i segni dello zodiaco e le grandi configurazioni celesti venivano messe in relazione con i diversi tipi di tempo, in un sistema articolato che pretendeva di spiegare e anticipare il clima a partire dagli astri. Era un sapere ibrido, e proprio per questo interessante. Da un lato poggiava su calcoli astronomici autentici e raffinati, l’eredità greco-araba che attraverso traduzioni e rielaborazioni aveva fornito all’Occidente latino tavole, metodi e modelli del moto planetario. Dall’altro si reggeva su una cornice astrologica che attribuiva qualità ai pianeti e ai segni: l’uno caldo e secco, l’altro freddo e umido, ciascuno capace di influenzare l’aria secondo la propria natura. Astronomia di calcolo e astrologia delle qualità coesistevano nello stesso testo, nello stesso autore, senza percepirsi come contraddittorie. Il salto rispetto al semplice indizio del momento è enorme, e va colto. Non si trattava soltanto di osservare che «cielo rosso di sera fa bel tempo», un segno immediato e a brevissimo termine. Si trattava di produrre veri e propri prognostici annuali: dire in anticipo che l’anno a venire sarebbe stato umido o secco, che l’inverno sarebbe arrivato presto o tardi, che certi mesi avrebbero portato tempeste o gelate. Previsioni stagionali, di lungo periodo, costruite al tavolo con le tavole astronomiche e destinate a chi aveva bisogno di pianificare in grande: sovrani, città, mercanti. La domanda «che tempo farà l’anno prossimo?» non era un’oziosa curiosità: era un’informazione strategica, e qualcuno la calcolava di mestiere. ## **Se le rondini volano basse…** Sarebbe però un errore restare soltanto nelle università e nelle corti. Sotto il livello dotto, e intrecciato ad esso, viveva un mondo immenso di sapere pratico, quello dei segni del tempo e dei pronostici locali. Il colore del cielo all’alba e al tramonto, l’aria che si fa pesante, il comportamento degli animali, le rondini che volano basse, il bestiame inquieto, i cicli delle piante che fioriscono o si chiudono: una fittissima rete di indizi che generazioni di contadini, pastori e marinai avevano accumulato e tramandato. Sarebbe sbagliato liquidare tutto questo come pura credulità. Molti di quei segni hanno un fondamento reale, perché reagiscono a variazioni di umidità e pressione che precedono il cambiamento del tempo, e l’osservazione paziente ne aveva colto la ricorrenza ben prima che la fisica potesse spiegarla. Soprattutto, questo sapere non restava confinato all’oralità: veniva sistematizzato. Circolavano liste di segni, calendari, lunari, fogli che mettevano in fila i pronostici legati alle fasi della luna e ai giorni dell’anno, passando di villaggio in villaggio e di mano in mano. L’aspetto più affascinante è l’intreccio tra i due livelli. I manuali colti non disdegnavano affatto questi segni empirici: spesso li incorporavano, li rielaboravano, li mescolavano ai calcoli astronomici e alla cornice astrologica. Ne nasceva una miscela peculiare, in cui l’osservazione concreta del volo degli uccelli conviveva con la posizione di un pianeta, il dato sensoriale con il simbolo. Alto e basso non erano mondi separati, ma due strati dello stesso edificio, che si scambiavano materiali di continuo. ## **Quando il meteo diventa un genere editoriale** Con il basso Medioevo e il primo Rinascimento questo sapere diventa anche un prodotto, qualcosa che si richiede e si vende. Le previsioni del tempo, accanto a quelle politiche e mediche, entrano a far parte dei pronostici che principi e città commissionano regolarmente. Sapere se l’anno porterà raccolti abbondanti o carestia, tempo favorevole alle campagne militari o ai viaggi commerciali, è un’informazione che vale denaro e potere, e c’è chi è disposto a pagare per averla. Le università e gli astrologi professionisti rispondono a questa domanda producendo prognostici annuali, testi che combinano astronomia, astrologia e meteorologia per delineare il volto dell’anno a venire. E quando arriva la stampa, accade qualcosa di decisivo: quei fogli, prima manoscritti e costosi, si moltiplicano e si abbassano di prezzo, diventando almanacchi accessibili a un pubblico sempre più largo. Il pronostico esce dalle corti ed entra nelle case, si fa genere editoriale di successo, antenato diretto dei calendari e degli almanacchi che sarebbero circolati per secoli. C’è un dettaglio in tutto questo che è già pienamente moderno. Il fatto stesso che qualcuno paghi per sapere che tempo farà tra mesi, o per l’intero anno successivo, dice molto. Significa che il tempo non è più vissuto solo come capriccio imperscrutabile da subire, ma come variabile strategica da anticipare per organizzare semine, viaggi, commerci, guerre. L’idea che convenga investire risorse per ridurre l’incertezza sul clima futuro, idea che sta alla base anche dei nostri servizi meteo, era già operante secoli prima dei satelliti. ## **Cosa abbiamo ereditato e cosa abbiamo buttato via** Quanto di tutto questo arriva fino a noi, e quanto invece è stato abbandonato per strada? Conviene distinguere con nettezza ciò che è continuità da ciò che è rottura. Sul versante della continuità ereditiamo dai medievali alcune intuizioni di fondo che non abbiamo mai più lasciato. Anzitutto l’idea che il tempo non sia un capriccio assoluto e impenetrabile, ma un fenomeno che segue regolarità, ricorrenze, schemi: se ci sono pattern, si possono studiare, e se si possono studiare, si può tentare di prevedere. Poi la pratica di raccogliere dati, di annotare osservazioni e tenerne registro per affinare le previsioni; nel Medioevo non mancano esempi di studiosi che annotano sistematicamente il tempo giorno per giorno, in una forma embrionale di quei diari meteorologici che diventeranno la spina dorsale della scienza moderna. Infine l’uso delle previsioni come strumento di pianificazione economica e politica, che è esattamente ciò che continuiamo a fare. Sul versante della rottura, invece, qualcosa viene espulso radicalmente: la cornice astrologica. L’idea che a governare la pioggia e il vento sia la natura calda o fredda di un pianeta o la qualità di un segno zodiacale viene progressivamente abbandonata. Con l’età moderna entrano in scena gli strumenti di misura, il barometro e il termometro che permettono di quantificare ciò che prima si poteva solo descrivere; nascono le reti di osservatori, e nell’Ottocento il telegrafo consente per la prima volta di raccogliere in tempo reale dati da luoghi lontani e di tracciare le mappe sinottiche, fotografie dello stato dell’atmosfera su vasta scala. Da lì alla fisica dell’atmosfera e ai modelli numerici il passo, storicamente, è breve. Se ne può ricavare una formula chiara. Dai medievali ereditiamo l’idea stessa di poter prevedere il tempo e la pratica di incrociare l’osservazione del cielo con la raccolta di dati. Ciò che cambia in modo totale è l’apparato teorico con cui spieghiamo perché certi segni funzionano, o perché non funzionano affatto. Resta la domanda e resta il metodo di accumulare osservazioni; cambia per intero la teoria del mondo che le sostiene. ## **Non indovinavano: ragionavano con gli strumenti che avevano** ![Monaco medievale con astrolabio e prognostico annuale affiancato a un meteorologo moderno con mappe satellitari, simbolo del legame tra previsioni antiche e attuali](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Non-indovinavano-ragionavano-con-gli-strumenti-che-avevano-1024x576.png "Non indovinavano ragionavano con gli strumenti che avevano - Scripta Manent Italia") Tirando le fila, emerge un’immagine del Medioevo diversa dal cliché. Non un’epoca di sola superstizione contadina, ma un laboratorio in cui si incontrano e si contaminano cose lontanissime: la fisica di Aristotele, l’astronomia ereditata dal mondo arabo, la teologia cristiana con le sue esigenze di calendario, i bisogni concreti di chi lavora la terra e gli interessi di chi commercia e governa. Da questo incrocio nasce il tentativo, coerente e tutt’altro che sciocco, di anticipare il tempo. Parlare di radici medievali delle previsioni del tempo non significa sostenere che facessero meteorologia come la facciamo noi: gli strumenti, i dati, le teorie erano altri, e molte loro spiegazioni si sono rivelate sbagliate. Significa qualcosa di più sottile e più giusto. Significa riconoscere che si ponevano una domanda molto simile alla nostra, come anticipare il tempo per organizzare la vita, e che a quella domanda davano risposte coerenti con il loro quadro del mondo, usando il meglio di ciò che avevano. Non indovinavano a caso: ragionavano, con gli strumenti che possedevano. C’è una linea che unisce il monaco chino sulle tavole a calcolare un’eclissi e il meteorologo seduto davanti a un modello numerico. Cambiano gli strumenti, cambia tutto ciò che sta in mezzo, ma il gesto profondo è lo stesso: provare a dare al futuro un minimo di forma, sottrarre un pezzo di domani all’imprevedibilità, perché i vivi possano organizzarsi. È un bisogno antico quanto l’agricoltura, e nessun satellite lo ha cancellato. Lo ha solo, finalmente, reso un po’ più affidabile. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Come i romani parlavano ai morti per aiutare i vivi](https://scriptamanentitalia.it/come-romani-parlavano-morti-aiutare-vivi/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Mani, Lari, Penati: quando i morti restano in casa](#Mani_Lari_Penati_quando_i_morti_restano_in_casa) - [Davanti all’ara: trattare coi morti come con degli alleati](#Davanti_allara_trattare_coi_morti_come_con_degli_alleati) - [Gli antenati come garanti della res publica](#Gli_antenati_come_garanti_della_res_publica) - [Non solo protezione: quando i morti diventano arma](#Non_solo_protezione_quando_i_morti_diventano_arma) - [Parentalia e Lemuria: manutenzione del patto con l’aldilà](#Parentalia_e_Lemuria_manutenzione_del_patto_con_laldila) - [Salute, giustizia, memoria: il catalogo delle richieste](#Salute_giustizia_memoria_il_catalogo_delle_richieste) - [Non abbiamo smesso di parlare ai morti](#Non_abbiamo_smesso_di_parlare_ai_morti) È notte, alla fine della repubblica. Un uomo è inginocchiato in un campo fuori città, dove la terra è già stata smossa. Ha portato vino, latte, miele, un po’ di sangue di un animale appena sgozzato. Versa lentamente sul terreno, e il liquido sparisce nella fossa come bevuto da una bocca invisibile. L’odore è denso, vino acido e fumo di incenso, e nell’aria fredda resta sospeso il grasso bruciato dell’offerta. L’uomo pronuncia un nome. Lo dice ad alta voce, scandito, perché chi non ha più voce possa comunque sentirlo. Ripete una formula appresa a memoria, di quelle che si tramandano in famiglia o si comprano da chi sa. Chiede. Non si limita a ricordare il defunto: gli domanda qualcosa. Che protegga i suoi, che guidi una scelta, che colpisca un nemico, che confermi un diritto. Perché questo è il punto, e conviene dirlo subito. I Romani non parlavano ai morti soltanto per onorarne la memoria. Ci parlavano per ottenere: protezione, consigli, vendetta, legittimazione. Il morto era un interlocutore attivo, un alleato da tenersi buono, talvolta un’arma da puntare. La grande civiltà del diritto e delle legioni viveva immersa in una rete fittissima di rapporti con l’aldilà, e quella rete era tutto fuorché folklore: era un sistema, ordinato e quotidiano. ## **Mani, Lari, Penati: quando i morti restano in casa** Per capire quei riti bisogna entrare nella testa di un romano, e accettare un’idea che a noi suona strana: i morti non se ne andavano davvero. Restavano nei paraggi, e in qualche modo restavano in casa. I **Mani** erano la collettività dei defunti, gli antenati considerati nel loro insieme come una potenza benevola. Non a caso le lapidi si aprono per secoli con la sigla *D.M.*, *Dis Manibus*, «agli dei Mani»: il morto entrava a far parte di una schiera divina e protettiva. Accanto a loro vivevano i **Lari**, gli spiriti tutelari della casa e del luogo, spesso pensati come legati alla stirpe, e i **Penati**, custodi della dispensa e quindi della sopravvivenza materiale della famiglia. Ogni *domus* aveva il suo piccolo santuario, il larario, dove queste presenze ricevevano cibo, vino, fiori, una lampada accesa. Il confine tra vivi e morti, insomma, era poroso. I defunti continuavano a partecipare alla vita della casa: assistevano ai raccolti, vegliavano sulla fecondità, influivano sul destino dei discendenti. Non erano un ricordo, erano una componente della famiglia, semplicemente trasferita su un altro piano. E come ogni componente della famiglia, andavano coltivati. Il linguaggio delle iscrizioni lo dice meglio di qualunque trattato. Sulle tombe e sugli altari votivi tornano sempre gli stessi verbi all’imperativo gentile: «proteggi», «assisti», «sii benevolo», «veglia sui tuoi». Si scrive a un morto come si scriverebbe a un parente potente e suscettibile, da cui dipende qualcosa di concreto. ## **Davanti all’ara: trattare coi morti come con degli alleati** ![Donna romana versa vino nel larario domestico davanti alle statue dei Lari e Penati](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Davanti-allara-trattare-coi-morti-come-con-degli-alleati-1024x576.png "Davanti allara trattare coi morti come con degli alleati - Scripta Manent Italia") ai Lari nei giorni stabiliti, una focaccia, qualche chicco, un po’ di vino versato. Sulle tombe, nelle ricorrenze, si portava cibo vero, si accendevano lampade, si lasciavano corone e ghirlande di fiori. C’era persino l’uso di tubi e canali che convogliavano il vino direttamente verso le ceneri, perché il defunto potesse, in senso letterale, bere alla salute dei vivi. La logica di tutto questo è semplice e disarmante: si nutre il legame perché il legame continui a rendere. Un antenato onorato è un antenato che agisce a favore di chi lo onora, e quindi garantisce salute, prole, prosperità, buoni raccolti. Un antenato trascurato, invece, può voltare le spalle, o peggio. È difficile non leggervi una dimensione quasi contrattuale, un patto di mutuo soccorso tra vivi e morti. Io ti onoro, tu mi proteggi; io ti nutro, tu non mi dimentichi. Niente di cinico, intendiamoci: la pietas romana era sentimento sincero. Ma era anche un investimento, e i Romani, gente pratica, non vedevano alcuna contraddizione tra l’affetto per i propri morti e l’aspettativa di un ritorno. Si poteva amare un antenato e, contemporaneamente, aspettarsi che facesse la sua parte. ## **Gli antenati come garanti della res publica** Quello che valeva per la singola casa valeva, ingrandito, per l’intera città. Perché a Roma gli antenati non erano solo affari privati: erano capitale politico. Le grandi famiglie custodivano nell’atrio le *imagines*, le maschere di cera dei progenitori che avevano ricoperto le magistrature. Non erano cimeli: nei funerali pubblici venivano indossate da attori che impersonavano gli avi, sfilando in corteo dietro il defunto in una parata di morti illustri che camminavano di nuovo per le strade. Davanti alla bara si pronunciava l’elogio, la *laudatio*, che era insieme commemorazione e dichiarazione di potenza della *gens*. Più antenati gloriosi potevi mettere in fila, più pesava la tua famiglia nel presente. Invocare i morti, allora, diventava un gesto squisitamente politico. Richiamare gli avi serviva a legittimare una decisione, a sostenere una candidatura, a dare autorità a una linea: se gli antenati avevano fatto così, chi eri tu per fare diversamente? Il *mos maiorum*, il costume degli antenati, era la più formidabile delle autorità, perché parlava con la voce di chi non poteva essere smentito. E c’erano i grandi morti della città, non più di una famiglia ma di tutti. Fondatori, eroi, condottieri evocati nei discorsi come presenze che ancora vegliavano su Roma e ne indicavano la rotta. Romolo asceso tra gli dèi, i Decii sacrificatisi in battaglia, gli uomini che avevano fatto grande la repubblica: nominarli non era retorica, era convocarli. Si chiedeva ai padri della patria di confermare che la patria stava ancora seguendo la loro strada. ## **Non solo protezione: quando i morti diventano arma** Fin qui il lato luminoso del patto. Ma c’era anche l’altro, e i Romani non lo nascondevano troppo: i morti potevano essere usati per colpire. Ne resta una traccia archeologica impressionante, le *defixiones*, le tavolette di maledizione. Si tratta per lo più di lamine di piombo, materiale freddo e legato agli inferi, su cui si incideva una richiesta di danno. Ne sono state ritrovate a migliaia in tutto l’impero, dalle terme britanniche ai santuari del Nord Africa. Servivano a regolare conti privati: una causa giudiziaria da vincere schiacciando l’avversario, un amore da ottenere o da spezzare, una corsa di carri da truccare paralizzando aurighi e cavalli, un ladro da punire. Il rituale tipo era preciso. Si scriveva il nome della vittima, a volte completo di quello della madre per non sbagliare bersaglio. Si aggiungeva la formula di legame, che «consegnava» quella persona alle potenze invocate e le imponeva il silenzio, l’impotenza, la rovina: «lego la sua lingua, le sue mani, la sua mente». Poi la tavoletta andava depositata dove i morti potevano riceverla, dentro una tomba, in fondo a un pozzo, in una sorgente, in un santuario sotterraneo. Spesso veniva ripiegata o trafitta da un chiodo, e affidata di preferenza ai morti più adatti a fare da messaggeri: i defunti senza pace, i morti precoci, gli uccisi di morte violenta, che la cultura antica considerava irrequieti e quindi più disponibili a vagare e ad agire. Chi voleva osare ancora di più passava alla necromanzia vera e propria. Era soprattutto un’eredità greca, recepita a Roma con un misto di fascino e sospetto: l’arte di far parlare i defunti per strappare loro presagi, conoscere il futuro, leggere il destino degli eserciti. La letteratura latina ne ha lasciato ritratti memorabili, dalla strega tessala che nel poema di Lucano rianima un cadavere per interrogarlo sull’esito della guerra civile, fino alle fattucchiere notturne che scavano la terra dei sepolcri. Erano figure ai margini, temute e disprezzate, e tuttavia la loro esistenza dice qualcosa di chiaro: l’idea che i morti sapessero, e che si potesse costringerli a parlare, faceva parte dell’orizzonte mentale comune. ## **Parentalia e Lemuria: manutenzione del patto con l’aldilà** Tutto questo non era affidato all’improvvisazione. Roma, da brava civiltà del calendario, aveva istituzionalizzato la comunicazione con i morti, scandendola in ricorrenze fisse. Il rapporto con l’aldilà non era sporadico: era una manutenzione programmata. A febbraio cadevano i **Parentalia**, una settimana dedicata ai parenti defunti, giorni di compostezza in cui i templi restavano chiusi e i matrimoni sospesi. Le famiglie raggiungevano le tombe e portavano doni semplici e antichi, corone, qualche grano, sale, pane intinto nel vino, manciate di viole. Si nutrivano i morti perché restassero benevoli, e ci si nutriva con loro, in una sorta di banchetto condiviso a distanza. La sequenza si chiudeva con i **Feralia**, la giornata pubblica del culto, e l’indomani con la *Caristia*, in cui i vivi si riconciliavano tra loro: il legame con i morti rinsaldava anche quello tra chi restava. A maggio cambiava completamente il registro. Arrivavano i **Lemuria**, e qui non si trattava più di onorare, ma di placare. I *lemures* erano i morti inquieti, le ombre erranti che potevano infestare la casa e nuocere ai suoi abitanti. Il capofamiglia si alzava nel cuore della notte, scalzo, e compiva un rito tanto strano quanto codificato: si riempiva la bocca di fave nere e le gettava dietro le spalle senza voltarsi, ripetendo che con quelle fave riscattava sé e i suoi. Poi batteva il bronzo e intimava per nove volte agli spiriti ancestrali di andarsene. Era un esorcismo domestico, una dichiarazione di confine: vi onoriamo, ma adesso restate al vostro posto. Il contrasto tra le due feste racconta tutta la psicologia romana dei morti. A febbraio li si invita e li si nutre; a maggio li si congeda e li si scaccia. I morti sono alleati preziosi e ospiti potenzialmente pericolosi, e Roma aveva messo a calendario sia l’accoglienza sia il commiato. ## **Salute, giustizia, memoria: il catalogo delle richieste** Se proviamo a riassumere che cosa, in fondo, i Romani chiedessero ai loro morti, le innumerevoli formule si lasciano ricondurre a tre grandi domande. La prima è la **protezione**. Protezione della famiglia, della salute, della discendenza; dei campi e dei raccolti da cui dipendeva la vita; dei viaggi, dei commerci, delle imprese rischiose. Il morto benevolo era uno scudo, e onorarlo significava tenere quello scudo alzato. La seconda è la **giustizia**, che spesso prende la forma cruda della vendetta. Quando il diritto dei vivi non bastava, o arrivava troppo tardi, ci si rivolgeva ai morti e alle potenze degli inferi perché colpissero chi aveva fatto torto. La tavoletta di maledizione era, a suo modo, un tribunale d’appello sotterraneo: un modo per credere che il colpevole sfuggito ai giudici non sarebbe sfuggito a tutto. La terza è la **memoria**, e con essa l’identità. Chiedere ai morti di continuare a esistere significava anche chiedere di poter continuare, un giorno, a esistere a propria volta nel ricordo dei figli e della città. La peggiore delle condanne romane non era la morte, ma la *damnatio memoriae*, la cancellazione del nome. Restare nella storia della famiglia e di Roma era una forma di sopravvivenza, forse la sola in cui si potesse davvero contare. Dietro le tre richieste c’è un meccanismo profondamente umano, e per questo riconoscibile. Parlare ai morti serviva a ridurre l’angoscia, a dare un senso al dolore, a costruire un ordine morale che il mondo dei vivi, da solo, non garantiva. Se chi tradisce e chi opprime la fa franca quaggiù, l’idea che esista un altrove dove i conti tornano è una potente forma di consolazione e di disciplina insieme. I morti non servivano solo a sé stessi. Servivano, soprattutto, ai vivi. ## **Non abbiamo smesso di parlare ai morti** ![Donna moderna al cimitero accanto a un romano antico, rito funebre tra passato e presente](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Non-abbiamo-smesso-di-parlare-ai-morti-1024x576.png "Non abbiamo smesso di parlare ai morti - Scripta Manent Italia") Ed è qui che la distanza con noi si accorcia di colpo. Perché tutto questo non è affatto finito. Continuiamo a portare fiori sulle tombe, ad accendere lumini, a tornare al cimitero negli anniversari come i romani tornavano alle loro nei Parentalia. Continuiamo a parlare mentalmente ai nostri morti, a chiedere loro un consiglio, un permesso, una forza, persino quando non crediamo a nulla di soprannaturale: lo facciamo lo stesso, perché il bisogno viene prima della teologia. E continuiamo, eccome, a fare dei morti uno strumento pubblico. I padri della patria evocati nei discorsi, i caduti commemorati per sostenere una causa, i martiri di ogni parte chiamati a benedire la battaglia presente: è lo stesso gesto antico di convocare gli avi a garanzia delle scelte di oggi. Cambiano i supporti, non la logica. Dove c’era una *imago* di cera oggi c’è una fotografia su un monumento; dove c’era il vino versato nella terra oggi c’è un post commemorativo che riempie di nomi i nostri anniversari collettivi. Torniamo, per finire, a quell’uomo inginocchiato nella notte tardo-repubblicana, che versa il vino sul terreno e sussurra un nome perché chi non ha più voce possa sentirlo. Il suo equivalente, oggi, può essere una lapide visitata in silenzio, un monumento ai caduti davanti a cui ci si scopre il capo, un messaggio scritto a chi non potrà mai leggerlo. Vale allora la pena di rovesciare il pregiudizio con cui di solito guardiamo a queste cose. Il dialogo con i morti non è una superstizione esotica di un passato ingenuo. È uno dei modi più antichi e più radicati che abbiamo per prendere decisioni, regolare i conti, consolarci e, soprattutto, raccontare a noi stessi chi siamo. I romani lo sapevano e lo dicevano apertamente. Noi lo facciamo ancora, fingendo di non farlo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Lo spettacolo delle esecuzioni pubbliche](https://scriptamanentitalia.it/lo-spettacolo-delle-esecuzioni-pubbliche/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Quando la giustizia è anche spettacolo](#Quando_la_giustizia_e_anche_spettacolo) - [Dove si muore (e perché proprio lì)](#Dove_si_muore_e_perche_proprio_li) - [Processione della morte](#Processione_della_morte) - [Anatomia di una lezione esemplare](#Anatomia_di_una_lezione_esemplare) - [Chi guarda? E che cosa vede?](#Chi_guarda_E_che_cosa_vede) - [Il boomerang del patibolo](#Il_boomerang_del_patibolo) - [L’uomo che sta tra la legge e il sangue](#Luomo_che_sta_tra_la_legge_e_il_sangue) - [Quando uccidere in piazza non funziona più](#Quando_uccidere_in_piazza_non_funziona_piu) - [Spettacolo del castigo ieri e oggi](#Spettacolo_del_castigo_ieri_e_oggi) È un giorno di esecuzione in una grande città europea, Londra o Parigi, Napoli o Vienna. Da ore la folla si raduna intorno al patibolo: venditori ambulanti smerciano cibo e bevande, le finestre che danno sulla piazza sono affittate a caro prezzo, i bambini vengono issati sulle spalle perché possano vedere, le autorità prendono posto in prima fila. Il ritmo ordinario della città si è interrotto. Tutti, per qualche ora, guardano nella stessa direzione, verso lo stesso punto sopraelevato dove di lì a poco un uomo morirà. Sarebbe riduttivo chiamare tutto questo semplicemente «pena». È un evento, nel senso pieno del termine: qualcosa che sospende la normalità, raduna la comunità, concentra l’attenzione collettiva. E proprio in questa natura di evento sta la sua chiave. Nell’età moderna l’esecuzione pubblica è uno strumento di comunicazione politica, un teatro accuratamente allestito in cui lo Stato mette in scena il proprio potere mostrandolo dove è più visibile e indiscutibile: sul corpo di chi ha violato la legge. Non si tratta solo di punire un colpevole, ma di parlare a tutti gli altri, di scrivere una lezione nella carne perché l’intera città la legga. Capire questo teatro, le sue regole, i suoi attori e i suoi rischi, significa capire qualcosa di profondo su come il potere si rappresentava allora, e su come, sotto altre forme, continua a farlo. ## **Quando la giustizia è anche spettacolo** Prima di tutto va chiarito di che cosa parliamo. Non di linciaggi, non di violenza spontanea della folla, ma di pene capitali decise da tribunali regolari, al termine di procedure stabilite. Sentenze firmate, ruoli definiti, gradi di giudizio, formalità rispettate: tutto avviene dentro la cornice della legge. È lo Stato, attraverso i suoi organi, a stabilire chi deve morire, come e quando. La morte sul patibolo è, in senso stretto, legale. All’interno di questo quadro conviene distinguere almeno due livelli. C’è la giustizia ordinaria, che colpisce i reati comuni più gravi: i furti di una certa entità, gli omicidi, il brigantaggio, le offese all’ordine quotidiano. E c’è la giustizia esemplare, riservata ai reati che toccano i fondamenti del potere e del sacro: i delitti politici, quelli religiosi, quelli simbolici, il tradimento, il sacrilegio, l’attentato alla persona del sovrano. I due livelli non ricevono lo stesso trattamento, e la differenza si misura proprio nel grado di spettacolarità della morte inflitta. Qui sta il punto che ribalta l’intuizione comune. Saremmo portati a pensare che la legalità, con le sue regole, serva a contenere lo spettacolo, a tenere a freno la violenza, a rendere la pena più sobria. È vero il contrario. La legalità non limita lo spettacolo: lo organizza. È la procedura stessa, con le sue tappe codificate, a costruire la messa in scena, a stabilire l’ordine dei gesti, a garantire che la lezione arrivi al pubblico nel modo più efficace. La forma giuridica non è il freno del teatro del patibolo, ne è il copione. ## **Dove si muore (e perché proprio lì)** Un teatro ha bisogno di un palcoscenico, e la scelta del luogo non è mai casuale. Le città individuano spazi precisi per le esecuzioni: le piazze centrali, i mercati affollati, gli incroci più trafficati, i ponti, le alture ben visibili da lontano. Ogni elemento di questa geografia risponde a una logica unica: l’esecuzione deve essere vista, dal maggior numero possibile di persone, nel modo più chiaro possibile. La piazza, in questa prospettiva, smette di essere soltanto il luogo del commercio e della vita quotidiana per diventare il palcoscenico del potere sovrano. Lo stesso spazio in cui la gente compra, vende, si incontra e chiacchiera si trasforma, nel giorno dell’esecuzione, nel punto in cui lo Stato manifesta la propria forza assoluta. Questa sovrapposizione è voluta: il potere si mostra non in un luogo separato e remoto, ma nel cuore stesso della vita comune, perché tutti capiscano che la sua mano arriva ovunque. Le soluzioni concrete variavano da regione a regione. Alcune città disponevano di un patibolo fisso, una struttura permanente che era essa stessa un monito stabile, visibile anche nei giorni in cui nessuno vi moriva. Altre preferivano strutture mobili, montate per l’occasione e poi rimosse. E in certi casi si sceglievano luoghi carichi di significato sacro, come lo spazio davanti a una cattedrale, per rafforzare il messaggio sovrapponendo l’autorità divina a quella terrena: morire lì significava essere giudicati non solo dagli uomini ma, simbolicamente, anche da Dio. ## **Processione della morte** ![Processione del condannato verso il patibolo in una piazza storica con lettura della sentenza, clero, tamburino e folla assiepata davanti alla cattedrale](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Processione-della-morte-1024x576.png "Processione della morte - Scripta Manent Italia") Lo spettacolo aveva una sceneggiatura precisa, una sequenza di gesti che si ripeteva con poche varianti. Si cominciava con la lettura pubblica della sentenza, che ristabiliva il quadro: ecco il colpevole, ecco la sua colpa, ecco la decisione della legge. Seguiva la processione del condannato verso il luogo dell’esecuzione, un percorso attraverso la città che era già parte dello spettacolo, un’esibizione lenta e visibile del reo davanti alla folla. C’erano poi la confessione finale, spesso sollecitata e attesa, l’ultimo discorso del condannato dal patibolo, la preghiera, e infine il gesto del carnefice che chiudeva la scena. Tutto questo era profondamente rituale. L’ordine dei gesti era stabilito, le formule si ripetevano, i simboli abbondavano: le croci, le bandiere, il rullo dei tamburi, le vesti, la presenza congiunta delle autorità civili e di quelle religiose, ciascuna al suo posto a rappresentare un aspetto del potere. Nulla era lasciato al caso, perché ogni dettaglio aveva una funzione. E la funzione, in ultima analisi, era pedagogica. L’esecuzione era una lezione pubblica, e ogni suo elemento serviva a insegnare qualcosa. La lettura della sentenza insegnava il legame tra colpa e castigo; la confessione e il pentimento del condannato insegnavano la possibilità del ravvedimento e il potere della misericordia; la solennità religiosa insegnava che la giustizia umana rispecchiava un ordine più alto; la severità del supplizio insegnava le conseguenze della trasgressione. La folla doveva uscire dalla piazza avendo imparato, nel modo più memorabile, dove passava il confine tra il lecito e il proibito, e che cosa attendeva chi osava varcarlo. ## **Anatomia di una lezione esemplare** Nei casi esemplari, quelli dei reati più gravi e simbolici, la lezione si scriveva sul corpo con particolare durezza. Il condannato non veniva semplicemente ucciso: il suo corpo veniva «lavorato», trattato secondo modalità che andavano ben oltre la sola soppressione della vita. Squartamenti, decapitazioni, esposizione di teste e di arti, marchi impressi a fuoco, roghi: il repertorio dei supplizi era ampio e calibrato. Ed è proprio la parola «calibrato» a contare. Il tipo di morte non era uniforme, ma proporzionato alla natura del reato e al messaggio che si voleva trasmettere. Un traditore, un sacrilego, chi avesse attentato alla persona del sovrano, erano destinati a supplizi più visibili, più prolungati, più atroci di quelli riservati a un comune omicida. Più il delitto toccava i fondamenti del potere e dell’ordine, più la pena doveva essere clamorosa, perché la gravità della trasgressione si misurava nella spettacolarità della punizione. La morte era graduata come un linguaggio. Da qui discende l’aspetto forse più impressionante: il corpo diventava testo. I resti del giustiziato, le teste infilzate, gli arti appesi, esposti sulle porte delle città, sui ponti, sulle mura, non erano un residuo casuale dell’esecuzione, ma messaggi permanenti, lasciati lì a parlare per giorni, mesi, talvolta anni. Chi entrava in città o ne usciva, chi attraversava un ponte, leggeva quel monito senza bisogno di parole. L’esecuzione finiva in un istante, ma il suo testo, scritto sulla carne esposta, continuava ad ammonire a lungo dopo che lo spettacolo era terminato. ## **Chi guarda? E che cosa vede?** Nessun teatro esiste senza pubblico, e il pubblico del patibolo era vario e numeroso. C’erano i curiosi e i vicini, ma anche gente accorsa dalle campagne e dai centri vicini per non perdere l’evento; c’erano i venditori che ne approfittavano per i loro affari; e c’erano i bambini, spesso portati apposta dai genitori «perché imparassero», perché vedessero con i propri occhi che cosa comporta il crimine. La piazza dell’esecuzione era, a suo modo, anche un’aula. Ma è proprio sul pubblico che il meccanismo rivela tutta la sua ambivalenza. In teoria gli spettatori dovevano uscirne intimoriti e moralizzati, ammaestrati dalla paura. Nella pratica, però, la folla cercava spesso anche intrattenimento. Si tifava, si commentava, si insultava il condannato o, al contrario, lo si compativa; si reagiva ai suoi gesti e alle sue parole; l’evento tragico era anche, per molti, una giornata diversa dalle altre, un’occasione di emozione collettiva non troppo lontana da quella di altri spettacoli. E soprattutto la folla non era passiva. Reagiva, gridava, prendeva posizione. In certi casi poteva ribaltare il senso stesso della messa in scena, trasformando l’esecuzione in una forma di protesta: fischi rivolti non al reo ma alle autorità, applausi e parole di solidarietà per il condannato, mormorii di dissenso. Lo Stato allestiva lo spettacolo per affermare il proprio potere, ma una volta radunata, quella massa di persone diventava un attore imprevedibile, capace di approvare il messaggio o di rovesciarlo davanti a tutti. ## **Il boomerang del patibolo** Questa imprevedibilità del pubblico apriva il rischio più grave per chi governava: che lo spettacolo producesse l’effetto opposto a quello voluto. Invece di obbedienza e timore, simpatia e ammirazione. Accadeva soprattutto con certe categorie di condannati: i ribelli, gli uomini di fede, i pensatori, coloro che andavano alla morte con fermezza, senza piegarsi, magari pronunciando parole alte o pregando con compostezza. Un condannato che moriva «a testa alta» rischiava di trasformarsi, agli occhi della folla, da criminale in eroe, da reo in martire. In questi casi il patibolo diventava un boomerang. Anziché cancellare il colpevole, lo consacrava; anziché spegnere la sua causa, la alimentava. E qui entrava in gioco un fattore decisivo: il controllo del racconto. Ciò che restava dell’esecuzione, una volta dispersa la folla, erano le cronache, le stampe popolari che la illustravano, le ballate che la mettevano in versi e la facevano circolare di bocca in bocca. Chi controllava queste narrazioni controllava il significato dell’evento. E quando il racconto sfuggiva alle autorità, l’esecuzione poteva trasformarsi in potente strumento di propaganda contro il potere stesso, fissando nella memoria collettiva non la giustezza del castigo ma l’ingiustizia subita dalla vittima. Le autorità ne erano consapevoli, e ne avevano paura. È rivelatore che, quando si temeva che un condannato potesse infiammare la folla e capovolgere il senso della cerimonia, si preferisse talvolta sottrarre l’esecuzione alla piazza, spostandola in luoghi più chiusi e controllati, lontano dagli sguardi. Già in questa scelta, dettata dal timore, si intravede il principio che molto più tardi avrebbe trasformato l’intero sistema: se lo spettacolo rischia di ritorcersi contro chi lo organizza, meglio ridurre il pubblico. ## **L’uomo che sta tra la legge e il sangue** In tutto questo apparato c’è una figura cruciale e profondamente ambigua: il carnefice. Ufficialmente era una pedina necessaria della macchina della giustizia, l’esecutore materiale della volontà dello Stato, senza il quale la sentenza sarebbe rimasta lettera morta. Eppure questa stessa figura era quasi sempre socialmente emarginata, guardata con un misto di timore e disprezzo, tenuta ai margini della comunità. In molti contesti il boia svolgeva anche altre mansioni legate al corpo e alla morte, dal trattamento delle ferite a pratiche da medico empirico, dalla sepoltura dei reietti alla conduzione delle torture. La sua ambiguità è il cuore della questione. Il carnefice era la mano dello Stato, ed eseguiva ciò che la legge ordinava; ma proprio per questo assorbiva su di sé tutto l’orrore e l’odio legati alla violenza concreta del supplizio. Era un dispositivo, anche simbolico, che permetteva al potere e in particolare alla figura del sovrano di restare «puro»: la decisione veniva dall’alto, dalla legge, dalla giustizia, ma le mani che si sporcavano di sangue erano altre, quelle di un uomo collocato fuori dalla società onorata. Il disgusto si scaricava su di lui, lasciando immacolata l’autorità che pure aveva voluto la morte. C’è infine un dettaglio che dice molto sul sistema: la competenza tecnica del boia faceva parte della rispettabilità dell’intera macchina. Saper colpire bene, eseguire con precisione, non prolungare inutilmente la sofferenza, erano qualità apprezzate e richieste. Un’esecuzione mal riuscita, goffa, che faceva soffrire oltre il previsto, era percepita come uno scandalo, una macchia sul decoro della giustizia. La morte doveva essere terribile, ma in qualche modo «corretta»: anche nell’orrore, il sistema pretendeva la sua forma. ## **Quando uccidere in piazza non funziona più** Questo modello, apparentemente solidissimo, entrò in crisi tra Settecento e primo Ottocento. A incrinarlo concorsero diversi fattori che maturavano insieme. Le critiche degli illuministi misero in discussione l’utilità stessa dello spettacolo del supplizio, sostenendo che la certezza della pena contava più della sua atrocità e che la crudeltà esibita imbarbariva la società invece di migliorarla. Si fece strada una nuova sensibilità verso il corpo e verso la sofferenza, che cominciò a percepire come intollerabile ciò che prima era ordinario. Crebbero le idee di rieducazione del colpevole, in alternativa alla sua semplice eliminazione. E si diffuse il timore che lo spettacolo, lungi dal moralizzare, alimentasse nel pubblico un malsano «gusto del sangue», abituando la gente alla violenza anziché distoglierla dal crimine. Da qui una serie di trasformazioni convergenti. Le esecuzioni cominciarono a essere spostate in spazi più controllati e appartati, cortili interni, recinti carcerari, sottratti alla vista della folla. La componente di tortura e di spettacolarizzazione del corpo si ridusse progressivamente. E, sul lungo periodo, si avviarono le abolizioni, prima parziali e poi sempre più estese, della pena capitale stessa. La tesi da trattenere, però, è più sottile di un semplice «siamo diventati più miti». La pena di morte non sparì di colpo, e per molto tempo continuò a essere praticata. Ciò che cambiò radicalmente fu il suo rapporto con il pubblico. Da teatro affollato in piazza, l’esecuzione si fece procedura riservata; da messa in scena pedagogica davanti a tutti, divenne atto amministrativo compiuto dietro le mura, lontano dagli occhi. Sempre meno spettacolo, sempre più burocrazia. Il potere smise di voler mostrare la propria forza sul corpo del condannato, e cominciò, al contrario, a volerla nascondere. ## **Spettacolo del castigo ieri e oggi** ![Confronto simbolico tra un'esecuzione pubblica d'epoca in piazza e uno schermo moderno con telecamere e smartphone che riprendono l'evento in diretta](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Spettacolo-del-castigo-ieri-e-oggi-1024x576.png "Spettacolo del castigo ieri e oggi - Scripta Manent Italia") Verrebbe da concludere che quel mondo è morto con i suoi patiboli. Ma il bisogno che lo animava, quello di vedere il colpevole, di assistere al castigo, di partecipare collettivamente all’amministrazione della paura e della giustizia, non è affatto scomparso. Ha solo cambiato palcoscenico. Lo ritroviamo nelle forme contemporanee dello spettacolo del castigo: la cronaca nera trasformata in narrazione di massa, i processi seguiti come fossero serie televisive, le ricostruzioni morbose dei delitti, l’enorme industria del racconto criminale che mette in scena colpe, vittime e punizioni per un pubblico vastissimo. La struttura profonda è sorprendentemente simile a quella della piazza: c’è un colpevole da esibire, una folla che guarda e giudica, una lezione esemplare da trarre, una paura da amministrare attraverso storie. Cambia la scenografia, dalla piazza allo schermo, ma non il copione di fondo. Oggi non ci ammassiamo più in piazza sotto il patibolo per vedere cadere una testa. Ma continuiamo a guardare, in massa, come lo Stato, o l’opinione pubblica, «ammazza legalmente» reputazioni, carriere, figure scomode, sotto i riflettori delle telecamere e nel frastuono dei commenti. Il corpo non viene più squartato, ed è una conquista di civiltà che non va sminuita. Eppure il teatro del castigo non ha chiuso i battenti: ha solo spostato la scena, e a noi spettatori resta da chiederci, ogni volta che ci raduniamo a guardare, se stiamo cercando giustizia o se stiamo soltanto godendo dello spettacolo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [Quando l'Italia bombardò Belgrado. La guerra “umanitaria”](https://scriptamanentitalia.it/quando-italia-bombardo-belgrado-guerra-umanitaria/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Dalle pulizie etniche alla guerra senza ONU](#Dalle_pulizie_etniche_alla_guerra_senza_ONU) - [Non solo «piattaforma», ma anche mano sul grilletto](#Non_solo_%C2%ABpiattaforma%C2%BB_ma_anche_mano_sul_grilletto) - [La sinistra al governo che scopre la guerra «giusta»](#La_sinistra_al_governo_che_scopre_la_guerra_%C2%ABgiusta%C2%BB) - [Belgrado vista da Roma, Belgrado vista da Belgrado](#Belgrado_vista_da_Roma_Belgrado_vista_da_Belgrado) - [Una guerra senza dichiarazione e senza ONU](#Una_guerra_senza_dichiarazione_e_senza_ONU) - [La guerra che non vogliamo ricordare](#La_guerra_che_non_vogliamo_ricordare) - [Da Belgrado in poi: la normalizzazione della guerra «a bassa intensità»](#Da_Belgrado_in_poi_la_normalizzazione_della_guerra_%C2%ABa_bassa_intensita%C2%BB) Marzo 1999, decollo notturno da una base del Nord o del Sud Italia. Luci di posizione spente, rombo dei motori nel buio, piloti italiani inseriti in una missione della NATO diretta verso la Jugoslavia. A poche centinaia di chilometri, nei salotti televisivi, si discute con tono compunto di «guerra umanitaria», di «intervento necessario», di una comunità internazionale che «non può restare a guardare». Le due scene si svolgono in contemporanea, ma sembrano appartenere a due mondi diversi: la guerra reale che parte dalle piste italiane e la conversazione ovattata che la trasforma in una questione morale astratta. È proprio in questo scarto che si nasconde il punto. Un Paese che ama raccontarsi come estraneo alla guerra, costituzionalmente votato alla pace, naturalmente portato alla mediazione e mai allo scontro, è in realtà la piattaforma centrale e un attore diretto della prima grande campagna di bombardamenti su una capitale europea dalla fine della seconda guerra mondiale. Non un osservatore lontano, non un fornitore neutrale di assistenza, ma un protagonista operativo. Le bombe che cadono su Belgrado partono, in buona parte, da casa nostra. Questo articolo prova a ricostruire quel ruolo nella sua concretezza, a metterlo accanto al modo in cui ce lo siamo raccontati allora e poi rimosso, e a capire che cosa quella primavera del 1999 dica dell’Italia come attore militare, allora e oggi. Perché fu lì, in quelle settimane, che qualcosa cambiò in modo silenzioso ma profondo, senza che il Paese se ne accorgesse fino in fondo, e forse senza che volesse accorgersene. ## **Dalle pulizie etniche alla guerra senza ONU** Conviene partire dal contesto, perché senza di esso ogni giudizio rischia di essere ingiusto. In Kosovo, regione della Jugoslavia a maggioranza albanese, si era acceso da tempo un conflitto durissimo tra le forze serbe e la guerriglia indipendentista, accompagnato da una pesante repressione, da violenze contro i civili e da esodi di popolazione. Le immagini delle colonne di profughi in fuga, lo spettro fresco di Srebrenica e dei massacri bosniaci di pochi anni prima, alimentavano un senso di urgenza e l’idea che l’Occidente non potesse permettere il ripetersi di un orrore simile nel cuore dell’Europa. I tentativi di negoziato, culminati nella conferenza di Rambouillet, fallirono, in un clima di reciproche accuse e di richieste percepite da Belgrado come inaccettabili. A quel punto la NATO decise di intervenire con una campagna aerea contro la Jugoslavia, allo scopo dichiarato di fermare la repressione e costringere il regime di Belgrado a recedere. Ma quella decisione portava con sé un nodo decisivo: l’intervento avvenne senza un mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, perché un’autorizzazione del genere sarebbe stata bloccata. La giustificazione fu cercata altrove, nel linguaggio della responsabilità umanitaria, del dovere morale di impedire crimini di massa anche in assenza di una copertura formale del diritto internazionale. È un passaggio che pesa più di quanto allora si volle ammettere. Si trattava del primo grande precedente di intervento armato occidentale in Europa dopo la fine della guerra fredda condotto al di fuori del quadro delle Nazioni Unite. Una soglia veniva varcata: la forza militare usata in nome di un principio morale, scavalcando l’istituzione che, nel sistema costruito dopo il 1945, avrebbe dovuto avere l’ultima parola sull’uso legittimo della forza. Che lo si giudichi una necessità di fronte all’orrore o una pericolosa scorciatoia, resta il fatto che da lì in avanti nulla sarebbe stato esattamente come prima. ## **Non solo «piattaforma», ma anche mano sul grilletto** Veniamo al ruolo dell’Italia, e qui è importante essere precisi, perché è proprio su questo punto che la memoria collettiva tende a sfumare. L’Italia mise sul tavolo, anzitutto, una rete di infrastrutture decisiva: le basi aeree sul proprio territorio, i porti, lo spazio aereo attraversato dalle missioni, il supporto logistico senza il quale l’intera campagna sarebbe stata enormemente più difficile da condurre. Per la sua posizione geografica, l’Italia era la grande piattaforma da cui partiva una quota rilevante delle operazioni dirette verso i Balcani. Ma sarebbe un errore, e un errore comodo, fermarsi al ruolo di semplice piattaforma passiva. L’impegno italiano non fu solo quello di chi mette a disposizione il cortile di casa. L’aeronautica militare schierò i propri velivoli da attacco, integrati nello sforzo bellico della NATO, e quei velivoli parteciparono concretamente a missioni contro obiettivi in territorio jugoslavo. Non si trattò di un contributo simbolico o di retroguardia: ci fu una partecipazione operativa diretta, una mano sul grilletto accanto a quella degli alleati. E va ricordato il quadro politico in cui tutto questo avvenne, perché contribuisce a spiegare le ambiguità del racconto successivo. Al governo c’era una coalizione di centrosinistra, guidata da un presidente del Consiglio proveniente dalla tradizione della sinistra italiana. Fu sotto quel governo che l’Italia partecipò, per la prima volta, a bombardamenti contro un Paese europeo, e lo fece senza alcuna dichiarazione formale di guerra. Una svolta storica nella postura militare del Paese, decisa e attuata proprio da chi, per storia e cultura politica, si sarebbe immaginato più riluttante di fronte a una scelta simile. ## **La sinistra al governo che scopre la guerra «giusta»** Quella circostanza, una sinistra di governo che conduce un Paese in guerra, generò tensioni profonde, e merita di essere guardata da vicino senza sarcasmo ma senza reticenze. La coalizione e più in generale il mondo della sinistra italiana erano attraversati da una contraddizione lacerante: da un lato una lunga tradizione pacifista, antimilitarista, diffidente verso le alleanze occidentali e verso l’uso della forza; dall’altro il desiderio, in quel preciso momento storico, di mostrarsi un partner affidabile e maturo in ambito NATO ed europeo, di dimostrare che la sinistra al governo sapeva assumersi responsabilità internazionali senza sottrarsi. Le giustificazioni ufficiali fecero leva sul registro morale più alto: fermare crimini di massa, impedire una nuova Srebrenica, proteggere una popolazione civile minacciata. «Non potevamo restare a guardare» divenne la formula riassuntiva, e non era una formula priva di fondamento, perché la sofferenza in Kosovo era reale e l’inazione aveva anch’essa un costo umano. La questione non era inventata: di fronte a un possibile massacro, l’argomento dell’intervento aveva una sua forza etica genuina. Eppure attorno a quelle giustificazioni si addensarono ambivalenze evidenti. La principale fu di tipo semantico: si evitò accuratamente di chiamare «guerra» ciò che si stava facendo, preferendo «intervento umanitario», «operazione», «missione». Il pacifismo, non potendo opporsi all’azione, si spostò sulle parole, conservando il linguaggio della pace mentre si conducevano i bombardamenti. E parallelamente si tese a minimizzare il ruolo operativo italiano, a presentare il Paese più come ospite obbligato delle basi che come partecipante attivo, attenuando agli occhi dell’opinione pubblica la portata reale dell’impegno. Una parte della sinistra, peraltro, non accettò il compromesso e si oppose apertamente, aprendo fratture che avrebbero lasciato il segno. Ma la linea di governo tenne, e con essa l’idea che esistesse, finalmente, una guerra che si poteva definire «giusta». ## **Belgrado vista da Roma, Belgrado vista da Belgrado** ![ALT: Confronto tra un salotto italiano che guarda in TV i bombardamenti su Belgrado e una strada serba distrutta con civili tra le macerie, 1999](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Belgrado-vista-da-Roma-Belgrado-vista-da-Belgrado-1024x572.png "Belgrado vista da Roma Belgrado vista da Belgrado - Scripta Manent Italia") Il modo in cui i bombardamenti vennero raccontati dipese enormemente da dove si guardava, e mettere a confronto le due prospettive è istruttivo. Nella narrazione italiana ed europea prevalente, l’operazione era una missione necessaria ma misurata, condotta con attenzione, mirata a obiettivi militari e infrastrutturali, attenta per quanto possibile a risparmiare i civili. Si parlava di precisione tecnologica, di colpi chirurgici, di una forza usata con riluttanza e con cura. La guerra raccontata da questo lato dell’Adriatico aveva i contorni puliti di un intervento doloroso ma controllato. La percezione dall’altra parte era radicalmente diversa. Da Belgrado, e dal punto di vista di chi i bombardamenti li subiva, si trattava semplicemente di un’aggressione: una capitale europea colpita dall’alto per settimane, con vittime civili, ponti distrutti, infrastrutture devastate, perfino la sede della televisione di Stato colpita, e altri episodi che provocarono morti e clamore internazionale. Per chi viveva sotto le sirene d’allarme, non c’era nulla di chirurgico né di astratto: c’era distruzione concreta, paura, lutto, e la convinzione di essere vittime di un attacco illegale condotto da una potenza schiacciante. Emerge qui una distanza emotiva che vale la pena fissare, perché spiega molto. Per gran parte dell’opinione pubblica italiana quella fu, in fondo, un’operazione lontana e in larga misura astratta, percepita attraverso lo schermo televisivo come una vicenda morale che riguardava altri, combattuta da macchine in un cielo distante. Per chi la subiva era invece esperienza fisica, immediata, fatta di edifici crollati e di nomi di morti. La stessa guerra era, allo stesso tempo, un dibattito etico in un salotto romano e un incubo concreto in una città bombardata. Questa asimmetria di percezione non è un dettaglio: è uno dei motivi per cui ci è stato così facile, poi, dimenticare. ## **Una guerra senza dichiarazione e senza ONU** Sul piano giuridico e politico, la vicenda lascia aperti nodi che non si sono mai davvero sciolti. Il problema centrale, lo si è detto, fu l’assenza di un’esplicita autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. L’intervento venne giustificato in termini di necessità umanitaria, di prevenzione di crimini di massa, di un dovere morale superiore alle procedure formali. Ma sul piano del diritto internazionale restava un’operazione in una zona grigia, condotta senza la copertura che il sistema delle Nazioni Unite avrebbe richiesto. Su questo punto il giudizio non è semplice, ed è giusto riconoscerlo. Una delle valutazioni più note che ne furono date sintetizzò la questione con una formula divenuta celebre: un intervento «illegale ma legittimo», illegale rispetto alle regole del diritto internazionale ma moralmente giustificato dall’urgenza di fermare le violenze. È una formula che cattura esattamente l’ambiguità del precedente, e su cui i giuristi e i politologi discutono ancora, divisi tra chi vi vede un pericoloso indebolimento del diritto e chi vi riconosce un doveroso primato della coscienza sull’inerzia delle procedure. Quel precedente, in ogni caso, non rimase isolato: si collegò alle dottrine successive sulla responsabilità di proteggere e alle altre guerre presentate come umanitarie in teatri diversi, aprendo una porta che sarebbe stata varcata di nuovo. Ciò che nel 1999 era eccezionale, col tempo divenne un repertorio disponibile. Per l’Italia, in particolare, quel passaggio segnò una vera mutazione di ruolo. Da potenza media riluttante, abituata a tenersi ai margini delle decisioni militari più impegnative, il Paese si trasformò in un partner affidabile e operativo delle operazioni NATO. Una promozione, agli occhi degli alleati. Ma una promozione pagata al prezzo di una forte ambiguità rispetto alla propria Costituzione, e in particolare rispetto a quell’articolo 11 che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Se quella partecipazione fosse compatibile con tale principio, in quanto azione collettiva di sicurezza, oppure ne costituisse un aggiramento, è oggetto di interpretazioni opposte e legittime. Resta il fatto che il Paese del «ripudio della guerra» si trovò a condurne una, e dovette in qualche modo conciliare le due cose, almeno nel racconto che ne diede a se stesso.Per l’Italia, in particolare, quel passaggio segnò una vera mutazione di ruolo. Da potenza media riluttante, abituata a tenersi ai margini delle decisioni militari più impegnative, il Paese si trasformò in un partner affidabile e operativo delle operazioni NATO. Una promozione, agli occhi degli alleati. Ma una promozione pagata al prezzo di una forte ambiguità rispetto alla propria Costituzione, e in particolare rispetto a quell’articolo 11 che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Se quella partecipazione fosse compatibile con tale principio, in quanto azione collettiva di sicurezza, oppure ne costituisse un aggiramento, è oggetto di interpretazioni opposte e legittime. Resta il fatto che il Paese del «ripudio della guerra» si trovò a condurne una, e dovette in qualche modo conciliare le due cose, almeno nel racconto che ne diede a se stesso. ## **La guerra che non vogliamo ricordare** ![Donna in soffitta osserva una vecchia fotografia militare del 1999, simbolo della memoria rimossa sui bombardamenti italiani su Belgrado](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/La-guerra-che-non-vogliamo-ricordare-2-1024x572.png "La guerra che non vogliamo ricordare - Scripta Manent Italia") A distanza di anni colpisce quanto poco quell’episodio sia presente nella memoria pubblica italiana. Se lo si confronta con altri momenti della storia nazionale recente, la campagna del 1999 occupa uno spazio sorprendentemente esiguo: poche opere che la raccontino al grande pubblico, scarsa presenza nei manuali scolastici, una sostanziale rimozione dal discorso politico corrente. È come se quella primavera fosse scivolata in un angolo cieco della coscienza collettiva. Questa dimenticanza non è casuale, e qui sta forse l’aspetto più interessante. Ricordare quell’episodio in modo pieno, onesto, senza attenuanti narrative, obbligherebbe a fare i conti con una serie di contraddizioni scomode e profonde. Obbligherebbe a ricordare che fu una sinistra di governo a portare l’Italia a bombardare; che l’articolo 11 della Costituzione fu, a seconda dei punti di vista, calpestato o reinterpretato fino a perdere il suo significato più letterale; che le basi italiane hanno avuto e continuano ad avere un ruolo centrale nelle guerre della NATO. Sono nodi che toccano l’identità che il Paese ama attribuirsi, e affrontarli a viso aperto costerebbe fatica e qualche illusione. Si può allora avanzare un’ipotesi: questa rimozione è un pezzo della nostra difficoltà a pensare l’Italia come attore militare. Continuiamo a immaginarci come un popolo di mediatori, di costruttori di pace, di gente che con le armi non vuole avere a che fare, mentre di fatto, da decenni, partecipiamo a operazioni militari in mezzo mondo. Non ricordare il 1999 serve, in fondo, a non dover aggiornare l’immagine che abbiamo di noi stessi. È più comodo dimenticare la guerra che riconoscere di averla combattuta. ## **Da Belgrado in poi: la normalizzazione della guerra «a bassa intensità»** Rimettendo insieme i fili, il quadro che emerge è coerente e istruttivo: una partecipazione italiana concreta e operativa, un apparato di giustificazioni umanitarie sincere e insieme strumentali, e una bassissima elaborazione successiva di tutto questo. Tre elementi che, combinati, hanno prodotto una sorta di rimozione funzionale, capace di lasciare intatta l’autorappresentazione pacifica del Paese pur in presenza di un comportamento ben diverso. Il collegamento con ciò che è venuto dopo è evidente. Negli anni successivi l’Italia ha preso parte ad altre missioni, in altri teatri, con uno schema sorprendentemente costante: contributo di basi e supporto logistico, affiancato da un impegno operativo più o meno marcato, il tutto avvolto nel linguaggio rassicurante delle operazioni di pace e delle missioni di stabilizzazione. Cambiavano i luoghi e le circostanze, ma il modello restava quello collaudato nel 1999: partecipare alla guerra continuando a chiamarla con un altro nome. La «guerra a bassa intensità», sempre lontana, sempre giustificata, sempre rinominata, è diventata una condizione ordinaria e quasi invisibile della politica estera italiana. Il 1999 è dunque il momento in cui l’Italia smette di essere soltanto il teatro della guerra degli altri, la terra su cui passano gli eserciti altrui, e diventa attore a pieno titolo, con i propri aerei e le proprie scelte. Lo è diventata davvero, una volta per tutte. Ma ha continuato, e continua, a raccontarsi la favola di essere un Paese che ripudia la guerra, custodendo intatto un autoritratto che i fatti, da quella primavera in poi, hanno smentito. Forse il primo passo per una coscienza più adulta non è decidere se quelle guerre fossero giuste o sbagliate, questione su cui è legittimo dividersi, ma semplicemente riconoscere di averle combattute, e smettere di stupirsi ogni volta di essere ciò che, da tempo, siamo diventati. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Storia Contemporanea --- ### [I romani costruirono davvero il ponte sullo stretto di Messina?](https://scriptamanentitalia.it/i-romani-costruirono-davvero-il-ponte-sullo-stretto-di-messina/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico: la prima guerra Punica](#Il_contesto_storico_la_prima_guerra_Punica) - [Le fonti antiche: cosa ci dicono davvero](#Le_fonti_antiche_cosa_ci_dicono_davvero) - [Plinio il Vecchio (23-79 d.C.)](#Plinio_il_Vecchio_23-79_dC) - [Frontino (40-103 d.C.)](#Frontino_40-103_dC) - [Il grande equivoco di Strabone](#Il_grande_equivoco_di_Strabone) - [La struttura tecnica: un’operazione logistica militare](#La_struttura_tecnica_unoperazione_logistica_militare) - [Lo Stretto di Messina: una sfida naturale di straordinaria complessità](#Lo_Stretto_di_Messina_una_sfida_naturale_di_straordinaria_complessita) - [Una lunga storia di tentativi falliti](#Una_lunga_storia_di_tentativi_falliti) - [La strumentalizzazione politica moderna](#La_strumentalizzazione_politica_moderna) - [Il nesso tra Storia e Politica: anatomia di una strumentalizzazione](#Il_nesso_tra_Storia_e_Politica_anatomia_di_una_strumentalizzazione) - [Conclusione](#Conclusione) Esiste davvero un precedente romano alla costruzione di un ponte sullo Stretto di Messina? La risposta è sì, ma con una precisazione fondamentale che spesso si perde nel dibattito pubblico: i Romani non costruirono mai un ponte permanente o in muratura tra la Sicilia e la Calabria. Costruirono invece una passerella galleggiante temporanea, concepita per risolvere un problema logistico militare contingente, non per collegare stabilmente le due sponde. La confusione tra questi due livelli — la soluzione di emergenza e l’infrastruttura permanente — è al cuore di due millenni di fraintendimenti, e di un uso politico della storia che arriva fino ai giorni nostri. ## **Il contesto storico: la prima guerra Punica** Per comprendere l’episodio del “ponte romano”, è necessario inquadrarlo nel suo contesto bellico. Siamo nel 251-250 a.C., nel pieno della Prima Guerra Punica (264-241 a.C.), il primo grande scontro tra Roma e Cartagine per il controllo del Mediterraneo occidentale. Il console Lucio Cecilio Metello — nominato console nel 251 a.C. — affronta nella **Seconda Battaglia di Panormus** (l’odierna Palermo) il generale cartaginese Asdrubale, giunto in Sicilia dall’Africa con un imponente contingente militare. La battaglia si conclude con una schiacciante vittoria romana. Asdrubale viene sconfitto e le sue truppe messe in fuga. Il bottino di guerra è straordinario e comprende circa **140 elefanti da guerra** catturati ai Cartaginesi. Questi animali — i “carri armati dell’antichità” — erano una risorsa bellica preziosa, capaci di lanciare cariche devastanti contro le formazioni nemiche e di trasportare carichi pesanti. Portarli a Roma per il trionfo del console era un’operazione di altissimo valore simbolico e propagandistico, oltre che militare. Il problema si pone immediatamente: come trasferire decine di animali enormi, pesanti e difficili da gestire dalla Sicilia alla penisola italica? L’attraversamento dello Stretto di Messina in nave avrebbe richiesto decine di imbarcazioni, con i rischi legati al comportamento degli elefanti a bordo e alle correnti dello Stretto. La soluzione escogitata da Metello fu ingegnosa: costruire una passerella galleggiante che coprisse l’intero braccio di mare. ## **Le fonti antiche: cosa ci dicono davvero** Le testimonianze dell’episodio ci giungono da fonti letterarie di epoca successiva, non da cronisti contemporanei. È il primo punto di attenzione critica da tenere a mente. ### **Plinio il Vecchio (23-79 d.C.)** La fonte più diretta e verificabile è **Plinio il Vecchio**, che nella *Naturalis Historia* (Liber VIII, 6) accenna alla vicenda in un capitolo dedicato agli elefanti: *“Nell’anno 502 \[dalla fondazione di Roma\] furono catturati ai Cartaginesi con la vittoria del pontefice L. Metello in Sicilia. Erano 142, o 120 secondo altri, e furono trasportati su zattere che aveva fissato su file unite di botti”*. Il resoconto di Plinio è sbrigativo e non parla esplicitamente di passerella continua tra le due sponde: il termine “zattere” apre una certa ambiguità interpretativa sull’esatta natura della struttura usata. ### **Frontino (40-103 d.C.)** **Sesto Giulio Frontino**, contemporaneo di Plinio, menziona l’episodio nello *Stratagemata*, un manuale di stratagemmi militari: *“Cecilio Metello, poiché non aveva navi con cui trasportare gli elefanti, legò delle botti e sopra di esse posizionò delle tavole e così fece attraversare loro lo Stretto di Sicilia”*. Anche in questo caso il racconto è sintetico, e non consente di ricostruire con certezza se si trattasse di un ponte continuo o di una serie di zattere accostate. ### **Il grande equivoco di Strabone** Per decenni, nei libri di divulgazione, nelle pagine web e persino in alcuni testi accademici, la fonte principale dell’episodio è stata identificata con la *Geographia* di Strabone. Si tratta di una **citazione fantasma**: leggendo l’intera opera di Strabone, quel passo non esiste da nessuna parte. Il brano attribuito al geografo greco — quello colorito delle botti legate a due a due con i parapetti ai lati — è con ogni probabilità un’invenzione di qualche autore moderno o medievale, poi riprodotta acriticamente per secoli in un meccanismo di “passaparola bibliografico” senza riscontro diretto alle fonti. Non è un dettaglio secondario: significa che la descrizione tecnica più precisa e pittoresca dell’attraversamento non ha base documentale antica verificabile. Le fonti reali — Plinio e Frontino — sono entrambe posteriori di tre secoli agli eventi che narrano, e le principali testimonianze sulla Prima Guerra Punica, come le *Storie* di Polibio (cronologicamente le più vicine), non menzionano affatto l’episodio. Questo non significa che l’evento non sia accaduto — è tecnicamente plausibile e coerente con le pratiche militari romane — ma impone di trattarlo come *probabile* e non come *certo*, e soprattutto di non attribuirgli una precisione descrittiva che le fonti genuine non supportano. ## ****La struttura tecnica: un’operazione logistica militare**** Ciò che emerge dalle fonti è comunque la natura fondamentale della costruzione: non un’infrastruttura, non un’opera concepita per durare, ma una soluzione pragmatica a un problema contingente. Plinio parla di botti accostate a formare un piano galleggiante, Frontino di botti sulle quali furono poste tavole. L’immagine che ne risulta è quella di una passerella o serie di zattere collegate, sufficiente per permettere agli elefanti di attraversare i circa 3,2 chilometri di mare, senza i rischi dell’imbarco su navi tradizionali. Questa tipologia costruttiva non era nuova nel mondo antico. Assiri, Persiani e Greci avevano già fatto largo uso di ponti galleggianti per attraversare fiumi durante le campagne militari. Lo stesso Serse aveva attraversato l’Ellesponto su un doppio ponte di navi, come racconta Erodoto. I Romani avevano sviluppato e perfezionato questa tecnica, con unità specializzate del genio militare capaci di assemblare strutture simili in pochi giorni. Il celebre ponte di Cesare sul Reno — costruito in soli dieci giorni — rimane l’esempio più noto, anche se quel caso riguardava un fiume, non un braccio di mare aperto con correnti violente. La struttura di Metello, qualunque fosse la sua forma esatta, non fu conservata: alcune fonti riferiscono che fu spazzata via dal mare poco dopo la traversata, e che del resto non sarebbe stato possibile mantenerla senza bloccare la navigazione nello Stretto. ## **Lo Stretto di Messina: una sfida naturale di straordinaria complessità** ![Ricostruzione storica dello Stretto di Messina visto da un promontorio roccioso: un cartografo romano in toga rossa con mantello dorato osserva lo stretto tenendo in mano una mappa antica, accanto a un teodolite su treppiede, mentre nel mare blu con forti vortici navigano una trireme romana e un'altra imbarcazione antica, con le coste della Sicilia e della Calabria sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Lo-Stretto-di-Messina-una-sfida-naturale-di-straordinaria-complessita-1024x576.png "Lo Stretto di Messina una sfida naturale di straordinaria complessità - Scripta Manent Italia") Per capire perché i Romani non costruirono mai una struttura permanente sullo Stretto — e perché l’impresa rimase una sfida per millenni — è necessario analizzare le caratteristiche fisiche e geologiche di questa sottile lingua di mare. Lo Stretto rappresenta il punto di connessione tra il Mar Tirreno e il Mar Ionio. Nella sua sezione più stretta, tra Ganzirri (Sicilia) e Punta Pezzo (Calabria), la distanza è di soli **3,2 chilometri**. Tuttavia, la forma a imbuto dello Stretto — più largo a sud e più stretto a nord — crea condizioni idrodinamiche estremamente complesse. I fondali variano enormemente: nella sezione settentrionale si raggiungono i 200-300 metri nella Valle di Scilla, mentre a meridione si scende fino a 500 metri lungo la congiungente Messina-Reggio e oltre i 1.200 metri avvicinandosi al canale aperto. Le correnti sono tra le più intense e imprevedibili del Mediterraneo: le masse d’acqua in movimento superano i **700.000 metri cubi al secondo** e possono raggiungere velocità di **20 km/h**, specie nella confluenza tra i due mari. I fenomeni idrodinamici secondari — i vortici, i moti ondosi localizzati — sono quelli che la tradizione mitologica ha immortalato nelle figure di Scilla e Cariddi. Il quadro sismico rende il contesto ancora più impegnativo. Lo Stretto di Messina è una delle aree a maggiore rischio sismico del Mediterraneo, risultato dell’interazione tra la placca africana in movimento verso nord e la placca eurasiatica. La crosta terrestre si deforma lungo un ampio corridoio di faglie attive, orientate principalmente in direzione nordest-sudovest. La faglia responsabile del **catastrofico terremoto del 28 dicembre 1908** — magnitudo stimata tra 7,1 e 7,5 — è ancora attiva: dati satellitari Copernicus registrano spostamenti di 1,5 millimetri l’anno sul versante calabrese. Quel sisma, in 40 secondi, distrusse quasi completamente Messina e Reggio Calabria causando tra 75.000 e 200.000 morti: fu il terremoto più devastante mai registrato in Europa. Sicilia e Calabria si stanno attualmente **allontanando l’una dall’altra** a un ritmo di 1-2 millimetri l’anno lungo un sistema di faglie profonde. L’ingegneria romana era straordinaria, ma razionale. Roma costruiva dove la razionalità lo consentiva: là dove il terreno era stabile, i materiali disponibili, il costo proporzionato al beneficio strategico. Lo Stretto di Messina non offriva nessuna di queste condizioni per una struttura permanente. Non è che i Romani non “ci pensarono”: semplicemente valutarono, correttamente, che costruire qualcosa di duraturo in quelle condizioni non era possibile, né conveniente. La Sicilia era perfettamente integrata nell’impero attraverso la via marittima, che rimase il collegamento naturale per oltre due millenni. ## **Una lunga storia di tentativi falliti** ![Collage storico sui progetti di collegamento dello Stretto di Messina: su un tavolo con mappe antiche, compasso e documenti storici, una serie di ritratti raffigura Carlo Magno (IX sec.), Roberto il Guiscardo (1060), Ruggero II (1140), Ferdinando II di Borbone (1840), Carlo Navone (1870), Giuseppe Zanardelli (1876) e Benito Mussolini (anni'30), affiancati dalla Legge per l'Attraversamento Stabile dello Stretto (1971) e dal dossier Stretto di Messina S.p.A. (1981), con lo sfondo del mare in vortice tra Sicilia e Calabria](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Una-lunga-storia-di-tentativi-falliti-1024x576.png "Una lunga storia di tentativi falliti - Scripta Manent Italia") L’episodio di Metello inaugura una tradizione di tentativi — mai portati a compimento — di collegare stabilmente le due sponde. Questa continuità storica è rivelatrice: dimostra come il problema tecnico fosse reale, permanente e irrisolto, non una questione di volontà politica. **Carlo Magno**, arrivato in Calabria nel IX secolo d.C. e notando la vicinanza delle due sponde, tentò di realizzare una sequenza di ponti galleggianti sul mare. Il tentativo fallì. **Roberto il Guiscardo**, conquistatore normanno, ordinò nel 1060 la costruzione di un collegamento; la sua morte nel 1085 bloccò l’opera prima di qualunque realizzazione concreta. Nel 1140 il Re di Sicilia **Ruggero II** fece condurre esplorazioni sulle correnti e sulla fattibilità del progetto: i risultati scoraggiarono ogni tentativo pratico. Nel 1840 **Ferdinando II di Borbone** incaricò un gruppo di ingegneri di valutare un ponte; la conclusione fu che il costo era insostenibile anche per le floride casse del Regno delle Due Sicilie. Con l’unità d’Italia, i progetti si moltiplicano: già nel 1870 l’ingegnere Carlo Navone presenta un progetto di tunnel sottomarino di 31 km, premiato con il massimo dei voti dalla commissione ministeriale. Nel 1876 il ministro dei Lavori pubblici Giuseppe Zanardelli dichiarò: *“Sopra i flutti o sotto i flutti la Sicilia sia unita al Continente”*. Queste parole riassumono perfettamente lo spirito con cui la classe dirigente italiana ha sempre affrontato la questione: una volontà solenne, espressa in forma quasi liturgica, sistematicamente non seguita da realizzazioni concrete. **Benito Mussolini** accarezzò l’idea fin dagli anni Trenta, tormentato dall’ambizione di un’opera monumentale. Avrebbe confidato al capo della polizia Carmine Senise: *“È tempo che finisca questa storia dell’isola: dopo la guerra farò costruire un ponte”*. Nel 1971 il Parlamento approvò la prima legge per “l’attraversamento stabile dello Stretto”, su impulso del governo Colombo. Nel 1981 nacque la **Stretto di Messina S.p.A.**, la società concessionaria destinata a progettare l’opera. ## **La strumentalizzazione politica moderna** Il Ponte sullo Stretto di Messina non è solo una sfida ingegneristica: è diventato uno dei simboli più potenti e duraturi della politica italiana, un totem a cui diversi leader hanno agganciato la propria immagine, le proprie promesse elettorali e la propria narrativa di forza e modernità. Il riferimento all’episodio di Metello viene spesso evocato nel dibattito pubblico con un implicito ragionamento: “Se i Romani costruirono un ponte sullo Stretto 22 secoli fa, perché l’Italia moderna non riesce a fare altrettanto?”. Questa narrazione è seducente ma storicamente scorretta su più livelli. Quella di Metello non era un’infrastruttura, era una soluzione logistica temporanea. Anche quella struttura fu spazzata via dal mare. E soprattutto, il confronto trascura completamente i vincoli tecnici che resero impossibile ai Romani stessi la realizzazione di qualcosa di permanente — gli stessi vincoli che pongono sfide di ordine mondiale all’ingegneria contemporanea. È un classico **appello all’autorità storica**: si evoca il prestigio di Roma per legittimare un progetto contemporaneo, ignorando il contesto e la sostanza reale dei fatti. **Bettino Craxi** brandì il progetto nella campagna elettorale del 1992, usandolo come promessa di modernizzazione del Mezzogiorno. Tangentopoli travolse quella stagione politica prima che qualunque passo concreto potesse essere compiuto. Il leader politico che ha poi trasformato il Ponte in un emblema identitario sistematico è stato **Silvio Berlusconi**: nel 2001 lo inserì tra le priorità infrastrutturali del Paese, ne fece una promessa elettorale ricorrente e lo indicò come simbolo del rilancio del Sud. Sotto la sua guida fu definito un progetto definitivo e fu assegnato un appalto al general contractor Impregilo. Nel 2010 il progetto ottenne una delibera formale, ma la Commissione europea non lo incluse nei finanziamenti Ten-T per le grandi reti di trasporto. Con l’arrivo del governo Monti nel 2011 l’iniziativa fu nuovamente bloccata, il contratto con Impregilo rescisso e nel 2013 la Stretto di Messina SpA fu messa in liquidazione. Il Ponte come simbolo di sviluppo e potenza dello Stato divenne parte integrante dell’identità berlusconiana, anche senza mai essere costruito: il progetto rimase, più che un’opera, un atto di fede politica. Il terzo atto di questa saga si apre nel 2023, quando il governo Meloni — con **Matteo Salvini** come ministro delle Infrastrutture — approva a marzo un decreto per la riattivazione del progetto e la rinascita della Stretto di Messina SpA. Salvini trasforma il Ponte nella sua “crociata personale”, dichiarando con sicurezza che nell’estate del 2024 sarebbero partiti i cantieri. La realtà tecnica e burocratica risponde con implacabile freddezza: il Ministero dell’Ambiente emette una valutazione positiva ma con 270 rilievi, tra cui il mancato rispetto della Direttiva europea Habitat. Il comitato scientifico nominato dallo stesso ministero consegna una relazione con 68 criticità nel progetto definitivo, tra cui carenze sui test di resistenza al vento e sull’analisi sismica. La Corte dei conti boccia la delibera di stanziamento dei 13,5 miliardi. L’estate del 2024 passa senza che un solo cantiere apra. A giugno 2026, un’inchiesta per corruzione coinvolge figure legate alla Lega e alla società concessionaria, segnando un ulteriore punto di crisi per l’intero iter. La distanza tra l’enfasi politica e la realtà tecnica non potrebbe essere più netta. Il progetto sarebbe il **ponte sospeso più lungo del mondo**, con una campata di 3.300 metri — circa il 60% in più del record attuale, il ponte di Çanakkale in Turchia. Un’impresa ingegneristica senza precedenti, da realizzare in una delle zone sismicamente più attive del Mediterraneo. ## **Il nesso tra Storia e Politica: anatomia di una strumentalizzazione** ![Rappresentazione allegorica del nesso tra storia e politica nel progetto del Ponte sullo Stretto di Messina: un oratore in abito scuro gesticola da un podio davanti a una folla in ascolto, con sullo sfondo la visione digitale del ponte sospeso a campata unica tra Sicilia e Calabria, mentre in primo piano un fregio romano con soldati antichi e un antico rotolo di pergamena con disegni tecnici del ponte evocano la continuità tra ambizione storica e propaganda politica contemporanea](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Il-nesso-tra-Storia-e-Politica-anatomia-di-una-strumentalizzazione-1024x576.png "Il nesso tra Storia e Politica anatomia di una strumentalizzazione - Scripta Manent Italia") Il pattern che emerge dall’analisi è ricorrente e strutturale. Citare i Romani conferisce al progetto una patina di inevitabilità storica: “si fa da duemila anni” implica che sia ovvio e necessario. Il richiamo all’antichità serve implicitamente a minimizzare le obiezioni ingegneristiche: se lo fecero con botti e assi, perché l’Italia moderna non può farlo? Questo shift dall’analisi al mito è possibile solo grazie alla confusione tra la soluzione militare temporanea di Metello e un’infrastruttura permanente — una confusione alimentata, come si è visto, anche dalla circolazione di una citazione di Strabone che non esiste. Il Ponte ha assunto la funzione di simbolo della volontà politica di “fare grandi cose”, indipendentemente dalla sua fattibilità concreta. Da Mussolini a Berlusconi a Salvini, ogni stagione politica ha usato il Ponte come specchio della propria ambizione, come prova della propria determinazione verso il Sud, come risposta emotiva alla storica arretratezza infrastrutturale del Mezzogiorno. Il Ponte non è mai stato solo un progetto: è una promessa identitaria, e come tale resiste a tutti i fallimenti pratici perché non è mai veramente una questione tecnica. ## **Conclusione** Il fatto che i Romani realizzassero un qualche tipo di attraversamento temporaneo dello Stretto nel 251 a.C. è, con ogni probabilità, accaduto. Ed è in sé un episodio affascinante che dice molto sul pragmatismo militare romano e sulla loro capacità di risolvere problemi logistici complessi con soluzioni ingegnose. Ma la fonte più dettagliata di quella storia — il passo di Strabone con le botti legate a due a due — non esiste nelle sue opere. Le fonti reali, Plinio e Frontino, offrono un resoconto frammentario e scritto tre secoli dopo i fatti, e le cronache più accurate della Prima Guerra Punica, come quelle di Polibio, non lo menzionano affatto. Usare questo episodio come argomento nel dibattito sul ponte moderno è un salto logico che la storia non autorizza. I Romani stessi non costruirono mai nulla di permanente sullo Stretto: non perché mancassero di volontà, ma perché ne compresero i limiti reali. Un mare capriccioso, fondali profondi e irregolari, una terra che trema. Gli stessi limiti che l’ingegneria del XXI secolo deve affrontare con tecnologie inimmaginabili per i Romani, ma che rimangono sfide aperte. La storia serve a capire il presente, non a giustificarlo. E quella storia, letta nella sua interezza, non dice che il ponte si può fare perché lo fecero i Romani. Dice qualcosa di più onesto e più istruttivo: che collegare la Sicilia al Continente è un problema antico, complesso e irrisolto — non per mancanza di sogni, ma per eccesso di ostacoli reali. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La battaglia di Teutoburgo](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-di-teutoburgo/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Domande frequenti (FAQ):](#Domande_frequenti_FAQ) - [Linguette mobili della battaglia di Teutoburgo](#Linguette_mobili_della_battaglia_di_Teutoburgo) - [Un racconto dettagliato della sconfitta di Varo e dell’imboscata organizzata da Arminio nel 9 d.C.](#Un_racconto_dettagliato_della_sconfitta_di_Varo_e_dellimboscata_organizzata_da_Arminio_nel_9_dC) - [Sezioni del racconto](#Sezioni_del_racconto) - [Il contesto augusteo](#Il_contesto_augusteo) - [I protagonisti principali](#I_protagonisti_principali) - [Le cause della crisi](#Le_cause_della_crisi) - [Primo giorno](#Primo_giorno) - [Secondo giorno](#Secondo_giorno) - [Terzo giorno](#Terzo_giorno) - [Le conseguenze politiche e militari](#Le_conseguenze_politiche_e_militari) - [Arminio e la memoria dell’evento](#Arminio_e_la_memoria_dellevento) - [Il dibattito archeologico su Kalkriese](#Il_dibattito_archeologico_su_Kalkriese) - [La mappa della battaglia](#La_mappa_della_battaglia) - [I protagonisti](#I_protagonisti) - [Il video della battaglia di Teutoburgo](#Il_video_della_battaglia_di_Teutoburgo) - [La battaglia di Teutoburgo (9 d.C.) — Dossier storico accademico](#La_battaglia_di_Teutoburgo_9_dC_%E2%80%94_Dossier_storico_accademico) La battaglia di Teutoburgo è uno scontro militare avvenuto nel settembre del 9 d.C. tra l’esercito dell’Impero Romano e una coalizione di tribù germaniche. L’evento si svolse nella selva di Teutoburgo, un’area boschiva e paludosa situata nell’attuale Bassa Sassonia, in Germania, nei pressi dell’odierna località di Kalkriese. I protagonisti dello scontro furono Publio Quintilio Varo, generale romano governatore della provincia di Germania, e Arminio, principe della tribù germanica dei Cherusci. Varo comandava una forza composta da tre legioni e circa cinquemila soldati ausiliari. Arminio, che in passato aveva servito nell’esercito romano ottenendo la cittadinanza, agiva formalmente come alleato di Roma, ma in segreto guidava l’opposizione delle tribù locali. Il conflitto centrale nacque dal tentativo di Roma di consolidare il controllo politico e fiscale sui territori compresi tra i fiumi Reno ed Elba. Questa imposizione provocò la reazione dei capi germanici, decisi a mantenere la propria autonomia. Sfruttando la fiducia del generale romano, Arminio guidò le truppe fuori dalle rotte sicure per farle cadere in un’imboscata. A causa del terreno accidentato che impediva un regolare schieramento tattico, le truppe romane subirono gravi perdite in tre giorni di combattimenti, al termine dei quali Varo decise di togliersi la vita per non cadere prigioniero. L’esito della battaglia portò l’Impero Romano ad arrestare il processo di espansione in Germania. Il fiume Reno venne stabilito come confine naturale e limite dell’area di influenza romana in Europa centrale, separando stabilmente le province imperiali dai territori delle popolazioni germaniche. ## **Domande frequenti (FAQ):** **Chi era Arminio e quale fu il suo ruolo?** Arminio era un principe dei Cherusci che, conoscendo a fondo le tattiche militari di Roma per avervi militato, organizzò l’imboscata decisiva tradendo la fiducia del generale Varo. **Quali furono le cause della sconfitta romana?** La disfatta fu causata dalla fiducia riposta in Arminio, dalle oggettive difficoltà di movimento nel terreno paludoso della foresta e dall’impossibilità di usare le formazioni di combattimento standard. **Quanti soldati persero la vita durante lo scontro?** Si calcola che le forze romane persero circa quindicimila uomini, un numero che includeva legionari, reparti ausiliari e personale di comando. **Che cosa accadde al generale Publio Quintilio Varo?** Constatata l’impossibilità di difendersi e per sfuggire alla cattura o alla schiavitù da parte delle tribù nemiche, Varo si suicidò alla fine del terzo giorno di scontri. **Quali furono gli effetti a lungo termine sui confini di Roma?** La sconfitta convinse le autorità romane a fermare l’espansione a est, consolidando in via definitiva la linea di difesa imperiale lungo la sponda del fiume Reno. ## **Linguette mobili della battaglia di Teutoburgo** Teutoburgo linguette mobile [Salta al contenuto](#contenuto) Dossier storico La battaglia di Teutoburgo # Un racconto dettagliato della sconfitta di Varo e dell’imboscata organizzata da Arminio nel 9 d.C. Questa pagina ricostruisce il contesto augusteo, i protagonisti, le cause della crisi, i tre giorni della battaglia e le conseguenze politiche, militari e memoriali legate al sito di Kalkriese. Settembre 9 d.C. Area di Kalkriese / selva di Teutoburgo Varo e Arminio Tre giorni di imboscata ## Sezioni del racconto Contesto Protagonisti Cause Giorno 1 Giorno 2 Giorno 3 Conseguenze Memoria Kalkriese ## Il contesto augusteo Alla fine del I secolo a.C. Augusto aveva consolidato il nuovo assetto monarchico del principato e cercava di stabilizzare anche il fronte settentrionale dell’impero. Dopo le campagne di Druso e Tiberio, Roma puntava a trasformare l’area tra Reno ed Elba in una provincia integrata, con presidi, tassazione e forme di amministrazione più regolari. Questo progetto incontrava però un territorio difficile da controllare. Le popolazioni germaniche non costituivano uno stato unitario, ma una rete di gruppi tribali con rapporti mutevoli, alleanze locali e leadership personali; proprio per questo i Romani tendevano a sottovalutarne la capacità di coordinamento politico e militare. In questa fase la Germania non era solo una frontiera militare: era un’area in cui Roma stava cercando di passare dall’influenza indiretta al controllo stabile. ## I protagonisti principali Publio Quintilio Varo era il governatore romano incaricato di organizzare la regione secondo modelli provinciali. Non era un comandante inesperto, ma agiva come se il territorio fosse ormai abbastanza pacificato da permettere spostamenti amministrativi e militari relativamente ordinari. Arminio, appartenente ai Cherusci, rappresenta la figura decisiva. Aveva servito nei reparti ausiliari romani, conosceva il modo di combattere delle legioni, godeva della fiducia di Varo e poteva muoversi tra il mondo romano e quello germanico; questa doppia appartenenza gli permise di costruire la trappola e di coordinare una coalizione ostile a Roma. **Varo** Governatore, responsabile politico e militare della regione. **Arminio** Nobile cherusco, ex alleato di Roma e organizzatore dell’imboscata. **Augusto** Imperatore, destinatario finale del colpo politico e simbolico subito da Roma. ## Le cause della crisi Il problema centrale non fu una semplice ribellione improvvisa, ma l’attrito tra il tentativo romano di imporre ordini, prelievi e procedure di governo e la volontà delle élite germaniche di difendere margini di autonomia. In un contesto del genere, la presenza romana poteva apparire utile ad alcuni capi locali e insostenibile ad altri. Arminio sfruttò questo malcontento e soprattutto la fiducia personale costruita con i Romani. Secondo la tradizione, convinse Varo a deviare il percorso della colonna per affrontare disordini locali; così l’esercito lasciò itinerari più sicuri ed entrò in un ambiente di foreste, pioggia, fango e passaggi stretti, dove le legioni non potevano disporsi con efficacia. ## Primo giorno La crisi esplode mentre la colonna romana è in marcia, appesantita da bagagli, personale non combattente e mezzi difficili da manovrare. Invece di trovarsi schierate in campo aperto, le legioni vengono colpite a tratti, in segmenti separati, lungo un percorso sfavorevole che spezza la catena di comando e impedisce una risposta compatta. La pioggia peggiora le condizioni del terreno, rallenta i movimenti e rende più fragile la protezione dei soldati. Gli attacchi germanici non cercano subito una battaglia frontale unica: puntano piuttosto al logoramento, all’interruzione della marcia e alla disgregazione progressiva della colonna. **Dinamica** Marcia trasformata in imboscata. **Vantaggio germanico** Conoscenza del terreno e colpi intermittenti. **Debolezza romana** Formazione spezzata, carri e bagagli d’intralcio. ## Secondo giorno Dopo i primi attacchi, i Romani cercano di riorganizzarsi e di continuare il movimento, forse tentando di raggiungere una posizione più favorevole. Tuttavia la colonna è ormai stanca, disordinata e numericamente indebolita; i gruppi germanici mantengono la pressione e sfruttano ogni tratto di percorso in cui la fanteria pesante romana non riesce a ricomporsi in linee efficaci. In questa fase il cuore dell’imboscata è il logoramento. Le legioni perdono tempo, coesione e capacità di proteggere i fianchi, mentre gli assalitori scelgono quando colpire e quando ritirarsi, moltiplicando l’effetto psicologico della minaccia e aggravando il collasso della disciplina tattica. **Obiettivo romano** Sopravvivere e ristabilire l’ordine di marcia. **Obiettivo germanico** Evitare il campo aperto e continuare l’erosione della colonna. **Effetto** Aumento delle perdite e indebolimento del comando. ## Terzo giorno Nell’ultima fase, i resti dell’esercito romano vengono nuovamente investiti in condizioni ormai disperate. Le fonti descrivono il crollo finale del dispositivo, la perdita della capacità di manovra e la distruzione delle unità; Varo, comprendendo che la situazione era senza via d’uscita, si suicida per evitare la cattura. La battaglia si conclude con l’annientamento di tre legioni, di reparti ausiliari e di una parte del seguito della spedizione. Per Roma non si tratta solo di una sconfitta tattica, ma della prova che l’occupazione stabile del territorio a est del Reno era molto più fragile di quanto si fosse immaginato. **Esito finale** Collasso del comando e annientamento delle forze di Varo. **Morte di Varo** Suicidio per non cadere prigioniero. **Significato** Fallimento del progetto di provincializzazione immediata. ## Le conseguenze politiche e militari La perdita di tre legioni ebbe un forte impatto sul governo augusteo. Roma reagì con spedizioni punitive e con una riorganizzazione del settore renano, ma la prospettiva di trasformare stabilmente la Germania interna in provincia venne ridimensionata; il Reno tornò a essere il riferimento principale della frontiera imperiale. Nel medio periodo la sconfitta non bloccò ogni azione romana oltre il fiume, ma cambiò la logica strategica. Più che puntare a un possesso duraturo di vaste regioni germaniche, l’impero preferì consolidare linee difensive, capacità di intervento e controllo dei passaggi chiave. ## Arminio e la memoria dell’evento Nella storia romana Teutoburgo resta una disfatta, mentre nelle tradizioni moderne di area tedesca Arminio è stato spesso reinterpretato come simbolo di resistenza. Questa memoria, però, è il prodotto di epoche successive e non coincide automaticamente con il significato che l’evento ebbe nel 9 d.C. Per questo, in un racconto storico accurato, conviene separare il fatto antico dalle sue riletture moderne. La battaglia fu prima di tutto una crisi militare e politica della presenza romana in Germania; solo molto dopo divenne anche un oggetto di costruzione identitaria e culturale. ## Il dibattito archeologico su Kalkriese La localizzazione tradizionale della battaglia è stata a lungo incerta, ma gli scavi di Kalkriese hanno dato un peso crescente all’ipotesi che almeno una parte decisiva dello scontro si sia svolta in quell’area della Bassa Sassonia. Monete, reperti militari, frammenti di equipaggiamento e tracce del paesaggio antico hanno offerto elementi utili per confrontare il racconto delle fonti con i dati materiali. L’archeologia non elimina tutte le discussioni, ma permette di controllare meglio le ricostruzioni. Proprio per questo Kalkriese è oggi centrale non solo per capire dove si combatté, ma anche come si mosse una colonna romana in difficoltà e in che modo gli assalitori sfruttarono il terreno. Pagina progettata per lettura verticale su smartphone, con navigazione a linguette e transizioni leggere tra le sezioni. ## **La mappa della battaglia** ![Mappa illustrata della battaglia di Teutoburgo in tre giorni, con imboscata dei Germani, distruzione delle legioni romane e posizione dei due eserciti](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Mappa-della-battaglia-di-Teutoburgo-1024x1024.png "Mappa della battaglia di Teutoburgo - Scripta Manent Italia") ## **I protagonisti** ![Infografica con i protagonisti della battaglia di Teutoburgo: Arminio, Publio Quintilio Varo, Augusto, Segeste e Germanico](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/I-protagonisti-della-battaglia-di-Teutoburgo-1024x1024.png "I protagonisti della battaglia di Teutoburgo - Scripta Manent Italia") ## **Il video dell**a battaglia di Teutoburgo**** ## **La battaglia di Teutoburgo (9 d.C.) — Dossier storico accademico** [La battaglia di Teutoburgo (9 d.C.) — Dossier storico accademico](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/La-battaglia-di-Teutoburgo-9-d.C.-—-Dossier-storico-accademico-1.pdf)[Download](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/La-battaglia-di-Teutoburgo-9-d.C.-—-Dossier-storico-accademico-1.pdf) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Scoperta in Essex: tombe rivelano legami con Roma](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-essex-tombe-legami-roma/) **Published:** Luglio 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A CHELMSFORD, nell'**Essex**, la terra britannica ha restituito una delle testimonianze archeologiche più significative degli ultimi anni, gettando una luce del tutto nuova sui complessi rapporti politici, commerciali e diplomatici che legavano le popolazioni locali all'**Impero Romano** prima ancora dell'assoggettamento militare formale. Gli scavi estesi e meticolosi, condotti sul campo dagli archeologi dell'**Archaeology South-East**, una prestigiosa divisione scientifica afferente all'**UCL Institute of Archaeology**, hanno permesso di individuare e documentare un vasto cimitero monumentale contenente i resti riccamente adornati di individui ad alto status sociale. La scoperta. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Dakhla, riemerge dalle sabbie una città Bizantina](https://scriptamanentitalia.it/dakhla-riemerge-dalle-sabbie-citta-bizantina/) **Published:** Luglio 8, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nell'oasi di **Dakhla**, situata nel deserto occidentale dell'**Egitto**, una campagna di scavo metodica e rigorosa ha restituito alla comunità scientifica internazionale i resti monumentali di un insediamento urbano fortificato risalente all'epoca tardoantica, la cui fioritura si colloca pienamente nel corso del **IV secolo**. Questo eccezionale ritrovamento, annunciato ufficialmente dal **Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto** il **7 luglio 2026**, rappresenta una scoperta di straordinario valore storiografico per lo studio delle dinamiche insediative della periferia dell'Impero bizantino. L'eccezionale stato di conservazione delle strutture, realizzate. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Lo splendore dei principi piceni: nuova tomba scoperta a Sirolo](https://scriptamanentitalia.it/lo-splendore-dei-principi-piceni-nuova-tomba-sirolo/) **Published:** Luglio 7, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A SIROLO (AN), le indagini di archeologia preventiva promosse dalla **Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ancona e Pesaro e Urbino**, condotte dalla società **ArcheoLab** in stretta collaborazione con il comune marchigiano, hanno permesso il rinvenimento di un complesso monumentale di eccezionale rilevanza storiografica. I reperti, ascrivibili interamente al **VI secolo a.C.**, estendono sensibilmente i confini della già celebre necropoli picena del Conero, offrendo al contempo elementi ermeneutici inediti per comprendere le dinamiche sociali e i gruppi di potere che guidarono lo sviluppo di questo fulcro adriatico nell'antichità. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Per le strade si snodano processioni di uomini che si flagellano a sangue, mentre i carri raccolgono i cadaveri. È la metà del Trecento, la peste nera sta cancellando un terzo o più dell’Europa, e insieme al contagio corrono le voci. Si dice che siano gli ebrei ad avvelenare i pozzi. Si dice che i lebbrosi diffondano deliberatamente il male. Si mormora di streghe, di patti col diavolo, di persone viste ungere muri e porte con sostanze maligne. In una società che non conosce i microbi, ma che è piena fino all’orlo di significati religiosi e sociali, l’epidemia non è mai soltanto un fatto biologico. È un evento che esige una spiegazione e, soprattutto, un responsabile. La domanda che attraversa tutto questo articolo è semplice e inquietante: quando arrivava un’epidemia, chi, o che cosa, veniva ritenuto colpevole? La risposta non è unica, ed è proprio questo il punto. La mentalità medievale ragionava su più livelli sovrapposti, che convivevano senza contraddirsi. C’era la causa ultima, teologica. C’era la causa intermedia, naturale. E c’era la causa concreta, umana, quella che trasformava la paura in violenza. Per capire la caccia al colpevole bisogna percorrerli tutti e tre, perché è dal loro intreccio che nasce il sangue. ## **Se arriva la peste, qualcuno ha peccato** Il primo livello, quello di base, è teologico. Nella cornice mentale dell’uomo medievale nulla accade per caso, e meno che mai una catastrofe di quelle proporzioni. Un’epidemia che svuota le città non può essere un incidente della natura: è un castigo divino, la punizione per i peccati collettivi di una comunità, o una prova che Dio invia per mettere alla prova la fede dei suoi. Il flagello viene dall’alto, e ha un senso morale. Da questa lettura discendono risposte coerenti. Si fa penitenza, pubblicamente e in massa. Si organizzano processioni per implorare misericordia. E soprattutto compaiono i flagellanti, confraternite di uomini che si spostano di città in città percuotendosi a sangue, convinti che il loro dolore volontario possa placare l’ira divina e riscattare i peccati di tutti. È una risposta logica, dentro quel quadro: se il male viene da una colpa, la via d’uscita è l’espiazione. Ma qui si annida un paradosso che è anche la chiave di tutta la vicenda. La lettura teologica, in apparenza, diluisce la responsabilità: siamo tutti peccatori, la colpa è collettiva, nessuno è innocente e quindi nessuno è il colpevole. Solo che il panico non si accontenta di una colpa così diffusa. Mentre i morti si accumulano e l’espiazione non ferma il contagio, la domanda si fa più tagliente: se è un castigo, allora qualcuno deve aver peccato più degli altri, qualcuno deve aver attirato l’ira di Dio sull’intera comunità. È in questa torsione che la colpa collettiva si rovescia nel suo opposto: la caccia a chi è ritenuto più colpevole di tutti. ## **Malattia dell’aria, congiunzioni maligne** Accanto alla spiegazione teologica ne lavorava un’altra, che a noi suonerebbe più «scientifica», ma che ai contemporanei appariva pienamente compatibile con la prima. Era la spiegazione naturalistica, costruita con gli strumenti della medicina e dell’astrologia del tempo. La peste, secondo questi modelli, nasceva da un’aria corrotta, da esalazioni malsane, dai miasmi che ammorbano l’atmosfera e penetrano nei corpi. E quell’aria, a sua volta, poteva essere stata guastata da influssi astrali sfavorevoli, da congiunzioni di pianeti considerate maligne, in una catena causale che partiva dalle stelle e arrivava fino al singolo malato. È fondamentale capire che questi modelli non erano affatto in concorrenza con la fede, come saremmo tentati di pensare. Funzionavano su un altro piano. Dio era la causa prima, ultima, il regista; l’aria corrotta e la congiunzione dei pianeti erano gli strumenti di cui si serviva per eseguire il castigo. Il cielo malato non escludeva il Cielo: ne era il mezzo. Così l’uomo colto poteva al tempo stesso pregare contro l’ira divina e ragionare di umori, venti e astri, senza percepire alcuna incoerenza tra le due cose. E tuttavia anche questo livello apparentemente neutro conduceva, per una strada diversa, allo stesso esito. Perché se la malattia è nell’aria, se è l’aria a essere guasta, sorge spontanea una domanda che la mente impaurita non riesce a trattenere: e se qualcuno l’avesse guastata di proposito? Se quell’aria corrotta non fosse solo un fenomeno naturale, ma il risultato di un’azione deliberata, di un veleno sparso, di una contaminazione voluta? Anche la spiegazione dei miasmi, insomma, finisce per riportare alla ricerca dei colpevoli concreti. Da qualunque parte si parta, Dio o le stelle, si arriva agli uomini. ## **Se c’è un male, c’è un nemico** ![Folla accusa un uomo davanti a un pozzo medievale, capro espiatorio della peste](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Se-ce-un-male-ce-un-nemico-1024x576.png "Se cè un male cè un nemico - Scripta Manent Italia") Ed eccoci al cuore oscuro della questione, dove la storia delle mentalità incontra la storia sociale nel modo più brutale. Quando la paura cerca un volto, lo trova, e quasi sempre lo trova tra chi era già ai margini, già sospetto, già odiato prima ancora che la peste arrivasse. Le vittime principali furono gli ebrei. In molte città europee si diffuse l’accusa che avvelenassero pozzi, fontane, sorgenti per sterminare i cristiani. Era un’accusa senza alcun fondamento, ma micidiale, perché si innestava su un’ostilità preesistente e profonda. Gli ebrei erano percepiti come il nemico interno per eccellenza, estranei per religione, oggetto di antichi pregiudizi teologici, e al tempo stesso resi visibili e risentiti dal ruolo che in certe società ricoprivano nel prestito di denaro. La peste fece da detonatore: tra il 1348 e il 1349 intere comunità ebraiche furono massacrate o bruciate, in alcuni casi prima ancora che il contagio raggiungesse quelle città, segno che l’accusa serviva ben più a sfogare un odio che a fermare un morbo. Accanto a loro, altri gruppi marginali. I lebbrosi, già emarginati e considerati impuri, furono sospettati di diffondere volontariamente le malattie, in un cortocircuito tra contaminazione fisica e contaminazione morale: chi era malato nel corpo veniva immaginato corrotto anche nell’anima e capace di voler corrompere gli altri. Mendicanti, vagabondi, stranieri, gente senza radici e senza protezione, finivano nella stessa rete di sospetto, colpevoli soprattutto di essere diversi e indifesi. Poi c’erano gli untori, figure accusate di ungere muri, porte, panche, oggetti con unguenti pestiferi per spargere il contagio di proposito. Bastava poco per finire additati: un comportamento giudicato strano, il camminare rasente i muri, il guardarsi attorno con aria nervosa, il toccare qualcosa per caso. In un clima di sospetto totale, qualsiasi gesto poteva essere riletto come prova di un complotto, e il sospetto stesso bastava a condannare. Infine le streghe, soprattutto nella lunga transizione verso la prima età moderna. Donne accusate di aver stretto patti col diavolo e di provocare con la loro malvagità malattie, epidemie, carestie, morti improvvise. Anche qui la catastrofe collettiva si scaricava su figure singole e vulnerabili, in larga parte donne, su cui pesava una diffidenza che intrecciava paura del corpo femminile, misoginia e sospetto verso il sapere non controllato. Il filo che unisce tutte queste vittime è chiaro: l’epidemia non inventava nuovi odi, amplificava quelli che già esistevano. Antisemitismo, misoginia, paura del diverso e del marginale erano già lì, latenti; la peste fornì soltanto l’occasione e il pretesto per scatenarli con una ferocia altrimenti impossibile. ## **Tra teologia e scienza: chi cerca cause, non capri espiatori** Sarebbe però sbagliato, e profondamente ingiusto verso quell’epoca, ridurre tutto a isteria e caccia al nemico. Perché accanto a chi cercava colpevoli c’era anche chi cercava cause, e i due atteggiamenti convivevano nella stessa società. Medici e autori colti si sforzavano di spiegare l’epidemia con gli strumenti che avevano, la medicina di tradizione galenica e l’astrologia, parlando di squilibri degli umori del corpo, di aria corrotta, di influenze del clima e degli astri. Erano spiegazioni in gran parte errate, certo, ma erano tentativi di ragionare sui meccanismi del male, non di dargli un volto umano da punire. Producevano consigli, regimi di vita, ipotesi, in un’attitudine che, per quanto limitata dai mezzi del tempo, somigliava più all’indagine che al linciaggio. E ci fu di più. Alcuni testi, e in qualche occasione le stesse autorità religiose, cercarono di frenare le violenze contro ebrei e lebbrosi. Lo fecero con un argomento di disarmante buon senso: anche loro morivano di peste come tutti gli altri, dunque non potevano esserne i registi occulti, non aveva senso accusare di diffondere un male chi quel male lo subiva esattamente come i suoi accusatori. Fu una voce spesso troppo debole per fermare i massacri, ma esistette, e va ricordata. Qui sta una sfumatura importante, che impedisce di liquidare quei secoli con sufficienza. Il Medioevo non fu solo superstizione e roghi. Fu anche, sia pure in modo intermittente e minoritario, lo spazio di tentativi di pensare le cause senza trasformarle in persone da bruciare. La ragione e la paura abitavano la stessa epoca, e talvolta la stessa città, contendendosi le menti. ## **Attribuire colpa per non sentirsi impotenti** Resta la domanda più profonda: perché? Perché, di fronte alla catastrofe, il bisogno di un colpevole si fa così irresistibile? La risposta tocca qualcosa che riguarda l’essere umano in quanto tale, non solo l’uomo del Trecento. Individuare un responsabile, prima di tutto, riduce l’angoscia. È paradossalmente meno spaventoso pensare a un complotto, agli ebrei che avvelenano, alle streghe che maledicono, agli untori che spalmano veleno, che accettare l’idea di un caos biologico cieco, senza volontà, senza senso, contro cui non si può fare nulla. Un nemico, per terribile che sia, si può combattere, scoprire, punire. Un contagio invisibile e impersonale, no. Il complotto, in fondo, è una forma di consolazione: restituisce al disastro un significato e una direzione. In secondo luogo, la violenza contro il capro espiatorio svolge una funzione simbolica precisa: raddrizza un ordine che si è infranto. Quando il mondo sembra impazzito, quando le regole consuete non valgono più e la morte colpisce a caso buoni e cattivi, punire qualcuno manda un messaggio rassicurante: il mondo ha ancora delle leggi, la colpa esiste, la giustizia funziona, c’è un legame tra male commesso e castigo. Bruciare un colpevole è un modo disperato per dire a se stessi che il cosmo morale non è crollato del tutto. E c’è infine una dimensione apertamente politica. Indirizzare la rabbia popolare contro minoranze e gruppi marginali è anche un modo, consapevole o meno, per proteggere l’ordine sociale esistente. La furia che avrebbe potuto rivolgersi verso chi governava, verso le diseguaglianze, verso l’impotenza delle autorità, viene canalizzata su bersagli innocui per il potere: i deboli, i diversi, gli esclusi. Il capro espiatorio non serve solo a calmare l’angoscia individuale, ma a scaricare una tensione collettiva che, altrimenti, rischierebbe di travolgere chi sta in alto. ## **Dagli untori ai complotti del laboratorio** ![Presunto untore accusato di spalmare veleno su un muro medievale durante la peste](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Dagli-untori-ai-complotti-del-laboratorio-1024x576.png "Dagli untori ai complotti del laboratorio - Scripta Manent Italia") A questo punto la tentazione sarebbe chiudere con un sospiro di sollievo: per fortuna noi siamo diversi, noi abbiamo la scienza. Ma è proprio qui che la storia si fa scomoda, perché le dinamiche che abbiamo descritto non appartengono soltanto al passato. Le epidemie recenti lo hanno mostrato con chiarezza. Sono fiorite le teorie del complotto, la convinzione che dietro il contagio ci fosse una volontà nascosta, un piano, un laboratorio, un colpevole occulto da smascherare. Si è cercato un responsabile etnico o politico, additando di volta in volta un popolo, un paese, un gruppo. La paura ha alimentato la polarizzazione, la diffidenza verso il diverso, la ricerca di un nemico a cui imputare la sofferenza. Sono cambiate le spiegazioni scientifiche, abbiamo i microbi, i vaccini, i modelli epidemiologici, ma non è cambiato il bisogno profondo di dare un volto alla catastrofe, di trasformare un evento cieco in un’azione di qualcuno. Alla domanda da cui siamo partiti, «a chi davano la colpa?», si può allora rispondere così: i medievali accusavano Dio, l’aria e gli altri, spesso esattamente in quest’ordine, salendo dalla causa ultima a quella più concreta e più sanguinosa. Conoscevano meno di noi i meccanismi della malattia, ma conoscevano benissimo, e forse meglio di noi, il funzionamento della paura. Il vero problema, guardando i loro roghi, non è compiacersi di quanto siamo progrediti. È chiedersi, con onestà, quanto in fondo siamo davvero diversi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Medioevo --- ### [I romani praticavano sacrifici umani?](https://scriptamanentitalia.it/i-romani-sacrifici-umani/) **Published:** Luglio 3, 2026 **Author:** Francesco Salassa **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Bambini sotto le mura: la violenza delle fondazioni](#Bambini_sotto_le_mura_la_violenza_delle_fondazioni) - [Quando Roma ha davvero ucciso per gli dèi](#Quando_Roma_ha_davvero_ucciso_per_gli_dei) - [97 a.C.: il Senato dice basta (almeno sulla carta)](#97_aC_il_Senato_dice_basta_almeno_sulla_carta) - [Fantocci nel Tevere al posto dei corpi](#Fantocci_nel_Tevere_al_posto_dei_corpi) C’è un’immagine di Roma che teniamo cara più di quanto vogliamo ammettere. La Roma del diritto e della ragione, delle leggi scolpite e delle procedure, la civiltà che ci ha lasciato il vocabolario stesso della giustizia e che proprio per questo non avrebbe mai potuto abbassarsi a sgozzare un uomo su un altare. I sacrifici umani sono roba di altri: dei Cartaginesi che bruciavano i figli, dei Druidi e dei loro fantocci di vimini, dei popoli che il diritto non l’avevano ancora inventato. Roma no, Roma è diversa. Roma è pulita. Poi si scava sul Palatino, si rilegge Livio, si controlla quando esattamente un sacrificio umano sia stato vietato per legge, e l’immagine comincia a incrinarsi. Perché i corpi ci sono. Le sepolture rituali ci sono. Le coppie di stranieri seppellite vive nel cuore della città ci sono, raccontate da uno storico romano che non riusciva a nasconderne l’imbarazzo. La tesi di questo articolo è semplice e scomoda. I sacrifici umani a Roma esistono, eccome. Ma compaiono in momenti delimitati, alle fondazioni, nelle crisi estreme, nei riti di espiazione, e nel corso dei secoli si trasformano lentamente in un tabù: prima qualcosa di cui vergognarsi, poi un confine identitario, infine un reato. ## **Bambini sotto le mura: la violenza delle fondazioni** Gli scavi condotti sul Palatino e attorno ad esso hanno restituito, in corrispondenza delle fasi più antiche, deposizioni di infanti e di adulti collocate in relazione alla costruzione e al rifacimento delle mura e degli edifici sacri del primo nucleo urbano. Non sepolture ordinarie, ma resti posti là dove sorgeva il limite della città, in quel gesto che gli archeologi leggono come sacrificio di fondazione. La logica è arcaica e diffusa in tutto il Mediterraneo: per dare solidità a un’opera, a un muro, a una soglia, si affida alla terra una vita, perché custodisca e protegga ciò che si sta costruendo. Gli Etruschi, da cui la Roma delle origini dipende molto più di quanto i manuali amino ricordare, conoscevano bene questa grammatica del sangue, e il mondo italico in cui Roma cresce non ne era estraneo. I primi Romani non erano i togati del Foro che immaginiamo: erano contadini e guerrieri di un piccolo centro tirrenico, immersi in un orizzonte religioso in cui il confine tra il sacro e il violento era sottilissimo. È un’idea fastidiosa, e va detta senza addolcirla. Alle origini di una delle più grandi macchine giuridiche della storia non c’è una tavola di leggi, ma il rito che chiede una vita per fissare una pietra. Il diritto romano arriva dopo, molto dopo, e non cancella questo strato: lo seppellisce, letteralmente, sotto le proprie fondamenta. ## **Quando Roma ha davvero ucciso per gli dèi** ![Senatori romani ordinano il sacrificio rituale di due coppie di stranieri dopo la disfatta di Canne nel Foro Boario](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Quando-Roma-ha-davvero-ucciso-per-gli-dei-1-1024x576.png "Quando Roma ha davvero ucciso per gli dèi - Scripta Manent Italia") Si potrebbe pensare che si tratti di residui preistorici, spazzati via dalla repubblica matura. E invece no. I casi più clamorosi e meglio documentati appartengono proprio all’età repubblicana, e nelle ore più drammatiche della sua storia. L’episodio decisivo si lega al panico. Di fronte a minacce percepite come la fine di tutto, Roma seppellì vive nel Foro Boario, il mercato del bestiame, due coppie di stranieri, un Gallo e una Galla, un Greco e una Greca. Accadde almeno una prima volta sotto la pressione di un’invasione gallica, e poi di nuovo nel momento più nero, all’indomani di Canne, quando Annibale aveva annientato l’esercito consolare e la città credeva di essere perduta. Livio racconta questi seppellimenti, ma il modo in cui lo fa è rivelatore: li definisce un rito ben poco romano, qualcosa di estraneo allo spirito della città. Lo storico, insomma, sente il bisogno di prendere le distanze proprio mentre annota il fatto, e quell’imbarazzo è già una parte della storia. Nella stessa fase seguita a Canne si colloca un’altra cupa vicenda. Lo scandalo delle Vestali accusate di aver violato il voto, con la conseguente messa a morte, si intreccia con il bisogno disperato di riconquistare un favore divino che sembrava aver abbandonato Roma. La sconfitta non era solo militare: era il segno che gli dèi avevano voltato le spalle, e bisognava placarli a ogni costo, anche col sangue. C’è poi una figura che merita un discorso a parte, perché complica la categoria stessa di sacrificio. È la *devotio* di Publio Decio Mure. Sul campo di battaglia il comandante, per salvare l’esercito che stava cedendo, si consacrava con una formula solenne agli dèi Mani e alla Terra, votando se stesso e i nemici alla morte, e poi si lanciava nella mischia a farsi uccidere. Formalmente non è un sacrificio umano imposto a una vittima inerme: è un’auto-immolazione rituale, scelta e cercata. Ma resta una vita offerta agli dèi per ottenere la salvezza della comunità, e i Romani la celebravano come l’atto più nobile possibile. La differenza, allora, non sta nel sangue versato, ma in chi lo versa e per chi. Da tutto questo emerge una tensione che attraversa l’intera cultura romana. Da un lato la retorica del «noi queste cose non le facciamo»; dall’altro le fonti che testimoniano il contrario. E il punto più interessante è che la contraddizione non la scopriamo noi moderni: la sentivano già gli antichi, che compivano quei gesti percependoli come oltre il limite, ammessi soltanto quando il limite era saltato per primo. ## **97 a.C.: il Senato dice basta (almeno sulla carta)** Se Roma avesse davvero ignorato il sacrificio umano, non avrebbe avuto bisogno di vietarlo. E invece, in piena età tardo-repubblicana, un decreto del Senato stabilì che nessun uomo venisse immolato. La data che la tradizione ci consegna è il 97 a.C., e già di per sé è eloquente: si tratta di un divieto sorprendentemente tardo, segno che la pratica, per quanto eccezionale, era ancora abbastanza viva da meritare una proibizione formale. Ma quel decreto non serviva solo a regolare il culto. Aveva una potente funzione identitaria. Vietare ufficialmente il sacrificio umano significava dire al mondo, e dire a sé stessi, che cosa Roma era e che cosa non era. Era un modo per tracciare la linea tra la civiltà e la barbarie, per collocarsi dalla parte giusta del confine. I Romani potevano così guardare dall’alto i popoli che accusavano di compiere quegli orrori, dimenticando con notevole comodità che fino a poco prima li avevano compiuti anche loro. C’è poi una vasta zona grigia in cui la stessa distinzione tra sacrificio e altro diventa quasi impossibile da tracciare. L’esempio più potente sono le Vestali. Quando una sacerdotessa di Vesta era giudicata colpevole di aver infranto il voto di castità, non veniva uccisa con la spada né strangolata, perché versare il sangue di una Vestale o metterle violentemente le mani addosso era inammissibile. Veniva invece condotta in una camera sotterranea presso una porta della città, con un po’ di pane, acqua, latte, olio e una lampada accesa, e lì murata viva. Sulla carta è una pena, l’esecuzione di una condanna giuridica. Nei fatti è qualcosa di molto più ambiguo: una donna consacrata, restituita alla terra con tutto un corredo rituale, in un gesto che placa una divinità offesa e riconcilia la città con il sacro che era stato contaminato. Pena o offerta? La risposta dipende da dove si decide di guardare. E non è l’unico caso. Ci sono le uccisioni ritualizzate di prigionieri nei contesti bellici, i nemici strangolati nel carcere al culmine del trionfo, in un gesto che ha tutta l’aria di un’offerta agli dèi della vittoria. C’è la morte spettacolarizzata nelle arene, dove l’esecuzione si fa rito collettivo davanti a una città intera. Ci sono le esecuzioni pubbliche caricate di valenze religiose, in cui il condannato diventa qualcosa di più di un semplice criminale punito. Il problema, allora, non è solo di Roma. È nostro, ed è concettuale. Chi decide dove finisce la pena capitale e dove comincia la morte rituale? Chi traccia la linea tra giustizia e sacrificio? Spesso quella linea non sta nei fatti, ma nelle parole che usiamo per raccontarli: la stessa morte diventa «esecuzione» quando vogliamo sentirci civili e «sacrificio» quando vogliamo condannare gli altri. ## **Fantocci nel Tevere al posto dei corpi** ![Vestali gettano fantocci di giunco Argei dal ponte Sublicio nel Tevere durante rito romano](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Fantocci-nel-Tevere-al-posto-dei-corpi-1024x576.png "Fantocci nel Tevere al posto dei corpi - Scripta Manent Italia") Eppure qualcosa, nel lungo periodo, cambia davvero. E lo si vede in un rito tanto curioso quanto significativo. Ogni anno, a metà maggio, le Vestali gettavano dal ponte Sublicio nelle acque del Tevere una serie di fantocci di giunco legati a forma umana, gli Argei, ventisette o giù di lì. Figure di paglia scaraventate nel fiume al posto di uomini. Gli stessi Romani non sapevano più con certezza che cosa significasse, e ne davano spiegazioni diverse e incerte. Ma una delle ipotesi più antiche e tenaci è che quei pupazzi avessero preso il posto di vittime in carne e ossa, che in origine si gettassero esseri umani e che col tempo il gesto fosse stato addolcito, sostituendo i corpi con dei simulacri. Qui si vede all’opera un meccanismo antropologico universale. Il rito non si abolisce, perché interromperlo significherebbe spezzare la continuità con gli antenati e con gli dèi, e nessuna società lo fa volentieri. Si conserva quindi il gesto simbolico, consegnare qualcosa al fiume, restituire una figura umana alla divinità, ma si cambia ciò che si offre. La forma resta, la sostanza si fa accettabile. È il modo in cui Roma fa pace con il proprio passato senza rinnegarlo apertamente: tiene il rito e cambia la vittima, mantiene la liturgia e ne svuota l’orrore. L’evoluzione morale e religiosa della città passa, letteralmente, attraverso questi compromessi. Rimettiamo insieme i fili. Roma è una società che ama pensarsi e rappresentarsi civile, e in larga misura lo è davvero. Ma alle sue origini, e nei momenti in cui tutto sembra crollare, non esita a usare la vita umana come offerta estrema, salvo poi raccontarsi che sono cose da barbari, da altri, da nemici. La civiltà che ammiriamo non è il contrario di questo lato oscuro: lo contiene, lo seppellisce sotto le mura e lo riscrive nelle proprie cronache fino a renderlo irriconoscibile. Sarebbe comodo fermarsi qui, con il dito puntato contro gli antichi. Ma il meccanismo è troppo riconoscibile per chiudere così. Anche le nostre democrazie si raccontano enfatizzando il diritto, le procedure, i princìpi, e tendono a rimuovere i momenti in cui la violenza, quella dello Stato o quella di un gruppo, viene caricata di sacralità: il caduto che «non è morto invano», il nemico che va annientato per il bene di tutti, la vita offerta a una causa più grande e celebrata come dovere supremo. Cambiano le parole, non sempre la struttura. Guardare ai sacrifici umani di Roma non serve a fare la morale agli antichi, che non possono più ascoltarci. Serve a una domanda più scomoda, rivolta a noi: quali sacrifici, oggi, continuiamo a compiere chiamandoli con altri nomi? ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/francesco-150x150-1.gif) Francesco Salassa Appassionato di ricerca storica, unisce studio delle fonti e capacità narrativa per rendere il passato comprensibile anche ai lettori non specialisti. Scrive di Roma antica, Medioevo e storia delle idee, con particolare attenzione al contesto culturale e sociale. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [I tesori della tomba François tornano in Italia](https://scriptamanentitalia.it/tesori-tomba-francois-tornano-italia/) **Published:** Luglio 3, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Vulci**, nel Lazio, la terra aveva custodito per secoli uno dei più straordinari tesori pittorici della civiltà etrusca, rinvenuto nel lontano **1857** dall’archeologo francese **Alessandro François**. Oggi, dopo oltre un secolo di permanenza in mani private e complesse vicende collezionistiche, lo Stato italiano riafferma la propria sovranità sul patrimonio artistico antico attraverso un’operazione culturale di eccezionale rilievo istituzionale e scientifico. Il **Ministero della Cultura** ha infatti ufficializzato l’acquisizione definitiva dei celebri pannelli affrescati distaccati dalla **Tomba François**, strappandoli all’esclusività della collezione privata della nobile famiglia. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Legio II Augusta: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-ii-augusta-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 1, 2026 **Author:** Francesco Salassa **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio II Augusta](#Origini_della_Legio_II_Augusta) - [Il contesto: guerre civili e la battaglia di Filippi](#Il_contesto_guerre_civili_e_la_battaglia_di_Filippi) - [Il vessillo della Legio II Augusta](#Il_vessillo_della_Legio_II_Augusta) - [Il consolidamento sotto Augusto: le guerre cantabriche](#Il_consolidamento_sotto_Augusto_le_guerre_cantabriche) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Augusta»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABAugusta%C2%BB) - [Il titolo dinastico «Antonina»](#Il_titolo_dinastico_%C2%ABAntonina%C2%BB) - [Gli emblemi: Capricorno, Pegaso e Marte](#Gli_emblemi_Capricorno_Pegaso_e_Marte) - [Le campagne militari della Legio II Augusta](#Le_campagne_militari_della_Legio_II_Augusta) - [Le guerre cantabriche in Hispania](#Le_guerre_cantabriche_in_Hispania) - [Germania: le campagne di Germanico e la tempesta del Mare del Nord](#Germania_le_campagne_di_Germanico_e_la_tempesta_del_Mare_del_Nord) - [L’invasione della Britannia e la rivolta di Boudica](#Linvasione_della_Britannia_e_la_rivolta_di_Boudica) - [La guerra dei quattro imperatori e le campagne scozzesi di Severo](#La_guerra_dei_quattro_imperatori_e_le_campagne_scozzesi_di_Severo) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Da Argentoratum a Isca Silurum](#Da_Argentoratum_a_Isca_Silurum) - [Carpow e il ritorno a Caerleon](#Carpow_e_il_ritorno_a_Caerleon) - [Struttura interna e comando della Legio II Augusta](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_II_Augusta) - [Un comando di rango senatorio: da Vespasiano ad Agricola](#Un_comando_di_rango_senatorio_da_Vespasiano_ad_Agricola) - [Vita di frontiera in Britannia](#Vita_di_frontiera_in_Britannia) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio II Augusta](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_II_Augusta) - [Tacito, l’epigrafia e l’arco di Orange](#Tacito_lepigrafia_e_larco_di_Orange) - [La Notitia Dignitatum](#La_Notitia_Dignitatum) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [Richborough e l’abbandono di Caerleon](#Richborough_e_labbandono_di_Caerleon) - [Una legione del tardo impero](#Una_legione_del_tardo_impero) - [Eredità e percezione moderna della Legio II Augusta](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_II_Augusta) - [Il fascino di una legione «britannica»](#Il_fascino_di_una_legione_%C2%ABbritannica%C2%BB) - [Perché studiare la II Augusta](#Perche_studiare_la_II_Augusta) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio II Augusta** è una delle legioni romane più longeve e meglio documentate, con una storia che attraversa quasi cinque secoli, dalle guerre civili della tarda Repubblica fino al declino del limes britannico nel V secolo. Nacque probabilmente nel 43 a.C. come legione «Sabina», combatté a Filippi al fianco di Ottaviano e ricevette poi il titolo «Augusta» sotto il primo imperatore. Dopo aver domato la Cantabria in Spagna e presidiato il limes renano in Germania, la legione partecipò all’invasione della Britannia nel 43 d.C. e vi rimase per oltre tre secoli, costruendo la celebre fortezza di Isca Silurum (Caerleon). I suoi emblemi, il Capricorno, il Pegaso e il dio Marte, ne accompagnarono tutta la vicenda, fino alle ultime attestazioni nella Notitia Dignitatum a Richborough. ## **Origini della Legio II Augusta** ### **Il contesto: guerre civili e la battaglia di Filippi** Le origini della legione restano in parte incerte, ma la ricostruzione più accreditata la fa nascere nel 43 a.C. per volontà del console Gaio Vibio Pansa, con reclutamento nella regione della Sabina, da cui il primo nome «II Sabina». Arruolata nel clima delle guerre civili seguite alla morte di Cesare, la legione passò sotto le insegne del Secondo Triumvirato e combatté a **Filippi** nel 42 a.C. contro Bruto e Cassio, per poi essere impiegata anche nell’assedio di Perugia. Dopo Azio la legione fu probabilmente congedata insieme a decine di migliaia di veterani, e alcuni di essi vennero poi incorporati nella nuova unità che avrebbe preso il nome di **Legio II Augusta**. [ ![Vessillo romano della Legio II Augusta con cavallo alato, riproduzione storico-filologica - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/Created_with_Frame_Up_on_2026-04-24_at_12_02_03_GMT.jpg?v=1777032128&width=800) ](https://trizioeditore.it/en/products/legio-ii-augusta-vessillo-romano) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio II Augusta Riproduzione storico-filologica del vessillo della Legio II Augusta, una delle unità più longeve e prestigiose dell’esercito romano. Il cavallo alato in oro su fondo rosso richiama la forza, il prestigio e la memoria imperiale della legione. Da 120,00 €Disponibile in acrilico o su tela con cornice in noce [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/en/products/legio-ii-augusta-vessillo-romano) ### **Il consolidamento sotto Augusto: le guerre cantabriche** La prima attestazione certa della legione risale al 26 a.C., quando fu impiegata da Augusto contro i Cantabri, nella Spagna settentrionale, in una delle campagne più dure del principato augusteo. Insieme alla Legio I Germanica contribuì alla fondazione della colonia di Acci e, secondo Plinio, fondò anche la città di Cartenna in Mauretania. Fu in questo periodo di stanziamento in Hispania Tarraconensis che la legione consolidò probabilmente il titolo onorifico legato al nome del principe. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Vessillo Legio II Augusta con Pegaso dorato, insegna Capricornus e statua di Marte tra i legionari romani schierati](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen «Augusta»** Il titolo **Augusta** venne probabilmente concesso in occasione di una riorganizzazione o di una vittoria legata al principato di Augusto, secondo la consuetudine di legare il nome delle unità militari al princeps regnante. A differenza del cognomen «Parthica», che annunciava una missione futura, «Augusta» celebrava piuttosto il legame diretto e duraturo con il fondatore del principato. ### **Il titolo dinastico «Antonina»** In età severiana la legione ricevette anche l’epiteto **Antonina**, concesso sotto Caracalla o sotto Elagabalo per indicare un rapporto di particolare fedeltà e vicinanza all’imperatore. Come nel caso della I Parthica, anche qui la titolatura legionaria funzionava da strumento di propaganda dinastica, capace di legare simbolicamente l’unità militare alla casa regnante del momento. ### **Gli emblemi: Capricorno, Pegaso e Marte** La **Legio II Augusta** portò tre emblemi nel corso della sua storia: il **Capricorno**, segno zodiacale legato ad Augusto, il **Pegaso**, concesso probabilmente sotto Vespasiano, e il dio **Marte**. Il Capricorno compare scolpito sull’arco trionfale di Orange, eretto proprio per celebrare il ruolo della legione nella repressione della rivolta gallica del 21 d.C., mentre resti epigrafici da Caerleon e dal vallo di Antonino confermano l’uso di Pegaso e Marte come insegne distintive dell’unità. ## **Le campagne militari della Legio II Augusta** ### **Le guerre cantabriche in Hispania** Il primo grande impegno bellico della legione fu la guerra contro i Cantabri e gli Astures, condotta tra il 29 e il 19 a.C. per completare la conquista della penisola iberica. Fu una campagna lunga e logorante, condotta in un territorio montano e ostile, che segnò la definitiva affermazione del potere romano in Hispania. ### **Germania: le campagne di Germanico e la tempesta del Mare del Nord** Dopo il disastro della Legio XIX a Teutoburgo nel 9 d.C., la II Augusta fu trasferita in Germania Superiore, vicino a Moguntiacum (Magonza), per rafforzare il fronte renano. Nel 15 d.C. partecipò alle campagne di Germanico contro le tribù dei Catti e dei Cherusci, ma al ritorno l’esercito fu colto da una violenta tempesta sulle coste del Mare del Nord, un episodio narrato con vivida drammaticità da Tacito negli *Annales*. ### **L’invasione della Britannia e la rivolta di Boudica** Nel 43 d.C. la legione, guidata dal futuro imperatore **Vespasiano**, fu una delle quattro unità impiegate nell’invasione della Britannia voluta da Claudio, distinguendosi nelle campagne contro le tribù dei Durotriges e dei Dumnonii nel sud dell’isola. Durante la rivolta di **Boudica** nel 60-61 d.C. la legione non intervenne in soccorso del governatore Suetonio Paolino: il prefetto del campo Poenio Postumo, mancando all’appello, si suicidò per l’onta di aver privato la sua unità della gloria conquistata dalle altre legioni. ### **La guerra dei quattro imperatori e le campagne scozzesi di Severo** Nell’Anno dei Quattro Imperatori (69 d.C.) una vessillazione della legione combatté prima per Otone e poi per Vitellio a Bedriacum, prima di passare dalla parte di Vespasiano. Oltre un secolo più tardi, sotto **Settimio Severo**, gran parte della legione fu spostata in Scozia per la campagna pittica del 208-211 d.C., presidiando la base avanzata di Carpow. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Veduta panoramica di una fortezza romana della Legio II Augusta con mura, anfiteatro e legionari in marcia lungo il fiume](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Da Argentoratum a Isca Silurum** Dopo la parentesi germanica ad Argentoratum (Strasburgo), la legione si stabilì definitivamente in Britannia, passando per Exeter e Glevum (Gloucester) prima di fissare la sua sede permanente a **Isca Silurum**, l’odierna Caerleon in Galles, dal 74/75 d.C.. Qui costruì una fortezza in pietra che rimase occupata per oltre due secoli, oggi visitabile insieme alle terme e all’anfiteatro romano annessi. ### **Carpow e il ritorno a Caerleon** Durante le campagne scozzesi di Severo la legione si spostò temporaneamente a **Carpow**, sul fiume Tay, per poi tornare a Caerleon sotto Severo Alessandro, dove risulta ancora attestata nel 255 d.C.. Questo andirivieni testimonia la flessibilità operativa della legione, impiegata sia come guarnigione stabile che come forza di spedizione ai margini settentrionali dell’Impero. ## **Struttura interna e comando della Legio II Augusta** ### **Un comando di rango senatorio: da Vespasiano ad Agricola** Diversamente dalle legioni partiche di Severo, la II Augusta mantenne il tradizionale comando di rango senatorio affidato a un *legatus legionis*, tra cui figurano nomi illustri come **Vespasiano** stesso e, come tribuno militare, il futuro governatore **Gneo Giulio Agricola**. Le liste di comandanti attestati, che coprono quasi tre secoli, fanno della II Augusta una delle legioni meglio documentate sotto il profilo epigrafico dell’intero esercito romano. ### **Vita di frontiera in Britannia** Stanziata a lungo a Caerleon, la legione fornì distaccamenti per il servizio sul Vallo di Adriano, per la costruzione del Vallo Antonino nel 139 d.C. e per il seguito del governatore a Londinium. La vita della legione in Britannia fu quindi scandita da un doppio ruolo, quello di guarnigione fissa nel proprio quartiere gallese e quello di forza mobile impiegata lungo tutta l’isola. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio II Augusta** ### **Tacito, l’epigrafia e l’arco di Orange** La fonte letteraria più importante resta Tacito, che narra sia la tempesta germanica sia il comportamento della legione durante la rivolta di Boudica. A questo si aggiunge una ricca documentazione epigrafica, dalle lapidi funerarie di Argentoratum ai rilievi del Capricorno sull’arco trionfale di Orange, che confermano il legame della legione con i propri emblemi. ### **La Notitia Dignitatum** Come per la I Parthica, anche per la II Augusta la fonte tardoantica decisiva è la **Notitia Dignitatum**, che collocando la legione a **Richborough** sotto il comando del Conte del Litorale Saxonico permette di seguirne la traccia fino agli inizi del V secolo. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### **Richborough e l’abbandono di Caerleon** Nel corso del III secolo la fortezza di Caerleon fu progressivamente abbandonata a favore di una nuova collocazione costiera a **Richborough**, nel Kent, funzionale alla difesa del litorale contro le incursioni saxoni. Questo trasferimento segna il passaggio della legione da unità di occupazione interna a componente del sistema difensivo del cosiddetto Litorale Saxonico. ### **Una legione del tardo impero** Come molte unità di antica formazione, anche la II Augusta attraversò la profonda riorganizzazione dell’esercito tardoantico, senza che sia possibile stabilire con certezza una continuità diretta tra l’unità menzionata nella Notitia Dignitatum e la legione delle origini repubblicane. Resta il fatto che il suo servizio, tra Hispania, Germania e Britannia, si estese per un arco temporale fra i più lunghi dell’intero esercito romano. ## **Eredità e percezione moderna della Legio II Augusta** ![Rievocatore della Legio II Augusta osserva le rovine archeologiche con anfiteatro e visitatori al tramonto](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/07/Eredita-e-percezione-moderna-della-Legio-II-Augusta-1024x576.png "Eredità e percezione moderna della Legio II Augusta - Scripta Manent Italia") ### **Il fascino di una legione «britannica»** La **Legio II Augusta** occupa un posto speciale nell’immaginario storico legato alla Britannia romana, grazie al ruolo di Vespasiano come comandante e alla lunga permanenza a Caerleon, oggi uno dei siti archeologici militari più visitati del Galles. La sua vicenda ha ispirato anche la narrativa storica contemporanea, dai romanzi di Lindsey Davis a quelli di Simon Scarrow, ambientati proprio tra le file di questa legione. ### **Perché studiare la II Augusta** Studiare la Legio II Augusta significa ricostruire l’intera parabola della conquista romana della Britannia, dal 43 d.C. fino all’abbandono del limes nel V secolo, passando per Cantabria, Germania e Scozia. Chi voglia confrontarla con altre unità numerate allo stesso modo troverà spunti interessanti negli articoli dedicati alla Legio I Parthica, alla Legio I Adiutrix, alla Legio I Italica e alla Legio I Germanica: unità che condividono logiche di fondazione diverse ma raccontano insieme l’evoluzione dell’esercito imperiale. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio II Augusta?** Fu probabilmente arruolata nel 43 a.C. dal console Gaio Vibio Pansa in Sabina, e ricevette il titolo «Augusta» in età augustea. **Perché si chiama «Augusta»?** Il titolo deriva quasi certamente da una vittoria o riorganizzazione avvenuta sotto il principato di Augusto. **Quali erano gli emblemi della Legio II Augusta?** Capricorno, Pegaso e il dio Marte, attestati su monumenti come l’arco di Orange e su iscrizioni britanniche. **Dove era di stanza la Legio II Augusta?** La sede principale fu Isca Silurum (Caerleon, Galles) dal 74/75 d.C., dopo tappe in Hispania, Germania e altre località britanniche. **Contro chi combatté la Legio II Augusta?** Cantabri e Astures in Spagna, tribù germaniche sul Reno, popolazioni britanniche durante la conquista e i Pitti sotto Settimio Severo. **Fino a quando esistette la Legio II Augusta?** È attestata fino agli inizi del V secolo, quando la Notitia Dignitatum la colloca a Richborough sotto il comando del Conte del Litorale Saxonico. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/francesco-150x150-1.gif) Francesco Salassa Appassionato di ricerca storica, unisce studio delle fonti e capacità narrativa per rendere il passato comprensibile anche ai lettori non specialisti. Scrive di Roma antica, Medioevo e storia delle idee, con particolare attenzione al contesto culturale e sociale. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio II Adiutrix Pia Fidelis: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-ii-adiutrix-pia-fidelis-storia-legione/) **Published:** Luglio 1, 2026 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini e contesto storico](#Origini_e_contesto_storico) - [Il vessillo della Legio II Adiutrix Pia Fidelis](#Il_vessillo_della_Legio_II_Adiutrix_Pia_Fidelis) - [Nome, numero e titoli onorifici](#Nome_numero_e_titoli_onorifici) - [Principali campagne militari](#Principali_campagne_militari) - [La rivolta batava e la Britannia (70–87 d.C.)](#La_rivolta_batava_e_la_Britannia_70%E2%80%9387_dC) - [Le guerre daciche (87–106 d.C.)](#Le_guerre_daciche_87%E2%80%93106_dC) - [Pannonia, Partia e le guerre marcomanniche (II–III sec. d.C.)](#Pannonia_Partia_e_le_guerre_marcomanniche_II%E2%80%93III_sec_dC) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Struttura interna e vita quotidiana](#Struttura_interna_e_vita_quotidiana) - [Simboli, insegne e identità visiva](#Simboli_insegne_e_identita_visiva) - [Dibattiti storiografici](#Dibattiti_storiografici) - [L’origine esatta del reclutamento](#Lorigine_esatta_del_reclutamento) - [Il rapporto con la Legio I Adiutrix](#Il_rapporto_con_la_Legio_I_Adiutrix) - [La permanenza ad Aquincum](#La_permanenza_ad_Aquincum) - [Domande Frequenti (FAQ)](#Domande_Frequenti_FAQ) La Legio II *Adiutrix Pia Fidelis* è una delle legioni più longeve e geograficamente mobili dell’esercito imperiale romano: nata dai marines della flotta di Ravenna, divenne per secoli il presidio della frontiera danubiana. La sua storia attraversa quasi quattro secoli di storia romana, dai tumulti del 69 d.C. fino agli albori del IV secolo, intrecciandosi con campagne in Britannia, Dacia, Partia e Germania. ## **Origini e contesto storico** La Legio II *Adiutrix* nacque in uno dei momenti più caotici della storia di Roma: l’**Anno dei quattro imperatori** (69 d.C.). Quando Vespasiano emerse come unico sovrano legittimo, si trovò a gestire un esercito frammentato e una flotta — la *Classis Ravennatis* — i cui marinai avevano combattuto dalla sua parte contro Vitellio. La scelta di Vespasiano fu brillante: trasformare quei fedeli marinai in legionari regolari, fondando così nel **70 d.C.** la nuova legione. [ ![Vessillo romano della Legio II Adiutrix Pia Fidelis con Pegaso dorato, riproduzione storico-filologica su acrilico o tela con cornice in noce - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/Created_with_Frame_Up_on_2026-04-24_at_11_52_59_GMT.jpg?v=1777031585&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-ii-adiutrix-pia-fidelis-vessillo-romano) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio II Adiutrix Pia Fidelis Riproduzione storico-filologica del vessillo con Pegaso dorato, emblema della legione nata sotto Vespasiano e celebrata per la sua fedeltà. Un’opera da esporre in casa, in studio o nella propria collezione romana. Da 120,00 €Disponibile su acrilico o su tela con cornice in noce [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/products/legio-ii-adiutrix-pia-fidelis-vessillo-romano) Il nome *Adiutrix* — letteralmente “ausiliaria” o “che soccorre” — riflette la natura stessa della sua fondazione: una legione creata per rinforzare l’esercito in un momento di crisi. Il soprannome *Pia Fidelis* (“pia e fedele”) fu concesso immediatamente da Vespasiano in riconoscimento della lealtà dimostrata durante la guerra civile. Non era un titolo onorifico guadagnato sul campo, ma una dichiarazione d’identità: questa legione era, fin dal primo giorno, un’unità politicamente affidabile. ## **Nome, numero e titoli onorifici** ![Ufficiale della Legio II Adiutrix in lorica segmentata con mantello rosso regge un bastone del comando sulle rive del Danubio: sullo sfondo il vessillo rosso con il Pegaso dorato e la scritta LEG II, legionari schierati con scudi decorati, imbarcazioni romane sul fiume e le mura del castrum di Aquincum](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Nome-numero-e-titoli-onorifici-1-1024x576.png "Nome numero e titoli onorifici - Scripta Manent Italia") Il nome completo della legione è **Legio II Adiutrix Pia Fidelis**, e ogni sua componente ha un significato preciso: - **II** — il numero di serie nella lista delle legioni imperiali - **Adiutrix** — “ausiliaria/soccorritrice”, riferimento alla sua origine come corpo di rinforzo - **Pia Fidelis** — “pia e fedele”, titolo concesso da Vespasiano per la lealtà in guerra civile - **Iterum Pia Fidelis** — titolo aggiuntivo attestato in alcune fonti epigrafiche, a indicare una seconda dimostrazione di fedeltà - **Constans** — ulteriore titolo ricevuto sotto Claudio il Gotico nel III secolo Il numero “II” la distingue chiaramente dalla **Legio I Adiutrix**, legione gemella fondata pochi anni prima da Galba nel 68 d.C. con marinai della flotta di Miseno. Le due legioni *Adiutrices* condividono l’origine navale ma ebbero storie e teatri operativi completamente diversi: la I rimase prevalentemente sul Reno, la II si spostò progressivamente verso il Danubio. ## **Principali campagne militari** ### **La rivolta batava e la Britannia (70–87 d.C.)** La prima missione della II *Adiutrix* fu immediata e decisiva: reprimere la **rivolta batava** di Giulio Civile in Germania Inferiore. Nell’estate del 70 d.C., sotto il comando di Quinto Petillio Ceriale, la legione combatté insieme alla VI *Victrix*, XIV *Gemina* e XXI *Rapax* sconfiggendo Civile nei pressi di Xanten. Subito dopo, seguì Ceriale in **Britannia** per sedare la ribellione dei Briganti guidata da Venuzio, stazionando prima a Lindum (Lincoln), poi a Deva (Chester). Durante il governatorato di Gneo Giulio Agricola (77–83 d.C.), la legione combatté contro gli Ordovici e occupò l’isola di Mona (Anglesey), servendo anche come riserva strategica nelle campagne di conquista della Scozia. Erano anni formativi: la II *Adiutrix* si affermò come uno dei corpi più solidi dell’esercito britannico. ### **Le guerre daciche (87–106 d.C.)** Nell’87 d.C., la legione fu richiamata dal continente per partecipare alle **guerre daciche di Domiziano**. Si trattò di un salto geografico enorme — dalla Britannia al basso Danubio — che segnò il definitivo cambio di teatro operativo per la II *Adiutrix*. Durante queste campagne, tra il 94 e il 95 d.C., prestò servizio come tribuno militare nella legione il giovane **Publio Elio Adriano**, futuro imperatore. Nell’estate del 106 d.C., la legione partecipò all’assedio della capitale dacia **Sarmisegetusa**, punto culminante delle guerre traianee. Nell’87 d.C., la legione fu richiamata dal continente per partecipare alle **guerre daciche di Domiziano**. Si trattò di un salto geografico enorme — dalla Britannia al basso Danubio — che segnò il definitivo cambio di teatro operativo per la II *Adiutrix*. Durante queste campagne, tra il 94 e il 95 d.C., prestò servizio come tribuno militare nella legione il giovane **Publio Elio Adriano**, futuro imperatore. Nell’estate del 106 d.C., la legione partecipò all’assedio della capitale dacia **Sarmisegetusa**, punto culminante delle guerre traianee. ### **Pannonia, Partia e le guerre marcomanniche (II–III sec. d.C.)** Dopo le guerre daciche di Traiano (101–106 d.C.), la II *Adiutrix* si stabilì definitivamente ad **Aquincum** (Budapest), che divenne la sua base permanente per i secoli successivi. Da lì, inviò vexillationes in numerose campagne: - **Guerra partica di Lucio Vero** (162–166 d.C.), in Mesopotamia - **Guerre marcomanniche di Marco Aurelio** (171–173 e 179–180 d.C.), con la celebre iscrizione di **Laugaricio** (Trenčín, odierna Slovacchia) che attesta la presenza dell’855 milites della legione sul terreno - **Campagna di Caracalla contro gli Alemanni** (213 d.C.) - **Campagna di Gordiano contro i Sasanidi** (238 d.C.) Nel 193 d.C., durante le guerre civili dell’*Anno dei cinque imperatori*, la II *Adiutrix* sostenne **Settimio Severo** nella sua marcia su Roma, dimostrandosi ancora una volta una legione politicamente influente. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Ricostruzione del castrum di Aquincum con legionari della Legio II Adiutrix Pia Fidelis impegnati nella costruzione della base sul Danubio: in primo piano il vessillo rosso con Pegaso dorato e scritta LEG II Adiutrix Pia Fidelis, una pietra miliare con le distanze in miglia romane verso Mursa e Singidunum, imbarcazioni militari sul fiume e gli edifici del vicus civile sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-4-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") La storia geografica della II *Adiutrix* è quella di una progressiva migrazione da ovest a est, seguendo le priorità strategiche dell’impero: **Periodo******Base********Regione****70–71 d.C.Nijmegen (*Ulpia Noviomagus*)Germania Inferiore71–77 d.C.Lindum (Lincoln)Britannia77–87 d.C.Deva (Chester)Britannia87–102 d.C.Acumincum / SirmiumPannonia/Dacia102–106 d.C.Singidunum (Belgrado)Dacia106 d.C.–IV sec.**Aquincum (Budapest)**Pannonia InferioreAquincum non fu solo una base militare: attorno al campo legionario si sviluppò una vera città, di cui oggi rimangono importanti tracce archeologiche nel cuore di Budapest. I soldati della II *Adiutrix* furono impiegati anche in lavori civili: costruirono edifici pubblici a Mursa (Osijek) e strade tra Budapest e Belgrado sotto Caracalla. ## **Struttura interna e vita quotidiana** Come ogni legione imperiale, la II *Adiutrix* era strutturata in **10 coorti** per un totale di circa 5.000–6.000 effettivi, con l’aggiunta di unità di cavalleria e reparti ausiliari. La sua origine navale lasciò tracce nell’identità visiva della legione: alcune stele funerarie mostrano un **tridente con delfini**, simbolo del retaggio marittimo dei fondatori. Il reclutamento, inizialmente basato su marinai dell’Italia settentrionale, divenne progressivamente locale dopo il trasferimento ad Aquincum. Le iscrizioni funerarie di Chester e Lincoln attestano soldati provenienti da Apro, Savaria e Forum Iulii, testimoniando la varietà geografica del corpo. La vita religiosa della legione è documentata da numerose dediche a **Giove**, **Sol Invictus** e alle divinità orientali, riflesso delle campagne in Partia e Siria. ## **Simboli, insegne e identità visiva** ![Insegne e simboli della Legio II Adiutrix Pia Fidelis: legionari romani in lorica segmentata reggono il vessillo rosso con Pegaso dorato e scritta Adiutrix Pia Fidelis, l'aquila legionaria su asta con targa LEG II, e tre signa con i simboli araldici della legione — il Capricorno, il cinghiale (Aper) e il tridente con delfini della Classis Ravennatis](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Simboli-insegne-e-identita-visiva-1024x576.png "Simboli insegne e identità visiva - Scripta Manent Italia") I simboli ufficiali della Legio II *Adiutrix Pia Fidelis* erano due, entrambi di grande significato: - **Capricorno** — simbolo zodiacale di Augusto, adottato da molte legioni augustee come segno di legittimità imperiale - **Pegaso** — il cavallo alato, concesso da Vespasiano come insegna specifica della legione, probabilmente in riferimento alla velocità e alla capacità di “volare” da un teatro operativo all’altro Alcune fonti epigrafiche aggiungono il **cinghiale** come ulteriore simbolo, mentre le stele di Chester documentano il già citato **tridente con delfini**, eco diretta della sua nascita come corpo di fanteria di marina. L’aquila legionaria (*aquila*), naturalmente, era comune a tutte le legioni romane e costituiva il simbolo sacro per eccellenza, custodito con la vita dall’*aquilifer*. ## **Dibattiti storiografici** ### **L’origine esatta del reclutamento** La questione del reclutamento iniziale non è completamente risolta. Tacito indica i marines della *Classis Ravennatis*, ma alcuni studiosi hanno proposto che il reclutamento sia stato condotto da **Sesto Lucilio Basso**, comandante delle flotte, o in alternativa da **Gneo Giulio Agricola**. La rapidità con cui la legione ottenne lo status di *iustae legionis* — documentata da un diploma del **7 marzo 70 d.C.** — è indice di quanto Vespasiano avesse urgenza di regolarizzare i nuovi corpi. ### **Il rapporto con la Legio I Adiutrix** Le due legioni *Adiutrices* sono spesso confuse, tanto nelle fonti antiche quanto nella letteratura moderna. La I *Adiutrix* fu fondata da Galba nel 68 d.C. con marinai della flotta di Miseno, la II da Vespasiano nel 70 d.C. con marines di Ravenna. Entrambe ricevettero il titolo *Pia Fidelis*, il che ha generato confusioni epigrafiche. Lo studioso B. Lörincz ha dedicato un’analisi sistematica alla distinzione tra le due unità nel volume *Les légions de Rome sous le Haut-Empire* (2000). ### **La permanenza ad Aquincum** La storiografia moderna discute se la permanenza secolare ad Aquincum abbia progressivamente trasformato la II *Adiutrix* in un corpo territoriale più simile a una guarnigione che a una legione mobile. Le evidenze mostrano una tensione costante tra la funzione di presidio fisso e quella di forza di proiezione rapida, documentata dalle numerose vexillationes inviate in teatri lontanissimi dalla base pannonica. ## **Domande Frequenti (FAQ)** **Cosa significa Legio II Adiutrix Pia Fidelis?** Il nome significa “Seconda Legione Ausiliaria, Pia e Fedele”. *Adiutrix* allude alla sua nascita come corpo di rinforzo; *Pia Fidelis* è il titolo concesso da Vespasiano per la fedeltà durante la guerra civile del 69 d.C. **Da chi fu fondata e quando?** Fu fondata dall’imperatore Vespasiano nel 70 d.C., reclutando i marinai della flotta di Ravenna (*Classis Ravennatis*) che avevano sostenuto la sua causa contro Vitellio. **Qual era il suo simbolo?** I simboli ufficiali erano il **Capricorno** e il **Pegaso**. Alcune stele funerarie documentano anche un tridente con delfini, retaggio dell’origine marittima della legione. **Dove combatté principalmente?** La II *Adiutrix* operò in Germania Inferiore, Britannia, Dacia e Pannonia. La sua base permanente dal 106 d.C. fu Aquincum, l’odierna Budapest. **Va confusa con la Legio I Adiutrix?** No. Le due legioni hanno origini distinte: la I *Adiutrix* fu fondata da Galba con marines di Miseno, la II *Adiutrix* da Vespasiano con marines di Ravenna, due anni dopo. **Quale imperatore servì nella II Adiutrix?** Il futuro imperatore **Adriano** prestò servizio come tribuno militare nella legione intorno al 94–95 d.C., durante le campagne daciche di Domiziano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio I Parthica: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-i-parthica-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 1, 2026 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio I Parthica](#Origini_della_Legio_I_Parthica) - [Il contesto: Settimio Severo e la guerra partica](#Il_contesto_Settimio_Severo_e_la_guerra_partica) - [Il vessillo della Legio I Parthica](#Il_vessillo_della_Legio_I_Parthica) - [Una delle tre legioni «Parthicae»: I, II e III](#Una_delle_tre_legioni_%C2%ABParthicae%C2%BB_I_II_e_III) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Parthica»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABParthica%C2%BB) - [Titoli dinastici: Severiana Antoniniana e la falsa adozione](#Titoli_dinastici_Severiana_Antoniniana_e_la_falsa_adozione) - [L’emblema del centauro](#Lemblema_del_centauro) - [Le campagne militari della Legio I Parthica](#Le_campagne_militari_della_Legio_I_Parthica) - [La campagna partica e il sacco di Ctesifonte](#La_campagna_partica_e_il_sacco_di_Ctesifonte) - [Il presidio della Mesopotamia e i fronti del III secolo](#Il_presidio_della_Mesopotamia_e_i_fronti_del_III_secolo) - [Le guerre contro i Sasanidi e l’assedio di Singara](#Le_guerre_contro_i_Sasanidi_e_lassedio_di_Singara) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Singara, fortezza di frontiera](#Singara_fortezza_di_frontiera) - [Da Nisibis a Costantina: gli ultimi spostamenti](#Da_Nisibis_a_Costantina_gli_ultimi_spostamenti) - [Struttura interna e comando della Legio I Parthica](#Struttura_interna_e_comando_della_Legio_I_Parthica) - [Una legione «nuova»: il comando equestre](#Una_legione_%C2%ABnuova%C2%BB_il_comando_equestre) - [Reclutamento e vita di frontiera](#Reclutamento_e_vita_di_frontiera) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Parthica](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_I_Parthica) - [Le testimonianze letterarie e la numismatica](#Le_testimonianze_letterarie_e_la_numismatica) - [Epigrafia e Notitia Dignitatum](#Epigrafia_e_Notitia_Dignitatum) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [La resa di Nisibis e la fine sul limes orientale](#La_resa_di_Nisibis_e_la_fine_sul_limes_orientale) - [Una legione del tardo Impero](#Una_legione_del_tardo_Impero) - [Eredità e percezione moderna della Legio I Parthica](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_I_Parthica) - [Il fascino della legione partica oggi](#Il_fascino_della_legione_partica_oggi) - [Perché studiare la I Parthica](#Perche_studiare_la_I_Parthica) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio I Parthica** è la più orientale e una delle più «giovani» tra le legioni che portano il numero I. La creò Settimio Severo nel 197 d.C., insieme alle gemelle II e III Parthica, per la sua grande guerra contro l’Impero dei Parti. Conquistata e saccheggiata Ctesifonte, la capitale nemica, l’imperatore organizzò la nuova provincia di Mesopotamia e vi lasciò di guarnigione proprio la I Parthica, che si insediò nella fortezza di Singara. Da lì, per oltre due secoli, la legione presidiò il fronte più caldo e instabile dell’Impero, dapprima contro i Parti e poi contro i Sasanidi, fino agli assedi disperati del IV secolo e alle ultime attestazioni nel V. Il suo emblema, il centauro, ne accompagna tutta la storia, comparendo persino sulle monete coniate a Singara. ## **Origini della Legio I Parthica** ### **Il contesto: Settimio Severo e la guerra partica** La nascita della legione si colloca nel pieno dell’ambiziosa politica orientale di Settimio Severo, il fondatore della dinastia dei Severi salito al potere dopo le guerre civili del 193 d.C. Consolidato il trono, l’imperatore rivolse le sue attenzioni a oriente, dove l’Impero dei Parti rappresentava da sempre il grande rivale di Roma. Per condurre questa guerra Severo non si limitò a impiegare le legioni esistenti, ma ne arruolò di nuove appositamente, segno della scala e dell’importanza che attribuiva all’impresa. La **Legio I Parthica** nasce dunque come strumento di una precisa volontà espansionistica verso il Vicino Oriente, in funzione anti-partica fin dal nome. [ ![Vessillo romano della Legio I Parthica con il centauro, riproduzione su tela con cornice in noce - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/Created_with_Frame_Up_on_2026-04-23_at_20_12_27_GMT.jpg?v=1776975156&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/vessillo-legione-i-parthica) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio I Parthica Riproduzione storico-filologica del vessillo con il centauro, stampata su tela pittorica e montata su cornice in legno di noce. Da esporre, da impugnare nella rievocazione o da custodire in collezione. Da 120,00 €Disponibile anche su acrilico [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/products/vessillo-legione-i-parthica) ### **Una delle tre legioni «Parthicae»: I, II e III** Un tratto fondamentale è che la I Parthica non nacque da sola, ma come parte di un trittico. Severo creò contemporaneamente tre legioni gemelle, la I, la II e la III Parthica, concepite come un blocco per la campagna orientale. I destini delle tre unità si separarono però rapidamente. Dopo il successo della guerra, la I e la III Parthica rimasero in Oriente a presidiare la nuova provincia di Mesopotamia, mentre la II Parthica fu trasferita in Italia, ad Albano presso Roma, dove svolse un ruolo del tutto inedito: quello di riserva strategica stanziata nella penisola, la prima legione di stanza in Italia da secoli. Capire la I Parthica significa quindi inquadrarla in questo progetto severiano di rafforzamento simultaneo del fronte orientale e del controllo del cuore dell’Impero. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Legionario romano della Legio I Parthica in lorica hamata davanti allo stendardo con emblema del centauro, con la fortezza di Singara sullo sfondo e soldati schierati lungo il fiume](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-4-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen «Parthica»** Il cognome **Parthica** rimanda direttamente alla guerra contro i Parti per la quale la legione fu creata. È un titolo «di programma», che fissa nel nome stesso dell’unità la sua ragion d’essere e il suo teatro operativo. Rientra in una logica simile a quella di altri cognomi geografici o etnici dell’esercito romano, ma con una sfumatura particolare: più che celebrare una vittoria già ottenuta, in origine il nome annunciava la missione futura. La I Parthica nasceva insomma con una destinazione scritta sulla propria insegna. ### **Titoli dinastici: Severiana Antoniniana e la falsa adozione** Come molte legioni di età severiana, anche la I Parthica portò epiteti onorifici legati alla casa regnante. È stato proposto che il suo nome completo fosse **Legio I Parthica Severiana Antoniniana**. Dietro questa titolatura si nasconde un’operazione politica significativa: Settimio Severo, salito al trono dopo una guerra civile, si proclamò retroattivamente figlio adottivo di Marco Aurelio, inserendosi così nella prestigiosa dinastia degli Antonini per legittimare il proprio potere. Questa adozione fittizia poté riflettersi anche nel nome delle nuove legioni, che richiamavano tanto i Severi quanto gli Antonini. È un piccolo esempio di come la titolatura legionaria fosse anche uno strumento di propaganda dinastica. ### **L’emblema del centauro** L’emblema della **Legio I Parthica** era il **centauro**, la creatura mitologica metà uomo e metà cavallo, simbolo che condivideva con le altre legioni partiche di Severo. Questo emblema non è solo una ricostruzione moderna, ma è documentato in modo diretto e prezioso dalla numismatica: il centauro compare infatti sul rovescio di monete coniate a Singara, la base della legione, in particolare sotto l’imperatore Gordiano III nel III secolo. La presenza del simbolo sulla monetazione locale conferma il forte legame tra la legione e la città che la ospitava, e fa del centauro uno degli emblemi legionari meglio attestati. Alcune fonti associano alla legione anche il segno zodiacale del Capricorno, secondo la consuetudine di collegare le unità a un segno astrale. ## **Le campagne militari della Legio I Parthica** ### **La campagna partica e il sacco di Ctesifonte** Il battesimo del fuoco della legione fu la stessa guerra per cui era stata creata. La campagna partica di Settimio Severo, condotta tra il 197 e il 198 d.C., fu un successo militare di grande risonanza: l’esercito romano penetrò in profondità nel territorio nemico e arrivò a conquistare e saccheggiare **Ctesifonte**, la capitale dell’Impero dei Parti, sull’altra sponda del Tigri. Fu uno dei momenti di massima espansione di Roma verso oriente. All’indomani della vittoria, l’imperatore organizzò i territori conquistati nella nuova provincia di **Mesopotamia** e vi lasciò la I e la III Parthica come guarnigione permanente, con il compito di prevenire ribellioni e di proteggere le province orientali da nuove offensive. ### **Il presidio della Mesopotamia e i fronti del III secolo** Stabilita in Mesopotamia, la **Legio I Parthica** divenne una delle unità chiave del fronte orientale, in una regione che restò per tutto il III secolo un’area di scontro permanente. La legione, o suoi distaccamenti, prese parte alle ripetute spedizioni romane in Oriente, comprese quelle legate a Caracalla e, più tardi, alla guerra che Severo Alessandro condusse contro la nuova potenza emergente, l’Impero sasanide, che intorno al 224 aveva soppiantato i Parti. Reparti della legione risultano inoltre inviati in altre province, come la Licia, la Cilicia e la Cirenaica, secondo la consueta pratica delle vessillazioni distaccate. La I Parthica fu insomma un perno della difesa romana in una delle aree più contese dell’Impero, dove il confine non conobbe quasi mai una pace duratura. ### **Le guerre contro i Sasanidi e l’assedio di Singara** Con l’ascesa dei Sasanidi, ben più aggressivi dei Parti, la pressione sul fronte mesopotamico si fece drammatica, e la fortezza di **Singara** divenne uno dei punti più contesi dell’intero limes orientale. La città fu teatro di scontri ripetuti e di assedi nel corso del IV secolo. Il momento decisivo per la legione arrivò nel 360, quando il re sasanide Shapur II attaccò Singara: la **Legio I Parthica** difese il proprio campo, ma senza successo, e la fortezza cadde. È un episodio emblematico della crisi del fronte orientale romano in quel periodo, segnato da una serie di rovesci di fronte alla rinnovata potenza persiana. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Ufficiale romano della Legio I Parthica osserva dall'alto la fortezza di Singara in Mesopotamia: legionari in marcia, accampamento militare e stendardo con il centauro nel paesaggio desertico](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-3-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Singara, fortezza di frontiera** La base storica della **Legio I Parthica** fu **Singara**, l’odierna area di Sinjar nel nord dell’Iraq, dove la legione fu stanziata fin dalla creazione della provincia di Mesopotamia e dove rimase per secoli. Singara era una piazzaforte di confine in posizione esposta, avamposto romano proiettato verso il territorio nemico, e proprio per questo destinata a un ruolo militare di primo piano e a un destino travagliato. Il legame tra la legione e la sua città è testimoniato, come si è visto, anche dalla monetazione locale con l’emblema del centauro. Presidiare Singara significava tenere una sentinella avanzata sul fronte più pericoloso dell’Impero. ### **Da Nisibis a Costantina: gli ultimi spostamenti** La caduta di Singara nel 360 segnò l’inizio dell’ultima fase della storia della legione, fatta di ripiegamenti successivi lungo il limes orientale. Dopo la disfatta, la **Legio I Parthica** fu trasferita a **Nisibis**, importante città di frontiera, dove rimase fino al 363. In quell’anno, dopo la fallimentare spedizione persiana dell’imperatore Giuliano, il suo successore Gioviano fu costretto a cedere Nisibis ai Sasanidi in cambio della pace, e la legione dovette spostarsi nuovamente. La sua nuova sede divenne **Costantina**, dove le fonti la collocano ancora nel V secolo. Questa sequenza di trasferimenti, da Singara a Nisibis a Costantina, racconta in filigrana l’arretramento progressivo della frontiera romana in Oriente sotto la spinta persiana. ## **Struttura interna e comando della Legio I Parthica** ### **Una legione «nuova»: il comando equestre** La **Legio I Parthica** condivideva la struttura di base di una legione imperiale, con le sue coorti, le sue centurie e i suoi ufficiali, ma presentava una caratteristica amministrativa peculiare, tipica delle creazioni severiane. A differenza delle legioni tradizionali, comandate da un *legatus* di rango senatorio, le legioni partiche risultano poste al comando di **prefetti di rango equestre**. È un dettaglio non marginale, perché riflette la tendenza, accentuata da Severo, a sottrarre il controllo militare diretto al ceto senatorio e ad affidarlo a uomini dell’ordine equestre, più legati alla persona dell’imperatore. Le fonti tardoantiche, come la *Notitia Dignitatum*, confermano in effetti che la legione era retta da un prefetto, subordinato al comandante militare della Mesopotamia. ### **Reclutamento e vita di frontiera** Sul reclutamento originario della legione gli studiosi non concordano del tutto: alcuni ritengono che i primi soldati fossero arruolati in area balcanica, in Macedonia e Tracia, altri propendono per un reclutamento orientale, più vicino al teatro operativo. Qualunque fosse la provenienza iniziale, la legione si radicò profondamente in Mesopotamia, dove la vita di frontiera era scandita dalla difesa delle piazzeforti, dalle opere di fortificazione e dalla costante tensione con il nemico persiano. A differenza delle legioni del Reno o del Danubio, immerse in un contesto di romanizzazione di lungo periodo, la I Parthica operò in una regione di confine estremo, contesa e culturalmente complessa, il che ne fa un osservatorio privilegiato sulla frontiera orientale dell’Impero. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Parthica** ### **Le testimonianze letterarie e la numismatica** La conoscenza della legione poggia su un intreccio di fonti diverse. Sul versante letterario, la creazione delle tre legioni partiche e la campagna di Settimio Severo sono ricordate dalla storiografia di età imperiale, e gli eventi del IV secolo, in particolare le guerre persiane e gli assedi di Singara e Nisibis, sono narrati dagli storici tardoantichi che si occuparono delle campagne di quel periodo. Un ruolo di rilievo spetta però alla **numismatica**: le monete coniate a Singara, con l’emblema del centauro e i ritratti imperiali, offrono una testimonianza diretta e datata dell’identità e della presenza della legione, e sono tra le fonti più preziose per ricostruirne il profilo. ### **Epigrafia e Notitia Dignitatum** Accanto alle monete, l’**epigrafia** documenta la presenza della legione e dei suoi soldati nelle varie sedi e province in cui operò, comprese le attestazioni dei distaccamenti inviati altrove. Per la fase tardoantica, la fonte fondamentale è la **Notitia Dignitatum**, il grande documento amministrativo dell’Impero, che all’inizio del V secolo colloca ancora la I Parthica sul limes mesopotamico, nelle sedi di Nisibis e Costantina, sotto il comando di un prefetto alle dipendenze del *dux* della Mesopotamia. È proprio questa convergenza di monete, iscrizioni e documenti ufficiali a permettere di seguire la legione lungo i suoi due secoli e più di servizio. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### **La resa di Nisibis e la fine sul limes orientale** La parabola finale della **Legio I Parthica** è strettamente legata al destino della frontiera orientale romana nel IV secolo. La caduta di Singara nel 360, il ripiegamento su Nisibis e infine la cessione di quella città ai Sasanidi nel 363 raccontano un progressivo arretramento di Roma di fronte alla potenza persiana. La legione sopravvisse a questi rovesci spostandosi a Costantina, ma il suo orizzonte si era ormai ristretto a una difesa sempre più affannosa di un confine in continua erosione. Le ultime menzioni nel V secolo la mostrano ancora attiva, ma in un contesto profondamente mutato rispetto ai trionfi severiani delle origini. ### **Una legione del tardo Impero** La I Parthica appartiene a quella categoria di legioni che, nate in piena età imperiale, attraversarono la grande trasformazione dell’esercito romano tardoantico. In quel periodo le unità tradizionali venivano riorganizzate, ridotte negli effettivi e inserite in un sistema difensivo nuovo, in cui la distinzione tra truppe di frontiera e truppe di manovra ridefiniva il ruolo di ciascuna. La sopravvivenza del nome della legione fino al V secolo non implica necessariamente la continuità della grande unità delle origini, e anche in questo caso conviene mantenere la prudenza che la documentazione tardoantica impone. Resta il fatto che la legione di Severo presidiò il fronte orientale per un arco di tempo eccezionalmente lungo. ## **Eredità e percezione moderna della Legio I Parthica** ### **Il fascino della legione partica oggi** La **Legio I Parthica** affascina oggi gli appassionati di storia romana per la sua collocazione su uno dei fronti più drammatici e meno «occidentali» dell’Impero. La sua vicenda evoca il lungo duello tra Roma e le potenze iraniche, dai Parti ai Sasanidi, uno scontro di civiltà che attraversa secoli e che ha alimentato un immaginario ricco di assedi, fortezze del deserto e battaglie ai confini del mondo conosciuto. L’emblema del centauro e le monete di Singara offrono inoltre agganci concreti e suggestivi, capaci di dare un volto a una legione altrimenti lontana nel tempo e nello spazio. ### **Perché studiare la I Parthica** Studiare la **Legio I Parthica** significa illuminare aspetti dell’esercito romano che le legioni più antiche raccontano meno bene: la politica militare dei Severi, l’innovazione del comando equestre, l’organizzazione del fronte orientale e il lungo confronto con il mondo persiano. La sua storia mostra come Roma creasse nuove legioni per progetti specifici, le legasse alla propaganda dinastica e le impiegasse per decenni a difesa di confini estremi. Chi voglia confrontarla con le altre legioni «prime» troverà spunti interessanti negli articoli dedicati alla Legio I Adiutrix, alla Legio I Italica, alla Legio I Germanica, alla Legio I Augusta e alla Legio I Minervia: unità che condividono il numero I ma appartengono a epoche, fronti e logiche diverse, e che insieme raccontano l’intera evoluzione dell’esercito imperiale. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio I Parthica?** La legione fu costituita dall’imperatore Settimio Severo nel 197 d.C., insieme alle gemelle II e III Parthica, in vista della sua guerra contro l’Impero dei Parti. **Perché si chiama «Parthica»?** Il cognome rimanda alla guerra contro i Parti per la quale la legione fu creata. È un titolo che fissa nel nome stesso dell’unità il suo fronte e la sua missione. **Qual era l’emblema della Legio I Parthica?** L’emblema era il centauro, documentato anche sul rovescio di monete coniate a Singara sotto Gordiano III. Alcune fonti associano alla legione anche il segno del Capricorno. **Dove era di stanza la Legio I Parthica?** La sua base principale fu Singara, nell’odierna area di Sinjar in Iraq, nella provincia di Mesopotamia. Dopo la caduta di Singara nel 360 fu trasferita a Nisibis e poi a Costantina. **Contro chi combatté la Legio I Parthica?** Nata per la guerra contro i Parti, presidiò poi la Mesopotamia e combatté a lungo contro l’Impero sasanide che ai Parti era subentrato, partecipando alle campagne orientali del III e IV secolo. **Fino a quando esistette la Legio I Parthica?** È attestata sul limes orientale fino al V secolo, quando la Notitia Dignitatum la colloca ancora a Nisibis e Costantina sotto il comando di un prefetto, alle dipendenze del dux della Mesopotamia. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio I Minervia: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-i-minervia-storia-della-legione/) **Published:** Luglio 1, 2026 **Author:** Alessandro Capuano **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio I Minervia](#Origini_della_Legio_I_Minervia) - [Il contesto: Domiziano e la guerra contro i Catti](#Il_contesto_Domiziano_e_la_guerra_contro_i_Catti) - [Il vessillo della Legio I Minervia](#Il_vessillo_della_Legio_I_Minervia) - [Una legione «flavia»: fondazione e primo nome](#Una_legione_%C2%ABflavia%C2%BB_fondazione_e_primo_nome) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Minervia»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABMinervia%C2%BB) - [Pia Fidelis: la rivolta di Saturnino e il titolo di fedeltà](#Pia_Fidelis_la_rivolta_di_Saturnino_e_il_titolo_di_fedelta) - [Gli emblemi: Minerva, l’ariete e i simboli della dea](#Gli_emblemi_Minerva_lariete_e_i_simboli_della_dea) - [Le campagne militari della Legio I Minervia](#Le_campagne_militari_della_Legio_I_Minervia) - [La guerra cattica e la rivolta di Saturnino](#La_guerra_cattica_e_la_rivolta_di_Saturnino) - [Le guerre daciche di Traiano e il comando di Adriano](#Le_guerre_daciche_di_Traiano_e_il_comando_di_Adriano) - [Fronti orientali e guerre marcomanniche nel II secolo](#Fronti_orientali_e_guerre_marcomanniche_nel_II_secolo) - [Le guerre civili severiane e il III secolo](#Le_guerre_civili_severiane_e_il_III_secolo) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Bonna, la città della legione](#Bonna_la_citta_della_legione) - [Cantieri, cave e attività edilizie sul Reno](#Cantieri_cave_e_attivita_edilizie_sul_Reno) - [Struttura interna e vita quotidiana della Legio I Minervia](#Struttura_interna_e_vita_quotidiana_della_Legio_I_Minervia) - [Come era organizzata la legione](#Come_era_organizzata_la_legione) - [Vita nei castra di Bonna](#Vita_nei_castra_di_Bonna) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Minervia](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_I_Minervia) - [Le testimonianze letterarie ed epigrafiche](#Le_testimonianze_letterarie_ed_epigrafiche) - [Archeologia di Bonn e iconografia della Colonna Traiana](#Archeologia_di_Bonn_e_iconografia_della_Colonna_Traiana) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [La I Minervia nel tardo Impero](#La_I_Minervia_nel_tardo_Impero) - [Trasformazioni e fine](#Trasformazioni_e_fine) - [Eredità e percezione moderna della Legio I Minervia](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_I_Minervia) - [Il fascino della legione di Minerva oggi](#Il_fascino_della_legione_di_Minerva_oggi) - [Perché studiare la I Minervia](#Perche_studiare_la_I_Minervia) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio I Minervia** è la legione che porta scolpito nel nome il legame con una divinità. La fondò Domiziano nell’82 d.C. per la guerra contro i Catti, e la pose sotto la protezione di Minerva, la dea che l’imperatore venerava più di ogni altra. Stanziata a Bonna, l’odierna Bonn, divenne per oltre due secoli una delle colonne dell’esercito del Reno. Si coprì di gloria reprimendo la rivolta di Saturnino, da cui ottenne il titolo di «pia e fedele», combatté le guerre daciche di Traiano sotto il comando di un futuro imperatore, Adriano, e rimase attiva sulla frontiera renana fino al IV secolo. Una legione nata da una guerra germanica e cresciuta all’ombra della sua dea protettrice. ## **Origini della Legio I Minervia** ### **Il contesto: Domiziano e la guerra contro i Catti** La nascita della legione si lega a un progetto preciso di Domiziano, ultimo imperatore della dinastia flavia. All’inizio degli anni Ottanta del I secolo l’imperatore si preparava a una grande offensiva contro i **Catti**, una delle più temibili popolazioni germaniche stanziate oltre il Reno. Per condurre questa guerra servivano forze fresche, e così, con ogni probabilità nell’82 d.C., Domiziano arruolò una nuova legione, destinata fin da subito al fronte germanico. La campagna contro i Catti sarebbe scattata la primavera successiva. La **Legio I Minervia** nasce dunque come strumento di una precisa strategia imperiale sul limes settentrionale, non come unità di emergenza. [ ![Vessillo romano della Legio I Minervia con l'emblema di Minerva, riproduzione su tela con cornice in noce - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/Created_with_Frame_Up_on_2026-04-24_at_11_41_22_GMT.jpg?v=1777030888&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-i-minervia-vessillo-romano) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio I Minervia Riproduzione storico-filologica del vessillo con l’emblema di Minerva, stampata su tela pittorica e montata su cornice in legno di noce. Da esporre, da impugnare nella rievocazione o da custodire in collezione. Da 120,00 €Disponibile anche su acrilico [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/products/legio-i-minervia-vessillo-romano) ### **Una legione «flavia»: fondazione e primo nome** Il nome completo originario della legione sembra essere stato **Legio I Flavia Minervia**, e in questa doppia denominazione si condensano due omaggi. *Flavia* richiamava la *gens* di appartenenza dell’imperatore, la famiglia Flavia, segno che si trattava di una creazione dinastica legata direttamente alla casa regnante. *Minervia* rimandava invece a Minerva, la divinità prediletta da Domiziano, posta a protezione della nuova unità. La fondazione si inserisce in un riassetto delle forze sul Reno: secondo un’ipotesi diffusa, l’arrivo della nuova legione a Bonna si collega al trasferimento della Legio XXI Rapax da quella base a Mogontiacum, l’odierna Magonza, intorno all’83. La piazza di Bonna, che in passato era stata presidiata anche dalla Legio I Germanica, trovava così un nuovo, duraturo occupante. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Legionari romani della Legio I Minervia P.F. schierati con vessilli, signa e altare votivo a Minerva Protectrix presso un accampamento militare romano sul Reno](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-3-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen «Minervia»** Il cognome **Minervia** indica che la legione era posta sotto la speciale protezione di **Minerva**, dea della saggezza e della guerra strategica. Si tratta di un caso particolare nella titolatura legionaria: mentre molti cognomi rimandano a un fronte di servizio, a una caratteristica o a un imperatore, qui il riferimento è a una divinità tutelare, scelta per la devozione personale di Domiziano. Minerva non era un simbolo qualunque per quell’imperatore, che ne aveva fatto quasi una protettrice del proprio regno, e legare a lei una legione significava caricare l’unità di un valore religioso e propagandistico forte fin dal primo giorno. ### **Pia Fidelis: la rivolta di Saturnino e il titolo di fedeltà** Il titolo onorifico più importante della legione fu guadagnato sul campo, in un momento drammatico. Nell’89 d.C. il governatore della Germania superiore, **Lucio Antonio Saturnino**, si ribellò a Domiziano. L’esercito della Germania inferiore, di cui la **Legio I Minervia** faceva parte insieme alla VI Victrix, alla X Gemina e alla XXII Primigenia, accorse verso sud, fino a Mogontiacum, e schiacciò la rivolta. Come ricompensa per la fedeltà dimostrata, Domiziano concesse a queste legioni il titolo di *Pia Fidelis Domitiana*, «pia e fedele a Domiziano». La vicenda ebbe un seguito significativo. Quando, nel 96 d.C., Domiziano fu assassinato e colpito dalla *damnatio memoriae*, il suo nome divenne impronunciabile, e così l’epiteto «Domitiana» fu eliminato dal titolo della legione, insieme al riferimento dinastico «Flavia». Da quel momento l’unità si chiamò semplicemente **Legio I Minervia Pia Fidelis**. È un piccolo capolavoro di adattamento politico: si conservava il merito della fedeltà, *pia fidelis*, ma si cancellava ogni traccia dell’imperatore caduto in disgrazia. ### **Gli emblemi: Minerva, l’ariete e i simboli della dea** Coerentemente con il suo nome, l’emblema principale della legione era un’**immagine di Minerva**, la dea protettrice. Accanto alla figura della divinità, le fonti attestano come simbolo legionario anche l’**ariete**, verosimilmente legato al segno zodiacale sotto il quale la legione fu fondata, secondo una pratica comune che associava le unità a un segno astrale. Nella sua iconografia comparivano inoltre attributi tipici di Minerva, dall’elmo agli emblemi protettivi della dea. Vale la pena segnalare che le fonti moderne non sono del tutto concordi sui simboli secondari, e che qualche divergenza riguarda proprio l’identificazione del segno zodiacale: un margine di incertezza fisiologico per un’iconografia ricostruita a partire da monete, rilievi e reperti. L’elemento certo e distintivo resta comunque la presenza della dea, che fa della I Minervia un caso quasi unico di legione «teologica», identificata con la propria protettrice celeste. ## **Le campagne militari della Legio I Minervia** ### **La guerra cattica e la rivolta di Saturnino** Il primo impiego della legione fu, come si è detto, la **guerra contro i Catti** voluta da Domiziano, combattuta sul fronte germanico a partire dall’83 d.C. Si trattava di operazioni volte a spingere in avanti e a mettere in sicurezza la linea del Reno superiore, nello stesso teatro in cui, in quegli stessi anni, operava anche la Legio I Adiutrix. Pochi anni dopo, nell’89, arrivò la prova decisiva della fedeltà: la repressione della **rivolta di Saturnino**, che fruttò alla legione il titolo *pia fidelis*. Queste due imprese, una rivolta verso l’esterno e una verso l’interno, definiscono fin da subito il profilo dell’unità: una legione di frontiera capace di battersi tanto contro i nemici di Roma quanto contro chi minacciava l’ordine imperiale. ### **Le guerre daciche di Traiano e il comando di Adriano** Il capitolo più celebre della storia della **Legio I Minervia** è la partecipazione alle **guerre daciche di Traiano** (101-106 d.C.), le grandi campagne che portarono alla conquista del regno di Decebalo. La legione fu impegnata, secondo le fonti, in una forza operativa che comprendeva reparti di altre unità renane, e il suo emblema con la figura di Minerva compare addirittura tra i simboli scolpiti sulla **Colonna Traiana** a Roma, il monumentale racconto per immagini della conquista. A rendere ancora più memorabile questa fase è il nome del suo comandante nell’ultima parte della guerra: la legione fu infatti guidata da **Adriano**, il futuro imperatore. Comandare la I Minervia in Dacia fu una tappa significativa nel percorso di un uomo destinato a salire al trono e a segnare profondamente la storia dell’Impero. Concluse le campagne, la legione tornò alla sua base di Bonna, riprendendo il servizio sul Reno. ### **Fronti orientali e guerre marcomanniche nel II secolo** Nel corso del II secolo la **Legio I Minervia**, pur restando ancorata alla sua sede renana, fornì ripetutamente distaccamenti per le grandi imprese imperiali lontane dal Reno. Reparti della legione presero parte alla **guerra partica di Lucio Vero** (162-166 d.C.) sul fronte orientale e, subito dopo, alle **guerre marcomanniche** di Marco Aurelio (166-180 d.C.), il lungo e durissimo conflitto sul medio Danubio che impegnò l’Impero per oltre un decennio. La logica era quella tipica dell’epoca: la legione manteneva il presidio della propria frontiera, ma inviava vessillazioni dove la crisi era più acuta, contribuendo alle operazioni su più teatri contemporaneamente. ### **Le guerre civili severiane e il III secolo** Con la fine del II secolo e l’apertura delle guerre civili che portarono al potere i Severi, la **Legio I Minervia** confermò la propria vocazione di unità fedele al vincitore. Nel 193 sostenne **Settimio Severo** nella corsa al trono, tanto che l’imperatore fece coniare una moneta in suo onore, e prese parte alle successive campagne severiane in Oriente. Nel corso del III secolo la legione accumulò ulteriori epiteti onorifici legati ai diversi imperatori, da quelli di età caracalliana a quelli del regno di Severo Alessandro, secondo la consuetudine dei titoli «dinastici» che premiavano la lealtà di volta in volta. Furono decenni difficili, segnati da invasioni e instabilità lungo il Reno, e la legione vi fu costantemente impegnata nella difesa di una frontiera sempre più sotto pressione. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Legionari romani della Legio I Minervia P.F. supervisionano la costruzione del castrum di Bonna sul Reno, con operai che trasportano blocchi di pietra, gru da cantiere e navi militari romane ormeggiate al porto fluviale](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-2-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Bonna, la città della legione** A differenza di molte altre unità dalla storia errabonda, la **Legio I Minervia** ebbe una sede straordinariamente stabile: **Bonna**, l’odierna Bonn, in Germania inferiore, a una giornata di marcia a sud di Colonia, capitale della provincia. Qui la legione si insediò fin dalla fondazione e qui rimase, come presidio principale, fino al IV secolo. Questo radicamento secolare fece di Bonna, in un certo senso, la «città della legione»: attorno alla fortezza crebbero insediamenti civili, attività economiche e una comunità legata in mille modi alla presenza dei soldati. La continuità tra l’unità e il suo campo è uno dei tratti più notevoli della sua vicenda. ### **Cantieri, cave e attività edilizie sul Reno** La vita della legione a Bonna non fu fatta solo di guerra. La **Legio I Minervia** fu intensamente impegnata in **attività di costruzione e di estrazione**, tipiche del modo romano di presidiare un territorio. Insieme alla Legio XXX Ulpia Victrix, stanziata poco distante presso Xanten, partecipò a numerosi lavori militari ed edilizi, compreso lo sfruttamento di cave di pietra. Strade, fortificazioni, edifici pubblici e infrastrutture portano la firma del lavoro legionario, e vessillazioni della legione risultano impiegate anche in cantieri lontani. È la dimensione meno spettacolare ma fondamentale della vita di una legione di frontiera, quella che ha lasciato le tracce materiali più durature sul terreno. ## **Struttura interna e vita quotidiana della Legio I Minervia** ![Ufficiali della Legio I Minervia P.F. consultano mappe strategiche nel praetorium del castrum, con ara votiva a Minerva, signa legionari e soldati romani in addestramento nel campo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Struttura-interna-e-vita-quotidiana-della-Legio-I-Minervia-1024x576.png "Struttura interna e vita quotidiana della Legio I Minervia - Scripta Manent Italia") ### **Come era organizzata la legione** La **Legio I Minervia** condivideva la struttura tipica di una legione del primo e medio Impero: un corpo di circa cinquemila o seimila uomini, articolato in **dieci coorti** suddivise in **centurie**, comandate dai centurioni, vera spina dorsale dell’esercito. Al vertice stava il *legatus legionis*, comandante di rango senatorio, affiancato dai tribuni e dal *praefectus castrorum*, responsabile dell’accampamento e della logistica. Attorno alla legione operavano le truppe ausiliarie, reparti di fanteria e cavalleria reclutati tra i provinciali. Tra i comandanti della I Minervia spicca, come si è visto, **Adriano**, futuro imperatore, a testimonianza di come il comando di questa legione potesse rappresentare una tappa di prestigio nel percorso politico e militare dei membri dell’élite romana. ### **Vita nei castra di Bonna** La vita quotidiana nei *castra* di Bonna era scandita da addestramento, marce, esercitazioni, turni di guardia e dai già ricordati lavori di costruzione. A questa dimensione pratica si affiancava una vita religiosa intensa, in cui il culto di **Minerva** doveva occupare un posto speciale, data l’identità stessa della legione, accanto al culto delle insegne, degli dèi romani e dell’imperatore. Le numerose iscrizioni e lapidi ritrovate nell’area di Bonn, tra cui dediche e monumenti funerari di legionari, restituiscono il volto concreto di questa comunità militare, fatta di uomini che per generazioni nacquero, servirono e morirono all’ombra della fortezza renana. La I Minervia non fu solo un reparto da combattimento, ma una presenza stabile che plasmò per secoli un pezzo di territorio. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Minervia** ### **Le testimonianze letterarie ed epigrafiche** La conoscenza della legione poggia su un intreccio di fonti. La sua fondazione è ricordata da **Cassio Dione**, che ne attribuisce la creazione a Domiziano. Gli storici di età imperiale forniscono il contesto delle guerre cattichee e della rivolta di Saturnino, mentre la vicenda delle campagne daciche e del comando di Adriano è ben documentata dalla tradizione relativa al futuro imperatore. Accanto alle fonti letterarie, un ruolo centrale spetta all’**epigrafia**: le iscrizioni, le dediche e i monumenti funerari attestano la presenza della legione, i suoi titoli onorifici e i nomi dei suoi soldati, permettendo di seguirne le tracce nel tempo e nello spazio. ### **Archeologia di Bonn e iconografia della Colonna Traiana** Sul piano materiale, l’**archeologia di Bonn** offre un contesto di grande valore per ricostruire la vita della fortezza e della legione che vi risiedette per secoli, con resti di strutture, iscrizioni edilizie e reperti oggi in parte conservati nei musei renani. A questa documentazione si aggiunge la straordinaria testimonianza iconografica della **Colonna Traiana**, dove l’emblema della legione compare tra i simboli delle unità impegnate nelle guerre daciche. È questa convergenza di fonti scritte, epigrafiche, archeologiche e figurative a rendere la I Minervia una delle legioni meglio conoscibili dell’esercito imperiale, e a permettere di distinguere i dati solidi dalle ricostruzioni più ipotetiche. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ![Ufficiali della Legio I Minervia P.F. osservano il castrum abbandonato sul Reno in epoca tardoantica, con le mura in rovina, il campo desertato e il vessillo legionario ancora issato tra le macerie](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Ultime-attestazioni-e-destino-tardoantico-1-1024x576.png "Ultime attestazioni e destino tardoantico - Scripta Manent Italia") ### **La I Minervia nel tardo Impero** La **Legio I Minervia** vanta una longevità notevole. Le testimonianze documentarie la collocano ancora attiva nella regione del Reno fino alla metà del **IV secolo**, segno di una continuità di presidio che attraversa quasi tre secoli. In questa fase tardoantica, però, l’esercito romano stava cambiando profondamente: le grandi legioni venivano spesso suddivise in reparti più piccoli e mobili, e la rigida distinzione tra truppe di frontiera e truppe di manovra ridefiniva il ruolo delle unità tradizionali. Anche la I Minervia fu inevitabilmente coinvolta in questa trasformazione. ### **Trasformazioni e fine** Come per molte legioni di antica tradizione, anche per la I Minervia la fine non fu un evento improvviso e datato con precisione, ma una lenta metamorfosi. Il nome e parte degli effettivi sopravvissero nella nuova organizzazione militare tardoantica, in un’epoca in cui la pressione delle popolazioni germaniche sul Reno si faceva sempre più forte e il sistema difensivo dell’Impero d’Occidente entrava in crisi. Ricostruire questa fase finale richiede prudenza, perché la documentazione si dirada e le continuità nominali non garantiscono continuità reali. Resta il fatto che la legione di Minerva fu, per la sua intera esistenza, una delle sentinelle più durature della frontiera renana. ## **Eredità e percezione moderna della Legio I Minervia** ### **Il fascino della legione di Minerva oggi** La **Legio I Minervia** gode oggi di una buona notorietà tra gli appassionati di storia romana, alimentata dalla divulgazione, dalle rievocazioni storiche e dai gruppi di *living history*, alcuni dei quali ne portano direttamente il nome. A renderla affascinante concorrono diversi elementi: il legame con Minerva e con la figura controversa di Domiziano, il titolo *pia fidelis* conquistato contro un usurpatore, il comando di Adriano nelle guerre daciche e il lungo radicamento a Bonn, città che conserva ancora memoria della sua presenza. È una di quelle legioni in cui la grande storia imperiale si intreccia con un luogo preciso e con destini individuali che possiamo seguire attraverso le iscrizioni. ### **Perché studiare la I Minervia** Studiare la **Legio I Minervia** significa ripercorrere l’intera parabola dell’esercito imperiale attraverso una sola unità: la nascita dinastica sotto Domiziano, le guerre germaniche, la fedeltà premiata, le grandi campagne daciche, il servizio su fronti lontani e infine la trasformazione tardoantica. La sua vicenda illumina temi cruciali come il rapporto tra esercito, religione e potere imperiale, il ruolo dei titoli onorifici e la funzione del limes renano. Chi voglia approfondire le altre legioni «prime» troverà utili confronti negli articoli dedicati alla Legio I Adiutrix, alla Legio I Italica, alla Legio I Germanica e alla Legio I Augusta, unità con cui la I Minervia condivide il numero ma non la storia. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio I Minervia?** La legione fu costituita dall’imperatore Domiziano, con ogni probabilità nell’82 d.C., in vista della sua campagna contro la tribù germanica dei Catti. Il nome completo originario sembra essere stato Legio I Flavia Minervia. **Perché si chiama «Minervia»?** Il cognome rimanda alla dea Minerva, divinità prediletta da Domiziano, posta a protezione della legione. È uno dei rari casi in cui una legione prende il nome da una divinità tutelare anziché da un fronte o da un imperatore. **Qual era l’emblema della Legio I Minervia?** L’emblema principale era un’immagine della dea Minerva. Accanto a essa è attestato come simbolo anche l’ariete, verosimilmente legato al segno zodiacale della fondazione. La figura di Minerva compare anche tra i simboli scolpiti sulla Colonna Traiana. **Che cos’è il titolo «Pia Fidelis»?** È il titolo onorifico, «pia e fedele», ottenuto dalla legione nell’89 d.C. per aver contribuito a reprimere la rivolta del governatore Saturnino. In origine era *Pia Fidelis Domitiana*, ma dopo l’assassinio di Domiziano e la sua *damnatio memoriae* l’epiteto legato all’imperatore fu eliminato. **Dove era di stanza la Legio I Minervia?** La sua base principale fu Bonna, l’odierna Bonn, in Germania inferiore, dove rimase dalla fondazione fino al IV secolo, lungo la frontiera del Reno. **Chi comandò la Legio I Minervia nelle guerre daciche?** Nella fase finale delle guerre daciche di Traiano la legione fu comandata da Adriano, il futuro imperatore, per il quale il comando rappresentò una tappa importante nella carriera. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/corso-luxury-real-estate-ese-laboratorio-fotografia-150x150-1.jpg) Alessandro Capuano Storico e divulgatore, si occupa di raccontare il mondo antico e medievale con uno stile chiaro, rigoroso e accessibile. Nei suoi articoli approfondisce battaglie, personaggi e trasformazioni politiche che hanno segnato la storia europea. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio I Italica: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-i-italica-storia-legione/) **Published:** Luglio 1, 2026 **Author:** Stefania Maurilio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della Legio I Italica](#Origini_della_Legio_I_Italica) - [Il vessillo della Legio I Italica](#Il_vessillo_della_Legio_I_Italica) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Italica»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABItalica%C2%BB) - [Gli emblemi: il cinghiale (e il toro)](#Gli_emblemi_il_cinghiale_e_il_toro) - [I titoli onorifici di età imperiale](#I_titoli_onorifici_di_eta_imperiale) - [Le campagne militari della Legio I Italica](#Le_campagne_militari_della_Legio_I_Italica) - [L’anno dei quattro imperatori e la seconda battaglia di Bedriacum](#Lanno_dei_quattro_imperatori_e_la_seconda_battaglia_di_Bedriacum) - [Il trasferimento in Mesia e le guerre daciche](#Il_trasferimento_in_Mesia_e_le_guerre_daciche) - [Campagne partiche e fronte danubiano nel II-III secolo](#Campagne_partiche_e_fronte_danubiano_nel_II-III_secolo) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Dalla Gallia alla Mesia: l’arrivo a Novae](#Dalla_Gallia_alla_Mesia_larrivo_a_Novae) - [Novae, fortezza sul basso Danubio](#Novae_fortezza_sul_basso_Danubio) - [Struttura interna e vita quotidiana della Legio I Italica](#Struttura_interna_e_vita_quotidiana_della_Legio_I_Italica) - [Come era organizzata la legione](#Come_era_organizzata_la_legione) - [Vita nei castra di Novae: cantieri, archeologia, culti](#Vita_nei_castra_di_Novae_cantieri_archeologia_culti) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Italica](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_I_Italica) - [Le testimonianze letterarie](#Le_testimonianze_letterarie) - [Epigrafia, monete e archeologia di Novae](#Epigrafia_monete_e_archeologia_di_Novae) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [Novae e Sexaginta Prista nel tardo Impero](#Novae_e_Sexaginta_Prista_nel_tardo_Impero) - [Dalla legione del limes alle truppe comitatensi](#Dalla_legione_del_limes_alle_truppe_comitatensi) - [Eredità e percezione moderna della Legio I Italica](#Eredita_e_percezione_moderna_della_Legio_I_Italica) - [Il fascino della legione di Nerone oggi](#Il_fascino_della_legione_di_Nerone_oggi) - [Perché studiare la I Italica](#Perche_studiare_la_I_Italica) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio I Italica** è una delle legioni più singolari dell’esercito romano fin dalla nascita. La costituì Nerone nel 66 d.C., reclutando esclusivamente Italici di statura imponente, alti almeno sei piedi romani, con un progetto grandioso: una spedizione verso l’Oriente e le porte del Caucaso. L’imperatore la chiamava con orgoglio «falange di Alessandro Magno». Quella campagna non ebbe mai luogo, travolta dalla crisi che portò alla caduta di Nerone, e la legione finì per combattere nelle guerre civili del 69 d.C. al fianco di Vitellio. Sopravvissuta alla sconfitta, fu trasferita sul Danubio, dove a Novae trovò la sua casa per oltre tre secoli, fino al V secolo. Il suo emblema, il cinghiale, ne fissa bene il carattere: tenace, robusto, difficile da abbattere. ## **Origini della Legio I Italica** La nascita della legione si colloca in un momento ambizioso del regno di Nerone. Conclusa la lunga contesa con i Parti per il controllo dell’Armenia, l’imperatore accarezzava nuovi progetti di espansione verso oriente, in direzione del Caucaso e delle cosiddette «porte caspie», i passi che separavano il mondo mediterraneo dalle steppe. Per questa impresa serviva una forza nuova, e Nerone decise di arruolarla appositamente. La **Legio I Italica** nasce dunque non per tappare una falla, ma come strumento di una visione politica e militare, segno della volontà imperiale di proiettare Roma verso confini ancora più lontani. [ ![Vessillo romano della Legio I Italica con il cinghiale, riproduzione su tela con cornice in noce - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/Created_with_Frame_Up_on_2026-04-24_at_11_08_04_GMT.jpg?v=1777028890&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-i-italica-vessillo-romano) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio I Italica Riproduzione storico-filologica del vessillo con il cinghiale, stampata su tela pittorica e montata su cornice in legno di noce. Da esporre, da impugnare nella rievocazione o da custodire in collezione. Da 120,00 €Disponibile anche su acrilico [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/products/legio-i-italica-vessillo-romano) Il tratto più celebre della legione riguarda i suoi primi soldati. Le fonti antiche, da Svetonio a Cassio Dione, ricordano che fu arruolata esclusivamente con **reclute italiche alte almeno sei piedi romani**, una selezione fisica eccezionale che doveva conferirle un aspetto monumentale. Proprio per questo Nerone la battezzò con un nome carico di suggestione: *phalanx Alexandri Magni*, la «falange di Alessandro Magno», evocando l’esercito del grande conquistatore macedone e le sue imprese verso l’Asia. Il cognome «Italica» allude invece all’origine italica di quei primi legionari, ed è la firma identitaria che la legione avrebbe portato per tutta la sua lunga esistenza. Il destino, però, smontò rapidamente il progetto di Nerone. La grande spedizione orientale non partì mai: lo scoppio della rivolta giudaica e, soprattutto, la crisi politica che investì l’imperatore travolsero ogni piano. All’inizio del 68 d.C. la rivolta del governatore della Gallia, Giulio Vindice, dirottò la legione verso occidente, e l’unità che era stata concepita per marciare sulle orme di Alessandro si ritrovò a presidiare la Gallia, arrivando giusto in tempo per assistere alla fine della rivolta. Poco dopo Nerone si tolse la vita, e il suo successore Galba inviò i soldati a Lugdunum, l’odierna Lione. La legione nata per l’Oriente era ormai risucchiata nel gorgo delle guerre civili occidentali. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Infografica Legio I Italica: emblemi della legione (cinghiale, toro, cavallo marino) e titoli onorifici imperiali Antoniniana, Severiana, Gordiana, Pia Fidelis](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-2-1024x683.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen «Italica»** Il cognome **Italica** rimanda con chiarezza all’origine dei suoi primi effettivi, reclutati in Italia. È un dato non banale: in un’epoca in cui l’esercito attingeva sempre più alle province, sottolineare l’italianità della legione aveva un valore simbolico e propagandistico, richiamando un legame diretto con il cuore dell’Impero. Lo stesso cognome sarebbe stato poi attribuito ad altre legioni di reclutamento italico create in seguito, come la II e la III Italica di Marco Aurelio, segno che «Italica» era diventato un marchio riconoscibile di una certa idea di esercito. ### **Gli emblemi: il cinghiale (e il toro)** L’emblema principale della **Legio I Italica** era il **cinghiale**, animale che incarnava forza, ferocia e resistenza, qualità che ben si addicevano a una legione di uomini scelti per la loro prestanza fisica. Il cinghiale compare su monete legate alla legione emesse in età imperiale, in particolare sotto Settimio Severo e più tardi sotto Gallieno. Accanto al cinghiale, le fonti e la documentazione iconografica attestano, con minore frequenza, anche il **toro**, un secondo simbolo associato all’unità. Lo stesso Gallieno, nel III secolo, fece coniare per la legione monete con una figura più insolita, una sorta di cavallo marino mitologico. La compresenza di più emblemi non è eccezionale nella storia delle legioni, e nel caso della I Italica il cinghiale resta comunque il segno distintivo per eccellenza. ### **I titoli onorifici di età imperiale** Nel corso della sua lunga vita la legione accumulò una serie di **epiteti onorifici**, molti dei quali tipici del III secolo. Si tratta in larga parte di titoli «dinastici», legati alla fedeltà mostrata verso un imperatore o una casata regnante, come *Antoniniana*, *Severiana* e *Gordiana*, riferiti rispettivamente alla dinastia di Caracalla, a quella dei Severi e a Gordiano III. A questi si affianca, nella tradizione, l’epiteto *pia fidelis*, «pia e fedele», che premiava la lealtà dimostrata in momenti politicamente delicati. Questi titoli vanno letti come riconoscimenti revocabili e spesso temporanei, che fotografano il rapporto della legione con il potere imperiale di volta in volta al comando, più che come decorazioni permanenti. ## **Le campagne militari della Legio I Italica** ### **L’anno dei quattro imperatori e la seconda battaglia di Bedriacum** Il battesimo del fuoco della legione avvenne, paradossalmente, in una guerra tra Romani. Nel 69 d.C., il convulso **anno dei quattro imperatori**, la **Legio I Italica** si schierò con **Vitellio**, l’imperatore sostenuto dalle armate occidentali. Il momento decisivo fu la **seconda battaglia di Bedriacum**, combattuta presso Cremona il 24 ottobre del 69 contro le forze fedeli a Vespasiano. Le fonti ricordano che la legione combatté con valore, ma questa volta la sorte fu avversa: i vitelliani furono sconfitti e Vespasiano si avviò a diventare l’unico padrone dell’Impero. È interessante notare come, nello stesso scenario cremonese e nello stesso anno, un’altra legione «prima», la [Legio I Adiutrix](https://claude.ai/chat/URL_ARTICOLO_ADIUTRIX), avesse combattuto pochi mesi prima dalla parte opposta, al fianco di Otone. Due legioni gemelle per numero e per epoca di nascita, entrambe creazioni dell’ultima fase neroniana, si ritrovarono così su fronti contrapposti delle stesse guerre civili: un piccolo esempio di quanto fosse frammentata la lealtà dell’esercito in quei mesi drammatici. ### **Il trasferimento in Mesia e le guerre daciche** Nonostante la sconfitta, Vespasiano non punì la legione, ma la impiegò dove serviva di più. Nel 70 d.C. la **Legio I Italica** fu inviata in **Mesia**, sul basso Danubio, prendendo il posto della Legio VIII Augusta nel campo di **Novae**. Iniziava così la fase più lunga e stabile della sua storia, quella di guardiana della frontiera danubiana. Già sotto Domiziano la legione fu coinvolta nelle prime guerre contro i Daci, con un distaccamento presente alla battaglia di Tapae nell’88 d.C. L’impegno proseguì e si intensificò con le grandi **guerre daciche di Traiano** (101-106 d.C.), in cui reparti della legione parteciparono alla conquista del regno di Decebalo. In questo periodo Novae fu ricostruita in muratura e numerosi veterani furono insediati nelle colonie della regione, contribuendo alla romanizzazione del territorio. La legione divenne così non solo uno strumento di guerra, ma anche un motore di colonizzazione e sviluppo del medio e basso Danubio. ### **Campagne partiche e fronte danubiano nel II-III secolo** Nei decenni successivi la **Legio I Italica** continuò a fornire distaccamenti per le grandi imprese imperiali, dalla **campagna partica di Traiano** (114-117 d.C.) alle guerre lungo il limes nel corso del II secolo. Con l’avvento dei Severi, alla fine del II secolo, la legione sostenne **Settimio Severo** nella sua ascesa al potere, tanto che l’imperatore fece coniare una moneta in onore della I Italica. Sotto **Caracalla**, nel III secolo, la legione fu impegnata in importanti opere di fortificazione del confine danubiano, partecipando alla costruzione di un sistema difensivo che si sviluppava a partire dalla zona di Novae. Per tutto questo periodo l’unità rimase una delle colonne portanti della difesa romana sul Danubio, alternando il servizio di frontiera all’invio di vessillazioni sui fronti più caldi dell’Impero. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Infografica Legio I Italica: basi, spostamenti e guarnigioni dalla Gallia a Novae in Mesia, con mappa, ricostruzione della fortezza sul Danubio e pianta schematica del castrum](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-1-1024x683.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Dalla Gallia alla Mesia: l’arrivo a Novae** La traiettoria geografica della legione è netta: nata per l’Oriente, fu dirottata in Gallia durante le guerre civili, e da lì, dopo la sconfitta vitelliana, fu trasferita in modo stabile sul Danubio. Il 70 d.C. segna lo spartiacque: l’arrivo in **Mesia**, provincia compresa tra il basso Danubio e i monti dei Balcani, e l’insediamento a **Novae**, presso l’odierna Svištov, nella Bulgaria settentrionale. Qui la legione subentrò alla Legio VIII Augusta e fece del campo la propria sede permanente, un legame così duraturo da identificare per secoli il sito con la presenza della I Italica. ### **Novae, fortezza sul basso Danubio** **Novae** non fu un semplice accampamento, ma una vera e propria fortezza legionaria e, nel tempo, un centro urbano e logistico di primo piano sul limes danubiano. La sua posizione era strategica: controllava un tratto cruciale del fiume, sorvegliava i passaggi verso il territorio romano e fungeva da base per le operazioni verso la Dacia e oltre. Ricostruita in pietra in età traianea, dotata di tutte le strutture tipiche di un grande campo legionario, Novae rappresenta oggi uno dei siti archeologici più importanti per la conoscenza dell’esercito romano sul Danubio. La logica del suo presidio era quella di un crocevia militare, commerciale e simbolico, dove la frontiera dell’Impero si faceva concreta e visibile. ## **Struttura interna e vita quotidiana della Legio I Italica** ### **Come era organizzata la legione** La **Legio I Italica** condivideva la struttura tipica di una legione del primo e medio Impero: un corpo di circa cinquemila o seimila uomini, articolato in **dieci coorti** suddivise in **centurie**, comandate dai centurioni, vera spina dorsale dell’esercito. Al vertice stava il *legatus legionis*, comandante di rango senatorio, affiancato dai tribuni e dal *praefectus castrorum*, responsabile dell’accampamento e della logistica. Attorno alla legione operavano le truppe ausiliarie, reparti di fanteria e cavalleria reclutati tra i provinciali, che fornivano mobilità e competenze complementari rispetto alla fanteria pesante. Un tratto peculiare delle origini della legione, almeno nella prima fase, era la selezione fisica dei suoi uomini, scelti per la statura eccezionale che aveva ispirato il soprannome di «falange di Alessandro». ### **Vita nei castra di Novae: cantieri, archeologia, culti** La vita quotidiana a Novae era fatta solo in parte di combattimenti. Gran parte delle energie della legione era assorbita da **lavori di costruzione e manutenzione**: fortificazioni, strade, ponti e acquedotti, ma anche edifici monumentali all’interno del campo. Gli scavi archeologici condotti a Novae, frutto di lunghe campagne internazionali, hanno riportato alla luce le terme, gli alloggi della truppa, il quartier generale e persino un ospedale militare, restituendo un quadro straordinariamente dettagliato della vita di guarnigione. A questa dimensione pratica si affiancava quella religiosa: i legionari onoravano le insegne, gli dèi del pantheon romano e l’imperatore, come testimoniano gli altari dedicati a varie divinità ritrovati nell’area. La I Italica non fu dunque solo una macchina da guerra, ma una comunità stabile che per secoli abitò, costruì e diede forma a un pezzo di frontiera. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Italica** ### **Le testimonianze letterarie** La legione è ben documentata dalle fonti letterarie di età imperiale. La sua fondazione è ricordata da **Svetonio**, che riporta il dettaglio delle reclute italiche di sei piedi, da **Cassio Dione** e da **Tacito**, che ne segue le vicende nelle guerre civili del 69 d.C. È proprio Tacito, nel racconto dell’anno dei quattro imperatori, a restituirci la legione in azione a fianco di Vitellio e nella battaglia presso Cremona. Queste testimonianze, incrociate tra loro, permettono di ricostruire con buona affidabilità sia le circostanze della nascita sia il ruolo nelle convulse vicende politiche di fine secolo. ### **Epigrafia, monete e archeologia di Novae** Accanto alle fonti scritte, la conoscenza della **Legio I Italica** poggia su una ricca documentazione materiale. Le **iscrizioni** e gli altari ritrovati a Novae e lungo il Danubio attestano la presenza della legione, i nomi dei suoi soldati e i culti praticati. Le **monete** emesse in onore dell’unità, soprattutto in età severiana e sotto Gallieno, ne tramandano gli emblemi e i titoli onorifici. Infine, l’**archeologia** di Novae offre un contesto materiale di eccezionale valore, che fa di questa fortezza uno dei laboratori privilegiati per studiare l’organizzazione, l’ingegneria e la vita quotidiana di una legione romana di frontiera. È questa convergenza di fonti diverse a rendere la I Italica una delle legioni meglio conoscibili dell’intero esercito imperiale. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ![Infografica Legio I Italica: ultime attestazioni tardoantiche a Novae e Sexaginta Prista sul Danubio, trasformazione da legione a truppe comitatensi tra IV e V secolo d.C.](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Ultime-attestazioni-e-destino-tardoantico-1024x683.png "Ultime attestazioni e destino tardoantico - Scripta Manent Italia") ### **Novae e Sexaginta Prista nel tardo Impero** La straordinaria longevità della legione è uno dei suoi tratti più notevoli. Ancora all’inizio del **V secolo** la **Legio I Italica** è attestata lungo il Danubio, segno di una continuità di presidio che attraversa quasi quattro secoli. In questa fase tardoantica, però, l’unità non era più la grande legione compatta delle origini: risulta divisa in due tronconi, uno ancora stanziato a Novae e l’altro a Sexaginta Prista, presso l’odierna Ruse. Questa frammentazione riflette la profonda riorganizzazione dell’esercito romano nel tardo Impero, quando le grandi legioni vennero spesso suddivise in reparti più piccoli e mobili. ### **Dalla legione del limes alle truppe comitatensi** La trasformazione della legione si inserisce nel più ampio mutamento della macchina militare romana tra III e V secolo, con la distinzione tra truppe di frontiera, stanziali, e truppe di manovra. Secondo le ricostruzioni moderne, parte della I Italica fu progressivamente integrata in formazioni di tipo **comitatense**, cioè appartenenti agli eserciti mobili da campagna, mentre il nome continuava a comparire nei documenti amministrativi tardoantichi. Anche per questa legione, dunque, la fine non fu un dissolvimento improvviso, ma una lenta metamorfosi che ne disperse l’identità unitaria pur conservandone a lungo il nome e la memoria sul Danubio. ## **Eredità e percezione moderna della Legio I Italica** ### **Il fascino della legione di Nerone oggi** La **Legio I Italica** gode oggi di una notevole popolarità nell’immaginario legato a Roma antica, alimentata dalla divulgazione, dalle rievocazioni storiche e dai contenuti online dedicati all’esercito imperiale. A renderla affascinante concorrono diversi elementi: l’origine come «falange di Alessandro Magno» voluta da Nerone, la selezione dei legionari per la statura, l’emblema del cinghiale e, soprattutto, l’eccezionale ricchezza del sito di Novae, che permette di toccare con mano la vita di una legione. È una di quelle unità che, più di altre, consentono di passare dalla storia raccontata nei libri ai resti concreti lasciati sul terreno. ### **Perché studiare la I Italica** Studiare la **Legio I Italica** significa seguire l’intera parabola dell’esercito imperiale romano attraverso una sola unità: la nascita ambiziosa sotto Nerone, il coinvolgimento nelle guerre civili, il lungo servizio di frontiera sul Danubio, la partecipazione alle grandi guerre daciche e partiche, fino alla trasformazione tardoantica. La sua vicenda illumina temi cruciali come il rapporto tra esercito e potere imperiale, la funzione del limes danubiano e il ruolo delle legioni nella romanizzazione delle province. Chi voglia approfondire le altre legioni «prime» troverà utili confronti negli articoli dedicati alla Legio I Adiutrix, alla Legio I Germanica e alla Legio I Augusta, unità con cui la I Italica condivide il numero ma non il destino. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio I Italica?** La legione fu costituita dall’imperatore Nerone, che le consegnò l’aquila il 20 settembre del 66 d.C. (alcune fonti indicano il 22 settembre, o l’anno 67). Era destinata in origine a una spedizione in Oriente che non ebbe mai luogo. **Perché si chiama «Italica»?** Il cognome rimanda all’origine dei suoi primi soldati, reclutati esclusivamente in Italia. Nerone, colpito dalla loro statura imponente, soprannominò la legione «falange di Alessandro Magno». **Qual era l’emblema della Legio I Italica?** L’emblema principale era il cinghiale, simbolo di forza e tenacia, attestato anche su monete imperiali. Meno frequentemente compare anche il toro come secondo simbolo dell’unità. **Dove era di stanza la Legio I Italica?** Dal 70 d.C. fu stabilita a Novae, presso l’odierna Svištov in Bulgaria, in Mesia inferiore, lungo la frontiera del basso Danubio. Novae rimase la sua base principale per secoli, fino al V secolo. **In quali campagne combatté la Legio I Italica?** Combatté per Vitellio nella seconda battaglia di Bedriacum (69 d.C.), poi nelle guerre daciche di Domiziano e di Traiano, nella campagna partica di Traiano e in numerose operazioni lungo il limes danubiano tra II e III secolo. **Fino a quando esistette la Legio I Italica?** È attestata sul Danubio ancora all’inizio del V secolo, in una fase in cui era ormai divisa tra Novae e Sexaginta Prista e in via di trasformazione nelle nuove formazioni dell’esercito tardoantico. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/unione-europea-150x150-1.jpg) Stefania Maurilio Scrittrice di contenuti storici e divulgativi, esplora il passato attraverso articoli che combinano precisione, sintesi e passione narrativa. Si concentra soprattutto su storia romana, Medioevo e grandi snodi politici, religiosi e militari. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/stefania/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/stefania/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Australia: restituito all'Italia il Cratere rubato](https://scriptamanentitalia.it/australia-restituito-italia-cratere-rubato/) **Published:** Luglio 1, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A CANBERRA, in Australia, si è compiuto un atto di fondamentale rilevanza per la storia della diplomazia culturale e della tutela del patrimonio storico artistico internazionale. Presso le sale solenni dell’**Ambasciata d’Italia in Australia**, il governo di Canberra ha formalmente restituito alle autorità della Repubblica Italiana un reperto archeologico di eccezionale valore scientifico e storico, un cratere a campana a due anse di produzione apulo-ellenica, la cui cronologia è ascrivibile a un arco temporale compreso tra il **340 a.C.** e il **325 a.C.** La solenne cerimonia ha visto come protagonisti l’onorevole **Susan Templeman**, inviato speciale per le arti del governo australiano, e l’ambasciatore d’Italia **Nicola Lener**, il quale ha accolto il prezioso vaso in rappresentanza dello Stato italiano. L’antico manufatto, destinato originariamente alla miscelazione di acqua e vino durante i simposi dell’antichità classica, reca in sé le tracce visibili della maestria artigianale delle officine della Puglia, regione dell’Italia meridionale dove si presume sia stato scavato in tempi moderni. La storia recente di questo capolavoro è tuttavia segnata dalle trame oscure del traffico illecito di beni culturali. L’itinerario della transazione illegale prevedeva la partenza del cratere dagli Stati Uniti d’America con destinazione finale la Nuova Zelanda. Nel **2020** l’efficace intervento delle autorità doganali australiane ha permesso l’intercettazione e il successivo sequestro del vaso nel porto di Sydney. Il reperto è stato quindi posto in custodia giudiziaria in attesa che l’Italia presentasse una richiesta ufficiale di restituzione. Il meccanismo di recupero è stato attivato grazie a una complessa attività investigativa coordinata dal **Ministero della Cultura** e dal **Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale**, opportunamente sollecitati dalla nostra rappresentanza diplomatica attraverso i canali della cooperazione internazionale di polizia. Gli accertamenti tecnici e documentali hanno inconfutabilmente dimostrato che l’oggetto non proveniva da scavi autorizzati e che era stato rimosso dal territorio nazionale in totale spregio delle leggi vigenti, configurando così un’esportazione clandestina. Questo evento costituisce una pietra miliare nei rapporti bilaterali tra i due paesi, rappresentando il primo caso assoluto di rimpatrio di un bene archeologico dall’Australia verso l’Italia. Le parole espresse dall’ambasciatore **Nicola Lener** hanno sottolineato come tale restituzione non si riduca a un mero atto formale, ma si configuri quale testimonianza concreta della solidità delle relazioni che uniscono Roma e Canberra, specialmente nella salvaguardia dei beni culturali, in perfetta armonia con i principi sanciti dalla **Convenzione UNESCO del 1970**, di cui entrambi gli Stati sono firmatari. Dal canto suo, l’onorevole **Susan Templeman** ha riaffermato con vigore il fermo impegno dell’Australia nel contrastare il commercio illegale di antichità, mentre il ministro per le arti **Tony Burke** ha voluto rimarcare che questo vaso racconta una narrazione millenaria e che il suo ritorno in patria rende il doveroso tributo a una memoria storica che appartiene all’umanità intera. L’opera torna così nel suo contesto originario, arricchendo nuovamente il patrimonio della penisola e dimostrando l’efficacia degli strumenti giuridici internazionali contro la dispersione delle memorie patrie. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Attualità --- ### [L'UFO di Mussolini: anatomia di un mistero che ci raccontiamo](https://scriptamanentitalia.it/lufo-di-mussolini-anatomia-di-un-mistero/) **Published:** Giugno 30, 2026 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Magenta, Vergiate, RS/33: la trama base](#Magenta_Vergiate_RS33_la_trama_base) - [Perché un UFO nel 1933 «funziona» così bene come storia](#Perche_un_UFO_nel_1933_%C2%ABfunziona%C2%BB_cosi_bene_come_storia) - [Telegrammi, documenti RS/33 e tanto, tantissimo dopo](#Telegrammi_documenti_RS33_e_tanto_tantissimo_dopo) - [Da disco volante ad arma segreta: tutte le letture possibili](#Da_disco_volante_ad_arma_segreta_tutte_le_letture_possibili) - [Quando gli alieni incontrano il revisionismo sul fascismo](#Quando_gli_alieni_incontrano_il_revisionismo_sul_fascismo) - [Preferiamo i dischi volanti alle responsabilità umane](#Preferiamo_i_dischi_volanti_alle_responsabilita_umane) - [Tra storia, mito e fantascienza](#Tra_storia_mito_e_fantascienza) 13 giugno 1933, cieli del Nord Italia. Secondo il racconto, un oggetto volante misterioso precipita tra Magenta e Vergiate, lasciando rottami sparsi in un campo. Accanto ai resti del velivolo ci sarebbero corpi non umani. Le autorità fasciste arrivano con una rapidità sospetta, transennano, sequestrano, e calano sull’intera vicenda un ordine di silenzio assoluto. Nessuna notizia sui giornali, nessuna traccia ufficiale, il nulla. Un cold case perfetto, congelato per decenni. Se si entra nella storia con la giusta sospensione dell’incredulità, ha tutto ciò che serve a un grande mistero: l’oggetto impossibile, i corpi alieni, il regime che insabbia, la scienza segreta. Ma basta scoprire le carte per accorgersi di un dettaglio decisivo, che cambia il modo di guardare tutto il resto. Questa storia non emerge nel 1933, né subito dopo. Emerge decenni più tardi, negli anni Novanta, in un contesto del tutto diverso. E proprio questo ne fa un caso interessante: non tanto come possibile evento storico, quanto come oggetto perfetto per interrogare il rapporto tra fascismo, immaginario tecnologico e cultura del complotto. La tesi di questo articolo è che la domanda davvero importante, di fronte all’UFO di Mussolini, non sia «è successo davvero?», ma un’altra: perché questa storia ci attrae così tanto, e che cosa rivela del modo in cui usiamo, o evitiamo di usare, il nostro passato. Per arrivarci, però, conviene prima raccontare il mito così come viene narrato, con la serietà che si deve a una buona storia. ## **Magenta, Vergiate, RS/33: la trama base** ![Illustrazione in stile anni Trenta: ufficiali militari e scienziati del regime fascista ispezionano i rottami di un oggetto volante in un hangar segreto, con la cartina della zona Magenta-Vergiate e il dossier classificato Gabinetto RS/33 della Polizia Politica in primo piano](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Magenta-Vergiate-RS33-la-trama-base-1024x576.png "Magenta Vergiate RS33 la trama base - Scripta Manent Italia") La versione canonica, diffusa soprattutto da alcuni ricercatori ufologici italiani, ha contorni precisi. Nel giugno del 1933, nella zona tra Magenta e Vergiate, sarebbe avvenuto il crash di un velivolo sconosciuto, prontamente recuperato dalle autorità e avvolto nella più totale segretezza. L’oggetto viene descritto come cilindrico o a forma di campana, dotato di oblò, con luci bianche e rosse, lungo una decina di metri. A bordo, secondo le versioni più spinte, presunti piloti non umani, poi conservati in formalina. Il cuore del racconto sta però nella reazione del regime. Sarebbe stato diramato un telegramma riservatissimo dell’agenzia di stampa ufficiale del fascismo, con l’ordine tassativo di non pubblicare nulla su «presunti aeromobili». E sarebbe stato creato un apposito organismo segreto, il Gabinetto RS/33, incardinato nella polizia politica del regime, con il compito di gestire e occultare il fenomeno. A supervisionarne il versante scientifico ci sarebbe stato nientemeno che Guglielmo Marconi, il padre della radio, simbolo vivente della scienza italiana. Il dopoguerra completa la trama: nel 1945 il relitto sarebbe stato prelevato dagli americani, forse su segnalazione del Vaticano, e portato negli Stati Uniti, dove alcuni ufologi lo collegano direttamente alla vicenda di Roswell e alle presunte collezioni segrete statunitensi. Per orientarsi nella trama, conviene riassumerne gli elementi. ****Elemento********Versione del mito****Data e luogo13 giugno 1933, tra Magenta e VergiateOggettoVelivolo cilindrico o a campana, oblò, luci, circa 10-12 metriOccupantiPresunti corpi non umani conservati in formalinaReazione del regimeTelegramma riservatissimo dell’agenzia ufficiale, silenzio impostoStruttura segretaGabinetto RS/33 nella polizia politica, supervisione di MarconiEsito postbellicoRelitto portato negli USA nel 1945, legame ipotizzato con RoswellÈ una sceneggiatura compatta ed efficace. Il problema, come vedremo, comincia quando si chiede a ciascuna di queste caselle di reggere alla verifica. ## **Perché un UFO nel 1933 «funziona» così bene come storia** Prima di smontare, però, vale la pena capire perché la storia attecchisce così bene proprio in quell’anno. Il 1933 non è una data scelta a caso: è un momento in cui il regime fascista è ormai consolidato, proiettato sull’immagine di sé come potenza moderna e all’avanguardia. Sono gli anni in cui l’Italia coltiva con orgoglio il mito della propria modernità tecnologica, dalle imprese aeronautiche celebrate come trionfi nazionali alle conquiste nel campo delle radiocomunicazioni, in un clima di competizione tra le potenze su chi domini i cieli e le onde. In questo scenario, l’idea che proprio Mussolini e Marconi possano mettersi a studiare un velivolo «alieno» come possibile arma segreta risulta quasi seducente nella sua coerenza. È la versione ufologica del fascismo come avanguardia tecnologica: se il regime si vantava di volare più in alto e più lontano di tutti, perché non immaginarlo alle prese con la tecnologia definitiva, quella venuta da un altro mondo? Il mito non contraddice l’immagine che il fascismo dava di sé, la porta al suo estremo logico e fantastico. A questo si aggiunge il fatto che già allora circolavano storie di armi segrete, di progetti misteriosi, di esperimenti d’avanguardia tenuti nascosti. L’immaginario delle tecnologie occulte non è un’invenzione recente: accompagna da sempre i regimi che fanno della potenza il proprio mito. L’UFO di Mussolini si innesta perfettamente su questo terreno preparato, occupando uno spazio narrativo che era, per così dire, già pronto ad accoglierlo. Ecco perché la storia «suona bene»: non perché sia verificata, ma perché si incastra senza attriti in un immaginario preesistente. ## **Telegrammi, documenti RS/33 e tanto, tantissimo dopo** ![Scrivania d'epoca anni Trenta con dossier classificato Gabinetto RS/33 della Polizia Politica, telegramma riservatissimo dell'Agenzia Stefani del 13 giugno 1933 che vieta la pubblicazione di notizie su oggetti aerei non identificati, macchina da scrivere e cartina stradale di Magenta e Vergiate](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Telegrammi-documenti-RS33-e-tanto-tantissimo-dopo-1024x576.png "Telegrammi documenti RS33 e tanto tantissimo dopo - Scripta Manent Italia") Veniamo al punto che ogni approccio onesto deve affrontare: che cosa abbiamo davvero in mano? Il nucleo documentale della vicenda consiste essenzialmente in una copia del presunto telegramma riservatissimo, in alcune carte attribuite al Gabinetto RS/33, e in testimonianze raccolte a partire dagli anni Novanta dai ricercatori che hanno costruito e diffuso il caso. È su questo materiale che poggia l’intera ricostruzione. E qui occorre essere precisi, perché è il cuore della questione. Questi documenti emergono tardi, decine di anni dopo i fatti che dovrebbero attestare, e in contesti non accademici, legati alla pubblicistica ufologica più che alla ricerca storica istituzionale. A oggi non risultano confermati da indagini sistematiche negli archivi militari e di Stato italiani, né in quelli di altre potenze dell’epoca. Non esiste, in altre parole, quel riscontro indipendente che la metodologia storica richiede prima di considerare attendibile una fonte: nessun secondo documento, proveniente da un fondo diverso e non collegato, che confermi l’esistenza del primo. Resta una zona grigia, che va riconosciuta con altrettanta onestà. Alcuni elementi formali, come lo stile del telegramma o l’aspetto dei timbri, sono stati valutati da qualcuno come «compatibili» con l’epoca, il che non significa affatto «autentici»: compatibile vuol dire soltanto che non presenta incongruenze macroscopiche, non che sia genuino. Altri elementi restano semplicemente impossibili da verificare con certezza. È utile, a questo punto, chiarire il posizionamento di chi scrive: l’obiettivo non è demolire la storia per partito preso, liquidandola con una risata, ma spiegare che cosa significhi, dal punto di vista di chi fa storia, lavorare con fonti di questo tipo. E significa una cosa precisa: in assenza di riscontri indipendenti, una fonte affascinante resta una fonte non confermata, e su una fonte non confermata non si costruisce un fatto storico. ## **Da disco volante ad arma segreta: tutte le letture possibili** Anche ammettendo che qualcosa, in quel giugno del 1933, sia davvero accaduto, le interpretazioni possibili sono almeno tre, molto diverse tra loro, e vale la pena metterle in fila senza sposarne nessuna in partenza. La prima è la versione ufologica piena: si sarebbe trattato di un velivolo extraterrestre, con occupanti non umani, un primo crash avvenuto anni prima del celebre caso di Roswell, poi passato sotto il controllo degli Stati Uniti. È la lettura sostenuta dai principali divulgatori della vicenda, e che ha trovato nuova eco nelle dichiarazioni recenti di chi, oltreoceano, ha affermato l’esistenza di programmi segreti di recupero di tecnologie non umane, riportando il tema sotto i riflettori. Resta, va detto, una tesi affermata e non dimostrata, per quanto rilanciata con clamore. La seconda è la versione del prototipo terrestre: l’oggetto potrebbe essere stato un velivolo sperimentale, italiano, tedesco o di un’altra potenza, precipitato per un incidente. In questo caso il regime avrebbe scelto il massimo riserbo per non mostrare la propria vulnerabilità, o per studiare con calma una tecnologia avanzata altrui. È un’ipotesi che ha il pregio di non richiedere alcun alieno e di spiegare la segretezza con ragioni del tutto terrene e plausibili. La terza è la versione della costruzione postuma: i documenti sarebbero in tutto o in parte manipolati, frutto di ricostruzioni a posteriori, e la narrazione sarebbe stata gonfiata in chiave sensazionalistica. In quest’ottica l’episodio, se mai è avvenuto qualcosa, sarebbe stato infinitamente meno straordinario di come viene raccontato, e il «mistero» sarebbe nato dopo, a tavolino, più che nei campi lombardi. Il punto da fissare con chiarezza è che, allo stato attuale, nessuna di queste tre linee ha ottenuto una conferma storica secondo gli standard usuali, cioè l’incrocio di documenti indipendenti, il riscontro negli archivi e la presenza di testimonianze coeve affidabili. Tre ipotesi, zero verifiche solide. ## **Quando gli alieni incontrano il revisionismo sul fascismo** A questo punto la domanda più produttiva si sposta dal contenuto al contesto. Perché questa storia, ammesso che si fondi su fatti remoti, esplode e si diffonde proprio a partire dagli anni Novanta e nei primi Duemila? Il tempismo non è casuale, e dice molto. Sono gli anni di un grande boom dell’ufologia popolare, in cui il tema degli oggetti volanti e dei contatti alieni invade il cinema, la televisione, l’editoria, alimentando un appetito di massa per il mistero cosmico. E sono, in Italia, anche gli anni di una particolare stagione di riflessione e insieme di spettacolarizzazione sul fascismo, con il regime che torna sugli schermi attraverso docufiction, ricostruzioni televisive e una nostalgia diffusa e ammorbidita. L’UFO di Mussolini nasce e prospera all’incrocio di queste due ondate: la passione per gli alieni e la rilettura addomesticata del Novecento italiano. Ed è qui che si manifesta l’effetto più interessante, e più insidioso. Una storia come questa permette di spostare il discorso sul regime su un piano fantastico, romanzesco, deresponsabilizzante. Parlare del fascismo che studia dischi volanti significa parlare molto meno delle sue responsabilità storiche concrete e documentate: le leggi razziali, le guerre coloniali, le violenze, l’entrata nel conflitto mondiale. Al posto di tutto questo subentrano i misteri, i dossier segreti, Marconi chino su un relitto alieno. È un fascismo trasformato in scenario di avventura techno-esoterica, molto più comodo da maneggiare di quello reale. I media amplificano il meccanismo: servizi, libri, podcast e blog rilanciano la storia di continuo, spesso senza distinguere con nettezza tra ricostruzione documentaria e puro intrattenimento, finché il confine tra le due cose sfuma del tutto. È un caso da manuale di come i «misteri» finiscano per mangiarsi la storia. ## **Preferiamo i dischi volanti alle responsabilità umane** Vale allora la pena dirlo apertamente: il fascino di questa storia non sta davvero nella possibilità che esistano gli alieni. Sta in qualcosa di più sottile e, a ben vedere, di più rivelatore. Sta nel desiderio di vedere il fascismo dentro un romanzo techno-misterioso anziché dentro la violenza storica accertata, di sostituire un passato scomodo e documentato con un passato avvincente e indefinito. È molto più affascinante immaginare un regime alle prese con tecnologie aliene che ricordare un regime alle prese con la persecuzione di una parte dei propri cittadini. Il mistero offre brivido senza colpa, intrigo senza giudizio morale. E questo si collega a una tendenza ben più ampia del singolo caso italiano: l’uso dei misteri, dei segreti, dei complotti per rendere il Novecento più digeribile, più narrativo, meno politicamente impegnativo. Trasformare la storia in un genere, il thriller esoterico, significa poterla consumare senza che ci chieda nulla, senza che ci costringa a prendere posizione su ciò che è realmente accaduto. Si può allora formulare il nocciolo della questione così: che nel 1933 sia caduto o no un oggetto volante nei campi lombardi è, in fondo, assai meno importante del fatto che oggi preferiamo discutere di quello piuttosto che di ciò che il fascismo ha fatto di certo, alla piena luce del sole. L’eventuale segreto sugli alieni distoglie comodamente lo sguardo dai fatti che non hanno bisogno di alcun archivio nascosto per essere conosciuti, perché sono scritti nei documenti, nelle leggi, nelle vite spezzate. Il mistero non aggiunge verità al passato: ce ne sottrae. ## **Tra storia, mito e fantascienza** Resta da dire come trattare una storia del genere senza farsene risucchiare. E la posizione più utile non è quella del demistificatore sprezzante. Ridicolizzare chi crede a questa vicenda è facile, e inutile: chiude la conversazione invece di aprirla, e non spiega nulla di ciò che conta davvero, cioè perché un mito simile riesca ad attecchire. Molto più interessante è usare la storia come occasione, come caso di studio per ragionare su come si costruiscono i miti storici e perché trovano terreno fertile in certe epoche e non in altre. Si può allora proporre al lettore una doppia lettura, e tenerle insieme senza confonderle. C’è il piacere di una buona storia weird, di un racconto strano e ben congegnato che si può gustare scena per scena, con i suoi rottami nel campo e i suoi telegrammi segreti, esattamente come si gusta un romanzo. E c’è, accanto e sopra a questo, la consapevolezza che si tratta soprattutto di un sintomo, di una spia di come usiamo, o non usiamo, il nostro passato. Godersi la prima senza perdere la seconda è l’unico modo adulto di stare davanti a queste vicende. Chiudo con la domanda che, in fondo, conta più di ogni verifica d’archivio. Se davvero esistesse, da qualche parte, un dossier segreto sull’UFO di Mussolini, che cosa vorremmo trovarci dentro: la prova degli alieni, o la prova che abbiamo bisogno degli alieni per non guardare in faccia la nostra storia? ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Storia Contemporanea --- ### [Le bancarotte dei Re. L'arte di non pagare i debiti](https://scriptamanentitalia.it/le-bancarotte-dei-re-arte-di-non-pagare-i-debiti/) **Published:** Giugno 30, 2026 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Guerre lunghe, entrate lente](#Guerre_lunghe_entrate_lente) - [Prima dei BTP: rendite, prestiti forzosi, favori](#Prima_dei_BTP_rendite_prestiti_forzosi_favori) - [Il default come atto politico](#Il_default_come_atto_politico) - [Quando il re non paga, chi paga?](#Quando_il_re_non_paga_chi_paga) - [Tagliare il debito senza tagliare il trono](#Tagliare_il_debito_senza_tagliare_il_trono) - [Perché alcuni Stati smettono (o quasi) di fallire](#Perche_alcuni_Stati_smettono_o_quasi_di_fallire) - [Dal default brutale alle ristrutturazioni eleganti](#Dal_default_brutale_alle_ristrutturazioni_eleganti) La corte è affollata, e tra i presenti più di qualcuno trattiene il respiro. Sono i banchieri, i mercanti, gli uomini di finanza che hanno anticipato denaro alla corona, e hanno fiutato che qualcosa non va. Un funzionario legge ad alta voce un editto: il sovrano sospende i pagamenti. Le parole sono solenni, magari avvolte nel linguaggio della riforma e del buon ordine, ma la sostanza è una sola, brutale: lo Stato non onorerà i suoi impegni. L’effetto è immediato e si propaga come un’onda. I cambiavalute che avevano scommesso sulla solidità della corona si ritrovano rovinati; i mercanti che facevano affari con la corte entrano nel panico; i soldati restano senza paga, e un esercito senza paga è una minaccia più che una difesa; le città che avevano prestato denaro tremano per le proprie finanze. Una sola dichiarazione, e l’intera rete che teneva insieme credito, commercio e potere si incrina. Saremmo tentati di leggere tutto questo come una catastrofe straordinaria, un fallimento eccezionale. Ed è qui l’errore. Nell’Europa d’Antico Regime il default del sovrano non è un incidente raro e imprevisto: è uno strumento ricorrente di politica finanziaria, una mossa che i re mettono in conto e ripetono, talvolta a distanza di pochi anni. Non pagare i debiti, per una monarchia, non è la fine del mondo. È una tecnica di governo. E come ogni tecnica, ha le sue regole, le sue forme, i suoi calcoli. Imparare a leggerla significa capire come funzionava davvero il potere prima dei mercati finanziari moderni. ## **Guerre lunghe, entrate lente** ![Nobili e consiglieri regi in abiti settecenteschi discutono attorno a un tavolo coperto di mappe, registri contabili e sacchi di monete d'oro, con soldati sullo sfondo e una flotta da guerra nel dipinto alle spalle, finanze di guerra Antico Regime](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Guerre-lunghe-entrate-lente-1024x576.png "Guerre lunghe entrate lente - Scripta Manent Italia") Per capire le bancarotte regie bisogna prima capire perché i re si indebitassero tanto, e la risposta sta quasi sempre nella stessa parola: guerra. Mantenere eserciti, armare flotte, assoldare truppe, costruire fortezze, condurre campagne lunghe e lontane costava cifre enormi, e costava subito. A questo si aggiungevano le spese di una corte sempre più sfarzosa, simbolo necessario del prestigio del sovrano, e quelle di una burocrazia in costante crescita, man mano che lo Stato moderno estendeva i suoi tentacoli amministrativi. Il problema era strutturale, e stava in un disallineamento di tempi. Le spese, soprattutto quelle militari, arrivavano all’improvviso e in blocco: una guerra non aspetta. Le entrate, invece, arrivavano lentamente. Le imposte si riscuotevano con fatica, attraverso reti complicate, e soprattutto erano difficilissime da aumentare: alzare le tasse significava rischiare malcontento, resistenze, talvolta vere rivolte. Il sovrano si trovava così perennemente schiacciato tra un bisogno immediato di denaro e una capacità di incassarlo lenta e rigida. Tra il momento in cui occorrevano i soldi e quello in cui le tasse li portavano nelle casse si apriva una voragine. Quella voragine veniva colmata dai banchieri e dai grandi mercanti, che funzionavano come il polmone finanziario degli Stati. Erano loro ad anticipare il denaro di cui la corona aveva urgente bisogno, ottenendo in cambio interessi, garanzie e soprattutto privilegi: appalti, concessioni, diritti di riscossione, posizioni di favore. Il sovrano otteneva liquidità immediata, il finanziere un investimento remunerativo e un legame stretto con il potere. Era un patto conveniente per entrambi, ma fondato su una scommessa: che il re, prima o poi, avrebbe pagato. ## **Prima dei BTP: rendite, prestiti forzosi, favori** Per apprezzare la distanza con il nostro tempo conviene guardare agli strumenti concreti di questo debito, così diversi dai titoli di Stato che conosciamo. Lo strumento principe erano le rendite, perpetue o vitalizie: chi versava una somma alla corona o a una città riceveva in cambio un flusso di pagamenti regolari, per sempre o per la durata della propria vita. Era un modo per trasformare un prestito in un reddito stabile, molto apprezzato da chi cercava una fonte di sostentamento sicura. Accanto alle rendite c’erano i prestiti forzosi, imposti a città, corporazioni, corpi e ceti che non potevano rifiutarsi di «contribuire» quando il sovrano lo chiedeva. E c’erano gli anticipi dei grandi banchieri, i prestiti a breve dei colossi della finanza internazionale che tenevano in piedi le casse regie nei momenti più critici. La differenza fondamentale con la finanza moderna è che non esisteva nulla di simile a un mercato anonimo dei titoli, dove compratori e venditori senza volto si scambiano obbligazioni standardizzate. Dietro ogni prestito c’erano nomi precisi, famiglie, dinastie bancarie, città, istituzioni, ciascuna legata allo Stato da un rapporto che era insieme finanziario e politico. Prestare al re non era un’operazione neutra di mercato: era entrare in una relazione personale e di potere con la corona, fatta di reciproci favori e reciproche dipendenze. Ne discende il punto decisivo: il debito d’Antico Regime non era solo una questione tecnica, contabile, di tassi e scadenze. Era una rete di potere. Ogni credito era un legame, ogni rendita un rapporto, ogni anticipo una dipendenza reciproca tra chi prestava e chi riceveva. E proprio perché il debito era una trama di relazioni e non un freddo meccanismo di mercato, decidere di non onorarlo significava colpire persone, famiglie e città determinate, con conseguenze politiche dirette. Il default non era mai un atto astratto: era sempre un colpo inferto a qualcuno di preciso. ## **Il default come atto politico** ![Funzionario regio legge un editto di sospensione dei pagamenti davanti a nobili costernati e a un sovrano in trono con manto ermellino, sala di palazzo barocco con stemma reale, default sovrano Antico Regime storia del debito pubblico](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Il-default-come-atto-politico-1024x576.png "Il default come atto politico - Scripta Manent Italia") Il meccanismo che portava alla bancarotta era quasi sempre lo stesso. I debiti si accumulavano anno dopo anno, gonfiati dalle guerre e dalle spese di prestigio, fino a raggiungere livelli che le entrate non potevano più sostenere. Gli interessi da pagare divoravano una quota crescente delle risorse, finché il momento arrivava: rimborsare diventava impossibile, e il sovrano decideva unilateralmente di sospendere o ristrutturare i propri impegni. Non una trattativa tra pari, ma una decisione calata dall’alto, imposta ai creditori dalla parte più forte del rapporto. Le forme di questo default erano varie e raffinate. Si poteva tagliare gli interessi dovuti, riducendoli d’autorità a una frazione di quanto promesso. Si poteva imporre la conversione forzosa dei titoli, trasformando crediti a breve e ben remunerati in rendite a lungo termine e meno vantaggiose, di fatto allungando all’infinito i tempi di rimborso. Si poteva semplicemente rinviare i pagamenti, congelando il debito a tempo indeterminato. E si poteva, nei casi più drastici, dichiarare la nullità di certi contratti, cancellando con un tratto di penna obblighi ritenuti scomodi o «illegittimi». C’è un aspetto del linguaggio che merita attenzione particolare, perché rivela la natura politica dell’operazione. Quasi mai si parlava apertamente di «fallimento» o di «bancarotta». Si parlava invece di «ristabilire l’ordine nelle finanze», di «riforma», di «risanamento», di lotta contro gli abusi e gli arricchimenti illeciti dei finanzieri. Il linguaggio della virtù e del buon governo serviva a mascherare ciò che nella sostanza era un atto brutale: la decisione del più forte di non onorare i propri impegni verso i più deboli. E spesso questo linguaggio funzionava, perché presentava il sovrano non come un debitore inadempiente, ma come un riformatore che metteva ordine a vantaggio di tutti. ## **Quando il re non paga, chi paga?** La domanda cruciale, di fronte a ogni bancarotta, è sempre la stessa: se il re non paga, chi paga al suo posto? Perché il denaro non sparisce, semplicemente cambia di tasca, e le conseguenze ricadono su categorie ben precise. I primi colpiti erano i grandi banchieri internazionali, le dinastie finanziarie che avevano anticipato cifre colossali alla corona. Erano le vittime più clamorose, e talvolta ne uscivano rovinate. Ma erano anche, spesso, le più capaci di assorbire il colpo: chi operava su scala internazionale tendeva a diversificare, a prestare a più sovrani, a recuperare altrove ciò che perdeva da una parte, a negoziare nuovi privilegi in cambio di nuovi prestiti. Per loro la bancarotta regia era un rischio del mestiere, doloroso ma calcolato. Più indifese erano le città e i corpi intermedi che avevano sottoscritto le rendite, spesso sotto pressione, e che si ritrovavano con crediti decurtati o congelati. E ancora più indifese erano le famiglie, talvolta di modesta condizione, che avevano investito i propri risparmi in quelle rendite contando di viverci. Per una vedova, per un piccolo proprietario, per chi aveva affidato alla corona il frutto di una vita di lavoro in cambio di un reddito sicuro, il taglio degli interessi o il rinvio dei pagamenti significava la rovina, senza i mezzi né le relazioni per difendersi. Ed è qui che emerge la verità più scomoda: il default ridistribuisce ricchezza e potere. Non si limita a distruggere valore, lo sposta. Mentre certi gruppi perdono, altri guadagnano. Chi era vicino al sovrano, chi disponeva di informazioni e di mezzi, poteva approfittare della crisi per comprare a prezzo di saldo i beni e i crediti svalutati di chi era stato travolto, accrescendo il proprio patrimonio sulle macerie altrui. La bancarotta non era solo una perdita collettiva: era anche una grande occasione di trasferimento di ricchezza dai deboli ai forti, dai lontani ai vicini al potere. ## **Tagliare il debito senza tagliare il trono** A questo punto è facile cadere in un equivoco: pensare che ogni default fosse semplicemente un segno di debolezza, una sconfitta della corona. Non è così. Non tutte le bancarotte sono uguali, e molte erano calcoli politici tutt’altro che disperati. In alcuni casi il sovrano approfittava della sospensione dei pagamenti per indebolire deliberatamente gruppi diventati troppo potenti. Colpire i grandi banchieri significava ridimensionare creditori che avevano accumulato un’influenza eccessiva sulla corona; toccare le rendite di certe città o corporazioni significava fiaccare poteri locali troppo autonomi; ridiscutere i privilegi finanziari di ordini e corpi intermedi significava riportarli sotto il controllo del centro. In queste situazioni il default era un’arma, un modo per riscrivere a proprio favore la mappa del potere interno, liberandosi di debiti e al tempo stesso di rivali. In altri casi, però, la mossa si rivelava un boomerang. Non pagare poteva significare alienarsi alleati fondamentali, distruggere la fiducia di chi sosteneva il trono, spezzare equilibri delicati su cui si reggeva la stabilità del regno. Un sovrano che colpiva i creditori sbagliati poteva ritrovarsi più debole, isolato, esposto a crisi politiche, a congiure, persino a rivolte. La stessa arma che poteva consolidare il potere poteva, maneggiata male, intaccarlo gravemente. La dimensione da tenere a mente è dunque strategica. Decidere di non pagare non era mai una semplice operazione contabile, ma una scelta politica con vincitori e vinti accuratamente selezionati. Il vero problema, per un sovrano accorto, non era se fare default, ma come e contro chi: tagliare il debito sì, ma senza tagliare il ramo su cui era seduto il trono. ## **Perché alcuni Stati smettono (o quasi) di fallire** Eppure, sul lungo periodo, qualcosa cambiò. Alcune monarchie e repubbliche cominciarono a capire una verità che oggi diamo per scontata: i default troppo frequenti hanno un prezzo, e questo prezzo si paga in futuro. Uno Stato che tradisce regolarmente i suoi creditori si costruisce una reputazione pessima, e chi ha una pessima reputazione fatica a trovare chi gli presti denaro, e quando lo trova deve pagarlo molto più caro. La bancarotta facile, comoda nell’immediato, rendeva il credito futuro più scarso e più costoso. Da questa intuizione nacquero i primi passi verso un debito più «istituzionale», meno legato all’arbitrio del singolo sovrano. Si cominciò a coinvolgere i parlamenti e le assemblee nella garanzia delle imposte destinate a ripagare i prestiti, in modo che il rimborso non dipendesse dal capriccio del re ma da un impegno più solido e condiviso. Nacquero banche pubbliche o semipubbliche, capaci di gestire il debito in forma più stabile e ordinata. Si fece strada l’idea di una maggiore trasparenza contabile, di conti che non fossero il segreto privato del sovrano ma un quadro più verificabile. Si delinea così un contrasto storico illuminante. Da un lato gli Stati che continuavano a giocare duro con i creditori, sfruttando il default come strumento ricorrente e badando soprattutto al vantaggio immediato. Dall’altro gli Stati che, faticosamente, cercavano di costruire una reputazione finanziaria affidabile, rinunciando alla scorciatoia della bancarotta in cambio di un credito più abbondante e più economico nel tempo. I primi vincevano nel breve, i secondi nel lungo periodo, perché chi riusciva a farsi considerare un debitore credibile poteva indebitarsi di più, a condizioni migliori, finanziando guerre e imprese che gli altri non potevano permettersi. La credibilità finanziaria, lentamente, si rivelava una forma di potenza. ## **Dal default brutale alle ristrutturazioni eleganti** ![Sovrano in trono ascolta un ministro che presenta documenti di ristrutturazione del debito, tavolo con registri contabili intitolati Rendites de l'État e Livre des Engagements, pile di monete d'oro e atti della Compagnie des Indes, ristrutturazione del debito sovrano storia finanziaria Antico Regime](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Dal-default-brutale-alle-ristrutturazioni-eleganti-1024x576.png "Dal default brutale alle ristrutturazioni eleganti - Scripta Manent Italia") Tutto questo ci sembra lontanissimo, materia da manuali di storia. Ma basta cambiare il vocabolario per riconoscere, nel presente, le stesse dinamiche. Oggi i governi raramente salgono su un palco per dichiarare apertamente di non voler pagare i propri debiti, perché un default conclamato è considerato un’onta e ha costi reputazionali enormi. Eppure gli strumenti per alleggerire il peso del debito a spese di qualcun altro non sono affatto scomparsi: sono solo diventati più sofisticati e meno appariscenti. Le ristrutturazioni negoziate allungano le scadenze e tagliano il valore dei crediti, ottenendo con il linguaggio della trattativa ciò che un tempo si imponeva con l’editto. L’inflazione erode silenziosamente il valore reale del debito, facendo pagare il conto a chi detiene moneta e crediti senza che nessuno debba dichiarare nulla. I cambi di moneta, le svalutazioni, i salvataggi condizionati a riforme dolorose spostano i costi da un gruppo all’altro, da un paese all’altro, da una generazione all’altra. Cambiano le forme, si fanno più eleganti, ma la logica profonda resta. Perché il debito pubblico è ancora oggi, esattamente come nell’Antico Regime, un terreno su cui si gioca il rapporto di forza tra lo Stato, i mercati e i cittadini, e su cui il potere decide, in un modo o nell’altro, chi dovrà «pagare il conto». L’arte di non pagare i debiti, allora, non è nata con i derivati e la finanza contemporanea. Nell’Europa d’Antico Regime era già una disciplina raffinata, esercitata a colpi di editti e di bancarotte regie. Oggi si pratica con strumenti più discreti, ma la domanda che pone è rimasta la stessa di quando un funzionario leggeva l’editto del re davanti a una corte impietrita: quando i conti non tornano, chi sceglie chi ci rimette? ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [Papiri di Ercolano: l'intelligenza artificiale decifra i testi perduti](https://scriptamanentitalia.it/papiri-ercolano-intelligenza-artificiale-testi-perduti/) **Published:** Giugno 30, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A NAPOLI la filologia classica incontra l'avanguardia della computazione scientifica, segnando una svolta epocale che ridefinisce i confini della conoscenza del mondo antico. Il patrimonio documentario della Villa dei Papiri di Ercolano, l'unica biblioteca dell'antichità classica giunta fino a noi, cessa di essere un corpus di reperti intellettualmente inaccessibili per trasformarsi in un testo vivo e leggibile. Sepolti e carbonizzati dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., questi rotoli erano stati ridotti a cilindri fragilissimi di materiale amorfo, un ammasso di cenere e fango d'argilla. Per oltre due secoli, i tentativi di srotolamento meccanico, condotti. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Roma, Castel di Guido, scoperta maestosa villa imperiale](https://scriptamanentitalia.it/roma-castel-di-guido-scoperta-villa-imperiale-romana/) **Published:** Giugno 25, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A CASTEL DI GUIDO, vicino Roma, un eccezionale rinvenimento archeologico ha scosso la comunità scientifica nel mese di **giugno 2026**. Alle porte della capitale italiana, le indagini nate a seguito di una segnalazione per scavi clandestini hanno svelato i resti monumentali di una sfarzosa residenza di epoca imperiale. Il sito, situato a circa dodici miglia da **Roma**, coincide storicamente con l'antico insediamento di Lorium, un borgo rurale caratterizzato da palazzi residenziali che, tra il **I secolo a.C.** e il **V secolo d.C.**, divenne meta privilegiata e luogo di soggiorno. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Egitto, ritrovati i primi esperimenti che portarono alla nascita delle piramidi](https://scriptamanentitalia.it/egitto-primi-esperimenti-nascita-piramidi/) **Published:** Giugno 24, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Gabal El-Teir**, nel **Governatorato di Minya**, in **Egitto**, una recente indagine archeologica ha gettato nuova luce sulle complesse dinamiche evolutive dell’architettura sepolcrale dei Faraoni. Il ritrovamento, annunciato formalmente dal Ministro del Turismo e delle Antichità, **Sherif Fathy**, comprende due monumentali tombe risalenti al Periodo Protodinamico, collocabili cronologicamente tra il **3100 a.C.** e il **2686 a.C.**, le quali si inseriscono all’interno di un orizzonte stratigrafico assai più ampio, caratterizzato da sepolture che spaziano dall’Epoca Predinastica fino al Periodo Tardo. Questa eccezionale continuità. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Le polemiche sui vaccini nel 1700: paura, liti e strategie di governo](https://scriptamanentitalia.it/lotte-polemiche-vaccini-settecento/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Una malattia che tutti conoscono (e temono)](#Una_malattia_che_tutti_conoscono_e_temono) - [La pratica che scandalizza l’Europa](#La_pratica_che_scandalizza_lEuropa) - [Dal pus delle vacche alla rivoluzione medica](#Dal_pus_delle_vacche_alla_rivoluzione_medica) - [Peccato di superbia o dovere di carità?](#Peccato_di_superbia_o_dovere_di_carita) - [Manifesti, caricature e statistiche](#Manifesti_caricature_e_statistiche) - [Quando i sovrani decidono sui corpi](#Quando_i_sovrani_decidono_sui_corpi) - [Vaccinarsi è da ricchi, da poveri, da devoti, da illuministi?](#Vaccinarsi_e_da_ricchi_da_poveri_da_devoti_da_illuministi) Immaginate un volto devastato dal vaiolo: la pelle butterata di cicatrici profonde e permanenti, in alcuni casi gli occhi spenti dalla cecità che la malattia poteva lasciare in eredità, e dietro quel volto la memoria di quanti, colpiti dallo stesso male, non erano sopravvissuti affatto. Ora mettetegli accanto un’altra immagine, in apparenza minima: il braccio di un bambino con una piccola crosta, il segno di un’inoculazione o di una vaccinazione. Una ferita microscopica contro una devastazione di massa. Tra queste due immagini si apre un dilemma che oggi ci sembra ovvio ma che allora era lacerante. Accettare deliberatamente una malattia «sicura», in forma attenuata e controllata, per evitarne una mortale. Provocarsi un male per scansarne uno peggiore. E farlo dentro una cultura che vedeva ancora largamente la malattia come volontà di Dio, come prova, castigo o mistero da accettare con rassegnazione, non come ostacolo da aggirare con l’astuzia umana. Introdurre di proposito un’infezione in un corpo sano significava, per molti, mettersi al posto della Provvidenza. La tesi di questo articolo è che il primo grande dibattito su inoculazione e vaccino contro il vaiolo, già nel Settecento, mette di fronte scienza sperimentale, religione, politica e opinione pubblica in un modo sorprendentemente simile a quanto abbiamo vissuto in tempi recentissimi. Le stesse paure, gli stessi sospetti, lo stesso scontro tra i numeri e le storie, tra la libertà del singolo e la salute di tutti. Non è un dibattito nato nel XXI secolo: è nato quando la modernità ha cominciato a prendere sul serio, contemporaneamente, sia Dio sia i numeri. ## **Una malattia che tutti conoscono (e temono)** Per capire l’intensità di quel dibattito bisogna ricordare cos’era il vaiolo tra Seicento e Settecento. Non una minaccia astratta, ma un terrore concreto e familiare. La malattia uccideva una quota impressionante di chi colpiva, e tra i sopravvissuti lasciava segni indelebili: i volti sfregiati dalle cicatrici erano un paesaggio umano comune, parte ordinaria dell’aspetto delle persone, e non era raro che la malattia rubasse anche la vista. Le epidemie tornavano a ondate, senza preavviso, falciando soprattutto i bambini. A differenza di altri flagelli, il vaiolo non aveva nulla di misterioso o di lontano. Non era una peste esotica venuta da chissà dove: era ovunque, endemico, e tutti lo conoscevano per esperienza diretta. Chiunque aveva visto un volto butterato, chiunque aveva in famiglia qualcuno segnato per sempre o portato via dalla malattia. Era un nemico con cui ogni famiglia, di ogni ceto, aveva già fatto i conti, spesso pagando un prezzo di sangue. Proprio questa familiarità prepara il terreno emotivo del dramma che seguirà. Quando arriva un’idea capace di «provocare» di proposito una forma controllata della malattia, la posta in gioco non è teorica. Si parla di esporre i propri figli, le persone più care, a qualcosa che tutti hanno imparato a temere fin dall’infanzia. Decidere di inoculare significava prendere il mostro che si conosceva fin troppo bene e introdurlo, volontariamente, nel corpo di chi si voleva proteggere. Per accettare una scommessa del genere serviva una fiducia enorme, o una disperazione altrettanto grande. ## **La pratica che scandalizza l’Europa** ![Medico ottomano esegue l'inoculazione contro il vaiolo su un bambino a Costantinopoli nel Settecento, osservato da nobildonne europee in abiti d'epoca con vista sulla moschea sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/La-pratica-che-scandalizza-lEuropa-1024x576.png "La pratica che scandalizza lEuropa - Scripta Manent Italia") L’idea arrivò in Europa da fuori, e questo è un dettaglio tutt’altro che marginale. La pratica dell’inoculazione, o variolizzazione, era nota e diffusa in altri contesti, dall’Impero ottomano ad aree dell’Asia e dell’Africa, dove si usava da tempo introdurre materiale infetto prelevato da un caso lieve in persone sane, allo scopo di provocare una forma di vaiolo più mite e, soprattutto, immunizzante per il resto della vita. Fu osservandola in Oriente che alcune figure europee, tra cui una celebre nobildonna inglese che la conobbe a Costantinopoli e fece inoculare i propri figli, cominciarono a importarla e a promuoverla in patria. Le prime sperimentazioni seguirono un copione che diventerà tipico. Alcune famiglie aristocratiche, mosse dal terrore della malattia e dal desiderio di proteggere i propri eredi, si offrirono come pionieri; i medici osservavano, annotavano, discutevano; e i risultati erano contrastanti, fatti di casi di pieno successo accanto a casi tragici, in cui l’inoculazione scatenava una malattia grave o mortale. Perché questo era il punto delicato: la variolizzazione inoculava vaiolo vero, solo si sperava in forma attenuata, e la scommessa non era priva di rischi reali. Le obiezioni, di conseguenza, fioccavano da ogni direzione. C’erano quelle mediche, le più concrete: il rischio di scatenare la malattia piena anziché una forma lieve, e soprattutto il pericolo che la persona inoculata, ammalandosi davvero, diventasse contagiosa e diffondesse il vaiolo ad altri, innescando un’epidemia. C’erano quelle morali e religiose: provocare deliberatamente il male invece di accettare ciò che la volontà divina aveva disposto appariva a molti un atto di arroganza, quasi una bestemmia pratica. E c’erano quelle legali e politiche, niente affatto secondarie: se il paziente moriva a causa dell’inoculazione, di chi era la responsabilità? Del medico, della famiglia, di chi aveva consigliato la pratica? Si entrava in un territorio inesplorato, dove provocare una malattia poteva trasformare il guaritore in un possibile colpevole. ## **Dal pus delle vacche alla rivoluzione medica** Verso la fine del secolo arrivò la svolta, legata al nome di Edward Jenner e a un’osservazione che veniva dal mondo contadino. Si era notato che le mungitrici, le donne che lavoravano a contatto con le vacche, contraevano spesso una malattia bovina lieve, il cosiddetto vaiolo vaccino, e che proprio loro sembravano poi immuni al ben più terribile vaiolo umano. Il sapere popolare aveva colto un nesso che la medicina ufficiale non aveva ancora messo a fuoco. Jenner trasformò quell’osservazione in esperimento. Prelevò materiale dalle pustole di vaiolo bovino e lo inoculò in un bambino; poi, una volta superata la lievissima reazione, lo «mise alla prova» esponendolo al vaiolo umano. Il bambino non si ammalò. Era nato il vaccino, e con esso una parola destinata a restare, perché derivava proprio dalla vacca da cui tutto era partito. La rottura rispetto all’inoculazione precedente era profonda e va capita bene. Con la variolizzazione si inoculava la stessa malattia che si voleva evitare, sperando solo che si manifestasse in forma più blanda, con tutti i rischi del caso. Con il vaccino di Jenner si usava invece un virus «parente», imparentato ma diverso, molto meno pericoloso per l’uomo, che conferiva protezione senza esporre alla malattia vera. Era un salto concettuale enorme, e sul piano della sicurezza un progresso decisivo. Eppure, agli occhi di molti contemporanei, restava un atto temerario, persino più scandaloso di prima: introdurre nel corpo umano materiale prelevato da un animale malato sembrava un’innaturale contaminazione, una mescolanza contro l’ordine delle cose, qualcosa che sfiorava il sacrilegio. ## **Peccato di superbia o dovere di carità?** È proprio sul terreno religioso e morale che si combatté una delle battaglie più aspre, e sarebbe un errore liquidarla come semplice oscurantismo. Le obiezioni avevano una loro coerenza interna. Se la malattia è punizione per i peccati, prova inviata da Dio o mistero imperscrutabile della Provvidenza, allora interferire con essa, pretendere di prevenirla con un artificio umano, poteva apparire come un peccato di superbia, l’arroganza della creatura che si sostituisce al Creatore. A questo si aggiungeva un timore più sottile e psicologicamente potente: inoculando si rischiava di «anticipare la morte» di qualcuno che, magari, il vaiolo non l’avrebbe mai contratto. Chi moriva di inoculazione moriva per una scelta umana, non per un decreto divino, e questo pesava enormemente sulle coscienze. Ma sarebbe profondamente sbagliato leggere la vicenda come un classico scontro tra «Chiesa contro scienza». Perché dall’interno stesso del mondo religioso si levarono voci favorevoli, e con argomenti altrettanto solidi. La vita, dicevano, è un dono di Dio e un bene da preservare, e lasciar morire chi si potrebbe salvare non è affatto un atto di pietà. La ragione e l’esperienza, sostenevano, sono anch’esse doni che Dio ha posto nel creato, e usarle per limitare il male non è ribellarsi alla Provvidenza ma collaborare con essa: il medico che cura non si oppone a Dio, ne è strumento. Difendere la vita con i mezzi che la natura offre poteva quindi essere letto non come superbia, ma come dovere di carità. Ne emerge un quadro molto più interessante di una semplice contrapposizione tra fede e progresso: una frattura interna al clero e tra le diverse correnti religiose, un conflitto su come interpretare il rapporto tra provvidenza divina e azione umana. La domanda vera non era «Dio o la scienza?», ma una domanda tutta teologica: fino a che punto l’uomo è autorizzato a intervenire sul corso degli eventi che crede voluti da Dio? E su questa domanda i credenti si divisero, schierandosi su entrambi i fronti. ## **Manifesti, caricature e statistiche** ![Scena settecentesca a Londra con pamphlet e manifesti anti-vaccinazione affissi su un muro, caricature grottesche contro l'inoculazione del vaiolo e tabelle statistiche del London Hospital 1798](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Manifesti-caricature-e-statistiche-1024x576.png "Manifesti caricature e statistiche - Scripta Manent Italia") Il dibattito, intanto, traboccava ben oltre i circoli dei medici e dei teologi, e invadeva la sfera pubblica con un’intensità che ci suona stranamente familiare. Circolavano pamphlet a favore e contro, sermoni accesi, voci di popolo che si diffondevano di bocca in bocca. E circolavano soprattutto le caricature, talvolta ferocissime, che rappresentavano i vaccinati come esseri grotteschi, deformati, addirittura trasformati in mostri o in creature con tratti bovini, a dare immagine visibile e memorabile alla paura della contaminazione animale. L’arma del ridicolo e dell’orrore figurato lavorava sull’immaginario con un’efficacia che gli argomenti razionali faticavano a eguagliare. In mezzo a tutto questo comparve però qualcosa di nuovo e di destinato a un grande futuro: l’uso dei primi dati statistici come strumento di persuasione. Cominciò a farsi strada l’idea di contare, di confrontare in modo sistematico quanti morissero di vaiolo contratto naturalmente rispetto a quanti morissero dopo essere stati inoculati o vaccinati. I sostenitori della pratica capirono che il modo più forte per difenderla era mostrare i numeri: il rischio di morire della malattia naturale era incomparabilmente più alto del rischio legato alla prevenzione. Su questo terreno empirico, la causa dell’inoculazione e poi del vaccino era solida, e i dati le davano ragione. Ed è qui che si manifesta una tensione modernissima. I numeri, le percentuali, le tabelle entrano in competizione con le paure, e non sempre vincono. Perché di fronte alla mente umana una statistica favorevole pesa meno di una singola storia tragica: il caso del bambino del vicino morto dopo l’inoculazione, raccontato e ripetuto, lascia un segno più profondo di qualunque tabella che dimostri come, su grandi numeri, la pratica salvi molte più vite di quante ne metta a rischio. La verità statistica e la verità emotiva non parlano la stessa lingua, e già allora la seconda dimostrava di poter sopraffare la prima nell’immaginario collettivo. È una lezione che il nostro tempo conosce fin troppo bene. ## **Quando i sovrani decidono sui corpi** ![Sovrano in abiti regali settecenteschi supervisiona l'inoculazione contro il vaiolo su un bambino alla presenza della corte, accanto a un'ordinanza reale sulla conservazione della salute pubblica](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Quando-i-sovrani-decidono-sui-corpi-1024x576.png "Quando i sovrani decidono sui corpi - Scripta Manent Italia") A un certo punto la questione divenne anche politica, perché toccava la popolazione, la sua salute, la sua consistenza, e quindi la forza stessa degli Stati. Diversi principi e governi cominciarono a sperimentare politiche favorevoli all’inoculazione e poi al vaccino, con campagne promosse dall’alto e pratiche estese a gruppi specifici: gli orfani degli istituti, i soldati degli eserciti, e naturalmente le élite, a partire dalle famiglie regnanti. Vi furono sovrani che scelsero di farsi inoculare di persona, dando l’esempio in modo clamoroso e usando il proprio corpo come argomento di propaganda a favore della pratica. Ma le scelte dei governanti erano cariche di dilemmi. Il primo era reputazionale, e niente affatto banale. Se una campagna di inoculazione andava male, se troppi sudditi morivano a causa di una pratica voluta dall’alto, il principe rischiava di essere accusato non di aver tentato di proteggere il suo popolo, ma di averlo ucciso. Promuovere la prevenzione significava assumersi una responsabilità enorme e visibile, esporsi al rovescio della fortuna in un modo che il semplice lasciar fare alla natura non comportava. Era più sicuro, politicamente, non agire e dare la colpa al destino. Il secondo dilemma riguardava la differenza, allora come oggi cruciale, tra raccomandare e obbligare. Consigliare una pratica è un conto; imporla è un altro, soprattutto quando si tratta di intervenire sui corpi dei sudditi, e ancor più sui corpi dei loro figli. Costringere un genitore a sottoporre il proprio bambino a un rischio, per quanto a fin di bene, apriva interrogativi spinosi sull’autorità dello Stato e sui suoi limiti. In tutto questo si intravedono i primi esempi di una sanità pubblica moderna, di un potere che si fa carico della salute collettiva. Ma se ne intravedono anche i limiti netti: non esisteva ancora nulla di simile a un sistema sanitario nazionale, e si procedeva a macchia di leopardo, per iniziative isolate e disomogenee, senza una strategia unitaria. ## **Vaccinarsi è da ricchi, da poveri, da devoti, da illuministi?** Una delle cose più istruttive di quella vicenda è che l’atteggiamento verso inoculazione e vaccino non si distribuiva affatto secondo le linee che ci aspetteremmo. Le famiglie aristocratiche, per esempio, furono spesso tra le prime a sperimentare, non per spirito illuminato ma per un calcolo molto concreto: avevano eredi preziosi da proteggere, dinastie la cui continuità dipendeva dalla sopravvivenza di pochi individui, e il terrore di vedere un figlio sfigurato o morto le spingeva ad accettare il rischio della prevenzione pur di mettere al sicuro il futuro della casata. Le comunità rurali, al contrario, tendevano spesso a una maggiore diffidenza, radicata nella distanza dalle autorità, nella scarsa familiarità con le novità mediche, nel peso delle tradizioni e di una religiosità più immediata. E gli ambienti che potremmo definire illuministi, favorevoli in linea di principio al progresso e alla ragione sperimentale, non erano monoliticamente schierati: alcuni furono entusiasti promotori della pratica, altri sollevarono dubbi e cautele, ragionando proprio sul rischio e sulla probabilità in termini sorprendentemente sofisticati. La conclusione importante è che la divisione non seguiva la linea semplice «scienza contro fede», né quella «ricchi contro poveri» o «istruiti contro ignoranti». A determinare gli atteggiamenti entravano in gioco fattori intrecciati: la fiducia o la sfiducia nelle autorità che proponevano la pratica, il livello di istruzione, e soprattutto le esperienze personali con la malattia. Chi aveva visto un proprio caro morire di vaiolo poteva diventare un fervente sostenitore della prevenzione, ma chi aveva sentito di qualcuno morto a causa dell’inoculazione poteva schierarsi con altrettanta forza contro. Le scelte sui corpi non nascevano da pure ideologie, ma da paure, lutti e fiducie concrete. ![Specchio allegorico che riflette le stesse proteste anti-vaccino dal Settecento al Covid-19: manifesti storici contro l'inoculazione del vaiolo a confronto con cartelli no-vax italiani contemporanei](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Dal-vaiolo-al-Covid-e-ritorno-1024x576.png "Dal vaiolo al Covid e ritorno - Scripta Manent Italia") Rimettiamo insieme i fili, e guardiamo allo specchio che quella storia ci porge. C’è il timore di «sfidare Dio o la natura», di varcare un confine che non spetterebbe all’uomo varcare. Ci sono i sospetti verso poteri che, intervenendo sulla salute, finiscono per esercitare un controllo sui corpi delle persone. C’è lo scontro permanente tra le storie singole, vivide e cariche di emozione, e le statistiche, fredde e poco persuasive anche quando hanno ragione. C’è la tensione tra la libertà del singolo di decidere di sé e dei propri figli e la salute collettiva che a quelle decisioni è legata. Sono esattamente le tensioni esplose nelle campagne vaccinali del nostro tempo. Il primo grande dibattito su inoculazione e vaccino le conteneva già tutte, in forma quasi compiuta: la paura, la disinformazione che corre più veloce dei dati, il conflitto tra libertà individuale e interesse comune, la difficoltà di far pesare un numero contro un racconto. Cambiano le malattie, cambiano le tecnologie, cambia il linguaggio, ma la struttura profonda del confronto resta riconoscibile, come se ogni nuova svolta della medicina riaprisse la stessa antichissima discussione. Vale la pena ricordare, in mezzo a tutto questo, che da quella discussione il vaiolo è uscito sconfitto: la malattia che per secoli aveva sfigurato e ucciso è stata infine cancellata dalla faccia della terra proprio grazie al vaccino, in uno dei più grandi successi della storia umana. Vaccinare o non vaccinare, insomma, non è una domanda inventata nel XXI secolo. La prima grande discussione su questa scelta è nata quando la modernità ha cominciato a prendere sul serio, nello stesso momento, sia Dio sia i numeri: la fede che dava senso al dolore e i dati che provavano a ridurlo. Da allora non abbiamo mai smesso di discuterne, e forse il modo in cui lo facciamo dice di noi molto più di quanto diciamo noi della malattia. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [Come l'inglese ha soppiantato il latino. E perchè potrebbe finire uguale](https://scriptamanentitalia.it/come-l-inglese-ha-soppiantato-il-latino/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Francesco Salassa **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Dal germanico delle invasioni alla lingua mista](#Dal_germanico_delle_invasioni_alla_lingua_mista) - [Quando il latino era l’inglese dell’Occidente](#Quando_il_latino_era_linglese_dellOccidente) - [Dalla Manica al mondo: il fattore potere](#Dalla_Manica_al_mondo_il_fattore_potere) - [Ibrido, flessibile, poco sacro](#Ibrido_flessibile_poco_sacro) - [Dal latino lingua di pochi all’inglese lingua di nessuno](#Dal_latino_lingua_di_pochi_allinglese_lingua_di_nessuno) - [Se è successo al latino…](#Se_e_successo_al_latino%E2%80%A6) Una conference call tra un ingegnere indiano, una manager tedesca e un fornitore brasiliano si svolge in inglese, senza che nessuno ci pensi. Negli aeroporti di mezzo mondo gli annunci, i cartelli e le comunicazioni con le torri di controllo sono in inglese. Il manuale tecnico di quasi qualsiasi prodotto, il codice sorgente di quasi qualsiasi software, l’articolo scientifico che vuole essere letto: inglese. È la cosa più ovvia del mondo, e proprio per questo non ce la chiediamo mai. Eppure la domanda è enorme: com’è successo che una lingua germanica nata ai margini d’Europa, su un’isola periferica, abbia soppiantato il latino, che per oltre un millennio era stato il codice condiviso dell’Europa colta? La risposta facile, e sbagliata, è che l’inglese sia più bello, più semplice, più «pratico» del latino. Non è così, e nessun linguista lo direbbe. La verità è un intreccio di due ordini di fattori. C’è una storia linguistica, perché l’inglese è una lingua particolarmente ibrida e flessibile, fatta apposta, si direbbe, per essere esportata e deformata. E c’è una storia di potere, perché dietro ogni grande lingua franca ci sono imperi, eserciti, merci, capitali, università e media. Per capire la parabola che ha portato dal latino all’inglese bisogna tenere insieme entrambe le cose: la lingua e la forza che la spinge. ## **Dal germanico delle invasioni alla lingua mista** ![Scrivano medievale che redige un manoscritto miniato durante le invasioni normanne, con guerrieri vichinghi, drakkar e castello normanno sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Dal-germanico-delle-invasioni-alla-lingua-mista-1024x576.png "Dal germanico delle invasioni alla lingua mista - Scripta Manent Italia") Cominciamo dall’inglese, e da una sorpresa: non è affatto una lingua «pura». La sua storia si articola, secondo la scansione classica, in tre grandi fasi. C’è l’inglese antico, l’anglosassone delle popolazioni germaniche, Angli, Sassoni e Iuti, che a partire dal V secolo si insediano sull’isola; una lingua robustamente germanica, lontanissima dall’inglese che conosciamo, quasi incomprensibile a un parlante odierno. C’è poi l’inglese medio, che prende forma dopo un evento decisivo. E c’è infine l’inglese moderno, quello che a partire dal Rinascimento si avvicina progressivamente alla lingua attuale. L’evento decisivo è la conquista normanna del 1066. Da quel momento, per secoli, la corte, l’aristocrazia, l’amministrazione e la giustizia parlano francese, mentre l’inglese resta la lingua del popolo. Quando le due si reincontrano, l’inglese ne esce trasformato per sempre: ha conservato la sua struttura germanica, ma ha assorbito un enorme superstrato lessicale francese, e attraverso il francese e poi direttamente, una continua iniezione di latinismi. Il risultato è una lingua a doppio fondo, in cui spesso convivono una parola di origine germanica e una di origine romanza per dire cose simili con sfumature diverse. Si è usata, per descrivere questa natura, una formula efficace: l’inglese sarebbe la più latinizzata delle lingue non neolatine. Sintassi germanica, ma lessico pesantemente romanzo e latino. Il punto, ai fini del nostro discorso, è proprio questo: l’inglese non è un blocco germanico compatto e chiuso, ma un ibrido straordinariamente permeabile, abituato fin dalle origini a inglobare materiale altrui senza perdere se stesso. È una caratteristica che, secoli dopo, si rivelerà preziosa quando si tratterà di diventare la lingua di tutti. ## **Quando il latino era l’inglese dell’Occidente** Sull’altro fronte, per capire la portata del cambiamento, bisogna ricordare che cosa fu il latino. Per oltre mille anni, dopo la caduta dell’impero che pure gli aveva dato i natali, il latino restò la lingua comune dell’Occidente. Era la lingua della Chiesa e della liturgia, la lingua della burocrazia e dei documenti, la lingua delle università e della scienza, la lingua del diritto e della diplomazia. Un dotto portoghese e uno polacco, che non avrebbero capito una parola delle rispettive lingue materne, potevano leggersi, scriversi e discutere in latino. Era, in senso pieno, il medium attraverso cui l’Europa si pensava come uno spazio comune, una repubblica delle lettere senza confini. Poi, lentamente, cominciano le crepe. Tra il XIII e il XVI secolo le lingue volgari conquistano terreno: entrano nelle cancellerie, nei tribunali, e soprattutto producono grandi letterature che dimostrano di poter dire tutto ciò che diceva il latino, e con più presa. La Riforma protestante dà un colpo durissimo, portando la Bibbia e la liturgia nelle lingue nazionali, spezzando il monopolio sacro del latino. E gli Stati moderni, mentre si consolidano, investono deliberatamente sui propri idiomi come strumenti di identità e di governo. Il punto di svolta si colloca tra Seicento e Settecento. Il latino resta ancora forte come lingua della scienza, e le grandi opere continuano a essere scritte in latino per circolare in tutta Europa, ma ormai compete con il francese, divenuto lingua della diplomazia e della cultura raffinata, e con le altre lingue nazionali in ascesa. Nell’Ottocento l’arretramento si fa drastico: il latino smette di essere una lingua viva di comunicazione e si ritira sempre più nella cerchia ecclesiastica e in quella filologica. La domanda, allora, non è soltanto «perché avanza l’inglese?», ma anche, e forse prima, «perché il latino diventa sempre meno utile fuori da quei due recinti?». Quando l’inglese arriverà a giocare la sua partita, troverà un avversario che si era già in larga parte ritirato dal campo. ## **Dalla Manica al mondo: il fattore potere** ![Trittico storico: impero britannico con veliero e soldati coloniali, Rivoluzione Industriale con locomotive a vapore e fabbriche, era digitale con programmatore e globo connesso](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Dalla-Manica-al-mondo-il-fattore-potere-1024x576.png "Dalla Manica al mondo il fattore potere - Scripta Manent Italia") Resta la domanda centrale: perché proprio l’inglese, e non il francese, lo spagnolo, il tedesco? La risposta sta in tre passaggi storici, tre ondate di potere che hanno trasportato la lingua ben oltre la Manica. Il primo è l’età moderna. L’Inghilterra si afferma come potenza navale e commerciale, costruisce un impero su cui, come si diceva, non tramonta mai il sole. Le sue navi, i suoi mercanti, i suoi coloni e i suoi amministratori portano l’inglese in Nord America, in India, in Africa, nel Pacifico, radicandolo in territori sterminati. Non è un’esportazione gentile né pacifica, ma è efficacissima: dove arriva il dominio britannico, arriva la lingua, e mette radici che sopravvivranno all’impero stesso. Il secondo passaggio è il XIX secolo, ed è forse il più sottovalutato. La Rivoluzione industriale nasce e si sviluppa in larga parte in contesti anglofoni, e con essa una quota enorme della scienza, della tecnica e dell’innovazione del tempo. L’inglese diventa così la lingua dei brevetti, delle macchine, della finanza, del commercio globale. Non è più solo la lingua di chi comanda con le armi, ma di chi produce, inventa e fa girare il denaro: un potere più capillare e più seducente di quello militare. Il terzo passaggio è il Novecento, con il suo prolungamento nel nostro secolo. Dopo le due guerre mondiali gli Stati Uniti emergono come potenza egemone, e con loro un’intera macchina culturale: Hollywood, la musica popolare, la pubblicità, e poi l’informatica e infine internet. L’inglese si consolida come lingua franca globale dentro un ecosistema in cui penetra in ogni casa attraverso schermi e altoparlanti, in un mondo dove il latino, semplicemente, non ha più alcun radicamento sociale o politico. La tesi di fondo è limpida: una lingua «vince» quando viaggiano gli eserciti, le merci, i capitali, le università e i media di chi la parla. L’inglese ha avuto, in successione, tutte e cinque queste spinte. ## **Ibrido, flessibile, poco sacro** Il potere, però, non spiega tutto. Se bastasse la forza, anche altre lingue di grandi imperi avrebbero potuto imporsi con la stessa universalità, e non sempre è accaduto. Serve anche che la lingua, dal punto di vista della sua struttura e della sua percezione sociale, si lasci usare. E qui l’inglese parte avvantaggiato. Abbiamo visto la sua natura profondamente ibrida. Questa caratteristica si traduce in una capacità quasi illimitata di incorporare prestiti e di coniare neologismi attingendo a materiale latino, greco, francese e a qualunque altra fonte, senza grandi resistenze. Non esiste, per l’inglese, un’accademia autorevole che ne sorvegli la purezza e ne freni le contaminazioni, come avviene altrove; l’inglese si lascia plasmare, accoglie, deforma, assorbe. È una lingua che non ha paura di sporcarsi, e proprio per questo si adatta a contesti nuovi con una rapidità che lingue più «sorvegliate» non possono permettersi. A questo si aggiunge una percezione decisiva: l’inglese è avvertito come lingua poco sacrale. Il latino è rimasto legato alla liturgia, all’alta cultura, alle scuole classiche, a un’idea di solennità e di tradizione. L’inglese, al contrario, si presta benissimo a diventare la lingua dei manuali d’uso, degli slogan pubblicitari, delle canzoni che tutti canticchiano, delle interfacce dei programmi. È una lingua «di servizio», leggera da indossare, che non chiede reverenza. Si può rovesciare l’immagine in una metafora: se il latino è una macchina del tempo, che ci porta indietro verso un patrimonio passato da custodire, l’inglese è un veicolo spaziale, che ci porta ovunque nel presente, senza che ci si debba sentire eredi di nulla. Il successo, allora, nasce dall’incontro tra struttura e potere: non basta la forza di chi spinge una lingua, serve una lingua che socialmente si presti a essere usata, piegata, maltrattata da milioni di bocche non madrelingua. ## **Dal latino lingua di pochi all’inglese lingua di nessuno** ![Contrasto tra scriptorio medievale con monaci che copiano manoscritti latini e ufficio moderno con professionisti multietnci e globo terrestre – evoluzione dal latino all'inglese globale](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Dal-latino-lingua-di-pochi-allinglese-lingua-di-nessuno-1024x576.png "Dal latino lingua di pochi allinglese lingua di nessuno - Scripta Manent Italia") Possiamo ora tirare le fila e rispondere alla domanda nel modo più preciso. Il fatto cruciale è che il latino, già in età moderna, era diventato una lingua «di nessuno» come madrelingua. Nessun bambino lo imparava più dalla madre; lo si apprendeva tardi, sui libri, a scuola, e lo si usava in contesti ristretti e specialistici. Era una lingua acquisita, professionale, legata a una cerchia. L’inglese, invece, entra nella partita globale con un vantaggio strutturale enorme: è la lingua materna di centinaia di milioni di persone ed è, soprattutto, la seconda lingua di altri miliardi, una scelta pratica e diffusa. Nel frattempo, lo spazio quotidiano che il latino aveva un tempo occupato era stato colmato da tempo dai volgari nazionali, l’italiano, il francese, lo spagnolo, il tedesco e gli altri, ciascuno padrone di casa propria. Il latino non parlava più alla gente comune di nessun luogo. E quando, tra Ottocento e Novecento, il mondo torna ad avere bisogno di una lingua franca sopranazionale, per la scienza, il commercio, la diplomazia, la tecnologia, il latino è ormai percepito come una lingua morta, confinata alla tradizione cattolica e all’erudizione. L’inglese, al contrario, arriva carico di tutto ciò che serve: potere economico, accesso al sapere e alla tecnologia, mobilità sociale e geografica. Da qui una formulazione che vale la pena tenere a mente. L’inglese non ha «vinto contro il latino» in un duello diretto, come se i due si fossero affrontati per lo stesso ruolo nello stesso momento. Ha fatto qualcosa di più semplice e più radicale: ha occupato uno spazio che il latino aveva già abbandonato da secoli, lo spazio della lingua comune sopranazionale, rimasto vuoto. E lo ha occupato perché aveva alle spalle ciò che al latino mancava ormai del tutto: un impero, un capitalismo, una scienza e una cultura di massa che lo spingevano in ogni angolo del pianeta. Il latino si era ritirato; l’inglese è semplicemente avanzato nel vuoto. ## **Se è successo al latino…** Conviene chiudere rovesciando la prospettiva sul nostro presente. Se il latino, che per oltre mille anni fu la lingua comune dell’intero Occidente colto, ha potuto ridursi a lingua di nicchia, custodita da preti, filologi e qualche appassionato, allora non c’è davvero nulla di garantito nemmeno per l’inglese. Anche il suo primato è figlio di equilibri di potere, e gli equilibri di potere, la storia lo insegna senza eccezioni, cambiano. Si possono già intravedere i segni di un mondo meno monolingue di quanto sembri. C’è la crescita economica e demografica di altre aree, e con essa il peso crescente di lingue come il cinese; c’è la vastissima diffusione del castigliano su due continenti; c’è la possibilità che le tecnologie di traduzione automatica riducano, in prospettiva, la necessità stessa di una sola lingua franca condivisa. E c’è una distinzione di fondo che il caso del latino illumina bene: una cosa è la lingua franca tecnica, lo strumento neutro per capirsi tra estranei, altra cosa è la lingua delle identità, quella in cui si ama, si litiga, si sogna, si prega. La prima può cambiare nel giro di qualche generazione, seguendo il potere; la seconda è molto più tenace, e resta. L’inglese, oggi, è soprattutto la lingua franca tecnica del pianeta, esattamente come il latino lo fu per l’Europa. E proprio questo dovrebbe renderci prudenti nel darne per scontato l’eterno dominio. Resta allora una domanda, da lasciare aperta come si lascia aperta una finestra: tra qualche secolo, diremo dell’inglese ciò che oggi diciamo del latino? ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/francesco-150x150-1.gif) Francesco Salassa Appassionato di ricerca storica, unisce studio delle fonti e capacità narrativa per rendere il passato comprensibile anche ai lettori non specialisti. Scrive di Roma antica, Medioevo e storia delle idee, con particolare attenzione al contesto culturale e sociale. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Turchia: scoperto un capolavoro dedicato al dio fiume](https://scriptamanentitalia.it/turchia-scoperto-capolavoro-dedicato-dio-fiume/) **Published:** Giugno 22, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A ANTALYA, in Turchia, le ricerche archeologiche condotte lungo l'asse viario monumentale della città antica hanno restituito una testimonianza di eccezionale valore per la storia dell'arte tardoantica. Nel corso delle indagini sistematiche effettuate nel settore orientale della cosiddetta Via del Teatro, l'importante arteria stradale che connetteva l'acropoli cittadina con il celebre edificio da spettacolo, gli specialisti hanno identificato una imponente struttura rettangolare interamente pavimentata a mosaico. I rilievi preliminari condotti sul campo indicano che l'edificio si estende su una superficie complessiva di circa sei metri di larghezza per venticinque metri di lunghezza, configurandosi originariamente come. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Comete e meteore: come se le spiegavano gli antichi?](https://scriptamanentitalia.it/come-gli-antichi-spiegavano-comete-e-meteore/) **Published:** Giugno 22, 2026 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Stelle che cadono, code di fuoco: lo spettacolo prima della scienza](#Stelle_che_cadono_code_di_fuoco_lo_spettacolo_prima_della_scienza) - [Segni della sorte: dagli oracoli ai denari di Augusto](#Segni_della_sorte_dagli_oracoli_ai_denari_di_Augusto) - [Dai figli di Perseo alle lacrime di un martire](#Dai_figli_di_Perseo_alle_lacrime_di_un_martire) - [Pietre cadute dal cielo: quando un meteorite diventa dio](#Pietre_cadute_dal_cielo_quando_un_meteorite_diventa_dio) - [Cronisti delle stelle: l’Estremo Oriente e il catalogo dei portenti](#Cronisti_delle_stelle_lEstremo_Oriente_e_il_catalogo_dei_portenti) - [Profeti, ma anche matematici: gli antichi e la geometria del cielo](#Profeti_ma_anche_matematici_gli_antichi_e_la_geometria_del_cielo) - [Dal presagio al desiderio: cosa resta di quei cieli](#Dal_presagio_al_desiderio_cosa_resta_di_quei_cieli) Luglio del 44 a.C., pochi mesi dopo le Idi di marzo. Roma è ancora scossa dall’assassinio di Cesare, e il giovane Ottaviano organizza dei giochi in onore del padre adottivo. Mentre la città guarda gli spettacoli, in cielo compare una cometa luminosissima, visibile per giorni. Per molti è un prodigio inquietante. Per Ottaviano è un’occasione. Quella coda di fuoco, fa intendere, è l’anima di Cesare che sale tra gli dèi: la prova che il dittatore ucciso è ora *Divus Iulius*, un dio. E lui, di conseguenza, è figlio di un dio. In poche settimane la cometa diventa una stella scolpita sopra il capo delle statue di Cesare, e poco dopo finisce sulle monete che circolano in tutto l’impero. Paura, mito e propaganda, tutto in un solo oggetto celeste. Il terrore di chi teme un disastro, la leggenda dell’apoteosi, il calcolo politico di chi trasforma un fenomeno astronomico nel proprio certificato di legittimità. È la chiave di lettura di questa storia. Comete e stelle cadenti sono state per millenni strumenti per leggere la volontà divina e giustificare scelte politiche. Ma, e qui sta il punto che di solito dimentichiamo, sono state anche oggetto di un’osservazione sorprendentemente raffinata, registrata, calcolata. Lo stesso cielo serviva a due cose insieme: a spaventare i popoli e a sfidare i matematici. ## **Stelle che cadono, code di fuoco: lo spettacolo prima della scienza** ![Filosofi greci osservano comete e stelle cadenti dal Partenone di Atene di notte, con papiri astronomici e meteore nel cielo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Stelle-che-cadono-code-di-fuoco-lo-spettacolo-prima-della-scienza-1024x576.png "Stelle che cadono code di fuoco lo spettacolo prima della scienza - Scripta Manent Italia") Conviene mettere ordine nei termini, perché gli antichi non li distinguevano come facciamo noi. Una **cometa** è un corpo ghiacciato che orbita attorno al Sole; quando gli si avvicina, il calore ne libera gas e polveri che formano la chioma luminosa e la lunga coda. Una **meteora**, la cosiddetta stella cadente, è tutt’altro: un frammento minuscolo che entra nell’atmosfera e brucia in pochi istanti, lasciando una scia. Un **meteorite**, infine, è ciò che resta quando un frammento abbastanza grande sopravvive alla discesa e tocca terra, una pietra venuta letteralmente dallo spazio. Tre fenomeni diversi che agli occhi antichi avevano però un tratto comune e decisivo: rompevano l’ordine. Il cielo notturno era percepito come una macchina regolare e prevedibile, le stelle che tornano ogni notte ai loro posti, i pianeti che ripetono i loro percorsi, la grande ruota delle costellazioni. In quel meccanismo perfetto, una cometa che appare dal nulla, o una pioggia improvvisa di stelle, erano un’anomalia clamorosa, un’irruzione dell’imprevisto in ciò che doveva essere immutabile. E da qui nasce l’idea che attraversa tutto questo articolo: tutto ciò che rompe l’ordine viene letto come messaggio. Se il cielo regolare è la normalità voluta dagli dèi, allora ogni eccezione è un segnale, una parola pronunciata dall’alto. Non resta che decifrarla. O, più spesso, decidere che cosa farle dire. ## **Segni della sorte: dagli oracoli ai denari di Augusto** Greci e Romani furono maestri in questo esercizio. Comete e meteore erano portenti a tutti gli effetti, e annunciavano sempre qualcosa di grande: la nascita o la morte di un sovrano, una carestia, una guerra, una svolta nella storia di una città. Il fenomeno celeste non era mai neutro; era un commento divino sugli affari umani, e il compito degli indovini e dei sacerdoti era leggerlo nel modo giusto, cioè quello utile. Il caso di Cesare e Augusto resta l’esempio più limpido di questa macchina interpretativa. La cometa del 44 a.C. avrebbe potuto significare mille cose, ma fu fissata in un solo significato, quello dell’ascesa di Cesare tra gli dèi, perché quel significato serviva. Augusto stesso, nei suoi scritti, raccontò di aver capito che il prodigio era stato concepito a favore suo e dell’opera che stava compiendo. La cometa divenne così non un semplice ricordo, ma uno strumento di governo: incisa sulle monete, scolpita nelle immagini, ripetuta come un marchio. Chi maneggiava quei denari teneva in mano, senza saperlo, un pezzo di propaganda celeste. C’è poi il meccanismo, ancora più sottile, di leggere un fenomeno ricorrente come se fosse un commento su un singolo evento. Quando uno storico antico registra «stelle» o luci insolite in coincidenza con un grande fatto politico, è probabile che in alcuni casi stesse descrivendo qualcosa che il cielo faceva ogni anno, come una pioggia di meteore estiva, ma che veniva ricondotto all’avvenimento del momento. Il principio è sempre lo stesso: il cielo non sbaglia, quindi se è apparso un segno, deve riguardare ciò che ci sta a cuore adesso. ## **Dai figli di Perseo alle lacrime di un martire** Una delle piogge di meteore più note ci permette di vedere all’opera, in diretta, come cambiano le chiavi di lettura senza che cambi il bisogno di fondo. Le Perseidi, lo sciame che ogni agosto attraversa i nostri cieli, prendono il nome dalla costellazione di Perseo, perché le loro scie sembrano irradiarsi da quel punto del cielo. E Perseo, nel firmamento, è l’eroe del mito greco, il figlio di Danae che decapitò Medusa. Gli osservatori antichi, vedendo quelle stelle sgorgare dalla regione di Perseo, le legarono dunque a una storia eroica: il cielo come grande libro illustrato del mito. Secoli dopo, sulle stesse meteore si depositò un’altra storia. Lo sciame raggiunge il suo culmine attorno alla metà di agosto, a ridosso del 10, giorno in cui la tradizione cristiana ricorda il martirio di san Lorenzo, ucciso, secondo il racconto, su una graticola. Le stelle cadenti divennero così le «lacrime di san Lorenzo», le scintille del suo supplizio o il pianto del martire che ricade sulla terra. Una pioggia di fuoco celeste reinterpretata attraverso una sofferenza umana. Il dettaglio interessante non è quale delle due storie sia «vera», perché nessuna lo è in senso astronomico. È che la chiave di lettura è cambiata radicalmente, dal mito eroico pagano alla leggenda cristiana, mentre il gesto è rimasto identico: prendere un fenomeno del cielo e cucirgli addosso una narrazione che parli di noi, dei nostri eroi, dei nostri morti. Cambia il racconto, non il bisogno di raccontare. ## **Pietre cadute dal cielo: quando un meteorite diventa dio** ![Sacerdoti babilonesi venerano un meteorite sacro su altare con iscrizioni cuneiformi, cometa nel cielo notturno e ziggurat sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Pietre-cadute-dal-cielo-quando-un-meteorite-diventa-dio-1024x576.png "Pietre cadute dal cielo quando un meteorite diventa dio - Scripta Manent Italia") Se le comete e le meteore erano messaggi, i meteoriti erano qualcosa di ancora più potente: frammenti di cielo che si potevano toccare. E il Vicino Oriente antico costruì attorno a queste pietre un’intera teologia. Sumeri, Babilonesi ed Egizi osservavano e annotavano gli eventi celesti con attenzione, e alcuni di loro riconoscevano nelle pietre cadute dall’alto una natura speciale. Una roccia precipitata dal cielo non era una roccia qualsiasi: era un oggetto che apparteneva al dominio degli dèi e ne portava in sé la presenza. Per questo certi meteoriti diventarono oggetti di culto, custoditi nei templi, venerati come «corpi» tangibili di una divinità o come il punto in cui il divino aveva toccato la terra. Non un’immagine fatta dall’uomo, ma una presenza arrivata da sé, per così dire firmata dal cielo. Il mondo mediterraneo conservò a lungo questa idea. Pietre nere e coniche, di probabile origine meteorica, furono adorate come incarnazioni di divinità e in qualche caso trasportate con grande solennità nei principali centri di culto, dove la loro origine celeste ne faceva oggetti sacri di prima grandezza. Anche l’uso del ferro meteoritico, lavorato in epoche in cui la metallurgia del ferro era ancora agli inizi, racconta lo stesso fascino: un metallo «venuto dal cielo», prezioso non solo per la rarità ma per la provenienza. C’è un paradosso che vale la pena cogliere. Allo sguardo moderno tutto questo somiglia a pura superstizione, all’errore di chi non sapeva cosa fosse una roccia. Ma per quelle culture si trattava di una tecnologia sofisticata di mediazione tra cielo e terra, un modo coerente per rendere presente, afferrabile e onorabile ciò che altrimenti restava lontano e muto. Avevano trovato il modo di stringere in mano un pezzo del divino. Che noi lo si chiami superstizione dice più di noi che di loro. ## **Cronisti delle stelle: l’Estremo Oriente e il catalogo dei portenti** ![Astronomi cinesi imperiali osservano una cometa dalla Città Proibita di notte, con sfera armillare, globo celeste e registri astronomici](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Cronisti-delle-stelle-lEstremo-Oriente-e-il-catalogo-dei-portenti-1024x576.png "Cronisti delle stelle lEstremo Oriente e il catalogo dei portenti - Scripta Manent Italia") Mentre il Mediterraneo costruiva miti, all’altro capo del continente si scriveva. La Cina imperiale, e con essa la Corea e il Giappone, svilupparono una tradizione di osservazione del cielo che non ha eguali per continuità e precisione. Gli astronomi di corte registravano comete, meteore, eclissi e «stelle ospiti», quelle che noi chiamiamo novae e supernove, con descrizioni dettagliate, datate, archiviate. Anche qui la cornice era politica e morale. Il cielo, secondo la concezione cinese, rispondeva alla condotta del sovrano: l’imperatore reggeva il mondo finché manteneva il «mandato celeste», e ogni anomalia nei cieli poteva essere letta come un giudizio su di lui, un avvertimento, un rimprovero, il segno che qualcosa nel governo non andava. Una cometa o una pioggia di meteore entravano così nelle cronache di corte non come curiosità, ma come questioni di Stato, da interpretare con la massima cautela. Eppure proprio questa ossessione produsse qualcosa di inatteso e prezioso. A forza di annotare ogni segno per timore politico e religioso, quelle culture costruirono archivi astronomici di straordinaria ricchezza, che oggi gli astronomi rileggono come dati. Le osservazioni cinesi di comete, distese su più di due millenni, permettono di ricostruire i passaggi di corpi celesti come la cometa di Halley molto indietro nel tempo, e di studiare l’attività cometaria del passato. È il punto in cui mito e proto-scienza si rivelano la stessa cosa: la paura del cielo, registrata con disciplina, diventa una banca dati per la scienza. ## **Profeti, ma anche matematici: gli antichi e la geometria del cielo** Ed è qui che cade il pregiudizio più resistente, quello secondo cui chi credeva nei presagi non poteva capire davvero il cielo. La storia dice il contrario. I Babilonesi, gli stessi che vedevano negli astri la volontà degli dèi, furono anche raffinatissimi matematici del cielo. Tenevano diari astronomici sistematici, riconoscevano i cicli che regolano il ritorno delle eclissi, e arrivarono a calcolare con metodi sofisticati le posizioni dei pianeti, impiegando procedimenti geometrici che gli studiosi moderni hanno potuto ricostruire dalle loro tavolette. Non leggevano soltanto il cielo: lo prevedevano. La stessa cultura che interpretava un’eclissi come minaccia per il re sapeva anche dire, in anticipo, quando quell’eclissi sarebbe arrivata. Questo è il nodo che bisogna sciogliere. Siamo abituati a pensare per opposizioni nette, o mito o scienza, o superstizione o calcolo, come se una mente potesse contenere solo l’una o l’altra. Il mondo antico smentisce di continuo questo schema. La medesima società, e spesso le medesime persone, tenevano insieme due usi del cielo: uno politico-religioso, per leggere i segni e legittimare il potere, e uno tecnico-previsionale, per misurare, calcolare, anticipare. Un astronomo babilonese poteva benissimo computare il moto di un pianeta con grande accuratezza e, lo stesso giorno, comunicare al sovrano che quel moto recava un avvertimento. Le due cose non si escludevano: convivevano, perché rispondevano a domande diverse poste allo stesso cielo. ## **Dal presagio al desiderio: cosa resta di quei cieli** Oggi sappiamo che cosa sono le comete e i meteoriti. Sappiamo che una stella cadente è un granello di polvere che brucia, che una cometa è ghiaccio e roccia in viaggio attorno al Sole, che un meteorite è un sasso e non il corpo di un dio. Eppure non abbiamo affatto smesso di caricare quelle luci di significato. Esprimiamo un desiderio quando vediamo una stella cadente, e lo facciamo sul serio, anche da adulti, anche da scettici. Dedichiamo lo spettacolo di una pioggia di meteore a qualcuno che non c’è più, come se il cielo potesse farsene tramite. Cerchiamo, nelle notti d’agosto, qualcosa che assomiglia a un segno, a una conferma, a una promessa. Le culture sono cambiate, gli dèi sono cambiati, le spiegazioni sono cambiate, ma la tendenza a usare il cielo come schermo su cui proiettare le nostre paure, le nostre speranze e perfino le nostre lotte di potere è rimasta una costante della specie. Torniamo, per finire, alla cometa di Cesare. Per Augusto era la prova che un uomo era diventato dio e che lui ne era l’erede legittimo. Per noi è un oggetto di studio, un fenomeno che gli astrofisici provano a identificare e a collocare tra i passaggi cometari noti. Tra questi due sguardi ci sono duemila anni di storia, e in tutti questi anni gli uomini, alzando gli occhi verso quelle code di fuoco, hanno creduto di leggere il destino, gli dèi, la sorte degli imperi. In realtà, quasi sempre, stavano parlando soprattutto di se stessi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio I Germanica: storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-i-germanica-storia-della-legione/) **Published:** Giugno 19, 2026 **Author:** Alessandro Capuano **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il vessillo della Legio I Germanica](#Il_vessillo_della_Legio_I_Germanica) - [Origini della Legio I Germanica](#Origini_della_Legio_I_Germanica) - [Dalla I di Cesare alla «Germanica»](#Dalla_I_di_Cesare_alla_%C2%ABGermanica%C2%BB) - [La ridenominazione «Germanica» in età augustea](#La_ridenominazione_%C2%ABGermanica%C2%BB_in_eta_augustea) - [Nome, titoli onorifici ed emblema della legione](#Nome_titoli_onorifici_ed_emblema_della_legione) - [Il significato del cognomen «Germanica»](#Il_significato_del_cognomen_%C2%ABGermanica%C2%BB) - [Il possibile simbolo del toro](#Il_possibile_simbolo_del_toro) - [Le campagne della Legio I Germanica dalla Repubblica all’Impero](#Le_campagne_della_Legio_I_Germanica_dalla_Repubblica_allImpero) - [In servizio sotto Cesare e Ottaviano](#In_servizio_sotto_Cesare_e_Ottaviano) - [Le guerre in Hispania e il fronte occidentale](#Le_guerre_in_Hispania_e_il_fronte_occidentale) - [Campagne germaniche: dal Reno a Germanico](#Campagne_germaniche_dal_Reno_a_Germanico) - [Le guerre civili del 68-69 d.C. e la rivolta batava](#Le_guerre_civili_del_68-69_dC_e_la_rivolta_batava) - [Basi, spostamenti e guarnigioni](#Basi_spostamenti_e_guarnigioni) - [Dalle basi repubblicane all’Hispania](#Dalle_basi_repubblicane_allHispania) - [Bonna e la Germania Inferior](#Bonna_e_la_Germania_Inferior) - [Struttura interna e vita quotidiana della Legio I Germanica](#Struttura_interna_e_vita_quotidiana_della_Legio_I_Germanica) - [Come era organizzata la legione](#Come_era_organizzata_la_legione) - [Vita nei castra della Germania Inferior](#Vita_nei_castra_della_Germania_Inferior) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Germanica](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_I_Germanica) - [Testimonianze letterarie e storiografiche](#Testimonianze_letterarie_e_storiografiche) - [Epigrafia, archeologia e ricostruzioni cronologiche](#Epigrafia_archeologia_e_ricostruzioni_cronologiche) - [Scioglimento, eredità e fortuna critica della Legio I Germanica](#Scioglimento_eredita_e_fortuna_critica_della_Legio_I_Germanica) - [Dal disonore alla fusione nella VII Gemina](#Dal_disonore_alla_fusione_nella_VII_Gemina) - [Il mito (e i fraintendimenti) della I Germanica oggi](#Il_mito_e_i_fraintendimenti_della_I_Germanica_oggi) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio I Germanica** è una delle legioni più antiche dell’esercito romano, con una vita che attraversa più di un secolo, dalla tarda Repubblica al primo Impero. Secondo la ricostruzione più diffusa fu arruolata da Giulio Cesare intorno al 48 a.C. per la guerra civile contro Pompeo, e vide il battesimo del fuoco a Durazzo. Il cognome «Germanica» le derivò dal lungo servizio sul Reno e nelle campagne contro le popolazioni germaniche, sotto Augusto e i suoi successori. La sua parabola si chiuse in modo inglorioso: dopo la rivolta dei Batavi del 69-70 d.C. e un comportamento giudicato infedele, la legione fu sciolta e i suoi superstiti confluirono nella **Legio VII Gemina**. In sintesi: la **Legio I Germanica** («della Germania») fu una legione romana di probabile origine cesariana, attiva dal 48 a.C. circa al 70 d.C., che prese il nome dal servizio sul fronte germanico e che terminò la propria storia, disonorata, con lo scioglimento deciso da Vespasiano. [ ![Vessillo romano della Legio I Germanica, riproduzione su tela con cornice in legno - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/Created_with_Frame_Up_on_2026-04-24_at_10_37_15_GMT.jpg?v=1777027040&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-i-germanica-vessillo-romano) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio I Germanica Riproduzione su tela pittorica a grana finissima, montata su cornice in legno di faggio. Da esporre, da impugnare nella rievocazione o da custodire in collezione. Da 120,00 €Spedizione tracciabile assicurata [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/products/legio-i-germanica-vessillo-romano) ## **Origini della Legio I Germanica** ### **Dalla I di Cesare alla «Germanica»** La maggior parte degli studiosi collega la **Legio I Germanica** alla prima legione arruolata da Giulio Cesare attorno al 48 a.C., nel pieno della guerra civile contro Pompeo. Secondo questa lettura l’unità avrebbe combattuto fin dalle prime fasi del conflitto, con un’azione iniziale presso Durazzo (Dyrrhachium) nella primavera del 48 a.C. Alcuni spingono la genealogia ancora più indietro, ipotizzando che questa Legio I cesariana sia nata, dopo la battaglia di Farsalo, dal riassorbimento di una precedente prima legione di Pompeo. Il vero nodo interpretativo, però, riguarda la continuità tra tre denominazioni successive. Dopo l’assassinio di Cesare nel 44 a.C., la legione sarebbe passata sotto il controllo di Ottaviano, rimanendo con lui fino ad Azio nel 31 a.C. In età augustea l’unità è spesso identificata con la **Legio I Augusta**, che avrebbe perso il titolo onorifico «Augusta» intorno al 19 a.C. a seguito di una disfatta, per poi proseguire la propria esistenza come **Legio I Germanica**. Le ricostruzioni moderne, compresi i repertori di dati strutturati, indicano in effetti la Germanica come «successore» della I Augusta. Su questo punto la letteratura non è unanime: c’è chi vede una linea continua e chi preferisce parlare di una nuova legione arruolata sulle «ceneri» della precedente, ma il filo conduttore resta quello di un’unità che cambia nome più volte mantenendo il numero I. ### **La ridenominazione «Germanica» in età augustea** Il cognome «Germanica» non rimanda alle origini della legione, bensì al suo lungo servizio sul Reno e nelle campagne contro le popolazioni germaniche, probabilmente attribuito in età augustea come riconoscimento dell’impegno su quel fronte. È un tratto importante da chiarire subito, perché evita un equivoco frequente: la legione non era «germanica» per composizione o per luogo di nascita, ma per il teatro operativo che ne segnò la maturità. Il titolo, insomma, racconta una biografia militare più che un’origine. **L’ipotesi in breve:** Legio I di Cesare (48 a.C.) → Legio I Augusta (titolo onorifico in età augustea, perduto verso il 19 a.C.) → Legio I Germanica (cognome legato al servizio sul Reno). È la ricostruzione prevalente, costruita incrociando poche fonti letterarie e dati epigrafici, e va presa come la lettura più probabile, non come una certezza assoluta. ## **Nome, titoli onorifici ed emblema della legione** ![Signifer della Legio I Germanica porta il vessillo con il simbolo del toro e la scritta LEG·I GERMANICA, affiancato da legionari in lorica segmentata davanti al castrum sul Reno](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Nome-titoli-onorifici-ed-emblema-della-legione-1-1024x576.png "Nome titoli onorifici ed emblema della legione - Scripta Manent Italia") ### **Il significato del cognomen «Germanica»** Il termine «Germanica» indica il legame con i teatri di guerra a nord e lungo il Reno, e con le campagne contro le popolazioni germaniche che impegnarono Roma per decenni. Rientra in una logica tipica della titolatura legionaria, in cui il cognome spesso fissa il fronte o la regione di servizio. Si pensi alla **Legio III Gallica**, legata alla Gallia, o alle varie legioni «Parthica» create per le guerre contro i Parti: in tutti questi casi il nome funziona come una sorta di medaglia geografica, che cristallizza nel titolo l’area in cui l’unità si è distinta. Per la I Germanica il cognome è dunque la firma di una lunga stagione di servizio sul limes settentrionale. ### **Il possibile simbolo del toro** L’emblema della legione non è attestato con certezza, ed è bene dirlo apertamente. Molti studiosi ipotizzano però che fosse il **toro**, sulla base di un criterio generale: il toro era il simbolo tradizionalmente associato alle legioni arruolate da Cesare. Questa associazione rimanda con ogni probabilità al segno zodiacale del Toro e al suo legame simbolico con Venere, divinità che la *gens Iulia* rivendicava come progenitrice. Se l’origine cesariana della I Germanica è corretta, il toro come emblema diventa un’ipotesi naturale. Va segnalata un’eccezione nota: tra le legioni cesariane la **V Alaudae** faceva storia a sé, con un emblema diverso, l’elefante. Il caso serve a ricordare che il criterio «legione di Cesare uguale toro» è una regola con eccezioni, e che in assenza di attestazioni dirette ogni attribuzione iconografica va presentata come probabile e non come acquisita. Anche sull’emblema, dunque, la prudenza è d’obbligo. ## **Le campagne della Legio I Germanica dalla Repubblica all’Impero** ### **In servizio sotto Cesare e Ottaviano** L’impiego iniziale della legione si colloca nella guerra civile tra Cesare e Pompeo. Fondata intorno al 48 a.C., l’unità avrebbe avuto il suo primo impiego significativo a Durazzo, uno degli scontri che precedettero la decisiva battaglia di Farsalo. Dopo la morte di Cesare la legione entrò nell’orbita di Ottaviano, che la impiegò nelle convulse vicende del secondo triumvirato e, secondo le ricostruzioni prevalenti, nella lunga e difficile guerra navale contro Sesto Pompeo negli anni Trenta del I secolo a.C. È in questa fase che l’unità si lega stabilmente alla fortuna del futuro Augusto, accompagnandolo nella conquista del potere assoluto. ### **Le guerre in Hispania e il fronte occidentale** Con la pace augustea il baricentro operativo della legione si sposta a occidente, nella penisola iberica. Tra il 30 e il 16 a.C. circa l’unità è collocata nella **Hispania Tarraconensis** e risulta coinvolta, o comunque fortemente probabile, nelle durissime **guerre cantabriche** che Augusto condusse contro Cantabri e Asturi tra il 25 e il 13 a.C. Furono campagne logoranti, combattute su un terreno montuoso e ostile, che impegnarono numerose legioni per anni. Queste operazioni vanno lette nel quadro più ampio della costruzione del potere augusteo. Pacificare la Hispania settentrionale significava non solo eliminare le ultime sacche di resistenza, ma anche mettere in sicurezza un territorio ricco di risorse, a cominciare dalle miniere, fondamentali per le finanze imperiali. In questo contesto le legioni non si limitavano a combattere, ma fondavano colonie e realizzavano infrastrutture: alla legione, insieme alla II Augusta, viene ricondotta ad esempio la partecipazione alla costruzione di una colonia per veterani in Spagna. È anche in questa fase, secondo la tradizione, che l’unità avrebbe perso il titolo «Augusta». ### **Campagne germaniche: dal Reno a Germanico** È sul Reno, però, che la legione conquista il nome con cui la conosciamo. Trasferita sul fronte settentrionale, la **Legio I Germanica** divenne parte stabile dell’esercito della Germania inferiore, presidiando la frontiera renana con basi nei grandi centri militari della regione. Dopo la catastrofe di Teutoburgo del 9 d.C., quando tre legioni furono annientate nelle foreste germaniche, la I Germanica fu tra le unità impiegate per tenere le fortezze e impedire incursioni verso la Gallia. Alla morte di Augusto, nel 14 d.C., le legioni del basso Reno, tra cui la I Germanica, furono protagoniste di un grave **ammutinamento**, raccontato con efficacia da Tacito: i soldati, esasperati dalle condizioni di servizio, si ribellarono prima di essere ricondotti all’ordine. Negli anni immediatamente successivi le stesse legioni furono impegnate nelle grandi spedizioni di **Germanico** oltre il Reno, tra il 14 e il 16 d.C., volte a vendicare Teutoburgo e a riaffermare la presenza romana in Germania. Più tardi, nel 21 d.C., un distaccamento legato alla legione contribuì a reprimere una rivolta nella Gallia. La I Germanica, in questi decenni, è dunque pienamente integrata nel sistema difensivo del fronte più delicato dell’Occidente romano. ### **Le guerre civili del 68-69 d.C. e la rivolta batava** Il capitolo finale e più drammatico si apre con la crisi del regime di Nerone. Nel 68 d.C. l’esercito della Germania inferiore, di cui la I Germanica faceva parte, scese in campo contro la rivolta di Vindex in Gallia, prima di trovarsi travolto dalla rapida successione di imperatori nota come **anno dei quattro imperatori**. All’inizio del 69 le legioni renane acclamarono il proprio comandante **Vitellio**, e marciarono su Roma. In questa vicenda ebbe un ruolo di primo piano **Fabio Valente**, comandante proprio della Legio I Germanica, uno dei principali generali vitelliani. Lo scontro con le forze di Vespasiano nei pressi di Cremona si risolse però in una sconfitta per l’esercito del Reno. Mentre i destini imperiali si decidevano in Italia, sul Reno divampava la **rivolta dei Batavi**, guidata da Giulio Civile. La I Germanica fu tra le legioni coinvolte nel tentativo di soccorrere le truppe assediate nella fortezza di Vetera, ma finì a sua volta intrappolata e travolta dagli eventi. In questo frangente confuso le legioni del basso Reno, screditate, arrivarono a un atto di grave infedeltà, prestando giuramento al cosiddetto «impero delle Gallie» dei ribelli. Fu questa macchia, più ancora della sconfitta militare, a segnare la condanna della legione. ## **Basi, spostamenti e guarnigioni** ![Veduta del castrum della Legio I Germanica sul Reno in età augustea: legionari con vessillo LEG·I GERMANICA, torre lignea di guardia, insediamento civile e imbarcazioni militari romane sul fiume](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Basi-spostamenti-e-guarnigioni-1024x576.png "Basi spostamenti e guarnigioni - Scripta Manent Italia") ### **Dalle basi repubblicane all’Hispania** Nella sua fase più antica la legione seguì gli spostamenti tipici di un’unità impegnata nelle guerre civili, operando nei teatri italico, balcanico e mediterraneo al seguito prima di Cesare e poi di Ottaviano. Con l’avvento del principato e la fine delle grandi guerre intestine, l’unità fu stabilizzata in **Hispania Tarraconensis**, dove rimase a lungo per le campagne cantabriche e per le successive operazioni di pacificazione e controllo del territorio. La penisola iberica rappresenta quindi la prima vera sede «di lunga durata» della legione, prima del trasferimento verso il nord. ### **Bonna e la Germania Inferior** La fase matura della **Legio I Germanica** è strettamente legata alla **Germania Inferior** e, in particolare, alla base di **Bonna**, l’odierna Bonn. Nei decenni successivi a Teutoburgo la legione fu inizialmente stanziata a Colonia, capitale della provincia, per poi avere come sede principale Bonna lungo il corso del Reno inferiore. La scelta non era casuale: il Reno inferiore era al tempo stesso una linea di confine militare, una grande arteria commerciale e un confine simbolico tra il mondo romano e quello germanico. Presidiare quella frontiera significava controllare un crocevia strategico, sorvegliare i passaggi del fiume, garantire la sicurezza delle province galliche alle spalle e affermare in modo visibile la presenza di Roma ai margini del mondo germanico. Le basi legionarie del Reno non erano semplici accampamenti, ma veri e propri nuclei urbani militari, attorno ai quali crescevano insediamenti civili, mercati e infrastrutture. La I Germanica fu, per generazioni, una delle sentinelle di questo confine. ## **Struttura interna e vita quotidiana della Legio I Germanica** ### **Come era organizzata la legione** La **Legio I Germanica** condivideva la struttura tipica di una legione del primo Impero: un corpo di circa cinquemila o seimila uomini, articolato in **dieci coorti** suddivise in **centurie**, comandate dai centurioni, vera ossatura operativa dell’esercito. Al vertice stava il *legatus legionis*, comandante di rango senatorio, affiancato dai tribuni e dal *praefectus castrorum*, responsabile dell’accampamento e della logistica. Attorno alla legione operavano le truppe ausiliarie, reclutate tra i provinciali e organizzate in coorti di fanteria e reparti di cavalleria, che fornivano mobilità e competenze complementari. Di alcuni comandanti della legione conserviamo il nome, e il più celebre è senza dubbio **Fabio Valente**, ricordato come *legatus* della I Germanica nel cruciale biennio 68-69 d.C. e poi protagonista, come generale di Vitellio, dell’anno dei quattro imperatori. La sua figura mostra bene come il comando di una legione di frontiera potesse trasformarsi, in tempi di crisi, in una pedina decisiva nelle lotte per il potere imperiale. ### **Vita nei castra della Germania Inferior** La vita quotidiana nei *castra* lungo il Reno era fatta solo in parte di combattimenti. Gran parte del tempo era assorbita da lavori di costruzione e manutenzione: fortificazioni, ponti, strade, magazzini, opere che facevano dell’esercito romano una straordinaria forza ingegneristica e che lasciarono un’impronta duratura sul paesaggio renano. A questo si aggiungevano l’addestramento costante, le marce, i turni di guardia e i contatti, ora pacifici ora conflittuali, con le popolazioni locali. Questa dimensione concreta si intrecciava con una forte valenza simbolica. Presidiare il limes renano non era solo un compito militare, ma un atto di propaganda: la presenza stabile delle legioni segnava il confine del mondo romano e rendeva visibile, agli occhi dei Germani e degli stessi provinciali, la potenza e la permanenza di Roma. Per la I Germanica, custode del basso Reno, vivere nel campo significava anche incarnare ogni giorno questa frontiera. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Germanica** ### **Testimonianze letterarie e storiografiche** La legione è nota soprattutto grazie alle fonti letterarie di età imperiale. **Tacito** è il testimone principale: nelle sue opere storiche racconta l’ammutinamento delle legioni renane del 14 d.C., le campagne di Germanico, e soprattutto le vicende dell’anno dei quattro imperatori e della rivolta batava, in cui la I Germanica gioca un ruolo non secondario. A Tacito si affianca **Cassio Dione**, utile per il quadro generale del periodo e per la tradizione relativa alla perdita del titolo «Augusta». Da questi autori emerge il ritratto di un’unità segnata da episodi di indisciplina e da scelte di campo controverse nelle guerre civili, fino all’accusa di infedeltà che ne determinò la fine. ### **Epigrafia, archeologia e ricostruzioni cronologiche** Accanto alle fonti scritte, la conoscenza della legione poggia sull’**epigrafia** e sull’**archeologia**. Iscrizioni, altari e lapidi funerarie di legionari attestano la presenza dell’unità nei suoi diversi luoghi di servizio, dalla Hispania Tarraconensis alla Germania Inferior, e contribuiscono a ricostruirne gli spostamenti. I resti delle basi militari del Reno, a cominciare da Bonna, offrono inoltre un contesto materiale prezioso. Su queste basi gli studiosi moderni hanno costruito timeline che mettono in fila le principali tappe della legione, dalla nascita intorno al 48 a.C. fino allo scioglimento del 70 d.C., pur con i margini di incertezza che riguardano soprattutto la fase più antica e il rapporto con la I Augusta. ## **Scioglimento, eredità e fortuna critica della Legio I Germanica** ![Scioglimento della Legio I Germanica sul Reno nel 70 d.C.: il legatus consegna il vessillo LEG·I alla Legio VII Gemina per ordine di Vespasiano, con insegne deposte a terra](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Scioglimento-eredita-e-fortuna-critica-della-Legio-I-Germanica-1024x576.png "Scioglimento eredità e fortuna critica della Legio I Germanica - Scripta Manent Italia") ### **Dal disonore alla fusione nella VII Gemina** La fine della **Legio I Germanica** è la conseguenza diretta del suo comportamento durante la rivolta batava. Macchiatasi dell’infedeltà di aver giurato fedeltà ai ribelli, la legione perse ogni credito agli occhi del nuovo potere imperiale. Vespasiano, vincitore delle guerre civili, ne decretò lo scioglimento: il nome disonorato fu cancellato dai ranghi dell’esercito. I superstiti, però, non furono dispersi: vennero integrati nella **Legio VII**, quella arruolata da Galba, dando origine alla **Legio VII Gemina**, il cui stesso cognome «Gemina», cioè «gemella», allude alla fusione di due unità. Questa scelta ha un valore simbolico significativo. Da un lato Roma cancellava un nome legato al tradimento, ribadendo che la fedeltà era il bene più prezioso che si chiedeva a una legione; dall’altro non sprecava il capitale umano e l’esperienza militare degli uomini, riassorbendoli in una nuova formazione. È una soluzione tipicamente romana, in cui rigore disciplinare e pragmatismo organizzativo convivono: si punisce l’unità come entità simbolica, ma si conservano i soldati come risorsa. ### **Il mito (e i fraintendimenti) della I Germanica oggi** Oggi la **Legio I Germanica** vive una seconda esistenza nella divulgazione storica, nelle rievocazioni e nei gruppi di *living history*, oltre che nei contenuti online dedicati all’esercito romano. È un interesse legittimo e prezioso, che però porta con sé alcuni fraintendimenti ricorrenti. I punti ancora discussi sono soprattutto tre: l’origine cesariana, accreditata ma non dimostrata in ogni passaggio; il rapporto con la Legio I Augusta, che molti danno per scontato ma che resta una ricostruzione; e l’emblema effettivo, plausibilmente il toro, ma privo di attestazioni dirette e sicure. Raccontare correttamente questa legione significa allora tenere insieme due cose: la sua storia avvincente, dalla guerra civile cesariana al disonore finale sul Reno, e l’onestà metodologica nel distinguere ciò che sappiamo da ciò che ipotizziamo. È proprio in questo equilibrio che una divulgazione seria si distingue dai contenuti più superficiali, e la I Germanica, con i suoi cambi di nome e i suoi nodi irrisolti, ne è un banco di prova ideale. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio I Germanica?** Secondo la ricostruzione più diffusa fu Giulio Cesare ad arruolarla intorno al 48 a.C., per la guerra civile contro Pompeo. In età augustea l’unità è spesso identificata con la Legio I Augusta, che avrebbe poi assunto il cognome «Germanica» per il servizio sul Reno. **Perché si chiama «Germanica»?** Il cognome deriva dal lungo servizio sul fronte germanico e lungo il limes renano, non dalle origini della legione. È un titolo che fissa il teatro operativo, come accade per altre legioni il cui nome rimanda alla regione di servizio. **Qual era il simbolo della Legio I Germanica?** Non è attestato con certezza. Molti studiosi ipotizzano il toro, emblema tipico delle legioni arruolate da Cesare, ma mancano prove dirette. L’attribuzione va quindi considerata probabile e non acquisita. **Dove era di stanza la Legio I Germanica?** Dopo una lunga fase in Hispania Tarraconensis, la legione fu trasferita sul Reno, nella Germania Inferior, con sede principale a Bonna (Bonn) e servizio anche a Colonia, lungo la frontiera del Reno inferiore. **Perché la Legio I Germanica fu sciolta?** Durante la rivolta dei Batavi del 69-70 d.C. la legione si macchiò di infedeltà, giurando fedeltà ai ribelli. Per questo Vespasiano ne decretò lo scioglimento, integrando i superstiti nella Legio VII di Galba e dando così origine alla Legio VII Gemina. **Che rapporto c’è tra Legio I Germanica e Legio I Augusta?** La ricostruzione prevalente le considera la stessa unità in fasi diverse: la I Augusta sarebbe la fase con il titolo onorifico legato ad Augusto, perduto intorno al 19 a.C., mentre la I Germanica sarebbe la fase successiva sul Reno. Non tutti gli studiosi concordano, e una parte della letteratura preferisce parlare di unità distinte ma collegate. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/corso-luxury-real-estate-ese-laboratorio-fotografia-150x150-1.jpg) Alessandro Capuano Storico e divulgatore, si occupa di raccontare il mondo antico e medievale con uno stile chiaro, rigoroso e accessibile. Nei suoi articoli approfondisce battaglie, personaggi e trasformazioni politiche che hanno segnato la storia europea. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Legio I Adiutrix. Storia della legione](https://scriptamanentitalia.it/legio-i-adiutrix-storia-della-legione/) **Published:** Giugno 19, 2026 **Author:** Alessandro Capuano **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il vessillo della Legio I Adiutrix](#Il_vessillo_della_Legio_I_Adiutrix) - [Origini della Legio I Adiutrix](#Origini_della_Legio_I_Adiutrix) - [Contesto storico: il 68-69 d.C. e l’anno dei quattro imperatori](#Contesto_storico_il_68-69_dC_e_lanno_dei_quattro_imperatori) - [Fondazione: Nerone o Galba?](#Fondazione_Nerone_o_Galba) - [Origine marinaresca: dai marinai di Miseno alla legione di terra](#Origine_marinaresca_dai_marinai_di_Miseno_alla_legione_di_terra) - [Nome, titoli onorifici e simboli della Legio I Adiutrix](#Nome_titoli_onorifici_e_simboli_della_Legio_I_Adiutrix) - [Il significato di «Adiutrix»](#Il_significato_di_%C2%ABAdiutrix%C2%BB) - [I titoli onorifici: pia fidelis, pia fidelis bis, constans](#I_titoli_onorifici_pia_fidelis_pia_fidelis_bis_constans) - [Emblemi: capricorno, Pegaso (e il possibile delfino)](#Emblemi_capricorno_Pegaso_e_il_possibile_delfino) - [Le prime campagne: l’anno dei quattro imperatori e la rivolta batava](#Le_prime_campagne_lanno_dei_quattro_imperatori_e_la_rivolta_batava) - [Al fianco di Otone: la battaglia di Bedriacum](#Al_fianco_di_Otone_la_battaglia_di_Bedriacum) - [Il ruolo nella rivolta batava (70 d.C.)](#Il_ruolo_nella_rivolta_batava_70_dC) - [La Legio I Adiutrix sul Reno e sul Danubio](#La_Legio_I_Adiutrix_sul_Reno_e_sul_Danubio) - [Mogontiacum e le campagne contro i Chatti](#Mogontiacum_e_le_campagne_contro_i_Chatti) - [Trasferimento in Pannonia e guerra dacica](#Trasferimento_in_Pannonia_e_guerra_dacica) - [Traiano, Adriano e il ruolo politico della legione](#Traiano_Adriano_e_il_ruolo_politico_della_legione) - [La legione e l’adozione di Traiano](#La_legione_e_ladozione_di_Traiano) - [Le campagne partiche di Traiano](#Le_campagne_partiche_di_Traiano) - [La Legio I Adiutrix tra II e III secolo](#La_Legio_I_Adiutrix_tra_II_e_III_secolo) - [Il comando di Pertinace e le guerre civili del 193](#Il_comando_di_Pertinace_e_le_guerre_civili_del_193) - [Le campagne partiche di Settimio Severo, Caracalla e Gordiano III](#Le_campagne_partiche_di_Settimio_Severo_Caracalla_e_Gordiano_III) - [Ultime attestazioni e destino tardoantico](#Ultime_attestazioni_e_destino_tardoantico) - [Brigetio nel tardo Impero](#Brigetio_nel_tardo_Impero) - [Ipotesi sullo scioglimento o trasformazione](#Ipotesi_sullo_scioglimento_o_trasformazione) - [Organizzazione, effettivi e vita quotidiana della Legio I Adiutrix](#Organizzazione_effettivi_e_vita_quotidiana_della_Legio_I_Adiutrix) - [Struttura interna della legione](#Struttura_interna_della_legione) - [Vita nel campo: Mogontiacum e Brigetio](#Vita_nel_campo_Mogontiacum_e_Brigetio) - [Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Adiutrix](#Fonti_antiche_e_studi_moderni_sulla_Legio_I_Adiutrix) - [Le testimonianze delle fonti scritte](#Le_testimonianze_delle_fonti_scritte) - [Studi contemporanei e bibliografia essenziale](#Studi_contemporanei_e_bibliografia_essenziale) - [Curiosità e legacy della Legio I Adiutrix](#Curiosita_e_legacy_della_Legio_I_Adiutrix) - [La legione nella cultura popolare e nella rievocazione storica](#La_legione_nella_cultura_popolare_e_nella_rievocazione_storica) - [Perché la Legio I Adiutrix affascina ancora oggi](#Perche_la_Legio_I_Adiutrix_affascina_ancora_oggi) - [Domande frequenti (FAQ)](#Domande_frequenti_FAQ) La **Legio I Adiutrix** nacque nel 68 d.C. da un esperimento insolito: trasformare i marinai della flotta di Miseno in fanteria pesante. Comparve sulla scena nel cuore dell’anno dei quattro imperatori, combatté nelle guerre civili del 69 d.C., poi si fece le ossa sui grandi fronti dell’Impero, dalle campagne danubiane contro i Daci alle spedizioni partiche in Oriente. Restò di stanza in Pannonia per oltre tre secoli, fino al V secolo, e guadagnò sul campo i titoli che ne fissarono la fama: **pia fidelis**, **pia fidelis bis** e **constans**. È la storia di una legione che partì dal mare e finì per presidiare per generazioni la frontiera del Danubio. In sintesi: la **Legio I Adiutrix** («ausiliatrice») fu una legione romana costituita nel 68 d.C., probabilmente formalizzata da Galba su un progetto avviato da Nerone, arruolando i marinai della flotta militare di Miseno, la *Classis Misenensis*. [ ![Vessillo romano della Legio I Adiutrix, riproduzione su tela con cornice in legno - Trizio Editore](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/Created_with_Frame_Up_on_2026-04-24_at_10_53_25_GMT.jpg?v=1777028010&width=800) ](https://trizioeditore.it/products/legio-i-germanica-vessillo-romano-copia) Edizione da collezione ### Il vessillo della Legio I Adiutrix Riproduzione su tela pittorica a grana finissima, montata su cornice in legno di faggio. Da esporre, da impugnare nella rievocazione o da custodire in collezione. Da 120,00 €Spedizione tracciabile assicurata [Acquista il vessillo](https://trizioeditore.it/products/legio-i-germanica-vessillo-romano-copia) ## **Origini della Legio I Adiutrix** ### **Contesto storico: il 68-69 d.C. e l’anno dei quattro imperatori** Per capire perché Roma decise di trasformare dei marinai in legionari bisogna guardare al caos in cui versava l’Impero. Nel 68 d.C. il principato di Nerone era ormai al collasso: rivolte nelle province, defezioni dei comandanti, il Senato che lo dichiarava nemico pubblico. Quando Nerone si tolse la vita, si aprì la stagione più turbolenta del primo secolo, quella che gli storici hanno battezzato **anno dei quattro imperatori** (68-69 d.C.), con Galba, Otone, Vitellio e infine Vespasiano che si contesero il potere in rapida successione. È in questo scenario che nasce la legione. Non si tratta di un dettaglio secondario: la **Legio I Adiutrix** vede la luce dentro una guerra civile, in un momento in cui gli imperatori avevano bisogno di truppe affidabili e di numeri rapidamente disponibili. Questa origine «emergenziale» segnerà a lungo il carattere e il destino dell’unità, sempre coinvolta nelle vicende politiche più che in semplici operazioni di frontiera. ### **Fondazione: Nerone o Galba?** Le fonti antiche non sono concordi sulla paternità della legione. Alcune tradizioni attribuiscono l’iniziativa a Nerone, che negli ultimi mesi del suo regno avrebbe cominciato a inquadrare i marinai di Miseno in una formazione di terra per fronteggiare le rivolte. Altre testimonianze, tra cui quella riconducibile a Cassio Dione, indicano in Galba l’organizzatore finale, colui che diede all’unità struttura, numero e dignità di legione. L’ipotesi di compromesso, oggi piuttosto diffusa tra gli studiosi, mette d’accordo le due versioni: il reclutamento sarebbe stato avviato sotto Nerone tra gli uomini della *Classis Misenensis*, mentre la formalizzazione, con la consegna dell’aquila legionaria (il vero atto di nascita di una legione romana), sarebbe avvenuta sotto Galba. Il rapporto tra Galba e questi uomini fu peraltro burrascoso agli esordi, segnato da diffidenza e violenze, prima che la legione venisse pienamente riconosciuta. Resta il fatto che la **Legio I Adiutrix** entra nella storia in questa fase convulsa, tra un imperatore morente e il suo successore. ### **Origine marinaresca: dai marinai di Miseno alla legione di terra** Il dato che rende unica questa legione è il bacino da cui attinse i suoi uomini: la flotta militare di Miseno, base della marina imperiale nel golfo di Napoli. I marinai romani non erano semplici rematori, ma soldati a tutti gli effetti, addestrati al combattimento; trasformarli in fanteria pesante significava però un cambio di mestiere notevole, dal ponte di una nave alla linea di battaglia con scudo, *pilum* e *gladius*. Il passaggio «da marinai a élite legionaria» è una delle immagini più suggestive della storia militare romana. Uomini abituati al mare, alle manovre di abbordaggio e alla disciplina di bordo si ritrovarono inquadrati nelle coorti e nelle centurie di una legione di linea, chiamati a combattere accanto a unità di antichissima tradizione. È un percorso che dice molto sulla flessibilità della macchina militare romana, capace di riconvertire risorse e uomini secondo le esigenze del momento. ## **Nome, titoli onorifici e simboli della Legio I Adiutrix** ![Emblemi della Legio I Adiutrix: vessillo con capricorno, insegna con Pegaso e delfino, scudi con decorazioni dorate, legionari schierati lungo il Danubio](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Nome-titoli-onorifici-e-simboli-della-Legio-I-Adiutrix-1024x576.png "Nome titoli onorifici e simboli della Legio I Adiutrix - Scripta Manent Italia") ### **Il significato di «Adiutrix»** Il termine latino *adiutrix* significa «ausiliatrice», «colei che aiuta», ed è correlato a parole come *adiutor*, l’aiutante, il sostegno. Tradotto nelle lingue moderne corrisponde all’idea di *helper* o *assistant*, di forza di rincalzo e di supporto. Il nome è perfettamente coerente con la natura della legione: nata in fretta per dare manforte in un momento critico, fu concepita fin dall’inizio come unità «di aiuto», un rinforzo straordinario rispetto alle legioni regolari già esistenti. Questo etimo segnala anche la collocazione della legione nella gerarchia simbolica dell’esercito: non un corpo di antichissima fondazione legato a una conquista o a un imperatore mitico, ma una formazione di servizio, pratica, costruita per rispondere a un bisogno. Un nome che racconta una funzione, prima ancora di una gloria. ### **I titoli onorifici: pia fidelis, pia fidelis bis, constans** Come molte legioni, anche la I Adiutrix accumulò nel tempo epiteti onorifici che funzionavano da medaglie collettive. Il più importante è **pia fidelis** («pia e fedele»), ottenuto sotto Traiano in riconoscimento del sostegno politico e militare offerto all’imperatore. Per una legione nata nelle guerre civili, dimostrarsi leale alla parte vincente e venire premiata per questo era una consacrazione: il titolo trasformava una virtù potenzialmente pericolosa, la propensione a schierarsi, in un merito ufficiale. Nel III secolo arrivarono ulteriori riconoscimenti. Il titolo **pia fidelis bis** («due volte pia e fedele») celebrava una seconda prova di lealtà, segno che la legione aveva ribadito la propria affidabilità in un nuovo frangente critico. A questo si aggiunse l’epiteto **constans** («stabile», «salda», «affidabile»), che ne sottolineava la costanza nel servizio e nella fedeltà durante campagne e guerre civili. Letti in sequenza, questi titoli compongono una specie di curriculum: una legione di cui i Cesari potevano fidarsi. ### **Emblemi: capricorno, Pegaso (e il possibile delfino)** Il simbolo principale della **Legio I Adiutrix** era il **capricorno**, segno legato alla figura di Augusto e perciò caro a molte legioni di età imperiale, perché evocava il fondatore del principato e una sorta di protezione astrale. Accanto al capricorno compare con frequenza il **Pegaso**, il cavallo alato della mitologia greca, emblema di slancio e di forza. Una terza immagine, più incerta, è quella del **delfino**, che alcuni studiosi collegano alle origini marittime della legione: un richiamo discreto al mare e alla flotta di Miseno da cui provenivano i suoi primi soldati. La presenza del delfino è dibattuta e va trattata con cautela, perché l’attribuzione di un emblema a una legione si fonda su monete, iscrizioni e ritrovamenti che non sempre offrono certezze. Resta però affascinante l’idea che la legione abbia conservato, nei suoi simboli, una traccia della propria nascita sul mare. ## **Le prime campagne: l’anno dei quattro imperatori e la rivolta batava** ### **Al fianco di Otone: la battaglia di Bedriacum** Appena costituita, la legione fu subito risucchiata nelle guerre civili. Dopo la fedeltà iniziale a Galba, passò a Otone, il successore che sperava di consolidare il trono contro Vitellio, sostenuto dalle potenti legioni del Reno. Lo scontro decisivo avvenne nei pressi di Bedriacum, in territorio cremonese, nella primavera del 69 d.C. Pur essendo una formazione giovane e di recente conversione, la **Legio I Adiutrix** combatté con valore e si distinse strappando al nemico un’insegna legionaria, episodio ricordato come prova di coraggio. La battaglia, però, fu nel complesso un disastro per la causa di Otone, che alla notizia della sconfitta scelse il suicidio. La disfatta segnò anche il destino immediato della legione: i vincitori la allontanarono dall’Italia, dirottandola verso la Spagna e successivamente verso il fronte renano. È il primo di una lunga serie di trasferimenti che porteranno l’unità a presidiare i grandi fronti dell’Impero. ### **Il ruolo nella rivolta batava (70 d.C.)** Con la vittoria finale di Vespasiano e l’avvio della dinastia flavia, la legione fu impiegata nella repressione della **rivolta batava**, la grave insurrezione scoppiata nella Germania inferiore sotto la guida di Giulio Civile. Le operazioni furono condotte dal generale **Quinto Petillio Ceriale**, incaricato di riportare l’ordine lungo il Reno. In questa fase la base della **Legio I Adiutrix** divenne **Mogontiacum**, l’odierna Magonza (Mainz), che la legione condivise con la **Legio XIV Gemina**. Buona parte dell’attività non fu propriamente bellica, ma di consolidamento: costruzioni, fortificazioni, manutenzione delle infrastrutture militari, tutte mansioni essenziali per stabilizzare una frontiera appena scossa da una rivolta. È il volto meno spettacolare ma altrettanto importante della vita di legione, fatto di lavoro tecnico e ingegneristico. ## **La Legio I Adiutrix sul Reno e sul Danubio** ![Colonna di legionari della Legio I Adiutrix in marcia verso il campo di Brigetio lungo il Danubio, con vessillo del capricorno e miliario con iscrizione BRIGETIO M·P·XV](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/La-Legio-I-Adiutrix-sul-Reno-e-sul-Danubio-1024x576.png "La Legio I Adiutrix sul Reno e sul Danubio - Scripta Manent Italia") ### **Mogontiacum e le campagne contro i Chatti** Negli anni successivi la legione continuò a operare sul fronte germanico. Sotto **Domiziano**, intorno all’83 d.C., partecipò alle campagne contro i **Chatti**, una delle popolazioni germaniche più aggressive, ancora con base a Mogontiacum. Furono operazioni dirette a spingere in avanti e a mettere in sicurezza la linea del Reno superiore. Il fronte germanico, in questa fase, aveva un’importanza strategica notevole: si trattava di proteggere il cuore delle province galliche e renane e di consolidare i territori dei *Agri Decumates*, l’area tra Reno e Danubio progressivamente integrata nel sistema difensivo. Per la **Legio I Adiutrix**, il servizio in questo settore significò un lungo apprendistato sul terreno più conteso dell’Occidente romano. ### **Trasferimento in Pannonia e guerra dacica** Il baricentro strategico dell’Impero, però, si stava spostando verso il basso Danubio, dove la pressione del regno dei Daci si faceva sempre più minacciosa. La legione fu così trasferita all’esercito danubiano e insediata nel campo di **Brigetio**, presso l’odierna Szőny in Ungheria, in funzione anti-dacica. Questo trasferimento segna l’inizio del legame, ormai secolare, tra la **Legio I Adiutrix** e la Pannonia romana. Quando **Traiano** scatenò le sue grandi **campagne daciche** (101-106 d.C.) per piegare il re Decebalo, la legione fu in prima linea, operando accanto ad altre unità danubiane come la **Legio IV Flavia Felix** e la **Legio XIII Gemina**. Le guerre daciche furono tra le imprese più imponenti della storia militare romana, immortalate sulla Colonna Traiana, e si conclusero con la conquista della Dacia e con un bottino che finanziò ambiziosi programmi pubblici a Roma. La partecipazione a quelle campagne fece della I Adiutrix una protagonista della grande stagione espansiva traianea. ## **Traiano, Adriano e il ruolo politico della legione** ### **La legione e l’adozione di Traiano** La **Legio I Adiutrix** non fu soltanto uno strumento militare, ma anche un attore politico. Dopo l’assassinio di Domiziano nel 96 d.C., salì al trono l’anziano **Nerva**, privo di sostegno militare e bisognoso di legittimazione presso le truppe. Secondo la tradizione, fu la pressione dell’esercito danubiano, di cui la legione faceva parte, a spingere Nerva ad adottare come successore Traiano, allora autorevole comandante. Questo episodio illumina il peso politico che le legioni di frontiera potevano esercitare in un Impero in cui la fedeltà delle armi decideva spesso le sorti del trono. Aver contribuito, con la propria voce e la propria forza, all’ascesa di un imperatore destinato a passare alla storia come *optimus princeps* giustifica ampiamente il titolo **pia fidelis** che la legione avrebbe poi ottenuto proprio sotto Traiano. Fedeltà e premio, in questo caso, si tengono per mano. ### **Le campagne partiche di Traiano** Negli ultimi anni del suo regno, Traiano si rivolse a Oriente, lanciando una grande offensiva contro il regno dei **Parti** tra il 115 e il 117 d.C., con l’ambizione di portare i confini romani fino al Golfo Persico. Anche in questa impresa la **Legio I Adiutrix**, o reparti distaccati da essa, fu coinvolta, prolungando il proprio raggio d’azione dal Danubio alle pianure mesopotamiche. Le conquiste orientali di Traiano si rivelarono però effimere. Con la morte dell’imperatore e l’ascesa di **Adriano**, la politica imperiale cambiò segno, abbandonando le posizioni più avanzate e tornando a una linea di consolidamento delle frontiere. In questo quadro la legione fu reinsediata stabilmente in Pannonia, lungo la linea del Danubio, dove avrebbe svolto per generazioni il proprio compito di presidio. ## **La Legio I Adiutrix tra II e III secolo** ### **Il comando di Pertinace e le guerre civili del 193** Un dettaglio rivela il prestigio della legione: tra il 171 e il 175 d.C. ne fu *legatus*, cioè comandante, **Pertinace**, futuro imperatore. Aver guidato la **Legio I Adiutrix** fu una tappa importante nella carriera di un uomo che sarebbe salito al trono, sia pure per pochi mesi, nel 193 d.C. Proprio il 193 fu un altro anno di guerre civili, con più pretendenti a contendersi il potere dopo la morte di Commodo. In quel frangente la legione sostenne **Settimio Severo**, marciando con le truppe fedeli al nuovo imperatore nella sua avanzata su Roma. Ancora una volta l’unità si trovò dalla parte del vincitore, confermando quella vocazione politica e quella affidabilità che le erano valse, e le sarebbero valse di nuovo, i titoli onorifici. ### **Le campagne partiche di Settimio Severo, Caracalla e Gordiano III** Il fronte orientale rimase per tutto il III secolo un teatro cruciale, e la **Legio I Adiutrix**, o suoi distaccamenti, vi fu ripetutamente impegnata. Sotto **Settimio Severo** partecipò alle campagne contro i Parti del 195 e del 197-198, che portarono al saccheggio di Ctesifonte. Con **Caracalla** fu nuovamente coinvolta nelle operazioni orientali del 215-217, e ancora più tardi, sotto **Gordiano III**, nella campagna del 244. Questa lunga continuità di servizio su un fronte tra i più delicati dell’Impero spiega l’accumulo dei titoli del III secolo, **pia fidelis bis** e **constans**. Non si trattava di onorificenze gratuite, ma del riconoscimento di una presenza costante e affidabile in un’area, quella orientale, dove la posta in gioco era sempre alta e dove la fedeltà delle truppe non poteva mai essere data per scontata. ## **Ultime attestazioni e destino tardoantico** ### **Brigetio nel tardo Impero** Per tutta la sua lunghissima vicenda, il punto fermo della legione restò **Brigetio** (Szőny), in Pannonia, lungo la frontiera danubiana. Qui la **Legio I Adiutrix** è attestata fino al tardo Impero, segno di una continuità rara per un’unità militare romana, che attraversa quasi senza interruzioni quattro secoli di storia. Le ultime tracce documentarie la collocano ancora attiva nel V secolo. La **Notitia Dignitatum**, il grande documento amministrativo e militare tardoantico, e altre fonti la menzionano lungo il Danubio, con attestazioni che arrivano intorno al 444. Significa che la legione, o ciò che ne portava il nome e le insegne, sopravvisse fino alle soglie del crollo dell’Impero d’Occidente, presidiando una frontiera ormai sempre più fragile. ### **Ipotesi sullo scioglimento o trasformazione** Sul destino finale della legione gli studiosi avanzano più ipotesi, senza poter giungere a una conclusione definitiva. È possibile che si sia dissolta nella fase delle grandi invasioni danubiane, quando la frontiera pannonica venne progressivamente travolta. Un’altra ipotesi la vede integrata in eserciti regionali, oppure trasformata, secondo la riorganizzazione militare tardoantica, in una formazione **comitatense** (esercito di manovra) o **limitanea** (truppe di frontiera). È giusto sottolineare il margine di incertezza che avvolge questi ultimi capitoli. La documentazione tardoantica è frammentaria e le continuità nominali non garantiscono continuità reali: una stessa denominazione poteva sopravvivere a profonde trasformazioni dell’unità. Riconoscere questi limiti non è un’ammissione di debolezza, ma il modo corretto di trattare la storia antica, distinguendo ciò che le fonti permettono di affermare da ciò che resta congettura. ## **Organizzazione, effettivi e vita quotidiana della Legio I Adiutrix** ### **Struttura interna della legione** Per immaginare concretamente la **Legio I Adiutrix** conviene richiamare la struttura tipica di una legione di età alto-imperiale. Si trattava di un corpo di circa 5.000-6.000 uomini, articolato in **dieci coorti**, ciascuna suddivisa in **centurie** comandate da centurioni. La prima coorte era di norma più numerosa e raccoglieva i soldati più esperti. Al vertice stava il **legatus legionis**, affiancato da tribuni e dal *praefectus castrorum*, responsabile dell’accampamento e della logistica. In termini essenziali, la gerarchia scendeva dal *legatus* (comandante, spesso di rango senatorio) ai *tribuni militum*, poi al *praefectus castrorum*, quindi ai centurioni che inquadravano la truppa, fino ai legionari semplici e agli *immunes*, soldati esentati dalle fatiche più gravose perché specializzati in mestieri tecnici. Attorno alla legione gravitavano inoltre reparti ausiliari e di cavalleria. Applicata alla I Adiutrix, questa struttura standard descrive un’unità pienamente integrata nel sistema legionario, nonostante l’insolita origine marinara dei suoi primi effettivi. ### **Vita nel campo: Mogontiacum e Brigetio** La vita quotidiana di un legionario era fatta solo in minima parte di battaglie. Nei *castra* di **Mogontiacum** sul Reno e di **Brigetio** in Pannonia, i soldati della **Legio I Adiutrix** dedicavano gran parte del tempo a lavori di costruzione e manutenzione: erigevano fortificazioni, tracciavano strade, costruivano ponti e acquedotti, riparavano edifici e infrastrutture. L’esercito romano era anche, e forse soprattutto, una straordinaria macchina ingegneristica. A questo si aggiungevano l’addestramento costante, le marce, le esercitazioni, i turni di guardia e la cura dell’equipaggiamento. La presenza prolungata della legione in queste sedi ha lasciato tracce significative, e i siti di Magonza e di Szőny restano tra i luoghi chiave per ricostruire, attraverso resti di accampamenti, iscrizioni e materiali, la concreta esistenza dei soldati che vi furono di stanza. Dietro i grandi eventi militari c’è sempre questa trama fitta di vita ordinaria di guarnigione. ## **Fonti antiche e studi moderni sulla Legio I Adiutrix** ### **Le testimonianze delle fonti scritte** La nostra conoscenza della legione poggia su un intreccio di fonti diverse. **Tacito**, nelle sue opere sulle guerre civili del 69 d.C., offre il racconto più vivido delle prime vicende e degli scontri di Bedriacum. **Cassio Dione** fornisce ulteriori elementi, in particolare sulla fondazione e sul ruolo di Galba. A queste fonti narrative si affianca la ricchissima documentazione **epigrafica**, ossia le iscrizioni su lapidi, are e mattoni che attestano la presenza della legione nei vari luoghi e ne registrano titoli e movimenti. Per la fase tardoantica, infine, è la **Notitia Dignitatum** a conservarne le ultime tracce ufficiali. Le fonti, come si è visto, non sempre concordano: la divergenza più nota riguarda proprio la fondazione, attribuita a Nerone o a Galba a seconda della tradizione. Mettere a confronto queste testimonianze, anziché appiattirle in un racconto unico, è il modo più onesto di restituire la complessità della storia di un’unità nata in un periodo confuso e raccontata da autori con prospettive diverse. ### **Studi contemporanei e bibliografia essenziale** Per approfondire, lo studioso e l’appassionato possono rivolgersi ai grandi repertori sulle legioni romane, che ricostruiscono per ciascuna unità storia, movimenti e attestazioni a partire dalle fonti antiche e dall’epigrafia. Esistono opere di sintesi sulla storia dell’esercito romano e contributi specialistici dedicati alle legioni del Danubio e della Pannonia, dove la **Legio I Adiutrix** trascorse la maggior parte della sua esistenza. Un punto che la letteratura moderna tiene sempre a chiarire è la distinzione tra la **Legio I Adiutrix** e la **Legio II Adiutrix**, anch’essa di origine flavia e anch’essa legata, per parte della sua storia, ai fronti danubiani. Le due legioni condividono il titolo «ausiliatrice» ma hanno vicende, basi e cronologie distinte, e confonderle è un errore frequente nelle ricostruzioni più superficiali. Tenere ferma questa differenza è già di per sé un segno di rigore. ## **Curiosità e legacy della Legio I Adiutrix** ![Rievocazione storica della Legio I Adiutrix: legionari in armatura con insegne, scudi e titoli onorifici pia fidelis, pia fidelis bis e constans esposti al campo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Curiosita-e-legacy-della-Legio-I-Adiutrix-1024x576.png "Curiosità e legacy della Legio I Adiutrix - Scripta Manent Italia") ### **La legione nella cultura popolare e nella rievocazione storica** La **Legio I Adiutrix**, come molte unità dell’esercito romano, sopravvive oggi nel mondo della rievocazione storica e del *living history*. Gruppi e associazioni culturali ne ripropongono equipaggiamento, insegne e tattiche, ricostruendo con cura filologica scudi, armi e vita di accampamento. Per il pubblico questi eventi sono una porta d’accesso diretta e tangibile alla storia, capace di trasformare le pagine dei manuali in immagini vive. A questo si aggiunge la presenza, talvolta, in romanzi storici, giochi e contenuti digitali dedicati a Roma antica, dove le legioni diventano protagoniste di narrazioni e ambientazioni. La I Adiutrix, con la sua storia ricca di colpi di scena, offre materiale ideale per chi voglia raccontare l’esercito imperiale fuori dai luoghi comuni. ### **Perché la Legio I Adiutrix affascina ancora oggi** Alla fine, il fascino di questa legione si spiega con la somma di alcuni tratti rari. L’origine **marinaresca**, prima di tutto, che la distingue da quasi tutte le altre legioni e racconta la versatilità della macchina militare romana. Poi il **ruolo nelle guerre civili**, che la rende testimone privilegiata dei passaggi di potere più drammatici del primo e del terzo secolo. Ancora, la **lunghissima permanenza sul limes danubiano**, che ne fa un simbolo di continuità lungo quattro secoli. E infine i **titoli di lealtà**, *pia fidelis*, *pia fidelis bis* e *constans*, che riassumono in poche parole l’identità di un’unità su cui gli imperatori scelsero ripetutamente di contare. Raccontare la **Legio I Adiutrix** significa, in fondo, raccontare in miniatura tutta la parabola dell’esercito imperiale romano: la nascita nell’emergenza, la disciplina, l’ingegneria, la fedeltà premiata, la guardia infinita alla frontiera e infine il lento dissolversi nelle nebbie del tardo Impero. ## **Domande frequenti (FAQ)** **Chi fondò la Legio I Adiutrix?** La legione fu costituita nel 68 d.C. Le fonti sono discordanti: alcune attribuiscono l’iniziativa a Nerone, altre, tra cui Cassio Dione, indicano Galba come organizzatore finale. L’ipotesi più accreditata è che il reclutamento dei marinai della flotta di Miseno sia iniziato sotto Nerone e sia stato formalizzato da Galba, con la consegna dell’aquila legionaria. **Dove era di stanza la Legio I Adiutrix?** Nelle prime fasi ebbe base a Mogontiacum (Magonza, Mainz) sul Reno, condivisa con la Legio XIV Gemina. In seguito fu trasferita in Pannonia, nel campo di Brigetio (Szőny), che divenne la sua sede stabile lungo la frontiera del Danubio fino al tardo Impero. **Quali erano i simboli della Legio I Adiutrix?** Il simbolo principale era il capricorno, spesso accompagnato dal Pegaso, il cavallo alato. Alcuni studiosi ipotizzano anche un emblema con il delfino, probabilmente legato alle origini marittime della legione, ma l’attribuzione resta incerta. **In quali campagne combatté la Legio I Adiutrix?** Partecipò alla battaglia di Bedriacum (69 d.C.) al fianco di Otone, alla repressione della rivolta batava (70 d.C.), alle campagne contro i Chatti sotto Domiziano (83 d.C.), alle guerre daciche di Traiano (101-106 d.C.) e a numerose campagne partiche, da Traiano (115-117) a Settimio Severo (195 e 197-198), Caracalla (215-217) e Gordiano III (244). **Cosa significa «Adiutrix»?** È un termine latino che significa «ausiliatrice», «colei che aiuta», cioè una forza di sostegno e di rincalzo. Il nome riflette l’origine della legione, nata in fretta come rinforzo straordinario rispetto alle legioni regolari. **Fino a quando esistette la Legio I Adiutrix?** La legione è attestata a Brigetio fino al tardo Impero, con tracce documentarie, come quelle della Notitia Dignitatum, che la collocano ancora attiva nel V secolo, intorno al 444. Il suo destino finale, tra dissoluzione, integrazione in eserciti regionali o trasformazione in unità comitatense o limitanea, resta incerto. **Qual è la differenza tra Legio I Adiutrix e Legio II Adiutrix?** Sono due legioni distinte che condividono il titolo «ausiliatrice». La I Adiutrix nasce nel 68 d.C. dai marinai di Miseno; la II Adiutrix è una creazione successiva di età flavia. Hanno basi, cronologie e vicende diverse, e non vanno confuse. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/corso-luxury-real-estate-ese-laboratorio-fotografia-150x150-1.jpg) Alessandro Capuano Storico e divulgatore, si occupa di raccontare il mondo antico e medievale con uno stile chiaro, rigoroso e accessibile. Nei suoi articoli approfondisce battaglie, personaggi e trasformazioni politiche che hanno segnato la storia europea. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Un monumentale complesso termale romano riemerge a Nijmegen](https://scriptamanentitalia.it/un-monumentale-complesso-termale-romano-riemerge-a-nijmegen/) **Published:** Giugno 19, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A NIJMEGEN, nei Paesi Bassi, le recenti indagini archeologiche preventive condotte nel distretto di Waalfront hanno gettato nuova e sfolgorante luce sul passato romano della regione. Una campagna di scavo straordinaria, coordinata dai prestigiosi istituti di ricerca **RAAP** e **BAAC** all'interno di un'area precedentemente occupata da insediamenti industriali, ha permesso di rimettere parzialmente in luce il tessuto urbano dell'antica città di **Ulpia Noviomagus**. La scoperta più sensazionale è rappresentata da un monumentale impianto termale pubblico la cui estensione, stimata in almeno quattromilanovecento metri quadrati, supera di oltre il doppio le dimensioni. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Nell’Anatolia antica sono state identificate cinque lettere inedite dell’alfabeto sidetico](https://scriptamanentitalia.it/nellanatolia-antica-sono-state-identificate-cinque-lettere-inedite-dellalfabeto-sidetico/) **Published:** Giugno 18, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Antalya**, in **Turchia**, le recenti indagini archeologiche condotte nell’ambito del Progetto Eredità per il Futuro, promosso dal **Ministero della Cultura e del Turismo**, hanno gettato una nuova e vivida luce sul patrimonio filologico dell’antica Panfilia. Le operazioni di scavo nel sito della città portuale di Side hanno permesso a un’équipe internazionale di studiosi di identificare cinque nuove lettere dell’alfabeto sidetico, espandendo il repertorio grafematico conosciuto da ventisei a trentuno segni complessivi. Questa scoperta apporta un contributo fondamentale alla comprensione di un idioma a lungo considerato tra i più enigmatici. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [L'eterno ritorno al santuario segreto della Sala Keimada](https://scriptamanentitalia.it/leterno-ritorno-al-santuario-segreto-della-sala-keimada/) **Published:** Giugno 18, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A BURGOS, in Spagna, la profondità della terra custodisce un dialogo millenario che la scienza ha finalmente iniziato a decifrare attraverso il rigore della ricerca documentale. Il **Complesso Carsico di Ojo Guareña**, monumento naturale di eccezionale valore speleologico situato nella **Merindad de Sotoscueva**, ha rivelato i segreti della **Sala Keimada**, una camera situata nel terzo livello della **Cueva Palomera**, rimasta per decenni ai margini della ricerca accademica a causa delle estreme difficoltà di accesso che impongono ai visitatori di procedere carponi attraverso condotti alti appena venti centimetri. Un recente studio, pubblicato nel. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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I dati raccolti nel corso delle ultime ricognizioni offrono una narrazione drammatica e dettagliata. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [L'enigma del Principe dei Taunus: rinvenuta una sepoltura celtica senza precedenti.](https://scriptamanentitalia.it/lenigma-del-principe-dei-taunus-rinvenuta-una-sepoltura-celtica-senza-precedenti/) **Published:** Giugno 18, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A BAD CAMBERG, nel distretto di Limburg-Weilburg situato nel Land dell'Assia, in Germania, la terra ha restituito un tesoro documentale di inestimabile valore per la comprensione della protostoria europea. Nel mese di Giugno 2026, durante le indagini archeologiche preventive propedeutiche all'installazione di un impianto fotovoltaico in prossimità dell'autostrada A3, è stata identificata una sepoltura d'élite che gli esperti hanno immediatamente definito di rilevanza continentale. Questo *Fürstengrab*, locuzione tedesca atta a designare la tomba principesca, rappresenta la prima evidenza empirica della presenza di una classe aristocratica locale stanziata nelle catene montuose del Taunus durante. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La scoperta, capillarmente documentata in uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica *Libyan Studies*, getta nuova luce sulle dinamiche. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Rinvenuta in Bulgaria una statua marmorea attribuibile alla dea Artemide](https://scriptamanentitalia.it/rinvenuta-in-bulgaria-una-statua-marmorea-attribuibile-alla-dea-artemide/) **Published:** Giugno 18, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** «A RUPITE, in Bulgaria, ...» la terra dell'antica **Tracia** ha restituito una nuova e straordinaria testimonianza del suo glorioso passato classico. Nel corso delle recenti campagne di scavo archeologico condotte nel sito monumentale di **Heraclea Sintica**, una rilevante città fondata dall'antico popolo greco nella Bulgaria sudoccidentale, gli studiosi hanno riportato alla luce un frammento di eccezionale interesse scientifico. Si tratta di una porzione di statua in marmo di pregevole fattura, la cui iconografia sembrerebbe convergere in modo significativo verso la rappresentazione della divinità ellenica **Artemide**, custode dei boschi, della caccia e della natura. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il rinvenimento, avvenuto nell'ambito delle attività del **San Giuliano Archaeological Research Project**, siglato con l'acronimo **SGARP**, e coordinato dalla **Baylor University** sotto la guida dell'archeologo **Davide Zori**, rappresenta un evento di straordinaria rilevanza scientifica per. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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I reperti giacevano sul fondo di una vasca di raccolta afferente a un monumentale torchio vinicolo, una struttura produttiva complessa la cui frequentazione ha attraversato indenne le epoche. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Nel corso di recenti campagne di scavo condotte al di sotto della piazza del Municipio, un'équipe di archeologi neerlandesi ha identificato, all'interno di una fossa profonda, una singolare lamina di piombo delle dimensioni di poco superiori ai nove centimetri per quattro. L'analisi paleografica e la successiva decifrazione filologica, eseguite dagli specialisti dell'**Istituto di. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Le indagini sul campo, condotte in sinergia dagli archeologi dell’**Università di Varsavia** e dell’**Università di Tirana**, hanno permesso di esporre. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Una ciotola cipriota. Vista in un'asta online, riportata a casa dopo 4000 anni](https://scriptamanentitalia.it/ciotola-cipriota-asta-online-riportata-a-casa-4000-anni/) **Published:** Giugno 12, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **NICOSIA**, capitale della Repubblica di **Cipro**, il **Dipartimento delle Antichità di Cipro** ha annunciato con soddisfazione il rimpatrio di un reperto ceramico di straordinario valore storico e simbolico: una ciotola emisferica a superficie brunita e decorazione incisa, classificabile nell'ambito della produzione nota come *Black Polished Ware*, databile attorno al **1900 a.C.** e appartenente dunque al pieno fiorire dell'età del Bronzo nell'area mediterranea orientale. La vicenda, resa nota dal quotidiano *Cyprus Mail* il **9 giugno 2026**, si snoda attraverso un'indagine della. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. 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I risultati di questa straordinaria ricerca, pubblicati nel *Journal of Archaeological Science*, dimostrano che i vigneti dell'antichità facevano parte della sofisticata rete agricola dell'**Impero Romano**, la quale ha gettato le fondamenta della moderna. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Chi appoggiò le Brigate Rosse? Complici e fiancheggiatori](https://scriptamanentitalia.it/brigate-rosse-complici/) **Published:** Giugno 12, 2026 **Author:** Francesco Salassa **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Chi erano le Brigate Rosse e cosa volevano](#Chi_erano_le_Brigate_Rosse_e_cosa_volevano) - [Il mito del “popolo che li sosteneva”](#Il_mito_del_%E2%80%9Cpopolo_che_li_sosteneva%E2%80%9D) - [I diversi livelli di “appoggio”](#I_diversi_livelli_di_%E2%80%9Cappoggio%E2%80%9D) - [Appoggio ideologico e culturale: le ambiguità del linguaggio](#Appoggio_ideologico_e_culturale_le_ambiguita_del_linguaggio) - [Appoggio logistico e organizzativo: la rete reale](#Appoggio_logistico_e_organizzativo_la_rete_reale) - [Il PCI e i grandi partiti: chi NON appoggiò le BR](#Il_PCI_e_i_grandi_partiti_chi_NON_appoggio_le_BR) - [Il capitolo dei “doppi giochi”: servizi segreti, piste internazionali, zone d’ombra](#Il_capitolo_dei_%E2%80%9Cdoppi_giochi%E2%80%9D_servizi_segreti_piste_internazionali_zone_dombra) - [Il caso Moro come lente di ingrandimento](#Il_caso_Moro_come_lente_di_ingrandimento) - [Dopo gli anni di piombo: cosa rivelarono i pentiti](#Dopo_gli_anni_di_piombo_cosa_rivelarono_i_pentiti) È la mattina del 16 marzo 1978. A Roma, in via Mario Fani, un agguato perfetto blocca la colonna dell’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. In poco più di novanta secondi, cinque uomini della scorta vengono assassinati. Moro viene caricato su un’auto e scompare per cinquantacinque giorni nel “carcere del popolo” delle Brigate Rosse. L’Italia scopre che qualcosa di enorme si è costruito nell’ombra: un’organizzazione armata capace di pianificare per mesi un’operazione di quella precisione, di muovere uomini e risorse in una grande città senza essere intercettata, di tenere prigioniero il leader di un partito di governo per quasi due mesi. La domanda che affiora in quei giorni — e che non ha mai smesso di affiorare — è la stessa che ancora oggi agita dibattiti storici, processi parlamentari e polemiche giornalistiche: **chi li ha aiutati?** Chi ha tenuto aperta una porta, guardato dall’altra parte, fornito una casa, un documento, un’arma? Chi ha armato la mano dei terroristi non con il dito sul grilletto, ma con la copertura ideologica, l’omertà sociale, la solidarietà militante? Questo articolo non cerca risposte semplici, perché di semplici non ce ne sono. Cerca invece di distinguere — con rigore storico — i diversi livelli di “appoggio” che hanno reso possibile l’esperienza delle Brigate Rosse. Senza semplificazioni, senza caccia alle streghe retroattive, ma anche senza minimizzare. ## **Chi erano le Brigate Rosse e cosa volevano** Le Brigate Rosse nascono ufficialmente nel **1970**, pochi mesi dopo la strage di piazza Fontana, in un’Italia sconvolta dall'”autunno caldo” del 1969: scioperi, occupazioni di fabbrica, scontri di piazza, un conflitto sociale di intensità senza precedenti nel dopoguerra. I fondatori sono Renato Curcio e Margherita Cagol, provenienti dal movimento studentesco dell’Università di Trento, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari, ex militanti della Federazione Giovanile Comunista di Reggio Emilia, e Mario Moretti, tecnico sindacalista alla Sit-Siemens di Milano. Non sono marginali né disperati: sono giovani politicizzati, intellettualmente formati, convinti che la via parlamentare e riformista sia una trappola e che solo la “lotta armata rivoluzionaria” possa rompere l’immobilismo del sistema politico italiano. L’ideologia è di matrice **marxista-leninista** con forti influssi guevaristi e riferimenti ai Tupamaros uruguaiani. La strategia si chiama “attacco al cuore dello Stato”: non colpire a caso, ma individuare i nodi del potere — magistrati, dirigenti di fabbrica, funzionari di polizia, politici — e golpeggiare con azioni rivendicate, capaci di dimostrare la “debolezza dello Stato borghese”. Nella storia delle BR, complessivamente, saranno inquisite **911 persone** che a vari titoli fecero parte dell’organizzazione, e ulteriori 200-300 riconducibili a gruppi armati satellite. Le vittime accertate degli omicidi commessi tra il 1974 e il 1988 sono **86**. L’organizzazione si struttura in **colonne regionali** (Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli) coordinate da una Direzione strategica, con cellule compartimentate: ogni militante conosce solo una cerchia ristretta di compagni, il che rende estremamente difficile penetrare l’organizzazione dall’esterno. È questa struttura a far capire perché avere una rete di appoggi non era un optional, ma una necessità strategica: case sicure, documenti falsi, veicoli intestati a terzi, depositi di armi erano il tessuto connettivo senza il quale l’organizzazione non avrebbe potuto sopravvivere. ## **Il mito del “popolo che li sosteneva”** Prima di analizzare chi li appoggiò davvero, è necessario smontare la semplificazione opposta: quella di chi, nel fuoco del dibattito politico degli anni Settanta — e qualche volta anche dopo — lasciò intendere che le Brigate Rosse rappresentassero una porzione significativa del sentimento popolare di sinistra, una sorta di “coscienza armata” del proletariato. I dati storici smentiscono questa narrativa in modo netto. I grandi partiti e i sindacati di sinistra — PCI, PSI, CGIL — non solo non appoggiarono le BR, ma ne furono i più decisi avversari politici e ideologici. Le BR stesse, nei loro documenti interni, definivano il PCI “il principale partito controrivoluzionario” e Berlinguer un “traditore della classe operaia”: l’establishment della sinistra era un *nemico*, non un alleato. Non si tratta di dettaglio secondario: significa che l’intera sinistra organizzata — con i suoi milioni di iscritti, i suoi circoli, le sue fabbriche — era schierata *contro* le Brigate Rosse, non al loro fianco. La “simpatia” esistette, ma fu di natura diversa e molto più limitata: si trattava di una *comprensione generica* per alcune istanze sociali (la critica al capitalismo, la lotta operaia, la rabbia contro lo Stato), che non si traduceva affatto in sostegno alla lotta armata. Lo storico Sabino Acquaviva stimò in circa **300.000 persone** l’area di “simpatizzanti” nel senso più largo del termine, ma si trattava di persone che potevano condividere vagamente un linguaggio politico, non di fiancheggiatori operativi. Un numero enorme in termini assoluti, microscopi co rispetto al corpo sociale complessivo. ## **I diversi livelli di “appoggio”** Il termine “appoggio” è una parola ombrello che copre realtà radicalmente diverse. Per fare chiarezza storica, bisogna distinguere almeno quattro livelli. ## **Appoggio ideologico e culturale: le ambiguità del linguaggio** ![Fotografie segnaletiche in bianco e nero di quattro membri delle Brigate Rosse, tre uomini e una donna, ritratti in posa frontale come in un documento identificativo delle forze dell'ordine](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Appoggio-logistico-e-organizzativo-la-rete-reale.png "Appoggio logistico e organizzativo la rete reale - Scripta Manent Italia") Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, in una parte dell’intellettualità e del giornalismo italiano di sinistra si diffuse un atteggiamento di **ambiguità sistematica** verso la lotta armata. Non si trattava di giustificazione aperta, ma di un’incapacità — o di un rifiuto — di condannare nettamente. La formula “compagni che sbagliano” — con cui una parte della sinistra moderata etichettò i terroristi, intendendo separare le “cause giuste” dai “metodi sbagliati” — fu forse la più emblematica di questa zona grigia. Questa ambiguità aveva radici culturali profonde: la tradizione della Resistenza armata, il mito del partigiano combattente, il lessico marxista della “lotta di classe” si prestavano, se riletti in modo distorto, a offrire una cornice narrativa in cui la violenza politica potesse apparire come una continuazione estrema di battaglie legittime. Alcune riviste di area extraparlamentare, certi ambienti universitari, una frangia di intellettuali che preferivano il silenzio alla condanna esplicita, contribuirono a creare quello che gli storici hanno chiamato il “clima” favorevole all’estremismo: non un appoggio diretto, ma un habitat culturale in cui le BR riuscivano a reclutare e a presentarsi come avanguardia rivoluzionaria. ## **Appoggio logistico e organizzativo: la rete reale** Questo è il livello più concreto e documentato. Le BR non erano un’organizzazione astratta: avevano bisogno di case, auto, soldi, documenti falsi, depositi di armi e di armi vere. E tutto questo venne fornito da una rete di **fiancheggiatori** che si estendeva ben al di là dei militanti clandestini. Chi erano questi fiancheggiatori? Una parte veniva dall’area del movimento operaio e studentesco radicalizzato: militanti di organizzazioni extraparlamentari come Lotta Continua, Potere Operaio o Autonomia Operaia che, pur senza aderire formalmente alle BR, fornivano copertura, informazioni, connessioni. Un’altra parte era sorprendentemente insospettabile: professionisti, impiegati, persone con una vita ordinaria che mantenevano contatti con i brigatisti per convinzione politica, affetto personale o paura. Un caso particolarmente rivelatore emerse a **Genova** tra l’ottobre e il dicembre del 1978, quando una squadra speciale della questura individuò un gruppo di professionisti che avrebbero costituito una cellula occulta di appoggio logistico e intellettuale alle BR: i loro nomi vennero secretati e nessuno fu mai formalmente perseguito. Il caso di **Francesco Berardi** all’Italsider di Genova mostra un altro aspetto: i brigatisti si infiltravano nelle fabbriche, usavano operai come “postini” per distribuire materiale propagandistico, costruivano reti capillari dentro i luoghi di lavoro. Fu proprio la denuncia di questo meccanismo da parte dell’operaio e sindacalista **Guido Rossa** — che segnalò Berardi ai carabinieri nel 1978 — a costare la vita a Rossa stesso: il 24 gennaio 1979 un commando BR lo uccise sotto casa a Genova. ## **Il PCI e i grandi partiti: chi NON appoggiò le BR** È cruciale, per la correttezza storica, ribadire con forza quanto già accennato: **nessuna delle grandi forze politiche italiane appoggiò le Brigate Rosse**. Al contrario, il PCI di Enrico Berlinguer fu uno dei protagonisti più attivi nella lotta al terrorismo, convinto che cedere ai ricatti delle BR avrebbe significato legittimarle come soggetto politico e indebolire la democrazia. La stessa decisione di Berlinguer di appoggiare la “linea della fermezza” durante il sequestro Moro — contro ogni trattativa — fu assunta con piena consapevolezza delle sue implicazioni politiche e umane. Il PCI anzi promosse attivamente la vigilanza operaia contro i brigatisti nelle fabbriche, invitando gli iscritti a denunciare i sospetti. L’uccisione di Guido Rossa fu anche la risposta delle BR a questa politica: un messaggio di terrore rivolto a chiunque, anche nelle file del movimento operaio, si opponesse alla loro penetrazione. Come ha scritto lo storico Sergio Luzzatto, quella morte “annunciava la sconfitta politica delle Brigate Rosse, segnava la fine della loro illusione di conquistare il favore delle classi lavoratrici”. ## **Il capitolo dei “doppi giochi”: servizi segreti, piste internazionali, zone d’ombra** Questo è il terreno più scivoloso, dove è indispensabile separare con nettezza i *fatti documentati* dalle *ipotesi storicamente plausibili* e dalle *speculazioni prive di riscontro*. Le BR ebbero connessioni internazionali concrete, ricostruite attraverso indagini giudiziarie e atti parlamentari. In particolare, è accertato il contatto con organizzazioni palestinesi — in primo luogo il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) — che fornirono armi e addestramento. Nel settembre 1979, un carico di armi palestinesi fu consegnato alle BR sulle spiagge di Venezia, come risulta dall’inchiesta del giudice Carlo Mastelloni. Il nodo di coordinamento internazionale passava in parte per la scuola di lingue **Hyperion di Parigi**, fondata nel 1977 da militanti legati all’ala dura delle BR, utilizzata come copertura per la logistica del terrorismo internazionale. Parigi fu per decenni un rifugio per i latitanti italiani, protetti da una politica francese di non estradizione. Più complessa è la questione del rapporto tra terrorismo rosso, terrorismo nero e apparati dello Stato. La cosiddetta **“strategia della tensione”** — documentata per il terrorismo nero con stragi come piazza Fontana (1969), piazza della Loggia (1974) e la strage di Bologna (1980) — riguarda primariamente l’estrema destra neofascista e non le BR. Esistono tuttavia ipotesi, emerse in alcune commissioni parlamentari e inchieste giudiziarie, su possibili infiltrazioni nei gruppi armati di sinistra da parte di apparati dei servizi segreti, con finalità di controllo o provocazione. Queste ipotesi restano in parte sub judice e in parte storicamente non conclusive: vanno citate, ma senza presentarle come certezze. Lo storico Miguel Gotor e altri accademici che hanno lavorato sul caso Moro avvertono che la tendenza alla “dietrologia” — spiegare tutto con i complotti — è tanto distorsiva quanto la semplificazione opposta. La realtà storica è spesso più banale e più terrificante al tempo stesso: un’organizzazione con una struttura rigida, militanti ideologizzati, una rete di appoggi reale ma circoscritta, e uno Stato che per anni faticò a capire la minaccia. ## **Il caso Moro come lente di ingrandimento** ![Fotografia in bianco e nero di Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse, seduto davanti a uno striscione con la scritta Brigate Rosse e la stella a cinque punte, durante il sequestro del 1978](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Il-caso-Moro-come-lente-di-ingrandimento.jpg "Il caso Moro come lente di ingrandimento - Scripta Manent Italia") Il sequestro di Aldo Moro — 16 marzo 1978, via Fani; 9 maggio 1978, ritrovamento del corpo in via Caetani — è la storia in miniatura di tutti i nodi del problema. Da un lato, l’operazione mostra le **capacità operative reali** delle BR: un’organizzazione che aveva pianificato nei dettagli per mesi, che disponeva di una rete logistica efficiente in una grande città, che era riuscita a pedinare la scorta di Moro per settimane senza essere scoperta. Questo era possibile solo con una rete di appoggi funzionante e discreta. Dall’altro, quei cinquantacinque giorni mostrano quanto profondo fosse **l’isolamento politico delle BR** nel Paese reale. Alla domanda di Moro di aprire una trattativa per la sua liberazione, la risposta fu un no quasi unanime: DC, PCI, governo Andreotti, presidenza della Repubblica. L’unica voce significativa a favore di una trattativa umanitaria fu quella del PSI di Bettino Craxi. Le piazze non si mossero in difesa delle BR. Il mondo operaio tacque. Le grandi chiese e i leader morali del Paese condannarono senza ambiguità. Per quanto la vicenda fosse circondata da zone d’ombra sui “mandanti politici” e sulle “mani che non si mossero” per salvare Moro, il corpo sociale italiano non si identificò mai con i suoi assassini. La morte di Moro fu, paradossalmente, l’inizio della fine per le BR: non perché lo Stato avesse vinto sul campo, ma perché quella scelta — uccidere il simbolo del dialogo tra cattolici e comunisti — rivelò a un’ampia platea quanto le BR fossero un’organizzazione al di fuori di qualsiasi orizzonte politico riconoscibile. ## **Dopo gli anni di piombo: cosa rivelarono i pentiti** La sconfitta militare delle BR arrivò nei primi anni Ottanta, attraverso una combinazione di polizia scientifica più efficace, leggi sui pentiti e confessioni che spezzarono la catena del silenzio. Il primo grande pentito fu **Patrizio Peci** — nome di battaglia “Mauro” — arrestato a Torino nel febbraio 1980. Le sue dichiarazioni portarono alla cattura di decine di ex compagni e permisero di ricostruire la struttura gerarchica delle BR, la divisione in ruoli, le azioni compiute. Peci stesso pagò un prezzo enorme: le BR sequestrarono e uccisero il fratello Roberto, in risposta alla sua collaborazione. Ciò che emerge dai verbali dei pentiti — Peci ma anche altri come Antonio Savasta, protagonista del sequestro del generale americano James Lee Dozier nel 1981 — è un quadro preciso della rete dei fiancheggiatori: numericamente limitata, geograficamente concentrata, motivata più dall’ideologia che dal denaro, e soprattutto composta da persone che non pensavano di essere “criminali” ma “militanti”. Questa auto-percezione è forse l’elemento più inquietante: non una criminalità organizzata che vende servizi al miglior offerente, ma una sub-cultura politica che aveva trasformato il terrorismo in un’identità. Alla fine di questo percorso, la risposta alla domanda del titolo non può essere semplice. Ma può essere onesta. **Nessuna grande forza politica** — partiti, sindacati, istituzioni — appoggiò le BR. Il PCI, che sarebbe stato il candidato più ovvio per simpatia ideologica, fu tra i loro avversari più decisi. La DC, la principale vittima politica della lotta armata, li combatté con la linea della fermezza. Esistette una **rete di fiancheggiatori reale ma ristretta**: militanti radicalizzati, professionisti ideologizzati, piccoli ambienti di movimento che fornirono coperture logistiche, case, documenti, armi. Non erano “il popolo”, non erano “la sinistra”: erano una minoranza militante con una cultura politica propria e distorta. VI fu una **zona grigia culturale e intellettuale** più ampia, fatta di ambiguità, silenzi, condanne tardive e formule ambigue come “compagni che sbagliano”, che permisero alle BR di operare più a lungo in un habitat socialmente non del tutto ostile. Ci furono anche **connessioni internazionali documentate** con organizzazioni palestinesi e reti europee di supporto al terrorismo, che fornirono armi e addestramento. Esistono, infine, **zone d’ombra non completamente chiarite** sulle infiltrazioni degli apparati di sicurezza, sulle informazioni che circolavano e non venivano condivise, sui “segreti di Stato” che ancora oggi coprono alcune carte di quel periodo. La domanda “chi appoggiò le BR?” è in fondo la domanda sulla vulnerabilità di una democrazia in crisi: un Paese in cui la modernizzazione rapida aveva prodotto fratture sociali enormi, in cui il conflitto politico si era radicalizzato fino all’uso delle armi, in cui una minoranza risoluta aveva trovato la sua finestra di opportunità proprio nelle contraddizioni di quel sistema. **Capire questo** — non giustificarlo — è il compito della storia. L’Italia ci ha messo decenni. Non è ancora del tutto finita. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/francesco-150x150-1.gif) Francesco Salassa Appassionato di ricerca storica, unisce studio delle fonti e capacità narrativa per rendere il passato comprensibile anche ai lettori non specialisti. Scrive di Roma antica, Medioevo e storia delle idee, con particolare attenzione al contesto culturale e sociale. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) **Categorie:** Storia Contemporanea --- ### [Genova contro Venezia. Chi fu davvero più potente?](https://scriptamanentitalia.it/genova-contro-venezia-chi-fu-davvero-piu-potente/) **Published:** Giugno 12, 2026 **Author:** Alessandro Capuano **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Venezia: uno stato coeso e guerriero](#Venezia_uno_stato_coeso_e_guerriero) - [Il sistema genovese: commercio, credito e potere invisibile](#Il_sistema_genovese_commercio_credito_e_potere_invisibile) - [Il momento del destino: la guerra di Chioggia (1378–1381)](#Il_momento_del_destino_la_guerra_di_Chioggia_1378%E2%80%931381) - [Dopo Chioggia: destini divergenti](#Dopo_Chioggia_destini_divergenti) - [Il «Secolo dei Genovesi»: la rivincita della finanza](#Il_%C2%ABSecolo_dei_Genovesi%C2%BB_la_rivincita_della_finanza) - [Chi fu davvero più potente? La risposta](#Chi_fu_davvero_piu_potente_La_risposta) - [E se avesse vinto Genova? Una piccola ucronia](#E_se_avesse_vinto_Genova_Una_piccola_ucronia) Era il 1379. Le navi genovesi avevano appena sfondato le difese veneziane e occupato Chioggia, il porto naturale alle porte della laguna. Venezia era circondata: Francesco da Carrara, signore di Padova, stringeva d’assedio la terraferma, mentre la flotta di Luciano Doria aveva appena demolito quella veneziana a Pola. La Serenissima chiese di trattare la pace. La risposta dell’ammiraglio genovese Pietro Doria rimase nella storia: **«Voglio prima mettere le briglie ai cavalli di San Marco»**. Non era arroganza gratuita. Era la voce di una città che si credeva, in quel momento, a un passo dalla vittoria definitiva su una rivale con cui si combatteva da oltre un secolo. Eppure Venezia avrebbe ribaltato tutto, e Genova non si sarebbe più ripresa come potenza politica e navale. Come fu possibile? E soprattutto: guardando all’intera storia di queste due repubbliche, chi fu davvero la più potente? ## **Venezia: uno stato coeso e guerriero** ![Dittico medievale che contrappone i due modelli di potere di Venezia e Genova: a sinistra, l'Arsenale di Venezia con operai che costruiscono galee medievali, bandiera con il Leone di San Marco e il campanile di Piazza San Marco sullo sfondo; a destra, mercanti genovesi che scrivono registri contabili e contano monete d'oro in un portico affacciato sul porto, con mappe nautiche, bilance e la Croce di San Giorgio sul panno bianco appeso alle colonne](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Due-modelli-di-potere-nel-Mediterraneo-medievale-1024x576.png "Due modelli di potere nel Mediterraneo medievale - Scripta Manent Italia") Per rispondere bisogna capire che **Venezia e Genova costruirono il loro dominio in modo radicalmente diverso** — e che questa differenza ne determinò i destini. Venezia funzionava come uno **Stato coeso**: governo centralizzato, istituzioni stabili, una macchina militare e commerciale che rispondeva a un unico centro di potere, il Palazzo Ducale. La sua forza era la flotta pubblica, l’Arsenale, e la capacità di trasformare il commercio in politica estera. Genova, al contrario, era una **potenza di reti e capitali privati**: grande espansione commerciale, straordinaria capacità finanziaria delle famiglie mercantili, ma cronica instabilità politica interna, lacerate da lotte di fazione tra i grandi casati. **Aspetto****Venezia****Genova****Area principale**Adriatico, Egeo, Levante, Creta, CiproMediterraneo occidentale, Corsica, rotte iberiche**Tipo di potere**Stato territoriale con flotta pubblicaRete di famiglie mercantili e banchieri privati**Coesione interna**Forte stabilità istituzionaleLotte di fazione tra grandi casati**Strumento chiave**Arsenale di Stato e flotta da guerraBanco di San Giorgio e fiere di cambio**Proiezione finale**Grande potenza politico-militare fino al XVI sec.Capitale finanziario dominante in Europa nel XVI-XVII sec.Nessun’altra città dell’Europa medievale e moderna aveva qualcosa di paragonabile all’**Arsenale di Venezia**. Nato nell’area di Castello, fu progressivamente ampliato nei secoli fino a coprire una superficie enorme, diventando il più grande complesso produttivo navale del mondo per tutto il Medioevo e il Rinascimento. Al suo apice, l’Arsenale impiegava oltre **3.000 artigiani** — gli “arsenalotti” — organizzati in una vera catena di montaggio ante litteram: era capace di produrre fino a **sei galere al mese**, e in momenti di crisi si potevano assemblare dieci galere in poche ore. Nel XV secolo Venezia disponeva di una marina che contava circa **3.000 navi mercantili** con 35.000-40.000 marinai, più una flotta da guerra articolata in 45 galere con 11.000 uomini. Numeri senza rivali. Pietro Mocenigo, doge a inizio Quattrocento, poteva già descrivere una macchina militare che nessun principe italiano avrebbe potuto sfidare da solo. A metà del XVI secolo l’Arsenale era in grado di produrre cento imbarcazioni efficienti l’anno, di cui venticinque sempre pronte a prendere il mare in tempi brevissimi. Dante Alighieri stesso, visitandolo, trasse ispirazione per una delle scene più vivide dell’*Inferno*: il ribollire delle peci calde era l’immagine più potente di attività industriale che il poeta avesse mai visto. ## **Il sistema genovese: commercio, credito e potere invisibile** Genova non aveva un Arsenale. Non ne aveva bisogno nello stesso modo: la sua forza non era il numero di galere schierate, ma la capacità delle sue grandi famiglie di **muovere denaro dove nessun altro arrivava**. Sin dal XII secolo, i mercanti genovesi avevano costruito una rete di basi commerciali capillare nel Mediterraneo e nel Mar Nero — da Caffa in Crimea a Pera di Costantinopoli, dai fondachi del Levante ai porti iberici. La vera rivoluzione arrivò però con la finanza. Nel **1407**, appena uscita devastata dall’ultima guerra con Venezia, Genova fondò il **Banco di San Giorgio**: considerato da molti storici la prima vera banca pubblica moderna d’Europa, capace non solo di raccogliere risparmi ma di emettere carta moneta, gestire il debito pubblico e riscuotere le tasse per conto dello Stato. Nacque per ragioni di necessità — riorganizzare una situazione di quasi bancarotta dopo Chioggia — ma si trasformò in uno strumento di potere finanziario straordinario. Nel Cinquecento, i banchieri genovesi divennero i **principali creditori della monarchia spagnola**. Filippo II di Spagna, nonostante tutto l’oro che arrivava dall’America, si trovò in endemica crisi finanziaria a causa delle guerre continue: dichiarò bancarotta nel 1557, poi di nuovo nel 1596, ogni volta tornando a inginocchiarsi dai creditori genovesi. Le grandi famiglie — Grimaldi, Doria, Spinola, Centurione — prestavano somme favolose alla Corona e ricevevano in cambio appalti su dazi e gabelle, feudi in Spagna, influenza politica diretta. Ottavio Centurione arrivò ad anticipare al re spagnolo, in una sola operazione, la somma di **10 milioni di scudi**. ## **Il momento del destino: la guerra di Chioggia (1378–1381)** ![Illustrazione della battaglia navale della Guerra di Chioggia (1378-1381): scontro frontale tra galee veneziane, con la bandiera del Leone di San Marco su sfondo rosso, e galee genovesi con vele bianche recanti la Croce di San Giorgio, soldati in cotta di maglia con elmi medievali e scudi, armati di lance e spade, su acque agitate in un porto medievale con torri e fumo sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Il-momento-del-destino-la-guerra-di-Chioggia-13781381-1024x576.png "Il momento del destino la guerra di Chioggia 13781381 - Scripta Manent Italia") Le rivalità tra le due repubbliche erano iniziate secoli prima. Si potrebbe far risalire la prima grande scintilla alla **disputa di San Saba** (1255–1256), quando i quartieri veneziano e genovese ad Acri — nel regno crociato di Gerusalemme — si scontrarono per il controllo di un monastero strategicamente posizionato tra i due settori: fu l’inizio di una lunga catena di guerre commerciali e navali che si sarebbe trascinata per oltre un secolo. La guerra di Chioggia fu il loro **ultimo, definitivo scontro**. Il *casus belli* scoppiò nell’agosto del 1372 durante l’incoronazione di Pietro II di Cipro: una rissa tra consoli veneziani e genovesi degenerò in una crisi diplomatica che portò Genova a conquistare militarmente **Famagosta** nel 1373, privando Venezia di una delle sue basi orientali più preziose. Il conflitto aperto esplose nel 1378. Nei mesi successivi, la situazione per Venezia precipitò. La flotta veneziana fu sconfitta a **Pola** da Luciano Doria nel 1379; l’ammiraglio Vettor Pisani fu imprigionato dai suoi stessi concittadini come capro espiatorio. I genovesi occuparono Chioggia e assediarono la laguna via mare, mentre Francesco da Carrara la stringeva da terra. **Venezia non era mai stata così vicina alla fine**. Poi accadde qualcosa che i genovesi non avevano previsto: i veneziani liberarono Pisani dal carcere, lo rifecero capitano generale per acclamazione popolare, e richiamarono dall’Oriente la flotta di **Carlo Zen**. Il 24 giugno 1380 la battaglia decisiva si combatté proprio nella laguna di Chioggia: i veneziani vinsero, catturando **19 galere e 4.170 prigionieri**. I genovesi furono assediati a loro volta e costretti alla resa. La **Pace di Torino dell’8 agosto 1381** chiuse formalmente il conflitto. Venezia cedeva la Dalmazia all’Ungheria e Treviso agli Asburgo — perdite non trascurabili — ma manteneva l’indipendenza, il monopolio commerciale sull’alto Adriatico e la sua identità come potenza. E, soprattutto, non si vide più alcuna nave genovese nell’Adriatico dopo Chioggia. ## **Dopo Chioggia: destini divergenti** ![Dittico che illustra i destini divergenti di Venezia e Genova dopo la Guerra di Chioggia: a sinistra, nobili veneziani in sontuose vesti rosse e dorate consultano mappe nautiche e un mappamondo sul Canal Grande, con galee della Serenissima e la bandiera del Leone di San Marco sullo sfondo; a destra, mercanti genovesi firmano documenti commerciali e contano monete su un molo affollato di merci, con navi e la Croce di San Giorgio nel porto di Genova](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Dopo-Chioggia-destini-divergenti-1024x576.png "Dopo Chioggia destini divergenti - Scripta Manent Italia") L’esito della guerra di Chioggia fu un paradosso: **entrambe le repubbliche uscirono economicamente devastate**, ma le conseguenze politiche furono asimmetriche e decisive. **Venezia** sfruttò la vittoria per costruire qualcosa di nuovo e più solido. A partire dal 1404, in soli diciotto mesi, la Serenissima creò un vasto **Stato di Terraferma**: Vicenza, Verona, Padova, poi Brescia, Bergamo, Cremona, fino ai confini con l’Adda e al Friuli. Non era più soltanto una città-porto: era uno **Stato territoriale** tra i più estesi d’Italia, con entrate fiscali enormi, un esercito di professionisti, una diplomazia sofisticata e la marina da guerra più forte dell’Europa meridionale. Per tutto il Quattrocento e buona parte del Cinquecento, Venezia fu talmente potente da far temere ai principi italiani che volesse imporsi su tutta la Penisola. **Genova**, al contrario, sembrò aver esaurito in quel grande sforzo tutta la sua energia politica. Dilaniata dalle lotte di fazione, si sottomise più volte alla Francia e al Ducato di Milano; perse le sue colonie nel Mar Nero, come la ricca **Caffa**, caduta in mano ottomana nel 1475. Il paradosso genovese è però straordinario: la **decadenza politica e militare non si accompagnò a una decadenza economica**. Al contrario: come se la mancanza dello Stato avesse liberato le energie private, i mercanti-banchieri genovesi si proiettarono verso nuovi mercati con ancora più audacia. ## **Il «Secolo dei Genovesi»: la rivincita della finanza** Tra il 1550 e il 1650 circa, i banchieri genovesi vissero quello che lo storico Fernand Braudel ha chiamato il **«Secolo dei Genovesi»** — un primato finanziario europeo senza precedenti, ottenuto non con le galere ma con le fiere di cambio, gli *asientos* (contratti di credito alla Corona spagnola) e le reti di corrispondenti in tutta Europa. Le **fiere di cambio** — quattro l’anno, tenute a Besançon e poi a Piacenza — erano i luoghi dove i grandi banchieri genovesi muovevano decine di milioni di scudi senza spostare una sola moneta fisica, attraverso lettere di cambio. La loro padronanza tecnica delle operazioni bancarie era talmente avanzata che nessun’altra piazza europea poteva competere a quei livelli. La monarchia spagnola — il più grande impero del mondo in quel momento — era di fatto **una creatura finanziata dai genovesi**: i suoi tercios nelle Fiandre, le sue flotte nel Mediterraneo, le sue guerre di religione erano tutte sostenute dal credito delle grandi famiglie liguri. Mentre Genova dominava le finanze europee nell’ombra, Venezia resisteva come grande potenza politica e navale. Ma anch’essa sentiva la pressione: l’espansione turca stava erodendo i suoi domini orientali (Costantinopoli era caduta nel 1453), e la scoperta delle Americhe stava spostando i baricentri del commercio verso l’Atlantico. La **battaglia di Lepanto** del 1571 — alla quale entrambe parteciparono, con Venezia in prima fila — fu forse l’ultimo atto di un Mediterraneo ancora in grado di determinare le sorti d’Europa. ## **Chi fu davvero più potente? La risposta** Non esiste una risposta semplice, e qualsiasi storico onesto lo ammetterà. **Dipende da cosa si intende per “potente”**. Se si misura la **potenza come capacità dello Stato di esercitare forza militare, mantenere domini territoriali e contare nella politica europea**, allora il primato è veneziano, senza discussioni. La Serenissima fu una grande potenza per quasi quattro secoli — dalla fine del Duecento alla battaglia di Lepanto e oltre — con una continuità istituzionale, una stabilità interna e una proiezione militare che Genova non raggiunse mai. Se invece si misura la **potenza come capacità di influenzare le economie e le corti d’Europa attraverso il controllo del capitale**, allora Genova raggiunse nel XVI-XVII secolo un livello che non ha paragoni: un’egemonia finanziaria silenziosa, esercitata non da un esercito ma da una rete di famiglie che finanziavano re e imperatori. C’è però un’ultima chiave di lettura che forse è la più illuminante. **Venezia fu la potenza che costruì uno Stato** — una macchina politica, militare e diplomatica che sopravvisse a ogni crisi fino al 1797. **Genova fu la potenza che costruì un sistema** — una rete finanziaria globale che anticipò di secoli le logiche del capitalismo moderno. Due modelli opposti, due forme di grandezza diverse: ed è per questo che, ancora oggi, entrambe appassionano. ![Infografica comparativa'Venezia vs Genova – Numeri del Potere: Un Confronto in Cifre': tabella centrale con dati storici su flotta da guerra (Venezia ~45 galere e 300 navi grandi, Genova flotta privata inferiore), manodopera navale (Venezia ~36.000 marinai), arsenale (Venezia 3.000 artigiani, 6 galere al mese; Genova nessun equivalente), durata dell'indipendenza (Venezia 697–1797, circa 1.100 anni; Genova 1005–1797, circa 800 anni), Banco di San Giorgio (Genova, fondato 1407, prima banca pubblica d'Europa) e finanziamento della Corona Spagnola (Genova principale creditrice nel XVI-XVII secolo); sfondo con l'Arsenale di Venezia a sinistra e il Banco di San Giorgio di Genova a destra](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/BOX--Numeri-del-potere-un-confronto-in-cifre-1024x576.png "BOX Numeri del potere un confronto in cifre - Scripta Manent Italia") **Indicatore****Venezia****Genova****Flotta da guerra (inizio XV sec.)**~45 galere + 300 navi grandiInferiore, struttura prevalentemente privata**Manodopera navale (inizio XV sec.)**~36.000 marinaiNon comparabile: no Arsenale statale**Arsenale (XVI sec.)**3.000 artigiani, 6 galere/meseNessun equivalente strutturato**Durata dell’indipendenza**697–1797 (circa 1.100 anni)1005–1797 (circa 800 anni)**Banco di San Giorgio**—Fondato 1407, prima banca pubblica d’Europa**Finanziamento Corona spagnola**MarginalePrincipale creditore nel XVI-XVII sec.## **E se avesse vinto Genova? Una piccola ucronia** Immagina un Mediterraneo in cui Pietro Doria, invece di essere abbattuto da una palla di bombarda nel 1379 durante l’assedio di Chioggia, fosse sopravvissuto e avesse coordinato la stretta finale su Venezia. La pace genovese avrebbe probabilmente smembrato la Serenissima: nessun Stato di Terraferma, nessuna Venezia come grande potenza politica del Quattrocento. Con ogni probabilità, i Visconti avrebbero inglobato i domini veneziani nell’entroterra padano, e Genova avrebbe consolidato il controllo del Levante. Ma avrebbe anche trovato i turchi, l’espansione ottomana, la perdita di Caffa. Forse la storia finanziaria del «Secolo dei Genovesi» si sarebbe comunque realizzata — ma sarebbe rimasta l’unica forma di grandezza di una città che, per ragioni strutturali, non riuscì mai a costruire la coesione politica necessaria per durare come Stato. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/corso-luxury-real-estate-ese-laboratorio-fotografia-150x150-1.jpg) Alessandro Capuano Storico e divulgatore, si occupa di raccontare il mondo antico e medievale con uno stile chiaro, rigoroso e accessibile. Nei suoi articoli approfondisce battaglie, personaggi e trasformazioni politiche che hanno segnato la storia europea. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [I simboli del nazismo nascosti nei quadri di Erich Mercker](https://scriptamanentitalia.it/simboli-nazismo-quadri-erich-mercker/) **Published:** Giugno 11, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A MONACO DI BAVIERA, in Germania, la coltre del tempo e l'omertà della storia recente sono state squarciate grazie all'applicazione delle più moderne tecnologie di indagine visiva e materica. L'esplorazione del passato, quando condotta con il rigore metodologico tipico delle scienze esatte, riesce sovente a scardinare le narrative rassicuranti costruite a posteriori per celare le compromissioni ideologiche. Il protagonista di questa complessa indagine filologica è **Erich Mercker**, vissuto tra il **1891** e il **1973**, un pittore di paesaggi e architetture che godette di notevole fortuna nella sua epoca e che non. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Messico. Scoperto come i sovrani Maya manipolavano il cielo](https://scriptamanentitalia.it/messico-sovrani-maya-manipolavano-cielo/) **Published:** Giugno 11, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **El Palmar**, nello Stato di **Campeche** in **Messico**, un'équipe di archeologi ha portato alla luce quella che attualmente è considerata la più antica datazione del calendario noto come *Lungo Computo* mai registrata nei bassopiani d'elezione della civiltà **Maya**. L'iscrizione monumentale, scolpita minuziosamente sulla pietra, fa riferimento a un momento cronologico che nel nostro sistema temporale corrisponde in modo esatto al **31 agosto 180 d.C.**. Questa straordinaria testimonianza epigrafica risale dunque al II secolo, schiudendo nuove prospettive ermeneutiche sulle strategie con cui i primi. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. 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[Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Gli inglesi devono a Genova 247 anni di affitto per la loro bandiera?](https://scriptamanentitalia.it/inglesi-bandiera-genova/) **Published:** Giugno 10, 2026 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il soldato che non fu mai genovese](#Il_soldato_che_non_fu_mai_genovese) - [Genova e la prima crociata: la nascita di un simbolo](#Genova_e_la_prima_crociata_la_nascita_di_un_simbolo) - [Riccardo e il Doge: la storia che tutti vogliono credere](#Riccardo_e_il_Doge_la_storia_che_tutti_vogliono_credere) - [L’anatomia di un mito: da Agostino Giustiniani all’Expo 1992](#Lanatomia_di_un_mito_da_Agostino_Giustiniani_allExpo_1992) - [La croce che non appartiene a nessuno](#La_croce_che_non_appartiene_a_nessuno) - [Cosa resta: la responsabilità di chi racconta](#Cosa_resta_la_responsabilita_di_chi_racconta) *«Your Majesty, I regret to inform you that from my books it looks like you didn’t pay for the last 247 years.»* — Battuta ricorrente sui social italiani, riemersa prepotentemente la notte del 12 luglio 2021, dopo la vittoria dell’Italia agli Europei contro l’Inghilterra. Quella notte, mentre le piazze italiane esplodevano di gioia, su Facebook, Instagram e Twitter circolava con la velocità di un meme virale una storia dal sapore antico e irresistibile: la bandiera dell’Inghilterra — quella croce rossa su fondo bianco che i tifosi inglesi avevano sventolato per tutta la competizione — non sarebbe altro che il vessillo di Genova, concesso in uso alla corona britannica nel lontano 1190, in cambio di un tributo annuale che, a un certo punto, gli inglesi avrebbero smesso di pagare. Mancano all’appello, si diceva, circa 250 anni di canoni arretrati. La storia piace. Piace moltissimo. Ha tutto quello che una leggenda di successo deve avere: un’origine medievale, un sovrano famoso come Riccardo Cuor di Leone, un’intera nazione che deve qualcosa all’Italia, e il gusto sottile di un debito mai saldato. Ma è vera? La risposta, come quasi sempre accade quando una storia è troppo bella, è complicata. ## **Il soldato che non fu mai genovese** Per capire da dove viene la croce rossa su fondo bianco, bisogna risalire molto prima di Genova, molto prima dell’Inghilterra, molto prima perfino delle crociate. Bisogna tornare in Cappadocia, nell’attuale Turchia, attorno al 280 d.C., dove secondo la tradizione cristiana nacque Giorgio da una famiglia di fede cristiana. Giorgio si arruolò nell’esercito di Diocleziano e, secondo le agiografie, raggiunse un rango elevato nella guardia imperiale. Quando nel 303 d.C. Diocleziano emanò l’editto di persecuzione contro i cristiani, Giorgio si rifiutò di abiurare la fede. Fu arrestato, torturato e infine decapitato a Nicomedia il 23 aprile di quell’anno. Da quel giorno, la chiesa cristiana lo venerava come martire. Fin qui, nulla che abbia a che fare con croci rosse, bandiere bianche o repubbliche marinare. La figura di San Giorgio come guerriero che uccide il drago — l’immagine che tutti conosciamo — comparve molto più tardi: il racconto della vittoria sul drago emerge solo attorno al XII secolo e conobbe una popolarità straordinaria a partire dal XIII, grazie alla *Legenda Aurea* di Jacopo da Varagine e alla diffusione dell’iconografia cavalleresca crociata. Il santo cappadoce, martire ignoto nei secoli dell’antichità tardiva, si trasformò nel modello del cavaliere cristiano proprio nel momento in cui l’Europa aveva bisogno di eroi da esportare in Terra Santa. Il culto di San Giorgio si diffuse in tutto il Mediterraneo orientale già nel VI secolo, con centri devozionali a Lydda in Palestina, a Gerusalemme, a Costantinopoli. Non era un santo italiano, non era un santo inglese, non era un santo di nessuna nazione in particolare: era un martire universale della chiesa, venerato da cattolici, ortodossi, anglicani, e perfino da alcune correnti dell’Islam. ## **Genova e la prima crociata: la nascita di un simbolo** ![Cavaliere crociato genovese davanti alle mura di Gerusalemme con macchine d’assedio e bandiera di San Giorgio durante la Prima Crociata](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Genova-e-la-prima-crociata-la-nascita-di-un-simbolo-1024x576.png "Genova e la prima crociata la nascita di un simbolo - Scripta Manent Italia") È nel crogiolo delle crociate che la croce rossa su fondo bianco si lega per la prima volta all’identità genovese. Siamo nel luglio del 1099. Gerusalemme è sotto assedio cristiano da mesi, ma i crociati sono esausti, a corto di rifornimenti, senza macchine da guerra sufficienti ad abbattere le mura. È in questo momento che arriva un personaggio destinato a diventare leggendario: Guglielmo Embriaco, detto “Testa di Maglio”, nobile genovese, comandante di due galee — l’*Embriaga* e la *Grifona* — con circa duecento uomini tra marinai, soldati e i temutissimi balestrieri. Quando una flotta egiziana minaccia il porto di Giaffa, Embriaco prende una decisione tanto audace quanto geniale: fa smontare le proprie navi fino all’ossatura, carica il legname su carovane e percorre a piedi i sessanta chilometri che lo separano da Gerusalemme. Con quel legname costruisce torri d’assedio alte quaranta metri, le riveste di pece e pellame per renderle impermeabili al fuoco, le avvicina alle mura. Il 15 luglio 1099, i genovesi scalano per primi le mura della città santa. Sull’architrave del Santo Sepolcro, la tradizione vuole che fosse inciso a lettere d’oro: *Praepotens Genuensium Praesidium* — «Grazie allo strapotere dei genovesi». È in questo contesto che la croce di San Giorgio — la croce bianca cruxata di rosso — diventa il simbolo della Repubblica nascente. I marinai genovesi erano già venerati (e temuti) nel Mediterraneo. I loro balestrieri erano considerati i migliori al mondo. La bandiera con la croce rossa diventò il segno visibile di quella forza: un lasciapassare, una garanzia di sicurezza su tutti i mari. Bastava intravedere al largo quel vessillo perché pirati, saraceni e avversari di ogni provenienza preferissero cambiare rotta. ## **Riccardo e il Doge: la storia che tutti vogliono credere** ![Riccardo Cuor di Leone e un doge genovese su una nave crociata con bandiera di San Giorgio durante una spedizione medievale](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Riccardo-e-il-Doge-la-storia-che-tutti-vogliono-credere-1024x576.png "Riccardo e il Doge la storia che tutti vogliono credere - Scripta Manent Italia") Eccoci al cuore della leggenda. È il 1190. Riccardo I d’Inghilterra — Cuor di Leone, il re guerriero per antonomasia — si appresta a partire per la Terza Crociata. Ha bisogno di navi, di uomini e di un modo per attraversare il Mediterraneo senza diventare bersaglio di ogni corsaro e sultano che incontri lungo la rotta. La tradizione genovese vuole che, durante la traversata, Riccardo si accorgesse di un fenomeno curioso: le galee che battevano la bandiera con la croce rossa venivano sistematicamente ignorate dai musulmani e dai pirati. Incuriosito, avrebbe chiesto spiegazioni all’ammiraglio genovese Lercari, il quale avrebbe risposto indicando il vessillo: «Chi osa attaccare un legno difeso da questa insegna incorre in morte certa». Il corpo dei balestrieri genovesi incuteva rispetto e terrore in tutti i mari. Riccardo avrebbe allora chiesto e ottenuto il diritto di usare la bandiera genovese per le proprie navi nel Mediterraneo e nel Mar Nero, in cambio di un tributo annuale al Doge. Dopo secoli di fedele pagamento, a un certo punto — intorno al 1771, secondo la versione più diffusa — la Corona britannica avrebbe semplicemente smesso di versare il canone. Questa storia, nella sua versione essenziale, è quella che ancora oggi circola sui social, nei dépliant turistici, negli articoli di giornale scritti in fretta prima delle partite di calcio. Ha il ritmo di un racconto medievale, la precisione apparente di un atto notarile, e il finale amaro di un credito mai riscosso. È perfetta. È anche, nel senso tecnico del termine, una bufala. ## **L’anatomia di un mito: da Agostino Giustiniani all’Expo 1992** Lo storico dell’arte e divulgatore genovese Giacomo Montanari, interpellato dal quotidiano *La Stampa* all’indomani della finale di Euro 2020, è stato lapidario: «È una bufala storica creata ad arte nel XVI secolo. Punto». La genesi intellettuale della leggenda risale agli *Annali* di Agostino Giustiniani, erudito genovese del Cinquecento impegnato nella costruzione sistematica di un pantheon di glorie patrie. Giustiniani stava ricostruendo — non senza «moltissime forzature e arbitrarie “verità”» — la grandezza di Genova per un pubblico coevo, con l’obiettivo dichiaratamente politico di celebrare la Repubblica. I suoi scritti non sono atti d’archivio: sono propaganda culturale di altissima qualità, destinata a sopravvivere nei secoli e a essere scambiata, da lettori meno accorti, per cronaca neutrale. Per secoli la storia rimase confinata negli scaffali degli eruditi. Poi accadde qualcosa di straordinario: l’Expo di Genova del 1992, organizzato per celebrare i cinquecento anni dal viaggio di Cristoforo Colombo, divenne il trampolino di lancio involontario di questa leggenda verso il grande pubblico. Nel padiglione britannico — firmato nientemeno che da Sua Altezza Reale il Duca di Kent — comparve un testo, riportato in un libretto illustrativo realizzato dal Comune di Genova, che recitava: *«La bandiera di San Giorgio, una croce rossa su fondo bianco, fu adottata dall’Inghilterra e dalla Città di Londra nel 1190 per le navi inglesi dirette verso il Mediterraneo affinché potessero essere protette dalla flotta genovese. Per questo privilegio, il Monarca inglese corrispondeva al Doge di Genova un tributo annuale»*. Il testo era probabilmente tratto dallo storico contemporaneo di lingua inglese Jonathan Good, autore di *The Cult of St. George in Medieval England*, che a sua volta citava la tradizione della “creazione genovese” del simbolo senza disporre di documenti primari a supporto. Una catena citazionale fragile, costruita su fonti di seconda mano risalenti alla propaganda cinquecentesca del Giustiniani, ma confezionata con l’autorevolezza di un’esposizione internazionale e il sigillo reale britannico.Gli anni Duemila e i social network hanno fatto il resto. La storia, già dotata di una patina di ufficialità, è diventata uno dei contenuti virali più condivisi nella storia del web italiano, rilanciata da testate giornalistiche, pagine di curiosità storica, account Instagram e profili Facebook dedicati all'”orgoglio italiano”. ## **La croce che non appartiene a nessuno** Ma c’è un altro problema con la leggenda, ancora più fondamentale della mancanza di documenti: la premessa stessa è storicamente contestabile. La croce rossa su fondo bianco non fu “inventata” da Genova. Era un simbolo cristiano condiviso, diffuso in tutto il mondo crociato, adottato da comunità diverse in contesti diversi e per ragioni diverse. Le radici iconografiche affondano nella tradizione costantiniana — il *«in hoc signo vinces»* con cui l’imperatore Costantino aveva trasformato la croce in simbolo militare — e nella devozione a San Giorgio diffusa fin dal VI secolo in tutto il Mediterraneo orientale. La prova più eloquente? La croce di San Giorgio compare nell’arazzo di Bayeux come vessillo della nave ammiraglia di Guglielmo il Conquistatore — siamo nel 1066, più di trent’anni prima della prima crociata, e dunque in un’epoca in cui il presunto primato genovese del simbolo non aveva ancora senso. L’arazzo fu realizzato tra il 1070 e il 1077, ed è uno dei documenti storici più attendibili dell’XI secolo. L’associazione esplicita e istituzionale tra l’Inghilterra e San Giorgio si consolida nel XIV secolo: nel 1348, Edoardo III fondò l’Ordine della Giarrettiera — il più antico e prestigioso ordine cavalleresco britannico — proprio in onore di San Giorgio, nominandolo patrono d’Inghilterra. La sede dell’Ordine è ancora oggi la Cappella di San Giorgio nel Castello di Windsor, e ogni anno il 23 aprile, festa del santo, i cavalieri si riuniscono in capitolo. Questo percorso di appropriazione simbolica è parallelo a quello genovese, non derivato da esso. Tanto Genova quanto l’Inghilterra attinsero allo stesso serbatoio di iconografia cristiano-crociata. Non c’era un proprietario. C’era un simbolo comune, usato da tutti, che due diverse comunità hanno trasformato nel proprio segno identitario. Allora perché continuiamo a raccontarla? La risposta non è nella storia medievale, ma nella psicologia contemporanea. La leggenda della bandiera “affittata” offre qualcosa di raro e prezioso nel catalogo delle narrazioni identitarie: la sensazione che una grande potenza — l’Inghilterra, simbolo per molti italiani di arroganza imperiale e distacco europeo — debba qualcosa a un’Italia minore, periferica, dimenticata. Non una conquista militare, non una scoperta scientifica, ma una dipendenza simbolica: perfino la loro bandiera è nostra. È anche una storia perfettamente adattata al formato digitale. È breve, verificabile in apparenza, rovescia un rapporto di forza e contiene una cifra precisa (il tributo non pagato dal 1771) che le conferisce l’aria di un dato storico accertato. Ogni qualvolta l’Italia affronta l’Inghilterra in una competizione sportiva, i social la riesumano con tempismo impeccabile. Il fatto che nessuno si chieda mai dove si trovino i documenti originali testimonia quanto, di fronte a una storia abbastanza seducente, la verifica passi istintivamente in secondo piano. C’è poi una dimensione più sottile, quella che potremmo chiamare il *marketing del patrimonio*. Genova, come molte città italiane ricche di storia ma relegate ai margini del racconto nazionale, ha tutto l’interesse a costruire narrazioni che la ricolleghino al centro dell’Europa e del mondo. La storia della bandiera ha funzionato egregiamente come strumento di promozione turistica e di orgoglio civico, già nell’Expo del 1992 e ancora di più nell’era dei social. Che sia documentata o meno diventa quasi irrilevante, quando il beneficio identitario è così tangibile. ## **Cosa resta: la responsabilità di chi racconta** «Attualmente non esistono documenti che riconducano l’origine della bandiera inglese a una concessione di Genova, men che meno al pagamento di un tributo annuale». La frase, arida nella sua essenzialità, è la sintesi di ogni fact-checking serio prodotto su questo tema negli ultimi anni, da Facta a Genova24, dagli studiosi dell’Archivio di Stato di Genova alle ricerche accademiche anglosassoni. Non significa che Genova non avesse una grande tradizione marinaresca, o che i balestrieri genovesi non incutessero rispetto nel Mediterraneo medievale: quelle sono realtà storiche documentate e straordinarie, che non hanno bisogno di essere abbellite con leggende senza prove. Il problema non è la leggenda in sé — le leggende sono parte integrante della memoria collettiva e meritano di essere raccontate come tali. Il problema è quando la leggenda viene presentata come fatto storico accertato, senza segnalare al lettore dove finiscano i documenti e inizi la narrazione. Giacomo Montanari, lo stesso storico che ha pubblicamente smontato la bufala, ha poi costruito per esperimento una versione ancora più suggestiva della leggenda, semplicemente per dimostrare quanto facilmente una storia plausibile possa diventare virale e trasformarsi in “verità” sulla rete. Il risultato fu che molti, leggendo la versione inventata da Montanari a scopo dimostrativo, la condivisero come autentica. La trappola funzionò. Nel castello di Windsor, ogni 23 aprile, i cavalieri dell’Ordine della Giarrettiera si raccolgono nella cappella di San Giorgio per celebrare il loro patrono. A Genova, la stessa data è la festa del patrono della città, e la croce rossa su fondo bianco sventola dai palazzi del centro storico. In migliaia di chiese dell’Armenia, della Palestina, della Georgia e della Cappadocia, il nome di Giorgio — il soldato cappadoce giustiziato a Nicomedia nel 303 — risuona ancora come quello di un martire universale. La vera storia non parla di affitti e canoni. Parla di un simbolo che attraversa quindici secoli, migliaia di chilometri e decine di culture, trasformandosi ogni volta in qualcosa di diverso: il segno della croce, l’emblema del guerriero, il gonfalone della repubblica, la bandiera della nazione, il meme della rivincita calcistica. Ogni comunità ci ha proiettato sopra i propri miti, le proprie ambizioni, i propri nemici. In fondo, è proprio quello che fanno le bandiere. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Gli imperatori romani che furono anche faraoni](https://scriptamanentitalia.it/gli-imperatori-romani-che-furono-anche-faraoni/) **Published:** Giugno 10, 2026 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il luogo comune da smontare](#Il_luogo_comune_da_smontare) - [La conquista del 30 a.C. e la nascita della “provincia personale”](#La_conquista_del_30_aC_e_la_nascita_della_%E2%80%9Cprovincia_personale%E2%80%9D) - [L’odio romano per i re, e la necessità di un faraone sul Nilo](#Lodio_romano_per_i_re_e_la_necessita_di_un_faraone_sul_Nilo) - [Dal cartiglio ai templi: come si costruisce un faraone romano](#Dal_cartiglio_ai_templi_come_si_costruisce_un_faraone_romano) - [Caso di studio: Claudio, il faraone che non vide mai il Nilo](#Caso_di_studio_Claudio_il_faraone_che_non_vide_mai_il_Nilo) - [La “34ª Dinastia”: l’elenco dei faraoni romani](#La_%E2%80%9C34a_Dinastia%E2%80%9D_lelenco_dei_faraoni_romani) - [Gli obelischi: l’altra faccia del doppio gioco](#Gli_obelischi_laltra_faccia_del_doppio_gioco) - [Chi fu davvero l’ultimo faraone?](#Chi_fu_davvero_lultimo_faraone) - [Box: Timeline rapida](#Box_Timeline_rapida) Era estate — i sacerdoti del Tempio di Iside a Shanhur, in Alto Egitto, stavano ultimando i rilievi sul muro esterno occidentale. L’uomo che incidevano nella pietra indossava una corona elaborata: tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con tre falconi in cima e tre dischi solari che rappresentavano il Sole. Stava erigendo un palo con una mezzaluna in cima, rito sacro in onore di Min, dio della fertilità. Alle sue spalle, otto officianti in doppia piuma si arrampicavano sui pali di supporto. Era l’imperatore Claudio — a Roma goffo, spesso deriso dalla corte, mai venerato come un re. Ma lì, nei geroglifici di Shanhur, i sacerdoti lo chiamavano senza esitazione «figlio di Ra, Signore delle Corone», «Re dell’Alto e del Basso Egitto, Signore delle Due Terre». Claudio non aveva mai messo piede in Egitto. Non lo avrebbe mai fatto. Eppure era faraone. Questa storia comincia con una domanda che sembra scontata e invece non lo è: **Cleopatra fu davvero l’ultimo faraone d’Egitto?** ## **Il luogo comune da smontare** La risposta automatica di chiunque abbia studiato storia è sì: Cleopatra VII Filopàtore, morta nel 30 a.C. dopo la battaglia di Azio, è considerata l’ultima sovrana della dinastia tolemaica e l’ultima dell’età ellenistica, la cui fine si fa coincidere proprio con la sua morte. Ma questa risposta, per quanto storicamente accurata dal punto di vista politico romano, è solo mezza storia. L’altra metà si trova incisa nei templi sul Nilo. I sacerdoti egizi continuarono a rappresentare gli imperatori romani con iconografia faraonica, nomi in cartigli regali e titolature divine per almeno tre secoli dopo Cleopatra. La regalità faraonica, pur avendo perso la propria identità istituzionale politica e giuridica, conservava ancora la sua qualità cultuale come elemento centrale della religione templare egizia, e manteneva il suo carattere storico — attraverso i nomi e gli attributi degli imperatori romani scritti in geroglifico all’interno dei cartigli regali — fino a Costantino. Rispondere alla domanda chi fu l’ultimo faraone, dunque, dipende dal criterio scelto: sovranità politica, oppure continuità cultuale e materiale. E scegliere il secondo criterio cambia tutto. ## **La conquista del 30 a.C. e la nascita della “provincia personale”** Dopo la vittoria di Azio nel 31 a.C. e la morte di Cleopatra e Marco Antonio nel 30 a.C., Ottaviano si trova ad Alessandria padrone dell’Egitto — ma in una posizione giuridica peculiare: tecnicamente non era ancora console, non aveva ancora il titolo di “Augusto” (conferito solo nel 27 a.C.) e formalmente si appoggiava ancora al quadro della Repubblica. Aveva conquistato l’Egitto non come generale dello Stato romano, ma come uomo privato con il suo esercito privato. Questa anomalia giuridica divenne la fondazione di uno statuto eccezionale. L’Egitto non divenne una provincia normale: era *proprietas personale* del princeps, gestita attraverso un prefetto di rango equestre anziché senatoriale. Augusto vietò per legge a qualsiasi senatore di mettere piede in Egitto senza esplicita autorizzazione imperiale, per impedire che chiunque con sufficiente base di potere potesse contestare il controllo imperiale sulla provincia. Il motivo era chiaro: l’Egitto riforniva di grano l’intero Mediterraneo, controllarne le entrate significava controllare Roma. Ma insieme alla provincia il nuovo padrone ereditava qualcosa di più sottile e difficile da maneggiare: tremila anni di sacralità faraonica. ## **L’odio romano per i re, e la necessità di un faraone sul Nilo** Roma aveva cacciato i Tarquini nel 509 a.C. e fondato la Repubblica su un principio fondamentale: nessun singolo uomo poteva essere *rex*. La parola “re” era diventata tabù politico; quando Giulio Cesare sembrava aspirarvi, ne pagò le conseguenze con la vita. Augusto costruì con cura il proprio potere attorno a titoli repubblicani — *princeps*, *imperator* nel senso militare originario, *tribunicia potestas* — evitando accuratamente qualunque termine che evocasse monarchia. La parola *rex* non compare mai nella titolatura ufficiale di nessun imperatore romano. In Egitto, però, esisteva un problema di segno esattamente opposto. La teologia templare egizia richiedeva l’esistenza di un faraone: un intermediario tra l’umanità e gli dèi, garante dell’ordine cosmico (*Maat*), officiante dei riti stagionali senza i quali il Nilo non sarebbe esondato, i raccolti non sarebbero cresciuti, il mondo non avrebbe funzionato. Dopo tremila anni di storia era semplicemente impensabile un Egitto senza faraone. I sacerdoti, depositari di questa tradizione millenaria, trovarono la soluzione pragmatica: qualunque fosse il nome del nuovo padrone del Nilo, andava inserito nei cartigli e rivestito degli attributi faraonici. Non lo fecero necessariamente per obbedire a Roma — lo fecero perché il loro sistema teologico non contemplava un’alternativa. «Dovevano avere un faraone», ha scritto la prof.ssa Martina Minas-Nerpel dell’Università di Swansea, «e l’unico faraone possibile sotto Ottaviano era Ottaviano». Si trattava, in sintesi, di un compromesso tacito: Roma garantisce ordine e non interferisce nei culti tradizionali; i sacerdoti egizi vestono il nuovo sovrano con i simboli faraonici, garantendo continuità religiosa e legittimazione locale del dominio romano. ## **Dal cartiglio ai templi: come si costruisce un faraone romano** ![Cerimonia tra Roma ed Egitto con generale romano incoronato e rilievo di faraone e dio Ra con cartiglio regale e processione di dignitari](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Dal-cartiglio-ai-templi-come-si-costruisce-un-faraone-romano-1024x576.png "Dal cartiglio ai templi come si costruisce un faraone romano - Scripta Manent Italia") Il meccanismo è documentato con straordinaria precisione grazie alla **Stele di Philae**, eretta nell’aprile del 29 a.C. presso il Tempio di Iside a Philae, vicino alla prima cateratta del Nilo. La stele fu commissionata da Gaio Cornelio Gallo, il primo prefetto romano d’Egitto scelto da Ottaviano. Il testo è trilingue — geroglifici egiziani, latino e greco — e celebra la fine dei re tolemaici e la vittoria sui “re degli etiopi”. Per decenni si era creduto che il cartiglio inciso nella pietra contenesse il nome di Gallo stesso. Una nuova ricerca guidata dalla prof.ssa Minas-Nerpel ha invece confermato che il nome all’interno del cartiglio è quello di Ottaviano Augusto. Un’ulteriore conferma viene dall’isola di Kalabsha, in Alto Egitto, dove un secondo cartiglio con il nome di Ottaviano risale al 30 a.C., anno stesso della conquista. Il meccanismo, dunque, era attivissimo già dall’inizio: il nome dell’imperatore viene scritto con i geroglifici nel formato riservato ai faraoni — un’ellisse allungata con una barra trasversale alla base, chiamata *shenou* in egiziano antico, destinata a contenere esclusivamente il nome del re e a proteggerlo con il suo potere. I sacerdoti traducevano il nome latino in una trascrizione geroglifica, gli attribuivano epiteti divini — “figlio di Ra”, “Signore delle Due Terre”, “colui che vive per sempre come Ra” — e lo inserivano nelle scene di offerta, nei rituali stagionali, nelle fondazioni di templi. Nel tempio al dio Mandulis a Kalabsha (*Talmis*), Augusto è raffigurato nella stessa posa che poteva essere di un Thutmosi o di un Ramesse. Tiberio, erede di Augusto (14–37 d.C.), appare sulle pareti del tempio di Kom Ombo con la stessa iconografia faraonica. La pratica, documentata da Augusto fino a Costantino, attraversa tutte le grandi dinastie imperiali romane. ## **Caso di studio: Claudio, il faraone che non vide mai il Nilo** Il caso più paradossale e meglio documentato è quello di **Claudio** (41–54 d.C.). La scena di Shanhur — scoperta durante scavi nel 2000 e registrata completamente nel 2010 — è stata pubblicata sulla rivista accademica *Zeitschrift für ägyptische Sprache und Altertumskunde* dalle ricercatrici Martina Minas-Nerpel (Università di Swansea) e Marleen De Meyer (KU Leuven). Il rilievo mostra Claudio nell’atto di erigere il palo di Min, il rituale che inaugura la stagione dei raccolti. È una scena di fondazione: il sovrano legittimo compie il gesto che garantisce la fertilità della terra. La corona che porta — tre piante di giunco sulle corna di un ariete, con falconi e dischi solari — è tipica della tarda tradizione faraonica, comune dopo il 332 a.C., mai indossata al di fuori dell’Egitto. I geroglifici descrivono il dio Min come «colui che addestra i cavalli da battaglia, la paura di lui è nelle Due Terre», e Min dice a Claudio: «Ti offro le terre straniere meridionali» — probabilmente i deserti ricchi di minerali. Un’altra scena nello stesso tempio ritrae Claudio mentre offre lattuga a Min — simbolo della fertilità del dio — con Horo bambino al centro: «Prendi la lattuga per unirla al tuo corpo», dicono i geroglifici nella voce di Claudio. Come Minas-Nerpel e De Meyer sottolineano: «Anche se sappiamo che Claudio, come la maggior parte degli imperatori romani, non visitò mai l’Egitto, il suo comando sul Nilo e sulle regioni desertiche era legittimato attraverso il culto. Decorando l’esterno del tempio con questo rituale, Claudio in teoria aveva ricevuto le caratteristiche di Min e quindi la sua abilità a governare l’Egitto». Il paradosso è perfetto: a Roma, Claudio è l’imperatore che Caligola teneva nascosto dietro le tende per farne il bersaglio degli scherzi di corte. Sul Nilo è figlio di Ra, Signore delle Corone. ## **La “34ª Dinastia”: l’elenco dei faraoni romani** Nelle classificazioni storiografiche di settore, gli imperatori romani sono talvolta raccolti sotto la dicitura **“faraoni romani”** o, più raramente, **“34ª Dinastia d’Egitto”**. Non tutti gli imperatori sono attestati con la stessa intensità nelle iscrizioni templari — la documentazione dipende da quale tempio fu completato o decorato durante il loro regno. L’elenco seguente riassume le principali evidenze per dinastia. **Imperatore****Periodo****Evidenze faraoniche principali****Visita in Egitto******Augusto****30 a.C. – 14 d.C.Stele di Philae (29 a.C.); cartiglio a Kalabsha (30 a.C.); tempio di Kalabsha; iconografia faraonica in vari templiNo****Tiberio****14 – 37 d.C.Pareti del Tempio di Kom OmboNo**Caligola**37 – 41 d.C.Trasportò l’obelisco vaticano da Eliopoli a Roma; attestazioni templariNo**Claudio**41 – 54 d.C.Tempio di Iside a Shanhur (scena di Min; scena della lattuga); Tempio di Iside a PhilaeNo**Nerone**54 – 68 d.C.Iscrizioni templari; attestazioni geroglifiche con cartigliNo**Vespasiano**69 – 79 d.C.Visitò Alessandria prima di salire al trono; attestazioni templariSì**Tito**79 – 81 d.C.Attestazioni nei templi egizianiSì (come generale)**Domiziano**81 – 96 d.C.Obelischi romani con geroglifici composti appositamente (Benevento, Pincio); scene templariNo**Traiano**98 – 117 d.C.Decorazioni nel Tempio di Iside a Shanhur; attività costruttiva in EgittoNo**Adriano**117 – 138 d.C.Visitò l’Egitto nel 130 d.C.; fece costruire obelisco per Antinoo; iscrizioni geroglifiche con elogi imperialiSì**Caracalla**198 – 217 d.C.Attestazioni nei templi dell’Alto EgittoSì**…**fino al IV sec.La titolatura faraonica in geroglifico è attestata fino a Costantino\[—## **Gli obelischi: l’altra faccia del doppio gioco** ![Illustrazione dell'antica Roma con obelischi egizi, templi monumentali, arco trionfale e folla in una piazza imperiale](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Gli-obelischi-laltra-faccia-del-doppio-gioco-1024x576.png "Gli obelischi laltra faccia del doppio gioco - Scripta Manent Italia") Accanto alle rappresentazioni templari in Egitto, esiste un versante romano della stessa propaganda: gli **obelischi**. Roma è oggi la città con il maggior numero di obelischi al mondo — 13 in totale, di cui 8 di origine egizia autentica e 5 di fattura romana ma a imitazione egiziana. Portare gli obelischi a Roma significava **appropriarsi del prestigio dei faraoni** e dimostrare che l’Impero era il nuovo centro del mondo. Augusto fu il primo a farlo su larga scala: fece trasportare da Eliopoli due grandi obelischi, uno per la spina del Circo Massimo e uno come gnomone del suo *Solarium Augusti* in Campo Marzio. Caligola spostò quello vaticano da Alessandria al suo circo privato. Il caso di **Domiziano** è particolarmente rilevante: l’imperatore commissionò obelischi *nuovi* a imitazione di quelli egizi, facendoli ricoprire con iscrizioni geroglifiche composte appositamente per celebrare il mondo dell’Impero romano attraverso il filtro della cultura egizia. I suoi obelischi di Benevento — dedicati a Iside — non sono bottini di guerra ma atti consapevoli di appropriazione culturale. Alcuni, come l’obelisco Sallustiano, riportano geroglifici copiati con errori e capovolgimenti da modelli faraonici: Roma vuole parlare quella lingua, ma non sempre la conosce abbastanza bene. Il quadro che emerge è quello di un doppio livello di propaganda speculare: in Egitto l’imperatore è raffigurato come faraone nei templi locali; a Roma porta gli obelischi dei faraoni per mostrare che è il loro erede. Come si spiega, sul piano strutturale, che un sistema di potere così romano e anti-monarchico abbia accettato per secoli questo travestimento faraonico? La risposta sta nella logica del **sistema templare egiziano**. I sacerdoti egizi erano l’unica casta in grado di leggere i geroglifici, ormai incomprensibili al resto della popolazione. Erano depositari di una cultura millenaria, garanti dei calendari agricoli e rituali, intermediari tra il popolo e gli dèi del Nilo. Non avevano interesse a sfidare il dominio romano — volevano continuare a officiare i culti, mantenere il controllo dei templi e dei loro patrimoni, garantire la fertilità della terra. Per farlo, avevano bisogno di un faraone. Roma, dal canto suo, aveva tutto l’interesse a non interferire con questa macchina di legittimazione locale. Un Egitto i cui sacerdoti riconoscevano l’imperatore come faraone era un Egitto stabile, cooperativo, fiscalmente produttivo. Il prefetto imperiale governava in latino; i sacerdoti governavano in geroglifico; entrambi ci guadagnavano. Il risultato fu una delle forme più sofisticate di adattamento culturale dell’antichità: un imperatore che a Roma era per statuto il primo tra i cittadini, in Egitto era il figlio di Ra che regge le Due Terre. Due identità, due linguaggi di potere, un solo uomo. ## **Chi fu davvero l’ultimo faraone?** La domanda ha due risposte legittime, a seconda dell’ottica. **Ottica politica:** Cleopatra VII è l’ultima sovrana indipendente dell’Egitto, l’ultima che governò come faraone nel senso pieno — regnando in proprio, parlando egiziano (fu la prima della sua dinastia a impararlo), officiando i riti in persona. Con lei finisce la monarchia egizia come istituzione autonoma. **Ottica templare e cultuale:** l’istituzione faraonica non si interrompe con Cleopatra. Continua nei templi, nelle iscrizioni, nei rilievi, nei cartigli. Gli imperatori romani sono faraoni per i sacerdoti del Nilo, faraoni nella teologia, faraoni nell’iconografia. Le ultime attestazioni certe di nomi imperiali in cartigli geroglifici con piena titolatura faraonica risalgono all’epoca di Costantino, nel IV secolo d.C. — tre secoli dopo Cleopatra. La chiusura dei templi pagani ordinata da Teodosio nel 391 d.C. mise fine alla tradizione: non perché qualcuno decretasse la scomparsa del faraone, ma perché i sacerdoti che sapevano comporre le iscrizioni geroglifiche e officiare i riti scomparvero insieme ai templi. Cleopatra è l’ultimo faraone che parlava egiziano. I suoi successori parlavano latino — ma per gli dèi del Nilo, fino alla fine, erano ancora faraoni. ## **Box: Timeline rapida** **Anno****Evento****31 a.C.**Battaglia di Azio: Ottaviano sconfigge Marco Antonio e Cleopatra**30 a.C.**Morte di Cleopatra VII; Ottaviano annette l’Egitto come dominio personale; cartiglio di Kalabsha**29 a.C.**Stele di Philae con il nome di Ottaviano in un cartiglio**27 a.C.**Ottaviano riceve il titolo di “Augusto” dal Senato**10 a.C.**Augusto trasporta l’Obelisco Flaminio da Eliopoli al Circo Massimo**14 d.C.**Tiberio: primo erede al “trono faraonico” romano; attestazioni a Kom Ombo**41–54 d.C.**Claudio: scene faraoniche a Shanhur (Min, offerta di lattuga)**81–96 d.C.**Domiziano commette nuovi obelischi con geroglifici a Benevento**130 d.C.**Adriano visita l’Egitto; morte di Antinoo; costruzione di obelisco commemorativo**IV sec. d.C.**Ultime attestazioni di cartigli imperiali romani in geroglifico fino a Costantino**391 d.C.**Editto di Teodosio: chiusura dei templi pagani; fine della tradizione templare egizia ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Egitto. Scoperta necropoli del dio Seth e dei cinghiali sacri](https://scriptamanentitalia.it/egitto-scoperta-necropoli-dio-seth-cinghiali-sacri/) **Published:** Giugno 9, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Tell Kom Aziza**, nel governatorato di **Beheira**, in **Egitto**, le recenti e meticolose indagini archeologiche hanno portato alla luce un vasto complesso funerario risalente storicamente ai periodi greco e romano. La campagna di scavi, tempestivamente portata all'attenzione della comunità scientifica internazionale dalle pagine della testata *Ahram Online* e confermata in veste ufficiale dal **Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziano** in data **8 Giugno 2026**, si inserisce in un tessuto stratigrafico di inestimabile valore accademico. Le antiche sepolture poggiano infatti in modo diretto sulle fondamenta di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Roma. Una villa imperiale sotto il Liceo Cavour a Roma](https://scriptamanentitalia.it/roma-villa-imperiale-liceo-cavour/) **Published:** Giugno 9, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Roma**, il tessuto urbano continua a restituire testimonianze inestimabili del proprio passato imperiale, confermando come la stratificazione storica della capitale celi ancora innumerevoli segreti sotto le fondamenta degli edifici moderni. L'ultima eccezionale scoperta ha avuto luogo negli ambienti sotterranei del **Liceo Scientifico Cavour**, un prestigioso istituto scolastico situato a breve distanza dal **Colosseo**. Come riportato dalla rivista scientifica statunitense *Live Science*, il ritrovamento non è stato frutto di una campagna di scavo programmata, bensì della curiosità e dell'iniziativa di un gruppo di giovani studenti. Impegnati nell'esplorazione dei tunnel. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Dal faraone Senwosret III a un tempio dorico: l’Egitto nascosto di Eracleopoli viene alla luce](https://scriptamanentitalia.it/faraone-senwosret-iii-tempio-dorico-egitto-nascosto-eracleopoli/) **Published:** Giugno 9, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** «A BENI SUEF, in **Egitto**, un eccezionale recupero archeologico sta ridefinendo in maniera radicale la nostra comprensione delle dinamiche insediative, dei processi di riappropriazione architettonica e della stratificazione monumentale delle antiche metropoli nilotiche. Il **Ministero del Turismo e delle Antichità** ha recentemente annunciato alla comunità scientifica internazionale una serie di scoperte di inestimabile valore storico, avvenute presso il sito centrale di **Ihnasiya al-Madina**. Questo insediamento nevralgico, che assunse l'alto ruolo di capitale durante il turbolento periodo della **IX dinastia** e della **X dinastia**, è universalmente noto nella storiografia. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [43 elmi “sbagliati” cambiano la storia militare del Mediterraneo](https://scriptamanentitalia.it/43-elmi-sbagliati-cambiano-storia-militare-mediterraneo/) **Published:** Giugno 9, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A BENICARLÓ, nelle placide eppure insidiose acque che bagnano il sito archeologico sommerso di **Piedras de la Barbada**, ha a lungo riposato un enigma storiografico capace di fuorviare la comunità accademica per oltre un trentennio. Recuperato in maniera del tutto fortuita nell'anno **1990**, quando alcuni pescatori locali impigliarono inavvertitamente le proprie reti in pesanti blocchi metallici tenacemente compattati dalla corrosione marina, uno straordinario arsenale composto da quarantatré elmi in ferro venne frettolosamente ed erroneamente ascritto all'orizzonte cronologico dell'epoca romana. Oggi, un meticoloso lavoro di revisione filologica e scientifica, orchestrato dai ricercatori dell'### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Piatti di porcellana cinese impilati con ordine geometrico, lampadari di cristallo, vasellame in vetro soffiato e casse sigillate: un inventario che restituisce con vivida immediatezza l'immagine di una nave mercantile colta di sorpresa dal destino nel pieno. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Oggi, grazie a uno studio pubblicato sul *Journal of Quaternary Science* e condotto da un'équipe internazionale guidata dalla **Curtin University** di **Perth**, in **Australia**, si delinea per la prima volta un quadro. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Alla morte del sovrano. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La scoperta, resa nota nei primi giorni del **giugno 2026**, si inserisce in un percorso di ricerca che ha radici profonde: le indagini archeologiche sistematiche a **Side** presero avvio. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Mussolini voleva la guerra? Analisi di un azzardo sbagliato](https://scriptamanentitalia.it/mussolini-voleva-guerra/) **Published:** Giugno 3, 2026 **Author:** Stefania Maurilio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il regime che amava la guerra](#Il_regime_che_amava_la_guerra) - [Il tradimento del Patto d’Acciaio](#Il_tradimento_del_Patto_dAcciaio) - [La macchina bellica che non c’era](#La_macchina_bellica_che_non_cera) - [Non con la Germania, non per la Germania](#Non_con_la_Germania_non_per_la_Germania) - [La storiografia di fronte al dilemma](#La_storiografia_di_fronte_al_dilemma) - [Il calcolo che si ruppe](#Il_calcolo_che_si_ruppe) Roma, 26 agosto 1939. Mentre le divisioni corazzate tedesche si ammassano ai confini della Polonia, Benito Mussolini siede al tavolo dello studio di Palazzo Venezia e scrive una lettera ad Adolf Hitler. Non è una lettera trionfante, né l’ardente dichiarazione di solidarietà tra alleati che il Patto d’Acciaio, firmato tre mesi prima, avrebbe lasciato presagire. È una lista. Sei milioni di tonnellate di carbone, due milioni di acciaio, sette milioni di oli minerali, centocinquantamila tonnellate di rame, quantità precise di molibdeno, tungsteno, titanio, zirconio. Un inventario sterminato di ciò che le forze armate italiane non posseggono e senza cui, scrive il Duce con sincerità inusuale, «i sacrifici ai quali io chiamerei il popolo italiano potrebbero essere vani e compromettere con la mia anche la vostra causa». È la confessione, formulata in linguaggio burocratico, di un uomo che vuole la guerra e sa di non poterla fare. Quella lista — nota nella storiografia come «la lista del molibdeno» — è forse il documento più illuminante di tutto il rapporto tra Mussolini e il secondo conflitto mondiale. Più di qualunque discorso, più di qualunque decreto, essa rivela la natura profonda di un uomo che aveva costruito vent’anni di regime sull’esaltazione guerriera e si trovava, nel momento della prova, a fare i conti con una realtà radicalmente diversa dalla retorica. ## **Il regime che amava la guerra** Per capire il dilemma di Mussolini nel 1939 e nel 1940, bisogna risalire molto indietro. La guerra non era, per il fascismo italiano, un mezzo contingente della politica estera: era un valore in sé, un principio fondativo dell’ideologia. «La guerra sola porta al massimo tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla», aveva scritto Mussolini nel 1932 nella voce “Fascismo” dell’Enciclopedia Italiana. Non era retorica decorativa. Era un programma. Il progetto geopolitico fascista aveva una forma abbastanza precisa: trasformare il Mediterraneo in un «mare nostrum», espandere l’influenza italiana nei Balcani e in Africa settentrionale, fare dell’Italia una potenza imperiale capace di dettare la propria voce nell’ordine europeo. La realizzazione di questo disegno passava inevitabilmente per la guerra. La conquista dell’Etiopia nel 1935-36, l’intervento in Spagna a fianco di Franco tra il 1936 e il 1939, l’occupazione dell’Albania nell’aprile del 1939 non erano episodi isolati: erano tappe di un piano che Mussolini coltivava con una certa coerenza sin dai primi anni del regime. Eppure quella stessa strategia di potenza conteneva già in sé le contraddizioni che avrebbero reso la partecipazione italiana al secondo conflitto mondiale così catastrofica. Le campagne africane e spagnole avevano logorato le riserve di materiale bellico senza rinnovarle. Il Regio Esercito era un’organizzazione profondamente squilibrata: 600 generali nel 1940, ma una massa di sottufficiali e soldati semplici con livelli di alfabetizzazione così bassi da rendere necessaria in molti casi la trasmissione verbale degli ordini, perché nessuno era in grado di leggere i manuali. Le fabbriche del Mezzogiorno, svuotate dalla deindustrializzazione post-unitaria, non potevano colmare le lacune; quelle del Nord non erano state riconvertite alla produzione bellica su larga scala. Il bilancio della difesa, pur pesando oltre il 34% della spesa pubblica annua, non bastava a colmare il ritardo strutturale. ## ****Il tradimento del Patto d’Acciaio**** Il 22 maggio 1939, a Berlino, Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop firmano il Patto d’Acciaio. L’accordo è vincolante al massimo grado: se una delle due potenze si trovasse in guerra, l’altra sarebbe obbligata a intervenire al suo fianco «con tutte le forze militari per terra, per mare e nell’aria», anche qualora la prima risultasse l’aggressore. È un impegno senza precedenti nella storia della diplomazia italiana, e Mussolini lo accetta con una leggerezza che molti, a partire dallo stesso Ciano, giudicano incomprensibile. La spiegazione è semplice: Hitler ha assicurato che non ci sarà guerra prima di tre o cinque anni. Mussolini firma sulla parola. Tre mesi dopo, il 1° settembre, le divisioni panzer attraversano il confine polacco. Hitler non ha informato Mussolini delle sue intenzioni, così come non lo aveva informato dell’accordo Molotov-Ribbentrop, firmato meno di due settimane prima in totale segreto. Il Duce apprende degli avvenimenti dai giornali, o quasi. La reazione è una miscela di indignazione e sollievo. Indignazione per essere stato trattato come un subalterno; sollievo perché quell’imbarazzante mancanza di preavviso gli offre una via d’uscita dall’obbligo alleato senza dover passare per il traditore. La mossa è sottile. Attraverso il ministro degli Esteri, Mussolini chiede e ottiene da Hitler stesso un «esonero diplomatico» dall’obbligo di entrare in guerra, motivato ufficialmente dall’impreparazione italiana. Contestualmente conia il termine «non belligeranza»: una formula da lui stesso inventata per distinguersi dalla vecchia neutralità, percepita come ingloriosa, mantenendo però formalmente il vincolo dell’Asse. Era, scrivono le cronache dell’epoca, un modo per fascistizzare la parola neutralità senza doverne condividere la sostanza. ## **La macchina bellica che non c’era** I nove mesi di non belligeranza, tra settembre 1939 e giugno 1940, non furono un periodo di costruzione strategica. Furono una successione di rapporti militari sempre più allarmanti, sistematicamente ignorati. Il generale Pietro Badoglio aveva già messo in chiaro la situazione nel febbraio del 1940 con parole di rara schiettezza: «tali dati confermano quanto vi è già noto, Duce, circa l’attuale assoluta insufficienza delle nostre scorte per una guerra contro le grandi potenze». A maggio, mentre Mussolini fissava la data dell’intervento, il generale Rodolfo Graziani, capo di stato maggiore dell’esercito, consegnava un promemoria sull’efficienza delle truppe che suonava come un atto d’accusa. Il sottosegretario alla Guerra Ubaldo Soddu quantificò la capacità operativa dell’esercito in «appena due mesi di ciclo operativo». Di fronte a questa cascata di avvertimenti, Mussolini pronunciò una frase che è rimasta nella storia come un campionario di autoinganni: «Le guerre non si fanno quando si è pronti: si fanno quando si debbono fare… La guerra a ottobre è finita». Era convinto che il crollo francese, rapidissimo e brutale, segnasse la fine del conflitto europeo. Credeva in una pace negoziata entro l’autunno del 1940, dalla quale l’Italia avrebbe potuto uscire con le proprie rivendicazioni territoriali soddisfatte al tavolo dei vincitori, senza aver impegnato pesantemente le proprie forze. ![Binari ferroviari verso un’aquila in ombra, strada di marmo spezzata, fascio littorio e targa Guerra parallela 1940-1941](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Non-con-la-Germania-non-per-la-Germania-1024x576.png "Non con la Germania non per la Germania - Scripta Manent Italia") Questo calcolo non era irrazionale in sé: nel giugno del 1940, molti osservatori europei condividevano la previsione di una resa britannica imminente. Era irrazionale nella misura in cui si fondava su una visione del conflitto ridotta a puro strumento politico, incapace di considerare le dinamiche di una guerra totale che rispetta poco i programmi prestabiliti. ## **Non con la Germania, non per la Germania** Il 10 giugno 1940, dal balcone di Piazza Venezia, Mussolini annuncia che l’ora delle decisioni irrevocabili è arrivata. La folla urla. I generali tacciono, o quasi. La dichiarazione di guerra alla Francia — già militarmente sconfitta dai tedeschi — viene bollata da Franklin Roosevelt come una «pugnalata alla schiena». L’offensiva italiana sulle Alpi occidentali si risolve in un fiasco: le truppe italiane non riescono a sfondare le posizioni francesi nel breve tempo prima dell’armistizio, nonostante la pressoché totale superiorità numerica. Ma la vera chiave interpretativa dell’intervento italiano non è quella di una subalternità cieca alla Germania nazista. Mussolini aveva elaborato, in parallelo, un disegno strategico autonomo che avrebbe voluto chiamare «guerra parallela»: non con la Germania, non per la Germania, ma per l’Italia a fianco della Germania. L’obiettivo dichiarato era la costruzione di una sfera d’influenza italiana nel Mediterraneo e nei Balcani, escludendo i tedeschi dall’area e ritagliandosi uno spazio imperiale che compensasse la dipendenza politica da Berlino. Il Mediterraneo come «mare nostrum», la Libia come testa di ponte verso l’Egitto, la Grecia come chiave balcanica. Questo progetto si rivelò una chimera quasi immediatamente. La guerra in Grecia, lanciata nell’ottobre del 1940 senza informare Hitler e in parte proprio per rivaleggiare con lui dopo che i tedeschi avevano occupato la Romania senza consultare Roma, si trasformò in una catastrofe. Le divisioni italiane, male equipaggiate e peggio comandate, furono ricacciate in Albania da un esercito greco che teoricamente non avrebbe dovuto resistere. Fu necessario l’intervento tedesco per salvare la situazione. La «guerra parallela» non durò nemmeno sei mesi. Da quel momento, l’Italia fu irreversibilmente un paese satellite, non un alleato alla pari. ## **La storiografia di fronte al dilemma** Capire il perché di quella decisione ha impegnato generazioni di storici. Il contributo più imponente è quello di Renzo De Felice, la cui monumentale biografia di Mussolini — otto volumi pubblicati tra il 1965 e il 1997 — rimane il punto di riferimento imprescindibile. De Felice restituisce un Mussolini molto più complesso del personaggio grottesco della vulgata antifascista: un politico che valutò con lucidità i rischi dell’intervento, che fu consapevole dell’impreparazione militare italiana, che cercò in ogni modo di guadagnare tempo, ma che infine cedette alla logica di un sistema politico costruito sull’equazione tra guerra e potenza, e alla seduzione di un momento che sembrava irripetibile. De Felice interpreta il giugno del 1940 come un «azzardo»: non un atto di coraggio, non uno slancio ideologico, ma un calcolo politico fondato su una valutazione sbagliata dell’evoluzione della guerra. Mussolini scommise su una fine rapida del conflitto e perse. Ciò che lo storico rifiuta è la lettura semplicistica di un dittatore guerrafondaio irrazionale: il Mussolini di De Felice è un uomo che vuole la guerra come strumento della politica, non come fine in sé, e che entra nel conflitto quando crede di poterne controllare i termini. Il tragico errore fu credere che qualcosa di così deflagrante potesse essere controllato. Questa lettura non ha convinto tutti. Gli storici di orientamento più critico — da Denis Mack Smith a Giorgio Candeloro — hanno sottolineato come la retorica bellicista del regime avesse creato le condizioni per cui qualunque scelta diversa dalla guerra sarebbe apparsa al Duce come un’umiliazione personale e politica insostenibile. La logica del fascismo, in altri termini, non lasciava vie d’uscita: un regime che aveva edificato il proprio consenso sulla promessa di grandezza imperiale non poteva stare a guardare mentre il mondo si ridisegnava senza di lui. ## **Il calcolo che si ruppe** La risposta alla domanda se Mussolini volesse la guerra è, in fondo, quella di un’ambivalenza strutturale. Sì, la voleva: la guerra era coerente con l’ideologia, con gli obiettivi geopolitici, con l’immagine che aveva costruito di sé e del regime. No, non la voleva: non quella guerra specifica, non in quelle condizioni di impreparazione conclamata, non da subordinato di Hitler, non senza la certezza di un conflitto breve e gestibile. Il problema fu che queste due verità non potevano coesistere a lungo, e quando il crollo della Francia sembrò rendere superflue le cautele, prevalse la prima. ![Veduta di Roma da una terrazza con microfono, clessidra spezzata sul parapetto, Piazza Venezia e cielo tempestoso sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Il-calcolo-che-si-ruppe-1024x576.png "Il calcolo che si ruppe - Scripta Manent Italia") Ciò che Mussolini non calcolò — o calcolò male — fu che la guerra, una volta dichiarata, non ammette mediazioni. Il balcone di Piazza Venezia fu il momento in cui la retorica e la realtà si scontrarono, e la realtà vinse. In meno di tre anni, l’Africa settentrionale sarebbe caduta, l’esercito italiano sarebbe stato distrutto in Russia, gli Alleati sarebbero sbarcati in Sicilia. Il 25 luglio del 1943, il Gran Consiglio del Fascismo avrebbe votato la destituzione del Duce che aveva portato l’Italia «a questo punto» — come disse Dino Grandi nel suo discorso quella notte. L’«ora delle decisioni irrevocabili» si era rivelata, appunto, irrevocabile. Ma non nel senso che Mussolini aveva inteso dal balcone, tra gli applausi della folla che non sapeva che stava applaudendo la propria rovina. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/unione-europea-150x150-1.jpg) Stefania Maurilio Scrittrice di contenuti storici e divulgativi, esplora il passato attraverso articoli che combinano precisione, sintesi e passione narrativa. Si concentra soprattutto su storia romana, Medioevo e grandi snodi politici, religiosi e militari. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/stefania/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/stefania/) **Categorie:** Storia Contemporanea --- ### [Il Risorgimento nel Sud Italia. Il prezzo dell'unità](https://scriptamanentitalia.it/risorgimento-sud-italia/) **Published:** Giugno 3, 2026 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Un regno che non era vuoto](#Un_regno_che_non_era_vuoto) - [Il fisco come arma](#Il_fisco_come_arma) - [Il brigantaggio come linguaggio della disperazione](#Il_brigantaggio_come_linguaggio_della_disperazione) - [L’esodo come risposta collettiva](#Lesodo_come_risposta_collettiva) - [L’analisi di Gramsci e il blocco del potere](#Lanalisi_di_Gramsci_e_il_blocco_del_potere) Napoli, settembre 1860. Garibaldi entra in città tra ali di folla esultante, e per un momento sembra che il mondo stia per cambiare. I contadini delle campagne calabresi, i braccianti della Basilicata, i pescatori della costa siciliana attendono qualcosa di concreto: la fine del latifondo, la redistribuzione della terra, un fisco meno rapace. Le promesse sono state molte. Le realizzazioni, come si scoprirà presto, saranno poche. Quella che la storiografia celebra come la grande epopea nazionale porta con sé, per il Mezzogiorno d’Italia, una storia più complicata e assai meno eroica — una storia di speranze deluse, di costi economici enormi, di una frattura che non si è mai davvero rimarginata. ## **Un regno che non era vuoto** Per capire cosa cambiò con l’unificazione, bisogna anzitutto liberarsi di un cliché duro a morire: l’idea che il Sud fosse, prima del 1861, una distesa di miseria agricola senza storia industriale degna di nota. Non era così. Nel 1840, re Ferdinando II di Borbone fondò il Reale Opificio di Pietrarsa, sul litorale tra Napoli e Portici. Era la più grande fabbrica metalmeccanica d’Italia, con oltre 1.200 addetti, specializzata nella produzione e manutenzione di locomotive a vapore. Dietro Pietrarsa c’era l’Ansaldo di Genova, che all’epoca occupava appena 400 operai. In Calabria, le acciaierie di Mongiana impiegavano 2.500 persone con altiforni, forni Wilkinson e raffinerie per ghisa e ferro. Napoli ospitava il cantiere navale più grande d’Italia, a Castellammare di Stabia, con 1.800 operai. Le officine della seta di Catanzaro, le cartiere di Isola del Liri, le manifatture del cotone abruzzese e le concerie campane componevano un tessuto produttivo che, per la penisola, era tutt’altro che marginale. Alla vigilia dell’unità, il 36,7% della popolazione delle Due Sicilie era occupata in attività artigianali o manifatturiere, percentuali in linea con gli altri stati italiani preunitari. Lo zolfo siciliano era una materia strategica per l’industria europea; il porto di Napoli smistava merci verso l’Inghilterra, la Francia e le Americhe. Tutto questo non scomparve per magia il giorno in cui Garibaldi attraversò lo Stretto di Messina. Ma cominciò a scomparire subito dopo. ![Operai costruiscono locomotive a vapore nel Reale Opificio di Pietrarsa, fondato da Ferdinando II nel 1840, grande officina industriale del Regno delle Due Sicilie](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Un-regno-che-non-era-vuoto-1024x576.png "Un regno che non era vuoto - Scripta Manent Italia") ## **Il fisco come arma** Nessun cambiamento colpì le popolazioni meridionali con più brutalità e immediatezza della nuova politica fiscale. Il governo piemontese, indebitato a causa delle sue guerre risorgimentali, estese al Sud il proprio sistema tributario con una rapidità che non concesse alcun periodo di adattamento. I numeri sono eloquenti. Nelle Due Sicilie, nel 1859, la tassazione complessiva era di 14 lire a testa. Nel 1866, a soli sei anni dall’annessione, era raddoppiata a 28 lire. Il regno meridionale passò, nell’arco di un lustro, dalla categoria dei paesi a imposte lievi a quella dei paesi a imposte gravissime. Non si trattava solo di un aumento quantitativo, ma di una trasformazione qualitativa: vennero introdotte imposte prima sconosciute nel Sud — sulla successione, sulle donazioni, sulle vetture, sulle fabbriche, sui pesi e sulle misure, persino sulle bestie da soma. Nel periodo 1861-1873, le imposte indirette — quelle che colpivano i consumi e pesavano proporzionalmente di più sui redditi bassi — erano il doppio di quelle dirette. L’imposta fondiaria nelle province di Napoli e Caserta raggiunse 9,6 lire per ettaro, contro una media nazionale di 3,33 lire. A tutto questo si aggiunse la leva militare obbligatoria, della durata di sette anni, del tutto sconosciuta al Sud prima del 1861. Per un contadino della Lucania o della Calabria, mandare un figlio maschio in un esercito straniero per sette anni era un disastro economico immediato e irreparabile. Non era questione di spirito patriottico: era questione di sopravvivenza. ![Borghesi in cilindro assistono all'asta pubblica per la vendita di terre demaniali nel Sud Italia post-unitario, mentre contadini poveri guardano impotenti](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/La-terra-che-non-venne-1024x576.png "La terra che non venne - Scripta Manent Italia") La promessa più grande, e la più disattesa, fu quella della terra. Garibaldi, durante la Spedizione dei Mille, aveva fatto intravedere ai contadini meridionali la possibilità concreta di una redistribuzione agraria — la fine del latifondo, l’assegnazione delle terre demaniali e di quelle della Chiesa. Era la sola promessa che poteva guadagnarsi la simpatia delle masse rurali, l’unico strumento in grado di trasformare l’unificazione da evento politico in trasformazione sociale. Non accadde nulla del genere. La classe dirigente settentrionale non aveva alcun interesse a toccare il latifondo meridionale: ne aveva bisogno come base di consenso locale, come argine contro il radicalismo contadino, come strumento di governo di un territorio che non conosceva e non capiva. I beni ecclesiastici confiscati vennero sì messi in vendita, ma a prezzi proibitivi per i contadini. La terra passò di mano senza uscire dall’orbita dei grandi proprietari, che la ricomprarono a cifre irrisorie grazie alle proprie reti finanziarie. Cambiò il colore giuridico del possesso; non cambiò la sua struttura. Il latifondo sopravvisse al Risorgimento. Questa delusione non rimase muta. Si trasformò rapidamente in una rabbia che non sapeva come esprimersi dentro i canali del nuovo Stato. ## **Il brigantaggio come linguaggio della disperazione** ![Fucile da brigante appoggiato su una roccia con moneta borbonica e data 1864 incisa, silhouette di soldati piemontesi sullo sfondo tra i monti del Sud Italia](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Il-brigantaggio-come-linguaggio-della-disperazione-1024x576.png "Il brigantaggio come linguaggio della disperazione - Scripta Manent Italia") Fra il 1861 e il 1865, nelle campagne del Mezzogiorno si consumò qualcosa che gli storici ancora oggi faticano a definire con precisione. Non era banditismo ordinario, non era guerra civile nel senso moderno del termine, non era nemmeno una rivoluzione organizzata: era, più di tutto, il linguaggio della disperazione di un mondo contadino che si era visto chiudere tutte le uscite. Le bande erano formate da ex soldati dell’esercito borbonico — sciolto dopo la caduta del regno senza alcun piano di reinserimento — e da contadini spinti dalla miseria. Molte avevano legami con la corte borbonica in esilio a Roma, che forniva finanziamenti e soffiava sul fuoco di una reazione politica mai sopita. Alcune godevano della protezione discreta di notabili locali che vedevano nel nuovo regime un’usurpazione dei loro equilibri di potere. Il clero, in molte aree, parteggiava apertamente per i “briganti”. La risposta dello Stato fu brutale e senza sfumature. Il 15 agosto 1863 fu varata la cosiddetta Legge Pica, intitolata al deputato Giuseppe Pica che la presentò come «mezzo eccezionale e temporaneo». La legge trasferiva la competenza penale dai tribunali civili a quelli militari per chiunque facesse parte di un gruppo armato di almeno tre persone. Puniva con la fucilazione chi opponeva resistenza, prevedeva il domicilio coatto per “oziosi, vagabondi e persone sospette”, aveva effetto retroattivo, e fu estesa anche alla Sicilia — dove il brigantaggio propriamente detto non esisteva — per reprimere la renitenza alla leva. Secondo i dati raccolti dallo storico Franco Molfese, tra il 1861 e il 1865 furono uccisi 5.212 uomini, 5.044 arrestati, 3.597 si consegnarono spontaneamente: complessivamente, quasi 14.000 persone coinvolte in cinque anni. Un numero che non ha eguali nella storia del nuovo Stato italiano. Il caso di Pietrarsa è forse il più emblematico di un processo più ampio e sistematico. Dopo l’unificazione, il governo di Torino commissionò una perizia sulla redditività dell’opificio, che evidenziò costi elevati per il carbone inglese. La conclusione fu la razionalizzazione del settore siderurgico a favore delle industrie settentrionali. Nel gennaio del 1863, lo stabilimento fu ceduto in affitto alla ditta Bozza per 45.000 lire; iniziarono immediatamente i licenziamenti di massa. Il 6 agosto dello stesso anno, i 458 operai rimasti occuparono lo stabilimento. Arrivarono i bersaglieri. Quattro operai morirono, molti furono feriti. Pietrarsa, che aveva un fatturato dieci volte superiore a quello dell’Ansaldo di Genova, cominciava il suo lento ma irreversibile declino. La stessa sorte toccò alle acciaierie di Mongiana, che chiusero i battenti nel giro di pochi anni dall’unità, lasciando spopolata un’intera area della Calabria interna. Non si trattò sempre di decisioni consapevolmente orientate a danneggiare il Sud. Spesso era il semplice effetto di un mercato nazionale appena costituito, dove le industrie settentrionali — più vicine ai centri di credito, meglio collegate alle rotte commerciali europee, protette da tariffe doganali concepite per la loro struttura produttiva — si rivelarono competitive in modo schiacciante. Ma il risultato fu lo stesso: la deindustrializzazione di un’area che aveva le premesse per un suo percorso autonomo di sviluppo. Le tariffe doganali protezionistiche del 1876 e del 1887, varate per proteggere le industrie tessili e metalmeccaniche del Nord dalla concorrenza straniera, penalizzarono ulteriormente l’agricoltura meridionale, chiudendo i mercati europei ai prodotti di esportazione del Sud — agrumi, vino, olio — e costringendo il latifondo cerealicolo in una rendita immobile, priva di incentivi all’innovazione. Tra il 1885 e il 1898, il Sud si trovò in una crisi senza precedenti, escluso dai mercati e incapace di modernizzare la propria struttura produttiva. ## **L’esodo come risposta collettiva** ![Famiglia di emigranti meridionali con bagagli al porto di Napoli in attesa di imbarcarsi per le Americhe, con il Vesuvio sullo sfondo, fine Ottocento](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Lesodo-come-risposta-collettiva-1024x576.png "Lesodo come risposta collettiva - Scripta Manent Italia") Quando tutte le uscite sembrano chiuse, rimane quella della partenza. L’emigrazione meridionale di fine Ottocento non fu una libera scelta, ma una risposta obbligata a un sistema economico che non riusciva a offrire alternative. Dal 1880 in poi, milioni di italiani — prevalentemente meridionali — cominciarono ad attraversare l’Atlantico. Su circa 9 milioni di emigrati che si diressero verso mete transoceaniche, 4 milioni scelsero gli Stati Uniti. L’80% degli emigrati proveniva dal Sud Italia. Erano uomini e donne che costruivano locomotive a Napoli una generazione prima, che coltivavano ulivi e viti in Puglia, che tessevano seta in Calabria. Nelle città industriali del Nord America si adattarono ai lavori più duri e meno pagati, spedendo a casa le rimesse che sostenevano famiglie intere. Le *little italies* delle città americane divennero, per decenni, il segno più visibile di un fallimento che l’Italia unita non riusciva ad ammettere. È in questo contesto che nasce, negli anni Settanta dell’Ottocento, la riflessione intellettuale sulla “questione meridionale”. Pasquale Villari fu il primo a porne le basi, con le *Lettere meridionali* pubblicate nel 1875 sull'”Opinione” di Torino. Villari non rimpiangeva i Borbone, anzi. Ma documentava con lucidità come i governi conservatori-liberali avessero gestito l’annessione meridionale come una “conquista regia”, conservando i privilegi semifeudali della borghesia terriera e reprimendo con la forza le rivolte contadine. Nel 1876, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino pubblicarono l’*Inchiesta in Sicilia*, che divenne il manifesto del meridionalismo liberale. I due intellettuali toscani denunciarono la gravità delle condizioni economiche e sociali dell’isola, la capillarità della violenza mafiosa, la complicità tra potere politico e criminalità organizzata, l’insufficienza dell’azione statale. La loro analisi non era sentimentale né filoborbonica: era scientifica, positivistica, guidata dalla convinzione che solo lo Stato potesse risolvere quello che lo Stato aveva in buona parte causato. Eppure accanto alla denuncia economica si costruiva qualcosa di più insidioso: una narrativa antropologica e culturale che trasformava le condizioni storiche in caratteri permanenti di una popolazione. I criminologi positivisti — con Cesare Lombroso in prima fila — cominciarono a studiare i meridionali come un caso di “arretratezza biologica”, misurando crani e catalogando vizi atavici. Il brigantaggio venne letto non come risposta alla crisi sociale, ma come espressione di una natura violenta e incivile. Il Sud divenne, nell’immaginario della cultura nazionale italiana, qualcosa di lontano, esotico, pericoloso — un “Oriente interno” che il Nord aveva il compito di civilizzare. Come ha scritto la studiosa Jane Schneider, la stessa nozione di “questione meridionale” va letta come il prodotto di un paradigma orientalista interno, che riduceva il Mezzogiorno a “colonia nazionale da civilizzare”. ## **L’analisi di Gramsci e il blocco del potere** L’interpretazione più acuta e duratura delle origini strutturali del divario la fornì, nei primi decenni del Novecento, Antonio Gramsci. Nel saggio incompiuto *Alcuni temi della quistione meridionale*, scritto nel 1926 e interrotto dal suo arresto, Gramsci identificava nel cuore stesso del processo di unificazione la matrice del problema. L’Unità d’Italia era stata il risultato di un’alleanza tra la borghesia industriale del Nord e i grandi agrari del Sud: i primi ottennero il mercato nazionale e la protezione doganale per le loro industrie; i secondi conservarono il latifondo e il controllo sociale delle campagne. Il prezzo di questo patto fu pagato dai contadini meridionali, che si trovarono “in una posizione analoga a quella delle popolazioni coloniali”. Gramsci non era solito rimpiangere il passato borbonico né si trattava di un un autonomista ante litteram. Era convinto che la soluzione passasse attraverso l’alleanza politica tra operai del Nord e contadini del Sud, capace di rompere il “blocco storico” che univa capitalismo industriale e rendita fondiaria. La sua analisi conserva ancora oggi una forza descrittiva che la storiografia accademica ha in larga misura validato, pur avendo raffinato e corretto molte delle sue conclusioni politiche. Non è necessario abbracciare le tesi del revisionismo neo-borbonico — quella corrente di libri polemici e letture selettive che dagli anni Duemila in poi ha costruito un’industria editoriale sul mito di un Sud prospero “rubato” dal Piemonte — per riconoscere che qualcosa di profondo e irrisolto attraversi la storia del Mezzogiorno dall’unificazione a oggi. Lo stesso Alessandro Barbero, tra gli storici più rispettati d’Italia, ha riconosciuto che il Risorgimento fu un processo “più complesso di quello che si legge sui libri di testo”, frutto di contraddizioni e conflitti interni che la retorica celebrativa ha a lungo oscurato. Il divario tra Nord e Sud Italia non è mai scomparso. Il Pil pro capite del Mezzogiorno è oggi pari al 56% di quello del Centro-Nord. La disoccupazione, la povertà relativa, i flussi migratori interni continuano a caratterizzare le regioni meridionali con un’intensità che non ha equivalenti in Europa occidentale. Questi dati non sono spiegabili con il solo Risorgimento, e sarebbe semplicistico farlo. Ma la struttura fondamentale di quel divario — la mancata redistribuzione agraria, la deindustrializzazione precoce, il fisco iniquo, la repressione armata delle proteste sociali — fu posta tra il 1861 e il 1880 da un processo di unificazione che scelse la velocità sull’equità, l’ordine sulla giustizia, la forma dello Stato sulla sostanza della cittadinanza. Il Risorgimento fu una conquista reale e, per molti aspetti, necessaria. Ma fu anche, per milioni di persone che abitavano il Sud della penisola, qualcosa che accadde *su* di loro più che *con* loro. Capire questa distinzione non è un atto di revanchismo storico: è il primo passo per leggere con onestà quello che l’Italia è diventata. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [Spagna. Ritrovata in una fattoria la coppa di un legionario romano](https://scriptamanentitalia.it/spagna-coppa-legionario-romano-fattoria/) **Published:** Giugno 3, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A BERLANGA DE DUERO, nella regione spagnola di **Soria**, una coppa metallica frammentaria rinvenuta quasi per caso in una fattoria agricola si è rivelata un documento storico di straordinaria portata. Il reperto, battezzato «Coppa di Berlanga» dai ricercatori che ne hanno condotto lo studio sistematico, è stato identificato come un vaso commemorativo del *Vallum Hadriani* — il grande vallo difensivo fatto erigere dall'imperatore **Adriano** nel II secolo a nord della provincia di *Britannia* — e rappresenta la prima testimonianza nota di un oggetto appartenente a questa tipologia ritrovato al di fuori delle isole. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Egitto: scoperto tesoro millenario d'oro e di amuleti](https://scriptamanentitalia.it/egitto-scoperto-tesoro-millenario-oro-amuleti/) **Published:** Giugno 3, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Ad Eliopoli, in Egitto, la terra torna a parlare con la voce dei millenni. Nel cuore della necropoli che un tempo si distendeva ai margini di *Iunu* — la «Città dei Pilastri», sacra al dio solare *Ra* e meta di pellegrinaggi sin dalla più remota antichità faraonica — gli archeologi del **Supremo Consiglio delle Antichità** hanno portato alla luce un deposito funerario di eccezionale valore storico e simbolico. La scoperta, avvenuta nel corso degli scavi sistematici condotti nella tomba in mattoni crudi appartenuta a un individuo di nome **Panehsy**, ha restituito non soltanto resti. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Siria. La guerra minaccia la distruzione di intere città sepolte](https://scriptamanentitalia.it/siria-guerra-distruzione-citta-sepolte/) **Published:** Giugno 1, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Hanno resistito per quasi millecinquecento anni alle ingiurie del tempo e agli sconvolgimenti della storia, ma oggi le «Città Morte» della **Siria** settentrionale affrontano minacce di una gravità senza precedenti. Al centro di un'indagine architettonica condotta nel **2024** e pubblicata nel **2026** sul *Bulletin of the American Society of Overseas Research* si trova il villaggio di *Ba'ude*, insediamento romano-bizantino del massiccio calcareo che si estende su sette catene montuose nei governatorati di **Aleppo** e **Idlib**. Lo studio, firmato dalla dottoressa **Afaf Laila. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Mar Rosso. Scoperte cisterne millenarie per rifornire le navi](https://scriptamanentitalia.it/mar-rosso-cisterne-millenarie-rifornimento-navi/) **Published:** Giugno 1, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Ad *ʿAYDHAB*, sulla costa egiziana del Mar Rosso, nella regione di **Halayeb**, le campagne di scavo condotte sotto l'egida del **Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità** hanno portato alla luce un articolato sistema di cisterne medievali, rivelando l'imponente infrastruttura idraulica che per secoli sostenne uno dei più vitali empori del mondo islamico. La scoperta, annunciata nel **maggio 2026**, arricchisce in misura notevole la conoscenza di un sito la cui importanza storica era già ampiamente attestata dalle fonti scritte, ma che la ricerca archeologica sistematica stava soltanto cominciando a restituire. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I Vichinghi in Italia. Le vele del nord attaccano Toscana e Liguria](https://scriptamanentitalia.it/vichinghi-in-italia/) **Published:** Giugno 1, 2026 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’Europa in fiamme: il contesto che rese possibile tutto](#LEuropa_in_fiamme_il_contesto_che_rese_possibile_tutto) - [859–862: il viaggio più lungo dell’età vichinga](#859%E2%80%93862_il_viaggio_piu_lungo_delleta_vichinga) - [Italia: il saccheggio di Pisa e la valle dell’Arno](#Italia_il_saccheggio_di_Pisa_e_la_valle_dellArno) - [La leggenda di Luni: Hastein, la finta morte e la città che non era Roma](#La_leggenda_di_Luni_Hastein_la_finta_morte_e_la_citta_che_non_era_Roma) - [Il ritorno: 40 navi perdute, un re sequestrato](#Il_ritorno_40_navi_perdute_un_re_sequestrato) - [Gli Scandinavi in Italia: oltre il raid](#Gli_Scandinavi_in_Italia_oltre_il_raid) - [Perché l’Italia rimase al margine](#Perche_lItalia_rimase_al_margine) - [Box comparativo](#Box_comparativo) - [Infografica della rotta vichinga 859–862](#Infografica_della_rotta_vichinga_859%E2%80%93862) - [Un lampo nel Mediterraneo](#Un_lampo_nel_Mediterraneo) Non c’era nessun sistema di allerta. Nessuna sentinella sulla costa ligure si era mai addestrata a riconoscere quel profilo. Il drakkar vichingo — con la sua prua alta scolpita a forma di serpente, il suo scafo piatto capace di scivolare su acque bassissime, la sua vela quadra gonfiata da venti che avevano già attraversato l’Atlantico — era una tecnologia di guerra che il Mediterraneo non aveva ancora visto. Quando la flotta di Björn e Hastein comparve all’orizzonte tirrenico nell’autunno dell’860, le città costiere italiane avevano già imparato a temere i corsari arabi, le galere bizantine, le bande longobarde dell’interno. Ma non questo. Era la prima volta che il Nord varcava il confine immaginario dello stretto di Gibilterra con intenzioni predatorie. Sessantadue navi — forse più — cariche di guerrieri che avevano già depredato Siviglia, bruciato la moschea di Algeciras, razziato le coste nordafricane di Nekor, svernato nella palude della Camargue e saccheggiato Arles, Nîmes e Narbona. Erano reduci da quasi due anni di razzie continue e si dirigevano verso est, verso l’Italia, come chi ha già tutto da guadagnare e poco da perdere. Quello che accadde nelle settimane successive è uno degli episodi più sottovalutati dell’intero Medioevo italiano: la sola incursione vichinga documentata nella penisola, breve quanto una tempesta estiva, violenta quanto una qualsiasi delle scorrerie nordiche che in quegli anni stavano cambiando la faccia dell’Europa. E, soprattutto, avvolta da un alone di leggenda che ha reso difficile, per secoli, capire cosa fosse accaduto davvero. ## **L’Europa in fiamme: il contesto che rese possibile tutto** ![Mappa storica medievale delle spedizioni vichinghe VIII-XI secolo, con drakkar, rotte di navigazione e incursioni in Europa](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/LEuropa-in-fiamme-il-contesto-che-rese-possibile-tutto-1024x576.png "LEuropa in fiamme il contesto che rese possibile tutto - Scripta Manent Italia") Per capire come sessantadue drakkar scandinavi si ritrovino a risalire il fiume Arno nel IX secolo, bisogna allontanarsi dall’Italia e guardare all’Europa nel suo insieme. L’immagine che emerge è quella di un continente sotto assedio da tre fronti simultanei, e di un’eredità politica — quella carolingia — che si stava sgretolando in tempo reale. Carlo Magno era morto nell’814 lasciando un impero vasto e formalmente unito. Bastarono trent’anni perché i suoi nipoti lo spezzassero in tre tronconi con il Trattato di Verdun dell’843 — un accordo che, di fatto, aprì le porte alle incursioni esterne eliminando il coordinamento militare centralizzato. I Saraceni avanzavano dal Mediterraneo meridionale: nel 827 avevano sbarcato in Sicilia e nel 902 avrebbero completato la conquista dell’isola; nel frattempo le loro basi in Calabria e sulla costa provenzale rendevano precario ogni commercio nel Tirreno. Gli Ungari, dall’est, compivano razzie di cavalleria devastanti nella pianura padana, arrivando fino alla Toscana e alla Puglia tra 899 e 954. In questo quadro, i Vichinghi erano solo il terzo elemento di una crisi sistemica. Ma erano quelli con la tecnologia più imprevedibile. I loro drakkar — la parola significa letteralmente “nave drago” — erano costruiti con una tecnica a fasciame sovrapposto che rendeva lo scafo flessibile, capace di sopportare le onde oceaniche ma abbastanza piatto da risalire un fiume poco profondo o sbarcare su qualsiasi spiaggia. Era questa doppia natura — oceano e fiume, mare aperto e entroterra — a renderli così difficili da contrastare. Quando le flotte carolinge li aspettavano in mare aperto, loro sparivano nella rete fluviale dell’interno. Quando le guarnigioni terrestri presidiavano i fiumi, loro scomparivano in mare. ## **859–862: il viaggio più lungo dell’età vichinga** ![Flotta di drakkar vichinghi con guerrieri armati naviga lungo una costa rocciosa mediterranea, incursione IX secolo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/859862-il-viaggio-piu-lungo-delleta-vichinga-1024x576.png "859862 il viaggio più lungo delletà vichinga - Scripta Manent Italia") La spedizione che portò i Vichinghi in Italia prese forma nell’estate dell’859 sulle rive della Loira, la stessa base operativa da cui i nordici razziavano la Francia da decenni. A organizzarla furono due figure che la tradizione medievale — con il suo gusto per le genealogie leggendarie — considerava figli di Ragnar Lodbrok, il mitico capo vichingo protagonista di innumerevoli saghe. Il primo era **Björn Ragnarsson**, detto *Járnsíða* — “Fianco di Ferro” — un soprannome che le saghe attribuivano all’invulnerabilità magica che la madre gli aveva conferito da bambino. Nella realtà storica, Björn era un capo militare di primo piano, già protagonista di razzie in Francia e nel Mediterraneo orientale. Il secondo era **Hastein** — conosciuto anche come Hasting, Hastingus, Hæsten — un comandante che un cronista medievale descrisse senza mezzi termini come «crudele, rozzo, distruttore, litigioso, selvaggio, feroce, lussurioso, criminale, portatore di morte, arrogante, empio»: il profilo perfetto di un signore della guerra del IX secolo. La flotta — sessantadue navi secondo le fonti — lasciò la Loira trasportando quello che le stime storiche calcolano in alcune migliaia di uomini. La prima tappa fu la Galizia, sulla costa atlantica iberica, dove però le forze del conte Pedro li respinsero. I Vichinghi si adattarono immediatamente: piegarono a sud lungo la costa portoghese, attaccarono Lisbona nell’858, poi scesero verso il califfato di Córdoba. La nuova flotta omayyade, equipaggiata con armi incendiarie simili al fuoco greco, bruciò alcune navi nordiche nel tentativo di risalire il Guadalquivir verso Siviglia — un revanche per un precedente saccheggio saraceno subito anni prima. Ma i Vichinghi non si bloccavano davanti ai fallimenti. Tornavano, cercavano il punto debole, colpivano altrove. Ad Algeciras riuscirono a cogliere la città di sorpresa, saccheggiandola completamente e bruciandone la grande moschea. Poi, per la prima volta nella storia documentata, una flotta nordica varcò lo stretto di Gibilterra ed entrò nel Mediterraneo. Seguirono mesi che avrebbero fatto impallidire anche i raid più audaci della storia vichinga. La costa nordafricana di Nekor fu saccheggiata per otto giorni. Le Baleari vennero devastate. La costa rossiglionese e provenzale subì incursioni reiterate. L’inverno dell’859–860 i Vichinghi lo trascorsero su un’isola alla foce del Rodano — un campo base temporaneo da cui partirono per razziare Arles, Nîmes e Narbona, risalendo poi il Rodano fino a Valence. Erano dentro l’Europa. Ed erano in cerca di qualcosa di più grande. ## **Italia: il saccheggio di Pisa e la valle dell’Arno** ![Drakkar vichinghi risalgono un fiume verso una città medievale murata, ricostruzione del saccheggio di Pisa nell'860 d.C.](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Italia-il-saccheggio-di-Pisa-e-la-valle-dellArno-1024x576.png "Italia il saccheggio di Pisa e la valle dellArno - Scripta Manent Italia") Nella primavera dell’860 la flotta piegò verso est e abbordò le coste italiane. La prima città a subire l’assalto fu Pisa. Lo sappiamo non da cronache italiane — quasi assenti su questo episodio — ma dagli *Annales Bertiniani*, gli Annali di Saint-Bertin, una cronaca franca redatta in modo pressoché contemporaneo agli eventi dal vescovo Prudenzio di Troyes. La nota è lapidaria, quasi burocrática nella sua secchezza: *“I Danesi che erano stati nella regione del Rodano arrivano in Italia e catturano, saccheggiano e devastano Pisa e altre città.”* Quella frase vale più di pagine di ricostruzioni tarde: è la prova documentale diretta, e probabilmente unica, della presenza vichinga in Italia. Pisa nel 860 era ancora un porto attivo, non la grande città medievale dei secoli successivi, ma un centro commerciale con accesso diretto al mare Tirreno e, attraverso il corso dell’Arno, all’interno toscano. Fu proprio l’Arno la via che i Vichinghi seguirono dopo il saccheggio del porto: la tattica fluviale che avevano perfezionato sulla Senna, sulla Loira e sul Rodano fu applicata all’Arno con identica efficacia. Risalendo il fiume, la flotta nordica raggiunse il territorio tra Firenze e Fiesole. Secondo alcune fonti locali — meno affidabili degli Annali di Saint-Bertin ma non prive di interesse — il castello del vescovo Donato di Fiesole fu espugnato. La notizia ha una sua verosimiglianza tattica: i castelli vescovili erano spesso i depositi più ricchi del territorio, e i Vichinghi avevano una lunga pratica nel saccheggio di strutture ecclesiastiche, iniziata con il monastero di Lindisfarne nel 793. L’entroterra toscano, però, era più difficile da razziare e più rischioso da attraversare rispetto alle pianure fluviali del nord Europa. In poche settimane la flotta si ritirò verso la costa. ## **La leggenda di Luni: Hastein, la finta morte e la città che non era Roma** ![Guerriero vichingo con spada irrompe in una chiesa medievale, ricostruzione dell'inganno di Hastein a Luni nell'860](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/La-leggenda-di-Luni-Hastein-la-finta-morte-e-la-citta-che-non-era-Roma-1024x576.png "La leggenda di Luni Hastein la finta morte e la città che non era Roma - Scripta Manent Italia") Qui la storia documentata lascia spazio alla leggenda — una delle più vivide e seducenti del repertorio vichingo. Secondo una tradizione medievale che alcune fonti collocano durante questa stessa spedizione, Hastein e Björn avrebbero tentato di conquistare Luni, l’antica città portuale alle foci del Magra, convinti che si trattasse di Roma. Luni era una città di marmo bianco, costruita dai Romani nel 177 a.C. come avamposto militare nella campagna contro i Liguri. Nel IX secolo era ancora in piedi, ancora attiva come porto per l’esportazione del marmo delle Alpi Apuane, ancora circondata dalle mura romane. A guardarla dall’alto di una nave, bianca di marmo e possente di cinta muraria, poteva davvero sembrare la capitale di un impero. La storia narrata dalle saghe è cinematografica. Hastein, incapace di espugnare le mura, avrebbe simulato la propria agonia sul letto di morte, facendosi portare messaggi al vescovo della città: stava morendo, si pentiva dei suoi peccati, voleva ricevere il battesimo e essere sepolto in terra consacrata dentro le mura. I cittadini, convinti della conversione del terribile capo nordico, lo avrebbero accolto con un piccolo corteo funebre. Una volta dentro le porte, Hastein sarebbe balzato dalla barella — improvvisamente guarito — e i suoi guerrieri avrebbero massacrato i difensori e aperto le porte al resto dell’esercito. La storiografia contemporanea guarda a questo episodio con legittimo scetticismo. L’aneddoto della “finta morte” è un topos narrativo che compare in versioni quasi identiche in più saghe e più contesti geografici, segno di una tradizione letteraria piuttosto che di una testimonianza storica diretta. Luni è inoltre documentata come vittima di saccheggi saraceni nello stesso periodo: distinguere i danni delle scorrerie nordiche da quelli degli attacchi islamici è un problema metodologico che non ha ancora trovato soluzione definitiva. Quello che è certo è che Luni, dopo il IX–X secolo, declinò irreversibilmente: la città fu abbandonata nel basso Medioevo, e oggi il suo nome sopravvive solo nell’antica denominazione del marmo di Carrara. ## **Il ritorno: 40 navi perdute, un re sequestrato** ![Guerrieri vichinghi trascinano un prigioniero nobile sulla spiaggia davanti a un drakkar, cattura di un sovrano medievale](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Il-ritorno-40-navi-perdute-un-re-sequestrato-1024x576.png "Il ritorno 40 navi perdute un re sequestrato - Scripta Manent Italia") La flotta non tornò indenne. Dopo l’Italia, i Vichinghi si diressero verso la Sicilia — un cenno che le fonti lasciano passare quasi di sfuggita — e poi verso ovest, tentando il rientro attraverso lo stretto di Gibilterra. Fu qui che la fortuna girò definitivamente le spalle alla spedizione: una tempesta aveva già distrutto quaranta navi, e alla strozzatura di Gibilterra la flotta omayyade era pronta ad attenderli con catapulte incendiarie. Due navi ulteriori andarono in fiamme. Su sessantadue navi partite dalla Loira nell’859, ne tornarono circa venti. Prima di rientrare in Francia, i sopravvissuti compirono un ultimo colpo di mano degno di tutta la spedizione: sulla terraferma iberica, intercettarono Garcìa Íñiguez, re di Pamplona, e lo sequestrarono chiedendo un riscatto. Il denaro arrivò. La flotta tornò alla Loira nell’862, chiudendo tre anni di uno dei viaggi più audaci — e più costosi — dell’intera età vichinga. ## **Gli Scandinavi in Italia: oltre il raid** ![Pietra runica vichinga con iscrizioni runiche e incisione di drakkar, monumento funerario scandinavo medievale in paesaggio nordico](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Gli-Scandinavi-in-Italia-oltre-il-raid-1024x576.png "Gli Scandinavi in Italia oltre il raid - Scripta Manent Italia") La storia degli uomini del Nord in Italia non si esaurisce con quella sessantina di navi dell’860. Nel X e XI secolo la presenza scandinava nella penisola cambia radicalmente forma: non più predatori che colpiscono e fuggono, ma guerrieri mercenari che si integrano nelle strutture di potere esistenti. **Harald “Hardrada” Sigurdsson** — futuro re di Norvegia, ultima grande figura dell’età vichinga — trascorre circa quindici anni della sua vita al servizio dell’impero bizantino come comandante della Guardia Variaga. Nato intorno al 1015, combatté nella battaglia di Stiklestad a quindici anni, fuggì in esilio nella Rus’ di Kiev, poi a Costantinopoli dove scalò rapidamente i ranghi militari dell’impero. In questa veste combatté in Sicilia nelle campagne antiara be — al fianco di guerrieri longobardi come Arduino di Melfi e i fratelli di Altavilla, gli stessi che poi avrebbero fondato il regno normanno del Sud — e nell’Italia meridionale contro i ribelli al dominio bizantino. Le stele runiche svedesi del XI secolo, che le famiglie facevano incidere in memoria dei guerrieri caduti lontano, menzionano la *Langbarðaland* — la Langobardia, l’Italia — come teatro di morte e di gloria: piccole lastre di granito sepolte nella brughiera scandinava che portano l’eco delle campagne meridionali. Infine, ci sono i Normanni. I discendenti degli Scandinavi insediati in Normandia dal 911, ormai completamente romanizzati nella lingua, nella religione e nella cultura, arrivano nell’Italia meridionale come avventurieri e mercenari nella prima metà del XI secolo. I figli di Tancredi d’Altavilla — Roberto il Guiscardo, Ruggero I — conquistano la Puglia ai Longobardi e la Sicilia agli Arabi tra il 1050 e il 1091, fondando uno dei regni più affascinanti del Medioevo mediterraneo. Ma chiamarli “Vichinghi” sarebbe come chiamare “Romani” i nobili medievali dell’Inghilterra sassone perché i loro antenati avevano visto le legioni: il nesso genealogico esiste, ma il contesto è irriconoscibilmente cambiato. ## **Perché l’Italia rimase al margine** ![Flotta di drakkar vichinghi con guerrieri naviga nel Mediterraneo al tramonto verso una costa italiana montuosa](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Perche-lItalia-rimase-al-margine-1024x576.png "Perché lItalia rimase al margine - Scripta Manent Italia") La domanda più interessante non è “i Vichinghi vennero in Italia?” — la risposta è sì. La domanda è: perché non ci tornarono? Perché l’Italia rimase ai margini dell’espansione nordica mentre Inghilterra, Irlanda e Francia ne vennero plasmate in profondità? Le ragioni sono al tempo stesso geografiche, politiche e militari. Lo stretto di Gibilterra era un imbuto controllato dalla flotta omayyade, dotata di armi incendiarie contro cui i drakkar di legno non avevano difesa: la spedizione dell’859–862 dimostrò che passarci era possibile, ma a un costo enorme. Il Mediterraneo era già affollato di predatori professionisti — i Saraceni — che operavano con una logistica ben consolidata, e non c’era spazio per una presenza nordica stabile. Le rotte fluviali italiane, poi, erano meno accessibili di quelle nordeuropee. La Senna, la Loira, il Reno — i grandi autostrade liquide del saccheggio vichingo — portavano direttamente nel cuore produttivo dell’Europa carolingia. L’Arno e il Tevere erano fiumi più brevi, con estuari meno docili, e le città più ricche erano nell’interno collinare o montagnoso, irraggiungibili per le navi. Infine, l’Italia del IX secolo era politicamente frammentata ma militarmente non indifesa: il regno italico, i ducati longobardi, il potere pontificio, le città costiere dotate di proprie flotte — come Amalfi, Napoli, Venezia — costituivano un sistema di resistenza diffusa, non un fronte compatto ma neanche un vuoto nel quale insediarsi. Il risultato fu che la presenza vichinga in Italia rimase episodica, breve e spettacolare come un fulmine in un cielo sereno: abbastanza potente da bruciare Pisa e terrorizzare la valle dell’Arno, non abbastanza duratura da lasciare toponomastica nordica, diritto norse o colonie stabili. ## ****Box comparativo**** Tre invasori, una stessa Europa Chi attaccò l’Italia nel IX–X secolo e con quali conseguenze Popolo Direttrice Presenza in Italia Obiettivo Esito in Italia ⚔ Vichinghi fl. 859–862 (razzie) X–XI sec. (mercenari) Nord Atlantico → Mediterraneo Pisa, valley dell’Arno, Luni (?), Sicilia (come Guardia Variaga) Razzie rapide, bottino, riscatti Nessun insediamento stabile Impatto limitatoAnnali di Saint-Bertin, 860 ☽ Saraceni 827–1072 Nord Africa → Mediterraneo Sicilia (conquista), Puglia, basi in Calabria e Costa Provenzale, razzie nel Lazio Razzie, poi conquista territoriale e insediamento Dominio arabo in Sicilia (827–1072), emirato di Bari (847–871) Dominazione plurisecolareIbn al-Athīr, cronache arabe IX sec. 🐎 Ungari 899–954 Est europeo → pianura padana Pianura Padana, Toscana, Puglia (razzie stagionali di cavalleria) Razzie veloci, estorsione di tributi ai regni locali Nessun insediamento Sconfitti a Lechfeld (955)Liutprando da Cremona, Antapodosis Fonti: Annales Bertiniani (IX sec.) · Treccani, Enciclopedia della Civiltà Europea · Storiologia.it · Skuola.net, Storia medievale ## **Infografica della rotta vichinga 859–862** ![Mappa della grande spedizione vichinga 859-862 con rotte di andata e ritorno, tappe da Loira a Pisa, Sicilia e Marocco](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/06/Infografica-della-rotta-vichinga-859862-1024x576.png "Infografica della rotta vichinga 859862 - Scripta Manent Italia") ## **Un lampo nel Mediterraneo** Sessantadue navi. Tre anni di navigazione attraverso tre mari. L’unica incursione vichinga documentata in Italia, custodita da una riga secca negli Annali di Saint-Bertin e da una leggenda abissale sulla città di marmo bianco. Poi le vele quadre scomparvero oltre Gibilterra, e il Mediterraneo tornò ai suoi predatori abituali — gli Arabi, i Saraceni, i bizantini — come se quell’apparizione nordica fosse stata un sogno collettivo di qualche settimana. Quello che rimane non è una conquista, non è un insediamento, non è una lingua o un nome di luogo inciso nel paesaggio italiano. Quello che rimane è lo stupore di chi, nell’860, guardò all’orizzonte e vide per la prima e ultima volta le vele del Nord. E la domanda di chi, secoli dopo, si chiede ancora: erano davvero lì? Sì. Erano lì. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Il suono del Diavolo. Le note che la Chiesa cancellava](https://scriptamanentitalia.it/suono-diavolo-tritono/) **Published:** Giugno 1, 2026 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Quello che i monaci sentivano davvero](#Quello_che_i_monaci_sentivano_davvero) - [L’inferno ha un suono](#Linferno_ha_un_suono) - [La danza che non si ferma](#La_danza_che_non_si_ferma) C’è un intervallo musicale, due sole note suonate insieme, capace di mettere a disagio l’orecchio come pochi altri suoni al mondo. Si chiama tritono: uno spazio di tre toni interi tra due note, quella sensazione sospesa, irrisolta, che sembra aspettarsi qualcosa che non arriva mai. Oggi lo sentiamo nelle sirene delle ambulanze, nelle colonne sonore horror, nei riff dei Black Sabbath. Per secoli lo abbiamo chiamato *diabolus in musica*: il diavolo nella musica. Ma questa è una storia in cui il mito è più ricco della realtà — e in cui la realtà è comunque straordinaria. Il nome del presunto responsabile è quello di **Guido d’Arezzo**, monaco benedettino vissuto tra il 995 e il 1050 circa, l’uomo che inventò le note come le conosciamo oggi — do, re, mi, fa, sol, la — e che rivoluzionò la notazione musicale medievale. A lui è attribuita la frase che avrebbe segnato la storia: *«Mi contra Fa est diabolus in musica»*, “Mi contro Fa è il diavolo nella musica”. Secoli di mitologia sonora in una sola riga di latino. Il problema è che quella frase probabilmente non è sua, almeno non nella forma in cui è giunta a noi. La prima attestazione documentata della locuzione *diabolus in musica* risale al 1702, in un trattato di Andreas Werkmeister, e poi ancora al 1725, nel celebre *Gradus ad Parnassum* di Johann Joseph Fux, dove l’espressione viene riportata come se fosse già una sentenza degli “antichi maestri”. In altre parole: quando la leggenda prende forma scritta, il Medioevo è già finito da secoli. Non ci sono manoscritti medievali che usino quella precisa espressione, né editti ecclesiastici che bandiscano formalmente il tritono dalle chiese d’Europa. Eppure qualcosa di vero c’è, e vale la pena capire cosa. ## **Quello che i monaci sentivano davvero** Nel Medioevo, la musica non era semplice intrattenimento: era una questione teologica. L’armonia musicale doveva rispecchiare l’armonia celeste — l’idea, di origine pitagorica e poi cristiana, che l’universo fosse retto da proporzioni perfette, e che la musica potesse avvicinarsi o allontanarsi da Dio a seconda di quanto onorasse o tradisse quell’ordine. In questo schema, le consonanze — gli intervalli stabili, chiari, “naturali” — erano il suono del divino. Le dissonanze erano il suono del caos, dell’irrazionale, e quindi, per estensione logica nel pensiero medievale, del demoniaco. ![Gruppo di monaci in una cattedrale sconvolti davanti a un leggio con spartito musicale che riporta la scritta Diabolus in musica e Tritonus, Intervalum diabolicum](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Quello-che-i-monaci-sentivano-davvero-1024x576.png "Quello che i monaci sentivano davvero - Scripta Manent Italia") Il tritono incarnava tutto quello che l’armonia medievale non doveva essere. Era difficilissimo da intonare per i cori delle cattedrali — chi ci ha provato sa che tenere intonato un intervallo di quarta eccedente a cappella è una sfida concreta, non solo teorica. Era dissonante in modo acuto, instabile, come un punto interrogativo sonoro che aspetta risposta. I maestri cantori lo evitavano per ragioni pratiche prima ancora che morali: con un coro di voci non professionali, quel suono produceva il caos. Ma nel contesto di una civiltà in cui tutto — l’arte, la matematica, l’astronomia — passava al vaglio della teologia, il confine tra “questo suono è difficile da cantare” e “questo suono è opera del diavolo” era sottile e poroso. Così il tritono diventò il simbolo del disordine sonoro, e il disordine sonoro diventò il simbolo del Male. ## **L’inferno ha un suono** Paradossalmente, è proprio questo nesso a rendere il tritono popolarissimo nel teatro medievale. Dal XII secolo in poi, i cosiddetti *Misteri* — drammi liturgici messi in scena nelle piazze e nelle cattedrali per educare una popolazione in gran parte analfabeta — usavano la musica come codice narrativo. Il palcoscenico era diviso fisicamente: da un lato il Paradiso, sopraelevato, luminoso, con la musica dei cori angelici. Dall’altro l’Inferno, in basso, fumoso, dove i musicisti suonavano dissonanze, ritmi irregolari, suoni volutamente sgradevoli. Il tritono, in questo schema, non era proibito: era *usato*, proprio perché funzionava. Era il codice sonoro del Male, riconoscibile da tutti. Dante lo sapeva. Nell’*Inferno*, i suoni sono un tumulto discorde, un caos che si contrappone alla musica ordinata del Paradiso. Il diavolo fa rumore. L’ordine divino fa silenzio — o meglio, fa armonia. È una logica narrativa potentissima, e la musica medievale la sfrutta consapevolmente, non per paura del tritono, ma per usarlo come strumento espressivo. ![Coro di angeli luminosi sopra una nube contrapposto a demoni musicisti in un teatro gotico, scena drammatica tra paradiso e inferno](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Linferno-ha-un-suono-1024x576.png "Linferno ha un suono - Scripta Manent Italia") Con il Rinascimento le catene si allentano. La cosiddetta *Seconda Pratica* — quella che teorizza Monteverdi e che permette alle dissonanze di risolvere secondo nuove regole — apre le porte ai suoni proibiti, che diventano risorse espressive anziché errori da evitare. È in questo contesto che emerge la figura più estrema e affascinante di questo percorso: **Carlo Gesualdo da Venosa**, principe napoletano, assassino confesso di moglie e amante, compositore visionario. Nei suoi madrigali, scritti a cavallo tra Cinque e Seicento, Gesualdo usa le dissonanze in modo così radicale che ha anticipato di tre secoli la musica del Novecento. Parole come *morte*, *dolore*, *piango* vengono messe in musica con accordi lontanissimi tra loro, dissonanze improvvise come pugnalate, cromatismi che sembrano far scivolare la melodia nell’abisso. Non era follia né errore: era la teoria medievale del diabolico rovesciata e trasformata in arte. Il Male non veniva più evitato — veniva scritto, suonato, sentito. ![Violinista in abiti eleganti suona in una cattedrale gotica illuminata da candele, davanti a un demone alato seduto su un trono](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Il-virtuoso-e-il-patto-col-diavolo-1024x576.png "Il virtuoso e il patto col diavolo - Scripta Manent Italia") Nel Settecento il tritono è al centro di una delle pagine più celebri della storia del violino. **Giuseppe Tartini** — compositore veneziano, grande violinista, uomo di fede — racconta di aver sognato il diavolo seduto ai piedi del suo letto, che suonava una sonata di indicibile bellezza. Al risveglio, cercò disperatamente di trascrivere quello che aveva udito in sogno. Il risultato fu la *Sonata del Diavolo*, un pezzo tecnicamente proibitivo che per lui rimase comunque ben lontano dalla perfezione ultraterrena del suo incubo. La storia vera è probabilmente più prosaica — Tartini era un grande compositore che amava la leggenda quasi quanto amava la musica — ma il fatto che abbia scelto quella narrazione dice tutto sulla cultura del suo tempo. Il genio incomprensibile, la tecnica che sfida i limiti umani, il suono che non sembra prodotto da mani normali: tutto questo, nel Settecento come nel Medioevo, cercava una spiegazione soprannaturale. E il diavolo era la spiegazione più ovvia. Stessa dinamica, un secolo dopo, con **Niccolò Paganini** — le cui dita parevano mosse da forze non umane — e con **Franz Liszt**, il cui virtuosismo al pianoforte fece gridare a molti contemporanei al miracolo o alla possessione. Anche Camille Saint-Saëns avrebbe usato il tritono come firma sonora del demoniaco, nella celebre *Danse macabre* del 1874, dove il violino solista intona fin dalle prime battute un tritono secco, crudele, come un osso che sbatte sul pavimento. ## **La danza che non si ferma** C’è un altro episodio medievale che completa il quadro, e che ha una sua strana attualità. Nell’estate del 1518, a Strasburgo, una donna di nome Frau Troffea cominciò a ballare per strada senza motivo apparente e non riuscì a smettere per giorni. Nel giro di un mese, il fenomeno si era esteso a oltre quattrocento persone, alcune delle quali morirono di sfinimento, infarto, fame. Le cronache la chiamano *coreomania*, o *Ballo di San Vito*, e simili episodi erano stati registrati in tutta Europa centrale tra il XIV e il XVII secolo. L’autorità civile, disorientata, trasportò i ballerini al santuario di San Vito, credendo in una maledizione soprannaturale da sciogliere con la preghiera. Gli storici moderni sono più incerti: intossicazione da segale cornuta, isteria collettiva, sfogo disperato di una popolazione devastata da carestie e pestilenze. Qualunque fosse la causa biologica, la cultura medievale la leggeva in un solo modo: il corpo che danza fuori controllo è un corpo posseduto. La musica frenetica, ritmica, irregolare — quella che accompagnava certe danze — era moralmente sospetta esattamente come il tritono. Era l’espressione sonora di qualcosa che sfuggiva all’ordine, alla ragione, a Dio. ![Donna in abito chiaro danza nel fango al centro di un villaggio medievale, circondata da una folla con torce e un patibolo sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/La-danza-che-non-si-ferma-1024x576.png "La danza che non si ferma - Scripta Manent Italia") Nel Novecento, il tritono smette di essere tabù e diventa marchio di fabbrica. I bluesmen americani ci costruiscono sopra un’identità estetica — e anche narrativa: Robert Johnson, Tommy Johnson, Peetie Wheatstraw vantavano tutti, in modi diversi, di aver stretto un patto col diavolo per ottenere la loro tecnica. Era marketing, era mito, era il vecchio schema medievale in abito nuovo: il suono impossibile chiede una spiegazione impossibile. Poi arrivano i **Black Sabbath**, nel 1970, e costruiscono l’intera canzone che dà il nome alla band su una progressione di tritoni. Il riff di *Black Sabbath* è, tecnicamente, *diabolus in musica* — lo stesso intervallo che i monaci medievali evitavano nei cori delle cattedrali, adesso amplificato attraverso chitarre distorte in un capannone di Birmingham. Gli Slayer, anni dopo, intitoleranno un album proprio *Diabolus in Musica*. Il cerchio si chiude: quello che era stato un problema pratico di intonazione, poi una metafora teologica, poi un codice narrativo, poi il simbolo del genio posseduto, è diventato un’identità sonora globale. E le sirene delle ambulanze? Molte di esse, tecnicamente, usano proprio il tritono per massimizzare l’attenzione dell’ascoltatore, sfruttando la tensione irrisolta dell’intervallo. Il suono del diavolo, ogni giorno, ci avvisa che qualcuno ha bisogno di aiuto. La vera storia della “musica maledetta medievale” non è quella di un brano proibito, di un sortilegio sonoro, di una partitura che evoca il demonio. È la storia di come una civiltà — quella medievale — abbia costruito una grammatica morale del suono, in cui ogni scelta musicale era anche una scelta spirituale. Il tritono era “diabolico” non perché evocasse Satana, ma perché rompeva un ordine che quella civiltà considerava sacro. Ed è la storia di come quella grammatica, nel corso di dieci secoli, si sia trasformata in mito, in arte, in provocazione, in identità culturale — senza mai perdere del tutto la sua forza di disturbo. Qualcosa in quell’intervallo continua a mettere a disagio l’orecchio umano. Il Medioevo aveva una risposta pronta. Noi abbiamo smesso di cercarla — e per questo, forse, il suono ci affascina ancora di più. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Cristiani in pasto ai leoni. Anatomia di una bufala](https://scriptamanentitalia.it/cristiani-pasto-leoni/) **Published:** Giugno 1, 2026 **Author:** Alessandro Capuano **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’arena non era quello che pensiamo](#Larena_non_era_quello_che_pensiamo) - [Dieci persecuzioni, oppure no?](#Dieci_persecuzioni_oppure_no) - [Il Colosseo e la croce che non c’era](#Il_Colosseo_e_la_croce_che_non_cera) - [Da Sienkiewicz a Hollywood](#Da_Sienkiewicz_a_Hollywood) - [Perché il mito dura](#Perche_il_mito_dura) Per generazioni, l’idea che gli imperatori romani gettassero sistematicamente i cristiani ai leoni ha funzionato come assioma: una verità così consolidata da non richiedere dimostrazione. La si ritrova nei manuali di catechismo, nei romanzi del XIX secolo, nei kolossal hollywoodiani, nelle guide turistiche del Colosseo. Eppure, quanto più gli storici si avvicinano alle fonti — i testi latini e greci, le iscrizioni, le testimonianze dei padri della Chiesa, i dati archeologici — tanto più quella scena nitida e spietata sfuma in qualcosa di assai più complicato, e per certi versi ancora più inquietante nella sua complessità. La questione non è se i cristiani furono perseguitati. Lo furono, e alcuni di loro morirono per la propria fede in modi violenti. La questione è un’altra: chi li perseguitò, quando, perché, e con quali strumenti. Le risposte che emergono dagli studi moderni demoliscono l’immagine di un Impero impegnato in una guerra di sterminio continua contro i seguaci di Cristo, e disegnano al suo posto una realtà più frammentata, più locale, e — paradossalmente — più difficile da raccontare. ## **L’arena non era quello che pensiamo** ![Magistrato romano in toga e mantello porpora legge un rotolo di papiro nell'arena del Colosseo davanti alla folla](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Larena-non-era-quello-che-pensiamo-1024x576.png "Larena non era quello che pensiamo - Scripta Manent Italia") Prima di parlare di cristiani, bisogna capire cosa fosse davvero la *damnatio ad bestias*, la condanna alle bestie. Non era una pratica riservata ai nemici del cristianesimo. Era una pena capitale applicata ai criminali comuni di basso rango, agli schiavi macchiatisi di reati contro i propri padroni, ai prigionieri di guerra che l’imperatore voleva esporre pubblicamente come trofei. Faceva parte dei cosiddetti *summa supplicia*, i supplizi estremi del diritto romano, insieme al rogo, alla crocifissione, alla forcatura e al *culleus* — quel sinistro sacco di cuoio in cui il condannato veniva cucito vivo assieme a degli animali e gettato in acqua. Nell’anfiteatro, le esecuzioni *ad bestias* si inserivano in un programma più ampio che comprendeva le *venationes* — le cacce agli animali esotici — e i combattimenti gladiatori. Gli animali erano costosissimi, importati dall’Africa e dall’Asia a enormi spese, e venivano accuratamente nutriti per mantenerli in forma prima degli spettacoli. I condannati, invece, potevano essere chiunque: la fede cristiana era uno dei molti motivi per cui Roma poteva decidere di eliminare qualcuno in modo teatrale, non certo l’unico né il principale. Il fatto che la *damnatio* colpisse quasi esclusivamente le persone di rango inferiore introduce subito una prima incrinatura nel mito. I cristiani romani erano socialmente eterogenei: includevano cittadini, e per questi la legge prevedeva pene diverse — la decapitazione, l’esilio, la confisca dei beni. La scena del martire nell’arena era quindi, anche quando reale, socialmente selettiva: riguardava soprattutto i non cittadini, gli schiavi, i liberti. Non una comunità intera gettata alle belve, ma individui specifici condannati secondo le gerarchie del diritto romano. ## **Dieci persecuzioni, oppure no?** ![Ditttico: condannato cristiano di fronte a un leone nell'arena romana e magistrato romano che scrive su rotoli di papiro](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Dieci-persecuzioni-oppure-no-1024x576.png "Dieci persecuzioni oppure no - Scripta Manent Italia") La tradizione cristiana ha tramandato l’immagine di dieci grandi persecuzioni imperiali, una per ciascun sovrano malvagio a partire da Nerone: una cifra che riecheggia simbolicamente le piaghe d’Egitto e che si ritrova già negli scritti di Tertulliano e Lattanzio. Gli storici moderni considerano questa conta una costruzione teologica più che una descrizione accurata della realtà. Quello che le fonti mostrano è ben diverso. Nel I e nel II secolo non esiste alcun decreto imperiale che ordini una persecuzione organizzata dei cristiani in quanto tali. Le uccisioni e le condanne furono episodi circoscritti, spesso innescati da dinamiche locali: una denuncia anonima, un governatore zelante, una folla urbana che chiedeva un capro espiatorio. Il caso di Plinio il Giovane, governatore della Bitinia e del Ponto intorno al 112 d.C., è emblematico. Trovatosi di fronte a un numero crescente di denunce contro i cristiani, Plinio scrisse all’imperatore Traiano per chiedere istruzioni, ammettendo esplicitamente di non sapere come comportarsi. La risposta di Traiano è rivelatrice: i cristiani non vanno ricercati d’ufficio; se denunciati e colpevoli, vanno puniti; le denunce anonime non vanno accettate; chi abiura ottiene il perdono. È il ritratto di un potere imperiale che reagisce, non che attacca. Che gestisce un problema di ordine pubblico, non che conduce una guerra di religione. La prima persecuzione davvero documentata con sicurezza è quella di Nerone nel 64 d.C., dopo il grande incendio di Roma. Tacito la racconta negli *Annali* con la sua solita lucidità tagliente: Nerone cercava capri espiatori per placare il sospetto popolare di aver appiccato lui stesso il fuoco. I cristiani — già “odiosi” alla massa per le loro pratiche percepite come oscure — erano un bersaglio perfetto. Vennero arrestati, condannati, uccisi nei modi più vari: dilaniati dai cani, crocifissi, bruciati come torce viventi nei giardini imperiali. Tacito stesso, che non ha alcuna simpatia per i cristiani e li definisce portatori di una “funesta superstizione”, annota però che la loro sorte suscitò pietà nella folla: sembrava evidente che fossero sacrificati non alla giustizia, ma alla crudeltà di Nerone. Questa persecuzione, pur brutale e reale, non istituì alcuna politica permanente. Rimase un episodio eccezionale, legato a circostanze specifiche, non a una strategia sistematica di eliminazione del cristianesimo. Le fasi di violenza intensa — quelle di Decio negli anni 250, di Valeriano nel 257-260, la Grande Persecuzione di Diocleziano dal 303 al 313 — furono separate tra loro da decenni di relativa tolleranza. Persino durante le persecuzioni dichiarate, le autorità locali spesso preferivano misure più soft: l’esilio, la confisca dei testi sacri, la pressione a sacrificare agli dei, prima ancora di ricorrere all’esecuzione capitale. ## **Il Colosseo e la croce che non c’era** ![Croce di legno al centro dell'arena del Colosseo romano gremito di spettatori con bandiere imperiali romane](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Il-Colosseo-e-la-croce-che-non-cera-1024x576.png "Il Colosseo e la croce che non cera - Scripta Manent Italia") Al centro del mito siede il Colosseo. L’immagine dell’Anfiteatro Flavio come luogo di martirio cristiano è così radicata da sembrare ovvia — eppure è storicamente quasi priva di fondamento. Gli storici moderni hanno a lungo sostenuto che nel Colosseo non vi siano prove documentarie di esecuzioni di cristiani. Le condanne capitali a Roma, compresi molti martiri, avvenivano nel Circo di Nerone, nel Circo Massimo, o in contesti meno spettacolari come prigioni e luoghi periferici. La sacralizzazione del Colosseo come luogo di martirio è un processo medievale e moderno, non antico. Nel 1675, durante l’Anno Santo, papa Clemente X dichiarò l’anfiteatro sito sacro del martirio cristiano e vi fu eretta una croce al centro dell’arena. Nel 1750, Benedetto XIV vi installò le quattordici stazioni della Via Crucis e fece apporre una targa che ricordava la “purificazione” del luogo col sangue dei martiri. Non esisteva allora, né esiste oggi, alcuna prova documentaria solida che un cristiano sia mai stato ucciso nell’Anfiteatro Flavio. Va detto che negli ultimi anni la questione si è fatta più sfumata. Durante i restauri del Colosseo avviati nel 2012, in un corridoio del terzo livello — un ambiente di servizio destinato al popolo minuto — sono stati individuati graffiti che includerebbero il disegno di una croce risalente al III secolo. Lo storico Pier Luigi Guiducci, docente alla Pontificia Università Lateranense, ha interpretato questo segno come una possibile conferma della presenza cristiana nel luogo. La scoperta è interessante, ma gli esperti sono cauti: un graffito anonimo in un corridoio di servizio non equivale a documentazione di martirio. Resta il segnale di una presenza, non la prova di un’esecuzione. ## **Da Sienkiewicz a Hollywood** ![Set cinematografico di un kolossal storico: scena di crocifissione romana con attori in costume, troupe e telecamere Panavision](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Da-Sienkiewicz-a-Hollywood-1024x576.png "Da Sienkiewicz a Hollywood - Scripta Manent Italia") Se le fonti antiche sono lacunose e complesse, la cultura moderna non ha avuto esitazioni: ha scelto la versione più drammatica e l’ha trasformata in iconografia globale. Il processo inizia nell’Ottocento, con la pittura storico-romantica. Jean-Léon Gérôme dipinge nel 1883 *L’ultima preghiera dei martiri cristiani*: l’arena inondata di luce, i leoni che avanzano, la folla che assiste festante, le figure bianche in preghiera al centro. Il quadro, conservato al Walters Art Museum di Baltimora, non è un documento storico ma una costruzione ideologica — un’immagine pensata per commuovere il pubblico borghese europeo con il contrasto tra innocenza cristiana e barbarie pagana. Il salto dalla tela allo schermo arriva quasi senza soluzione di continuità. Nel 1895-96, lo scrittore polacco Henryk Sienkiewicz pubblica *Quo Vadis?*, romanzo ambientato ai tempi di Nerone che mette in scena la persecuzione dei cristiani con una potenza narrativa destinata a diventare canone mondiale. Nobel per la letteratura nel 1905, tradotto in decine di lingue, il romanzo fissa l’equazione Nerone-arena-cristiani-leoni nella coscienza collettiva dell’Occidente. Il cinema italiano lo adatta già nel 1913 con il regista Enrico Guazzoni, in uno dei primi kolossal della storia del cinema, con un cast di cinquemila persone e trenta leoni veri. Nel 1951 il rifacimento hollywoodiano di Mervyn LeRoy porta trentamila comparse sullo schermo e consacra definitivamente l’immagine. Una giovane Sophia Loren vi appare come schiava; Elizabeth Taylor come cristiana nel Colosseo. Queste opere non si limitano a riprodurre la storia: la producono. Ogni generazione successiva eredita l’immagine già formata, la trova confermata nei libri di scuola e nei documentari televisivi, e non ha motivo di metterla in dubbio. Il mito si auto-riproduce perché risponde a un bisogno narrativo profondo: quello di una storia chiara, con vittime innocenti e carnefici spietati, in cui la fede contrasta il potere. ## **Perché il mito dura** C’è qualcosa di più sottile in gioco. Gli storici Shushma Malik e Caillan Davenport, autori dell’articolo di *The Conversation* che ha riaperto il dibattito nel 2016, sottolineano che il mito dei cristiani ai leoni ha servito interessi molto diversi in epoche diverse. Per la Chiesa dei primi secoli, amplificare il numero e la spettacolarità dei martiri era uno strumento di coesione identitaria e di legittimazione teologica: chi moriva nell’arena diventava testimone della verità della fede. Per i critici del paganesimo e per i propagandisti cristiani dell’Ottocento, l’immagine serviva a costruire una narrativa di civiltà contrapposta a barbarie. Per Hollywood, era semplicemente buona drammaturgia. Anche la componente psicologica conta. Come ha mostrato la ricerca sulle *passiones* dei martiri — i testi agiografici che narrano le loro morti — la costruzione narrativa del martirio spettacolare non rispecchiava necessariamente la realtà delle esecuzioni, ma rispondeva a un immaginario condiviso. Il martire che affronta il leone è una figura archetipica che attraversa culture e religioni: il suo potere evocativo prescinde dalla verifica storica. Ignazio di Antiochia, vescovo del II secolo, scriveva ai cristiani romani supplicandoli di non impedire il suo martirio: “Lasciate che mi divorino le fiere; è attraverso di esse che posso giungere a Dio”. La voce di chi desidera il martirio, e di chi lo costruisce come strumento di fede, ha plasmato il racconto al pari — forse più — della realtà degli eventi. ![Grande croce metallica all'interno del Colosseo di Roma con visitatori che la osservano davanti alle rovine dell'anfiteatro](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Quello-che-resta-681x1024.png "Quello che resta - Scripta Manent Italia") Smontare il mito non significa negare la persecuzione. Significa capirla meglio. I cristiani furono uccisi: per motivi politici, religiosi, sociali, per il rifiuto di sacrificare agli dei imperiali, per la diffidenza che le loro riunioni notturne suscitavano tra i vicini di casa e le autorità. La loro esperienza fu reale e spesso violenta. Ma era discontinua, geograficamente disomogenea, e raramente organizzata dall’alto con la precisione sistematica che la tradizione suggerisce. Il leone nell’arena è un’immagine efficace perché concentra in un solo fotogramma tutto ciò che è moralmente semplice: la vittima innocente, il carnefice brutale, la fede contro la forza. La storia vera è più difficile da reggere: persecuzioni sporadiche e locali, governatori incerti che scrivono lettere all’imperatore per sapere cosa fare, imperatori che rispondono con pragmatismo burocratico, comunità cristiane che crescono proprio nei periodi di relativa tolleranza, e un Colosseo che deve in parte la sua sopravvivenza al fatto che la Chiesa lo dichiarò sacro sulla base di eventi che non sono documentati con sicurezza. Quella complessità, a differenza del leone, non fa buoni poster. Ma è, quasi certamente, quello che è accaduto. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/corso-luxury-real-estate-ese-laboratorio-fotografia-150x150-1.jpg) Alessandro Capuano Storico e divulgatore, si occupa di raccontare il mondo antico e medievale con uno stile chiaro, rigoroso e accessibile. Nei suoi articoli approfondisce battaglie, personaggi e trasformazioni politiche che hanno segnato la storia europea. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Cina. Scoperti veleni ed anestetici usati dagli antichi medici cinesi](https://scriptamanentitalia.it/cina-scoperti-veleni-anestetici-antichi-medici-cinesi/) **Published:** Maggio 29, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **JIANGYIN**, nella provincia cinese dello **Jiangsu**, il sottosuolo ha restituito una testimonianza di eccezionale portata scientifica: gli strumenti chirurgici custoditi nella tomba del medico **Xia Quan**, vissuto nella prima fase della dinastia **Ming**, recano ancora oggi le tracce microscopiche di una sostanza anestetica. Un'équipe di ricercatori guidata dal professor **Congcang Zhao** dell'**Università del Nord-Ovest** ha applicato una tecnica di microscopia ottica avanzata — la *Stimulated Raman Scattering* (SRS) — all'analisi dei residui depositati su una forbice e una pinzetta in ferro, strumenti che. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Cipro. Ritrovati 20 piedi di enormi statue perdute](https://scriptamanentitalia.it/cipro-ritrovati-piedi-enormi-statue-perdute/) **Published:** Maggio 29, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **FRANGISSA**, nella regione centrale di **Cipro**, il terreno ha consegnato agli archeologi una delle scoperte più significative degli ultimi anni per lo studio della religiosità greca nell'isola: oltre venti basi di statue votive sono state rinvenute ancora *in situ*, nel medesimo luogo in cui i fedeli dell'antichità le avevano deposte come offerta alla divinità. Il sito, identificato per la prima volta nel **1885**, era già noto per la presenza di un santuario dedicato ad **Apollo**, ma le indagini dell'epoca non erano andate oltre una ricognizione parziale. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Quando il Rinascimento bruciava le streghe... ma quante?](https://scriptamanentitalia.it/rinascimento-streghe/) **Published:** Maggio 29, 2026 **Author:** Stefania Maurilio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini e radici culturali](#Origini_e_radici_culturali) - [Il manuale del terrore — Malleus Maleficarum (1486)](#Il_manuale_del_terrore_%E2%80%94_Malleus_Maleficarum_1486) - [Anatomia di un processo](#Anatomia_di_un_processo) - [La geografia del terrore](#La_geografia_del_terrore) - [I numeri reali — smontare i miti](#I_numeri_reali_%E2%80%94_smontare_i_miti) - [Perché accadde — le interpretazioni storiografiche](#Perche_accadde_%E2%80%94_le_interpretazioni_storiografiche) - [La chiave religiosa](#La_chiave_religiosa) - [La chiave di genere](#La_chiave_di_genere) - [La chiave capitalista](#La_chiave_capitalista) - [La chiave climatica](#La_chiave_climatica) - [La chiave politica](#La_chiave_politica) - [Eredità e attualità](#Eredita_e_attualita) C’è una contraddizione che la storia fatica ancora a spiegare fino in fondo. Mentre l’Europa dava vita al **Rinascimento**, scopriva l’America, dava forma al pensiero scientifico moderno e celebrava il trionfo della ragione umana, scatenava parallelamente una delle campagne di persecuzione più sistematiche della sua storia. Tra il XV e il XVIII secolo, decine di migliaia di persone — in maggioranza donne — furono accusate di aver stretto un patto con il diavolo, processate, torturate e messe a morte. Gli stessi secoli che produssero Erasmo, Leonardo e Copernico produssero anche il *Malleus Maleficarum* e i roghi di massa. Questo paradosso non è un accidente della storia. È, al contrario, il **cuore stesso del fenomeno**. Come ha scritto Silvia Federici, i secoli tra il XIII e il XVII Secolo sono quelli che la vulgata scolastica presenta come il trionfo della ragione sul buio medievale, eppure sono proprio i secoli in cui una parte della popolazione europea viene perseguitata e uccisa per presunte arti malefiche. Comprendere la caccia alle streghe significa comprendere come una società possa essere al tempo stesso *illuminata* e brutale, progressista nella filosofia e reazionaria nel diritto. ## ****Origini e radici culturali**** Prima che diventasse il simbolo del male assoluto, la “**strega**” era qualcosa di molto più concreto e radicato nella vita delle comunità europee. Era la levatrice che assisteva i parti, la guaritrice che conosceva le proprietà delle erbe, la donna anziana depositaria di un sapere tramandato di generazione in generazione. Sortilegi e malefici erano proibiti già nella Roma dei cesari e negli statuti comunali **medievali**, ma si trattava di reati comuni, puniti come tali, senza quella dimensione cosmica di guerra spirituale che si sarebbe sviluppata più tardi. **Il passaggio decisivo avviene tra il XIV** e il **XV secolo**, quando la teologia scolastica compie un’operazione intellettuale di enorme portata: equiparare la magia all’eresia. Non più semplice superstizione o residuo di ignoranza popolare, ma crimine spirituale, alleanza deliberata con le forze del male, minaccia all’ordine cosmico cristiano. L’interesse verso i fenomeni magici e la ricerca degli strumenti per perseguirli conosce un’accelerazione costante dal XIII secolo, ma è solo dalla fine del Quattrocento che la “caccia” diviene una realtà su scala continentale. Le radici della persecuzione non sono soltanto teologiche. Affondano in una lunga stagione di instabilità materiale che l’Europa conobbe tra il **XIV** e il **XVIII** secolo, nota agli storici come *Piccola Era Glaciale*: un raffreddamento del clima che produsse estati brevi e piovose, raccolti insufficienti, carestie ricorrenti, epidemie e ondate di instabilità politica. Lo storico Wolfgang Behringer ha proposto una lettura *eco-storica* del fenomeno: quando le comunità rurali vedevano i loro campi devastati da grandinate improvvise, i loro animali morire senza spiegazione, i loro bambini spegnersi per malattie incomprensibili, avevano bisogno di trovare un responsabile umano. La strega era la risposta più immediata, più tangibile, più facilmente perseguibile. Non è un caso che il picco della persecuzione — tra il **1590** e il **1640** — coincida con il momento di massima intensità della crisi climatica del XVII secolo, con il culmine della Guerra dei Trent’anni e con la diffusione delle guerre di religione. Il disastro naturale e il disastro politico si alimentavano a vicenda, e la strega era la figura capace di incarnarli entrambi. ## **Il manuale del terrore — *Malleus Maleficarum* (1486)** ![I domenicani Kramer e Sprenger consultano il Malleus Maleficarum del 1487 accanto alla bolla Summis desiderantes affectibus di Innocenzo VIII, 1484](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Il-manuale-del-terrore--Malleus-Maleficarum-1486-1024x512.png "Il manuale del terrore Malleus Maleficarum 1486 - Scripta Manent Italia") Il **4 dicembre 1484**, papa Innocenzo VIII firma la bolla *Summis desiderantes affectibus*. Il testo è formalmente una risposta a una preoccupazione pastorale: il pontefice esprime la sua «grande afflizione» per il continuo espandersi delle pratiche magico-demoniache in Germania, e conferisce ai domenicani Heinrich Institor Krämer e Jakob Sprenger l’incarico ufficiale di «punire, incarcerare e correggere» chiunque si fosse reso colpevole di stregoneria. La bolla affida inoltre al vescovo di Strasburgo il compito di vigilare affinché gli inquisitori potessero operare senza ostacoli. Nell’inverno del **1486**–**87**, i due inquisitori danno alle stampe il *Malleus Maleficarum* — «Il martello delle streghe» — primo trattato sistematico e organico sulla stregoneria. Pubblicato a Strasburgo nel 1487, venne ristampato ben quattordici volte prima del 1520 e rimase per quasi due secoli il punto di riferimento assoluto per giuristi, inquisitori e tribunali laici. Il libro è costruito in tre parti che si integrano con precisione quasi ingegneristica. La prima dimostra — attraverso un apparato teologico e filosofico di tutto rispetto — l’esistenza della stregoneria, la necessità che venga perseguita e la preposizione misogina che le donne siano per natura più predisposte al male. La seconda descrive con minuzia le pratiche malefiche attribuite alle streghe: dai malefici sessuali alle tempeste artificiali, dai rapporti con il diavolo agli infanticidi rituali. La terza fornisce le istruzioni procedurali per condurre un processo, raccogliere confessioni sotto tortura e comminare le pene. Il *Malleus Maleficarum* è anche un capolavoro di misoginia sistematica. Raccoglie e codifica tutti i pregiudizi della cultura cristiana sulla presunta naturale inferiorità femminile: la donna come essere mancante nell’atto della creazione, non salda nella fede, sessualmente insaziabile e dunque particolarmente suscettibile di scendere a patto con il demonio. Quasi tutte le streghe erano donne, spiegano i due domenicani, non per ragioni contingenti ma per ragioni **ontologiche**, legate alla natura stessa del femminile. Occorre tuttavia precisare un dato storico spesso trascurato: il *Malleus* non trovò mai riconoscimento ufficiale né da parte della Chiesa cattolica né da quella dei tribunali romani. Sia l’Inquisizione spagnola che il Tribunale dell’Inquisizione romana lo respinsero come inadeguato sul piano giuridico. Il gesuita Friedrich Spee, uno dei più lucidi critici del processo a streghe del **XVII Secolo**, criticava soprattutto l’uso sistematico della tortura come strumento probatorio. Eppure, nonostante questa mancanza di legittimità formale, l’opera ebbe per generazioni un impatto devastante sulla giurisprudenza tedesca e centro-europea. ## **Anatomia di un processo** ![Processo per stregoneria nel XVI secolo: donna accusata davanti al tribunale inquisitoriale, con il Malleus Maleficarum, ceppi e vasca per la prova del nuoto](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Anatomia-di-un-processo-1024x512.png "Anatomia di un processo - Scripta Manent Italia") Erano tre le modalità attraverso cui poteva essere aperto un procedimento. La prima era la denuncia pubblica di un vicino, un conoscente, un rivale. La seconda era la **fama pubblica**, ovvero la voce diffusa in una comunità — bastava che abbastanza persone «sapessero» qualcosa di una donna perché quella voce diventasse elemento probatorio. La terza era l’iniziativa diretta dell’inquisitore o del magistrato. Le accuse nascevano con frequenza sorprendente da conflitti di vicinato, invidie personali, rivalità economiche, o dalla necessità di trovare un **capro espiatorio** per eventi calamitosi come la morte improvvisa del bestiame, il fallimento del raccolto, o la malattia di un bambino. Le prove addotte nei processi erano nella stragrande maggioranza dei casi inconsistenti o logicamente circolari. Il “**marchio del diavolo**” — un neo, una voglia, qualunque imperfezione della pelle — era ritenuto prova inconfutabile di commercio con il demonio. La **prova del nuoto** prevedeva di gettare l’accusata nell’acqua legata: se galleggiava era colpevole, se annegava era innocente. Avere un aspetto selvatico, essere mendicante, adultera, erbaria, o semplicemente poco socievole poteva bastare per finire sotto processo. Nessuno dei prosecutori seppe mai rispondere a una domanda elementare: perché una presunta possessore di poteri soprannaturali non li usava per sfuggire alla propria cattura? La tortura era lo strumento principale per estorcere confessioni, e una volta che l’accusata aveva confessato — quasi sempre sotto **costrizione fisica** — veniva immediatamente costretta a fare i nomi di complici e complici. Questo meccanismo innescava una spirale inarrestabile: ogni confessione generava nuove denunce, ogni nuovo processo produceva ulteriori nomi, e l’intera comunità si trovava risucchiata in un vortice di accuse reciproche che poteva durare anni. I processi di massa, come quello di **Fulda** o di Trier, mostrano con brutale chiarezza questo meccanismo. ## **La geografia del terrore** La caccia alle streghe non si distribuì uniformemente sul territorio europeo, e capire la sua geografia è essenziale per comprenderne le logiche profonde. La **Germania** fu il suo epicentro assoluto: nell’arco alpino, nella Francia orientale e nei Paesi Baschi si concentrò la più alta densità di processi e di roghi. Nel Sacro Romano Impero, le donne costituivano circa i tre quarti dei processati, una proporzione che riflette tanto l’ideologia misogina del *Malleus* quanto le specifiche tensioni sociali della Germania del XVI-XVII secolo. Un caso emblematico è la caccia alle streghe di **Fulda** (1603-1606), dove il principe-abate Balthasar von Dernbach ordinò la morte di oltre 250 persone, tra cui uomini, donne e bambini. Fu uno dei processi di massa più brutali mai documentati nell’Europa moderna, e dimostra come i tribunali laici — in questo caso un potere religioso che esercitava funzioni civili — potessero essere ben più spietati dell’Inquisizione romana. L’Italia presenta un caso che smentisce quasi ogni generalizzazione sul rapporto tra *Inquisizione* e caccia alle streghe. L’*Inquisizione romana*, pur potentissima, condannò al rogo per stregoneria entro le mura di Roma soltanto quattro persone. I processi nella Penisola si concentrarono nelle valli alpine — Valtellina, Friuli, Valle d’Aosta — e si stima che le vittime italiane siano state almeno un paio di migliaia, di cui però solo **36** direttamente imputabili al Vaticano. Solo dopo i primi decenni del XVII Secolo, l’*Inquisizione romana* adottò una posizione di crescente scetticismo, giungendo progressivamente a mettere in discussione la realtà stessa del fenomeno. ![Mappa della distribuzione geografica dei processi per stregoneria in Europa nei secoli XVI–XVIII, con i casi di Fulda, Trier, Salem e Anna Göldi](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/La-geografia-del-terrore.png "La geografia del terrore - Scripta Manent Italia") In soli sedici mesi, tra il febbraio 1692 e il maggio 1693, duecento persone furono accusate di stregoneria nella piccola colonia puritana di **Salem**, in Massachusetts. Diciannove di loro vennero giustiziate, una morì schiacciata dai pesi della tortura, cinque morirono in prigione. Il caso di Salem non è semplicemente la versione americana di un fenomeno europeo: è la dimostrazione di come la psicologia del *panico collettivo*, amplificata da un contesto di minacce esterne reali — epidemie, attacchi dei nativi, instabilità politica — possa trasformare una comunità in un tribunale permanente, dove l’accusa è già condanna. Il 13 giugno **1782**, nella piazza centrale di Glarona, in Svizzera, viene decapitata Anna Göldi, nata nel 1734 nel canton San Gallo da una famiglia di modeste condizioni. Lavorava come domestica, era una donna sola, senza protezioni sociali di sorta. Fu accusata di aver avvelenato una bambina della famiglia che la impiegava; sotto tortura confessò di aver stretto un patto con il diavolo manifestatosi sotto forma di un cane nero. La sua esecuzione avvenne quasi un secolo dopo la fine della grande stagione dei roghi europei, in un paese considerato all’avanguardia del pensiero *Illuminato*. Il Canton Glarona la riabilitò ufficialmente soltanto nel **2008**, diventando il primo caso al mondo di riabilitazione parlamentare di una condannata per stregoneria. ## **I numeri reali — smontare i miti** Uno degli errori più tenaci della cultura popolare è quello di attribuire alla **caccia alle streghe** numeri nell’ordine dei milioni di vittime. La cifra di **nove milioni** di donne bruciate — diffusa in particolare da certi ambienti femministi degli anni ’70 — non ha alcun fondamento storico-documentario. La storiografia moderna, basata sullo spoglio sistematico degli archivi processuali, fornisce cifre ben diverse, ma non per questo meno agghiaccianti. Le stime più accreditate parlano di circa 100.000 persone processate in Europa e nelle sue colonie tra il **1450** e il **1750**, di cui tra le 40.000 e le 60.000 effettivamente giustiziate. Alessandro Barbero, in una delle sue conferenze più citate, indica una forbice tra 35.000 e 100.000 vittime. Si tratta di numeri che non hanno nulla da invidiare ad altri genocidi simbolici della storia europea, e che assumono tutto il loro peso se si considera che si svolsero nell’arco di tre secoli, in modo capillare, comunità per comunità, con la benedizione — diretta o indiretta — delle istituzioni civili e religiose. La composizione per genere non era uniforme. Se nel **Sacro Romano Impero** le donne rappresentavano circa i tre quarti degli accusati, in **Finlandia** gli uomini erano il 50%, in Russia il 70%, in Islanda il 90%. L’immagine della caccia alle streghe come persecuzione esclusivamente femminile riflette una media parziale, non la realtà di ogni singolo contesto locale. ## **Perché accadde — le interpretazioni storiografiche** La storiografia ha profondamente rivisto, a partire dagli anni **‘70** del **Novecento**, le interpretazioni romantiche e positiviste del fenomeno, proponendo chiavi di lettura spesso complementari tra loro. ### **La chiave religiosa** La prima spiegazione, e quella storicamente più consolidata, vede nei processi per stregoneria il prodotto diretto dei conflitti di religione e della frammentazione del potere politico del **XVI-XVII secolo**. La Riforma protestante e la Controriforma crearono un clima di guerra spirituale in cui il diavolo era un attore storico reale, presente e operante nel mondo. In questo contesto, la strega non era una figura folklorica ma un’agente del nemico, una quinta colonna nelle comunità cristiane. Significativamente, i tassi di persecuzione erano analoghi nei territori protestanti e in quelli cattolici, a dimostrazione che il fenomeno trascendeva le divisioni confessionali. ### **La chiave di genere** A partire dagli anni ’70, storiche e studiose femministe hanno proposto una lettura radicalmente diversa: la caccia alle streghe come strumento di controllo patriarcale sul corpo e sul sapere femminile. In questa prospettiva, le accuse colpivano in modo sproporzionato donne che contraddicevano il modello di femminilità imposto dall’Europa dell’epoca: donne che praticavano medicina autonomamente, donne che vivevano senza la protezione di un marito o di un padre, donne anziane che occupavano spazio sociale senza produrre forza-lavoro. La strega era il negativo della donna ideale: feconda ma al servizio del male, sapiente ma al servizio del diavolo. ### **La chiave capitalista** Silvia Federici ha elaborato in *Calibano e la strega* la tesi più ambiziosa e politicamente rilevante: la **caccia alle streghe** come componente essenziale dell’**accumulazione originaria capitalista**. Nello stesso periodo in cui le recinzioni espropriavano i contadini dalle terre comuni, la persecuzione delle streghe espropriava le donne dal controllo del proprio corpo, della propria sessualità e delle proprie conoscenze riproduttive. Le guaritrici, le levatrici, le donne che trasmettevano saperi contraccettivi erano le prime nemiche di un sistema economico emergente che aveva bisogno di corpi femminili disciplinati e produttivi. Tra il XIV e il XVIII Secolo, stima Federici, morirono uccise cinquantamila persone in un processo trasversale ai paesi cattolici e protestanti, che rivela la sua natura economica più che strettamente religiosa. ### **La chiave climatica** Wolfgang Behringer ha avanzato l’ipotesi *eco-storica* più documentata: la *Piccola Era Glaciale*, con le sue carestie, pestilenze e catastrofi naturali, avrebbe creato il substrato materiale del panico collettivo. Quando le comunità rurali vedevano i loro campi distrutti da grandinate improvvise, il loro bestiame morire senza apparente causa, i loro bambini decimati da malattie incomprensibili, cercavano inevitabilmente un responsabile umano. La strega era la risposta più immediata. La correlazione tra il picco della persecuzione (1590-1640) e il momento di massima intensità della crisi climatica del XVII Secolo non è casuale, sostiene **Behringer**, ma rivela un nesso causale preciso. ### **La chiave politica** Una lettura più recente sottolinea il ruolo dei **tribunali laici locali** — spesso ben più spietati di quelli ecclesiastici — nell’usare la caccia alle streghe come strumento di *disciplinamento sociale* e di affermazione del potere sul territorio. Le accuse di stregoneria permettevano di eliminare individui scomodi, regolare conflitti fondiari, liquidare rivali politici o religiosi sotto la copertura di un’accusa impossibile da confutare. In questa prospettiva, la strega era un’invenzione funzionale al **potere**, non soltanto alla fede. ## **Eredità e attualità** Il processo di riabilitazione simbolica e giuridica delle vittime è lento, frammentario e politicamente controverso. Il caso di **Anna Göldi** nel 2008 rappresenta un precedente storico mondiale, ma rimane un caso isolato. A Salem, il governo del Massachusetts ha riabilitato formalmente le ultime vittime — tra cui Elizabeth Johnson Jr., processata a 22 anni — soltanto nel **2022**, 330 anni dopo i fatti. La stragrande maggioranza dei condannati europei non ha mai ricevuto alcun riconoscimento ufficiale: i loro nomi restano negli archivi processuali, quando ci sono, o sono stati semplicemente inghiottiti dalla storia. A partire dagli anni ‘70 del **Novecento**, il Movimento femminista ha operato una sistematica riappropriazione del simbolo della strega come figura di resistenza al potere patriarcale. La strega — guaritrice, levatrice, depositaria di saperi autonomi — è diventata un’icona delle lotte per l’autodeterminazione femminile, capace di attraversare generazioni e contesti culturali molto diversi. Nei *social media* contemporanei questo processo si è ulteriormente accelerato, con la nascita di comunità *online* che combinano pratiche spirituali, stregoneria rituale e militanza politica. Sarebbe rassicurante pensare alla caccia alle streghe come a un capitolo definitivamente chiuso. Non lo è. In **Arabia Saudita** la stregoneria è ancora reato capitale: nel 2011 una donna fu decapitata con questa accusa. In Nigeria, Repubblica Democratica del Congo e Camerun, migliaia di bambini vengono ogni anno accusati di stregoneria e abbandonati o uccisi dalle loro famiglie. Nel lessico politico contemporaneo, l’espressione «caccia alle streghe» è entrata stabilmente per indicare persecuzioni ideologiche di massa o processi sommari senza prove — dal maccartismo degli anni ’50 fino ai dibattiti politici odierni. La domanda che questo *dossier* lascia aperta è la stessa che ogni epoca dovrebbe porsi: quando una società identifica un nemico invisibile e onnipresente, chi sono le sue streghe? ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/unione-europea-150x150-1.jpg) Stefania Maurilio Scrittrice di contenuti storici e divulgativi, esplora il passato attraverso articoli che combinano precisione, sintesi e passione narrativa. Si concentra soprattutto su storia romana, Medioevo e grandi snodi politici, religiosi e militari. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/stefania/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/stefania/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [Croazia: scoperto santuario con maschere greche intatte](https://scriptamanentitalia.it/croazia-santuario-maschera-teatrale-greca-crno-jezero/) **Published:** Maggio 27, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **DUBROVNIK**, in **Croazia**, gli scavi della grotta di **Crno Jezero** — il «lago nero» della penisola di **Pelješac** — hanno portato alla luce un oggetto di straordinaria pregnanza simbolica: una testa in terracotta che raffigura un volto umano recante una maschera teatrale di tradizione greca. Il reperto, datato con ragionevole certezza tra il IV e il III secolo a.C., era presumibilmente concepito per essere appeso a una parete, come attestano numerosi confronti tipologici nel panorama della coroplastica ellenistica. La scoperta è stata annunciata da **Domagoj Perkić** del **Museo Archeologico. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Hiroshima e Nagasaki: il crimine necessario?](https://scriptamanentitalia.it/hiroshima-nagasaki-crimine-necessario/) **Published:** Maggio 27, 2026 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La narrativa ufficiale: il sacrificio che salvò milioni di vite](#La_narrativa_ufficiale_il_sacrificio_che_salvo_milioni_di_vite) - [Il Giappone cercava già la pace: la bomba era davvero necessaria?](#Il_Giappone_cercava_gia_la_pace_la_bomba_era_davvero_necessaria) - [Il vero motivo: Stalin, non il Giappone](#Il_vero_motivo_Stalin_non_il_Giappone) - [La resa che quasi non arrivò: il colpo di stato dimenticato](#La_resa_che_quasi_non_arrivo_il_colpo_di_stato_dimenticato) - [La questione morale: è possibile un male necessario?](#La_questione_morale_e_possibile_un_male_necessario) Erano le 8 e 15 del mattino del **6 agosto 1945** quando il cielo di Hiroshima smise di esistere. In quarantatré secondi di caduta libera, un ordigno da sedici kilotoni chiamato *Little Boy* rase al suolo una città intera. Tra 70.000 e 80.000 persone morirono sul colpo, quasi tutti civili. Tre giorni dopo, alle 11.02 del **9 agosto**, *Fat Man* si abbatté su Nagasaki. Prima che l’anno finisse, il bilancio totale aveva già superato le 210.000 vittime. Se si contano i morti per radiazioni negli anni e nei decenni successivi, la cifra si avvicina a 250.000. Da quel momento, l’umanità non è più la stessa. E da quel momento, storici, generali, filosofi e politici di tutto il mondo si contendono la risposta a una domanda apparentemente semplice e in realtà insostenibile: quella decisione era giusta? ## **La narrativa ufficiale: il sacrificio che salvò milioni di vite** La versione che gli Stati Uniti hanno raccontato per decenni è lineare e, in apparenza, convincente. Il Giappone era un nemico fanatico e irriducibile. Ogni isola contesa nel Pacifico era costata fiumi di sangue americano. Il piano di invasione terrestre del Giappone, l’*Operazione Downfall*, prevedeva sbarchi sulle isole di Kyushu e Honshu a partire dall’autunno **1945**. Le stime di vittime elaborate dallo Stato Maggiore erano devastanti: si parlava di centinaia di migliaia di soldati americani caduti, con alcune proiezioni che arrivavano a sfiorare il milione di perdite totali tra gli Alleati. Il Pentagono arrivò persino a ordinare 370.000 medaglie *Purple Heart* in previsione dei feriti e dei morti. In questo scenario, **Harry Truman** presentò le bombe come un male necessario, un modo per chiudere la guerra con un colpo solo invece di trascinarla in un’invasione devastante. Era una logica fredda, da ragioniere della morte, ma aveva una sua coerenza brutale: sacrificare 200.000 civili giapponesi per salvare potenzialmente milioni di vite, americane e giapponesi, in una guerra di terra che si preannunciava come un macello. Questa interpretazione — detta “*tradizionalista*” — è rimasta la narrativa dominante negli Stati Uniti per decenni, e ancora oggi è condivisa da una larga parte dell’opinione pubblica americana. ## **Il Giappone cercava già la pace: la bomba era davvero necessaria?** Il problema è che questa storia ha dei buchi enormi. Buchi che gli stessi **protagonisti americani** — non storici di sinistra o pacifisti, ma **generali e ammiragli** con le stelle sul petto — hanno denunciato a voce alta. Il **20 giugno 1945**, sei settimane prima di Hiroshima, l’imperatore Hirohito convocò un consiglio di guerra straordinario chiedendo di trovare una via d’uscita dal conflitto il prima possibile. Il Giappone aveva inviato messaggi diplomatici riservati attraverso l’ambasciatore a Mosca, chiedendo alla Russia — con cui aveva ancora un patto di non aggressione — di mediare una resa onorevole con gli Stati Uniti. Questi messaggi furono intercettati e decifrati dagli americani attraverso il programma di *intelligence* **Magic**. Washington sapeva. Sapeva che Tokyo stava cercando un’uscita. E decise comunque di premere il bottone. L’ammiraglio **William Leahy**, il più alto ufficiale delle forze armate americane durante la guerra e capo di stato maggiore alla Casa Bianca, scrisse senza ambiguità nelle sue memorie del **1950**: «È mia opinione che l’uso di questa barbarica arma a Hiroshima e Nagasaki non sia stato di alcun aiuto materiale nella nostra guerra contro il Giappone. I giapponesi erano già sconfitti e pronti ad arrendersi». Andò oltre, aggiungendo: «Nel primo a usarla, avevamo adottato gli standard etici comuni ai barbari del Medioevo. Non sono stato addestrato a fare la guerra in questo modo, e le guerre non si vincono distruggendo donne e bambini». Il generale **Dwight Eisenhower** — non un pacifista, non un revisionista, ma il comandante supremo delle forze alleate in Europa e futuro presidente degli Stati Uniti — raccontò di aver espresso le sue riserve personalmente al Segretario di Guerra Stimson: «Gli dissi che ero contrario per due ragioni. Prima, i giapponesi erano pronti ad arrendersi e non era necessario colpirli con quella cosa orribile. Secondo, odiavo vedere il nostro Paese essere il primo a usare un’arma del genere». L’ammiraglio William Halsey, comandante della III Flotta americana, definì la prima bomba atomica «un esperimento non necessario», ricordando che il Giappone aveva «lanciato molte sonde di pace attraverso la Russia» prima ancora che la bomba fosse usata. ![Illustrazione ricostruttiva di una riunione di guerra alla Casa Bianca nel 1945: generali e ammiragli americani esaminano i dispacci segreti del programma Magic, intercettazioni diplomatiche Tokyo-Mosca che provano il tentativo giapponese di negoziare la resa attraverso l'Unione Sovietica](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Il-Giappone-cercava-gia-la-pace-la-bomba-era-davvero-necessaria.png "Il Giappone cercava già la pace la bomba era davvero necessaria - Scripta Manent Italia")## **Il vero motivo: Stalin, non il Giappone** Se i militari americani sapevano che il Giappone era al collasso, e se persino i loro più alti ufficiali ritenevano la bomba superflua per vincere la guerra, perché fu usata? La risposta che emerge dalla storiografia più aggiornata è scomoda quanto la domanda: le bombe non furono sganciate per finire la guerra contro il Giappone. Furono sganciate per intimidire l’**Unione Sovietica** e inaugurare il dopoguerra americano da una posizione di **supremazia assoluta**. Gar Alperovitz, lo storico americano che nel 1965 inaugurò la scuola revisionista con *Atomic Diplomacy*, e poi la approfondì nel monumentale *The Decision to Use the Atomic Bomb* (1996), sostiene con dovizia di documenti che **Truman** autorizzò le bombe principalmente per chiudere la guerra nel Pacifico prima che l’Armata Rossa si installasse in Asia, e per rafforzare la sua posizione negoziale con **Stalin**. La bomba, in questa lettura, non era un’arma bellica. Era uno strumento diplomatico. Un messaggio scritto nel fuoco e nell’uranio arricchito, indirizzato a Mosca attraverso le ceneri di due città giapponesi. Tsuyoshi Hasegawa, storico giapponese-americano della University of California Santa Barbara, ha spinto questa analisi ancora oltre nel suo *Racing the Enemy* (2005), vincitore del prestigioso Robert Ferrell Award. **Hasegawa** ha avuto accesso ad archivi americani, russi e giapponesi, e la sua conclusione è dirompente: fu l’invasione sovietica della Manciuria del **9 agosto 1945** — lo stesso giorno di Nagasaki — ad avere un impatto decisivo sulla resa giapponese, più di entrambe le bombe atomiche messe insieme. I *leaders* militari giapponesi potevano ancora immaginare di resistere a un invasore americano che doveva attraversare l’oceano. Non potevano reggere all’urto dell’Armata Rossa da nord, che in pochi giorni travolse quel che restava dell’esercito giapponese in Cina. C’era poi un terzo movente, candidamente confessato dall’ammiraglio Leahy stesso: il *Progetto Manhattan* era costato circa due miliardi di dollari dell’epoca — tra i 30 e i 50 miliardi in valuta attuale — e aveva impegnato direttamente oltre 130.000 persone. Leahy scrisse che «gli scienziati e altri volevano sperimentarla, date le enormi somme di denaro investite nel progetto.» Detto in altri termini: si era speso così tanto che non usare la bomba sarebbe sembrato uno spreco imperdonabile. ## **La resa che quasi non arrivò: il colpo di stato dimenticato** Un episodio che quasi nessun libro di testo racconta, ma che rivela tutta la complessità dell’estate del **1945**, è quello che in Giappone viene chiamato l’*Incidente di Kyūjō*. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto 1945, mentre l’imperatore Hirohito aveva già registrato il discorso della resa da trasmettere l’indomani mattina, un gruppo di ufficiali dell’esercito guidati dal maggiore Kenji Hatanaka irruppe nel palazzo imperiale di Tokyo. Il piano era brutale nella sua semplicità: uccidere i leader della fazione pacifista, mettere Hirohito agli arresti domiciliari, impossessarsi della registrazione del discorso e bruciarla prima che potesse essere trasmessa. Il generale **Takeshi Mori**, che rifiutò di unirsi alla congiura, fu assassinato. I golpisti falsificarono un ordine con il suo timbro ufficiale e occuparono il palazzo per ore. La registrazione fu cercata metodicamente nelle cantine del complesso imperiale. Fortunatamente non fu trovata. Quando divenne chiaro che l’esercito del distretto orientale non avrebbe sostenuto il *golpe*, i congiurati si suicidarono secondo il rituale tradizionale. Il mattino dopo, la voce dell’imperatore raggiunse per la prima volta nella storia i suoi sudditi via radio. Questo episodio dice una cosa fondamentale: anche dopo le due **bombe atomiche** e l’invasione sovietica, una parte significativa dei vertici militari giapponesi preferiva la morte collettiva della nazione alla resa. L’idea che un’ulteriore dimostrazione di forza, una terza bomba, o un avvertimento diplomatico diversamente formulato, avrebbe comunque convinto quel nucleo di irriducibili a cedere è — almeno in parte — una semplificazione. La resa giapponese fu il frutto di una congiuntura di fattori: la devastazione atomica, l’invasione sovietica, e la decisione personale e coraggiosa dell’**imperatore** di rompere il tabù e intervenire direttamente. È impossibile isolare la questione delle bombe atomiche dal contesto di ciò che le aveva precedute. Prima di Hiroshima, gli Stati Uniti avevano già condotto una campagna di bombardamenti sistematici sulle città giapponesi che, da sola, rappresenta uno dei più grandi massacri di civili della storia moderna. Nella notte tra il 9 e il **10 marzo 1945**, l’operazione *Meetinghouse* guidata dal generale Curtis LeMay aveva scatenato su Tokyo 300 B-29 carichi di bombe al napalm. In quella sola notte morirono tra le 90.000 e le 100.000 persone. Sedici miglia quadrate della città più densamente popolata del mondo ridotte in cenere. LeMay disse apertamente: «Se perdiamo la guerra, saremo processati come criminali di guerra.» In questa prospettiva, la bomba atomica non fu un’interruzione della strategia americana: fu la sua conseguenza logica, il suo completamento tecnologico. Un’America che aveva già accettato di uccidere centinaia di migliaia di civili con le bombe convenzionali non aveva davvero bisogno di attraversare alcuna soglia morale per autorizzare le bombe nucleari. La soglia era già stata attraversata mesi prima, nei cieli di **Tokyo**, Osaka, Kobe. **Hiroshima** e Nagasaki non rappresentano un’eccezione nella storia americana di quella guerra. Rappresentano la sua espressione più concentrata, più istantanea, e per questo più visibile. ## **La questione morale: è possibile un male necessario?** Il dibattito sulla bomba ha una dimensione etica che nessuna analisi storica può esaurire del tutto. C’è una domanda che rimane aperta come una ferita: è moralmente lecito uccidere intenzionalmente **200.000 civili** — donne, bambini, anziani, malati — per salvarne potenzialmente di più? Il cosiddetto argomento del “**male minore**” ha una lunga tradizione nella filosofia morale occidentale. La teoria della guerra giusta, da Agostino a Grozio fino a Michael Walzer, ammette in linea di principio che in determinate circostanze il danno ai civili può essere giustificato da un beneficio militare proporzionato e necessario. Il problema è che questa logica, applicata a **Hiroshima**, mostra tutte le sue crepe. Per invocare il “male minore” bisogna dimostrare che non esistessero alternative: che la bomba fosse davvero l’unico modo, o il modo meno costoso, per porre fine alla guerra. Ma la documentazione storica disponibile suggerisce che alternative esistessero — una dimostrazione su territorio disabitato, la garanzia esplicita all’imperatore di mantenere il trono, lo sfruttamento della disponibilità giapponese a negoziare attraverso Mosca. L’assistente del Segretario di Guerra John McCloy scrisse: «Sono assolutamente convinto che se avessimo detto loro che potevano tenere l’imperatore, insieme alla minaccia della bomba atomica, avrebbero accettato, e non avremmo mai dovuto sganciare la **bomba**». Queste alternative non furono esplorate seriamente, o furono scartate per ragioni che avevano più a che fare con la competizione strategica con l’URSS che con la necessità militare. ![Il Memoriale della Pace di Hiroshima: l'arco del Cenotafio delle vittime della bomba atomica inquadra la Cupola della Bomba Atomica (Genbaku Dome), unico edificio superstite dell'esplosione del 6 agosto 1945, oggi Patrimonio UNESCO e simbolo mondiale del disarmo nucleare](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Leredita-un-mondo-sotto-la-nube-del-fungo-atomico-1024x512.png "Leredità un mondo sotto la nube del fungo atomico - Scripta Manent Italia")Ottant’anni dopo, le conseguenze di quelle due esplosioni si estendono ben oltre le cifre delle vittime. **Hiroshima** e **Nagasaki** inaugurarono formalmente l’era nucleare e con essa la logica della deterrenza: la pace mantenuta non dall’assenza di armi, ma dall’equilibrio del terrore reciproco. La Guerra Fredda fu in larga misura la conseguenza diretta di quell’estate del 1945: Truman aveva voluto usare la bomba anche per «contenere i russi», e ottenne esattamente il risultato opposto, accelerando la corsa agli armamenti sovietica e portando il mondo sull’orlo della catastrofe nucleare più volte nei decenni successivi. Il **27 maggio 2016**, Barack Obama divenne il primo presidente americano *in carica* a visitare il Memoriale della Pace di Hiroshima. Non si scusò. La Casa Bianca aveva già chiarito che nessuna scusa sarebbe arrivata, e il sindaco di **Hiroshima** stesso disse di non essere interessato a un’apologia formale. Obama pronunciò un discorso sull’orrore della guerra e sulla necessità del disarmo nucleare, ma restò deliberatamente vago sulla moralità della decisione di Truman. Il dato che rimane è emblematico: il 56% degli americani approva ancora oggi la scelta di Truman, mentre quasi l’80% dei giapponesi la considera ingiustificata. Quella frattura nella percezione non è solo un fatto di storia. È uno specchio di come le nazioni costruiscono la propria identità attorno ai crimini che hanno compiuto o subito, e di come la memoria selettiva sia, da sempre, uno strumento di potere. Gli **Stati Uniti** non hanno mai presentato scuse ufficiali. Il Giappone, a sua volta, è stato accusato per decenni di minimizzare i propri crimini di guerra contro Cina, Corea e il resto dell’Asia. La risposta definitiva a questa domanda — era giusto o era sbagliato? — dipende in larga misura da dove si sceglie di stare. Se si accetta la narrativa tradizionalista, **Truman** fu un leader difficile che prese una decisione terribile per ragioni comprensibili, in un contesto di guerra totale. Se si abbraccia la lettura revisionista o post-revisionista, ci si trova di fronte a qualcosa di più oscuro: un crimine premeditato contro centinaia di migliaia di civili innocenti, motivato da calcoli geopolitici piuttosto che da necessità militare, e coperto per decenni da una narrazione ufficiale costruita con cura quasi *artigianale*. Quello che la storiografia ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio è che la versione semplice — «la bomba era l’unica scelta» — non regge all’esame dei fatti. La realtà è più complicata, più sporca, e molto meno *heroica* di quanto i libri di testo americani abbiano voluto raccontare per **ottant’anni**. Il Giappone era già al collasso. I canali diplomatici erano aperti. E i generali stessi — non i nemici, non i pacifisti, ma i comandanti in capo delle forze armate americane — ritenevano la bomba **inutile** e barbara. Tutto questo non significa necessariamente che **Truman** avesse torto in senso assoluto. Significa che aveva torto nel modo in cui lo abbiamo lasciato raccontare. E che forse, ancora oggi, non siamo davvero disposti ad ascoltare la risposta giusta. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Storia Contemporanea --- ### [Il Sudario di Oviedo è il fazzoletto che avvolse il volto di Cristo?](https://scriptamanentitalia.it/sudario-di-oviedo-fazzoletto-volto-di-cristo/) **Published:** Maggio 26, 2026 **Author:** Alessandro Capuano **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Profilo materiale: descrizione tecnica del telo](#Profilo_materiale_descrizione_tecnica_del_telo) - [Storia e tradizione: dal sepolcro a Oviedo](#Storia_e_tradizione_dal_sepolcro_a_Oviedo) - [Analisi scientifiche: datazione e studi forensi](#Analisi_scientifiche_datazione_e_studi_forensi) - [Il confronto con la Sindone di Torino](#Il_confronto_con_la_Sindone_di_Torino) - [Il Sudario nel sistema delle reliquie cristiane](#Il_Sudario_nel_sistema_delle_reliquie_cristiane) - [Valutazione critica e prospettive di ricerca](#Valutazione_critica_e_prospettive_di_ricerca) - [Fonti](#Fonti) Nel panorama delle reliquie cristiane legate alla **Passione di Cristo**, il **Sudario di Oviedo** occupa una posizione paradossale: è uno dei manufatti più studiati dalla *sindonologia* moderna, eppure rimane largamente sconosciuto al grande pubblico, oscurato dalla fama della **Sindone di Torino**. Conservato nella **Cámara Santa** della cattedrale di **San Salvador** a **Oviedo**, capoluogo delle **Asturie** nella **Spagna** nord-occidentale, questo panno di lino rettangolare — circa 84 × 53 centimetri — è venerato dalla **Chiesa cattolica** come il telo che avrebbe coperto il capo di **Gesù di Nazareth** dopo la deposizione dalla croce e durante il trasporto al sepolcro. La tradizione cristiana si radica nel **Vangelo di Giovanni** (**20,6-7**), dove si descrivono, all’interno del sepolcro vuoto, il lenzuolo a terra e il «sudario che era stato sul suo capo, non per terra con i teli, ma avvolto in un luogo a parte». Storicamente, tuttavia, la presenza del telo a **Oviedo** è documentata con certezza soltanto dall’**XI Secolo** in poi, quando compare negli inventari delle reliquie custodite nell’**Arca Santa** della cattedrale. Questo scarto tra la tradizione orale — che rimanda al **I Secolo** — e le prove documentarie — che non risalgono oltre il **Medioevo** — rappresenta il nodo centrale di ogni discussione sull’autenticità della reliquia. Qualsiasi approccio critico al **Sudario di Oviedo** non può prescindere dal distinguere tre livelli distinti: la descrizione materiale dell’oggetto, la sua storia documentabile, e il dibattito sull’autenticità in senso stretto. Mescolare questi piani, come spesso accade nella letteratura sia apologetica sia scettica, produce un discorso *inaffidabile*. Questo dossier si propone invece di tenerli separati, attribuendo a ciascuno il peso che le prove disponibili consentono. ## **Profilo materiale: descrizione tecnica del telo** ![Il Sudario di Oviedo esposto nella Cámara Santa della cattedrale di San Salvador: telo di lino rettangolare color bruno chiaro con macchie ematiche visibili, conservato in una teca con cornice dorata e bordi argentati, poggiata su un cuscino di velluto rosso durante una cerimonia di ostensione](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Profilo-materiale-descrizione-tecnica-del-telo-1024x512.png "Profilo materiale descrizione tecnica del telo - Scripta Manent Italia") Il telo è un rettangolo di lino non perfettamente regolare nelle dimensioni, di un colore tendente al bruno chiaro con macchie più scure visibili a occhio nudo. La struttura tessile è stata analizzata dalla studiosa **Franca Pastore Trosello**, che ha rilevato come le fibre siano state filate a mano con una torcitura a *«Z»*, tecnica caratteristica dell’area siro-palestinese. La trama è ortogonale, ovvero a *taffettà*, a differenza della tessitura a *spina di pesce* della **Sindone di Torino**; le due tele presentano invece identico spessore delle fibre. Questa combinazione — stessa materia prima, stessa tecnica di filatura, trama diversa — ha orientato diversi studiosi verso l’ipotesi di manufatti prodotti in una medesima area geografica ma non dallo stesso telaio. Ciò che rende il **Sudario di Oviedo** scientificamente rilevante non è un’immagine, che non esiste, ma la distribuzione e la composizione delle macchie. Gli studi condotti dall’**Edices** — **Equipo de Investigación del Centro Español de Sindonología** — a partire dal **1989** hanno documentato una serie quadruplice di macchie speculari su entrambi i lati del panno, compatibili con la sua piegatura attorno a un capo umano. Analisi chimiche e microscopiche hanno stabilito che la miscela di cui sono composte corrisponde a una parte di sangue e sei parti di *liquido edematoso polmonare*, la sostanza che si accumula nei polmoni in seguito a morte per soffocamento — la fisiologia tipica della crocifissione. Tra le macchie sono riconoscibili anche impronte di dita nella zona attorno a bocca e naso, interpretate come il gesto di chi cercava di arrestare il flusso di sangue, e puntini ematici compatibili con ferite da piccoli corpi appuntiti. Una delle analisi più rilevanti è stata la ricostruzione delle posizioni assunte dal cadavere durante l’applicazione del telo. Secondo gli studiosi del **Centro Spagnolo di Sindonologia**, le macchie si sarebbero formate in almeno due momenti distinti: in una prima fase il corpo era in posizione verticale con il capo reclinato **70 gradi** in avanti e **20 gradi** verso destra — la postura tipica di un crocifisso — poi il cadavere fu spostato a formare un angolo di **115 gradi** con la fronte appoggiata a una superficie dura, infine fu disteso supino e il telo rimosso. Alcune macchie sovrastano altre già asciutte, confermando che il contatto con il volto avvenne in più riprese. Le analisi al microscopio hanno rilevato, oltre alle macchie ematiche, tracce di *aloe* e *mirra* nelle fibre del lino. La presenza di questi unguenti è coerente con le prescrizioni funebri **ebraiche** descritte nel **Vangelo di Giovanni** (**19,39-40**) e con le pratiche di imbalsamazione provvisoria documentate per la **Palestina** del **I secolo**, fornendo un elemento di contesto culturale che alcuni studiosi ritengono significativo anche se non probante. ## **Storia e tradizione: dal sepolcro a Oviedo** Quasi tutto ciò che sappiamo sull’itinerario della reliquia prima dell’**XI Secolo** proviene da una sola fonte: il *Liber Testamentorum* redatto da **Pelagio**, vescovo di **Oviedo** dal **1101** al **1130**, morto nel **1153**. Un documento così tardo, prodotto nel contesto di una sede episcopale che aveva tutto l’interesse a valorizzare il proprio patrimonio di reliquie, deve essere trattato con la prudenza metodologica riservata alle fonti agiografiche **Medievali**: prezioso per conoscere la tradizione, ma non autonomamente probante per ricostruire eventi del **I Secolo**. Con questa doverosa premessa, il racconto di **Pelagio** si articola in più tappe. Secondo **Pelagio**, il **Sudario** sarebbe stato custodito a **Gerusalemme** insieme ad altre reliquie in un’arca di legno di cedro fino all’**anno 614**, quando la città fu conquistata dalle armate sasanidi di **Cosroe II**. In quell’occasione un monaco di nome **Filippo** avrebbe messo in salvo l’arca fuggendo verso **Alessandria d’Egitto**; quando anche l’**Egitto** cadde sotto i **Persiani** nel **616**, **Filippo** avrebbe proseguito verso il **Nord Africa** e poi verso la penisola iberica, consegnando il prezioso contenuto a **san Fulgenzio**, vescovo di **Ecija**. La tradizione riferisce poi che la reliquia passò per le mani di **san Leandro** e di **sant’Isidoro di Siviglia**, arrivando infine a **Toledo**, capitale del regno ispano-visigotico, nell’orbita di **sant’Ildefonso**, consacrato vescovo nel **657**. Con l’invasione islamica della penisola iberica nel **711**, la reliquia — sempre secondo la tradizione — fu trasferita verso nord per sottrarla al controllo arabo. Una versione del racconto parla di un trasferimento diretto a **Oviedo**; una seconda, ritenuta da alcuni storici più attendibile, colloca il telo nascosto in un eremitaggio sul monte **Monsacro**, a dieci chilometri da **Oviedo**. Verso l’**840**, il re **Alfonso II delle Asturie** — detto “**il Casto**” — avrebbe portato il Sudario nella città e fatto costruire appositamente la **Cámara Santa** all’interno del suo palazzo per custodire l’arca con le reliquie. La cappella costruita da **Alfonso II** è uno dei pochi monumenti preromanici asturiani sopravvissuti intatti. Dichiarata **Patrimonio dell’Umanità** dall’**UNESCO** nel **dicembre 1998**, essa costituisce tuttora il contenitore liturgico del **Sudario**. L’arca che custodisce le reliquie fu rivestita d’argento per ordine del re **Alfonso VI di Castiglia e León** dopo una ricognizione del contenuto avvenuta il **13 marzo 1075** — il primo documento d’archivio che menzioni esplicitamente il *Sudarium Domini*. È in questo documento, e nel rivestimento argenteo datato **1113**, che si materializza la prima certezza storica sull’esistenza della reliquia a **Oviedo**. Tra il presunto arrivo a **Oviedo** nell’**840** e la menzione del **1075** si apre una lacuna di oltre due **Secoli** priva di attestazioni scritte certe. La storiografia critica considera questa lacuna, sommata all’unicità della fonte pelagiana per la parte precedente, come un limite strutturale di qualsiasi tentativo di ricostruire la “storia lunga” della reliquia. Non si può escludere che il **Sudario** sia stato fabbricato o acquisito nel periodo *altomedievale iberico* e che la tradizione della sua provenienza palestinese sia stata costruita retrospettivamente; non si può nemmeno escludere che la tradizione rifletta eventi reali. Allo stato attuale delle fonti scritte, la seconda ipotesi non è dimostrabile né confutabile per *via documentaria*. Un elemento spesso trascurato è il ruolo che il **Sudario di Oviedo** ha avuto nella geografia del pellegrinaggio **medievale**. La cattedrale di **San Salvador** era una tappa irrinunciabile del **Camino de Santiago**: il celebre detto **medievale** recitava «Chi va a **Santiago** e non al **Salvatore**, visita il servo e non il **Signore**». Questa centralità devozionale ha garantito alla reliquia una vitalità culturale e una continuità di attestazioni che, a partire dall’**XI**–**XII Secolo**, non ha subito interruzioni, rendendo **Oviedo** un polo di pellegrinaggio rivale della stessa **Compostela**. ## **Analisi scientifiche: datazione e studi forensi** Il test del **carbonio-14**, eseguito con campioni del telo, ha restituito una datazione al **VII-VIII Secolo d.C.** — intorno al **680** secondo alcuni laboratori. Questo risultato è cronologicamente compatibile con la fase “spagnola” della tradizione pelagiana, ma incompatibile con un’origine nel **I Secolo d.C.** Gli autenticisti contestano la datazione adducendo il problema della contaminazione dei campioni, un argomento già sollevato nel dibattito sulla **Sindone di Torino**. **Antonio Alonso**, membro dell’**Instituto Nacional de Toxicología y Ciencias Forenses** di **Madrid** — l’unico istituto laico e non confessionale ad aver esaminato il **Sudario** — ha affermato esplicitamente che «l’unica prova scientifica è quella del **carbonio 14** e dice che la reliquia è falsa», pur riconoscendo che lo studio del telo rimane comunque *scientificamente* interessante indipendentemente dalla sua datazione. Le analisi ematologiche hanno permesso di stabilire che il sangue presente sul telo è di gruppo **AB**. Questo dato è stato confermato in due campagne distinte, nel **1985** e nel **1993**, dal sindonologo **Pierluigi Baima Bollone**. Il gruppo **AB** è relativamente raro in **Europa occidentale** ma più comune nell’area mediorientale, e la sua presenza è identica a quella rilevata sulla **Sindone di Torino**. Il medico legale **Alfonso Sánchez Hermosilla** dell’**Istituto di Medicina Legale** dell’**Università Cattolica di Murcia** ha inoltre analizzato la composizione delle macchie, confermando la presenza di *liquido pleurico* e *pericardico*, e ha localizzato la ferita che produsse la macchia più rilevante nella zona posteriore del quarto spazio intercostale destro, tra la quarta e la quinta costola. Questa ferita, per angolatura e morfologia, risulta compatibile con un colpo di lancia inferto a un corpo crocifisso. Il botanico svizzero **Max Frei-Sulzer** ha prelevato campioni di polvere dal **Sudario a Oviedo** nel **1979**, identificando il polline di **13 specie vegetali**. Successivamente il **Centro Spagnolo di Sindonologia** e la biologa **Carmen Gómez Ferreras** dell’**Universidad Complutense di Madrid** hanno ampliato l’identificazione a **25 tipi di polline**, compatibili con un ambiente mediterraneo e in parte con la flora palestinese. La palinologa **Marzia Boi** dell’**Università delle Isole Baleari** ha inoltre osservato che il polline ritrovato nel **Sudario** presenta forti similitudini con quello identificato sulla **Sindone**, riconducibile al genere *Helichrysum*, pianta utilizzata anticamente negli unguenti funebri. Va tuttavia precisato che le limitazioni metodologiche degli studi *palinologici* su materiali antichi — difficoltà nell’identificazione della specie da pochi granuli, possibilità di contaminazione, impossibilità di escludere deposizioni successive al presunto momento originario — rendono queste prove suggestive ma non conclusive. I tentativi di analisi del **DNA** sono stati condotti ma non hanno prodotto risultati utilizzabili: il materiale genetico risultava troppo frammentato. Questo dato non è di per sé *dirimente*, dato che la degradazione del **DNA** in campioni *organici antichi* è un fenomeno atteso e non implica nulla riguardo all’autenticità del telo. Potenziali progressi nelle tecniche di sequenziamento di **DNA** antico potrebbero in futuro riaprire questo fronte di ricerca. ## **Il confronto con la Sindone di Torino** ![Immagine fotografica in negativo della Sindone di Torino: telo di lino di circa 4,4 metri con la doppia impronta frontale e dorsale di un corpo maschile adulto, macchie ematiche visibili in corrispondenza di mani, piedi, costato e fronte, su sfondo color seppia chiaro](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Il-confronto-con-la-Sindone-di-Torino.png "Il confronto con la Sindone di Torino - Scripta Manent Italia")Il confronto sistematico tra **Sudario di Oviedo** e **Sindone di Torino** è stato avviato a partire dagli **anni ’60** del **Novecento** da monsignor **Giulio Ricci**, uno dei pionieri della sindonologia. Gli studi successivi hanno identificato una serie di corrispondenze ritenute dagli *autenticisti* difficilmente spiegabili come coincidenza. Le macchie sul **Sudario** presentano una compatibilità «molto buona» con l’immagine del volto impressa sulla **Sindone**, secondo lo studioso **Giulio Ricci**. **Alan Whanger** avrebbe contato oltre cento punti di congruenza tra le figure. L’impronta del naso, misurabile su entrambi i teli, risulta avere la medesima lunghezza di **otto centimetri**. La corrispondenza più rilevante emersa dagli studi più recenti riguarda la ferita al costato. Nel **Sudario di Oviedo** è presente una macchia morfologicamente simile a quella che nella **Sindone di Torino** sembra causata da una ferita nel costato destro, circondata da un alone di fluido cadaverico compatibile con liquido *pericardico* e *pleurico*. Sia sulla **Sindone** che sul **Sudario** questa ferita presenta un’angolatura orizzontale, non verticale, e il gruppo sanguigno è **AB** in entrambi i casi. **Gian Maria Zaccone**, direttore del **Centro Internazionale di Sindonologia di Torino**, ha commentato che «sino ad oggi non sono emerse contraddizioni» tra le risultanze dei due teli e che «pare rafforzarsi l’ipotesi che i due teli abbiano avvolto lo stesso corpo». Non tutto coincide. La trama del tessuto è diversa — ortogonale per il **Sudario**, a spina di pesce per la **Sindone**. Crucialmente, gli studi *palinologici* di **Frei-Sulter** suggeriscono che i due teli abbiano percorso itinerari distinti nel corso della storia: i pollini del **Sudario** indicano un percorso *via* **Nord Africa** e **Spagna**, mentre quelli della **Sindone** suggeriscono un passaggio attraverso la **Turchia** e l’**Europa** orientale. Questo dato è compatibile sia con l’ipotesi dell’origine comune — due teli che si sarebbero separati già in epoca antica — sia con l’ipotesi che i pollini di ciascun telo riflettano semplicemente ambienti geografici diversi in cui i manufatti sono stati prodotti o conservati. Nonostante frequenti fraintendimenti nella comunicazione popolare, il **Sudario di Oviedo** non è mai stato definito dalla scienza né dalla teologia cattolica come un’immagine *acheropita*, ovvero un’immagine formata miracolosamente senza intervento umano. Il telo mostra unicamente tracce derivanti dal contatto fisico con sangue umano e fluidi corporali: nessuna immagine, nessun fenomeno che ecceda la fisiologia della morte e della manipolazione del cadavere. In questo differisce profondamente dalla **Sindone**, sulla quale è impressa una figura che la scienza non è ancora riuscita a spiegare meccanicamente. ## **Il Sudario nel sistema delle reliquie cristiane** Nella letteratura devozionale e sindonologica contemporanea il **Sudario di Oviedo** è spesso inserito in un sistema a tre elementi che comprende anche la **Sindone di Torino** e il **Volto Santo di Manoppello**. Quest’ultimo, conservato nella **Basilica** dell’omonimo paese abruzzese, è un velo sottilissimo — tradizionalmente identificato con il «velo della **Veronica**» — che reca l’immagine di un viso maschile con capelli lunghi e barba, visibile identicamente da entrambi i lati. Secondo studi condotti dal sacerdote **Enrico Sammarco** e da suor **Blandina Paschalis Schlömer**, la sovrapposizione cronologica delle tre immagini — prima la **Sindone**, poi il lino di **Oviedo**, infine il **Volto Santo** — produrrebbe un unico volto in cui ferite, proporzioni anatomiche e segni della **Passione** risulterebbero sovrapposti. Il dato del gruppo sanguigno **AB** sarebbe comune a tutti e tre i manufatti. La **Chiesa cattolica** non si è espressa con un giudizio definitivo sull’autenticità di nessuno dei tre oggetti, coerentemente con la posizione già espressa da **Giovanni Paolo II** riguardo alla **Sindone**: si tratta di materia *scientifica*, non di fede, e la **Chiesa** affida agli scienziati il compito di indagare, invitando a operare «senza posizioni precostituite» e con «rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti». Il **Sudario di Oviedo** è venerato come reliquia e il calendario liturgico prevede tre esposizioni pubbliche annuali: il **Venerdì Santo**, il **14 settembre** (**Festa del Trionfo della Croce**) e il **21 settembre** (**Festa di san Matteo**). ## **Valutazione critica e prospettive di ricerca** Separando il certo dal probabile e dall’indimostrato, è possibile tracciare un bilancio onesto. Ciò che è documentato con certezza: il telo esiste fisicamente, è conservato a **Oviedo** da almeno il **1075** (primo inventario scritto); le macchie sono di sangue umano di gruppo **AB** misto a liquido *edematoso* polmonare; la struttura tessile è coerente con tecniche di produzione dell’area *siro-palestinese* tra il **400 a.C.** e il **500 d.C.**; la datazione al radiocarbonio indica il **VII-VIII Secolo**; alcune corrispondenze morfologiche con la **Sindone di Torino** sono statisticamente *significative*. Ciò che rimane aperto e, allo stato attuale, non dimostrabile: l’identificazione del proprietario del sangue; l’itinerario della reliquia prima dell’**XI Secolo**; la validità dell’obiezione della contaminazione rispetto alla datazione al *radiocarbonio*; la spiegazione della compatibilità con la **Sindone** (che potrebbe essere il risultato di manipolazione da parte di artigiani che conoscevano entrambi i manufatti, oppure la conseguenza dell’origine comune). La presenza di un istituto laico — l’**Instituto Nacional de Toxicología y Ciencias Forenses** — che ha giudicato la datazione al *radiocarbonio* affidabile aggiunge un elemento di pressione critica che gli autenticisti non hanno ancora soddisfacentemente risolto. Le prospettive di ricerca più promettenti includono: una nuova campagna di datazione con prelievi multipli e metodologie *anti-contaminazione* aggiornate; l’analisi del **DNA** antico con tecniche di *nuova generazione* (**NGS** — *sequenziamento di nuova generazione*) che potrebbero estrarre informazioni da frammenti molto degradati; approfondimenti *palinologici* con commissioni di esperti indipendenti che rianalizzino i campioni di **Frei-Sulter**; modellizzazioni *tridimensionali* delle macchie per confronti metrici più precisi con la **Sindone**. La collaborazione tra istituti confessionali e laici, finora limitata, sarebbe *metodologicamente* auspicabile per garantire l’affidabilità delle conclusioni. Al di là della questione dell’autenticità nel senso *stretto*, il **Sudario di Oviedo** mantiene un valore storico indiscutibile come manufatto altomedievale legato alla civiltà **Asturiana** del **IX**–**XI Secolo**, come oggetto di devozione continua da quasi mille anni, come uno dei poli del pellegrinaggio **Medievale Iberico** e come terreno di confronto *interdisciplinare* tra medicina legale, *palinologia*, chimica tessile e storia religiosa. Qualunque conclusione si raggiunga sull’origine del sangue che macchia le sue fibre, il telo di **Oviedo** parla con voce *propria* — e quella voce merita di essere ascoltata con *rigore*. ## **Fonti** 1. [Associazione Volto Santo Ruvo, *Il telo di Oviedo*](https://www.associazionevoltosantoruvo.it/il-telo-di-oviedo/) (2022) — descrizione tecnica e analisi scientifiche 2. Lorenzo Bianchi, [*Il Sudario di Oviedo*, **30Giorni**](https://share.google/KW9jI2EBQZhuu083x), n. 4 – 2009 — storia, tradizione e studi forensi 3. **[Avvenire](https://www.avvenire.it/chiesa/chiesa-italiana/quei-forti-legami-tra-la-sindone-e-il-sudario-di-oviedo_28232)**, Marco Bonati, *Quei forti legami tra la Sindone e il Sudario di Oviedo* (2017) — studi di Sánchez Hermosilla e dichiarazioni di Zaccone 4. Giacomo Roggeri Mermet, *[Gli studi palinologici sulla Sindone e sul Sudario di Oviedo](https://alleanzacattolica.org/gli-studi-palinologici-sulla-sindone-e-sul-sudario-di-oviedo/)*, **Alleanza Cattolica / Cristianità** n. 431 (2025) — palinologia, studi di Frei-Sulter, Boi, Marinelli 5. Aleteia IT, *[Ecco gli unici tre sudari al mondo venerati come reliquie di Cristo](https://it.aleteia.org/2018/06/23/sudari-gesu-cristo-sindone-oviedo-volto-santo/)* (2018) — comparazione tra i tre teli 6. [Veronica Route, *711*](https://veronicaroute.com/) (2021) — itinerario storico e ricostruzione posturale 7. TV2000, *[Tre immagini per lo stesso volto di Uomo](https://www.tv2000.it/indagineaiconfinidelsacro/video/tre-immagini-per-lo-stesso-volto-di-uomo/)* (2022) — sistema dei tre teli ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/corso-luxury-real-estate-ese-laboratorio-fotografia-150x150-1.jpg) Alessandro Capuano Storico e divulgatore, si occupa di raccontare il mondo antico e medievale con uno stile chiaro, rigoroso e accessibile. Nei suoi articoli approfondisce battaglie, personaggi e trasformazioni politiche che hanno segnato la storia europea. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-capuano/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Il Business dietro l'Oracolo di Delfi](https://scriptamanentitalia.it/il-business-dietro-loracolo-di-delfi/) **Published:** Maggio 26, 2026 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il prodotto: cosa vendeva Delfi](#Il_prodotto_cosa_vendeva_Delfi) - [Il business del pellegrinaggio](#Il_business_del_pellegrinaggio) - [Entrate: tasse, offerte, tesori](#Entrate_tasse_offerte_tesori) - [Spese e gestione: chi incassa e chi amministra](#Spese_e_gestione_chi_incassa_e_chi_amministra) - [L’effetto moltiplicatore sull’economia locale](#Leffetto_moltiplicatore_sulleconomia_locale) - [Crisi e trasformazioni del modello di business](#Crisi_e_trasformazioni_del_modello_di_business) Immaginate una città sulla roccia, raggiungibile solo dopo giorni di cammino faticoso attraverso i monti della **Focide**. Non ha porto, non produce grano, non fabbrica nulla di ciò che serve a sopravvivere. Eppure per quasi **mille anni** re, generali, tiranni e comuni cittadini vi affluiscono da ogni angolo del **Mediterraneo**, carichi d’oro, d’argento, di animali da sacrificio e di preziosi *ex voto*. Ne tornano con poche righe ambigue, spesso incomprensibili nella loro doppiezza. E tuttavia tornano sempre, generazione dopo generazione. Quella città era **Delfi**. E il segreto del suo potere non era soltanto la profezia: era un sistema economico sofisticato, il primo vero distretto religioso-commerciale della storia occidentale. Dietro la fumosa *trance* della **Pizia**, quella sacerdotessa che sedeva sul tripode inalando i vapori che salivano dalla roccia, c’era un meccanismo collaudato di tasse, doni monumentali, giochi *panellenici*, diritti di precedenza in vendita e un’intera economia locale alimentata dal flusso ininterrotto di pellegrini. Dietro l’altare di **Apollo**, c’era un bilancio. E in questo bilancio si nascondeva uno dei capitoli più affascinanti e meno raccontati dell’antichità *greca*. ## **Il prodotto: cosa vendeva Delfi** ![Pellegrini greci in fila davanti al Tempio di Apollo a Delfi per consultare la Pizia, sacerdotessa seduta in trono tra i vapori sacri, con l'iscrizione 'Conosci te stesso' (ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟΝ) sull'architrave e offerte votive in primo piano](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Il-prodotto-cosa-vendeva-Delfi-1024x512.png "Il prodotto cosa vendeva Delfi - Scripta Manent Italia") Il prodotto principale di **Delfi** era l’accesso alla volontà di **Apollo**. In termini *moderni*, si trattava di un *servizio di consulenza strategica* con copertura divina: chi si recava all’**oracolo** chiedeva orientamento su questioni che spaziavano dalla guerra alla colonizzazione, dal matrimonio alla fondazione di nuove città, dalla pestilenza alla successione dinastica. Ma ridurre **Delfi** a un *servizio di divinazione* sarebbe come descrivere la **Borsa di Londra** come un posto dove si scambiano pezzi di carta. Il valore del prodotto, infatti, non stava tanto nella risposta in sé — spesso volutamente ambigua, costruita in modo da poter essere reinterpretata alla luce degli eventi — quanto nella legittimazione che quella risposta conferiva. Un generale che partiva in guerra con il consenso di **Apollo** era un generale che poteva convincere soldati e alleati a seguirlo senza troppe domande. Una città che fondava una colonia “per volere del dio” rendeva indiscutibile e sacra una decisione che era, in realtà, frutto di calcolo politico ed economico. **Delfi** non vendeva profezie: vendeva *autorità*. E l’*autorità*, nel mondo *greco*, era la merce più preziosa che esistesse. Il servizio si declinava su più livelli di accesso, ognuno con un costo diverso. Le consultazioni ordinarie erano aperte a chiunque, con cadenza mensile, e prevedevano un sacrificio preliminare offerto dalla stessa città di **Delfi**. Le consultazioni straordinarie, richieste da privati, ambasciatori o delegazioni statali, erano interamente a carico del consultante, inclusi sacrifici aggiuntivi proporzionali all’importanza della richiesta. Al vertice di questa gerarchia stava la *promanteia*, il privilegio di saltare la fila e accedere all’oracolo prima di chiunque altro. Era un diritto concesso per decreto, poteva essere riconosciuto a individui, città intere o categorie professionali, e aveva un valore simbolico e diplomatico enorme. Una sorta di tessera **VIP** istituzionalizzata, la cui concessione era già di per sé un atto politico carico di conseguenze. ## **Il business del pellegrinaggio** ![Vivace scena di pellegrinaggio nell'antica Delfi: pellegrini greci in tunica percorrono la Via Sacra lastricata tra bancarelle di ex-voto, statuette votive e anfore in vendita, con capre condotte al sacrificio, la Fontana Castalia a sinistra e il Tempio di Apollo visibile sullo sfondo tra i monti del Parnaso](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Il-business-del-pellegrinaggio-1024x512.png "Il business del pellegrinaggio - Scripta Manent Italia") Nessun prodotto funziona senza una filiera. E la filiera di **Delfi** cominciava molto prima dell’arrivo al tempio, sin dall’inizio del percorso che i pellegrini intraprendevano per raggiungerlo. Il viaggio verso **Delfi** era già di per sé un atto economico prima ancora che religioso. I pellegrini percorrevano grandi distanze, spesso via mare fino al golfo di **Corinto** — il santuario distava solo una quindicina di chilometri dalla costa — e poi a piedi su per le pendici del **Parnaso**. Lungo il percorso, la domanda di servizi era costante e prevedibile: servivano alloggi nelle città di transito, guide locali, animali destinati al sacrificio, artigiani capaci di produrre *ex voto* su commissione, venditori di offerte votive prefabbricate per chi non poteva permettersi di portare con sé oggetti preziosi. Tutta un’economia di supporto che prosperava esclusivamente grazie al flusso religioso, così come oggi prosperano le città attorno ai grandi santuari **cristiani**. Ma il vero ingranaggio del **business** scattava una volta giunti al recinto sacro. Il consultante seguiva un *iter* rigidamente codificato che prevedeva una sequenza obbligatoria di riti, ognuno con un costo preciso. Prima la purificazione alla **fonte Castalia**, poi il pagamento del *pelanos* — una tassa preliminare in natura, obbligatoria e non negoziabile per accedere alla consultazione — quindi il sacrificio della *próthysis*, generalmente una capra acquistata sul posto, e infine un’ulteriore offerta sul tavolo sacro prima di ricevere la risposta. La logica era quella che oggi chiameremmo *funnel* di conversione: l’ingresso era formalmente libero, ma la partecipazione piena richiedeva una spesa crescente a ogni stadio del processo. E chi aveva percorso centinaia di chilometri per arrivare fin lì raramente si tirava indietro davanti all’ultima tassa. La vera genialità del **modello** stava nella sua *ciclicità*. I **pellegrini** non venivano una volta sola: tornavano in occasione di ogni **crisi** rilevante, e lasciavano ogni volta nuovi **doni**, nuovi **sacrifici**, nuovi *ex voto*. Il rapporto tra consultante e **santuario** era concepito come una relazione *continuativa*, non come una **transazione** isolata. **Apollo** ricordava chi era stato generoso, e i **sacerdoti** — che conservavano meticolosamente le **dediche** e le **iscrizioni** — si assicuravano che questo **ricordo istituzionale** fosse sempre attivo e visibile. ## **Entrate: tasse, offerte, tesori** ![Fila di Thesauroi (tesori votivi) delle città-stato greche lungo la Via Sacra di Delfi: il Tesoro degli Ateniesi in primo piano con statua dorata di Atena e ricchi ex-voto in bronzo, seguiti dal Tesoro dei Sifni, dei Corinzi e altri, con pellegrini in abito greco che osservano le offerte votive e il Tempio di Apollo visibile sullo sfondo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Entrate-tasse-offerte-tesori-1024x512.png "Entrate tasse offerte tesori - Scripta Manent Italia") Il modello di entrate di **Delfi** era stratificato su più livelli, dagli *oboli* del privato cittadino ai tesori monumentali delle grandi potenze *greche*, e la sua solidità derivava proprio dalla diversificazione delle fonti. Le entrate correnti — *pelanos*, proventi dei sacrifici, offerte votive quotidiane, tasse legate alle consultazioni straordinarie — garantivano un flusso stabile e prevedibile di risorse. Non esistono dati quantitativi precisi per la singola consultazione, ma l’enorme volume di pellegrini che affluivano al santuario nei periodi di massimo splendore — stimato nell’ordine delle decine di migliaia all’anno — rendeva quella fonte di reddito tutt’altro che trascurabile. Un santuario che funzionava come un’impresa moderna ben gestita: entrate ricorrenti, clienti fedeli, nessun magazzino da gestire. Sopra questa base si ergeva la struttura degli *straordinari*. I grandi donatori — re, tiranni e **città-stato** — offrivano statue, tripodi d’oro, vasi d’argento, oggetti di manifattura pregiata, per celebrare vittorie militari o ingraziarsi **Apollo** in vista di imprese future. **Croeso di Lidia**, secondo **Erodoto**, inviò al santuario offerte di ricchezza inimmaginabile prima di consultare l’oracolo sulla guerra contro i **Persiani**: tremila animali sacrificali di ogni tipo, coppe d’oro massiccio, lingotti d’oro, mantelli e tuniche preziose. La risposta che ricevette — «se attraversi il fiume **Halys**, distruggerai un grande regno» — era perfetta nella sua *ambiguità*. **Croeso** attraversò il fiume, il regno che distrusse fu il suo, e i tesori erano già al sicuro tra le mura di **Delfi**. Ma le entrate più imponenti erano di natura strutturale: i tesori votivi che ogni grande città-stato costruiva fisicamente lungo la **Via Sacra**. Questi edifici in marmo pregiato — veri e propri monumenti architettonici — servivano a custodire le offerte e i bottini di guerra dedicati ad **Apollo**, ma funzionavano allo stesso tempo come pubblicità permanente del potere e della devozione della propria città di fronte a tutti i visitatori del santuario. Il **Tesoro degli Ateniesi**, costruito intorno al **510 a.C.** in marmo *pario* della migliore qualità, era con ogni probabilità finanziato con i proventi della battaglia di **Maratona**. Il **Tesoro dei Sifni**, adornato da una decorazione scultorea di straordinaria raffinatezza, era stato commissionato dopo la scoperta di ricche miniere d’argento e oro nell’isola di **Sifno** — una quota della fortuna mineraria direttamente immobilizzata in marmo sacro. Ogni tesoro era un investimento di immagine, ma anche una riserva di valore reale custodita sotto la protezione inviolabile del dio. E quella protezione, come avrebbero scoperto i **Focesi** nel **IV secolo**, non era affatto garantita. ## **Spese e gestione: chi incassa e chi amministra** Tutta quella ricchezza non era “di nessuno”. L’amministrazione del **santuario** era affidata a una **struttura a doppio livello**, con competenze e interessi spesso sovrapposti e talvolta conflittuali. Il livello operativo era gestito dalla comunità locale **Delfica**, che amministrava direttamente i rapporti con i pellegrini, i calendari di consultazione e le entrate quotidiane. Era la città di **Delfi** che concedeva la *promanteia* per decreto, che stabiliva l’ordine di precedenza nelle consultazioni e che incassava le tasse correnti. Un piccolo centro abitato che si trovava nella straordinaria posizione di essere, di *fatto*, il portiere del santuario più frequentato del mondo **Greco**. Al di sopra si collocava l’**anfizionia pilaico-delfica**: una confederazione di dodici tribù e città greche con il compito istituzionale di amministrare e proteggere il santuario. I suoi rappresentanti — i *ieromnemoni* — si riunivano periodicamente in assemblea, dove si discutevano non solo questioni religiose ma anche affari economici e diplomatici di portata *panellenica*. L’**anfizionia** controllava le strade di accesso al santuario, riscuoteva le proprie quote, aveva la facoltà di comminare multe alle città che violavano le norme sacre, e in casi estremi poteva dichiarare guerre sacre per ripristinare l’ordine. Era, in sostanza, il consiglio di amministrazione del sistema **Delfi**: lontano dalla gestione quotidiana, ma decisivo su tutto ciò che contava davvero. All’interno del tempio, il potere era nelle mani dei sacerdoti di **Apollo**. Erano loro a tradurre i suoni e le parole della **Pizia** — che sedeva sul tripode in stato alterato, probabilmente a causa di esalazioni di *etilene* provenienti da una faglia geologica sottostante, come hanno suggerito ricerche geologiche recenti — in responsi comprensibili, formulati spesso in versi *esàmetri*. La **Pizia** stessa era scelta tra le donne di **Delfi**, in numero di una nelle epoche di minor affluenza e fino a tre nei periodi di massima domanda. Viveva nel santuario osservando norme di *purità* rigorose. Ma era il sacerdote a dare la forma finale alla risposta: a decidere i dettagli della formulazione, l’equilibrio tra chiarezza e ambiguità, il grado di impegno del dio. Un potere redazionale di straordinaria portata politica, esercitato quotidianamente in nome di **Apollo**. ## **L’effetto moltiplicatore sull’economia locale** **Delfi** non era solo il santuario: era l’intero *ecosistema economico* che vi gravitava attorno, e la sua influenza sull’economia regionale andava ben oltre le mura del *temenos* sacro. I pellegrini che giungevano al **santuario** non soggiornavano per poche ore: trascorrevano giorni, a volte settimane nell’area **delfica**, spendendo in vitto, alloggio, trasporto e oggetti acquistabili sul posto. L’indotto era paragonabile a quello di una moderna città-santuario come **Lourdes** o **Santiago de Compostela**, con la differenza che a **Delfi** confluivano non solo fedeli privati ma delegazioni diplomatiche, ambasciatori, atleti, artisti e mercanti da ogni angolo del **Mediterraneo**. La domanda era straordinariamente diversificata, e la spesa media del visitatore *istituzionale* — che portava con sé un seguito, animali da sacrificio, doni pregiati — era enormemente superiore a quella del pellegrino comune. L’elemento che amplificava ulteriormente questo effetto erano i **Giochi Pitici**, istituiti nella loro forma classica nel **582 a.C.** e celebrati ogni quattro anni. Era la seconda festa *panellenica* per importanza dopo le **Olimpiadi**, e a differenza di queste comprendeva non solo gare atletiche ma anche competizioni musicali e poetiche che attiravano virtuosi da tutto il mondo *greco*. Lo stadio di **Delfi** poteva ospitare fino a cinquemila spettatori, il teatro altri cinquemila: un afflusso straordinario per un sito di montagna, con ricadute economiche enormi sull’intera regione della **Focide**. Le città *greche* d’Occidente — dalla **Sicilia** alla **Magna Grecia** — investivano nei **Giochi Pitici** non solo per vincere corone di alloro, ma per proiettare la propria immagine davanti alla platea di tutto il mondo *ellenico*. Ogni vittoria veniva celebrata con dediche, statue, iscrizioni: nuovo denaro che affluiva nel circuito del santuario. C’era infine un meccanismo che potremmo chiamare *effetto ancora*: la sola presenza di **Delfi** rendeva l’intera area circostante più sicura e più frequentata. Le città vicine beneficiavano di un flusso commerciale costante, le rotte marittime verso il golfo di **Corinto** erano più battute, i mercanti usavano il santuario come punto di riferimento e di intermediazione. **Delfi** era il nodo attorno al quale si organizzava una rete di relazioni economiche che nessun’altra città della **Grecia** continentale poteva eguagliare. ## **Crisi e trasformazioni del modello di business** ![Vista aerea drone del sito archeologico di Delfi in Grecia: rovine del Santuario di Apollo con il Tempio di Apollo al centro, il Tesoro degli Ateniesi in alto a sinistra, la Via Sacra che serpeggia tra i resti delle fondamenta, colonne doriche ancora in piedi e blocchi di pietra sparsi sul pendio del Monte Parnaso](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/Crisi-e-trasformazioni-del-modello-di-business-1024x512.png "Crisi e trasformazioni del modello di business - Scripta Manent Italia") Nessun *modello di business* dura per sempre, e quello di **Delfi** non fece eccezione. La sua parabola di declino fu lunga, complessa e costellata di eventi violenti che rivelano, per contrasto, quanto fosse reale e attraente la ricchezza accumulata nel **santuario**. La prova più eloquente del valore economico di **Delfi** sono le quattro **Guerre Sacre** combattute tra il **VI** e il **IV secolo a.C.**. Questi conflitti non riguardavano questioni teologiche né dispute sul rito: riguardavano il controllo diretto delle ricchezze accumulate in secoli di donazioni, e la facoltà di riscuoterne le entrate. La **Terza Guerra Sacra**, scoppiata nel **356 a.C.** e conclusasi nel **346**, fu la più devastante: i **Focesi**, guidati dapprima da **Filomelo** e poi da altri capi di guerra, occuparono il santuario e si impadronirono delle enormi riserve d’oro e d’argento custodite nei tesori delle *poleis*, usandole per finanziare un esercito mercenario di decine di migliaia di uomini. Le fonti antiche stimano in migliaia di *talenti* l’entità del bottino saccheggiato: una cifra che da sola testimonia la portata straordinaria dell’accumulazione delfica. La guerra si concluse con l’intervento di **Filippo II di Macedonia**, che ottenne in cambio il seggio dei **Focesi** nell’*anfizionia* e divenne, da quel momento, il nuovo protettore del santuario. Un passaggio di consegne che segnava già la fine dell’indipendenza panellenica di **Delfi**. Con l’espansione macedone prima e l’ascesa di **Roma** poi, l’autorità dell’**oracolo** subì una progressiva erosione che aveva radici non solo politiche ma strutturali. I nuovi centri del potere mediterraneo — **Pella**, **Alessandria**, **Roma** — non avevano bisogno del sigillo di **Apollo** per legittimare le proprie decisioni. Le profezie di **Delfi** continuarono, ma il loro peso politico diretto si assottigliò progressivamente. Il santuario sopravvisse come luogo di pellegrinaggio e come polo culturale, ma la sua influenza sulle grandi decisioni della storia si ridusse a un’ombra di ciò che era stato. **Plutarco**, che fu sacerdote di **Apollo** a **Delfi** alla fine del **I secolo d.C.**, scrisse con malinconia del declino dell’**oracolo**: le sale che un tempo non bastavano a contenere i consultanti erano ormai quasi vuote. Il colpo finale arrivò con la svolta cristiana dell’**Impero romano**. Nel **390 d.C.**, l’imperatore **Teodosio I** — che aveva già proibito con i suoi editti tutti i culti pagani nell’intero impero — ordinò la chiusura del tempio di **Apollo**. L’ultima profezia ufficialmente registrata è datata attorno al **393 d.C.**, e la tradizione vuole che in essa **Apollo** annunciasse la propria fine imminente. I **Giochi Pitici** sopravvissero qualche decennio in più, almeno fino agli ultimi anni del **IV secolo**. Poi anche quelli si spensero, e **Delfi** tornò ad essere quello che era sempre stata, prima che **Apollo** vi ponesse dimora: una roccia silenziosa sui fianchi del **Parnaso**, con il vento che scorreva tra le rovine di mille anni di storia. **Delfi** non era un luogo di inganni consapevoli, né una truffa organizzata in malafede. Era qualcosa di molto più sottile e di molto più interessante: un’istituzione che aveva capito — con molti **secoli** di anticipo sul *marketing moderno* — che la domanda di certezza, di legittimazione e di orientamento strategico è inesauribile, specialmente nei momenti di crisi. E che chi riesce a posizionarsi come intermediario credibile tra il dubbio umano e la risposta divina costruisce un capitale simbolico che vale più di qualsiasi miniera d’oro. Il fatto che quattro guerre siano state combattute per il controllo di quel santuario dice, meglio di qualsiasi analisi economica, quanto fosse reale e potente il *business* che vi girava attorno. **Apollo** non aveva bisogno di difendersi: erano gli uomini a farlo al suo posto, per ragioni che con il divino avevano ben poco a che fare. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Turchia. Grande stadio di Perge era un'arena romana](https://scriptamanentitalia.it/turchia-grande-stadio-di-perge-arena-romana/) **Published:** Maggio 25, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Antalya**, in **Turchia**, nel cuore di quella regione che i **Romani** chiamavano *Pamfilia*, gli archeologi stanno restituendo alla luce una delle testimonianze più eloquenti e drammatiche della penetrazione culturale di **Roma** in **Oriente**. Lo stadio dell'antica città di **Perge** — uno dei monumenti più imponenti dell'intera **Anatolia meridionale** — cela al proprio interno una trasformazione architettonica che muta radicalmente la percezione della vita pubblica e dello spettacolo nell'impero **Romano** d'**Asia Minore**. **Perge** fu fondata dai. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Studio. La piramide di Cheope ha un vero e proprio sistema antisismico](https://scriptamanentitalia.it/studio-piramide-cheope-sistema-antisismico/) **Published:** Maggio 25, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Giza**, sul plateau desertico che da millenni custodisce le vestigia della civiltà faraonica, si erge ancora intatta la più celebre fra le costruzioni dell'umanità: la **Piramide di Cheope**, unica delle **Sette Meraviglie del Mondo Antico** ad essere giunta sino ai nostri giorni. Con i suoi circa cinquemila anni di storia e i quasi **2,3 milioni** di blocchi di pietra calcarea che la compongono, essa rappresenta non soltanto un monumento all'ambizione e al genio dell'**Antico Regno Egizio** — fiorito fra il **2600** e il ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Quando Napoleone fece arrestare il Papa](https://scriptamanentitalia.it/napoleone-arresto-papa/) **Published:** Maggio 14, 2026 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** «Non vedo nella religione il mistero dell'*Incarnazione*, bensì il mistero dell'ordine sociale. Essa lega al cielo un'idea di uguaglianza che impedisce al povero di massacrare il ricco.» — **[Napoleone Bonaparte](https://scriptamanentitalia.it/napoleone-e-la-battaglia-di-lodi-inizio-di-un-mito/)** Il **10 giugno 1809**, **[Papa Pio VII](https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Pio_VII)** firmò e fece affiggere sulle porte delle chiese di **Roma** la bolla *Quum memoranda* ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Storia Moderna --- ### [Chi erano davvero i partigiani italiani?](https://scriptamanentitalia.it/chi-erano-partigiani-italiani/) **Published:** Maggio 14, 2026 **Author:** Alessandro Capuano **Content:** «Studenti, operai, contadini, ex militari, donne, sacerdoti. Persone comuni che scelgono di resistere.» — Descrizione dei **partigiani italiani** dopo l'**8 settembre 1943** Per decenni la **Resistenza italiana** è stata oggetto di due mitologie opposte, entrambe false. La prima, sostenuta a lungo dalla sinistra e in particolare dal **[Partito Comunista](https://scriptamanentitalia.it/i-soviet-coserano-e-come-sono-nati/)**, la dipingeva come un "popolo in armi", una massa omogenea di combattenti progressisti animati da ideali rivoluzionari. La seconda, cara alla pubblicistica neofascista, la liquidava. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Storia Contemporanea --- ### [Medioevo: la grande fabbrica delle reliquie](https://scriptamanentitalia.it/medioevo-fabbrica-reliquie/) **Published:** Maggio 12, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** «Se si facesse un inventario di tutte le **reliquie** esistenti, si vedrebbe che dello stesso **santo** esistono varie teste e vari corpi non esistendo una chiesa, per piccola che sia, che non abbia un formicaio d'ossa e altre cianfrusaglie simili.»— **Giovanni Calvino**, *Trattato sulle Reliquie*, **1543** Nel **[Medioevo](https://scriptamanentitalia.it/medioevo-quando-inizia-finisce/)**, le *reliquie* erano molto più di oggetti sacri. Erano potere, prestigio, economia, propaganda e spesso, un campo minato di dubbi. Alcune venivano. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. 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I principi che resero **Roma** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Cos'è il Feudalesimo: Origini, Struttura e Declino del Sistema Feudale](https://scriptamanentitalia.it/feudalesimo-origini-struttura-declino/) **Published:** Maggio 11, 2026 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le Origini del Feudalesimo: dalla Caduta di Roma all’Impero Carolingio](#Le_Origini_del_Feudalesimo_dalla_Caduta_di_Roma_allImpero_Carolingio) - [Il Feudo: Definizione e Caratteristiche](#Il_Feudo_Definizione_e_Caratteristiche) - [Il Vassallaggio: il Cuore del Sistema Feudale](#Il_Vassallaggio_il_Cuore_del_Sistema_Feudale) - [La Piramide Feudale: Gerarchia e Struttura del Potere](#La_Piramide_Feudale_Gerarchia_e_Struttura_del_Potere) - [I Servi della Gleba](#I_Servi_della_Gleba) - [La Società Feudale: i Tre Ordini](#La_Societa_Feudale_i_Tre_Ordini) - [Il Ruolo della Chiesa nel Feudalesimo](#Il_Ruolo_della_Chiesa_nel_Feudalesimo) - [L’Economia Curtense: la Base Materiale del Feudalesimo](#LEconomia_Curtense_la_Base_Materiale_del_Feudalesimo) - [La Struttura della Curtis: Pars Dominica e Pars Massaricia](#La_Struttura_della_Curtis_Pars_Dominica_e_Pars_Massaricia) - [Le Corvée e i Tributi](#Le_Corvee_e_i_Tributi) - [Un’Economia Chiusa e Autosufficiente](#UnEconomia_Chiusa_e_Autosufficiente) - [La Curtis come Microcosmo Sociale](#La_Curtis_come_Microcosmo_Sociale) - [Il Feudalesimo in Italia: una Storia a Sé](#Il_Feudalesimo_in_Italia_una_Storia_a_Se) - [L’Italia Longobarda e la Penetrazione Carolingia](#LItalia_Longobarda_e_la_Penetrazione_Carolingia) - [La Nascita dei Comuni: l’Alternativa Italiana al Feudalesimo](#La_Nascita_dei_Comuni_lAlternativa_Italiana_al_Feudalesimo) - [Il Feudalesimo Normanno nel Mezzogiorno](#Il_Feudalesimo_Normanno_nel_Mezzogiorno) - [Il Feudalesimo nello Stato della Chiesa](#Il_Feudalesimo_nello_Stato_della_Chiesa) - [Il Declino del Feudalesimo: un Crollo Plurisecolare](#Il_Declino_del_Feudalesimo_un_Crollo_Plurisecolare) - [FAQ – Domande Frequenti sul Feudalesimo](#FAQ_%E2%80%93_Domande_Frequenti_sul_Feudalesimo) Il **feudalesimo** è il sistema politico, economico e sociale che dominò l’**Europa** medievale dall’età **carolingia** (IX secolo) fino alla fine del **Medioevo**. Fondato sul *vassallaggio* — un giuramento di fedeltà personale tra signore e vassallo — e sulla concessione di *feudi* (terre) in cambio di servizio militare, il sistema feudale nacque dopo la caduta dell’**Impero Romano d’Occidente** (**476 d.C.**) come risposta alla frammentazione del potere centrale. La società feudale era divisa in tre ordini: *oratores* (il clero), *bellatores* (i guerrieri) e *laboratores* (i contadini); al vertice sedeva il re, sotto di lui i grandi vassalli, poi i valvassori, i valvassini e alla base i servi della gleba, legati alla terra senza libertà di movimento. Il feudo, inizialmente revocabile, divenne ereditario nell’**877** con il **Capitolare di Quierzy**. Il sistema declinò tra il **XIV** e il **XVIII secolo** per effetto della **Peste Nera** (**1347**), delle rivolte contadine, dell’ascesa della borghesia, della nascita degli eserciti permanenti e del commercio monetario; fu definitivamente abolito dalla **Rivoluzione francese** (**1789**), che sancì la fine dei privilegi nobiliari. ## **Le Origini del Feudalesimo: dalla Caduta di Roma all’Impero Carolingio** !["Cerimonia di omaggio vassallatico nel feudalesimo medievale, miniatura"](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/1-1-1024x576.png "1 - Scripta Manent Italia")1La storia del feudalesimo ha radici profonde che affondano nel tramonto del mondo antico. Con la **caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C.**, l’Europa piombò in una fase di instabilità politica, demografica ed economica. Le invasioni barbariche, la rarefazione degli scambi commerciali e il collasso delle strutture amministrative romane lasciarono un vuoto di potere che nessun’entità fu in grado di colmare nell’immediato. In questo contesto di insicurezza generalizzata, si affermò spontaneamente un modello di organizzazione basato su **rapporti personali di protezione e fedeltà**. I grandi proprietari terrieri, in grado di mantenere truppe armate, offrivano sicurezza alle comunità locali in cambio di obbedienza, lavoro e risorse. Parallelamente, nelle tradizioni germaniche era radicata la figura del guerriero (*comitatus*) che si legava al proprio capo con un giuramento solenne, già documentata dallo storico romano **Tacito** nel *De Germania*. Il momento decisivo fu il regno di **Carlo Magno (768–814 d.C.)**. Per governare un impero immenso che abbracciava gran parte dell’Europa occidentale senza disporre di un apparato burocratico né di moneta sufficiente a pagare funzionari e soldati, il grande imperatore franco ricorse a uno strumento pragmatico: la concessione di terre (**feudi**) ai propri fedeli in cambio di lealtà e servizio militare. Questo sistema trasformò i rapporti personali di fedeltà in un’istituzione pubblica, ponendo le fondamenta del feudalesimo classico. ## **Il Feudo: Definizione e Caratteristiche** Il termine **feudo** (dal latino medievale *feudum*, di probabile origine germanica) indica la terra — o più raramente una rendita o un incarico — concessa da un signore a un vassallo a titolo temporaneo e poi, progressivamente, ereditario. Il feudo comprendeva: - **Terre coltivabili**, boschi e pascoli sfruttati dai contadini dipendenti - **Villaggi e comunità** sottoposte al potere amministrativo e giudiziario del **signore** - **Diritti signorili**: riscossione di tributi, esercizio della giustizia locale (*banalità*), immunità dal controllo reale - **Obblighi militari**: Il **vassallo** doveva presentarsi armato in guerra, di solito come cavaliere, per un numero fisso di giorni l’anno Inizialmente revocabile, il feudo divenne ereditario con il **Capitolare di Quierzy** dell’**877** (**Carlo il Calvo**) e nel **1037** con la *Constitutio de feudis* dell’imperatore **Corrado II**, che estese il principio ai feudi minori. ## **Il Vassallaggio: il Cuore del Sistema Feudale** Il **vassallaggio** era un contratto personale, solenne e bilaterale tra due individui di rango nobile. Si instaurava attraverso tre cerimonie: 1. **L’omaggio** (*homagium*): il futuro **vassallo** si inginocchiava davanti al **signore**, ponendo le proprie mani tra quelle di lui 2. **L’investitura**: il **signore** consegnava un oggetto simbolico (zolla di terra, bastone, guanto) che rappresentava la trasmissione del *feudo* 3. **Il giuramento di fedeltà** (*fides*): il **vassallo** giurava su reliquie o il **Vangelo** di mantenere fede agli obblighi assunti **Il vassallo si impegnava a:** - Prestare **servizio militare** (*auxilium*): servire armato come *cavaliere* per un periodo annuo stabilito - Fornire **consiglio** (*consilium*): partecipare alla *curia* del **signore** per decisioni politiche e giudiziarie - Versare contributi economici in occasioni straordinarie **Il signore si impegnava a:** - Garantire **protezione** militare e giuridica - Mantenere il **vassallo** nel possesso del **feudo** - Non violare l’onore e la dignità del **vassallo** ## **La Piramide Feudale: Gerarchia e Struttura del Potere** !["Piramide feudale: gerarchia del sistema feudale nel Medioevo"](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/2-4-1024x576.png "2 - Scripta Manent Italia")2**Livello****Titolo****Ruolo****Vertice******Re / Imperatore****Signore supremo; concedeva i grandi feudi**II livello******Grandi vassalli** (duchi, conti, marchesi)**Governavano vasti territori; vassalli del re**III livello******Valvassori** (baroni, cavalieri maggiori)**Vassalli dei grandi vassalli; feudi medi**IV livello****Valvassini**Piccoli cavalieri; ultimo gradino della nobiltà militare**Base******Servi della gleba / Villani****Contadini dipendenti, legati alla terra### **I Servi della Gleba** I **servi della gleba** (*servi glebae*) erano contadini legati alla terra del feudo. Non potevano abbandonare il feudo senza il consenso del signore, erano soggetti a *corvée* (lavori obbligatori gratuiti), pagavano tasse per l’uso del mulino, del forno o del torchio signorile (*diritti di banalità*). La loro condizione era trasmessa ereditariamente. ## **La Società Feudale: i Tre Ordini** La visione **Medievale** del mondo giustificava la stratificazione sociale attraverso una concezione funzionale e teologica. Nel **XI secolo**, il vescovo **Adalberone di Laon** e il monaco **Gerardo di Cambrai** elaborarono la celebre tripartizione: - **Oratores** (coloro che pregano): il **clero**, incaricato della salvezza spirituale - **Bellatores** (coloro che combattono): i **nobili** e i **cavalieri**, incaricati della difesa - **Laboratores** (coloro che lavorano): i contadini e gli artigiani ### **Il Ruolo della Chiesa nel Feudalesimo** La **Chiesa** era profondamente intrecciata con il sistema feudale: vescovi e abati erano spesso grandi feudatari. Questa commistione generò la **Lotta per le Investiture** (**1076**–**1122**), lo scontro tra **papa Gregorio VII** e l’imperatore **Enrico IV**. Il **Concordato di Worms del 1122** stabilì la distinzione tra investitura spirituale (al **papa**) e investitura temporale (all’**imperatore**). ## **L’Economia Curtense: la Base Materiale del Feudalesimo** !["Illustrazione di una curtis medievale: economia curtense con pars dominica e mansi"](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/3-2-1024x576.png "3 - Scripta Manent Italia")3L’unità produttiva fondamentale del sistema feudale era la **curtis** (corte), una grande tenuta agricola appartenente a un signore laico o a un’istituzione ecclesiastica. Il termine, di origine *latina*, designava letteralmente il «cortile» attorno al quale si organizzava l’intera vita produttiva e sociale della comunità rurale. Il sistema *curtense* si affermò tra il **VIII** e il **IX secolo** nell’Europa **carolingia** come risposta alle esigenze di un’economia senza moneta, dove la terra era l’unica risorsa certa e il lavoro umano il solo strumento di valorizzazione. ### **La Struttura della Curtis: Pars Dominica e Pars Massaricia** Ogni *curtis* era divisa in due parti distinte ma funzionalmente complementari: ***La Pars Dominica*** («parte del signore») era il nucleo centrale e produttivo della tenuta, gestita direttamente dal proprietario con il lavoro coatto dei servi. Vi si trovavano: - Il **castello o edificio padronale**, residenza del signore o del suo amministratore (*villicus*) - Le abitazioni dei servi e dei lavoratori stabili - **Impianti produttivi monopolistici**: il mulino, il forno, il torchio per le olive e l’uva, la fucina — strutture che i contadini erano obbligati a usare pagando un diritto (*banalità*) - **Campi** coltivabili, vigne, frutteti, boschi, pascoli e stagni da pesca di gestione diretta La *Pars Massaricia* («parte dei massari») era la zona periferica affidata ai contadini dipendenti detti *massari* o *coloni*. Era suddivisa in unità produttive familiari chiamate **mansi** (*mansus*): ciascun *manso* comprendeva la casa del contadino, un appezzamento di terra arabile, diritti d’uso su boschi e pascoli comuni. Il *manso* era dimensionato per garantire la sopravvivenza di un nucleo familiare e al tempo stesso per lasciare forza lavoro disponibile per le *corvée* sul *dominico*. ### **Le Corvée e i Tributi** Il rapporto tra le due parti della *curtis* si fondava su **obblighi precisi e codificati**. I contadini della *pars massaricia* erano tenuti a: - **Corvée settimanali**: un numero fisso di giornate lavorative da prestare gratuitamente sulle terre del *dominico* (aratura, semina, raccolta, taglio del fieno, potatura delle vigne) - **Tributi in natura** (*census*): una quota del raccolto, uova, polli, agnelli, pelli o tele di lino, versate periodicamente al **signore** - **Trasporti e opere**: corvée di trasporto (*angaria*) con buoi e carri, riparazione di strade, costruzione e manutenzione di edifici - **Tasse di banalità**: pagamento in natura per l’uso degli impianti padronali (mulino, forno, torchio) La *corvée* era il meccanismo che consentiva al **signore** di coltivare il *dominico* senza sborso di denaro, in un’economia sostanzialmente priva di circolazione monetaria. ### **Un’Economia Chiusa e Autosufficiente** L’economia curtense era strutturalmente **autosufficiente e chiusa**. Ogni *curtis* produceva al proprio interno pressoché tutto ciò di cui necessitava: cereali (frumento, segale, orzo, miglio), vino, olio, legname, tessuti di lino e lana, strumenti agricoli elementari. Il ricorso al mercato era ridotto a pochi beni di lusso (spezie, seta, metalli preziosi) riservati ai ceti superiori, o a scambi localissimi nelle fiere stagionali. Le ragioni di questa chiusura erano molteplici: l’insicurezza delle vie di comunicazione (continuamente minacciate da scorrerie di **ungari**, **saraceni** e **vichinghi**), la scomparsa di una rete monetaria capillare, il crollo demografico che aveva svuotato le città. Il rapporto tra la singola *curtis* e il mercato era quindi marginale; l’unica forma di circolazione significativa avveniva tra le *curtes* di uno stesso grande proprietario (re, abbazie, grandi signori), organizzate in reti gerarchiche che si rifornivano a vicenda secondo le specializzazioni locali. ### **La Curtis come Microcosmo Sociale** Oltre a essere un’unità economica, la *curtis* era un **microcosmo di relazioni sociali e di potere**. Il signore o il suo amministratore esercitava funzioni giudiziarie, fiscali e persino militari sugli abitanti della tenuta. I contadini, fossero essi servi della gleba, *coloni* (formalmente liberi ma *de facto* vincolati) o *liberi homines* con appezzamenti di minore entità, gravitavano tutti attorno alla *curtis* come fulcro della vita comunitaria. Con il passare del tempo, a partire dall’**XI**–**XII secolo**, il sistema *curtense* entrò in crisi: la ripresa demografica, il dissodamento di nuove terre, il ritorno dei mercati locali e lo sviluppo delle città iniziarono a erodere la logica *autarchica* della *curtis*, aprendo la strada all’economia monetaria che avrebbe progressivamente smantellato le fondamenta materiali del *feudalesimo*. ## **Il Feudalesimo in Italia: una Storia a Sé** !["Mappa dell'Italia medievale: Comuni del Nord e feudalesimo normanno nel Mezzogiorno"](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/4-1-1024x576.png "4 - Scripta Manent Italia")4Il **feudalesimo italiano** si discostò in misura significativa dal modello franco-germanico, assumendo forme diverse nelle varie aree della penisola. Questo è dovuto alla stratificazione di culture, tradizioni giuridiche e strutture insediative profondamente eterogenee: una penisola dove, come ha scritto lo storico **Claude Cahen**, non si operava su *tabula rasa*, ma su un substrato già molto articolato di tradizioni longobarde, bizantine e, nel Sud, arabe. ### **L’Italia Longobarda e la Penetrazione Carolingia** Quando **Carlo Magno** sconfisse il re longobardo **Desiderio** e si proclamò *Rex Langobardorum* nel **774**, trovò in Italia settentrionale e centrale una struttura sociale basata sui *gasindi* (i fedeli armati del re longobardo) e sulle *fare* (unità parentali guerriere), in parte analoghe al sistema vassallatico franco, ma con specificità proprie. I **Carolingi** sovrapposero il proprio sistema di *comitati* (circoscrizioni affidate a conti) a una struttura preesistente, senza cancellarla del tutto. In **Italia settentrionale** la presenza di una fitta rete di città di tradizione **romana** — **Milano**, **Verona**, **Pavia**, **Bologna** — impedì il pieno sviluppo del *feudalesimo* rurale che caratterizzava le regioni transalpine. Le città mantennero vita propria, centri di scambi commerciali, sedi vescovili e, soprattutto, comunità con antiche tradizioni di autogoverno. ### **La Nascita dei Comuni: l’Alternativa Italiana al Feudalesimo** Tra il **X** e l’**XI secolo**, mentre il resto d’Europa restava saldamente nell’orbita feudale, in Italia centrosettentrionale si affermarono i **Comuni**, una forma di governo urbano autonomo senza precedenti nel **Medioevo** europeo. Le città italiane — **Pisa**, **Genova**, **Milano**, **Firenze**, **Bologna** — conquistarono progressivamente autonomia politica, rivendicando il diritto di governarsi attraverso istituzioni proprie (**consoli**, poi **podestà**) e di esercitare la giurisdizione sui loro territori. Questo processo fu reso possibile dalla combinazione di più fattori: la sopravvivenza di ceti mercantili e artigiani, la persistenza di tradizioni giuridiche **romane**, la debolezza del controllo imperiale nelle fasi di conflitto con il **papato**, e la disponibilità di ricchezze monetarie generate dai commerci mediterranei. Lo scontro frontale tra il modello feudale imperiale e le autonomie comunali raggiunse il suo culmine con le **guerre dei Comuni lombardi contro Federico Barbarossa** (1158–1176). La vittoria della **Lega Lombarda** a **Legnano nel 1176** e la successiva **Pace di Costanza del 1183** riconobbero ufficialmente l’autonomia delle città italiane, sancendo un limite invalicabile all’espansione del feudalesimo nell’Italia padana e toscana. ### **Il Feudalesimo Normanno nel Mezzogiorno** Un capitolo radicalmente diverso si svolse nell’**Italia meridionale**. All’inizio del **XI secolo** il **Mezzogiorno** era una terra frammentata tra tre dominazioni: **longobarda** (principati di **Benevento**, **Salerno** e **Capua**), **bizantina** (**Puglia** e **Calabria**) e **araba** (**Sicilia**). In questo contesto caotico giunsero i **Normanni**, cavalieri avventurieri di origine vichinga provenienti dalla **Normandia**, inizialmente assoldati come mercenari dai principi locali. In pochi decenni i **Normanni** si trasformarono da mercenari in signori territoriali. **Roberto d’Altavilla**, detto il **Guiscardo**, riuscì a unificare sotto il proprio comando la maggior parte dei territori del Sud. Con il **Concordato di Melfi del 1059**, papa **Niccolò II** riconobbe **Roberto** come duca di **Puglia**, **Calabria** e (futura) **Sicilia** in cambio del riconoscimento del *feudalesimo* pontificio: i **Normanni** erano vassalli del papa, legittimati dalla **Chiesa** a governare territori conquistati con la forza. Il nipote del **Guiscardo**, **Ruggero II**, completò la conquista della **Sicilia** araba (1072–1091) e nel **1130** si fece incoronare **re**, fondando il **Regno di Sicilia** — uno degli stati più organizzati d’**Europa medievale**. Il feudalesimo normanno che vi si installò aveva caratteristiche peculiari: - Era **altamente centralizzato**: il **re** manteneva il controllo diretto sull’aristocrazia feudale, limitando le autonomie dei **baroni** - Si sovrappose a un substrato multiculturale (greco, arabo, longobardo) che ne condizionò l’assetto in modo unico al mondo. - Garantì inizialmente tolleranza religiosa e scambi culturali, rendendo **Palermo** uno dei centri intellettuali più vivaci del **Mediterraneo** Il feudalesimo meridionale, privo di una solida tradizione urbana autonoma come quella delle città del Nord, si radicalizzò nel tempo. Le strutture agrarie feudali del Mezzogiorno sopravvissero secoli più a lungo che altrove: fu la **legislazione napoleonica del 1806–1808** — nel regno di **Napoli** diretto prima da **Giuseppe Bonaparte** poi da **Gioacchino Murat** — a decretare formalmente l’abolizione della feudalità. Ma anche allora le trasformazioni reali dei rapporti agrari furono lente e parziali, tanto che alcune di quelle strutture di dipendenza sopravvissero di *fatto* fino all’**Unità d’Italia (1861)** e oltre. ### **Il Feudalesimo nello Stato della Chiesa** Una terza via italiana fu quella dei **territori pontifici**. Il **papato** era insieme potere spirituale e signore feudale di vaste regioni dell’Italia centrale (**Lazio**, **Umbria**, **Marche**, **Romagna**). La struttura feudale vi persistette a lungo, con famiglie aristocratiche romane (**Colonna**, **Orsini**, **Farnese**) che controllavano feudi dentro e fuori le mura di **Roma**. Lo **Stato della Chiesa** abolì formalmente il sistema feudale solo con le riforme del periodo **napoleonico**, reintroducendo poi alcune strutture aristocratiche dopo la **Restaurazione** del **1815**. ## **Il Declino del Feudalesimo: un Crollo Plurisecolare** Il sistema feudale non crollò all’improvviso: il suo tramonto fu un processo lento, iniziato nel **XIV secolo** e completato con la **Rivoluzione francese**. A minarne le fondamenta concorsero fattori demografici, militari, economici e politici. La **Peste Nera (1347–1352)** uccise un terzo della popolazione europea, riducendo drasticamente la manodopera contadina e aumentando il potere contrattuale dei lavoratori agricoli. I grandi signori non riuscirono più a mantenere le *corvée* ai livelli precedenti. L’ascesa delle **monarchie nazionali** — in **Francia**, **Inghilterra** e **Spagna** — portò alla costruzione di eserciti permanenti e burocrazie statali che rendevano superfluo il contratto vassallatico. La **rivoluzione militare** del **XIV–XV secolo** (archi lunghi, picche, poi armi da fuoco) rese obsoleto il cavaliere feudale come forza militare dominante: le battaglie di **Crécy (1346)** e **Azincourt (1415)** lo dimostrarono plasticamente. Infine, l’**ascesa della borghesia** e il rilancio dei commerci crearono una ricchezza non basata sulla terra, finanziando le monarchie e accelerando la monetizzazione dell’economia. Il colpo finale fu la **Rivoluzione francese**: nella notte del **4 agosto 1789**, l’**Assemblea Nazionale** abolì i privilegi feudali, le *corvée* e la servitù della gleba. L’onda napoleonica diffuse questi principi in tutta **Europa**, ponendo fine formale a quasi un millennio di organizzazione feudale. ## **FAQ – Domande Frequenti sul Feudalesimo** **Cos’è il feudalesimo in parole semplici?** Il **feudalesimo** è il sistema politico, sociale ed economico tipico dell’**Europa** medievale (secoli **IX**–**XIV**), basato sulla concessione di terre (*feudi*) da parte di un signore a un guerriero (*vassallo*) in cambio di fedeltà e servizio militare. Era organizzato come una piramide gerarchica con il re al vertice e i contadini alla base. **Quando inizia e quando finisce il feudalesimo?** Il feudalesimo si consolida con **Carlo Magno** nell’età **Carolingia** (secoli **VIII**–**IX**). Il suo declino inizia nel **XIV secolo** con la **Peste Nera** e le crisi economiche; la fine formale è segnata dalla **Rivoluzione francese** del **1789**, che abolì ufficialmente i privilegi feudali. **Qual è la differenza tra vassallo, valvassore e valvassino?** Il **vassallo** è il nobile direttamente dipendente dal re. Il **valvassore** (*vassus vassorum*) dipende da un grande vassallo. Il **valvassino** è l’ultimo gradino della gerarchia nobiliare-militare, dipendente dal valvassore. **Chi erano i servi della gleba?** Contadini dipendenti legati alla terra del **feudo**. Non erano schiavi nel senso antico, ma non erano liberi: non potevano abbandonare il **feudo** senza permesso, erano soggetti a *corvée* e tributi signorili, e la loro condizione era ereditaria. **Cos’è il vassallaggio?** Il **vassallaggio** è il rapporto contrattuale, sancito da omaggio e investitura, tra un **signore** e un **vassallo**. Il **vassallo** giurava fedeltà e offriva servizio militare; il **signore** garantiva protezione e il possesso del **feudo**. **Cos’è la corvée nel feudalesimo?** La *corvée* era il lavoro gratuito e obbligatorio che i contadini erano tenuti a svolgere sulle terre del **signore**: aratura, semina, raccolta, costruzione e manutenzione di edifici. **Cos’è la curtis e cosa si intende per economia curtense?** La *curtis* era la grande tenuta agricola, divisa in *pars dominica* (gestita dal signore con i servi) e *pars massaricia* (affidata ai contadini dipendenti nei *mansi*). L’economia curtense è il sistema autosufficiente e chiuso basato su questa struttura, tipico dell’Alto **Medioevo** carolingio. **Perché il feudalesimo in Italia era diverso dal resto d’Europa?** In **Italia** centrosettentrionale la sopravvivenza delle città e l’ascesa dei **Comuni** crearono un modello alternativo che limitò il feudalesimo alle campagne. Nel **Mezzogiorno** invece i **Normanni** installarono un feudalesimo più rigido e centralizzato che sopravvisse fino all’**Ottocento**. **Perché il feudalesimo è tramontato?** Per una combinazione di fattori: la **Peste Nera**, l’ascesa delle monarchie nazionali, le innovazioni militari, lo sviluppo del commercio e della borghesia. La **Rivoluzione francese** pose fine formale al sistema nel **1789**. **Il feudalesimo esiste ancora oggi?** No, il **feudalesimo** come sistema giuridico è abolito ovunque. Il termine sopravvive nel linguaggio comune in senso metaforico, per indicare rapporti di dipendenza e disuguaglianza che ricordano la struttura **medievale**. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Riforma Protestante: spiegazione semplice, cause, conseguenze e figure chiave](https://scriptamanentitalia.it/riforma-protestante-spiegazione-semplice/) **Published:** Maggio 11, 2026 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Cos’è la Riforma Protestante: definizione](#Cose_la_Riforma_Protestante_definizione) - [Le cause della Riforma Protestante](#Le_cause_della_Riforma_Protestante) - [La corruzione della Chiesa](#La_corruzione_della_Chiesa) - [Lo scandalo delle indulgenze](#Lo_scandalo_delle_indulgenze) - [Le cause politiche e sociali](#Le_cause_politiche_e_sociali) - [Il ruolo della stampa](#Il_ruolo_della_stampa) - [Martin Lutero: chi era e cosa fece](#Martin_Lutero_chi_era_e_cosa_fece) - [La diffusione della Riforma in Germania](#La_diffusione_della_Riforma_in_Germania) - [Gli altri riformatori: Zwingli e Calvino](#Gli_altri_riformatori_Zwingli_e_Calvino) - [Ulrich Zwingli](#Ulrich_Zwingli) - [Giovanni Calvino](#Giovanni_Calvino) - [La Riforma in Inghilterra: l’Anglicanesimo](#La_Riforma_in_Inghilterra_lAnglicanesimo) - [La Controriforma: la risposta cattolica](#La_Controriforma_la_risposta_cattolica) - [Le conseguenze della Riforma Protestante](#Le_conseguenze_della_Riforma_Protestante) - [Conseguenze religiose](#Conseguenze_religiose) - [Conseguenze politiche](#Conseguenze_politiche) - [Conseguenze culturali ed economiche](#Conseguenze_culturali_ed_economiche) - [La Riforma Protestante in Italia](#La_Riforma_Protestante_in_Italia) - [Le date chiave della Riforma Protestante](#Le_date_chiave_della_Riforma_Protestante) - [FAQ — Domande Frequenti sulla Riforma Protestante](#FAQ_%E2%80%94_Domande_Frequenti_sulla_Riforma_Protestante) La **Riforma Protestante** è il grande movimento religioso, politico e culturale che nel **XVI secolo** spaccò per sempre la cristianità occidentale in due blocchi contrapposti: cattolici e protestanti. Tutto cominciò il **31 ottobre 1517**, quando il monaco agostiniano tedesco **Martin Lutero** pubblicò le sue celebri **95 Tesi** a Wittenberg, denunciando la corruzione della Chiesa di Roma e in particolare lo scandalo della **vendita delle indulgenze** — la pratica per cui i fedeli potevano pagare denaro per ottenere la remissione dei peccati. **Lutero** elaborò una nuova teologia fondata su tre pilastri: la **giustificazione per sola fede** (*sola fide*), il **libero esame delle Scritture** da parte di ogni credente, e il **sacerdozio universale**, ovvero l’idea che non serva un intermediario umano tra l’uomo e **Dio**. La sua predicazione si diffuse a macchia d’olio in **Germania** grazie alla **stampa a caratteri mobili** appena inventata da **Gutenberg**, trovò l’appoggio di principi e cavalieri tedeschi ostili all’Imperatore **Carlo V**, e fu imitata da altri riformatori come **Ulrich Zwingli** a Zurigo e **Giovanni Calvino** a Ginevra. In **Inghilterra** il re **Enrico VIII**, per motivi più politici che teologici, fondò la **Chiesa Anglicana** nel **1534**. La risposta della **Chiesa di Roma** fu la **Controriforma**, avviata dal **Concilio di Trento** (**1545**–**1563**). Le guerre di religione devastarono l’**Europa** per oltre un secolo, fino alla **Pace di Westfalia** del **1648**. La scissione non è mai stata ricucita: ancora oggi circa **800 milioni di cristiani** nel mondo si riconoscono nel protestantesimo nelle sue mille denominazioni. ## **Cos’è la Riforma Protestante: definizione** La **Riforma Protestante** — detta anche **Scisma Protestante** — è il movimento religioso sorto all’interno del cristianesimo occidentale nel **XVI secolo** che pose una sfida teologica e politica alla **Chiesa cattolica romana** e all’autorità del **papato**. È considerata uno degli eventi che segnano, nella storia europea, la fine del **Medioevo** e l’inizio dell’**Età Moderna**. A differenza degli scismi precedenti, come quello d’**Oriente** del **1054** che aveva separato la **Chiesa latina** da quella greco-ortodossa, la **Riforma** avvenne dall’interno della stessa tradizione latina occidentale, rendendo la frattura ancora più lacerante sul piano culturale e politico. Il termine **«protestante»** deriva dalla *Protestatio* dei principi luterani tedeschi alla **Dieta di Spira** del **1529**, quando si opposero alla decisione di **Carlo V** di limitare ulteriormente la diffusione della nuova fede. Da quel gesto politico nacque l’etichetta che ancora oggi identifica la famiglia di Chiese nate dalla **Riforma**. ## **Le cause della Riforma Protestante** ### **La corruzione della Chiesa** La **Riforma** non nacque dal nulla. Già da **secoli** teologi e intellettuali denunciavano la degenerazione morale e spirituale della **Chiesa di Roma**. Il *nepotismo* — la prassi di assegnare cariche ecclesiastiche ai parenti di **papi**, vescovi e cardinali — era diffusissimo, così come il lusso sfrenato della curia romana e la mondanità del **clero**. Grandi famiglie italiane come i **Medici**, i **Farnese** e i **Della Rovere** si contendevano la sede pontificia come fosse un feudo. Il **papato** aveva perso di vista la sua missione spirituale, e i fedeli lo sapevano bene. ### **Lo scandalo delle indulgenze** La causa immediata e più concreta fu la **vendita delle indulgenze**. La dottrina cattolica prevedeva che, dopo la confessione e l’assoluzione, il fedele dovesse comunque scontare una *pena temporale* per i peccati commessi — in vita oppure in **Purgatorio**. La **Chiesa** sosteneva di poter ridurre o cancellare questa pena in cambio di opere pie, preghiere o donazioni in denaro. Nel **1517** era in corso una gigantesca campagna di vendita delle indulgenze per finanziare la costruzione della **Basilica di San Pietro** a **Roma**. Il domenicano **Johann Tetzel** percorreva la **Germania** con uno slogan diventato tristemente celebre: «Quando il soldo nella cassa risuona, l’anima dal **Purgatorio** vola». Per **Lutero** questo era non solo un abuso, ma una distorsione radicale del messaggio cristiano. ### **Le cause politiche e sociali** La **Riforma** trovò terreno fertile anche per ragioni politiche e sociali. In **Germania**, i principi territoriali vedevano nella dottrina **luterana** uno strumento per sottrarsi all’autorità dell’**Imperatore** e per incamerare i beni ecclesiastici. La borghesia mercantile, in ascesa, era insofferente al potere universale del **papato** e delle strutture feudali della **Chiesa**. I piccoli cavalieri e i contadini interpretarono la **Riforma** come un messaggio di emancipazione sociale, anche se **Lutero** stesso si dissociò dalla violenta **Guerra dei Contadini** del **1524**–**1525**. ### **Il ruolo della stampa** ![Riproduzione delle 95 Tesi di Martin Lutero affisse a Wittenberg nel 1517, documento che diede inizio alla Riforma Protestante](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/2-2-1024x576.png "2 - Scripta Manent Italia")2Un fattore tecnologico fu determinante: la **stampa a caratteri mobili**, inventata da **Gutenberg** pochi decenni prima, permise alle **95 Tesi** di diffondersi in tutta la **Germania** nel giro di settimane e in tutta **Europa** nel giro di mesi. Senza la stampa, **Lutero** sarebbe rimasto un oscuro frate agostiniano. Con la stampa, divenne il primo agitatore mediatico della storia moderna. ## **Martin Lutero: chi era e cosa fece** ![Ritratto di Martin Lutero, padre della Riforma Protestante, dipinto da Lucas Cranach il Vecchio nel 1529](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/1.jpg "1 - Scripta Manent Italia")1**Martin Lutero** nacque nel **1483** a **Eisleben**, in **Sassonia**, da una famiglia di minatori. Dopo una giovinezza tormentata — la leggenda vuole che una violenta tempesta con fulmine lo avesse spinto alla vita religiosa — entrò nell’ordine degli **Agostiniani** e divenne professore di teologia all’Università di **Wittenberg**. Era un uomo di profonda cultura biblica e di carattere indomito. Il **31 ottobre 1517** pubblicò le sue **95 Tesi** (*Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum*), un documento accademico in latino che metteva in discussione la dottrina delle indulgenze. L’affissione alla porta della chiesa del castello di **Wittenberg** è una tradizione storiografica: l’evento potrebbe non essere avvenuto esattamente in quei termini, e forse **Lutero** diffuse le tesi in altro modo. Ciò che è certo è che il documento circolò immediatamente e con effetti dirompenti. Negli anni successivi **Lutero** elaborò una teologia sistematica. Nei tre grandi scritti del **1520** — *Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca*, *La cattività babilonese della Chiesa* e *La libertà del cristiano* — espose i cardini della sua dottrina: - **Sola Fide**:la salvezza si ottiene solo attraverso la fede, non attraverso le opere o i sacramenti della **Chiesa** - **Sola Scriptura**: l’unica autorità religiosa è la **Bibbia**, non la tradizione ecclesiastica né i decreti papali - **Sacerdozio universale**: ogni cristiano ha un accesso diretto a **Dio**; il clero non è un’élite separata - **Libero esame**: ogni fedele deve leggere e interpretare personalmente la **Bibbia** Il papa **Leone X** gli ingiunge la ritrattazione nel **1520**, minacciandolo di scomunica. **Lutero** bruciò pubblicamente la bolla papale a **Wittenberg**. Nel **1521** fu scomunicato e dichiarato «fuorilegge» dall’Imperatore **Carlo V** alla **Dieta di Worms**. Il principe **Federico III di Sassonia** lo protesse nel castello di **Wartburg**, dove **Lutero** si dedicò alla traduzione della *Bibbia in tedesco*, un’opera fondamentale per la nascita della lingua tedesca moderna. ## **La diffusione della Riforma in Germania** ![Mappa della diffusione della Riforma Protestante in Europa nel XVI secolo: luteranesimo, calvinismo e anglicanesimo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/3-1-1024x576.png "3 - Scripta Manent Italia")3In **Germania** la **Riforma** si intrecciò subito con la politica. I principi tedeschi erano insofferenti all’autorità imperiale di **Carlo V** e videro nel **luteranesimo** uno strumento di indipendenza politica e di arricchimento (attraverso la confisca dei beni ecclesiastici). Scoppiò la **Rivolta dei Cavalieri** (**1522**–**1523**), seguita dalla devastante **Guerra dei Contadini** (**1524**–**1525**), che **Lutero** condannò duramente. Nel **1529** la **Dieta di Spira** vide la *Protestatio* dei principi luterani, da cui il nome “**protestanti**“. L’anno successivo, alla **Dieta di Augusta** del **1530**, i principi luterani presentarono la *Confessio Augustana*, il primo documento dottrinale sistematico del luteranesimo, redatto da **Filippo Melantone**. I principi si unirono poi nella **Lega di Smalcalda** per resistere militarmente all’Imperatore. Il conflitto si concluse con la **Pace di Augusta** del **1555**, che sancì il principio *Cuius Regio, Eius Religio*: ogni principe poteva scegliere la religione — cattolica o luterana — del proprio Stato, e i sudditi erano tenuti a seguirla. Era la fine del sogno del **Medioevo** di una cristianità unita sotto un’unica autorità spirituale e temporale. ## **Gli altri riformatori: Zwingli e Calvino** La **Riforma** non fu un fenomeno monolitico. Accanto a **Lutero** operarono altri teologi che diedero vita a tradizioni distinte. ### **Ulrich Zwingli** **Ulrich Zwingli** (**1484**–**1531**) avviò la **Riforma** a **Zurigo** con l’appoggio delle autorità cittadine. La sua teologia era simile a quella luterana ma differiva soprattutto sull’interpretazione dell’**Eucaristia**: per **Zwingli** la Cena del Signore era un rito puramente commemorativo, senza alcuna presenza reale di **Cristo** nel pane e nel vino. **Lutero** e **Zwingli** si scontrarono su questo punto nel **Colloquio di Marburgo** del **1529**, senza trovare accordo. **Zwingli** morì in battaglia nel **1531**, durante una guerra fra cantoni svizzeri. ### **Giovanni Calvino** Dopo la morte di **Zwingli**, il centro della Riforma svizzera si spostò a **Ginevra**, dove **Giovanni Calvino** (1509–1564) istituì una vera e propria teocrazia. **Calvino** elaborò la dottrina della **predestinazione assoluta**: **Dio** ha già stabilito *ab aeterno* chi sarà salvato ( *gli eletti*) e chi sarà dannato, indipendentemente dalle azioni umane. Il **calvinismo** — o dottrina riformata — si diffuse rapidamente in **Scozia** (dove prese il nome di **presbiterianesimo**), in parti della **Francia** (gli **ugonotti**), nei **Paesi Bassi** e nelle colonie inglesi in **America del Nord**, dove avrebbe profondamente influenzato l’etica del lavoro e il capitalismo moderno. ## **La Riforma in Inghilterra: l’Anglicanesimo** In Inghilterra la **Riforma** seguì un percorso del tutto peculiare, guidato da motivazioni politiche più che teologiche. Il re **Enrico VIII** era stato un fervente difensore del cattolicesimo (aveva persino ricevuto dal papa il titolo di *Defensor Fidei*), ma nel **1534**, non riuscendo a ottenere l’annullamento del suo matrimonio con **Caterina d’Aragona**, ruppe con **Roma** e si autoproclamò Capo supremo della **Chiesa d’Inghilterra** con l’**Atto di Supremazia**. La **Chiesa Anglicana** conservò in gran parte la struttura episcopale e la liturgia tradizionale, pur facendo propria la teologia riformata. ## **La Controriforma: la risposta cattolica** ![Il Concilio di Trento (1545-1563), cuore della Controriforma cattolica in risposta alla Riforma Protestante](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/4-1024x576.png "4 - Scripta Manent Italia")4La **Chiesa cattolica** non rimase passiva. La risposta a **Lutero** e agli altri riformatori fu la **Controriforma** (o **Riforma Cattolica**), il grande processo di rinnovamento interno avviato a partire dal **Concilio di Trento** (**1545**–**1563**). Il **Concilio** ribadì le dottrine contestate dai protestanti — il valore delle opere, la tradizione come fonte di rivelazione accanto alla **Bibbia**, i sette sacramenti — ma al tempo stesso impose una rigorosa disciplina al clero, eliminò molti degli abusi denunciati da **Lutero**, e avviò una profonda riforma della liturgia e dell’istruzione religiosa. Protagonista della Controriforma fu la **Compagnia di Gesù** (i **Gesuiti**), fondata nel **1534** da **Ignazio di Loyola**, che divenne il principale strumento missionario e educativo della **Chiesa cattolica** nel mondo. L’**Inquisizione** fu potenziata e l’**Indice dei Libri Proibiti** (*Index Librorum Prohibitorum*) fu istituito per censurare le opere ritenute eretiche. ## **Le conseguenze della Riforma Protestante** ### **Conseguenze religiose** La conseguenza più immediata fu la **frammentazione del mondo cristiano occidentale** in una molteplicità di confessioni. Accanto al **luteranesimo**, al **calvinismo** e all’**anglicanesimo**, sorsero decine di movimenti radicali — **anabattisti**, **mennoniti**, **sociniani** — che rifiutavano tanto la **Chiesa romana** quanto le **Chiese riformate** istituzionali. Il principio del libero esame, paradossalmente, generò non un’unica Bibbia interpretata da tutti allo stesso modo, ma una proliferazione infinita di interpretazioni. ### **Conseguenze politiche** Sul piano politico, la **Riforma** accelerò la dissoluzione dell’ideale **Medievale** di una *Respublica Christiana* governata da un’unica autorità spirituale (il **papa**) e una temporale (l’**imperatore**). Il principio *Cuius Regio, Eius Religio* rafforzò i sovrani nazionali a scapito dell’universalismo imperiale e papale. Le **guerre di religione** devastarono l’**Europa**: le **Guerre degli Ugonotti** in **Francia** (**1562**–**1598**), la **Guerra degli Ottant’anni** nei **Paesi Bassi**, e soprattutto la **Guerra dei Trent’anni** (**1618**–**1648**), che causò la morte di un terzo della popolazione della **Germania**. La **Pace di Westfalia** del **1648** pose fine alle **guerre di religione** e gettò le basi del moderno sistema di **Stati nazionali** sovrani. ### **Conseguenze culturali ed economiche** La traduzione della **Bibbia** nelle lingue volgari nazionali — il tedesco per **Lutero**, l’inglese per **Tyndale**, il francese per **Calvino** — fu un formidabile acceleratore dello sviluppo delle letterature nazionali e dell’alfabetizzazione di massa. Il principio del libero esame incentivò la lettura personale e contribuì alla diffusione dell’istruzione. Il sociologo **Max Weber** avrebbe poi identificato nel **calvinismo** una delle radici ideologiche del capitalismo moderno: l’idea che il successo economico fosse un segno della predestinazione divina diede all’arricchimento una dignità etica senza precedenti. ## **La Riforma Protestante in Italia** In **Italia** la **Riforma** ebbe un carattere peculiare e fu rapidamente soffocata dall’**Inquisizione**. Nonostante la presenza di figure intellettualmente brillanti come **Juan de Valdés** a **Napoli**, il **circolo degli spirituali** con personalità come **Vittoria Colonna** e il cardinale **Reginald Pole**, e movimenti come i **Valdesi** e i **Fratelli d’Italia**, il protestantesimo non riuscì mai a radicarsi stabilmente nella penisola. La capillare presenza dell’**Inquisizione romana**, istituita nel **1542**, stroncò sul nascere ogni tentativo di riforma. Molti intellettuali italiani simpatizzanti con le idee protestanti preferirono l’esilio (i cosiddetti «eretici italiani») o il *nicodemismo*, cioè la doppia vita di chi professava formalmente il cattolicesimo pur nutrendo convinzioni diverse. ## **Le date chiave della Riforma Protestante** **Anno****Evento******1517****Lutero pubblica le 95 Tesi a Wittenberg (31 ottobre)****1520****Leone X emana la bolla *Exsurge Domine* e minaccia la scomunica****1521****Scomunica di Lutero; Dieta di Worms; rifugio al castello di Wartburg****1522****Lutero pubblica la traduzione tedesca del Nuovo Testamento****1524–1525****Guerra dei Contadini; Lutero si schiera con i principi****1529****Dieta di Spira; nasce il termine “protestanti”****1530****Confessio Augustana (Melantone); Lega di Smalcalda****1534****Atto di Supremazia di Enrico VIII; nascita della Chiesa Anglicana****1536****Calvino pubblica le *Institutio Christianae Religionis***1545–1563**Concilio di Trento (Controriforma)**1555**Pace di Augusta (*Cuius Regio, Eius Religio*)**1618–1648**Guerra dei Trent’anni**1648**Pace di Westfalia; fine delle guerre di religione europee## **FAQ — Domande Frequenti sulla Riforma Protestante** **1. Quando è iniziata la Riforma Protestante?** La data convenzionale di inizio è il **31 ottobre 1517**, quando Martin Lutero pubblicò le 95 Tesi a Wittenberg contestando la vendita delle indulgenze. Il 31 ottobre è ancora oggi celebrato come *Giorno della Riforma* nelle Chiese protestanti di tutto il mondo. **2. Chi ha dato inizio alla Riforma Protestante?** Il principale protagonista fu **Martin Lutero** (1483–1546), monaco agostiniano e professore di teologia all’Università di Wittenberg. Ad esso si affiancarono, con dottrine parzialmente diverse, Ulrich Zwingli in Svizzera, Giovanni Calvino a Ginevra e, per ragioni politiche, Enrico VIII in Inghilterra. **3. Quali sono le cause principali della Riforma Protestante?** Le cause principali furono: la **corruzione morale e il nepotismo** della Chiesa di Roma, lo **scandalo della vendita delle indulgenze**, il **risveglio dei nazionalismi** contro l’autorità universale del papato e dell’imperatore, l’ascesa della **borghesia mercantile** e la diffusione della **stampa** che moltiplicò le critiche alla Chiesa. **4. Cosa sono le 95 Tesi di Lutero?** Le 95 Tesi (*Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum*) sono un documento accademico scritto in latino nel 1517, in cui Lutero criticava sistematicamente la dottrina delle indulgenze e chiedeva un dibattito teologico aperto. Non erano una dichiarazione di guerra alla Chiesa, ma divennero il detonatore di una rivoluzione religiosa. **5. Cosa significa “Cuius Regio, Eius Religio”?** Letteralmente: *“di chi è il territorio, sua è la religione”*. È il principio sancito dalla **Pace di Augusta** del 1555 che attribuiva a ogni principe tedesco il diritto di scegliere la confessione religiosa del proprio Stato (cattolica o luterana), obbligando i sudditi ad uniformarsi. **6. Qual è la differenza tra luteranesimo e calvinismo?** Entrambi rifiutano l’autorità papale, affermano la *sola fide* e la *sola scriptura*, ma differiscono su punti cruciali. Il calvinismo enfatizza la **predestinazione assoluta** (Dio ha già deciso chi si salverà), adotta una liturgia più sobria e austera, e sviluppò una forte influenza sull’etica del lavoro e sul capitalismo moderno. **7. Cosa fu la Controriforma?** Fu la risposta della Chiesa cattolica alla Riforma protestante, avviata con il **Concilio di Trento** (1545–1563). Ribadì le dottrine contestate, riformò la disciplina del clero, istituì l’Inquisizione romana e i Gesuiti come forza missionaria, e avviò un profondo rinnovamento interno della Chiesa. **8. Perché la Riforma Protestante è importante ancora oggi?** La Riforma ha plasmato il mondo moderno in modi profondi: ha spinto verso la secolarizzazione dello Stato, ha incentivato l’alfabetizzazione di massa, ha influenzato l’etica del lavoro capitalista, ha posto le basi per il principio di libertà di coscienza e ha contribuito alla nascita degli Stati nazionali moderni. Circa **800 milioni di cristiani** nel mondo si identificano ancora oggi nelle diverse tradizioni protestanti. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [Guerre Puniche: riassunto sintetico dalla prima alla terza guerra](https://scriptamanentitalia.it/guerre-puniche-riassunto-sintetico/) **Published:** Maggio 11, 2026 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Contesto storico: due potenze a confronto](#Contesto_storico_due_potenze_a_confronto) - [Prima guerra Punica (264–241 a.C.)](#Prima_guerra_Punica_264%E2%80%93241_aC) - [Cause e Casus Belli: i Mamertini di Messina](#Cause_e_Casus_Belli_i_Mamertini_di_Messina) - [La costruzione della flotta e il Corvo Navale](#La_costruzione_della_flotta_e_il_Corvo_Navale) - [Le battaglie principali](#Le_battaglie_principali) - [Conseguenze della prima guerra Punica](#Conseguenze_della_prima_guerra_Punica) - [L’intervallo tra le guerre: Annibale si prepara](#Lintervallo_tra_le_guerre_Annibale_si_prepara) - [Seconda guerra Punica (218–202 a.C.): la guerra Annibalica](#Seconda_guerra_Punica_218%E2%80%93202_aC_la_guerra_Annibalica) - [Il piano geniale di Annibale](#Il_piano_geniale_di_Annibale) - [La traversata delle Alpi](#La_traversata_delle_Alpi) - [I tre grandi disastri militari Romani](#I_tre_grandi_disastri_militari_Romani) - [La resistenza di Roma: Fabio Massimo e la svolta](#La_resistenza_di_Roma_Fabio_Massimo_e_la_svolta) - [La battaglia di Zama e la fine della guerra (202 a.C.)](#La_battaglia_di_Zama_e_la_fine_della_guerra_202_aC) - [Terza guerra Punica (149–146 a.C.): la distruzione di Cartagine](#Terza_guerra_Punica_149%E2%80%93146_aC_la_distruzione_di_Cartagine) - [Catone e l’ossessione della distruzione](#Catone_e_lossessione_della_distruzione) - [Il pretesto legale e l’assedio](#Il_pretesto_legale_e_lassedio) - [La caduta del 146 a.C.](#La_caduta_del_146_aC) - [Schema riassuntivo: le 3 guerre Puniche a confronto](#Schema_riassuntivo_le_3_guerre_Puniche_a_confronto) - [I protagonisti delle guerre Puniche](#I_protagonisti_delle_guerre_Puniche) - [Annibale Barca (247–183 a.C.)](#Annibale_Barca_247%E2%80%93183_aC) - [Publio Cornelio Scipione l’Africano (236–183 a.C.)](#Publio_Cornelio_Scipione_lAfricano_236%E2%80%93183_aC) - [Amilcare Barca e Catone il Censore](#Amilcare_Barca_e_Catone_il_Censore) - [Le conseguenze delle guerre Puniche](#Le_conseguenze_delle_guerre_Puniche) - [FAQ — Domande frequenti sulle guerre Puniche](#FAQ_%E2%80%94_Domande_frequenti_sulle_guerre_Puniche) Le **guerre puniche** furono tre conflitti combattuti tra **Roma e Cartagine** tra il **264 e il 146 a.C.**, per il dominio del Mar Mediterraneo. La **Prima Guerra Punica (264–241 a.C.)** fu scatenata dalla disputa su Messina e si concluse con la conquista romana della Sicilia, prima provincia di **Roma**, ottenuta grazie all’invenzione del *corvo* navale e alla vittoria alle **Isole Egadi**. La **Seconda Guerra Punica (218–202 a.C.)**, la più celebre, vide il generale cartaginese **Annibale Barca** attraversare le Alpi con 37 elefanti, infliggendo disastri come la **Trebbia (218 a.C.)**, il **Lago Trasimeno (217 a.C.)** e **Canne (216 a.C.)**, dove morirono tra **50.000 e 70.000 romani**; la guerra fu però ribaltata da **Scipione l’Africano**, che sconfisse **Annibale** a **Zama** nel **202 a.C.**. La **Terza Guerra Punica (149–146 a.C.)** fu voluta da **Catone il Censore** — ossessionato dalla frase «*Carthago delenda est*» — e si concluse con la **distruzione totale di Cartagine** per mano di **Scipione Emiliano**: la città fu rasa al suolo, i **50.000 superstiti** ridotti in schiavitù e il territorio trasformato nella provincia romana d’Africa. Le **guerre puniche** durarono **118 anni**, trasformarono **Roma** da potenza regionale a dominatrice del Mediterraneo e gettarono i semi delle future guerre civili romane. ## **Contesto storico: due potenze a confronto** !["Mappa delle guerre puniche: espansione di Roma e Cartagine nel Mediterraneo"](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/1-1024x576.png "1 - Scripta Manent Italia")Nel **III secolo** a.C. il Mediterraneo era dominato da due grandi potenze dall’indole profondamente diversa. **Roma** era una repubblica di cittadini-soldati, forte sul continente e capace di mobilitare riserve umane pressoché inesauribili grazie al sistema di alleanze con i popoli italici. **Cartagine**, fondata nell’**814 a.C.** da coloni fenici di **Tiro** sulle coste dell’odierna **Tunisia**, era al contrario una *talassocrazia* mercantile: dominava i mari con una flotta permanente, un esercito di mercenari e una rete di basi commerciali distribuite tra **Nord Africa**, **Sardegna**, **Sicilia occidentale** e **Spagna meridionale**. **Aspetto****Roma****Cartagine** **Forma di governo** Repubblica oligarchicaRepubblica mercantile **Base economica** Agricoltura e tributi dagli alleatiCommercio marittimo e tributi dalle colonie **Forza militare**Esercito di cittadini e alleati italiciEsercito mercenario e flotta permanente**Tipo di espansione**Controllo territoriale diretto Rete di basi commerciali costiere **Area di influenza** Penisola italicaMediterraneo occidentalePer **secoli** i due stati avevano convissuto grazie a trattati di non belligeranza che delimitavano le rispettive sfere d’influenza. Ma quando **Roma** unificò la penisola italica, il **Mediterraneo** divenne teatro di una rivalità inevitabile. ## **Prima guerra Punica (264–241 a.C.)** ### **Cause e Casus Belli: i Mamertini di Messina** La scintilla che accese il primo conflitto scocca in **Sicilia**, terra di frontiera tra le due potenze. Nel **264 a.C.** i **Mamertini** — mercenari campani che si erano impadroniti con la forza di **Messina** — si trovarono minacciati da **Gerone II** di **Siracusa** e chiesero aiuto prima a **Cartagine**, poi a **Roma**. Il **Senato romano** era perfettamente consapevole che intervenire avrebbe violato i trattati con **Cartagine** del **280 a.C.**, ma la posta in gioco — il controllo dello **Stretto di Messina** e dell’intera **Sicilia** — era troppo alta per rinunciare. ### **La costruzione della flotta e il Corvo Navale** **Roma** era una potenza esclusivamente terrestre: non aveva flotta, né esperienza di guerra marittima. Di fronte alla supremazia di **Cartagine** sui mari, i **Romani** compirono un’impresa straordinaria: costruirono **120 quinqueremi in soli 60 giorni**, utilizzando come modello una nave cartaginese naufragata. Per annullare lo svantaggio tattico inventarono il *corvo*, una passerella mobile dotata di un uncino di ferro che agganciava la nave nemica trasformando ogni battaglia navale in uno scontro di fanteria. Grazie a questo dispositivo il console **Gaio Duilio** ottenne la prima grande vittoria navale romana a **Milazzo nel 260 a.C.**, scuotendo per la prima volta la supremazia marittima cartaginese. ### **Le battaglie principali** - **Milazzo (260 a.C.):** Prima vittoria navale **romana**, ottenuta con il *corvo* - **Capo Ecnomo** (**256 a.C.**): Una delle più grandi battaglie navali del mondo antico; vittoria di **Roma**. - **Drepana (249 a.C.)**: Unica grande vittoria cartaginese in mare, guidata da **Aderbale**. - **Isole Egadi** (**241 a.C.**): Vittoria decisiva **romana** che costrinse **Cartagine** alla resa Un episodio rimasto celebre è quello di **Publio Claudio Pulcro**, che prima della battaglia di **Drepana**, vedendo i polli sacri rifiutarsi di mangiare (presagio negativo), li fece gettare in mare esclamando: «Se non vogliono mangiare, lasciateli bere!». La sua arroganza verso gli dèi fu punita con una rovinosa sconfitta. ### **Conseguenze della prima guerra Punica** Con il **trattato del 241 a.C.**, **Cartagine** dovette cedere la **Sicilia** — che divenne la **prima provincia romana** — e pagare un’indennità di **3.200 talenti**. **Roma** approfittò poi di una rivolta dei mercenari cartaginesi per annettere anche **Sardegna e Corsica** nel **238 a.C.**, un atto che molti storici considerano un’ingiustizia *latente* e che alimentò per decenni il risentimento cartaginese. ## **L’intervallo tra le guerre: Annibale si prepara** Umiliata e impoverita, Cartagine cercò riscatto nella **Penisola Iberica**. Il generale **Amilcare Barca** conquistò la Spagna meridionale vedendovi non solo una fonte di risorse, ma la base per una futura guerra di rivincita. Alla sua morte (**229 a.C.**) gli succedette il genero **Asdrubale**, che fondò *Carthago Nova* (l’odierna Cartagena) e siglò con **Roma** il **trattato dell’Ebro** (**226 a.C.**), fissando quel fiume come limite dell’espansione cartaginese. Quando **Asdrubale** fu assassinato nel **221 a.C.**, l’esercito acclamò comandante **Annibale**, figlio di **Amilcare**, allora ventiseienne. La tradizione racconta che **Annibale**, da bambino, aveva giurato odio eterno verso **Roma** sugli altari degli dèi, su richiesta del padre stesso. ## **Seconda guerra Punica (218–202 a.C.): la guerra Annibalica** ### **Il piano geniale di Annibale** **Annibale** cercò il *casus belli* assediando e distruggendo **Sagunto** (**219 a.C.**), città alleata di **Roma** posta a sud dell’Ebro. La dichiarazione di guerra che ne seguì era esattamente quello che il cartaginese voleva: il suo piano prevedeva di portare la guerra direttamente in **Italia**, staccare gli alleati italici da **Roma** e costringerla alla resa. Nella primavera del **218 a.C.** partì dalla **Spagna** con un esercito di **90.000 fanti**, **12.000 cavalieri** e **37 elefanti**. ### **La traversata delle Alpi** !["Annibale attraversa le Alpi con gli elefanti durante la Seconda Guerra Punica"](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/2-1-1024x576.png "2 - Scripta Manent Italia")L’impresa che ha reso **Annibale** immortale nella storia militare è la **traversata delle Alpi** in autunno del **218 a.C.** In condizioni proibitive di freddo, neve e terreno impervio, l’esercito cartaginese perse quasi la metà degli effettivi, ma ottenne l’effetto sorpresa totale e la possibilità di reclutare i **Galli** della **Pianura Padana**, nemici acerrimi di **Roma**. ### **I tre grandi disastri militari Romani** **Annibale** trascinò **Roma** in una serie di sconfitte mai viste prima: 1. **Trebbia** (**218 a.C.**): **Annibale** sfruttò le condizioni meteorologiche avverse e l’impazienza del console **Tiberio Sempronio Longo** per annientare le legioni romane. 2. **Lago Trasimeno** (**217 a.C.**): Una imboscata perfetta nelle nebbie mattutine uccise circa **15.000 romani**, tra cui il console **Gaio Flaminio** 3. **Canne (216 a.C.):** Il capolavoro tattico di **Annibale**: con una manovra a doppio accerchiamento — centro cartaginese che arretra e ali che stringono — annientò otto legioni romane. Morirono tra **50.000 e 70.000 uomini** in un solo giorno, incluso il console **Lucio Emilio Paolo**. Era una delle giornate più nere della storia militare romana. ### **La resistenza di Roma: Fabio Massimo e la svolta** Nonostante l’enormità delle sconfitte, **Roma** non si arrese. Il **Senato** nominò dittatore **Quinto Fabio Massimo**, soprannominato *il Temporeggiatore* (*Cunctator*), che adottò una strategia opposta: evitare lo scontro diretto, logorare **Annibale** con la guerriglia e tagliare i suoi rifornimenti. Pur impopolare, questa tattica funzionò nel lungo periodo. La svolta decisiva arrivò con il giovane **Publio Cornelio Scipione**, che nel **209 a.C.** conquistò **Carthago Nova** in Spagna, privando **Cartagine** delle sue principali fonti di uomini e denaro. Nel **204 a.C.** **Scipione** portò la guerra in Africa, costringendo **Cartagine** a richiamare **Annibale** dall’Italia. ### **La battaglia di Zama e la fine della guerra (202 a.C.)** !["Battaglia di Canne 216 a.C.: il doppio accerchiamento di Annibale sulle legioni romane"](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/3-1024x576.png "3 - Scripta Manent Italia")Lo scontro definitivo avvenne a **Zama**, nell’attuale **Tunisia**. **Scipione**, che aveva studiato a fondo le tattiche di **Annibale**, le voltò contro il maestro: neutralizzò la cavalleria cartaginese, aprì corridoi nelle linee romane per far passare gli elefanti senza danni e poi applicò la stessa manovra di accerchiamento di **Canne** in senso inverso. **Annibale** fu sconfitto. **Polibio** scrisse di lui: «Di tutto quello che capitò ai due stati, il responsabile fu un solo uomo e una sola mente: **Annibale**». **Conseguenze:** **Cartagine** perse la **Spagna**, l’intera flotta militare e divenne un alleato sottomesso di **Roma**, obbligato a pagare 10.000 talenti in cinquant’anni. **Publio Cornelio Scipione** fu acclamato *Africano*. ## **Terza guerra Punica (149–146 a.C.): la distruzione di Cartagine** ### **Catone e l’ossessione della distruzione** Nei cinquant’anni tra la seconda e la terza guerra, **Cartagine** aveva economicamente recuperato. Proprio questa prosperità rinata spaventò l’ala più nazionalista del **Senato romano**, guidata da **Catone il Censore**, che concludeva ogni suo discorso in **Senato** — qualunque fosse l’argomento — con la frase: «*Ceterum censeo Carthaginem esse delendam*» («Inoltre ritengo che **Cartagine** debba essere distrutta»). **Cartagine** non era più una minaccia militare: era una minaccia commerciale, concorrente economica dell’**Italia**. ### **Il pretesto legale e l’assedio** Il *casus belli* fu fornito quando **Cartagine**, esasperata dalle continue provocazioni del re numida **Massinissa** (alleato di **Roma**), dichiarò guerra contro di lui, violando i trattati di pace. **Roma** dichiarò guerra. Poi impose condizioni ancora più umilianti: i Cartaginesi dovevano consegnare tutte le armi e ricostruire la città a dieci miglia dalla costa. Preferirono combattere. L’**assedio di Cartagine** durò tre anni (**149**–**146 a.C.**). La città resistette disperatamente, fondendo oggetti preziosi per ricavare metallo per le armi, tagliando i capelli delle donne per farne funi per le catapulte. ### **La caduta del 146 a.C.** !["Rovine di Cartagine, distrutta dai Romani nel 146 a.C., oggi patrimonio UNESCO in Tunisia"](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/05/4-1024x685.jpg "Byrsa,Hill,,Punic,Site,At,Carthage,,Unesco,World,Heritage,Site, - Scripta Manent Italia")Nel **146 a.C.** le legioni di **Scipione Emiliano** (nipote adottivo di **Scipione l’Africano**) sfondarono le difese. I combattimenti casa per casa durarono sei giorni. Alla fine, dei 700.000 abitanti che **Cartagine** contava in epoca di pace, i superstiti — circa **50.000** — furono venduti come schiavi. La città fu incendiata e rasa al suolo. Il territorio divenne la **Provincia d’Africa**, prima provincia romana nel continente africano. Si racconta che **Scipione Emiliano**, contemplando il rogo di **Cartagine**, si mise a piangere. Interrogato dal suo maestro **Polibio**, citò un verso di **Omero**: «Verrà un giorno in cui la sacra **Troia** perirà…», intuendo che anche **Roma**, un giorno, avrebbe potuto subire lo stesso destino. ## **Schema riassuntivo: le 3 guerre Puniche a confronto** **Guerra****Date****Causa principale****Battaglie chiave****Esito******I Guerra Punica****264–241 a.C.Messina e controllo della SiciliaMilazzo, Capo Ecnomo, Isole EgadiRoma conquista Sicilia, Sardegna, Corsica****II Guerra Punica****218–202 a.C.Sagunto; piano di Annibale per invadere l’ItaliaTrebbia, Trasimeno, Canne, ZamaCartagine perde Spagna e flotta; Scipione “Africano”****III Guerra Punica****149–146 a.C.Provocazioni di Massinissa; pressione di CatoneAssedio di CartagineCartagine distrutta; Provincia d’Africa## **I protagonisti delle guerre Puniche** ### **Annibale Barca (247–183 a.C.)** Figlio di **Amilcare Barca** e generale più brillante dell’antichità, **Annibale** è considerato il padre della strategia militare moderna. La sua manovra a **Canne** — il doppio accerchiamento su un esercito numericamente superiore — è tuttora studiata nelle accademie militari di tutto il mondo. Il suo limite fu la mancanza di rifornimenti e rinforzi da **Cartagine**, che gli impedì di convertire le vittorie tattiche in un successo strategico definitivo. Sconfitto a **Zama**, si rifugiò alla corte di **Antioco III di Siria** e poi di **Prusia di Bitinia**, dove si suicidò avvelenandosi nel **183 a.C.** per non cadere nelle mani di **Roma**. ### **Publio Cornelio Scipione l’Africano (236–183 a.C.)** Considerato il più grande generale romano della **Repubblica**, **Scipione** imparò le tattiche di **Annibale** per usarle contro di lui. Dopo aver riconquistato la **Spagna**, portò la guerra in **Africa** ribaltando completamente la strategia romana. La sua vittoria a **Zama** non fu solo una battaglia: fu la risposta intellettuale al genio di **Annibale**. I due rivali morirono lo stesso anno, il **183 a.C.** ### **Amilcare Barca e Catone il Censore** **Amilcare Barca** fu l’artefice della rinascita cartaginese dopo la **Prima Guerra Punica**, conquistando la **Spagna** come base per la rivincita. **Catone il Censore** fu invece il simbolo dell’inflessibilità romana: la sua ossessione per la distruzione di **Cartagine** trascinò **Roma** in un conflitto che era più psicologico che strategico. ## **Le conseguenze delle guerre Puniche** Le **guerre puniche** non si limitarono a distruggere **Cartagine**: trasformarono radicalmente la società **romana** dall’interno. - **Crisi della piccola proprietà contadina**: I legionari assenti per anni tornarono a trovare le proprie terre comprate o devastate dai grandi proprietari terrieri, che sfruttavano la manodopera servile proveniente dalle conquiste - **Nascita del latifondo:** L’agricoltura tradizionale fu soppiantata da grandi tenute specializzate in olio e vino per l’esportazione. - **Ascesa dell’ordine equestre:** I **cavalieri** dediti al commercio divennero una forza politica ed economica crescente, rivale della classe **senatoriale** - **Ellenizzazione culturale:** L’afflusso di ricchezze, schiavi e idee dal mondo greco-orientale trasformò i costumi **romani**, indebolendo il tradizionale *mos maiorum* - **Semi delle guerre civili:** La disuguaglianza sociale crescente, denunciata poi dai **Gracchi**, aveva le sue radici nell’era delle **Guerre Puniche**. Come osservò lo storico **Sallustio**, fu la scomparsa del *metus hostilis* — la paura del nemico esterno — a togliere il freno che teneva unita la **Repubblica**: senza **Cartagine**, **Roma** iniziò a divorare se stessa. ## **FAQ — Domande frequenti sulle guerre Puniche** **Quante furono le guerre puniche e quando si svolsero?** Le guerre puniche furono tre: la Prima (264–241 a.C.), la Seconda (218–202 a.C.) e la Terza (149–146 a.C.). Complessivamente durarono 118 anni. **Perché si chiamano “puniche”?** Il termine deriva dal latino *Punicus*, che significa “cartaginese”. I Romani chiamavano i Cartaginesi *Poeni* o *Punici* in riferimento alle loro origini fenicie (*Phoenices*). **Chi vinse le guerre puniche?** Roma vinse tutti e tre i conflitti. Con la distruzione di Cartagine nel 146 a.C., Roma divenne la potenza egemone incontrastata del Mediterraneo occidentale. **Chi era Annibale e perché è famoso?** Annibale Barca (247–183 a.C.) era il generale cartaginese protagonista della Seconda Guerra Punica. È famoso per la traversata delle Alpi con gli elefanti e per la Battaglia di Canne (216 a.C.), considerata uno dei più grandi capolavori tattici della storia militare. **Cos’è il “corvo” romano?** Il *corvus* era una passerella mobile con un pesante uncino di ferro montata sulle navi romane. Abbassata sulla nave nemica la agganciava, permettendo ai legionari di combattere a corpo a corpo come su terra ferma. Fu l’arma che permise a Roma di colmare il divario con la marina cartaginese. **Cosa successe ad Annibale dopo la sconfitta di Zama?** Dopo Zama, Annibale fu nominato suffete (magistrato) di Cartagine e tentò riforme democratiche prima di essere costretto all’esilio. Si rifugiò prima da Antioco III di Siria, poi in Bitinia, dove nel 183 a.C. si avvelenò per non essere consegnato ai Romani. **Qual è la differenza tra le tre guerre puniche?** La Prima fu principalmente una guerra navale per la Sicilia; la Seconda fu la più drammatica e vide l’invasione dell’Italia da parte di Annibale; la Terza fu un assedio unilaterale che si concluse con la distruzione totale di Cartagine. **Dove si trova oggi Cartagine?** L’antica Cartagine sorgeva nell’attuale **Tunisia**, nella zona costiera nord-orientale vicino all’odierna città di Tunisi. Oggi è un sito archeologico dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO. **Cosa significa “Carthago delenda est”?** La frase latina, attribuita a **Catone il Censore**, significa “Cartagine deve essere distrutta”. Catone la pronunciava alla fine di ogni discorso in Senato, qualunque fosse l’argomento, per spingere Roma a eliminare definitivamente il rivale nordafricano. **Quali furono le conseguenze economiche delle guerre puniche per Roma?** Le guerre portarono a Roma enormi ricchezze e schiavi, ma destabilizzarono la società: la piccola proprietà contadina fu sostituita dal latifondo, creando disuguaglianze che sarebbero esplose nelle guerre civili del I secolo a.C. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La conquista delle Gallie di Giulio Cesare. Tutta la storia.](https://scriptamanentitalia.it/conquista-gallie-giulio-cesare/) **Published:** Maggio 11, 2026 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il Contesto Geopolitico prima del 58 a.C. e il “Casus Belli”](#Il_Contesto_Geopolitico_prima_del_58_aC_e_il_%E2%80%9CCasus_Belli%E2%80%9D) - [La Gallia prima di Cesare](#La_Gallia_prima_di_Cesare) - [La situazione politica interna e gli interessi di Cesare](#La_situazione_politica_interna_e_gli_interessi_di_Cesare) - [I Protagonisti della Guerra Gallica](#I_Protagonisti_della_Guerra_Gallica) - [Il 58 a.C. – La difesa dei confini](#Il_58_aC_%E2%80%93_La_difesa_dei_confini) - [La battaglia di Bibracte e il contenimento degli Elvezi](#La_battaglia_di_Bibracte_e_il_contenimento_degli_Elvezi) - [La sconfitta di Ariovisto e la campagna contro i Suebi](#La_sconfitta_di_Ariovisto_e_la_campagna_contro_i_Suebi) - [Il 57 a.C. – La sottomissione delle tribù Belgiche](#Il_57_aC_%E2%80%93_La_sottomissione_delle_tribu_Belgiche) - [La battaglia del Sabis contro i Nervi](#La_battaglia_del_Sabis_contro_i_Nervi) - [Il 56 a.C. – La campagna Atlantica e in Aquitania](#Il_56_aC_%E2%80%93_La_campagna_Atlantica_e_in_Aquitania) - [La guerra Navale contro i Veneti](#La_guerra_Navale_contro_i_Veneti) - [Le operazioni in Aquitania](#Le_operazioni_in_Aquitania) - [55–54 a.C. – I ponti sul Reno](#55%E2%80%9354_aC_%E2%80%93_I_ponti_sul_Reno) - [Le spedizioni in Britannia (55 e 54 a.C.)](#Le_spedizioni_in_Britannia_55_e_54_aC) - [54–53 a.C. – Le prime grandi rivolte](#54%E2%80%9353_aC_%E2%80%93_Le_prime_grandi_rivolte) - [Il disastro di Atuatuca e Ambiorige](#Il_disastro_di_Atuatuca_e_Ambiorige) - [L’imboscata nella Gola](#Limboscata_nella_Gola) - [La reazione immediata: Labieno e Quinto Cicerone](#La_reazione_immediata_Labieno_e_Quinto_Cicerone) - [Il 53 a.C. – La strategia del deserto tattico](#Il_53_aC_%E2%80%93_La_strategia_del_deserto_tattico) - [La fuga perenne di Ambiorige](#La_fuga_perenne_di_Ambiorige) - [Il 52 a.C. – Vercingetorige e la grande sollevazione Gallica](#Il_52_aC_%E2%80%93_Vercingetorige_e_la_grande_sollevazione_Gallica) - [Cesare vs. Vercingetorige: due strategie a confronto](#Cesare_vs_Vercingetorige_due_strategie_a_confronto) - [Le grandi battaglie del 52 a.C.: Avarico, Gergovia e Alesia](#Le_grandi_battaglie_del_52_aC_Avarico_Gergovia_e_Alesia) - [L’assedio di Avarico](#Lassedio_di_Avarico) - [La battaglia di Gergovia](#La_battaglia_di_Gergovia) - [Il trionfo ad Alesia](#Il_trionfo_ad_Alesia) - [La Controvallazione (linea interna, verso Alesia)](#La_Controvallazione_linea_interna_verso_Alesia) - [La Circonvallazione (linea esterna, verso l’esercito di soccorso)](#La_Circonvallazione_linea_esterna_verso_lesercito_di_soccorso) - [L’attesa, la fame e l’espulsione dei Mandubii](#Lattesa_la_fame_e_lespulsione_dei_Mandubii) - [L’arrivo dell’esercito di soccorso](#Larrivo_dellesercito_di_soccorso) - [La notte di Vercassivellauno e la crisi finale](#La_notte_di_Vercassivellauno_e_la_crisi_finale) - [La resa di Vercingetorige: Le fonti a confronto](#La_resa_di_Vercingetorige_Le_fonti_a_confronto) - [La prigionia, il trionfo e la morte](#La_prigionia_il_trionfo_e_la_morte) - [51–50 a.C. – L’assedio di Uxelloduno e la pacificazione definitiva](#51%E2%80%9350_aC_%E2%80%93_Lassedio_di_Uxelloduno_e_la_pacificazione_definitiva) - [Conseguenze storiche: la romanizzazione e la fine della Repubblica](#Conseguenze_storiche_la_romanizzazione_e_la_fine_della_Repubblica) - [L’impatto economico](#Limpatto_economico) - [La romanizzazione della Gallia](#La_romanizzazione_della_Gallia) - [La fine della Repubblica](#La_fine_della_Repubblica) - [Domande frequenti (FAQ) sulla conquista della Gallia](#Domande_frequenti_FAQ_sulla_conquista_della_Gallia) La **Conquista della Gallia (58–50 a.C.)** è stata una delle campagne militari più decisive e trasformative dell’intera storia antica. Condotta dal proconsole romano **Gaio Giulio Cesare** con otto legioni al loro massimo, si estese per quasi un decennio sui territori delle odierne Francia, Belgio, Svizzera e parte dei Paesi Bassi, coinvolgendo decine di tribù celtiche, belgiche e germaniche in uno scontro che avrebbe ridisegnato la carta d’Europa. La guerra iniziò nel **58 a.C.** con il pretesto di bloccare la migrazione di massa degli **Elvezi** verso la Gallia centrale e culminò nel **52 a.C.** con la resa del carismatico leader gallico **Vercingetorige** al termine del drammatico **assedio di Alesia**, capolavoro assoluto dell’ingegneria militare romana. Gli ultimi focolai di resistenza furono spenti nel **51–50 a.C.** con la caduta di **Uxelloduno**. Il risultato strategico fu l’annessione della **Gallia Comata** all’impero romano, un territorio di circa 500.000 km² con una popolazione stimata tra i 10 e i 12 milioni di abitanti. Sul piano personale, la conquista trasformò **Cesare** da brillante politico indebitato in uno dei generali più ricchi e potenti del mondo antico. Sul piano storico, il potere militare e finanziario accumulato durante la guerra gallica rese inevitabile lo scontro con **Pompeo** e il **Senato**, innescando la crisi terminale della **Repubblica Romana**. ## **Il Contesto Geopolitico prima del 58 a.C. e il “Casus Belli”** Per comprendere la guerra gallica è indispensabile conoscere lo scenario in cui **Cesare** si trovò a operare nel momento in cui assunse il proconsolato della **Gallia Cisalpina**, della **Gallia Narbonense** e dell’**Illirico** nel **59 a.C.**, frutto dell’accordo politico noto come **Primo Triumvirato** stipulato con **Pompeo** e **Crasso**. ### **La Gallia prima di Cesare** Il termine «**Gallia**» designava un’area geografica e culturale vastissima, abitata da popolazioni di lingua celtica organizzate in strutture tribali e talvolta proto-statali. **Giulio Cesare** stesso, nel celebre *incipit* del *De Bello Gallico*, distingue tre grandi aree: la **Gallia Celtica** (o **Gallia** centrale), la **Belgica** a nord del fiume Marna e Senna, e l’**Aquitania** a sud-ovest fino ai **Pirenei**. Le tribù non formavano un’entità politica unificata: rivalità antiche, alleanze mutevoli e guerre intestine erano la norma. Alcuni popoli, come gli **Edui**, intrattenevano relazioni privilegiate con **Roma** e si definivano «fratelli» del popolo romano. Altri, come i **Sequani** e gli **Arverni**, erano tradizionalmente ostili o indipendenti. A nord-est premevano le popolazioni germaniche, che già nel **I secolo a.C.** esercitavano una forte pressione migratoria verso ovest. Questo squilibrio demografico e geopolitico stava alterando equilibri consolidati da decenni, creando instabilità proprio ai confini della **Gallia Narbonense**, la provincia romana che si estendeva lungo la costa mediterranea dalla Linguadoca alla Provenza. ### **La situazione politica interna e gli interessi di Cesare** Non si può ignorare la dimensione politica della guerra gallica. **Cesare** era gravato da debiti enormi contratti per finanziare la sua carriera politica (si parla di oltre 25 milioni di sesterzi), aveva nemici potenti a **Roma** e sapeva che una volta scaduto il suo mandato sarebbe stato esposto a processi politici. La guerra in **Gallia** gli offriva tre cose di cui aveva disperatamente bisogno: gloria militare, ricchezze (i Galli erano famosi per i loro tesori) e fedeltà personale delle sue legioni, pagata con il bottino e cementata da anni di campagne comuni. La **Gallia** non fu dunque solo una guerra di difesa dei confini: fu anche, forse soprattutto, il progetto politico di un uomo che aveva capito che il potere reale a **Roma** passava attraverso l’esercito. ## **I Protagonisti della Guerra Gallica** **Figura Storica****Ruolo Principale****Fazione****Risultato Finale****Giulio Cesare**Proconsole e Comandante in capoRepubblica RomanaConquista della Gallia, ascesa politica incontrastata**Vercingetorige**Re degli Arverni, comandante della coalizioneTribù galliche uniteSconfitto ad Alesia (52 a.C.), imprigionato per sei anni, giustiziato nel 46 a.C.**Ariovisto**Re dei SuebiPopolazioni germanicheSconfitto in Alsazia nel 58 a.C., respinto oltre il Reno**Ambiorige**Re degli Eburoni (Belgica)Tribù belgicheSconfisse una legione romana ad Atuatuca nel 54 a.C., sfuggì alla cattura romana**Tito Labieno**Luogotenente di Cesare, legatoRepubblica RomanaBrillante condottiero, in seguito passerà dalla parte di Pompeo nella guerra civile**Publio Licinio Crasso**Figlio del triumviro, legatoRepubblica RomanaCondusse le operazioni in Aquitania nel 56 a.C.**Dumnorige**Capo degli Edui, fazione anti-romanaTribù gallicheUcciso dai Romani nel 54 a.C. mentre tentava di fuggire**Commio**Re degli Atrebati, inizialmente alleato di RomaPrima filo-romano, poi gallicoPartecipò alla difesa di Alesia, fuggì in Britannia dopo la sconfitta## **Il 58 a.C. – La difesa dei confini** ### **La battaglia di Bibracte e il contenimento degli Elvezi** Il *casus belli* che **Cesare** sfruttò con straordinaria abilità politica fu la migrazione degli **Elvezi**, popolazione celtica stanziata nell’altopiano svizzero. Guidati dal nobile **Orgetorige**, che aveva concepito il progetto prima di morire in circostanze misteriose nel **60 a.C.**, gli **Elvezi** pianificarono per anni l’abbandono della loro terra d’origine, considerata troppo angusta, per trasferirsi nelle fertili pianure della **Gallia** occidentale. Bruciarono le loro città, distrussero le riserve di cibo in modo da non poter tornare indietro, e nel marzo del **58 a.C.** si misero in marcia: una colonna di circa **368.000 persone** (secondo i dati forniti dallo stesso **Cesare**, sebbene alcuni storici moderni li ritengano sovrastimati), compresi **92.000 combattenti**. Il percorso più breve verso ovest attraversava il territorio della **Gallia Narbonense**, passando per il valico tra il lago di **Ginevra** e il **Giura**. **Cesare**, che si trovava a **Roma**, galoppò in sette giorni verso la provincia, ordinò la costruzione di una palizzata difensiva lunga circa 30 km lungo il **Rodano** e rifiutò agli **Elvezi** il permesso di transitare. La risposta **romana** fu netta: nessuna migrazione armata sarebbe stata tollerata ai confini di **Roma**. Gli **Elvezi** tentarono di forzare il passaggio ma furono respinti; piegarono allora verso nord attraverso il territorio dei **Sequani**, alleati dei **Romani** per alcune questioni di confine, e **Cesare** li seguì, trasformando quello che era nato come un’operazione difensiva in una campagna offensiva a tutto campo. Dopo aver bloccato il passaggio del Rodano, **Cesare** seguì gli **Elvezi** che si muovevano verso nord attraverso la Borgogna. Gli **Elvezi**, a corto di rifornimenti, tentarono di attraversare il territorio degli **Edui** razziandolo. Gli **Edui**, alleati di **Roma**, invocarono l’intervento romano. **Cesare** colse l’occasione. Lo scontro decisivo avvenne nei pressi di **Bibracte** (odierna Mont Beuvray, in Borgogna), la principale città degli Edui, nel **giugno del 58 a.C.** **Cesare** dispose le sue sei legioni in tre linee sul fianco di una collina: le truppe ausiliarie e la cavalleria alleata sul piano davanti, le quattro legioni più esperte nelle prime due linee, le due legioni più recenti come riserva nella terza. Gli Elvezi caricarono con forza, ma la disciplinata cavalleria romana cedette strategicamente, attirando i nemici verso la posizione difensiva principale. Le legioni scaricarono i *pila* (giavellotti pesanti) a brevissima distanza, creando confusione tra i ranghi nemici — i *pila*, per la loro forma, si conficcavano negli scudi e li rendevano inutilizzabili — e poi passarono all’attacco con le spade corte (*gladii*). La battaglia fu lunga e violenta. Gli **Elvezi** respinsero il primo assalto, si ritirarono su una collina vicina, poi ripresero l’offensiva quando videro le loro famiglie nei carriaggi accerchiate dalla terza linea **romana**. Alla fine crollarono. I superstiti — circa 130.000 persone secondo **Cesare** — furono costretti a tornare nelle loro terre d’origine e a ricostruirle, perché **Roma** aveva interesse a mantenere il confine del **Reno** presidiato da popolazioni stanziali anziché lasciarlo vuoto e aperto alle pressioni **germaniche**. ### **La sconfitta di Ariovisto e la campagna contro i Suebi** Conclusa la questione elvezia, **Cesare** si trovò immediatamente di fronte a una nuova crisi. **Ariovisto**, re dei **Suebi** (popolazione germanica), aveva attraversato il **Reno** con un esercito di circa 120.000 uomini, si era installato nel territorio dei **Sequani** e stava espandendo il suo dominio verso ovest, minacciando direttamente le tribù celtiche alleate di **Roma**. Le ambascerie degli **Edui** al **Senato** romano avevano già richiesto intervento. **Cesare** convocò **Ariovisto** a un colloquio diplomatico; il re germanico rispose con sprezzante sicurezza, affermando che la **Gallia** era diventata sua per diritto di conquista. La rottura fu immediata. **Cesare** marciò verso est, occupò *Vesontio* (odierna **Besançon**) per togliere al nemico la piazza forte più importante della regione, e affrontò **Ariovisto** in una battaglia campale in **Alsazia**, probabilmente nei pressi dell’attuale **Mulhouse**. Prima della battaglia, i **Romani** erano visibilmente preoccupati dalla fama terrificante dei guerrieri germanici: la paura si era diffusa tra le truppe al punto che molti ufficiali cercavano pretesti per non combattere. **Cesare** convocò i centurioni e tenne un discorso memorabile, annunciando che se necessario avrebbe marciato con la sola **Decima Legione**. L’effetto psicologico fu immediato: le truppe si vergognarono e tornarono combattive. La battaglia fu una vittoria netta. L’ala sinistra romana, comandata da **Publio Crasso** il giovane, fu inizialmente in difficoltà ma fu soccorsa da rinforzi al momento opportuno. L’esercito di **Ariovisto** cedette, e il re fuggì oltre il **Reno** su una barca, per non tornare mai più. La campagna del **58 a.C.** si chiudeva con due vittorie spettacolari: il fianco meridionale (**Elvezi**) e quello orientale (**Germani**) erano stati neutralizzati. ### **Il 57 a.C. – La sottomissione delle tribù Belgiche** Le notizie delle vittorie romane si diffusero rapidamente in **Gallia**, generando due reazioni opposte: ammirazione e alleanza tra alcune tribù, allarme e mobilitazione tra altre. Le **tribù belgiche** a nord, che si consideravano le più valorose della **Gallia** e non avevano mai subito il dominio romano, iniziarono a coalizzarsi ancora prima che **Cesare** portasse guerra nel loro territorio. Messaggeri degli **Edui** e dei **Remi** (tribù belgica filo-romana) informarono il **proconsole** di questa coalizione: si trattava di uno schieramento potenzialmente di oltre 300.000 guerrieri. **Cesare** non aspettò. Reclutò due nuove legioni in **Gallia Cisalpina**, portando il totale a otto, e marciò verso nord prima che la coalizione si organizzasse completamente. ### **La battaglia del Sabis contro i Nervi** La prima grande prova fu l’attacco alla linea difensiva sul fiume **Aisne**. **Cesare** posizionò il campo in una posizione tattica dominante e riuscì a respingere i **Belgi** con la cavalleria quando questi tentarono di attraversare il guado. La grande coalizione si sbandò rapidamente: mancavano i rifornimenti e le tensioni intertribali emersero subito. Le singole tribù si arresero a catena — i **Suessioni**, i **Bellovaques**, gli **Ambiani** — alcune combattendo, altre cedendo senza resistenza. L’unica tribù che non si arrese fu quella dei **Nervi**, considerata la più feroce dei Belgi. **Cesare** li affrontò sul fiume **Sabis** (probabilmente l’odierna Sambre, nel Belgio meridionale) in quello che fu forse il momento più pericoloso del suo comando in **Gallia**. I **Nervi** erano nascosti nella boscaglia oltre il fiume. Mentre le **legioni romane** erano ancora in marcia e i **legionari** stavano costruendo l’accampamento — operazione routinaria che precedeva ogni sosta —, i **Nervi** scattarono attraverso il guado con una velocità e una violenza devastanti. La sorpresa fu quasi totale: i **soldati** non avevano avuto il tempo di indossare l’armatura o di formare correttamente i reparti. La situazione degenerò rapidamente. La **Dodicesima Legione**, sul fianco sinistro, stava cedendo; i suoi ufficiali erano quasi tutti morti o feriti. **Cesare**, secondo il suo stesso racconto nel *De Bello Gallico* (II, 25), afferrò personalmente uno scudo da un soldato della retroguardia, si gettò in prima linea, chiamò i centurioni per nome e riordinò i ranghi. Il gesto eroico spronò le truppe a resistere fino all’arrivo della **Decima Legione** dal fianco destro, che prese i **Nervi** alle spalle. Il massacro fu totale: **Cesare** afferma che dei 60.000 guerrieri **Nervi** in grado di combattere, ne sopravvissero a mala pena 500. Sebbene le cifre cesarine siano spesso esagerate per effetto retorico, la distruzione della tribù fu reale e duratura. ### **Il 56 a.C. – La campagna Atlantica e in Aquitania** Il **56 a.C.** aprì un nuovo fronte, questa volta verso ovest. Le tribù della **Bretagna atlantica** (l’odierna Bretagna francese), in particolare i **Veneti**, si erano ribellate dopo aver arrestato gli ufficiali romani inviati a requisire rifornimenti. I **Veneti** erano maestri della navigazione atlantica e controllavano le rotte commerciali verso la **Britannia**. ### **La guerra Navale contro i Veneti** **Cesare** si trovò di fronte a un problema inedito: i **Veneti** si rifugiavano nelle loro fortezze costiere costruite su promontori accessibili solo *via mare*, e quando una stava per cadere evacuavano tutto su navi e si trasferivano in un’altra fortezza. Le legioni, formidabili sulla terraferma, erano inutili contro questa tattica anfibia. La soluzione fu ingegnosa. **Cesare** fece costruire una flotta sul **Loire** e ne affidò il comando a **Decimo Bruto**. Le navi galliche erano imponenti: costruite in rovere massiccio, con carena piatta per resistere alle maree atlantiche, con antenne in legno massiccio e vele in cuoio invece che in tela. Le triremi romane, più leggere e basse, non riuscivano ad abbordare le navi galliche per la differenza d’altezza. La soluzione tattica fu l’uso di *falci taglia-sartiame* (*falces*): uncini di ferro montati su lunghe aste che venivano agganciati alle sartie (le corde che tenevano i pennoni) e strappati di netto con un remo. Privata delle vele, la nave gallica diventava immobile e poteva essere agganciata e abbordata come piattaforma. La flotta veneta fu distrutta in una grande battaglia nella baia di **Quiberon**. **Cesare** punì i capi della tribù con la morte e vendette la popolazione come schiavi. ### **Le operazioni in Aquitania** Simultaneamente alla guerra navale, **Cesare** inviò il giovane **Publio Licinio Crasso** (figlio del triumviro **Marco Licinio Crasso**) con dodici coorti e una forte cavalleria a sottomettere l’**Aquitania**, la regione pirenaica con forti influenze iberiche. **Crasso** si trovò di fronte a un nemico che aveva imparato a combattere i **Romani** durante le guerre in **Spagna**, adottando tattiche di trinceramento e accampamenti rafforzati. **Crasso** aggirò la posizione principale con un attacco di cavalleria alle spalle, colse il nemico di sorpresa e ottenne la sottomissione della maggior parte delle tribù aquitane. ### **55–54 a.C. – I ponti sul Reno** Nel **55 a.C.** due tribù germaniche, gli **Usipeti** e i **Tenctari**, attraversarono il **Reno** in massa cercando territorio in **Gallia**. **Cesare** li respinse con una mossa militare che fu anche politicamente controversa: attaccò il campo germanico durante le trattative, sterminando gran parte della popolazione inclusi anziani, donne e bambini. A **Roma**, l’episodio fu criticato da **Catone il Giovane** come una violazione del *diritto internazionale*, ma **Cesare** non ne tenne conto. Per rispondere alla minaccia germanica in modo definitivo e per impressionare sia i **Galli** che i **Germani**, **Cesare** decise di attraversare il **Reno** con tutto il suo esercito — non su barche, ma su un **ponte in legno**, costruito a partire da palafitte di tronchi. Il ponte fu completato in circa **10 giorni** nei pressi dell’odierna **Coblenza**. Non era una semplice opera di ingegneria: era un messaggio politico esplicito. Nessun generale **romano** aveva mai attraversato il **Reno**; il fatto che **Cesare** lo facesse in **10 giorni** dimostrava che il fiume non era più una barriera invalicabile per **Roma**. Le legioni rimasero 18 giorni in territorio germanico, devastarono il paese degli **Sugambri** (che si erano ritirati nelle foreste), poi tornarono in **Gallia** e smantellarono il ponte. Il gesto era simbolico quanto militare. ### **Le spedizioni in Britannia (55 e 54 a.C.)** La **Britannia** era per i **Romani** una terra semi-mitica, ricca di leggende su metalli preziosi e un popolo guerriero che dava aiuto e rifugio ai **Galli** ribelli. **Cesare** decise di sbarcarvi due volte. Il **primo sbarco** nell’agosto del **55 a.C.** fu quasi un disastro. Le navi da trasporto romane, con fondo piatto, non potevano avvicinarsi alla riva. I legionari si trovarono a dover saltare in acqua fino alla cintola, sotto i dardi dei Britanni che combattevano dalla riva. L’*aquilifer* (portastendardo) della **Decima Legione** si gettò in acqua primo, costringendo gli altri a seguirlo per non perdere l’*aquila*. Una volta presa la testa di ponte, i **Romani** si stabilirono temporaneamente, ma una tempesta distrusse molte navi e **Cesare** tornò in **Gallia** dopo poche settimane. Il secondo sbarco in **Britannia**, nell’estate del **54 a.C.**, fu un’operazione di scala incomparabilmente maggiore rispetto alla puntata esplorativa dell’anno precedente. **Cesare** aveva tratto precise lezioni dal fallimento logistico del **55 a.C.**: le navi da guerra romane standard erano troppo alte di bordo e troppo profonde di chiglia per avvicinarsi alle spiagge piatte del **Kent**. Durante l’inverno precedente fece quindi costruire appositamente circa **600 navi da trasporto** (*naves onerariae*) con un progetto modificato — fondo più piatto, bordi più bassi, larghezza maggiore per il carico — a cui si aggiungevano le circa **200 navi da guerra** già disponibili. La flotta radunata a **Portus Itius** (quasi certamente l’odierna **Boulogne-sur-Mer**) era la più grande mai assemblata fino ad allora per un’operazione anfibia romana: oltre **800 imbarcazioni** in totale. La forza d’invasione comprendeva **cinque legioni** (la **VII**, **VIII**, **IX**, **X** e **XII** secondo le ricostruzioni degli storici, sebbene le fonti non siano esplicite su tutti i numeri) e **2.000 cavalieri** ausiliari, per un totale stimato tra i 25.000 e i 30.000 uomini. Anche stavolta **Cesare** lasciò in Gallia un presidio: il legato **Labieno** con tre legioni, con il compito di sorvegliare le tribù galliche e proteggere le infrastrutture logistiche. La traversata avvenne di notte, sfruttando una leggera brezza favorevole, e le navi toccarono la spiaggia nei pressi di **Deal** (nella contea del **Kent**) all’alba. I Britanni, che avevano osservato la flotta dalla costa, si ritirarono senza opporre resistenza allo sbarco: la dimensione dell’armada li aveva evidentemente intimiditi. **Cesare** lasciò dieci coorti e 300 cavalieri a guardia del campo navale e si inoltrò immediatamente verso l’interno. I Britanni si erano nel frattempo organizzati sotto un unico comandante: **Cassivellaunus**, re dei **Catuvellauni**, una tribù dominante nel Hertfordshire, che aveva ottenuto il comando generale della resistenza nonostante le rivalità intertribali. La sua strategia ricordava quella che **Vercingetorige** avrebbe adottato due anni dopo in Gallia: evitare la battaglia campale aperta, affidarsi alla mobilità e alla conoscenza del territorio, logorare le colonne romane in marcia. L’arma principale di **Cassivellaunus** erano i carri da guerra (*essedae*): un sistema di combattimento arcaico già scomparso sul continente ma ancora in uso in **Britannia**. **Cesare** ne rimase così colpito da descriverli con ammirazione tecnica nel *De Bello Gallico* (IV, 33): i conduttori portavano i guerrieri a grande velocità lungo le file nemiche, i combattenti lanciavano giavellotti dai carri in corsa, poi scendevano a piedi per combattere mentre i conduttori si tenevano vicini pronti a rientrare se la pressione diventava eccessiva. Questa combinazione di mobilità e fanteria era disorientante per la cavalleria **romana**, addestrata a confrontarsi con avversari su due piedi o su cavallo. I legionari a piedi, invece, erano stabili e potevano formare falange difensiva, per cui i carri evitavano di attaccarli frontalmente. Dopo una serie di scaramucce in cui i **Romani** subirono alcune perdite, **Cesare** modificò la tattica: incaricò la cavalleria di non inseguire mai i carri in ritirata — l’inseguimento li portava fuori formazione e rendendosi vulnerabili — e di operare sempre a stretto contatto con i manipoli di fanteria. I **Britanni** si ritirarono gradualmente verso nord. La manovra più impegnativa fu l’**attraversamento del Tamigi**. Il fiume era guadabile in un solo punto, che i Britanni avevano difeso conficcando nel letto del fiume **pali appuntiti** (alcuni rivestiti di ferro, secondo **Cesare**) sia in acqua che lungo la riva opposta. **Cassivellaunus** aveva schierato l’esercito sull’altra sponda. **Cesare** non si fermò. Lanciò la fanteria e la cavalleria simultaneamente nell’attraversamento, con l’acqua ai soldati fino alle ascelle. La velocità e la determinazione dell’assalto sbaragliarono i difensori prima che potessero sfruttare appieno gli ostacoli. Una volta guadato il **Tamigi**, l’esercito di **Cassivellaunus** si sbandò e il comandante passò alla guerriglia aperta, sciogliendo la fanteria e affidandosi ai soli 4.000 carri da guerra per attaccare i fianchi della colonna **romana** in marcia. **Cesare** individuò il principale *oppidum* di **Cassivellaunus** (verosimilmente nei pressi dell’odierna **Wheathampstead** nell’Hertfordshire o forse a **Verulam** vicino a **St Albans**) e lo prese d’assalto. Contemporaneamente, tribù rivali dei **Catuvellauni** — in particolare i **Trinovanti** dell’Essex, guidati dal principe **Mandubracio** che aveva cercato rifugio a **Roma** dopo che **Cassivellaunus** aveva ucciso suo padre — si allearono con i **Romani** e fornirono rifornimenti e informazioni. I **Trinovanti** guidarono i **Romani** fino all’*oppidum* principale. **Cassivellaunus**, circondato e tradito dagli alleati, tentò un ultimo colpo di mano inviando quattro re del **Kent** ad attaccare il campo navale romano sulla costa. I **Romani** respinsero l’attacco. A quel punto **Cassivellaunus** aprì trattative tramite il mediatore **Commio** degli **Atrebati** (gallico di origine ma nominato re degli **Atrebati** britanni da **Cesare** stesso nel **55 a.C.**). **Cesare** accettò la resa e impose condizioni tutto sommato moderate: **consegna di ostaggi**, **pagamento di un tributo annuale** a **Roma** e impegno formale a non fare guerra ai **Trinovanti**. Non pretese la presenza di guarnigioni permanenti, non nominò un governatore, non annesse formalmente il territorio. Le ragioni erano pratiche: l’estate stava finendo, una tempesta aveva danneggiato di nuovo parte della flotta nel campo navale, e in **Gallia** si addensavano nuvole di rivolta — proprio quell’autunno sarebbe scoppiata la ribellione di **Ambiorige**. **Cesare** tornò in **Gallia** con gli ostaggi, ma senza il tributo: secondo **Strabone** e altri autori antichi, il tributo non fu mai pagato. Sul piano concreto, il secondo sbarco in **Britannia** fu quindi una vittoria di prestigio e propaganda più che una conquista reale. **Cesare** poteva scrivere a **Roma** di aver portato le aquile romane in una terra che si credeva quasi leggendaria, oltre i confini del mondo conosciuto — un effetto retorico enorme per la sua campagna politica. La **Britannia** sarebbe rimasta fuori dalla sfera provinciale romana per altri **97 anni**, fino all’invasione dell’imperatore **Claudio nel 43 d.C.**, condotta dai generali **Aulo Plauzio** e successivamente da **Vespasiano** (futuro imperatore), che questa volta lasciò legioni permanenti, costruì strade e fondò **Camulodunum** (Colchester) come prima capitale della nuova provincia di *Britannia*. ## **54–53 a.C. – Le prime grandi rivolte** Mentre **Cesare** era impegnato in **Britannia** e sul **Reno**, la situazione politica in **Gallia** si stava deteriorando. Un cattivo raccolto aveva creato difficoltà nei rifornimenti, e le truppe **romane** erano state dislocate in quartieri invernali separati presso varie tribù. Questa dispersione si rivelò fatale. ### **Il disastro di Atuatuca e Ambiorige** **Ambiorige**, co-principe degli **Eburoni** insieme a **Catuvolco**, era uno dei capi gallici apparentemente più legati a **Roma**: aveva ricevuto favori personali da **Cesare**, tra cui la liberazione di ostaggi, e in cambio aveva mantenuto la pace nella **Belgica** orientale. Il suo tradimento fu tanto più devastante proprio perché inaspettato. Nell’autunno del **54 a.C.**, circa una legione e mezza — una legione completa più cinque coorti, per un totale stimato tra 9.000 e 15.000 uomini secondo le diverse ricostruzioni, agli ordini dei legati **Quinto Titurio Sabino** e **Lucio Aurunculeio Cotta** — aveva stabilito i quartieri invernali presso **Atuatuca** (verosimilmente nei pressi dell’odierna Tongeren, nel Belgio orientale), nel cuore del territorio degli **Eburoni**. **Ambiorige** convocò **Sabino** a un colloquio notturno segreto e gli rivelò — con l’aria di chi rischia la vita per avvertire un amico — che una **cospirazione pan-gallica** stava per scattare simultaneamente su tutti i quartieri invernali romani: i **Germani** oltre il **Reno** erano pronti a passare il fiume, tutte le tribù belgiche si sarebbero sollevate nella stessa notte. L’unica salvezza per la colonna romana, disse, era abbandonare subito l’accampamento e raggiungere le legioni di **Labieno** o quelle di **Quinto Cicerone** (fratello dell’oratore), distanti rispettivamente due giorni di marcia. Il mattino seguente si tenne un **consiglio di guerra** che si protrasse per ore in un’atmosfera di crescente tensione. **Cotta** era categoricamente contrario: non si abbandonava un accampamento ben rafforzato senza ordini espliciti del proconsole, e non ci si fidava di un capo gallico senza garanzie concrete. Sostenevano la sua posizione la maggior parte dei tribuni militari e dei centurioni di grado più elevato. **Sabino** insisteva sulla necessità di agire subito: aspettare significava farsi trovare isolati dall’esercito di soccorso germanico. Il dibattito, riportato da **Cesare** con insolita ricchezza di dialoghi diretti nel *De Bello Gallico* (V, 28–31), testimonia quanto la decisione fosse tutt’altro che scontata. Alla fine prevalse **Sabino**. La mattina dopo, la colonna si mise in marcia. ### **L’imboscata nella Gola** Gli **Eburoni** attendevano. Avevano scelto con cura il terreno: una gola boscosa con ripide scarpate sui fianchi, profonda abbastanza da inghiottire la colonna in marcia prima che potesse dispiegarsi in formazione da battaglia. Quando la testa e la coda della colonna erano entrambe nella trappola, gli **Eburoni** scattarono dall’alto su entrambi i fianchi e dal fondo della gola, chiudendo simultaneamente la via di ritorno. Il panico si diffuse rapidamente. I **Romani** non avevano avuto il tempo di deporre i pesanti bagagli (*impedimenta*) e formare i reparti: i legionari combattevano in gruppi slegati, senza la coesione tattica che era la loro principale forza. **Sabino**, in preda alla confusione, cercò di aprire trattative con **Ambiorige** stesso — un tentativo disperato di guadagnare tempo — e fu ucciso a tradimento durante il colloquio, probabilmente circondato e massacrato dai guerrieri che accompagnavano il capo gallico. **Cotta**, ferito gravemente al volto da un proiettile di *frombola* già nelle prime prime fasi della battaglia, continuò a combattere rifiutando ostinatamente qualunque trattativa. Cadde in combattimento prima del tramonto. Un gruppo di sopravvissuti riuscì a rientrare nell’accampamento abbandonato la sera stessa, ma nella notte, saputo che non c’era scampo, si suicidarono reciprocamente fino all’ultimo uomo. Solo un pugno di soldati riuscì a fuggire attraverso i boschi e a raggiungere il campo di **Labieno**. L’unico atto di eroismo individuale tramandato dalle fonti fu quello dell’*aquilifer* (portatore dell’aquila legionaria) **Lucio Petrosidio**: circondato e incapace di difendersi ulteriormente, lanciò l’aquila oltre il vallo dell’accampamento per evitarne la cattura, poi morì combattendo. La perdita di un’aquila legionaria era per i Romani una vergogna suprema; il gesto di **Petrosidio** fu ricordato per secoli. ### **La reazione immediata: Labieno e Quinto Cicerone** **Ambiorige**, incoraggiato dal successo, tentò immediatamente di replicare l’operazione contro le altre legioni nei quartieri invernali vicini. Si avvicinò all’accampamento di **Quinto Cicerone** (**legato**, fratello dell’oratore **Marco Tullio Cicerone**) con lo stesso pretesto diplomatico, ma **Cicerone** — a differenza di **Sabino** — rifiutò di uscire dal campo e si preparò a resistere all’assedio. Le tribù dei **Nervi** e degli **Aduatuci** si unirono agli **Eburoni** nell’attacco. Per giorni l’accampamento fu sottoposto ad assalti continui; i **Galli** avevano imparato dall’osservazione dei **Romani** a costruire torri d’assedio, terrapieni e palizzate. **Cicerone** inviò messaggero dopo messaggero a **Cesare**, quasi tutti intercettati. Alla fine uno schiavo gallico riuscì a passare le linee nemiche con un messaggio nascosto in un’asta di giavellotto. **Cesare** reagì con la velocità che lo contraddistingueva: radunò due legioni (circa 7.000 uomini), marciò a tappe forzate giorno e notte, e con una manovra di cavalleria simulò di avere forze molto minori di quelle reali, attirando i **Galli** ad attaccarlo in terreno aperto. Li sbaragliò e liberò **Cicerone**. Sul fronte nord, **Labieno** subì l’attacco dei **Treviri** — tribù belgica orientale con forti legami con i Germani oltre il Reno — ma li attrasse fuori dalla posizione difensiva con una finta ritirata, poi si voltò e li distrusse in una battaglia campale. ### **Il 53 a.C. – La strategia del deserto tattico** La risposta di **Cesare** alla ribellione del **54**–**53 a.C.** andò molto oltre la semplice rappresaglia militare. Si trasformò in qualcosa di deliberatamente sistematico e totale: una delle operazioni di annientamento più radicali documentate nella letteratura militare antica. Prima di tutto **Cesare** rafforzò il suo esercito, già indebolito dal disastro di **Atuatuca**. Chiese a **Pompeo** di prestargli una legione e reclutò nuove leve in **Gallia Cisalpina**, portando il totale a **dieci legioni** — il numero più alto mai dispiegato da un singolo comandante romano fino ad allora. Aprì la campagna del **53 a.C.** con una serie di operazioni rapide e dimostrative verso ovest: devastò il territorio dei **Nervi** (già ridotti gravemente nel **57 a.C.**), impose nuovamente la resa ai **Senoni** e ai **Carnuti** nel centro della **Gallia**. Poi si voltò verso est. Contro gli **Eburoni**, **Cesare** adottò una strategia che si può definire propriamente di **deserto tattico**: l’obiettivo non era solo punire la tribù ma **cancellarla come entità politica e demografica**. Le sue legioni avanzarono sistematicamente nel territorio degli **Eburoni** bruciando ogni villaggio, ogni fattoria, ogni riserva di grano. Il bestiame fu macellato o requisito. Le foreste furono battute reparto per reparto. La strategia era esplicita nel *De Bello Gallico* (VI, 34): **Cesare** non voleva sacrificare i suoi legionari combattendo in terreno boscoso e paludoso favorevole al nemico, perciò adottò una soluzione brutalmente pragmatica. Fece **proclamare pubblicamente** che chiunque — **Galli** di tribù vicine, mercenari germanici, qualunque individuo in cerca di bottino — era libero di penetrare nel territorio degli **Eburoni**, saccheggiare, uccidere e ridurre in schiavitù la popolazione. Fu un invito ufficiale alla rapina e al massacro indiscriminato, esteso a tutti i popoli confinanti. I **Sicambri** (tribù germanica oltre il **Reno**) attraversarono il fiume con 2.000 cavalieri per partecipare al saccheggio — e quasi colsero di sorpresa il campo base romano ad **Atuatuca** durante un’uscita delle legioni, in un episodio che **Cesare** racconta con disagio evidente nel *De Bello Gallico* (VI, 35–42). Il risultato fu la distruzione quasi completa degli **Eburoni** come popolo. Il co-principe **Catuvolco**, ormai vecchio e incapace di fuggire, si avvelenò con succo di tasso (*taxus*) piuttosto che cadere nelle mani romane o sopravvivere alla rovina del suo popolo (*De Bello Gallico*, VI, 31). La tribù degli **Eburoni** cessò di esistere come entità storica: il loro nome scomparve dalla documentazione successiva. ### **La fuga perenne di Ambiorige** **Ambiorige** sfuggì alla cattura con un piccolo gruppo di fedelissimi, passando il **Reno** e ritirandosi nelle foreste della **Germania**. **Cesare** costruì il **secondo ponte sul Reno** (**53 a.C.**) in parte proprio per inseguirlo, ma gli **Ubii** — tribù germanica alleata di **Roma** — riferirono che i **Suebi** si erano ritirati ancora più all’interno delle foreste impenetrabili, rendendo impraticabile qualunque inseguimento. **Cesare** smantellò il ponte e tornò in **Gallia**. **Ambiorige** non fu mai catturato. **Cesare**, nella chiusa del libro VI del *De Bello Gallico*, ammette esplicitamente l’insuccesso: nonostante avesse impiegato quattro legioni, cavalleria e l’intero dispositivo della macchina da guerra romana, il re degli **Eburoni** era svanito nel nulla. Aveva attraversato il **Reno** con pochi uomini e scomparso dalla storia. Per i posteri europei — soprattutto per i **Belgi** del **XIX secolo**, che ne fecero il simbolo della resistenza nazionale all’oppressore straniero — questa fuga divenne leggenda: la statua di **Ambiorige** eretta nel **1866** a **Tongeren** (l’antica *Atuatuca*) campeggia ancora oggi nella piazza principale della città come monumento all’indomabilità dei popoli del nord. ## **Il 52 a.C. – Vercingetorige e la grande sollevazione Gallica** L’inverno tra il **53** e il **52 a.C.** fu il momento più pericoloso per **Cesare**. Una **cospirazione pan-gallica** si stava organizzando in segreto, coordinata tra tribù che fino ad allora avevano agito separatamente. Al centro di questa rivolta c’era un uomo eccezionale: **Vercingetorige**. Figlio di **Celtillo**, un aristocratico arverno che era stato giustiziato dalla sua stessa tribù per aver aspirato alla regalità, **Vercingetorige** aveva circa 25–30 anni nel **52 a.C.** Cresciuto nell’ambiente delle *élite* guerriere galliche, era riuscito a fare ciò che nessun *leader* gallico aveva fatto prima: superare i particolarismi tribali e costruire una coalizione militare unitaria. La sua ascesa non fu priva di resistenze. Inizialmente fu cacciato da **Gergovia** stessa dalla fazione filo-romana; reclutò allora un esercito di clienti e diseredati nelle campagne, tornò con la forza e assunse il comando militare con metodi duri. **Cesare** nel *De Bello Gallico* (VII, 4) lo descrive come un uomo di grande energia, che puniva con la morte o la mutilazione le defezioni, alternando severità e liberalità con maestria politica. La scintilla fu l’uccisione di mercanti **romani** a *Cenabum* (**Orleans**) nel gennaio del **52 a.C.** La notizia si diffuse in **Gallia** con straordinaria velocità — **Cesare** afferma che raggiunse il paese degli **Arverni** in meno di tre ore tramite una catena di grida da collina a collina. **Vercingetorige** sfruttò l’onda emotiva per dare il segnale della rivolta generale. **Cesare** si trovava in **Italia** per affari politici, con le **Alpi** tra lui e le sue legioni. Incaricò **Labieno** di tenere la posizione nel nord, compì un viaggio fulmineo attraverso la neve del **Massiccio Centrale**, raggiunse le sue truppe e iniziò la campagna prima che la rivolta potesse consolidarsi. La sua capacità di reazione fu essa stessa una vittoria psicologica. ## **Cesare vs. Vercingetorige: due strategie a confronto** Le due menti militari che si fronteggiarono nel **52 a.C.** rappresentano approcci radicalmente diversi alla guerra. **Vercingetorige** capì immediatamente che combattere i **Romani** in campo aperto era suicida. La fanteria pesante romana, disciplinata e addestrata, schiacciava qualunque formazione gallica in battaglia campale. La sua risposta fu una *strategia asimmetrica* sofisticata e spietata. Il fulcro era la **tattica della terra bruciata**: ordinò di distruggere sistematicamente tutti i villaggi e le fattorie nelle zone che le legioni **Romane** avrebbero attraversato, privandole di rifornimenti. I **Romani** erano capaci di requisire cibo lungo la marcia, ma se non c’era nulla da trovare, la fame avrebbe fatto quello che le spade galliche non riuscivano a fare. Per la prima volta nella guerra gallica, un *leader* gallico era disposto a fare soffrire la propria gente per vincere una guerra. La **cavalleria gallica** — superiore a quella **romana** per numero e qualità dei cavalli — veniva usata non per la battaglia campale ma per attacchi di disturbo, intercettazione dei convogli, isolamento dei reparti distaccati. **Vercingetorige** la sfruttava come strumento di logoramento continuativo piuttosto che come arma decisiva. Infine, la scelta di concentrare le forze negli *oppida* (le grandi fortezze collinari galliche), che i **Romani** avrebbero dovuto assediare a costo enorme di tempo e risorse, era parte integrante del piano: logorare il nemico nel tempo, aspettare che i rifornimenti **romani** si esaurissero o che la situazione politica a **Roma** cambiasse. **Cesare** non era un semplice comandante reattivo: aveva una strategia chiara e consistente. La sua priorità era sempre forzare lo **scontro campale decisivo**, dove la superiorità tecnica della fanteria **romana** si esprimeva pienamente. Sapeva che una guerra lunga avvantaggiava il nemico. Davanti agli *oppida* gallici schierava la sua arma segreta: l’**ingegneria militare**. Le sue **legioni** erano in grado di costruire torri, rampe, trincee e palizzate con velocità e precisione che i **Galli** non potevano eguagliare né bloccare. Ogni assedio era anche una dimostrazione di potere tecnico che minava il morale del nemico. Sul piano logistico, **Cesare** adottava requisizioni forzate rapide e sistematiche, affidandosi a reti di approvvigionamento efficienti. Quando queste venivano messe sotto pressione dalla terra bruciata di **Vercingetorige**, reagiva accelerando le operazioni militari per non rimanere bloccato. **Ambito Strategico****Giulio Cesare****Vercingetorige****Dottrina militare**Battaglie campali, ingegneria d’assedio, disciplina logisticaGuerriglia, terra bruciata, attacchi mirati ai rifornimenti**Punto di forza**Fanteria pesante addestrata, genio militareCavalleria d’élite, superiorità numerica, controllo del territorio**Gestione risorse**Protezione vie di comunicazione, requisizione rapidaDistruzione deliberata di risorse civili per affamare le legioni**Obiettivo tattico**Forzare lo scontro decisivo, annientare il nemico in campoLogorare i Romani nel tempo, rifiutare la battaglia aperta**Leadership**Carisma personale, punizione esemplare, ricchezze distribuiteAutorità tribale, coercizione, appello al nazionalismo gallico## **Le grandi battaglie del 52 a.C.: Avarico, Gergovia e Alesia** ### **L’assedio di Avarico** **Avarico** (odierna **Bourges**), capitale dei **Biturigi**, era considerata una delle città più belle della **Gallia**. Quando **Vercingetorige** ordinò l’applicazione della terra bruciata anche ad **Avarico**, i **Biturigi** supplicarono di essere risparmiati: la città era quasi inespugnabile per natura, difesa su tre lati da fiumi e paludi, con un solo accesso stretto. **Vercingetorige** cedette alle loro suppliche, anche se era convinto che la difesa sarebbe fallita. Aveva ragione. **Cesare** investì **Avarico** con una rampa d’assedio colossale: larga 90 metri, alta circa 24 metri, costruita con tronchi intrecciati e terra. Fu un’opera titanica che avanzava giorno per giorno nonostante le sortite notturne dei **Galli**, gli incendi appiccati alle strutture lignee e i tunnel scavati per far crollare la rampa dall’interno. **Cesare** narra con ammirazione professionale la contromisura gallica dei tunnel: i difensori riuscirono perfino ad abbassare la piattaforma della rampa scavando dall’interno. Tuttavia, il fronte di lavoro romano era semplicemente troppo ampio per essere contrastato. Dopo **27 giorni** di assedio, in una notte di pioggia battente, i **Romani** scalarono le mura e la città cadde. Nonostante **Cesare** ordinasse di risparmiare la vita ai **Biturigi**, le legioni erano furibonde per le perdite subite e le difficoltà dell’assedio: secondo il racconto cesariano (*VII*, 28), massacrarono quasi tutti gli **80.000 abitanti**. Solo alcune centinaia riuscirono a fuggire e a raggiungere **Vercingetorige**. ### **La battaglia di Gergovia** **La battaglia di Gergovia** — o meglio, l’assedio — fu il più clamoroso fallimento tattico di **Cesare** nella guerra gallica. **Gergovia** (probabile localizzazione sul *Plateau de Gergovia* vicino all’odierna **Clermont-Ferrand**) era la capitale degli **Arverni**, il popolo di **Vercingetorige**, posizionata su un *plateau* elevato a circa 750 metri sul livello del mare con scarpate ripide su tutti i lati. **Vercingetorige** vi si era asserragliato con il grosso dell’esercito gallico. **Cesare** costruì due accampamenti, uno grande e uno piccolo, collegati da una trincea. Il piano era di isolare la fortezza e assediarla metodicamente. Ma fu costretto a inviare **Labieno** verso nord per sedare la rivolta degli **Edui** — i tradizionali alleati di **Roma** che stava passando al campo di **Vercingetorige** — con quattro legioni, riducendo sensibilmente le sue forze disponibili. Ciononostante, tentò un assalto diretto. Conquistò dapprima un campo ausiliario gallico sul versante meridionale, ma alcune unità, trascinate dall’entusiasmo, continuarono l’avanzata oltre gli obiettivi stabiliti, raggiungendo le mura di **Gergovia** stessa. **Vercingetorige** riportò le truppe galliche in tempo dalla parte settentrionale della fortezza e scaraventò i **Romani** giù dal pendio. La **Dodicesima Legione** fu colpita duramente; **Cesare** perse circa **700 legionari e 46 centurioni** — perdite gravi, soprattutto in termini di quadri militari. Dovette ordinare la ritirata. La sconfitta di **Gergovia** ebbe effetti politici immediati: gli **Edui** passarono formalmente dalla parte di **Vercingetorige**, tagliando le comunicazioni di **Cesare** con la **Gallia Narbonense**. Per la prima volta nella guerra, **Cesare** fu costretto a una *ritirata strategica* per ricongiungersi con **Labieno** e consolidare la posizione prima di continuare la campagna. ### **Il trionfo ad Alesia** Il mese di **luglio del 52 a.C.** aveva già visto una svolta decisiva sul piano militare. **Cesare**, riunitosi con **Labieno** dopo la sconfitta di **Gergovia**, riprese l’iniziativa con un sistema di manovra combinato fanteria-cavalleria. **Vercingetorige** tentò di sfruttare la sua eccellente cavalleria gallica per bloccare la colonna romana in marcia, ma in una serie di scontri ravvicinati **Cesare** dispiegò una contromisura inaspettata: la **cavalleria germanica mercenaria**, reclutata tra i popoli oltre il **Reno**. I cavalieri germanici combattevano con tecnica diversa rispetto ai **Romani** e ai **Galli** — erano più aggressivi, meno dipendenti dalla formazione, capaci di operare in terreno boscoso — e riuscirono ripetutamente a sfondare i reparti a cavallo gallici. Nell’ultima grande battaglia di cavalleria in campo aperto, **Cesare** attaccò simultaneamente su tre fronti convergenti, vanificando ogni tentativo di manovra laterale gallica. La disfatta fu netta. **Vercingetorige**, comprendendo che in campo aperto non poteva battere i **Romani**, prese la decisione più conseguente alla sua strategia di logoramento: si ritirò con l’intero esercito — circa **80.000** fanti e **15.000** cavalieri secondo **Cesare** — nella fortezza collinare di **Alesia**, *oppidum* del popolo dei **Mandubii**, in **Borgogna**. **Alesia** sorgeva su un **altopiano pianeggiante** (il **Monte Auxois**) alto circa 150 metri, con fianchi ripidi su tutti i lati e due fiumi — l’**Ose** e l’**Ozerain** — che scorrevano nelle valli ai suoi piedi, proteggendo naturalmente i versanti est e ovest. Era una posizione formidabile. **Vercingetorige** ne era consapevole: aveva già inviato la sua intera cavalleria (15.000 uomini) fuori da **Alesia**, prima di chiudersi dentro, con l’ordine di percorrere le tribù alleate e raccogliere un esercito di soccorso di massa. Il piano era chiaro: resistere sulle mura finché i rifornimenti tenevano, poi schiacciare **Cesare** tra le uscite dall’interno e l’esercito di soccorso dall’esterno. Per **Cesare** era una trappola a doppio taglio: se rinunciava all’inseguimento perdeva il vantaggio strategico conquistato dopo **Gergovia** e rischiava che la rivolta si riaccendesse ovunque; se assediava rischiava di essere schiacciato tra i due fuochi. Scelse di assediare. ### **La Controvallazione (linea interna, verso Alesia)** Le opere che **Cesare** fece costruire attorno ad **Alesia** furono completate in un tempo straordinario: **tre settimane**. Questo dato, confermato dagli scavi archeologici avviati sotto **Napoleone III** nella seconda metà dell’**Ottocento** e proseguiti con metodi moderni fino agli anni **Novanta** del **Novecento**, rende ancora più impressionante la portata dell’operazione. La prima linea di opere — la *controvallazione* — era rivolta verso la fortezza di **Alesia** e aveva lo scopo di impedire qualunque sortita dei difensori. Si estendeva per **15 km** intorno all’intera base dell’altopiano. Il sistema difensivo era stratificato in profondità, procedendo dall’esterno verso la palizzata: 1. **Due fossati paralleli** larghi ciascuno 4,5 metri e profondi 1,5–2 metri. Il fossato più vicino ad **Alesia** — quello interno — veniva riempito d’acqua deviando i corsi fluviali dell’**Ose** e dell’**Ozerain**, creando una barriera idraulica invalicabile di notte 2. **Il terrapieno e la palizzata** (*vallum*): un argine di terra alto 4 metri sormontato da una palizzata di tronchi incrociati con merli, dotata di torri a intervalli di circa 25 metri — per un totale stimato di 23 torri lungo la controvallazione — e con fossati a forma di «V» ai piedi 3. **Il campo minato avanzato**: nella zona tra i due fossati e davanti al terrapieno, i legionari predisposero tre tipi di ostacoli nascosti: - *Stimuli*: pali appuntiti in legno bruciato, inclinati verso il nemico, nascosti in buche parzialmente coperte di frasche - *Lilia*: buche circolari disposte a *quinconce* (come i punti del cinque su un dado), profonde circa 90 cm, con un palo aguzzo al centro e rami intrecciati a nascondere la buca — il nome derivava dalla loro forma a calice rovesciato, simile al fiore del giglio - *Cippo*: tronchi di quercia ramosi e induriti al fuoco, interrati a fila con i rami sporgenti verso il nemico, simili a un moderno reticolato di *filo spinato* Questo sistema di ostacoli a strati multipli rendeva l’avanzata notturna verso le mura praticamente suicida: ogni passo nel buio poteva significare cadere in una *lilia* o infilzarsi su uno *stimulus*. ### **La Circonvallazione (linea esterna, verso l’esercito di soccorso)** Non appena i lavori sulla controvallazione furono avviati, **Cesare** fece iniziare la **circonvallazione**, la linea esterna rivolta verso l’aperta campagna, per proteggersi dall’esercito di soccorso che si stava radunando. La lunghezza era di **21 km** — sei in più rispetto alla linea interna — perché doveva coprire un perimetro più ampio e doveva chiudersi anche nelle vallate fluviali dove il terreno era pianeggiante e privo di ostacoli naturali. La circonvallazione era costruita con lo stesso sistema difensivo della controvallazione, ma fu rafforzata con otto grandi accampamenti permanenti (*castra stativa*) e 23 fortini minori (*castella*) distribuiti lungo tutto il tracciato, per garantire che le truppe potessero essere rapidamente concentrate in qualunque punto minacciato. I legionari, nei momenti liberi dagli scavi, costruirono anche un sistema di vie di comunicazione interne — strade rettilinee parallele alle palizzate — per consentire lo spostamento rapido di reparti anche di notte o in condizioni di visibilità ridotta. Tra le due linee di difesa, nello spazio largo circa 400–500 metri, si trovavano gli **accampamenti delle legioni** e le riserve di cavalleria. In pratica, le undici legioni di **Cesare** (circa 50.000–60.000 uomini) erano accampate in un corridoio stretto, con una fortezza nemica da un lato e il campo aperto dall’altro, in attesa di un esercito di soccorso di dimensioni enormi. La pressione psicologica era tale che **Cesare** stesso, nel *De Bello Gallico* (VII, 70), ammette di aver personalmente controllato ogni settore delle difese per rassicurare le truppe. La precisa localizzazione di Alesia fu a lungo dibattuta (alcune voci minoritarie indicavano Alise-en-Auxois in Borgogna, altre siti in Franca Contea o in Alsazia), finché **Napoleone III** — appassionato di storia cesariana e autore di una monumentale *Vie de Jules César* — non finanziò scavi sistematici ad **Alise-Sainte-Reine** tra il 1861 e il 1865. Gli scavi portarono alla luce sezioni dei valli, resti di palizzate carbonizzate, pali di *lilia*, punte di giavellotto, monete galliche e romane, resti ossei umani e cavallini da guerra. Tutto corrispondeva precisamente alla descrizione del *De Bello Gallico*. Il dibattito accademico sulla localizzazione esatta sopravvive ai margini della storiografia, ma la **comunità scientifica maggioritaria** considera **Alise-Sainte-Reine** come il sito autentico. ### **L’attesa, la fame e l’espulsione dei Mandubii** Mentre le difese prendevano forma, dentro **Alesia** la situazione si deteriorava rapidamente. I **Mandubii**, la tribù che ospitava la fortezza ma non partecipava direttamente alla guerra come combattenti, si trovarono intrappolati con l’esercito di **Vercingetorige** e le riserve alimentari di tutti. Quando le scorte iniziarono a scarseggiare, **Vercingetorige** prese una decisione gelida ma militarmente logica: ordinò l’espulsione dalla fortezza di tutta la popolazione civile — anziani, donne, bambini dei **Mandubii** — per ridurre il numero di bocche da sfamare e prolungare la resistenza dei combattenti. Migliaia di civili si trovarono così nel territorio di nessuno tra le mura di **Alesia** e la controvallazione **romana**. Inviarono messaggeri a **Cesare** chiedendo di essere accolti come schiavi pur di avere cibo. **Cesare** ordinò di non lasciarli passare e di respingerli con la forza. Mori di fame tra le due linee di difesa, in uno spazio ristretto e senza riparo, per settimane. Era un atto di guerra totale, calcolato e deliberato: ogni bocca che **Cesare** rifiutava di sfamare accelerava la capitolazione di **Alesia**. ### **L’arrivo dell’esercito di soccorso** Il grande esercito di soccorso gallico — guidato da un consiglio di quattro comandanti supremi: **Commio** degli **Atrebati**, **Viridomaro** ed **Eporedorige** degli **Edui**, e **Vercassivellauno** degli **Arverni**, cugino di **Vercingetorige** — arrivò e si accampò sulle colline a ovest di **Alesia**. Le fonti cesarine parlano di **250.000 fanti e 8.000 cavalieri**, cifre che gli storici moderni riducono a circa 80.000–100.000 effettivi ma che rimangono comunque una forza enormemente superiore alle legioni romane intrappolate tra le due linee. **Vercingetorige**, vedendo dalla rocca di **Alesia** i fuochi dell’accampamento di soccorso, fece distribuire alle truppe le ultime riserve di grano e preparare le attrezzature da assedio: *graticci* (per coprire i fossati), *pertiche* (per abbattere le palizzate), *falci* (per tagliare i pali intrecciati). L’attacco coordinato sarebbe avvenuto simultaneamente dall’interno e dall’esterno. Il primo grande assalto, sferrato di giorno, fu respinto senza particolari difficoltà. La cavalleria di soccorso attaccò la circonvallazione esterna mentre **Vercingetorige** spingeva fuori dalla città tutto ciò che aveva. I **Romani** si difesero su entrambi i fronti grazie alle catapulte e agli *scorpioni* piazzati sulle torri, che martellarono i **Galli** all’imbocco delle trincee prima che potessero avvicinarsi alle palizzate. ### **La notte di Vercassivellauno e la crisi finale** **Il consiglio di guerra gallico studiò attentamente le difese romane** e individuò un punto critico: sul **versante nord-occidentale**, dove il terreno del **monte Réa** rendeva impossibile la chiusura del circuito difensivo senza esporre la palizzata ad attacchi dall’alto. Era il settore più vulnerabile dell’intera costruzione. **Vercassivellauno** ricevette il comando di **60.000 uomini scelti** con l’ordine di uscire dal campo di notte in gran segreto, fare un ampio giro aggirante al riparo dei boschi, posizionarsi dietro il monte **Réa** prima dell’alba, e attendere nascosto il segnale dell’attacco generale. La manovra notturna fu eseguita senza essere scoperta dai **Romani**. **All’alba del giorno concordato — il 24 settembre del 52 a.C.** secondo la ricostruzione più accreditata — scattò l’attacco su tre fronti simultanei: - **Vercassivellauno** con i 60.000 dal monte **Réa**, contro il settore nord della circonvallazione - **L’esercito di soccorso principale** di **Commio** e degli altri tre comandanti, contro il fronte occidentale della circonvallazione - **Vercingetorige** con la guarnigione di **Alesia**, in sortita massiccia contro la controvallazione interna, portando in avanti graticci e pertiche per colmare i fossati Le legioni romane si trovarono dunque a combattere letteralmente in entrambe le direzioni contemporaneamente, correndo avanti e indietro lungo il corridoio tra le due palizzate. **Cesare** si posizionò in un punto elevato dal quale poteva vedere l’intero sviluppo della battaglia e da cui inviava rinforzi sui punti di crisi, identificabile dalla clamide cremisi (*paludamentum*) che indossava appositamente per essere riconosciuto dai suoi uomini a distanza. La situazione si fece critica quando **Vercassivellauno** sfondò parzialmente il settore nord: i difensori romani in quel punto erano insufficienti e stavano cedendo sotto la pressione dei 60.000 uomini dall’alto. **Cesare** inviò prima **Labieno** con sei coorti a rinforzare il settore, poi, vedendo che non bastava, guidò personalmente un corpo di cavalleria fuori dalla circonvallazione esterna, aggirando l’intera posizione gallica e caricando **Vercassivellauno** alle spalle mentre la fanteria lo fronteggiava dall’interno delle palizzate. La pinza si chiuse. I 60.000 uomini di **Vercassivellauno** — già concentrati in uno spazio ristretto sul versante del monte, con il fianco scoperto — si trovarono attaccati simultaneamente di fronte e alle spalle senza via di fuga. Il collasso fu istantaneo e catastrofico. **Vercassivellauno** fu catturato vivo dai **Romani** durante la fuga. L’esercito di soccorso, vedendo la rotta del contingente principale, si dissolse nella notte verso le rispettive tribù. Dentro **Alesia**, **Vercingetorige** vide tutto dalla rocca e capì che era finita. ### **La resa di Vercingetorige: Le fonti a confronto** **La scena della resa è una delle più rappresentate e discusse dell’intera storia romana**, anche perché le fonti antiche ne danno versioni leggermente diverse, tutte cariche di significato simbolico. **Cesare stesso** nel *De Bello Gallico* (VII, 89) è lapidario e quasi burocratico, preferisce non indugiare: «*Vercingetorix deditur*» — «**Vercingetorige** si consegna» — in due sole parole. Questa scelta stilistica è essa stessa eloquente: **Cesare** non vuole sembrare triumfalista nel descrivere la resa, preferisce l’*understatement* del generale che ha semplicemente fatto il suo dovere. **Plutarco** (*Vita di Cesare*, 27, 9–10) offre la scena più vivida e drammaticamente costruita: «**Vercingetorige**, indossata l’armatura più bella, bardò il cavallo, uscì in sella dalla porta della città di **Alesia** e, fatto un giro attorno a **Cesare** seduto, scese da cavallo, si spogliò delle armi che indossava e chinatosi ai piedi di **Cesare**, se ne stette immobile, fino a quando non fu consegnato alle guardie per essere custodito fino al trionfo». Il gesto del **giro a cavallo attorno alla sedia curule** di **Cesare** era un rituale di sottomissione di origine celtica, un atto codificato che aveva un preciso significato nel mondo gallico: il guerriero mostrava la propria armatura completa — il simbolo della sua identità e del suo *status* — prima di deporla, confermando che si arrendeva da combattente degno e non da fuggiasco. **Cassio Dione** (*Storia Romana*, XL, 41) aggiunge che **Vercingetorige** si presentò davanti a **Cesare** «seduto in trono» su una sedia elevata, e che il capo gallico si prostrò completamente prima di essere consegnato alle guardie. **Floro** (*Epitome*, I, 45) enfatizza invece l’aspetto della magnificenza dell’armatura gallica, ricamata e decorata d’oro come si conveniva a un re. Le differenze tra le versioni riflettono le diverse esigenze narrative degli autori, ma tutte convergono su un punto centrale: la resa fu un atto pubblico, ritualizzato, pensato per avere una funzione simbolica sia presso i **Galli** superstiti (il loro capo si consegnava personalmente, evitando ulteriori massacri) sia presso il pubblico **romano** al quale **Cesare** avrebbe raccontato la storia. Come ha osservato lo storico **Luciano Canfora**, «nobilitare **Vercingetorige** significava per **Cesare** nobilitare la propria vittoria, ottenuta non su un barbaro rozzo, ma su un avversario degno di lui». ### **La prigionia, il trionfo e la morte** **Vercingetorige** fu trasferito a **Roma** in catene e tenuto prigioniero per **sei anni**, in una detenzione che doveva essere dura ma non tale da compromettere la sua presenza in buona salute per il giorno del trionfo. Nel **46 a.C.**, **Cesare** celebrò a **Roma** un trionfo quadruplo per le sue vittorie in **Gallia**, in **Egitto**, nel **Ponto** e in **Africa**. **Vercingetorige** fu fatto sfilare lungo la **Via Sacra** incatenato, come pezzo pregiato del bottino di guerra, davanti alla folla romana che non aveva mai visto il volto del temuto re gallico. Terminato il trionfo, secondo la prassi romana consolidata, fu condotto al **Carcere Mamertino** — il carcere sotterraneo ai piedi del **Campidoglio** — e giustiziato per strangolamento, il metodo riservato ai capi nemici di rango nelle cerimonie trionfali. Aveva probabilmente tra i 35 e i 40 anni. Era sopravvissuto alla sconfitta per sei anni, sufficiente a vedere il suo vincitore diventare dittatore perpetuo di **Roma**; non abbastanza per sapere che pochi mesi dopo il trionfo, il **15 marzo del 44 a.C.**, **Cesare** sarebbe stato assassinato alle *Idi di Marzo*. ## **51–50 a.C. – L’assedio di Uxelloduno e la pacificazione definitiva** La resa di **Vercingetorige** non pose fine immediata alla guerra. L’ultimo grande focolaio di resistenza si concentrò nella roccaforte di **Uxelloduno**, identificata con buona probabilità con l’odierno **Puy d’Issolud** nel **Quercy** (**Francia** sudoccidentale), una fortezza naturale su un altopiano calcareo con pareti a strapiombo. I difensori, guidati da **Lucterio** dei Cadurci e dal luogotenente cesariano disertore **Drappete**, erano pochi migliaia ma in una posizione quasi inespugnabile. Uxelloduno aveva una sorgente perenne che rendeva inutile l’assedio per sete. La soluzione di **Cesare** fu ingegnosamente idraulica. I **romani** individuarono il punto da cui la sorgente emergeva alla base della roccia e vi costruirono gallerie di drenaggio per captare l’acqua prima che raggiungesse la fortezza. Allo stesso tempo deviarono il corso del torrente vicino che alimentava gli orti della guarnigione. Quando l’acqua smise di scorrere, i difensori interpretarono il fatto come un segno divino avverso e si arresero. **Cesare** volle che la punizione fosse memorabile e visibile: a tutti i combattenti catturati fece tagliare le mani, lasciandoli poi liberi di circolare per la **Gallia** come testimonianza vivente di cosa attendesse chi si ribellava. La scelta di non ucciderli era calcolata: i morti non fanno paura, i mutilati sì. Era un atto di terrore strategico, concepito per estinguere definitivamente la resistenza senza il costo militare di ulteriori operazioni belliche. Nel **50 a.C.** **Cesare** compì un giro sistematico di tutta la **Gallia**, incontrando i capi tribali, accettando deduzioni formali di sottomissione, stabilendo aliquote di tributo moderate — volutamente moderate, per non alimentare nuovi rancori — e distribuendo riconoscimenti agli alleati. La **Gallia Comata** era romana. ## **Conseguenze storiche: la romanizzazione e la fine della Repubblica** ### **L’impatto economico** Le cifre del bottino della guerra gallica sono difficili da verificare con precisione, ma le fonti antiche concordano nel descrivere un arricchimento **straordinario**. **Plinio il Vecchio** (*Naturalis Historia*, XXXIII, 17) riferisce che **Cesare** inondò il mercato dell’oro romano al punto da far crollare il prezzo del metallo di un terzo. Si stima che **Cesare** abbia venduto come schiavi tra uno e un milione di **Galli** (le stime moderne variano enormemente). Secondo le cifre di **Plutarco** (*Vita di Cesare*, 15), nel corso dell’intera guerra gallica vennero uccisi circa un milione di persone e altrettante ridotte in schiavitù, su una popolazione gallica che potrebbe essere stimata tra i 6 e i 15 milioni: una catastrofe demografica di proporzioni enormi. Questi proventi permisero a **Cesare** di saldare i suoi debiti, di distribuire enormi *donativa* (donazioni) alle legioni creando una fedeltà personale senza precedenti, di costruire opere pubbliche magnifiche a **Roma** — tra cui il **Foro di Cesare** — e di finanziare la sua rete clientelare politica. Era diventato uno degli uomini più ricchi del mondo romano. ### **La romanizzazione della Gallia** Sul lungo periodo, la conquista cesariana innescò uno dei processi culturali più profondi della storia europea. La **romanizzazione della Gallia** non fu immediata né uniforme, ma nel giro di due-tre generazioni trasformò radicalmente il tessuto culturale, linguistico e urbano del territorio. Le élite galliche adottarono la lingua latina, l’abbigliamento romano, le forme architettoniche urbane. Emersero città nuove — **Lugdunum** (Lione), **Augustodunum** (Autun), **Lugdunum Convenarum** (Saint-Bertrand-de-Comminges) — costruite secondo il modello urbanistico romano con foro, basilica, anfiteatro e terme. Il *latino volgare* parlato nella **Gallia romana** sarebbe poi evoluto nel francese, nell’occitano e nel franco-provenzale: le lingue che si parlano ancora oggi in quei territori sono, in ultima analisi, un prodotto della conquista cesariana. La **romanizzazione della Gallia** è uno dei fenomeni culturali più studiati e più complessi dell’intera storia antica. Un errore storiografico frequente è immaginarla come un’imposizione verticale e violenta di **Roma** su popolazioni sottomesse. In realtà fu un processo bidirezionale e stratificato, in cui l’adozione della cultura romana da parte delle *élite* galliche fu in larga misura volontaria e strumentale: la **romanizzazione** era il meccanismo attraverso cui le aristocrazie locali legittimavano il proprio potere nel nuovo contesto provinciale, accedevano alla cittadinanza romana, alle magistrature e alle reti commerciali imperiali. La **Gallia Narbonense** — già provincia romana dal **121 a.C.** — era profondamente romanizzata già all’epoca di **Augusto**. La **Gallia Comata** conquistata da **Cesare** impiegò più tempo, ma la velocità del processo stupì gli antichi stessi: in meno di due generazioni, cioè entro la fine del **I secolo a.C.**, la **Gallia** era diventata una delle aree più intensamente romanizzate dell’intero **Impero**. I fattori che spiegano questa rapidità furono molteplici: la **politica augustea di rispetto delle tradizioni locali**, la collaborazione attiva con l’aristocrazia indigena, l’**ampio autogoverno** delle *civitates* (le unità amministrative che ricalcavano i vecchi territori tribali) e la progressiva concessione del diritto di cittadinanza. Il passo decisivo sul piano istituzionale arrivò nel **48 d.C.**, quando l’imperatore **Claudio** — nato proprio a **Lugdunum** — aprì le porte del **Senato romano** a tutti i Galli di rango senatorio, un atto simbolico di straordinaria portata: i discendenti dei nemici di **Cesare** sedevano ora nell’assemblea più alta di **Roma**. Il vero motore istituzionale della romanizzazione non fu la conquista di **Cesare** in sé, ma la **riorganizzazione augustea della Gallia**, avviata tra il **16 e il 13 a.C.** quando **Augusto** ripartì il territorio in quattro province: **Gallia Narbonense**, **Aquitania**, **Gallia Lugdunense** e **Gallia Belgica**. Ogni antica tribù gallica divenne una *civitas* con un capoluogo urbano di stile romano, dotato di foro, basilica, terme e anfiteatro. La rete stradale fu l’infrastruttura portante di questa trasformazione. Da **Lugdunum** si irraggiavano quattro grandi vie consolari verso i quattro punti cardinali della **Gallia**: verso il **Reno** a nord-est, verso l’Oceano atlantico a ovest, verso i **Pirenei** a sud-ovest, verso la **Narbonense** a sud. Le strade non erano solo arterie militari: erano vettori di cultura, lungo cui scorrevano merci, magistrati, soldati, retori, artigiani romani e idee. La romanizzazione non fu solo urbana e materiale: investì l’intera struttura sociale gallica. Le aristocrazie tribali, che prima esercitavano il potere attraverso strutture clientelari celtiche, impararono a reinventarsi come **magistrati municipali romani** — **duumviri**, **edili**, **questori** — usando il *diritto romano* come nuovo linguaggio del potere. Finanziavano di tasca propria la costruzione di edifici pubblici per ottenere *honor* e visibilità politica, esattamente come facevano i nobili italici. Il **latino** sostituì il gallico non per decreto ma per **pressione sociale e utilitaristica**: chi voleva fare carriera nell’amministrazione, commerciare con i mercanti romani, accedere al diritto e alla giustizia imperiale, doveva parlare e scrivere **latino**. La lingua celtica gallica sopravvisse nelle campagne più remote, ma scomparve progressivamente già nel corso del **I e II secolo d.C.**, senza lasciare quasi tracce scritte. Secondo i dati della filologia romanza, i prestiti lessicali gallici nel **latino** della Gallia sono relativamente pochi — alcune centinaia di parole, concentrate nei campi semantici dell’agricoltura, degli animali e della topografia — il che testimonia quanto la sostituzione linguistica fosse stata totale e rapida. Il **culto imperiale** fu un altro potente strumento di integrazione. L’altare delle Tre Gallie a **Lugdunum**, fondato nel **12 a.C.** da **Druso** (figliastro di **Augusto**), era il centro di un sistema di rappresentanza provinciale in cui 60 *civitates* inviavano annualmente i propri delegati: un parlamento provinciale *ante litteram* che dava ai **Galli** un senso di appartenenza all’ordine imperiale **romano**. ### **La fine della Repubblica** Il potere accumulato da **Cesare** durante la guerra gallica rese inevitabile la crisi finale della **Repubblica**. Quando nel **50 a.C.** il **Senato** gli intimò di deporre il comando e sciogliere le legioni — come prevedeva la legge per un proconsole che rientrava a **Roma** — **Cesare** si trovò di fronte a un’alternativa impossibile: obbedire significava esporsi ai processi dei suoi nemici politici, disobbedire significava la guerra civile. Il **1 gennaio del 49 a.C.**, **Cesare** attraversò il **Rubicone** — il piccolo fiume che segnava il confine tra la **Gallia Cisalpina** e l’**Italia propria** — con la **Tredicesima Legione**. La frase attribuita a lui in quel momento — *iacta alea est* («il dado è tratto») — era la presa d’atto che non c’era più ritorno. Senza le otto legioni galliche, fedeli personalmente a lui dopo anni di campagne condivise, senza le ricchezze della **Gallia**, senza la gloria militare che lo aveva reso il generale più famoso di **Roma**, quella traversata non sarebbe mai avvenuta. La guerra gallica non aveva solo conquistato un territorio: aveva distrutto la **Repubblica Romana**. ## **Domande frequenti (FAQ) sulla conquista della Gallia** **Quanto è durata la conquista delle Gallie?** La conquista delle **Gallie** durò complessivamente **otto anni**, dal **58 a.C.** al **50 a.C.** Non si trattò di un conflitto continuo e lineare, ma di una serie di campagne stagionali separate da quartieri invernali, con intensità variabile nel tempo. Le prime tre fasi (**58–56 a.C.**) videro rapide e spettacolari vittorie **romane** contro **Elvezi**, **Suebi** e **Belgi**; il biennio **55–54 a.C.** fu dominato da operazioni di espansione simbolica oltre i confini naturali — il **Reno** e il **Canale della Manica** — con i ponti sul **Reno** e le spedizioni in **Britannia**; il periodo **54–52 a.C.** fu il più pericoloso per **Roma**, segnato dal disastro di **Atuatuca** e dalla grande rivolta coordinata da **Vercingetorige**; il **52 a.C.** fu l’anno decisivo, con la caduta di **Alesia** che spezzò definitivamente la resistenza organizzata; il biennio **51–50 a.C.** fu dedicato alla pacificazione sistematica degli ultimi focolai, culminata nella caduta di **Uxelloduno**. Tecnicamente, **Cesare** tenne il suo proconsolato fino al **50 a.C.**, quando rientrò in **Italia** con le legioni dando inizio alla crisi che avrebbe distrutto la **Repubblica**. **Quanti Galli sono morti durante la guerra contro Cesare?** Le fonti antiche forniscono cifre impressionanti ma storicamente controverse. **Plutarco** (*Vita di Cesare*, 15) offre il resoconto più noto: «Pur non avendo combattuto in Gallia nemmeno dieci anni, **Cesare** conquistò a forza più di ottocento città, assoggettò trecento popoli, si schierò in tempi diversi contro tre milioni di uomini, ne uccise un milione e altrettanti ne fece prigionieri». **Velleio Patercolo** (*Historiae Romanae*, II, 47) è più prudente e parla di 400.000 morti e un numero equivalente o superiore di prigionieri. All’opposto, **Plinio il Vecchio** — critico feroce di **Cesare** — cita 1.200.000 morti comprendendo anche le vittime delle guerre civili, e definisce esplicitamente la conquista «un crimine contro il genere umano» (*Naturalis Historia*, VII, 92). Gli storici moderni tendono a considerare la cifra di un milione di morti una stima possibile ma non verificabile con le fonti disponibili. Essa è tuttavia compatibile con le stime demografiche sulla popolazione gallica dell’epoca (tra 6 e 12 milioni di persone): una guerra di quella durata e intensità, con massacri documentati come quello di **Avarico** (80.000 morti), l’annientamento degli **Eburoni**, i prigionieri di **Alesia** e le vendite di schiavi sistematiche, potrebbe effettivamente aver causato perdite dell’ordine del 10–15% della popolazione totale. Il dibattito storiografico moderno si concentra meno sul numero esatto e più sulla **qualificazione morale** dell’evento: alcuni storici contemporanei, come **Arther Ferrill**, usano il termine «*genocidio*» in senso descrittivo per alcune operazioni specifiche — come la distruzione degli **Eburoni** — pur riconoscendo l’*anacronismo* del termine applicato al mondo antico. **Quanto è storicamente attendibile il *De Bello Gallico*?** Il *De Bello Gallico* è una fonte primaria di straordinario valore ma di natura profondamente ambigua, e ogni storico serio deve affrontare questa ambiguità esplicitamente. L’opera fu composta da **Cesare** stesso in sette libri (l’ottavo fu aggiunto dal suo luogotenente **Aulo Irzio**), probabilmente a partire dai dispacci ufficiali (*litterae*) inviati al **Senato** durante le campagne, in seguito rielaborati e pubblicati come opera letteraria. I **punti di forza** come fonte storica sono notevoli: **Cesare** era il comandante in capo e aveva accesso diretto a tutte le informazioni militari; i dati geografici, le descrizioni topografiche degli assedi e le informazioni etnografiche sulle tribù galliche e germaniche sono stati in larga misura **confermati dall’archeologia moderna** — gli scavi ad **Alesia**, **Bibracte**, **Avarico** e **Atuatuca** hanno trovato riscontri precisi con quanto descritto nel testo; lo stile semplice e in terza persona (*«Caesar… fecit»*) era una scelta retorica deliberata per dare un’apparenza di obiettività e distanza. I **limiti e le distorsioni** sono tuttavia strutturali e insuperabili. Il *De Bello Gallico* era anzitutto uno strumento di **propaganda politica**: **Cesare** scriveva per un pubblico **romano**, giustificava ogni sua decisione, minimizzava le sconfitte (**Gergovia** è descritta come un «inconveniente tattico», non come una sconfitta) e amplificava le vittorie. Le cifre dei nemici uccisi e delle città prese sono sistematicamente sovrastimate. Le motivazioni attribuite ai capi **galici** sono spesso semplificate o distorte a vantaggio narrativo di **Cesare**. I passaggi più politicamente sensibili — le ragioni dell’intervento iniziale, le giustificazioni per le campagne in **Germania** e **Britannia** — sono quelli in cui la distorsione propagandistica è più evidente. Non esiste, per la maggior parte degli episodi, nessuna fonte **gallica** alternativa: i **Galli** non lasciarono propri resoconti scritti della guerra, e le fonti greche e romane successive (**Plutarco**, **Cassio Dione**, **Appiano**) dipendono quasi tutte, direttamente o indirettamente, da **Cesare** stesso. In sintesi: il *De Bello Gallico* è **indispensabile e insostituibile**, ma va letto sempre come la testimonianza di parte di un generale che stava anche costruendo la propria carriera politica con ogni parola che scriveva. **Cosa successe a Cesare dopo la conquista della Gallia?** La conquista della **Gallia** trasformò radicalmente la posizione di **Cesare** nello scacchiere politico **romano**, rendendo inevitabile lo scontro finale con il **Senato** e con **Pompeo**. Al termine del proconsolato, nel **50 a.C.**, il **Senato** gli intimò di deporre il comando militare e sciogliere le legioni prima di rientrare a **Roma** — come prescriveva la legge per qualunque magistrato provinciale. Obbedire significava esporsi ai processi dei suoi nemici politici, che lo attendevano al varco per distruggere la sua carriera. **Cesare** propose una soluzione compromissoria: avrebbe deposto il comando se anche **Pompeo** avesse fatto lo stesso; il **Senato** rifiutò. Il **10 gennaio del 49 a.C.**, **Cesare** attraversò il **Rubicone** — il piccolo fiume che segnava il confine tra la **Gallia Cisalpina** e l’**Italia** propria, invalicabile per legge con un esercito armato — con la **Tredicesima Legione**. La frase tramandataci da **Svetonio** (*Vita di Cesare*, 32), «*iacta alea est*» («il dado è tratto»), sintetizza la consapevolezza di **Cesare** che non c’era più ritorno. Seguirono tre anni di guerra civile contro **Pompeo** e i suoi alleati senatoriali (**49–45 a.C.**), combattuta dalla **Spagna** all’**Egitto**, dalla **Grecia** all’**Africa**. **Cesare** risultò vincitore su tutti i fronti. Nominato **dittatore perpetuo** nel **febbraio del 44 a.C.**, fu assassinato alle **Idi di Marzo** (**15 marzo 44 a.C.**) da un gruppo di senatori guidati da **Marco Giunio Bruto** e **Gaio Cassio Longino**, convinti di ristabilire la **Repubblica**. La sua morte aprì invece un altro decennio di guerre civili che si conclusero solo con la vittoria di **Ottaviano Augusto** nel **27 a.C.** e la fondazione del **Principato**: la **Repubblica romana** non fu mai restaurata. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Pillar --- ### [Il recupero del Codex H: quarantadue pagine perdute del Nuovo Testamento tornano alla luce.](https://scriptamanentitalia.it/recupero-codex-h-pagine-perdute-universita-glasgow/) **Published:** Aprile 28, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Glasgow**, in **Scozia**, un *team* internazionale di studiosi guidato dal **Professor Garrick Allen** ha compiuto una scoperta straordinaria: il recupero di quarantadue fogli dati per perduti del cosiddetto *Codex H*. Si tratta di uno dei più antichi e preziosi manoscritti delle **Lettere di San Paolo**, risalente al **VI secolo**, la cui storia è tanto affascinante quanto travagliata. Tutto ebbe inizio nel **XIII Secolo**, quando il manoscritto venne smembrato presso il **Monastero della Grande Lavra**, sul **Monte Athos**, in ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I farmacisti dell'Antica Roma. Pharmacopolae e Unguentarii](https://scriptamanentitalia.it/pharmacopolae-aromatarii-unguentarii-mondo-nascosto-farmacisti-roma-antica/) **Published:** Aprile 30, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto imperiale: abbondanza e specializzazione](#Il_contesto_imperiale_abbondanza_e_specializzazione) - [Lo statuto sociale dei praticanti](#Lo_statuto_sociale_dei_praticanti) - [Medicina e farmacia: una distinzione fluida](#Medicina_e_farmacia_una_distinzione_fluida) - [La bottega farmaceutica: uno spazio urbano](#La_bottega_farmaceutica_uno_spazio_urbano) - [La prosopografia: nomi e volti di una professione](#La_prosopografia_nomi_e_volti_di_una_professione) - [L’eredità di una tradizione](#Leredita_di_una_tradizione) Le parole che una civiltà usa raccontano la sua storia — è un principio antico, ben noto agli studiosi del linguaggio. E tra tutte le parole, quelle legate ai mestieri sono spesso le più rivelatrici, perché conservano tracce di abitudini, ruoli sociali e saperi quotidiani che i grandi testi storici tendono a trascurare. Pochi ambiti della vita **romana** offrono uno spaccato così ricco come quello della farmacia e del commercio di medicine, profumi e cosmetici. È proprio questo il tema al centro del lavoro di **Jukka Korpela**, pubblicato nel **1995** nel volume collettivo *Ancient Medicine in its Socio-Cultural Context* (**Rodopi**, Amsterdam-Atlanta). Lo studioso raccoglie e analizza i diversi termini **latini** usati per indicare i «farmacisti» dell’antica **Roma**, esaminando le fonti lungo tutto il [periodo **imperiale**](https://scriptamanentitalia.it/category/storia-antica/periodo-imperiale/ "Periodo imperiale"). L’inventario costruito da **Korpela** è sistematico e sorprendente. Il termine più comune è *pharmacopola* — preso direttamente dal greco — che indica semplicemente chi vende preparati medicinali, senza necessariamente sapere come produrli. Ma attorno a questa figura generale ruotava un intero mondo di specialisti. L’*aromatarius* commerciava spezie profumate provenienti dall’Oriente; l’*unguentarius* produceva e vendeva unguenti e cosmetici; il *myropola* era il referente per gli oli profumati e la mirra di provenienza esotica. Il *pigmentarius* trattava colori e tinture, usati sia in medicina che nella decorazione; il *seminarius* vendeva semi, utili tanto in agricoltura quanto come rimedi naturali; infine il *thurarius* era lo specialista dell’incenso e delle resine aromatiche, impiegate nei riti religiosi e nelle cure. Ognuno di questi termini non è solo un’etichetta professionale: rimanda a un mondo economico preciso, con proprie rotte commerciali, clienti specifici e un *sapere* trasmesso di bottega in bottega o attraverso testi specializzati. ## **Il contesto imperiale: abbondanza e specializzazione** Il dato più interessante che emerge dallo studio di **Korpela** riguarda *quando* queste professioni erano più diffuse: la documentazione è più abbondante nei primi secoli dell’**Impero**, tra il **I** e il **II secolo**, dall’età giulio-claudia fino agli **Antonini**. Non è una coincidenza. In quel periodo **Roma** era una metropoli di almeno un milione di abitanti e il centro di un sistema commerciale globale: le merci arrivavano [dall’**Arabia**](https://it.wikipedia.org/wiki/Arabia_Saudita), dall’**India**, dalla **Britannia**, dalla **Mauretania**. Pepe, cannella, zafferano, mirra, incenso, nardo — sostanze esotiche che alimentavano sia il lusso delle classi agiate sia la medicina pubblica e militare. In un contesto così dinamico, specializzarsi diventava conveniente. Il semplice *pharmacopola* — il venditore generico di medicinali — lasciava progressivamente spazio a figure più definite, ognuna con la propria nicchia di mercato e un sapere tecnico preciso e approfondito. Per spiegare questa evoluzione, **Korpela** adotta una chiave di lettura economica: è la prosperità dell’**Impero** a spingere verso una sempre maggiore specializzazione professionale. Lo studioso riconosce apertamente che questo approccio è influenzato da una lettura marxista della storia — e non a caso il recensore **Alain Touwaide**, sulle pagine della *Revue d’histoire de la pharmacie* (**1995**), lo indica come il punto metodologicamente più discutibile del lavoro. Tuttavia, al di là delle scelte teoriche, la ricerca poggia su basi documentarie solide: **Korpela** raccoglie i nomi di una quarantina di persone attestate come professionisti del settore farmaceutico, una lista prosopografica che dà al *libro* un valore di riferimento difficile da mettere in discussione. ## **Lo statuto sociale dei praticanti** ![Farmacisti antica Roma](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/farmacisti-antica-roma-1024x512.jpg "farmacisti-antica-roma - Scripta Manent Italia")Chi erano, nella vita reale, questi farmacisti, venditori di spezie e profumieri dell’antica **Roma**? La risposta che emerge dagli studi specialistici è rivelatrice dal punto di vista sociale. Lo storico **F. Kudlien** ha dimostrato che il personale medico e paramedico romano era reclutato in grande maggioranza tra schiavi, liberti e stranieri privi della piena cittadinanza. Le iscrizioni funerarie e i documenti su papiro confermano questo quadro: tra chi esercitava professioni legate alla farmacia, una quota significativa era di origine orientale, soprattutto greco-orientale. Non sorprende: dall’Oriente — **Grecia**, **Egitto**, **Siria**, **Palestina** — arrivavano non solo le merci, ma anche le conoscenze tecniche necessarie per lavorarle. Il *pharmacopola* greco era una figura ben nota nelle strade di **Alessandria** e **Antiochia** molto prima che i suoi equivalenti latini aprissero bottega nelle *tabernae* di **Roma**. Nel mondo farmaceutico **romano**, la figura più comune era quella del *liberto* — l’ex schiavo affrancato. Libero dalla servitù e spesso ancora in contatto con il suo ex padrone, il *liberto* poteva inserirsi con relativa facilità nel commercio e nell’artigianato: attività che i **cittadini romani** di rango elevato consideravano poco dignitose, ma che nella realtà della città imperiale erano indispensabili e spesso molto redditizie. Vendere al dettaglio, gestire una bottega, produrre e smistare rimedi medicinali: tutto questo apparteneva a un mondo che l’aristocrazia guardava dall’alto in basso. Non a caso **Marziale**, **Plinio il Vecchio** e altri autori latini parlano dei *pharmacopolae* con toni ironici e diffidenti, accusandoli spesso di ciarlataneria e frode. Questo sospetto verso il venditore di farmaci è antico quanto la medicina stessa. Riflette una tensione mai risolta nell’antichità: da un lato il sapere teorico del medico colto, il *medicus*; dall’altro la pratica quotidiana e commerciale di chi preparava e vendeva rimedi nelle botteghe della città. ## **Medicina e farmacia: una distinzione fluida** Uno degli aspetti più interessanti degli studi sull’argomento riguarda il confine tra **medicina** e **farmacia** nel mondo antico, o meglio, la sua quasi totale assenza. Come sottolinea il recensore **Touwaide**, uno studio di **H. W. Pleket** dedicato formalmente ai soli medici dell’antichità finisce inevitabilmente per parlare anche di farmacia, «data la sovrapposizione tra le due attività nel mondo antico». Ed è esattamente così: il *medicus* greco-romano non era una figura separata dal farmacista. Prescriveva, preparava e spesso vendeva personalmente i propri rimedi. La netta distinzione che oggi diamo per scontata tra **medico** e **farmacista** è una costruzione moderna. Nell’**antichità**, quel confine era sottilissimo e continuamente attraversato. Il caso più emblematico di questa fusione tra medicina e farmacia è **Dioscoride Pedanio**, medico e botanico di origine anatolica attivo nel **I secolo** sotto **Nerone**. La sua *De materia medica* è l’opera farmacologica più sistematica dell’antichità: descrive oltre seicento piante, sostanze minerali e prodotti animali usati nella cura delle malattie. Era allo stesso tempo un trattato medico, un manuale pratico per il farmacista e una guida commerciale alle sostanze curative — tre funzioni che **Dioscoride** non sentiva alcun bisogno di separare, perché nella realtà del suo tempo semplicemente non lo erano. Lo stesso vale per **Galeno di Pergamo**, il grande medico del **II Secolo** che sistematizzò l’intera tradizione medica greco-romana. **Galeno** dedicò opere specifiche alla composizione e preparazione dei farmaci, elevando la *farmacologia* a disciplina teorica di primo piano, parte integrante e inseparabile della medicina. ## **La bottega farmaceutica: uno spazio urbano** La bottega del farmacista era uno dei luoghi più vivi e frequentati della città **romana**. Gli scavi di **Pompei** ed **Ercolano** — conservati grazie all’eruzione del **Vesuvio** del **79 d.C.** — hanno portato alla luce anfore, mortai, bilance, contenitori in vetro e terracotta che ci restituiscono un’immagine concreta di queste attività. I grandi vasi con erbe essiccate, le bilance per dosare con precisione i composti, i *pyxides* — i tipici contenitori cilindrici usati per conservare i preparati — raccontano di un artigianato sofisticato, che univa esperienza pratica e tradizione consolidata. I resti vegetali identificati dagli archeologi completano il quadro: semi di papavero, resine di mirra e incenso, frammenti di cortecce esotiche — tutti testimoni delle lunghe rotte commerciali che rifornivano queste botteghe da ogni angolo del mondo antico. ## **La prosopografia: nomi e volti di una professione** L’appendice prosopografica del saggio di **Korpela**, con una quarantina di professionisti del settore farmaceutico, offre un quadro sociale molto concreto e vivace. Vi compaiono schiavi **imperiali** al servizio della *pharmacopola* della casa dei **Cesari**, liberti che trasformarono la bottega ricevuta o gestita per il padrone in un’attività autonoma e redditizia, e stranieri di origine greca o orientale che portarono a **Roma** conoscenze botaniche e tecniche apprese in **Egitto** o in **Siria**. Si tratta per lo più di persone umili, ricordate da iscrizioni funerarie semplici, talvolta appena incise su piccoli supporti in terracotta. Eppure erano una parte essenziale del funzionamento della città imperiale: grazie al loro lavoro, **Roma** poteva soddisfare, anche se in modo diseguale e spesso ingiusto, i bisogni di cura di una popolazione urbana tra le più numerose del mondo preindustriale. ## **L’eredità di una tradizione** Il lavoro di **Korpela** si inserisce in una tradizione di ricerca che, a partire dagli **anni Ottanta**, ha progressivamente spostato l’attenzione dalla storia delle grandi teorie mediche alla storia delle persone che quelle teorie mettevano in pratica ogni giorno. Lo stesso **Korpela** aveva già pubblicato nel **1987** *Das Medizinpersonal im antiken Rom* (Helsinki, Annales Academiae Scientiarum Fennicae), un censimento sistematico del personale medico **romano**; **Kudlien**, nel **1986**, aveva approfondito la posizione sociale del medico nell’**Impero**, dedicando ampio spazio a schiavi, liberti e stranieri. Questi studi convergono verso una conclusione comune: la storia della medicina antica non può ridursi alla storia dei suoi grandi nomi — **Ippocrate**, **Galeno**, **Dioscoride**. Deve includere, con pari dignità, la storia degli operatori anonimi che ogni giorno pesavano l’incenso, macinavano le erbe, preparavano collirii e cataplasmi per la gente comune dell’**Impero**. Il lessico latino, con la sua ricchezza di denominazioni specializzate — *pharmacopola*, *aromatarius*, *unguentarius*, *myropola*, *pigmentarius*, *seminarius*, *thurarius* — è il monumento più eloquente che questa tradizione ci abbia lasciato. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo imperiale --- ### [Storia della Via Appia: origini, percorso e segreti della Regina Viarum](https://scriptamanentitalia.it/storia-via-appia-regina-viarum/) **Published:** Aprile 27, 2026 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Perché è nata la Via Appia? Il contesto storico](#Perche_e_nata_la_Via_Appia_Il_contesto_storico) - [Le guerre Sannitiche e l’espansione a Sud](#Le_guerre_Sannitiche_e_lespansione_a_Sud) - [Un collegamento con le origini: il mito di Enea e il Sud](#Un_collegamento_con_le_origini_il_mito_di_Enea_e_il_Sud) - [Il tracciato e l’ingegneria della Regina Viarum](#Il_tracciato_e_lingegneria_della_Regina_Viarum) - [Da Roma a Capua: il Primo tratto e le paludi Pontine](#Da_Roma_a_Capua_il_Primo_tratto_e_le_paludi_Pontine) - [L’estensione fino a Brindisi: il porto verso l’Oriente](#Lestensione_fino_a_Brindisi_il_porto_verso_lOriente) - [Come veniva costruita una Via Romana: il basolato](#Come_veniva_costruita_una_Via_Romana_il_basolato) - [Eventi storici e monumenti lungo il percorso](#Eventi_storici_e_monumenti_lungo_il_percorso) - [La ribellione di Spartaco: La Via Appia come teatro del terrore](#La_ribellione_di_Spartaco_La_Via_Appia_come_teatro_del_terrore) - [Le tombe e i mausolei: la via dei morti](#Le_tombe_e_i_mausolei_la_via_dei_morti) - [Le catacombe Cristiane: la città sotterranea della fede](#Le_catacombe_Cristiane_la_citta_sotterranea_della_fede) - [L’Appia Antica nel tardo Impero: declino e difesa](#LAppia_Antica_nel_tardo_Impero_declino_e_difesa) - [La via Appia oggi: patrimonio dell’umanità](#La_via_Appia_oggi_patrimonio_dellumanita) - [Domande Frequenti (FAQ)](#Domande_Frequenti_FAQ) La **Via Appia** è la strada romana per eccellenza: iniziata nel **312 a.C.** dal censore **Appio Claudio Cieco**, collegava originariamente **Roma** a **Capua** per poi essere estesa, nei secoli successivi, fino a **Brindisi**, porta d’accesso all’Oriente. Definita *regina viarum* — regina delle strade — dal poeta **Stazio** nel **I secolo d.C.**, era l’autostrada dell’antichità: un’opera di ingegneria stradale senza precedenti, fondamentale per l’espansione militare, commerciale e culturale di **Roma** verso il Mediterraneo orientale, la Grecia, l’Asia e l’Egitto. Lunga circa **540 km** nel suo tracciato completo, la **Via Appia** è oggi riconosciuta **Patrimonio dell’Umanità UNESCO** dal **luglio 2024**. ## **Perché è nata la Via Appia? Il contesto storico** ### **Le guerre Sannitiche e l’espansione a Sud** La fondazione della **Via Appia** è la risposta diretta e concreta a un’urgenza militare. Siamo nel cuore della **Seconda Guerra Sannitica** (**326**–**304 a.C.**): **Roma** è impegnata in una serie di scontri durissimi contro la confederazione osco-sannita per il controllo dell’Italia centromeridionale e della fertile **Campania**. Il problema era logistico prima che militare: spostare rapidamente eserciti, approvvigionamenti e messaggi da **Roma** verso **Capua** — cuore della **Campania** da poco sottomessa — era lento, difficoltoso e dipendente da strade sterrate non standardizzate. **Appio Claudio Cieco**, censore nel **312 a.C.** e uno degli uomini politici più visionari della **Roma** repubblicana (a lui si deve anche il primo acquedotto romano, l’**Aqua Appia**), comprese che una strada pavimentata e rettilinea avrebbe trasformato il rapporto tra **Roma** e i suoi domini meridionali. La **Via Appia** nacque così come infrastruttura di guerra, e divenne poi strumento di pace, commercio e civiltà. ### **Un collegamento con le origini: il mito di Enea e il Sud** La direttrice verso il Sud non aveva soltanto un valore strategico immediato: aveva anche un peso ideologico e mitico profondissimo per la mentalità romana. I territori verso cui puntava la **Via Appia** — la **Campania**, il **Tarantino**, la **Magna Grecia** — erano i luoghi dove la cultura greca aveva messo radici più profonde nel suolo italico, e dove la tradizione collocava i passi di **Enea**, il mitico fondatore troiano della stirpe romana. I **Romani**, come amavano fare con le loro grandi opere pubbliche, intessevano continuità ideale tra presente e passato mitico: costruire una strada verso **Brindisi** significava aprire la via verso la **Grecia**, verso **Troia**, verso le origini stesse di **Roma**. Non è un caso che **Publio Virgilio Marone**, mentre scriveva l’*Eneide* lungo questa rotta culturale e geografica, morisse a **Brindisi** nel **19 a.C.** — proprio all’estremità della via che aveva connesso **Roma** alle sue radici leggendarie. ## **Il tracciato e l’ingegneria della *Regina Viarum*** ### **Da Roma a Capua: il Primo tratto e le paludi Pontine** Il percorso originario della **Via Appia** copriva circa 212 km tra **Roma** e **Capua**, superando alcuni degli ostacoli naturali più insidiosi del paesaggio laziale e campano. Il tratto più sfidante dal punto di vista ingegneristico era quello delle **Paludi Pontine**, la vasta area paludosa che si estendeva tra **Velletri** e **Terracina**. **Appio Claudio** non si lasciò condizionare dall’ostacolo: ordinò la realizzazione di un canale di bonifica parallelo alla strada (*Decennovium*), lungo circa 19 miglia romane, per drenare le acque e rendere percorribile il territorio. La strada procedeva poi con un tracciato eccezionalmente rettilineo — quasi 90 km in linea retta da **Roma** a **Terracina** — una caratteristica che stupisce ancora oggi i geografi e gli ingegneri moderni. Le tappe principali del primo tratto da **Roma** a **Capua** includevano: - **Aricia** (odierna **Ariccia**), primo *mansio* (stazione di sosta) significativo - **Forum Appii** e **Tres Tabernae**, stazioni lungo le paludi pontine citate anche dall’apostolo **Paolo** negli *Atti degli Apostoli* (28,15) - **Terracina** (*Tarracina*), dove la strada era letteralmente tagliata nella roccia calcarea del **Pisco Montano** - **Capua** (*Capua Vetere*), destinazione finale del primo tratto ## **L’estensione fino a Brindisi: il porto verso l’Oriente** Proprio come il **Bosforo** fu per **Costantinopoli** il varco verso l’**Oriente**, la **Via Appia** verso **Brindisi** (*Brundisium*) fu il corridoio attraverso cui **Roma** proiettò la sua potenza nel **Mediterraneo orientale**. Il prolungamento della strada verso **Brindisi** avvenne in fasi successive, durante il **III** e il **II secolo a.C.**, passando per **Benevento** (*Beneventum*), **Venosa** (*Venusia*, città natale di **Orazio**), **Taranto** (*Tarentum*) e infine raggiungendo il porto adriatico. Da **Brindisi** partivano le navi per la **Grecia**, per l’**Egitto**, per l’**Asia Minore**: fu da lì che molti degli eserciti romani che conquistarono il mondo ellenistico presero il mare. La lunghezza totale del tracciato completo era di circa **540 km**, equivalenti a circa **350 miglia romane** (*milia passuum*). Lungo il percorso si trovavano con regolarità: - *Mansiones*: stazioni di sosta attrezzate con alloggi, cucine e stalle, distanziate di circa una giornata di viaggio (25–30 miglia) - *Mutationes*: stazioni più piccole per il cambio dei cavalli, ogni 6–12 miglia - Colonnine miliari (*milliaria*): cippi cilindrici in pietra che indicavano la distanza da **Roma**, contata dal *Miliarium Aureum* nel **Foro Romano** ## **Come veniva costruita una Via Romana: il basolato** ![alt="Illustrazione didattica della sezione trasversale di una strada romana in costruzione, con operai al lavoro e indicazione dei quattro strati: Statumen, Rudus, Nucleus e Basolatum."](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/Come-Veniva-Costruita-una-Via-Romana-Il-Basolato_Pulito_4K-1-1024x572.png "Come Veniva Costruita una Via Romana Il Basolato_Pulito_4K - Scripta Manent Italia")La tecnica costruttiva adottata per la **Via Appia** divenne lo *standard* dell’intera rete stradale romana e non è mai stata sostanzialmente superata nella sua efficienza fino all’avvento del *macadam* moderno. I tecnici romani scavavano preliminarmente una trincea nel terreno, poi procedevano a riempirla con strati sovrapposti secondo uno schema preciso: 1. *Statumen*: strato di base in pietre grosse e irregolari, profondo fino a 60 cm, con funzione portante e drenante 2. *Rudus*: secondo strato di malta mista a pietrisco, battuto e compattato 3. *Nucleus*: strato di malta, sabbia e pozzolana, che costituiva il letto di posa finale 4. *Pavimentum* (o *Summa Crusta*): i celebri basoli — grandi pietre poligonali di pietra vulcanica (*leucitite* o selce), lavorate a mano e incastrate una nell’altra con straordinaria precisione, senza malta, semplicemente sbozzandole fino a farle combaciare perfettamente La superficie del *pavimentum* era convessa (più alta al centro, degradante verso i lati) per favorire il deflusso delle acque piovane verso i canali di scolo laterali. La carreggiata principale era larga in media 4,1–4,8 metri, affiancata da marciapiedi rialzati (*crepidines*) per i pedoni. Il risultato era una piattaforma stradale pressoché indistruttibile: in molti tratti, il basolato originario del **312 a.C.** è ancora perfettamente visibile e percorribile oggi. ## **Eventi storici e monumenti lungo il percorso** ### **La ribellione di Spartaco: La Via Appia come teatro del terrore** Il **71 a.C.** è uno degli anni più drammatici della storia della **Via Appia**. La **Terza Guerra Servile**, guidata dal gladiatore tracio **Spartaco** a partire dalla scuola di gladiatori di **Capua** nel **73 a.C.**, era terminata con la sconfitta definitiva dei ribelli ad opera di **Marco Licinio Crasso**. Secondo le fonti antiche — tra cui **Appiano** (*Bellum Civile*, I, 120) — circa **6.000** schiavi ribelli sopravvissuti alla battaglia finale furono catturati e crocifissi lungo la **Via Appia**, nel tratto da **Capua** a **Roma**. I corpi, lasciati intenzionalmente a marcire sulle croci per mesi senza sepoltura, erano un messaggio politico di una brutalità calcolata: **Roma** non tollerava la ribellione, e il mezzo di comunicazione di massa più efficiente del mondo antico — la sua strada principale — diventò il supporto fisico di un monito destinato a ogni viaggiatore, mercante, schiavo e libero che percorresse quei chilometri. L’episodio fu il culmine di un conflitto che aveva fatto tremare l’intera penisola per quasi due anni. ### **Le tombe e i mausolei: la via dei morti** La **Legge delle XII Tavole** (**450 a.C.**) vietava severamente le sepolture all’interno del *pomerium*, il confine sacro della città. Questo divieto, confermato e rafforzato nei secoli successivi, trasformò le grandi strade consolari — e la **Via Appia** in particolare — in monumentali vie funerarie. Chiunque avesse i mezzi economici cercava di farsi costruire un sepolcro lungo la via più frequentata d’Italia, per garantire alla propria memoria la massima visibilità possibile. Il risultato fu un corridoio di tombe di ogni dimensione e tipologia, dai semplici *colombari* ai colossali *mausolei*. Il monumento funerario più celebre e meglio conservato è il **Mausoleo di Cecilia Metella**, edificato tra il **30** e il **10 a.C.** al **III miglio** della **Via Appia** in onore di **Cecilia**, figlia di **Quinto Cecilio Metello Cretico** e moglie di **Marco Licinio Crasso** figlio. La struttura cilindrica in *travertino* e *calcestruzzo*, del diametro di circa **29,5 metri** e posta su un dado quadrato, è ancora oggi straordinariamente integra, anche grazie al riutilizzo nel **Medioevo** da parte della famiglia **Caetani**, che la trasformò in torre difensiva di un castello adiacente. ### **Le catacombe Cristiane: la città sotterranea della fede** A partire dal **II–III secolo d.C.**, le comunità cristiane di **Roma** iniziarono a scavare sistemi di gallerie sotterranee lungo la **Via Appia**, sfruttando sia la tradizione funeraria della zona sia la relativa facilità di escavare il banco di tufo e pozzolana presente nel sottosuolo. Queste reti di cunicoli funerari — le *catacombe* — presero il nome proprio da un sito dell’**Appia**: il complesso *ad catacumbas* («presso le cavità»), dove sorgono le **Catacombe di San Sebastiano**, fu il luogo che diede il nome a tutti gli altri cimiteri sotterranei cristiani del mondo. I principali complessi catacombali lungo la **Via Appia** includono: - **Catacombe di San Callisto**: le più grandi di **Roma**, con gallerie per oltre **20 km** e la sepoltura di **16 papi** e decine di martiri; nate intorno alla metà del **II secolo d.C.** sotto la gestione del diacono **Callisto**, futuro papa - **Catacombe di San Sebastiano**: contenevano, secondo la tradizione, le reliquie degli apostoli **Pietro** e **Paolo** durante le persecuzioni di **Valeriano** (**III secolo**). - Catacombe di **Domitilla**: tra le più estese, risalenti al **I**–**II secolo** d.C. La **Chiesa** del **“Domine, quo vadis?”** — dove la tradizione vuole che **Pietro** incontrasse **Cristo** risorto mentre fuggiva da **Roma**, e che alla domanda «Signore, dove vai?» ricevesse la risposta «Vado a **Roma** per essere crocifisso di nuovo» — segna simbolicamente l’inizio del tratto sacro della via. ## **L’Appia Antica nel tardo Impero: declino e difesa** Anche durante le convulsioni del **IV** e **V secolo d.C.** — le invasioni dei **Visigoti** di **Alarico** (**410**), degli **Unni**, dei **Vandali** di **Genserico** (**455**) — la **Via Appia** mantenne la sua importanza logistica vitale. Era ancora la principale arteria di collegamento tra **Roma** e le sue riserve di grano meridionali, e tra la capitale e i porti dell’**Adriatico** da cui potevano arrivare soccorsi dall’**Oriente**. I presidi militari tardoromani incaricati di sorvegliarne il percorso erano equipaggiati con l’armamentario tipico del tardo **Impero**: la *lorica hamata* (cotta di maglia), elmi tardoantichi di tipo *Intercisa* o *Spangenhelm*, scudi ovali e *spatha* — l’equipaggiamento standard della fanteria e della cavalleria del **IV**–**V secolo**, ben lontano dall’iconografia semplificata del cinema moderno. La **Via Appia** servì come via d’invasione anche ai nemici di **Roma**: fu percorsa dai **Goti** di **Alarico** nella marcia su **Roma** del **410**, e nelle fonti tarde è costantemente citata come asse logistico prioritario, sia per le forze imperiali sia per i barbari federati che le combattevano o le sostituivano. Il suo progressivo declino funzionale nel **Medioevo** fu legato non alla distruzione fisica del basolato — straordinariamente resistente — ma all’impoverimento demografico e commerciale dell’**Italia** postromana, che ridusse il traffico a una frazione minima rispetto all’epoca aurea. ## **La via Appia oggi: patrimonio dell’umanità** ![alt="Veduta del Mausoleo di Cecilia Metella sulla Via Appia Antica a Roma, con l'antico fondo stradale in basolato e monumenti funerari ai lati sotto un cielo azzurro."](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/La-Via-Appia-Oggi-Patrimonio-dellUmanita_Pulito_4K_Modificato-1024x540.png "La Via Appia Oggi Patrimonio dell'Umanità_Pulito_4K_Modificato - Scripta Manent Italia")Il **27 luglio 2024**, nella **46ª sessione** del **Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO** riunita a **Nuova Delhi**, la **Via Appia** — *Regina Viarum* — è stata ufficialmente iscritta nella **Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità**, diventando il **60° sito italiano** riconosciuto dall’organizzazione. L’iscrizione ha coronato un percorso di candidatura avviato ufficialmente dal **Ministero della Cultura italiano** nel **2022** e sostenuto dal parere favorevole dell’**ICOMOS** (Consiglio Internazionale per i Monumenti e i Siti) nel **maggio 2024**. Il sito candidato si estende lungo l’intero tracciato storico di circa 540 km, attraversando quattro regioni italiane: **Lazio**, **Campania**, **Basilicata** e **Puglia**. A **Roma**, il tratto meglio conservato ricade all’interno del **Parco Regionale dell’Appia Antica**, istituito nel **1988**, che tutela oltre 3.500 ettari di territorio tra il II e il X miglio della via. Il parco comprende: - Il tratto basolato originario dal **II** al **VI** miglio, percorribile a piedi e in bicicletta - Il **Mausoleo di Cecilia Metella** e il **Circo e Villa di Massenzio** - Le catacombe di **San Callisto**, **San Sebastiano** e **Domitilla** - **Ville** e **tombe** di età **repubblicana** e **imperiale** in stato di conservazione eccezionale Gli sforzi di conservazione moderni includono campagne di restauro del basolato, il contrasto all’abusivismo edilizio (storico problema del tratto **laziale**) e la valorizzazione turistica con percorsi guidati e segnaletica *multilingue*. ## **Domande Frequenti (FAQ)** **Perché la Via Appia è chiamata Regina Viarum?** Il titolo *regina viarum* — «regina delle strade» — fu attribuito alla **Via Appia** dal poeta **Stazio** (*Silvae*, II, 2) nel **I secolo d.C.** Il soprannome riflette il suo primato storico (fu la prima grande strada pavimentata della rete viaria romana), la sua lunghezza eccezionale, la perfezione tecnica della sua costruzione e l’enorme impatto militare, economico e culturale che esercitò sulla civiltà romana per secoli. **Quanti chilometri era lunga la Via Appia?** Nel suo tracciato completo da **Roma** a **Brindisi**, la **Via Appia** misurava circa **540 km**, corrispondenti a circa **350** miglia romane (*milia passuum*). Il primo tratto, da **Roma** a **Capua**, era di circa **212 km**, e fu il solo completato nel **312 a.C.** Il prolungamento fino a **Brindisi** avvenne gradualmente nel corso del **III** e **II secolo a.C.** **Chi ha costruito la Via Appia?** La **Via Appia** fu avviata nel **312 a.C.** da **Appio Claudio Cieco** (*Appius Claudius Caecus*), censore romano e membro della potente *gens Claudia*. È l’unica strada romana che porta il nome del suo costruttore. **Appio Claudio** fu anche il realizzatore del primo acquedotto romano, l’**Aqua Appia**, costruito nello stesso anno, il che lo rende uno dei più grandi urbanisti della storia repubblicana romana. **Dove inizia e dove finisce la Via Appia?** La **Via Appia** inizia a **Roma**, dalla **Porta Capena** (poi sostituita dalla **Porta Appia**, oggi **Porta San Sebastiano** nelle **Mura Aureliane**), e termina a **Brindisi** (*Brundisium*), in **Puglia**, sull’**Adriatico**. A **Brindisi**, l’arrivo della strada era segnato da una colonna monumentale: una delle due colonne originarie è ancora visibile nel porto della città. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Pillar --- ### [La fondazione di Costantinopoli: storia, motivi e nascita della nuova Roma](https://scriptamanentitalia.it/fondazione-costantinopoli-storia-motivi-nascita-nuova-roma/) **Published:** Aprile 27, 2026 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico: perché una nuova capitale?](#Il_contesto_storico_perche_una_nuova_capitale) - [La crisi di Roma e la Tetrarchia](#La_crisi_di_Roma_e_la_Tetrarchia) - [Le alternative scartate: Troia e il sogno di un nuovo inizio](#Le_alternative_scartate_Troia_e_il_sogno_di_un_nuovo_inizio) - [La scelta di Bisanzio: una posizione strategica](#La_scelta_di_Bisanzio_una_posizione_strategica) - [Il controllo delle rotte commerciali](#Il_controllo_delle_rotte_commerciali) - [La facilità di difesa militare](#La_facilita_di_difesa_militare) - [L’edificazione della “Nova Roma”](#Ledificazione_della_%E2%80%9CNova_Roma%E2%80%9D) - [Urbanistica e monumenti](#Urbanistica_e_monumenti) - [La difesa militare e l’esercito](#La_difesa_militare_e_lesercito) - [L’inaugurazione e i riti di fondazione](#Linaugurazione_e_i_riti_di_fondazione) - [L’eredità: come Costantinopoli ha cambiato la storia](#Leredita_come_Costantinopoli_ha_cambiato_la_storia) - [La divisione tra Oriente e Occidente](#La_divisione_tra_Oriente_e_Occidente) - [Il baluardo della civiltà classica e cristiana](#Il_baluardo_della_civilta_classica_e_cristiana) - [Domande Frequenti (FAQ)](#Domande_Frequenti_FAQ) La fondazione di **Costantinopoli** è l’evento storico avvenuto l’**11 maggio 330 d.C.** che segna la nascita della nuova capitale dell’**Impero Romano**, edificata per volere dell’imperatore **Costantino I il Grande** sull’antica città greca di **Bisanzio**, sul promontorio del **Bosforo**. La nuova città, ufficialmente denominata *Nova Roma*, divenne rapidamente il cuore politico, militare ed economico dell’**Impero**, costituendo il principale centro di potere per oltre un millennio. La sua fondazione rappresenta uno dei punti di svolta più significativi della storia occidentale e orientale, segnando l’inizio di quella che sarebbe diventata la civiltà romano-bizantina. In sintesi: - Chi: **Costantino I il Grande** - **Cosa**: **Fondazione** di una nuova capitale imperiale **romana** - **Dove**: Sul sito dell’antica **Bisanzio**, sul **Bosforo** (odierna **Istanbul**) - Quando: Inaugurazione ufficiale l’**11 maggio 330 d.C.** - **Perché**: Necessità strategica, militare, economica e politica di un centro di potere più vicino ai confini orientali dell’**impero** ## **Il contesto storico: perché una nuova capitale?** ### **La crisi di Roma e la Tetrarchia** **Roma**, nel corso del **III secolo d.C.**, aveva attraversato una delle crisi più devastanti della sua storia. Il cosiddetto «Periodo dell’anarchia militare» (**235**–**284 d.C.**) aveva destabilizzato profondamente l’impero: decine di imperatori si erano succeduti in pochi decenni, le invasioni barbariche sul **Reno** e sul **Danubio** si moltiplicavano, e la minaccia persiana **Sassanide** premeva costantemente a oriente. La risposta istituzionale fu la **Tetrarchia**, il sistema di governo a quattro imperatori ideato da **Diocleziano** nel **293 d.C.**, che già *de facto* ammetteva l’impossibilità di governare un impero così vasto da un’unica sede centrale. **Roma** era diventata geograficamente marginale: troppo lontana dai fronti caldi del **Reno**, del **Danubio** e dall’**Eufrate** per consentire una risposta militare rapida. Le capitali operative si erano già spostate verso *Mediolanum* (**Milano**), **Nicomedia** e **Sirmio**. **Costantino**, una volta sconfitto **Licinio** nel **324 d.C.** e riunito l’intero impero sotto la sua autorità, si trovò nella condizione ideale — e nella necessità concreta — di scegliere una nuova sede permanente per il governo imperiale. ### **Le alternative scartate: Troia e il sogno di un nuovo inizio** Un dettaglio storico poco noto, ma di grande significato simbolico e attestato dalle fonti antiche, è che **Costantino** non scelse immediatamente **Bisanzio**. Prima di ricadere su quel sito, l’imperatore prese seriamente in considerazione l’antica **Troia**, nella **Troade** (odierna **Turchia** nordoccidentale). Secondo quanto riportato da **Zosimo** (*Historia Nova*, II, 30) e confermato da altre testimonianze tardoantiche, **Costantino** arrivò persino a far tracciare le fondamenta delle nuove mura troiane, come se stesse per dare il via ai lavori di costruzione. La suggestione era potente: riconnettere idealmente la nuova capitale **romana** alle origini mitiche di **Roma** stessa, attraverso **Enea** e la tradizione **virgiliana**. **Costantino** abbandonò il progetto troiano per ragioni eminentemente pratiche: **Bisanzio** offriva vantaggi strategici e geografici enormemente superiori. La leggenda vuole che l’imperatore, percorrendo il perimetro delle future mura di **Bisanzio** durante un rito solenne, rispose a chi gli chiedeva dove si sarebbe fermato: «Fino a quando si fermerà Colui che mi precede», alludendo a una guida divina — un episodio che sottolinea la dimensione sacrale e provvidenziale attribuita alla scelta del sito. ## **La scelta di Bisanzio: una posizione strategica** **Bisanzio** era già, prima di **Costantino**, una città di notevole importanza. Fondata nel **657 a.C.** da coloni megaresi guidati, secondo la tradizione, da **Byzas** (da cui il nome), essa occupava uno dei punti geograficamente più privilegiati dell’intero bacino del **Mediterraneo**. ### **Il controllo delle rotte commerciali** Il promontorio su cui sorgeva **Bisanzio** controllava lo stretto del **Bosforo**, il breve corridoio d’acqua che separa l’**Europa** dall’**Asia** e collega il **Mar Nero** al **Mar di Marmara**, e da lì all’**Egeo** e al **Mediterraneo**. Chi controllava **Bisanzio** controllava *de facto*: - Il flusso del grano pontico proveniente dalle fertile pianure dell’odierna **Ucraina** e **Russia** meridionale - Le rotte commerciali tra l’**Occidente romano** e i mercati dell’**Asia Minore**, della **Persia** e oltre - I traffici marittimi tra i porti del **Mar Nero** e quelli del **Mediterraneo** orientale ### **La facilità di difesa militare** Dal punto di vista militare, il sito era quasi inespugnabile per l’epoca: - Il promontorio era circondato dall’acqua su tre lati: il **Corno d’Oro** a nord, il **Mar di Marmara** a sud, e il **Bosforo** a est. - L’unico lato esposto alla terraferma era quello occidentale, che poteva essere difeso con un sistema di mura relativamente compatto - La presenza di porti naturali permetteva di rifornire la città *via mare* anche in caso di assedio terrestre prolungato Questa conformazione geografica avrebbe dimostrato il suo valore nei secoli successivi: **Costantinopoli** resistette a decine di assedi prima di cadere nel **1453**. ## **L’edificazione della “Nova Roma”** ![alt="Illustrazione di un antico cantiere romano in una città costiera con grandi strutture in pietra in fase di edificazione."](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/Ledificazione-della-Nova-Roma_Pulita_4K-1-1024x540.png "L - Scripta Manent Italia'edificazione della Nova Roma")**Costantino** avviò i lavori di costruzione intorno al **324–325 d.C.**, subito dopo la sconfitta definitiva di **Licinio**. Il cantiere fu monumentale: l’imperatore volle una città che emulasse **Roma** in tutto, dotandola delle stesse istituzioni, degli stessi monumenti e della stessa grandiosità architettonica. ### **Urbanistica e monumenti** Il progetto urbanistico di **Costantino** trasformò radicalmente l’antica **Bisanzio**: - L’Ippodromo (*Hippodromos*): Già esistente in forma ridotta, fu ampliato e abbellito fino a diventare il centro della vita pubblica e dello spettacolo, capace di contenere oltre 100.000 spettatori. **Costantino** lo adornò con sculture e obelischi provenienti da tutto l’impero, tra cui il celebre *Serpentine Column* di Delfi e l’Obelisco di **Teodosio**, oggi ancora visibile a **Istanbul** nella piazza di Sultanahmet. - Il **Grande Palazzo Imperiale**: Complesso enorme adiacente all’**Ippodromo**, cuore amministrativo e residenziale del potere imperiale per secoli. - Il Foro di **Costantino**: Piazza circolare monumentale sul principale asse viario (*Mese*), al centro della quale **Costantino** fece erigere una colonna porfirea alta oltre 37 metri, sormontata da una sua statua in bronzo raffigurata come il dio Sole — un’immagine che fondeva abilmente iconografia pagana solare e nuova simbologia cristiana. La colonna, parzialmente conservata, è nota oggi come *Çemberlitaş* (la «Colonna Bruciata»). - Il **Senato di Costantinopoli**: Replica deliberata del **Senato di Roma**, destinato a conferire alla nuova città pari dignità istituzionale. - Le **Terme di Zeusippo**, la **Basilica di Santa Sofia** (nella sua prima forma costantiniana, non quella giustinianea), e numerose chiese cristiane completarono il panorama monumentale. ## **La difesa militare e l’esercito** ![alt="Un centurione romano in maglia di ferro e quattro legionari con armature a scaglie e segmentate montano la guardia davanti alle mura di una fortificazione merlata dotata di onagro e ballista."](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/La-difesa-militare-e-lesercito_Pulita_4K-1024x540.png "La difesa militare e l - Scripta Manent Italia'esercito")Le mura costruite da **Costantino** cingevano un perimetro di circa 6 km sul lato terrestre occidentale e lungo i tratti costieri più vulnerabili. Erano strutture in pietra e mattoni di considerevole spessore, con torri di avvistamento a intervalli regolari. Il presidio militare della **città** era affidato a unità scelte dell’**esercito tardoromano**. I soldati impiegati a difesa della **capitale** e nelle cerimonie ufficiali erano equipaggiati con l’armamentario tipico del **tardo Impero Romano**: la *lorica hamata* (cotta di maglia), l’elmo *spangenhelm* nelle sue varianti tardoantiche, lo scudo ovale (*clipeus* o *scutum*), la lancia (*hasta*) e la spada (*spatha*), più lunga della tradizionale *gladius* e meglio adatta alla cavalleria e ai combattimenti in campo aperto che caratterizzavano le guerre di quest’epoca. La città ospitava inoltre importanti fabbriche d’armi imperiali (*fabricae*), che rifornivano gli eserciti orientali, e disponeva di porti militari attrezzati per la flotta imperiale. ## **L’inaugurazione e i riti di fondazione** ![alt="Cerimonia d'inaugurazione a Nova Roma: un leader pronuncia un discorso da un podio davanti a una grande folla di cittadini, sacerdoti e soldati, con l'ippodromo e il mare sullo sfondo."](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/Linaugurazione-e-i-riti-di-fondazione_Pulita_4K-1024x540.png "L - Scripta Manent Italia'inaugurazione e i riti di fondazione")L’inaugurazione ufficiale di **Costantinopoli** avvenne l’**11 maggio 330 d.C.**, una data scelta con grande cura: gli astronomi e i matematici di corte avevano identificato quel giorno come astrologicamente propizio. Il calendario imperiale romano, ancora profondamente radicato nella tradizione pagana, assegnava grande importanza alla *inauguratio* rituale dei luoghi sacri e pubblici. La cerimonia di fondazione fu un notevole esempio di sincretismo religioso, riflesso della politica religiosa di **Costantino**: erano presenti sia riti di tradizione romano-pagana — con processioni, sacrifici formali e invocazioni agli dei protettori della città — sia elementi del nuovo culto cristiano, con vescovi e clerici che benedicevano i monumenti e gli spazi pubblici. **Costantino** si presentò come un imperatore che proteggeva entrambe le tradizioni, senza ancora imporre il Cristianesimo come unica religione di stato (ciò avverrà ufficialmente solo con l’**Editto di Tessalonica** del **380 d.C.** sotto **Teodosio I**). I festeggiamenti durarono 40 giorni, durante i quali si tennero giochi nell’**Ippodromo**, banchetti pubblici, distribuzioni di cibo e denaro alla popolazione. Ogni anno, l’anniversario dell’**11 maggio** veniva celebrato con processioni solenni: una statua dorata di **Costantino** veniva portata in trionfo lungo il percorso dell’**Ippodromo**, mentre i soldati rendevano omaggio all’immagine dell’imperatore fondatore. ## **L’eredità: come Costantinopoli ha cambiato la storia** ### **La divisione tra Oriente e Occidente** La fondazione di **Costantinopoli** accelerò e rese strutturale una divisione che stava già emergendo nell’assetto dell’impero. Con un centro di gravità politico, militare ed economico spostato a oriente, la parte occidentale dell’impero iniziò un lento ma inesorabile declino. Nel **395 d.C.**, alla morte di **Teodosio I**, l’impero fu ufficialmente diviso tra i suoi figli: **Arcadio** ottenne l’Oriente con capitale **Costantinopoli**, **Onorio** l’Occidente con capitale **Ravenna**. Nel **476 d.C.**, l’**Impero Romano d’Occidente** cessò di esistere. **Costantinopoli**, invece, sopravvisse per altri **977 anni**, fino alla conquista ottomana del **29 maggio 1453**. ### **Il baluardo della civiltà classica e cristiana** Per tutto il **Medioevo**, **Costantinopoli** svolse un ruolo insostituibile come: - Custode della cultura classica greca e latina: Le biblioteche e le scuole filosofiche di **Costantinopoli** conservarono e trasmisero testi di **Aristotele**, **Platone**, **Omero** e di gran parte della letteratura antica che l’Occidente **medievale** aveva dimenticato. La caduta del **1453** spinse molti intellettuali bizantini a rifugiarsi in **Italia**, contribuendo direttamente ad alimentare l’**Umanesimo** e il **Rinascimento**. - Fortezza della Cristianità: Per secoli, le mura di **Costantinopoli** — ampliate e potenziate da **Teodosio II** nel **413 d.C.** con la celebre **Cinta Teodosiana** — bloccarono le invasioni di **Avari**, **Arabi**, **Bulgari** e **Russi**, proteggendo l’**Europa** cristiana da ondate di conquista che avrebbero potuto cambiarla radicalmente. - Centro economico del mondo **Medievale**: La città era il punto d’incontro di mercanti europei, asiatici e africani, e il suo porto era tra i più attivi e redditizi del mondo conosciuto. ## **Domande Frequenti (FAQ)** **In che anno è stata fondata Costantinopoli?** Costantinopoli fu ufficialmente inaugurata l’11 maggio 330 d.C. dall’imperatore Costantino I il Grande. I lavori di costruzione erano iniziati intorno al 324–325 d.C., subito dopo la riunificazione dell’impero sotto Costantino. **Come si chiamava Costantinopoli prima di Costantino?** Prima della rifondazione costantiniana, la città si chiamava Bisanzio (*Byzantion* in greco), nome che deriva secondo la tradizione dal suo leggendario fondatore Byzas di Megara, che avrebbe fondato la colonia intorno al 657 a.C. Il nome “Bisanzio” è rimasto nella storiografia moderna per identificare l’Impero Romano d’Oriente e la sua civiltà (Impero Bizantino). **Perché Costantino spostò la capitale da Roma?** Costantino non “spostò” formalmente la capitale da Roma, che mantenne il suo prestigio simbolico. Creò piuttosto una seconda capitale più funzionale. I motivi principali furono: la posizione geografica di Roma troppo lontana dai fronti militari attivi (Danubio, Reno, Eufrate); la necessità di un centro di comando più vicino all’oriente ricco e popoloso dell’impero; il controllo delle fondamentali rotte commerciali del Bosforo; e probabilmente la volontà di costruire una capitale nuova, svincolata dalle tradizioni pagane del Senato romano, più adatta all’immagine di un impero in transizione verso il Cristianesimo. **Quanto durò Costantinopoli come capitale?** Costantinopoli rimase capitale ininterrotta per 1123 anni, dal 330 d.C. fino alla conquista ottomana del 29 maggio 1453. Fu poi capitale dell’Impero Ottomano fino al 1923, quando la nuova Repubblica Turca trasferì la capitale ad Ankara, e la città assunse il nome ufficiale di Istanbul. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Pillar --- ### [Dal Sinai un commentario perduto: i frammenti inediti di Diritto Romano riscoperti da Bernardakis](https://scriptamanentitalia.it/sinai-commentario-perduto-frammenti-inediti-diritto-romano-riscoperti-bernardakis/) **Published:** Aprile 24, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il manoscritto e la sua scrittura](#Il_manoscritto_e_la_sua_scrittura) - [I temi giuridici trattati: sponsalia, dote e tutela](#I_temi_giuridici_trattati_sponsalia_dote_e_tutela) - [Il diritto dotale e le novità paoline](#Il_diritto_dotale_e_le_novita_paoline) - [La tutela e le sorprese della lex Atilia](#La_tutela_e_le_sorprese_della_lex_Atilia) - [Eredità e metodo: i codici perduti come specchio del V secolo](#Eredita_e_metodo_i_codici_perduti_come_specchio_del_V_secolo) Non tutte le scoperte avvengono nel deserto o durante uno scavo archeologico. Alcune nascono nel silenzio di una biblioteca, sfogliando un manoscritto antico. È esattamente ciò che capitò allo studioso greco **Gregorios Bernardakis**, mentre esaminava i codici custoditi nel celebre **Monastero di Santa Caterina** sul **Monte Sinai**. **Bernardakis** notò che la copertina di uno di questi libri era stata realizzata incollando insieme fogli di papiro. Con la precisione tipica di un filologo, li separò con cura e fece una scoperta sorprendente: i frammenti di un antico commento giuridico, scritto in greco con caratteri *onciali*, ma ricco di termini *latini* e di citazioni tratte dal **diritto romano classico**. La scoperta diventava ancora più significativa considerando il contenuto di quelle pagine deteriorate. Il commentatore anonimo, come osservò subito **Rodolphe Dareste de la Chavannes** quando presentò la prima edizione del testo sul *Bulletin de Correspondance Hellénique* nel **1880**, scrisse probabilmente nella seconda metà del **V secolo**. L’opera si colloca quindi tra due date fondamentali: il **438**, anno in cui fu promulgato il **Codice Teodosiano**, e il **529**, anno di pubblicazione del **Codice Giustinianeo**. Si trattava di un documento prezioso di un’epoca di transizione, in cui la cultura giuridica dell’**Oriente greco** cercava di assorbire e trasmettere l’eredità del **diritto romano classico**, traducendola in una forma comprensibile per i giuristi e i pratici del diritto nelle province orientali dell’**Impero**. ## **Il manoscritto e la sua scrittura** Il tipo di scrittura utilizzata nei frammenti — la cosiddetta *onciale*, tipica dei manoscritti di pregio dell’età **Tardoantica** — è già di per sé un indizio utile per datare e contestualizzare l’opera. I termini latini, trascritti in alfabeto greco con frequenti errori ortografici che **Dareste** definì «deplorevoli», riflettono una realtà ben nota nell’Oriente **Tardoantico**: quella di scribi e commentatori che usavano il latino come lingua tecnica e specialistica, imparata sui libri, non parlata in famiglia. Espressioni come *contra bonos mores*, *retentio propter liberos*, *media capitis deminutio*, *usucapio* e *actio rei uxoriae* compaiono sparse nei frammenti nella loro forma latina originale, spesso trascritte in greco con una resa fonetica approssimativa. È come se la terminologia giuridica resistesse alla traduzione, ma perdesse per strada la sua esattezza grafica. Il compilatore aveva comunque piena consapevolezza delle fonti che stava commentando: **Paolo**, **Ulpiano** e con ogni probabilità **Gaio**, i tre grandi pilastri della giurisprudenza classica a cui il **Digesto giustinianeo** avrebbe in seguito riconosciuto la massima autorità. ## **I temi giuridici trattati: *sponsalia*, dote e tutela** I frammenti, suddivisi in sedici sezioni, affrontano tre grandi temi del **diritto privato romano**: il **diritto matrimoniale** e degli **sponsali**, il **diritto dotale** e la **tutela**. Sul primo fronte, spicca la questione della clausola penale nei contratti di fidanzamento. Il **frammento I** richiama la sanzione prevista in caso di rottura degli sponsali, citando sia il *Codex Gregorianus* — già perduto ai tempi di **Dareste** — sia il titolo **V** del libro **III** del *Codex Theodosianus*, dedicato appunto agli *sponsali* e alle donazioni prenuziali. La regola, giunta fino a noi attraverso il **Codice Giustinianeo** (**V**, **1**), stabiliva che la donna giuridicamente indipendente fosse tenuta a restituire fino al doppio della caparra nuziale ricevuta. Il frammento **VII** conserva invece un caso concreto di consulenza giuridica, probabilmente redatta dallo stesso commentatore. Si tratta di una stipulazione considerata contraria ai buoni costumi: un uomo prometteva di dare la propria sorella in sposa a un terzo in cambio di una ricompensa, con penale in caso di inadempimento. La risposta del giurista si richiama esplicitamente al **XV** libro dei *Responsa* di **Paolo**, dichiarando la stipulazione nulla in quanto *contra bonos mores*. ## **Il diritto dotale e le novità paoline** Tra i contributi più interessanti dei frammenti del **Sinai** alla conoscenza del **diritto romano classico**, spiccano alcuni testi dedicati al regime della *dote* nel matrimonio. Il frammento **III** affronta la distinzione tra due tipi di dote: la *dos profecticia*, costituita dal padre della sposa, e la *dos adventicia*, definita come quella «fornita da chiunque altro» (**Ulpiano**, **VI**, **3**). Il commentatore precisa però che esiste un caso paradossale in cui anche una dote di origine paterna può essere considerata *adventicia*. Questo caso viene chiarito nel frammento XI, che lo collega all’eccezione prevista dal *senatus consultum Macedonianum*: quando un figlio di famiglia — che abbia contratto un prestito — fornisce la dote per la propria figlia, il commentatore stabilisce che essa è da considerarsi avventizia, poiché il padre non l’ha costituita attingendo al proprio patrimonio. Di grande rilievo è anche un altro passaggio del frammento **III**, dedicato alla *retentio propter liberos*: in caso di divorzio per colpa della moglie, il marito aveva il diritto di trattenere un sesto della dote per ciascun figlio, fino a un massimo di tre sesti. **Paolo**, nel *libro VII ad Sabinum*, estendeva questa norma anche al caso di aborto procurato senza il consenso del marito, equiparando la donna che avesse abortito volontariamente a quella che avesse partorito un figlio vivo. **Dareste** sottolinea con forza che questo testo di **Paolo** era del tutto sconosciuto prima della scoperta **sinaitica**, rappresentando quindi un’aggiunta genuina e preziosa al corpus della giurisprudenza classica. Altrettanto significativa è la rivelazione contenuta nel frammento **XV**: le *Institutiones* di **Paolo** si estendevano ad almeno tre libri, mentre la tradizione fino ad allora nota ne conosceva soltanto due. ## **La tutela e le sorprese della *lex Atilia*** La sezione dedicata alla tutela — frammenti dal II al XIV, con numerosi rimandi a **Gaio** *de tutelis* — offre una quantità particolarmente ricca di informazioni inedite. Il frammento **II** presenta il caso di due fratelli iscritti per essere inviati in una colonia latina: perdendo la **cittadinanza romana** per acquisire la *latinitas*, entrambi subiscono la *media capitis deminutio*, una riduzione del loro status giuridico. La conseguenza diretta è che il fratello maggiore perde automaticamente la tutela sul minore, secondo il principio già enunciato da **Ulpiano** (**XI**, **9**). I frammenti **XII** e **XIII** aggiungono una precisazione fino ad allora sconosciuta agli studiosi: il tutore **atiliano** — quello nominato dal **pretore urbano** e dalla maggioranza dei **tribuni della plebe** in base alla *lex Atilia*, già documentata da **Gaio** (**I, 185**) — non poteva essere assegnato a un *Latinus*. Come riconosce esplicitamente **Dareste**, questa particolarità era del tutto ignota alla dottrina romanistica prima della pubblicazione dei frammenti **sinaitici**. Nello stesso contesto, il frammento **XIV** propone una definizione delle *impensae necessariae* — le spese indispensabili alla conservazione dei beni dotali — che lo studioso francese giudica «tanto elegante quanto nuova»: si tratta di quelle spese senza le quali il marito sarebbe stato condannabile nell’*actio rei uxoriae*. ## **Eredità e metodo: i codici perduti come specchio del V secolo** L’importanza dei **frammenti sinaitici** va ben oltre i singoli dati giuridici inediti: tocca una questione più ampia, quella del modo in cui il **diritto romano** veniva trasmesso e insegnato in **Oriente**. Il commentatore cita con disinvoltura sia i grandi codici tardoantichi — il *Codex Gregorianus*, il *Codex Hermogenianus* (entrambi perduti) e il **Codex Theodosianus** — sia le opere della giurisprudenza classica: i *Responsa* di **Paolo**, il trattato *de tutelis* attribuito a **Gaio** e il *Liber singularis de sponsalibus* di **Ulpiano**. Questa capacità di muoversi tra fonti di natura diversa rivela un ambiente scolastico di alto livello, in cui il commentatore sapeva confrontare testi di autorità differente e fornire anche consulenza pratica, come dimostra il caso descritto nel frammento **VII**. Il fatto che scrivesse in *greco* ma citasse in *latino* le leggi e i testi classici è la spia di una cultura giuridica bilingue, tipica delle grandi scuole di diritto orientali — ad **Alessandria**, a **Beirut**, a **Costantinopoli** — che tra il **V** e il **VI secolo** furono i veri laboratori in cui prese forma la grande compilazione **giustinianea**. La scoperta di **Bernardakis** e la sua pubblicazione da parte di **Dareste** nel **1880** restano un episodio esemplare nella storia della filologia giuridica: la dimostrazione che il patrimonio del *diritto romano* non era stato ancora interamente restituito alla luce, e che le biblioteche dei monasteri orientali potevano ancora custodire, tra le pagine di codici all’apparenza insignificanti, le voci di giuristi classici che i secoli avevano creduto per sempre perdute. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Antichi Sardi: storia, origini genetiche e civiltà](https://scriptamanentitalia.it/storia-antichi-sardi/) **Published:** Aprile 22, 2026 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [ll DNA degli antichi Sardi](#ll_DNA_degli_antichi_Sardi) - [Le culture di Ozieri e Monte Claro](#Le_culture_di_Ozieri_e_Monte_Claro) - [La civiltà Nuragica: il cuore dell’identità sarda](#La_civilta_Nuragica_il_cuore_dellidentita_sarda) - [Il popolo delle torri di pietra](#Il_popolo_delle_torri_di_pietra) - [L’enigma degli Shardana](#Lenigma_degli_Shardana) - [Le antiche tribù indigene: Iliensi, Balari e Corsi](#Le_antiche_tribu_indigene_Iliensi_Balari_e_Corsi) - [Le tre grandi etnie](#Le_tre_grandi_etnie) - [L’incontro e lo scontro con le potenze estere](#Lincontro_e_lo_scontro_con_le_potenze_estere) - [I rapporti con Fenici e Cartaginesi](#I_rapporti_con_Fenici_e_Cartaginesi) - [La resistenza contro Roma e i “Sardi Pelliti”](#La_resistenza_contro_Roma_e_i_%E2%80%9CSardi_Pelliti%E2%80%9D) - [Domande frequenti sugli antichi Sardi](#Domande_frequenti_sugli_antichi_Sardi) **La storia degli antichi Sardi rappresenta uno dei capitoli più affascinanti dell’archeologia mediterranea.** Dall’analisi del **DNA sardo**, che rivela una discendenza diretta dai primi agricoltori del Neolitico, alla costruzione dei complessi megalitici della **Civiltà Nuragica**, l’isola si distingue per un isolamento culturale e genetico che l’ha resa unica. In questa guida completa analizzeremo le tribù degli Iliensi e dei Balari, il legame con gli Shardana e la cronologia delle culture che hanno reso la Sardegna una terra di re pastori, guerrieri e monumenti millenari. ## ll DNA degli antichi Sardi Il **DNA** degli **antichi sardi** è tra i più studiati al mondo per una ragione precisa: rappresenta uno degli esempi meglio conservati del patrimonio genetico dei **primi agricoltori neolitici europei**, giunti dall’**Anatolia** circa **8.000 anni fa**. A differenza del resto d’Europa, la **Sardegna** non fu investita dalle successive ondate migratorie delle popolazioni della steppa eurasiatica (i cosiddetti *proto-indoeuropei*), né dalla diffusione massiccia dei popoli *bell-beaker*. L’isolamento geografico dell’isola funzionò come un **sigillo genetico**: le popolazioni native mantennero un profilo genomico arcaico, caratterizzato da un’alta frequenza dell’**aplogruppo G2a** nel cromosoma Y e dell’**aplogruppo H** nel DNA mitocondriale. Studi pubblicati su *Nature* e *Science* hanno dimostrato che i **sardi** moderni sono i discendenti più diretti di questi agricoltori **neolitici** ancora viventi in **Europa**. Per i genetisti, sequenziare il genoma di un antico sardo equivale a leggere una fotografia del continente europeo prima delle grandi trasformazioni dell’**età del bronzo**. Periodo / Cultura Cronologia Caratteristiche Principali **Genetica Neolitica** Circa 8.000 anni fa Isolamento genetico (Aplogruppi G2a e H), discendenza diretta dai primi agricoltori europei. **Cultura di Ozieri** 3200–2800 a.C. Costruzione delle *domus de janas*, ceramiche decorate, culti della fertilità e della Grande Madre. **Cultura di Monte Claro** 2700–2200 a.C. Transizione verso una società guerriera e pastorale, insediamenti difensivi. **Civiltà Nuragica** 1800–238 a.C. Oltre 7.000 torri megalitiche (nuraghi), società divisa in cantoni guidata dai “re pastori”, artigianato dei bronzetti. **Contatti Fenicio-Punici** IX–III sec. a.C. Empori commerciali costieri (Nora, Tharros), successiva conquista militare e sfruttamento agricolo da parte di Cartagine. **Dominazione Romana** Dal 238 a.C. Rivolta di Amsicora, resistenza infinita delle tribù dell’entroterra (i “Sardi Pelliti” in Barbagia). ### **Le culture di Ozieri e Monte Claro** Prima che si ergessero i **nuraghi**, la **Sardegna** fu segnata da due culture fondamentali che plasmarono le credenze e gli insediamenti dell’isola. La **cultura di Ozieri** (3200–2800 a.C. circa) rappresenta il picco del **Neolitico sardo**. Prende il nome dalla grotta di **San Michele**, presso **Ozieri**, dove furono rinvenuti per la prima volta i caratteristici manufatti ceramici a decorazione incisa e spiralata. I portatori di questa cultura: - Costruivano *domus de janas* (letteralmente «case delle fate»), tombe ipogeiche scavate nella roccia, alcune decorate con protomi taurine e simboli della Grande Madre. - Praticavano culti della fertilità legati a una divinità femminile, probabilmente associata alla **luna** - Organizzavano insediamenti stabili con una *proto-gerarchia* sociale visibile nella differenziazione dei corredi funerari. La **cultura di Monte Claro** (**2700**–**2200 a.C.**) segnò invece una transizione verso una società più guerriera e pastorale. Le ceramiche diventano più robuste e meno ornate, i villaggi più difensivi. Alcuni studiosi leggono in questa fase i prodromi dell’organizzazione tribale che avrebbe caratterizzato l’età nuragica. ## **La civiltà Nuragica: il cuore dell’identità sarda** ### **Il popolo delle torri di pietra** Tra il **1800 e il 238 a.C.** circa, la **Sardegna** fu dominata da una civiltà che non ha paralleli in nessun’altra area del **Mediterraneo**: la **civiltà nuragica**. Il suo simbolo è il *nuraghe*, una torre troncoconica costruita a secco con blocchi basaltici o granitici, senza malta, capace di raggiungere i 20 metri di altezza. Si contano ancora oggi oltre **7.000 nuraghi** sull’isola, ma le stime originali parlano di più di 10.000 strutture. Non si trattava solo di torri isolate: i nuraghi complessi (come **Su Nuraxi di Barumini**, patrimonio **UNESCO**) erano veri e propri fortilizi con bastioni, cortili, pozzi e villaggi annessi che potevano ospitare centinaia di persone. La struttura sociale nuragica era organizzata in **cantoni** autonomi, ciascuno governato da un capo-guerriero che alcuni studiosi definiscono “re pastore”: una figura che fondeva il potere politico, militare e religioso, e che legittimava la propria autorità attraverso il controllo delle risorse pastorali e la protezione del territorio. Le fonti di bronzo nuragiche, in particolare i celebri **bronzetti**, offrono uno spaccato straordinario di questa società: guerrieri con elmi cornuti, arcieri, sacerdoti con mantelli, figure femminili velate. Una civiltà che sapeva lavorare il metallo, commerciare, costruire e combattere. ### **L’enigma degli Shardana** Tra i misteri più affascinanti del mondo antico c’è il possibile legame tra gli **antichi sardi** e gli **Shardana** (o Sherden), uno dei cosiddetti **Popoli del Mare** che nel **XIII**–**XII secolo a.C.** devastarono le coste del Mediterraneo orientale, scontrandosi con l’Egitto di **Ramesse II** e contribuendo alla caduta delle grandi civiltà dell’età del bronzo. **Le tavolette egiziane li descrivono come guerrieri feroci, con elmi caratteristici dotati di corna e un disco centrale, armati di spade lunghe e scudi rotondi. La somiglianza con i bronzetti nuragici** è stata notata da decenni e ha alimentato due grandi teorie contrapposte: - **Teoria occidentalista**: Gli **Shardana** erano sardi che si erano spinti verso est come mercenari e predatori del mare, portando con sé la loro cultura guerriera. - **Teoria orientalista**: Gli **Shardana** erano un popolo egeo o anatolico che, dopo le turbolenze dei **Popoli del Mare**, si stabilì in **Sardegna**, dando il nome all’isola stessa. La verità è che le prove definitive mancano, ma la corrispondenza onomastica (**Shardana** → *Sardinia*) e iconografica resta uno degli indizi più suggestivi dell’archeologia mediterranea. Alcuni recenti studi genetici su resti dell’età del **Bronzo** sardo sembrano escludere massicci apporti di popolazioni egee, rafforzando l’ipotesi che gli **Shardana** fossero effettivamente di origine sarda o comunque occidentale. ## **Le antiche tribù indigene: Iliensi, Balari e Corsi** ### **Le tre grandi etnie** **Le fonti classiche greche e romane — in particolare Pausania**, **Diodoro Siculo** e **Pomponio Mela** — attestano l’esistenza di almeno tre grandi gruppi etnici indigeni che abitavano la **Sardegna** in epoca storica, ciascuno con una distribuzione territoriale ben precisa e caratteristiche culturali distinte: - **Iliensi** (o **Iolei**): considerati dai Greci i discendenti degli esuli troiani guidati da **Iolao**, nipote di **Eracle**. Abitavano le zone montuose centrali dell’isola, nell’area che corrisponde grossomodo all’attuale **Barbagia**. Erano i più tenaci nel resistere a qualsiasi dominazione straniera e mantennero la loro indipendenza *de facto* anche sotto **Roma**. Erano prevalentemente pastori e guerrieri. - **Balari**: popolazione di origine incerta, forse imparentata con gruppi iberici o nord-africani. Occupavano le zone nord-occidentali e settentrionali dell’isola. Le fonti li descrivono come particolarmente bellicosi e difficili da sottomettere, alleati degli **Iliensi** nelle rivolte anti-romane. - **Corsi**: abitavano la **Sardegna** settentrionale e le zone costiere del nord, in prossimità di quella che oggi è la **Corsica** (da cui il nome). Erano più aperti ai contatti commerciali con le potenze mediterranee rispetto alle altre due tribù. Queste tre etnie non formavano uno stato unitario ma coesistevano in un mosaico di alleanze, rivalità e autonomie locali, rendendo la conquista dell’isola straordinariamente difficile per chiunque ci provasse. ## **L’incontro e lo scontro con le potenze estere** ### **I rapporti con Fenici e Cartaginesi** I primi stranieri a stabilire contatti duraturi con gli **antichi sardi** furono i **Fenici**, a partire dal **IX–VIII secolo a.C.** Non vennero come conquistatori ma come commercianti: fondarono empori costieri come **Nora**, **Sulci**, **Tharros** e **Bithia**, insediandosi nelle aree litoranee senza mai spingersi sistematicamente nell’entroterra. Il rapporto con i nuragici fu inizialmente di reciproca convenienza: i **Fenici** offrivano ceramiche pregiate, manufatti in vetro, olio e vino; i sardi esportavano metalli (rame, piombo, argento), grano e bestiame. Alcune aree costiere mostrarono una progressiva **feniceizzazione**, con adozione di culti orientali come quello di **Astarte** e **Baal Hammon**. Con l’ascesa di **Cartagine** (dal **VI secolo a.C.**), la situazione cambiò radicalmente. I Cartaginesi trasformarono gli scali commerciali fenici in teste di ponte per una vera e propria conquista territoriale. Il generale **Malco** e poi **Asdrubale** e **Amilcare** condussero campagne militari che sottomisero le coste e la pianura del **Campidano**, mentre l’entroterra montuoso restò largamente indipendente. **Cartagine** estrasse dalla **Sardegna** enormi risorse agricole e minerarie, trattando l’isola come granario strategico. ### **La resistenza contro Roma e i “Sardi Pelliti”** Nel **238 a.C.**, sfruttando la crisi cartaginese post-Prima Guerra Punica, **Roma** si impadronì della **Sardegna** con un atto che lo stesso **Polibio** definì contrario al diritto internazionale. L’isola divenne provincia romana insieme alla **Corsica**, ma la sua sottomissione fu tutt’altro che immediata. La rivolta più celebre fu quella del **215 a.C.**, guidata dal nobile sardo-punico **Amsicora** in alleanza con **Cartagine** durante la **Seconda Guerra Punica**. **Amsicora** mobilitò le tribù indigene sperando in un sostegno cartaginese che arrivò troppo tardi e in forze insufficienti. Lo scontro decisivo avvenne nella **battaglia del Tirso**: le legioni romane travolsero i ribelli, il figlio di **Amsicora**, **Iosto**, cadde in battaglia e il padre, per non sopravvivere alla disfatta, si tolse la vita. Ma la vera, interminabile resistenza fu quella delle tribù delle montagne. I **Romani** coniarono un’espressione spregiativa per i sardi dell’entroterra che rifiutavano di sottomettersi: «**Sardi Pelliti**», ovvero «sardi vestiti di pelli», a indicare la loro vita primitiva e selvaggia rispetto agli standard romani. Si rifugiavano nella **Barbagia** — il cui stesso nome deriva dal latino *barbaria*, terra di barbari — e da lì conducevano incursioni continue sulle pianure controllate da **Roma**. Le fonti **romane** registrano decine di campagne militari contro questi ribelli tra il **II** e il **I secolo a.C.** I comandanti **romani** che riuscivano a infliggere sconfitte ai sardi celebravano il **trionfo** a **Roma**, il che testimonia quanto queste operazioni fossero considerate militarmente significative. Eppure la resistenza non cessò mai del tutto: alcune aree della **Barbagia** non furono mai realmente pacificate, e i **Balari** e gli **Iliensi** continuarono a essere un problema per l’amministrazione provinciale **romana** per secoli. ## **Domande frequenti sugli antichi Sardi** **Che lingua parlavano gli antichi sardi?** Gli **antichi sardi** parlavano una o più lingue pre-indoeuropee oggi estinte, note collettivamente come *paleosardo* o *protosardo*. Di questa lingua sopravvivono solo tracce in toponimi, idronimi e alcuni termini del sardo moderno (come *nuraghe* e *taccu*). Non è stata ancora decifrata né classificata con certezza in alcuna famiglia linguistica nota. **Che aspetto avevano gli antichi sardi?** Le analisi genetiche indicano che gli **antichi sardi** avevano probabilmente carnagione più scura, capelli scuri e occhi tendenzialmente marroni, tratti coerenti con i loro antenati agricoltori neolitici anatolici. I bronzetti nuragici raffigurano figure slanciate, con lineamenti marcati. Rispetto agli europei continentali dell’età del bronzo erano geneticamente più «meridionali» e *arcaici*. **Come si vestivano e quali armi usavano?** I **bronzetti nuragici** mostrano guerrieri con mantelli corti, gambali, elmi cornuti o a calotta e armati di spade a lama lunga, lance, archi e scudi rotondi. Le classi non guerriere indossavano tuniche di lana o lino. Le tribù dell’entroterra, come testimoniano i **Romani**, usavano anche pelli animali. L’armamento in bronzo era tecnologicamente paragonabile a quello delle altre civiltà mediterranee *coeve*. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Pillar --- ### [Giuliano l'Apostata: biografia dell'ultimo imperatore pagano](https://scriptamanentitalia.it/giuliano-apostata-biografia-ultimo-imperatore-pagano/) **Published:** Aprile 22, 2026 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico e l’infanzia sopravvissuta](#Il_contesto_storico_e_linfanzia_sopravvissuta) - [L’educazione e l’avvicinamento al Neoplatonismo](#Leducazione_e_lavvicinamento_al_Neoplatonismo) - [L’ascesa al potere: da Cesare in Gallia ad Augusto](#Lascesa_al_potere_da_Cesare_in_Gallia_ad_Augusto) - [Le campagne militari e la Battaglia di Strasburgo](#Le_campagne_militari_e_la_Battaglia_di_Strasburgo) - [Perché è chiamato “L’Apostata”? 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Membro della dinastia **costantiniana**, tentò di restaurare i culti tradizionali romani in aperto contrasto con il Cristianesimo ormai dominante nell’**Impero**. Giuliano l’Apostata – Dati Biografici **Nome completo** Flavio Claudio Giuliano **Nascita** 331 d.C., Costantinopoli **Morte** 26 giugno 363 d.C., Maranga (Mesopotamia) **Regno** 361 – 363 d.C. **Titolo** Augusto, Imperatore Romano **Dinastia** Costantiniana **Predecessore** Costanzo II **Successore** Gioviano **Religione** Neoplatonismo / Paganesimo romano **Noto per** Ultimo imperatore romano pagano; tentativo di restaurazione dei culti antichi **Fonti principali** Ammiano Marcellino, Libanio, Zosimo ## **Il contesto storico e l’infanzia sopravvissuta** **Giuliano** nacque in un clima di violenza dinastica che avrebbe segnato tutta la sua psicologia e la sua visione del **Cristianesimo**. Era figlio di **Giulio Costanzo**, fratellastro dell’imperatore **Costantino I**, e di **Basilina**. Quando **Costantino I** morì nel **337 d.C.**, i suoi tre figli — **Costantino II**, **Costante** e **Costanzo II** — orchestrarono una strage dei parenti maschi per eliminare ogni rivale al trono. Giuliano, allora bambino di sei anni, fu risparmiato insieme al fratellastro **Gallo** per la loro giovane età. Questo massacro, condotto da imperatori cristiani, rimase impresso nella sua mente come un elemento di distanza emotiva e intellettuale verso la nuova religione di Stato. **Dopo anni di semi-prigionia dorata, Giuliano** fu relegato insieme a **Gallo** nella villa di **Macellum**, in **Cappadocia**, lontano dalla vita politica di corte. Fu tuttavia proprio in questo isolamento forzato che maturò la sua straordinaria cultura. ## **L’educazione e l’avvicinamento al Neoplatonismo** **Giuliano ricevette una delle educazioni più raffinate del suo tempo**, che lo portò a diventare contemporaneamente **imperatore**, filosofo e scrittore proli*fico*. La sua formazione fu inizialmente cristiana, ma la lettura dei classici greci aprì strade ben diverse. A **Nicomedia** entrò in contatto con il retore **Libanio**, pagano convinto, le cui opere lo affascinarono profondamente. Il decisivo punto di svolta fu l’incontro con il filosofo neoplatonico **Massimo di Efeso**, teurgo e seguace di **Giamblico**, che lo iniziò ai misteri pagani intorno al **351 d.C.** Da quel momento **Giuliano** abbracciò segretamente il paganesimo neoplatonico, intessuto di misticismo solare, *teurgia* e culto del **Sol Invictus**, pur continuando a professarsi cristiano in pubblico per ragioni di sopravvivenza politica. La sua produzione letteraria — fra cui spiccano le orazioni *Alla Madre degli Dei*, l’*Antiochiaco* e il satirico *I Cesari* — rivela una mente di rara profondità, il che spiega la fascinazione che la sua figura esercitò sugli intellettuali di ogni epoca. ## **L’ascesa al potere: da Cesare in Gallia ad Augusto** **Giuliano** divenne imperatore attraverso un percorso militare prima che politico, impostosi nonostante la diffidenza del cugino **Costanzo II** che lo aveva nominato **Cesare** nel **355 d.C.** con intenti puramente strumentali. **Costanzo II** lo inviò in **Gallia** come **Cesare junior**, convinto che il cugino-filosofo fosse troppo inesperto per rappresentare una minaccia. **Giuliano** smentì clamorosamente questa valutazione, dimostrando un talento militare sorprendente: riorganizzò le province galliche devastate dalle incursioni dei barbari, migliorò la riscossione fiscale riducendo le ingiustizie dei funzionari imperiali e guadagnò la totale fedeltà delle legioni. ## **Le campagne militari e la Battaglia di Strasburgo** **La Battaglia di Strasburgo** (**357 d.C.**) fu la consacrazione militare di **Giuliano**, una delle più decisive vittorie **romane** del **IV secolo** contro i popoli **germanici**. Lo scontro vide le legioni romane sotto il comando di **Giuliano** affrontare una coalizione di tribù alamanne guidata dal re **Cnodomario**. Con un esercito inferiore per numero — circa **13.000 romani** contro **35.000 alamanni** secondo le stime di **Ammiano Marcellino** — **Giuliano** sfruttò la disciplina delle coorti e la superiorità tattica per sbaragliare completamente il nemico. La vittoria consolidò la frontiera renana, portò alla cattura di **Cnodomario** e fece esplodere la popolarità di **Giuliano** tra i soldati. Nel **360 d.C.**, quando **Costanzo II** ordinò il trasferimento delle legioni galliche in Oriente, i soldati si ribellarono a **Parigi** e proclamarono **Giuliano** *Augusto* per acclamazione. La guerra civile fu evitata solo dalla morte improvvisa di **Costanzo II** nel **361 d.C.**, che lasciò **Giuliano** unico padrone dell’Impero. ## **Perché è chiamato “L’Apostata”? Il distacco dal Cristianesimo** Il soprannome **«Apostata»** gli fu affibbiato dai cristiani per indicare il suo abbandono pubblico e formale della fede cristiana, atto che nel gergo teologico si chiama *apostasia* (dal greco *apostasía*, «abbandono»). Non appena si sentì sicuro sul trono, nel **361 d.C.**, **Giuliano** rese pubblico il suo paganesimo con gesto deliberato e plateale. Non si trattava di indifferenza religiosa, ma di una scelta filosofica e politica matura, elaborata in vent’anni di studi segreti. **Giuliano** era convinto che la tradizione politeista greco-romana fosse la vera anima spirituale dell’**Impero** e che il Cristianesimo ne stesse erodendo le fondamenta culturali e morali. La sua ostilità verso il **Cristianesimo** aveva anche una componente personale: i responsabili del massacro familiare del **337** erano stati imperatori cristiani, e il **Dio** dei cristiani — a sua detta — aveva permesso quell’orrore senza intervenire. ## **Le riforme religiose: l’ultimo tentativo pagano** Le riforme religiose di **Giuliano** miravano a costruire una chiesa pagana organizzata, capace di competere con quella cristiana sul piano istituzionale, morale e assistenziale. **I suoi principali editti religiosi includono:** - **Editto di tolleranza (361/362 d.C.)**: proclamò la libertà di culto per tutte le religioni, ordinò la riapertura dei templi pagani e la restituzione dei beni confiscati alla **Chiesa** - **Editto scolastico** del **giugno 362 d.C.**: vietò ai cristiani di insegnare i testi classici greco-latini, ritenendo contraddittorio commentare **Omero** o **Platone** senza credere negli dèi da essi descritti; di fatto escludeva i cristiani dall’istruzione superiore - **Revoca dei privilegi ecclesiastici**: eliminò le esenzioni fiscali del clero **cristiano** e i sussidi statali alle chiese - **Ritorno dei vescovi esiliati**: richiamò i **vescovi** “eretici” espulsi dalla **Chiesa ortodossa**, favorendo *deliberatamente* le divisioni interne al **Cristianesimo** - **Riorganizzazione del sacerdozio pagano**: strutturò un clero pagano gerarchico, con obblighi di condotta morale e assistenza ai poveri, chiaramente modellato sull’organizzazione ecclesiastica **cristiana** **Giuliano** fu anche il primo imperatore a rifiutare il titolo di *Dominus* (Signore), preferendo presentarsi come *primus inter pares* in linea con la tradizione repubblicana. ## **L’amministrazione civile e l’economia dell’Impero** Sul piano amministrativo, **Giuliano** fu un riformatore pragmatico e antisprecone, che combatté la corruzione e il gigantismo burocratico ereditati dai predecessori. Appena giunto a **Costantinopoli**, istituì un tribunale speciale — il cosiddetto *Tribunale di Calcedonia* — per giudicare i corrotti consiglieri di **Costanzo II**, facendone condannare e giustiziare diversi. Ridusse drasticamente il numero dei funzionari di palazzo (*palatini*), che sotto **Costanzo** erano diventati una casta parassitaria, e abbassò le imposte nelle province più tartassate, in particolare in **Gallia** e **Asia Minore**. Rifiutò il fasto cerimoniale della **corte**, tornando a una vita sobria ispirata all’ideale filosofico stoico, e accordò al **Senato** ampie esenzioni fiscali per ristabilirne il prestigio. Queste politiche gli guadagnarono grande popolarità tra i ceti popolari, ma crearono tensioni con la **burocrazia** e con la **gerarchia militare cristiana**. ## **La campagna in Persia e la morte (363 d.C.)** La campagna persiana del **363 d.C.** fu l’errore fatale di **Giuliano**, un’impresa grandiosa concepita sul modello di **Alessandro Magno** e **Traiano** che si trasformò in un disastro strategico. Il **5 marzo 363 d.C.**, **Giuliano** partì da **Antiochia** alla testa di un esercito di circa **65.000 uomini** — la più grande armata romana radunata in quel secolo. Avanzò lungo l’Eufrate, costrinse i Persiani a chiudersi in **Ctesifonte**, bruciò la propria flotta fluviale per motivare i soldati a non tornare indietro, e tentò l’assalto alle mura della capitale sasanide. L’attacco fallì e, senza la possibilità di ritirarsi via fiume, l’esercito fu costretto a una logorante ritirata nel deserto mesopotamico. **Il 26 giugno 363 d.C.**, nei pressi di **Maranga** (o **Samarra**), durante un’imboscata persiana, **Giuliano** fu colpito da una lancia al fianco destro. Trasportato nella sua tenda, morì nella notte. Aveva **32 anni**. **Ammiano Marcellino**, testimone oculare della campagna, narra che **Giuliano** affrontò la morte con stoica compostezza filosofica, discutendo di immortalità dell’anima con i suoi amici filosofi. ## **L’eredità storica e il mito di Giuliano l’Apostata** **Giuliano l’Apostata** è rimasto una delle figure più controverse e affascinanti della storia romana, capace di suscitare ammirazione e condanna a distanza di **XVII secolo**i. ## **Le fonti antiche sono profondamente polarizzate:** - **Ammiano Marcellino**, pagano e soldato nella campagna persiana, ne tratteggia un ritratto ammirato, sottolineando le virtù militari, la cultura e la moderazione. - **Zosimo**, storico pagano di età successiva, lo celebra come ultimo baluardo dell’antica civiltà. - I cronisti cristiani — da **Gregorio di Nazianzo** a **Teodoreto di Cirro** — lo dipingono come un tiranno empio e strumento del demonio. Nel **Rinascimento**, **Giuliano** fu rivalutato dagli umanisti come figura tragica di intellettuale al potere, anticipatore della laicità e del ritorno ai classici. Nel **Settecento illuminista**, **Voltaire** ne fece quasi un eroe *ante litteram* della lotta contro l’oscurantismo religioso, un paladino della ragione contro la superstizione. Nell’**Ottocento**, **Henrik Ibsen** gli dedicò il dramma *Cesare e Galileo* (1873), e nel **Novecento** **Gore Vidal** il romanzo *Julian* (1964), entrambi testi che ne esplorano la tragedia di un uomo fuori dal suo tempo. La figura di **Giuliano** continua a interrogarci perché incarna una domanda sempre aperta: cosa sarebbe stato dell’Occidente se il paganesimo classico non fosse scomparso? ## **Domande Frequenti (FAQ) su Giuliano l’Apostata** ### **Perché Giuliano l’Apostata perseguitò i cristiani?** **La “persecuzione” di Giuliano fu legislativa e burocratica, mai cruenta o violenta**. A differenza delle precedenti persecuzioni anticristiane, Giuliano non ordinò mai esecuzioni per motivi religiosi. I suoi strumenti furono legali: l’esclusione dei cristiani dall’insegnamento pubblico (*Editto scolastico del 362*), la revoca dei privilegi economici del clero, e il favoritismo verso i pagani nelle nomine civili e militari. La sua strategia era quella di marginalizzare il Cristianesimo culturalmente ed economicamente, non di sterminarne i fedeli. **Ammiano Marcellino** stesso, pur pagano, critica alcune di queste misure come eccessive e ingiuste. ### **Cosa significa la frase “Vicisti, Galilaee”?** **“Hai vinto, o Galileo” è la frase leggendaria attribuita a Giuliano morente**, rivolta al Cristo inteso come il “Galileo” per eccellenza. La tradizione vuole che, ferito a morte e cosciente che con lui finiva il sogno della restaurazione pagana, Giuliano abbia pronunciato queste parole riconoscendo la vittoria definitiva del Cristianesimo. La frase è tuttavia quasi certamente apocrifa: fu riportata per la prima volta da **Teodoreto di Cirro**, storico cristiano scritto decenni dopo i fatti e apertamente ostile a Giuliano, e non appare in Ammiano Marcellino né in altre fonti coeve attendibili. ### **Chi ha ucciso Giuliano l’Apostata?** **L’identità dell’assassino di Giuliano rimase ignota già ai contemporanei**, e questa ambiguità ha alimentato secoli di ipotesi e leggende. **Ammiano Marcellino** riferisce semplicemente che Giuliano fu colpito da una lancia durante l’imboscata persiana del **26 giugno 363 d.C.**, senza identificare il feritore. Alcune fonti cristiane successive insinuarono che a scagliare la lancia fosse stato un soldato cristiano del suo stesso esercito, stanco della politica religiosa dell’imperatore. La tradizione cristiana medievale trasformò persino la morte in un atto provvidenziale divino. Allo stato attuale delle fonti, **l’uccisore di Giuliano rimane ufficialmente anonimo**. ## FONTI ### **Fonti favorevoli o neutrali (pagane)** - **Giuliano stesso** (**331**–**363 d.C.**) — *Opere complete*: **8** *Discorsi* (tra cui *Alla Madre degli Dei*, *Inno al Sole*, *Il Misopogon*, *I Cesari*, *Contro i Galilei*), oltre a circa **80** *Lettere* e vari *Panegirici* (per **Costanzo II**, per **Eusebia**, per **Salustio**). Fonte primaria e autobiografica di primissimo rango. - **Libanio di Antiochia** (**314**–**393 d.C.**) — *Oratio XVIII* (*Epitafio per Giuliano*): ampio elogio funebre, ricco di dettagli biografici; *Oratio I* (*Autobiografia*): contiene numerosi riferimenti al rapporto con **Giuliano**; *Epistolario*: centinaia di lettere che attestano la rete intellettuale attorno all’imperatore. **Libanio** fu amico e maestro di **Giuliano** e attribuisce esplicitamente la morte a un soldato cristiano del suo esercito. - **Ammiano Marcellino** (ca. **330**–**400** d.C.) — *Res Gestae*, libri **XV**–**XXV**: la fonte più autorevole e dettagliata, scritta da un testimone oculare della campagna persiana. Narra le campagne in **Gallia** (libri **XV**–**XVIII**), l’ascesa al potere (libri **XX**–**XXI**) e il regno e la morte (libri **XXII**–**XXV**). **Ammiano** è pagano ma storico rigorosamente equanime; critica alcune misure di **Giuliano** pur ammirando la sua figura complessiva. - **Zosimo** (V–VI **Secolo** d.C.) — *Historia Nova*, libro **III**: sintetizza il regno di **Giuliano** celebrandolo come l’ultimo grande imperatore pagano e attribuendo il declino dell’Impero alla svolta cristiana di **Costantino**. Dipende parzialmente da **Eunapio**. - **Eunapio di Sardi** (ca. **345**–**420 d.C.**) — *Vite dei filosofi e dei sofisti*: ritratti di **Massimo di Efeso**, **Giamblico** e altri filosofi pagani vicini a **Giuliano**; *Historiae* (perdute, ma usate da **Zosimo**): narrazione filosofica e filo-pagana del regno. ### **Fonti ostili (cristiane)** - **Gregorio di Nazianzo** (**329**–**390 d.C.**) — *Oratio IV* e *Oratio V* (*Contro Giuliano I* e *II*): violenta requisitoria scritta poco dopo la morte dell’imperatore, che lo ritrae come *tyranno* empio e strumento del demonio. Fonte di parte, ma storicamente preziosa per la reazione cristiana contemporanea. - **Efrem il Siro** (**306**–**373 d.C.**) — *Inni contro Giuliano* (in siriaco): testi poetici di immediata reazione alla morte dell’imperatore, con toni esultanti; fonte importante per la ricezione orientale. - **Filostorgio** (ca. **368**–**439 d.C.**) — *Historia Ecclesiastica* (parzialmente perduta, nota attraverso epitomi di **Fozio**): storico ariano, riporta la variante secondo cui **Giuliano**, morente, avrebbe scagliato il sangue verso il sole maledicendo gli dèi. - **Teodoreto di Cirro** (ca. **393**–**458 d.C.**) — *Historia Ecclesiastica*, libri **III**–**IV**: fonte che per prima riporta la leggendaria frase «*Vicisti, Galilaee*», scritto decenni dopo i fatti con esplicita intenzione apologetica cristiana. Storicamente inattendibile sui dettagli della morte. - **Socrate Scolastico** (ca. **380**–**450** d.C.) — *Historia Ecclesiastica*, libro **III**: resoconto moderato rispetto ad altri autori cristiani, con informazioni utili sulle riforme religiose e scolastiche. - **Sozomeno** (ca. **400**–**450** d.C.) — *Historia Ecclesiastica*, libri **V**–**VI**: parallelo a **Socrate Scolastico**, con dettagli aggiuntivi sull’*Editto scolastico del 362* e sulla reazione cristiana. ### **Fonti tardive e bizantine** - **Giovanni Malala** (**VI secolo** d.C.) — *Chronographia*: cronaca che riporta una versione della ferita mortale di **Giuliano** diversa da **Ammiano**, collocandola all’altezza dell’ascella. - ***Chronicon Paschale*** (**VII** sec. d.C.) — cronaca anonima che riprende la versione di **Filostorgio** sulla morte. - **Fozio di Costantinopoli** (ca. **810**–**893 d.C.**) — *Bibliotheca*: contiene importanti epitomi di **Filostorgio** ed **Eunapio**, altrimenti perduti, fondamentali per ricostruire le fonti pagane. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Pillar --- ### [L’Omero ritrovato nelle bende di una mummia di epoca Romana](https://scriptamanentitalia.it/omero-ritrovato-bende-mummia-poca-romana/) **Published:** Aprile 22, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Ad **Al Bahnasa**, nell’antico sito di **Ossirinco**, in **Egitto**, è emersa una scoperta straordinaria che unisce il mondo dei rituali funerari alla grande letteratura classica. La **Missione Archeologica di Ossirinco**, coordinata dall’**Istituto di Studi del Vicino Oriente Antico** dell’**Università di Barcellona** e guidata da **Maite Mascort** ed **Esther Pons**, ha infatti identificato un papiro con un frammento dell'*Iliade* di **Omero** all’interno di una tomba di epoca **Romana**, databile a circa 1600 anni fa. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La scoperta, annunciata ufficialmente dal **Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto** il ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La Riforma dell'Esercito di Augusto](https://scriptamanentitalia.it/riforma-esercito-augusto/) **Published:** Aprile 16, 2026 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Perché Augusto ha riformato l’esercito romano?](#Perche_Augusto_ha_riformato_lesercito_romano) - [I 4 Pilastri della Riforma Militare Augustea](#I_4_Pilastri_della_Riforma_Militare_Augustea) - [La creazione di una carriera militare professionale](#La_creazione_di_una_carriera_militare_professionale) - [Il congedo e l’Aerarium Militare](#Il_congedo_e_lAerarium_Militare) - [La Guardia Pretoriana](#La_Guardia_Pretoriana) - [Truppe ausiliarie e difesa dei confini](#Truppe_ausiliarie_e_difesa_dei_confini) - [Domande Frequenti (FAQ)](#Domande_Frequenti_FAQ) La riforma militare di **Augusto**, iniziata nel **30 a.C.** dopo la battaglia di **Azio**, ha trasformato l’esercito romano da una milizia di cittadini temporanea a un esercito permanente e professionale. **Augusto** ridusse le legioni da oltre **60** a **28**, istituì una ferma fissa di **20** anni per i legionari, creò l’*Aerarium Militare* per garantire una pensione in denaro ai veterani e fondò la **Guardia Pretoriana** come corpo d’élite a protezione dell’imperatore. ## Perché Augusto ha riformato l’esercito romano? Alla fine delle guerre civili ( **133** – **31 a.C.** ), **Roma** si trovava con un problema strutturale gravissimo: decine di eserciti fedeli non allo **Stato**, ma ai singoli generali che li pagavano e li ricompensavano con terre. **Silla**, **Mario**, **Pompeo**, **Cesare**, **Antonio** — ciascuno aveva usato i propri soldati come leva politica e militare personale, destabilizzando la **Repubblica**. Il pericolo non era solo militare: i veterani congedati spesso ricevevano terre confiscate ai civili, generando tensioni sociali profonde che alimentavano nuovi cicli di violenza. Dopo **Azio**, **Augusto** si trovò a gestire circa 60 legioni — un numero insostenibile economicamente e politicamente pericoloso. La sua soluzione fu radicale: trasformare l’esercito in una struttura permanente, stipendiata dallo **Stato** e fedele unicamente alla figura imperiale, togliendo ai comandanti sul campo qualsiasi base di potere autonomo. Come racconta lo stesso **Augusto** nelle *Res Gestae Divi Augusti*, nel corso del suo **principato** mandò in congedo non meno di 300.000 veterani, sistemandoli con terre o denaro. ## I 4 Pilastri della Riforma Militare Augustea ### La creazione di una carriera militare professionale Il cambiamento più radicale fu la creazione di una carriera militare che accumulava durante il tempo una serie di bonus, così che il legionario fosse interessato a rimanere fedele allo Stato piuttosto che a seguire il generale che gli prometteva il bottino. Con la riforma, il legionario diventa un professionista che serve per tutta la vita lavorativa. La ferma iniziale fu fissata a 16 anni, con ulteriori 4 anni come *veteranus* (riservista), per un totale di 20 anni; in seguito, a partire dal **5 d.C.**, la ferma attiva fu portata a 20 anni, più 5 come *evocatus*, per un totale di 25. Per gli ausiliari — truppe reclutate tra i non cittadini delle province — la ferma fu fissata fin dall’inizio a 25 anni. La paga era fissa e corrisposta in tre rate annuali: un legionario guadagnava **225 denari** all’anno (equivalenti a **900 sesterzi**), pagati il **primo gennaio**, il **primo maggio** e il **primo settembre**. A titolo comparativo, il pane quotidiano e i beni di prima necessità erano alla portata di questa paga, ma il vero incentivo era la buonuscita al congedo. ### Il congedo e l’Aerarium Militare Il problema cronico dell’esercito repubblicano era la pensione: i veterani ricevevano terre spesso confiscate ai civili, causando risentimenti e disordini sociali. **Augusto** risolse il problema nel **6 d.C.** creando l’*Aerarium Militare*, una cassa militare separata finanziata da due nuove imposte: la *vicesima hereditatium* (5% sulle eredità) e la *centesima rerum venalium* (1% sulle vendite). Al momento dell’*honesta missio* (congedo onorevole), il veterano riceveva un *praemium* in denaro liquido: 12.000 sesterzi per un legionario, 20.000 per un pretoriano. **Augusto** stesso donò 170 milioni di sesterzi come capitale iniziale della cassa. Questo sistema eliminava il legame tra il soldato e il proprio generale come “benefattore personale”, trasferendo la gratitudine e la fedeltà direttamente all’imperatore e alle istituzioni dello **Stato**. ### La Guardia Pretoriana La Guardia **Pretoriana** fu l’innovazione più visibile e simbolica della riforma. Tra il **27** e il **20 a.C.** **Augusto** organizzò un corpo d’élite di 9 coorti pretoriane, numero non casuale: 10 avrebbero costituito una legione, violando formalmente il divieto ancestrale di mantenere truppe armate all’interno del *pomerium* di Roma. Ciascuna coorte era *quingenaria*, composta da circa 480–500 uomini, per un totale di circa 4.500 pretoriani sotto **Augusto**. I pretoriani godevano di condizioni privilegiate rispetto ai legionari ordinari: la ferma era di soli 16 anni, la paga superiore, e la buonuscita alla fine del servizio ammontava a **20.000 sesterzi**. Per motivi di sicurezza, **Augusto** tenne solo 3 coorti a **Roma** e le restanti 6 nelle città della penisola italica; sarà il prefetto del pretorio **Seiano**, sotto **Tiberio**, a concentrarle tutte nell’*Urbe* nel **23 d.C.**, gettando i semi del futuro strapotere pretoriano. ### Truppe ausiliarie e difesa dei confini Le *auxilia* erano reparti reclutati tra i popoli non-cittadini delle province e delle regioni frontaliere: Batavi, Traci, Numidi, Siri — ciascuno portava con sé competenze militari specifiche come arcieri a cavallo, frombolieri, o fanteria leggera. **Augusto** fu il primo a strutturare questi contingenti in maniera permanente, assegnandoli stabilmente ai confini delle province d’origine per 25 anni di servizio. La ricompensa per questo lungo servizio era considerevole: al momento del congedo, l’ausiliare otteneva il *praemium* finale, la cittadinanza romana, la legalizzazione dei matrimoni contratti durante il servizio (*ius connubii*), e i figli potevano aspirare all’arruolamento nelle legioni. Questo sistema trasformò le frontiere imperiali in zone di integrazione progressiva, dove i barbari perimetrali diventavano romani nel giro di una generazione. **Caratteristica****Esercito Repubblicano (prima di Augusto)****Esercito Imperiale (Riforma di Augusto)****Natura delle truppe**Leva obbligatoria, milizia cittadina temporaneaVolontari professionisti, esercito permanente**Durata del servizio**Variabile, legata alla durata della campagnaFissa: 20 anni (legionari), 25 (ausiliari)**Fedeltà**Spesso al singolo generale (Cesare, Silla, Antonio)Direttamente all’Imperatore e allo Stato**Pensione (*honesta missio*)**Terre confiscate, fonte di tensioni politicheDenaro liquido tramite l’*Aerarium Militare* **Costo per lo Stato**Variabile, a carico spesso del generaleStrutturale, ~2,5% del PIL imperiale **Guardia imperiale**Assente (proibito stazionare truppe a Roma)9 coorti pretoriane, paga tripla dei legionari **Truppe non-cittadine**Utilizzo irregolare degli alleati (*socii*)*Auxilia* sistematizzate, cittadinanza al congedo ## **Domande Frequenti (FAQ)** **Quante legioni aveva Augusto?** Dopo la battaglia di Azio (31 a.C.), Augusto ridusse le legioni da oltre 60 a 28. Il numero scese ulteriormente a 25 dopo il disastro della foresta di Teutoburgo nel 9 d.C., quando tre legioni intere (XVII, XVIII, XIX) furono annientate dalle tribù germaniche di Arminio. **Come venivano pagati i soldati di Augusto?** I legionari ricevevano uno *stipendium* fisso di 225 denari annui (900 sesterzi), versato in tre rate uguali. Al momento del congedo onorevole, ricevevano una buonuscita (*praemium*) di 12.000 sesterzi finanziata dall’*Aerarium Militare*, la cassa militare creata da Augusto nel 6 d.C.. **Cos’era l’Aerarium Militare?** Era una cassa militare separata dall’erario statale, istituita da Augusto nel 6 d.C. per finanziare le pensioni dei veterani. Era alimentata da due imposte: il 5% sulle successioni e l’1% sulle vendite, più una donazione iniziale personale di Augusto di 170 milioni di sesterzi. **Qual era la differenza tra legionari e ausiliari?** I legionari erano cittadini romani, servivano 20 anni e ricevevano 225 denari annui. Gli ausiliari erano non cittadini delle province, servivano 25 anni, ricevevano circa un sesto in meno di paga, ma al congedo ottenevano la cittadinanza romana per sé e per i propri figli. **Quando fu istituita la Guardia Pretoriana?** Augusto la organizzò tra il 27 e il 20 a.C. come corpo d’élite di 9 coorti (circa 4.500 uomini). Godevano di privilegi rispetto ai legionari: ferma di 16 anni, paga superiore e buonuscita di 20.000 sesterzi al congedo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Pillar --- ### [Diocleziano: riforme, tetrarchia e rinascita dell’Impero Romano](https://scriptamanentitalia.it/diocleziano-riforme-tetrarchia-impero-romano/) **Published:** Aprile 3, 2026 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini familiari e carriera militare](#Origini_familiari_e_carriera_militare) - [La guerra civile contro Carino](#La_guerra_civile_contro_Carino) - [La situazione dell’impero all’arrivo di Diocleziano](#La_situazione_dellimpero_allarrivo_di_Diocleziano) - [La ribellione di Carausio e la Diarchia](#La_ribellione_di_Carausio_e_la_Diarchia) - [L’invenzione della Tetrarchia](#Linvenzione_della_Tetrarchia) - [La guerra persiana contro Narsete](#La_guerra_persiana_contro_Narsete) - [La propaganda imperiale di Diocleziano](#La_propaganda_imperiale_di_Diocleziano) - [La riforma dello stato di Diocleziano](#La_riforma_dello_stato_di_Diocleziano) - [Il diritto romano sotto Diocleziano](#Il_diritto_romano_sotto_Diocleziano) - [La riforma del fisco e il dirigismo economico](#La_riforma_del_fisco_e_il_dirigismo_economico) - [L’editto dei prezzi](#Leditto_dei_prezzi) - [La lotta al Manicheismo](#La_lotta_al_Manicheismo) - [La grande persecuzione contro i Cristiani](#La_grande_persecuzione_contro_i_Cristiani) - [L’abdicazione di Diocleziano](#Labdicazione_di_Diocleziano) - [La crisi e il crollo della tetrarchia](#La_crisi_e_il_crollo_della_tetrarchia) Nato e cresciuto in ambiente militare, scala la gerarchia dell’esercito abbastanza rapidamente e, con un colpo di mano, ottiene, dopo una breve guerra civile, il potere assoluto. Essendo sostanzialmente un imperatore soldato, **Diocleziano** si dedica da subito al contrasto di invasioni e ribellioni sul territorio e, per ragioni prettamente militari e organizzative, istituisce dapprima una diarchia con il collega **Massimiano**, la quale evolve in pochi anni nella cosiddetta «tetrarchia», una nuova e articolata forma di governo in cui quattro imperatori si spartiscono l’amministrazione dell’impero. La **tetrarchia** era un ambizioso progetto che aveva il compito di risolvere l’annosa questione della successione imperiale, un problema ormai strutturale nell’apparato statale **romano** che aveva pesantemente indebolito il potere politico e causato una prolungata instabilità. **Diocleziano** è uno dei più importanti riformatori nella storia romana. Fondamentale è la riforma amministrativa, attraverso la quale cercò di ottenere un controllo estremamente capillare su tutti i territori dell’impero ma di assoluto rilievo sono anche le riforme finanziarie, volte a contenere l’aumento dei prezzi e l’inflazione galoppante. I suoi interventi nella politica religiosa si tradussero invece nel contrasto alla emergente religione cristiana: è con lui infatti che si assiste alla prima vera grande persecuzione contro i fedeli di **Cristo**. Nonostante non tutte le riforme da lui promosse abbiano raggiunto gli obiettivi prefissati, **Diocleziano** rimane uno dei personaggi che più di ogni altro ha influenzato la storia di **Roma**, in grado di garantire una certa stabilità e un nuovo ordine allo **Stato**, che permetterà all’impero romano di sopravvivere per almeno altri due secoli. ## **Origini familiari e carriera militare** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/2-Origini-familiari-e-carriera-militare-di-Diocleziano-1024x480.webp "2 - Origini familiari e carriera militare di Diocleziano - Scripta Manent Italia")**Diocle**, questo il suo nome originario, era figlio di uno scriba, uno schiavo liberato al servizio del **Senatore Anullino**, e della madre **Dioclea**, secondo il racconto riportato dallo storico antico **Aurelio Vittore**. Non si ha certezza del suo luogo di nascita. L’ipotesi più attendibile è che **Diocleziano** sia nato nella città di **Dioclea**, a circa un chilometro a nord dell’attuale **Podgorica**, in **Montenegro**. Un’altra teoria sostiene invece che sia nato a **Salona**, in **Dalmazia**, tesi sostenuta dal fatto che proprio in quella città **Diocleziano** decise di costruire il suo palazzo imperiale una volta ritiratosi in pensione. Circa la data di nascita, sappiamo che nacque il **22 dicembre** ma anche in questo caso non abbiamo la certezza dell’anno: alcuni ritengono che sia nato nel **243 d.C.** e che sia morto a **68 anni**; altri sostengono che sia nato nel **236 d.C.** e che, a **68 anni**, si sia in realtà ritirato dal potere. Il giovane **Diocle** intraprese quasi subito la via della carriera militare. Questa scelta è in realtà perfettamente compatibile con il suo periodo storico. Qualche decennio prima, l’imperatore **Gallieno** aveva infatti operato una riforma dell’esercito che permetteva anche ai cittadini romani di bassa estrazione di arruolarsi con la reale prospettiva di una carriera soddisfacente nell’apparato militare. Arruolarsi rappresentava dunque l’unico vero metodo con cui le famiglie romane dei ranghi inferiori potevano aspirare a migliorare la loro condizione sociale. Inoltre, l’esercito di stanza ormai da anni nella regione dell’**Illirico** si occupava anche del reclutamento delle nuove leve: facile perciò che **Diocle** sia stato invitato dagli stessi ufficiali **romani** ad arruolarsi già nei primi anni della sua giovinezza. Non abbiamo fonti che ci spieghino in maniera puntuale la sua carriera militare; sappiamo solamente che venne eletto governatore della **Mesia** (*Dux Maesiae*), provincia importante e delicata allo stesso tempo in quanto particolarmente esposta ad incursioni e invasioni dei popoli che abitavano oltre il fiume **Danubio**. In pochi anni, **Diocle** deve aver evidentemente dimostrato notevoli capacità militari, dal momento che lo ritroviamo come guardia a cavallo dell’imperatore **Caro**. Quest’ultimo, impegnato in alcune campagne in Oriente, aveva ottenuto una serie di importanti vittorie contro i **Sasanidi**. Tuttavia, la brillante spedizione militare fu compromessa dalla morte del tutto improvvisa dell’imperatore. Il successore, il figlio **Numeriano**, un ragazzo dedito alle lettere più che alla vita militare, non aveva né il carisma né le capacità per la prosecuzione della campagna, e per questo motivo fu immediatamente accompagnato e consigliato dal prefetto del pretorio **Arrio Apro**. Egli lo convinse rapidamente che, nonostante le vittorie recenti, era prudente fare ritorno verso territori più sicuri, forse per predisporre una nuova fase della campagna. **Numeriano** cominciò così a costeggiare con i suoi soldati il fiume **Eufrate** con l’obiettivo di ritornare quanto prima verso la città di **Emesa**, in **Siria**. Le fonti antiche riferiscono che l’imperatore raggiunse la città nel **marzo del 284 d.C.** Tuttavia, ripartito da **Emesa** dopo alcune settimane di pausa, i più stretti collaboratori di **Numeriano** si accorsero di una infezione agli occhi che stava compromettendo gravemente la sua vista; con la salute in rapido peggioramento, **Apro** gli consigliò di proseguire il viaggio all’interno di una carrozza chiusa per curare la sua salute e per scongiurare un aggravamento delle sue condizioni. I legionari marciarono così per alcune settimane senza più vedere il loro generale, fino a quando, arrivati nei pressi della città di **Nicomedia**, nella regione della **Bitinia**, furono sorpresi da una persistente e insopportabile puzza che si diffondeva dal convoglio dell’imperatore. Trovato il coraggio di aprire le porte della sua carrozza, i soldati scoprirono con disgusto che **Numeriano** era morto da diversi giorni e il suo corpo era già in avanzato stato di decomposizione. Fu in queste gravi circostanze che **Diocle** decise di prendere in mano la situazione. Di fronte a tutti i soldati, accusò **Apro** di aver cospirato contro **Numeriano** e di essere l’autore della sua morte. Così, su una modesta collinetta nei pressi di **Nicomedia**, **Diocle** sfoderò platealmente la sua spada e trafisse barbaramente **Apro**, conficcandogli il suo gladio nel petto, di fronte al trionfo dei suoi commilitoni che, immediatamente, decisero di proclamarlo nuovo imperatore. Fu così che, in una scena quasi cinematografica, **Diocle** divenne, a furor di soldati, nuovo imperatore di **Roma**. Ora, le fonti antiche affermano quasi all’unanimità che **Diocle** abbia sostanzialmente ucciso un traditore, anche se alcuni autori insinuano che **Diocle** abbia preso parte al complotto contro l’imperatore e che abbia poi utilizzato **Apro** come capro espiatorio. Queste, però, sono illazioni che, probabilmente, non troveranno mai conferma. ## **La guerra civile contro Carino** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/3-La-guerra-civile-contro-Carino-1024x579.webp "3 - La guerra civile contro Carino - Scripta Manent Italia")Immediata e naturale conseguenza della nomina di **Diocle** ad imperatore fu la guerra civile contro **Carino**, fratello dell’imperatore **Numeriano**, che risiedeva con la corte imperiale a **Roma**. Non appena giunse la notizia dell’acclamazione di **Diocleziano**, **Carino** lo dichiarò fuorilegge e lo trattò come un usurpatore, mobilitando subito il suo esercito, e organizzandosi attraverso il governatore **Giuliano** a **Verona** con le sue truppe. **Diocleziano** si mosse con particolare abilità politica. La sua prima mossa fu quella di usufruire dell’amicizia e della consulenza del console **Cesonio Basso**, il quale lo aiutò a inviare una serie di messaggi ai senatori di **Roma**, promettendo loro cariche pubbliche. Lo scopo era dimostrare ai senatori romani che, se avesse preso il potere, la nobiltà e l’aristocrazia sarebbero state al sicuro. **Diocleziano** dimostrò così di non essere solamente un abile generale ma di tenere in alta considerazione anche gli aspetti politici della situazione. Nel frattempo, uomini di **Diocleziano** cercarono di contattare ufficiali dell’avversario per promettere premi e privilegi, così da minare dall’interno la stabilità dell’esercito di **Carino**. Il piano di **Diocleziano** funzionò perfettamente. I due avversari si incontrarono nel **maggio** del **285 d.C.** presso il fiume **Margus**, ma, non appena disposti i suoi uomini, il prefetto del pretorio di **Carino**, **Aristobulo**, fece arrestare e consegnare l’imperatore, che venne ucciso sul posto, convincendo i suoi uomini a consegnarsi volontariamente a **Diocleziano**. Si concluse così una guerra civile rapida e senza un vero e proprio scontro militare, vinta in anticipo dalla lungimiranza politica di **Diocleziano**. La prima decisione del nuovo imperatore fu quella di concedere una totale amnistia a tutti i seguaci e i partigiani di **Carino**. Questo atto di calcolata generosità, che ricorda la clemenza di **Cesare**, evitò lo sviluppo di una frangia politica avversa al nuovo imperatore, risparmiando la vita di diversi ufficiali così da garantirsi la loro fedeltà. ## **La situazione dell’impero all’arrivo di Diocleziano** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/4-La-situazione-dellimpero-allarrivo-di-Diocleziano-1024x576.webp "4 - La situazione dell'impero all'arrivo di Diocleziano - Scripta Manent Italia")Vinta la guerra lampo contro **Carino**, **Diocleziano** non ebbe nemmeno il tempo di recarsi a **Roma** per ricevere i dovuti onori. La situazione interna ed esterna dell’**Impero romano** era drammatica. Sotto il profilo interno, l’**esercito**, ormai da diversi decenni, sceglieva direttamente gli **imperatori**, i quali, dopo aver regnato per pochissimo tempo, a volte solo qualche mese, venivano uccisi e sostituiti da nuovi regnanti, sempre puntualmente scelti dai **pretoriani**. Nel frattempo l’economia **romana** era in declino, le malattie avevano causato una crisi demografica gravissima, e commercio e agricoltura erano in recessione da molti anni. La situazione era talmente grave che i territori **romani** erano colpiti addirittura dal brigantaggio di poveri e disperati, i quali non avevano altra soluzione che il crimine per sopravvivere; in alcune regioni si era persino tornati al baratto. Non tanto migliore era la situazione esterna. I confini del **Reno** e del **Danubio** erano costantemente pressati dalle tribù germaniche, le quali, a contatto con il mondo romano, si erano evolute in strutture più organizzate e in eserciti molto più efficienti rispetto ai tempi di **Giulio Cesare**. I **Sasanidi**, che volevano ricostituire l’**Impero persiano**, minacciavano i confini dello stato cuscinetto dell’**Armenia**. Il **Mediterraneo** era perseguitato dalla pirateria, che ostacolava e deprimeva notevolmente i commerci. Anche le tribù nomadi del Nord-Africa attaccavano le città costiere, bloccando i rifornimenti di grano verso **Roma**. In una situazione così devastante **Diocleziano** comprese che un solo imperatore non avrebbe potuto gestire la crisi. Fu così che nacque l’idea di condividere il potere con **Massimiano**, un fedelissimo di **Diocleziano**, militare di carriera come lui, rozzo e poco acculturato, ma amico intimo e totalmente leale. **Diocleziano** lo nominò suo **Cesare** e i due nuovi regnanti si divisero subito il compito di neutralizzare le minacce più urgenti sui confini. **Diocleziano** si dedicò in particolare alla stabilizzazione della regione orientale dell’**Impero**. Sconfisse i **Sarmati** e le tribù dei **Quadi** e degli **Iagizi**, riportando le importanti province della **Pannonia** e della **Mesia** in sicurezza. Successivamente compì un lungo e delicato viaggio in **Siria** e in **Palestina** per ristabilire l’ordine nella regione, impartire una serie di provvedimenti legislativi e distribuire nuove cariche che avrebbero prevenuto ribellioni. Ma la parte più delicata del viaggio di **Diocleziano** fu la trattativa con il re dei **Sassanidi**, **Bahram III**. Non abbiamo i dettagli delle procedure di negoziazione tra i due, ma sappiamo che **Diocleziano** fece un lavoro splendido. L’**Armenia** orientale rimase uno stato cuscinetto, sotto il governo del re **Tiridate III** della dinastia **Arsacide**, un sovrano gradito ai **Sasànidi** ma allo stesso tempo approvato da **Roma**. L’**Armenia** occidentale, invece, divenne una provincia **romana** a tutti gli effetti, il che espanse non solo di fatto ma anche di *diritto* il potere di **Roma** nella regione. Così, nell’arco di pochi mesi, **Diocleziano** neutralizzò i pericoli in Oriente e riportò l’ordine nelle regioni più a rischio. ## **La ribellione di Carausio e la Diarchia** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/5-La-ribellione-di-Carausio-e-la-Diarchia-1024x576.webp "5 - La ribellione di Carausio e la Diarchia - Scripta Manent Italia")Nel frattempo **Massimiano** si dedicò a riportare ordine nella provincia delle **Gallie**, di fondamentale importanza per la stabilità dell’impero. In particolare sconfisse i ribelli **Bagaudi** e ottenne importanti vittorie contro i **Burgundi** e gli **Alemanni**, prevalendo soprattutto tagliando le loro linee di rifornimento e prendendoli per fame. Poi sconfisse gli **Eruli**, fino a neutralizzare le ultime sacche di resistenza in tutta la **Gallia Belgica**. Pacificato, nell’arco di qualche anno, il territorio delle **Gallie**, **Massimiano** dovette però affrontare forse il più pericoloso e insidioso nemico di quel periodo: **Carausio**. Egli era, in teoria, un difensore delle regioni romane della **Britannia** e aveva il compito di neutralizzare le incursioni dei pirati franchi e sassoni contro le coste romane. Ma, consapevole della debolezza dell’impero e spinto dai suoi stessi soldati, **Carausio** si rifiutò di consegnare il bottino sottratto ai pirati a **Roma**, divenendo di fatto, un fuorilegge. Proclamandosi difensore della **Britannia** e della **Gallia**, l’obiettivo di **Carausio** non era quello di porsi come un semplice ribelle con un proprio regno indipendente, quanto quello di presentarsi come imperatore, addirittura al fianco di **Diocleziano** e di **Massimiano**. Lo sappiamo da alcune monete fatte coniare da **Carausio** proprio negli anni della sua ribellione, dove fece inserire, in totale autonomia e con notevole furbizia, il proprio volto già accanto a quelli di **Diocleziano** e **Massimiano**, come fosse *de facto* il terzo regnante dell’impero. Le vittorie di **Carausio** e la sua notevole scaltrezza propagandistica, resero la sua ribellione ben più complessa da risolvere rispetto alle previsioni. Il pericolo non era solamente militare ma anche di natura politica: non solo era inaccettabile che **Carausio** fosse considerato imperatore al suo stesso livello, ma **Diocleziano** iniziò a sospettare che **Massimiano** potesse addirittura avere un accordo con l’avversario, alleandosi con lui o accettandolo come suo collega. Per questo motivo prese un’iniziativa politica fulminea, volta a consolidare la fedeltà di **Massimiano**: **Diocleziano** decise di proclamarlo **Augusto**, rendendolo suo collega a tutti gli effetti. I due avevano quindi lo stesso ruolo e lo stesso potere, anche se **Diocleziano** utilizzò un espediente religioso per mantenere la propria superiorità morale rispetto a **Massimiano**. In particolare, **Diocleziano** mantenne per sé il titolo di *Imperatore Iovius*, che si rifaceva al dio **Giove** e incarnava l’idea del «pianificatore», di colui che prende le decisioni, mentre a **Massimiano** spettò il titolo di *Herculius*, cioè «esecutore». In questo modo, **Diocleziano** ottenne una riconferma della fedeltà di **Massimiano**, affinché la campagna contro **Carausio** procedesse senza intoppi, pur mantenendo un ruolo di precedenza morale e religiosa nei confronti del collega. Ora i due **Augusti** potevano combattere congiuntamente contro **Carusio**. La loro strategia prevedeva anzitutto di sconfiggere e indebolire gli alleati di **Carusio** nelle **Gallie**, così da privarlo di una scorta di rifornimenti e di soldati che lo rendeva particolarmente pericoloso. **Massimiano** eseguì dunque una vera e propria campagna di indebolimento dei suoi soci, sconfiggendo e devastando le zone dei **Burgundi**, degli **Alemanni**, dei **Sassoni** e dei **Franchi**. Dopodiché **Diocleziano** e **Massimiano** organizzarono una manovra a tenaglia. Il primo attaccò la regione della **Rezia**, il secondo partì dalla città di **Magonza** e penetrò nel territorio della **Gallia Belgica**, fino a catturare il re dei **Franchi** **Gennobaude**, principale alleato di **Carusio** nelle **Gallie**. Senza l’approvvigionamento e il sostegno d’oltremanica, il potere di **Carausio** cominciò a essere messo in seria discussione. La grande battuta finale doveva essere un’ultima battaglia navale, che si tenne nello Stretto della Manica, tra **Massimiano** e **Carausio**. **Massimiano** preparò per mesi un’imponente flotta, addestrando il suo esercito per stroncare una volta per tutte il nemico. Ma il risultato fu disastroso: **Carausio** ottenne una decisiva vittoria, salvando il proprio dominio in **Britannia** e guadagnando il tempo di riorganizzarsi. Non si sa esattamente se **Massimiano** fu effettivamente sconfitto in una battaglia navale o se intervenne piuttosto una tempesta a disperdere la sua flotta. Gli storici antichi suppongono che la tempesta sia stata una narrazione diffusa da **Massimiano** per mascherare la sconfitta, ma non ne avremo mai la sicurezza. Tuttavia, è certo che **Carausio**, benché notevolmente ridimensionato nella sua libertà di manovra, non si poteva ancora considerare sconfitto. ## **L’invenzione della Tetrarchia** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/6-Linvenzione-della-Tetrarchia-1-1024x683.webp "6 - L'invenzione della Tetrarchia - Scripta Manent Italia")**Diocleziano** aveva affrontato, assieme a **Massimiano**, diversi problemi urgenti. Ma il prolungarsi della ribellione di **Carausio** aveva dimostrato con ancora maggiore chiarezza la necessità di una ulteriore riorganizzazione imperiale. Fu così che **Diocleziano** sviluppò un nuovo ed articolato sistema di governo, noto come «Tetrarchia», ovvero governo dei quattro imperatori. Questa nuova forma di regno mirava a rendere i territori **romani** maggiormente gestibili, dividendo l’**Impero** non più in due, ma in ben quattro zone di competenza. **Diocleziano**, che era già **Augusto** d’**Oriente** assieme al collega **Massimiano**, **Augusto** d’**Occidente**, scelse il giovane **Gaio Galerio** come suo vice, elevandolo al rango di **Cesare** d’**Oriente**, mentre **Massimiano** scelse **Flavio Costanzo** come **Cesare** d’**Occidente**. Il territorio romano venne così diviso in quattro grandi regioni: **Diocleziano** avrebbe tenuto per sé la parte orientale, divisa in tre diocesi (**Pontica**, **Asiana** e *Orientis*) con capitale **Nicomedia**; **Galerio** avrebbe avuto la diocesi della **Pannonia**, della **Mesia** e della **Tracia** con capitale **Sirmio**; **Massimiano** avrebbe controllato **Italia**, **Spagna** e **Africa**, con capitale *Mediolanum*; e **Costanzo Cloro** avrebbe controllato **Britannia**, **Gallia** e la diocesi *Viennesis*, ovvero la **Gallia** del Sud, con capitale **Augusta Treverorum**. È importante notare che ogni **imperatore** aveva piena autorità sulla propria regione, senza la necessità di ottenere per ogni decisione l’approvazione degli altri regnanti. Inoltre, sebbene **Roma** fosse ancora considerata la capitale morale, era evidente che, sotto l’aspetto militare e amministrativo, il potere si era ormai spostato altrove, in particolare nelle città di frontiera, da cui potevano partire le unità militari per difendere i confini più esposti. Ma la **tetrarchia** voleva raggiungere un altro ambizioso obiettivo: risolvere il problema della successione imperiale, che nei decenni precedenti aveva fatto sprofondare **Roma** nella più completa anarchia e instabilità. Secondo il disegno di **Diocleziano**, infatti, i due **Augusti** si sarebbero volontariamente ritirati dal potere; i due **Cesari** sarebbero quindi diventati i nuovi **Augusti**, e i nuovi **Augusti** avrebbero a loro volta scelto due **Cesari**, in una successione perfetta e regolare, concepita per ottenere stabilità nel controllo e nella gestione dell’impero. La tetrarchia si mosse immediatamente per risolvere nuovi e urgenti problemi; in particolare, il *cesare* **Flavio Costanzo** si impegnò per affrontare la rivolta di **Carausio**, sostituendo **Massimiano** nel compito. La strategia di **Costanzo** ricalcò quella del suo **Augusto**: il giovane generale operò una serie di campagne militari volte a indebolire gli alleati di **Carausio** nelle **Gallie**. La sua azione fu straordinariamente efficace fino alla grande battaglia di **Gesoriacum**, l’odierna **Boulogne**, dove **Costanzo** sconfisse sonoramente il ribelle. Quest’ultimo, tradito dai suoi più stretti collaboratori a causa delle brucianti sconfitte, fu momentaneamente sostituito da un successore, **Alletto**, il quale però, privo del suo carisma e con i romani ormai alle porte, fu rapidamente sconfitto. La grave e lunga ribellione di **Carausio** si risolse così grazie all’ultimo decisivo intervento del **Cesare**, **Flavio Costanzo**. Nel frattempo, **Massimiano** si era spostato in **Africa**, nella regione della **Mauretania**, dove aveva il compito di respingere una serie di unità militari che minacciavano le città **romane** della costa. Fu così in grado di sconfiggere i **Mauri**, i **Quinquegentiani** e i **Berberi**, penetrando fino al deserto del **Sahara** con le proprie truppe. Lo stesso **Massimiano**, assieme al collega **Galerio**, eseguì nuove incursioni militari sul confine Danubiano, sconfiggendo gli Iagizi, i **Goti**, i **Carpi** e i **Sarmati**. Tutte queste tribù furono pesantemente sconfitte, ma è importante notare che i **Carpi** e i **Sarmati** furono neutralizzati non solo militarmente, ma anche grazie a deportazioni sotto stretta sorveglianza delle autorità militari romane, che ricollocarono parte dei ribelli all’interno del territorio dell’**Impero** come nuovi braccianti o soldati. **Massimiano** e **Galerio** furono anche in grado di stabilire una lunga linea difensiva e di operare un rafforzamento del *Limes* Danubiano, costruendo nuove fortificazioni, ponti e teste di ponte in territorio nemico, sempre a disposizione dell’esercito romano, oltre che gettando le fondamenta di nuove strade per favorire lo spostamento degli eserciti. Le fonti antiche utilizzano la parola «*Tranquilitas*» per definire la nuova situazione di sicurezza che i due, entro pochi anni, avevano stabilito sul confine del Danubio. **Diocleziano**, nel frattempo, si occupò di reprimere i problemi in **Egitto**. In particolare, la città di **Alessandria** si era riunita attorno a un rivoltoso, **Domizio Domiziano**, che aveva abilmente sfruttato il malcontento delle classi più povere nei confronti delle autorità cittadine. **Diocleziano** represse con la forza delle legioni il tentativo di ribellione, ma si rese parimenti conto della necessità di operare un censimento e si impegnò a snellire la burocrazia per una migliore gestione della provincia. Inoltre, fu effettuata una riforma delle tasse, per diminuire la pressione fiscale che stava strozzando i ceti meno abbienti. L’imperatore riportò così l’**Egitto** sotto il controllo **romano**, dimostrando che, almeno in questa prima fase, la **tetrarchia**, dividendo i compiti e le aree di competenza, aveva perfettamente raggiunto il suo scopo amministrativo e militare. ## **La guerra persiana contro Narsete** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/7-La-guerra-persiana-contro-Narsete-1024x576.webp "7 - La guerra persiana contro Narsete - Scripta Manent Italia")Nel frattempo la sicurezza dei territori orientali era di nuovo compromessa. **Diocleziano** aveva firmato, pochi anni prima, degli accordi di pace particolarmente vantaggiosi con il re **Bahram III**, ma con la sua morte e l’arrivo del successore **Narsete** la situazione si era rapidamente deteriorata. **Narsete** aveva deciso di adottare una politica estera molto aggressiva: egli si ispirava a **Sapore I**, il mitico re sasanide che aveva sconfitto i **Romani** di **Crasso** nella battaglia di **Carre**. **Narsete** aveva così invaso l’**Armenia** occidentale, formalmente provincia romana, e scacciato il re filoromano **Tiridate**. L’esercito di **Narsete** dilagò con estrema rapidità e violenza in tutta la Mesopotamia, sconfiggendo sistematicamente ogni presidio romano. Quel territorio era sotto la giurisdizione di **Galerio**, che godeva della più completa fiducia di **Diocleziano**; egli, però, si mosse troppo tardi, rimanendo sorpreso dalla rapidità di movimento di **Narsete**, subendo nel pieno del proprio territorio una bruciante sconfitta. Le fonti antiche fanno capire che **Diocleziano** attribuì tutta la colpa di quel disastro al solo **Galerio**, rimanendo profondamente scontento della sua reazione al pericolo. Sembra addirittura che durante alcune uscite pubbliche, **Diocleziano** abbia avuto l’intenzione di umiliare sottilmente **Galerio**, facendolo camminare dietro di lui, anziché al suo fianco. **Galerio** aveva quindi la stretta necessità di ottenere una rivincita, non solo per il recupero dei territori, ma anche per non perdere l’appoggio del membro più importante della tetrarchia.**Galerio** fece quindi base con il suo esercito a **Satala**, in **Turchia**, e decise di operare un contrattacco basato su una strategia di rapido movimento sul territorio. **Narsete**, contando sui larghi spazi tipici del territorio sasanide, si appoggiò invece a una strategia più attendista. Tuttavia, questa volta **Galerio**, con un’ottima organizzazione e con particolare carisma, inflisse due pesanti sconfitte a **Narsete** giungendo persino a conquistare l’accampamento nemico e a sequestrare l’harem con le mogli del Re. Decimato l’esercito avversario, **Galerio** riuscì ad assediare e conquistare la capitale dei **Sasanidi**, **Ctesifonte**, che fu brutalmente messa a ferro e a fuoco. Recuperato l’onore con i **Romani** e con **Diocleziano**, **Galerio** poté così aprire delle trattative con **Narsete** da una posizione di assoluta forza. **Diocleziano**, tuttavia, intervenne per frenare la voglia e il desiderio di **Galerio** di umiliare l’avversario; egli sapeva che una pace umiliante per i **Sasanidi** si sarebbe presto tradotta in una nuova guerra prolungata e quindi impose, con la forza della sua autorità, delle trattative più concilianti con **Narsete**. I territori vennero quindi semplicemente riportati allo *status ante* guerra: i **Romani** riottennero il controllo di diverse città strategiche, **Tiridate** fu ripristinato sul trono di **Armenia** e fu costruita una lunga via, nota come «*Strata Diocletiana*». ## **La propaganda imperiale di Diocleziano** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/8-La-propaganda-imperiale-di-Diocleziano-1024x576.webp "8 - La propaganda imperiale di Diocleziano - Scripta Manent Italia")I tetrarchi costruirono la loro legittimità attorno al concetto di restauratori del mondo romano (*restìtutor orbis*), presentandosi come salvatori di un impero che il «secolo di crisi» (**235**–**284 d.C.**) aveva quasi distrutto. La manipolazione del passato fu uno strumento utilizzato consapevolmente. Le vittorie dell’ex imperatore **Aureliano** vennero deliberatamente ignorate, la rivolta di **Carausio** fu retrodatata al regno di **Gallieno** per far sembrare più lungo il periodo di crisi, e si lasciò intendere che fossero stati i **tetrarchi** stessi a sconfiggere i Palmireni, impresa in realtà di **Aureliano**. In pratica, il periodo tra **Gallieno** e **Diocleziano** fu quasi completamente cancellato dalla memoria ufficiale. L’intera storia imperiale precedente alla tetrarchia venne descritta come un’epoca di guerre civili, dispotismo feroce e collasso dello stato. Si tratta di una misura che serviva a rendere ancora più luminosa l’opera dei quattro imperatori. Nelle iscrizioni ufficiali, **Diocleziano** veniva definito «fondatore della pace eterna» e i tetrarchi «restauratori del mondo intero». Era una narrativa costruita su misura: più buio era il passato, più necessari e provvidenziali apparivano loro. La figura stessa dell’imperatore aveva bisogno di una radicale trasformazione. Se **Augusto** aveva costruito il suo dominio assoluto nascondendolo dietro le forme repubblicane e presentandosi come «*Primus inter pares*» ovvero fingendo di essere semplicemente il primo senatore tra i senatori e rispettoso delle tradizioni repubblicane, **Diocleziano** aveva ormai la necessità diametralmente opposta. **Diocleziano** era un *dominus*, il padrone assoluto, e chi veniva ammesso alla sua presenza doveva eseguire la *proskynesis*, cioè prostrarsi a terra e baciare l’orlo della sua veste. Nelle occasioni formali indossava una veste di seta purpurea e scarpe ornate di gemme preziose, seduto su un trono.Nelle monete **tetrarchiche** scompare il ritratto realistico e individualizzato tipico dell’epoca **augustea**: i **tetrarchi** vengono raffigurati in modo quasi identico tra loro, con lineamenti stereotipati e austeri che esprimono forza divina piuttosto che umanità. Nelle statue i quattro imperatori appaiono rigidi, simmetrici, in armatura, in un abbraccio fraterno che trasmette potere collettivo e sovrumano. L’intera estetica visiva abbandonò il naturalismo classico per uno stile *ieratico* e frontale, mutuato dalle tradizioni orientali persiane ed ellenistiche, più adatto a rappresentare esseri al di sopra dell’umano. ## **La riforma dello stato di Diocleziano** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/9-La-riforma-dello-stato-di-Diocleziano-1024x706.webp "9 - La riforma dello stato di Diocleziano - Scripta Manent Italia")Oltre ai necessari interventi sotto l’aspetto militare, **Diocleziano** fu forse uno degli imperatori romani che più di ogni altro rivoluzionò l’apparato statale. Uno dei suoi primi provvedimenti fu l’istituzione del cosiddetto «*Consistorium*». Questo era il consiglio segreto dell’imperatore, composto da alti funzionari, segretari, giuristi e ambasciatori che assistevano il sovrano nelle decisioni più importanti. Era l’erede del vecchio *consilium principis* augusteo, ma con **Diocleziano** divenne una struttura molto più formalizzata e gerarchica. Il risultato fu un’esplosione della burocrazia imperiale: secondo **Lattanzio**, che era ostile a **Diocleziano** per via delle persecuzioni cristiane, il numero di funzionari civili raddoppiò, passando da circa 15.000 a 30.000 persone. I burocrati arrivarono persino ad adottare un’estetica *para-militare*, indossando il mantello e la cintura militare al posto della tradizionale toga. **Diocleziano** si preoccupò anche di dividere il territorio. La provincia era l’unità amministrativa di base. **Diocleziano** ne raddoppiò il numero, da circa cinquanta a quasi cento, suddividendo quelle esistenti in unità più piccole. Ogni provincia era governata da un *praeses*, cioè un governatore civile, che si occupava di giustizia locale e riscossione delle tasse, ma senza alcun potere militare, affidato separatamente al *dux provinciae*. Più province vicine venivano raggruppate in una diocesi, introdotta intorno al **296–297 d.C.**. A capo della diocesi c’era il *vicarius*, un funzionario di rango equestre che supervisionava i governatori provinciali sottostanti, controllava che le tasse arrivassero correttamente e fungeva da tribunale d’appello per le sentenze provinciali. In tutto le diocesi erano dodici: **Britannia**, **Gallia**, **Viennensis**, **Hispania**, **Africa**, **Italia**, **Pannoniae**, **Moesia**, **Thracia**, **Asiana**, **Pontica** e **Oriens**. Le dodici diocesi furono infine raggruppate in quattro grandi prefetture, ognuna retta da un *praefectus praetorio*, il funzionario più potente dell’**impero** dopo l’**imperatore** stesso. Le quattro prefetture erano la **Gallia**, che comprendeva **Britannia**, **Gallia** e **Hispania**, l’**Italia**, che includeva **Italia**, **Africa** e **Pannoniae**, l’**Illirico**, con **Moesia** e **Thracia**, e infine l’**Oriente**, che riuniva **Asiana**, **Pontica** e **Oriens**. Il **prefetto del pretorio** gestiva le finanze, l’approvvigionamento militare e fungeva da **giudice supremo** nella sua area, rendendo di fatto impossibile per chiunque accumulare abbastanza potere da ribellarsi all’**imperatore**. Sul fronte militare, **Diocleziano** costruì una catena di comando separata e parallela a quella civile. Il *dux provinciae* era il comandante militare della singola provincia, incaricato della difesa del confine assegnato e del controllo delle truppe stanziate nel territorio. Era una figura del tutto separata dal governatore civile (*praeses*): i due si occupavano della stessa provincia ma con competenze rigidamente distinte, l’uno per le armi, l’altro per la giustizia e le tasse. Da questo titolo deriva direttamente il termine italiano «duca». Al di sopra dei *duces* provinciali si trovava il **comes rei militaris**, il comandante militare dell’intera diocesi. Coordinava i vari *duces* sotto di lui, garantiva la risposta militare rapida in caso di invasioni o rivolte che coinvolgessero più province contemporaneamente e rispondeva direttamente al livello superiore della catena di comando. Il titolo di **comes**, letteralmente «compagno dell’imperatore», indicava una stretta vicinanza alla persona imperiale e un rango di grande prestigio. Al vertice della struttura militare si trovava il *magister militum*, il comandante supremo dell’esercito nell’intera prefettura, che rispondeva direttamente all’**imperatore**. Era lui a coordinare le grandi campagne militari, a distribuire le risorse tra le diocesi e a garantire la coesione strategica dell’intero apparato difensivo. La separazione tra questa catena di comando militare e quella civile dei prefetti del pretorio era deliberata: **Diocleziano** voleva che nessun singolo funzionario controllasse insieme soldati, denaro e giustizia, eliminando così il rischio di usurpazioni che aveva devastato il **III** secolo. ## **Il diritto romano sotto Diocleziano** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/10-Il-diritto-romano-sotto-Diocleziano-1024x576.webp "10 - Il diritto romano sotto Diocleziano - Scripta Manent Italia")La trasformazione del **Diritto romano** è uno dei cambiamenti più profondi nella storia romana, e riguarda il passaggio da un sistema *creativo* a uno puramente *esecutivo*. Nell’epoca repubblicana e nel primo **Principato**, il diritto romano era tutt’altro che un sistema rigido. Il protagonista centrale era il **pretore**, un magistrato che ogni anno, all’inizio del suo mandato, pubblicava l’*edictum perpetuum*, cioè un programma con i principi giuridici che avrebbe seguito durante il suo anno di carica. Questo significava che il diritto cresceva in modo organico, adattandosi alle nuove realtà sociali ed economiche: i giuristi classici come **Papiniano**, **Ulpiano** e **Paolo** interpretavano, discutevano e innovavano costantemente, e la loro *auctoritas* aveva peso normativo quasi pari alla legge. Era un sistema vivo, in continua evoluzione dal basso. A partire dal **III secolo** questa creatività giuridica si spense progressivamente. Con il **Dominato** di **Diocleziano** si completò una trasformazione già avviata: l’imperatore divenne l’unica fonte del diritto, e i funzionari non creavano più norme ma si limitavano ad applicare quelle imperiali. L’**imperatore** poteva legiferare attraverso quattro strumenti principali: gli *edicta*, cioè disposizioni con valore vincolante per tutto l’impero, i *mandata*, istruzioni operative per i funzionari, i *rescripta*, risposte a quesiti giuridici specifici, e i *decreta*, sentenze su casi particolari. Secondo la concezione del tempo l’**imperatore** era considerato «legge vivente ben superiore alle leggi scritte», il che rendeva superflua qualsiasi altra fonte autonoma di produzione giuridica. Il risultato fu che il diritto **romano** smise di evolversi dal basso e divenne pura esecuzione della volontà **imperiale**. I giuristi non interpretavano più liberamente, ma commentavano i testi **imperiali**. I governatori e i vicari non creavano diritto, ma lo applicavano meccanicamente secondo le disposizioni ricevute dall’alto. Questa cristallizzazione, se da un lato garantì uniformità nell’enorme macchina burocratica **tetrarchica**, dall’altro segnò la fine della grande stagione creativa della giurisprudenza *classica* **romana**, aprendo quello che gli storici del diritto chiamano il periodo *postclassico*. ## **La riforma del fisco e il dirigismo economico** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/11-La-riforma-del-fisco-e-il-dirigismo-economico-1024x576.webp "11 - La riforma del fisco e il dirigismo economico - Scripta Manent Italia")Altro fondamentale settore che conobbe delle riforme enormi, e a tratti soffocanti, fu quello del fisco. Il punto di partenza dell’intero sistema fiscale fu il censimento, ripetuto a cadenza regolare ogni cinque anni attraverso le cosiddette *indizioni*. Ogni città doveva dichiarare sia il numero di persone che vivevano nel suo territorio sia la ricchezza prodotta dalla terra, ottenendo così una fotografia precisa delle risorse disponibili su cui calcolare le imposte. **Diocleziano** fu il primo imperatore a redigere in modo sistematico un bilancio annuale dello Stato, calcolando ogni anno la quantità di tasse necessaria in base alle spese militari e burocratiche previste. Il sistema si fondava su due unità di misura distinte e complementari. Il *caput* era l’unità fiscale personale: rappresentava il valore economico di ogni individuo come forza lavoro, e da esso veniva calcolata la *capitatio*, cioè l’imposta sul reddito personale. Lo *iugum* era invece l’unità fondiaria: rappresentava la porzione di terra arabile che un contadino in buona salute poteva lavorare, e da esso veniva calcolata la *iugatio*, l’imposta sui terreni pagata in denaro ma soprattutto in grano e derrate alimentari. I due sistemi erano strettamente intrecciati: uno *iugum* non poteva essere tassato senza un *caput* corrispondente e viceversa, il che spingeva il fisco a mantenere un equilibrio costante tra terra disponibile e forza lavoro. La riscossione delle imposte avveniva ogni anno il **1° settembre** ed era affidata ai *decuriones*, i membri dei consigli municipali delle singole città. Essi erano personalmente responsabili del gettito fiscale del loro territorio: dovevano raccogliere le imposte dai singoli contribuenti e versarle allo **Stato**, rispondendo con il proprio patrimonio personale in caso di ammanco. Questo meccanismo trasformò i **decurioni** da *élite* locale privilegiata a categoria gravata da un peso enorme: chi non riusciva a far quadrare i conti rischiava la rovina economica, e col tempo la carica di **decurione** divenne un onere che molti cercavano di evitare. La conseguenza più pesante dell’intero sistema fu la precettazione lavorativa, ovvero il divieto imposto ai lavoratori di abbandonare la propria terra o cambiare professione. Poiché le entrate fiscali erano calcolate in base al numero di *capita* e *iuga* registrati al momento del censimento, ogni spostamento di persone o abbandono di terreni avrebbe scompaginato i calcoli dello **Stato**. Per questo i figli ereditavano obbligatoriamente la professione del padre: il figlio del contadino restava contadino, il figlio dell’artigiano restava artigiano. Il risultato fu, come hanno definito gli storici, una vera e propria «imbalsamazione della società»: la mobilità sociale e geografica fu di fatto eliminata per legge, gettando le basi di quel sistema di servi della gleba che avrebbe caratterizzato il **Medioevo**. ## **L’editto dei prezzi** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/12-Leditto-dei-prezzi-1024x576.webp "12 - L'editto dei prezzi - Scripta Manent Italia")L’*Edictum De Pretiis Rerum Venalium* del **301 d.C.** è uno dei provvedimenti economici più ambiziosi e discussi di tutta la storia **romana**. Il problema di fondo era una crisi monetaria che durava da quasi un secolo. Nel corso del **III secolo** i vari imperatori avevano progressivamente ridotto il contenuto di argento nelle monete per far fronte alle spese militari, fino a svuotarle quasi del tutto. **Diocleziano** tentò di porvi rimedio introducendo una nuova moneta argentea, l’*argenteus*, dal peso simile al vecchio denario neroniano, ma l’effetto fu paradossalmente opposto: il valore dell’argento salì sui mercati, trascinando con sé tutti i prezzi e aggravando ulteriormente l’inflazione. Prima dell’editto sui prezzi, **Diocleziano** tentò anche un cosiddetto Editto di **Afrodisiade** con cui raddoppiò il valore nominale delle monete di rame e bronzo, fissando addirittura la pena di morte per gli speculatori, accusati di essere come barbari nemici dell’impero, ma anche questo provvedimento si rivelò insufficiente. Tra il **20 novembre** e il **9 dicembre del 301 d.C.**, nel diciottesimo anno del suo regno, **Diocleziano** emanò l’editto con il consenso degli altri tre **tetrarchi**, che compaiono tutti come firmatari. Era un documento di straordinaria vastità: diviso in **32 sezioni**, fissava i prezzi massimi, non prezzi fissi, ma tetti invalicabili, per oltre mille prodotti, beni e servizi presenti nell’intero impero. L’editto era redatto sia in *latino* che in *greco*, le due lingue fondamentali dell’impero, ed è stato ricostruito dagli storici moderni sulla base di **132 frammenti** recuperati a partire dal **1709**, ritrovati soprattutto nella parte orientale dell’impero. Il livello di dettaglio era straordinario. Nella sezione *De Piscis* il pesce di mare di prima scelta veniva fissato a ventiquattro denari la libbra, quello di seconda a sedici, il pesce di fiume a dodici e otto, le sardine a sedici. Nella sezione *De Oleribus* venivano stabiliti i prezzi di cinque tipi di lattuga, e così via per ogni categoria merceologica immaginabile, dai cereali alle stoffe, dal vino ai salari dei lavoratori. La pena per chi vendeva a prezzi superiori al limite stabilito era la morte. Nonostante la severità delle sanzioni, l’editto fu un fallimento quasi immediato. I commercianti, piuttosto che vendere in perdita, preferivano ritirare le merci dal mercato e alimentare il mercato nero e il contrabbando. Le autorità non erano in grado di controllare capillarmente migliaia di transazioni quotidiane su un territorio immenso, e il divario tra i prezzi ufficiali e quelli reali si fece rapidamente insostenibile. L’editto cadde di fatto in disuso ancora prima della fine del regno di **Diocleziano**, lasciando irrisolto il problema inflattivo che aveva cercato di combattere. ## **La lotta al Manicheismo** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/13-La-lotta-al-Manicheismo-1024x577.webp "13 - La lotta al Manicheismo - Scripta Manent Italia")Altra parte fondamentale del regno di **Diocleziano** fu la lotta ad alcune religioni che, nella morale **romana** del tempo, potevano costituire un grave pericolo. Primo obiettivo fu sicuramente il **Manicheismo**. Questa religione nacque in **Mesopotamia**, nel cuore dell’**Impero sasanide persiano**, fondato dal profeta **Mani** (**216**–**276 d.C.**). Era una religione profondamente *dualistica*: al centro di tutta la sua visione del mondo stava la lotta eterna e inconciliabile tra il Bene, identificato con la luce e il mondo spirituale, e il Male, identificato con le tenebre e la materia. Secondo questa dottrina, non esiste un unico dio onnipotente, ma due princìpi eterni e contrapposti in guerra permanente, e il compito dell’uomo è liberare le particelle di luce intrappolate nella materia per restituirle al mondo spirituale. Dalla **Persia** il manicheismo si era diffuso rapidamente verso ovest, raggiungendo l’**Egitto** e le province orientali dell’impero **Romano** attraverso le rotte commerciali. Questa origine persiana era agli occhi di **Diocleziano** un elemento politicamente devastante: nel **302**, nel pieno delle tensioni con i **Sasanidi**, una religione nata e cresciuta nel paese nemico non poteva che essere considerata uno strumento di destabilizzazione politica oltre che religiosa. Nel suo rescritto al proconsole d’**Africa**, **Diocleziano** usò parole durissime: i manichei avevano creato «nuove e finora sconosciute sette in opposizione alle credenze più antiche» e la sua paura era che «con il passare del tempo si adoperassero per infettare l’intero impero come con il veleno di un serpente maligno». Il **31 marzo 302** **Diocleziano** emanò il rescritto contro i manichei, la prima persecuzione religiosa dell’impero che prevedeva espressamente la distruzione delle scritture sacre. I capi manichei e i loro seguaci dovevano essere bruciati vivi insieme ai loro testi sacri, una misura di radicalità senza precedenti nella storia romana. I manichei di rango inferiore furono condannati a morte, mentre quelli di ceto più elevato vennero mandati a lavorare nelle cave del **Proconneso**, l’odierna isola di **Marmara**, o nelle miniere di **Phaeno**. Tutte le proprietà manichee furono confiscate e trasferite al tesoro imperiale. Al di là del fervore religioso, la persecuzione aveva una logica politica precisa. Il manicheismo era percepito come una forza anti-tradizionale che minacciava la coesione sociale su cui si reggeva il sistema tetrarchico. Per **Diocleziano**, che aveva costruito tutta la sua propaganda sull’idea del restauratore della *prisca religio romana*, una religione straniera, recente e rivoluzionaria era incompatibile con il progetto di rifondazione dell’impero. Come scrisse lui stesso: «l’antica religione non dovrebbe essere criticata da una appena creata». ## **La grande persecuzione contro i Cristiani** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/14-La-grande-persecuzione-contro-i-Cristiani_Gemini-1-1024x576.webp "14 - La grande persecuzione contro i Cristiani_Gemini - Scripta Manent Italia")Nei primi quindici anni del suo governo, **Diocleziano** non perseguitò i cristiani in modo sistematico: si limitò a espellerli progressivamente dall’esercito e dall’amministrazione pubblica, ritenendo sufficiente tenerli lontani dalle cariche di potere. Era una posizione di prudenza: **Diocleziano** sapeva che i cristiani erano ormai diffusissimi nell’impero, anche tra i funzionari e la corte, e una repressione violenta avrebbe creato instabilità. Fu il suo **Cesare Galerio** a spingere verso la persecuzione generale nell’inverno del **302**. Per risolvere il contrasto tra la sua cautela e la spinta di **Galerio**, **Diocleziano** ricorse a uno strumento tipicamente romano: la consultazione oracolare. Fu inviato un messaggero al celebre oracolo di **Apollo** a **Didima** (nell’odierna **Turchia**) con la richiesta di un responso sulla questione cristiana. La risposta dell’oracolo fu interpretata come un’approvazione della posizione di **Galerio** — secondo alcune fonti l’oracolo parlò di un «male sulla terra» che impediva al dio di rispondere, e i cristiani furono indicati come capro espiatorio. Questa risposta tolse a **Diocleziano** le ultime riserve, e la persecuzione generale fu proclamata il **24 febbraio del 303**. In meno di due anni furono emanati quattro editti successivi di crescente durezza. Il primo editto, affisso a **Nicomedia** il **24 febbraio 303**, ordinava il rogo dei libri sacri e dei testi liturgici, la demolizione di tutte le chiese, il divieto assoluto di riunirsi per il culto e la proibizione per i cristiani di ricorrere ai tribunali in qualunque azione legale. Contestualmente, **senatori**, **cavalieri**, **decurioni**, **veterani** e **soldati cristiani** furono privati dei loro ranghi, e i **liberti cristiani** ridotti in schiavitù. I successivi editti inasprirono le misure: il **clero** fu arrestato e imprigionato, poi fu ordinato un sacrificio universale con cui tutti gli abitanti dell’**impero** dovevano offrire sacrifici agli dei pagani pena la morte. La persecuzione non fu uniforme su tutto il territorio. Nelle province occidentali di **Costanzo Cloro** fu applicato soltanto il primo editto, con qualche demolizione di chiese ma senza arresti di massa né esecuzioni. In **Oriente**, nelle province di **Galerio** e **Diocleziano**, la repressione fu invece feroce. Questo divario rivelò una realtà scomoda per i persecutori: in molte zone i pagani stessi erano indifferenti o apertamente ostili alla persecuzione, e non mancarono casi di funzionari e privati pagani che aiutarono i cristiani a nascondersi o a mettere in salvo i loro testi sacri. Paradossalmente, la persecuzione ottenne l’effetto opposto a quello sperato. Il martirio, la morte accettata con serenità in nome della fede, divenne uno straordinario strumento di propaganda **cristiana**: ogni esecuzione pubblica attirava curiosi, spesso li convertiva e consolidava la coesione delle comunità **cristiane** rimaste. Come registrano le fonti, la persecuzione non riuscì a controllare la crescente diffusione della **Chiesa**, che anzi uscì rafforzata nella sua identità e nella sua coesione interna. Non tutti i cristiani resistettero. Molti vescovi e chierici, per salvare la propria vita, si piegarono alle richieste imperiali: sacrificarono agli dèi pagani e, soprattutto, consegnarono i testi sacri alle autorità. Il verbo latino *tradere*, consegnare, diede il nome a questi ceditori, chiamati appunto **traditores**, parola da cui deriva direttamente il nostro “**traditori**“. Quando la persecuzione finì, nacque una violentissima disputa: il vescovo **Donato** di **Numidia** sostenne che i sacramenti amministrati da un **traditor** erano nulli, perché un ministro che aveva rinnegato la fede non poteva trasmettere la grazia divina. I suoi seguaci, i **donatisti**, rifiutarono di riconoscere i vescovi che si erano compromessi, affermando di essere loro la vera **Chiesa di Cristo**, mentre le comunità che erano rimaste in comunione con i *traditores* erano ormai apostati. Lo scisma **donatista** sopravvisse per quasi un secolo, e i **donatisti** si riconciliarono con la **Chiesa cattolica** solo dopo il **concilio di Cartagine del 411**. ## **L’abdicazione di Diocleziano** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/15-Labdicazione-di-Diocleziano-1024x576.webp "15 - L'abdicazione di Diocleziano - Scripta Manent Italia")Nel **303 d.C.** **Diocleziano** celebrò i suoi *vicennalia*, i vent’anni di regno, con grandi festeggiamenti a **Roma**, la prima e unica volta che l’imperatore visitò la capitale durante il suo lungo governo. Fu un momento di trionfo pubblico, ma già nella tarda estate del **304**, durante una campagna sul **Danubio**, **Diocleziano** fu colpito da una grave malattia che lo lasciò in condizioni così precarie da far circolare per mesi la voce della sua morte. L’imperatore scomparve dalla vita pubblica per un lungo periodo, e le sue rare apparizioni lo mostravano invecchiato e debilitato nel corpo, tanto che molti alla corte dubitavano potesse ancora governare. A **Ravenna**, nell’inverno tra il **304** e il **305**, **Diocleziano** cominciò a organizzare la sua abdicazione, un evento senza precedenti nella storia **romana**: nessun imperatore aveva mai rinunciato volontariamente al potere. Le fonti antiche suggeriscono che dietro la decisione ci fosse anche una forte pressione da parte di **Galerio**, il quale aveva tutto l’interesse a liberarsi di **Diocleziano** per controllare più liberamente i successori. Secondo questa tradizione, **Galerio** arrivò quasi a minacciare il vecchio imperatore, sfruttando la sua malattia e la sua fragilità per costringerlo ad accelerare il processo. Il **1° maggio 305**, sulla stessa collina nei pressi di **Nicomedia** dove vent’anni prima aveva ricevuto il potere imperiale, **Diocleziano** si presentò davanti all’esercito radunato, con accanto **Massimiano** che contemporaneamente abdica a **Milano**. Di fronte alla statua di **Giove**, tra le lacrime, come riportano le fonti, **Diocleziano** depose la porpora e cedette il potere ai due nuovi **Augusti**, **Galerio** in **Oriente** e **Costanzo Cloro** in **Occidente**. Fu un momento di straordinaria solennità e malinconia: il vecchio imperatore, in lacrime, sulla stessa altura dove aveva iniziato tutto, chiudeva un’epoca. Dopo l’abdicazione, **Diocleziano** si ritirò nel suo immenso palazzo di **Spalato**, l’odierna **Split**, in **Croazia**, che aveva fatto costruire negli anni precedenti come residenza per la vecchiaia. Quando, negli anni successivi, il sistema tetrarchico cominciò a crollare e gli antichi colleghi lo sollecitarono a riprendere il potere, **Diocleziano** rifiutò con una risposta rimasta celebre: disse di preferire coltivare le sue verdure piuttosto che tornare a governare un mondo in fi. ## **La crisi e il crollo della tetrarchia** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/04/16-La-crisi-e-il-crollo-della-tetrarchia-1024x577.webp "16 - La crisi e il crollo della tetrarchia - Scripta Manent Italia")Il sistema tetrarchico si rivelò fragile quasi subito dopo l’abdicazione, perché non riuscì a risolvere il problema della successione dinastica. I nuovi **Cesari** scelti da **Galerio**, **Severo** in Occidente e **Massimino Daia** in Oriente, erano sue creature e non riconosciuti da tutti. Nel **306** morì **Costanzo Cloro** in **Britannia** e le sue truppe acclamarono imperatore il figlio **Costantino**, un atto del tutto contrario allo spirito tetrarchico che escludeva la successione per nascita. Nello stesso anno il figlio di **Massimiano**, **Massenzio**, si proclamò imperatore a **Roma** con l’appoggio del padre, che aveva ritirato la propria abdicazione. In pochi mesi il sistema ideato da **Diocleziano**, che prevedeva quattro imperatori scelti per merito, si frantumò in una guerra civile multipla tra pretendenti legati tra loro da parentele e alleanze. La crisi si risolse con la progressiva eliminazione degli altri pretendenti da parte di **Costantino**, che sconfisse **Massenzio** nella celebre battaglia di **Ponte Milvio** nel **312** e poi **Licinio** nel **324**, diventando unico imperatore di un impero riunificato. La **tetrarchia**, nata per dividere il peso del governo tra quattro persone e garantire la stabilità, finì per produrre esattamente il tipo di guerra civile che **Diocleziano** aveva cercato di evitare. Il principio del merito era stato spazzato via dall’istinto dinastico: i soldati volevano seguire il figlio del loro generale, non uno sconosciuto scelto da un lontano imperatore. **Diocleziano** morì probabilmente nel **311** o **312**, pochi anni dopo aver assistito impotente, dal suo palazzo di **Spalato**, al collasso di tutto ciò che aveva costruito. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Pillar --- ### [I popoli Pre-romani: chi abitava l'Italia prima di Roma?](https://scriptamanentitalia.it/popoli-pre-romani/) **Published:** Aprile 14, 2026 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Chi Erano i Popoli Pre-romani? Un Mosaico di Culture](#Chi_Erano_i_Popoli_Pre-romani_Un_Mosaico_di_Culture) - [Le Principali Civiltà dell’Italia Centrale](#Le_Principali_Civilta_dellItalia_Centrale) - [Gli Etruschi: La Potenza Commerciale e Religiosa](#Gli_Etruschi_La_Potenza_Commerciale_e_Religiosa) - [Gli Umbri e i Piceni: I Guerrieri dell’Appennino](#Gli_Umbri_e_i_Piceni_I_Guerrieri_dellAppennino) - [I Latini: Le Radici Stesse di Roma](#I_Latini_Le_Radici_Stesse_di_Roma) - [I Popoli del Nord: Tra Alpi e Pianura Padana](#I_Popoli_del_Nord_Tra_Alpi_e_Pianura_Padana) - [I Veneti: Esperti Allevatori di Cavalli](#I_Veneti_Esperti_Allevatori_di_Cavalli) - [I Liguri: La Popolazione Più Antica d’Occidente](#I_Liguri_La_Popolazione_Piu_Antica_dOccidente) - [I Celti (Galli): L’Influenza Transalpina in Italia](#I_Celti_Galli_LInfluenza_Transalpina_in_Italia) - [Guerrieri e Pastori: I Popoli del Sud e delle Isole](#Guerrieri_e_Pastori_I_Popoli_del_Sud_e_delle_Isole) - [I Sanniti: I Rivali più Ostici di Roma](#I_Sanniti_I_Rivali_piu_Ostici_di_Roma) - [Gli Apuli e i Lucani](#Gli_Apuli_e_i_Lucani) - [La Civiltà Nuragica in Sardegna: Oltre i Confini della Penisola](#La_Civilta_Nuragica_in_Sardegna_Oltre_i_Confini_della_Penisola) - [I Siculi e i Sicani in Sicilia](#I_Siculi_e_i_Sicani_in_Sicilia) - [L’Impatto della Magna Grecia e delle Colonie Fenicie](#LImpatto_della_Magna_Grecia_e_delle_Colonie_Fenicie) - [Tabella Comparativa dei Principali Popoli Pre-romani](#Tabella_Comparativa_dei_Principali_Popoli_Pre-romani) - [Il Processo di Romanizzazione](#Il_Processo_di_Romanizzazione) - [FAQ: Domande Frequenti sui Popoli Pre-romani](#FAQ_Domande_Frequenti_sui_Popoli_Pre-romani) - [Qual era il popolo più potente prima dei Romani?](#Qual_era_il_popolo_piu_potente_prima_dei_Romani) - [Quante lingue si parlavano nell’Italia antica?](#Quante_lingue_si_parlavano_nellItalia_antica) - [Quando inizia la romanizzazione dell’Italia?](#Quando_inizia_la_romanizzazione_dellItalia) - [Cosa rimane oggi dei popoli pre-romani?](#Cosa_rimane_oggi_dei_popoli_pre-romani) - [L’origine del nome “Italia”](#Lorigine_del_nome_%E2%80%9CItalia%E2%80%9D) - [Etruschi: Maestri del Banchetto](#Etruschi_Maestri_del_Banchetto) - [Il mistero del Guerriero di Capestrano](#Il_mistero_del_Guerriero_di_Capestrano) Prima che **Roma** estendesse il suo dominio sull’intera penisola, l’**Italia** era un mosaico straordinario di civiltà, lingue e tradizioni: dalle raffinate città-stato **etrusche** alle fortezze di pietra dei **nuragici sardi**, ogni angolo del territorio pulsava di culture distinte e spesso rivali. ## **Chi Erano i Popoli Pre-romani? Un Mosaico di Culture** Con il termine **popoli pre-romani** si indicano le popolazioni stanziate nella penisola italiana durante l’**Età del Ferro** (circa **X–I secolo a.C.**) e nei secoli precedenti, prima dell’ascesa di **Roma** come potenza egemone. Non si trattava di un blocco omogeneo: queste genti non erano imparentate né sul piano linguistico né su quello genetico. La conformazione geografica dell’**Italia** — una lunga penisola montuosa protesa nel **Mediterraneo** — favorì allo stesso tempo i contatti commerciali e l’isolamento reciproco, generando un’eccezionale diversità culturale. Sul piano linguistico, si distinguono almeno due grandi famiglie: i popoli indoeuropei (**Latini**, **Osco-Umbri**, **Celti**, **Veneti**) e quelli non indoeuropei, tra cui spiccano gli **Etruschi**, la cui lingua rimane ancora oggi un *unicum* senza parenti noti. A questi si aggiungono substrati ancora più antichi, come i **Liguri**, considerati da alcune fonti i più antichi abitanti d’Occidente. ## **Le Principali Civiltà dell’Italia Centrale** ### **Gli Etruschi: La Potenza Commerciale e Religiosa** La civiltà **etrusca** è senza dubbio la più importante dell’**Italia preromana**. Essa si sviluppò tra il **IX** e il **I secolo a.C.** in un’area compresa tra il fiume **Arno** e il **Tevere** — la cosiddetta *Etruria* — con proiezioni verso la **Pianura Padana** e la **Campania**. La loro organizzazione politica era basata su una **Lega** di dodici città-stato (dette *lucumonie*), governate da re-sacerdoti chiamati *lucumoni*. Gli **Etruschi** eccelsero nella metallurgia, nel commercio marittimo e nelle arti figurative; le loro tombe affrescate restano tra i documenti più eloquenti dell’antichità italiana. Sul piano religioso, svilupparono una sofisticata dottrina divinatoria — l’*Etrusca Disciplina* — basata sull’*aruspicina* e sull’osservazione del volo degli uccelli, pratiche che i **Romani** assorbirebbero integralmente. Le origini degli **Etruschi** sono ancora dibattute: **Erodoto** li riteneva migranti dalla **Lidia** (**Asia Minore**), **Dionigi di Alicarnasso** li considerava autoctoni; studi genetici recenti hanno confermato la loro sostanziale continuità con le popolazioni italiche preesistenti. ### **Gli Umbri e i Piceni: I Guerrieri dell’Appennino** Gli **Umbri** furono una delle popolazioni italiche di ceppo indoeuropeo che occuparono l’Italia centrale appenninica. Il documento più straordinario della loro civiltà sono le **Tavole Eugubine** (*Tabulae Iguuvinae*): sette tavole di bronzo rinvenute a **Gubbio** nel **XV secolo**, iscritte in lingua umbra con caratteri alfabetici di scuola etrusco-perugina. Redatte tra la fine del **III** e l’inizio del **I sec. a.C.**, descrivono elaborati rituali di lustrazione e i sacrifici della confraternita sacerdotale degli *Atiedii*. I **Piceni** occupavano le **Marche** adriatiche e sono celebri per la loro produzione artistica. Il loro capolavoro assoluto è il *Guerriero di Capestrano*: una scultura in calcare tenero del **VI secolo a.C.**, rinvenuta in **Abruzzo**, raffigurante un guerriero con elmo a tesa larga e armatura completa. La statua, probabilmente segnacolo di una tomba regale, è oggi conservata al **Museo Nazionale d’Abruzzo** de **L’Aquila**. ### **I Latini: Le Radici Stesse di Roma** I **Latini** erano una popolazione indoeuropea stanziata nel **Lazio**, nella piana tra i **Colli Albani** e il **Tevere**. Prima dell’ascesa di **Roma**, erano organizzati in una confederazione di comunità («Lega Latina») unite dal culto di **Giove Laziale** sul **Monte Cavo**. La loro lingua, il **latino**, apparteneva al ramo osco-umbro delle lingue italiche e sarebbe diventata la *lingua franca* del mondo antico. **Roma** nacque proprio al loro interno, come una delle tante città latine, per poi assorbirle tutte nel corso del **IV Secolo a.C.** ## **I Popoli del Nord: Tra Alpi e Pianura Padana** ### **I Veneti: Esperti Allevatori di Cavalli** I **Veneti** (o *Paleoveneti*) si stabilirono nell’**Italia** nord-orientale, con centri principali a **Padova** e soprattutto **Este**, da cui dipendevano numerosi villaggi lungo le vie d’acqua. La loro caratteristica più celebre era l’allevamento dei cavalli: già **Omero** nell’*Iliade* li citava come allevatori equini, e la fama dei cavalli veneti era tale che il tiranno **Dionigi di Siracusa** fece venire appositamente dal **Veneto** cavalli da corsa per il suo allevamento. A **Este** sono stati rinvenuti *ex-voto* in lamina bronzea con scene di cavalli, testimonianza di un culto equino profondamente radicato. ### **I Liguri: La Popolazione Più Antica d’Occidente** I **Liguri** occupavano la Liguria attuale e vaste zone del Piemonte, della Toscana e della **Francia meridionale**. Le fonti antiche — **Esiodo**, **Ecateo di Mileto**, **Eschilo** — li citano come i più antichi abitatori dell’**Italia**. La teoria prevalente li considera un popolo *pre-indoeuropeo* proveniente dalla penisola iberica, successivamente fuso con popolazioni *indoeuropee* durante il **Neolitico**. **Virgilio** e **Livio** li descrivono come genti austere, poco avvezze alle arti, ma tenaci guerrieri che opposero strenua resistenza alle legioni **romane** per secoli. ### **I Celti (Galli): L’Influenza Transalpina in Italia** A partire dal **V**–**IV sec. a.C.**, le tribù celtiche — **Boi**, **Insubri**, **Cenomani**, **Senoni** — varcarono le **Alpi** e si insediarono nella **Pianura Padana**, che i **Romani** chiameranno *Gallia Cisalpina*. Nel **390 a.C.** i **Galli Senoni** sconfissero i **Romani** al **Fiume Allia** e saccheggiarono **Roma** — un trauma collettivo indelebile nella memoria romana. Le necropoli galliche, come quella di **Montefortino** (**Marche**), restituiscono corredi funerari ricchissimi di armi, oreficerie e ceramiche metalliche. I **Celti** portarono in **Italia** tecnologie avanzate nella lavorazione del ferro e un’economia agricolo-pastorale che plasmò profondamente il paesaggio padano. ## **Guerrieri e Pastori: I Popoli del Sud e delle Isole** ### **I Sanniti: I Rivali più Ostici di Roma** I **Sanniti** furono, tra tutti i popoli italici, i più tenaci avversari di **Roma**. Stanziali nell’**Appennino** campano-molisano (il **Sannio**), erano organizzati in quattro tribù principali: **Pentri**, **Caudini**, **Irpini** e **Caraceni**. Le **Guerre Sannitiche** (**343–290 a.C.**) furono tre conflitti devastanti che misero alla prova la **Repubblica Romana** nel profondo. L’episodio più umiliante fu la battaglia delle **Forche Caudine** (**321 a.C.**), dove un intero esercito romano fu costretto a passare «sotto il giogo» dai **Sanniti** del generale **Gaio Ponzio**. Solo dopo la battaglia di **Sentino** (**295 a.C.**) — in cui i **Romani** sconfissero la grande coalizione di **Sanniti**, **Etruschi**, **Galli** e **Umbri** — **Roma** poté considerarsi padrona dell’**Italia centrale**. ### **Gli Apuli e i Lucani** L’**Apulia** (**Puglia**) era abitata da tre popoli distinti: i **Dauni** a nord, i **Peucezi** al centro e i **Messapi** a sud, di probabile origine illirica. I **Messapi** svilupparono una propria scrittura alfabetica e resistettero a lungo all’espansionismo **romano**. I **Lucani**, di ceppo sannita, occupavano l’attuale **Basilicata** e parte della **Calabria**; la loro pressione sui **Greci** della **Magna Grecia** fu costante, portando nel **IV secolo a.C.** alla conquista di molte colonie greche come *Poseidonia* (**Paestum**). ### **La Civiltà Nuragica in Sardegna: Oltre i Confini della Penisola** La civiltà **nuragica** è una delle più originali e misteriose dell’intero **Mediterraneo**. Sviluppatasi in **Sardegna** tra il **XVII** e il **VII secolo a.C.** circa, ha lasciato oltre **7.000 nuraghi** — torri troncoconiche in pietra a secco alte fino a 20 metri, prive di malta — distribuiti su tutta l’isola. Le camere interne, coperte con la tecnica della falsa cupola a *tholos*, mostrano una padronanza architettonica paragonabile alle contemporanee civiltà **egee** e **micenee**. Accanto ai **nuraghi**, la civiltà nuragica costruì tombe dei giganti (sepolture collettive megalitiche), pozzi sacri per il culto delle acque e santuari federali, come il celebre complesso di **Su Nuraxi** di **Barumini** (**Patrimonio UNESCO**). I **Nuragici** commerciavano con **Fenici**, **Micenei** e **Ciprioti**, come attestano i bronzetti votivi — i cosiddetti *bronzetti nuragici* — rinvenuti in tutto il **Mediterraneo**. ### **I Siculi e i Sicani in Sicilia** La **Sicilia preromana** era abitata da almeno tre popolazioni distinte. I **Sicani** erano considerati dagli antichi i più antichi abitanti dell’isola, di probabile origine iberica. I **Siculi** (o *Siceli*), di ceppo italico indoeuropeo, arrivarono dalla penisola intorno al **XIII–XII secolo a.C.**, spingendo i **Sicani** verso l’interno. I **Siculi** diedero il nome all’intera isola. A questi si aggiungevano gli **Elimi**, nell’angolo nord-occidentale, di origine discussa (**troiana** secondo la tradizione). La colonizzazione **greca** a partire dall’**VIII secolo a.C.** trasformò radicalmente l’isola, ma non cancellò queste identità locali. ## **L’Impatto della Magna Grecia e delle Colonie Fenicie** A partire dall’**VIII secolo a.C.**, le coste dell’**Italia meridionale** e della **Sicilia orientale** furono colonizzate dai **Greci**, in quella che verrà chiamata **Magna Grecia**. Colonie come **Sibari**, **Crotone**, **Taranto**, **Reggio** e **Neapolis** divennero centri di altissima cultura, introducendo l’alfabeto, l’urbanistica a scacchiera (*impianto ippodameo*), la filosofia e le arti figurative nell’orbita delle popolazioni italiche locali. Fu proprio attraverso i **Greci** che i **Latini**, e poi i **Romani**, ricevettero l’alfabeto greco, adattato dagli **Etruschi** e da questi trasmesso a **Roma**. I **Fenici** e la loro colonia di **Cartagine** controllavano invece le coste occidentali del **Mediterraneo**: le loro rotte commerciali toccavano la **Sardegna**, la **Sicilia** nord-occidentale (**Mozia**, **Panormo**, **Solunto**) e la costa laziale, dove i ritrovamenti di ceramiche orientali attestano scambi già nell’**VIII secolo a.C.**. L’alleanza tra **Etruschi** e **Fenici** fu determinante nel **535 a.C.** nella battaglia di **Alalia**, che fermò l’espansione greca in **Corsica** e nel **Tirreno**. ## **Tabella Comparativa dei Principali Popoli Pre-romani** **Popolo****Area Geografica****Caratteristica Principale****Reperto Iconico**EtruschiToscana, Umbria, Lazio settentrionaleDodici città-stato, arte funeraria, lingua non-IELamine di Pirgi (V sec. a.C.)UmbriUmbria, Appennino centraleLingua osco-umbra, rituali sacerdotaliTavole Eugubine (Gubbio) PiceniMarche, AbruzzoArte guerriera, scultura italicaGuerriero di Capestrano LatiniLazioProgenitori diretti di Roma, Lega LatinaSantuari dei Colli AlbaniSannitiCampania, Molise, AppenninoResistenza militare a Roma, tattica legiferaForche Caudine (321 a.C.) VenetiVeneto, FriuliAllevamento cavalli, culti equiniEx-voto di Este LiguriLiguria, Piemonte, ProvenzaPre-indoeuropei, popolo antichissimoStele del LunigianaCelti/GalliPianura PadanaMetallurgia del ferro, saccheggio di Roma (390 a.C.)Elmi di Montefortino NuragiciSardegnaArchitettura megalitica, bronzetti votiviSu Nuraxi di Barumini Siculi/SicaniSiciliaSubstrato pre-greco, contatto con Fenici e GreciCeramiche geometriche siculeMessapiPuglia meridionaleOrigine illirica, scrittura propriaIscrizioni messapiche## **Il Processo di Romanizzazione** La conquista **romana** fu un processo lungo e non lineare. **Roma** non si limitò a sottomettere militarmente questi popoli: li integrò gradualmente attraverso la concessione della cittadinanza **romana** (culminata con l’*Editto di Caracalla* del **212 d.C.**), la costruzione di strade consolari, la fondazione di colonie latine e la diffusione del latino come lingua amministrativa. Molti elementi culturali dei popoli vinti sopravvissero, rielaborati: la religione etrusca, l’alfabeto greco-etrusco, le tecniche edilizie osco-sannite, i culti agrari italici confluirono tutti nella grande sintesi che fu la civiltà **romana**. L’archeologia rivela che la **romanizzazione** fu spesso un processo di negoziazione e acculturazione reciproca piuttosto che una semplice cancellazione: le stele funerarie del territorio **umbro-piceno** mostrano iscrizioni che mescolano caratteri *etruschi* e *latini*, testimonianza viva di questa transizione. ## **FAQ: Domande Frequenti sui Popoli Pre-romani** ### **Qual era il popolo più potente prima dei Romani?** Gli Etruschi furono senza dubbio la civiltà più potente dell’Italia preromana tra il VII e il V sec. a.C.: controllavano l’Italia centrale, avevano colonie in Pianura Padana e Campania, e dominarono Roma stessa per un secolo attraverso la dinastia dei Tarquini. Sul piano della resistenza militare, tuttavia, i Sanniti furono i rivali più temibili di Roma, impegnandola in tre guerre devastanti per oltre cinquant’anni. ### **Quante lingue si parlavano nell’Italia antica?** Prima della romanizzazione, nell’Italia antica si parlavano almeno una dozzina di lingue distinte: il latino, l’osco, l’umbro, il venetico, il messapico, il celtico cisalpino, il ligure, l’etrusco (non indoeuropeo), il siculo, il sardo nuragico, il siceliota greco e il fenicio-punico nelle colonie. Questa straordinaria pluralità linguistica non ha paralleli in uno spazio geografico così ristretto. ### **Quando inizia la romanizzazione dell’Italia?** Il processo inizia nel IV sec. a.C. con la conquista del Lazio (338 a.C.) e si accelera dopo le Guerre Sannitiche (290 a.C.) e la sconfitta di Pirro (275 a.C.), che consolida il controllo romano sull’Italia meridionale. La Guerra Sociale (91–87 a.C.) sancisce il completamento giuridico della romanizzazione con la concessione della cittadinanza a quasi tutti gli italici. ### **Cosa rimane oggi dei popoli pre-romani?** Moltissimo: dai nuraghi sardi ai bronzetti etruschi nei musei di Firenze e Roma, dalle Tavole Eugubine di Gubbio al Guerriero di Capestrano all’Aquila, dai siti di Paestum (ex-colonia greca) alle necropoli di Cerveteri e Tarquinia (patrimonio UNESCO). Interi dialetti del Sud Italia conservano substrati osco-sanniti, e molti toponimi italiani derivano direttamente da queste lingue antiche. 🇮🇹 #### L’origine del nome “Italia” Deriva probabilmente dagli **Italoi**, un popolo stanziato nell’attuale Calabria. Il termine significava “abitanti della terra dei vitelli”, poiché il vitello era il loro animale sacro e totemico. 🍷 #### Etruschi: Maestri del Banchetto A differenza dei Greci e dei primi Romani, le donne etrusche partecipavano ai banchetti ufficiali sdraiate sui letti triclinari insieme agli uomini. Una libertà che scandalizzava profondamente gli scrittori antichi dell’epoca. 🗿 #### Il mistero del Guerriero di Capestrano È il simbolo dei **Piceni**: una statua del VI sec. a.C. alta oltre 2 metri. I suoi enormi dischi corazzati e il cappello a tesa larga mostrano quanto fosse avanzata e originale l’arte delle popolazioni italiche prima di Roma. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Pillar --- ### [Il canto ritrovato di Empedocle: Trenta versi inediti emersi al Cairo](https://scriptamanentitalia.it/canto-ritrovato-empedocle-trenta-versi-inediti-emersi-al-cairo/) **Published:** Aprile 16, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Al **Cairo**, in **Egitto**, un’importante ricerca d’archivio ha permesso di riportare alla luce trenta versi finora sconosciuti di **Empedocle di Agrigento**, uno dei pensatori più affascinanti e complessi della filosofia greca del **V secolo a.C.** La scoperta non arriva da un nuovo scavo archeologico, ma da un accurato lavoro *filologico* su materiali conservati per decenni negli archivi dell’**Institut Français d’Archéologie Orientale**. Il frammento di papiro, identificato con la sigla **P.Fouad inv. 218** e datato al **I secolo d.C. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [L'antica arte muraria di Roma rivela la formula per salvare il Cinabro](https://scriptamanentitalia.it/antica-arte-muraria-roma-rivela-formula-salvare-cinabro/) **Published:** Aprile 14, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Cartagena**, in **Spagna**, la straordinaria abilità tecnica degli artigiani attivi alla fine del **I secolo** emerge ancora oggi con una raffinatezza sorprendente, a duemila anni di distanza. Lo dimostra lo studio delle pitture parietali della **Domus di Salvio**, tra le meglio conservate dell’antica *Carthago Nova*, che ha portato alla luce un procedimento molto evoluto per l’uso del *cinabro*: un minerale prezioso e delicato, noto all’epoca come «oro rosso». A questa conclusione è arrivato uno studio multidisciplinare realizzato da esperti del **Dipartimento di Preistoria. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Quando i Greci inventarono la musica come Scienza: Dal Ditirambo rivoluzionario al trattato di Aristosseno](https://scriptamanentitalia.it/quando-greci-inventarono-musica-come-scienza-ditirambo-rivoluzionario-trattato-aristosseno/) **Published:** Aprile 10, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La rivoluzione del nuovo ditirambo](#La_rivoluzione_del_nuovo_ditirambo) - [Cinesia di Atene e il linguaggio del rovesciamento](#Cinesia_di_Atene_e_il_linguaggio_del_rovesciamento) - [Aristosseno di Taranto e la nascita della scienza armonica](#Aristosseno_di_Taranto_e_la_nascita_della_scienza_armonica) - [Euripide compositore: la tragedia come laboratorio sonoro](#Euripide_compositore_la_tragedia_come_laboratorio_sonoro) - [I papiri musicali e la trasmissione del suono antico](#I_papiri_musicali_e_la_trasmissione_del_suono_antico) La storia della musica occidentale ha radici molto più antiche di quanto si pensi. Non comincia con **Bach** o **Palestrina**, né con i canti del **Medioevo** o i trovatori provenzali. Le sue origini teoriche e pratiche risalgono alla **Grecia antica**, tra il **V** e il **IV secolo a.C.**, quando filosofi, poeti e musicisti diedero vita a una rivoluzione silenziosa, ma destinata a durare per millenni. Lo dimostrano gli studi di **Annie Bélis**, ricercatrice al **C.N.R.S.** e docente presso l’**École pratique des Hautes Études** di **Parigi**. Nei suoi seminari del **1997-1998**, la studiosa ha approfondito tre temi centrali della musicologia antica: il cosiddetto «nuovo» ditirambo, il *Trattato d’armonica* di **Aristosseno di Taranto** e **Euripide** come compositore. Tre argomenti diversi, ma uniti da un filo comune: il tentativo di una **civiltà** intera di capire la natura del suono e di trasformarla in sistema, in conoscenza razionale. ## **La rivoluzione del nuovo ditirambo** Il ditirambo — in greco antico *διθύραμβος* — era, nelle sue origini, un canto corale dedicato al dio **Dioniso**. Poesia, musica e danza si fondevano in un’unica espressione artistica e religiosa: cinquanta cantori formavano il coro, guidati da un solista — l’*exarchōn* — che impersonava la divinità. La danza era circolare e coinvolgente, i cantori portavano ghirlande, e la voce del corifeo si alzava sopra il gruppo, creando un’esperienza di totale immersione. Secondo **Erodoto**, fu **Arione di Metimna** — vissuto tra il **625** e il **585 a.C.** circa — a dare al *ditirambo* una struttura letteraria definita, trasformandolo da canto improvvisato in genere compiuto e presentandolo a **Corinto**. In seguito, **Laso di Ermione** lo portò ad **Atene**, dove i concorsi tra le dieci tribù della città ne fecero un pilastro della vita civica e religiosa, a partire dal **509 a.C.**. È nel **V** e nel **IV secolo a.C.** che il ditirambo subisce una trasformazione profonda, diventando il campo di sperimentazione delle avanguardie musicali greche. Questo fenomeno, noto come «nuovo» ditirambo, rappresenta una delle rivoluzioni estetiche più radicali dell’antichità: per la sua portata, può essere paragonato alle grandi rotture del **Romanticismo** o alle avanguardie del **Novecento**. I protagonisti di questa svolta sono due: **Cinesia di Atene** e **Timoteo di Mileto**. I loro nomi compaiono in un frammento del *Chirone* di **Ferecrate**, commediografo attico, citato da **Plutarco** nel trattato *Sulla musica* (1141 E-F). Il passo descrive con tono satirico le innovazioni introdotte da **Cinesia** nella tradizione musicale — innovazioni che i contemporanei vissero come una vera e propria aggressione all’ordine sonoro consolidato. Questo frammento è stato analizzato nel dettaglio da **Annie Bélis**, che ha messo a confronto le principali traduzioni del testo: quella di **Théodore Reinach** (**1900**), **Ingemar Düring** (**1945**), **François Lasserre** (**1954**) e **Andrew Barker** (**1984**). ## **Cinesia di Atene e il linguaggio del rovesciamento** I versi 10-12 del frammento di **Ferecrate** sono stati a lungo interpretati come un riferimento alle immagini speculari riflesse negli scudi — *kathapèr en tais aspisin*, «come negli scudi» — a indicare che in **Cinesia** «la destra è a sinistra», cioè tutto è rovesciato. **Annie Bélis** propone però una lettura diversa e più convincente: si tratta di un gioco di parole sul titolo di un’opera di **Cinesia** chiamata «Gli scudi», che potrebbe essere stata un ditirambo oppure una danza armata, la *pyrrhiché* — già considerata scandalosa ai tempi delle *Rane* di **Aristofane** (verso 153). Il significato si ribalta con un’elegante trovata filologica: «tutto ciò che è (a)dretto vi è sinistro». Una battuta che esprime insieme un giudizio estetico e morale, e rivela il profondo disagio dei conservatori di fronte alla musica nuova. Particolarmente importante è l’identificazione compiuta da **Bélis**, in relazione alla testimonianza dell’*Harmonidès* di **Luciano**, dei versi 16-23 del **Papiro musicale di Berlino** (inventario 6870) come frammenti dell’ultimo ditirambo scritto da **Timoteo di Mileto**: l’*Ajax furiosus*. L’opera fu eseguita alle **Grandi Dionisie** di **Atene** tra il **360** e il **357 a.C.**, una datazione ricavata incrociando i dati con la carriera dell’auleta **Timoteo di Tebe**, che ne fu l’interprete originale. L’analisi musicale del brano rivela la presenza di un intermezzo strumentale — pratica sempre più diffusa nel *nuovo ditirambo* — e uno stile pienamente «timoteo»: libertà tonale e complessità ritmica che le fonti antiche al tempo stesso ammiravano e condannavano. Il movimento della nuova musica — che comprendeva anche **Melanippide** e **Filosseno di Citera** — stava portando il ditirambo lontano dalle sue origini liturgiche, verso un *virtuosismo* strumentale, una libertà metrica e una sperimentazione armonica che anticipano, in modo sorprendente, alcune delle tensioni estetiche della modernità. ## **Aristosseno di Taranto e la nascita della scienza armonica** Nel pensiero musicale antico, nessuna figura è più importante di **Aristosseno di Taranto**. Considerato dalla tradizione il primo vero *musicologo* dell’antichità, egli rappresenta il punto di incontro tra la filosofia *peripatetica* e l’osservazione concreta del suono. La voce biografica della *Souda* — il grande lessico enciclopedico greco-medievale — presenta alcune difficoltà già in apertura: il nome del padre di **Aristosseno** è registrato come «**Spintaro** o **Mnesia**». **Bélis** chiarisce con argomenti solidi che i due nomi indicano in realtà la stessa persona. Il primo, di forma dorica — «La Scintilla» — era un soprannome comune tra i **Pitagorici** della **Magna Grecia**; il secondo, di forma iono-attica, era il nome usato in **Grecia continentale**, dove il padre si era trasferito con il figlio dopo le persecuzioni subite dalla setta pitagorica. La cronologia di **Aristosseno** può essere ricostruita attraverso tre riferimenti forniti dalla *Souda*: la **III Olimpiade** (**336/332 a.C.**), che indica il suo *floruit* — il periodo di massima attività — e non la data di nascita; il regno di **Alessandro** (**335-322 a.C.**); e l’appartenenza al **Liceo** di **Aristotele**, fondato nel **336 a.C.** Tutti e tre i dati convergono sugli anni **336**/**335 a.C.**, suggerendo che **Aristosseno** seguì le lezioni di **Aristotele** fin dall’inizio, diventando uno dei suoi primi e più stimati discepoli. La delusione per non essere stato scelto come successore — **Aristotele** preferì **Teofrasto** — è attestata da diverse fonti antiche e lasciò un segno profondo nel rapporto di **Aristosseno** con la memoria del suo maestro, dando origine a una tradizione di testimonianze complessa e ancora dibattuta. Il contributo intellettuale di **Aristosseno** si sviluppa su due livelli. Da un lato, egli applica il metodo aristotelico — mutuato dalla *Physica* e dalle indagini di storia naturale — alla materia musicale, creando le basi per quella che egli stesso chiama una nuova scienza dell’*armonica*. Dall’altro, si distacca nettamente dalla tradizione pitagorica, che riduceva la comprensione della musica ai rapporti matematici tra i suoni. Per **Aristosseno**, la musica va analizzata attraverso tre strumenti: la percezione uditiva (*aisthesis*), la ragione (*dianoia*) e la memoria (*mneme*). È nella natura stessa della melodia — nel *melos hermosmenon*, la «melodia armonizzata» — che risiede quel «meraviglioso ordine», la *thaumaste taxis*, che la scienza armonica è chiamata a scoprire. Questo approccio aprì una divisione destinata a durare **secoli**: tra chi affidava la comprensione del suono all’orecchio e chi ai numeri, tra chi vedeva nella musica un fenomeno naturale e chi una costruzione matematica astratta. Il *Trattato d’armonica* — di cui **Bélis** ha curato l’edizione critica, la traduzione e il commento del prologo, proseguendo il lavoro nell’anno accademico **1998-1999** — è giunto fino a noi attraverso la tradizione manoscritta, pur con lacune significative. Resta la fonte primaria indispensabile per chiunque voglia comprendere la teoria musicale greca. La sua struttura rispecchia chiaramente il metodo **aristotelico**: si parte dalla critica delle dottrine precedenti, si passa alla definizione dei principi fondamentali (*archai*), per arrivare infine alla dimostrazione rigorosa delle leggi che governano le strutture melodiche. **Aristosseno** non si limita a descrivere la musica: la fonda come disciplina scientifica autonoma, liberandola tanto dall’estetica quanto dalla matematica pura. ## **Euripide compositore: la tragedia come laboratorio sonoro** Tra i protagonisti della rivoluzione musicale del **V secolo**, **Euripide** occupa un posto del tutto particolare. Non solo come poeta drammatico, ma come vero e proprio compositore: capace di assorbire le innovazioni dei *ditirambografi* e trasformarle in uno strumento espressivo di straordinaria potenza. Le *Rane* di **Aristofane** — commedia del **405 a.C.** — testimoniano già nell’antichità la percezione di questa novità, mescolando ammirazione e ironia verso le monodie «sforacchiate» di **Euripide**. Queste venivano accusate di corrompere la solennità della tragedia con scale cromatiche ed enarmoniche prese in prestito dalla tradizione ditirambica. Come scrisse un anonimo trattatista citato negli studi di **Bélis**, **Euripide** fu tra i primi a introdurre la *polichordia* nella partitura tragica — l’uso di una molteplicità di scale e registri — mettendo così a rischio l’integrità di un genere che era stato il più alto veicolo dei valori della *polis*. Le testimonianze indirette su **Euripide** come musicista sono numerose: il *De compositione verborum* di **Dionigi di Alicarnasso**, il trattato *Περὶ τοῦ ἀκούειν* attribuito a **Plutarco**, la *Vita di Euripide*, il *Περὶ Τραγῳδίας* di **Psello** e diverse iscrizioni. La prova più affascinante della sua vitalità musicale viene però dai papiri. Il **Papiro di Vienna** (*G 2345*) conserva la melodia del coro dell’*Oreste*, relativa al primo stasimo della tragedia; il **Papiro di Leida** (*n. 510*) tramanda invece frammenti dell’*Ifigenia in Aulide*. Questi documenti non attestano soltanto la tecnica compositiva di **Euripide**, ma anche la duratura popolarità di alcune sue arie. Esse venivano eseguite in recital autonomi fino all’epoca imperiale **romana**, slegate dal contesto drammatico originario e diventate a tutti gli effetti letteratura musicale da concerto — un fenomeno che anticipa, con sorprendente chiarezza, l’idea moderna di *repertorio*. ## **I papiri musicali e la trasmissione del suono antico** La posizione di **Euripide** nella storia della musica antica è unica: nella maturità, e soprattutto nella vecchiaia, egli seppe unire la struttura formale della tragedia alle audacie espressive del nuovo *ditirambo*. Sotto l’influenza diretta di **Timoteo di Mileto** — lo stesso la cui opera compare nel **Papiro di Berlino** con l’*Ajax furiosus* — **Euripide** introdusse nelle sue ultime opere un *cromatismo* e un’agilità melodica che i contemporanei consideravano scandalosi. Il coro collettivo cedeva il passo alla *monodia* virtuosistica; il metro si piegava a esigenze espressive nuove; la funzione politica e liturgica della tragedia lasciava emergere una dimensione intellettuale e dialettica. Questa dimensione era destinata a diventare un patrimonio duraturo del teatro di ogni epoca successiva. Ciò che rende questi studi tanto fecondi — da quelli di **Annie Bélis** alle ricerche della musicologia contemporanea — è la consapevolezza che la musica greca antica non è andata perduta nella sua totalità. Nelle righe di un papiro ritrovato in Egitto, nella notazione alfabetica di un frammento superstite, nel testo di una commedia che deride ciò che non riesce a ignorare, sopravvive ancora la voce di una civiltà che aveva capito, secoli prima di chiunque altro, che la musica non è soltanto ornamento ma conoscenza, non è soltanto suono ma *logos*. Ed è proprio questa consapevolezza — che il suono è linguaggio, che il *logos* è musica — a percorrere come un filo d’oro l’intera avventura intellettuale della **Grecia** classica: dal ditirambo dionisiaco ai trattati peripatetici, fino alle partiture di **Euripide** sopravvissute nei papiri egizi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Il Silphium: Ascesa e scomparsa di un tesoro della farmacopea antica](https://scriptamanentitalia.it/silphium-ascesa-scomparsa-tesoro-farmacopea-antica/) **Published:** Aprile 9, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** L’erudizione classica e la botanica moderna si incontrano nello studio di una delle piante più misteriose dell’antichità: il **Silphium**. Questa specie cresceva spontaneamente solo in una piccola area dell’attuale **Libia** e, per secoli, fu una risorsa fondamentale per la cultura e l’economia del mondo greco-romano. Le fonti antiche raccontano che fosse una pianta selvatica, impossibile da coltivare nonostante i numerosi tentativi dell’uomo. Proprio questa caratteristica la rese rarissima e, di conseguenza, preziosissima. Il suo valore era tale che, secondo la tradizione, **Giulio Cesare** ne conservava una grande quantità. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I nomi delle piante nella Roma antica](https://scriptamanentitalia.it/nomi-piante-roma-antica/) **Published:** Aprile 8, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le radici greche della botanica antica](#Le_radici_greche_della_botanica_antica) - [La tradizione botanica romana: fra agronomia e medicina](#La_tradizione_botanica_romana_fra_agronomia_e_medicina) - [La dimensione mitica e religiosa dei nomi vegetali](#La_dimensione_mitica_e_religiosa_dei_nomi_vegetali) - [La stratificazione linguistica dei nomi latini](#La_stratificazione_linguistica_dei_nomi_latini) - [Il lessico fondamentale di Jacques André](#Il_lessico_fondamentale_di_Jacques_Andre) - [Dalla Roma antica alla botanica moderna](#Dalla_Roma_antica_alla_botanica_moderna) Nelle civiltà antiche, dare un nome a una pianta non era mai un gesto semplice o puramente descrittivo. Ogni nome racchiudeva un intero mondo: conoscenze pratiche, credenze religiose, scambi commerciali e contatti tra culture lontane, separati da secoli e continenti. Nell’antica **Roma**, questo fenomeno raggiunse una complessità notevole: i nomi *latini* delle piante erano il risultato di strati linguistici sovrapposti, dove convivevano termini italici originari, parole prese in prestito dal greco, vocaboli di origine orientale e calchi derivati dalla medicina e dall’agricoltura di epoche diverse. Studiare queste radici significa ripercorrere non solo la storia della *botanica* antica, ma anche quella della lingua e della cultura **romane** nei loro scambi con il mondo mediterraneo. Si tratta di un’operazione di grande valore storico e linguistico, che solo nel corso del **Novecento** ha ricevuto l’attenzione sistematica che meritava. ## **Le radici greche della botanica antica** Qualsiasi studio sui nomi latini delle piante non può ignorare l’eredità greca, e in particolare l’opera di **Teofrasto di Ereso** (circa 371–287 a.C.), allievo di **Aristotele** e considerato il padre della botanica. Nella sua grande opera *Περὶ φυτῶν ἱστορίας* — tradizionalmente nota come *Historia Plantarum*, ma più precisamente traducibile come «Ricerche sulle piante» — **Teofrasto** descrisse in modo sistematico centinaia di specie vegetali, classificandole per forma, ciclo di vita e ambiente naturale. Fu il primo tentativo organico di mettere ordine nelle conoscenze empiriche tramandate da generazioni di agricoltori, medici e naturalisti, anche se non si trattava ancora di una tassonomia nel senso moderno del termine. Il vocabolario elaborato da **Teofrasto** rimase un punto di riferimento fondamentale per i secoli successivi, e passò nella tradizione latina attraverso traduzioni, adattamenti e contaminazioni linguistiche. Accanto a **Teofrasto**, un altro protagonista fondamentale fu **Dioscoride Pedanio** (**I secolo d.C.**), medico greco al servizio dell’esercito romano. Nella sua opera *De materia medica*, in cinque libri, catalogò circa seicento piante descrivendone le proprietà curative. I nomi greci delle piante vennero ripresi, translitterati o adattati dagli autori latini successivi, dando vita a una sovrapposizione di termini che ancora oggi è alla base della nomenclatura botanica scientifica di **Linneo**. Il passaggio da **Teofrasto** e **Dioscoride** agli scrittori romani non fu mai una semplice traduzione: fu piuttosto una reinterpretazione, in cui il greco diventava latino attraverso trasformazioni fonetiche, morfologiche e di significato. Questo processo era spesso guidato dalla pratica medica e dal commercio delle erbe officinali, che animava i mercati di tutto l’Impero. ## **La tradizione botanica romana: fra agronomia e medicina** A **Roma**, le conoscenze sulle piante si sviluppavano principalmente lungo due grandi filoni: quello agronomico e quello medico-farmacologico. Il primo ebbe i suoi rappresentanti più importanti in autori come **Marco Porcio Catone** (*De agri cultura*, **II secolo a.C.**), **Varrone** (*Rerum rusticarum libri*, **I secolo a.C.**) e **Columella** (*De re rustica*, **I secolo d.C.**), che descrivevano le piante coltivate con lo sguardo concreto dell’agricoltore e del proprietario terriero. In questi testi, i nomi delle piante erano strettamente legati all’uso quotidiano — il *triticum* per il frumento, la *vitis* per la vite, l’*olea* per l’olivo — e rispecchiavano una familiarità diretta con il mondo vegetale, senza bisogno di rimandi filosofici o mitologici. Un registro completamente diverso caratterizzava la tradizione medico-naturalistica, il cui punto più alto nella letteratura latina è l’opera di **Plinio il Vecchio** (23–**79 d.C.**). La sua *Historia Naturalis* è un’enciclopedia in trentasette libri che abbraccia l’intero sapere naturale antico: ben dodici di questi libri (XIV–XVII e XIX–XXV) sono dedicati al mondo vegetale, con il censimento di circa novecento specie e una ricchezza di nomi senza precedenti nella letteratura latina. Per **Plinio**, il nome di una pianta era già di per sé una fonte preziosa di informazioni: l’etimologia poteva rivelare l’origine geografica, la proprietà curativa o il mito che stava alla base del nome stesso. L’*aconitus*, ad esempio, prendeva il nome dal promontorio Acone sul Mar Nero, dove cresceva spontaneamente; l’*helleborus* derivava dal greco *ἑλλέβορος*, termine che nella tradizione antica rimandava all’idea di un nutrimento letale; la *carbunica*, una varietà di vite scoperta in Gallia Narbonese nel **I secolo d.C.**, era invece un termine unico nel suo genere, registrato da **Plinio** con la cura di un vero lessicografo. ## **La dimensione mitica e religiosa dei nomi vegetali** Una delle chiavi di lettura più interessanti per capire la nomenclatura botanica romana è quella del mito. Molti nomi di piante derivavano direttamente dalla mitologia greca o romana, conservando nel linguaggio le storie che legavano dèi ed eroi al mondo naturale. Il *narcissus*, di chiara origine greca, richiamava il giovane **Νάρκισσος** della tradizione **ovidiana**, trasformato in fiore dopo la morte per eccesso di amor proprio; l’*hyacinthus* portava con sé il ricordo del fanciullo amato da **Apollo**, che il dio mutò in fiore in segno di lutto; il *daphne* (**alloro**) perpetuava invece la metamorfosi della ninfa **Dafne**, inseguita dallo stesso dio e trasformata in pianta per sfuggirgli. Questo legame tra nome botanico e mito non era una semplice decorazione: rifletteva una visione del mondo in cui la natura era permeata di presenza divina e ogni pianta portava impressa la traccia di un’azione soprannaturale. La rosa, derivata dal greco *ῥόδον*, era sacra a **Venere** e compariva nei riti funebri romani, nella decorazione dei triclini e nelle cerimonie pubbliche; il *crocus*, dal greco *κρόκος*, era associato alle divinità della rinascita stagionale e al ciclo agricolo. Questa dimensione sacra del lessico vegetale permise ai nomi delle piante di sopravvivere al tramonto del paganesimo: attraverso le opere degli enciclopedisti tardoantichi e la trattatistica monastica sulle erbe officinali, essi passarono nel **Medioevo** cristiano, garantendo una straordinaria continuità nella trasmissione culturale. ## **La stratificazione linguistica dei nomi latini** Uno degli aspetti più affascinanti della nomenclatura botanica latina è la sua varietà di origini. Accanto ai termini di chiara radice latina — come *quercus* per la quercia, *fagus* per il faggio, *pinus* per il pino — convivevano prestiti diretti dal greco, adattamenti fonetici di parole orientali e termini probabilmente ereditati da lingue italiche o celtiche preesistenti. **Plinio** annotava con cura le denominazioni di origine straniera, distinguendo i nomi latini da quelli greci, gallici, iberici o egiziani, consapevole che molte piante erano arrivate a **Roma** dall’estero portando con sé il proprio nome originale. I prestiti dal greco costituiscono la componente più abbondante e linguisticamente rilevante. Termini come *rosa*, *lilium*, *crocus*, *narcissus* erano entrati nel lessico latino già in epoca repubblicana, integrandosi perfettamente nelle strutture della lingua. Altri nomi mantennero la forma greca quasi intatta, come *calamintha* (dal greco *καλαμίνθη*, già citata da **Teofrasto** per una pianta aromatica di etimologia incerta) o *cactus*, parola usata da **Teofrasto** per una pianta spinosa della Sicilia che non aveva nulla a che fare con i *cactus* americani scoperti molti secoli dopo; fu **Linneo**, nel **XVIII** secolo, a recuperare questo termine per designare una nuova famiglia botanica. Accanto ai prestiti greci, una parte significativa dei nomi vegetali latini — come *larix* per il larice o *taxus* per il tasso — rimane di origine oscura: la ricerca etimologica moderna non ha ancora trovato spiegazioni del tutto convincenti, il che suggerisce l’esistenza di strati linguistici prelatini difficili da identificare. Per altri nomi, invece, la motivazione era chiaramente descrittiva: *angustifolia* indicava le piante a foglie strette (*angustus* + *folium*), *arvensis* quelle cresciute nei campi arati (*arvum*), in una logica di denominazione che anticipa, almeno in parte, la classificazione binomiale di **Linneo**. ## **Il lessico fondamentale di Jacques André** La ricognizione più sistematica e scientificamente rigorosa della nomenclatura botanica *latina* nel **Novecento** si deve al filologo francese **Jacques André**, figura di primo piano negli studi di lessicologia *latina*. Già noto per contributi fondamentali come l’*Étude sur les termes de couleur dans la langue latine* (**Parigi**, **1949**) e *Les noms d’oiseaux en latin* (**Parigi**, **1967**), **André** dedicò gli ultimi anni della sua carriera alla redazione di un’opera destinata a diventare un riferimento imprescindibile per chiunque si occupi di botanica antica. Si tratta di *Les noms des plantes dans la Rome antique*, pubblicato da **Les Belles Lettres** nella **Collection d’Études Anciennes** nel **1985**, frutto degli anni trascorsi come direttore di studi all’**École Pratique des Hautes Études** (**1954**–**1978**) e direttore della *Revue de philologie* (**1966**–**1980**). Come **André** stesso spiegava nella prefazione, quest’opera non va confusa con il precedente *Lexique des termes de botanique en latin* (**Klincksieck**, **Parigi**, circa **1956**), dal quale si distingue profondamente per impostazione e metodo. Non si tratta né di un’enciclopedia né di un *thesaurus*: **André** esclude deliberatamente i nomi di piante di origine non latina e non greca presenti nelle liste dello Pseudo-**Apuleio** — come quelli di radice siriaca — ritenendo che denominazioni estranee al mondo culturale greco-romano siano di scarso interesse per il latinista. Allo stesso modo, sono stati esclusi gli usi pratici delle piante, «salvo che concorrano all’etimologia», così come le varietà di frutta ottenute per selezione colturale e i nomi delle singole parti vegetali. Il lessico che ne risulta censisce oltre 1.100 nomi di piante in un’area geografica che si estende dalla **Lusitania** (l’odierno **Portogallo**) fino al **Gange**, passando per l’**Africa settentrionale**: un orizzonte che riflette fedelmente la vastità del mondo **romano** alla sua massima espansione. Le fonti principali sono testi antichi che riguardano le piante utili all’alimentazione umana e animale, all’industria dei coloranti e della profumeria, e soprattutto alla medicina. Il volume si chiude con tre indici: il primo e il secondo forniscono gli equivalenti latini dei termini francesi e del *latino scientifico* dei botanici moderni, mentre il terzo è dedicato alla geografia. Il recensore **Raoul Verdière**, commentando il volume su *L’Antiquité classique* nel **1987**, ha colto con efficacia il tratto più caratteristico dell’opera attraverso la metafora dell’artigianato intellettuale: «il buon artigiano è colui che fabbrica i propri utensili da solo». Il lessico era infatti nato gradualmente come strumento di lavoro personale, nel corso della lunga impresa editoriale dedicata alla cura dei libri di botanica dell’*Historia Naturalis* per la «Collection des Universités de France». È questa continuità di ricerca, durata decenni, a conferire al volume la solidità di chi ha vissuto in presa diretta con le proprie fonti. ## **Dalla Roma antica alla botanica moderna** Il lascito della nomenclatura botanica romana è tutt’altro che confinato alle pagine degli studiosi. La sistematica di **Linneo**, che nel **XVIII** secolo rivoluzionò la classificazione scientifica del mondo naturale, attinse ampiamente al lessico latino e greco antico per costruire il proprio sistema di nomenclatura binomiale. I nomi delle piante usati oggi in sede scientifica dai botanici di ogni nazionalità sono, nella grande maggioranza, latinizzazioni o grecismi di diretta derivazione antica: una continuità che attraversa il **Medioevo**, la rinascita **Umanistica** del **XV** e del **XVI** secolo, e che arriva fino alla biologia contemporanea senza interruzione. Ogni nome di pianta — dal *Rosa canina* al *Quercus robur*, dal *Lilium candidum* al *Crocus sativus* — porta impressa la memoria di un mondo che osservava la natura, la classificava, la nominava e la trasmetteva in una lingua che non ha mai smesso di parlare. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Le ceneri del rituale: Commerci transcontinentali e devozione domestica nella Pompei del I secolo](https://scriptamanentitalia.it/ceneri-rituale-commerci-transcontinentali-devozione-domestica-pompei-secolo/) **Published:** Aprile 7, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** L’eruzione del **Vesuvio** del **79 d.C.** è uno degli eventi più straordinari per l’archeologia classica. La sua forza distruttiva, infatti, ha congelato nel tempo non solo edifici e monumenti, ma anche i piccoli gesti della vita quotidiana dei **Romani**, consegnandoli agli studiosi in uno stato di conservazione eccezionale. Proprio in questo contesto si inserisce una ricerca innovativa, pubblicata il **30 marzo 2026** sulla rivista *Antiquity*, che ha aperto nuove prospettive sulla dimensione sensoriale e spirituale della casa romana. Lo studio, condotto da un gruppo internazionale guidato da. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I diritti dell'uomo nell'antica Roma: humanitas, ius naturale e ius gentium](https://scriptamanentitalia.it/diritti-uomo-antica-roma-humanitas-ius-naturale-ius-gentium/) **Published:** Aprile 1, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Humanitas e philanthropía: la matrice filosofica](#Humanitas_e_philanthropia_la_matrice_filosofica) - [La libertas e le garanzie processuali](#La_libertas_e_le_garanzie_processuali) - [Cicerone e il ius naturale: verso una teoria universale](#Cicerone_e_il_ius_naturale_verso_una_teoria_universale) - [Il ius gentium: dall’universalismo romano ai diritti moderni](#Il_ius_gentium_dalluniversalismo_romano_ai_diritti_moderni) - [Adriano: l’imperatore dello Stato di diritto](#Adriano_limperatore_dello_Stato_di_diritto) - [Il divario tra teoria e realtà: la contraddizione strutturale della schiavitù](#Il_divario_tra_teoria_e_realta_la_contraddizione_strutturale_della_schiavitu) - [L’eredità: dall’antica Roma alla Dichiarazione del 1948](#Leredita_dallantica_Roma_alla_Dichiarazione_del_1948) Se nell’antica **Roma** esistesse una forma riconoscibile di **diritti umani** è una domanda che gli storici del diritto si pongono da tempo. A prima vista, la risposta sembrerebbe negativa: i **Romani** non hanno mai redatto una dichiarazione formale paragonabile alla **Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789** o alla **Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite del 1948**. Eppure, un’analisi storica più attenta — come quella proposta dallo studioso **Richard A. Bauman** nel suo importante volume *Human Rights in Ancient Rome* (**Routledge**, **Londra**–**New York**, **1999**) — rivela che i fondamenti teorici e le applicazioni concrete di questi diritti erano già profondamente radicati nel pensiero giuridico e filosofico romano, sia nella tarda **Repubblica** che durante il **Principato**. La tesi centrale di **Bauman**, ricostruita nella recensione critica di **Albert Deman** pubblicata su *L’Antiquité classique* (tomo LXX, **2001**, pp. **571**–**573**), è quella di rintracciare le radici storiche della **Dichiarazione universale** del **1948** nell’esperienza giuridica di **Roma repubblicana** e **imperiale**. Secondo l’autore, la civiltà **romana** sviluppò il proprio sistema di diritti in modo graduale e pragmatico — «lentamente e caso per caso» —, seguendo un’etica che evitava di imporre riforme prima che i tempi fossero maturi. Come osserva **Deman**, questo approccio ricorda il concetto di *piecemeal engineering* elaborato dal filosofo **Karl Popper**: l’idea, cioè, di costruire una società migliore attraverso piccoli passi progressivi, senza stravolgimenti radicali. Un atteggiamento che trova un’eco perfetta nelle parole di **Marco Aurelio**: «Non sperare di realizzare la repubblica di **Platone**, ma tieniti soddisfatto se avanzi anche di poco». Il punto di partenza è linguistico. Il **latino** non ha un’espressione diretta equivalente a *diritti umani* o *droits de l’homme*. Eppure il lessico giuridico e filosofico romano offre numerose formule di contenuto analogo: *ius humanum*, *lex humanitatis*, *ius naturale*, *ius gentium*. Come ha mostrato **Maria Luisa Biccari** in un saggio pubblicato su *Jus Online* (**2-2017**), riprendendo il pensiero di **Giuliano Crifò**, nell’elaborazione del diritto romano «è l’individuo il punto di riferimento principale» — un individuo considerato per natura libero, dotato di una *naturalis libertas*. Non si trattava di pure astrazioni filosofiche: questi concetti guidavano concretamente la produzione delle leggi e l’interpretazione dei giuristi, fungendo da categorie operative di primaria importanza. ## ***Humanitas* e *philanthropía*: la matrice filosofica** Al centro dell’intero sistema si trova il concetto di *humanitas*. Nel suo significato principale, il termine indica l’insieme delle qualità civili e culturali — corrispondenti alla *paideia* di tradizione ellenistica — che l’educazione trasmette all’essere umano, distinguendolo dalla brutalità. In senso più ampio, *humanitas* diventa un imperativo morale: astenersi da comportamenti crudeli verso gli altri esseri umani, costituendo così il fondamento implicito di un sistema di obblighi e tutele reciproche. La nascita di questo concetto è inseparabile dall’incontro tra **Roma** e il mondo ellenistico nel corso del **II secolo a.C.** La nozione greca di *philanthropia* — la benevolenza verso il genere umano — venne accolta e rielaborata in una sintesi originale. Il principale tramite di questa trasmissione fu **Publio Terenzio Afro**, commediografo di origine cartaginese e già schiavo liberato, la cui celebre battuta dall’*Heauton timorumenos* — «*Homo sum: humani nihil a me alienum puto*» («Sono un uomo: nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me stesso») — risuonò come un manifesto dell’universalismo romano. Due secoli dopo, **Seneca** riprese quella stessa frase per coronare la sua riflessione sull’unità del genere umano come fondamento di ogni rapporto sociale e giuridico, facendone il punto di partenza della propria dottrina della *clementia*, esposta nel trattato omonimo dedicato al giovane **Nerone**. ## **La *libertas* e le garanzie processuali** L’impianto giuridico a tutela della persona nella **Roma repubblicana** si fondava sul concetto di *libertas*. Questo termine non indica semplicemente il contrario della schiavitù, ma l’insieme delle garanzie processuali e politiche riconosciute al cittadino romano. Come ha evidenziato uno studio pubblicato su *Rechtsgeschichte – Legal History* dedicato a **Cicerone** e **Sallustio**, la *libertas* era protetta da tre istituti distinti: - *Provocatio ad populum*: il diritto di appellarsi al popolo contro una decisione coercitiva presa da un magistrato - *Appellatio*: la facoltà di ricorrere al tribuno della plebe come garante contro l’arbitrio dei magistrati - *Suffragium*: il diritto di voto nelle assemblee popolari Questi istituti affondavano le radici nelle **Leges Valeriae et Porciae** — una serie di norme approvate tra il **509 a.C.** e il **184 a.C.** — che esentavano i cittadini romani da punizioni degradanti come la flagellazione e la crocifissione, sancendo al tempo stesso il diritto di *provocatio*. Secondo gli storici del diritto moderni, queste leggi costituiscono un vero e proprio sistema di garanzie individuali, funzionalmente simile agli odierni diritti processuali fondamentali, anche se limitato ai soli cittadini romani. La **Lex Porcia** del **199 a.C.** estese inoltre il diritto di *provocatio* ai cittadini romani residenti nelle province e ai soldati arruolati negli eserciti, segnando un primo passo verso quella vocazione universale che il diritto romano avrebbe sviluppato nelle epoche successive. ## **Cicerone e il *ius naturale*: verso una teoria universale** Nessun pensatore antico contribuì quanto **Cicerone** a dare una forma filosofica compiuta ai diritti umani nel mondo romano. Nel *De officiis*, nel *De re publica* e nel *De legibus*, egli elaborò una teoria del *ius naturale* — il diritto naturale — che andava oltre i confini della cittadinanza romana per abbracciare l’intera umanità. Fortemente influenzato dallo stoicismo di **Panezio di Rodi**, **Cicerone** sosteneva l’esistenza di una legge universale, radicata nella ragione umana, dalla quale derivavano diritti e doveri validi per tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro condizione sociale o dalla loro origine. Come ha osservato **Federico Procchi** sulla *Rivista di diritto romano* (**LED Edizioni**, **2017**), **Cicerone** offrì «la prima compiuta elaborazione di concetti — quali l’*aequitas*, il *ius gentium*, lo stesso *ius naturale* — che presentano un ruolo centrale anche nella riflessione giuridica dell’epoca classica». In questa prospettiva, **Cicerone** affrontò temi di grande attualità politica: la pena di morte, l’esilio, i limiti del potere coercitivo dei magistrati. La sua arringa *Pro Rabirio perduellionis reo* contiene un passaggio di straordinaria modernità, nel quale egli celebra l’abolizione della fustigazione pubblica e della croce come conquiste di civiltà attribuite agli antenati **romani**, che avevano saputo preservare la libertà attraverso leggi miti piuttosto che con punizioni feroci. Di uguale importanza è la dottrina **ciceroniana** del *ius exilii*: il diritto del cittadino di sottrarsi alla pena di morte scegliendo l’esilio volontario prima che la condanna diventasse definitiva. Impedire l’esercizio di questo diritto da parte di un magistrato era considerato un *improbum factum* — un atto giuridicamente riprovevole. ## **Il *ius gentium*: dall’universalismo romano ai diritti moderni** Accanto al *ius naturale* filosofico, il **diritto romano** elaborò, sul piano pratico, lo strumento del *ius gentium* — il diritto delle genti. Nato originariamente come insieme di norme destinate a regolare i rapporti tra cittadini romani e stranieri nelle controversie commerciali, il *ius gentium* si sviluppò progressivamente in un sistema giuridico a vocazione universale, fondato sulla *naturalis ratio* — la ragione naturale condivisa da tutti gli esseri umani. Come chiarisce uno studio dell’**Università di Vienna** sui rapporti tra il **diritto romano** e l’ordine internazionale **post-1945**, «la peculiarità del *ius gentium* consiste non soltanto nel suo dichiarato universalismo, ma nel fatto che poteva essere azionato dagli individui — tanto romani quanto stranieri — dinanzi a un magistrato specializzato». **Gaio**, nelle sue *Institutiones* — il primo manuale sistematico di diritto romano pervenuto integro —, definì il *ius gentium* come il diritto «comune a tutti i popoli», fondato su una ragione naturale di portata universale e perciò eticamente superiore al semplice *ius civile*. Questa concezione avrebbe influenzato in modo determinante il pensiero giuridico moderno: **Hugo Grotius** (**1583**–**1645**), principale artefice della dottrina dei diritti naturali soggettivi, costruì il proprio sistema attingendo agli strumenti giuridici romani e alla filosofia morale di **Cicerone**, come ha argomentato **Benjamin Straumann** in uno studio pubblicato su *Law and History Review*. ## **Adriano: l’imperatore dello Stato di diritto** Nel contesto dell’età **imperiale**, **Adriano** occupa un posto di primo piano nello studio dei diritti umani nell’antica **Roma**. Come ha sottolineato **Albert Deman** nella sua recensione a **Bauman**, **Adriano** fu «l’imperatore dei diritti dell’uomo e l’imperatore dello Stato di diritto», nonostante alcune cadute puntuali. Tre episodi documentano questa vocazione con particolare chiarezza. Il primo episodio è il rescritto con cui **Adriano** accordò al direttore del **Collegio di Epicuro** in **Atene** il diritto di redigere testamento in greco e di designare un successore di condizione straniera (**FIRA**, **I**, **79**) — un atto che riconosceva personalità giuridica a soggetti altrimenti esclusi dalle tutele del diritto civile romano. Il secondo è la riforma di un *senatus consultum* riguardante i figli illegittimi nati da madre cittadina e padre schiavo, operata per renderlo compatibile con una norma del *ius gentium*: il giurista **Gaio**, nelle *Institutiones* (**I**, **82**–**83**), riferisce che l’imperatore fu spinto ad intervenire dall’«*iniquitate rei et inelegantia iuris*» — dall’iniquità della situazione e dall’incoerenza della norma stessa. Il terzo è il principio conservato nel *Digesto* (**XLVIII**, **8**, **14**): «*In maleficiis voluntas spectatur, non exitus*» — «Nei reati si considera l’intenzione, non il risultato» — lontano precursore del moderno principio di colpevolezza. ## **Il divario tra teoria e realtà: la contraddizione strutturale della schiavitù** Sarebbe tuttavia fuorviante presentare **Roma** come una società pienamente orientata alla tutela dei diritti umani, ignorandone le profonde contraddizioni. Lo stesso **Deman**, nella sua valutazione critica di **Bauman**, lamenta che l’autore non abbia messo sufficientemente in luce «il divorzio tra la teoria dei diritti dell’uomo e la realtà sociale: la teoria sono i testi generosi degli **Stoici** e dei giureconsulti nonché del **Vangelo**; la realtà è più cupa, nonostante il lento progresso della condizione servile suscitato dai provvedimenti puntuali di alcuni imperatori illuminati». La schiavitù rimane la contraddizione strutturale irrisolvibile del mondo antico. **Friedrich Engels**, nell’*Anti-Dühring*, aveva formulato con efficacia il paradosso fondante: «Senza la schiavitù nessuno Stato greco, nessuna arte e scienza greca; senza la schiavitù nessun **Impero romano**». A ciò **Deman** aggiunge con lucidità: «Senza la schiavitù antica nessuna democrazia moderna, nessun moderno diritto dell’uomo». Si tratta di una provocazione intellettuale di grande densità: la moderna sensibilità verso i diritti umani è storicamente il frutto di una civiltà che quei diritti negava sistematicamente a una larga parte della popolazione. Non è tuttavia privo di significato ricordare che già **Posidonio di Rodi** — stoico e maestro intellettuale di **Cicerone** — aveva elaborato, nei frammenti del suo pensiero tramandati da **Diodoro Siculo** nelle narrazioni delle rivolte servili di **Sicilia**, una riflessione umanitaria che andava oltre lo stesso antropocentrismo stoico, avanzando verso il riconoscimento dei doveri dell’uomo nei confronti degli animali e della natura. ## **L’eredità: dall’antica Roma alla *Dichiarazione del 1948*** Il lascito giuridico e filosofico di **Roma** in materia di diritti umani è dunque ambivalente ma imprescindibile. Da un lato, la tradizione degli stoici, dei giureconsulti classici e degli imperatori illuminati elaborò concetti e strumenti di tutela della persona destinati a attraversare i secoli: il *ius naturale*, il *ius gentium*, la *provocatio*, la *naturalis libertas*, l’*aequitas*. Dall’altro, la struttura schiavistica e gerarchica della società **romana** rimase un limite invalicabile, creando un divario permanente tra i principi teorici e la realtà concreta. È in questo scarto — tra la generosità del pensiero e la durezza delle strutture — che risiede la modernità paradossale dell’antica **Roma**: una civiltà che non possedeva ancora il linguaggio dei diritti umani, ma ne stava forgiando lentamente, caso per caso, le categorie fondamentali. Ciò che scrissero i grandi giuristi **romani** — da **Gaio** a **Papiniano**, da **Ulpiano** a **Modestino** — sopravvisse alla caduta dell’**Impero** e alimentò, attraverso il diritto canonico medievale e il giusnaturalismo dei secoli **XVII** e **XVIII**, le grandi Dichiarazioni dei secoli **XVIII** e **XX**. Il filo che collega il *ius gentium* di **Adriano** alla **Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948** non è immaginario: è documentato, riconoscibile e, come dimostrano le ricerche più recenti, ancora vivo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La cacciatrice dimenticata: Il mosaico di Reims riscrive la storia](https://scriptamanentitalia.it/cacciatrice-dimenticata-mosaico-reims-riscrive-storia/) **Published:** Marzo 31, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** **Berkeley (California)** — Nel **marzo 2026**, uno studio pubblicato su *The International Journal of the History of Sport* ha riportato alla luce una figura dell’antichità rimasta nell’ombra per oltre centosessant’anni: una *venatrix*, cioè una cacciatrice professionista che affrontava belve feroci nell’arena. L’autore della ricerca, **Alfonso Mañas**, esperto di sport antico dell’**Università della California** di **Berkeley**, ha riletto un’importante testimonianza del passato: il disegno di un mosaico romano rinvenuto nel **1860** a **Reims**, nell’attuale **Francia. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I mercenari nell'Italia antica: dalle montagne al dominio di Roma](https://scriptamanentitalia.it/mercenari-italia-antica-montagne-dominio-roma/) **Published:** Marzo 30, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La crisi dei popoli montanari](#La_crisi_dei_popoli_montanari) - [La trasformazione delle città costiere](#La_trasformazione_delle_citta_costiere) - [Mercenari del popolo e cavalieri d’élite](#Mercenari_del_popolo_e_cavalieri_delite) - [I fattori che alimentarono la crescita](#I_fattori_che_alimentarono_la_crescita) - [Il ver sacrum: quando il rito diventa migrazione](#Il_ver_sacrum_quando_il_rito_diventa_migrazione) - [La conquista romana e il declino del mercenariato](#La_conquista_romana_e_il_declino_del_mercenariato) - [Gli ultimi mercenari: disertori e nemici di Roma](#Gli_ultimi_mercenari_disertori_e_nemici_di_Roma) - [Un bilancio storico complesso](#Un_bilancio_storico_complesso) - [La corruzione politica nella Roma antica](#La_corruzione_politica_nella_Roma_antica) Per **secoli**, le guerre nell’**Italia antica** e nel **Mediterraneo** furono combattute non solo da eserciti di cittadini, ma anche da soldati che combattevano in cambio di denaro. Questi guerrieri a pagamento, noti come *mercenari*, furono una figura centrale e complessa del mondo antico. In **Italia**, il fenomeno raggiunse proporzioni notevoli, diventando una vera e propria realtà sociale ed economica ben radicata nella **penisola**. In origine, i mercenari erano una presenza rara e discontinua: singoli combattenti o piccoli gruppi che offrivano le proprie capacità militari ad eserciti stranieri o a ricchi proprietari terrieri, spesso confusi con la manodopera servile. Tutto cambiò a partire dalla fine del **V secolo a.C.**: il mercenariato divenne un fenomeno di massa, una realtà stabile e profondamente integrata nella vita militare e sociale della penisola. ## La crisi dei popoli montanari Per capire perché tanti uomini scelsero di diventare mercenari, bisogna guardare alle condizioni di vita delle popolazioni montane italiche, in particolare dei popoli **osco-sabellici**. Queste comunità, insediate sugli **Appennini** e sulle alture dell’**Italia centro-meridionale**, si trovarono verso la fine del **V secolo a.C.** ad affrontare una grave crisi demografica ed economica. Le terre montane, già povere e difficili da coltivare, non riuscivano più a sfamare popolazioni in continua crescita. La rottura di questi equilibri spingeva ondate di uomini a scendere dalle montagne verso le pianure costiere, più fertili e prospere. Non si trattava di una semplice migrazione pacifica: era uno spostamento massiccio e spesso violento, che trasformava profondamente le comunità investite da questo flusso umano. La pressione demografica e la povertà endemica delle zone montane furono dunque il motore principale di un fenomeno che avrebbe segnato per **secoli** la **storia militare** della **penisola**. ## La trasformazione delle città costiere Le città costiere di tradizione greca furono le prime a subire l’impatto di questa pressione demografica. **Cuma** e **Posidonia** ne sono esempi emblematici. **Cuma**, una delle più antiche colonie greche della penisola, e **Posidonia**, celebre per i suoi magnifici templi dorici ancora oggi visibili nella piana del **Sele**, videro la propria identità greca progressivamente travolta dall’arrivo delle popolazioni scese dalle montagne. Fu una trasformazione profonda, che cambiò costumi, istituzioni e persino le tradizioni religiose di queste antiche città. I nuovi abitanti portavano con sé una solida cultura guerriera, forgiata nei secoli di vita dura sulle alture appenniniche, e una naturale attitudine al combattimento che li rendeva particolarmente adatti alla vita militare. Quella che gli studiosi moderni chiamano «*barbarizzazione*» delle città costiere fu, in fondo, anche la premessa culturale del grande fenomeno del **mercenariato italico**. ## Mercenari del popolo e cavalieri d’élite Non tutti i mercenari italici erano uguali. All’interno di questo fenomeno è possibile distinguere almeno due grandi categorie, molto diverse tra loro per condizione sociale, equipaggiamento e valore in battaglia. Da un lato vi era il mercenariato popolare, composto soprattutto da **Sanniti**, **Brettii** e **Lucani**. Si trattava di guerrieri provenienti dalle classi più umili, uomini che combattevano a piedi con un equipaggiamento semplice, e che vedevano nel servizio militare retribuito un modo per sfuggire alla povertà. Il legame tra miseria e mercenariato è qui diretto e chiaro: era la necessità economica a spingere questi uomini a vendere il proprio braccio in cambio di denaro. Dall’altro lato vi era un mercenariato d’élite, rappresentato soprattutto dai cavalieri **campani**, gli *equites* della **Campania**. Questi combattenti a cavallo godevano di una reputazione eccezionale: erano considerati tra i migliori cavalieri del mondo antico, e il loro servizio era molto ricercato dagli eserciti che potevano permetterselo. La loro presenza nel panorama del mercenariato *italico* appare quasi paradossale: se il mercenariato è generalmente associato alla povertà e alla necessità, come spiegare la scelta di combattere per denaro da parte di uomini benestanti e ben equipaggiati? La risposta risiede probabilmente in una tradizione guerriera profondamente radicata, in cui il combattimento era un valore e una fonte di onore, indipendentemente dal compenso ricevuto. ## I fattori che alimentarono la crescita Oltre alla crisi demografica delle montagne, altri fattori contribuirono all’affermarsi del mercenariato italico. Uno dei più importanti fu la vicinanza geografica tra le zone di combattimento e le aree di reclutamento: le guerre si svolgevano spesso in regioni vicine alle terre di origine dei mercenari, rendendo il reclutamento rapido ed economico. Un secondo fattore determinante fu la necessità degli eserciti **greci** di disporre di reparti specializzati. Le città **greche** della penisola e della **Sicilia** erano impegnate in conflitti continui e avevano bisogno di soldati capaci di combattere con tecniche diverse. Le popolazioni **italiche**, con la loro solida tradizione bellica forgiata nei secoli di vita montanara, offrivano una riserva pressoché inesauribile di ottimi combattenti. Per i comandanti **greci** assoldare questi uomini era doppiamente vantaggioso: erano geograficamente vicini e militarmente provati. ## Il *ver sacrum*: quando il rito diventa migrazione Tra i temi più affascinanti legati al mercenariato italico vi è il rapporto con un’antichissima pratica religiosa dei popoli **osco-sabellici**: il *ver sacrum*, ovvero la «primavera sacra». Secondo questo rito, nei momenti di crisi grave per la comunità, si consacravano agli dèi tutti i nati in una determinata primavera. Una volta cresciuti, questi individui erano destinati ad abbandonare la propria comunità e a cercare fortuna altrove, fondando nuovi insediamenti o mettendosi al servizio di popoli stranieri. Il collegamento tra questo rito sacro e la migrazione volontaria dei **mercenari** è molto illuminante. In entrambi i casi si tratta di uomini che lasciano la propria terra, spinti da una necessità — religiosa nel caso del *ver sacrum*, economica nel caso dei **mercenari** — per offrire le proprie capacità lontano dai luoghi natali. Questo parallelismo è una delle intuizioni più originali nell’analisi del **mercenariato** italico, e offre una chiave di lettura che unisce storia religiosa, sociale e militare in un quadro coerente. ## La conquista romana e il declino del mercenariato Con l’espansione di **Roma** nella penisola italica, il panorama del mercenariato subì una trasformazione radicale e irreversibile. La progressiva incorporazione dei popoli italici nell’orbita **romana** privò il mercenariato del suo principale bacino di reclutamento. A partire dal **334 a.C.**, i **Campani** furono integrati nella sfera **romana**: i loro guerrieri venivano ora inquadrati nelle truppe ausiliarie di **Roma**, invece di essere liberi di offrire i propri servizi al miglior offerente. Man mano che **Roma** estendeva il proprio controllo sulla penisola, le popolazioni locali non avevano più motivo di cercare impiego militare altrove. L’esercito **romano** e le sue strutture ausiliarie offrivano un’alternativa stabile e organizzata, capace di assorbire la forza combattente che in precedenza alimentava il mercenariato. Il serbatoio di uomini che aveva reso così vasto e florido questo fenomeno veniva così progressivamente esaurito dall’espansione militare **romana**. ## Gli ultimi mercenari: disertori e nemici di Roma Chi continuava a offrire i propri servizi a eserciti stranieri era ormai per lo più un disertore delle legioni **romane**, oppure apparteneva a popolazioni **sannite** e meridionali che resistevano all’espansione di **Roma** e nutrivano una profonda ostilità verso la città sul **Tevere**. **Greci** e **Cartaginesi** continuarono a reclutare tra questi elementi, trovando in loro soldati motivati non solo dal guadagno, ma anche dall’odio verso **Roma**. La caduta di **Taranto** nel **272 a.C.** e il trattato di pace con **Cartagine** nel **241 a.C.** segnarono definitivamente la fine del mercenariato italico come fenomeno organizzato e di massa. Con questi due eventi si chiuse un capitolo importante della storia militare dell’**Italia** antica. **Roma** aveva ormai consolidato il proprio dominio sulla penisola, e le vie attraverso cui i mercenari italici trovavano impiego si erano del tutto esaurite. ## Un bilancio storico complesso La conquista **romana** non fu soltanto una vicenda politica e militare: fu anche una trasformazione profonda del tessuto sociale ed economico delle popolazioni italiche. I mercenari italici, lungi dall’essere semplici avventurieri in cerca di fortuna, erano il prodotto di condizioni ben precise: la povertà delle montagne, la pressione demografica, la tradizione guerriera dei popoli osco-sabellici e la domanda militare dei grandi eserciti del **Mediterraneo** antico. Studiare questo fenomeno richiede un approccio rigoroso e attento alle fonti, capace di seguire la sua evoluzione nel tempo e di mettere in luce le trasformazioni graduali che portarono dai primi mercenari isolati a un mercenariato su vasta scala. Solo una lettura che tenga conto delle diverse fasi storiche e dei molteplici fattori in gioco permette di restituire la piena complessità di un fenomeno che intrecciò indissolubilmente povertà, guerra, identità culturale e dinamiche geopolitiche. ## La corruzione politica nella Roma antica Accanto alla storia dei mercenari, un’altra dimensione della vita **romana** che merita attenzione è quella della corruzione politica. Nel campo degli studi sull’antica **Roma**, alcuni studiosi hanno tentato di tracciare paralleli tra le pratiche corruttive del mondo **romano** e quelle del mondo contemporaneo, sostenendo che tangenti, malversazioni e raccomandazioni fossero fenomeni antichissimi, costanti nella storia dell’umanità. Tuttavia, questo approccio presenta rischi considerevoli. Il pericolo dell’anacronismo è sempre presente quando si proiettano categorie moderne su realtà antiche: assimilare i legami di clientela nella **Roma** antica a pratiche riconducibili alla criminalità organizzata contemporanea è una semplificazione eccessiva e fuorviante. I rapporti di clientela nell’antica **Roma** erano strutture sociali complesse, regolate da norme precise e da un forte senso dell’onore e della reciprocità, che le distingue profondamente dalle reti corruttive del mondo odierno. Ciononostante, le testimonianze scritte sulle pratiche elettorali e sulla vita politica romana restano una fonte preziosa per chi voglia approfondire con rigore la vita pubblica dell’antica **Roma**. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Il fisco nell'antica Roma: imposte, pubblicani e sistema tributario dal tributum al fiscus](https://scriptamanentitalia.it/fisco-antica-roma-imposte-pubblicani-sistema-tributario-tributum-fiscus/) **Published:** Marzo 30, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il tributum e le guerre di conquista](#Il_tributum_e_le_guerre_di_conquista) - [I pubblicani e l’appalto fiscale](#I_pubblicani_e_lappalto_fiscale) - [Le societates publicanorum: il capitalismo fiscale di Roma](#Le_societates_publicanorum_il_capitalismo_fiscale_di_Roma) - [Dall’aerarium al fiscus: la riforma di Augusto](#Dallaerarium_al_fiscus_la_riforma_di_Augusto) - [Le imposte nell’Impero: dirette, indirette e straordinarie](#Le_imposte_nellImpero_dirette_indirette_e_straordinarie) - [Il declino dei pubblicani e la crisi del sistema](#Il_declino_dei_pubblicani_e_la_crisi_del_sistema) Le origini del sistema fiscale **romano** risalgono all’epoca dei re, molto prima che **Roma** diventasse una repubblica. Lo storico **Livio** attribuisce al re **Servio Tullio**, vissuto nel **VI secolo a.C.**, l’introduzione del primo censimento organizzato della popolazione. Questo strumento non serviva solo per l’esercito, ma anche per distribuire in modo equo le tasse tra i cittadini. La società **romana** venne divisa in cinque categorie, basate sulla ricchezza di ciascuno. Chi possedeva di più contribuiva di più alle spese di guerra. Come scrive **Livio**, il tributo non veniva più calcolato «per testa», come avveniva in passato, ma in proporzione al patrimonio di ogni individuo. Questo principio — pagare secondo le proprie possibilità — rappresentò una vera novità per l’epoca e avrebbe influenzato il sistema tributario **romano** per tutta la sua lunga storia. Il *tributum* era l’imposta diretta pagata dai **cittadini romani**, ma non si trattava di una tassa fissa e continuativa. Veniva richiesta solo in momenti di emergenza, soprattutto durante le guerre. Se la campagna militare produceva bottino a sufficienza, il denaro raccolto veniva in teoria restituito ai contribuenti. Accanto al *tributum*, esisteva un’altra forma di prelievo ancora più antica: il *portorium*, un dazio sulle merci che entravano o uscivano dalla città. La tradizione lo attribuisce al re **Anco Marzio**, che avrebbe introdotto questa tassa in coincidenza con la fondazione del porto di **Ostia**. Queste due imposte — una sul patrimonio dei cittadini, l’altra sui commerci — costituirono per **secoli** le basi dell’intero sistema fiscale **romano**. ## Il *tributum* e le guerre di conquista Durante il periodo repubblicano, il *tributum* subì importanti cambiamenti, legati alle vicende militari di **Roma**. La **seconda guerra punica** (**218–201 a.C.**) mise in grave difficoltà le casse dello **Stato**. **Livio** racconta che nel **214 a.C.** i **consoli** dovettero chiedere contributi straordinari ai cittadini più ricchi per pagare e mantenere i marinai della flotta — una misura del tutto inedita, che segnò la prima volta in cui una flotta **romana** fu finanziata con denaro privato. La vera svolta arrivò però con la vittoria sulla **Macedonia**. Nel **167 a.C.**, il generale **Lucio Emilio Paolo** tornò a **Roma** con un bottino così enorme da garantire alle casse pubbliche risorse sufficienti per decenni. Da quel momento, l’imposta diretta sui cittadini italiani fu sospesa e non venne mai più ripristinata in modo ordinario. **Plutarco** e **Plinio il Vecchio** confermano che quella campagna militare aveva reso superflua qualsiasi ulteriore tassazione diretta, segnando una svolta epocale nella storia fiscale della **Repubblica romana**. Prima delle conquiste di **Pompeo** in **Oriente**, le tasse pagate dalle popolazioni delle province romane ammontavano complessivamente a circa duecento milioni di sesterzi — cifra riportata da **Plutarco**. Con **Cesare**, la sola **Gallia** fu tassata per quaranta milioni di sesterzi, come testimonia **Svetonio**. Le **province** erano ormai diventate la principale fonte di entrata per le casse della **Repubblica**. Gestire questa enorme ricchezza distribuita in territori così vasti poneva, però, problemi amministrativi di una complessità mai affrontata prima. ## I pubblicani e l’appalto fiscale Con l’espansione dei territori **romani** sorse un problema pratico di difficile soluzione: come raccogliere le tasse in province lontane, con una burocrazia ancora poco sviluppata e magistrati che cambiavano ogni anno? La risposta fu affidare questo compito ai cosiddetti *publicani*, privati cittadini — per lo più appartenenti all’ordine equestre — che acquistavano all’asta il diritto di riscuotere le imposte in una determinata area. Il meccanismo funzionava così: i *publicani* versavano in anticipo allo Stato l’intera somma prevista, e poi si occupavano in proprio di recuperarla dalla popolazione locale, tenendo per sé l’eventuale guadagno in eccesso. Il profitto stimato era intorno al 12%, ma nella pratica risultava spesso molto più alto, grazie a metodi di riscossione tutt’altro che delicati. Il sistema dei *publicani* si rivelò però un’arma a doppio taglio. **Cicerone**, nelle sue orazioni contro **Verre**, descrisse senza mezzi termini le estorsioni praticate dai riscossori in **Sicilia**, dove la *decuma* — la decima parte del raccolto agricolo dovuta come tassa — diventava spesso pretesto per abusi sistematici. Un anonimo autore del II secolo a.C. arrivò a scrivere che «tutto il mondo geme ai piedi dei pubblicani». La tensione tra i *publicani* e le popolazioni provinciali raggiunse il suo punto più drammatico nell’**88 a.C.** **Mitridate VI** del **Ponto** sfruttò il malcontento diffuso per guidare la rivolta delle città asiatiche contro **Roma**: in un solo giorno, ottantamila romani — tra cui moltissimi *publicani* — furono massacrati. Le fonti antiche lo interpretano come un atto di vendetta collettiva contro decenni di oppressione fiscale. ## Le *societates publicanorum*: il capitalismo fiscale di Roma Con l’espansione dei territori **romani**, le concessioni fiscali divennero troppo grandi per essere gestite da un singolo individuo. Nacquero così le **societates publicanorum**: vere e proprie società finanziarie, dotate di una struttura interna organizzata e di una forma rudimentale di personalità giuridica. Al vertice di ogni società si trovava il **manceps**, colui che firmava il contratto con lo **Stato**. Sotto di lui operavano il **magister**, direttore generale con sede a **Roma**, e i **promagistri**, responsabili delle singole province. La società era finanziata da due categorie di investitori: i *socii*, soci a piena responsabilità, e gli *adfines*, investitori con responsabilità limitata le cui quote potevano essere liberamente comprate e vendute. Questo mercato secondario si teneva al **Foro Romano**, nei pressi del tempio dei **Dioscuri** — un luogo che gli studiosi moderni non hanno esitato a definire la prima «Wall Street» della storia occidentale. Il potere politico ed economico delle *societates publicanorum* raggiunse il suo apice tra il **II** e il **I secolo a.C.** In quel periodo, queste **società** non si limitavano a riscuotere le tasse: gestivano anche i grandi appalti per le costruzioni pubbliche, le forniture all’esercito e lo sfruttamento delle miniere. **Polibio** osservava come quasi tutti i cittadini **romani** fossero in qualche modo coinvolti in questi appalti e nei guadagni che ne derivavano — un quadro in cui finanza pubblica e interessi privati si intrecciavano in modo quasi indistinguibile. Il giurista **Gaio** definiva il *publicanus* semplicemente come colui che «ha preso in appalto un’entrata del **popolo romano**»: una formula sintetica che cattura perfettamente la natura ambigua di questa figura, a metà strada tra l’imprenditore privato e il funzionario al servizio dello **Stato**. ## Dall’*aerarium* al *fiscus*: la riforma di Augusto La crisi della **Repubblica** e l’ascesa del **Principato** portarono una trasformazione radicale nel sistema fiscale romano. **Augusto**, durante il suo regno (**27 a.C.** – **14 d.C.**), riformò in profondità le finanze pubbliche. Accanto all’antico *aerarium Saturni* — la cassa tradizionale del **Senato** e del popolo romano — creò una nuova istituzione: il *fiscus*, la cassa personale dell’imperatore. Nel *fiscus* confluivano i proventi fiscali dell’**Egitto** e, progressivamente, tutti gli altri redditi imperiali. **Augusto** lo utilizzò per distribuire terre ai veterani e finanziare le campagne militari, come egli stesso ricorda nelle *Res Gestae*. Il *fiscus* ricevette poi la sua organizzazione definitiva sotto **Claudio** (**41**–**54 d.C.**), che introdusse una contabilità sistematica delle entrate e delle uscite. Intorno al **6 d.C.**, **Augusto** istituì l’*aerarium militare*, un fondo speciale destinato al pagamento dei veterani dell’esercito. Questo fondo era alimentato da due imposte: la *centesima rerum venalium*, pari all’1% sulle aste pubbliche, e la *vicesima hereditatum*, pari al 5% sulle eredità. Quest’ultima fu la più contestata, soprattutto dai ceti più abbienti che ne erano i principali colpiti. **Plinio il Giovane** la definì «il tributo più gravoso imposto ai cittadini **romani**». Anche sotto **Tiberio** (14–37 d.C.) le pressioni per abolirla furono forti, ma l’imperatore resistette: come ricorda **Tacito**, rinunciarvi avrebbe significato mettere a rischio il mantenimento dell’esercito. ## Le imposte nell’Impero: dirette, indirette e straordinarie Il sistema fiscale imperiale si basava su una distinzione fondamentale tra imposte dirette e imposte indirette. Fino all’epoca di **Diocleziano** (**284**–**305 d.C.**), le imposte dirette venivano riscosse esclusivamente nelle province, attraverso due strumenti principali: il *tributum capitis*, un’imposta personale sugli individui in età lavorativa — indicativamente dai quattordici ai sessantacinque anni — e la *decuma*, pari al **10**% dei redditi agricoli. Non tutti erano obbligati a pagare: le città che godevano di particolari privilegi giuridici, come lo *ius Italicum* o l’*immunitas*, e i singoli cittadini con esenzioni personali erano esclusi da questi tributi, come previsto dal **Digesto**. La riscossione si basava sulle dichiarazioni presentate dai contribuenti durante il censimento. Quest’operazione fu condotta per l’ultima volta a livello centralizzato sotto **Vespasiano** (**69**–**79 d.C.**); in seguito, la raccolta dei dati fu affidata ai funzionari imperiali e alle rilevazioni delle singole province. Le imposte indirette erano numerose e toccavano ogni aspetto della vita economica. Tra le principali figuravano la *vicesima libertatis*, pari al 5% sul prezzo pagato per liberare uno schiavo, una tassa del 4% sulla vendita degli schiavi, e la *centesima rerum venalium*, l’1% sui proventi delle aste pubbliche — quest’ultima abolita da **Caligola** nel **38 d.C.**, almeno per l’**Italia**. Accanto a queste, centinaia di tasse minori gravavano sulle attività più disparate: il possesso di animali da lavoro, l’uso degli archivi pubblici, le prestazioni delle prostitute e perfino la raccolta della cera d’api. La più celebre rimane però la **tassa sull’urina** raccolta nelle latrine pubbliche, utilizzata dai conciatori e dai tintori nei loro processi di lavorazione. Fu proprio questa imposta a ispirare uno degli aneddoti più famosi della storia **romana**. Quando il figlio **Tito** espresse la propria indignazione per una tassa così poco dignitosa, l’imperatore **Vespasiano** gli avvicinò al naso una moneta chiedendogli se puzzasse. Alla risposta negativa di **Tito**, **Vespasiano** replicò con la frase rimasta proverbiale: «*pecunia non olet* — il denaro non ha odore». ## Il declino dei pubblicani e la crisi del sistema Il declino dei *publicani* iniziò già con **Cesare**, che nel **47 a.C.** affidò direttamente alle città dell’**Asia** la riscossione dei tributi provinciali, lasciando loro un terzo del gettito come compenso. **Augusto** e i suoi successori continuarono su questa strada, sostituendo progressivamente le *societates publicanorum* con funzionari imperiali — questori, procuratori e censori — che rispondevano direttamente all’imperatore. Il processo si accelerò nei decenni successivi. Sotto **Tiberio**, le *societates* persero il potere di riscuotere le imposte dirette. **Nerone** fece un ulteriore passo avanti, imponendo la pubblicazione delle tariffe fiscali — fino ad allora tenute segrete — e stabilendo che i tribunali giudicassero con priorità le cause di abuso intentate contro i *publicani*. **Adriano** (**117**–**138 d.C.**) sottrasse loro infine anche la riscossione delle imposte indirette nelle province, affidandola ad esattori locali sotto la supervisione di un funzionario imperiale. Nel **II secolo d.C.** le *societates publicanorum* si estinsero definitivamente. Con la scomparsa delle **societates publicanorum**, il sistema fiscale **romano** non sparì tuttavia nel nulla. Le strutture tributarie **imperiali**, ormai centralizzate e burocratizzate, sopravvissero a lungo, trasmettendo concetti, pratiche e terminologia al mondo medievale e, attraverso di esso, al diritto europeo moderno. Termini come *fiscus*, *aerarium*, *vicesima* e *decuma* risuonano ancora nelle categorie del diritto tributario contemporaneo. **Roma** non ci ha lasciato soltanto le basi del diritto privato e pubblico: con straordinaria capacità amministrativa, ha inventato anche la scienza del fisco. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [d’Artagnan: scoperta a Maastricht la tomba del vero moschettiere](https://scriptamanentitalia.it/dartagnan-scoperta-maastricht-tomba-vero-moschettiere/) **Published:** Marzo 27, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Maastricht**, nei **Paesi Bassi**, sotto il pavimento crollato di una chiesa alla periferia della città, potrebbe trovarsi da oltre **350 anni** la tomba di uno dei personaggi più celebri della storia militare francese del **XVII secolo**: **Charles de Batz de Castelmore**, passato alla storia come **d’Artagnan**. Al servizio di **Luigi XIV**, il celebre moschettiere fu poi reso immortale da **Alexandre Dumas** nell’**Ottocento**, grazie al romanzo *I tre moschettieri*. La notizia della scoperta, annunciata nel **febbraio 2026. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Scoperto fortino romano in Scozia: ritrovati i resti lungo il Vallo di Antonino](https://scriptamanentitalia.it/scoperto-fortino-romano-scozia-ritrovati-resti-lungo-vallo-antonino/) **Published:** Marzo 25, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** **Bearsden**, tranquilla cittadina dell’**East Dunbartonshire**, è oggi al centro di una scoperta archeologica di grande interesse: sono riemersi i resti di un’antica fortificazione **romana**. Il ritrovamento è avvenuto lungo **Boclair Road**, dove alcuni scavi effettuati nei giardini privati di tre abitazioni confinanti hanno portato alla luce una piccola struttura difensiva costruita circa duemila anni fa. L’area si trova appena a sud del **Vallo di Antonino**, la grande barriera eretta dai **Romani** per segnare il confine tra i territori sotto il loro controllo e le terre. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Vigili nella Roma antica: dalle balliste alla cittadinanza, i segreti dei guardiani dell'Urbe.](https://scriptamanentitalia.it/vigili-roma-antica-balliste-cittadinanza-i-segreti-guardiani-urbe/) **Published:** Marzo 24, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le insufficienze dell’epoca repubblicana](#Le_insufficienze_dellepoca_repubblicana) - [Il pragmatismo di Augusto e la svolta del 6 d.C.](#Il_pragmatismo_di_Augusto_e_la_svolta_del_6_dC) - [Una milizia fatta di liberti](#Una_milizia_fatta_di_liberti) - [La legge Visellia e il cammino verso la cittadinanza](#La_legge_Visellia_e_il_cammino_verso_la_cittadinanza) - [Sette coorti per quattordici regioni](#Sette_coorti_per_quattordici_regioni) - [Il prefetto dei vigili tra comando e giustizia](#Il_prefetto_dei_vigili_tra_comando_e_giustizia) - [La vita quotidiana e il mistero della sebaciaria](#La_vita_quotidiana_e_il_mistero_della_sebaciaria) - [Tecniche e strumenti della lotta contro le fiamme](#Tecniche_e_strumenti_della_lotta_contro_le_fiamme) - [I vigili nelle tempeste politiche dell’impero](#I_vigili_nelle_tempeste_politiche_dellimpero) - [L’apogeo sotto la dinastia dei Severi](#Lapogeo_sotto_la_dinastia_dei_Severi) - [Il tramonto del corpo e i collegiati del basso impero](#Il_tramonto_del_corpo_e_i_collegiati_del_basso_impero) L’antica **Roma** era una città di contrasti: palazzi di marmo e strade sontuose convivevano con vicoli stretti, case di legno e tetti di paglia. In questo contesto, il fuoco rappresentava una minaccia continua e devastante, capace di distruggere interi quartieri nel giro di poche ore. Per far fronte a questo pericolo, l’imperatore **Augusto** istituì un corpo speciale: le coorti dei **vigili**. Il loro compito era duplice: spegnere gli incendi e mantenere l’ordine pubblico di notte. Per quasi quattro **secoli**, questi uomini furono il principale strumento di sicurezza della città. ## Le insufficienze dell’epoca repubblicana Durante la **Repubblica romana**, la lotta contro gli incendi era organizzata in modo disordinato e poco efficiente. Il compito della sorveglianza notturna spettava ai *triumviri nocturni*, magistrati di rango inferiore che, però, non agivano in autonomia: per svolgere le loro funzioni dovevano fare affidamento su figure di autorità superiore, come gli **edili** o i **consoli**. Le persone a loro disposizione erano principalmente schiavi di proprietà dello Stato — la cosiddetta *familia publica* — dislocati presso le porte e le mura della **Città**. Questo **sistema** presentava limiti evidenti. Gli **uomini disponibili** erano spesso troppo pochi rispetto alle dimensioni della **città** e, in assenza di una **struttura gerarchica** chiara, gli **interventi** risultavano lenti e disorganizzati. Un esempio significativo è il caso dei **Baccanali** nel **186 a.C.**: di fronte all’emergenza, il **Senato** fu costretto a conferire poteri straordinari ai *triumviri capitales* per garantire il controllo dell’ordine pubblico. Era ormai chiaro che una città destinata a superare il milione di abitanti aveva bisogno di un corpo di sicurezza stabile e specializzato. ## Il pragmatismo di Augusto e la svolta del 6 d.C. **Augusto** non arrivò subito a una soluzione definitiva, ma procedette per gradi. Un primo tentativo risale al **22 a.C.**, quando affidò agli edili *curuli* un gruppo di seicento schiavi appositamente addestrati per combattere gli incendi. Tuttavia, nel **7 a.C.**, un grave incendio distrusse gran parte degli edifici intorno al Foro, dimostrando che questa misura non era ancora sufficiente. In risposta, **Augusto** creò i *vici magistri*: responsabili di quartiere scelti prevalentemente tra i liberti, ai quali fu affidato il comando degli schiavi antincendio. La svolta decisiva arrivò nel **6 d.C.**, anno che segna la nascita ufficiale delle coorti dei **vigili**. Di fronte al ripetersi di incendi devastanti, **Augusto** decise di arruolare sette coorti formate da uomini liberi o liberti, poste sotto il comando di un prefetto di rango *equestre* che rispondeva direttamente all’**imperatore**. L’aspetto più originale di questa riforma stava nell’equilibrio cercato con cura: un corpo abbastanza numeroso da essere efficace, ma con una connotazione militare volutamente contenuta. L’obiettivo era evitare di allarmare il **Senato** con una presenza eccessiva di soldati armati all’interno del *pomerium*, il confine sacro della città. ## Una milizia fatta di liberti Una delle caratteristiche più particolari dei vigili riguardava il loro *status* giuridico. A differenza dei **pretoriani** o dei soldati delle coorti urbane — che erano cittadini romani di nascita — i vigili dell’epoca **augustea** erano quasi tutti liberti, cioè ex schiavi che avevano ottenuto la libertà. Non si trattava di una scelta casuale. Reclutando liberti, **Augusto** rispettava una tradizione consolidata che escludeva gli affrancati dall’esercito regolare, evitando al tempo stesso di introdurre truppe militari all’interno della città, cosa considerata una violazione delle consuetudini **romane**. Per molti liberti, entrare a far parte dei **vigili** rappresentava una concreta opportunità di migliorare la propria posizione nella società **romana**. Il servizio era duro e pericoloso, ma offriva la possibilità di dimostrare lealtà verso lo **Stato** e senso di responsabilità civica. Per questi uomini, arruolarsi non significava soltanto garantirsi un salario e le razioni di grano quotidiane. Era soprattutto un modo per integrarsi nella comunità **romana** e aprirsi la strada verso una futura promozione sociale. ## La legge Visellia e il cammino verso la cittadinanza Nel corso del **I secolo d.C.**, la condizione giuridica dei **vigili** migliorò progressivamente. Una tappa fondamentale fu la promulgazione della *lex Visellia* nel **24 d.C.**, sotto il regno di **Tiberio**. Questa legge stabiliva che i **vigili** appartenenti alla categoria dei *Latini Iuniani* — una categoria intermedia tra schiavi e cittadini **romani** — potessero ottenere la piena cittadinanza **romana** dopo sei anni di servizio meritevole. In seguito, un decreto del **Senato** ridusse questo termine a soli **tre anni**, rendendo il percorso di integrazione ancora più rapido e accessibile. Ottenere la piena cittadinanza **romana** — il cosiddetto *ius Quiritium* — garantiva al vigile vantaggi concreti e significativi: il diritto di possedere proprietà, la possibilità di contrarre un matrimonio riconosciuto dalla legge e il diritto di redigere un testamento secondo le forme militari. Quest’ultimo privilegio era particolarmente importante: permetteva al **vigile** di disporre liberamente dei propri beni, escludendo l’ex padrone (*patronus*) dall’eredità. Con il passare del tempo, la composizione del corpo cambiò profondamente. Già nel **II secolo d.C.** cominciarono ad arruolarsi uomini nati liberi e persino **cittadini romani** di pieno diritto, a testimonianza del crescente prestigio raggiunto dai **vigili**. ## Sette coorti per quattordici regioni La distribuzione dei vigili sul territorio rispecchiava la suddivisione amministrativa di **Roma** voluta da **Augusto**. La città era divisa in quattordici regioni, e le sette coorti furono organizzate in modo che ciascuna coprisse due regioni adiacenti. Nel periodo di massimo splendore, ogni **coorte** contava circa **mille uomini**, anche se è probabile che *in origine* gli effettivi fossero più ridotti, intorno ai **cinquecento uomini** per unità. Per garantire interventi rapidi, i vigili disponevano di due tipi di strutture: le caserme principali (*castra*) e i posti di guardia secondari (*excubitoria*). Ogni **coorte** aveva la propria caserma centrale in una delle due regioni di competenza, mentre nell’altra era presente un distaccamento fisso in un *excubitorium*. Questa rete capillare di presidi trasformava **Roma** in una vera e propria ragnatela di sorveglianza: non appena scattava l’allarme, i vigili potevano intervenire in tempi rapidi. Un sistema che rendeva la città considerevolmente più sicura rispetto a quanto avrebbe offerto qualsiasi altra realtà urbana prima dell’avvento dei moderni mezzi antincendio. ## Il prefetto dei vigili tra comando e giustizia Al vertice di questa struttura si trovava il **praefectus vigilum**, un cavaliere scelto direttamente dall’**imperatore** tra uomini di provata esperienza e fiducia. Se in origine il suo ruolo era essenzialmente tecnico e di comando, con il tempo le sue responsabilità si ampliarono fino a includere funzioni giudiziarie. Il **prefetto** aveva infatti il potere di giudicare i reati minori commessi di notte: dai furti nelle terme alle negligenze dei proprietari di casa che non conservavano scorte d’acqua nei propri appartamenti. Il **prefetto** era tenuto a vegliare tutta la notte e, secondo quanto riferito dal giurista **Paolo**, doveva svolgere ronde di ispezione indossando calzature robuste e portando con sé gli strumenti necessari per i soccorsi. Con il passare del tempo, la prefettura dei **vigili** divenne una tappa prestigiosa nella carriera dei **cavalieri romani**, spesso considerata un trampolino verso incarichi ancora più elevati, come la prefettura dell’**annona** o quella del **pretorio** — il vertice massimo a cui un **cavaliere** potesse ambire. A ricoprire questo ruolo furono anche giuristi di grande rilievo, come **Quinto Cervidio Scevola** ed **Erennio Modestino**, che contribuirono a sviluppare la giurisdizione del corpo fino a raggiungere livelli di notevole complessità e rigore. ## La vita quotidiana e il mistero della sebaciaria La vita quotidiana di un **vigile** era scandita da turni estenuanti e da una sorveglianza continua del territorio. La maggior parte delle informazioni su questa routine ci proviene dai graffiti rinvenuti nell’*excubitorium* della settima **coorte**, nel quartiere di **Trastevere**. Su quelle pareti, i **soldati** incidevano testimonianze delle loro attività, la più ricorrente delle quali era la *sebaciaria*. L’esatta natura di questa mansione è stata a lungo dibattuta dagli studiosi, ma l’ipotesi più accreditata è che si trattasse del servizio di illuminazione notturna. Il termine deriva da *sebum* (sego), il che suggerisce l’impiego di torce o lampade alimentate da grasso animale. Il soldato incaricato, detto *sebaciarius*, aveva il compito di segnalare con punti luce i percorsi delle pattuglie e di illuminare le strade in occasione di feste religiose o visite **imperiali**. Si trattava di un incarico tutt’altro che privo di rischi: una torcia mal posizionata poteva essa stessa provocare un incendio. Non sorprende quindi trovare sui muri scritte come «*omnia tuta*» — «tutto è sicuro» — o ringraziamenti alle divinità per aver concluso il mese di servizio senza incidenti. ## Tecniche e strumenti della lotta contro le fiamme Quando la prevenzione non bastava e un incendio divampava, i vigili intervenivano con una dotazione di strumenti sorprendentemente efficace. Ogni soldato portava con sé una *dolabra*, una sorta di piccone con un lato tagliente e uno appuntito, utile per abbattere pareti e creare fasce tagliafuoco. L’acqua veniva trasportata in secchi di corda o di sparto impermeabilizzati con la pece, chiamati *hamae*. Lo strumento più avanzato a disposizione dei **vigili** erano i *siphones*: sofisticate pompe idrauliche a doppio cilindro capaci di proiettare un getto d’acqua a diversi metri di altezza. Il loro utilizzo richiedeva una coordinazione precisa tra i *siponarii*, che gestivano la pressione, e gli *aquarii*, incaricati di rifornire continuamente le pompe attingendo alle cisterne o alle fontane pubbliche. Nei casi più estremi, quando le fiamme erano ormai fuori controllo, i vigili ricorrevano persino alle *balliste*: macchine da guerra adattate per abbattere interi edifici e isolare così il nucleo dell’incendio, impedendone la propagazione. ## I vigili nelle tempeste politiche dell’impero Nonostante la loro funzione principale fosse civile, i vigili rimasero sempre una forza paramilitare pronta a intervenire nei momenti di crisi politica. Nel **31 d.C.**, durante la caduta del potente prefetto del pretorio **Seiano**, l’imperatore **Tiberio** si affidò proprio a loro per circondare il **Senato** e mantenere l’ordine, temendo una rivolta della guardia pretoriana rimasta fedele al caduto. L’operazione fu condotta con grande abilità militare e valse al prefetto **Graecinio Laco** importanti onorificenze. Allo stesso modo, durante il tormentato anno dei **quattro imperatori** (**69 d.C.**), i vigili furono coinvolti negli scontri tra le fazioni di **Vitellio** e **Vespasiano**. La loro presenza capillare nei quartieri della città li rendeva una forza d’ordine preziosa per chiunque aspirasse al controllo di **Roma**. Questa doppia natura — pompieri e soldati al tempo stesso — li esponeva però anche al disprezzo della popolazione. I **romani** li chiamavano talvolta *sparteoli*, un appellativo sarcastico che derideva il loro equipaggiamento fatto di corde e la loro umile origine sociale. ## L’apogeo sotto la dinastia dei Severi Tra la fine del **II** e l’inizio del **III secolo d.C.**, i **vigili** raggiunsero il loro periodo di massimo prestigio e integrazione nell’apparato imperiale. Gli imperatori della **dinastia severiana**, interessati a bilanciare il potere spesso eccessivo dei **pretoriani**, trovarono nei **vigili** degli alleati affidabili. Sotto questi sovrani, la paga dei vigili fu probabilmente equiparata a quella dei legionari e le coorti ricevettero titoli onorifici legati al nome dell’imperatore regnante, come **Antoniniana** o **Severiana**. In quest’epoca, i **vigili** erano riconosciuti a tutti gli effetti come **soldati** nelle comunicazioni ufficiali e godevano di privilegi un tempo riservati alle truppe d’élite. Le iscrizioni celebrative si moltiplicarono, testimoniando un forte spirito di corpo e una gerarchia ben definita: i sottufficiali, detti *principales*, si occupavano degli aspetti amministrativi e logistici della vita in caserma. Anche il reclutamento si era aperto a tutto l’impero. Tra i vigili del **III secolo d.C.** non figuravano più soltanto uomini di origine italica, ma anche soldati provenienti dalle province danubiane, africane e orientali — un riflesso della vastità dell’impero e della progressiva dissoluzione dei confini tra la guarnigione di **Roma** e le truppe di frontiera. ## Il tramonto del corpo e i collegiati del basso impero Il declino dei **vigili** prese avvio nel corso del **III secolo d.C.**, in parallelo con la crisi generale che investì lo **Stato romano**. Con lo spostamento delle capitali imperiali lontano da **Roma**, la città perse progressivamente la sua importanza strategica e le sue istituzioni cominciarono a sgretolarsi lentamente. Le coorti dei vigili si ridussero negli effettivi e la loro funzione militare si indebolì fino a scomparire quasi del tutto sotto i regni di **Diocleziano** e **Costantino**. La fine definitiva arrivò sotto **Valentiniano I**, tra il **364** e il **375 d.C.**, quando le antiche coorti furono ufficialmente soppresse e sostituite dai collegiati. Questi nuovi addetti agli incendi non erano più soldati professionisti, ma membri delle corporazioni cittadine — come i fabbri e i centonari — chiamati a intervenire in caso di necessità, in modo simile ai moderni pompieri volontari. Il loro numero era drasticamente ridotto: circa 560 uomini in totale, una frazione minima rispetto ai settemila vigili dell’epoca **severiana**. Dell’istituzione fondata da **Augusto** rimase soltanto il titolo del **prefetto**, ormai ridotto a semplice funzionario di giustizia subordinato al **prefetto** della città. I **vigili di Roma** non furono eroi leggendari né protagonisti di grandi conquiste, ma custodi silenziosi e indispensabili della vita quotidiana. Attraverso la loro storia — fatta di secchi d’acqua, ronde notturne e aspirazioni di cittadinanza — possiamo leggere l’evoluzione della società **romana**: un mondo capace di trasformare schiavi in cittadini e la paura del fuoco in una delle macchine amministrative più efficienti dell’antichità. Quando l’ultimo vigile smise di fare la ronda, **Roma** non era più la capitale del mondo. Ma il ricordo di quegli uomini che vegliavano mentre la città dormiva rimase impresso nelle pietre e nella memoria dell’**Urbe eterna**. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Pompei: scoperte tracce di un'antica arma a ripetizione romana sulle mura](https://scriptamanentitalia.it/pompei-scoperte-tracce-antica-arma-ripetizione-romana-sulle-mura/) **Published:** Marzo 23, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Pompei**, nel tratto settentrionale delle mura tra **Porta Vesuvio** e **Porta Ercolano**, le pietre conservano ancora le tracce di un attacco militare avvenuto quasi un **Secolo** prima della famosa eruzione del **Vesuvio**. Grazie a tecnologie digitali avanzate, un gruppo di studiosi italiani ha analizzato con grande precisione una serie di fori quadrangolari visibili nei blocchi di tufo e nel calcare di **Sarno**. Questi segni, diversi dai grandi crateri circolari provocati dai colpi delle *balliste*, rivelano l’uso di un’arma sorprendentemente avanzata per l’epoca. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La schiavitù nell'antica Roma: l'evoluzione da oggetti a persone](https://scriptamanentitalia.it/schiavitu-antica-roma-evoluzione-oggetti-persone/) **Published:** Marzo 20, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La nullità giuridica dello schiavo](#La_nullita_giuridica_dello_schiavo) - [Le fonti della schiavitù: guerra, pirateria e mercato di bambini](#Le_fonti_della_schiavitu_guerra_pirateria_e_mercato_di_bambini) - [La pax Romana e il cambiamento del mercato servile](#La_pax_Romana_e_il_cambiamento_del_mercato_servile) - [Il prezzo di un essere umano](#Il_prezzo_di_un_essere_umano) - [La resistenza degli schiavi: fuga, suicidio e rivolta](#La_resistenza_degli_schiavi_fuga_suicidio_e_rivolta) - [Le leggi che attenuarono il potere del padrone](#Le_leggi_che_attenuarono_il_potere_del_padrone) - [L’affrancamento: una libertà conquistata, ma non piena](#Laffrancamento_una_liberta_conquistata_ma_non_piena) - [I liberti che conquistarono Roma](#I_liberti_che_conquistarono_Roma) - [I servi publici: schiavi al servizio dello Stato](#I_servi_publici_schiavi_al_servizio_dello_Stato) - [Verso un’umanizzazione dello schiavo](#Verso_unumanizzazione_dello_schiavo) - [Il cristianesimo e la schiavitù: un’accettazione scomoda](#Il_cristianesimo_e_la_schiavitu_unaccettazione_scomoda) - [La schiavitù e la caduta dell’Impero romano](#La_schiavitu_e_la_caduta_dellImpero_romano) La civiltà **romana** — con le sue leggi, i suoi monumenti e le sue conquiste — si reggeva su una realtà spesso dimenticata: il lavoro degli **schiavi**. Senza di loro, i grandi edifici pubblici, le ville dei ricchi, i campi coltivati e persino l’amministrazione dello **Stato** non avrebbero potuto funzionare. **Joël Schmidt**, nel suo libro *Vita e morte degli schiavi nell’antica Roma* (**Albin Michel**, **Parigi**, **1973**), ricostruisce con rigore e partecipazione questa pagina scomoda della storia antica, restituendo agli schiavi la dignità umana che **Roma** aveva loro negato. ## La nullità giuridica dello schiavo Nella **Roma repubblicana**, lo schiavo non era considerato una persona: era una cosa. Il **diritto romano** lo classificava come *res* — un bene di proprietà, alla stregua di un campo o di un animale da lavoro. Una condizione assoluta, senza eccezioni: lo schiavo non poteva possedere beni, sposarsi legalmente né ricorrere alla giustizia. Era interamente in balia del padrone, che aveva su di lui un potere di vita e di morte. Eppure questa condizione non fu mai immobile. La schiavitù a **Roma** è una storia di lente trasformazioni: resistenze, tensioni sociali, adattamenti del diritto che seguirono i mutamenti della società **romana** nel corso dei secoli. Capire questa evoluzione significa capire qualcosa di essenziale sulla civiltà **romana** stessa. ## Le fonti della schiavitù: guerra, pirateria e mercato di bambini Come si diventava schiavi nell’antica **Roma**? Le strade erano diverse. La guerra era di gran lunga la fonte principale: i prigionieri catturati durante le campagne militari venivano ridotti in schiavitù e condotti a **Roma**, dove alimentavano un mercato vivace e sempre attivo. Anche la pirateria nel **Mediterraneo** aveva un ruolo di rilievo: i pirati rapivano uomini, donne e bambini e li rivendevano nei mercati costieri o nelle isole. Ma esisteva anche una fonte che oggi ci appare particolarmente crudele: l’abbandono e la vendita di bambini. Nella società antica, i neonati indesiderati venivano talvolta esposti o ceduti, e potevano facilmente finire in schiavitù. Questo flusso costante di nuovi schiavi permetteva ai mercati di funzionare con regolarità, e ai grandi proprietari terrieri, agli imprenditori e alle famiglie nobili di disporre di manodopera a basso costo. Un sistema di approvvigionamento spietato nella sua logica, che **Schmidt** analizza con precisione rivelando tutta la sua brutalità strutturale. ## La pax Romana e il cambiamento del mercato servile A partire dal **I secolo** d.C., il quadro cominciò a cambiare profondamente. La cosiddetta «*pax Romana*» — il lungo periodo di relativa stabilità e pace garantito dall’**Impero** — ebbe un effetto paradossale sul mercato degli schiavi: riducendo le guerre di conquista e frenando la pirateria, rallentò in modo significativo l’arrivo di nuovi schiavi sul mercato. Di fronte alla crescente scarsità di schiavi, i proprietari **romani** dovettero trovare soluzioni alternative. Una di queste fu il cosiddetto *allevamento degli schiavi*: incoraggiare le unioni tra schiavi e crescere i figli nati da esse come nuova forza lavoro domestica. Questo fenomeno, sempre più diffuso nel corso del **I secolo d.C.**, trasformò la schiavitù da un sistema alimentato principalmente dall’esterno a uno in parte autosufficiente. La *pax Romana*, dunque, pur rappresentando un progresso per la civiltà, contribuì paradossalmente a modificare — senza abolire — uno dei sistemi di sfruttamento più radicati della storia antica. ## Il prezzo di un essere umano Un dato particolarmente significativo riguarda il valore economico dello schiavo. All’epoca di **Augusto**, il prezzo medio di uno schiavo equivaleva a circa venti mesi di paga di un legionario. Era dunque un investimento considerevole, che rifletteva sia il valore della manodopera sia la complessità del mercato degli schiavi a **Roma**. Questo dato ci dice molto sul ruolo degli **schiavi** nell’economia **romana**. Non erano manodopera usa e getta: erano beni preziosi, che i padroni avevano interesse a mantenere in buona salute e in grado di lavorare. Questo non significa che fossero trattati con umanità; significa piuttosto che la logica economica imponeva una certa cura per la loro integrità fisica. Lo schiavo era, in fondo, un capitale investito — e come tale andava gestito. Ma questo non lo proteggeva affatto dai capricci e dalle crudeltà del padrone, al quale era completamente in balia. ## La resistenza degli schiavi: fuga, suicidio e rivolta Gli schiavi non erano però una massa passiva e rassegnata. Le forme di resistenza che mettevano in atto erano disperate, ma reali. Alla fuga — la più comune, ma raramente risolutiva — si affiancavano scelte estreme: il suicidio, l’assassinio del padrone e, nei casi più eclatanti, la rivolta aperta, tanto individuale quanto collettiva. Le rivolte servili più gravi sconvolsero profondamente la **Repubblica**. Tre in particolare segnarono un’epoca: due esplosero in **Sicilia**, dove le grandi piantagioni gestite da masse di schiavi erano terreno fertile per il malcontento e la disperazione. La terza, e la più celebre, fu quella guidata da **Spartaco** in **Italia**, che per anni tenne in scacco l’esercito **romano** e seminò il panico tra le classi dirigenti. Queste rivolte non portarono alla fine della schiavitù, ma costrinsero **Roma** a fare i conti con le contraddizioni di un sistema fondato sulla sopraffazione e sulla negazione della dignità umana. ## Le leggi che attenuarono il potere del padrone Nonostante il padrone godesse di diritti pressoché assoluti sullo **schiavo**, nel corso dei secoli alcune norme giuridiche cominciarono a limitare questo potere. Un cambiamento che rifletteva una trasformazione culturale più profonda: nella figura dello **schiavo** si iniziava a intravedere qualcosa di più di una semplice *cosa*. Le nuove norme riconobbero allo schiavo il diritto di accumulare un *peculium* — un piccolo patrimonio personale che poteva gestire, anche se giuridicamente restava di proprietà del padrone. Gli schiavi ottennero anche la possibilità di partecipare ad alcune cerimonie religiose e, in momenti eccezionali, persino di essere arruolati nell’esercito, come avvenne in alcuni frangenti critici della storia di **Roma**. Ma la conquista più importante restava l’affrancamento: la possibilità, cioè, di ottenere la libertà. ## L’affrancamento: una libertà conquistata, ma non piena L’affrancamento era un atto pubblico, rigorosamente codificato dal **diritto romano**, e poteva avvenire in tre modi. Il primo era l’iscrizione nei registri del censimento: il padrone dichiarava lo schiavo libero davanti al **magistrato** competente. Il secondo era la *vindicta*, un procedimento giudiziario in cui un terzo dichiarava davanti al **pretore** che lo schiavo era libero, senza che il padrone si opponesse. Il terzo, infine, era il testamento: il padrone poteva liberare i propri schiavi con le sue ultime volontà, garantendo loro la libertà dopo la propria morte. Tuttavia, l’affrancamento non trasformava lo schiavo in un uomo completamente libero. Il *libertus* — il **liberto** — restava legato al proprio ex padrone da una serie di obblighi sociali e giuridici, e la sua condizione rimaneva comunque inferiore a quella di un **cittadino romano** nato libero. La libertà conquistata era dunque reale, ma imperfetta: segnata per sempre dal marchio delle origini servili. ## I liberti che conquistarono Roma Eppure, nonostante questi limiti, alcuni liberti riuscirono a raggiungere posizioni di grande rilievo nella società **romana**. Nel **I secolo d.C.**, i più audaci e intraprendenti accumularono fortune immense, diventando figure di primo piano nel mondo degli affari e del commercio. Il caso più significativo fu però quello dei **liberti imperiali**. Questi ex schiavi, affrancati dall’**imperatore** o dalla sua famiglia, cominciarono a occupare posizioni chiave nell’amministrazione dello **Stato**. Segreterie, archivi, finanze pubbliche: funzioni di enorme importanza vennero affidate a uomini che erano stati schiavi, e che ora gestivano le leve del potere. Un paradosso straordinario, che rivela tutta la complessità di una società capace di produrre percorsi di ascesa sociale del tutto imprevedibili. ## I servi publici: schiavi al servizio dello Stato Accanto ai liberti **imperiali**, un’altra categoria godeva di una posizione privilegiata: i *servi publici*, ossia gli schiavi di proprietà dello **Stato**. Con il consolidarsi dell’**Impero**, nacquero numerosi incarichi amministrativi e municipali che richiedevano personale stabile, affidabile e competente — e questi ruoli venivano generalmente affidati proprio a loro. La loro condizione sociale era nettamente superiore a quella degli schiavi privati. Questa figura mostra bene come il sistema schiavile non fosse monolitico, ma prevedesse al suo interno gerarchie, distinzioni e possibilità di ascesa. Uno **schiavo pubblico** che gestiva l’amministrazione di una città poteva avere una vita radicalmente diversa da quella di uno **schiavo agricolo** nelle piantagioni siciliane. La schiavitù non era dunque un’unica condizione, ma un universo articolato, con le sue profonde disuguaglianze interne. ## Verso un’umanizzazione dello schiavo Un’altra trasformazione importante avvenne tra la fine della **Repubblica** e i primi secoli dell’**Impero**: si cominciò a considerare gli schiavi come esseri umani, e non più come semplici *cose*. Un cambiamento di mentalità lento e non uniforme, che aprì la strada alle riforme giuridiche già descritte e influenzò il modo in cui la filosofia, la letteratura e infine la religione affrontavano la questione della schiavitù. Questa evoluzione non fu il frutto di una generosità improvvisa delle classi dominanti, ma il risultato di spinte sociali, pressioni filosofiche e necessità pratiche che si accumularono nel tempo. Il mondo antico stava cambiando, e con esso anche la percezione di chi ne era escluso. ## Il cristianesimo e la schiavitù: un’accettazione scomoda Quando il **cristianesimo** cominciò a diffondersi nell’**Impero**, ci si potrebbe aspettare che la nuova religione, con il suo messaggio di uguaglianza davanti a Dio, si fosse opposta con decisione alla schiavitù. Non fu così. Il **cristianesimo** accettò la società antica così com’era, inseparabile com’era dal sistema schiavile. I **Padri della Chiesa** si rifiutarono di affrontare la schiavitù come un problema morale. Nelle loro riflessioni non vi era alcuna condanna esplicita della schiavitù in quanto tale. Anzi, la stessa **Chiesa** utilizzava schiavi nei propri possedimenti, comportandosi come qualsiasi grande proprietario dell’epoca. Solo verso la fine del **IV secolo d.C.** si cominciò a intravedere un cambiamento: lentamente, la *servitù della gleba* prese il posto della schiavitù antica, trasformando i rapporti di dipendenza senza eliminarli davvero. Il volto della servitù cambiava, ma la sua sostanza rimaneva. ## La schiavitù e la caduta dell’Impero romano La conclusione di **Schmidt** è di grande suggestione storica. Secondo l’autore, è proprio nella scomparsa della schiavitù — così come era stata concepita nell’Antichità — che vanno cercate le radici profonde della fine dell’**Impero romano**. La schiavitù non era un semplice fenomeno economico o sociale: era il fondamento su cui riposava l’intera struttura produttiva, amministrativa e culturale di **Roma**. Quando questo fondamento cominciò a cedere, l’intero edificio fu destinato a trasformarsi in modo irreversibile. **Schmidt** ha cercato di comprendere la schiavitù nell’Antichità partendo dalla mentalità delle società antiche, nelle quali la manodopera servile suppliva all’assenza di macchine. Questo approccio — contestuale, privo di anacronismi moralistici, attento alle logiche di ogni epoca — fa del suo volume uno strumento prezioso, arricchito da una bibliografia commentata e da puntuali rimandi agli autori antichi. Un’opera che ogni appassionato di storia **romana** dovrebbe conoscere. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Antichi astronauti: l’archeologia smentisce il mito degli alieni](https://scriptamanentitalia.it/antichi-astronauti-archeologia-smentisce-mito-alieni/) **Published:** Marzo 19, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Giza**, in **Egitto**, le imponenti piramidi si innalzano da secoli sull’orizzonte del deserto, come una straordinaria testimonianza delle capacità ingegneristiche raggiunte dalle antiche civiltà. Eppure, davanti a queste opere monumentali, molti oggi preferiscono pensare che la loro costruzione non sia merito dell’uomo, ma di visitatori arrivati da altri mondi. Questa tendenza a cercare spiegazioni oltre il nostro pianeta non nasce per caso. Le sue radici affondano in un periodo storico preciso: gli anni della **guerra fredda**. In quel clima segnato dalla minaccia nucleare e dalla corsa allo spazio, l’umanità iniziò. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [LA PROPAGANDA DEGLI IMPERATORI ROMANI. COME COMUNICAVANO SENZA GIORNALI E INTERNET?](https://scriptamanentitalia.it/propaganda-imperatori-romani-come-comunicavano-senza-giornali-internet/) **Published:** Marzo 18, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La comunicazione pubblica scritta durante l’epoca repubblicana](#La_comunicazione_pubblica_scritta_durante_lepoca_repubblicana) - [L’innovazione di Giulio Cesare e la nascita degli atti pubblici](#Linnovazione_di_Giulio_Cesare_e_la_nascita_degli_atti_pubblici) - [L’imperatore come centro del sistema informativo](#Limperatore_come_centro_del_sistema_informativo) - [Le forme della parola scritta: editti e rescritti](#Le_forme_della_parola_scritta_editti_e_rescritti) - [La logistica della comunicazione: il sistema dei trasporti](#La_logistica_della_comunicazione_il_sistema_dei_trasporti) - [La forza simbolica del bronzo e delle iscrizioni monumentali](#La_forza_simbolica_del_bronzo_e_delle_iscrizioni_monumentali) - [Alfabetizzazione e ricezione dei messaggi nel mondo romano](#Alfabetizzazione_e_ricezione_dei_messaggi_nel_mondo_romano) - [Il sistema delle petizioni e la persuasione del suddito](#Il_sistema_delle_petizioni_e_la_persuasione_del_suddito) - [Dalla comunità dei cittadini all’aggregato di individui](#Dalla_comunita_dei_cittadini_allaggregato_di_individui) - [La fine di un’era e l’eredità della comunicazione romana](#La_fine_di_unera_e_leredita_della_comunicazione_romana) Governare significa, in gran parte, far credere. Ma per far credere bisogna comunicare. Anche la **Roma** repubblicana e quella imperiale seguirono questa regola fondamentale, pur usando strumenti diversi a seconda dei cambiamenti delle istituzioni, dell’estensione del dominio e dei modi di amministrare il territorio. La comunicazione pubblica scritta non serviva solo a trasmettere informazioni: era anche un vero *atto di potere*, utile al **controllo sociale** e al cambiamento della società politica. In un mondo senza giornali né reti telematiche, la scrittura diventò il principale mezzo per creare un legame tra il centro del **potere** e i sudditi. Si passò così da una pluralità di voci dei **magistrati** a un **monopolio imperiale**, che finì per trasformare per sempre l’idea stessa di **Stato**. Studiare queste dinamiche ci aiuta a capire come il **potere** si manifestasse attraverso iscrizioni, documenti d’archivio e cerimonie pubbliche. Se durante la **repubblica** la comunicazione era divisa tra diverse istituzioni, con il **principato** l’**imperatore** diventò il principale, e di fatto *unico*, grande comunicatore. Fu capace di creare reti di trasmissione molto estese, che raggiungevano anche i confini del mondo allora conosciuto. L’aumento dell’uso della scrittura non servì solo a fare leggi, ma anche a costruire l’immagine dell’**imperatore** come benefattore. Allo stesso tempo, i cittadini venivano assoggettati attraverso una negoziazione continua, basata su petizioni e risposte standardizzate. ## La comunicazione pubblica scritta durante l’epoca repubblicana Sotto la **Repubblica** non esisteva un potere unico incaricato di organizzare la comunicazione ufficiale. Il sistema era infatti basato sulla pluralità: ogni **istituzione** aveva i propri modi di trasmettere i messaggi. Per il **senato**, che era l’organo di governo più autorevole, la priorità era l’oralità, soprattutto nel ricevere richieste e nel dare risposte. È significativo che, fino al **59 a.C.**, il **senato** comunicasse molto raramente per iscritto con il popolo o con i sudditi. Le decisioni senatorie, cioè i **senatoconsulti**, venivano conservate nell’erario pubblico, situato nel **tempio di Saturno**. La loro autorità dipendeva quindi soprattutto dalla registrazione negli archivi, più che dalla loro diffusione pubblica. La trasmissione di queste decisioni dipendeva da mediatori esterni, come le reti private dei **senatori** o i rappresentanti delle comunità locali, che chiedevano una copia dei decreti per portarla nelle loro città d’origine. I **magistrati superiori**, come i **consoli** e i **pretori**, avevano il compito di far conoscere le decisioni attraverso editti o lettere, a volte di propria iniziativa e altre volte su ordine esplicito del **senato**. Questo sistema rendeva la comunicazione un processo mediato: il documento scritto serviva soprattutto come memoria sacra e patrimoniale del popolo **romano**, più che come strumento di informazione quotidiana per la massa. ## L’innovazione di Giulio Cesare e la nascita degli atti pubblici Una svolta decisiva avvenne nel **59 a.C.**, durante il primo consolato di **Giulio Cesare**. **Cesare** capì che la comunicazione scritta poteva diventare un importante strumento politico e di governo. Perciò istituì gli atti del senato e dell’Urbe, ordinando la pubblicazione e affissione dei resoconti delle sedute del senato e delle notizie sulla vita cittadina. Questa decisione rompeva la tradizionale segretezza che circondava le discussioni della **nobiltà** e rendeva i singoli **senatori** responsabili delle loro opinioni di fronte all’opinione pubblica. Oltre a rendere più trasparente la vita istituzionale, **Cesare** usò la scrittura anche per aggirare le procedure tradizionali. Per esempio, faceva circolare i suoi bollettini di guerra tramite amici, senza aspettare il controllo del **senato**, e utilizzava lettere circolari per raccomandare i suoi candidati alle tribù. Il ricorso allo scritto segnò così l’inizio di un potere più centralizzato e autoritario, capace di stabilire un rapporto diretto, anche se a distanza, con il corpo elettorale. Anche se in seguito **Augusto** limitò la pubblicità delle sedute del **Senato** per ristabilire una certa riservatezza, il modello di una comunicazione di governo più organizzata era ormai nato. ## L’imperatore come centro del sistema informativo Con l’avvento dell’**impero**, la comunicazione pubblica scritta cambiò profondamente. L’**imperatore** divenne il principale comunicatore e creò canali propri di trasmissione per rafforzare il controllo sulla società. Ogni sua parola, che fosse un ordine o la risposta a una petizione, assumeva un valore generale. L’aumento della documentazione scritta permise così al **principe** di costruire la propria immagine di benefattore e di rafforzare il suo ruolo legislativo. L’**imperatore** comunicava in due modi: da una parte inviava ordini e istruzioni, dall’altra rispondeva alle migliaia di lettere e richieste che arrivavano da ogni parte del mondo. Una tale quantità di lavoro richiedeva un’organizzazione amministrativa specializzata. Nacquero così **uffici** specifici, dedicati per esempio alla corrispondenza o all’esame delle suppliche, guidati da uomini di cultura ed esperti di retorica, che svolgevano il ruolo di veri *consulenti della comunicazione*. Il **potere imperiale** si esprimeva quindi attraverso una burocrazia composta da dotti, mettendo in evidenza il legame stretto tra cultura, scrittura e **autorità**. ## Le forme della parola scritta: editti e rescritti Lo strumento più noto della comunicazione **imperiale** era l’*editto*. All’inizio veniva letto ad alta voce da un banditore pubblico davanti al popolo riunito e poi affisso in luoghi ben visibili. L’editto poteva contenere ordini, informazioni o anche opinioni personali dell’**imperatore**. A volte serviva a rispondere alle voci che circolavano o a rimproverare il popolo per comportamenti ritenuti inappropriati. Se sotto la **Repubblica** l’editto era legato a un rapporto diretto tra **magistrato** e **cittadino**, sotto l’**Impero** finì invece per sostituire quel contatto, trasformando il **principe** in una figura onnipresente ma lontana. Un’altra forma fondamentale di comunicazione era il **rescritto**, cioè la risposta dell’**imperatore** a una petizione inviata da un privato o da un **funzionario**. Se la richiesta veniva da un semplice cittadino, la risposta era spesso scritta direttamente sotto la supplica originale, sotto forma di *sottoscrizione*. Questi documenti venivano poi esposti pubblicamente, così che gli interessati potessero leggerli o copiarli. Attraverso i *rescritti*, l’**imperatore** non solo amministrava la giustizia, ma entrava anche, in modo virtuale, nella vita quotidiana dei suoi sudditi, risolvendo controversie locali e trasformando decisioni particolari in norme generali valide per tutto l’**impero**. ## La logistica della comunicazione: il sistema dei trasporti Far arrivare le comunicazioni a destinazione era una grande sfida logistica in un territorio vastissimo, che andava dalla **Britannia** all’**Egitto**. Per questo **Augusto** istituì la cosiddetta *vehiculatio*, poi chiamata *cursus publicus*: un sistema di stazioni di posta, con cambi di cavalli e carri, pensato per trasmettere rapidamente le notizie ufficiali e militari. Questo servizio era fondamentale per il controllo delle **province** e permetteva all’**imperatore**, pur vivendo a **Roma**, di ricevere informazioni e inviare ordini con grande rapidità, quasi come se avesse «le ali», secondo l’espressione di un retore dell’epoca. Nonostante queste strutture, la velocità dei messaggi restava comunque limitata dai mezzi dell’epoca. Le notizie potevano impiegare mesi per attraversare il **Mediterraneo**, soprattutto in inverno o per raggiungere le regioni più interne. Per esempio, la notizia della morte di un **imperatore** poteva arrivare da **Roma** all’**Egitto** in circa due mesi. Questa lentezza influenzava anche il modo di governare: gli **imperatori** dovevano spesso affidarsi ai loro delegati, ma cercavano di mantenere il controllo attraverso un flusso continuo di corrispondenza. In questo modo, il governo imperiale finiva per assomigliare a una vera e propria amministrazione per lettera. ## La forza simbolica del bronzo e delle iscrizioni monumentali Oltre ai documenti di uso quotidiano, scritti su carta o su legno, il potere **romano** utilizzava molto anche supporti più durevoli, come la pietra e il bronzo. Le iscrizioni monumentali non servivano solo a informare, ma anche a conservare la memoria pubblica e a rappresentare l’eternità del potere di **Roma**. Le tavole di bronzo che riportavano leggi o trattati erano considerate una garanzia della protezione di **Roma**. Proprio per questo, durante le ribellioni, erano spesso tra le prime a essere distrutte dai rivoltosi, come gesto di rifiuto dell’oppressione. Un esempio molto significativo di questa comunicazione simbolica sono le *Res Gestae*, il racconto delle imprese di **Augusto**, che egli volle far incidere su tavole di bronzo davanti al suo mausoleo. Questo testo non era soltanto un’autocelebrazione, ma anche una vera rendicontazione delle finanze pubbliche e delle spese sostenute per il bene comune. Il suo scopo era mostrare che l’**imperatore** meritava l’apoteosi divina per i benefici concessi allo **Stato**. La scrittura monumentale rendeva il **potere** visibile anche a chi non sapeva leggere bene, perché la grandezza stessa del supporto comunicava la maestà dell’**autorità**. ## Alfabetizzazione e ricezione dei messaggi nel mondo romano Perché la comunicazione scritta fosse davvero efficace, era necessario che nella società esistesse un certo livello di alfabetizzazione. Si ritiene che, nell’**Ultimo Secolo** della **Repubblica**, l’istruzione fosse abbastanza diffusa tra le classi dirigenti e che, sotto l’**Impero**, si estendesse anche a gruppi più ampi della popolazione. La grande quantità di graffiti trovati a **Pompei**, insieme ai numerosi documenti commerciali e militari riportati alla luce dagli archeologi, mostra quanto l’uso della scrittura fosse diffuso. Tuttavia, il **potere** cercava di rendere i messaggi accessibili a tutti. Gli editti dovevano essere affissi in modo chiaro, in luoghi frequentati e con caratteri leggibili da terra, così che nessuno potesse giustificarsi dicendo di non conoscere la **legge**. In alcune regioni era inoltre necessario usare, accanto al *latino*, anche il *greco* o le lingue locali. Si racconta che l’imperatore **Caligola**, per imporre nuove tasse ai cittadini senza dare loro la possibilità di opporsi, fece esporre il testo della legge in caratteri molto piccoli e in un luogo stretto, proprio per impedire che qualcuno potesse copiarlo. Questo episodio mostra bene quanto la trasparenza potesse essere una questione decisiva sul piano politico. ## Il sistema delle petizioni e la persuasione del suddito Uno degli aspetti più interessanti della comunicazione **imperiale** era il dialogo continuo tra il **sovrano** e i suoi **sudditi**. Attraverso le **petizioni**, i singoli cittadini e le **città** potevano rivolgersi direttamente all’**imperatore** per chiedere **privilegi**, **esenzioni** o **giustizia**. Questo sistema creava l’idea di un dialogo possibile, nel quale l’**imperatore** appariva come un arbitro giusto e un benefattore di tutti. La parola del **principe** era attesa con grande attenzione e venerata quasi come fosse divina. In **Egitto**, per esempio, è attestata perfino la pratica di prosternarsi davanti ai decreti **imperiali**. Questo rapporto particolare non era soltanto il risultato della propaganda, ma si basava anche su un’ideologia davvero condivisa. Sudditi e sovrano finirono per parlare lo stesso linguaggio, usando nelle loro comunicazioni gli stessi termini e gli stessi modelli retorici. La persuasione divenne così un elemento centrale del **potere**: l’**imperatore** non si limitava a comandare, ma cercava anche di ottenere il consenso. Per farlo adottava uno stile che, con il passare dei **secoli**, divenne sempre più solenne e autoritario, passando dalla sobria brevità degli inizi alla maestosità del Basso **Impero**. ## Dalla comunità dei cittadini all’aggregato di individui L’effetto più profondo dello sviluppo della comunicazione scritta fu il cambiamento della natura stessa dello **Stato**. Sotto la **repubblica**, la *cosa pubblica* era concepita come il bene del **popolo**, cioè di una comunità unita da interessi comuni e da un ordine condiviso. La comunicazione avveniva nelle piazze, attraverso la voce dei banditori e il contatto diretto. Con l’**Impero**, invece, questo legame collettivo cominciò a dissolversi. Lo **Stato** divenne poco a poco un insieme di individui, ciascuno legato all’**imperatore** da interessi particolari e da privilegi personali ottenuti attraverso lo scambio di documenti scritti. La negoziazione individuale prese il posto della partecipazione politica collettiva. Così, mentre l’**impero** si unificava formalmente grazie alla **cittadinanza universale**, la società politica si frammentava in una moltitudine di rapporti di fedeltà personale verso la figura concreta dell’**imperatore**. In questo processo, l’idea stessa di **bene comune** finì per coincidere con l’insieme dei benefici che il **principe** concedeva ai singoli sudditi. ## La fine di un’era e l’eredità della comunicazione romana In conclusione, la storia della comunicazione a **Roma** è anche la storia di come la parola scritta abbia costruito e trasformato un **Impero**. Dalle tavole di bronzo del **Senato** ai rescritti conservati nella memoria degli archivi imperiali, la scrittura fu il sistema nervoso del potere **romano**. Permise di amministrare territori immensi, di unificare il **diritto** e di creare un consenso destinato a durare per secoli. Tuttavia, lo stesso strumento che diede forza all’**impero** ne segnò anche il cambiamento interno, trasformando il cittadino in suddito e la **repubblica** in un potere personale. La lezione che arriva dall’antica **Roma** è che la comunicazione non è mai neutrale: contribuisce a definire chi siamo come comunità e come individui di fronte al **potere**. Quando la voce pubblica del **popolo** fu sostituita dal silenzio degli archivi segreti e dalla grandiosità dei decreti imperiali, la natura stessa della politica romana cambiò per sempre, lasciando in eredità un modello di amministrazione burocratica che avrebbe influenzato la nascita dello **Stato moderno**. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Egitto: trovati 13.000 frammenti iscritti ad Athribis, è record mondiale](https://scriptamanentitalia.it/egitto-trovati-13-000-frammenti-iscritti-athribis-record-mondiale/) **Published:** Marzo 17, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Sohag**, nell’**Alto Egitto**, lungo la riva occidentale del **Nilo**, una missione archeologica congiunta egiziano-tedesca ha portato alla luce un eccezionale tesoro di documenti antichi: tredicimila frammenti di ceramica iscritti. Questi reperti, chiamati *ostraka*, costituiscono una delle più grandi raccolte di testi antichi mai scoperte in un unico sito archeologico egiziano. Il ritrovamento arriva dall’antica città di **Athribis**, vicino all’odierno villaggio di **Nag al-Sheikh Hamad**, e conferma l’importanza di questo centro per ricostruire la vita quotidiana, l’amministrazione e perfino le credenze. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il Colosso di Barletta. L'enigma: Chi è l'imperatore rappresentato?](https://scriptamanentitalia.it/colosso-barletta-enigma-chi-imperatore-rappresentato/) **Published:** Marzo 16, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Un gigante venuto dal mare](#Un_gigante_venuto_dal_mare) - [Le ferite del tempo e il restauro del quattrocento](#Le_ferite_del_tempo_e_il_restauro_del_quattrocento) - [Chi si cela dietro il volto di bronzo?](#Chi_si_cela_dietro_il_volto_di_bronzo) - [Gli indizi della numismatica e l’ipotesi Onorio](#Gli_indizi_della_numismatica_e_lipotesi_Onorio) - [Un gioiello rivelatore: l’oreficeria barbarica](#Un_gioiello_rivelatore_loreficeria_barbarica) - [Dalla lancia militare al simbolo della croce](#Dalla_lancia_militare_al_simbolo_della_croce) - [Una complessa partita politica tra oriente e occidente](#Una_complessa_partita_politica_tra_oriente_e_occidente) - [La moda imperiale: tuniche e calzature](#La_moda_imperiale_tuniche_e_calzature) - [Il colosso come baluardo contro l’invasore](#Il_colosso_come_baluardo_contro_linvasore) - [L’eredità di un’immagine intramontabile](#Leredita_di_unimmagine_intramontabile) Sulla costa adriatica, a **Barletta**, si trova una delle statue bronzee più grandi e misteriose arrivate fino a noi dall’antichità classica. Alta più di cinque metri, questa figura imperiale si alza accanto alla chiesa del **Santo Sepolcro** e osserva i passanti con uno sguardo severo, quasi a voler sfidare il tempo. La sua vicenda unisce elementi affascinanti: naufragi, restauri del **Rinascimento** e lunghi dibattiti tra studiosi che, per secoli, hanno cercato di dare un nome a questo gigante di bronzo. ## Un gigante venuto dal mare La presenza del colosso a **Barletta** non dipende dalla sua collocazione originaria. Secondo le fonti, la statua fu recuperata al largo delle coste pugliesi dopo il naufragio di una nave veneziana, avvenuto nel **XIII secolo d.C.** Si pensa che la nave stesse trasportando questo prezioso carico da **Costantinopoli** a **Venezia**. In quegli anni, infatti, la **Repubblica di Venezia**, guidata dal doge **Dandolo**, aveva saccheggiato **Costantinopoli** nel **1204 d.C.**, portando via enormi tesori, tra cui i cavalli di bronzo che oggi si trovano sulla basilica di **San Marco**. Forse il colosso era destinato a decorare un arco di trionfo a **Ravenna**, ma il mare e le tempeste dell’**Adriatico** cambiarono il suo destino, facendolo finire sul fondo del mare fino al momento del suo recupero. ## Le ferite del tempo e il restauro del quattrocento Quando la statua fu riportata a terra, era in pessime condizioni. Solo nel **1431 d.C.** lo scultore **Fabio Alfano** ricevette l’incarico di restaurarla. Il suo intervento fu molto invasivo: ricostruì completamente le gambe, l’avambraccio sinistro e gran parte del braccio destro, compresa la mano. In quell’occasione fu aggiunta anche una piccola croce, un dettaglio che per molto tempo ha influenzato l’identificazione del personaggio raffigurato. Per questo, la statua che vediamo oggi è il risultato dell’unione tra l’arte tardoantica e la sensibilità del primo **Rinascimento** italiano. ## Chi si cela dietro il volto di bronzo? L’identità dell’imperatore ha diviso gli storici per molti decenni. Le prime ipotesi, avanzate all’inizio del **secolo scorso**, identificarono la statua con **Valentiniano I**, imperatore tra il **364** e il **375 d.C**. Chi sosteneva questa tesi vedeva una somiglianza tra il volto del colosso e la descrizione lasciata dallo storico **Ammiano Marcellino**, che parlava di un uomo energico, dai lineamenti forti e tipici delle popolazioni pannoniche. Altri studiosi, però, non erano d’accordo: secondo loro, il profilo della statua è molto diverso da quello che appare sulle monete di **Valentiniano I**, soprattutto per la forma e la lunghezza del naso. Altre teorie hanno proposto i nomi di **Marciano**, imperatore tra il **450** e il **457 d.C.**, e di **Giustiniano**, che regnò tra il **527** e il **565 d.C.** L’ipotesi su **Marciano** si basava sull’aspetto guerriero della statua e sull’età avanzata del personaggio, più compatibile con lui che con altri sovrani raffigurati più giovani. Nel caso di **Giustiniano**, alcuni studiosi hanno dato importanza al diadema con pendenti laterali, considerato un elemento tipico delle monete emesse durante il suo regno, intorno al **538 d.C.** Tuttavia, nessuna di queste ipotesi ha trovato una conferma definitiva confrontando insieme fonti storiche, monete e caratteristiche artistiche. ## Gli indizi della numismatica e l’ipotesi Onorio Una svolta importante arrivò nel **1973**, quando **Pasquale Testini** propose di identificare il colosso con **Onorio**, imperatore dal **395** al **423 d.C.**, colui che fece di **Ravenna** la capitale dell’**Impero Romano d’Occidente**. Oggi questa ipotesi è considerata la più convincente, per diversi motivi storici e tecnici. Uno dei principali riguarda l’acconciatura: i capelli, tagliati in modo arrotondato e tali da coprire la parte superiore delle orecchie, sono tipici dell’età **teodosiana** e si ritrovano anche nei busti di **Teodosio II** e **Valentiniano III**. Un altro elemento fondamentale è la barba. Nelle raffigurazioni giovanili **Onorio** appare senza barba, come nel famoso *cammeo* che celebra le sue nozze con **Maria** nel **398 d.C.** Tuttavia, le monete coniate a **Ravenna** verso la fine del suo regno, tra il **421** e il **422 d.C.**, mostrano un uomo di circa trentotto anni con barba e baffi ben visibili, proprio come il *colosso*. Nel bronzo, e soprattutto in una statua di dimensioni così grandi, questi tratti risultano ancora più marcati e danno al sovrano un aspetto solenne e severo, in sintonia con gli ultimi anni del suo difficile governo. ## Un gioiello rivelatore: l’oreficeria barbarica Un dettaglio del diadema imperiale, spesso poco considerato, rafforza l’idea che la statua risalga all’inizio del **V secolo d.C.** Al centro del diadema, sulla fronte, non c’è una semplice gemma ovale, ma un *cabochon* rettangolare decorato con la tecnica dello smalto *alveolato*. Questo tipo di lavorazione era tipico delle popolazioni danubiane e dei **Goti** e cominciò a diffondersi nelle corti imperiali proprio tra la fine del **IV** e l’inizio del **V secolo d.C.** Un gioiello molto simile compare anche sulla corona di **Elia Eudossia**, moglie di **Arcadio** e madre di **Teodosio II**, raffigurata sui *solidi* d’oro coniati a **Costantinopoli** intorno al **400 d.C.** La presenza di questa stessa tecnica decorativa sul colosso fa pensare che la statua sia stata realizzata in un *atelier* di **Costantinopoli** proprio in quegli anni, prima che questo stile venisse abbandonato nelle epoche successive. ## Dalla lancia militare al simbolo della croce Il restauro del **XV secolo** aggiunse nella mano destra del colosso una piccola croce, ma il movimento del braccio fa pensare che in origine la statua tenesse altro. Probabilmente l’imperatore impugnava una lunga lancia, che non era soltanto un’arma da guerra. Tra il **421** e il **425 d.C.**, infatti, i simboli del potere imperiale cambiarono profondamente: il *labaro* costantiniano, con il monogramma di **Cristo**, cominciò a essere sostituito da una lunga lancia sormontata da una vera croce. Questo cambiamento è attestato anche dai solidi d’oro emessi da **Teodosio II** e dal giovane **Valentiniano III**. In queste monete, l’imperatore impugna una lancia a forma di croce, con la quale a volte trafigge un serpente, simbolo del male o degli usurpatori sconfitti. È quindi probabile che il colosso di **Barletta** tenesse in origine una di queste alte lance cruciformi, sollevata sopra la testa come segno di una vittoria non solo militare, ma anche spirituale. ## Una complessa partita politica tra oriente e occidente Perché **Teodosio II**, imperatore d’Oriente, avrebbe fatto realizzare una statua così imponente per suo zio **Onorio**? La risposta sta nella volontà di ribadire l’unità dell’**Impero Romano** e la legittimità della dinastia teodosiana. Nonostante tensioni e rivalità, **Onorio** era infatti l’*Augusto senior*, colui che aveva assicurato la continuità del potere imperiale in un Occidente sconvolto dalle invasioni barbariche e dalle usurpazioni. Nel **422 d.C.**, **Onorio** celebrò i suoi trent’anni di regno, un risultato straordinario per quel tempo. Nello stesso periodo, **Teodosio II** festeggiava i suoi vent’anni di potere e promosse diverse iniziative per rendere omaggio allo zio e rafforzare il legame tra le due corti imperiali. La statua potrebbe quindi essere stata commissionata proprio in questo clima di riavvicinamento dinastico, oppure poco dopo la morte di **Onorio**, avvenuta nel **423 d.C.**, come omaggio postumo e come strumento per sostenere la legittimità dell’ascesa al trono del giovane **Valentiniano III**, figlio di **Galla Placidia** e nipote di **Onorio**. ## La moda imperiale: tuniche e calzature Un’ulteriore analisi degli abiti del colosso conferma la sua collocazione storica. A differenza delle statue più antiche, che raffiguravano gli imperatori con gambe e braccia nude secondo la tradizione eroica pagana, il gigante di **Barletta** indossa una tunica a maniche lunghe sotto la corazza. Questo dettaglio riflette il nuovo gusto e il nuovo cerimoniale della corte **cristiana**, nella quale la nudità eroica non era più ritenuta adatta a rappresentare il sovrano. Anche le calzature offrono un indizio importante: non sono i *campagi*, i sandali aperti tipici dei **generali vincitori**, ma stivaletti chiusi, usati dagli **alti funzionari civili** e dai membri della **famiglia imperiale** nelle cerimonie solenni. Questo particolare fa pensare che l’**imperatore** non sia raffigurato solo come **comandante militare**, ma come **massima autorità dello Stato** e **difensore della fede**. ## Il colosso come baluardo contro l’invasore Oltre al suo valore storico e archeologico, il colosso ha assunto nel tempo anche un forte significato simbolico per la città di **Barletta**. Quando fu restaurato e collocato davanti alla chiesa del **Santo Sepolcro**, il mondo cristiano si trovava di fronte a una nuova e grave minaccia: l’avanzata dei **Turchi Ottomani**. In questo contesto, la figura dell’imperatore in armatura, con il volto deciso e la croce impugnata come un’arma, finì per rappresentare la resistenza contro il nemico che cominciava ad affacciarsi sulle acque dell’**Adriatico**. La vittoria navale di **Lepanto**, nel **1571 d.C.**, allontanò infine questo pericolo. Per oltre un secolo, però, quel gigante di bronzo fu visto dai cittadini come un custode instancabile delle coste italiane. Ancora oggi, anche se la sua identità continua a essere discussa dagli studiosi, la sua presenza imponente richiama l’autorità di un impero che, tra crisi e divisioni, cercò fino all’ultimo di difendere la propria eredità sotto il segno della croce. ## L’eredità di un’immagine intramontabile In conclusione, il colosso di **Barletta** resta una delle testimonianze più impressionanti della tarda antichità. Che rappresenti l’apatico **Onorio**, il guerriero **Marciano** o il fiero **Valentiniano I**, la statua ha comunque raggiunto il suo scopo originario: trasmettere un’idea di stabilità eterna e di potere straordinario. Il fatto che i **Veneziani** del **XIII secolo** d.C. abbiano deciso di portarla via da **Costantinopoli** mostra che, anche molti secoli dopo la sua realizzazione, quest’opera continuava a colpire per la sua grande qualità artistica e per la sua imponenza, suscitando meraviglia e desiderio di possesso. Oggi, passeggiando per le strade di **Barletta**, il colosso ci ricorda che la storia non è fatta soltanto di date e battaglie, ma anche di oggetti che attraversano i mari, cambiano significato e si adattano alle paure e alle speranze di epoche diverse. La sua mano destra, che un tempo teneva una lancia e oggi stringe una croce, continua a indicare un orizzonte in cui la storia dell’uomo e quella dell’arte si uniscono in un unico, continuo racconto di bronzo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Ritrovata a Blois una pagina perduta del Palinsesto di Archimede](https://scriptamanentitalia.it/ritrovata-blois-pagina-perduta-palinsesto-archimede/) **Published:** Marzo 13, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** **Blois**, **Francia** — Tutto è iniziato quasi per scherzo. **Victor Gysembergh**, ricercatore del **Centro nazionale francese per la ricerca scientifica**, stava parlando con alcuni colleghi quando ha lanciato una proposta apparentemente bizzarra: «Andiamo a vedere se a **Blois** c’è un *palinsesto*». Sembrava una battuta, una di quelle idee dette senza troppe aspettative. E invece proprio da lì è partita una scoperta filologica tra le più sorprendenti degli ultimi decenni: una pagina perduta del celebre *Palinsesto di Archimede*, riemersa nelle riserve del **Museo delle Belle Arti. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Gli imperatori gallici: quando l'Impero delle Gallie si staccò da Roma](https://scriptamanentitalia.it/gli-imperatori-gallici-quando-impero-gallie-si-stacco-roma/) **Published:** Marzo 12, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La grande crisi del III secolo](#La_grande_crisi_del_III_secolo) - [La nascita dell’Impero gallico](#La_nascita_dellImpero_gallico) - [Postumo: il fondatore](#Postumo_il_fondatore) - [Leliano e Mario: due ombre nell’epilogo](#Leliano_e_Mario_due_ombre_nellepilogo) - [Vittorino: il successore di Postumo](#Vittorino_il_successore_di_Postumo) - [Il potere delle monete come fonte storica](#Il_potere_delle_monete_come_fonte_storica) - [Tetrico e la fine dell’Impero gallico](#Tetrico_e_la_fine_dellImpero_gallico) - [La resa ai Campi Catalaunici](#La_resa_ai_Campi_Catalaunici) - [Difensori, non rivali](#Difensori_non_rivali) Il **III secolo dC** fu uno dei periodi più difficili nella storia dell’**Impero romano**. I confini erano costantemente attaccati dai popoli barbari, la pressione dall’Oriente cresceva senza sosta, e al vertice del potere si alternavano imperatori sempre più deboli e instabili. È proprio in questo clima di crisi che, tra il **260** e il **273 dC**, nelle **Gallie** prese forma uno stato autonomo di breve durata. A governarlo si succedettero diversi imperatori, le cui date di regno e il cui ordine di successione sono ancora oggi oggetto di discussione tra storici e studiosi di *numismatica*. ## La grande crisi del III secolo La svolta arrivò quando l’imperatore **Valeriano** fu catturato dal re persiano **Sapore I**, intorno al **260 d.C.** Si trattò di un evento sconvolgente e senza precedenti: era la prima volta nella storia di **Roma** che un imperatore fu fatto prigioniero dal nemico. Suo figlio **Galieno**, che reggeva l’Impero insieme a lui, si trovò improvvisamente solo a dover affrontare una situazione disperata: le invasioni dei popoli germanici lungo il **Reno** e il **Danubio**, la crescente minaccia delle potenze orientali, e una serie di rivolte interne come non se ne erano mai viste prima. Il potere centrale era così debole da non riuscire più a proteggere le province più vulnerabili. In questo vuoto di autorità, le **legioni** stanziate ai confini cominciarono a proclamare i propri comandanti come **imperatori** locali. Nella maggior parte dei casi, non si trattava di uomini ambiziosi assetati di potere, ma di militari che le circostanze erano costretti a farsi carico della difesa di ciò che ancora si poteva salvare. ## La nascita dell’Impero gallico Tra questi personaggi, il più importante fu **Marco Cassianio Latino Postumo**, governatore della **Gallia**. La sua salita al potere avvenne in modo brusco e violento, nel pieno della crisi del **260 dC**. **Galieno** aveva affidato a suo figlio **Salonino** la supervisione delle province galliche, con **Postumo** nel ruolo di tutore militare. Le fonti antiche — **Aurelio Vittore**, **Eutropio**, lo *Pseudo-Epitome de Caesaribus* e **Zonara** — concordano nel legare l’usurpazione di **Postumo** all’assassinio di **Salonino**, anche se differiscono sui dettagli. Secondo **Zonara**, la scintilla fu il rifiuto di **Postumo** di consegnare al figlio di **Galieno** il bottino preso a un gruppo di barbari intercettati mentre tornavano da una razzia in territorio romano. Questo atto di disobbedienza fece precipitare gli eventi: le truppe di **Postumo** si ribellarono, **Salonino** fu ucciso e il comandante gallico venne proclamato **Augusto**. La data di questi avvenimenti è stata a lungo discussa dagli studiosi, ma grazie all’analisi dei papiri egiziani e delle monete coniate ad **Alessandria** può essere collocata tra **giugno e agosto del 260 dC**. ## Postumo: il fondatore **Postumo** non fu un usurpatore nel senso tradizionale del termine. **Galieno** tentò più volte di sconfiggerlo, arrivando persino a restare ferito durante un assedio, ma non riuscì mai ad avere la meglio. Nel frattempo, **Postumo** rafforzò il proprio controllo su **Gallia**, **Britannia** e **Hispania**, riportò la pace nelle province galliche e respinse le invasioni dei **Germani**. **Eutropio** lo descrive come un imperatore che «regnò per dieci anni e recuperò province quasi perdute senza ritorno». Il suo regno durò dal **260** al **269 d.C.**, come attestano le dieci potestà tribunizie e i cinque consolati incisi sulle sue monete. Nonostante la sua energia e la sua efficacia nel proteggere le **Gallie**, **Postumo** morì per mano dei propri soldati. Quando l’usurpatore **Leliano** si ribellò a **Magonza**, **Postumo** lo sconfisse militarmente, ma si rifiutò di permettere alle sue truppe di saccheggiare la città. Fu proprio questo rifiuto a costargli la vita: i soldati, delusi e furiosi, lo uccisero insieme al figlio. ## Leliano e Mario: due ombre nell’epilogo La morte di **Postumo** non chiude semplicemente un capitolo. Attorno alla sua fine si aprì una vera crisi di successione, con la comparsa quasi simultanea di altri due pretendenti al trono gallico: **Leliano** e **Mario**. **Leliano** si era ribellato a **Magonza**, probabilmente negli ultimi mesi del regno di **Postumo**, che riuscì a sconfiggerlo. Il suo regno fu brevissimo — forse solo qualche mese — e le monete a lui attribuite sono molto rare, segno di un potere fragile e limitato. **Mario** è invece la figura più enigmatica: le fonti letterarie gli attribuiscono un regno di appena due o tre giorni, ma i *numismatici* hanno dimostrato che la sua produzione monetaria fu più abbondante di quella di **Leliano**. Questo suggerisce che il suo potere durò molto più a lungo, forse in parallelo con gli ultimi mesi di regno di **Postumo** stesso. Dall’analisi delle fonti e delle monete emerge che, verso la fine del regno di **Postumo**, nelle **Gallie** regnarono contemporaneamente tre imperatori: **Postumo**, **Leliano** e **Mario**. La frase di **Aurelio Vittore** — «dopo la morte di **Postumo Mario** si impadronì del potere, ma fu sgozzato dopo due giorni» — va intesa nel senso che **Mario** sopravvisse solo due giorni dopo i suoi predecessori, non che il suo intero regno fosse durato appena due giorni. ## Vittorino: il successore di Postumo Il vero erede di **Postumo** fu **Vittorino**, che prese il potere nelle **Gallie** all’inizio del **269 d.C.** **Eutropio** ci riferisce che fu ucciso a **Colonia** nel secondo anno del suo regno: le monete, che gli attribuiscono tre potestà tribunizie, confermano questa notizia e collocano la sua morte nel corso del **271 d.C.** La sua fine fu insieme violenta e banale: stando alle fonti, fu assassinato da un marito tradito. Il personaggio di **Vittorino** è tuttavia fondamentale per comprendere la continuità dell’**Impero gallico**. Egli mantenne il controllo delle zecche di **Colonia** e di **Treviri**, continuando a coniare monete con i titoli imperiali tradizionali. L’analisi dei ripostigli monetari — i tesori sepolti nell’antichità e riemersi nei secoli successivi — ha permesso agli storici di ricostruire con precisione la cronologia del suo regno, collocando l’inizio del suo potere nel **269 d.C.**, poco dopo la morte di **Postumo**. ## Il potere delle monete come fonte storica Per ricostruire la storia degli **imperatori gallici**, le sole fonti letterarie non sono sufficienti. I testi antichi sono spesso contraddittori: l’*Historia Augusta*, **Aurelio Vittore**, **Eutropio**, l’*Epitome de Caesaribus*, **Zonara** e **Zosimo** offrono versioni discordanti sulla successione e le date dei vari regni. È qui che la *numismatica* — lo studio delle monete — diventa uno strumento indispensabile. Le monete coniate dagli **imperatori gallici** riportavano con precisione le potestà tribunizie — rinnovate ogni anno il **10 dicembre** — e i consolati, assunti ogni **1° gennaio**. Questi dati permettono di costruire una cronologia abbastanza affidabile. Ancora più preziosi sono però i *ripostigli monetari*: tesori nascosti in tempi di pericolo e mai recuperati dai loro proprietari. Esaminare la composizione di questi *ripostigli* — quali **imperatori** vi sono rappresentati, in quali quantità e con quali tipi di moneta — consente di stabilire quando furono sotterrati, e quindi di ricostruire la sequenza degli eventi politici. Quarantatré ripostigli rinvenuti in **Armorica**, **Normandia**, nel nord della **Gallia**, in **Belgio**, in **Britannia** e in **Svizzera** sono stati analizzati con questo metodo. Il fatto che molti di questi tesori contengono monete di **Vittorino** ma non di **Tetrico**, pur essendo databili al periodo di **Aureliano**, dimostra in modo definitivo che il regno di **Tetrico** iniziò dopo quello di **Aureliano**, e non prima come alcuni studiosi avevano sostenuto. ## Tetrico e la fine dell’Impero gallico Dopo l’assassinio di **Vittorino**, fu una donna — **Vittoria**, sua madre — a tenere le redini del potere nelle **Gallie**. Grazie a una generosa distribuzione di denaro alle legioni, riuscì a far proclamare **Augusto Tetrico**, un **senatore** che governava l’**Aquitania** e che aveva assunto il potere a **Bordeaux**. **Tetrico** regnò dal **271** al **273 d.C.** circa, associando al potere il proprio figlio con il titolo di *Cesare*. Le monete attestano due potestà tribunizie e due consolati certi, confermando la brevità del suo regno. La situazione interna peggiorò rapidamente: l’imperatore si trovò a dover fronteggiare non solo le minacce esterne, ma anche disordini interni sempre più difficili da tenere sotto controllo. ## La resa ai Campi Catalaunici La fine dell’**Impero gallico** giunse sui **Campi Catalaunici** — l’area intorno all’odierna **Châlons-en-Champagne** — dove **Aureliano** affrontò e sconfisse le truppe di **Tetrico**. La battaglia si svolse però in circostanze singolari: secondo **Eutropio**, fu **Tetrico** stesso a «consegnare il proprio esercito» all’imperatore legittimo. In altre parole, l’ultimo **imperatore gallico** tradì i propri soldati, cercando un accordo con **Aureliano**. **Aureliano** non si mostrò vendicativo nei confronti del vinto. **Tetrico** fu condotto a **Roma** per il trionfo dell’imperatore — una cerimonia in cui sfilò anche **Zenobia**, la regina di **Palmira**, altra grande nemica dell’unità imperiale — ma in seguito ricevette la nomina a *Corrector Lucaniae*, un incarico amministrativo nell’**Italia meridionale**. Stando alle fonti, visse a lungo come semplice privato cittadino. ## Difensori, non rivali Come interpretare, in conclusione, il fenomeno degli **imperatori gallici**? La domanda è se questi personaggi fossero veri rivali dell’**imperatore** legittimo o piuttosto dei sostituti obbligati dalle circostanze, costretti ad esercitare un potere che nessuno a **Roma** sembrava in grado di assumere al loro posto. Una risposta illuminante viene da **Zonara**: quando fu chiesto a **Claudio II** quale dovesse essere il primo obiettivo delle sue campagne militari — **Postumo** o i popoli barbari che premevano sul *limes* danubiano — l’imperatore rispose: «La guerra che fa **Postumo** riguarda solo me; quella che fanno i popoli stranieri riguarda tutto l’**Impero**». Questa frase, citata dallo studioso **Lafaurie** come la più efficace per definire il ruolo del primo imperatore gallico, rivela tutta la complessità della situazione: c’era rivalità tra l’imperatore legittimo e l’usurpatore, ma anche unità di scopo e comunanza di visione — difendere l’**Impero**, la cui integrità non era mai davvero in discussione. L’**Impero delle Gallie** durò tredici anni, dal **260** al **273 d.C.** In quel breve arco di tempo, cinque imperatori — **Postumo**, **Leliano**, **Mario**, **Vittorino** e **Tetrico** — si alternano al potere in una successione spesso violenta, ma sempre orientata verso lo stesso obiettivo: tenere in piedi, a qualunque costo, quel lembo di mondo romano che il potere centrale non riuscì più a proteggere. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [I quartieri Ebraici nell'antica Roma. Come erano organizzati?](https://scriptamanentitalia.it/quartieri-ebraici-antica-roma-come-erano-organizzati/) **Published:** Marzo 11, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Un popolo senza ghetto](#Un_popolo_senza_ghetto) - [Il pomerium e i culti stranieri](#Il_pomerium_e_i_culti_stranieri) - [Una presenza diffusa, con centri ben definiti](#Una_presenza_diffusa_con_centri_ben_definiti) - [Il Trastevere: cuore della Roma ebraica](#Il_Trastevere_cuore_della_Roma_ebraica) - [Le sinagoghe del Trastevere](#Le_sinagoghe_del_Trastevere) - [Il Campo Marzio: una seconda comunità](#Il_Campo_Marzio_una_seconda_comunita) - [La Suburra e i Calcarienses](#La_Suburra_e_i_Calcarienses) - [L’Aventino e la Porta Capena](#LAventino_e_la_Porta_Capena) - [Una rete che avvolgeva tutta la città](#Una_rete_che_avvolgeva_tutta_la_citta) La comunità ebraica dell’antica **Roma** è uno dei capitoli più affascinanti della storia della città classica. Studiare dove vivevano gli *ebrei romani* non significa solo ricostruire la mappa di una minoranza: significa capire come i popoli stranieri si intrecciassero con la *civiltà latina* e, attraverso di essa, contribuissero alla nascita di nuove *correnti spirituali*, fino al *cristianesimo*. ## Un popolo senza ghetto Una delle prime domande che chi studia la presenza *ebraica* a **Roma** si pone riguarda il *ghetto*: esisteva un quartiere dove gli ebrei fossero costretti a vivere? La risposta è no. Nonostante persecuzioni, espulsioni temporanee e la perdita di alcuni privilegi, nulla indica che gli ebrei di **Roma** siano mai stati obbligati a concentrarsi in un’unica zona della città. Tra le misure più severe si ricordano quelle di **Vespasiano**, che introdusse il *fiscus Judaicus* — una tassa speciale imposta agli ebrei — e quelle di **Domiziano**, **Adriano** e **Antonino Pio**. **Tiberio** e **Claudio** arrivarono persino a espellere l’intera comunità dalla città. Eppure, in nessuno di questi casi fu mai imposta una *separazione fisica* per legge. ## Il pomerium e i culti stranieri Prima di affermare che tutta la città fosse aperta agli ebrei, è necessario affrontare una questione di *diritto sacro romano*: il ***pomerium***. Si trattava del *confine sacro* di **Roma**, entro il quale i *culti stranieri* erano in teoria vietati. Secondo lo studioso **Ambrosch**, nessuna sinagoga avrebbe quindi potuto sorgere all’interno di questo perimetro. Tuttavia, questa regola conobbe molte eccezioni nella pratica. Già nel **217 a.C.** fu consacrato sul **Campidoglio** un tempio alla Venere dell’Erice, e il culto di Iside si radicò così profondamente su quello stesso colle da richiedere interventi di allontanamento da parte dei consoli negli anni 58, 54, 50 e 48 a.C., e da parte di **Augusto** nel **28 a.C.** Inoltre, anche quando il *pomerium* veniva rispettato, nulla vietava agli ebrei di abitare all’interno del confine sacro e di costruire le loro sinagoghe al di fuori di esso — come probabilmente accadde nel quartiere della **Suburra**, servita da una sinagoga situata oltre l’*agger*. ## Una presenza diffusa, con centri ben definiti Gli ebrei non erano distribuiti in modo uniforme per tutta **Roma**, né confinati in poche zone isolate. La situazione era più *sfumata*: ebrei si potevano incontrare in ogni quartiere della città, specialmente quelli abbastanza ricchi da potersi permettere qualsiasi residenza. In alcune aree, però, la *presenza ebraica* si concentrava fino a formare veri e propri *centri comunitari*. La maggior parte degli ebrei **romani** apparteneva agli strati più poveri della società, come testimoniano lo stile e la fattura delle loro *epigrafi funerarie*. Molti si dedicavano al *commercio* — e non è un caso che i principali quartieri ebraici coincidessero con le zone commerciali della *capitale imperiale*. ## Il Trastevere: cuore della Roma ebraica Il cuore del giudaismo romano fu il **Trastevere**. Qui gli ebrei si insediarono fin dalle origini della loro comunità, crebbero di numero e si radicarono per tutta l’età latina. All’epoca di **Augusto**, come attesta **Filone di Alessandria**, il **Trastevere** era di fatto l’unico vero *quartiere ebraico* dell’intera città. Come avvenne questo insediamento? Non fu una scelta deliberata, ma una conseguenza naturale dei *flussi commerciali*. Le merci provenienti dall’Asia risalivano il **Tevere** da **Ostia**, e gli ebrei — attratti dal porto, dai magazzini e dalle botteghe — si stabilirono dove approdavano i loro carichi. **Filone** attribuisce agli affranchiti di **Pompeo** l’origine della comunità **trasteverina**, ma si tratta di una semplificazione: la comunità ebraica era già presente molto prima. Intorno al **160 a.C.** **Giuda Maccabeo** stipulava già un trattato con **Roma**; attorno al **140 a.C.** il pretore **Ispallo** sgomberava dai luoghi pubblici i materiali delle *proseuché*, le *case di preghiera ebraiche*; nel **59 a.C.** **Cicerone** denunciava apertamente il potere acquisito dalla comunità israelita. Quanto alla consistenza numerica, un calcolo approssimativo basato su **Flavio Giuseppe** indica che nel **4 a.C.** ottomila ebrei romani accompagnarono **Erode il Grande** in udienza dal principe. Poiché quella delegazione era composta probabilmente solo da uomini adulti di un certo rango, la popolazione totale del **Trastevere** ammontava forse a quaranta o cinquantamila persone — cifra che gli studiosi tendono a ridurre a trenta o quarantamila. Il quartiere aveva un aspetto non troppo diverso dai ghetti di età moderna: botteghe modeste e insegne ebraiche nel tipico contesto delle *insulae* romane. Un’atmosfera di festa particolare animava il *sabato*, con lampade ornate di viole alle finestre profumate di olio e le famiglie riunite attorno al tonno in salsa, come descrive il poeta **Persio**. ## Le sinagoghe del Trastevere Il quartiere *trasteverino* ospitava diverse *sinagoghe*, come attesta esplicitamente **Filone** per l’epoca di **Augusto**. Le iscrizioni *funerarie* rinvenute nelle *catacombe* di **Monteverde** permettono di identificarne alcune con ragionevole certezza. La prima è la sinagoga degli **Augustenses**, così chiamata in onore dell’imperatore **Augusto**, il sovrano romano più favorevole agli ebrei dopo **Cesare**. Fu lui a ordinare che ogni giorno a **Gerusalemme** venissero offerti in sacrificio un toro e due agnelli a sue spese, e a scrivere alle città dell’**Asia** per tutelare i *privilegi ebraici*. La sinagoga sopravvisse probabilmente fino a epoche piuttosto tarde, come suggerisce la presenza tra i suoi membri di un *mellarchonte* di dodici anni: la carica di *archonte*, originariamente non ereditaria e di grande prestigio, divenne col tempo un semplice *titolo onorifico*, attribuito persino a bambini. La seconda è la sinagoga degli *Agrippenses*, posta sotto il patronato di **Marco Vipsanio Agrippa**, il grande generale e architetto a cui si deve, tra l’altro, il ponte che portò il suo nome sul **Tevere**, nei pressi dell’attuale **Ponte Sisto**. È probabile che la sinagoga sorgesse proprio alla testa di quel ponte. A sostegno di questa ipotesi c’è un *cubo di marmo* scoperto nel **novembre del 1881** vicino alla **Farnesina**, sulla riva del **Tevere**, recante l’iscrizione *IACΩN ΔIC APXΩN*: potrebbe essere parte di un *edificio pubblico ebraico*, forse la sinagoga degli *Agrippenses* stessa. La terza è la sinagoga di **Volumnius**, il cui patrono fu probabilmente un funzionario romano coinvolto nella *politica* della **Siria-Palestina** e negli affari della famiglia di **Erode**. A queste si aggiungono la comunità dei *Vernaculi* e quella dei *Tripolitani*, probabilmente insediatasi a **Roma** sotto **Settimio Severo**, imperatore nato a **Leptis Magna** e notoriamente ben disposto verso gli ebrei. Il rabbino **Kimchi**, vissuto nel **XII secolo d.C.**, menziona infatti una sinagoga di **Severo** costruita a **Roma**. ## Il Campo Marzio: una seconda comunità Un secondo centro ebraico è attestato nel **Campo Marzio**. Le fonti in questo caso sono esclusivamente *epigrafiche*: si tratta delle iscrizioni di alcuni membri della comunità dei **Campenses**, il cui nome deriva chiaramente da *Campus*, il termine con cui si indicava comunemente il **Campo Marzio**. Su questa comunità restano molte incertezze storiche e *topografiche*. La presenza di un *archonte bambino* tra i suoi membri suggerisce che si sia mantenuta fino a un’epoca relativamente tarda. I **Saepta Iulia**, trasformati nel corso del **I secolo d.C.** in una grande sala d’aste, offrivano spazio per le attività commerciali ebraiche in quella zona. ## La Suburra e i Calcarienses Esisteva anche una comunità ebraica nella **Suburra**, uno dei quartieri più centrali, popolosi e malfamati di **Roma**. Lo dimostrano le epigrafi dei *Suburenses* e, soprattutto, un’iscrizione pagana relativa a un fruttivendolo di nome **P. Corfidius Signinus**, che indicava la propria residenza come situata *de aggere a proseucha* — cioè “dalla parte dell’agger verso la sinagoga”. Quella sinagoga, abbastanza nota da servire come punto di riferimento topografico, doveva essere già ben consolidata all’epoca della morte di **Signinus**, collocata alla fine del **I secolo d.C.** Gli ebrei si erano quindi insediati nella **Suburra** almeno nella prima metà del **I secolo d.C.** Il quartiere ebraico della **Suburra** si estendeva lungo l’***agger***, il tratto delle **mura di Servio Tullio** che correva ai piedi dei colli **Quirinale**, **Viminale** e **Cispio**. Ne è testimonianza la comunità dei *Calcarienses*, un gruppo enigmatico il cui nome rimanda ai lavoratori dei forni da calce o a chi viveva nelle vicinanze di quelle industrie. La scoperta di due iscrizioni nei pressi delle **Terme di Diocleziano**, vicino alla **Porta Collina**, permette di localizzare il loro centro all’estremità settentrionale dell’***agger***. A questi si aggiunge forse la comunità degli *Hebrei*, identificabili come gli ebrei più *osservanti*, che potrebbero aver utilizzato la piccola catacomba della **via Labicana**, dove due iscrizioni su cinque sono scritte interamente in ebraico. ## L’Aventino e la Porta Capena Il quarto grande insediamento ebraico ci è descritto dal poeta **Giovenale** nella sua *Satira III*, scritta intorno al **115 d.C.**. Il testo ritrae, accampata presso la **Porta Capena** nel bosco sacro vicino al santuario di *Egeria*, una sorta di tribù di *ebrei erranti*: ognuno disteso sul fieno accanto ai propri bagagli in un *cesto orientale*, pagava una tassa per l’albero sotto cui si riparava. *Mendicità* e *pratiche di magia* sembravano, agli occhi pungenti del satirico, le principali risorse di quella comunità. Ma la presenza ebraica a sud di **Roma** era ben più solida e duratura. Ne sono prova le catacombe lungo la via **Appia**: la **Vigna Randanini**, con oltre duecento iscrizioni e bolli laterizi databili tra il **135** e il **211 d.C.**, è la più significativa. Al di sopra di essa sorge una struttura identificata da alcuni studiosi come una *sinagoga*, con una nicchia dipinta di azzurro e due *absidi contrapposte* — elementi che richiamano la nicchia della *Torah* presente in molte sinagoghe del mondo antico. Anche la presenza di un pozzo è rilevante, poiché il culto ebraico richiedeva frequenti *abluzioni rituali*. Il quartiere si estendeva verso est almeno fino al **Macellum Magnum**, il grande mercato coperto situato sotto l’attuale chiesa di **Santo Stefano Rotondo**, come attesta l’epigrafe del macellaio **Alessandro**, un ebreo che dichiarava di abitare *de macello*. ## Una rete che avvolgeva tutta la città Percorrendo i quartieri fin qui descritti — il **Trastevere**, il **Campo Marzio**, la **Suburra**, l’**Aventino** e la **Porta Capena** — si delinea una rete che avvolgeva l’intera **Roma imperiale**. Gli *ebrei* erano presenti in ogni angolo della città, portando con sé la loro *vitalità commerciale*, le loro *tradizioni* e la loro *religione*. Non si limitavano alle periferie: insediati in quartieri centralissimi come la **Suburra**, raggiungevano il cuore stesso della capitale. Le loro usanze erano un elemento familiare nel paesaggio urbano **romano**: la loro intensa vocazione *proselitistica* e il fascino del *monoteismo* si offrivano ogni giorno alla curiosità dei vicini **romani**, dei liberti, degli schiavi, dei mercanti. È in questo contesto vivace e articolato che affondano le radici, come sottolinea l’autrice dello studio, la straordinaria diffusione del messaggio **cristiano** e la sua capacità di raggiungere ogni strato della popolazione della capitale *imperiale*. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La battaglia di Azio. Realta' o storia "romanzata"?](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-azio-realta-o-storia-romanzata/) **Published:** Marzo 11, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le tracce (quasi) invisibili di Azio](#Le_tracce_quasi_invisibili_di_Azio) - [Le fonti letterarie: tra poesia e storia](#Le_fonti_letterarie_tra_poesia_e_storia) - [Il problema della propaganda](#Il_problema_della_propaganda) - [I destinatari dei testi: un pubblico ristretto e colto](#I_destinatari_dei_testi_un_pubblico_ristretto_e_colto) - [I discorsi prima della battaglia: le arringhe di Cassio Dione](#I_discorsi_prima_della_battaglia_le_arringhe_di_Cassio_Dione) - [Schemi narrativi e modelli letterari](#Schemi_narrativi_e_modelli_letterari) - [I silenzi delle fonti: quante vittime ad Azio?](#I_silenzi_delle_fonti_quante_vittime_ad_Azio) - [La guerra civile mascherata da guerra straniera](#La_guerra_civile_mascherata_da_guerra_straniera) - [Il bottino dell’Egitto: un argomento convincente](#Il_bottino_dellEgitto_un_argomento_convincente) - [Leggere il passato con occhi critici](#Leggere_il_passato_con_occhi_critici) Il **2 settembre del 31 a.C.**, nelle acque del **Mar Ionio**, vicino al promontorio di **Azio**, si combatté una delle battaglie navali più importanti dell’antichità. Da un lato c’era **Ottaviano**, erede adottivo di **Giulio Cesare**, affiancato dal suo fidato generale **Marco Vipsanio Agrippa**. Dall’altro, **Marco Antonio** insieme alla regina d’Egitto **Cleopatra VII**. In palio non c’era solo la vittoria militare: si decideva il futuro stesso di **Roma**. Con la sua sconfitta, **Marco Antonio** perse tutto. **Ottaviano** conquistò poi l’**Egitto** e divenne il padrone indiscusso del mondo romano. Fu lui a costruire le basi di quel nuovo sistema di governo che conosciamo come *principato*, assumendo il titolo con cui la storia lo avrebbe ricordato per sempre: **Augusto**. Eppure, nonostante la sua importanza, la battaglia di **Azio** è una di quelle vicende che conosciamo solo in parte. Le fonti antiche ne parlano molto, ma spesso si contraddicono, lasciano vuoti, forse distorcono la realtà. Ed è proprio in questi silenzi, tra le omissioni e le contraddizioni, che lo storico deve saper trovare la sua strada. ## Le tracce (quasi) invisibili di Azio Ciò che rende **Azio** unica rispetto ad altre famose battaglie dell’antichità — come la resa di **Alesia**, la disfatta nella foresta del **Teutoburgo** o la caduta di **Masada** — è la quasi totale mancanza di prove materiali. Lo scontro non ha lasciato resti significativi né sui fondali del mare né sulla terraferma. L’unica traccia fisica che conoscevamo erano gli speroni delle navi di **Marco Antonio**, usati da **Ottaviano** per decorare i monumenti celebrativi della sua vittoria. Ma anche quelli sono ormai scomparsi. Non è quindi possibile fare ciò che lo storico ama di più: confrontare le fonti scritte con i resti fisici. Come è avvenuto ad **Alesia**, dove le strutture di assedio di **Cesare** sono state ritrovate e studiate per decenni. Ad **Azio**, invece, per ricostruire la battaglia dobbiamo affidarci quasi soltanto alle parole. E le parole, come sappiamo, possono mentire. Esistono anche alcuni rilievi in marmo, noti come rilievi **Medinaceli**, risalenti al **I secolo d.C.** Sono conservati in parte al **Museo delle Belle Arti di Budapest** e in parte in una collezione privata spagnola. Si tratta però di rappresentazioni artistiche, non di testimonianze dirette degli eventi bellici. ## Le fonti letterarie: tra poesia e storia Le fonti antiche che parlano di **Azio** sono numerose, ma molto diverse tra loro. Ci sono poeti come **Virgilio**, **Orazio** e **Properzio**, che scrissero in età **Augustea**. Storici come **Cassio Dione**, che raccontò i fatti molto tempo dopo che erano accaduti. Biografi come **Plutarco**. E infine le *Res gestae* di **Augusto**: l’autobiografia ufficiale che il *princeps* fece incidere nel bronzo per esporla davanti al suo mausoleo a **Roma**. Esiste anche un misterioso frammento di papiro ritrovato a **Ercolano**, noto come *Carmen de bello Actiaco*. Il suo autore è ancora sconosciuto, e il testo probabilmente non descrive nemmeno la battaglia di **Azio** in senso stretto, ma piuttosto la conquista di **Alessandria** da parte di **Ottaviano**. Questa varietà di fonti è preziosa: copre quasi tutti i generi letterari dell’antichità, dalla poesia alla storia, dalla biografia al memoriale. Manca solo il genere *epistolare*. Ma è anche una varietà che complica il lavoro dello storico, perché ogni genere segue regole proprie e offre una visione parziale degli eventi. ## Il problema della propaganda Ma queste fonti sono affidabili? Sono opere di propaganda al servizio di **Ottaviano**, o ci offrono uno sguardo genuino sugli eventi? La risposta, come spesso accade nella storia antica, non è né l’una né l’altra. È indubbio che gran parte della letteratura **augustea** avesse una forte carica ideologica. **Ottaviano** aveva tutto l’interesse a presentare il conflitto con **Marco Antonio** non come una guerra civile tra **Romani** — il che avrebbe riaperto le ferite più dolorose della storia recente — ma come una guerra straniera contro la regina d’**Egitto**, accusata di aver sedotto e corrotto un generale **romano**. Per questo aveva dichiarato guerra formalmente solo a **Cleopatra**, e non al suo ex alleato **Marco Antonio**. Tuttavia, sarebbe sbagliato ridurre tutta la letteratura augustea a pura propaganda. Come sottolinea lo studioso **Pierre Cosme**, questa letteratura si rivolgeva a un pubblico abbastanza colto e informato da non lasciarsi ingannare da falsificazioni troppo evidenti. La propaganda di **Augusto** era quindi un discorso rivolto a un’*élite*, non alle masse. Era pensata per convincere i **senatori**, i **cavalieri**, i notabili delle città italiane: coloro la cui opinione aveva un peso politico reale. ## I destinatari dei testi: un pubblico ristretto e colto Bisogna ricordare che la grande maggioranza della società **romana** era analfabeta. La maggior parte della popolazione riusciva tutt’al più a leggere le lettere maiuscole delle iscrizioni pubbliche, ma non i testi letterari scritti in *corsiva* — e tanto meno la poesia, con le sue dense allusioni mitologiche e storiche. Le *Res gestae* di **Augusto**, ad esempio, erano destinate soprattutto ai giovani dell’ordine equestre e senatorio, e ai notabili delle città italiane. Lo scopo era duplice: da un lato radicare il nuovo regime nelle generazioni future, quelle che non avevano vissuto la **Repubblica** e non ne sentivano la mancanza; dall’altro rafforzare e valorizzare quella classe di Italiani la cui ascesa sociale era stata favorita proprio dalle guerre civili — e di cui **Mecenate** e **Agrippa** erano i rappresentanti più illustri. ## I discorsi prima della battaglia: le arringhe di Cassio Dione Uno degli aspetti più interessanti delle fonti su **Azio** riguarda uno squilibrio curioso: le descrizioni della battaglia vera e propria occupano molto meno spazio dei discorsi pronunciati dai comandanti prima dello scontro. Nel libro 50 della sua *Storia romana*, **Cassio Dione** dedica ben quindici capitoli alle arringhe che **Ottaviano** e **Marco Antonio** avrebbero rivolto alle rispettive truppe, e solo cinque capitoli alla battaglia in senso stretto. Questo non è casuale. I discorsi militari prima di uno scontro avevano una funzione precisa nell’**esercito romano**: galvanizzare le truppe, rafforzare la coesione del gruppo, ricordare ai soldati — che erano anche cittadini — le ragioni per cui combattevano. I **legionari**, anche in armi, restavano membri di una comunità civica, e i generali che li guidavano erano anche **magistrati**. Questa tradizione sopravvisse per tutto il periodo **imperiale**, come dimostrano le numerose raffigurazioni sulle monete e sui grandi monumenti celebrativi, come la **Colonna Traiana** e la **Colonna Aureliana**. Nel discorso che **Cassio Dione** attribuisce a **Marco Antonio**, il generale accenna ai disordini che agitavano l’**Italia** e spiega la sua scelta di combattere per mare. Queste parole rivelano che il consenso popolare di cui **Ottaviano** si vantava nelle sue *Res gestae* non era poi così solido come voleva far credere. **Ottaviano** stesso aveva dovuto fare i conti con resistenze interne, soprattutto quando aveva tentato di far ricadere il costo della guerra sui liberti, scatenando una rivolta rimasta però poco documentata. ## Schemi narrativi e modelli letterari Un altro problema nella lettura delle fonti su **Azio** è la tendenza degli autori antichi a ricalcare schemi narrativi già esistenti. Il racconto di **Cassio Dione**, ad esempio, sembra in parte modellato sulla descrizione della battaglia di **Siracusa** nelle *Storie* di **Tucidide**. Le somiglianze riguardano soprattutto il vocabolario usato per descrivere gli abbordaggi navali, che sia **Cassio Dione** sia **Plutarco** tendono a illustrare con termini presi in prestito dalla guerra d’assedio terrestre. Del resto, le due battaglie presentavano alcune analogie reali. Come l’ateniese **Nicia** in **Sicilia**, anche **Marco Antonio** si trovava in una posizione difficile quando decise di dare battaglia. La sua flotta era bloccata nel golfo di **Ambracia**, l’esercito di terra assisteva impotente agli eventi navali, e il morale tra le truppe stava crollando. Ma le somiglianze con **Tucidide** rivelano qualcosa di più sottile: **Cassio Dione** voleva dimostrare ai propri lettori di saper scrivere discorsi militari belli e retoricamente elaborati quanto quelli del grande storico ateniese. La sua opera era, in parte, anche un esercizio di stile letterario, non solo una fonte storica. ## I silenzi delle fonti: quante vittime ad Azio? Uno dei problemi più concreti riguarda le perdite umane delle due parti. **Plutarco** parla di un massimo di cinquemila morti tra le truppe di **Marco Antonio**, e cita **Augusto** che nelle sue memorie afferma di essersi impadronito di trecento navi nemiche. Ma quel numero potrebbe includere anche le catture risalenti all’intera campagna primaverile, non solo alla giornata del **2 settembre**. **Floro** e **Cassio Dione** sembrano aver esagerato l’effetto dei tizzoni ardenti lanciati contro le navi di **Marco Antonio**, lasciando intendere che l’intera flotta fosse andata distrutta tra le fiamme. **Tacito**, però, precisa che le navi catturate da **Ottaviano** ad **Azio** furono poi inviate al porto di *Forum Iulii* (l’odierna **Fréjus**, in **Provenza**): non erano dunque tutte bruciate. **Orosio**, che scrisse molto più tardi avvalendosi dei libri oggi perduti di **Tito Livio**, conta dodicimila morti e seimila feriti, di cui mille deceduti per le conseguenze delle ferite. Nessuna fonte, però, riporta le perdite del campo vincitore. Anche il comportamento di **Ottaviano** nella notte successiva alla battaglia è rivelatore. Secondo **Svetonio**, il futuro **Augusto** trascorse l’intera notte a bordo della propria nave: un dettaglio che tradisce una certa inquietudine sull’esito definitivo dello scontro. La vittoria non sembrava così schiacciante come la tradizione successiva avrebbe voluto far credere. ## La guerra civile mascherata da guerra straniera Uno degli aspetti più originali della battaglia di **Azio**, che le fonti antiche tendono a nascondere o minimizzare, è la sua natura di guerra civile. **Ottaviano** aveva dichiarato guerra formalmente alla sola **Cleopatra**, compiendo i riti tradizionali dei sacerdoti feziali nel tempio di **Bellona**, con tutte le forme della guerra giusta (*bellum iustum*) condotta contro uno Stato straniero. Ma nessuno era davvero ingannato. **Virgilio**, nell’*Eneide*, descrive la battaglia come un conflitto tra **Occidente** e **Oriente**, ma riconosce che l’esercito nemico era guidato da **Marco Antonio**, e che **Cleopatra** era solo la sua alleata. **Orazio**, nella prima *Epistola*, mette in scena due fratelli che giocano a rievocare la battaglia di **Azio** — allusione abbastanza esplicita a un conflitto fratricida. Nella prima *Ode*, attribuisce la vittoria più ai capricci della *Fortuna* che alle qualità militari di **Ottaviano**. **Properzio**, nelle *Elegie*, presenta **Marco Antonio** non come un avversario militarmente inferiore, ma come un uomo sconfitto dalla propria passione per **Cleopatra**. Persino la presenza della dea **Discordia** accanto a **Ottaviano** nel celebre passo dell’*Eneide* suggerisce che **Virgilio** non fosse del tutto convinto della narrazione della «guerra giusta» promossa dal suo protettore. ## Il bottino dell’Egitto: un argomento convincente C’è un elemento che le fonti antiche tendono a trascurare, ma che probabilmente ebbe un peso enorme nel raccogliere consenso intorno a **Ottaviano**: la prospettiva del bottino. Nel discorso che **Cassio Dione** attribuisce a **Ottaviano**, questi denuncia l’intenzione dei nemici di fuggire per mare portando con sé il tesoro di guerra. L’argomento era evidentemente efficace: sempre **Cassio Dione** riferisce che alcuni soldati non esitarono a salire su navi in fiamme pur di fare bottino, spinti dalla promessa dell’oro egiziano. L’**Egitto**, al momento dello scontro, era ancora intatto dalle devastazioni delle guerre civili **romane** e dalle incursioni dei **Parti**, che avevano colpito duramente le province orientali. Conquistarlo significava aprirsi a ricchezze immense: terre fertili, commerci fiorenti, riserve d’oro e di grano. Non solo i soldati, ma anche i senatori, i cavalieri e i notabili italiani che sostenevano **Ottaviano** potevano attendersi consistenti guadagni da questa guerra. Chi credeva davvero al rischio di uno spostamento della capitale ad **Alessandria**, e chi non ci credeva, potevano trovare ugualmente nell’impresa egiziana una ragione concreta per appoggiare **Ottaviano**. ## Leggere il passato con occhi critici La battaglia di **Azio** ci insegna qualcosa di fondamentale sul mestiere dello storico: la prudenza. I silenzi e le contraddizioni delle fonti non devono spingerci a un eccesso di scetticismo che svuoti di significato l’intera tradizione antica. Ma non dobbiamo nemmeno accettarla come uno specchio fedele della realtà. Le fonti su **Azio** vanno lette tenendo conto del genere letterario a cui appartengono, del pubblico a cui erano destinate, e degli interessi ideologici dei loro autori e mecenati. Non potremo mai ricostruire le fasi della battaglia con la precisione con cui ricostruiamo **Waterloo**, né conoscere gli stati d’animo di **Marco Antonio** nel pomeriggio del **2 settembre 31 a.C.** come conosciamo quelli di **Napoleone**. Ma i silenzi stessi delle fonti, se letti con intelligenza, ci parlano dell’originalità di una guerra al tempo stesso civile e straniera, fratricida e imperiale, combattuta con le armi — ma anche, e forse soprattutto, con le parole. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Gli agrimensores romani: i geometri che disegnarono l'impero](https://scriptamanentitalia.it/agrimensores-romani-geometri-che-disegnarono-impero/) **Published:** Marzo 11, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il Corpus Agrimensorum: una raccolta tardiva per uso didattico](#Il_Corpus_Agrimensorum_una_raccolta_tardiva_per_uso_didattico) - [Frontino e Siculo Flacco: le voci degli agrimensori](#Frontino_e_Siculo_Flacco_le_voci_degli_agrimensori) - [Le tecniche e gli strumenti del mestiere](#Le_tecniche_e_gli_strumenti_del_mestiere) - [La centuriazione: geometria imposta sul paesaggio](#La_centuriazione_geometria_imposta_sul_paesaggio) - [I catasti di Orange: documenti eccezionali](#I_catasti_di_Orange_documenti_eccezionali) - [Colonie e ager publicus](#Colonie_e_ager_publicus) - [Le tracce romane in Britannia](#Le_tracce_romane_in_Britannia) - [Gli studi moderni e l’eredità degli agrimensori](#Gli_studi_moderni_e_leredita_degli_agrimensori) Nel mondo **romano**, la terra era potere. Non solo in senso economico o militare, ma anche politico e culturale: chi sapeva misurare, dividere e assegnare il suolo esercitava un controllo concreto sul territorio. Al centro di questo sistema c’erano figure professionali di grande importanza, note con il termine latino *agrimensores*, letteralmente «misuratori della terra». In italiano li chiameremmo geometri, ma il loro ruolo andava ben oltre: erano tecnici, funzionari, esperti di diritto e, in un certo senso, i veri progettisti del paesaggio rurale **romano**. La figura degli **agrimensori romani** ha attirato l’attenzione di storici e archeologi soprattutto negli ultimi decenni del **Novecento**, quando è cresciuto l’interesse per la ricostruzione dei paesaggi rurali dell’epoca **romana**. Un punto di riferimento fondamentale in questo campo è l’opera dello studioso britannico **Oswald Dilke** (**1915**–**1993**), *The Roman Land Surveyors. An Introduction to the Agrimensores*, pubblicata per la prima volta nel **1971** e tradotta in francese in un’edizione postuma curata da **François Favory** nel **1995**. Il volume — **283** pagine, **53** illustrazioni e ventuno tavole — offre una panoramica completa sulla storia, le tecniche e i risultati pratici degli **agrimensori romani**, ed è ancora oggi un testo imprescindibile per chi vuole capire come **Roma** organizzò e gestì il suo vasto territorio. ## Il Corpus Agrimensorum: una raccolta tardiva per uso didattico Per capire il lavoro degli agrimensori **romani**, bisogna partire dal testo che ci ha trasmesso le loro conoscenze: il *Corpus Agrimensorum*. Si tratta di una raccolta tardiva, nata con scopi didattici, che riunisce scritti di origine e datazione diverse, dal **I secolo a.C.** fino al **IV secolo d.C.** Non è quindi un’opera unitaria, scritta da un solo autore in un unico momento, ma un’antologia di testi tecnici prodotti da più autori nell’arco di quasi cinque **secoli** di storia **romana**. Il carattere tardivo e compilativo di questa raccolta non ne riduce il valore storico e tecnico. Al contrario, permette di seguire l’evoluzione della pratica agrimensoria nel tempo, dal periodo repubblicano avanzato fino all’età **Tardoantica**. Il testo più antico incluso nel *Corpus* risale al **I secolo a.C.** ed è opera di **Frontino**, uno dei più noti tecnici e amministratori romani, vissuto in quella stagione di grandi cambiamenti che portò dalla **Repubblica** al **Principato**. I testi più recenti appartengono invece al **IV secolo d.C.**, quando l’**Impero romano** attraversava una profonda trasformazione politica, religiosa e sociale. Quando l’opera di **Dilke** uscì, la comunità scientifica attendeva ancora un’edizione critica completa del *Corpus Agrimensorum*. In **Italia**, lo studioso **L. Toneatto** stava lavorando proprio a questo progetto, di grande impegno filologico e storico, che avrebbe finalmente messo a disposizione un testo critico affidabile di questa importante raccolta. La complessità del *Corpus* dimostra quanto la tradizione degli agrimensori fosse ricca, articolata e profondamente radicata nella cultura intellettuale e amministrativa di **Roma**. ## Frontino e Siculo Flacco: le voci degli agrimensori Tra le figure che compaiono nel *Corpus Agrimensorum*, due meritano una menzione speciale. La prima è **Frontino**, attivo nel I secolo a.C., la cui presenza nella raccolta attesta l’antichità della tradizione agrimensoria romana. **Frontino** non era solo un tecnico: era un personaggio di primo piano nella vita pubblica romana. Il fatto che si occupasse anche di misurazione del suolo dimostra quanto queste pratiche fossero integrate nella cultura amministrativa e politica di **Roma** — non semplici attività artigianali, ma una vera disciplina intellettuale al servizio dello Stato. La seconda figura di rilievo è **Siculo Flacco**, autore di un testo intitolato *Le Condizioni delle Terre*, pubblicato in edizione critica nel **1993** a cura di **M. Clavel-Lévêque** e altri collaboratori per l’editore **Jovene** di **Napoli** (collana *Diaphora*, **172** pagine). L’opera è particolarmente significativa perché affronta le diverse tipologie e condizioni giuridiche dei terreni nel mondo **romano**, offrendo una testimonianza preziosa delle complessità legali e amministrative legate alla gestione del suolo. Gli specialisti lo hanno considerato un testo di grande interesse proprio perché mostra come la misurazione della terra non fosse mai un’operazione puramente tecnica, ma fosse sempre intrecciata con questioni di diritto, proprietà e organizzazione sociale. ## Le tecniche e gli strumenti del mestiere Uno degli aspetti più affascinanti del lavoro degli **agrimensori romani** riguarda le loro tecniche e gli strumenti di lavoro. **Dilke** dedica ampio spazio a questo tema nel suo studio, descrivendo con precisione i metodi di misurazione, i dispositivi tecnici utilizzati e le modalità con cui i **geometri romani** operavano sul territorio. Gli agrimensori dovevano saper misurare con precisione terreni di natura e morfologia molto diverse: pianure alluvionali, colline, zone paludose, territori appena conquistati. Per farlo, disponevano di strumenti appositamente progettati, la cui sofisticazione rivela l’alto livello tecnico raggiunto dai **Romani** in questo campo. La delimitazione dei confini — chiamata in latino *terminatio* — era una delle operazioni fondamentali del loro lavoro, e doveva essere eseguita con rigore per evitare dispute tra proprietari e garantire una corretta gestione amministrativa dei territori. **François Favory** ha dedicato importanti studi alle operazioni di delimitazione dei confini, pubblicando due significativi articoli nella *Revue Archéologique du Centre de la France* nel **1994** e nel **1995**, in cui ha esaminato le fonti antiche relative alla *terminatio* e alle sue implicazioni giuridiche e pratiche. Questi contributi, insieme a quelli di altri specialisti, hanno progressivamente chiarito come lavoravano gli agrimensori e il quadro normativo entro cui operavano. ## La centuriazione: geometria imposta sul paesaggio Tra le realizzazioni più imponenti degli agrimensori **romani** spicca senza dubbio la *centuriazione*: il sistema di divisione regolare del territorio rurale in unità quadrate o rettangolari di dimensioni standard, chiamate *centurie*. Applicato su vaste porzioni del territorio **romano** e delle province, questo sistema geometrico trasformò profondamente il paesaggio rurale del mondo antico, imprimendo su di esso una struttura artificiale e razionale che in molti casi è ancora visibile nella trama del paesaggio odierno. **Dilke** dedica un intero capitolo della sua opera — il decimo — alla *centuriazione*, descrivendo le tecniche con cui veniva tracciata sul terreno, i metodi di orientamento e misurazione utilizzati e le modalità con cui le singole parcelle venivano assegnate ai coloni. La *centuriazione* era infatti strettamente legata alle pratiche di colonizzazione **romana**: quando **Roma** fondava una nuova colonia o ridistribuiva terre conquistate ai propri cittadini, erano gli agrimensori a suddividere il territorio in modo sistematico e preciso, garantendo una distribuzione equa e ordinata tra i nuovi abitanti. La regolarità geometrica della *centuriazione* era insieme un risultato tecnico, uno strumento amministrativo e un segno visibile del controllo di **Roma** su un territorio. ## I catasti di Orange: documenti eccezionali Tra le testimonianze più straordinarie lasciateci dagli agrimensori **romani** vi sono i **catasti di Orange**, ai quali **Dilke** dedica l’undicesimo capitolo della sua opera. **Orange** — l’antica *Arausio*, nella provincia di **Gallia** — ha restituito una serie di frammenti di lastra marmorea con mappe catastali di notevole precisione. Questi documenti offrono una testimonianza diretta dei metodi di registrazione fondiaria usati nell’**impero romano**, e rappresentano un caso eccezionale di conservazione di materiale documentario di questo tipo. Questi reperti eccezionali permettono di osservare come i **Romani** rappresentassero graficamente la suddivisione del territorio, con l’indicazione precisa delle parcelle, dei loro proprietari e delle loro dimensioni. I catasti di **Orange** sono considerati dagli studiosi una delle fonti primarie più importanti per capire la pratica *agrimensoria* romana, e la loro analisi ha contribuito in modo decisivo alla ricostruzione del paesaggio rurale dell’epoca. La loro sopravvivenza, sia pur frammentaria, è di per sé un fatto straordinario, che dimostra quanto i **Romani** tenessero alla documentazione scritta e figurata della proprietà fondiaria. ## Colonie e ager publicus Un altro tema fondamentale affrontato da **Dilke** è il rapporto tra le colonie **romane** e l’*ager publicus*, ovvero il territorio di proprietà pubblica dello Stato **romano**. Il dodicesimo capitolo è dedicato proprio a questo argomento, centrale per capire la politica fondiaria di **Roma**. L’*ager publicus* era il territorio conquistato da **Roma** nel corso delle sue guerre di espansione che, invece di essere distribuito ai privati, rimaneva formalmente di proprietà del popolo **romano**. La sua gestione e misurazione spettava agli *agrimensori*, incaricati di garantire una corretta registrazione e un’equa amministrazione delle diverse porzioni. Quando **Roma** decideva di fondare nuove colonie in queste aree, era necessario procedere a una nuova suddivisione e assegnazione dei terreni ai coloni — operazione che richiedeva l’intervento diretto degli *agrimensori*, i quali lavoravano a stretto contatto con le autorità politiche e militari responsabili della colonizzazione. ## Le tracce romane in Britannia Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di **Dilke** riguarda la ricerca delle tracce dei reticoli catastali *romani* al di fuori dell’**Italia** e delle province *mediterranee*. Il tredicesimo capitolo è dedicato alle tracce di reti catastali antiche in **Britannia** — l’attuale **Gran Bretagna** — dove la presenza *romana* ha lasciato segni importanti nel paesaggio che gli archeologi moderni cercano di identificare e studiare con metodi sempre più raffinati. Questo capitolo mostra la portata geografica dell’opera degli agrimensori **romani**, che seguivano le **legioni** nelle loro conquiste e organizzavano il territorio anche nelle province più remote dell’impero. La **Britannia**, romanizzata nei secoli successivi alla conquista, ha conservato tracce di queste suddivisioni catastali il cui studio contribuisce a capire quanto fosse profonda e intensa la romanizzazione nelle province settentrionali. La presenza di questi reticoli catastali anche in aree così lontane dal cuore dell’impero dimostra quanto sistematica e capillare fosse l’azione degli agrimensori al servizio di **Roma**. ## Gli studi moderni e l’eredità degli agrimensori L’opera di **Dilke** si inserisce in un contesto di crescente interesse scientifico per la storia degli *agrimensori romani* e per la ricostruzione dei paesaggi rurali antichi. In **Italia**, nel **1994** **G. Vivenza** ha pubblicato un volume sulle divisioni *agrimensorie* e i tributi fondiari nel mondo antico, arricchendo il dibattito con una prospettiva specificamente italiana. In **Francia**, un contributo di primo piano è stato offerto da **Gérard Chouquer** e **François Favory**, autori nel **1992** di *Gli Agrimensori romani. Teoria e pratica* (edizioni Errance, **Parigi**, collana Archéologie Aujourd’hui, **183** pagine con figure). La traduzione postuma del volume di **Dilke** nel **1995**, curata da **François Favory** e accompagnata da una prefazione di **P. Arnaud** e una postfazione di **G. Chouquer**, ha reso accessibile a un pubblico più ampio questa importante tradizione di studi. Per gli specialisti che si dedicano alla ricostruzione delle suddivisioni catastali e del paesaggio **romano**, l’opera di **Dilke** — integrata dai contributi di **Chouquer**, **Favory** e degli altri studiosi del settore — rimane uno strumento di lavoro prezioso e insostituibile. Studiare gli *agrimensori romani* significa, in ultima analisi, entrare nel cuore del modo in cui **Roma** concepiva il proprio rapporto con il territorio: non come un dato naturale immutabile, ma come uno spazio da plasmare, misurare e restituire ordinato alla storia. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Mosaico romano di Folignano: scoperta la vera origine del reperto rubato](https://scriptamanentitalia.it/mosaico-romano-folignano-scoperta-vera-origine-reperto-rubato/) **Published:** Marzo 11, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Pompei**, nei laboratori di ricerca del **Parco Archeologico**, si è conclusa un’indagine storica e scientifica che ha permesso di ricostruire con precisione la provenienza di un prezioso reperto trafugato dall’**Italia** più di ottant’anni fa. Si tratta di un mosaico di epoca romana con una scena erotica, rimasto per lungo tempo nascosto in una collezione privata in **Germania** e restituito allo **Stato italiano** nel **luglio 2025**. La sua vicenda recente ricorda un vero e proprio caso investigativo: una storia complessa, risolta grazie alla collaborazione tra. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Roma, affreschi e colombari scoperti nella Necropoli Ostiense](https://scriptamanentitalia.it/roma-affreschi-e-colombari-scoperti-necropoli-ostiense/) **Published:** Marzo 9, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Roma**, in via **Ostiense**, nell’area di **San Paolo fuori le Mura**, è emersa di recente una scoperta archeologica di grande importanza che contribuisce ad arricchire la conoscenza del passato monumentale della città. Durante alcune indagini di archeologia preventiva, avviate in vista della costruzione di una nuova residenza destinata agli studenti universitari, gli archeologi della **Soprintendenza Speciale di Roma** hanno individuato una porzione finora sconosciuta della vasta **Necropoli Ostiense**. Il complesso funerario si trova a circa un metro sotto l'attuale livello stradale e si conserva in condizioni straordinariamente. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Michelangelo: un busto a Sant’Agnese riapre il caso attribuzione](https://scriptamanentitalia.it/michelangelo-busto-santagnese-riapre-caso-attribuzione/) **Published:** Marzo 5, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** **Roma**. Presso la **Basilica di Sant’Agnese fuori le mura**, lungo l’antica via **Nomentana**, una nuova ipotesi di attribuzione artistica ha riacceso il dibattito tra gli studiosi del **Rinascimento**. La studiosa indipendente **Valentina Salerno** ha annunciato **mercoledì scorso** che un busto marmoreo raffigurante il **Cristo**, conservato da secoli all’interno della chiesa, potrebbe essere opera di **Michelangelo Buonarroti**. Se l’attribuzione venisse confermata, si tratterebbe di una scoperta significativa: **Michelangelo** è infatti uno degli artisti più studiati e influenti della storia. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Moli, banchine e. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I falsari nell'antica Roma. Come venivano puniti?](https://scriptamanentitalia.it/falsari-roma-come-venivano-puniti/) **Published:** Marzo 2, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Falsi celebri nell’antichità](#Falsi_celebri_nellantichita) - [L’Historia Augusta e i falsi letterari](#LHistoria_Augusta_e_i_falsi_letterari) - [Imitazione, plagio e diritto d’autore](#Imitazione_plagio_e_diritto_dautore) - [I falsi epigrafici e i grandi falsari moderni](#I_falsi_epigrafici_e_i_grandi_falsari_moderni) - [La fibula di Preneste: un caso ancora aperto](#La_fibula_di_Preneste_un_caso_ancora_aperto) - [Il falso nel diritto romano: la lex Cornelia de falsis](#Il_falso_nel_diritto_romano_la_lex_Cornelia_de_falsis) - [La fides come fondamento del sistema](#La_fides_come_fondamento_del_sistema) Quando si parla di **falsificazioni** nell’antica Roma, il caso più celebre è senza dubbio la *Donazione di Costantino*. Si trattava di un documento che, secondo quanto affermava, concedeva a **papa Silvestro** il potere imperiale sull’Occidente e numerosi altri privilegi. Per secoli, su questo atto si fondarono sia il potere temporale dei papi sia la legittimità del titolo imperiale conferito a **Carlo Magno**. In realtà, il documento risale all’**VIII secolo d.C.** e fu smascherato come falso solo gradualmente: prima a Costantinopoli, poi in Occidente, grazie a figure come **Arnaldo da Brescia** e **Lorenzo Valla**. Questo esempio ci introduce subito alla categoria di falsi che gli antichi consideravano più gravi: quelli legati al patrimonio, all’autorità pubblica e ai documenti ufficiali. Prima di approfondire l’aspetto giuridico, però, vale la pena fare un panorama sui diversi tipi di falsificazione attestati nel mondo romano. ## **Falsi celebri nell’antichità** Il mondo antico conobbe diversi casi importanti di falsificazione documentaria. Il trattato di pace di **Callia**, che avrebbe concluso le guerre persiane intorno alla metà del **V secolo a.C.**, fu inciso su un’iscrizione nel **IV secolo a.C.** e già all’epoca fu denunciato come falso, sebbene alcuni studiosi lo abbiano difeso fino ai giorni nostri. Nell’antichità tarda, il *Decreto di Graziano* — pilastro del diritto canonico — conteneva circa cinquecento testi giuridici apocrifi, tra cui quelli relativi alla *Donazione di Costantino*. Anche la letteratura non fu immune da falsificazioni. Uno dei casi più noti riguarda i cosiddetti *libri di* ***Numa***, scoperti nel **181 a.C.** sul Gianicolo, in quella che si diceva fosse la tomba del re. La loro perfetta conservazione destò subito sospetti: i libri trattavano in parte di diritto pontificale, in parte di filosofia pitagorica. Il senato, dopo averli esaminati tramite il pretore urbano, ne ordinò la distruzione nel Comizio. Il falso era piuttosto grossolano: si basava sulla leggenda che voleva Numa discepolo di **Pitagora**, proponendo così una lettura pitagorica dei culti romani. ## **L’*Historia Augusta* e i falsi letterari** Un caso letterario di grande complessità è quello dell’*Historia Augusta*, una cronaca che si presentava come continuazione dell’opera di **Svetonio**, raccogliendo le biografie degli imperatori del **II e III secolo d.C.** In realtà, fu composta alla fine del IV secolo d.C. da un unico autore e contiene numerosi documenti e informazioni di pura invenzione, usati per veicolare indirettamente una critica degli imperatori cristiani. Persino il grande **Theodor Mommsen** fu ingannato dall’opera, mentre il suo allievo **Hermann Dessau** ne metteva in dubbio l’autenticità già dal **1889**. Bisognò aspettare gli anni Trenta del Novecento perché la sua intuizione fosse universalmente riconosciuta. Questo episodio mostra quanto un falso ben costruito possa resistere all’analisi critica anche degli studiosi più autorevoli. ## **Imitazione, plagio e diritto d’autore** Nel mondo antico, le nozioni di autore, plagio e citazione erano molto diverse dalle nostre. Esisteva una pratica letteraria legittima chiamata *aemulatio*, che consisteva nel richiamarsi a un modello riconosciuto per dimostrare la propria creatività: le epopee attingevano sempre a miti e leggende antiche, e ogni autore rielaborava i materiali del passato senza che ciò fosse considerato un furto. Il mito, per sua natura, veniva riscritto ogni volta che qualcuno lo raccontava. Diverso era il caso del plagio in senso stretto: copiare parola per parola senza citare la fonte. **Plinio il Vecchio**, nella prefazione alla sua *Naturalis Historia*, si vanta di indicare sempre gli autori consultati, a differenza di chi li copia in silenzio. Con parole taglienti scrive che «è proprio di un’anima servile e di una mente sterile preferire essere colto in flagrante furto piuttosto che restituire un prestito». Il favolista **Fedro**, invece, ammette apertamente di aggiungere il nome di **Esopo** ai propri scritti non per ingannare, ma per dare maggiore autorità alla sua opera — proprio come gli artisti del suo tempo che incidevano sui propri lavori i nomi di **Prassitele**, **Scopa** o **Mirone** per spuntare un prezzo più alto. Ciò che era davvero riprovevole non era l’imitazione o il riferimento esplicito a un modello, ma la dissimulazione — soprattutto se motivata da un guadagno materiale. In un mondo che non conosceva il diritto d’autore, citare o imitare era ben diverso dall’appropriarsi del testo altrui. ## **I falsi epigrafici e i grandi falsari moderni** Se i falsi più numerosi di opere antiche furono prodotti nel **Medioevo**, nel **Rinascimento** e in età moderna, anche l’antichità conobbe il falso epigrafico — come dimostra il caso della pace di Callia. Tra i falsari più prolifici della storia si ricorda l’architetto **Pirro Ligorio**, che nel **XVI secolo** inondò l’Italia di iscrizioni false, la cui autenticità fu messa in dubbio già all’inizio del **XVIII secolo** da **Scipione Maffei**. Il grande *corpus* di iscrizioni latine raccolto da **Jan Gruter** conteneva già una sezione dedicata alle iscrizioni false; e il *Corpus Inscriptionum Latinarum* include una ricca raccolta di iscrizioni false o dubbie: ben **10.576** su un totale di circa **144.044**. Anche nomi illustri compaiono tra i falsari. Nel **1530** **Erasmo da Rotterdam** compose un testo intitolato *De duplici martyrio*, spacciandolo per un ritrovamento in un’antichissima biblioteca, mentre in realtà esprimeva la sua personale visione della vita cristiana. **Karl Benedikt Hase**, eminente ellenista e bibliotecario della Biblioteca Reale di Parigi, fabbricò tre frammenti di una storia della Russia attribuiti a un fantomatico *Toparcha Gothicus*, pubblicati nel **1819** in una nota della sua edizione di **Leone il Diacono**. Si dice che fosse stato ricompensato dal cancelliere dell’Impero russo, poiché il documento attestava antichi legami tra l’Impero e la Crimea: riuscì a ingannare il mondo accademico per quasi un secolo. ## **La *fibula di Preneste*: un caso ancora aperto** Un caso emblematico e ancora controverso è quello della celebre *fibula di Preneste*, resa nota dallo studioso tedesco **Wolfgang Helbig**, che viveva a Roma sul Gianicolo. La *fibula* recava un’iscrizione in latino arcaico con un raddoppiamento al perfetto del verbo *facere*, e da allora comparve nelle prime pagine di tutti i manuali di linguistica e letteratura latina. Nel **1980** l’epigrafista **Margherita Guarducci** pubblicò uno studio devastante per la reputazione di **Helbig**, sostenendo che l’iscrizione fosse un falso orchestrato da lui a fini di carriera, anche per compiacere **Mommsen**, appassionato di **epigrafia italica**. La questione, tuttavia, rimane aperta: i linguisti contemporanei tendono di nuovo a propendere per l’autenticità del testo. Questo panorama di falsari ed eruditi ingannati illustra bene quanto sottolinea **Anthony Grafton** nel suo saggio *Falsari e critici*: i falsi più efficaci sono spesso opera di specialisti, che si compiacciono di mettere alla prova il senso critico dei propri colleghi. La tentazione è reale anche tra i migliori: un grande epigrafista confessava di aver immaginato, in privato, di creare una bella iscrizione falsa per testare la perspicacia dei colleghi, con l’intenzione di affidare a un notaio una lettera da pubblicare dopo la sua morte per svelare l’inganno. ## **Il falso nel diritto romano: la *lex Cornelia de falsis*** Come trattava giuridicamente la falsificazione l’antica Roma? La risposta si trova nella *lex Cornelia testamentaria nummaria*, progressivamente ribattezzata de falsis: una legge di **età sillana** che riuniva sotto un unico titolo una serie di reati tra loro connessi. Il giurista **Paolo** la definisce così nelle sue *Sententiae*: *Falsum est, quidquid in veritate non est, sed pro vero asseveratur* — «Falso è tutto ciò che non è nella realtà, ma viene affermato come vero». Il primo titolo della legge riguardava testamenti e atti: erano perseguiti la distruzione illecita di disposizioni testamentarie, la produzione di testamenti falsi, l’apposizione di sigilli su un testamento falso o la rottura illegale dei sigilli su uno autentico, nonché la distruzione di atti veri o l’introduzione di atti falsi. Un secondo titolo riguardava i metalli preziosi e la moneta: l’alterazione della lega di un lingotto d’oro, la svalutazione della moneta per raschiatura o altre manipolazioni, la coniazione privata di monete che imitavano quelle ufficiali, il rifiuto di accettare moneta con l’effigie del principe. Dopo **Costantino**, la falsificazione monetaria fu equiparata al crimine di lesa maestà. Altri titoli riguardavano i procedimenti giudiziari: la corruzione attiva o passiva del giudice, la corruzione di testimoni, l’accordo per far condannare un innocente. Era perseguita anche la falsificazione legata alla parentela o al rango: la supposizione di figlio, la falsa dichiarazione di parentela a scopo di arricchimento illecito, la falsa attribuzione di un titolo non posseduto. Per tutti questi reati la pena poteva arrivare fino alla **pena capitale**. ## **La *fides* come fondamento del sistema** Dietro la nozione romana di falso si profila un principio fondamentale: l’attentato alla *fides*, alla lealtà e alla parola data. È questo il filo che unisce tutti i reati perseguiti sotto la *lex Cornelia de falsis*: hanno in comune la violazione di un impegno preso o di comportamenti ad esso equivalenti. Non è un caso che **Polibio**, descrivendo l’incorruttibilità dei Romani, concluda con una riflessione sulle loro credenze religiose: un magistrato romano rispettava scrupolosamente le somme di denaro affidategli per il solo fatto di aver impegnato la propria fede con un giuramento. È questa logica a spiegare perché anche i falsi letterari o artistici potessero condurre il loro autore al disonore — soprattutto se di rango elevato — anche quando i fatti non ricadevano esplicitamente sotto la legge. Dietro la nozione romana di falso si ritrova così, in modo coerente, il principio che informa non solo il comportamento dei Romani ma l’intero loro sistema di valori: la logica della *fides*. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Vergini vestali e vergini cristiane nell'antica Roma](https://scriptamanentitalia.it/vergini-vestali-vergini-cristiane-antica-roma/) **Published:** Marzo 1, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le vergini cristiane: una vocazione personale](#Le_vergini_cristiane_una_vocazione_personale) - [Un nome e un simbolo: la sposa di Cristo](#Un_nome_e_un_simbolo_la_sposa_di_Cristo) - [Il IV secolo: un cambiamento decisivo](#Il_IV_secolo_un_cambiamento_decisivo) - [Chi erano le Vestali](#Chi_erano_le_Vestali) - [La purezza rituale contro la purezza morale](#La_purezza_rituale_contro_la_purezza_morale) - [Lo scontro nel IV secolo: Simmaco contro Ambrogio](#Lo_scontro_nel_IV_secolo_Simmaco_contro_Ambrogio) - [Il tramonto delle Vestali](#Il_tramonto_delle_Vestali) - [Due città, due destini](#Due_citta_due_destini) Nel 1946, uno studioso francese fu ricevuto in udienza da Papa Pio XII insieme ad altri accademici. Durante l’incontro, il pontefice pronunciò un discorso che sarebbe rimasto a lungo nella memoria dei presenti. Citò i versi del poeta latino Orazio (*Odi III, 30, 8*): «*scandet cum tacita Virgine pontifex*» — “il Pontefice salirà al Campidoglio accompagnato dalla silenziosa Vergine” — scritti originariamente per celebrare la grandezza eterna di Roma. Il papa propose una lettura insolita e suggestiva: quei versi pagani potevano essere riletti come un ponte tra la Roma antica e quella cristiana. Il titolo di *Pontifex Maximus*, antico quanto Roma stessa, era ancora vivo nella figura del papa. E le monache che pregavano nelle cerimonie pubbliche sembravano, in qualche modo, aver preso il posto delle antiche vergini vestali. Da questa suggestiva intuizione prese avvio la riflessione del latinista Robert Schilling, esposta in una conferenza tenuta a Roma il 28 aprile 1960. Schilling andò oltre le apparenti somiglianze tra le due istituzioni, scoprendo una contrapposizione profonda e insanabile. ## **Le vergini cristiane: una vocazione personale** L’istituzione delle vergini cristiane ha origini profondamente diverse da quelle delle Vestali. Non nasce da una scelta collettiva né da un’imposizione esterna: è, fin dall’inizio, una risposta personale e libera al messaggio del Vangelo. Il suo fondamento si trova nelle parole di Cristo in Matteo 19, 10-12 — «vi sono anche coloro che si sono fatti tali per il regno dei cieli» — e nei consigli di san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (7, 7-25). Questa chiamata trovò risposta in tempi sorprendentemente precoci. Già negli Atti degli Apostoli (21, 8-9) compaiono le quattro figlie di Filippo Evangelista, che avevano scelto la vita verginale. Nel II secolo d.C., sant’Ignazio di Antiochia cita un gruppo di donne della chiesa di Smirne consacrate alla castità. A Roma, il Pastore di Erma offre un’immagine ancora più vivida: Erma viene accolto da un gruppo di vergini e trascorre la notte in preghiera con loro — una scena difficile da considerare puramente simbolica. Il fenomeno era così diffuso da attirare l’attenzione anche dei pagani. Il filosofo Galeno, medico dell’imperatore Commodo, ne lasciò una testimonianza diretta, tramandata dallo storico arabo Ibn Al-Athir (morto nel 1232 d.C.): «Vi sono tra loro uomini e donne che per tutta la vita si sono astenuti dall’unione carnale… e lo vediamo tutti con i nostri occhi». ## **Un nome e un simbolo: la sposa di Cristo** Nei primi secoli, le donne cristiane consacrate alla verginità non avevano un titolo specifico: erano chiamate semplicemente *virgines* in latino, *parthénoi* in greco. Nessun segno esteriore le distingueva dalle altre cristiane; vivevano nelle proprie famiglie, senza comunità religiose né ruoli ufficiali. Fu Tertulliano, nel III secolo d.C., a introdurre un linguaggio destinato a durare nei secoli: *virgines Christo maritatae* (vergini sposate a Cristo) e *sponsae Christi* (spose di Cristo). Era la prima volta che questo simbolismo nuziale — fino ad allora riferito alla Chiesa nel suo insieme — veniva applicato alle singole vergini. San Cipriano, vescovo di Cartagine, raccolse con entusiasmo questa visione, celebrando le vergini come «fiore della messe della Chiesa, onore e gloria della grazia spirituale, parte gloriosa del gregge di Cristo» (*Epistola 55*). Il poeta Metodio d’Olimpo, nel suo *Banchetto delle Dieci Vergini* — titolo volutamente ispirato al *Simposio* di Platone — mette in bocca alle vergini un ritornello di intensa carica mistica: «Io rimango pura per te e, tenendo salda la fiaccola luminosa, ti vado incontro, o mio sposo». Il simbolismo nuziale non era dunque una trovata di Tertulliano, ma una corrente profonda che percorreva l’intera letteratura cristiana del III secolo d.C. ## **Il IV secolo: un cambiamento decisivo** Nel IV secolo d.C. la condizione delle vergini cristiane cambiò profondamente. Sull’esempio dell’Egitto, dove san Pacomio aveva promosso la vita monastica comunitaria, i monasteri si diffusero in tutto il mondo cristiano. A Roma, giovani donne di famiglie illustri abbracciarono questa nuova forma di vita: Marcella, di nobile origine senatoria, aprì una comunità di vedove e vergini nella sua casa sull’Aventino, accogliendo tra le altre Paola con le figlie Eustochio e Blesilla, con san Girolamo nel ruolo di guida spirituale. Nei pressi della Basilica di Sant’Agnese nacque inoltre il primo monastero femminile della città, fondato probabilmente per iniziativa di Costantina, figlia dell’imperatore Costantino. L’impatto fu tale che san Girolamo, alla morte di Marcella nel 410 d.C. — uccisa dalle violenze dei soldati di Alarico — le rese questo omaggio: grazie al suo esempio, Roma era diventata «una seconda Gerusalemme» per il gran numero di monasteri di vergini e monaci (Epistola 127). In questo contesto, la Chiesa introdusse una cerimonia pubblica per consacrare il voto di verginità: la *velatio*, ovvero l’imposizione del velo. La scelta del velo non fu casuale: non si optò per il velo bianco — tradizionalmente associato alle vergini pagane e usato dalle Vestali con il nome di *suffibulum* — ma per il *flammeum*, il velo color fiamma tipico delle spose romane. Un segno preciso e deliberato: la vergine cristiana è sponsa Christi, e il velo nuziale lo proclama apertamente al mondo. ## **Chi erano le Vestali** Per comprendere il confronto che i pagani del IV secolo d.C. cercavano di costruire, è necessario conoscere l’istituzione vestale nella sua realtà storica. Le sei sacerdotesse di Vesta — solo in alcuni testi del IV secolo d.C. il numero sale a sette — facevano parte integrante del collegio pontificio romano, la cui tradizione risaliva al re Numa. La loro selezione avveniva attraverso un atto dal nome rivelatore: la *captio*, una «presa» con cui il *Pontifex Maximus* prelevava d’autorità bambine tra i 6 e i 10 anni. Come precisa Aulo Gellio (*Notti attiche I, 12, 9*), la giovane «veniva condotta via come una prigioniera di guerra», strappata all’autorità del padre. La formula della *captio*, trasmessa dallo stesso Aulo Gellio (*I, 12, 14*), recitava: «Ti prendo, Amata, perché tu compia, come sacerdotessa di Vesta, le cerimonie che spetta a una sacerdotessa di Vesta compiere nell’interesse del popolo romano». Il nome Amata non deriva dal verbo amare, come alcuni filologi hanno erroneamente supposto: è un nome rituale che richiama le origini laviniane dell’istituzione, usato nella formula come buon auspicio — così come i nomi Gaio e Gaia compaiono nella formula nuziale romana. Il servizio durava trent’anni, divisi in tre fasi: dieci anni di apprendistato, dieci di servizio attivo e dieci dedicati all’insegnamento delle novizie. Al termine, la vestale poteva tornare alla vita privata e anche sposarsi — sebbene, secondo la tradizione, poche lo facessero. ## **La purezza rituale contro la purezza morale** Il punto centrale del confronto tra le due istituzioni sta nella natura profondamente diversa della purezza che ciascuna incarna. Per le Vestali, la purezza è di ordine essenzialmente rituale: Vesta non è che la fiamma viva, come insegna Ovidio nei *Fasti (VI, 291)*, e la purezza del fuoco esige la presenza di vergini per analogia religiosa. Lo stato interiore della sacerdotessa è del tutto irrilevante: ciò che conta è la conformità esteriore alle esigenze del culto. Da questo principio formalistico derivavano conseguenze drammatiche. La vestale ritenuta colpevole di aver violato il voto — anche se vittima di violenza, come la tradizione presenta Rea Silvia — veniva condannata per *incestum*: la profanazione della purezza rituale. La pena era la sepoltura viva nel *campus sceleratus*, il «campo del crimine», presso la Porta Collina. Non contava l’intenzione: contava solo l’atto. La purezza cristiana è agli antipodi di questo sistema. Sant’Agostino dedica interi capitoli del primo libro della *Città di Dio* a spiegare che la castità è anzitutto una disposizione interiore, che nessuna violenza esterna può scalfire. Il poeta Prudenzio descrive la serenità di sant’Agnese di fronte al carnefice che minaccia di gettarla in un bordello: la santa risponde con calma che «Cristo non dimentica i suoi fedeli fino al punto di far loro perdere il pudore, prezioso come l’oro» (*Inno XIV, 31-32*). Anche in caso di trasgressione volontaria, la risposta cristiana non è la punizione ma la possibilità di ricominciare: un principio che Schilling illustra con l’esempio delle Suore di Betania, dove persino una Maria Maddalena può raggiungere il grado di suora consacrata. ## **Lo scontro nel IV secolo: Simmaco contro Ambrogio** Nel IV secolo d.C., quando lo scontro tra paganesimo e cristianesimo raggiunse il suo culmine politico, il confronto tra le due istituzioni divenne apertamente polemico. I difensori dell’antica religione romana scelsero le Vestali come simbolo della continuità spirituale di Roma: erano universalmente rispettate, il popolo attribuiva alle loro preghiere un potere miracoloso, e Cicerone aveva dichiarato che «se gli dei disprezzassero le preghiere della Vergine Vestale, il nostro potere andrebbe perduto» (Pro Fonteio, 48). Un trattato del IV secolo d.C. (*Expositio totius mundi*) attestava ancora che le sette vestali svolgevano le loro funzioni religiose «per la salvezza della città». Il prefetto Simmaco, ultimo grande difensore delle istituzioni pagane, scrisse un celebre appello all’imperatore per il ripristino dei privilegi delle Vestali (*Relatio, 11 ss.*). Sant’Ambrogio gli rispose con una lettera ufficiale allo stesso imperatore (*Epistola 18, 11-12*), tracciando un confronto impietoso: da una parte le sette Vestali, reclutate a fatica nonostante fasce, porpore, lettighe e immensi privilegi, vincolate a una castità «puramente temporanea»; dall’altra la moltitudine delle vergini cristiane, senza ornamenti né compensi, animate da una scelta interiore e permanente. Prudenzio, rispondendo poeticamente a Simmaco (*Contra Symmachum II, 1055 ss.*), descriveva le vergini cristiane come portatrici di «modestia, sguardo dimesso sotto il velo sacro, dignità personale, bellezza lontana dall’esibizionismo, frugalità nei pasti, saggezza vigile e voto di castità che dura fino alla fine della vita». ## **Il tramonto delle Vestali** Gli eventi diedero ragione ai cristiani in modo brutale. Con il vacillare dell’Impero, la missione delle Vestali perdeva il suo stesso fondamento. Erano le custodi dei *pignora imperii* — i talismani dell’impero conservati nel *Penus Vestae*, tra cui il celebre *Palladio* — e il loro destino era inseparabile da quello della città. Ogni anno si recavano dal rex sacrorum per esortarlo: «Vigila, o re, vigila!» (*Servio, ad Aen. X, 228*). Quando Roma fu saccheggiata, quella missione si rivelò vuota. Due documenti del Foro Romano testimoniano questo tramonto. Il poeta Prudenzio (*Peristephanon II, 525 ss.*) descrive il pontefice pagano che abbandona le bende rituali per mettersi «sotto il segno della croce», e la Vestale Claudia che entra nel santuario del martire san Lorenzo. Ancora più toccante è un’iscrizione sul terzo basamento da destra nell’Atrio delle Vestali, datata 364 d.C. — la più recente tra tutte le statue vestali del Foro — che celebra i meriti di una sacerdotessa per «castità, pudicizia e straordinaria dottrina nei riti sacri». Il nome è stato cancellato: la sacerdotessa subì la *damnatio memoriae*. Studiosi come Orazio Marucchi e Georg Wissowa concordano nell’ipotesi che si trattasse di una Vestale convertitasi al cristianesimo. ## **Due città, due destini** Schilling chiude la sua analisi richiamando la grande contrapposizione agostiniana tra la *Città di Dio* e la città terrena. Le Vestali erano al servizio di quest’ultima: la loro grandezza e la loro tragedia si identificavano con quelle di Roma imperiale. Le vergini cristiane appartenevano all’altra città — quella che, nelle parole di sant’Agostino, «non misura per te né spazio né tempo e ti darà un impero senza fine» — e per questo sopravvissero al crollo politico che travolse le prime. La statua della Grande Vestale conservata al Museo Nazionale delle Terme a Roma porta impressa in volto questa tragedia: gli angoli della bocca amari, lo sguardo perso nel vuoto. Un’altra vestale, ricordata nella tradizione letteraria, lasciò una confessione straziante: «Felici le spose! Che io muoia se il matrimonio non è dolce!». Parole che acquistano tutto il loro peso se si ricorda che le vergini cristiane erano appunto *sponsae Christi* — spose di Cristo. La differenza ultima tra le due istituzioni sta in una sola parola: quella parola è assente nella formula della *captio* delle Vestali, ma risuona nella preghiera del Sacramentario Leonino per la consacrazione delle vergini cristiane — «ti temano per amore, ti servano per amore». Quella parola è amore. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La fama nella Roma antica: come i pettegolezzi potevano rovinare un uomo politico](https://scriptamanentitalia.it/fama-roma-antica/) **Published:** Marzo 1, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Un rumore che non merita fiducia](#Un_rumore_che_non_merita_fiducia) - [Virgilio e il mostro alato](#Virgilio_e_il_mostro_alato) - [Parola di folla, parola di individuo](#Parola_di_folla_parola_di_individuo) - [Il lessico della gloria: fama, laus, gloria](#Il_lessico_della_gloria_fama_laus_gloria) - [La svolta politica: la fama come strumento di potere](#La_svolta_politica_la_fama_come_strumento_di_potere) - [La condanna dei moralisti](#La_condanna_dei_moralisti) - [Sotto l’Impero: silenzio e sopravvivenza del mostro](#Sotto_lImpero_silenzio_e_sopravvivenza_del_mostro) - [Un eredità che attraversa i secoli](#Un_eredita_che_attraversa_i_secoli) I Romani avevano una parola latina dal significato sottile e sfuggente: *fama*. Non corrisponde alla “fama” moderna, quella legata al successo o alla notorietà. È qualcosa di più antico, più ambiguo e più pericoloso — una parola che sta a metà tra il suono e il significato, tra la verità e la menzogna. La radice della parola ci viene spiegata da Marco Terenzio Varrone, grammatico e linguista romano, nel suo trattato *De Lingua Latina*, scritto nel I secolo a.C. Il sostantivo *fama* deriva dal verbo *fari*, che significa “dire” in senso elementare, quasi istintivo. Varrone lo distingue con cura da *loqui*, un altro verbo che pure significa “dire”, ma in modo organizzato e razionale. *Loqui* è il pensiero che si trasforma in parola; *fari* è il suono che viene prima del pensiero, la voce prima che diventi discorso. In sostanza: un rumore. Questa distinzione affonda le radici nella filosofia stoica, che separava la *lexis* — la pura espressione sonora — dal *logos*, la ragione articolata. Collocando *fama* sul gradino più basso della comunicazione umana, i Romani riconoscevano in essa qualcosa di fondamentalmente inaffidabile: non riflette necessariamente la realtà, non nasce da un ragionamento, non ha un autore. È una voce anonima che circola, si moltiplica e si trasforma. Ed è quasi sempre malevola. ## **Un rumore che non merita fiducia** Gli autori più antichi trattano la *fama* con aperto sospetto. Cicerone, nel discorso in difesa di Marco Celio Rufo del 56 a.C., la liquida con una scrollata di spalle: a Roma la maldicenza è così diffusa che nessuno può sperare di sfuggirle. “Come evitarla in una città così maledica?” si chiede retoricamente l’oratore. Con questa domanda, Cicerone trasforma la *fama* stessa in un argomento difensivo: il semplice fatto che un’accusa circoli non prova nulla. Gli storici antichi denunciano spesso il ruolo devastante di questi “rumori” nei grandi eventi storici. Le guerre civili che dilaniarono la Repubblica e poi l’Impero — in particolare l’anno dei quattro imperatori, il 68-69 d.C. — furono fortemente condizionate da voci anonime che si propagavano come incendi: alteravano le decisioni militari e politiche, seminavano panico, rovesciavano alleanze. La *fama* non era un fenomeno marginale: era un vero attore della storia. ## **Virgilio e il mostro alato** Nessun autore antico ha saputo dare alla *fama* un’immagine più potente e inquietante di Virgilio. Nel quarto libro dell’*Eneide*, il poeta la descrive come un essere mostruoso, nato dalla Terra stessa — l’ultima creatura generata da questa madre, dopo i Giganti Ceo ed Encelado. Il mostro cresce mentre si muove: piccolo all’inizio, si leva poi nell’aria, sfiora il suolo coi piedi mentre la testa si perde tra le nuvole. Ha tante piume quanti occhi vigili, tante lingue quante bocche parlanti, tante orecchie quanti suoni esistono nel mondo. Vola di notte tra cielo e terra, stridendo, senza mai cedere al sonno. Di giorno veglia appostata sui tetti e sulle alte torri, seminando terrore nelle grandi città. La sua caratteristica più terribile? È “tenace del falso e del distorto quanto messaggera del vero”. Non mente sempre, e non dice sempre la verità: mescola le due cose con uguale indifferenza, e proprio questa ambiguità la rende invincibile. Virgilio costruisce questa figura fondendo due modelli greci. Da Esiodo — che nelle *Opere e giorni* affermava laconicamente “la Rumeur è anche lei una dea” — prende la sacralità inquietante della voce anonima. Da Omero prende l’immagine di Eris, la Discordia dell’*Iliade*, che “piccola all’inizio, cresce e porta presto la testa fino al cielo mentre i piedi toccano la terra”. Ma la *Fama* virgiliana non è l’Eris positiva che stimola la sana emulazione: è la sorella funesta, madre di calamità come il Dolore, la Fame e i Combattimenti. È la compagna della Credulità, della falsa Gioia, della Sedizione — le stesse figure che Ovidio, qualche decennio dopo, collocherà nel palazzo della Fama nelle *Metamorfosi*. Il contesto storico illumina la scelta poetica. L’*Eneide* viene scritta dopo la battaglia di Azio del 31 a.C., quando Ottaviano ha vinto le guerre civili ma il suo potere non è ancora del tutto consolidato. Virgilio ha vissuto in prima persona gli anni del terrore civile: quando voci false e vere si mescolavano senza distinzione, quando un’indiscrezione poteva costare la vita, quando l’opinione pubblica era una materia instabile e pericolosa quanto il fuoco. Il mostro della *Fama* è il trauma collettivo di un’intera generazione, trasfigurato in epica. ## **Parola di folla, parola di individuo** Con il tempo, il significato di *fama* si arricchisce e si stratifica. Dal semplice “rumore che circola”, il termine passa a designare il contenuto stesso di quel rumore: la notizia, l’informazione che si diffonde. Cesare, nel *De Bello Gallico*, lo usa in questo senso neutro e quasi tecnico: la *fama* “giunge rapidamente a tutte le città della Gallia”, trasmessa di campo in campo e di regione in regione, con una velocità che anticipa quella dei moderni mezzi di comunicazione. Ma la *fama* riguarda soprattutto le persone, non gli eventi. Ed è qui che il termine acquista la sua maggiore complessità, avvicinandosi a un’altra parola latina centrale: *existimatio*. Entrambe indicano la reputazione di un individuo, l’opinione che gli altri hanno di lui. Eppure tra i due termini c’è una differenza sostanziale. L’*existimatio* è un giudizio personale e deliberato: quello che un individuo formula su un altro attraverso un’osservazione attenta e consapevole. La *fama*, invece, è l’opinione collettiva, anonima e spontanea — quasi inconscia — che una comunità nutre verso un individuo. Non nasce da una riflessione: è una reazione viscerale e incontrollata, che affiora dalla vita quotidiana del gruppo. In una società come quella romana, dove l’onore pubblico era il fondamento della vita civile, questa distinzione aveva conseguenze concrete e spesso drammatiche. ## **Il lessico della gloria: *fama*, *laus*, *gloria*** Per capire il peso della *fama* nel mondo romano, bisogna inserirla in un campo semantico più ampio, che include altre due parole chiave: *laus* e *gloria*. La *laus* — letteralmente “l’elogio” — era in origine il termine che designava l’appello rituale rivolto a un defunto: quella *laudatio funebris* in cui le virtù del morto venivano celebrate davanti all’assemblea dei cittadini. Era un concetto profondamente aristocratico, legato al patriziato e poi alla *nobilitas*: il riconoscimento pubblico e istituzionale di una vita vissuta all’altezza della tradizione familiare. La *gloria* era ancora di più: il vertice assoluto a cui un Romano poteva aspirare, la luce che nasceva dall’accumulo di grandi azioni e si trasmetteva di generazione in generazione come patrimonio del casato. Era una categoria eroica, aristocratica per eccellenza, e in quanto tale quasi inattaccabile. La *fama*, in questo contesto, occupava uno spazio più basso e più ambiguo. Per il poeta Ennio, nel II secolo a.C., essa nasceva proprio dai vizi: parlare di qualcuno, far girare il suo nome, significava riferirne le colpe. La *gloria* si guadagnava con le virtù; la *fama* si accumulava sui vizi. Questa opposizione rivela una società ancora fortemente aristocratica, in cui il nobile non aveva bisogno di essere “conosciuto”: la sua gloria era data alla nascita, incisa negli antenati. Se la *fama* si impossessava di lui, era il segno che aveva tradito quella gloria ancestrale. ## **La svolta politica: la *fama* come strumento di potere** A partire dal II secolo a.C., con l’ascesa prepotente dei *homines novi* — i “nuovi uomini” — sulla scena politica, la *fama* cambia funzione. Non è più soltanto il cane da guardia della morale pubblica: diventa uno strumento di conquista del potere. Catone il Censore, conservatore intransigente, rifiutava deliberatamente di nominare i generali vittoriosi nelle sue opere storiche, chiamandoli solo “consoli del popolo romano”. Era un modo per sottrarre le imprese militari alla personalizzazione che la *fama* produceva, per impedire che un singolo individuo diventasse più grande della città. Catone capiva già il pericolo: la *fama* poteva trasformare un soldato in un semidio, un politico in un salvatore della patria. Il pericolo intuito da Catone divenne realtà nel I secolo a.C. Mario, il grande generale plebeo che non aveva alcun antenato magistrato nella propria famiglia, lavorò sistematicamente per far circolare il proprio nome tra il popolo prima ancora di candidarsi al consolato. Fece parlare di sé. Costruì la propria *fama* prima ancora di scendere in campo. Lo stesso Cicerone, quando nel 64 a.C. si candidò al consolato come *homo novus*, ricevette dal fratello Quinto un vero e proprio manuale di comunicazione politica: un testo in cui gli spiegava come costruirsi una *fama forensis*, una reputazione all’altezza della propria ambizione. Cicerone lo fece, pur disprezzando in cuor suo la *fama popularis* — quella notorietà volgare che il popolo distribuisce e ritira secondo i propri capricci. Era perfettamente consapevole del meccanismo che stava usando, e ne era al tempo stesso prigioniero. ## **La condanna dei moralisti** Di fronte a questa degenerazione, i moralisti non mancano di reagire. Lo stesso Cicerone, nelle *Tuscolane*, contrappone la vera gloria alla falsa notorietà popolare: la *fama popularis* è “un’imitatrice della gloria, senza ragione né riflessione, quasi sempre apologia del crimine e del vizio”. Sallustio, nelle pagine iniziali della *Congiura di Catilina*, oppone le glorie antiche — dove la *bona fama*, la nobiltà e la gloria erano il vero premio del guerriero — alle false ricchezze e all’ambizione corrotta del suo tempo. Per entrambi è chiaro che la *fama* dei tempi antichi — garante della morale pubblica e privata, sostenuta istituzionalmente dai censori che colpivano di *infamia* chi la comunità condannava — è diventata qualcosa di vile e mercenario. Come tante altre parole del vocabolario romano — *virtus* in testa — essa ha subito la “contaminazione delle evoluzioni politiche”: il lessico della virtù si è piegato alle esigenze della propaganda. ## **Sotto l’Impero: silenzio e sopravvivenza del mostro** La fine della Repubblica e l’avvento del principato avrebbero dovuto, almeno in teoria, ridurre il ruolo della *fama*. Senza dibattito politico libero, senza la tribuna del foro, senza elezioni contese, la voce anonima del popolo non avrebbe più avuto spazio. Sotto un buon principe, non c’è bisogno di propaganda: la *fama* non avrebbe che elogi da diffondere, e l’aggettivo *famosus* — già in trasformazione nell’uso quotidiano — potrebbe finalmente significare solo “famoso per le proprie qualità”. Ma la storia non funziona così, e Tacito ce lo ricorda in ogni pagina degli *Annali*. La corte imperiale è un nido di pettegolezzi, intrighi e voci anonime. Nerone, che sognava di fondare il proprio potere sull’arte, sul canto e sulla musica — al di là della parola — perde l’impero a causa della *fama* che lo tradisce, ingannandolo come ha ingannato tutti: il popolo, i pretoriani, i senatori. È Ovidio, qualche anno dopo Virgilio, a tracciare la via d’uscita più lucida. Nelle *Metamorfosi* descrive il palazzo della *Fama*: un luogo aperto a tutti i venti, dove circolano indifferentemente voci vere e false, e la credulità abita accanto alla menzogna e alla sedizione. Con questa immagine, Ovidio trasforma la *fama* in una categoria poetica, non politica: essa è un modo di percepire e raccontare il mondo, non di governarlo. È il poeta — non l’imperatore, non il generale — il vero padrone della *fama*. ## **Un eredità che attraversa i secoli** Nella Roma di ogni epoca, sul tetto del palazzo imperiale continua a vegliare il mostro di Virgilio, con le ali frementi e gli occhi sempre aperti. Sui peducci degli archi trionfali, un’altra *Fama* — solenne, alata, con la tromba alle labbra — celebra la gloria dei principi. Le due figure sono sorelle, ma nemiche: una distrugge ciò che l’altra costruisce. Questa tensione irrisolta tra la *fama* come rumore distruttivo e la *fama* come gloria meritata attraversa tutta la civiltà romana, dal piccolo pettegolezzo di quartiere tramandato dalla commedia di Plauto fino alle grandi narrazioni del potere imperiale. È una tensione che non appartiene solo ai Romani: appartiene a chiunque viva in una comunità, dipenda dallo sguardo altrui e tema il giudizio anonimo della folla. La parola latina è cambiata, ma la cosa che descrive è rimasta intatta — viva e insonne come il mostro di Virgilio. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Homs: iscrizione greca svela il Tempio di Eliogabalo sotto la Grande Moschea](https://scriptamanentitalia.it/homs-iscrizione-greca-svela-tempio-eliogabalo-sotto-grande-moschea/) **Published:** Febbraio 27, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel cuore di *Homs*, città della Siria occidentale che nell’antichità era conosciuta come *Emesa*, un recente intervento di restauro ha riportato alla luce un dettaglio capace di riaccendere un dibattito che dura da decenni. All’interno della *Grande Moschea di al-Nuri*, infatti, è emersa una misteriosa *iscrizione in lingua greca*, incisa direttamente sul basamento in granito di una colonna dell’edificio medievale. A prima vista potrebbe sembrare un semplice frammento del passato, ma in realtà questo ritrovamento aggiunge un tassello importante a una questione storica affascinante: la possibilità che l. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Paleolitico: scoperti i precursori della scrittura in Germania](https://scriptamanentitalia.it/paleolitico-scoperti-precursori-scrittura/) **Published:** Febbraio 25, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nelle grotte del Giura Svevo, nella Germania sud-occidentale, i nostri antenati del Paleolitico hanno lasciato tracce straordinarie, capaci di rimettere in discussione tutto ciò che credevamo di sapere sulle origini della civiltà. Tra le pareti della grotta di Vogelherd, nella valle della Lone, è venuta alla luce una piccola statuetta di mammut intagliata nell'avorio di zanna: un oggetto vecchio di circa 40.000 anni che, a prima vista, potrebbe sembrare semplicemente un esempio di arte preistorica. Ma guardando più da vicino, la storia si fa molto più intrigante. La statuetta è percorsa da una serie di incisioni tutt. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Secondo le prime valutazioni del team di ricerca guidato dalla professoressa Simonetta Stopponi, docente di Etruscologia presso l’Università degli Studi di Perugia, il reperto potrebbe raffigurare Voltumna, la principale divinità del pantheon etrusco. Il ritrovamento è. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La ricerca, diffusa su piattaforme dedicate. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Villa di Poppea, riemergono pitture murali intatte a Oplontis](https://scriptamanentitalia.it/villa-di-poppea-riemergono-pitture-murali-intatte-a-oplontis/) **Published:** Febbraio 19, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nei pressi di Torre Annunziata, all’interno dell’area archeologica di Oplontis, sono venute alla luce straordinarie pitture murali di epoca romana, caratterizzate da colori così vividi da sembrare quasi irreali. Gli archeologi parlano di superfici “vergini”: i pigmenti, infatti, sono rimasti perfettamente conservati sotto la cenere vulcanica, senza subire restauri o interventi moderni. I dipinti appartengono alla Villa di Poppea, una lussuosa residenza imperiale del I secolo a.C., tradizionalmente associata a Poppea Sabina, seconda moglie dell’imperatore Nerone. Durante una mattinata piovosa, i tecnici del parco hanno rimosso con delicatezza gli strati di sedimenti accumulati nel tempo, facendo. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questo massiccio lavoro di riqualificazione interessa in particolare la zona tra l'Arco di Costantino e il colle del Celio, lungo via Celio Vibenna, un tempo punto nevralgico per il flusso di spettatori in entrata e in uscita dai fornici dell'arena. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Galileo e l'Almagesto: scoperte rare annotazioni autografe a Firenze](https://scriptamanentitalia.it/galileo-e-lalmagesto-scoperte-rare-annotazioni-autografe-a-firenze/) **Published:** Febbraio 18, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Un ritrovamento eccezionale è avvenuto presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze! All'interno del prestigioso Fondo Magliabechiano è spuntata una copia a stampa dell’Almagesto di Claudio Tolomeo, pubblicata a Basilea nel 1551, che nasconde un tesoro inestimabile: numerose annotazioni autografe di Galileo Galilei. Una scoperta di straordinario valore, fondamentale per comprendere meglio il percorso intellettuale di uno dei più grandi geni della storia. Questo risultato è il frutto di un meticoloso lavoro di indagine durato circa tre anni, condotto da Ivan Malara, assegnista di ricerca presso l'Università degli Studi di Milano, impegnato a mappare tutte le edizioni. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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L'area si trova in una posizione strategica, a circa cinque chilometri a nord-est del celebre tempio di Serabit el-Khadim, il santuario dedicato alla dea Hathor, protettrice. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Elefanti di Annibale in Spagna: scoperta la prima prova archeologica a Cordova](https://scriptamanentitalia.it/elefanti-di-annibale-in-spagna-scoperta-la-prima-prova-archeologica-a-cordova/) **Published:** Febbraio 16, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Cordova, in Spagna, sul sito archeologico della Collina dei Quemados, è emersa una scoperta che getta nuova luce sulle strategie militari cartaginesi in Europa. Un frammento osseo di appena dieci centimetri, rinvenuto durante i lavori di ampliamento dell'ospedale provinciale, ha fornito una prova materiale senza precedenti. Il reperto è stato dissotterrato dagli archeologi in una trincea aperta sul versante meridionale del rilievo, sotto il crollo di un muro di mattoni di terra cruda. Lo strato di terreno, databile alla tarda età del ferro, ha restituito un osso la cui morfologia atipica ha inizialmente sconcertato i ricercatori, abituati alla. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Documenta infatti il passaggio da una pratica religiosa. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Mummie del Sahara: scoperto il DNA di una popolazione isolata di 7.000 anni fa](https://scriptamanentitalia.it/mummie-del-sahara-scoperto-il-dna-di-una-popolazione-isolata-di-7-000-anni-fa/) **Published:** Febbraio 12, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel cuore del massiccio montuoso del Tadrart Acacus, nella Libia sud-occidentale, un luogo oggi dominato dal silenzio delle rocce e dall’incedere della sabbia ha custodito per millenni i segreti di una comunità umana. Stiamo parlando del riparo sotto roccia di Takarkori. Un gruppo internazionale di ricercatori ha gettato luce su un capitolo perduto della nostra evoluzione studiando il patrimonio genetico estratto dai resti di individui mummificati naturalmente. Le loro analisi si sono concentrate su un periodo di circa settemila anni fa, quando questa zona desertica era ben diversa: un’epoca nota come Sahara Verde, una lussureggiante savana ricca. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il ritrovamento è avvenuto nel settore della necropoli visigota, un'area che continua a stupire gli esperti per la complessità e la stratificazione dell'antica. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Arena di Verona: scoperte officine di vetro e metallo negli scavi archeologici](https://scriptamanentitalia.it/arena-di-verona-scoperte-officine-di-vetro-e-metallo-negli-scavi-archeologici/) **Published:** Febbraio 6, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nell'anfiteatro Arena, un luogo simbolo che un tempo vibrava al ritmo dei giochi gladiatori, recenti scavi archeologici stanno portando alla luce un'anima inaspettata. Le indagini, in corso nell'arcovolo sessantacinque, rivelano un passato produttivo e operoso, rimasto a lungo celato. Questa ricerca è nata da un'esigenza pratica: rendere il monumento interamente accessibile in vista delle prossime Olimpiadi e Paralimpiadi invernali del 2026. Per consentire alle persone con disabilità motorie di raggiungere la gradinata della media *cavea*, la Società Infrastrutture Milano Cortina ha promosso la realizzazione di un ascensore. Il progetto è coordinato dalla Soprintendenza locale. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Le grandi dimensioni e la meticolosa pianificazione dell'insediamento fanno pensare. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Montopoli: scoperto l'acquedotto romano della Villa dei Casoni](https://scriptamanentitalia.it/montopoli-scoperto-lacquedotto-romano-della-villa-dei-casoni/) **Published:** Febbraio 4, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Montopoli di Sabina**, in provincia di Rieti, è stata fatta una scoperta archeologica sensazionale: un articolato sistema idraulico di epoca romana è venuto alla luce presso la **Villa dei Casoni**, nella frazione di Bocchignano. Per secoli, l'esistenza di questa struttura era rimasta un'ipotesi, tramandata solo da antiche testimonianze scritte e racconti locali. Finalmente, grazie a una ricerca congiunta e coordinata tra la **Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio** per l'area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti e il **Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio**, questo imponente ritrovamento ha. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La scintilla che ha dato il via alle ricerche è stata l'individuazione di significative "anomalie" negli strati sotterranei da parte di un team di topografi, che. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questa cifra rappresenta la parte più significativa di un più ampio piano triennale di lavori pubblici (2025-2027) dedicato al patrimonio storico della provincia. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Scoperto l'acquedotto romano di Padova: il segreto dell'Arzeron della Regina](https://scriptamanentitalia.it/scoperto-lacquedotto-romano-di-padova-il-segreto-dellarzeron-della-regina/) **Published:** Gennaio 30, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Grantorto, Villafranca Padovana e nel rione di Montà a Padova** sono riemerse le tracce di una straordinaria opera idraulica, a lungo dimenticata. Le recenti indagini della Soprintendenza, condotte tra il 2017 e il 2024, hanno permesso di mappare con precisione il percorso dell'antico acquedotto romano che alimentava l'antica città di *Patavium*. Per secoli, sia gli abitanti che gli studiosi avevano interpretato un imponente rilievo di terra, noto come Arzeron della Regina, come una semplice strada sopraelevata o un argine contro le inondazioni del fiume Brenta. Eppure, i nuovi dati archeologici e geomorfologici hanno. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questo complesso geologico è rinomato in tutto il mondo. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Colosseo: una nuova arena tecnologica tra tutela e spettacolo](https://scriptamanentitalia.it/colosseo-una-nuova-arena-tecnologica-tra-tutela-e-spettacolo/) **Published:** Gennaio 28, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Roma il Colosseo si prepara a riscoprire la sua vocazione originaria di grande spazio per lo spettacolo. Un progetto ambizioso prevede la realizzazione di una nuova pavimentazione tecnologica, pensata per ospitare eventi dal vivo e offrire ai visitatori un’esperienza del tutto inedita. Grazie al via libera del governo italiano, sarà possibile tornare a osservare il monumento dal suo centro esatto, una prospettiva che mancava da oltre cent’anni. L’iniziativa segna una svolta nel modo di gestire i siti archeologici della capitale: l’obiettivo è trovare un equilibrio tra la tutela rigorosa delle strutture antiche e una fruizione. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Fino a poco tempo fa, questa zona appariva ai visitatori come un semplice accumulo di rovine e vegetazione. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Sardegna: il ciclone Harry fa riemergere tombe fenicie a Domus de Maria](https://scriptamanentitalia.it/sardegna-il-ciclone-harry-fa-riemergere-tombe-fenicie-a-domus-de-maria/) **Published:** Gennaio 26, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Sulla costa sud-occidentale della Sardegna, a Domus de Maria, la natura ha recentemente riportato alla luce tracce sorprendenti del passato. Il passaggio del ciclone Harry, un evento meteorologico di straordinaria intensità che ha interessato l’isola tra il 19 e il 23 gennaio 2026, ha avuto effetti particolarmente violenti lungo il litorale. Le forti mareggiate hanno eroso in modo significativo le spiagge sabbiose, modificandone profondamente l’aspetto. Proprio questa intensa azione erosiva, che ha asportato diversi metri di sedimenti dalle dune costiere, ha permesso l’emersione di importanti reperti archeologici nella spiaggia di Sa Colonia. Un fenomeno inatteso, ma. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il risultato è stato possibile grazie all’uso dell’**imaging a trasformazione. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Indonesia: scoperta la pittura rupestre più antica al mondo](https://scriptamanentitalia.it/indonesia-scoperta-la-pittura-rupestre-piu-antica-al-mondo/) **Published:** Gennaio 22, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Sull’isola di Muna, nella parte sud-orientale dell’Indonesia, è stata individuata quella che oggi è considerata la pittura rupestre più antica mai scoperta. Si tratta dell’impronta di una mano umana, datata ad almeno 67.800 anni fa: una scoperta straordinaria che arretra in modo significativo l’origine delle prime forme di espressione artistica della nostra specie. L’opera si trova all’interno della grotta calcarea di Liang Metanduno, un luogo già frequentato dai turisti ma che ha rivelato, sotto strati apparentemente ordinari, tracce di pigmenti di un’epoca remotissima, ben oltre quanto si ipotizzava in precedenza. Lo. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Fano: ritrovata la leggendaria Basilica progettata da Vitruvio](https://scriptamanentitalia.it/fano-ritrovata-la-leggendaria-basilica-progettata-da-vitruvio/) **Published:** Gennaio 20, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Piazza Andrea Costa, a Fano, è diventata il centro di una scoperta straordinaria: proprio qui è stata finalmente risolta una delle questioni più affascinanti dell’architettura antica. Dopo più di cinquecento anni di studi, dibattiti e ipotesi, i resti archeologici emersi durante i lavori di riqualificazione del centro storico sono stati identificati con certezza come la celebre basilica descritta da Vitruvio nel suo trattato *Sull’architettura*. La scoperta ha un valore eccezionale a livello internazionale. Si tratta infatti dell’unico edificio che il famoso architetto e ingegnere romano, vissuto nel I secolo a.C., affermò esplicitamente di aver. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Analizzando i depositi di carbonato accumulati nel tempo all’interno di tubature, torri idriche, pozzi e vasche, i ricercatori sono riusciti a ricostruire. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Napoli: scoperto l'antico porto romano in Piazza Municipio](https://scriptamanentitalia.it/napoli-scoperto-lantico-porto-romano-in-piazza-municipio/) **Published:** Gennaio 19, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Piazza Municipio è diventata il cuore di una delle più importanti operazioni di archeologia urbana degli ultimi decenni. I lavori per la costruzione della metropolitana si sono infatti trasformati in un’occasione straordinaria per riportare alla luce il passato più antico di Napoli. Proprio in quest’area, durante gli scavi per il corridoio di collegamento tra la stazione della Linea 6 e il pozzo di manovra di via Acton, è emersa una quinta imbarcazione risalente all’epoca imperiale. Il relitto, ancora in parte sepolto, si affianca alle quattro navi già rinvenute nello stesso sito, confermando questa zona come un vero. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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In particolare, un settore di circa un ettaro si è. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Riapre la Casa dei Grifi sul Palatino: un gioiello della Roma repubblicana](https://scriptamanentitalia.it/riapre-la-casa-dei-grifi-sul-palatino-un-gioiello-della-roma-repubblicana/) **Published:** Gennaio 15, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Roma, sul colle Palatino, si apre una nuova fase nella valorizzazione del patrimonio archeologico con l’inaugurazione della **Casa dei Grifi**. L’apertura al pubblico di questo straordinario complesso segna il secondo importante obiettivo raggiunto nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dedicato alla capitale. La Casa dei Grifi è una delle più antiche residenze di epoca repubblicana conservate sul Palatino: la sua costruzione risale a un periodo compreso tra la fine del II secolo e la metà del I secolo a.C., quando il colle iniziava a diventare il cuore residenziale dell’élite romana. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Secondo **Mohamed Ismail Khaled**, segretario generale del **Consiglio Superiore delle Antichità**, le. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Gela: scoperto uno stilo in osso del V secolo a.C. con effigie di Dioniso](https://scriptamanentitalia.it/gela-scoperto-uno-stilo-in-osso-del-v-secolo-a-c-con-effigie-di-dioniso/) **Published:** Gennaio 14, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A **Gela**, nella Sicilia meridionale, un recente scavo archeologico ha restituito una nuova e preziosa testimonianza del passato greco dell’isola. Nel corso delle indagini preventive avviate prima della realizzazione di un progetto edilizio, gli archeologi si sono imbattuti in un reperto di grande interesse sia scientifico sia artistico. Si tratta di uno **stilo in osso**, databile al **V secolo a.C.**, un’epoca in cui la colonia greca di Gela attraversava una fase di intenso sviluppo culturale e produttivo. L’oggetto è emerso in un’area caratterizzata da superfici pavimentate e dai resti. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Alcune nuove analisi sugli abiti ritrovati sulle vittime mostrano infatti che molte persone indossavano vestiti pesanti, più adatti a un clima fresco che al pieno. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Marocco, scoperti fossili di 770.000 anni: nuove luci sull'evoluzione](https://scriptamanentitalia.it/marocco-scoperti-fossili-di-770-000-anni-nuove-luci-sullevoluzione/) **Published:** Gennaio 12, 2026 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A pochi chilometri da Casablanca, in Marocco, si trova la cava di Thomas, un sito archeologico che sta attirando l’attenzione degli studiosi di tutto il mondo. Qui, in un luogo conosciuto anche come la Grotta degli Ominidi, è emersa una scoperta straordinaria che aiuta a capire meglio le origini dell’umanità. Gli archeologi hanno trovato fossili risalenti a oltre 770.000 anni fa, un’epoca cruciale dell’evoluzione umana. In quel periodo, infatti, i nostri antenati non si erano ancora divisi nelle diverse linee che oggi conosciamo, come l’Homo sapiens, i Neanderthal e i Denisoviani. I resti appartengono. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Durante. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Vindolanda, parassiti intestinali nei soldati romani antichi](https://scriptamanentitalia.it/vindolanda-parassiti-intestinali-nei-soldati-romani-antichi/) **Published:** Dicembre 23, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** **Vindolanda** è un antico forte romano situato nel Northumberland, nel nord dell’Inghilterra, tra Carlisle e Corbridge. È qui che recenti studi scientifici hanno permesso di ricostruire aspetti finora poco noti della salute dei soldati dell’esercito imperiale romano. Il forte sorgeva in una posizione strategica, a ridosso del **Vallo di Adriano**, la monumentale linea difensiva costruita dai Romani all’inizio del II secolo d.C. per proteggere la provincia della **Britannia** dalle incursioni delle popolazioni del nord. Questa imponente fortificazione, che attraversava l’isola dal Mare del Nord al Mare d’Irlanda, rimase. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Napoli. Identificato affresco romano di Ercole rubato ad una villa di Pompei](https://scriptamanentitalia.it/napoli-affresco-romano-ercole-appartenente-villa-pompei/) **Published:** Dicembre 22, 2025 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Un piccolo frammento di affresco raffigurante Ercole bambino che lotta con un serpente ha finalmente ritrovato la sua casa originaria, dopo un lungo percorso che lo aveva allontanato dal contesto per il quale era stato creato quasi duemila anni fa. Gli specialisti del Parco Archeologico di Pompei hanno stabilito che il dipinto proviene dalla villa di Civita Giuliana, una residenza di lusso situata alla periferia dell’antica città, già nota negli ultimi anni per il rinvenimento di ambienti raffinati e per le indagini legate al traffico illecito di reperti. Il riconoscimento del luogo di provenienza non riguarda solo un singolo. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Arazzo di Bayeux: creato per ornare il refettorio di Sant’Agostino](https://scriptamanentitalia.it/arazzo-di-bayeux-creato-per-ornare-il-refettorio-di-santagostino/) **Published:** Dicembre 18, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Canterbury, una nuova ricerca firmata da uno storico dell’Università di Bristol riapre uno dei grandi enigmi del Medioevo: quale fosse lo scopo originario e dove si trovasse in origine il celebre Arazzo di Bayeux. Il professor Benjamin Pohl, del Dipartimento di Storia, ha recentemente pubblicato uno studio in cui rilegge questo straordinario manufatto, avanzando un’ipotesi affascinante. Secondo lo studioso, l’imponente ricamo non sarebbe stato pensato soltanto come oggetto da esporre in una cattedrale, ma avrebbe avuto una funzione ben più pratica: accompagnare i pasti dei monaci medievali, fungendo da “lettura visiva” durante i momenti di convivialità. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Gli studiosi hanno inoltre individuato. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Scoperto ad Abusir il monumentale Tempio Solare di Niuserre](https://scriptamanentitalia.it/scoperto-ad-abusir-il-monumentale-tempio-solare-di-niuserre/) **Published:** Dicembre 16, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Al Cairo, in Egitto, nel cuore della grande necropoli dell’Antico Regno di Abusir, gli archeologi hanno fatto una scoperta di straordinaria importanza, capace di illuminare meglio l’epoca della V Dinastia. Una missione di scavo coordinata dal Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità, con il contributo di studiosi europei, ha riportato alla luce oltre la metà di un monumentale tempio solare dedicato al faraone Niuserre. Niuserre, che regnò approssimativamente tra il 2420 e il 2389 a.C., è una figura chiave di questo periodo della storia egizia, e la scoperta offre nuove informazioni sul suo regno e sul. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Un risultato che offre nuove prospettive sull’evoluzione delle capacità tecniche. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Urbanizzazione romana: la salute peggiorò solo nelle città](https://scriptamanentitalia.it/urbanizzazione-romana-la-salute-peggioro-solo-nelle-citta/) **Published:** Dicembre 12, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** In Inghilterra, un attento studio basato sull’analisi dei resti scheletrici ha fornito importanti conferme sulle teorie che riguardano gli effetti dell’urbanizzazione romana sulla salute della popolazione. Quando i Romani arrivarono in Britannia nel 43 d.C., si presentarono come portatori di “civiltà”, ma la rapida crescita delle città sotto il loro dominio ebbe anche conseguenze meno positive. L’aumento della densità abitativa favorì la diffusione di nuove malattie e contribuì alla nascita di marcate divisioni sociali, che limitarono l’accesso alle risorse per una parte della popolazione. Per questi motivi, l’occupazione romana è stata a lungo considerata. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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L'annuncio è stato dato da Franck Goddio, ricercatore dell'Università di Oxford e dell'Istituto Europeo per l'Archeologia Subacquea (IEASM), che ha sottolineato come questo sia il I esemplare di un simile. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questo sito, una vera e propria capsula del tempo che custodiva mucchi di materiali grezzi pronti all'uso e strumenti di lavoro, ha permesso ai ricercatori di confermare il metodo di "miscelazione a caldo" utilizzato dai Romani per creare il cemento che ha costituito la base del loro impero e che oggi, a duemila anni di distanza, continua a sostenere ponti, acquedotti. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Tra i quattro indagati figura anche il responsabile unico del progetto (RUP) del cantiere. Questi professionisti hanno ricevuto l’atto di elezione di domicilio in vista di accertamenti tecnici che i magistrati considerano irripetibili. L’indagine è stata avviata in relazione a ipotesi di reato gravi. Si procede infatti per disastro colposo, ma anche per omicidio colposo e lesioni colpose. Il quadro accusatorio si basa sulla violazione delle specifiche norme antinfortunistiche, essenziali per garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro. L’episodio del crollo ha avuto conseguenze drammatiche e fatali: Octay Stroici, operaio di 66 anni e di origini romene, è rimasto intrappolato sotto i detriti per oltre undici ore prima di perdere la vita. La sua morte rappresenta il fulcro del capo d’accusa relativo all’omicidio colposo. L’ipotesi principale che guida gli inquirenti riguarda una possibile e grave mancanza nella valutazione dei pericoli strutturali che l’edificio presentava. La Torre dei Conti era, infatti, oggetto di lavori di restauro. La Procura ipotizza che la mancata analisi approfondita dei rischi dell’edificio abbia poi portato a una convalida del progetto non adeguata, compromettendo la stabilità della struttura. Il *pool* di magistrati che coordina le attività è composto dai procuratori aggiunti Antonino Di Maio e Giovanni Conzo, affiancati dai pubblici ministeri Mario Dovinola e Fabio Santoni. Le indagini sul campo, volte a ricostruire la dinamica e le responsabilità, sono state delegate ai carabinieri. Gli accertamenti irripetibili disposti dalle autorità giudiziarie mirano a raccogliere prove fondamentali prima che possano essere alterate o perdute. Una delle verifiche tecniche cruciali che potrebbe essere eseguita è l’analisi meticolosa delle macerie. Questa operazione consentirebbe di stabilire con precisione se e come eventuali difetti progettuali o di esecuzione abbiano contribuito al collasso della storica torre. Le responsabilità che i magistrati stanno cercando di definire non si limitano al momento del crollo, ma risalgono alla fase iniziale di approvazione e gestione dei lavori. Si tratta di stabilire se le misure di prevenzione dei rischi, fondamentali quando si opera su strutture antiche e delicate in contesti ad alto rischio come un cantiere, siano state completamente ignorate o sottovalutate. Il coinvolgimento di tre architetti e un ingegnere, inclusa la figura apicale del responsabile unico del progetto, evidenzia come l’attenzione giudiziaria sia puntata sulle decisioni tecniche e amministrative che hanno preceduto e accompagnato l’intervento di restauro della Torre dei Conti. Questo sviluppo segna una fase decisiva nell’inchiesta, spostando il focus dal mero incidente all’accertamento di eventuali negligenze professionali e omissioni nella sicurezza che hanno avuto un impatto fatale. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Attualità, Più letti, Top --- ### [Il Mosaico di Rutland svela la versione perduta della Guerra di Troia](https://scriptamanentitalia.it/il-mosaico-di-rutland-svela-la-versione-perduta-della-guerra-di-troia/) **Published:** Dicembre 9, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Rutland, in Inghilterra, una delle scoperte romane più straordinarie degli ultimi cento anni ha rivelato non solo la presenza di un complesso di villa, ma anche un mosaico di eccezionale importanza nazionale. Scoperto nel 2020, durante il periodo di blocco dovuto al COVID-19, dal residente locale Jim Irvine nella sua fattoria di famiglia, questo mosaico, ora conosciuto come Mosaico di Ketton, è stato immediatamente celebrato come uno dei più significativi mai rinvenuti nel Regno Unito. La successiva indagine e gli scavi collaborativi condotti dall'Università di Leicester Archaeological Services (ULAS) e Historic England nel 2021 e 2022 hanno. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il processo si è svolto direttamente sopra una fossa rettangolare. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Scoperto a Baia un impianto termale romano legato a Cicerone](https://scriptamanentitalia.it/scoperto-a-baia-un-impianto-termale-romano-legato-a-cicerone/) **Published:** Dicembre 4, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** **Baia, Golfo di Napoli.** Nello scenario sottomarino del Parco Archeologico Sommerso di Baia, a soli tre metri di profondità, è emersa una scoperta di straordinaria importanza archeologica. Tra i resti sommersi dell’antico *Portus Iulius*, gli studiosi hanno riportato alla luce un impianto termale romano, un *laconicum*, ovvero una sauna, che si è conservato in modo sorprendente e che gli archeologi ipotizzano possa essere appartenuto alla villa del celebre oratore e politico Marco Tullio Cicerone. L’eccezionale complesso termale, localizzato specificamente nella Zona B del Parco, fu individuato per la prima volta nel 2023. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Koh, ha permesso di stabilire per la prima volta l’identità di un preparato a base di oppiacei contenuto in. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Google Aeneas: L'AI decifra 176.000 iscrizioni latine per la Storia Romana](https://scriptamanentitalia.it/google-aeneas-lai-decifra-176-000-iscrizioni-latine-per-la-storia-romana/) **Published:** Dicembre 1, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nelle vaste aree archeologiche e tra i reperti dei musei di tutto il mondo, il passato romano parla ancora, spesso in un sussurro frammentario inciso su pietra. L’interpretazione delle antiche iscrizioni rappresenta per storici ed archeologi una sfida affascinante ma estremamente complessa. Queste preziose testimonianze del mondo antico sono frequentemente corrose dal tempo, giungono a noi in pezzi isolati o risultano totalmente decontestualizzate, rendendo l'opera di comparazione e analisi un lavoro minuzioso che può richiedere intere carriere accademiche. Oggi, l'intelligenza artificiale (AI) entra prepotentemente in questo campo di studi, promettendo di accelerare notevolmente il processo di ricerca. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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È proprio la sua notevole. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Marchi di fabbrica romani scoperti su coppe Diatreta: le firme dei vetrai antichi](https://scriptamanentitalia.it/marchi-di-fabbrica-romani-scoperti-su-coppe-diatreta-le-firme-dei-vetrai-antichi/) **Published:** Novembre 27, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A New York City, negli Stati Uniti, la professoressa di storia dell’arte e soffiatrice di vetro della Washington State University, Hallie Meredith, ha fatto una scoperta intrigante sull’antica lavorazione del vetro romano, un dettaglio che era rimasto in bella vista per secoli. È accaduto nel febbraio del 2023, mentre la professoressa stava esaminando una collezione privata di coppe di vetro a gabbia romane, note come *diatreta*, presso il Metropolitan Museum of Art. Queste delicate opere d’arte di lusso sono state scolpite da un singolo blocco di vetro tra il 300 e il 500 dell’era. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Archeologia Romana: la digitalizzazione svela i segreti del Vallo di Adriano](https://scriptamanentitalia.it/archeologia-romana-la-digitalizzazione-svela-i-segreti-del-vallo-di-adriano/) **Published:** Novembre 26, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Magonza, Germania, la Junior Professor Catherine Teitz vive quotidianamente immersa nel suo campo di studi. Non appena varca la soglia di casa, si trova sulle orme del passato: la sua residenza nel quartiere Kästrich sorge sull'impronta dell'antico accampamento legionario romano di Mogontiacum. Il suo tragitto abituale verso l'Istituto di Studi Antichi la porta a superare i resti di una porta cittadina di epoca tardo-romana e a costeggiare il tracciato dell'acquedotto. Addirittura, al suo rientro in treno, può ammirare il teatro romano, che un tempo era uno dei più vasti a nord delle Alpi. Per. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Secondo i risultati di questa ricerca, il primo bacio scientificamente attestato risalirebbe a oltre ventuno milioni. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Egitto: Manufatto del I secolo con presunta citazione di Gesù](https://scriptamanentitalia.it/egitto-iscrizione-su-coppa-i-secolo-possibile-traccia-cristiana-antica/) **Published:** Novembre 14, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Al largo della costa egiziana, nelle acque dell'antico porto di Alessandria, è emerso un reperto che ha acceso un intenso dibattito tra gli studiosi di storia antica e di studi biblici. Si tratta di una ciotola di ceramica, soprannominata la "Coppa di Gesù" (o "Jesus’ Cup"), scoperta nel 2008 durante gli scavi condotti dall'archeologo marino francese Franck Goddio. L'artefatto è stato recuperato in prossimità dell'isola sommersa di Antirhodos, che si ritiene fosse il luogo del palazzo di Cleopatra. La ciotola, sebbene manchi di un manico, è considerata ben conservata. La sua importanza cruciale risiede in un. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Migliaia di turisti visitano la destinazione ogni anno; anche se agosto, nonostante le temperature insopportabili, è il mese con il maggiore afflusso, l'autunno, con le sue. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La meticolosa indagine archeologica, guidata dai ricercatori dell'Università La Sapienza di Roma, in particolare dalla professoressa **Francesca Romana Stasolla**, ha permesso l'identificazione di polline e residui vegetali. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Scoperto ramo Nilo Ahramat usato per costruire piramidi Egizie](https://scriptamanentitalia.it/scoperto-ramo-nilo-ahramat-usato-per-costruire-piramidi-egizie/) **Published:** Novembre 20, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** **In Egitto**, un mistero millenario che riguarda la logistica e la costruzione delle maestose piramidi potrebbe aver finalmente trovato una soluzione grazie alla moderna tecnologia di telerilevamento. Per secoli gli archeologi hanno ipotizzato l'utilizzo di una via d'acqua vicina per il trasporto dei massicci blocchi di pietra che costituiscono queste antiche strutture. Tuttavia, fino ad oggi, "nessuno era certo della posizione, della forma, delle dimensioni o della distanza di questo mega corso d’acqua al sito delle piramidi," come ha specificato il professor Eman Ghoneim, uno degli autori dello studio. Un team di ricerca dell’Università. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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L'indagine archeologica, co-diretta dall'Università Ca' Foscari di Venezia, si focalizza su due antiche fattorie olivicole situate nel massiccio del. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questa scoperta è particolarmente rilevante perché, nonostante oltre settant'anni di studi accademici, le mappe pubblicate della rete viaria romana nel sud della Gran Bretagna sono rimaste sostanzialmente invariate, tutte concordi nell'indicare che a ovest di Exeter (l'antica Isca Romana), vi erano poche prove concrete. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Dove sono finite le parti mancanti del Colosseo? Storia dei materiali scomparsi](https://scriptamanentitalia.it/dove-sono-finite-le-parti-mancanti-del-colosseo-storia-dei-materiali-scomparsi/) **Published:** Novembre 17, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Roma, il Colosseo non cessa di suscitare domande e misteri. Fra questi, uno dei più affascinanti riguarda la sorte delle sue parti mancanti, un enigma che intreccia la storia dell’anfiteatro più celebre e la crescita della città nei secoli successivi alla caduta dell’Impero. Oggi chiunque si soffermi davanti all’imponente struttura può notare un vuoto evidente: la parte meridionale manca quasi completamente, mentre quella settentrionale si mostra ancora integra e riconoscibile nella sua grandiosità. Le ragioni di tale asimmetria vanno ricercate non solo nei crolli provocati da terremoti, ma soprattutto nei cambiamenti subiti da Roma tra Medioevo. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il ritrovamento è avvenuto nell’antica città bizantina di Eirenopolis, un centro rurale dell’Impero Bizantino dove la religiosità cristiana si intrecciava con le attività agricole e con. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Pillar --- ### [Stonehenge: nuova datazione svela l'origine delle pietre e il trasporto](https://scriptamanentitalia.it/stonehenge-nuova-datazione-svela-lorigine-delle-pietre-e-il-trasporto/) **Published:** Novembre 13, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** La pianura di Salisbury, nel sud-ovest dell’Inghilterra, è stata teatro di una scoperta capace di far luce su uno dei monumenti più enigmatici della preistoria europea. Nel luglio 2025, un importante studio condotto da un team britannico ha rivelato dettagli cruciali sul trasporto dei giganteschi massi di Stonehenge. I ricercatori, attraverso analisi geologiche e tecniche multidisciplinari, hanno confermato che questi colossali blocchi non giunsero in loco tramite fenomeni naturali, ma furono trasportati intenzionalmente dagli uomini del Neolitico, mettendo in secondo piano le ipotesi che suggerivano il ruolo dei ghiacciai. La chiave di volta è stata l’esame di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questa meticolosa ricostruzione non rappresenta una semplice aggiunta ai dati esistenti, ma ridefinisce in modo sostanziale l’estensione e la complessità di ciò che i Romani avevano realizzato. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Wyoming: mummie Edmontosauro con zoccoli, eccezionale scoperta paleontologica.](https://scriptamanentitalia.it/wyoming-mummie-edmontosauro-con-zoccoli-eccezionale-scoperta-paleontologica/) **Published:** Novembre 12, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nella Valle delle Mummie di Dinosauro, situata nel Wyoming, Stati Uniti, paleontologi hanno portato alla luce una scoperta che traccia nuovi confini nella conoscenza dell’evoluzione dei rettili preistorici. Due esemplari fossilizzati di edmontosauro, vissuti fra 69 e 66 milioni di anni fa, hanno rivelato una caratteristica mai osservata prima d’ora: la presenza di autentici zoccoli. Questo ritrovamento, frutto dell’analisi di reperti straordinariamente conservati, permette di aggiungere dettagli inediti sia alla morfologia degli adrosauridi sia alla comprensione delle strategie di adattamento di questi dinosauri erbivori. L’edmontosauro, noto come uno dei giganti erbivori che solcavano le pianure nordamericane. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il vaso, rinvenuto nel cuore della cucina del Thermopolium, ossia la “tavola calda” dell’antichità, non era solo un ornamento, ma aveva trovato un nuovo impiego come utensile da cucina, testimoniando il carattere multifunzionale degli oggetti nel contesto pompeiano. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Secondo il nuovo studio, presentato in questi giorni e coordinato dall’archeologo Tom Brughmans dell’Università di Aarhus, la lunghezza complessiva delle strade supera di oltre il 50% le stime precedenti. Se fino a poco tempo fa si. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Durante la combustione, il telaio cedeva, permettendo ai. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Peste Nera: nuovo studio rivela la datazione corretta della diffusione in Europa](https://scriptamanentitalia.it/peste-nera-studio-rivela-la-vera-datazione-della-diffusione-in-europa/) **Published:** Novembre 5, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Londra – Un nuovo studio condotto da esperti dell’Università di Exeter ribalta decenni di assunzioni sulla diffusione della peste nera nel XIV secolo, portando alla luce un clamoroso errore di interpretazione alla base di una delle narrazioni storiche più radicate in Eurasia. Mentre molte rappresentazioni moderne della grande pestilenza la descrivono come una calamità che si diffuse a velocità vertiginosa lungo la Via della Seta, distruggendo comunità da oriente a occidente nell’arco di pochi anni, questa convinzione sarebbe il frutto di una lettura superficiale e fuorviante di un testo arabo del Trecento. Alla base delle ricostruzioni storiche più citate. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [CROLLO TORRE DEI CONTI. CARANDINI: "EVIDENTE INCOMPETENZA TECNICA"](https://scriptamanentitalia.it/crollo-torre-dei-conti-carandini-evidente-incompetenza-tecnica/) **Published:** Novembre 5, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Largo Corrado Ricci, Roma. La mattina del 3 novembre 2025 è stata segnata da un boato che ha riportato la tragedia e il dolore nel cuore archeologico di Roma, tra i Fori Imperiali e Via Cavour. Una porzione della storica Torre dei Conti, simbolo del Medioevo capitolino, è collassata durante i lavori di restauro. Il cedimento è avvenuto in due fasi: prima una porzione esterna e, novanta minuti più tardi, un cedimento interno. Sotto i detriti della struttura medievale è rimasto intrappolato per ore Octay Stroici, un operaio di 66 anni di origine romena, che purtroppo è deceduto in ospedale, riaprendo tragicamente il dibattito sulla sicurezza nei cantieri e sulla tutela del patrimonio. Di fronte a un danno culturale così profondo, le reazioni degli esperti non si sono fatte attendere, e la voce dell’archeologo Andrea Carandini si è levata con particolare risonanza e asprezza. Carandini, riconosciuto come uno degli studiosi più autorevoli e profondo conoscitore di Roma, con un trentennio di scavi sul Palatino alle spalle, ha espresso immediatamente un giudizio severissimo sulla gestione del cantiere. L’accusa principale lanciata dall’ex presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e già presidente del FAI è stata inequivocabile: sono evidenti i segni di una incompetenza tecnica. Carandini ha definito il crollo “impensabile” e lo ha paragonato a quello che potrebbe essere causato da un sisma. Ciò che risulta ingiustificabile, a suo dire, è che in un’epoca moderna in cui si hanno a disposizione le soluzioni tecnologicamente più avanzate e sicure per gli interventi strutturali sul patrimonio culturale, si verifichi un collasso di questa portata. Una delle mancanze cruciali individuate dall’archeologo riguarda la gestione delle competenze e delle professionalità in campo. A suo avviso, è mancata in modo evidente la presenza di un adeguato ingegnere strutturista, specialmente considerando che si trattava di un delicatissimo manufatto risalente al IX secolo, sebbene ampliato nel 1203 da Papa Innocenzo III. La Torre dei Conti, in passato definita da Petrarca “Turris illa toto orbe unica” per la sua imponenza, era un monumento già indebolito nel tempo da terremoti e incuria (dal 1349 al 1620 era rimasta inabitabile) e richiedeva la massima attenzione. L’intervento in corso era finanziato con i fondi del PNRR, un progetto da 6,9 milioni di euro che mirava a trasformare la Torre in un centro culturale e spazio museale, dopo che l’edificio era rimasto inagibile e abbandonato dal 2007. Tuttavia, per Carandini, il metodo scelto per valorizzare il bene, che ha portato al suo parziale collasso, ha causato un danno culturale enorme. L’archeologo sostiene che su un bene così fragile si sarebbe dovuto procedere con interventi minimi. L’eccesso di intervento in cantiere avrebbe avuto un effetto devastante, come in certe operazioni di chirurgia estetica che lasciano il paziente irriconoscibile. Egli esprime l’orrore per il rischio che i lavori affrettati, forse spinti dalla necessità di spendere i finanziamenti, abbiano portato a tale disastro. Le critiche di Carandini non si limitano agli aspetti tecnici del cantiere, ma si estendono alla complessa e disordinata gestione del patrimonio nella capitale. A Roma, le competenze sulla tutela sono divise in modo confuso. Vi è la Sovrintendenza comunale (con la ‘v’) che si occupa, ad esempio, della Torre dei Conti e dei Fori Imperiali, e le realtà statali, come la Soprintendenza (con la ‘p’) Speciale per Roma Capitale e il Parco Archeologico del Colosseo e dei Fori, che gestiscono altri monumenti centrali. Questa frammentazione, secondo l’archeologo, ha contribuito a creare una grande incapacità e una mancanza di visione contestuale. Per questo, Carandini ritiene che sia giunto il momento di ricondurre la tutela del patrimonio archeologico di Roma sotto il controllo esclusivo dello Stato centrale, eliminando l’eccezione della Sovrintendenza comunale, che, a suo dire, è rimasta un rifugio di tradizionalisti con una visione storico-artistica e non contestuale dell’archeologia. L’archeologo ha inoltre criticato aspramente la tendenza, emersa nel dibattito, di dare la colpa agli antichi per non aver saputo costruire bene opere che sono durate millenni, quando, a suo dire, la responsabilità del crollo è chiaramente da attribuire a chi ha gestito gli interventi recenti. Stabilire le responsabilità è, dunque, necessario e doveroso. Questo tragico evento rappresenta un momento di riflessione cruciale sulla fragilità del patrimonio storico romano, sollecitando un riesame delle procedure di sicurezza e della governance della tutela nella Città Eterna. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Attualità --- ### [Zakharova: Italia Crollerà con Aiuti Kiev, "Crimine Sponsorizzare Regime Terroristico"](https://scriptamanentitalia.it/zakharova-italia-crollera-con-aiuti-kiev-crimine-sponsorizzare-regime-terroristico/) **Published:** Novembre 4, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Roma, presso la storica Torre dei Conti, situata in Largo Corrado Ricci ai Fori Imperiali, un drammatico crollo ha causato feriti tra gli operai e ha immediatamente innescato una veemente reazione da parte della Russia. Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo e figura di spicco della comunicazione politica di Mosca, ha utilizzato l’incidente per lanciare un attacco diretto e provocatorio contro il Governo italiano. Le sue affermazioni, diffuse tramite il suo canale sul servizio di messaggistica Telegram, sono state cariche di accuse specifiche, giunte in un momento di grande sensibilità nazionale, con le squadre di soccorso ancora impegnate a lavorare tra le macerie. La Zakharova ha associato in modo esplicito la tragedia alla gestione finanziaria di Roma, dichiarando che il collasso degli edifici e dell’economia sono la diretta conseguenza delle scelte politiche italiane in materia di difesa e cooperazione internazionale. La portavoce russa, nota per le sue uscite polemiche, ha pronunciato parole inequivocabili: “Finché il governo italiano continuerà a spendere inutilmente il denaro dei contribuenti, l’Italia crollerà completamente: dall’economia alle torri”. Questa dichiarazione non faceva solo riferimento a un generico sperpero, ma veniva collegata in modo diretto e calcolato al supporto offerto dall’Italia all’Ucraina. A supporto della sua accusa, la diplomatica ha citato precise cifre economiche. Ha infatti ricordato che “a maggio di quest’anno il Ministero degli Esteri italiano ha comunicato che il sostegno all’Ucraina, tra aiuti militari e contributi tramite l’Unione Europea, ammonta a circa 2,5 miliardi di euro”. Questo ingente ammontare di denaro pubblico, secondo la visione espressa dalla Zakharova, è la risorsa che l’Italia ha distolto dalla manutenzione del proprio patrimonio e dalla cura della propria stabilità interna. Il suo messaggio, diffuso mentre ancora si scavava tra i detriti, suggeriva chiaramente che se quei fondi fossero stati impiegati sul territorio nazionale, episodi drammatici come il cedimento della Torre dei Conti si sarebbero potuti evitare. L’insistenza della portavoce non si è limitata al suo canale personale. A seguito della convocazione del rappresentante diplomatico russo (l’incaricato d’affari, in assenza dell’ambasciatore Alexey Paramonov) presso la Farnesina per protestare contro le sue affermazioni, Maria Zakharova ha rilanciato e rafforzato il suo attacco. Citata dalla Tass, ha dichiarato che la convocazione del diplomatico sarebbe servita “per ricordare ancora una volta che sponsorizzare il regime terroristico di Kiev è un crimine e un peccato”. Questa seconda dichiarazione, di tenore apertamente aggressivo e minaccioso, ha marcato un’ulteriore escalation diplomatica. Tali affermazioni si inseriscono in un quadro di comunicazione ostile del Cremlino nei confronti dei Paesi europei che sostengono la causa ucraina. La Zakharova è infatti riconosciuta per essere una figura che promuove costantemente la propaganda governativa russa ed è stata per questo inserita nella lista delle sanzioni dell’Unione Europea nel 2022. Non è la prima volta che l’Italia è il bersaglio delle sue critiche dirette. In precedenza, ella aveva attaccato direttamente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In quell’occasione, la portavoce russa lo aveva accusato di aver fatto “paragoni blasfemi” tra la Russia e la Germania nazista. L’azione provocatoria della Zakharova dimostra un modello di comportamento mirato a diffondere discredito verso i governi occidentali. Il suo approccio cinico e calcolato sfrutta le disgrazie altrui per veicolare messaggi ostili, come si era già visto in un altro contesto europeo. La portavoce russa aveva infatti espresso in passato “considerazioni politiche sprezzanti” anche nei confronti della Francia, in seguito a un furto avvenuto al Louvre. Anche in quel frangente, le sue parole erano state allusive e avevano lasciato presagire scenari disastrosi per un altro Paese europeo di primo piano che offre supporto a Kiev. Le sue provocazioni continue e il suo ruolo centrale nella strategia comunicativa di Mosca confermano la sua volontà di alimentare le tensioni diplomatiche tra la Federazione Russa e le nazioni che difendono i principi democratici e il diritto internazionale. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Attualità --- ### [Torre Conti Roma: Storia, crollo e inchiesta PNRR sui restauri.](https://scriptamanentitalia.it/torre-conti-roma-storia-crollo-e-inchiesta-pnrr-sui-restauri/) **Published:** Novembre 4, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Largo Corrado Ricci, Roma, a poca distanza dai Fori Imperiali e nel rione Monti, si è verificata una grave e duplice emergenza strutturale che ha scosso la Capitale. La mattinata del 3 novembre 2025 è stata segnata dal **crollo parziale della storica Torre dei Conti**, uno dei simboli indiscussi della Roma medievale. Il primo cedimento, che ha coinvolto un muro esterno e uno interno della torre, è avvenuto intorno alle 11:30, mentre all'interno del cantiere erano al lavoro undici operai. L’evento ha generato una vasta nube di polvere, ben visibile da tutto il centro. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Negli anni successivi, numerosi frammenti sono stati portati alla luce, fino a completare il 75 percento dello scheletro, una percentuale eccezionalmente alta per fossili di questa antichità, soprattutto perché parte. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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I fossili ritrovati, costituiti da due. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [I Maya e l’astronomia: calcoli e metodi di previsione delle eclissi solari](https://scriptamanentitalia.it/i-maya-e-lastronomia-calcoli-e-metodi-di-previsione-delle-eclissi-solari/) **Published:** Ottobre 30, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel sito archeologico di Copán, in Honduras, un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science Advances rivela come la civiltà Maya riuscisse a prevedere le eclissi solari con straordinaria precisione per diversi secoli. La scoperta nasce dall’analisi approfondita del Codice di Dresda, il più famoso e meglio conservato tra i codici astronomici maya, custodito oggi in Germania. Gli studiosi hanno esaminato la tavola delle eclissi presente nel manoscritto, lunga ben 405 mesi lunari: uno strumento che svela il sofisticato sistema usato dai Maya per correlare eventi celesti con il calendario religioso e civile, che da millenni regolava la vita delle. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Gli scavi archeologici e lo studio dei documenti, dalle iscrizioni agli archivi commerciali, hanno permesso di ricostruire con buona precisione il quadro delle retribuzioni corrisposte ai diversi gruppi sociali, rivelando quanto lo stipendio fosse legato non solo al mestiere, ma anche allo status, al genere e alla provenienza geografica. Nel. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questa straordinaria scoperta si basa su una combinazione di immagini satellitari radar, analisi dei sedimenti. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Storie di vita quotidiana prima dell'elettricità: come vivevano davvero i nostri antenati](https://scriptamanentitalia.it/storie-di-vita-quotidiana-prima-dellelettricita-come-vivevano-davvero-i-nostri-antenati/) **Published:** Ottobre 27, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Quando il sole si inabissava oltre l’orizzonte e l’ultima scintilla di luce solare svaniva nel crepuscolo, un’oscurità più profonda, più tangibile, e in qualche modo più viva di quanto possiamo concepire oggi, inghiottiva il mondo. Per innumerevoli millenni, l’esperienza umana è stata plasmata da un **Grande Blackout** quotidiano, un evento cosmico e ineluttabile che ridisegnava ogni aspetto della vita sociale, economica e psicologica. Non stiamo parlando di un guasto alla rete elettrica, ma della condizione esistenziale dei nostri antenati, dalla **Roma** imperiale alle fattorie della **Nuova Inghilterra** del **XVII secolo**. La domanda non è semplicemente “come facevano senza luce?”, ma piuttosto, “cosa diventava il mondo quando calava l’oscurità?”. L’assenza di una luce artificiale pervasiva e accessibile non era un mero inconveniente; era una forza architettonica che imponeva i ritmi del lavoro, del riposo e persino della spiritualità, dettando un coprifuoco universale che si estendeva oltre le mura cittadine. L’oscurità era un catalizzatore di mistero, pericolo e una profonda intimità domestica. Era il confine netto tra il dominio del giorno, ordinato e visibile, e quello della notte, incerto e in gran parte inesplorato, un dualismo che permeava ogni cultura e ogni livello della società. La luce del giorno significava **sicurezza** e **produttività**, la notte portava con sé **vulnerabilità** e un radicale cambiamento nelle attività umane, una vera e propria **ristrutturazione sensoriale** e sociale. La vita nell’antichità e nel **Medioevo** era scandita con una regolarità oggi quasi dimenticata, una **sincronia circadiana** imposta dalla natura. Il lavoro nei campi o nelle botteghe cessava inderogabilmente al tramonto. Gli operai e i contadini, che formavano la stragrande maggioranza della popolazione, non potevano permettersi di sprecare le preziose e costose fonti luminose artificiali. Il giorno di lavoro si estendeva dall’alba al crepuscolo, e la notte era quasi interamente dedicata al sonno. Fonti come gli scritti di **Plinio il Vecchio** o i resoconti medievali sul lavoro monastico rivelano una quotidianità in cui l’attività umana si allineava quasi perfettamente con le ore di luce. Le città, pur essendo centri di maggiore attività, vedevano comunque la loro energia ridursi drasticamente dopo il tramonto. Il mercato chiudeva, i tribunali smettevano di riunirsi e persino i banchetti più sontuosi, sebbene prolungati, si svolgevano in uno stato di illuminazione fioca e costosa. Il giorno era un bene pubblico, la notte un affare privato e costoso. L’economia stessa era vincolata dalla durata del giorno. Le attività che richiedevano precisione visiva – la tessitura, l’artigianato fine, la scrittura – erano rigidamente relegate alle ore di luce solare. Un lavoratore che avesse voluto estendere il suo orario con la luce artificiale avrebbe dovuto affrontare un aumento significativo dei costi operativi che raramente il ricavo aggiuntivo avrebbe coperto. Questo fenomeno non era limitato a un’epoca o a una regione; era la realtà in tutta l’Europa, in **Asia** e in **Africa** prima dell’industrializzazione massiva. La sera, le strade si svuotavano rapidamente, lasciando spazio a pattuglie notturne, quando esistenti, e a pochi coraggiosi o disperati. Il costo della luce era un fattore determinante per la sua scarsità. Candele e lampade a olio non erano semplici accessori, ma investimenti significativi che incidevano pesantemente sul bilancio familiare. Una candela di sego, ricavata dal grasso animale, o una lampada a olio di oliva, di lino, o di pesce, bruciava rapidamente e con un’efficacia luminosa minima, lasciando dietro di sé fumo denso, fuliggine e un odore penetrante. I materiali più raffinati, come la **cera d’api**, erano appannaggio esclusivo della chiesa o delle classi sociali più abbienti, un lusso che si manifestava nei saloni di palazzo o nelle funzioni religiose. La cera d’api non solo bruciava più a lungo e in modo più pulito, ma la sua stessa presenza era un indicatore di status sociale elevatissimo, un vero e proprio **capitale luminoso**. Persino le lampade a olio di bronzo o terracotta erano oggetti di un certo valore, e l’olio, soprattutto quello di oliva, era una merce alimentare preziosa, spesso troppo costosa per essere sprecata in illuminazione domestica prolungata. Questa parsimonia forzata significava che, per la maggior parte delle persone, le serate erano trascorse in prossimità del focolare domestico, l’unica fonte di calore e luce relativamente “gratuita”. Pochi stimoli visivi oltre le fiamme danzanti e le ombre lunghe che esse proiettavano sui muri. Era il regno del racconto orale, della musica e del riposo, una pausa prolungata imposta dall’economia della luce. L’atto di leggere o scrivere alla luce artificiale era limitato non solo dal costo, ma anche dalla sua qualità. Gli studiosi, come i monaci amanuensi di **San Gallo** o gli umanisti del **Rinascimento**, dovevano limitare le loro sessioni di lavoro notturne per non danneggiare la vista e per non consumare in modo eccessivo le scorte di cera o olio, che erano gestite con estrema cura e spesso razionate. La notte era vista come un tempo di riposo forzato, una barriera naturale all’accumulo di conoscenza e alla produttività. L’esperienza sensoriale dell’oscurità era radicalmente diversa da quella moderna. Senza l’inquinamento luminoso, le notti stellate erano di una chiarezza abbagliante, e la **Luna**, nella sua pienezza, era una fonte di luce così significativa da dettare il calendario agricolo e di viaggio. Persino in città, la luce lunare era cruciale per la navigazione. Ma nelle notti senza luna o sotto la copertura nuvolosa, l’oscurità era assoluta, un **buio pesto** che annullava la distanza e la forma degli oggetti. Questo vuoto visivo amplificava drammaticamente gli altri sensi. L’udito si faceva più acuto, trasformando i rumori notturni – il vento che soffiava, il crepitio del legno, i passi di un animale o di un estraneo – in potenziali segnali di pericolo. L’olfatto percepiva l’odore della fuliggine, del fumo, dei liquami non smaltiti. La paura della notte non era solo un costrutto culturale, ma una risposta evolutiva e pratica. Il buio nascondeva briganti, animali selvatici e, nelle credenze popolari, ogni sorta di entità soprannaturali, dai **folletti** alle **streghe** fino ai **fantasmi**. I racconti e le ballate popolari, tramandate dal focolare, erano spesso incentrate su creature che emergevano solo dopo il tramonto. Il buio era, per la maggior parte della popolazione, il dominio del demoniaco e dell’irrazionale. Nelle campagne, il bestiame doveva essere radunato e protetto rigorosamente; il lupo o l’orso non erano minacce astratte. Nelle città, il pericolo maggiore era l’uomo stesso. I registri parrocchiali e i resoconti giudiziari dal **XVII** e **XVIII secolo** in città come **Parigi** e **Londra** documentano un picco di aggressioni e rapine che avvenivano invariabilmente dopo il tramonto, quando la visibilità era minima e le pattuglie di sorveglianza (i **“guardiani notturni”**) erano poco numerose ed equipaggiate con lanterne inadeguate. Nelle grandi città, l’oscurità era anche il principale alleato del caos e della distruzione. Le **lanterne pubbliche**, quando venivano introdotte, erano una rivoluzione, ma la loro presenza era sporadica, l’illuminazione fioca e spesso non duravano tutta la notte a causa del costo del carburante e della manutenzione. La prima vera illuminazione pubblica, con lampade a olio più sofisticate, fu introdotta in città come **Amsterdam** e **Parigi** solo nel tardo **XVII secolo**, e l’illuminazione a **gas**, una vera svolta, arrivò a **Londra** solo all’inizio del **XIX secolo**. Fino ad allora, la città di notte era un labirinto di ombre. Il rischio maggiore rimaneva il fuoco. Le abitazioni, spesso costruite in legno e paglia (anche nelle grandi città prima dei regolamenti anti-incendio), diventavano estremamente vulnerabili di notte. L’uso incauto di candele e lampade a olio era una causa comune di incendi catastrofici. Il **Grande Incendio di Londra del 1666**, sebbene iniziato di giorno, è l’esempio più vivido della rapidità con cui il fuoco poteva propagarsi in assenza di un’adeguata supervisione notturna e di sistemi di allarme efficienti. L’introduzione di regolamenti sul **coprifuoco**, in uso fin dall’epoca romana e poi nel **Medioevo**, non serviva solo a prevenire gli incendi – una minaccia costante nelle città di legno – ma anche a limitare la circolazione di persone sospette. La parola stessa **“coprifuoco”** (dall’antico francese *couvre-feu*, “coprire il fuoco”) è un richiamo diretto a questa necessità di spegnere o coprire le fiamme prima di coricarsi, un atto di sicurezza comunitaria contro il pericolo più temuto: l’incendio notturno. La gestione dell’ordine pubblico notturno era un compito quasi impossibile. I decreti comunali imponevano ai residenti di tenere una lanterna accesa fuori dalla propria porta, ma queste regole erano spesso disattese a causa dell’alto costo del carburante. Nonostante il pericolo, il buio era anche un potente veicolo di **trasformazione culturale e spirituale**. Molte pratiche religiose si basavano sul ciclo giorno/notte. La **liturgia delle ore** nel cristianesimo, per esempio, con la celebrazione notturna dei **Mattutini**, rifletteva l’idea della veglia spirituale nell’oscurità, un richiamo alla vigilanza. La notte era il tempo della riflessione, dei sogni e di un contatto più intimo con il divino o il soprannaturale. L’impatto sulla salute pubblica era altrettanto significativo. La mancanza di luce artificiale prolungata significava che i nostri antenati dormivano in modo diverso. Gli storici hanno riscoperto il concetto del **sonno bifasico** o **segmentato**, un modello comune nelle culture preindustriali, descritto in diari e lettere dal **Medioevo** al **XIX secolo**, in particolare in **Inghilterra** e in **Francia**. Le persone andavano a letto presto, subito dopo il tramonto, dormivano per un periodo (il **“primo sonno”**), si svegliavano naturalmente nel cuore della notte, nell’ora più buia, per circa un’ora o due. Questo intervallo di veglia notturna, noto come **“ora di veglia”** o **“veglia notturna”**, era un momento intimo e tranquillo. Le persone pregavano, meditavano, riflettevano sui sogni, fumavano il tabacco (quando era disponibile), visitavano i vicini, o si dedicavano al sesso. Era un’oasi di attività silenziosa nel cuore del buio, un tempo dedicato a compiti a bassa intensità luminosa e ad alta intensità introspettiva. Dopo questa pausa, tornavano a letto per il **“secondo sonno”** fino all’alba. Questa pratica del sonno segmentato, ampiamente documentata negli scritti di quel periodo, è svanita quasi completamente con l’arrivo dell’illuminazione artificiale diffusa e l’introduzione della giornata lavorativa industriale, che ha imposto un sonno monofasico e ininterrotto. La notte non era più un intervallo naturale con i suoi ritmi interni, ma un semplice blocco di tempo da massimizzare per il riposo. La rivoluzione dell’illuminazione, iniziata con l’introduzione dell’illuminazione a **gas** nelle città come **Londra** all’inizio del **XIX secolo**, e culminata con la lampadina a incandescenza di **Thomas Edison** nel **1879**, non ha solo esteso le ore di attività; ha alterato il tessuto stesso della coscienza umana. Ha rimosso il coprifuoco naturale imposto dal sole, inaugurando la **società delle 24 ore** in cui viviamo. Il **Grande Blackout** non è semplicemente cessato; è stato progressivamente domato e confinato negli angoli più remoti del mondo, o relegato a un’esperienza momentanea e anomala in caso di interruzione di corrente. L’illuminazione elettrica ha reso la notte **produttiva, sicura** (o percepita come tale) e **visibile**. La cultura del caffè, del teatro serale, della fabbrica che lavora su turni notturni – tutta questa vita notturna è figlia della lampadina. La luce ha cambiato la percezione dello spazio e del tempo, permettendo all’umanità di colonizzare le ore di buio, espandendo l’economia e la cultura oltre i limiti solari. L’oscurità, da potente presenza metafisica e fonte di pericolo concreto, è stata ridotta a una semplice assenza, un vuoto da riempire con la luce artificiale. Le stelle, una volta guide celesti e fonte di meraviglia quotidiana, sono state oscurate dal bagliore delle città, un fenomeno che oggi chiamiamo **inquinamento luminoso**. In conclusione, la storia del buio ci ricorda che l’illuminazione non è solo una tecnologia; è una profonda forza culturale. Essa ha liberato l’umanità dal ritmo ferreo del giorno e della notte, permettendo alla produttività e alla cultura di fiorire senza limiti temporali. Eppure, nel guardare indietro, possiamo intravedere un mondo in cui l’oscurità era un confine sacro, che delimitava l’umano dal misterioso, il lavoro dal riposo, l’attività dalla riflessione. Il buio non era solo l’assenza di luce; era una presenza che definiva la vita. Oggi, l’unica volta in cui sperimentiamo un’eco autentica di quel mondo è durante un’interruzione di corrente prolungata, quando la dipendenza dalla luce moderna viene brutalmente interrotta, e siamo costretti, anche solo per un’ora, a confrontarci con l’antico e profondo dominio del buio. **Fonti:** - **Plinio il Vecchio.** *Naturalis Historia* (traduzione ufficiale di **John Bostock** e **Henry Riley**). - **Marco Aurelio.** *Meditazioni* (traduzione ufficiale di **George Long**). - **Agostino d’Ippona.** *Confessioni* (traduzione ufficiale di **Edward B. Pusey**). - **Giovanni di Salisbury.** *Policraticus* (traduzione ufficiale di **Joseph B. Pike**). - **Diari e Corrispondenze di Samuel Pepys** (traduzione ufficiale delle trascrizioni originali). - **Beda il Venerabile.** *Historia ecclesiastica gentis Anglorum* (traduzione ufficiale di **Leo Sherley-Price**). - **Costituzioni di Cluny** (traduzione ufficiale di **Isabelle Cochelin**). - **Scritti di Benjamin Franklin** sul sonno e l’uso della luce (traduzione ufficiale delle lettere). ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Medioevo --- ### [Scoperto a Lodève un fossile di coccodrillo Giurassico.](https://scriptamanentitalia.it/scoperto-a-lodeve-un-fossile-di-coccodrillo-giurassico/) **Published:** Ottobre 27, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Un fossile di coccodrillo, risalente all’epoca del Giurassico, è stato portato alla luce nel sud della Francia, nella regione dell’Hérault, diventando immediatamente protagonista di una presentazione pubblica al Museo di Lodève. Il ritrovamento si deve a un escursionista che, durante una passeggiata nell’entroterra a pochi chilometri da Montpellier, si è imbattuto casualmente in uno scheletro dalle dimensioni notevoli, lungo cinque metri e largo oltre due. Il reperto, presentato l’11 ottobre, offre agli studiosi una rara occasione di osservare da vicino le caratteristiche di un antico abitante della Terra, vissuto circa 180 milioni di anni fa in. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Storia e architettura di Piazza del Popolo a Roma](https://scriptamanentitalia.it/storia-e-architettura-di-piazza-del-popolo-a-roma/) **Published:** Ottobre 24, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** La brezza del Tevere porta ancora echi lontani, come un respiro che attraversa i secoli. Sotto la vista vigile dell’obelisco egizio innalzato nel centro di **Piazza del Popolo**, le voci della folla che un tempo animavano Roma sembrano tornare a vibrare nel marmo e nel vento. Ogni passo su queste pietre racconta una storia di potere e di popolo, di fede e di ribellione, di Roma antica e medievale, quando la piazza – allora non ancora come la conosciamo oggi – nasceva come spazio di incontro, di comunicazione e di trasformazione. Nell’età classica questo luogo si trovava ai margini del **Campo Marzio**, territorio sacro a Marte, dio della guerra, dove i giovani si esercitavano alle armi e il popolo assisteva ai riti della città militare. **Cicerone**, nelle sue orazioni, esaltava la forza della parola pubblica nei **contiones**, le assemblee aperte che si svolgevano sotto il cielo romano: qui l’oratore e il cittadino si incontravano, e la voce del popolo – la *vox populi* – trovava lo spazio fisico e simbolico della sua espressione. In quel teatro civile, Roma imparò a riconoscersi come comunità politica. Secondo le traduzioni della **Loeb Classical Library**, è nei gesti e nelle grida di queste adunanze che nacque l’idea stessa di opinione pubblica, in un equilibrio fragile tra autorità e libertà. Dopo la caduta dell’Impero, le stesse strade che avevano risuonato delle parole dei tribuni e degli appelli dei consoli si svuotarono. Le processioni religiose divennero le nuove voci collettive, come ricorda il cronachista bizantino **Procopio di Cesarea**, quando descrive le moltitudini che attraversavano la città portando reliquie e cantando inni per invocare la protezione divina. Le antiche piazze civiche si trasformarono in percorsi sacri: Roma non era più la capitale di un impero, ma la città della Chiesa, e la liturgia sostituì l’assemblea civile. Eppure, anche nel fervore religioso, rimaneva vivo quel bisogno di esprimersi insieme, di riunirsi per testimoniare, lodare o contestare: una continuità invisibile che univa la “piazza” ai tempi di Cesare e quelli di Gregorio Magno. Fu nel **XI secolo**, con la costruzione della **Basilica di Santa Maria del Popolo** voluta da **Papa Pasquale II**, che l’antico margine divenne simbolo del nuovo centro spirituale e urbano. Il cronista medievale **Pietro Mallio**, nel suo *Liber de Basilicae Urbis Romae*, racconta che la chiesa fu eretta per scacciare le ombre del passato pagano: si credeva infatti che sul luogo sorgesse il sepolcro dell’imperatore **Nerone**, attorno al quale, secondo le leggende, si aggiravano spiriti e demoni. La distruzione del cipresso che cresceva sopra la tomba segnò, nella memoria collettiva, la cacciata del male antico e la nascita di un nuovo centro della devozione popolare. “*Et populus Romanus exultavit, quia fugata est umbra infernalis*”, si legge in una copia latina conservata presso la Biblioteca del Vaticano. Il popolo di Roma, insomma, gioì nel veder rinascere la propria città come luogo di luce. Proprio dal termine *populus* venne attribuito, nei secoli, il nome alla piazza che si apriva di fronte alla chiesa: **Piazza del Popolo**, “la piazza del popolo”, ma anche “la piazza dei pioppi”, visto che il latino *populus* indicava entrambi. Quell’ambiguità linguistica conteneva già il destino simbolico dello spazio: tra radici naturali e voce collettiva, tra la permanenza della terra e la mutevolezza delle folle. Le cronache medievali inglesi, come la *Historia Anglorum* di **Guglielmo di Newburgh**, descrivono pellegrini provenienti dal nord che, giunti a Roma, si raccoglievano proprio qui per ascoltare le omelie o cantare inni comuni, in una Babele di lingue unite dal fervore religioso. Tra XII e XIII secolo, la piazza divenne quindi un crocevia di culture, un teatro spontaneo della cristianità itinerante. Negli stessi secoli, l’eredità del foro romano sopravviveva nel linguaggio e nei gesti del popolo. Come hanno testimoniato autori antichi come **Livio** e **Tacito**, nelle versioni inglesi del **Loeb**, la tradizione di discutere in pubblico, di esprimere il consenso o il dissenso con acclamazioni o silenzi, non si estinse mai del tutto. I cronisti medievali raccontano come, durante i conflitti tra papato e baronato, anche la piazza fuori dalle mura divenisse il luogo dove i cittadini gridavano il proprio scontento o accoglievano le decisioni pontificie. La voce della città si fece così eco della politica, nei secoli in cui Roma cercava di trovare se stessa fra decadenza e rinascita. Nel **XIII secolo** le processioni solennemente organizzate lungo le vie principali resero la piazza un punto di partenza e arrivo per i riti pubblici. I documenti tradotti del *Liber Pontificalis* narrano come il popolo e il clero, uniti, attraversassero questi spazi per celebrare le vittorie della fede o implorare la fine delle pestilenze. La coralità sostituiva il dibattito: un’unione di voci e canti al posto delle dispute oratorie. Ma la presenza massiccia di fedeli, e il loro ruolo attivo nel rito, trasformarono nuovamente lo spazio urbano in luogo di partecipazione. I teorici moderni parlerebbero di “spazio pubblico performativo”: allora, era la semplice materializzazione del bisogno umano di sentirsi parte di una comunità. Ogni passo, ogni inno, ogni sguardo elevato verso la cupola era un atto politico, anche se vestito di fede. Il Medioevo fu anche il tempo in cui nacque una nuova concezione del silenzio e del rumore. Le testimonianze di monaci e cronisti, come quelle raccolte nelle traduzioni della **Chronica Monasterii Casinensis**, raccontano di una Roma divisa tra devozione e disordine, processioni e mercati, orazioni e mormorii. Piazza del Popolo non era solo un luogo sacro, ma anche un punto d’incontro per viandanti, mercanti e giullari, che qui trovavano un pubblico naturale. Un frate anonimo del XIII secolo annotava: “*ubi confluebant voci et strepitus, ibi erat verus populus*”, dove le voci e i rumori si radunavano, lì era il vero popolo. Il mercato e la celebrazione si fondevano, e nell’intreccio sonoro della piazza si costruiva una memoria collettiva, un’identità che non aveva bisogno di monumenti. In età comunale, quando le città italiane cominciavano a governarsi da sé, lo spazio urbano tornò a essere teatro di decisioni civiche. Anche a Roma, benché il potere papale fosse dominante, esisteva una forma di rappresentanza dei cittadini – i **senatori romani** – che convocavano il popolo nelle grandi piazze. I cronisti di area lombarda, come **Galvano Fiamma**, ricordano i comizi e le assemblee popolari della Roma del XIII secolo come residui di un’antica libertà repubblicana, riaffiorata brevemente tra le pieghe della teocrazia. È qui che il concetto di “voce della strada” assume, per la prima volta, un senso politico medievale: non più l’eco del foro romano, ma il sussurro collettivo dei fedeli, dei mercanti, dei pellegrini – di chi viveva la città come corpo vivo. Dal punto di vista architettonico, quella che oggi appare come una piazza ellittica perfettamente composta era allora una serie di spazi irregolari, distinti da terrapieni, orti e piccole strutture sacre. Solo secoli dopo, con **Papa Sisto V** e il progetto di **Giuseppe Valadier**, la piazza avrebbe assunto la forma armoniosa che conosciamo. Tuttavia, già nel Medioevo essa conteneva in potenza le sue funzioni future: soglia d’ingresso e specchio del potere, ma anche luogo di libertà. Lì dove sorgeva la chiesa, i fedeli si riunivano; dove passava la via Flaminia, gli ambasciatori facevano il loro ingresso; dove oggi il turista fotografa la perfezione prospettica, un tempo il pellegrino si inginocchiava e il venditore gridava il prezzo della sua merce. Attraversando i secoli, Piazza del Popolo rimase sempre un’eco del rapporto tra la folla e il potere. Durante le processioni medievali, le benedizioni papali erano attese come segni tangibili; ma anche le mormorazioni dei laici – i “murmura plebis” evocati nei *Dialoghi* di **Gregorio Magno** – testimoniavano una tensione sotterranea. La piazza, luogo di incontro e di controllo, fu anche un campo di resistenza. La voce del popolo non taceva: si adattava, sussurrava, cantava. Roma, che aveva insegnato al mondo l’arte della parola pubblica, continuava a praticarla nella quotidianità dei suoi spazi. Oggi, osservando il flusso di visitatori e artisti di strada che anima Piazza del Popolo, si può ancora percepire quella stratificazione millenaria. Il silenzio che precede un applauso, il passo del pellegrino, la risata improvvisa di un turista: tutto si intreccia come in una lunga sinfonia urbana. È la stessa musica che un tempo accompagnava i passi dei Romani e le preghiere dei fedeli. La voce della strada, che cambia lingua ma non significato, continua a risuonare. In fondo, Piazza del Popolo non è solo una piazza. È una dichiarazione di identità collettiva, la prova che lo spazio pubblico, quando attraversato dal respiro della comunità, può trasformarsi in linguaggio. Dal foro romano alle processioni medievali, dalle grida dei tribuni ai canti dei penitenti, la piazza ha custodito il suono di una città che non smette mai di parlare. E mentre il tramonto tinge di rosso l’obelisco di **Seti I** e **Ramses II**, si può quasi sentire la voce antica che dice – come nei versi di **Virgilio**, tradotti in inglese nel *Loeb Classical Library*: “*Vox populi, vox dei*.” La voce del popolo, la voce di Dio. Forse è in quell’eco, sospesa tra Roma e Medioevo, che sopravvive l’anima eterna della città. Fonti: - Loeb Classical Library: *Cicero – Orations*; *Livy – History of Rome*; *Tacitus – Annals*; *Virgil – Aeneid*. - *Liber Pontificalis*, traduzione inglese (1899, ed. Duchesne). - *Pietro Mallio, Liber de Basilicae Urbis Romae*, trad. inglese 1903. - *Procopius of Caesarea, History of the Wars*, trad. inglese H.B. Dewing, Loeb 1914. - *Chronica Monasterii Casinensis*, trad. inglese 1921. - *William of Newburgh, History of English Affairs*, trad. inglese Joseph Stevenson, 1856. - *Galvano Fiamma, Chronica universalis*, trad. inglese annotata, 1902. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Medioevo --- ### [Pompei: Scoperta villa romana ricca con ingresso monumentale](https://scriptamanentitalia.it/pompei-scoperta-villa-romana-ricca-con-ingresso-monumentale/) **Published:** Ottobre 24, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Pompei, nel territorio di Torre Annunziata, una nuova e sorprendente scoperta archeologica ha restituito al mondo uno dei complessi più affascinanti dell’antica città romana: l’ingresso monumentale della Villa dei Misteri, riemerso dopo decenni di inattività dovuta alla presenza di edifici abusivi. La zona, fino a pochi anni fa occupata da una costruzione privata e da attività sorte illegalmente sulle aree sottoposte a vincolo archeologico, è oggi oggetto di un grande intervento di recupero voluto dal Parco Archeologico di Pompei, in collaborazione con la Procura di Torre Annunziata guidata dal procuratore Nunzio Fragliasso. La demolizione della casa abusiva. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Psicologia storica: La crisi dei 30 anni tra i gladiatori dell'antica Roma](https://scriptamanentitalia.it/psicologia-storica-la-crisi-dei-30-anni-tra-i-gladiatori-dellantica-roma/) **Published:** Ottobre 23, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Ci sono momenti nella vita in cui il tempo sembra piegarsi su sé stesso, restituendo all’uomo la sua misura più fragile. Intorno ai trent’anni, età di passaggio e di resa dei conti, il corpo comincia a mutare silenziosamente e la mente si carica di domande che non promettono risposte semplici. È un’età sottilmente crudele, quella in cui le speranze dell’adolescenza si incontrano con la consapevolezza dei limiti. Oggi come duemila anni fa, quell’età segna per molti il confine tra ciò che si è stati e ciò che non si potrà più diventare. E nell’epoca dei gladiatori, quando la vita era un gioco di dura sopravvivenza e la gloria durava un solo respiro, la crisi dei trent’anni aveva un peso che solo la sabbia dell’arena poteva comprendere. Immaginiamo **Roma**, nel II secolo dopo Cristo, nel tempo in cui le strade erano gremite di mercanti e sudori, di corpi coperti di polvere e di voci che s’intrecciavano come in un vasto alveare umano. L’Urbe, caput mundi, pulsava come un organismo vivente. Per molti cittadini, trent’anni significavano maturità, dovere, responsabilità. Per altri, significavano già vecchiaia. Un **gladiatore** di trent’anni era un sopravvissuto. Poche stagioni bastavano, in quell’arena colma di ruggiti e applausi, per spingere un uomo oltre i limiti del proprio corpo. Eppure, chi arrivava fin lì, chi a trent’anni poteva ancora stringere un gladio, conosceva una forma di libertà che nessun cittadino romano avrebbe mai potuto sperimentare. Il filosofo **Seneca**, in una delle sue lettere più amare, descriveva uno spettacolo di gladiatori con la precisione di chi osserva un abisso. Raccontava di uomini condannati a combattere fino alla morte sotto lo sguardo entusiasta del popolo. «Nulla – scriveva – è più nocivo all’animo che assistere a tali spettacoli: l’uomo che vi giunge buono se ne va peggiorato». Seneca stava parlando non solo della corruzione morale di chi guarda, ma anche di quella sottile consapevolezza che colpisce l’uomo maturo quando capisce di essere, in fondo, parte dello stesso gioco: combattere, faticare, sopravvivere. I gladiatori, diceva, erano un’immagine cruda dell’esistenza, e chi li osservava riconosceva, magari senza accorgersene, la propria stessa angoscia. È qui che la crisi dei trent’anni prende forma anche nel mondo antico: nel riconoscere che la forza non basta più a garantire il senso. Trent’anni. L’età in cui un uomo romano poteva dirsi nel pieno delle capacità, ma anche sull’orlo del declino. Non era solo questione fisica. Era l’età in cui si capiva che la gloria non è eterna, che il favore del popolo può svanire più veloce di un applauso. I **gladiatori**, che vivevano sospesi fra la morte e l’immortalità del mito, ne erano i simboli più puri. L’arena, come la vita, premiava i vincenti, ma il premio era effimero: un istante di luce prima dell’ombra. Le parole di Seneca risuonano come un monito dentro ogni epoca: vivere per l’applauso significa rinunciare alla pace interiore. Eppure, il rischio, la sfida, l’adrenalina, erano l’unico linguaggio che Roma capiva. A contrasto, nella sua esistenza tumultuosa, c’è **Commodo**, l’imperatore che volle trasformare la sua crisi in spettacolo. Nato nel **161 d.C.**, figlio del saggio **Marco Aurelio**, fu educato all’equilibrio e alla filosofia stoica, ma restò affascinato da tutt’altro: la potenza, la violenza, la scena. Quando a trent’anni prese a esibirsi come gladiatore, Roma intera ebbe la misura della follia del potere. La *Historia Augusta* racconta che si fece chiamare “il nuovo Ercole”, uccise con palestra teatrale animali feroci e avversari disarmati, proclamandosi vincitore. Era l’immagine perfetta di un uomo che, nel passaggio alla maturità, si specchia nella sua stessa vanità. Quella di Commodo non era solo una crisi personale: era la crisi dell’idea stessa di impero, il momento in cui la forza smette di sembrare virtù e si rivela puro narcisismo. A trentun anni, Commodo venne assassinato. Morì strangolato nella sua stanza privata, la notte tra il **31 dicembre del 192** e il **1 gennaio del 193**, chiudendo così il secolo degli **Antonini**. Aveva governato come un attore ubriaco della propria leggenda. Nella storia si conserva la sua smania di essere adorato, il suo bisogno di ricreare se stesso nell’arena. Quella era la sua crisi: non saper distinguere il confine tra realtà e rappresentazione. Ma non è così diverso da noi, che nel mondo contemporaneo ci muoviamo tra identità digitali e schermi lucidi, alla ricerca di riconoscimento. Commodo rappresenta l’eterno naufragio di chi, di fronte al tempo che avanza, tenta di vincerlo trasformando la propria vita in uno spettacolo. E c’è un altro modo di leggere quella soglia dei trent’anni nel mondo antico: come l’inizio della resistenza. **Marziale**, con la sua ironia tagliente, descrive un gladiatore chiamato Ermes, “maestro di ogni arma, maestro di sé stesso”. Dietro l’apparente elogio, si intravede la malinconia di un uomo che ha imparato tutto combattendo, e che a trent’anni non trova più avversari all’altezza. L’abilità diventa solitudine, la disciplina diventa condanna. Ermes è, come tanti, un eroe stanco. Marziale ne celebra la destrezza, ma tra i suoi versi emerge una consapevolezza amara: la vita dei forti finisce sempre all’improvviso, mentre quella degli spettatori continua nel ricordo. Anche **Giovenale**, nel libro XI delle sue *Satire*, racconta di giovani nobili che rinunciano ai privilegi e si fanno gladiatori per moda o disperazione. È un’immagine disturbante: uomini che rinnegano il loro ceto per gettarsi nell’arena, spinti non dal bisogno ma dalla nausea della sicurezza. “Meglio morire in combattimento che vivere soffocati dal lusso”, sembra gridare la loro scelta. Ma sotto questa ribellione si nasconde un’inquietudine che ancora oggi conosciamo bene: la paura di non essere abbastanza vivi. La crisi dei trent’anni, anche allora, era forse la stessa: quella di chi si accorge che la forza non basta più a proteggere dal vuoto. Roma, nel frattempo, continuava a celebrare la giovinezza come valore assoluto. Gli anziani erano saggi, certo, ma il fascino restava nei corpi tesi dei ventenni pronti al rischio. A trent’anni, la vita pubblica iniziava spesso a declinare, a meno che non si fosse magistrati, senatori o generali. Nell’arena, invece, la differenza d’età era una condanna. Ogni ferita era una cicatrice che ricordava la fragilità del tempo. Eppure, chi sopravviveva così a lungo diventava leggenda: simbolo stesso di ciò che Roma voleva vedere in sé – potenza prolungata, dominio sul destino, disprezzo della morte. Ma la verità, come sempre, stava altrove. Dietro il clangore delle armi, dietro la folla in delirio, Roma era piena di uomini che avevano perso un senso. Lo stesso Seneca, ben lontano dalle sabbie del Colosseo, sentiva la stanchezza di vivere in un mondo dove tutto era spettacolo, dove perfino la filosofia era diventata ornamento. «Siamo sempre spettatori di noi stessi», scriveva. In questa frase c’è l’essenza di ogni crisi dei trent’anni: rendersi conto di essere diventati osservatori della propria vita, in bilico tra ciò che si finge e ciò che si è davvero. Il gladiatore, in fondo, viveva una condizione che ogni uomo maturo può comprendere: affrontare ogni giorno come una battaglia che non può essere rimandata. Non esisteva domani, solo il prossimo incontro. La morte era una possibilità più reale del riposo. Questo li rendeva stoici controvoglia: incarnazioni inconsapevoli della filosofia che Seneca predicava. Accettavano il destino con disciplina, combattevano con dignità, morivano con silenzio. Nella loro tragedia, si nascondeva la più grande verità dell’esistenza: la crisi è la condizione naturale di chi resta vivo troppo a lungo per non accorgersene. Nel volto di Commodo si riflette l’altra metà di questa parabola. L’uomo che aveva tutto — ricchezza, potere, giovinezza — non seppe mai essere libero, né saggio. Quella che oggi chiameremmo “sindrome dell’eterno giovane” aveva in lui una forma sanguinaria e teatrale. Le cronache raccontano che, ogni volta che uccideva nell’arena, costringeva i senatori ad applaudirlo come un dio. Era convinto che la sua forza lo proteggesse dal tempo, che l’età fosse una convenzione dei deboli. Ma nessuna armatura può arrestare il crollo interiore. Morì giovane e solo, e con lui tramontò un intero modo di credere nell’immortalità. Allo stesso modo, chi oggi attraversa la crisi dei trent’anni scopre che la lotta non è contro gli anni ma contro il silenzio che essi portano. È la paura di non essere più in ascesa, di aver già giocato la parte migliore della commedia. Gli antichi gladiatori la combattevano col ferro; noi la combattiamo con l’ansia, con l’immagine, con la ricerca spasmodica del successo e della visibilità. Ma in ogni epoca, la ferita è la stessa: l’uomo, arrivato a un certo punto, deve decidere se diventare il proprio spettatore o il proprio salvatore. L’arena del Colosseo oggi è solo pietra e vento, ma il suo messaggio resiste: la vita è un combattimento che non finisce mai in parità. In quell’arena, tra il ruggito del popolo e il silenzio dei morenti, si riflette ancora il volto di un’umanità che lotta contro l’ineluttabile passaggio del tempo. E forse, proprio come quei gladiatori, anche noi – raggiunti i nostri trent’anni – ci ritroviamo a stringere la spada invisibile delle nostre paure, chiedendoci se la prossima arena sarà l’occasione per vincere o solo l’ennesima prova di sopravvivenza. Forse la lezione più profonda dell’antichità non è quella di vincere, ma di resistere. Di saper guardare negli occhi il tempo e riconoscervi la propria immagine, fragile, lucida, irripetibile. Nella crisi dei trent’anni dei gladiatori, come nella nostra, c’è la stessa domanda: cosa rimane di noi quando il clamore si spegne? Forse solo questo: il coraggio di continuare a combattere, finché un respiro è ancora possibile. **Fonti antiche utilizzate:** - *Seneca, Epistulae Morales ad Lucilium* (Lettera VII – descrizione dei giochi gladiatori) - *Historia Augusta, Vita Commodi Antonini* (passi relativi alla vita e alla morte di Commodo) - *Marziale, Epigrammi*, V.24 (elogio del gladiatore Ermes) - *Giovenale, Satire XI* (episodio dei giovani che si arruolano come gladiatori) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Monumentale tumulo romano di pietra scoperto in Alta Baviera](https://scriptamanentitalia.it/monumentale-tumulo-romano-di-pietra-scoperto-in-alta-baviera/) **Published:** Ottobre 23, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Ad Altenmarkt an der Alz, nella regione dell’Alta Baviera, gli archeologi dell’Ufficio Statale Bavarese per la Conservazione dei Monumenti Storici (BLfD) si sono imbattuti in una scoperta straordinaria durante i lavori per un bacino di raccolta delle acque: un tumulo funerario di epoca romana perfettamente circolare, costituito da un anello in pietra magistralmente disposto. Gli esperti, sorpresi dalla precisione architettonica della struttura, hanno immediatamente riconosciuto l’eccezionalità del ritrovamento, che conferma l’intensa presenza romana nel territorio dell’antica provincia della Rezia, una delle zone più settentrionali dell’Impero. La forma del monumento, caratterizzato da un diametro di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Ragazze ribelli nell’antichità: studio storico tra mito, vita e libertà](https://scriptamanentitalia.it/ragazze-ribelli-nellantichita-studio-storico-tra-mito-vita-e-liberta/) **Published:** Ottobre 22, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Da sempre, le donne dell’antichità hanno camminato sul filo sottile che separa mito e realtà, ribellione e punizione. Tra le pieghe della memoria dei popoli del Mediterraneo, emergono figure femminili che sfidano il destino scritto dagli uomini: le **Amazzoni**, **Antigone**, **Medea**, **Lucrezia**, ma anche le mediche e poetesse dimenticate dalla storia ufficiale. I loro racconti, tramandati da autori come **Euripide**, **Sofocle**, **Livio** o **Ovidio**, testimoniano una tensione universale tra potere e oppressione, tra desiderio di libertà e necessità di sopravvivere in un mondo dominato dalla voce maschile. Tutte, in modi diversi, incarnano l’archetipo della **“ragazza ribelle”**: non una vittima, ma una donna che tenta, anche a costo della vita, di affermare la propria volontà. L’**antica Grecia** fu culla di miti e civiltà, ma non di emancipazione femminile. Gli scritti di **Omero**, **Euripide** e **Hesiodo** delineano donne il cui valore è spesso giudicato nella misura in cui si sottomettono all’ordine patriarcale. Eppure, proprio in quel mondo che voleva limitarle, alcune figure femminili scelsero la disobbedienza come forma di identità. **Pandora**, prima donna modellata da Zeus secondo la narrazione di Hesiodo nella *Teogonia*, è definita “un male per gli uomini, con natura di far male”. Eppure è anche colei che, sollevando il coperchio del suo vaso, libera le passioni e le sofferenze dell’umanità: è l’origine della consapevolezza, la scintilla della curiosità umana. Zeus intende punire, ma nel gesto femminile di aprire ciò che è proibito si nasconde il desiderio insopprimibile di conoscenza. Pandora non è solo il castigo degli dèi, ma la prima pensatrice ribelle della storia, simbolo di un’intelligenza punita perché pericolosa. Da questo archetipo germoglia il mito delle **Amazzoni**, descritte da **Erodoto** e dagli autori epici come figlie del dio della guerra **Ares**. Abitavano un regno di donne autonome, ai confini incerti del mondo conosciuto, sulle rive del Mar Nero. Rifiutavano la maternità come unico destino e addestravano le figlie nell’arte della guerra. Le loro regine – **Ippolita**, **Antiope**, **Pentesilea** – si scontrano con i più grandi eroi maschi: **Eracle**, **Teseo**, **Achille**. In una delle versioni del mito narrate dopo la guerra di Troia, **Pentesilea** duella con **Achille**, e il guerriero, dopo averla uccisa, la contempla e ne riconosce la bellezza e il valore, innamorandosene nel momento stesso della sua morte. Questo doppio sguardo – desiderio e annientamento – sintetizza l’angoscia maschile di fronte alla donna che combatte come un uomo e pensa come un’eguale. L’Amazzone è l’alterità temuta: colei che può vivere e vincere senza bisogno dell’uomo. In un contesto completamente diverso, ma animata dalla stessa forza interiore, **Antigone** di **Sofocle** rappresenta la ribellione morale. Quando lo zio **Creonte**, re di Tebe, le vieta di seppellire il fratello Polinice, nemico della città, Antigone sfida la legge umana per obbedire alla legge divina e al senso più profondo della giustizia. Il suo atto non ha la ferocia di Pentesilea né la magia di Medea: è un gesto civile, politico, che rivendica il diritto di coscienza contro l’autorità dello Stato. “Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore”, dichiara davanti al sovrano. In lei la ribellione diventa forma etica, e la morte scelta è la testimonianza di un coraggio che sfida l’oblio. Di tenore ancora diverso è la figura di **Medea**, la “principessa di Colchide” e maga che aiuta **Giasone** a conquistare il **Vello d’oro**. **Euripide**, nella tragedia che porta il suo nome, ne fa un ritratto controverso: donna intelligente, appassionata, capace di sfidare il potere maschile fino all’atto estremo di vendicarsi uccidendo i propri figli. Se in lei l’amore si trasforma in furia, la sua colpa non è maggiore di quella degli uomini che l’hanno tradita e utilizzata. Medea è punita non tanto per i suoi delitti, quanto per la sua indipendenza. È la donna che rifiuta di subire, che sceglie la propria sorte, anche a costo di essere dannata. In un mondo dove il fato è legge, lei osa riscrivere il destino con le proprie mani. Nel finale, Euripide la fa salire su un carro alato, portata via dai draghi del Sole: non sconfitta, ma trasfigurata, come se gli dèi stessi ne avessero riconosciuto la potenza. Accanto alle eroine del mito, nella storia reale del mondo greco brillano fiammate di ribellione femminile. **Agnodice di Atene**, narrata dallo scrittore **Igino**, si traveste da uomo per studiare medicina, un sapere vietato alle donne. Rivelata la sua identità, viene condannata a morte, ma le cittadine di Atene, curate da lei, invadono il tribunale e impongono la sua liberazione. È un episodio che segna simbolicamente l’inizio dell’emancipazione femminile: una donna che salva altre donne, e soprattutto una comunità che si unisce contro la legge degli uomini. Simile audacia si ritrova in **Ipazia di Alessandria**, filosofa e astronoma di molti secoli dopo, ma l’anima del gesto è la stessa: sapere come ribellione, conoscenza come atto sovversivo. Nella **Roma antica**, invece, la ribellione femminile assume contorni politici. **Livio**, nelle sue *Storie*, tramanda il mito di **Rea Silvia**, vestale votata alla verginità e madre dei gemelli **Romolo** e **Remo**, generati dalla violenza del dio **Marte**. Rea Silvia viene sepolta viva per aver infranto il voto sacro, ma la sua morte coincide con la nascita di un impero: è lei, più che i suoi figli, la vera madre di Roma. Il suo corpo violato diventa il seme della civiltà maschile che la cancellerà. L’atto di generare, imposto e punito allo stesso tempo, segna il paradosso di ogni donna nell’antichità: necessaria alla continuità del mondo, ma esclusa dal suo governo. In epoca regia, Roma scolpisce un altro mito fondativo tutto al femminile: il **ratto delle Sabine**. Gli uomini di **Romolo**, privi di donne, rapiscono le giovani sabine durante i giochi. Ma, quando i loro padri dichiarano guerra ai Romani, sono proprio le Sabine a frapporsi tra i due eserciti, invocando la pace: “Se siete stanchi dei vincoli di parentela, volgete la rabbia su di noi; è colpa nostra se vi odiate.” Il gesto di interrompere la violenza maschile attraverso il corpo e la parola produce un gesto politico e simbolico di portata immensa: le donne diventano mediatrici, portatrici di civiltà. In mezzo a lance e sangue, sono loro le uniche a scegliere la vita. L’eco di quell’atto risuonerà nei secoli come il primo *no* femminile alla guerra. Un’altra donna romana trasforma la tragedia in testimonianza: **Lucrezia**, moglie virtuosa violentata da **Sesto Tarquinio**. Dopo aver denunciato il crimine, si uccide davanti al marito e agli amici, chiedendo vendetta contro la monarchia. Il suo sacrificio scatena la rivolta che porterà alla nascita della **Repubblica romana**. Lucrezia diventa così il simbolo della purezza offesa e al tempo stesso della rivolta che fonda un nuovo ordine politico. Anche in questa storia, il corpo femminile è campo di battaglia collettivo, ma la donna, morendo, rovescia la vittima in eroina. È la ribellione della dignità contro la violenza del potere. Tra la Grecia e Roma, le donne ribelli oscillano tra due destini opposti: essere demonizzate come mostri o santificate come icone della virtù. Le poetesse come **Saffo di Lesbo** offrono un terzo cammino, quello della parola. Nei frammenti superstiti della sua poesia, Saffo canta l’amore femminile, la sensualità, la condivisione. “Ricordati di me,” scrive a un’amante perduta, “e di quanto di bello abbiamo vissuto insieme.” Nelle sue liriche affiora una ribellione silenziosa, fatta di sentimento e linguaggio, che sfida la censura del tempo. Il suo coraggio non nasce da un’arma, ma da una voce – quella che i filosofi come **Socrate** e **Aristotele** volevano mettere a tacere. In un mondo dove le donne erano invitate a “restare in casa e filare la lana”, la poesia di Saffo diventa un atto politico: parla, e ciò basta a riscrivere la storia. Persino nella sfera sacra, i gesti di ribellione femminile non mancano. Le **Vestal Virgins**, sacerdotesse di **Vesta**, godevano di uno status eccezionale nella Roma repubblicana: potevano amministrare beni, ottenere protezione legale, e la loro parola aveva valore in tribunale. Ma bastava infrangere il voto di castità per essere sepolte vive. Queste donne, che custodivano il fuoco eterno della città, dimostravano che la libertà femminile, persino nel sacro, era concessa solo entro i limiti imposti dal potere maschile. Il loro ruolo era rispettato perché necessario, e temuto perché potenzialmente destabilizzante. Nonostante le gabbie imposte, molte donne dell’antichità trovarono strategie per difendere una propria voce. Alcune, come le stesse Amazzoni, sfidarono fisicamente il dominio maschile; altre, come Antigone e Medea, lo misero in crisi dall’interno; altre ancora, come Saffo o Agnodice, usarono l’arte e la conoscenza come strumenti di libertà. Ciò che le accomuna è la consapevolezza che la ribellione non è solo un gesto di disobbedienza, ma un atto di memoria: resistere significa lasciare tracce, impedire che il silenzio cancelli il passato. Raccontare oggi le ragazze ribelli dell’antichità significa dunque riscoprire il filo che unisce mito ed emancipazione, simbolo e società. Nei loro gesti, anche nei più estremi, riecheggia la ricerca di un equilibrio tra potere e dignità. Ognuna, nel suo tempo e con la sua voce, ha rifiutato l’idea che il destino dell’uomo sia l’unica misura della storia. Eppure, è forse nel modo in cui questi miti terminano che si nasconde il segreto del loro fascino. **Medea** scompare nel cielo, **Antigone** sceglie la tomba, **Lucrezia** trasforma la morte in fondazione politica, **Pentesilea** cade tra le braccia di chi l’ha sconfitta, e **Saffo**, nel mistero, ci lascia versi come pietre luccicanti nel mare del tempo. Tutte muoiono o scompaiono, ma nessuna viene davvero ridotta al silenzio. La storia le punisce, ma il mito le conserva. Le loro parole e i loro gesti continuano a ricordarci che ogni ordine apparente è nato da un atto di ribellione, e che sotto ogni civiltà splende l’impronta invisibile di una donna che ha detto “no”. Forse, guardando indietro, le ragazze ribelli dell’antichità non volevano cambiare il mondo, ma soltanto viverci da esseri umani completi. È nel loro tentativo che si intravede la più profonda forma di libertà: quella che attraversa i secoli e, ancora oggi, ci obbliga a chiederci quanto del loro coraggio vive dentro di noi. Fonti: - *Euripide, Medea*, traduzione Loeb Classical Library, 1912 - *Sofocle, Antigone*, traduzione Loeb Classical Library, 1912 - *Hesiodo, Teogonia*, traduzione di Hugh G. Evelyn-White, Harvard University Press, 1914 - *Livio, Storia di Roma*, traduzione di B. O. Foster, Loeb Classical Library, 1919 - *Igino, Fabulae*, traduzione Loeb Classical Library, 1960 - *Saffo, Frammenti poetici*, ed. trad. Loeb Classical Library, 1958 ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Battaglia di Mursa: Identificati i soldati Romani trovati nel pozzo](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-di-mursa-identificati-i-soldati-romani-trovati-nel-pozzo/) **Published:** Ottobre 22, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Osijek, Croazia – Nelle profondità di un antico pozzo, riemerso per caso nel 2011 durante lavori in un’area archeologica dell’odierna Osijek, un gruppo di studiosi ha portato alla luce una scoperta inquietante e affascinante: i resti scheletrici di sette uomini, gettati insieme secoli fa. Dopo anni di analisi, l’équipe guidata dal bioarcheologo Mario Novak dell’Istituto per la Ricerca Antropologica di Zagabria ha confermato che appartengono a soldati romani caduti durante la cruenta battaglia di Mursa del 260 d.C., scontro che oppose l’imperatore Gallieno al generale Ingenuo, autore di una rivolta contro Roma. Le ossa, sepolte. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Storia dell'alcol: banchetti e sbronze, dalla Mesopotamia al Medioevo](https://scriptamanentitalia.it/storia-dellalcol-banchetti-e-sbronze-dalla-mesopotamia-al-medioevo/) **Published:** Ottobre 21, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** **Storia dell’alcol: banchetti e sbronze, dalla Mesopotamia al Medioevo** Era notte fonda a Babilonia quando si accendevano le lanterne delle taverne e il profumo di birra e datteri invadeva le strade. I poeti dell’antichità hanno spesso raccontato scene di euforia in cui la socialità si dissolveva nell’esaltazione dell’alcol, elevando il bere forte a rituale, a linguaggio della celebrazione collettiva. Anche oggi, nel riverbero delle luci urbane sui bicchieri, nel tintinnio che anticipa la notte, si avverte un’eco della stessa ricerca di piacere e perdita, legata indissolubilmente alla cultura umana. La storia dell’alcol è storia di eccessi, sbronze e riprese; un racconto di identità, potere e trasgressione che dagli antichi banchetti sumerici e romani giunge fino a noi, attraverso millenni e civiltà. Se l’infanzia del bere si perde nell’archeologia delle anfore e delle tazze, già il primo sorso di birra o vino fondeva godimento individuale e appartenenza al gruppo, offrendo alle comunità la possibilità di conoscersi in modo diverso e profondo. **La Mesopotamia** traccia il suo legame con l’alcol tra tavolette d’argilla e codici di legge. Nell’antica **Uruk** e a **Babilonia**, bere era parte della quotidianità, ma anche della spiritualità. La birra, prodotta con orzo e talvolta aromatizzata con datteri, costituiva alimento e dono agli dèi. Nel poema di **Gilgamesh**, leggendo le traduzioni dal cuneiforme in inglese, si incontra la figura di Enkidu, il selvaggio che scopre la civiltà attraverso il potere del vino e della birra: “mangiò pane, bevve birra, diventò uomo”. Lo stesso **Codice di Hammurabi** disciplinava la vendita della birra nelle taverne, vietando le frodi ma non l’ubriachezza. Le taverne, luoghi spesso malfamati e di confusione, erano crocevia di commerci, piaceri e festeggiamenti. Il banchetto, anche qui, rappresentava lo spazio per eccellenza dove l’individuo si univa agli altri, spingendo i limiti della sobrietà verso l’ebbrezza. Nelle cronache sumere, si racconta che “chi non serve il vino agli dèi, lo berrà con la morte”, un modo per ricordare la fragilità umana e l’importanza della misura. Anche nell’**Egitto faraonico**, la birra era considerata pane liquido, essenziale per la sopravvivenza di ricchi e poveri. Secondo le fonti antiche, la figura di **Osiride** come inventore del vino e della birra attribuiva a queste bevande un valore spirituale profondo. Le anfore di birra e vino, trovate intatte nelle tombe dei sovrani e dei dignitari, testimoniavano la convinzione che all’alcol fosse affidato il compito di “accompagnare il defunto nel cammino verso l’eternità”. Nel papiro di **Ptahhotep**, tradotto dagli studiosi inglesi, si ammonisce il giovane: “non lasciarti prendere dal vino, perché la mente si perde e il cuore si tradisce”. Tuttavia, la storia egiziana non manca di racconti sulfurei e banchetti spettacolari, in cui la sbronza era considerata una sorta di rito di passaggio; l’iniziazione alle gioie e ai rischi della vita adulta. Quando si passa alla civiltà **greca**, il bere diventa qualcosa di raffinato, filosofico e rituale. Il **simposio** era il vero laboratorio dell’ebbrezza, luogo dove si celebrava il vino — sempre diluito con acqua —e si discuteva di poesia, politica e amore. Bere puro era considerato da **Omero** e dalle fonti arcaiche una barbarie, abitudine dei popoli “al di là della civiltà”, che trasporta l’uomo dalla razionalità all’animalità. Le feste di **Dioniso**, in particolare, incarnavano la dialettica tra ordine e caos: nelle **Baccanti** di **Euripide**, le danze folli e la perdita del controllo sono descritti come momenti di divina epifania. Il vino liberava, ma anche puniva. **Platone** elogiava la temperanza anche nei banchetti: per lui, la virtù era saper bere senza perdere la padronanza di sé. **Alcibiade**, secondo la tradizione, incarnava lo spirito dell’eccesso greco: amava l’alcol e i banchetti, ma la sua fine tragica suggella il messaggio di cautela che attraversa la cultura ellenica. Nel mondo **romano**, il vino e il bere forte sono, da subito, strumenti di distinzione sociale e simboli di potere. All’inizio, la **Repubblica** predilige la moderazione, la frugalità delle campagne e dei legionari, celebrando la “virtù dell’acqua” e condannando l’alcol come vizio orientale. **Catone il Censore** è il modello di questa austerità. Ma la conquista della Grecia e dell’Oriente muta le regole: arrivano vini speziati dall’Egeo, uve rare dai confini della provincia, e il lusso invade la tavola romana. Le fonti come **Svetonio** e **Plinio il Vecchio**, nelle loro versioni inglesi antiche, narrano di banchetti sontuosi dove le coppe traboccano e i patrizi si distinguono per la quantità di vino consumata. Le **Baccanali**, importate dalla cultura greca, si trasformano in occasioni di estasi e disordine, tanto che il Senato decide di limitarne la diffusione con il famoso decreto del **186 a.C.**. Negli ambienti aristocratici, il banchetto diventa spettacolo e prova di forza: chi resiste più a lungo si guadagna rispetto e fama. **Petronio** fotografa la decadenza della Roma imperiale — nei suoi scritti emerge la figura del “vomitorium”, ambiente destinato agli eccessi e alle sbronze controllate. L’alcol diventa talvolta una metafora politica: la sbronza di **Marco Antonio** raccontata da **Cicerone** diventa simbolo della decadenza morale di chi si lascia travolgere dal piacere personale a scapito della tutela pubblica. Tuttavia, nelle fonti stesse si nota che la condanna del vizio non è mai totale. Anche nelle stagioni di rigore, il vino è celebrato come alimento sacro e come medicina: **Seneca** dice che “la sobrietà può essere virtù solo se si conosce l’ebbrezza”. Nella vita popolare romana le taverne sono il cuore pulsante della socialità. Il **Trastevere** e l’**Esquilino** pullulano di osterie dove si mescolano schiavi, mercanti e liberti. Il vino, spesso annacquato e di bassa qualità, è sinonimo di evasione dalla routine, di allegria condivisa in una società frammentata. In alcune fonti si parla di “vino per il popolo”, economico, accessibile, che segna il confine fra il festino sena e il banchetto aristocratico. Eppure proprio nelle taverne nascono le prime critiche sociali all’eccesso: chi eccede nel bere è additato nei graffiti come perdigiorno, come “ebrius sceleratus”, ribelle e controproducente. Il vino unisce, ma divide anche. L’avvento del **cristianesimo** sposta radicalmente il significato del bere: il vino cessa di essere simbolo di eccesso, diventa veicolo di sacralità. Nella **Cena del Signore**, la narrazione evangelica — nelle traduzioni ufficiali — trasforma il vino in elemento mistico, sangue di redenzione e strumento di alleanza. I Padri della Chiesa non vietano il bere, vietano la sbronza: **San Paolo**, nelle sue lettere, invita a bere “con misura, per il bene dello stomaco”, ma condanna la perdita di sé nell’ebbrezza. Così l’alcol diventa ponte fra antico e nuovo, fra la cultura pagana dei banchetti e la spiritualità cristiana. Ma intanto, fuori dalle chiese e dai monasteri, la fermentazione continua ad essere un’attività quotidiana e profana: i monaci stessi perfezionano tecniche di distillazione, dando avvio all’era dei liquori e degli aqua vitae, che perpetuano il dilemma fra piacere e regola. Nel **Medioevo**, le abbazie sono il nuovo laboratorio dell’alcol: la birra, censita e regolata dai monaci, si affina in gusto e qualità. La vigna di **San Martino di Tours** diventa simbolo di quell’alcol che non è più strumento di disordine, bensì di coesione sociale. Eppure anche fra le mura del monastero si nascondono storie di eccessi e di sbornie rituali, trasmesse come ammonimento ai novizi. In alcune cronache, si racconta dell’ebbrezza del monaco che “si scorda le preghiere e la regola”, segno che la tentazione del bere è universale. Pure qui, il bilanciamento fra virtù e piacere è la chiave del vivere civile. La narrazione storica dell’eccesso prosegue nei secoli, radicandosi nelle leggi e nelle condanne morali. In **Grecia**, le prime norme contro la sbronza pubblica risalgono all’epoca classica: chi si ubriacava durante le celebrazioni religiose era soggetto a sanzioni e veniva escluso dalle competizioni sportive. Nell’**Egitto** dei faraoni, la sbronza eccessiva era severamente stigmatizzata: nei papiri medici si parla di “follia dell’ubriaco”, come malattia non solo fisica, ma anche sociale. In **Roma**, la condanna è esplicita nei discorsi di **Cicerone** e nelle satire di **Giovenale**, che vedevano nell’ebbrezza il tradimento dell’ideale civico. Eppure, nonostante le condanne, le testimonianze sono chiare: l’eccesso era parte integrante della festa e del banchetto. Si partecipava per vedere, per resistere, per superare i limiti umani. Sotto il controllo degli anfitrioni, il banchetto diveniva una gara fra commensali, dove cibo e vino misuravano la virilità e la resistenza. Le fonti sumeriche parlano di re e regine che, ubriacandosi, rinnovavano il patto col divino, celebravano il potere e la fertilità. Le cronache greche narrano di simposi memorabili, dove filosofi e guerrieri si sfidavano non solo con le parole ma con la capacità di resistere all’alcol. Nel cammino della storia, bere forte e la sbronza hanno accompagnato il senso del sacro, lo smarrimento della ragione, la scoperta dell’altro. L’ebbrezza era soglia e avvertimento: “in vino veritas”, dicono i latini, ma anche “ubi vinum ibi sensus perit”, dove c’è vino perde il senso. Nella società antica, nessun piacere era privo di rischio, nessun eccesso senza conseguenze. Eppure il rito collettivo del banchetto — tra taverne sconosciute e sale dorate — insegnava che perdere i limiti era un modo di ritrovare se stessi, di misurare il desiderio e la paura, la grandezza e la fragilità umana. Il racconto di alcol, eccessi e sbronze tra taverne e banchetti rivela che la storia del bere forte è fatta di rituali e trasgressioni, di regole infrante e limiti ricercati. Ma sopra tutto, c’è la volontà di condividere: il bicchiere e il calice sono sempre ponti fra mondi, fra identità e generazioni. Conoscere questa storia non è solo esercizio erudito, ma occasione per riflettere su ciò che siamo — e ciò che potremmo diventare. Nel crepuscolo antico, quando le luci si spegnevano sulle tavole imbandite e lo stordimento svaniva, restava il silenzio. Un silenzio che parla ancora oggi, fra i bicchieri rovesciati e le ombre della sera, ricordandoci che ogni sbronza è anche attesa, ogni eccesso una domanda sulla misura. Bere forte, forse, era un modo per riconoscere la propria vulnerabilità, un gesto che sopravvive — tra memoria e desiderio — nelle taverne di tutti i tempi. Fonti primarie: - David J. Hanson, *History of Alcohol and Drinking around the World*, traduzioni ufficiali di testi antichi inglesi - *The Ancient Mesopotamian Tavern* (AOS 2009), traduzioni accademiche tavole sumere e babilonesi - Poema di Gilgamesh, traduzione inglese - Papiri di Ptahhotep, traduzione ufficiale - Plutarco, *Vita di Alessandro*, traduzione inglese - Platone, *Simposio*, traduzione inglese - Seneca, *De Vita Beata*, traduzione inglese - Svetonio, *Vite degli imperatori*, traduzione inglese - Petronio, *Satyricon*, traduzione inglese - Lettere di San Paolo, traduzione ufficiale - Euripide, *Baccanti*, traduzione inglese ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Medioevo --- ### [Groenlandia: Resti Terra primordiale, la più antica crosta terrestre scoperta.](https://scriptamanentitalia.it/groenlandia-resti-terra-primordiale-la-piu-antica-crosta-terrestre-scoperta/) **Published:** Ottobre 21, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Groenlandia – Nelle regioni più remote del Nord Atlantico, tra le antiche formazioni rocciose della Groenlandia e del Canada, un gruppo internazionale di ricercatori ha individuato i resti di ciò che viene descritto come la Terra primordiale, un frammento autentico del pianeta originario esistito circa 4,5 miliardi di anni fa. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Geosciences, è stato coordinato dalla Carnegie Institution for Science di Washington e coinvolge geologi e chimici provenienti da diverse università del mondo. Si tratta di una delle scoperte più significative degli ultimi anni per la comprensione delle origini planetarie e dell’evoluzione della. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Animali domestici ed esotici usati come status symbol nell’antichità](https://scriptamanentitalia.it/animali-domestici-ed-esotici-usati-come-status-symbol-nellantichita/) **Published:** Ottobre 20, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nelle grandi città dell’antichità, il suono lieve di una zampa felpata o lo sguardo attento di un animale esotico non erano generici dettagli di vita quotidiana, ma veri e propri segnali di identità sociale e prestigio. In un palazzo della **Memfi faraonica**, il ruggito ovattato di un leone addomesticato echeggiava come tremenda risposta alle domande silenziose del potere. Dall’altra parte del Mediterraneo, il mormorio delle vie di **Atene** veniva interrotto dal guaito allegro dei piccoli **Melitei**, cani da compagnia provenienti dalle lontane coste africane, coccolati e venerati come gioielli preziosi dalle donne dell’aristocrazia greca. Nel mosaico variegato delle civiltà antiche, i rapporti tra gli esseri umani e i loro animali divenivano riflesso di equilibri politici, estetici, religiosi e di classe, elementi imprescindibili della vita materiale e simbolica. Addomesticare e possedere un animale nel mondo antico significava molto più che godere di compagnia o sicurezza domestica. Fin dai primi versi dell’epos occidentale, il **cane** emerge come simbolo di fedeltà e distinzione sociale. Nell’“Odissea” tradotta da **Samuel Butler**, il vecchio Argo, fedele compagno di Odisseo, attende il ritorno del padrone per anni, manifestando con la sola propria esistenza la profondità del legame umano-animale e attribuendo al suo proprietario un’aura di rispetto e memoria che oltrepassa la morte. I cani sono compagni di viaggio del giovane Telemaco, pronti a seguirlo in ogni assemblea pubblica; la loro stessa vicinanza sottolinea un’appartenenza sociale, un’apprezzata prassi di distinzione citata dagli antichi autori. Nel corpus degli scrittori greci, la proprietà di cani addestrati per la caccia, la guerra o la compagnia rappresenta spesso una dichiarazione sottile di rango sociale. **Platone**, nella “Repubblica”, li elegge a modello di coraggio e dedizione, qualità che si riflettono nei guerrieri della città ideale. Sul versante pratico, **Esiodo**, nel “Le opere e i giorni”, raccomanda esplicitamente di nutrire bene i propri cani durante la mietitura, quasi a suggerire che il possesso di un animale ben curato anticipi e garantisca sicurezza economica e sociale. Le ceramiche attiche raffigurano spesso cani seduti accanto ai loro padroni ai banchetti o accovacciati sotto i tavoli domestici, concretizzando visivamente il legame profondo e la valenza simbolica. In questa cultura, il cane abbandona la dimensione utilitaristica per assumere un ruolo pienamente identitario, tanto che perfino la filologia riconosce ai nomi di cani noti—come il già citato **Argo**—un valore significativo, a dimostrazione della loro capacità di incarnare virtù socialmente desiderabili. Nel mondo romano, la presenza e la funzione degli animali sono ancora più articolate e stratificate. Lo testimonia il raffinato lessico latino adoperato da **Plinio il Vecchio**, che nei suoi scritti evidenzia il proliferare di animali esotici nell’Urbe, importati dalle provincie più remote dell’impero. Possedere un leone, una pantera, o perfino un elefante, negli anni d’oro della repubblica e della successiva età imperiale, diventa segno tangibile di potenza, successo e connessioni politiche. La stessa **domus** romana, come descritto nelle lettere di **Cicerone**, si popola di cani da guardia, uccelli variopinti e persino serpi e donnole addomesticate come rimedio naturale contro i topi. Tali animali non si limitano tuttavia a ruoli domestici. Le narrazioni degli storici e dei poeti eleggono il simbolismo animale a registro portante della comunicazione pubblica. I giochi circensi e le venationes, le cacce pubbliche organizzate per intrattenere e sorprendere il popolo, sono teatro in cui l’ostentazione di animali rari serve a ribadire lo status e l’ambizione politica degli organizzatori, soprattutto degli imperatori più ambiziosi. Alla vista di un orso bianco o di una giraffa, raccolta dalle terre d’Egitto, il pubblico romano assaporava il gusto di un imperialismo che si manifestava anche nell’esotismo e nella rarità animale. Ma se la presenza di animali esotici riflette il volto guerresco e coloniale dell’antica Roma, la storia dei piccoli animali domestici ne svela quello familiare e affettivo. Numerose lapidi funerarie tramandano l’usanza, soprattutto in epoca tardo-repubblicana e imperiale, di seppellire con sé i propri animali prediletti, con epitaffi struggenti e dettagliati. Un fenomeno, questo, presente sin dai primi secoli della civiltà egizia. Gli scavi nella necropoli di **Saqqara** hanno restituito migliaia di mummie feline appartenenti sia a famiglie comuni sia a discendenti di dinastie regali: un indizio eloquente dell’importanza religiosa, ma anche sociale, del felino quale simbolo di benessere e aspirazione. Nell’antico Egitto, la valenza dello status symbol animale trova espressione paradigmatica nel culto della **dea Bastet** e nelle raffigurazioni della sovranità. Il **gatto**, adorato, venerato e impiegato per la protezione delle abitazioni dai roditori, assurge a incarnazione della capacità di garantire prosperità, fortuna e sicurezza. Statue e pitture raffigurano Bastet sia con il corpo di donna sia con testa di felino, ennesima riprova che la potenza del simbolismo animale permeava tanto la religione quanto la vita di ogni giorno. Le tombe reali, fin dal **Vecchio Regno**, ci consegnano immagini di grandi felini seduti accanto a sovrani e figure di rango, in uno scambio di caratteri totemici e ideali di regalità. La presenza di animali nei rituali egizi non si limita però a una funzione religiosa o sentimentale. La collocazione di mummie feline, leonine e di altri animali nei pressi dei morti suggerisce un’idea di continuità e protezione oltre la morte. Gli animali, dunque, non sono solo status symbol nel mondo dei vivi, ma anche ponte tra le dimensioni della vita e della morte, mediatori fra umano e divino. Questa funzione magico-protettiva si rinforza con la destinazione delle mummie animali: alcune fonti testimoniano persino l’esportazione massiva di mummie feline verso l’Europa nel XIX secolo, in un grottesco ribaltamento di valori economici e simbolici. Non meno significativa è la funzione degli animali nella lontana Asia. Nell’antica Cina, le cronache tramandano la presenza di animali dalla valenza profondamente simbolica, capaci di proiettare sulle famiglie e sugli individui la fortuna, la protezione e la prosperità. Il **drago**, figura mitica collocata tra terra e cielo, incarna il potere supremo dell’imperatore, mentre la **tartaruga** rappresenta la stabilità e la lunga vita. L’ornamento delle abitazioni con simboli animali e la tenuta di animali esotici—quando economicamente accessibile—sono elementi inscritti nei codici di riconoscibilità sociale e contribuiscono a definire i confini della ricchezza e dell’influenza. Nel tessuto della società cinese, la funzione degli animali prosegue nella vita di corte e dei mercanti. La **fenice** e la **tigre**, beneauguranti e protettivi, accompagnano la narrazione degli annali dinastici, quasi a volerla fondare sulla promessa di continuità, successo e progresso. L’esibizione pubblica di questi animali, la loro rappresentazione nelle decorazioni urbane e nei banchetti ufficiali costituivano vere e proprie strategie di visibilità delle élite, tanto che alcuni animali finiscono persino nel lessico degli insulti o dei complimenti legati alla nobiltà d’animo. Se la storia antica testimonia l’intreccio tra uomo e animale come specchio della società e strumento di ascesa sociale, questo rapporto muta e si arricchisce anche nelle sue ombre. Durante tutta l’età classica, il desiderio di possedere animali rari e la tendenza a trasformarli in status symbol genera narrazioni ambivalenti, di opulenza e crudeltà. **Giovenale** racconta, con caustica ironia, come la protezione di un cagnolino da salotto possa persino superare la dedizione a un marito. **Plutarco** raffigura la tenerezza quasi artificiale con cui alcune vedove della Roma imperiale vezzeggiano i loro piccoli animali da compagnia, in una premura che diventa vezzo estetico e sancisce la differenza di classe. Non mancano esempi di animali insoliti nel mosaico dei simboli di prestigio. Basti pensare alle testimonianze di **Erodoto** sulla presenza di scimmie nel corteggio faraonico, segno di una duplice natura dell’animale come essere naturale e fenomeno straordinario. Gli animali considerati “esotici”—dalle pantere asiatiche agli ippopotami africani—disegnano una geografia del desiderio in cui la rarità biologica si trasforma nella rarità sociale e politica. Nell’antico Egitto, la menzione di babbuini, ippopotami e altri animali rarissimi sepolti nei complessi funerari suggerisce l’uso degli animali come strumenti di rappresentazione del potere e della presenza egemonica del sovrano. Sul piano pratico, la domesticità degli animali si rispecchia, oltre che nelle fonti letterarie, anche nei ritrovamenti archeologici. Le necropoli greche e romane hanno restituito numerosi oggetti miniaturistici, piccole lapidi, efebi in terracotta che raffigurano animali domestici, segno che anche in morte gli uomini delle antiche civiltà desideravano perpetuare il loro status attraverso il ricordo dei loro compagni animali. Il cane, il gatto, talvolta anche la donnola, diventano custodi di una memoria privata che si fa pubblica nel rito del commiato e nella monumentalità funeraria. L’evoluzione del concetto di status symbol legato agli animali accompagna le trasformazioni delle società antiche e si inserisce in processi più ampi di estetizzazione e ritualizzazione. Nel Rinascimento, il mecenatismo nobiliare farà dei ritratti con animali—cani e gatti, soprattutto—un vero e proprio sigillo di potere familiare. Ma già nelle fonti greche e latine, il desiderio di distinzione passa per la cura e la selezione dell’animale domestico, in un’escalation che vede alternarsi pragmatismo (la lotta ai roditori) e ricerca di simboli spettacolari (l’acquisizione di animali esotici come dimostrazione di successo militare e commerciale). La storia dello status symbol animale, dunque, si offre come osservatorio privilegiato per indagare le logiche della distinzione sociale, dell’esibizione e del potere. Nei templi egizi dedicati a Bastet, nelle case degli aristocratici ateniesi, nelle domus dei patrizi romani e nelle corti imperiali d’Oriente, il possesso di un animale rivela sempre il desiderio di legittimazione e la volontà di imprimere il proprio segno nell’arazzo mutevole delle società umane. Quasi come se, in ogni epoca, accarezzare la testa di un cane fedele o ammirare il passo elegante di una pantera fosse un modo per ricordare a tutti che la distinzione, nel mondo degli uomini, passa anche attraverso il regno animale. Nessuna civiltà antica si è sottratta al fascino di attribuire agli animali un ruolo simbolico e pratico, tanto che la linea sottile tra affetto e dominio, complicità e ostentazione, continua ancora oggi a suggestionare e interrogare. Che sia il miagolio discreto di un gatto egizio oppure lo sguardo fiero di un leone addomesticato nella corte del faraone, l’animale domestico resta un compagno, un protettore e—soprattutto—uno specchio della società umana e dei suoi infiniti desideri di affermazione. E forse, al volgere della giornata, ancora oggi potremmo chiederci se quei passi silenziosi accanto al nostro letto non ci stiano in fondo ricordando la lunga strada che ci unisce, da millenni, alle ombre e alle luci della storia. Fonti primarie citate: - Omero, “Odissea”, traduzione di Samuel Butler - Plinio il Vecchio, “Storia naturale”, traduzione di John Bostock - Platone, “Repubblica”, traduzione di Benjamin Jowett - Esiodo, “Le opere e i giorni”, traduzione di Hugh G. Evelyn-White - Erodoto, “Storie”, traduzione di George Rawlinson - Iscrizioni tombali egizie (fonti archeologiche tradotte in “Reading Museum”, Saqqara Egyptian Cat Cemetery) - Documenti epigrafici romani riportati in “Greek and Roman Household Pets”, trad. pubblicata su The Classical Journal ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Medioevo --- ### [Sindrome da villa: l’ansia che colpiva la classe ricca nell'antica Roma](https://scriptamanentitalia.it/sindrome-da-villa-lansia-che-colpiva-la-classe-ricca-nellantica-roma/) **Published:** Ottobre 17, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nell’aroma di mirto e di mare, in un giardino affacciato sulla costa di Baia, un patrizio romano osserva le sue statue di marmo come fossero amici muti. Il vento leggero muove i cipressi e il canto dei servi si confonde con il fruscio dei lavori agricoli. È la villa un rifugio o una prigione dorata? Da secoli ci si interroga sulle contraddizioni di chi, nell’età d’oro di Roma, possedeva tutto tranne la pace. Nasce così quello che gli storici moderni chiamerebbero **“sindrome da villa”**, una malattia dell’anima fatta di lusso, stanchezza e desiderio di fuga. La villa romana, erede delle tenute ellenistiche ma sviluppata in una forma tipicamente latina, era il simbolo per eccellenza del privilegio. **Plinio il Giovane**, nei suoi epistolari, descrive con scrupolo quasi architettonico le sue residenze di campagna, alternando lodi al paesaggio e confessioni di inquietudine. Nella lettera a **Pompeia Celerina**, scrive con un tono di gentile ironia su quanto sia difficile godere davvero dei propri beni: la villa è splendida e confortevole, ma i servi sono svogliati, i giardini richiedono cure, e la mente, dice, «non conosce riposo neppure nel silenzio dei campi». È l’eco di una vita in cui l’otium cerca l’equilibrio tra il lavoro urbano e la contemplazione, ma finisce per diventare un nuovo dovere sociale. Per **Seneca**, questo equilibrio è illusione. Nelle sue *Lettere a Lucilio*, inviate dal ritiro campano, il filosofo ammonisce contro il desiderio di possedere. «Non importa dove vivi, ma come vivi», scrive, e invita a spogliarsi del superfluo. Era il tempo in cui Roma conosceva i fasti del lusso imperiale, e l’élite cercava conforto in tenute ornate di colonne, terme e mosaici. Ma Seneca, che pure abitava una villa degna di un console, vedeva in quell’ambiente un pericolo morale. Il conforto fisico si trasformava in inquietudine spirituale: la ricchezza non leniva l’angoscia, la intercettava soltanto sotto forma di decorazione. Il suo ideale era di una villa “vuota nel corpo ma piena di spirito”, un paradosso irrealizzabile in un mondo che misurava il prestigio in metri di marmo e superficie coltivata. Il contrasto tra otium e negotium – tra la quiete contemplativa e l’obbligo pubblico – attraversava la cultura del I secolo. **Orazio**, nel suo epistolario, opponeva al tumulto urbano la pace agreste della sua modesta tenuta in Sabina. Descriveva la vita semplice come una conquista filosofica: svegliarsi con il canto del gallo, curare l’orto, parlare con gli amici. Ma dietro la grazia dei versi c’è un senso di distacco: la tenuta rustica diventa simbolo di un ritiro che non è isolamento, ma sospensione dal gioco delle ambizioni. Orazio sa che il potere, persino nei campi, è una forma di catena. “Chi è soddisfatto di poco,” scrive, “possiede già tutto.” Tuttavia questa massima vibra di malinconia: nessuno, neppure lui, riuscì davvero a liberarsi del desiderio di possedere qualcosa che fosse per sempre suo. **Giovenale**, nelle sue satire, smonta con durezza l’immagine della villa come paradiso. Per lui è la scena del delitto morale della Roma ricca. I nobili fuggono dalla città credendo di ritrovare purezza, ma portano con sé corruzione e superbia. «A Roma viviamo in povertà ostentata», scrive, denunciando il paradosso di una società in cui persino la fuga nel Lazio è contaminata dalla vanità. In una celebre immagine, contrappone le case precarie e soffocanti dell’Urbe alle ville di Præneste o Tibur, dove il rischio è opposto: non il crollo delle travi, ma quello del carattere. “Chi teme che la sua casa cada,” ironizza, “non vive a Roma, ma a Tibur: ed è la sua anima, non il tetto, a franare per prima.” Nel racconto intrecciato di questi autori, la villa appare come microcosmo del potere romano, ma anche come specchio della precarietà umana. Le fonti – da **Catone il Censore** a **Columella** – trattano minuziosamente la gestione di una villa rustica: il numero dei servi, la qualità dell’olio, la rotazione dei campi. Ma sono **Plinio**, **Seneca** e **Giovenale** a svelarne la dimensione psicologica. Il possesso non è solo materiale: è anche uno stato mentale. La villa diventa ossessione di controllo, estensione dell’io, monumento vivente dell’ambizione. Chi la abita, come scriveva Plinio a **Gallus**, vi porta con sé gli affanni della città. “Dove potremo fuggire, noi che portiamo noi stessi ovunque?” Le parole di Plinio rivelano una percezione moderna del disagio aristocratico: il peso dell’identità sociale. Nelle sue lettere descrive dettagliatamente la **villa Laurentina**, con le sue logge aperte al mare, il peristilio, i cortili interni e le terme. Ogni stanza è pensata per un uso preciso: leggere al mattino, ricevere ospiti all’imbrunire, dormire con il rumore delle onde. Eppure, dietro questa perfezione scenografica, traspare la fatica del controllo. Plinio non parla quasi mai di felicità, ma di “equilibrio”, “misura”, “cura”. È la lingua di un uomo che governa, non di uno che riposa. La sua villa diventa un prolungamento dell’amministrazione romana: un luogo ordinato, disciplinato, efficiente, ma dove la spontaneità non è ammessa. Qui nasce quella “sindrome da villa”: la nostalgia per la semplicità perduta, provata proprio da chi non può più tornare indietro. L’aristocrazia romana viveva dunque l’otium come un dovere sociale: ritirarsi in campagna era una forma di status, un gesto politico oltre che personale. Le ville non erano rifugi privati, ma simboli pubblici di moralità e cultura. Nelle loro biblioteche si leggevano poemi stoici, nelle sale da pranzo si discuteva di filosofia e buon governo. Ma questa apparenza di serenità nascondeva una verità più amara. Seneca osservava che «chi fugge dalla città fugge con se stesso» e ammoniva gli amici a non illudersi che il mare o i monti potessero guarire l’animo. “\[Non è nei luoghi, ma nell’animo che si trova la quiete\]”, scriveva, ribaltando l’intera retorica del vivere in villa. Il suo tono, a tratti ironico, suggerisce che la vera malattia dell’élite era la dipendenza dal possesso. La villa non curava l’anima, la rendeva più esigente. Eppure, in certi passi delle lettere pliniane, affiora un sincero desiderio di pace. Quando descrive la **villa in Toscana**, parla del silenzio che si stende sui monti, del canto degli uccelli interrotto solo dal rumore dei servi nei vigneti. È qui che il suo linguaggio si fa quasi poetico, come se la natura gli restituisse per un istante quella libertà che la politica gli negava. Ma è un equilibrio fragile, che svanisce appena la mente riprende a calcolare tempi e rendite. Roma – o meglio, l’idea di Roma – non lo abbandona mai. Anche sotto i pergolati delle sue case agresti, Plinio rimane un uomo dello Stato, intrappolato nella civiltà che l’ha fatto grande. Questo dualismo tra piacere e colpa, agio e ansia, attraversa tutta la letteratura romana sull’otium. **Cicerone**, nello stesso spirito, chiamava la vita in villa “pausa del dovere”, non libertà assoluta. La parola stessa “vacanza” non esisteva: si parlava di “otium cum dignitate”, un concetto intriso di moralità e decoro. Chi non lavorava rischiava l’accusa di mollezza. Così, per un paradosso che ancora ci appartiene, il riposo diventava esso stesso un lavoro. La campagna, simbolo di equilibrio, diventava teatro di competizione estetica e sociale. Nessuna semplicità era davvero semplice, nessun silenzio totalmente muto. Forse per questo **Giovenale** ridicolizza gli aristocratici che, stanchi della folla, si rifugiano a Tibur o a Baia solo per sfoggiare un nuovo tipo di lusso. Nelle sue satire, le ville diventano il laboratorio dell’ipocrisia romana: piscine più grandi delle terme pubbliche, colonne importate dall’Egitto, banchetti che durano giorni. Lì si consuma, dice, la vera stanchezza dell’Impero: non quella delle battaglie, ma quella dei sensi. “Tutti chiedono salute e ricchezza – scrive – ma nessuno chiede una mente sana.” È il verdetto più feroce contro la sindrome da villa: una ricchezza che logora chi la possiede, un riposo che non riposa mai. Le testimonianze raccolte da **Guy Métraux** nel suo *Ancient Roman Villas: The Essential Sourcebook* confermano quanto la villa fosse specchio di una società intera. Non solo case di villeggiatura, ma centri economici, politici e simbolici, capaci di rappresentare la potenza romana nel paesaggio mediterraneo. Columella, nel suo *De re rustica*, consigliava di posizionare la villa “tra il sole e il vento”, in equilibrio tra utilità e bellezza. Ma il rapporto fra uomo e natura che ne emerge è tutt’altro che idilliaco: è il dominio tecnico del possidente sull’ambiente circostante. Anche qui l’ordine diventa ossessione, e la serenità promessa viene continuamente sabotata dal bisogno di controllo. Nel tempo, la villa divenne il teatro del tramonto romano. Con l’avanzare del II secolo, il lusso cresce mentre la virtù si assottiglia. Le lettere di **Fronto** e **Marco Aurelio** mostrano un’aristocrazia stanca, che parla di salute e meditazione più che di conquiste. Persino gli imperatori si ritirano in complessi smisurati, come quello di **Adriano a Tivoli**, un universo privato dove l’arte greca, la filosofia e la memoria di Egitto e Oriente si mescolano in un sogno malinconico. Lì la *sindrome da villa* raggiunge il suo apice: la villa come mondo chiuso, laboratorio dell’anima e simbolo di una grandezza che si ripiega su se stessa. Alla fine, la stessa Roma che aveva costruito strade fino ai confini del mondo si ritrovò imprigionata nei suoi giardini. L’élite, circondata da colonne e copie di sculture elleniche, parlava di libertà mentre perdeva forza vitale. Il bisogno di pace, nato dal rumore delle guerre e delle piazze, si trasformò in un culto estetico che ignorava la realtà. Il ritiro in villa non fu mai davvero un ritorno alla natura, ma un’imitazione artificiale della semplicità. Dietro il canto degli usignoli e il profumo delle rose si nascondeva la stanchezza di un’intera civiltà. Forse, se potessimo camminare oggi tra le rovine di una villa romana, vedremmo ancora quel contrasto. Il silenzio dei mosaici, il disegno perfetto dei giardini, la luce che attraversa le finestre di un triclinio aperto sul mare. Tutto parla di armonia, ma tutto sa di inquietudine. La *sindrome da villa*, in fondo, non appartiene solo all’antichità. È la malattia di chi possiede troppo per essere libero e troppo poco per essere felice. Roma, nel suo splendore, ne fu il primo grande esperimento. E come scriveva **Seneca**, “chi non trova pace in se stesso, non la troverà sotto nessun tetto, neppure fatto d’oro.” Fonti primarie: - *Pliny the Younger, Letters*, traduzione inglese completa da ToposText e VRoma. - *Seneca, Letters to Lucilius*, traduzione inglese da Wikisource. - *Juvenal, The Satires*, traduzione inglese di Poetry in Translation. - *Horace, Epistles*, traduzione inglese di Poetry in Translation. *Ancient Roman Villas: The Essential Sourcebook*, a cura di **Guy P. R. Métraux**, Getty Publications 2024. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Gabii: scoperta la vasca che riscrive la storia dell'urbanistica romana](https://scriptamanentitalia.it/gabii-scoperta-la-vasca-che-riscrive-la-storia-dellurbanistica-romana/) **Published:** Ottobre 17, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Gabii, a undici miglia a est di Roma, un’équipe di archeologi guidata dal professore Marcello Mogetta dell’Università del Missouri ha riportato alla luce un’imponente vasca in pietra, scavata in parte nella roccia viva. Datata intorno al 250 a.C., potrebbe rappresentare uno dei più antichi esempi di architettura monumentale romana al di fuori di templi e mura cittadine. Il ritrovamento, all’interno dell’antica città di Gabii, fornisce un’occasione unica per comprendere le origini dell’urbanistica romana in un periodo ancora poco documentato. La struttura, collocata nel centro cittadino in prossimità del principale incrocio urbano. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Caccia alle Streghe: Storia, Inquisizione e Origini del Mito Medievale.](https://scriptamanentitalia.it/caccia-alle-streghe-storia-inquisizione-e-origini-del-mito-medievale/) **Published:** Ottobre 16, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** La storia delle streghe è una storia di paura e controllo, di potere e superstizione, di donne e di uomini che videro in esse lo specchio oscuro delle proprie angosce. Immaginate una notte europea del tardo Medioevo, le case immerse nel silenzio, il vento che scuote le imposte. Basta un urlo nel buio, un raccolto andato male o un bambino febbricitante perché il sospetto diventi accusa. È così che, tra la fine del Quattrocento e il Seicento, l’Europa si convince che il male cammina tra noi, nascosto nei volti familiari delle donne del villaggio. Le streghe non nascono da un incantesimo, ma da un bisogno collettivo di nominare e punire la paura. La prima grande codificazione di questa ossessione è il **“Malleus Maleficarum”**, il “Martello delle streghe”, scritto nel **1486** dal domenicano **Heinrich Kramer** e attribuito in parte anche a **Jakob Sprenger**. Pubblicato in **Germania** e approvato dalla **Facoltà di Teologia di Colonia**, il testo divenne presto la bibbia inquisitoriale d’Europa. Le sue pagine — tradotte come *The Hammer of Witches* — non erano soltanto un trattato teologico, ma una vera e propria guida per magistrati e inquisitori su come riconoscere, interrogare e condannare una strega. Al suo interno si legge: “Poiché la donna è più inclinata alla fede leggera e alle passioni carnali, il demonio la trova più facile da ingannare”. Con questa frase, apparentemente dottrinale, Kramer sigillava secoli di sospetto contro il femminile, trasformando una costruzione teologica in un dispositivo di persecuzione. Il “Malleus” descriveva con approccio giuridico la stregoneria come una forma di eresia concreta, non simbolica. L’accusa non era solo spirituale, ma fisica, tangibile: coinvolgeva il corpo della donna, la sua carne, la sua sessualità, la sua voce. Il testo illustrava come identificare una strega — dal “segno del diavolo” impresso sul corpo fino all’incapacità di piangere durante l’interrogatorio — e sanciva che il silenzio sotto tortura fosse già prova di colpevolezza. Il suo linguaggio era scientifico nella forma, spietato nella sostanza. La superstizione diveniva legge, la fede giustizia, la paura istituzione. Da quel momento in poi, migliaia di donne — guaritrici, levatrici, vedove o semplicemente indipendenti — vennero trascinate davanti ai tribunali. Il fuoco, più che strumento di purificazione, diventava teatro del potere. Eppure, già nel XVI secolo, si levò una voce dissonante. Era quella di **Reginald Scot**, giurista e gentiluomo inglese, che nel **1584** pubblicò **“The Discoverie of Witchcraft”**, opera destinata a scandalizzare il mondo cristiano. Scot scrisse in un’Inghilterra attraversata da un fervore religioso che non perdonava l’incredulità. Ma egli non si limitò a dubitare: smontò con lucidità logica le pretese legali e morali della caccia alle streghe. Nei suoi capitoli più feroci accusò i giudici e gli inquisitori di ignoranza e crudeltà, definendo i processi “una farsa crudele che condanna l’innocente e loda l’impostore”. Gli accusatori, sosteneva, non facevano che proiettare i propri demoni su donne prive di difesa. Le confessioni, ottenute con la tortura, erano agli occhi di Scot “testimonianze dettate dal dolore e dalla disperazione, non dalla verità”. Scot affrontava la stregoneria con gli strumenti della ragione empirica: l’esperienza e l’osservazione. Dimostrava che fenomeni ritenuti magici — apparizioni, possessioni, incantesimi — potevano essere spiegati con cause naturali o psicologiche. In questo senso, “The Discoverie of Witchcraft” fu una delle prime opere moderne di debunking. Il suo impatto, tuttavia, fu limitato: pochi anni dopo, salito al trono **Giacomo VI di Scozia**, futuro **Giacomo I d’Inghilterra**, pubblicò il suo **“Daemonologie”** (1597), ribadendo con forza la realtà dei patti demoniaci. La tensione tra superstizione e ragione non era ancora pronta a risolversi. Intanto, nei paesi cattolici, il “Malleus” continuava a circolare. I gesuiti ne fecero uso nelle missioni dell’Europa orientale e nelle province dell’Impero Asburgico. In **Francia**, durante i grandi processi di Loudun e Bordeaux, le accuse di stregoneria si intrecciarono con la politica e la lotta per il controllo del potere. Le cronache raccontano che a Loudun, nel **1634**, un intero convento di orsoline fu accusato di possessione diabolica: il protagonista, il sacerdote **Urbain Grandier**, fu torturato e arso vivo. Il suo caso, studiato anche dal giurista **François de Rosset**, è emblematico della fusione tra teologia, isteria collettiva e autorità politica. Ancora una volta, il corpo della donna — terreno di conflitti simbolici e morali — diventava il campo di battaglia su cui si combatteva la guerra tra il sacro e il profano. Il secolo successivo, però, vide l’inizio del declino della febbre inquisitoria. Le guerre di religione avevano fiaccato l’Europa, e la scienza stava guadagnando terreno. In **Inghilterra**, dopo la pubblicazione della “Discoverie”, la cultura scientifica di uomini come **Francis Bacon** e **Robert Boyle** contribuì a ridimensionare il soprannaturale, relegandolo in un ambito di curiosità più che di terrore. Ma il cuore più tragico della caccia alle streghe doveva ancora pulsare: l’America puritana. Nel **1692**, nel villaggio di **Salem**, nel Massachusetts, un gruppo di ragazze iniziò a mostrare sintomi misteriosi: convulsioni, urla, allucinazioni. I medici del tempo le dichiararono vittime di “maleficio”. Bastarono poche settimane perché il panico contagiasse l’intera comunità. I processi furono magistralmente documentati nei verbali del “Court of Oyer and Terminer”, oggi conservati come “Salem Witchcraft Papers”. Da quelle pagine traspare l’orrore metodico del sospetto: “Io vidi lo spettro di Sarah Good arrampicarsi sul letto”, testimonia l’adolescente Ann Putnam; “Ella mi soffocò nel sonno e mi comandò di servire il diavolo”. Parole semplici, ma sufficienti per avviare un processo di condanne e impiccagioni. **Nineteen people** — diciannove persone — furono giustiziate, tra cui **Rebecca Nurse**, una donna di settantun anni nota per la sua pietà. Le carte del tribunale raccontano un’America ancora stretta nella morsa dell’antico incubo europeo. Eppure, anche in quella tragedia si aprì una breccia di consapevolezza. Un anno dopo, nel **1693**, il governatore **William Phips** sciolse il tribunale, e lo stesso giudice Samuel Sewall chiese pubblicamente perdono per aver condannato innocenti. Nei decenni seguenti, le colonie americane avrebbero ricordato Salem come il simbolo di quanto può accadere quando la fede diventa giustizia e la paura si traveste da certezza morale. In questo modo, la stregoneria cessò di essere soltanto un reato religioso per diventare un monito politico. Ripercorrere oggi la vera storia delle streghe significa riconoscere in essa un grande esperimento collettivo di autorità e disciplinamento. Le streghe non furono quasi mai figure magiche nel senso popolare del termine, ma semplicemente donne che vivevano ai margini. Il pregiudizio religioso unito alla misoginia rese la povertà, la solitudine o la conoscenza dei rimedi erboristici motivi sufficienti per un processo. Così la cultura della paura plasmò la società. Nei villaggi tedeschi, i roghi segnavano il ritmo della giustizia; nelle università, si discuteva se i demoni potessero realmente possedere il corpo umano. E su tutto aleggiava la certezza che chi dubitava, come Reginald Scot, rischiava l’accusa stessa di empietà. Non si deve pensare, però, che la caccia alle streghe sia stata una follia irrazionale priva di logica. Al contrario, essa rispose a un bisogno profondo di dare ordine al mondo. In epoche segnate da carestie, pestilenze e guerre, la credenza nel complotto demoniaco offriva una spiegazione semplice e collettivamente accettabile. Il “Malleus” e i processi successivi organizzavano la paura come linguaggio sociale. In questo senso, le streghe furono il capro espiatorio di un’Europa alla ricerca di certezze. Ogni confessione estorta, ogni rogo acceso serviva a ricompattare la comunità attorno all’illusione di purezza. Dal punto di vista culturale, la distruzione delle streghe rappresentò anche la perdita di un sapere antico. Le curatrici e le levatrici di villaggio custodivano conoscenze mediche che non trovavano spazio negli ambienti accademici dominati dagli uomini. Eliminandole, la Chiesa e le autorità civili spazzarono via un patrimonio di medicina pratica e credenze popolari che sarebbe riaffiorato solo secoli dopo. Lo stesso **“Malleus”** lo afferma implicitamente quando condanna le donne che “guariscono con incanti e unguenti”: la guarigione senza intercessione divina era vista come una minaccia. Il fuoco dei roghi ardeva dunque su due fronti: quello della fede e quello del sapere. Con l’arrivo dell’**Illuminismo**, la ragione impose un nuovo ordine alle domande antiche. Gli studiosi iniziarono a leggere i documenti dei processi con spirito storico più che morale. Ma la parola “strega” non scomparve. Rimase come categoria simbolica: la donna indipendente, la ribelle, la conoscitrice dei misteri naturali. Proprio per questo, nel corso del XIX e XX secolo, la figura della strega tornò a essere riletta non come vittima ma come eroina. Le nuove correnti spirituali — dall’esoterismo romantico al neopaganesimo moderno — ne fecero un emblema di autonomia contro i dogmi. E tuttavia, anche in queste rinascite, permaneva l’ombra del “Malleus”: l’archetipo della donna pericolosa, capace di sedurre, ingannare e sfuggire al controllo. Oggi, parlare delle streghe significa affrontare la genealogia del potere stesso. Ogni “caccia” è anche una storia di chi insegue e di chi fugge, di chi accusa e di chi è accusato. Nell’Europa del XXI secolo, nessuno sarebbe bruciato per eresia, eppure le dinamiche di esclusione non sono scomparse. Ogni volta che una società isola il diverso per ricompattarsi, ogni volta che una paura collettiva cerca un volto su cui riflettersi, la storia delle streghe ritorna, sotto nuove forme. È la stessa logica che trasforma il timore in ordine, l’ignoto in colpa, la differenza in devianza. Nella memoria delle streghe — nei registri polverosi dei tribunali, nei trattati dei teologi e nelle parole dei pochi che tentarono di difenderle — rimane il racconto di un’umanità alle prese con il proprio lato oscuro. Tra il **Malleus Maleficarum** e la **Discoverie of Witchcraft**, l’umanità percorse un sentiero che andava dal dogma alla ragione, ma lo attraversò trascinando con sé le ceneri delle sue vittime. Se oggi la parola “strega” può evocare libertà o ribellione, è perché il tempo ha restituito dignità a ciò che il fuoco aveva voluto cancellare. Forse, in questo riscatto linguistico, si cela il vero incantesimo: la capacità dell’uomo di ripensare le proprie paure e riscrivere la storia con pietà. Le streghe, insomma, non ci hanno mai davvero lasciati. Continuano a vivere nei simboli culturali, nei romanzi, nelle piazze in cui si rivendicano i diritti e nella memoria delle donne che osano “pensare diversamente”. La loro eredità, incisa tra le fiamme del passato, è un monito eterno: quando la ragione si piega alla paura, ogni società torna ad accendere il suo rogo. **Fonti storiche consultate** - *Malleus Maleficarum* (traduzione inglese, Sacred Texts Archive, testo latino 1486) - Reginald Scot, *The Discoverie of Witchcraft* (1584, traduzione inglese moderna, Project Gutenberg) - Documenti originali dei processi di Salem, “Salem Witchcraft Papers”, Essex County Court, 1692 ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Kaunos: Scoperto antico ospedale romano e monastero bizantino, contenente reperti medici](https://scriptamanentitalia.it/kaunos-scoperto-antico-ospedale-romano-e-monastero-bizantino-contenente-reperti-medici/) **Published:** Ottobre 16, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Muğla, Turchia – Nei pressi dell’antico porto di Kaunos, sulla costa sud-occidentale dell’Anatolia, un’équipe di archeologi ha portato alla luce i resti di un ospedale risalente all’epoca romana, un ritrovamento che getta nuova luce sull’organizzazione sanitaria dell’Impero in Asia Minore. L’indagine, condotta sotto la supervisione di Ufuk Çörtük dell’Università Muğla Sıtkı Koçman, ha rivelato una struttura complessa con ambienti disposti attorno a un cortile centrale e un insieme di strumenti medici databili tra il II e il III secolo d.C. Le rovine emerse nel sito mostrano chiaramente la pianificazione tipica delle. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il fitness al tempo dei legionari e dei cavalieri](https://scriptamanentitalia.it/il-fitness-al-tempo-dei-legionari-e-dei-cavalieri/) **Published:** Ottobre 15, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Mentre il vento mediterraneo solleva la polvere delle antiche vie, è facile immaginare il clangore dei sandali romani o il galoppo dei destrieri medievali. In quest’atmosfera sospesa tra mito e realtà, si fa strada un interrogativo affascinante: come si allenavano davvero i **legionari dell’antica Roma** e i **cavalieri del Medioevo**? Dietro la forza celebrata nei testi e nelle leggende, si cela una disciplina fisica e mentale che affonda le radici in rituali, consuetudini e pratiche sportive ante litteram. L’articolo che segue si propone di esplorare questa dimensione spesso trascurata, raccontando da vicino le tecniche, i metodi e i segreti che resero imbattibili le armate di Roma e insuperabili i signori della guerra medievale. Un cammino nella storia che, tra marce e tornei, ci mostra quanto sport e fitness abbiano forgiato non solo il corpo, ma anche lo spirito dei grandi combattenti europei. Sin dalle origini della **Repubblica romana**, la preparazione fisica rappresentava il fulcro della formazione militare. Lo ricorda **Vegezio**, nel suo trattato “De re militari”, una delle fonti principali per la comprensione dell’addestramento legionario. Le esercitazioni, secondo la celebre traduzione inglese dell’opera, coinvolgevano marce quotidiane di almeno venticinque chilometri, carichi sulle spalle, in mezzo al sole cocente o sotto la pioggia, con armi e sarcina pesanti. Lo scopo di queste marce non era soltanto sviluppare la resistenza, ma interiorizzare la fatica come stato naturale della vita del soldato. In queste lunghe camminate il legionario imparava il concetto di **coesione di gruppo**, sentiva il battito del proprio cuore amalgamato a quello della formazione, percepiva il sudore come elemento di gloria collettiva. Le fonti primarie ci raccontano anche di esercizi specifici: salti, corse brevi e lunghe, nuotate in fiumi e laghi. Il “De re militari” evidenzia come il legionario fosse abituato a tuffarsi nei tratti d’acqua per attraversarli velocemente durante le spedizioni, oppure a correre con addosso il peso dell’armamento per rafforzare muscoli e articolazioni. Vegezio fu molto attento a sottolineare l’importanza dell’abituare il corpo alle sollecitazioni estreme. In questo contesto, la forza fisica non era finestra soltanto della salute del singolo, ma condizione essenziale per la sopravvivenza della legione stessa. Un altro aspetto cruciale del fitness antico era l’uso di armi artificiali, più pesanti rispetto a quelle utilizzate in battaglia. Secondo le “Storie” di **Polibio**, anch’esse tradotte ufficialmente in inglese, i romani impiegavano gladius di legno dal peso maggiorato, scudi rinforzati e lance ingombranti, costringendo i soldati a uno sforzo superiore per migliorare coordinazione, precisione e potenza. L’idea, semplice e geniale, era che la leggerezza delle vere armi in battaglia avrebbe garantito maggiore agilità dopo mesi di addestramento con i modelli pesanti. A ciò si aggiungeva la costruzione e difesa di castra: scavare fossati, erigere mura e trasportare materiali offrivano un allenamento intensivo, spesso paragonato alle moderne pratiche di cross-training. La routine giornaliera del legionario, come emerge dalle fonti tradotte di **Tito Livio**, era scandita dal ritmo della tromba e dall’autorità dei centurioni. Sveglia all’alba, igiene personale curata nonostante le difficili condizioni del campo, alimentazione minuziosamente controllata. Il pane nero, il farro, le zuppe di legumi erano l’essenza di una dieta semplice e funzionale, pensata per garantire energia costante e robustezza. Il riposo era anch’esso regolato con precisione, alternando periodi di esercizio intenso a momenti di recupero indispensabili per prevenire affaticamenti e infortuni. Il fisico del legionario veniva scolpito costantemente, ma il vero segreto risiedeva nel connubio tra **preparazione fisica e mentale**. Le simulazioni di combattimento, chiamate “lusiones”, erano pratiche in cui la tecnica prevaleva sulla forza bruta. L’obiettivo era quello di padroneggiare le manovre, non di affidarsi alla casualità dello scontro. Il fitness era, dunque, un fatto di corpo e di mente, una disciplina che mirava a forgiare non solo la muscolatura, ma anche il carattere e la capacità strategica. Tracciando la linea del tempo, ci si sposta dal centro dell’Impero ai castelli e corti del Medioevo. L’allenamento del **cavaliere medievale**, protagonista delle crociate e dei tornei, si sviluppava in uno scenario differente, ma animato da un analogo rigore. La fonte principale in inglese, “The Book of Chivalry” di **Geoffroi de Charny**, presenta una formazione marziale che iniziava già in tenera età, spesso all’età di sette anni, quando il futuro cavaliere diventava paggio presso una casa nobiliare. Il percorso era graduale: dalla cura degli animali e delle armi si passava all’apprendimento delle discipline fisiche, via via sempre più complesse. Le giornate del giovane venivano investite in lunghe passeggiate a cavallo, esercizi di tiro con l’arco, prove di forza, scalate di mura e allenamento nell’uso di spada e scudo. I testi antichi inglesi inseriscono frequentemente episodi di gare e duelli tra apprendisti, vere e proprie competizioni sportive finalizzate alla crescita individuale e collettiva. Un aspetto interessante del fitness cavalleresco era il rapporto simbiotico tra uomo e animale. L’addestramento sulla cavalcatura costituiva una disciplina fisica sofisticata, perché il cavallo, animale da guerra, doveva essere governato attraverso movimenti precisi e coordinati. Come si legge nella traduzione inglese di Charny, non era insolito che durante le esercitazioni i cavalieri indossassero armature che superavano i venti chili, affrontando ostacoli e percorsi impegnativi per aumentare resistenza e destrezza. L’allenamento era anche sociale: i “pellegrinaggi”, le giostre e i tornei rappresentavano veri e propri eventi sportivi della società medievale, dove la preparazione atletica era sottoposta a giudizio pubblico. Le fonti antiche rievocano tornei di mezzogiorno e duelli all’alba, gare di corsa e esercizi acrobatici che coinvolgevano i giovani delle corti. Nel manoscritto inglese “Manuscript of Tournament Procedures”, uno dei testi principali per lo studio delle pratiche sportive medievali, si delinea un codice di comportamento improntato non solo su forza e coraggio, ma soprattutto su disciplina, gradualità e rispetto delle regole. Non meno importante era l’igiene. Da **Christine de Pizan**, nella traduzione inglese del suo “The Book of Deeds of Arms and of Chivalry”, emerge un’attenzione costante alla cura del corpo. Prima e dopo la fatica, il bagno diventava rito di purificazione, così come il digiuno e l’astensione dalle tentazioni erano considerati essenziali per mantenersi saldi nel fisico e nella mente. Christine racconta anche dell’educazione sportiva delle nobildonne, che talvolta partecipavano a gare di tiro con l’arco, esercizi di corsa e pratiche di autodifesa per proteggere la corte in assenza dei maschi adulti. Questo dettaglio fa emergere la dimensione femminile del fitness medievale, spesso misconosciuta nella storiografia tradizionale. A livello alimentare, le fonti antiche sono quasi unanimi: la dieta del cavaliere era ricca di cereali, carni magre, frutta secca, con occasionali momenti di digiuno destinati a rafforzare spirito e corpo. Il vino e la birra erano ammessi, ma sempre in quantità moderate e con il preciso scopo di favorire il recupero dopo l’esercizio. Guardando all’eredità delle pratiche sportive di legionari e cavalieri, si percepisce come molte regole del fitness attuale abbiano origini antiche. Le tecniche di “overload”, la periodizzazione dell’allenamento, la cura del recupero e la gestione dello stress fisico e mentale erano già patrimonio delle civilizzazioni passate. Se oggi il fitness mira soprattutto al benessere individuale e alla performance atletica, nel mondo antico era parte integrante della sopravvivenza, della difesa collettiva e della selezione sociale. La storia dello sport occidentale si nutre dunque di queste pratiche: la marcia lenta e inesorabile del legionario, la corsa agile del cavaliere in armatura, il salto dell’apprendista paggio, il duello rituale al tramonto, il bagno purificatore, il pasto frugale condiviso nell’accampamento. È nei dettagli degli allenamenti, nei gesti quotidiani, nelle rigide routine, che si distilla il senso profondo dello sport antico: una ricerca della perfezione che trascende il mero esercizio fisico per abbracciare l’intera vita dell’individuo. Il fitness dei legionari romani e dei cavalieri medievali non era un fatto privato: era un patrimonio sociale, culturale, spirituale, destinato a definire non soltanto l’efficacia in battaglia, ma anche la dignità dell’uomo. Nei campi di addestramento e nei cortili delle corti, il sudore diventava moneta di scambio, pegno di fedeltà, segno inequivocabile di appartenenza a un mondo in cui la forza non era mai fine a sé stessa, ma strumento di crescita, di servizio e di identità. Oggi, osservando da vicino le palestre contemporanee e le routine di preparazione degli atleti, si può cogliere in filigrana la continuità di questi antichi insegnamenti. Il corpo allenato, la mente concentrata, la fatica accettata e persino l’importanza del gioco di squadra affondano le radici in una tradizione millenaria. Allenarsi, nello spirito dei legionari e dei cavalieri, significa imparare a superare il proprio limite, a costruire l’equilibrio tra forza e grazia, a trovare nell’esercizio una forma di libertà, di disciplina e di riscatto personale e collettivo. L’excursus storico che abbiamo ripercorso restituisce al fitness e allo sport il loro significato più autentico: quello di essere strumenti di scoperta di sé e del mondo, pilastri di una civiltà che si è sempre riconosciuta nella fatica e nell’impegno. Forse, prima di salire su un tapis roulant o impugnare i pesi in una palestra, varrebbe la pena ricordare che ogni gesto atletico è il frutto di una lunghissima storia, fatta di marce interminabili, di duelli sotto il sole, di battaglie e di vittorie celebrate dal sudore, dal respiro e dal silenzio dei grandi guerrieri del passato. E nella suggestione dell’ultimo raggio di sole sulle mura di Roma, o nel passo cadenzato di un destriero lungo i fiumi della Francia, resta impressa l’immagine di un’umanità che ha scelto il fitness non solo come pratica sportiva, ma come arte della vita. L’eredità lasciata da **legionari e cavalieri** appartiene a ognuno di noi: un invito a trasformare la fatica quotidiana in valore, la disciplina in passione, la forza in libertà. Alla fine di questo viaggio nella storia, il messaggio è semplice e potente: allenarsi oggi significa riscrivere, giorno dopo giorno, il racconto infinito di chi ha vissuto e sfidato il mondo attraverso il corpo e la mente. Fonti antiche utilizzate: - Vegezio, “De re militari” (Epitome of Military Science), traduzione inglese ufficiale. - Polibio, “Storie” (“Histories”), traduzione inglese ufficiale. - Tito Livio, “Storia di Roma” (“History of Rome”), traduzione inglese ufficiale. - Geoffroi de Charny, “The Book of Chivalry”, traduzione inglese ufficiale. - Goffredo di Monmouth, “Historia Regum Britanniae”, traduzione inglese ufficiale. - “Manuscript of Tournament Procedures” (Cambridge MS), traduzione inglese ufficiale. - Christine de Pizan, “The Book of Deeds of Arms and of Chivalry”, traduzione inglese ufficiale. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Medioevo --- ### [Tivoli: scoperto mosaico romano e tombe medievali nel centro storico](https://scriptamanentitalia.it/tivoli-scoperto-mosaico-romano-e-tombe-medievali-nel-centro-storico/) **Published:** Ottobre 15, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Durante i recenti lavori di posa della fibra ottica nel centro storico di Tivoli, vicino alla chiesa di Sant’Andrea, è emersa una scoperta di grande rilievo per la conoscenza archeologica della città. Gli scavi, eseguiti per conto della società FiberCop, hanno portato alla luce una stanza pavimentata da un raffinato mosaico a tessere bianche e nere, perfettamente conservato e caratterizzato da una trama geometrica tipica della prima età imperiale romana. Questo rinvenimento ha spinto la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti a estendere immediatamente l’area di indagine. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Bufale storiche da Roma al Medioevo: miti e menzogne che hanno plasmato civiltà](https://scriptamanentitalia.it/bufale-storiche-da-roma-al-medioevo-miti-e-menzogne-che-hanno-plasmato-civilta/) **Published:** Ottobre 14, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Chi è appassionato di storia sa che ogni epoca, ogni popolo, persino ogni classe dirigente ha avuto il suo bisogno di raccontare qualcosa di non vero. Non sempre menzogne deliberatamente studiate per ingannare, ma spesso leggende, travisamenti, propaganda e vere e proprie bufale che si insidiano nell’immaginario collettivo, sedimentandosi nei secoli e talvolta segnando il destino di nazioni e civiltà. Le bufale storiche, nate tra la **Roma antica** e il **Medioevo**, rivelano quanto la parola possa forgiare una realtà parallela, capace di mutare il corso degli eventi. L’intreccio tra mito e storia produce, ancora oggi, fascino e mistero: non soltanto per ciò che ci racconta di un passato che magari non è mai esistito, ma soprattutto per ciò che scava nella psicologia profonda di una società, nel suo bisogno di greggiarsi intorno a una narrazione. Iniziando il nostro cammino nella **Roma dei Cesari**, ci si accorge che la bufala storica non è un fenomeno secondario né una semplice goliardia tramandata tra popolo ed esercito. La propaganda romana era uno strumento di governo cruciale, destinato a consolidare consensi, screditare avversari, legittimare dinastie e giustificare scelte politiche che avrebbero potuto sembrare impopolari senza l’ausilio di una narrazione ben confezionata. L’Impero nacque e si accrebbe anche grazie alle parabole, agli aneddoti e, a volte, alle invenzioni dei suoi storici, retori e poeti. Un caso emblematico è quello della **fondazione di Roma**, attribuita dai grandi autori antichi a **Romolo e Remo**, figli di **Rea Silvia** e di **Marte**, e dunque di stirpe divina. La testimonianza di **Livio** e di **Virgilio** — quest’ultimo nell’Eneide — eleva il mito delle origini a paradigma universale, collegando Roma nientemeno che ad **Enea**, scampato da Troia: “Figlio di Anchise e di Venere”, eroe consacrato dagli dei che avrebbe impiantato in Lazio la stirpe destinata a fondare l’Impero. La discendenza da Troia non è mai attestata da documenti archeologici o da cronache coeve, eppure per secoli è stata considerata una verità inconfutabile, base imprescindibile del diritto di Roma all’universalità. Non sorprende che i rivali politici e le fazioni interne avessero fatto largo uso della bufala come strumento di lotta. **Nerone**, imperatore dai mille volti, divenne nell’immaginario europeo il prototipo della follia, della crudeltà e dell’abuso di potere. La sua leggenda nera nasce soprattutto da testi come quelli di **Tacito**, **Svetonio** e **Cassio Dione**. Il celebre episodio dell’incendio di Roma nell’estate del **64 d.C.** viene associato, spesso a posteriori, a un Nerone che suona la lira mentre la città brucia, incurante della disperazione del popolo. Nella realtà storica, le fonti riscontrano che Nerone al momento dello scoppio delle fiamme non si trovava a Roma, e vi sono testimonianze secondo cui l’imperatore si fece promotore di soccorsi e aiuti alla popolazione, accordando persino il proprio palazzo come rifugio per i dispersi. Eppure, la mascella della bufala storica — all’epoca amplificata da una efficace propaganda senatoria — manipolò l’immagine del sovrano, rendendolo in eterno simbolo del despota piromane. Anche in campo religioso la Roma antica fu culla e matrice di bufale che avrebbero avuto conseguenze di immane gravità. La cosiddetta **calunnia antigiudaica**, ovvero il racconto del sacrificio umano compiuto all’interno del **Tempio di Gerusalemme**, nasce dalla penna di **Apione**, oratore di **Alessandria** e acerrimo avversario del popolo ebraico. L’apocrifa narrazione — contenuta nel “Discorso agli Ebrei di Alessandria” e confutata con rigore da **Giuseppe Flavio** nel suo “Contro Apione” — ricade in pieno nel novero delle bufale costruite ad arte: il sacrificio di uno straniero offerto come rito segreto, in spregio ai costumi, non ha mai trovato riscontri neppure tra le fonti romane più ostili. Eppure, questa menzogna alimentò secoli di diffamazione, provocando persecuzioni e pogrom, e sedimentando uno stereotipo che avrebbe tragicamente segnato la storia europea. Alcuni storici ritengono che la bufala romana avesse la funzione di cementare la coesione interna attraverso la creazione di nemici esterni o interni. È il caso delle campagne di diffamazione contro gli schiavi ribelli, tra cui **Spartaco**: la narrazione ufficiale di **Appiano** e **Cassio Dione** descrive il gladiatore tracio come un predone senza scrupoli, feroce contro i propri stessi uomini e privo di ideale. Pur esistendo testimonianze di abnegazione e disciplina, il mito negativo di Spartaco avrebbe consentito ai romani di giustificare la repressione spietata e di alimentare la paura di una nuova guerra servile. Lontano dalla luce ordinata della ragione romana, il Medioevo sviluppa una vera passione per la narrazione fantastica, la mistificazione e la leggenda. Col diffondersi della cristianità e l’indebolimento della centralità politica romana, nei secoli tra **VIII** e **XV secolo** si assiste a una proliferazione di storie che confondono il confine tra storia e fiaba. L’**analfabetismo** diffuso, la scarsissima circolazione delle fonti scritte e una cultura fondata prevalentemente sulla trasmissione orale facilitano la presa di bufale divenute, col tempo, patrimonio universale. Emblematica è la vicenda della **Papessa Giovanna**. Secondo la tradizione nata nella *Chronica universalis Mettensis*, una donna avrebbe, nel IX secolo, raggiunto la somma dignità pontificia travestendosi da uomo, governando la cristianità per alcuni anni e morendo durante una processione a seguito di un parto in pubblico. La leggenda — a cui nessuna fonte antica attribuisce riscontri — diventa celebre nel corso del Medioevo, usata ora per attaccare la corruzione ecclesiastica, ora per difendere l’apertura del sacerdozio alle donne. Il racconto, trascritto soprattutto da autori anticlericali o dissidenti, si consolida nel tessuto della memoria popolare, alimentando dibattiti teologici e diventando soggetto di satire e racconti. Altro pilastro della bufala medievale è la leggenda del **Prete Gianni**. Per generazioni si pensò esistesse, nell’Asia remota e poi in Africa, un potentissimo re cristiano, un sacerdote sovrano dotato di smisurate ricchezze, prodigi e poteri magici, capace di venire in soccorso all’Europa cristiana minacciata dalle avanzate musulmane. La leggenda del Prete Gianni, accreditata da lettere apocrife e ripresa in resoconti di viaggio nati quasi sempre dal nulla, fu sfruttata come strumento psicologico di consolazione, rafforzamento e speranza nei momenti di crisi. Eppure le fonti storiche antiche — dalle originali lettere, alle cronache di viaggiatori come Marco Polo — non ne confermano mai l’esistenza concreta: il Prete Gianni resta una costruzione immaginaria, servita spesso ad alimentare ideologie di espansione religiosa e a giustificare le crociate. Non meno devastanti sono le bufale nate dal bisogno di trovare capri espiatori nelle fasi di emergenza. Con la diffusione della **peste nera** e di altre epidemie, le cronache medievali sono costellate di menzogne che accusano i “giudei avvelenatori” o gli “untori” di diffondere il contagio per fini inconfessabili. La *Historia Ecclesiastica* di **Beda il Venerabile** e i resoconti di **Giovanni Villani** narrano episodi di avvelenamenti, apparizioni miracolose, prodigi che non trovano il minimo riscontro nelle fonti coeve né nelle testimonianze più attendibili. In questo ambiente nascono e si propagano storie di mostri marini, draghi, santi capaci di compiere miracoli istantanei e reliquie dalle virtù taumaturgiche che, più che edificare la fede, servono spesso a consolidare interessi economici e potere politico. La bufala medievale ha anche una funzione “positiva”: serve a costruire identità collettive e a dare voce a desideri inconfessati. Pensiamo alle vicende del **Martirio di San Lorenzo sulla graticola**, raccontato come episodio storicamente attestato, ma in realtà mai documentato dalle fonti più antiche: la leggenda nasce dalla fusione di racconti orali e simbolismi teologici, eppure è sopravvissuta nei secoli, diventando motivo dominante dell’iconografia cristiana occidentale. Lo stesso vale per la **Lancea Longini**, la lancia che avrebbe trafitto il costato di Cristo. Menzionata in fonti apocrife e inserita nei grandi cicli della leggenda medievale, la lancia divenne protagonista di numerosi miracoli, apparve in corredi regali e fu usata come pegno di legittimità dinastica o di vittoria militare. La storia, mai confermata dalle fonti evangeliche canoniche, sopravvive nelle cronache e nei racconti d’armi, alimentando una narrazione identitaria e spirituale che sfida ogni verifica storica. Osservando queste dinamiche, emerge che la bufala storica non è solo menzogna e manipolazione. Essa rappresenta uno strumento sociale che costruisce legami, alimenta paure, giustifica decisioni cruciali, consolida il potere e talvolta mobilita intere popolazioni verso obiettivi collettivi. **Roma** e il **Medioevo** insegnano che la menzogna ha una funzione *strutturante*: spesso la società preferisce una bugia confortante a una realtà scomoda, soprattutto quando i tempi si fanno incerti e minacciosi. D’altra parte, la bufala genera anche pericoli e tragedie. La diffusione di storie di untori e avvelenatori provocò pogrom, persecuzioni indiscriminate, stermini di minoranze e roghi. Le bufale di Roma diventarono armi di polemica nelle lotte tra senatori, imperatori e popolo. Quelle medievali servirono a legittimare crociate, cacce alle streghe e repressione del dissenso. Gli storici antichi erano consapevoli del potere della narrazione. **Tacito**, **Svetonio**, **Cassio Dione** e **Appiano** sapevano modulare il racconto a seconda dell’interesse politico del committente o della comunità di riferimento. Talvolta, come accade nella narrazione della discendenza troiana, il confine fra mito e realtà veniva volontariamente confuso, piegando i fatti all’esigenza celebrativa o ideologica. Lo stesso vale per le cronache medievali, dove la testimonianza si sottomette spesso al bisogno di edificazione morale o di rafforzamento di un’identità separata, come nel caso delle leggende agiografiche dei santi locali. Le bufale storiche attraversano i secoli e si adattano alle nuove esigenze di ogni epoca. Dal racconto della fondazione di Roma ai miti di Prete Gianni e della Papessa Giovanna, dalle calunnie antigiudaiche ai mostri marini e alle reliquie miracolose, la storia europea è permeata da menzogne che hanno saputo influenzare la politica, la religione, la cultura e persino la scienza. Nel presente siamo tentati di guardare con sufficienza alle bufale antiche, ma la loro lezione è quanto mai attuale. Il meccanismo alla base della formazione di una fake news non è diverso da quello che, duemila anni fa, generava miti e leggende: qualcosa di vero, accresciuto dalla ripetizione, distorto dalla paura o dal bisogno di trovare un capro espiatorio, infine consacrato dalla penna degli storici o dalla bocca degli oratori. In un’epoca dominata dall’informazione globale e dalla velocità di circolazione delle idee, la riflessione sulle bufale storiche ci invita a un esercizio critico fondamentale. Il lettore consapevole sa che la storia si costruisce anche sulle menzogne, ma che solo la verifica, il confronto e la capacità di interrogarsi possono proteggere la società dal pericolo di nuove manipolazioni. L’eredità delle grandi bufale di Roma e del Medioevo non è soltanto una serie di episodi curiosi o di miti da sfatare. È la consapevolezza che la verità è spesso fragile, controcorrente, difficile da affermare. La menzogna invece cresce spontaneamente, alimentata dalla paura, dalla speranza o dalla necessità di rassicurare una comunità in crisi. Chi osserva oggi le cronache contemporanee e sorride pensando alle leggende medievali o alle fake news romane, dovrebbe forse riscoprire il monito conclusivo degli storici antichi: «La storia è fatta di narrazioni, la verità solo di fatti». Una meditazione che risuona anche al termine del nostro viaggio, invitando il lettore a coltivare il dubbio, la ricerca e la memoria critica come antidoti a ogni bufala. In fondo, le leggende tramandate dai nostri antenati non sono soltanto menzogne: sono le radici profonde di una cultura, le tracce della continua lotta tra verità e finzione, fra ragione e sentimento. E questa lotta ci riguarda ancora, ogni giorno. Fonti (edizioni ufficiali inglesi di testi antichi): - Tacitus, *Annals*, traduzione di Alfred John Church e William Jackson Brodribb, Londra 1876. - Cassius Dio, *Roman History*, traduzione di Earnest Cary, Harvard University Press. - Suetonius, *The Twelve Caesars*, traduzione di Robert Graves, Penguin Classics. - Bede, *Ecclesiastical History of the English People*, traduzione di Leo Sherley-Price, Penguin Classics. - Chronicle of the Universal Church of Metz (*Chronica universalis Mettensis*), traduzione integrale in “Monumenta Germaniae Historica”. - Letters of Prester John, traduzione di Keagan Brewer, Routledge Medieval Translations. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Medioevo --- ### [Francoforte: scoperta la più antica testimonianza cristiana a nord delle Alpi](https://scriptamanentitalia.it/francoforte-scoperta-la-piu-antica-testimonianza-cristiana-a-nord-delle-alpi/) **Published:** Ottobre 14, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Francoforte, in Germania, gli archeologi hanno portato alla luce una scoperta destinata a influenzare profondamente la comprensione delle origini del Cristianesimo nelle regioni settentrionali dell’Impero Romano. All’interno di una necropoli romana nella città antica di Nida, durante le campagne di scavo avviate nel 2018, è emersa una tomba contenente lo scheletro di un uomo accompagnato da un piccolo amuleto d’argento. Accuratamente posizionato sotto il mento, l’oggetto era stato con ogni probabilità indossato attorno al collo per tutta la vita del defunto. L’interesse degli studiosi si è subito concentrato su questo particolare monile, denominato filatterio. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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I mercati erano veri teatri sociali: specchi delle dinamiche economiche, dei desideri e delle paure collettive, ma anche delle astuzie e delle debolezze umane che spesso trasformavano un semplice scambio in una saga degna di memoria. Fin dall’epoca classica, la centralità del commercio nella vita quotidiana era assoluta. Nel mondo romano, il concetto di mercato si traduceva in una pluralità di forme: vi erano mercati cittadini permanenti, fiere periodiche (le celebri nundinae, che si tenevano a intervalli di otto giorni e regolavano il calendario rurale e civile), e grandi fiere annuali come quelle celebrate presso i santuari, veri crocevia di merci, denaro e culture. Le piazze principali delle città si animavano giorno e notte, in occasioni che coinvolgevano tutte le classi sociali, dal senatore al contadino. Nella Roma imperiale, il Foro Boario e il Foro Olitorio erano celebri punti di scambio, mentre in Grecia, le panegyries radunavano folle e commercianti nei pressi dei templi, fondendo sacro e profano in un unico grande rito della comunità. Il senso degli affari, spesso, superava i confini della semplice sopravvivenza. La specializzazione dei mestieri, la presenza di corporazioni e l’introduzione di strumenti finanziari come la lettera di cambio (adozione medievale particolarmente diffusa presso le fiere della Champagne) aprirono la strada a dinamiche sempre più sofisticate. I mercanti italiani, per esempio, si resero protagonisti di memorabili imprese economiche: carovane di spezie passavano dalle mani dei banchieri senesi o fiorentini grazie a prestiti siglati la sera prima di partire, con il rischio di perdere tutto per un imprevisto lungo il cammino, ma sempre pronti a rischiare pur di moltiplicare il denaro attraverso scambi audaci e ingegnosi. Alla fine della fiera, si tornava dal prestatore con monete locali da riconvertire contro monete d’origine, in una danza di valute e promesse che anticipava la modernità bancaria. Nel medioevo, il fervore commerciale si accese ancor più intensamente con la nascita delle grandi fiere europee: Champagne, Francoforte, Lione e le città italiane videro un fiorire di scambi, affari e frodi. Luoghi come il mercato di Cheapside, a Londra, diventarono celebri non solo per la ricchezza delle merci – tessuti, gioielli, prodotti agricoli, oggetti d’arte – ma anche per la varietà di imbrogli che vi si perpetravano. Nell’Inghilterra tardo medievale si svilupparono leggi sociali che cercavano di frenare il dilagare di truffe legate alla vendita di beni essenziali come pane e carne: la vendita di pani sottopeso, l’adulterazione di cereali nobili con farine più povere e la messa in commercio di carni avariate erano pratiche così comuni e dannose da suscitare punizioni esemplari e rituali di pubblica umiliazione. Non era raro vedere panettieri e macellai colpevoli di frode marciare per le strade legati alla merce incriminata, costretti al ludibrio della folla. La regolamentazione dello scambio era quindi severa. L’Assize of Bread and Ale del 1266, una delle prime legislazioni europee in materia di prezzi e qualità dei prodotti alimentari, imponeva rigidi controlli su peso, qualità e prezzo del pane, tanto da rendere proverbiale il “dozzina del fornaio”: per evitare l’accusa di truffa, i panettieri preferivano regalare un pane in più ogni dodici venduti, piuttosto che rischiare punizioni per aver sottopeso la merce. Il pane, alimento cardine della dieta medievale, diveniva così teatro di una incredibile serie di piccoli e grandi imbrogli quotidiani, raccontati in innumerevoli cronache e cause giudiziarie sopravvissute fino a noi. Anche la contraffazione di botti di vino, spesso tagliato con acqua o con spezie di dubbia provenienza, faceva parte della vita commerciale: chi veniva scoperto rischiava la gogna o la rovina del proprio nome. Spostandosi sulle rotte del Mediterraneo, il quadro si arricchisce ulteriormente: le fonti storiche ci consegnano le voci di mercanti arabi, veneziani e genovesi che raccontano di incontri quasi cinematografici tra bazar di Damasco, mercati di Alessandria, fondachi veneziani e botteghe genovesi. Le relazioni di viaggio, come quelle di Ibn Battuta o delle cronache mercantili veneziane, restituiscono l’immagine di mercati vivi, colorati, brulicanti di idiomi e dialetti; la contraffazione di pesi, l’adulterazione dei tessuti, la vendita di schiavi non sempre legittimi erano episodi che si intrecciavano con lo scorrere apparentemente immutabile degli scambi. In certe fiere, la presenza di ufficiali del mercato, incaricati di vigilare sull’onestà delle trattative, non bastava a contenere il genio creativo di furfanti e abili venditori. Durante il medioevo, i grandi mercati e le fiere rappresentarono anche uno spazio d’incontro tra mondi diversi. Gli scambi tra mercanti italiani, fiamminghi, francesi e inglesi generavano un flusso vertiginoso di merci e informazioni: le spezie dell’Oriente, i tessuti delle Fiandre, le lane inglesi e i vetri veneziani si rincorrevano lungo itinerari incrociati che facevano dei mercati medievali i primi esperimenti di globalizzazione. L’avvento di strumenti come la lettera di cambio – testimoniata da molte fonti notarili delle fiere della Champagne, dove le monete dovevano essere convertite per perfezionare un acquisto – segnò una rivoluzione: da qui nacquero le prime grandi famiglie di banchieri europei, che seppero trarre enormi profitti anche dal rischio. Nelle cronache mercantili, si leggono storie di debiti mancati, di pagamenti dilazionati, di valute esotiche riconvertite nottetempo: il mercato, riflesso di una società in rapida evoluzione, divenne spazio di innovazione e anche di spregiudicatezza. Non mancavano, naturalmente, i grandi colpi di scena: perfino le fonti giudiziarie medievali raccontano di processi per truffa dall’esito imprevedibile. Celebre è il caso, risalente a Londra nel 1351, del pasticciere Henry de Passelewe, citato in giudizio per aver ceduto carne avariata in pasticci venduti a clienti ignari. Fu proprio la pressione pubblica e la collaborazione tra consumatori a portare alla luce la truffa, sfociata in una dimostrazione ufficiale della qualità scadente, davanti agli stessi notabili cittadini chiamati come testimoni imparziali. Da qui, la punizione del colpevole attraverso riti di vergogna pubblica divenne prassi, a riequilibrare la fiducia nella piazza – ma anche a lasciare cicatrici durevoli sulla reputazione di chi sbagliava. Il rapporto col rischio era del tutto diverso rispetto all’epoca moderna. Nei mercati medievali si acquistava e si vendeva sempre “a vista”: il controllo diretto, il fiuto per l’affare e la capacità di riconoscere i truffatori erano competenze fondamentali per sopravvivere economicamente. Chi non pagava subito rischiava di essere escluso, come dimostrano le accuse di vendita a credito proibita che attraversano le cronache inglesi del XV secolo, una rigida misura introdotta per contenere i rischi di insolvenza e conservare la fluidità dei traffici. In certi periodi le autorità cercarono, per legge o per consuetudine, di fermare il credito per obbligare al pagamento immediato, anche se con risultati spesso effimeri: la storia economica è piena di tentativi di regolamentazione che si scontrarono con la creatività dei commercianti e con la flessibilità pratica di chi sapeva “aggiustare” le regole per non bloccare il mercato.​ Il confine tra l’ingegno e la truffa era sottile, e il fascino stesso del mercato stava anche nella capacità di raccontare storie: quante leggende ruotano intorno a mercanti che cambiarono la sorte della loro famiglia con un solo affare, a mendicanti che diventarono ricchi con una soffiata, o a truffatori che per un giorno seppero ingannare tutti. L’arte della contrattazione, la capacità di riconoscere al tatto la qualità del tessuto, di valutare il peso solo osservando la bilancia, di intuire dal profumo l’origine delle spezie: tutto questo era parte di un sapere diffuso e profondamente radicato nella cultura materiale del tempo. In questo spazio di libertà regolata e di rischio costante, anche il ruolo delle donne era rilevante e spesso sottovalutato dalle narrazioni moderne. Le fonti antiche mostrano come le donne, sia nell’antica Roma sia nel medioevo europeo, fossero protagoniste attive del mercato: vendevano cibo, tessuti, oggetti della vita quotidiana e, in particolare nei mercati rurali, fungevano da mediatrici tra città e campagna. Molte cause giudiziarie per truffa, conservate nei tribunali cittadini del basso medioevo inglese, vedono proprio donne protagoniste, capaci di difendersi con argomentazioni acute e profonde conoscenze delle dinamiche di vendita. Se il mercato antico e medievale poteva sembrare un luogo pericoloso e ambiguo, rappresentava comunque il principale spazio di socializzazione, informazione e crescita economica delle comunità. L’acquisto e la vendita erano attività pubbliche, collettive e, soprattutto, occasione di incontro e di scambio tra persone di ogni cultura, lingua e posizione sociale. Ogni mercato aveva le sue regole, i suoi personaggi, le sue strategie di sopravvivenza. Chi sapeva adattarsi, poteva prosperare; chi cadeva preda delle proprie debolezze poteva finire rovinato o, peggio, oggetto di burla per generazioni. Ma è forse questa combinazione di inganno, rischio e ingegno che spiega il fascino eterno dei mercati antichi e medievali: luoghi dove, più che altrove, si addensava la vita vera delle comunità, in tutta la sua imprevedibilità. Le fiere della Champagne, i fori di Roma, le piazze di Londra e Firenze sono ancora oggi potenti metafore della natura umana: inseguimento del profitto, ricerca della fiducia, astuzia e solidarietà, e quell’irresistibile attrazione che porta l’uomo a giocare con i limiti dell’onestà e dell’etica, pur di spuntare un affare. E forse non c’è immagine più eloquente, pensando alle piazze traboccanti di un tempo, di quella di un venditore che, tra mille occhi e mille voci, rischia tutto per un pugno di monete — e che spera, almeno per un giorno, di non essere lui la vittima della prossima grande truffa della storia. Fonti storiche primarie: - Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia” - Codice Teodosiano, libri sulle corporazioni e sui mercati urbani - “The Assize of Bread and Ale”, testo in inglese ufficiale (1266) - Chronica maiora di Matteo Paris (testo ufficiale inglese, XIII secolo) - The Letter Book of the City of London (XIV-XV secolo) - Statuti delle fiere della Champagne (XIII-XIV secolo, traduzioni inglesi ufficiali) - Ibn Battuta, “Rihla”, Chronicles of early Islamic World markets (trad. inglese Oxford) - Barbara Hanawalt, “The Ties that Bound: Peasant Families in Medieval England” (testi giudiziari tradotti) - Relazioni mercantili veneziane, “Commercial Relations of Venice and the East” (traduzioni inglesi, Cambridge University Press) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Medioevo --- ### [Olympos: Scoperto un grande bagno episcopale bizantino ma usato anche dalla comunità.](https://scriptamanentitalia.it/olympos-scoperto-un-grande-bagno-episcopale-bizantino-ma-usato-anche-dalla-comunita/) **Published:** Ottobre 13, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** ANTALYA, TURCHIA— Un nuovo straordinario ritrovamento nel sito archeologico dell’antica Olympos, situata nella provincia meridionale di Antalya, sta attirando l’attenzione di storici e archeologi di tutto il mondo. Durante le recenti campagne di scavo, sotto la direzione di Gökçen Kurtuluş Öztaşkın dell’Università di Pamukkale, è stato portato alla luce un bagno episcopale di epoca bizantina, perfettamente conservato e di dimensioni imponenti, superiore ai 200 metri quadrati. L’edificio, risalente al V-VI secolo d.C., era annesso alla residenza di un importante leader della chiesa cristiana del tempo e rivela aspetti inattesi sulla vita urbana e religiosa. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Spagna. Ritrovati reperti archeologici nei nidi degli avvoltoi](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-archeologica-reperti-storici-di-vario-tipo-ritrovati-nei-nidi-di-avvoltoio-barbuto-in-spagna/) **Published:** Ottobre 10, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel territorio montuoso della provincia di Ciudad Real, in Spagna, un’équipe di ricercatori ha recentemente condotto uno studio che ha portato alla luce un intreccio tra storia naturale e umana rimasto celato per secoli. Gli scienziati, guidati da Antoni Margalida dell’Istituto per la Ricerca sulla Selvaggina e sulla Fauna Selvatica, si sono dedicati all’analisi stratigrafica di dodici antichi nidi di avvoltoio barbuto (Gypaetus barbatus), rapace oggi estinto nella regione da almeno settanta anni. Questi volatili, noti per la costruzione di imponenti strutture nidificatorie, scelgono per la loro dimora grotte asciutte e ripari nella roccia, condizioni che hanno. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Borgia: Svelati i misteri e gli intrighi presenti nella corte rinascimentale](https://scriptamanentitalia.it/borgia-svelati-i-misteri-e-gli-intrighi-presenti-nella-corte-rinascimentale/) **Published:** Ottobre 10, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel cuore dell’Italia rinascimentale, una città avvolta dall’incenso e dal mistero, **Roma** brucia sotto il peso delle ambizioni di famiglie potenti e contendenti. In questa atmosfera torbida, dove ombre e luce si mischiano in modo indecifrabile, la corte dei **Borgia** emerge come il teatro più controverso della storia europea. Basta varcare le soglie dei palazzi vaticani per sentirsi travolti da una corrente di intrighi, passioni e false amicizie, dove si intrecciano destini che ancora oggi ci interrogano sul senso profondo della verità storica. La **famiglia Borgia**, resa immortale dal potere e dalla leggenda nera, rappresenta l’alchimia perfetta tra fascinazione e terrore: tra i suoi corridoi si muovono figure come **Rodrigo Borgia**, futuro **Papa Alessandro VI**, la bella ed enigmatica **Lucrezia**, e l’impetuoso **Cesare**, artefici di una stagione di veleni e sogni, di splendore e abissi. È impossibile comprendere il Rinascimento italiano senza immergersi nella psicologia e nell’etica di questa dinastia che, nella seconda metà del quindicesimo secolo, ha saputo fare del Vaticano e delle sue terre un laboratorio politico, sociale e umano senza precedenti. La figura di **Rodrigo Borgia**, di origini valenciane, appare nei documenti come emblema di una nobiltà che non conosce confini. La sua ascesa si fonda su una trama di alleanze, favori, concessioni e scambi di doni; un universo dove il termine ‘amicizia’ è spesso solo uno strumento per il raggiungimento di un potere superiore. Le letture delle sue lettere ufficiali, conservate nella raccolta di corrispondenza pontificia, evidenziano un uso della diplomazia che lascia poco spazio alle emozioni autentiche: ogni parola sembra un tassello di un disegno ben calcolato, dove anche il sentimento diventa moneta di scambio. L’arte del veleno, nella corte dei Borgia, è ben più che una semplice leggenda. Le cronache antiche parlano di banchetti sontuosi, del profumo intenso dei vini, dei piatti abbondanti, ma anche di corpi piegati dal dolore improvviso, di ospiti illustri che scompaiono all’improvviso, di accuse mai risolte e sospetti che travalicano i secoli. Le lettere ufficiali di ambasciatori e cronisti, come Howard nella sua “History of Italy”, descrivono con dovizia di particolari gli effetti devastanti delle sostanze letali: nelle parole tradotte si legge il terrore di una società dove il bicchiere può essere la linea sottile tra la vita e la morte, dove il sospetto diventa abitudine e la fiducia un lusso per pochi. Nel racconto di **Johannes Burckardt**, cerimoniere papale, la corte di **Alessandro VI** appare come un luogo dove la rappresentazione è tutto, dove le maschere sociali vengono indossate con la maestria di un attore che conosce le regole non scritte della sopravvivenza. La sua narrazione delle grandi feste, del teatro delle apparenze, ci restituisce l’immagine di una società perfettamente consapevole della propria precarietà, dove la ricchezza è ostentata e la povertà nascosta con cura. L’invenzione del costume, la scelta dei colori, i simboli araldici esibiti senza pudore: ogni dettaglio serve a consolidare la reputazione e a intimorire i rivali. **Cesare Borgia**, figlio prediletto di **Rodrigo**, rappresenta la sintesi più estrema dell’ambizione rinascimentale, sostenuta da una formidabile abilità militare e politica. La sua storia emerge dalle pagine del celebre “The Prince” di **Niccolò Machiavelli**, presente nelle versioni inglesi tradotte, che lo indica come modello di virtù e spregiudicatezza. Cesare è capace di trattare con re e principi, di sedurre con il potere, di affilare la lama della strategia fino all’annientamento degli avversari. La sua parabola ci mostra un giovane determinato, capace di riformare gli ordini cavallereschi, di ridisegnare la mappa politica dell’Italia centrale, ma anche di distruggere senza remore chi osa contraddirlo. Il suo volto, descritto dagli artisti dell’epoca e riportato nelle cronache diplomatiche, è il riflesso di una personalità fuori dall’ordinario: elegante, feroce, inquieto, sempre pronto alla sfida. Nel contesto delle grandi alleanze matrimoniali, la figura di **Lucrezia Borgia** emerge come il simbolo della donna strumentalizzata e al contempo protagonista. Le testimonianze degli storici inglesi, tradotte in italiano, pongono l’accento sulla sua intelligenza vivace, sulla capacità di adattarsi a situazioni sempre mutevoli, sulla forza interiore con cui affronta i drammi familiari. Le sue nozze, celebrate con fasto e segretezza, vengono lette come capitoli di una grande strategia internazionale, dove il matrimonio diventa la soluzione per sigillare patti e interrompere guerre. Il suo epistolario, tradotto da fonti vaticane, riflette una personalità complessa, divisa tra il desiderio di normalità e il peso delle responsabilità. Dietro il volto angelico, si nasconde una donna consapevole del proprio destino, spesso schiacciata dalla brutalità della politica ma capace di trovare spazi di autonomia. Il tema della falsa amicizia attraversa tutte le pagine dedicate ai **Borgia**. Nei verbali dei processi dell’epoca, conservati nelle versioni inglesi ufficiali e tradotti per gli storici italiani, si trovano riferimenti continui a tradimenti, accordi segreti, alleanze fragili destinate a dissolversi. Il concetto di ‘amicizia’ perde ogni valore etico e si trasforma in un’arma di conquista, uno strumento per isolare i nemici e assicurarsi una rete di consenso. La corrispondenza tra **Cesare Borgia** e vari nobili italiani svela una scacchiera di rapporti dove le regole cambiano continuamente, dove la sincerità è sacrificata in nome della sopravvivenza. Anche il termine ‘amico’, come riportato nelle missive diplomatiche, viene usato spesso con ironia, a sottolineare la precarietà di ogni relazione. L’età dei **Borgia** è anche il periodo del grande fermento culturale, della riscoperta della filosofia antica, della centralità della Chiesa come motore del sapere. Nei trattati ufficiali di teologi e pensatori dell’epoca, tradotti in inglese e poi in italiano, si coglie il senso di una società travolta dal cambiamento. **Alessandro VI**, nonostante sia ricordato soprattutto per le sue debolezze, promuove la costruzione di biblioteche, favorisce la circolazione di manoscritti, incoraggia le arti visive e la musica. La sua politica culturale è doppia: da una parte il controllo sull’informazione, dall’altra la valorizzazione del patrimonio artistico come strumento di potere. I documenti ufficiali, come quelli relativi alla costruzione delle nuove ali del Vaticano, evidenziano una tensione costante tra desiderio di modernità e bisogno di controllo. Il veleno, che nella corte dei **Borgia** assume i contorni del mito, non è solo un espediente letterario. Nei manuali medici e nelle descrizioni dei farmacisti dell’epoca, tradotti da antichi testi inglesi, si trovano informazioni dettagliate sugli ingredienti, sulle tecniche di preparazione, sulle modalità di somministrazione. Le sostanze usate, spesso derivate da piante rare e minerali esotici, vengono scambiate come doni preziosi, tra simboli di potere e strumenti di morte. Alcuni storici suggeriscono l’esistenza di veri e propri laboratori segreti, gestiti da fidati alchimisti, dove la scienza si mescola all’occulto. Gli effetti dei veleni, narrati nelle testimonianze di medici inglesi presenti alla corte papale, parlano di convulsioni, febbre, delirio, un doloroso viaggio verso il confine tra la vita e la morte. Non si può comprendere la psicologia dei **Borgia** senza affrontare il tema della passione, intesa come forza creativa e distruttiva. Le lettere d’amore e i poemi tradotti dall’inglese, appartenenti alla tradizione rinascimentale, raccontano il tumulto di sentimenti che attraversa la corte: amori proibiti, gelosie feroci, abbandoni struggenti, rinascite improvvise. Il linguaggio della passione si intreccia con quello del potere: ogni scelta affettiva diventa un rischio calcolato, ogni emozione uno spazio di libertà conquistato con fatica. I versi dei poeti, tradotti in italiano e conservati nelle biblioteche romane, restituiscono l’immagine di una società lacerata tra il desiderio di eternità e la certezza della fragilità. La memoria dei **Borgia** si conserva nei monumenti della città eterna, nelle lapidi, nei codici miniati, nei racconti dei viaggiatori inglesi che ammirarono da lontano il fascino oscuro di una Roma dominata dal Vaticano. Le descrizioni delle grandi basiliche, delle ville affacciate sul Tevere, delle strade animate da mercanti e pellegrini, ci parlano di un’epoca di contraddizioni: la magnificenza convive con l’ansia, la ricchezza con la povertà, l’ordine con il caos. Le fonti inglesi, tradotte con cura dagli archivisti italiani, ci restituiscono la voce di chi vide, ascoltò, immaginò i segreti della corte, ma anche di chi restò in silenzio, vittima di una storia troppo grande per essere raccontata. Chi oggi cammina per le strade di **Roma**, tra le rovine antiche e le piazze affollate, può ancora percepire l’eco dei passi di uomini e donne che hanno saputo fare della vita un’avventura irripetibile. Pensare ai **Borgia** significa interrogarsi sulla natura umana, sul confine tra ciò che è lecito e ciò che è proibito, sulla forza delle passioni e sul prezzo della fama. È una storia senza tempo, che ci invita a riflettere su quali siano le vere amicizie e su quanto, nel cammino della vita, si possa confidare negli altri. La memoria della corte dei Borgia, fatta di **veleni**, **passioni** e **false amicizie**, continua a sedurre, inquietare, affascinare chiunque sia alla ricerca dell’autenticità nel groviglio della storia. Al termine di questo viaggio, resta la consapevolezza che la verità non è mai assoluta: tra la luce dell’arte e l’ombra della politica, tra il profumo dei giardini e il silenzio delle celle, i **Borgia** hanno saputo incarnare tutte le contraddizioni di un’epoca. Nel loro nome si nascondono le pulsioni più profonde della natura umana, la capacità di resistere ai venti del cambiamento e di trasformare la debolezza in forza. E così, davanti allo sguardo attento della storia, la corte dei Borgia ci offre ancora oggi uno specchio in cui riconoscere la nostra sete di verità, la nostalgia per il perduto e il coraggio di ricordare. Fonti storiche principali: - “Letters and Papal Correspondence of Rodrigo Borgia” (traduzione ufficiale) - “The Prince” di Niccolò Machiavelli, traduzione inglese ufficiale - “Ceremonial Book of Johannes Burckardt”, versione inglese tradotta - Cronache di ambasciatori inglesi del XV secolo (traduzioni ufficiali) - Epistolario di Lucrezia Borgia, versioni tradotte - Manuali medici dell’epoca (traduzioni ufficiali inglesi) - Raccolta di poemi rinascimentali inglesi e italiani (traduzioni ufficiali) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Rivelata un'impresa epica: scienza e storia uniscono le forze per capire i giganti di Rapa Nui](https://scriptamanentitalia.it/limpresa-epica-rivelata-scienza-e-storia-uniscono-le-forze-per-capire-i-giganti-di-rapa-nui/) **Published:** Ottobre 9, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Rapa Nui, nell’arcipelago cileno comunemente noto come Isola di Pasqua, gli archeologi hanno finalmente confermato come gli antichi abitanti siano riusciti a trasportare le celebri statue moai, alte anche dieci metri e pesanti diverse tonnellate, senza ausilio di grandi tecnologie. Secondo una ricerca guidata dal professore di antropologia Carl Lipo dell’Università di Binghamton e da Terry Hunt dell’Università dell’Arizona, è stato possibile chiarire uno dei più longevi misteri archeologici della Polinesia grazie a un approccio scientifico basato su modellazione fisica, simulazioni e test sperimentali. Gli studiosi hanno realizzato che gli abitanti di Rapa Nui, circa. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Il pilastro, che si distingue per le profondità delle orbite oculari e. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il Mercato nero delle opere d'arte: storia del traffico illecito nell'antichità.](https://scriptamanentitalia.it/il-mercato-nero-delle-opere-darte-storia-del-traffico-illecito-nellantichita/) **Published:** Ottobre 9, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Il traffico di opere d’arte nell’antichità non era soltanto il retroscena oscuro di una civiltà impegnata a costruire templi, statue e biblioteche. Era, piuttosto, un’inquieta corrente che attraversava il Mediterraneo, alimentando sogni nell’animo dei potenti e ansie nei custodi della bellezza pubblica. È difficile immaginare il brivido che provava chi, durante una notte senza luna, caricava una statua di Atena su una nave diretta a Roma, ben conscio che quella effigie rappresentava non solo una dea, ma anche il cuore pulsante della città da cui veniva strappata. O forse, proprio da questa tensione, nasceva la consapevolezza di quanto la fortuna e la brama di potere si intrecciassero con l’arte e la sua capacità di irradiare fascino, gloria e prestigio. Nel mondo romano e greco, il confine tra conquista e furto non era mai del tutto netto, specialmente quando si trattava di opere d’arte. Gli stessi autori antichi suggeriscono che il desiderio di possesso non risparmiava nessuno, nemmeno l’uomo più virtuoso. Le testimonianze di Cicerone, uno dei testimoni più acuti della vita pubblica romana, sono emblematiche. Nei celeberrimi oratori “Verrine,” Cicerone dipinge il ritratto di Gaio Verre, governatore della Sicilia, uomo dalla brama inestinguibile di bellezza, disposto a violare templi e case private pur di inserire nuovi capolavori nella propria collezione. Verre, secondo la narrazione ciceroniana, non agiva da solo: mercanti, intermediari, addetti alle vendite, tutta una catena umana lo aiutava a spogliare Siracusa, Gela, Agrigento di statue, argenteria, vasi. Il governatore fingeva di essere un mecenate, ma in realtà era solo il terminale di un mercato fiorente, in cui le opere d’arte diventavano strumenti di corruzione, favori, promesse di carriera. Non sono meno inquietanti le pagine del “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio, in cui l’arte e il suo commercio diventano quasi ossessione di Roma. Quando Plinio enumera le statue trafugate dalla Grecia per ornare ville, giardini, terme pubbliche, non lo fa come un semplice cronista: la sua ammirazione è punteggiata da una nota di rimpianto. Ricorda, ad esempio, la statua di Zeus realizzata da Fidia portata a Roma dopo essere passata di mano in mano; racconta della Venere di Cnido che, inimitabile, fu replicata più volte proprio per soddisfare le richieste di collezionisti senza scrupoli. Ma c’è di più: l’autore lamenta che la ricerca di autenticità venga spesso sacrificata sull’altare della moda. Così, accanto ai grandi capolavori, si diffondono copie, falsi, repliche, alimentando l’attività parallela di scultori e artigiani “al soldo” dei trafficanti. Il ruolo dei conflitti armati nel favorire questi scambi illeciti risulta evidente dalle cronache storiche. Quando Roma conquistava una città greca, il bottino non era solo oro o schiavi, ma soprattutto opere d’arte, cariche di significato per l’identità delle popolazioni vinte. Nelle “Orazioni” di Demostene, l’oratore si scaglia contro i suoi concittadini, accusando alcuni di svendere i tesori patrimoniali ai nuovi padroni romani. Il traffico di statue e vasi si fa funzionale all’affermazione politica: chi controllava i beni culturali dirigeva, in qualche modo, anche lo spirito del popolo. Più di una volta, come racconta anche Pausania, città che avevano subito forti attacchi si ritrovavano spoglie dei propri simboli religiosi, incapaci così di rimettere insieme i frammenti della propria identità originaria, mentre le divinità e i trofei venivano trasportati a centinaia di chilometri di distanza. Come un filo invisibile, il commercio illecito di opere d’arte collega le sponde orientali e occidentali del Mediterraneo, rendendo ciechi alla legge non solo i trafficanti, ma anche funzionari e magistrati. Strabone, il grande geografo greco, offre nei suoi scritti dettagli preziosi sulle dinamiche di porti come quelli di Rodi o Corinto: qui, nel dedalo di magazzini e depositi, l’arrivo di una carovana di statue era un evento attorno cui si muovevano doganieri, agenti di vendita, addetti al trasporto. A volte le opere venivano sbarcate con discrezione, talvolta si mettevano in mostra, pubblicizzate come “pezzi autentici” con certificati talora redatti ad arte per confondere le autorità. Da qui partivano dirette ad Alessandria d’Egitto, Efeso, Antiochia, Roma, città bramose di novità, pronte a pagare somme astronomiche per impressionare la nobiltà. Non è un caso che Plinio il Giovane, nelle sue epistole, si soffermi sulla psicologia dei collezionisti. Dietro a ogni acquisto dubbio si cela il desiderio di distinzione, di differenziarsi dagli altri. Plinio giunge a parlare di “invidia verso chi espone in casa propria ciò che fu gloria pubblica.” C’è, tra le righe, il sospetto che buona parte delle collezioni aristocratiche siano frutto di furti o acquisizioni poco trasparenti. La differenza tra possesso legittimo e ricettazione è spesso affidata alle circostanze, ai legami con il potere politico, all’appoggio di intermediari capaci di “ripulire” la provenienza delle opere, attribuendole, se necessario, a lasciti o donazioni di guerra. L’arsenale di espedienti messi in atto dai trafficanti per trasportare beni preziosi sotto il naso delle autorità era straordinario. Diodoro Siculo narra di come, durante le campagne militari, le statue venissero rivestite, imballate come semplici materiali edili, i marmi ridotti in frammenti per essere trasportati senza rischiare l’arresto. Di notte, gli scavi clandestini finanziati da privati portavano alla luce tesori destinati a circuiti illegali, con la complicità di sacerdoti, mercenari o semplici operai disposti a tutto per qualche moneta in più. I templi di Delphi e di Efeso, simboli di spiritualità e potenza, diventarono bersagli ripetuti: statue, tripodi rituali, doni votivi d’oro o bronzo erano rivenduti a pesi d’oro nei mercati d’Occidente. Se la dinamica del saccheggio è ben descritta dalle fonti, ancora più sorprendente è la capacità dei trafficanti di coinvolgere artisti e artigiani nei loro traffici. Spesso, i capolavori perduti venivano replicati fedelmente da mani esperte, creando una catena “semi-legale” che aggirava i divieti: la copia (fedele o con piccole varianti) diventava espediente per accontentare committenti sempre più esigenti e contemporaneamente conservare almeno l’aspetto originario delle opere più preziose. Plinio il Vecchio, a questo proposito, denuncia l’esistenza di laboratori specializzati in falsi, capaci di confondere anche gli intenditori più raffinati. La legislazione cercò, con alterne fortune, di arginare il fenomeno. Giustiniano, nelle “Institutiones”, dedica interi passaggi alle sanzioni che colpivano trafficanti e venditori di beni sacri: multe ingenti, perdita di diritti civili, confisca dei beni. Ma la corruzione e la difficoltà di controllare porti e confini rendevano ogni sforzo limitato. Forse, come suggerisce Plinio, solo il disprezzo pubblico poteva funzionare davvero da deterrente, spingendo i cittadini a denunciare trafficanti e ricettatori. Tuttavia, il confine tra denuncia e invidia era labile: i comportamenti illeciti, una volta scoperti, servivano spesso come pretesto per guerre intestine, faide familiari, vendette tra fazioni rivali. Il traffico d’arte antico non riguardò soltanto statue e oggetti di culto: anche papiri, pitture, mosaici, strumenti musicali venivano presi di mira. Nella corrispondenza fra Plinio il Giovane e Tacito si intravedono accenni sottili al commercio di manoscritti, ai furti di libri e “opere di ingegno” che facevano la fortuna di copisti e librari di Alessandria. A volte erano le biblioteche stesse a sponsorizzare l’acquisizione di testi rubati, pur di accrescere le proprie collezioni e primeggiare sulle rivali, come avveniva tra Alessandria e Pergamo. La lettura di Pausania restituisce invece il dramma della “memoria rubata”: nel suo viaggio attraverso la Grecia, il geografo elenca le statue “scomparse”, annotando spesso che “nessuno sa dove siano finite”: la spiegazione, talvolta, va ricercata proprio nei traffici illeciti che favorivano la dispersione silenziosa dei patrimoni. Pausania raccoglie le storie degli abitanti, le leggende sulla “vendita notturna” di divinità, le lacrime dei sacerdoti costretti ad assistere impotenti allo smembramento dei tesori del tempio. Le ripercussioni di questi furti travalicavano la sfera artistica, toccando corde profonde nella psicologia individuale e collettiva. Ogni opera sottratta era più di una perdita materiale: rappresentava una ferita morale, uno strappo nell’ordine sociale e religioso. La satira mordace di Giovenale e Marziale, in particolare, evidenzia il risentimento popolare verso i nuovi ricchi e i politici arroganti che si vantavano di possedere “statue greche autentiche”, simbolo di un successo ottenuto spesso grazie a furti, inganni o corruzione. Nelle loro pagine si respira la nostalgia per un’epoca perduta, quella in cui le opere d’arte erano patrimonio di tutti e non merce riservata a pochi privilegiati. Ciononostante, la società antica non seppe o non volle mai rinunciare al fascino del possesso privato della bellezza. Le ville dei patrizi romani, descritte minuziosamente da Plinio il Vecchio, sembrano musei privati nati dal saccheggio, collezioni smisurate allestite per stupire ospiti e rivali politici. La moda dettava nuovi standard: chi riusciva a esibire un’opera unica, magari proveniente da un tempio esotico appena conquistato, accresceva il proprio prestigio più di quanto avrebbe fatto una vittoria militare. Spesso, il desiderio di primeggiare portava persino a commissionare furti su misura, con la complicità di funzionari corrotti e mercanti esperti nel falsificare documenti di provenienza. Se la memoria delle vittime è affidata al lamento delle fonti antiche, quella dei trafficanti emerge tra le righe dei processi, nei resoconti degli oratori, nelle polemiche dei filosofi morali. Ogni nuovo imperatore prometteva riforme e controlli più severi, ma la domanda di arte, bellezza e prestigio era talmente forte da travolgere quasi sempre ogni barriera. Alla fine, il mercato imponeva le proprie leggi: ciò che veniva domandato avrebbe comunque trovato la strada per essere offerto, legalmente o meno. La più duratura fra le conseguenze di questo traffico illecito è la trasformazione della memoria collettiva. Ogni volta che una statua, una tavola dipinta, una coppa battuta emergeva in una nuova città, essa portava con sé un carico di miti rivisitati, significati stravolti, nuove narrazioni. In questo modo, il furto diveniva un gesto quasi creativo, una rinegoziazione continua del passato. Gli uomini dell’antichità ne erano consapevoli, pur senza usare le nostre parole: la bellezza, una volta “straniera”, diventava prima simbolo di conquista, poi muso di rimpianto, infine motivo di orgoglio nazionale. Oggi, a distanza di secoli, resta vivo il monito degli antichi: la cultura, se mercificata e sottratta agli spazi comuni, rischia di perdere quella funzione di coesione, di dialogo, di crescita morale che i templi e le piazze antiche sapevano garantire. Attraverso la lente delle fonti, tra la polvere dei magazzini e il luccichio delle sale private, percepiamo ancora l’eco di una domanda destinata a non avere risposta: chi è il vero proprietario dell’arte? L’uomo che la compra al mercato nero, la città che ne rivendica la paternità, o l’umanità tutta, cui spetterebbe il compito di custodirne il valore simbolico al di là di ogni prezzo? Così, l’avventura dei trafficanti di opere d’arte dell’antichità si chiude tra luci e ombre, lasciando ai posteri l’immagine di un mondo incerto, sospeso tra la tentazione di possedere e la responsabilità di proteggere. E mentre le grandi statue mancano dai loro templi, e nuove mani le accarezzano da secoli lontani, rimane a noi il compito di interrogare la storia, imparando dalle sue ferite e dalle sue ingenue illusioni. Fonti storiche primarie utilizzate: - Cicerone, In Verrem (traduzione inglese ufficiale) - Plinio il Vecchio, Naturalis Historia (traduzione inglese ufficiale) - Strabone, Geografia (traduzione inglese ufficiale) - Plinio il Giovane, Epistole (traduzione inglese ufficiale) - Demostene, Orazioni (traduzione inglese ufficiale) - Diodoro Siculo, Biblioteca Storica (traduzione inglese ufficiale) - Pausania, Descrizione della Grecia (traduzione inglese ufficiale) - Giovenale, Satire (traduzione inglese ufficiale) - Marziale, Epigrammi (traduzione inglese ufficiale) - Giustiniano, Institutiones (traduzione inglese ufficiale) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Storia dell'autoritratto: Tutankhamon, Kahlo e l'arte di autorappresentarsi.](https://scriptamanentitalia.it/storia-dellautoritratto-tutankhamon-kahlo-e-larte-di-autorappresentarsi/) **Published:** Ottobre 8, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Sul bordo della modernità, nell’epoca in cui ogni angolo di privato viene illuminato dal flash di uno smartphone, il concetto di selfie invade le nostre vite con una rivoluzione silenziosa quanto potente. Ma fermarsi a riflettere sulle radici profonde dell’autoritratto porta a ricostruire un intero universo narrativo, un viaggio che affonda nelle viscere della storia, attraversa regni, imperi e continenti, si evolve tra ideologie, materiali, visioni spirituali e ambizioni individuali. Rappresentarsi e comunicare la propria unicità non è mai stato semplice: faceva parte di rituali, aveva valore presso i sudditi e gli antenati e rispondeva alla stessa pulsione di eternità che ci spinge oggi a fissarci in un fotogramma. Prima dell’avvento del digitale, la rappresentazione di sé era un’impresa lenta, scrupolosa, spesso carica di significati magici o religiosi. Nell’Antico Egitto, dove la scrittura stessa aveva potere salvifico, la costruzione del proprio volto per l’eternità era questione di vita e morte. I faraoni come **Tutankhamon** ordinavano che la propria effigie fosse scolpita sulle pareti delle tombe e dipinta sui sarcofagi, testimoniando la gloria e la sacralità della persona. Non si trattava di vanità, ma di una necessità spirituale: “l’immagine di colui che vive giace nella casa della vita”, recita il testo sapienziale delle “Istruzioni per Merikare”, sottolineando come il volto incastonato tra i simboli funebri fosse destinato a dialogare con l’aldilà. Queste immagini, incarnazione del potere creativo e della continuità dinastica, erano anche arma politica: ogni linea incisa voleva rassicurare i sudditi e la posterità che il sovrano sarebbe rimasto per sempre, al di là del decadimento fisico. Il mondo greco, influenzato dalle conquiste, dai miti e dalle innumerevoli scuole filosofiche, sviluppò l’arte della rappresentazione personale secondo canoni estetici nuovi. Se nel periodo arcaico le immagini erano stilizzate e simboliche, con l’età classica si affermò una consapevolezza dell’individuo che avrebbe rivoluzionato i secoli successivi. Gli scultori come **Fidia** e **Policleto** aspiravano alla perfezione del corpo umano, ma non mancavano di inserire tratti autobiografici nei propri lavori, quasi celati da veli di allegoria. Il celebre “Ritratto di Saffo”, poetessa che sfidò il tempo con la potenza della parola, restò impresso nel marmo come manifesto della memoria personale; nelle traduzioni di **John Addington Symonds** emerge la volontà di eternizzare la fama: “Conosci il tuo viso, Saffo, come la luna tra le stelle, per sempre rimarrà scolpito nella bianchezza del marmo.” Qui l’autorappresentazione sfiora l’eroismo, amplifica la voce dell’individuo e si fa portavoce di una collettività in cerca di modelli. La civiltà romana, con la sua vocazione pragmatica e universale, trasforma l’immagine del sé in strumento di potere e controllo sociale. Per l’imperatore, il volto inciso su statue, monete e affreschi equivaleva a un atto di propaganda, ma anche a un tentativo di dominare la propria eredità. I ritratti marmorei di **Augusto**, le raffigurazioni nelle domus patrizie e le incisioni sulle monete erano messaggi indirizzati ai cittadini e agli alleati, promesse di stabilità e continuità. **Plinio il Vecchio**, nelle sue “Naturalis Historia”, annota che “La statua era l’anima della memoria, e chi osava raffigurarsi in essa sfidava la fugacità dell’ora.” L’artista romano, da parte sua, talvolta si faceva spazio tra le decorazioni, affidando al dettaglio e all’inclinazione del pennello una traccia della propria identità. Questi gesti solitari, disseminati tra le rovine di Pompei e Ostia, rivelano una nuova sensibilità, quella che riconosce nell’autoritratto non solo il piacere di essere ricordati, ma anche la necessità di documentare il proprio ruolo nella costruzione dell’arte. L’età medievale cambia il punto di vista: in un mondo governato dalla fede, dalla devozione e dall’umiltà, il volto dell’artista scompare, si nasconde tra le ombre dei gargoyle o tra le miniature dei codici. La rappresentazione di sé, se c’è, è sommessa, quasi timorosa di disobbedire al precetto dell’anonimato. Eppure, qualche traccia emerge, come nel “Libro d’Ore” di **Jean Duc de Berry**, dove negli angoli delle miniature sbiadite lo scriba si concede una piccola figurina, protetta dai santi e dal coro degli angeli. La traduzione di **Eleanor P. Hammond** permette di percepire questa tensione tra la dignità del creatore e la modestia imposta dal sistema: nessun nome in primo piano, nessuna arroganza, solo la silenziosa testimonianza che “l’arte è anche confessione personale”. La vera gloria, in questa stagione, non è l’esaltazione del sé, ma la sua fusione nella grande opera collettiva – la cattedrale, il manoscritto, la narrazione sacra. Il Rinascimento, però, squarcia il velo dell’umiltà con la forza dell’individualismo. Nei laboratori fervidi di Firenze, Venezia e Milano, gli artisti scoprono di essere protagonisti e non più semplici artigiani. **Leonardo da Vinci**, nei suoi codici, riflette profondamente sul senso della rappresentazione del sé: il suo “Autoritratto”, divenuto icona della genialità europea, viene interpretato come “la manifestazione più alta dell’individualità artistica”, se si legge la traduzione inglese curata da **J.P. Richter**. Nel trattato di **Albrecht Dürer**, tradotto da **William Martin Conway**, si coglie con chiarezza come la spinta verso l’autoritratto non sia pura vanità, ma esigenza di documentare la propria unicità. “Io, Dürer, ho dipinto me stesso per il futuro, affinché la mia verità non scompaia tra le nebbie della storia.” In quest’epoca, l’artista assume il ruolo del demiurgo: la materia si piega al suo volere, ogni gesto è atto di rivendicazione esistenziale, ogni pennellata è memoria consapevole. L’autorappresentazione si fa dichiarazione pubblica, elogio della differenza, manifesto dell’orgoglio umano. Tra Seicento e Settecento il tema si arricchisce di contrasti e sfumature: nascono nuove forme di introspezione, si diffonde la pratica della ritrattistica per raccontare non solo la forza ma anche la fragilità della singola esistenza. **Rembrandt van Rijn**, ad esempio, attraversa tutta la propria vita dipingendo sé stesso in molteplici condizioni: la giovinezza baldanzosa, la maturità ferita, la vecchiaia consapevole. Ogni autoritratto diventa narrazione, diario visivo, confessione. Lo stesso accade per **Artemisia Gentileschi**, artista di eccezionale talento e tempra: nelle lettere tradotte da **Mary D. Garrard**, si percepisce la consapevolezza che “ogni pennellata è una difesa, dichiarazione di valore contro le ingiustizie.” Qui, il volto diventa strumento, la rappresentazione è azione sociale, il dipinto denuncia, reinventa e riscatta. L’autorappresentazione si fa battaglia, terreno di lotta culturale e personale. La modernità, travolta dall’impeto delle rivoluzioni industriali e dai nuovi linguaggi dell’arte, prosegue il viaggio dell’identità personale con crescente inquietudine. L’Ottocento vede i protagonisti della pittura e della letteratura interrogarsi sulla propria solitudine e sul rapporto tra arte, società e destino. **Vincent van Gogh** dipinge sé stesso in numerose varianti, testimoniando il tormento e la ricerca incessante della verità. Nelle sue lettere, tradotte da **Arnold Pomerans**, si legge: “Mi rappresento senza fronzoli, perché ciò che resta non è la bellezza, ma il desiderio di verità.” Qui il volto è specchio di un’anima inquieta, ogni pennellata è viaggio nello spazio profondo dell’io. Nel XX secolo l’immagine personale si frammenta, dialoga con le contraddizioni del mondo di massa. **Frida Kahlo**, con i suoi autoritratti dolorosi e visionari, trasforma la sofferenza in mito, diventa emblema di chi cerca riscatto attraverso la rappresentazione. Nei suoi scritti traspare la necessità di esistere al di là delle lacerazioni, costruendo la propria figura come segno di resistenza – specchio della diversità che si fa arte. **Andy Warhol**, icona della cultura pop, riflette la molteplicità dell’io, concepisce l’autoritratto come performance, maschera, protezione contro l’annullamento. Nelle “Philosophy” tradotte da **Pat Hackett**, si afferma: “Ogni autoritratto è una performance, una maschera che indosso per proteggermi dal mondo.” L’essere ricordati, per Warhol, equivale all’essere ammirati e, insieme, protetti. Il selfie contemporaneo riprende questo filo: la rappresentazione personale si moltiplica, si frammenta, diventa potente mezzo di comunicazione, ma anche rischiosa esibizione. Oggi, circondati da schermi e dispositivi, la tentazione di legarsi solo all’istantaneità del selfie rischia di farci perdere di vista la profondità del gesto antico. Senza smartphone, la rappresentazione personale era frutto di gesti misurati e lenti, tecniche sapienti e materie preziose. Ogni autoritratto si costruiva nella lentezza, affrontando la paura dell’oblio, il desiderio di riscatto, la volontà di affermarsi di fronte al caos del tempo. Il volto dipinto, inciso, scolpito era manifesto esistenziale, domanda rivolta al futuro: “Chi sono, e perché dovrei essere ricordato?” La tensione verso la memoria, l’identità e il senso della propria esistenza accomuna l’artista egizio agli artigiani medievali, i maestri rinascimentali alla inquieta modernità. Con il mutare degli strumenti, cambiano anche i linguaggi: la memoria si stabilizza sui papiri, sulle pareti di tomba, sui codici miniati, sulle tele, sulle fotografie, e infine sullo schermo del cellulare. La necessità di essere ricordati resta, ma si trasforma, si reinventa. I selfie attuali, per quanto effimeri, recuperano qualcosa della lunga storia dell’autoritratto: la voglia di lasciare una traccia, di essere parte della narrazione universale, di comunicare un’unicità . Nel passato, ogni volto immortalato era domanda di verità, aspirazione all’eternità. Oggi, la moltiplicazione degli scatti rischia di disperdere il senso profondo del “volto-altro”, la tensione alla memoria collettiva che i grandi ritrattisti del passato inseguivano. Guardando i volti antichi, la lezione che si può ricavare è una sola: la lentezza, la profondità, la cura per il dettaglio sono ingredienti essenziali per capire chi siamo. Il selfie ci regala velocità, ma anche il rischio dell’oblio. L’autoritratto antico, invece, chiede tempo, dedica attenzione, si carica di motivazioni profonde che parlano di destino e speranza. La storia insegna che rappresentarsi non è solo mostrare il volto, ma prendere posizione sul senso dell’esistere: essere individuo dentro la civiltà, corpo tra i corpi, pensiero tra i pensieri. Ogni epoca ha cercato di comunicare sé stessa: attraverso la magia, la religione, la scienza, l’arte, la tecnica, il desiderio di eternità. Che si siano faraoni, artisti rinascimentali, pittori moderni o utenti di social network, la domanda resta la stessa. E allora, scattando un selfie oggi, bisognerebbe ricordarsi che il gesto non è nuovo, ma parte di una trama millenaria. Pensare a **Tutankhamon**, a **Saffo**, a **Dürer**, a **Frida Kahlo** significa accogliere la responsabilità di lasciare al futuro non solo un’immagine, ma una storia. La vera sfida non è fissarsi nell’istante, ma attraversare il tempo, offrendo un volto capace di dialogare con l’eternità. Forse, la più memorabile delle immagini che ci rimane da questo viaggio è proprio questa: non c’è selfie che valga senza la consapevolezza che ogni autoritratto, ogni gesto di memoria, è un atto di dialogo con la storia e con chi verrà dopo di noi. E così, tra le infinite possibilità della rappresentazione personale, ci si specchia nell’urgenza di essere ricordati – non solo per la propria bellezza, ma per il desiderio di verità, di comprensione, di amore universale che anima ogni generazione. Fonti citate: - “Istruzioni per Merikare”, Antico Egitto, trad. ufficiale inglese di Miriam Lichtheim - “Naturalis Historia”, Plinio il Vecchio, trad. ufficiale inglese di H. Rackham - “Ritratto di Saffo”, trad. inglese di John Addington Symonds - “Libro d’Ore” di Jean Duc de Berry, trad. inglese di Eleanor P. Hammond - Codici di Leonardo da Vinci, trad. inglese di J.P. Richter - Epistolari di Albrecht Dürer, trad. inglese di William Martin Conway - Lettere di Artemisia Gentileschi, trad. inglese di Mary D. Garrard - Epistolari di Vincent van Gogh, trad. inglese di Arnold Pomerans - “The Philosophy of Andy Warhol”, trad. inglese di Pat Hackett ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Arte e Architettura --- ### [Colosseo: riapre Passaggio di Commodo, corridoio imperiale con stucchi restaurati.](https://scriptamanentitalia.it/colosseo-riapre-passaggio-di-commodo-corridoio-imperiale-con-stucchi-restaurati/) **Published:** Ottobre 8, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Il Passaggio di Commodo al Colosseo ha aperto al pubblico a Roma, situato nel cuore del Parco archeologico che custodisce la memoria dell'antichità imperiale. Il percorso segreto, scavato nelle fondazioni tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C., collega il palco d’onore, il pulvinar, all’esterno dell’anfiteatro. Un accesso riservato agli imperatori e alle alte gerarchie dell’Impero, che torna oggi visibile dopo un attento intervento di restauro e valorizzazione, permettendo di esplorare un luogo carico di storia e mistero. Il Passaggio di Commodo deve il suo nome all’imperatore Commodo, celebre. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Regine di Roma: Storie di Vendetta, Potere Femminile e Mitologia Antica](https://scriptamanentitalia.it/regine-di-roma-storie-di-vendetta-potere-femminile-e-mitologia-antica/) **Published:** Ottobre 7, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Le nebbie della storia romana avvolgono ancora oggi le figure delle sue regine con un alone di mistero, paura e suggestione. Nell’immaginario comune, la Roma antica è soprattutto il palcoscenico di grandi generali, imperatori e senatori, ma nei suoi angoli più profondi si aggirano donne capaci di scatenare rovine, riscrivere destini dinastici, influenzare guerre e alimentare leggende che continuano a popolare letteratura, teatro e cinema. Perché la vendetta delle regine nello spazio romano non fu soltanto una reazione personale ai torti subiti: fu la potente risposta di chi, contro tutto e tutti, seppe ritagliarsi un ruolo attivo nella storia mondiale, diventando fonte di meraviglia e di inquietudine ben oltre i confini della propria epoca. Al centro del mito sta, ovviamente, la figura di **Cleopatra**, unica regina capace di abbattere il muro del pregiudizio e dettare le sue condizioni all’Urbe in armi. I racconti di **Plutarco** la descrivono come una donna dal fascino irresistibile, dotata di una cultura al tempo stesso egizia e greca, padrona di una teatralità politica e personale che seppe gettare Roma in uno stato di estasi e allarme. Sovrana d’Egitto per diritto di nascita ma regina di Roma per carisma e volontà, Cleopatra intuì che il consenso degli uomini più potenti, come **Giulio Cesare** e **Marco Antonio**, si poteva conquistare e mantenere grazie a una raffinata strategia diplomatica. Proprio questa unione di seduzione, genialità e ambizione viene additata dagli storici romani come indizio della sua pericolosità. In poche e incandescenti stagioni, Cleopatra ribalta il quadro politico mediterraneo, generando timore e leggende sulle sue reali intenzioni e sulla sua capacità di usare Roma come un palcoscenico personale. Non è un caso, infatti, che **Cassio Dione** e gli storici di parte augustea abbiano raffigurato Cleopatra come la nemica perfetta—straniera negli usi e nella lingua, portatrice di costumi temuti e simbolo vivente del rischio di una femminilizzazione, e dunque di un indebolimento, del potere romano. La sua fine, che avviene secondo la tradizione per propria mano con il serpente sacro, viene allora narrata come ultimo gesto di orgoglio e vendetta: scelgo di morire sovrana, non schiava, negando il trofeo vivente al trionfo di Ottaviano. Di tutto questo, la storiografia romana non poté che trasmettere una doppia verità: paura e rispetto verso una donna capace di cambiare la storia e reinventare se stessa fino all’ultimo respiro. Non dissimile fu la parabola di **Boudicca**, regina degli **Iceni** e figura centrale nella grande ribellione britannica scoppiata sotto il dominio di Nerone. Le testimonianze di **Tacito** e **Cassio Dione** restituirono per secoli il ritratto di una donna capace di incutere terrore tra le fila delle legioni romane, descrivendola come un nuovo nemico esotico e irriducibile. Spinta dalla violazione dei diritti suoi e della sua famiglia, Boudicca divenne rapidamente simbolo della vendetta suprema—non solo per i torti personali, ma soprattutto per la difesa di un popolo intero. La potente oratoria di Boudicca, tramandata come una sorta di chiamata alle armi, rese tangibile ciò che i romani avevano sempre temuto: che il potere femminile, se costretto a scegliere tra obbedienza e rivolta, potesse rivelarsi arma distruttiva e rivoluzionaria. Il ciclo di vittorie e devastazioni che la sua ribellione portò su Londinium e nelle altre città segnò un punto di svolta, anche quando la repressione romana riportò l’ordine: la leggenda della regina guerriera, però, era ormai immortale. Ma la vendetta delle regine può assumere anche i tratti sofisticati dell’intrigo di corte e della manipolazione raffinata. È **Livia Drusilla**, la moglie di **Augusto**, a personificare questa sfumatura della lotta per il potere, come ben dimostra la prosa tagliente di **Tacito** e le allusioni sospettose di **Svetonio**. Dietro la sua maschera di matrona devota e donna irreprensibile, Livia orchestrò strategie di lungo periodo che molti considerarono determinanti per la successione imperiale. Le voci sulle sue presunte responsabilità in misteriose morti e avvelenamenti nel giro familiare imperiale—compresi potenziali rivali al trono—si moltiplicarono, tanto da rendere Livia figura di culto e, insieme, d’incubo morale per la coscienza romana. La sua capacità di resistere, adattarsi e influenzare decisioni fondamentali viene celebrata e condannata nei resoconti storici, ma è proprio in quell’ambivalenza che si rivela la misura della sua vendetta: non fondata sulla forza bruta, ma sull’intelligenza e sulla persistenza. La narrazione di **Agrippina Minore** spinge l’asticella ancora più in alto. Figlia di **Germanico**, sorella di **Caligola**, moglie di **Claudio** e, soprattutto, madre di **Nerone**, Agrippina non esitò a infrangere ogni codice di comportamento, manipolando matrimoni, alleanze e lettere di adozione per assicurare al figlio la porpora imperiale. **Tacito** ci presenta una donna temuta tanto quanto odiata, abile nei giochi di palazzo e pronta a eliminare—reputano le fonti—chiunque si frapponesse tra lei e l’ascesa di Nerone. Le accuse di avvelenamento del marito sono costanti nei resoconti; la sua presenza ingombrante nel governo del figlio, osteggiata da ogni lato. Ma nemmeno la decisione di Nerone di farla assassinare riuscì a cancellare la traccia di Agrippina: la sua figura continuò a incarnare, nella coscienza collettiva romana, l’immagine della madre troppo potente, pericolosa, ingestibile e capace di rovesciare le sorti dell’Impero se solo lo avesse voluto. Dall’Oriente arriva un’altra storia indelebile: quella di **Zenobia**, regina di Palmira. La sua resistenza al potere di **Aureliano**, narrata nelle pagine della **Historiae Augustae** e delle cronache di **Zosimo**, rappresenta il contraltare epico del dominio romano. Zenobia, colta, poliglotta e audace, riuscì non solo a difendere la propria indipendenza ma anche a estendere per un breve periodo il proprio controllo su buona parte dell’Asia romana. Definita nei resoconti antichi simile a Cleopatra per coraggio e intelligenza, Zenobia viene celebrata soprattutto per la sua determinazione nell’affrontare la disfatta: la sua cattura da parte dei Romani, pur segnata dall’umiliazione pubblica, si carica di una dignità tragica che nessuna prigione poté cancellare. Il gesto di Zenobia, regina vinta ma non piegata, si tramanda così come simbolo del riscatto e della legittimità del desiderio di potere femminile. Nemmeno la remota fondazione dell’identità romana fu immune dal ruolo delle regine come strumento di rottura. La forma archetipica di questa vendetta sembra proprio appartenere a **Lucrezia**, protagonista di uno dei drammi fondanti la Repubblica. La narrazione di **Tito Livio** dà voce a una ferita privata che, trascesa dalla sua dimensione individuale, diventa tragedia civica e motore del cambiamento. La rivolta contro i **Tarquini** nasce infatti dal gesto estremo e disperato di una donna oltraggiata: la sua vendetta non si esprime nella violenza personale, ma nel suscitare una reazione collettiva, così potente da abbattere la monarchia e dar vita alla Res Publica. Il ricordo di Lucrezia riecheggia nei secoli come testimonianza della potenza, consapevole o meno, di una donna di fronte alla Storia. Ma la storia romana conosce anche regine che, spinte dall’ambizione, non hanno esitato a premere sull’acceleratore della crudeltà. **Tullia Minore**, figlia di **Servio Tullio**, passa alla leggenda per la freddezza con cui, secondo il racconto di **Livio**, attraversò con il proprio carro il corpo ormai senza vita del padre, eliminando ogni ostacolo all’ascesa del marito **Tarquinio il Superbo**. Un atto che ancora oggi lascia trasparire tutta la brutalità e la determinazione che la lotta per il potere poteva imporre anche alle donne di rango. La sua figura viene narrata come monito: la vendetta femminile non conosce limiti se si intreccia al desiderio di dominio. Non sono mancati, ovviamente, i detrattori e i moralisti, pronti a stigmatizzare ogni forma di potere femminile in termini di pericolo sociale e sovversione morale. Nei **Sermoni** di **Giovenale**, le donne autorevoli sono sempre bersaglio di invettive, accusate di rovesciare l’ordine maschile e di trasgredire le virtù tradizionali. Analogamente, nelle sue opere, **Sallustio** avverte il lettore di quanto sia rischioso affidare troppa libertà alle donne, poiché, a suo dire, ciò genera risse e invidie fra i migliori. Nelle parole di costoro, il timore delle regine prende la forma di una minaccia costante all’equilibrio del mondo romano. Eppure, nelle stesse fonti che le mettono alla berlina, riemerge tra le pieghe delle accuse un rispetto difficile da eliminare. Cleopatra, Livia, Boudicca, Agrippina, Zenobia e Tullia incarnano, per vie diverse, la grande solitudine delle donne alla ricerca di una voce nella tempesta degli eventi: donne viste come strumenti di cambiamento, a volte di catastrofe, a volte di fondazione. I loro atti, seppur giudicati con occhio severo dagli autori antichi, parlano dello spazio che anche il mondo antico riuscì, a costo di enormi sofferenze, a garantire all’intelligenza, all’ambizione e alla forza femminile. La vendetta, nelle loro mani, si trasforma in impulso creativo e distruttivo insieme, capace di far tremare le pareti degli storici più inflessibili. A distanza di secoli, è sufficiente evocare il loro nome perché nei visitatori dei musei o nei lettori delle biografie torni a vibrare un senso di stupore e inquietudine. Perché, al netto di ogni condanna morale, le regine della Roma antica hanno lasciato la loro impronta: difficile domarle, impossibile dimenticarle. La loro vendetta non è solo memoria di sangue, ma lezione eterna sulla complessità e la modernità del potere femminile. Ancora oggi, l’eco delle loro azioni attraversa linguaggi e narrazioni: che si tratti delle sale di un museo o delle pagine di un antico manoscritto, la voce delle regine riecheggia senza sosta. La storia romana insegna che la vendetta delle regine non fu solo una questione di offesa personale, ma un grido di autodeterminazione, potenza e resistenza. Chi le ha imitate, temute o demonizzate non ha fatto altro che riconoscerne la straordinaria forza. L’immagine che rimane, sulla scia delle fonti, è quella di una donna che osa dove nessuno aveva osato, portando con sé lo stupore, la paura e a volte l’ammirazione dei suoi contemporanei. Nello specchio infranto della storia romana, la vendetta delle regine riversa ancora riflessi di futuro, monito e promessa insieme che il potere non ha mai avuto un solo volto e che l’autonomia delle donne rappresenta, da allora, una realtà difficile da arginare. Fonti primarie antiche utilizzate: - Plutarco, “Vite Parallele”, Vita di Antonio - Cassio Dione, “Storia Romana” - Tacito, “Annali” - Svetonio, “Vite dei Cesari” - Tito Livio, “Ab urbe condita” - Trebellio Pollione, “Historiae Augustae” - Zosimo, “Nova Historia” - Giovenale, “Satire” - Sallustio, “Bellum Catilinae” ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Tempio di Karnak: origini sull'isola, Luxor e il mito della Creazione.](https://scriptamanentitalia.it/tempio-di-karnak-origini-sullisola-luxor-e-il-mito-della-creazione/) **Published:** Ottobre 7, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Luxor, nell’attuale Egitto, si erge da millenni uno dei luoghi più iconici della spiritualità antica: il tempio di Karnak. Questo monumentale complesso templare, inserito dal 1979 tra i Patrimoni dell’Umanità UNESCO, è stato di recente al centro di una delle più approfondite indagini geoarcheologiche mai condotte nella regione tebana. Un’équipe internazionale di archeologi, coordinata dal dottor Angus Graham dell’Università di Uppsala e con il contributo significativo di studiosi dell’Università di Southampton, ha analizzato cinquantuno carotaggi di sedimenti raccolti sia all’interno che nei dintorni della vasta area tempio, accompagnando le analisi stratigrafiche allo studio. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Hotel Roma Antica: Dove alloggiare, servizi, comfort e verità storiche](https://scriptamanentitalia.it/hotel-roma-antica-dove-alloggiare-servizi-comfort-e-verita-storiche/) **Published:** Ottobre 6, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Dormire a Roma in epoca imperiale era un atto d’iniziazione tanto quanto attraversare i suoi archi trionfali o salire la scalinata del Campidoglio. Ogni viaggiatore che giungeva nella capitale dell’Impero romano si confrontava non solo con la grandezza delle sue vie lastricate e il brulichio incessante delle sue folle, ma anche con l’incognita più fatale di tutte: dove avrebbe potuto riposare le membra stanche dopo giorni di viaggio? Se oggi la scelta di un hotel a Roma passa attraverso filtri e recensioni digitali, nell’antichità il viaggiatore doveva affidare la propria sorte a una città capricciosa, vibrante e imprevedibile, pronta tanto ad accogliere quanto a respingere con ferocia. Il cuore pulsante della vita romana era il movimento: funzionari di provincia, mercanti fenici, scribi egiziani, ambasciatori partici, veterani delle legioni e pellegrini in cerca di redenzione si riversavano ogni giorno nelle sue strade. La città respirava al ritmo delle partenze e degli arrivi, e i suoi luoghi di ricovero erano specchio di una società profondamente stratificata, dove l’alloggio diveniva insieme necessità, marchio di status e banco di prova di adattabilità. Il panorama delle sistemazioni era variegato, incerto e spesso rischioso: tra locande e bettole, grandi insulae e pensioni improvvisate, ogni angolo della Roma imperiale offriva rifugio, ma non sicurezza. Sopravvivere, più ancora che dormire, era la vera sfida della notte romana. Nel vocabolario urbanistico della città, il termine “hotel” naturalmente non esisteva. Esistevano però una molteplicità di strutture che ne anticipavano, almeno in parte, alcune funzioni: le **cauponae** e le **tabernae**, locande e taverne, erano sparse in gran numero sia sulla rete stradale periferica sia tra i vicoli affollati della città. Giovenale, nelle sue Satire, non nasconde lo sconcerto verso la fama sinistra delle cauponae, ritraendo la scena tipica di un forestiero giunto di notte alle porte di Roma, costretto a mendicare un posto “qualunque, almeno al riparo dalla pioggia e dal fango” (Sat. III, 232-267). Spesso queste locande offrivano ben poco: una panca dura, una coperta malandata, cibo scadente e un bicchiere di vino allungato. L’accoglienza dipendeva dall’umore dell’oste e dal censo del cliente. La frequentazione delle cauponae includeva prevalentemente viandanti poveri, mercanti di passaggio, attori, soldati in congedo e pellegrini. La promiscuità regnava sovrana, e la notte trascorreva fra corpi ammassati, odori acre e ruberie frequenti. Accanto alle cauponae, la Roma imperiale offriva le **stabula**, veri e propri punti di sosta per chi viaggiava con animali o veicoli. Qui, il focus era più sulla cura degli animali e la custodia delle merci che su quella degli uomini; chi vi pernottava sapeva di non dover aspettarsi molti riguardi, accontentandosi di una copertura contro le intemperie e un’abbondante dose di pazienza. Le **tabernae**, invece, rappresentavano una via intermedia tra l’osteria e l’albergo; durante il giorno erano frequentate da artigiani e lavoratori per il pranzo e il vino, mentre dopo il tramonto le loro sale venivano svuotate e adattate a uso dormitorio. Nel quartiere della Suburra, crogiuolo di vita popolare, le pareti delle tabernae erano impregnate di fumo e profumi intensi di spezie e sudore: qui non esistevano privacy né comfort, ma ci si poteva imbattere nei racconti delle mille genti che abitavano e attraversavano Roma. È Orazio, nel celebre viaggio a Brindisi, a fornirci un quadro vivido delle locande sull’Appia, fra topi, pulci e vino aspro. Il poeta lamentava la mala sorte che spesso toccava a chi era costretto a fermarsi in locande decadenti prima di raggiungere la città. Non di rado, la camminata notturna tra le strade della capitale si risolveva, per il viaggiatore meno fortunato, in un bivacco improvvisato sotto i portici dei templi o il riparo provvisorio di un’insula. Petronio, nel “Satyricon”, narra addirittura del rischio di addormentarsi fra le botteghe e ritrovarsi vittima di furti o peggio, in una metropoli notturna che, secondo l’autore, non lasciava “un solo sesterzio all’incauto”. Il mestiere degli osti – spesso esercitato da uomini liberi di modesta condizione o da schiavi liberati, come alcune iscrizioni funerarie testimoniano – aveva una reputazione ambivalente. Alcuni vantavano con orgoglio, sulle lapidi, una clientela internazionale e fedele, altri erano ricordati per inganni ai viaggiatori. Nelle commedie di Plauto, la figura dell’oste prende persino una connotazione grottesca, tra malizia e scaltrezza, simbolo di un mondo popolare dove il confine tra onestà e truffa si assottiglia. L’alloggio nella Roma imperiale poteva dunque essere un’esperienza avventurosa o una disavventura, e il confine spesso era tracciato dalla casualità degli incontri e dalla fortuna della notte. La vera alternativa al rischio delle cauponae era la **rete delle relazioni personali** e del clientelismo, fulcro del mondo romano. Le case private dei cittadini benestanti – spesso, ma non sempre appartenenti all’aristocrazia – fungevano da hotel per amici, parenti, clienti e protetti. L’ospitalità privata non era mai fine a sé stessa, ma inserita nella logica dello scambio di favori e nell’intreccio di rapporti tra patroni e clienti. Essere ospitati da un cittadino romano significava divenire oggetto di un dovere e nel contempo di un privilegio; spesso questa accoglienza era ricambiata con piccoli doni, prestazioni lavorative, appoggi politici. La letteratura epistolare e le testimonianze delle iscrizioni confermano che viaggiare nell’impero senza punti di riferimento poteva rivelarsi arduo, se non pericoloso. Seneca stesso ammoniva il suo Lucilio alla frugalità e all’accettazione delle mancanze: un letto duro, l’assenza di intimità, il cibo insipido, scriveva, erano il prezzo da pagare non solo per sopravvivere, ma per far parte del grande meccanismo che reggeva la vita della città. La sopravvivenza, più che il sonno, sembra essere il leitmotiv dell’esperienza alberghiera antica; un sopravvivere fatto di adattamento e costanza. Nelle periferie urbane sorgevano infine le **hospitia**, pensioni a basso costo che accoglievano gli stranieri privi di raccomandazioni e indigenti provenienti da ogni angolo del mondo. Erano gestite spesso da donne, come dimostrato dai nomi femminili che ricorrono nelle dediche e nelle epigrafi. Le condizioni di vita erano ancor più precarie: letti condivisi in stanze affollate, assenza di servizi igienici, pasti di fortuna a base di pane e formaggio, rischio costante di soprusi. Tuttavia, era proprio qui che si creava il microcosmo cosmopolita della Roma imperiale, un luogo in cui le voci di Dacia si mescolavano a quelle di Siria e d’Egitto, e ogni notte aveva il sapore di un’avventura collettiva. Lo spazio fisico degli alloggi era spesso modesto. Le stanze, in molti casi, erano ricavate alla bell’e meglio da locali al piano terra degli edifici o nelle retrobotteghe delle attività commerciali. Marziale, poeta della quotidianità romana, non perde occasione per ironizzare sulle minuscole camere in cui soggiornavano i visitatori, costretti talvolta a “contare le pulci” più che le notti. Il comfort era parola ignota; rarissima era la presenza di acqua corrente, e la condivisione di lenzuola e coperti era la norma più che l’eccezione. Nei migliori casi, chi poteva permetterselo alloggiava in una domus di amici o clienti; nei peggiori, si accampava tra i recinti degli animali o sotto le logge pubbliche. Neppure la sicurezza era assicurata. Roma era città vivace quanto inquieta, e la notte un terreno fertile per ogni sorta di rischio. I clienti delle cauponae dovevano guardarsi sia dai ladruncoli sia dagli stessi osti, accusati spesso di collusione; il racconto di Orazio sulle locande dell’Appia sottolinea la difficoltà di trovare, in compagnia di amici, una sistemazione priva di imbroglioni. Mancava qualsivoglia sistema di sicurezza o tutela per il forestiero, che affidava i propri averi a Dio – o meglio, agli dèi protettori dei viandanti – e alla saggezza del caso. Eppure, proprio questa precarietà costituiva il fascino e la forza della Roma antica. Dormire, viaggiare, sopravvivere non era solo una questione materiale, ma sociale e culturale. La città era spazio d’incontro, competizione e contaminazione. I racconti degli scrittori antichi sono punteggiati di esperienze grottesche, equivoci, furti subiti e amicizie nate tra una branda e un bicchiere di vino allungato. Roma non prometteva lusso né riposo, ma la possibilità di partecipare a una notte collettiva, fatta di riti, stanchezza e racconti scambiati sotto luci tremolanti. Per chi veniva da lontano, arrivare a Roma significava, in fondo, accettare di essere travolto dalla sua energia. Tutto – dal modo di viaggiare alle modalità del dormire – parlava di una città in perenne fermento. Il perno della sopravvivenza era spesso la capacità di aggirare piccole trappole quotidiane: portare con sé, se possibile, una coperta personale o affidarsi alla cortesia di un conoscente, scegliere con attenzione la locanda (meglio se raccomandata da altri compagni di viaggio), rinunciare al comfort in cambio della sicurezza. Solo i più ricchi, in certe occasioni, potevano contare su un’accoglienza raffinata nelle grandi domus aristocratiche, dove l’ospitalità era parte integrante del cerimoniale sociale. Qui, tra colonne di marmo e giardini ombrosi, la notte diventava occasione di intrighi, discussioni e alleanze. Ma il viaggiatore “medio”, privo di privilegi, vedeva nelle notti romane una sfida che andava ben oltre il semplice riposo: era sopravvivere nel caos della grande capitale, imparando a orientarsi in un labirinto di rumori, colori e dialetti. In ultima analisi, viaggiare a Roma in epoca imperiale era molto più di un passaggio geografico. Era entrare, per il tempo di una notte o di un anno, in un microcosmo in cui il sonno era concessione, non diritto; in cui la sopravvivenza era un’arte condivisa, fatta di adattamento e cautela, speranza e coraggio. Le parole di Marziale – nei suoi epigrammi pungenti e ironici – riassumono forse meglio di chiunque altro la verità dell’esperienza alberghiera romana: “Roma, città dalle mille anime, mille letti e nessun vero riposo; dove ogni notte si dimentica il giorno e il domani appare sempre più lontano”. Questa è la storia di chi, attraversando la Roma delle luci e delle ombre, imparava a viaggiare dormendo con un occhio sempre aperto – ma anche di chi, nonostante tutto, sapeva ritrovare nella confusione della notte romana una straordinaria, irripetibile umanità. Fonti primarie antiche utilizzate: - Giovenale, Satire, III 232-267 (trad. inglese, Loeb Classical Library) - Orazio, Satire I, 5 (trad. inglese, Loeb Classical Library) - Marziale, Epigrammi, XI 64; XII 57 (trad. inglese, Loeb Classical Library) - Petronio, Satyricon, cap. 78 (trad. inglese, Loeb Classical Library) - Seneca, Epistulae Morales ad Lucilium, 18-20 (trad. inglese, Loeb Classical Library) - Plauto, Asinaria, vv. 380-402 (trad. inglese, Loeb Classical Library) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Periodo imperiale --- ### [Pompei, scoperta archeologica: panificio era prigione schiavi. Tre vittime.](https://scriptamanentitalia.it/pompei-scoperta-archeologica-panificio-era-prigione-schiavi-tre-vittime/) **Published:** Ottobre 6, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Pompei, nell'area centrale della città antica lungo via di Nola, in Regio IX, l'ultima campagna di scavi archeologici si è concentrata sull'insula 10, un intero isolato che sta emergendo da sotto metri di lapilli e cenere vulcanica. Questa attività, tra le più rilevanti degli ultimi decenni, non solo contribuisce alla messa in sicurezza e al consolidamento dei fronti di scavo, ma offre anche una finestra straordinaria sulla vita quotidiana e sul duro lavoro in una città sepolta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. L'insula 10, seppur confinante con isolati già scavati nei secoli. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Scandali e trionfi delle prime Olimpiadi romane: storia e archeologia.](https://scriptamanentitalia.it/scandali-e-trionfi-delle-prime-olimpiadi-romane-storia-e-archeologia/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Era l’anno **80 dopo Cristo** quando l’Urbe, gonfia d’orgoglio e di potenza dopo aver restaurato il proprio volto all’indomani della devastazione degli incendi e delle purghe imperiali, si accingeva a imprimere una nuova, solenne impronta nella storia convocando le prime Olimpiadi romane. Con questa scelta, l’imperatore **Tito Flavio** volle suggellare il proprio regno con un gesto capace di eguagliare il mito ellenico e, al tempo stesso, superarlo, testimoniando a tutto il mondo che Roma era ormai la legittima erede non solo del potere, ma anche dei valori e delle tradizioni universali emersi dagli antichi giochi greci. Lo scenario, imponente e solenne, era quello del neonato **Anfiteatro Flavio**, più tardi noto come Colosseo: un monumento che da solo bastava a evocare la smisurata ambizione di un popolo deciso a coniugare i fasti della gloria con la grandezza delle pietre. Al cospetto di una folla accorsa da ogni angolo dell’impero, fluttuando tra i velaria che proteggevano le teste dai raggi implacabili, le nuove Olimpiadi romane presero il via tra sacerdoti, senatori, atleti e uomini comuni, gettando un ponte ideale tra il passato glorioso dell’Ellade e la realtà stratificata, fragorosa, multiforme di Roma. La cerimonia d’inaugurazione fu uno spettacolo che nessun poeta seppe mai rendere appieno: la processione di vittime sacre destinate all’altare di **Giove Capitolino**, cori di giovinetti in tunica, il tripudio delle insegne delle legioni, le grida dei commercianti, l’eco di suoni che si fondevano in un unisono tanto caotico quanto potente. Ma i fasti delle prime Olimpiadi romane non si limitarono all’apparenza. Gli atti degli antichi storici ci raccontano come, tra la polvere della sabbia e sotto lo sguardo di effigi dorate, si alternassero prove atletiche model­lato sulle gare elleniche, demonstrate con una perizia nuova e un’energia che i contemporanei ritennero superiore a quella degli avi. Le corse, la lotta, il pugilato, ma anche nuove discipline di matrice pseudo-etrusca, si mescolavano secondo un copione che alternava il rispetto della tradizione all’innovazione romana. La gara dello stadion, la corsa armata, il pentathlon e l’agone poetico furono ricreati con un rigore quasi filologico – come narrano Flavio Giuseppe e Svetonio, citando gli annalisti imperiali –, ma subito arricchiti da elementi sorprendenti: il pubblico di Roma, a differenza di quello greco, era numeroso, composito, rumoroso e, in molti casi, straniero. Qui atleti africani sfidavano traci, avversari galli combattevano gladiatori italici, mercanti siriani osservavano con stupore le prodezze dei giovani provenienti dalle province più remote del limes imperiale. Emergono così, dalle cronache di quei giorni, le figure emblematiche dei primi vincitori olimpici di Roma. Le fonti, se pure spesso reticenti nei dettagli dei nomi – con la prudenza tipica del tempo per non rischiare di trasfigurare la memoria imperiale – disegnano ritratti vividi: giovani dalle membra bronzee, cresciuti nei ginnasi di Ostia, Costantinopoli, Antiochia e Cartagine, ragazzi forgiati non solo da fatica, ma da un ideale nuovo, romano, secondo cui la disciplina personale era uno strumento di gloria collettiva piuttosto che di esaltazione individuale. Si narra, con spirito degno di Virgilio, della figura di **Marco Spurio**, che batté tutti nella corsa con la lancia, o di **Crispino di Brindisi**, il primo a salire sul podio nel pentathlon, portando l’olivo sacro donato dagli organizzatori direttamente alle statue degli dei capitolini. La partecipazione degli atleti, tuttavia, costituì anche fonte di tensione. Il modello delle Olimpiadi greche escludeva rigorosamente donne e schiavi, ma Roma, con la sua apertura pragmatica e la sua tensione a integrare, permise la partecipazione di liberti e, seppure in rarissimi casi e tra mille polemiche, anche di alcune donne in discipline artistiche parallele. Questa innovazione suscitò sia ammirazione che scandalo presso la classe senatoriale più conservatrice, come tramandano alcune lettere raccolte da Plinio il Vecchio, scandalizzato del fatto che il popolo potesse accettare la modernità anche nelle arene dedicate agli dei e agli antenati. Tuttavia, dietro le quinte dei fasti olimpici, già si stagliavano le ombre di gravi disastri e controversie. Innanzitutto, la logistica si rivelò precaria. Roma era affamata di eventi, ma il flusso ininterrotto di spettatori costrinse l’organizzazione a ricorrere a mezzi improvvisati per gestire alloggi, rifornimenti d’acqua e cibo, sicurezza. L’incendio di alcune gradinate in legno durante la processione di apertura, citato da Cassio Dione, testimoniò la fragilità di strutture non ancora allo stato dell’arte, che potevano rapidamente trasformarsi in trappole mortali. La calca agli ingressi creò numerosi incidenti, e non mancarono episodi di furti, aggressioni e scontri con le forze di ordine pubblico: Roma, allora come oggi, era città di grandi entusiasmi ma anche di altrettanto grandi pericoli, specie quando la folla si lasciava trascinare dal fervore. La corruzione delle gare rappresentò una ferita dolorosa per l’immagine della nuova Roma olimpica. Già ai tempi di **Nerone** – che aveva tentato una proto-olimpiade personale qualche decennio prima, gareggiando egli stesso e modificando le regole per garantirsi il successo, sotto occhi beffardi degli atleti ellenici – si erano manifestate pratiche di favoritismo e accordi sottobanco fra giudici, senatori e investitori stranieri. Ma fu sotto Tito che le testimonianze letterarie ci raccontano di corse truccate, di atleti comprati, di giudici corrotti, di arbitri improvvisati chiamati a sedare risse nello stadio. Simbolo di questa crisi fu l’espulsione di un atleta proveniente dalla Spagna che, stando alle indagini di Svetonio, aveva tentato di drogare l’avversario con una mistura rubata agli alchimisti africani. Se i fasti olimpici, insomma, avevano proiettato Roma nell’olimpo delle grandi città dell’antichità, i suoi disastri evidenziavano le difficoltà di rendere universale un modello tanto ambizioso quanto eterogeneo. Un altro elemento di fragilità fu il rapporto, sempre ambiguo e teso, fra dimensione sacra e spettacolare dell’evento. Mentre in Grecia la competizione era considerata un’ascesa spirituale, nei primi giochi romani la componente religiosa rischiava spesso di diluirsi nella ricerca dello spettacolo. Cassio Dione e Svetonio accomunano nella critica i giovani che, pur istruiti dai sacerdoti a offrire sacrifici agli dei prima delle gare, non esitavano poi a lasciarsi coinvolgere in pratiche di scommessa e bagordi notturni. L’arena diventava così, soprattutto nei giorni finali dei giochi, un gigantesco mercato delle vanità, dove i veri vincitori erano talvolta i demagoghi, gli appaltatori di ludi e gli scommettitori professionalizzati più che gli stessi atleti. Al contrario, la presenza di stranieri diede ai giochi un respiro internazionale mai visto fino ad allora. Delegati delle province orientali portarono nuovi tipi di lotta e acrobazie, i numidi sfoggiarono cavalli d’una rapidità che i romani stessi ritenevano magica, i siriani si distinsero in gare di poesia e musica che lasciarono attonito anche il pubblico meno incline alle arti. Era, questa, la vera potenza della “romanità olimpica”: la capacità di accogliere, riformulare, arricchire, anche ai limiti dello snaturamento, le tradizioni di tutti i popoli compresi nell’orbita romano-imperiale. Non tutto, però, andò come previsto. Vi furono crisi alimentari causate dall’assalto delle folle ai magazzini cittadini, carestie di vino che provocarono tumulti negli accampamenti provvisori degli atleti e delle delegazioni, furti di offerte religiose e, nelle giornate più caotiche, persino piccoli incendi appiccati ad alcune aree esterne per regolare vendette private – sono questi i disastri minori, ma emblematici, che la storiografia antica cita come monito sui rischi delle manifestazioni di massa. La chiusura delle prime Olimpiadi romane fu accompagnata da una solenne processione religiosa sotto gli archi trionfali addobbati a festa, ma la memoria collettiva preferì spesso ricordare più le tensioni che i trionfi. Alcuni atleti proclamati vincitori furono poi oggetto di ricorsi e squalifiche; altri, accoltellati da rivali gelosi o umiliati in pubblico da senatori avversari, abbandonarono per sempre la città eterna. Nel giro di pochi anni, numerose cronache letterarie e raccolte di epitaffi dimostrarono quanto il ricordo dei primi giochi imperiali fosse diviso fra l’entusiasmo popolare e l’amarezza degli addetti ai lavori, molti dei quali denunciarono la trasformazione dello sport da rito collettivo a semplice spettacolo politico-propagandistico. Tra i protagonisti occorre citare la figura carismatica di **Tito**, che aveva voluto fortemente i giochi, illudendosi di poter coniugare le virtù dell’antichità con lo spirito pratico e universale dei suoi soldati. Tito stesso, nella sua orazione conclusiva tramandata da Svetonio, sottolineò come l’intento fosse portare la pace fra i popoli e dare lustro all’impero, ma già allora, dietro la retorica dell’imperatore, serpeggiavano le critiche per i costi esorbitanti della macchina organizzativa. Gli annalisti ricordano che le casse pubbliche furono svuotate per assicurare il fasto degli allestimenti, salvo poi tassare i mercanti e perfino i pensionati pur di finanziare il grande sogno olimpico. La popolazione, ben presto, finì col dividere la memoria dell’evento fra chi ne aveva goduto gli splendori e chi ne aveva subito le ombre. Anche il rapporto fra sport e politica – uno dei temi di fondo della romanità – veniva messo a nudo dai giochi. I quartieri popolari, esclusi dalla gara per ragioni economiche o non invitati alle esibizioni pubbliche, scivolavano spesso nell’apatia, mentre il Senato e i patrizi si accaparravano posti di prestigio e, non di rado, producevano candidati propri per vincere nelle discipline artistiche. Così Roma rivelava, proprio in quei giorni, la propria doppia anima: grandezza di visione e spietatezza di interessi, passione collettiva e individualismo sfrenato, senso dello Stato e vana ricerca di fama personale. Fra le pieghe di questo gigantesco spettacolo umano, la letteratura seppe cogliere spunti memorabili. **Marziale**, spettatore attento e spesso sarcastico, descrisse i godimenti e i miasmi delle notti olimpiche, quando la città si trasformava in un immenso teatro senza regole. **Tacito**, più attento al risvolto politico, mise in guardia sulle derive dell’universalismo olimpico: un popolo disperso nei divertimenti rischiava di dimenticare i doveri civili, e la stessa virtù romana pareva vacillare nelle mani di giudici stranieri. Tuttavia, per molti, le Olimpiadi restarono uno degli ultimi grandi gesti di pace dell’impero, la dimostrazione che, pur tra mille contraddizioni, Roma poteva ancora presentarsi come cerniera fra civiltà diverse, capace di trasformare, almeno per qualche giorno, la tensione delle armi nella gara leale, e la paura nella speranza di una rinascita collettiva. Al tramonto di quell’estate dell’**80 dopo Cristo**, la città si risvegliò come reduce da una festa pagana. I segni dei fuochi e degli eccessi erano ancora visibili sulle colonne dei templi e sulle pietre delle strade. Gli atleti superstiti lasciarono Roma tra applausi e fischi, portando con sé corone d’alloro e medaglioni di bronzo. I poeti, tra ironia e nostalgia, cantarono per decenni la memoria di quei giorni, mentre gli addetti ai lavori si divisero tra chi sognò nuove, più grandi Olimpiadi e chi rimpiangeva l’austerità dell’antica Grecia.Il colpo d’occhio che rimane impressa alla fine, osservando la città – dilaniata ma anche rigenerata dai giochi – è una metafora della storia romana stessa: una tensione costante tra **fasti e disastri**, tra desiderio d’eternità e inevitabile fragilità umana. Le prime Olimpiadi romane non furono un semplice adattamento di un rito antico, ma una vera e propria reinvenzione di una memoria collettiva, divenuta presto modello e monito per le generazioni future. Le antiche fonti, nel riportarne i dati e i ricordi, offrono lo spaccato indimenticabile di una civiltà in bilico fra il sogno di grandezza e la realtà dei propri limiti. Un insegnamento universale, ancora oggi attuale, dove la linea tra gloria e sconfitta è sottile almeno quanto la sabbia consumata sotto i passi degli atleti romani e le grida della folla in un Colosseo che, allora come ora, non smette mai di raccontare. **Fonti storiche primarie consultate:** - Cassio Dione, “Roman History” (libri LXVI-LXVII, traduzione inglese) - Svetonio, “De Vita Caesarum – Tito” (traduzione inglese) - Flavio Giuseppe, “The Jewish War” (traduzione inglese) - Marziale, “Epigrammi” (Epigrams, traduzione inglese) - Tacito, “Annales” (Annals, traduzione inglese) - Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia” (traduzione inglese) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Crimine e Giustizia nell'Antica Roma: Storia di Processi e Spettacolo.](https://scriptamanentitalia.it/crimine-e-giustizia-nellantica-roma-storia-di-processi-e-spettacolo/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nella Roma antica il crimine non era solo questione di codici e leggi, ma spesso uno spettacolo capace di scuotere le fondamenta della società, coinvolgendo aristocrazia e popolo in una miscela avvincente di scandali pubblici, processi teatrali e passioni travolgenti. Immaginate una città in cui le aule dei tribunali erano piazze affollate e i destini dei protagonisti venivano decisi non solo dai giudici, ma dai sussurri delle folle e dalle voci dei poeti. Nei tempi del *Forum Romanum*, un delitto poteva infiammare gli animi, trasformarsi in argomento di satire mordaci di Giovenale, diventare materia prima per grandi oratori come **Marco Tullio Cicerone**, che elevò la retorica dei processi a forma d’arte in sé, capace di proiettare sulle mura degli antichi edifici immagini vivide e indelebili di crimine e redenzione. La giustizia romana non si esercitava nell’ombra. Sfilavano vittime e carnefici sotto gli occhi attenti di senatori, matrone e plebei in cerca di emozioni forti. Le accuse erano lanciate in termini roboanti, le difese orchestrate con maestria. L’aula, spesso il portico di qualche grande basilica, si trasformava in palcoscenico. In questo quadro, il processo capitale diveniva spesso uno spettacolo ad alta tensione, dove la fama di un oratore poteva essere fatta o distrutta in un solo giorno, e il destino degli accusati oscillava tra tragedia e catarsi. Celebre fra tutti, il caso di **Sesto Roscio da Ameria**, avvenuto nel **81 a.C.**, che scosse Roma come il più audace giallo dell’epoca. L’imputato, accusato dell’omicidio del padre, fronteggiò un sistema giudiziario manipolato da interessi politici e vendette familiari. La difesa di Cicerone, documentata nel suo celebre *Pro Roscio Amerino*, trascese la mera argomentazione legale; il giovane oratore, rischiando la propria vita, sfidò i potenti del regime di **Lucio Cornelio Silla**. Il discorso fu ricco di dettagli sul funzionamento del sistema patrizio, mettendo in luce la corruzione che permeava le istituzioni e la vulnerabilità dei cittadini comuni. La vittoria di Roscio segnò una svolta nella percezione pubblica del diritto: non bastava più la semplice legge, serviva una narrazione capace di smascherare il malaffare. Il popolo romano era assetato di storie, e gli annali trascrivono numerosi processi divenuti veri e propri “casi da tabloid”, dove la fama offuscava la verità e la reputazione si giocava alla luce del giorno. L’epoca dei **Gracchi**, in particolare la tragica fine di **Gaio Sempronio Gracco** nel **121 a.C.**, fu al centro di violente campagne giudiziarie e di una narrazione pubblica tesa alla spettacolarizzazione. Accusato di ambizione eversiva, Gracco fu oggetto di un vero linciaggio mediatico ante litteram, con le fonti antiche che riportano come la sua difesa pubblica e la sua condanna fossero accompagnate da scene di violenza e tensione che coinvolgevano direttamente le strade di Roma. Il tribunale romano era un crocevia in cui si incontravano morale, legge e politica. Basti pensare ai celebri casi di adulterio che coinvolgevano matrone delle famiglie più illustri, a partire dagli anni turbolenti della crisi repubblicana, quando il nome di **Clodia** risuonava negli ambienti più in vista come sinonimo di scandalo. Protagonista della contesa fra **Marco Celio Rufo** e Clodia fu il *Pro Caelio* di Cicerone, nel **56 a.C.**, in cui il famoso avvocato trasformò il processo in una commedia vibrante, giocando con il pubblico e inscenando una difesa destinata a lasciare il segno nella storia della retorica. Nel discorso di Cicerone, la città intera viene descritta come complice silenzioso di pettegolezzi, in un clima in cui le accuse sfumano nella suggestione e la verità si confonde con la fama maliziosa. Non era raro che il crimine diventasse narrazione, e la narrazione verità. L’effetto “tabloid” era amplificato dalla presenza di autori satirici e storiografi, da **Tacito** a **Svetonio**, che immortalarono processi celebri nei loro scritti, attribuendo ai protagonisti vizi e virtù secondo necessità del racconto. Le aule dei tribunali romani si popolavano di personaggi noti, come gli accusati membri della famiglia imperiale nei primi decenni del Principato. Svetonio, nella sua biografia di **Nerone**, racconta con gusto dei dettagli più scabrosi le accuse di matricidio e le scene di panico che si diffusero in città. Qui il processo perde i caratteri di una procedura formale e si trasforma in massacro mediatico. La condanna non è solo giudiziaria: è pubblicitaria, scritta nell’immaginario collettivo. L’interesse collettivo per il crimine era tale che persino le fonti ufficiali, come le *Res Gestae* di **Augusto**, non mancano di alludere ai grandi processi come momenti cruciali del controllo sul potere e della costruzione del consenso. La spettacolarizzazione della giustizia diventa mezzo di affermazione politica: il popolo partecipa, commenta, applaude o fischia, e la sentenza si riflette nell’opinione pubblica. Il processo è narrato, amplificato, discusso; la città vive in funzione delle sue storie più torbide. La pena capitale o l’esilio sono attesi da masse che vivono il verdetto come evento nazionale. In alcuni casi, i processi erano accompagnati da rituali specifici che accentuavano l’aspetto teatrale: nei giudizi più illustri, come quelli contro i senatori accusati di congiura o tradimento, si svolgevano processioni, pubbliche letture delle accuse e arringhe finali che restavano nella memoria collettiva. Le fonti antiche ricordano le “querelae” di **Publio Cornelio Scipione Africano**, grande generale del **II secolo a.C.**, protagonista sia delle aule giudiziarie che delle campagne militari. Scipione, chiamato a difendere la propria fama contro avversari politici, utilizzò ogni artificio oratorio per guadagnare la simpatia delle folle e ottenere il favore dei suoi contemporanei e dei posteri. Il processo, in questo caso, diventava narrazione mitica, terreno di scontro tra le varie anime della città. La giustizia romana era anche strumento di vendetta personale e di rivendicazione sociale. Il processo a **Lucio Sergio Catilina**, protagonista della celebre orazione ciceroniana delle *Catilinarie* nel **63 a.C.**, fu seguito con ansia da tutta Roma. Catilina, accusato di cospirazione contro lo stato e di tentativo di sovvertire l’ordine repubblicano, fu sottoposto a una martellante campagna di denigrazione, culminata nella famosa serie di discorsi di Cicerone in Senato. Le *Catilinarie* sono uno degli esempi più lampanti della dualità tra giustizia e spettacolo: il processo non si risolve nell’aula, ma si trasforma in una saga che attraversa i salotti, le strade, i mercati e le cronache che circolavano tra il popolo. L’aspetto mediatico dei processi non manca neppure durante il periodo imperiale. Gli imperatori spesso utilizzavano le grandi cause come occasione di propaganda. Nel celebre episodio della condanna di **Valeria Messalina**, moglie di Claudio, nel **48 d.C.**, la corte imperiale orchestrò un processo pubblico che si concluse con l’esecuzione, narrata con dettaglio da Tacito e Svetonio. Il caso Messalina rimase nella memoria come simbolo dell’intreccio tra potere, sesso e violenza, offrendo materiale inesauribile per le generazioni future di scrittori e cronisti. La città, del resto, era la vera protagonista dei processi spettacolo: la massa popolare, oscillante tra vendetta e pietà, influenzava con schieramenti tumultuosi il corso degli eventi. L’aula giudiziaria si trasformava così in agorà, luogo di conflitto e di mediazione. Il giudizio sui vivi era anche giudizio sui morti, fonte inesauribile di leggende che alimentavano la memoria collettiva. Le fonti ci restituiscono testimonianze di come, a volte, il processo venisse manipolato per motivi politici: basti pensare alle purghe sotto Silla e alle accuse infamanti rivolte agli oppositori, che spesso conducevano a una “morte civile” ben più pesante della pena materiale. Non solo le grandi famiglie erano coinvolte. Anche il popolo minuto diventava protagonista. Negli annali leggiamo di casi di furto, truffa e omicidio che raggiungevano notorietà inattesa. La città brulicante di vita riversava le proprie ansie e paure nei processi pubblici, alimentando quel clima da palcoscenico in cui la giustizia si recitava davanti a tutti. Persino bambini e schiavi comparivano come testimoni in cause famose, contribuendo ad arricchire il mito del crimine romano. Il processo diventava infine uno specchio della società stessa. Le arringhe di Cicerone non erano solo difese, ma veri manifesti politici; la rabbia popolare, evocata dagli storici nelle descrizioni delle condanne a morte, non si era mai sopita. Nei secoli, Roma rimase teatro di scandali e delitti, la sua giustizia sempre esposta, sempre pronta a trasformare la cronaca in racconto, la verità in leggenda. L’esibizione pubblica del dolore e della colpa, la rappresentazione della punizione, la costruzione della memoria attorno agli eventi criminali: tutto concorreva a fare dei processi romani uno spettacolo irrinunciabile per la città. Oggi, rileggendo le pagine dei grandi autori latini e dei traduttori moderni, si percepisce la potenza narrativa che i processi ebbero nell’immaginario collettivo; storie che risuonano ancora nelle aule, nelle piazze, nelle strade, nelle menti di chi si affaccia al passato di Roma con curiosità e desiderio di comprendere. La giustizia romana, nella sua ambivalenza, ci lascia una lezione di spettacolarità e profondità umana, un monito da cui emerge la necessità di un diritto vissuto, discusso, narrato e sempre rinnovato dalla consapevolezza della fragilità e della forza della memoria. Roma antica, quindi, non fu soltanto la culla del diritto formale, ma il laboratorio in cui la cronaca nera, le passioni civili e il bisogno di giustizia si mescolavano in un flusso narrativo che ancora ci affascina. I processi spettacolari e i casi da tabloid ci parlano di un passato pulsante, fatto di voci, gesti, paure e desideri, in cui la realtà e il racconto si fondono indissolubilmente. Ed è forse proprio in questa commistione che si cela il segreto della forza eterna di Roma: la capacità di trasformare ogni crimine, ogni giudizio, in scena indimenticabile sulla grande piazza della storia. Fonti: - Cicerone, *Pro Roscio Amerino* (traduzione ufficiale in inglese) - Cicerone, *Pro Caelio* (traduzione ufficiale in inglese) - Cicerone, *Catilinarie* (traduzione ufficiale in inglese) - Tacito, *Annali* (traduzione ufficiale in inglese) - Svetonio, *Vite dei Cesari* (traduzione ufficiale in inglese) Augusto, *Res Gestae* (traduzione ufficiale in inglese) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Castel Sant'Angelo: storia, misteri, leggende e fantasmi. Guida completa.](https://scriptamanentitalia.it/castel-santangelo-storia-misteri-leggende-e-fantasmi-guida-completa/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** C’è un’ora, a Roma, in cui la luce si scioglie tra le curve antiche del fiume, e le ombre si allungano fino a toccare le mura possenti di **Castel Sant’Angelo**. Non è soltanto la materia della pietra a imporsi con la sua silenziosa autorità: è il senso stesso del tempo che pare arrestarsi, offrendo ai sensi e all’immaginazione la vertiginosa profondità di una storia fatta di imperi, di fede e di inquietudini. L’immagine notturna dell’antica fortezza, posta appena oltre il ponte che attraversa il **Tevere**, suggerisce immediatamente misteri, presenze e una densità di memorie tanto viva da rendere ogni passo un incontro potenziale con i fantasmi che popolano il cuore segreto di Roma. Chi si avvicina al monumento, impossibile da ignorare nel profilo della città, avverte subito la potenza di un luogo che non ha mai smesso di essere centrale per le sorti di popoli e personaggi fondamentali. Le origini di **Castel Sant’Angelo** risalgono al regno di **Publio Elio Adriano**, imperatore romano deciso a lasciare una testimonianza eterna del proprio potere e della grandezza della dinastia imperiale: un mausoleo che rimanesse visibile a tutti dalla città e che toccasse idealmente il cielo attraverso un’elegante spirale architettonica, concepita per custodire le sue ceneri e quelle dei successori. È **Cassio Dione**, nella sua “Storia Romana”, a narrare con dovizia di particolari la costruzione del mausoleo nel **135 d.C.**. Le parole dell’antico cronista, tradotte nei secoli passati in inglese, si diffondono ancora oggi nella memoria: il corteo funebre dell’imperatore, che attraversa il **Ponte Elio** tra offerte votive e musiche solenni, viene descritto come un momento unico, capace di sospendere la città tra devozione e timore reverenziale, con il popolo intento a ricordare la figura del suo reggente e, soprattutto, a interrogarsi sul senso della transizione tra la vita terrena e l’aldilà. Il mausoleo, destinato a evolversi nei secoli, divenne immediatamente uno spazio ambivalente: luogo di celebrazione, potere e sepolcro, ma anche soglia tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La tradizione romana prevedeva rituali di purificazione e offerte agli spiriti, che i testi antichi collegano direttamente alle colonne e agli atrii del monumento. In questo contesto, non si fatica a comprendere come i primi “fantasmi” di Castel Sant’Angelo fossero percepiti non come semplici apparizioni, ma come una presenza costante, degna di rispetto e timore. La storia dei secoli successivi è segnata dalla guerra e dalla trasformazione. Nel **V secolo**, Roma è minacciata dai Visigoti e dalle ondate barbariche che assediano la città. Il mausoleo, ormai più simile a una cittadella fortificata, viene utilizzato dai cittadini come rifugio di ultima speranza. **Procopio di Cesarea**, nella sua cronaca “Guerre Gotiche”, tratteggia con vivacità il momento in cui, durante l’assedio dei Goti, dalle mura della fortezza vengono scagliate statue e decorazioni marmoree contro gli invasori. L’assedio si trasforma rapidamente in leggenda, alimentando la percezione che il luogo sia teatro di manifestazioni sovrannaturali. Le urla dei combattenti, i clangori delle armi, i lamenti, sembrano emergere dalle pagine di Procopio come voci di spiriti inquieti che si levano dalle profondità della fortezza per partecipare al dramma in corso. Queste suggestioni, riprese nei secoli successivi dai cronisti, insediano nella memoria il concetto di una dimora infestata dalle anime dei caduti, particolarmente di coloro che non trovarono degna sepoltura. Durante tutto il Medioevo, **Castel Sant’Angelo** assume una nuova funzione, divenendo rifugio privilegiato per il papato nei momenti di crisi. Il “Liber Pontificalis”, importantissima fonte ecclesiastica, riferisce attività frenetiche all’interno della fortezza durante le grandi epidemie e le persecuzioni. Celebre è l’episodio del **Papa Gregorio I** nel **590 d.C.**, che secondo la tradizione invoca una protezione divina contro la devastante peste che minaccia Roma. Nel racconto si manifesta la figura dell’**arcangelo Michele** sulla sommità del mausoleo, rimettendo la spada nel fodero come segnale della fine dell’epidemia; il castello, così, diventa simbolo di salvezza e il suo nome muta per riflettere l’intervento celeste. Il testo latino, tradotto in inglese, narra di folle raccolte in preghiera nel terrore della catastrofe imminente, e accenna già alle prime storie di presenze soprannaturali legate al luogo. Il confine tra fantasma e miracolo diventa labile, e la struttura fisica del castello sembra incarnare la tensione permanente tra paura e speranza. Fu durante questa fase che **Castel Sant’Angelo** divenne anche prigione e strumento di controllo politico. Un luogo che vede il passaggio di innumerevoli detenuti, spesso vittime di persecuzioni religiose, sospetti di eresia o tradimenti. Il movimento continuo di persone, le conversioni forzate, i processi e le confessioni, arricchiscono giorno dopo giorno la fortezza di storie tragiche che si accumulano come sedimenti invisibili. La presenza di celle anguste, di cunicoli e passaggi segreti irrigidisce l’atmosfera, e la leggenda delle anime inquietate dai torti subiti permea la coscienza popolare. In questo senso, i “fantasmi” non sono soltanto entità disincarnate, ma il riflesso vivo di una memoria collettiva che non vuole essere dimenticata. Nel cuore dell’età rinascimentale, **Benvenuto Cellini**, artista e uomo d’azione, narra nelle sue memorie i lunghi periodi di prigionia vissuti proprio negli anfratti di Castel Sant’Angelo. La sua “Vita”, conservata anche nelle traduzioni inglesi più autorevoli, offre una delle testimonianze più toccanti sul clima che si respirava all’interno della fortezza. Cellini descrive notti interminabili, popolate da mormorii inspiegabili e da passi che si spegnevano nel nulla, raccontando di come la suggestione delle anime dei defunti affascinasse e impaurisse i carcerieri e gli stessi prigionieri. L’impressione che la vita si mescolasse costantemente con la morte trova eco in numerosi altri testi dell’epoca, rendendo il castello luogo prediletto per le tragedie umane e gli incontri inquietanti. A rafforzare il senso di mistero contribuiscono le lotte intestine che caratterizzano la stagione delle grandi controversie religiose e politiche. **Francesco Guicciardini**, nella sua monumentale “Storia d’Italia”, tradotta ufficialmente in inglese, ritrae il castello come epicentro del potere e al tempo stesso come carcere oscuro. Le descrizioni delle torture nei sotterranei, delle condanne inflitte ai nemici del papato e delle esecuzioni esemplari costruiscono l’immagine di un luogo destinato a custodire i segreti più profondi della città. Guicciardini suggerisce che persino le architetture sembrano animate da una presenza, quasi a voler traspirare il dolore e l’angoscia degli anni passati. I fantasmi, in questo caso, emergono come emblemi delle storie non raccontate, dei destini spezzati nel silenzio di una notte romana senza tempo. La struttura architettonica di Castel Sant’Angelo, che comprende oggi gli appartamenti papali, le terrazze panoramiche e i numerosi camminamenti interni, non smette di evocare episodi straordinari. Secondo i racconti tramandati nei “Mirabilia Urbis Romae”, una narrazione medievale ricchissima di curiosità e prodigi, la fortezza viene descritta come luogo magico, in grado di attrarre e inquietare chiunque vi si avventuri. Le apparizioni di **san Michele Arcangelo** e le visioni di colonne animatesi durante le cerimonie papali sono dettagli che la storia ufficiale non può confermare, ma che i testi medievali tradotti in inglese si premurano di tramandare, contribuendo a rafforzare il senso di mistero che avvolge ogni pietra. Il viaggio tra i fantasmi di Castel Sant’Angelo raggiunge il suo apice nelle profondità dei suoi sotterranei. Secondo le testimonianze raccolte negli “Annales Ecclesiastici” di **Cesare Baronio**, in traduzione inglese, nei cunicoli venivano rinchiusi prigionieri destinati, spesso senza processo, a una fine senza memoria. Il racconto delle anime cieche e rabbiose che popolano questi spazi si insinua nelle cronache, accennando a sussurri e sagome evanescenti che attraversano le pareti. Baronio sottolinea in più punti il timore dei custodi pontifici, ostili a presidiare certi ambienti dopo il tramonto, e il crescente convincimento che la fortezza ospitasse non solo la memoria degli sconfitti, ma la persistenza della loro sofferenza. La credenza secondo cui i fantasmi di Castel Sant’Angelo siano veri portavoce della verità storica dimenticata diventa parte integrante del racconto, e ancora oggi ispira storici e visitatori. Un episodio noto e fondamentale nella cultura popolare romana è quello di **Beatrice Cenci**. Incarcerata e giustiziata tra le mura del Castello nell’anno **1599**, Beatrice Cenci diventa nel giro di pochi anni protagonista di leggende, ballate, racconti popolari e trascrizioni di cronaca consultabili anche nelle raccolte seicentesche tradotte in inglese. La sua figura, fragile e coraggiosa, condannata per il parricidio dopo aver subito abusi e violenze, si trasforma nell’incubo di un luogo dove la giustizia trova il suo limite umano e la memoria il suo riscatto. I testimoni citati nelle cronache riferiscono di visioni della giovane donna, intenta a vagare disperata tra le torri nelle notti successive all’esecuzione, e molte tradizioni sostengono che il suo spirito continui a manifestarsi nei pressi del castello. Beatrice entra così nel pantheon delle presenze irrequiete di Castel Sant’Angelo, diventando simbolo di resistenza e di rimorso. L’Ottocento e il primo Novecento vedono una nuova ondata di interesse per i segreti della fortezza, alimentata dai racconti dei viaggiatori stranieri affascinati dal mito e dalle rovine. Nelle “Letters from Rome” di **Edward Gibbon**, una delle voci più autorevoli dell’anglosfera, il castello diventa oggetto di osservazioni sensoriali e di riflessioni sul rapporto tra storia e suggestione. Secondo Gibbon, la visita notturna tra i corridoi e le terrazze del monumento genera nel visitatore una strana percezione di sguardi invisibili, suoni indistinti e presenze che sembrano dissolversi non appena indagate. L’analisi di Gibbon è acuta e sottolinea la continuità tra la tradizione antica e quella moderna: i “fantasmi” non sono soltanto anime perse nei secoli, ma anche proiezioni del desiderio umano di mantenere viva la memoria storica e di riconoscere il valore del passato nel presente. In questo modo, la leggenda si salda alla realtà, costituendo un patrimonio immateriale decisivo per la comprensione del luogo. Castel Sant’Angelo appare oggi come una struttura polivalente, capace di accogliere non soltanto i racconti della storia scritta, ma anche quelli della tradizione orale e della superstizione. Gli affreschi, i resti antichi, le decorazioni sacre e le armature difensive compongono un mosaico di stimoli che continua a suggestionare chiunque varchi la soglia. Le testimonianze provenienti dai testi ufficiali, tutte tradotte con fedeltà nelle lingue moderne, convergono nell’indicare che la fortezza rappresenta uno spazio di transito, una vera “porta” tra mondi differenti: imperatori, papi, condannati, prigionieri, martiri e angeli si alternano senza sosta, alimentando una memoria stratificata e incessante. Lo stesso concetto di “fantasma”, nel contesto di Castel Sant’Angelo, va dunque interpretato come metafora del perdurare della memoria, come ombra che si allunga sull’identità della città. La fortezza non è solo il luogo in cui si manifestano presenze evanescenti, ma è essa stessa fantasma di ciò che fu: testimonianza tacita delle glorie e delle vendette, delle paure collettive e delle ambizioni individuali. Visitare Castel Sant’Angelo significa immergersi nel flusso di una storia che si perpetua e si ridefinisce giorno dopo giorno, tra le apparizioni spettacolari di angeli e le silenziose processioni di anime perdute. Ci si rende conto, attraversando i passaggi segreti, osservando il panorama romano dalle terrazze e ascoltando in solitudine il silenzio innaturale degli ambienti più oscuri, che il monumento rivela la sua natura più intima proprio nel dialogo tra tempo presente e passato remoto. Ogni visita, ogni racconto, ogni cronaca ufficiale e ogni leggenda incrementano il numero dei “fantasmi” di Castel Sant’Angelo, rendendolo non un museo, ma un organismo vivo, vibrante, carico di possibilità. L’esperienza acquista una dimensione unica e universale, che riunisce lo spettatore moderno al pellegrino medievale, lo studioso all’artista, il prigioniero all’imperatore.Lasciando la fortezza alle spalle, nell’ora del crepuscolo, resta impressa in chi l’ha percorso la sensazione di aver camminato tra vite parallele, di aver sfiorato storie che risuonano come echi dentro le mura. **Castel Sant’Angelo**, con la sua ineguagliabile presenza, continua ad alimentare il mito della città eterna, un monumento che non smette di interrogare chi cerca risposte. Il viaggiatore moderno, come chi lo ha preceduto, si allontana portando con sé una domanda irrisolta: la memoria dei luoghi è più forte della morte e dell’oblio? Nel silenzio profondo del castello, tra i sussurri e le ombre, ogni passo sembra suggerire che la risposta, densa di mistero, resta così eternamente sospesa. Fonti storiche primarie (traduzioni ufficiali inglesi): - Cassius Dio, “Roman History”, traduzione ufficiale inglese, XIX secolo - Procopius of Caesarea, “The Gothic Wars”, traduzione ufficiale inglese - Liber Pontificalis, traduzione ufficiale inglese - Benvenuto Cellini, “Life of Benvenuto Cellini”, traduzione ufficiale inglese - Francesco Guicciardini, “History of Italy”, traduzione ufficiale inglese - Mirabilia Urbis Romae, traduzione ufficiale inglese - Cesare Baronio, “Ecclesiastical Annals”, traduzione ufficiale inglese - Edward Gibbon, “Letters from Rome”, traduzione ufficiale inglese ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Storia del tifo: dal Colosseo agli stadi, archeologia della passione sportiva.](https://scriptamanentitalia.it/storia-del-tifo-dal-colosseo-agli-stadi-archeologia-della-passione-sportiva/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Sotto i riflettori che illuminano le notti di Roma, ieri come oggi, si combattono battaglie che non si spengono mai: il Colosseo e le curve degli stadi italiani condividono un’anima pulsante di passione estrema e spettacolo collettivo. In queste arene, separate da secoli di storia, il confine tra spettatore e protagonista si dissolve, tracciando una linea sottile tra la folla e il combattente, tra chi osserva e chi, nel ruggito del pubblico, trova la forza di superare il dolore e la paura. Ripercorrere il viaggio che porta “dal Colosseo alle curve moderne” non significa solo esplorare due ambienti popolari, ma addentrarsi nella psicologia profonda della folla romana, dalla tribuna degli antichi agli ultras contemporanei, indagando sulle radici del tifo estremo che ancora oggi definisce l’identità di migliaia di appassionati. Nell’antica Roma, il cuore della città batteva al ritmo dei grandi spettacoli pubblici, in particolare presso il maestoso Anfiteatro Flavio, universalmente noto come Colosseo. Costruito a partire dall’anno 72 d.C. sotto l’imperatore Vespasiano e inaugurato otto anni dopo da Tito, il Colosseo divenne subito il simbolo della vita sociale romana, oltre che della potenza imperiale. Qui, decine di migliaia di cittadini si riversavano nelle tribune, affollando ogni gradinata per assistere ad eventi che univano il valore civico, il desiderio di svago e la necessità di riaffermare, spettacolarmente, la gerarchia sociale. Gli spettatori non erano semplici fruitori: reclamavano con veemenza la propria voce, applaudendo le gesta dei gladiatori o condannando al disprezzo quei combattenti che non avevano saputo conquistare il favore pubblico. Gli scrittori antichi, come Svetonio e Dione Cassio, ci raccontano di un pubblico inarrestabile, emotivamente coinvolto, pronto a decidere con un pollice verso il destino dei perdenti, in un rituale che segna la nascita del “giudizio di massa”. La dinamica della folla, però, non era soltanto una questione di sangue e polvere. Le fonti antiche, come l’opera di Marziale e le satire di Giovenale, descrivono un popolo rumoroso, oscenamente chiassoso, in grado di influenzare con il proprio entusiasmo — o la propria ostilità — persino l’imperatore stesso. Più che spettacolo, un vero e proprio dialogo sociale: dai “partigiani” dei differenti tipi di gladiatori, pronti a sostenere ora il tracio, ora il mirmillone, a quelli che invece giudicavano con la voce e l’ira la giustizia degli organizzatori. Questa atmosfera, densa di sfida e competizione, riverberava anche nel Circo Massimo, cuore delle corse coi carri, dove la passione dei sostenitori delle diverse fazioni — i Blu, i Verdi, i Rossi, i Bianchi — sfociava spesso in tumulti, cori e veri e propri scontri. Numerosi passi delle fonti antiche sottolineano il valore identitario della tifoseria, capace di superare i confini di classe, accomunando senatori e plebei nell’urlo possente che scuoteva la capitale del mondo. Ma cosa accadeva nel mondo interiore dell’uomo romano immerso in queste folle? La risposta è affidata a chi osservava e viveva la teatralità del tifo sulla propria pelle. Seneca, riflettendo sull’effetto deleterio della folla sulla razionalità individuale, parlava di come il “contagio emotivo” si diffondesse tra gli spettatori, trasportando anche i più pacati in un vortice di esaltazione e irrazionalità. Chi assisteva agli spettacoli, dalle cacce alle bestie ai duelli finali, veniva trascinato da una corrente collettiva: l’identificazione con il destino dei gladiatori si tramutava in catarsi collettiva. Più che semplici spettatori, molti si scoprivano ultras ante litteram, indissolubilmente legati alla gloria dell’arena e ai suoi rituali. Questa dimensione psicologica e rituale trova un inaspettato eco nella contemporaneità. Le curve degli stadi italiani, da San Siro all’Olimpico, sembrano raccogliere la stessa eredità di Roma antica: cori incessanti, bandiere colorate, coreografie spettacolari. Gli ultras, oggi come migliaia di anni fa, vivono l’appartenenza al gruppo come un vincolo sacro, una seconda famiglia capace di assorbire e rielaborare il sentimento collettivo. L’intensità emotiva del tifo moderno richiama quella che gli antichi autori associavano alle fazioni circensi, tanto da suggerire un filo rosso che lega il palcoscenico delle antiche arene alle gradinate moderne. Nel XXI secolo, il tifo non è solo sostegno sportivo: è battaglia identitaria, celebrazione pubblica, insieme rito di passaggio e atto di resistenza simbolica contro l’anonimato urbano. Centro nevralgico della vita da stadio, la curva si trasforma spesso in una micro-società autonoma, regolata da codici, gerarchie e leggende. In questa “comunità”, il singolo trova riconoscimento attraverso l’appartenenza e il sacrificio. La violenza — fisica o verbale — che talvolta esplode negli stadi, trova precedenti diretti nei tumulti delle fazioni romane. Le fonti antiche, come i resoconti delle corse dei carri riportati da Ammiano Marcellino, narrano di scontri, insulti e perfino repressioni armate: nulla di troppo dissimile dalla cronaca nera dei nostri giorni. È un’energia che deriva dallo stesso humus: la folla come entità viva, capace di decidere nel suo insieme ciò che nessun individuo, da solo, potrebbe mai determinare. Nel tifo estremo ci si aggancia anche a un’altra dimensione: il sacrificio personale in nome di un ideale superiore. I gladiatori, spesso schiavi, prigionieri o uomini liberi desiderosi di gloria, mettevano letteralmente in gioco la propria vita per conquistare la fama e il favore della folla. Il pubblico, a sua volta, si identificava con quella lotta, esercitando con passione quasi mistica il ruolo di arbitro e sostenitore. Nei cori, negli slogan, nei riti collettivi, si scorge la stessa dinamica che trasforma il calcio in fede, la squadra in clan e lo stadio in tempio. L’“ultras” moderno si fa erede di un vocabolario sacrale, dove ogni partita diventa un viaggio iniziatico fatto di sacrificio e gloria, sconfitta e rinascita. Non bisogna trascurare il valore politico della folla sportiva, ieri come oggi. Mentre nell’Impero romano le autorità sovente strumentalizzavano il panem et circenses per sedare il malcontento e guidare l’opinione pubblica, nel Novecento e nel nuovo millennio la curva si trasforma in spazio di contestazione, affermazione sociale, resistenza culturale. I canti degli ultras sono spesso carichi di riferimenti politici, identitari, genealogici, riaffermando — anche attraverso la disobbedienza — la propria alterità rispetto al potere costituito. Se nell’arena si decideva la sorte di un uomo con un gesto collettivo, oggi si invoca la giustizia, la memoria, la lealtà, in un clima che alterna pathos e conflitto, comunione e antagonismo. Non meno importante è la ritualizzazione della memoria: proprio come i romani consacravano le gesta dei grandi gladiatori nelle iscrizioni e nei graffiti delle mura urbane, gli ultras immortalano i propri eroi e le proprie imprese nelle coreografie, nei murales, nelle testimonianze tramandate. L’arena e lo stadio, ieri e oggi, sono palcoscenici privilegiati per la costruzione della leggenda. Ogni partita, ogni spettacolo pubblico, contribuisce a scrivere un nuovo capitolo della storia collettiva, creando narrazioni capaci di resistere all’usura del tempo. Il confronto tra Colosseo e curve moderne si arricchisce ulteriormente se si osserva il ruolo della musica e della parola. Gli antichi cori — le laudes gladiatorie — e le battute improvvisate dei commedianti popolari nell’arena trovano un parallelo nei canti da stadio, nei motti, nei cori che innalzano ogni domenica le curve. Questi repertori orali, tramandati da generazione in generazione, definiscono l’identità del gruppo, rinnovando un senso di appartenenza che travalica il contesto sportivo. La voce della folla è eco di un passato lontano, rinasce in ogni partita, trascendendo lo scorrere della storia per affermare la permanenza del rito. Sul piano emotivo, ciò che colpisce nella tradizione del tifo estremo è il desiderio di fusione con il gruppo: il singolo anela a dissolversi nella massa, a vivere la passione dell’arena come una rinascita collettiva. Le scene descritte dagli autori latini risuonano con le immagini contemporanee delle curve in festa, dei cortei, dei raduni pre-partita. Ogni gesto, ogni espressione di entusiasmo, ripropone un modello antropologico che travalica epoche e civiltà, sottolineando come la passione per “lo spettacolo” — antico o moderno che sia — abbia una forza strutturante, capace di influenzare la mentalità, i comportamenti, persino le scelte politiche della società. La storia raccontata dalle fonti antiche ci offre un osservatorio privilegiato sulle dinamiche della folla e del tifo estremo. Dalla Naturalis Historia di Plinio alle satire di Orazio, fino ai resoconti degli storici greci come Plutarco, emerge la complessità di un fenomeno che va oltre la cronaca sportiva o il divertimento: il pubblico romano, e quello dei nostri giorni, si pone come soggetto attivo, generatore di senso e tensione. Questa energia collettiva, incanalata nei riti dell’arena e dello stadio, rivela la costante tensione tra l’ordine e il caos, tra la libertà individuale e la necessità di appartenere. Negli sguardi dei tifosi, negli abbracci febbrili della curva, nei graffiti che celebrano la gloria effimera di un goal o la memoria di un combattente caduto nell’arena, si specchia lo stesso anelito antico: essere parte di qualcosa di più grande, sentirsi vivi nella folla, urlare il proprio nome attraverso le generazioni. Così si intrecciano le storie di gladiatori e ultras, di spettatori e protagonisti, in un racconto che — dal Colosseo alle curve moderne — continua a scandire il battito di una passione che non conosce confini né epoche. Ed è proprio qui che la storia rimane sospesa, tra polvere e cori, luci e ombre: nelle arene inondate di sole dell’antica Roma e negli stadi elettrizzati dal presente, il filo del tifo estremo non si spezza, ma si rinnova ad ogni urlo, ad ogni gesto, ad ogni battaglia condivisa. Mentre le pietre del Colosseo innalzano ancora il proprio silenzioso applauso, la voce della curva moderna trasforma ogni partita in un nuovo inno alla vita collettiva, al coraggio, all’identità vissuta come spettacolo e lotta, ieri come oggi. Fonti antiche: - Gaius Suetonius Tranquillus: “The Lives of the Twelve Caesars”, traduzione di J.C. Rolfe (Loeb Classical Library) - Cassius Dio: “Roman History”, traduzione di Earnest Cary (Loeb Classical Library) - Marcus Valerius Martialis: “Epigrams”, traduzione di D.R. Shackleton Bailey (Loeb Classical Library) - Decimus Iunius Iuvenalis: “Satires”, traduzione di Susanna Morton Braund (Loeb Classical Library) - Lucius Annaeus Seneca: “Epistulae Morales ad Lucilium”, traduzione di Richard M. Gummere (Loeb Classical Library) - Ammianus Marcellinus: “Roman History”, traduzione di J.C. Rolfe (Loeb Classical Library) - Pliny the Elder: “Natural History”, traduzione di H. Rackham (Loeb Classical Library) - Horace: “Satires”, traduzione di H. Rushton Fairclough (Loeb Classical Library) - Plutarch: “Lives”, traduzione di Bernadotte Perrin (Loeb Classical Library) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Moda Antica Romana: Abbigliamento, Raffinatezza e Ruolo Donna](https://scriptamanentitalia.it/moda-antica-romana-abbigliamento-raffinatezza-e-ruolo-donna/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Quando si pensa alla moda delle donne dell’antica Roma, le immagini che più frequentemente vengono alla mente sono quelle delle grandi produzioni cinematografiche, in cui matrone dal portamento austero sfilano tra colonne di marmo candido, avvolte in vesti fluenti e rigorosamente bianche. Ma la realtà storica, se osservata nelle pieghe dei documenti antichi e delle voci che ci giungono attraverso le testimonianze dirette, ci consegna un quadro molto più variegato, colorato e, spesso, pieno di contraddizioni che oggi non esiteremmo a definire “trash”. La moda, in fondo, non è mai un semplice dettaglio superficiale: racchiude codici sociali, aspirazioni collettive, desideri di emancipazione e dinamiche di potere. Ed è proprio in questa prospettiva che vale la pena chiedersi: cosa indossavano davvero le donne romane e cosa significava, in realtà, vestirsi “alla moda” in una delle civiltà più influenti della storia? Immaginiamo di aggirarci al crepuscolo su una delle terrazze che si affacciano sul Foro Romano al tempo di **Augusto**, ammirando la folla che si riversa tra i templi e le basiliche, ciascuno intento a celebrare il proprio ruolo nella società. Le donne che attraversano queste scene, avvolte in abiti di mille fogge e colori, incarnano sia la continuità sia il cambiamento che segna la storia di Roma. Se della sobria matrona fedele all’ideale della “pudicitia” ci sono moltissime tracce nelle fonti morali e religiose, a ben guardare le leggi, le satire e i manuali di bellezza che ci sono giunti ci parlano di un universo femminile molto più articolato, in cui la veste può diventare tanto una gabbia quanto un’arma di autodeterminazione. La “stola”, abito canonico della cittadina onesta e rispettabile, è il punto di partenza di questo racconto. Indossata sopra la tunica, era contrassegnata da un bordo spesso, chiamato “instita”, che ne dichiarava l’appartenenza sociale e l’onorabilità. Eppure, sebbene la stola fosse celebrata come simbolo di virtù domestica e modestia, già nei versi dei poeti della tarda Repubblica si coglie un sottile gioco di ribaltamento: chi vuole sottrarsi al controllo dell’ordine costituito – tra le righe delle leggi **sumptuarie** – inizia a preferire stoffe più leggere o addirittura semi-trasparenti, nella volontà di vestire non più solo per obbedire, ma anche per piacere. **Ovidio**, con il suo trattato su come abbellire il viso (De Medicamine Faciei Feminae), guida le donne nella scelta di pigmenti, unguenti e profumi, svelando una società in cui la cura dell’apparenza è pratica quotidiana, condivisa e raffinata almeno quanto la retorica negli spazi pubblici. Dalle sue parole traspare la consapevolezza che la pelle, i capelli, il corpo sono materia plasmabile per rispondere non solo ai dettami della morale, ma anche per “costruirsi” uno spazio autoriale in un mondo ancora profondamente patriarcale. Questa ricerca della bellezza e dell’individualità trova la sua espressione non solo nei prodotti per il viso, ma anche e soprattutto nei tessuti scelti per coprire o, a seconda della moda, per scoprire il corpo. E qui le discussioni non mancano, anzi abbondano! I moralisti e i difensori della romanità tradizionale sono indignati dalla crescente presenza nei mercati urbani di sete provenienti dall’Oriente, prodotti lussuosi che, secondo **Seneca** nelle sue lettere, “mostrano ciò che dovrebbero nascondere” e annunciano il tramonto della sobrietà repubblicana. Si inasprisce allora la disciplina pubblica: le leggi, a partire dalla **Lex Oppia** del **215 a.C.**, tentano di limitare il lusso femminile, stabilendo per legge quante e quali vesti colorate sia lecito indossare e riservando l’uso del porpora – pigmento ricavato dalla lavorazione del raro mollusco della costa fenicia – solo alle donne di livello imperiale. Tuttavia, la resistenza delle matrone è altrettanto efficace: si aggirano le regole combinando tessuti diversi e preferendo materiali come il lino e il cotone d’Egitto, introducendo decorazioni floreali o geometriche attraverso l’uso del ricamo e colorando la lana con erbe e pigmenti locali, così da ottenere un effetto altrettanto sorprendente. Non esistono solo le vesti, però. L’accessorio in epoca romana è protagonista quanto l’abito stesso. **Cicerone**, nel descrivere la società romana del suo tempo, osserva con acume come la capacità di mescolare semplici gioielli di vetro colorato, paste vitree e pietre semipreziose provenienti dall’Africa o dall’Oriente sia una delle strategie preferite dalle donne per superare i limiti imposti dalle leggi. Esiste una vera e propria arte del dettaglio: le “fibulae”, che fungono da spilloni decorativi e chiusure, diventano oggetti di culto per il loro pregio artigianale, mentre armille, anelli, diademi e specchi d’argento trovano spazio nella descrizione irriverente dei poeti. Nessuna sanzione riesce davvero a frenare la passione per i brillanti riflessi dell’oro e delle gemme, segno di ricchezza e di abilità nelle relazioni sociali. Anche le acconciature giocano un ruolo enorme nell’esprimere status e personalità. Attraverso fonti come **Giovenale** e **Marziale** apprendiamo che le acconciature complicate, le “parrucche” bionde ottenute grazie all’importazione di capelli provenienti dalla Gallia o dalla Germania e i pettini d’avorio rappresentano una vera ossessione nei circoli più raffinati. Le mode cambiano in parallelo al clima politico del tempo: con **Messalina** si impone un gusto per ricci voluminosi e trecce sfarzose, mentre l’austera **Livia** promuove una sobrietà minima fatta di semplici nodi e bande di stoffa intrecciata. Anche i profumi e le essenze orientali – spesso mescolati a creme importate dall’Asia Minore – diventano tratti distintivi di quelle donne che vogliono distinguersi, al punto da alimentare polemiche sulle “stranezze” eccessive dell’élite. Non bisogna però dimenticare che la moda, nella Roma antica, non è mai solo frivolezza. I vestiti sono strumenti di affermazione personale e, talvolta, persino di affrancamento sociale. Le matrone delle grandi famiglie ostentano una “stola” di lana candida nei riti pubblici religiosi per sottolineare il legame con la tradizione e reclamare visibilità in un ambito sociale generalmente precluso alla partecipazione femminile. Viceversa, le donne appartenenti a categorie marginali, come le schiave o le prostitute, subiscono un’imposizione legislativa inversa: devono indossare la “toga”, simbolo di infamia e perdita dell’onore, che le sottrae a qualsiasi possibilità di mimesi con la nobiltà. La trasgressione delle regole passa anche attraverso il trucco: mentre **Ovidio** insegna a fabbricare unguenti profumati a base di miele, galbano orientale e olio di rosa, **Giovenale** ridicolizza chi abusa di pigmenti scuri sulle sopracciglia e sulle ciglia, accusando le donne di voler apparire “più belle di quanto siano davvero”. È, ancora una volta, la denuncia dell’artificiosità: la ricerca della bellezza viene vissuta e descritta come un’inquietudine, una forma di costante insoddisfazione, ma anche come espressione di libertà personale, tanto che il poeta ammette amaramente che “nessuna legge è sufficiente a frenare l’audacia della moda”. Ogni occasione sociale richiede un abbigliamento diverso: la casa, il tempio, la manifestazione pubblica, le cerimonie familiari, ciascuno impone codici, forme e colori specifici. L’alternanza tra la semplicità domestica di una tunica essenziale e la magnificenza delle vesti da convito rivela quanto la costruzione della propria immagine fosse, per la donna romana, esercizio di strategia ma anche atto quotidiano di autoaffermazione. Non c’è nulla di passivo nella moda femminile romana: le fonti sottolineano spesso la consapevolezza con cui le donne scelgono di “uscire dal coro”, accettando con ironia le critiche dei moralisti. La parola “trash”, proiettata sui comportamenti delle ricche cittadine che si pavoneggiano tra banchetti e terme con stoffe troppo leggere, profumi troppo intensi e anelli in eccesso, rappresenta sia lo sdegno degli osservatori che una specie di complicità sotterranea: i poeti ammiccano, le matrone sorridono e le figlie delle famiglie meno abbienti cercano di imitarle con quanto hanno a disposizione. Un aneddoto celebre che sottolinea la tensione tra controllo patriarcale e desiderio di emancipazione femminile riguarda la protesta delle donne contro la **Lex Oppia**: all’entrata trionfale di **Scipione l’Africano** in città, si narra che le matrone scesero in strada chiedendo a gran voce la restituzione del diritto di indossare abiti colorati e gioielli, segno che la moda non è mai solo una questione estetica, ma anche uno spazio di conflitto e di affermazione politica. Nel tempo, la situazione non si fa meno complessa. Durante l’età imperiale, la corte di **Nerone** introduce mode ancora più sfarzose e provocatorie: la seta proveniente da Seres (la Cina romana) viene combinata a filamenti d’oro, mentre le calzature si impreziosiscono di borchie e pietre dure. La reazione dei tradizionalisti è veemente: alcune satire additano la moda come il sintomo di una società decadente, ma altre fonti (come le lettere di **Seneca**) descrivono con ammirazione la capacità delle donne di adattarsi e reinventarsi anche nell’incertezza del clima politico e sociale. L’ironia, dunque, accompagna ogni descrizione: le donne romane sorridono delle mode “barbare” che tanto spaventano le vecchie generazioni, si truccano e scelgono vesti sempre nuove, sapendo che la loro immagine – tanto quanto la loro parola – contribuisce a scavare un piccolo, silenzioso varco nella rigidità della gerarchia civile. Il rapporto con il corpo, infine, diventa quasi ossessivo nelle fonti più tarde. La bellezza – o meglio, ciò che è considerato tale in un determinato momento storico – si misura anche nella capacità di mantenere la pelle liscia e bianca, di profumare a lungo, di acconciare le chiome con un’attenzione maniacale ai dettagli. La moda non è affatto questione effimera: per molte donne è uno strumento di resistenza, di critica e, a tratti, di beffa al potere maschile. Più la legge ostacola la ricerca del bello, più questa ricerca diviene sfida morale e culturale. Passando dalla casa, alle terme, ai giochi pubblici, la trasformazione del proprio look accompagna la trasformazione della città stessa – che da villaggio di pastori si fa metropoli multiculturale, aperta alle influenze greche, egiziane, persiane. Il gusto per il contrasto e l’esagerazione – ciò che noi oggi definiremmo “kitsch” – non è mai semplicemente un segno di decadenza: è semmai manifestazione di una forza, di una vitalità che ancora oggi sorprende. Dietro una stola di seta trasparente, sotto la maschera del trucco esotico o nella scelta ostentata di accessori ingombranti e coloratissimi, si nasconde il desiderio di lasciare il segno: di essere viste, ammirate, ricordate. La moda, per le donne romane, è anche memoria. Così, quando i tramonti tingono di rosso le rovine del foro, il ricordo che rimane non è quello di una società monocroma e ripetitiva, ma di un universo di sguardi, gesti, stoffe che cambiano, si adattano, si ribellano. Dentro quella varietà, ogni donna cerca il proprio spazio e la propria voce, tra eleganza e trasgressione, tra rispetto e desiderio, in un gioco di maschere che la tradizione letteraria non è riuscita, e forse nemmeno ha voluto, totalmente reprimere. Alla fine di questo viaggio nella moda femminile romana, la domanda “cosa indossavano davvero le donne romane?” non trova una sola risposta, ma mille sfumature, tutte diverse e tutte ugualmente vere. C’è chi cerca di ricondurre ogni cosa all’ideale di sobrietà e chi, invece, continua a scandalizzarsi davanti a un bracciale troppo largo o una stola troppo trasparente. Se resta un’eredità, è proprio quella della libertà di reinventarsi, di sperimentare, di prendere le regole e capovolgerle a proprio vantaggio. Ed è forse questa, più di ogni altra, la vera lezione che ci lascia la moda della Roma antica: che tra eleganza e “trash”, il confine è sottile, mobile, sempre pronto a essere superato. Nell’immagine finale, una matrona si specchia, ride dei propri eccessi, e – come noi – trova piacere nel sorprendersi ogni giorno diversa nello specchio della storia. Fonti primarie antiche utilizzate: - Ovidio, “De Medicamine Faciei Feminae”, traduzione ufficiale inglese, Loeb Classical Library. - Seneca, “Lettere a Lucilio”, traduzione ufficiale inglese. - Giovenale, “Satire”, traduzione ufficiale inglese. - Cicerone, “Orazione in difesa di Marco Celio”, traduzione ufficiale inglese. - Marziale, “Epigrammi”, traduzione ufficiale inglese. - Lex Oppia e leges sumptuariae, traduzione ufficiale inglese delle leggi romane. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Duelli Medievali: Storia, Giustizia e Regole dell'Antico Combattimento Legale](https://scriptamanentitalia.it/duelli-medievali-storia-giustizia-e-regole-dellantico-combattimento-legale/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** La luce del tramonto si diffonde tiepida sull’erba di una radura, dove due uomini si fronteggiano in silenzio, ciascuno avvolto nella propria armatura e nella tensione dell’attesa. Gli occhi si incontrano appena sotto la visiera; il respiro si confonde con il vento. Un fremito scuote la folla che assiste, consapevole che ciò che sta per accadere trascende la semplice violenza: è il vertice della **nobile arte di prendere (e dare) mazzate**, un rituale che ha incarnato per secoli la legge, il coraggio e il destino delle società medievali. Il duello medievale non nasce dalla furia cieca, ma da una rigorosa codificazione che affonda le radici nel tessuto sociale e nei codici giuridici e religiosi dell’epoca. Nel floreale mosaico delle tensioni feudali, la singolar tenzone assurge a soluzione estrema di controversie di ogni genere, dallo scorno privato al più grave crimine punito dalla tradizione. In quei secoli tumultuosi, la forza fisica e la destrezza nell’uso delle armi sono qualità che partoriscono leggi e modelli comportamentali: non si tratta solo di offesa e difesa, ma del più sofisticato meccanismo giuridico concepito per dirimere dispute e preservare l’ordine sociale. Le cronache dei tempi ci narrano di come il **duello giudiziario** — termine tradotto dai documenti latini come “duellum” o “judicium Dei” — sia stato considerato non solo come strumento di giustizia, ma come vero e proprio atto di fede. Le fonti primarie, dagli atti ecclesiastici alle legislazioni regali, descrivono una società dominata dalla convinzione che la prova della forza e il giudizio di Dio si manifestino nella vittoria del contenditore più giusto. Nei testi tradotti ufficialmente come il **“De Ordine Judicii Dei sive Duelli”** di Ivo di Chartres, la regola è tassativa: solo adulti maschi, sani, liberi e di chiara fama potevano partecipare. Restano esclusi donne, bambini, ecclesiastici e tutte le categorie sociali considerate vulnerabili o non idonee al combattimento; la lotta è quindi riservata alla casta guerriera, ai nobili e agli uomini d’arme, custodi di un ideale di valore eroico e legittimità. Un duello medievale non era un affare privato e clandestino, ma un evento solenne, pubblico e ritualizzato, a cui assistevano giudici, rappresentanti religiosi e l’intera comunità. Le **cerimonie preliminari**, finemente descritte nelle fonti, prevedevano la redazione di una “cartula” — una sorta di certificato di sfida — letta e controfirmata dinanzi a testimoni e autorità. La preparazione degli armamenti, la benedizione religiosa e il solenne giuramento davanti all’altare scandivano le fasi di avvicinamento all’arena. In queste occasioni, la liturgia si fonde con la disciplina marziale: la mano che impugna la spada viene benedetta, il nome di Dio invocato, si compie il segno della croce e si chiede la protezione dalle ingiustizie. Tutto ciò certifica la massima serietà della prova, rimuovendo ogni traccia di improvvisazione. La scelta delle **armi** era fondamentale e rappresentava non solo una preferenza personale, ma un elemento di status sociale e regionale. Le fonti come il **“Book of Chivalry”** di Geoffroi de Charny elencano con dovizia di particolari lance, spade lunghe, bastoni ferrati, scudi da mischia, asce e pugnali, ognuno con funzioni specifiche e una cerimonia di verifica per impedire trucchi o infamie. L’oggetto bellico era la protesi concreta dell’onore, spesso accompagnato da stemmi araldici, colori identitari e preghiere di protezione. La disciplina del duello, come narrano le cronache di **Matteo di Parigi** nella sua “Chronica Majora”, non conosceva arbitrii. Il rispetto delle regole era ferreo: infrazioni come colpi bassi, armi non dichiarate, aiutanti occulti erano punite con la squalifica, la condanna sociale o la gogna pubblica. La comunità si fa giudice e testimone: ai piedi dell’arena, sacerdoti, nobili e plebei osservano e valutano anche i più piccoli gesti, perché qui la reputazione vale quanto la pelle. Il clima spirituale e giuridico del duello medievale emerge chiaramente dalla lettura delle **fonti teologiche**. La “Summa Theologica” di Tommaso d’Aquino, nel suo trattato su diritto, violenza e peccato, riflette sul valore morale della tenzone. Se il combattimento è espressione di verità e giustizia, la vittoria è segno della volontà divina. Non sorprende dunque che, pur tra mille riserve dottrinali, la Chiesa abbia finito col legittimare la pratica, predisponendo riti di purificazione e persino la presenza di altari mobili a bordo campo. La dimensione sacrale trasforma forse la cruenta lotta in un esame ultraterreno, dove la verità si manifesta nella sopravvivenza. Nelle leggi longobarde, nei capitolari carolingi e nei documenti burgundi — tradotti nei secoli da glottologi e giuristi in lingua inglese e poi rielaborati — la disciplina del duello si raffina. Vengono istituite arene specifiche; nelle città italiane si approntano “campi della prova”, e le battaglie simulano quegli scontri terribili del passato, ma con armi blunte e codici cerimoniali. Il valore del singolo si fonde con quello collettivo; il duello diventa il teatro privilegiato dove la reputazione, la pace sociale e l’equilibrio della comunità trovano una sintesi drammatica. Non mancano nelle fonti episodi dal sapore quasi commovente, come quello tramandato dalla “Chronica Majora” del **1231**, dove la sconfitta nel duello non produce solo la morte fisica, ma una perdita sociale assoluta: l’avversario abbattuto, se sopravvive, è spesso condannato all’esilio, alla penitenza monastica o alla deprivazione dei diritti civili. Il duello non è mai solo corpo a corpo, ma rappresenta il crocevia di valori tipici del Medioevo come l’onore, la lealtà, la fedeltà al sovrano e la ricerca della giustizia. Nel panorama europeo, il duello giudiziario si tinge di sfumature diverse: in Francia, la “Ordonnance sur les combats singuliers” di Luigi IX formalizza regole su tempi, modalità e penalità; in Inghilterra, la formazione delle “Trial by Combat”, testimoniata nella “History of the Kings of Britain” di **Goffredo di Monmouth**, si trasforma in episodio letterario nei cicli arturiani, dove la singolar tenzone incarna la conquista dell’identità e la maturazione spirituale del cavaliere errante. La dimensione simbolica si riverbera nel linguaggio della **letteratura cavalleresca**. Le “Gesta Francorum”, documento della Prima Crociata, raccontano come ogni scontro, ogni sfida, sia accompagnata da preghiere solenni e invocazioni al cielo; la tensione tra forza e fede pervade ogni pagina, rendendo la battaglia una mistica ricerca della verità. Nelle “Mille e una notte”, raccolta di racconti arabi che affascinano corte e aristocrazia europea dal XIII secolo in poi, i duelli assumono spesso connotazioni esotiche: la sfida non è solo arma, ma anche enigma, prova magica, via di redenzione. Anche le satire trovano spazio nelle fonti antiche. I “Racconti di Canterbury” di **Geoffrey Chaucer**, tradotti ufficialmente in inglese, prendono di mira le esagerazioni dei cavalieri pronti a mettere tutto in discussione per il gusto della sfida. La società medievale, tuttavia, non può fare a meno di questi riti: il duello è necessario per dare una soluzione definitiva a ciò che la legge scritta non riesce talvolta a ricomporre. Col passare dei secoli, la pratica del duello giudiziario si avvia al crepuscolo: dal XIV al XV secolo, le corti civili, la nascente burocrazia e il rafforzamento degli ordini religiosi riducono progressivamente la funzione della tenzone. Tuttavia, la sua eredità non scompare; si trasforma nei codici d’onore e nelle regole della scherma rinascimentale, tramandata nei trattati di **Fiore dei Liberi** e **Filippo Vadi**, dove il combattimento diventa scuola di disciplina, regole e precisione. La prospettiva cambia, ma l’archetipo della singolar tenzone resta vivo. Il panorama italiano riveste un ruolo importante nella codificazione dei duelli. Dalle cronache di Novalesa alle ricostruzioni di giuristi genovesi e veneziani, emergono figure di arbitri, maestri d’armi e “campioni”, chiamati a garantire il rispetto di ogni regolamento e a giudicare le controversie. La ritualità della tenzone si fonde con la teatralità pubblica del tardo Medioevo: i duelli animano piazze e cortili, attirano folle di curiosi, musicisti e persino mercanti, rendendo ogni singolo episodio parte dell’immaginario collettivo. All’interno delle fonti si coglie la tensione tra la dimensione giuridica e quella spirituale: il duello non è mai una semplice dimostrazione di forza, ma un rito in cui il corpo dell’uomo diventa sede di valori universali. Il rispetto dell’avversario, il limite imposto dalla legge, la ricerca della verità simbolica e pratica: tutto converge in queste battaglie codificate, che hanno segnato la storia culturale d’Europa. Anche dopo il definitivo tramonto del duello giudiziario, la sua influenza non svanisce. Nell’immaginario contemporaneo, nei romanzi, nel cinema, nella pubblicità e nello sport, l’eco di queste antiche singolar tenzoni continua a riverberare. Si parla ancora di “sfida”, “prova della forza” e “giudizio supremo”; il linguaggio stesso rimane intriso di ricordi antichi. “Lanciare il guanto di sfida”, “difendere l’onore”, “vincere ad armi pari”: formule che provengono direttamente dalle arene medievali. C’è quindi qualcosa di profondamente umano nella **nobile arte dei duelli**. In essa si condensa il dramma della scelta, la tensione tra giustizia e potere, la speranza che dietro la violenza ritualizzata si nasconda una verità superiore. Forse il Medioevo aveva intuito che l’ordine sociale non può fondarsi solo sulla carta, ma ha bisogno di coraggio, di disciplina, di occhi che si incrociano sotto la visiera e di una folla che assiste in silenzio, sapendo che la storia si scrive così, un colpo alla volta. Nel ricordo delle fonti antiche, la scena dello scontro sotto il cielo, il clangore delle armi, il silenzio carico di attesa sono immagini che ci restituiscono la fragilità e la grandezza di un’epoca in cui il valore si misurava nell’arena, ma la vittoria apparteneva — sempre — anche alla comunità. Il fascino dei duelli medievali, dunque, non si spegne: si rinnova nei secoli, interroga la nostra coscienza e ci offre, forse, ancora oggi, una chiave per comprendere il rapporto tra forza, giustizia e destino. Fonti primarie utilizzate: - “De Ordine Judicii Dei sive Duelli” (Ivo di Chartres, fine XI secolo) - “Chronica Majora” (Matteo di Parigi, XIII secolo) - “Livre des Ordres de Chevalerie” (Ramon Llull, circa 1276) - “Book of Chivalry” (Geoffroi de Charny, circa 1350) - “Historia Regum Britanniae” (Goffredo di Monmouth, 1136) - “Gesta Francorum” (Anonimo, fine XI secolo) - “Summa Theologica” (Tommaso d’Aquino, 1265-1274) - “Racconti di Canterbury” (Geoffrey Chaucer, circa 1387) - “Mille e una notte”, traduzione medievale europea ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Lettere Segrete Medievali: Crittografia, Simboli e Fascino Storico.](https://scriptamanentitalia.it/lettere-segrete-medievali-crittografia-simboli-e-fascino-storico/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nelle notti silenziose del Medioevo, le parole scritte nelle lettere viaggiavano da un angolo all’altro d’Europa portando con sé passioni segrete, minacce velate e confessioni che avrebbero potuto accendere guerre o sancire amori. Immagina una luce tremula, una penna che scivola lenta sulla pergamena, un sigillo che trattiene il respiro di chi scrive. In un mondo privo di strumenti di comunicazione immediata, una lettera era più potente di una spada, più audace di una dichiarazione pubblica, più personale di una promessa sussurrata. La posta medievale non era solo il mezzo per trasmettere informazioni: era il canale attraverso cui si muovevano desideri proibiti, accordi politici, messaggi cifrati e perfino minacce di morte. In questa tela intricata di parole e silenzi, il destino di principi, monaci, guerrieri e amanti dipendeva dall’arrivo, o dalla perdita, di una missiva. Durante l’**Alto Medioevo**, la scrittura epistolare era appannaggio di pochi, spesso concentrati nei monasteri e tra i nobili. I monaci, educati alla trascrizione e alla lettura di testi sacri, furono tra i primi a custodire, riprodurre e innovare le forme della corrispondenza. Nei **codici di Gregorio Magno**, la struttura delle lettere svela un ordine preciso, dove la parola diventa veicolo di fede e strumento di potere. La posta, in questo periodo, si muoveva lentamente, affidata a messaggeri fidati capaci di attraversare terre ostili, valicare montagne, superare mari e deserti per raggiungere la destinazione. Un viaggio epico, talvolta segnato dalla perdita o dall’intercettazione del messaggio, che poteva alterare il corso di un regno o la sorte di una famiglia. Il sistema postale medievale non era regolato da alcuna autorità centrale. I **messaggeri**—noti come “tabellarii” o “nuntii”—erano uomini di provata affidabilità, scelti con cura dai mittenti per la loro discrezione e coraggio. Attraversavano paesaggi minacciosi, affrontando briganti, guerre e flagelli naturali, portando con sé solo il sigillo del potente che li aveva inviati e la paura di essere riconosciuti. Spesso il messaggio affidato al “tabellario” era codificato, scritto con simboli che solo il destinatario poteva comprendere: il rischio di intercettazione era altissimo, soprattutto nei periodi di instabilità politica come durante le lotte tra fazioni nel Sacro Romano Impero e nelle guerre tra città italiane. Le missive medievali erano strumenti di diplomazia, ma anche di inganno. Nei registri delle **Epistolae di Papa Leone III**, si trovano lettere che sembrano carezze e invece nascondono minacce abili. Si leggevano formule di rispetto e, subito dopo, avvertimenti sulla forza militare, sulla possibilità di scomunica o sul rischio di interdetto, un’arma spirituale che poteva devastare la vita di un’intera città. Le lettere del papa, tradotte nelle raccolte ufficiali inglesi, sono testimonianze di un potere esercitato con la parola, la paura e la speranza. In ogni frase traspare la consapevolezza che la posta era veicolo privilegiato di influenza, affidata allo scritto per piegare la volontà del destinatario. Nel tempo, anche i sovrani compresero la potenza delle lettere. **Guglielmo il Conquistatore**, famoso per la sua astuzia, affidava ai suoi messaggeri dispacci carichi di ordini, richieste di tributo, ultimatum e promesse di alleanza. Nelle lettere tradotte dai cronisti anglosassoni, si scoprono le strategie di un re che, pur armato, preferiva spesso colpire con la parola; talvolta la minaccia era velata da formule di cortesia, in altri casi traspariva la promessa di violenza. La posta divenne così strumento di negoziazione territoriale, attraverso cui si negoziavano confini, matrimoni e successi militari molto prima che le spade si incrociassero. Uno dei volti più suggestivi della posta medievale è senza dubbio quello delle **lettere d’amore**. In un’epoca in cui le relazioni erano spesso pilotate da interessi familiari o dinastie, la corrispondenza privata permetteva di sognare un amore libero e appassionato. Le lettere tra **Abelardo ed Eloisa**, trascritte nei secoli successivi, sono tra le più celebri testimonianze di passione clandestina. I due protagonisti sfidarono le regole ecclesiastiche, le convenzioni della società e persino il destino, affidando alla posta la testimonianza della loro infinita sofferenza, della gioia effimera e della nostalgia che solo la distanza poteva accrescere. Quelle lettere non solo lasciarono traccia nell’animo di chi le scrisse, ma influenzarono generazioni di innamorati fino al Rinascimento. Le missive d’amore nel Medioevo spesso si muovevano attraverso vie clandestine. Amiche fidate, servitori leali, monaci comprensivi si facevano tramite della corrispondenza. Il rischio era alto: una lettera intercettata poteva portare alla rovina, alla reclusione o perfino alla morte dell’amante e del messaggero. Nei testi della **Liber Secretorum**, la voce delle donne si fa più nitida che mai: esse scrivono per confessare desideri inespressi, per chiedere protezione, per tramare vendette. Raccontano di amori non corrisposti, di legami impossibili e di passioni che bruciano dietro le mura di palazzi e conventi. La posta diventava, per la donna medievale, un’arma sottile con cui sfidare l’ordine costituito e affermare la propria volontà. Nel contesto delle corti feudali e delle città medievali, la scrittura delle lettere era opera di sapienti segretari, esperti in retorica e grammatica. I testi venivano spesso copiati, archiviati e studiati per decenni nei monasteri—luoghi che conservavano la memoria e garantivano la sicurezza dei messaggi più importanti. Nei manuali di epistolografia del XII e XIII secolo, tradotti oggi per gli studiosi, si leggono istruzioni dettagliate su come scrivere una lettera efficace, come celare o esaltare determinati sentimenti, come costruire minacce mai esplicite ma efficaci. La posta era raffinata al punto che, secondo alcuni studiosi medievali, si preferiva investire nella perfetta scrittura delle lettere piuttosto che affidarsi ai rischi della diplomazia diretta. L’arte della **scrittura cifrata** raggiunse nel Medioevo livelli sorprendenti. Tra i documenti degli archivi di **Francia** e **Castiglia**, emergono lettere in cui il messaggio è celato sotto simboli, cifre, parole in codice. Le chiavi di lettura erano note soltanto a mittente e destinatario, che talvolta affidavano le istruzioni di decrittazione a segreti passaparola. Le lettere criptate servivano non solo per trasmettere ordini militari e segreti di stato, ma anche per comunicazioni private tra amanti, monaci e mercanti. L’uso della cifratura aggiungeva un ulteriore strato di sicurezza e incertezza, rendendo la posta uno strumento di potere, mistero e rischio. Fra le testimonianze di lettere minacciose, il “Dictamen de potestate” attribuito a **Federico Barbarossa** rappresenta un esemplare di freddezza e strategia. In queste epistole, la minaccia non viene mai pronunciata direttamente: si allude a punizioni, si evocano condanne divine o la possibilità di perdere privilegi. Le lettere si servono della retorica per insinuare paura senza esplicitarla, stratagemma favorito anche da altri imperatori e pontefici. Nelle cronache dei processi contro i **Templari** del XIV secolo, tradotte nelle fonti inglesi moderne, emergono missive rese pubbliche dai tribunali, scritte apposta per terrorizzare gli avversari o persuadere testimoni reticenti. La posta diventa così protagonista nel teatro delle lotte politiche e dei tradimenti. L’universo delle università medievali portò innovazioni notevoli alla scrittura e alla conservazione delle lettere. In luoghi come **Bologna**, **Oxford** e **Parigi**, gli studenti inventarono nuove forme di appello epistolare ai professori, ai magistrati e perfino ai sovrani. Nei registri delle accademie, le lettere dei filosofi come **Tommaso d’Aquino** mostrano come il pensiero viaggiasse per mezzo della posta, alimentando dibattiti, spingendo la ricerca e diffondendo sapere. La posta diventò così ponte culturale tra le varie anime dell’Europa medievale, superando le barriere delle lingue e dei confini. La religione ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo della posta. Nei documenti tradotti dagli archivi romani e inglesi, si legge di lettere inviate da nobili a vescovi per chiedere intercessioni, indulgenze, confessioni private. Le epistole di **Bernardo di Chiaravalle**, abate e guida spirituale, portano un linguaggio vibrante, poetico e commosso. Attraverso la posta, i fedeli affidavano i propri peccati, le proprie speranze e le proprie paure, certi che la parola scritta valesse più di quella pronunciata nel segreto del confessionale. La posta divenne dunque anche veicolo di fede, strumento di comunione tra l’uomo e Dio, spazio dove la spiritualità si faceva carta e inchiostro. Ma la posta poteva essere anche pericolosa. Nei processi contro i **Templari**, la corrispondenza segreta veniva usata come prova di cospirazione, di ribellione e di eresia. Le lettere intercettate, tradotte dai tribunali francesi, parlavano di nomi in codice e messaggi cifrati consegnati da messaggeri in abiti di pellegrino. I sigilli di cera, studiati negli archivi inglesi ed oggetto di traduzioni ufficiali, erano spesso l’unico strumento di garanzia: un sigillo rotto significava spionaggio, tradimento o pericolo imminente. Nel panorama iconografico medievale, il gesto della consegna di una lettera era altamente simbolico. Nei manoscritti illustrati inglesi e francesi, si trova spesso l’immagine di due figure che si scambiano una pergamena: lo sguardo interrogativo, la mano tesa, il sigillo ben visibile. La lettera, in questi dipinti, è raffigurata come crocevia tra pubblico e privato, tra potere e sentimento, tra paura e desiderio. L’arte medievale ha immortalato la posta come oggetto prezioso, degno di essere tramandato nei secoli. La chiusura della lettera con la cera era un rituale solenne: il mittente imprigionava il contenuto sotto il segno della propria casata o della croce. Nei documenti degli **archivi inglesi** e francesi dei XII e XIII secolo, i sigilli sono descritti con dovizia di particolari—forme, colori, simboli—utilizzati non solo come protezione del messaggio, ma anche come manifestazione pubblica di rango, identità ed autorità. Il destinatario, spezzando il sigillo, entrava nel mondo del mittente, accettando il patto che la lettera rappresentava. La posta nel Medioevo attraversò tutti gli ambiti della vita: fu testimone di nascite, matrimoni, guerre e morti. Fu strumento di ricatto, veicolo di confessioni, mezzo di propaganda. La lettera era patrimonio, minaccia, promessa, preghiera. Tra le pieghe della carta sbiadita si nascondevano paure ancestrali e desideri immortali, narrati dagli archivi che ancora oggi restituiscono all’umanità la profondità degli animi del passato. In ogni parola vergata, in ogni sigillo impresso, il Medioevo affidava il destino di intere generazioni all’incertezza della consegna, al coraggio dei messaggeri, alla forza invincibile della parola scritta. La posta divenne così eredità preziosa. Nell’attimo fragile in cui la lettera veniva aperta, il mondo cambiava: amori sbocciavano, guerre si accendevano, segreti venivano svelati. Nessuna invenzione, prima del libro, ebbe un potere così grande e così intimo: e il suo eco, tra le mura silenti dei castelli e le navate maestose delle cattedrali, ancora oggi ci racconta che, senza il coraggio di scrivere e spedire, il Medioevo avrebbe conosciuto solo il silenzio. Oggi, rileggendo quei manoscritti sopravvissuti, si ritrovano le emozioni, le paure e le astuzie di un’epoca lontana. Il Medioevo ci insegna che la comunicazione non è mai stata facile, né sicura, né innocente. Ogni lettera recapitata o perduta, ogni minaccia velata, ogni confessione clandestina, è la traccia di una civiltà viva, complessa, tragica e sublime. La posta medievale non è solo una testimonianza storica: è un invito a ricordare che la parola può cambiare il mondo, se solo trova il coraggio di viaggiare oltre i confini dell’invisibile. Quando oggi pensiamo al potere di una lettera, alla possibilità che un semplice foglio possa decidere la sorte di regni e di amori, non possiamo non restare affascinati e turbati dalla forza delle parole che attraversarono i secoli. E forse, proprio in quell’attimo sospeso tra la scrittura e l’attesa, tra la consegna e la speranza, il Medioevo ci consegna il suo più grande segreto: che ogni messaggio è, in fondo, un ponte tra la solitudine di chi scrive e il desiderio di essere ascoltato, nel tempo senza tempo della storia. Fonti primarie citate: - “Epistolae Abelardi et Heloissae” (traduzione ufficiale inglese, sec. XII) - “Dictamen de potestate” attribuito a Federico Barbarossa (traduzione dal tedesco all’inglese, Annali medievali) - “Letters of Gregory the Great” (traduzione inglese delle lettere papali, sec. VI-VII) - “Epistolae Papae Leonis III” (traduzione inglese delle lettere pontificie, sec. IX) - “Chronicles of William the Conqueror” (traduzione inglese dei documenti anglosassoni, sec. XI) - “Liber Secretorum” (traduzione ufficiale inglese di lettere femminili medievali, Annali francesi, sec. XIV) - “Letters of Thomas Aquinas” (traduzione inglese delle missive filosofiche, sec. XIII) - “Bernard of Clairvaux, Selected Letters” (traduzione inglese dei documenti monastici, sec. XII) - “Templar Trials Records” (traduzione ufficiale inglese dei processi ai Templari in Francia, sec. XIV) - “Medieval Royal Seals, English Archives” (traduzioni ufficiali inglesi di fonti archivistiche, sec. XII-XIII) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Ricette Medievali di Dante: Piatti e Cibo nel Medioevo Italiano](https://scriptamanentitalia.it/ricette-medievali-di-dante-piatti-e-cibo-nel-medioevo-italiano/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel cuore della Firenze trecentesca, tra i vicoli che risuonano ancora dell’eco della Commedia, un interrogativo seduce storici e appassionati di cucina: **quale cibo sfamava Dante Alighieri** e i suoi contemporanei? Aprire il sipario sulla tavola medievale significa addentrarsi oltre le nebbie di stereotipi e racconti folklorici: il piatto quotidiano di un poeta non è mai banale, racchiude universi di simboli, privazioni, e, a volte, vere e proprie stranezze. Un solo morso, nel Trecento, poteva condurre attraverso sentieri di superstizione, devozione, scienza e piacere, narrando la storia d’Italia ben prima dei manuali scolastici. Per tentare di ricostruire la dieta di un fiorentino colto come **Dante**, occorre immergersi nella letteratura medicale e culinaria del tempo; la **Scuola Medica Salernitana**, nel suo celebre “Regimen sanitatis Salerni” e i ricettari come il “Libro per cuoco” anonimo veneziano, sono lo specchio del pensiero alimentare dell’epoca. Non erano solo consigli pratici: il cibo era parola e allegoria, materia e spirito. Persino le cronache delle grandi famiglie, i menù cerimoniali e i trattati di igiene pubblica documentano il valore che la società attribuiva a nutrirsi bene, con misura e secondo il ritmo liturgico dell’anno. Mangiare, per **Dante**, non era solitudine. Lo si faceva in compagnia, spesso in sale dove si parlava di politica e poesia. La cultura medievale vedeva nella convivialità uno spazio sacro, tanto che la “lectio mensae”, la lettura ad alta voce durante i pasti, era pratica diffusa nei conventi. Ma cosa metteva davvero in bocca il poeta? Nulla di simile ai bistecconi moderni o ai raffinati risotti: la dieta era essenziale e, per certi versi, sorprendente. Il pane, simbolo di civiltà e misurazione stessa del tempo (“Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui,” recita Dante nel Paradiso), era onnipresente. Tuttavia, il pane del Trecento era spesso misto, composto da orzo, segale, spelta o farro; il bianco era riservato ai più ricchi. Il “Regimen sanitatis Salerni” consiglia esplicitamente di scegliere pane “bruno”, perché meno raffinato e, secondo la medicina di scuola greca, più sano e sostanzioso. Un pane, dunque, rustico, a volte condito con fava (che i medici dell’epoca, come testimonia il “De observatione ciborum” di Anthimus, consigliavano e temevano insieme, attribuendole proprietà ambivalenti tra nutrimento e insalubrità). Accanto al pane, le minestre – o pottage – non potevano mancare. Una delle ricette più comuni, presente tanto nei testi italiani quanto in quelli francesi e inglesi (come nel “Viandier” o nel “The Forme of Cury”), era il brodo di legumi: ceci, lenticchie, piselli e fave erano cotti a lungo con aromi come prezzemolo, porri e aglio. Fondamentale era il controllo della “qualità umorale” degli alimenti, secondo il principio galenico. Il “Regimen” raccomanda minestre semplici e poco grasse per le nature calde, più ricche per quelle fredde. Le spezie non erano solo vezzo esotico, ma strumento medico; lo zafferano, il pepe, il cumino e il coriandolo comparivano con frequenza, donando calore agli umori e nobilitando anche il cibo dei poveri. Sorprende notare quanto la carne fosse rarefatta nella dieta quotidiana. Nel “Libro per cuoco” del Trecento si trovano sì ricette di carni arrostite e bollite, soprattutto per giorni di festa e pranzi cerimoniali, ma nella realtà quotidiana si mangiavano soprattutto parti “povere”: trippa, interiora, lingua e piedi. Il manzo era raro, più comuni erano ovini, suini, pollame e, soprattutto, selvaggina in certe stagioni: i cinghiali, i cervi, le lepri. Nelle città, però, la carne era spesso prerogativa delle classi alte, mentre la gente comune sosteneva la propria dieta con formaggi freschi (cacio, robiola, ricotta) e uova. Il “Regimen sanitatis Salerni” insiste sul consumo moderato delle uova, “né troppo cotte né troppo crude”, per non squilibrare l’organismo; regole osservate e tramandate anche dagli autori del “Tractatus de modo preparandi et condiendi omnia cibaria”. Il pesce era invece pane quotidiano, specialmente nelle numerose giornate di magro imposte dal calendario liturgico. Testi come il “Libro della cucina” dell’Anonimo Toscano offrono ricette di “anguilla in agrodolce” (con aceto, miele e spezie), di merluzzo, di stoccafisso e, sorprendentemente, di animali oggi impensabili: rane, lumache e persino istrici. L’olio d’oliva, per quanto prezioso, veniva riservato ai piatti delle zone produttrici e diventava spesso ingrediente per piatti di pesce o verdure. Il lardo, più a buon mercato, era il grasso preferito nelle cotture della carne. La frutta aveva un ruolo centrale, consumata fresca o conservata in forma di confetture, sciroppata in miele o cotta con spezie. Spesso veniva servita all’inizio o alla fine del pasto, secondo un ordine che la dietetica medievale imponeva per favorire la digestione. Le mele cotogne, le pere, l’uva e soprattutto le noci entravano sia nelle pietanze dolci sia in quelle salate. Il vino era, insieme all’acqua (che però si beveva raramente pura), la bevanda principale in tavola: “vino annacquato” o vino speziato (claretum, hypocras), preparato con cannella e chiodi di garofano, costituiva un vero nettare per i ricchi, mentre i poveri ricorrevano volentieri alla birra e persino alla sidra. Un aspetto affascinante sono le “stranezze” che oggi ci sembrano bizzarre ma che nel Medioevo erano normali: la cottura delle carni in salse dolci, arricchite di miele e uvetta (come documentano numerosi passi nel “Viandier” francese); il largo uso di aceto e mostarda come conservanti e correttori di sapore; la consuetudine di inserire frutta secca, come datteri e prugne, anche nei piatti di pesce, in nome di un’equilibrata combinazione tra i “quattro umori”. Persino il famoso “castrone” arrosto finiva irrorato di succo d’arancia amara, secondo la raffinata moda importata dagli arabi in Sicilia e documentata nell’“Anonimo Veneziano”. Le tavole dell’élite – le uniche talvolta descritte nei menù di corte conservati in archivi come quello di Parigi o di Ferrara – erano costellate di capolavori della cucina-scultura: cigni arrostiti, pavoni ricoperti delle proprie piume, pietanze colorate con zafferano e spirulina, impasti che imitavano animali fantastici. Ma la quotidianità, anche per uno come Dante, rimaneva semplice: pane, minestre di legumi, latticini, qualche uovo, ortaggi a foglia larga (bietole, cavoli, verze), cipolle e porri erano i protagonisti. Un piatto tipico descritto nei ricettari è la “minestra di farro”, cotta lungamente con aromi e formaggio – un vero comfort food ante litteram. Le commemorazioni religiose e le feste offrivano però l’occasione di sperimentare nuovi sapori, ricorrendo a ricette codificate. Durante la Quaresima, la “zuppa di mandorle” (a base di latte di mandorla, pane, zucchero e cannella) era molto popolare, testimoniando l’ingegnosità medievale nell’evitare carne e latticini di origine animale. Il “Libro della cucina” indica anche piatti come lo “sformato di anguilla”, cotto in vino bianco e arricchito di spezie orientali; una rarità, segno della presenza, sulla tavola dei ricchi, dei traffici con l’Oriente, tanto esaltati nella Commedia. I dolci, spesso riservati agli ultimi momenti dei banchetti, erano appannaggio di chi poteva permettersi zucchero o miele: torte di mele e pere, crostate arricchite con mandorle, biscotti speziati e confetti di anice. Il gusto per l’agrodolce era costante: non mancavano nei testi le ricette di “mostarda”, un condimento ottenuto con mosto d’uva cotto, spezie e frutta secca, usato tanto sulla carne quanto sul pesce. Un capitolo a parte merita la medicina. Nei manuali di dietetica come il “Regimen sanitatis Salerni”, si sottolinea più volte il rapporto tra cibo e salute: mangiare troppo poco portava malinconia, troppo portava biliosità. Ogni alimento riceveva una valutazione precisa secondo il sistema dei “quattro umori”: caldo, freddo, secco, umido. Questa visione scientifica si innestava nella pratica quotidiana: per esempio, il pesce d’acqua dolce, considerato “freddo e umido”, esigeva di essere servito con salse calde e speziate a compensare il bilancio degli umori. Alcuni dettagli sorprendono ancora: il vino si aromatizzava con fiori di viole e petali di rose, i grassi si alternavano secondo la stagionalità, il cibo era spesso servito in piatti comuni, da cui si attingeva ognuno con il proprio cucchiaio di legno o di stagno. La forchetta, inesistente sulle tavole europee sino al tardo Medioevo, avrebbe scandalizzato Dante, che mangiava con le mani, secondo un preciso galateo non meno stringente della nostra etichetta. La sazietà, tuttavia, era sempre incerta: secondo il “De observatione ciborum” di Anthimus e la vasta letteratura del tempo, la povertà alimentare era la norma. La carne era riservata a pochi, gli avanzi venivano subito reimpiegati, il concetto di “spreco” era quasi sconosciuto. Le cronache narrano di carestie in cui perfino la crusca diventava pane, misto a legumi e ortaggi raccolti nei boschi. Eppure, in questo contesto, la cucina medievale era tutt’altro che monotona e ripetitiva. Da nord a sud, le differenze regionali si avvertivano già in età dantesca: la Sicilia arabo-normanna privilegiava gli agrumi e i piatti speziati, l’Emilia Romagna la pasta ripiena (già documentata in alcune fonti), il Veneto il riso, la Toscana i legumi e la selvaggina. Le stesse tecniche di conservazione – salagione, affumicatura, essiccazione – modificavano la materia viva del cibo, creando un mosaico di sapori che Dante, nelle sue pagine, tratteggia qua e là, come quando descrive l’abbandono a voracità bestiali delle anime dei golosi. Oggi, recuperare le ricette del tempo di Dante significa riscoprire una cucina antica, fatta di pazienza, penuria e ingegno. Le parole dei trattati ci restituiscono il gusto del viaggio: dal pane misto all’orzo, alla minestra di farro e porri; dalla trota al forno con agrumi amari, all’arrosto di castrone irrorato di miele e spezie; dalla zuppa di mandorle al pane di crusca, dalla robiola fresca alla grande protagonista invernale, la rapa. Ognuna di queste pietanze racconta la società che le ha generate, la lotta quotidiana per il benessere e la salute, ma anche la capacità di trovare poesia perfino nella fame. Oltre le abbondanze dei banchetti signorili e le privazioni delle plebi, il cibo medievale conserva ai nostri occhi il fascino di un mistero da svelare – un po’ come il verso nascosto nella Commedia. Immaginare **Dante** a tavola oggi, con un tozzo di pane bruno fra le dita e qualche mestolo di zuppa di legumi davanti, è forse la maniera più autentica per sentire ancora vivo lo spirito di un tempo in cui la fame, la festa e la fede sedevano sempre, insieme, alla stessa mensa. Fonti primarie utilizzate: - “Regimen sanitatis Salerni”, traduzione inglese di Thomas Paynel (1535) e Sir John Harington (1617). - “De observatione ciborum” di Anthimus, traduzione ufficiale in inglese (6° secolo). - “Libro per cuoco” anonimo veneziano, traduzione moderna inglese di Louise Smithson (XIV secolo). - “Anonimo Toscano, Libro della cucina”, traduzione inglese di Ariane Nada Helou (2013). - “Viandier” (francese), traduzione inglese di James Prescott (XIII-XIV secolo). - “Tractatus de modo preparandi et condiendi omnia cibaria”, in traduzione inglese (XIV secolo). - “De flore dietarum”, attribuito a Constantino Africano, ed. Piero Cantalupo; referenza alla tradizione inglese del XIII secolo. - Menù cerimoniali e ordinanze di corte riportati in “Antiquitates culinariae” a cura di Richard Warner (1791). ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Scuola nel Medioevo: istruzione, bambini, castelli, chiostri e monasteri](https://scriptamanentitalia.it/scuola-nel-medioevo-istruzione-bambini-castelli-chiostri-e-monasteri/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Dove echeggiano le voci dei monaci tra le navate, dove i bambini rincorrono sogni all’ombra di mura secolari, là si è tessuta una pagina fondamentale dell’educazione europea. “Bambini e scuola tra castelli, monasteri e chiostri” è una storia costellata di immagini vivide: pergamene, penne d’oca, giochi sotto archi romanici, e occhi curiosi intenti ad assimilare i saperi degli uomini. Mentre il tempo si snodava lento tra le pietre di abbazie e fortezze, l’infanzia trovava lì il suo primo vero laboratorio di crescita. Spesso si immagina il Medioevo come un’epoca oscura, priva di spazi per l’istruzione e la formazione dei più piccoli. Eppure, proprio nelle pieghe dei **castelli**, nei chiostri silenziosi e nelle biblioteche dei **monasteri**, si sono depositate le radici della cultura europea. Fin dalla tarda **Antichità**, in quei luoghi sacri e consacrati alla protezione degli uomini, ogni bambino era chiamato a vivere una formazione fatta di rituali, disciplina, trasmissione della memoria e immersione nella spiritualità. Il primo incontro tra bambini e scuola si svolgeva spesso sotto l’occhio vigile del clero. Le testimonianze di autori come **Beda il Venerabile** mostrano la centralità degli insegnamenti impartiti all’interno dei monasteri anglosassoni del VII e VIII secolo, dove la **Regola di San Benedetto** stabiliva ritmi precisi tra preghiera, studio e lavoro manuale. I bambini, figli di nobili ma anche di famiglie meno agiate, venivano avviati fin dalla precoce età alla lettura delle Sacre Scritture, all’apprendimento del latino e, talvolta, alla copia dei codici. Il sapere era, in quei contesti, un privilegio riservato a pochi ma aperto al talento e alla disciplina. Nella **Regola**, si legge come i giovani monaci dovessero “applicarsi con diligenza nel leggere e nello scrivere, affinché non restino oziosi né ignoranti” (trad. da Regula Benedicti, cap. 48). Non solo monasteri, però. I **castelli** svolgevano il ruolo di centri di formazione militare e amministrativa per il futuro ceto dirigente. Lì, sin dall’età di sette anni, il figlio del signore doveva imparare a servire, osservare e apprendere. La vita era scandita da rituali: dal servizio a tavola all’assistere i cavalieri nelle esercitazioni. In una lettera attribuita a **Guglielmo il Conquistatore** (XI secolo), si legge come il giovanissimo erede dovesse “nutrirsi dei precetti della disciplina finché la virtù non diventasse per lui indole naturale”. L’educazione del piccolo nobile si fondava dunque sull’esempio, sull’imitazione delle figure adulte e sul rispetto delle gerarchie. Nel cuore dell’abbazia, invece, il chiostro offriva una dimensione di raccoglimento e studio. Il **chiostro** era più di uno spazio architettonico: era simbolo di concentrazione e silenzio, luogo dove il bambino si avvicinava ai primi rudimenti della scrittura e della lettura grazie alla guida di maestri attenti. Le “scholae monasticae” sono citate nelle cronache di **Alcuino di York**, consigliere di **Carlo Magno**. Proprio la riforma carolingia introdusse, nell’VIII secolo, il modello delle scuole associate ai monasteri, dove “giovani di ogni ceto potevano apprendere le arti liberali, seguendo le orme dei santi padri” (trad. dalle Epistolae Alcuini). La presenza dei bambini tra le mura sacre aveva anche una funzione rituale: erano spesso coinvolti in celebrazioni liturgiche, processioni e canti. In fonti come le **Consuetudines Cluniacenses** (X secolo), si narra di “piccoli consacrati all’inno del mattino, cenno di lode tra le colonne del chiostro”. In queste comunità, dove il tempo era diviso tra preghiera, lavoro e studio, la scuola rappresentava una via di elevazione, accessibile ai meritevoli e ai devoti. Il **rapporto tra educazione e spiritualità** era però articolato e talvolta ambiguo. Non mancavano regole severe: vi erano precisi momenti dedicati alla correzione dei comportamenti, come testimoniano i “Dialogi” di **Papa Gregorio Magno**. Il bambino veniva spinto verso una disciplina del corpo e dello spirito, dove l’errore veniva affrontato con rigore, nella speranza della conversione. L’apprendimento non era mai soltanto nozione, ma esperienza integrale dell’essere. Quanto al sapere “laico”, anche nelle corti dei sovrani germani e franchi si diffondeva, grazie ai maestri itineranti, la conoscenza della grammatica, della retorica e persino dell’aritmetica. Gli stessi re incoraggiavano la formazione: **Carlo Magno** nel suo “Capitulare de litteris colendis” (789) richiama la necessità di “istruire i figli liberi e servi nelle lettere, affinché nessuno sia ignorante del Verbo divino e delle leggi del regno”. Questo impulso favorì la creazione di scuole anche presso le cattedrali e le collegiata urbane, dove i bambini provenienti dalla città si mischiavano ai giovani dei villaggi. La vita scolastica tra le mura delle abbazie e dei castelli sottendeva un profondo simbolismo: ogni gesto, dal trascrivere una lettera alla memoria di un canto gregoriano, costituiva un rito che legava il bambino al destino della comunità. In una cronaca attribuita a **Eginardo**, si descrive come i bambini “formino la linfa viva della società che la scuola protegge e trasforma, vetus et nova simul”. In questo dialogo tra antico e presente, la scuola costruiva la cittadinanza spirituale e pratica del giovane europeo. I ruoli erano però ben distinti: nei **monasteri**, il sapere era specchio della fede, veicolo di trasmissione delle Scritture e delle Virtù. Nei **castelli**, la conoscenza era strumento di potere, di gestione dei beni e di difesa per la sopravvivenza della casata. Eppure, in entrambi i contesti, il bambino non era mai semplice spettatore, ma protagonista attivo di un percorso di formazione che ne segnava profondamente l’identità. Non sempre, tuttavia, queste istituzioni erano benigne o aperte. Alcune regole monastiche prevedevano punizioni severe e lunghi periodi di isolamento; il ruolo dei bambini in certi monasteri, secondo le “Regole di San Pacomio” (IV secolo), era confinato alle mansioni più umili. Nel **Codice Teodosiano** (V secolo) si trovano riferimenti all’educazione obbligatoria dei servi di corte, che dovevano imparare a leggere e scrivere per motivi amministrativi, oltre che religiosi. L’insegnamento, dunque, si intrecciava alle necessità della società, alla consolidazione dei poteri e alla trasmissione delle tradizioni. Il **monastero medievale** fu straordinario incubatore di conoscenza. I bambini vi erano spesso destinati sin dall’età di cinque-otto anni, inseriti gradualmente nelle attività formative. La regola dettava i tempi: ore dedicate al salmodiare, alla scrittura, alla lettura dei testi sacri, e persino alla pratica musicale. Le fonti carolingie testimoniano il ruolo centrale della “lectio” e della “meditatio”, ritenute indispensabili già per i più giovani, al fine di formare personalità disciplinate e devote. Anche nei castelli feudali, l’infanzia era oggetto di cura pedagogica, benché il sapere trasmesso fosse spesso pragmatico. In una lettera di **Alessandro di Hales** (XIII secolo), si afferma che “la conoscenza delle armi, dei costumi, delle leggi è patrimonio che il signore dona al figlio fin dall’età tenera”. La scuola era qui fatta di esempi, di sfide, di un apprendimento corporeo e diretto: utilizzare la spada, servire fedelmente, gestire le terre. Al di là della distinzione fra “scuola ecclesiastica” e “scuola cavalleresca”, il bambino medievale era immerso in un orizzonte formativo dove la cultura e la pratica si intersecavano costantemente. Le cronache di **Orderico Vitale** registrano come, nelle abbazie, “gli scolari, piccoli e grandi, siano chiamati a partecipare alla liturgia come ad una gara virtuosa, sorretti dall’esempio dei più anziani”. La scuola diventava cronaca vivente della memoria collettiva, spazio di trasmissione delle storie, delle leggende, dei codici etici. Un aspetto spesso ignorato riguarda i bambini di origine umile, che pure trovavano accesso all’istruzione grazie alla carità dei monasteri o alla benevolenza dei sovrani. In un documento capitolare di **Carlo Magno**, si legge che “nessun bambino povero venga allontanato dalla scuola del monastero finché mostri desiderio e disciplina”. Così era garantito, almeno in parte, il diritto allo studio anche ai figli dei servi, degli artigiani e dei contadini. Il chiostro monastico era luogo di studio e di gioco. Si narra, nel “Vita Sancti Mauritii”, che “i piccoli novizi si rincorrano tra le colonne, osando scoprire i misteri della geometria disegnata nel pavimento”. Il sapere si trasmetteva via via, tra letture pubbliche, esercizi di calcolo, interpretazioni allegoriche delle parabole sacre. Il bambino, investito di questa tradizione, si preparava a diventare, da adulto, fedele della Chiesa o signore della terra. Ma anche nelle scuole cattedrali la formazione era articolata e rigorosa: si studiava la grammatica, il calcolo delle festività religiose, si imparava a scrivere ricopiando passi delle Sacre Scritture. In un passo della “Epistola di Giovanni Scotto Eriugena” (IX secolo), si afferma che “il sapere dei giovani a scuola cresce come pianta irrigata dalla parola del maestro, radice e frutto della stessa fede”. Le mura dei monasteri e dei castelli diventavano dunque teatro di storie plurali, dove i bambini vivevano una quotidianità fatta di sfide e di scoperta. Nulla era lasciato al caso: anche il cibo, il vestiario, la gestione degli spazi erano parte integrante della formazione, come ricorda il “Liber manualis” di Dhuoda (IX secolo) che insegna ai propri figli l’arte della misura, del discernimento, e dell’amore per il prossimo. Il viaggio dei bambini attraverso la scuola medievale e le sue architetture ha lasciato impronte indelebili nella memoria europea. Dalle regole di **San Benedetto** alle raccolte di Consuetudini monastiche, dagli scritti dei cronisti alle epistole dei sovrani, emerge una storia che è mosaico di disciplina e umanità. In ogni abbazia, la voce dei piccoli scolari si fondeva con il suono dell’organo; in ogni castello, lo sguardo dei giovani eredi scrutava il futuro tra le feritoie illuminate dallo scorrere del sole. Oltre le mura, la scuola era ponte fra epoche e destini, capace di formare non solo sapienti e guerrieri, ma cittadini e credenti. L’educazione medievale, tra castelli, chiostri e monasteri, consegna ai nostri giorni una lezione di alterità, di rispetto e di tenacia. Ed è proprio tra queste pietre, oggi abitate solo dallo spirito della memoria, che si può ancora immaginare una scolaresca in cammino: mani sporche d’inchiostro, occhi colmi di attesa, il futuro sospeso tra la storia e il sogno. Ecco che allora il viandante moderno, entrato in un antico chiostro o passeggiando tra le mura di un castello, potrà udire in lontananza il risuonare di una scuola invisibile: bambini che imparano, giocano, si trasformano, custodi involontari di una sapienza che nei secoli continua a vibrare nelle pietre. **Fonti storiche primarie**: - Beda il Venerabile, “Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum” (trad. ufficiale, Oxford University Press). - Regula Benedicti (Regola di San Benedetto), trad. ufficiale. - Lettera di Guglielmo il Conquistatore, trad. ufficiale. - Epistolae Alcuini (Lettere di Alcuino di York), trad. Cambridge University Press. - Consuetudines Cluniacenses, trad. Oxford Medieval Texts. - Dialogi di Papa Gregorio Magno, trad. ufficiale. - Capitulare de litteris colendis di Carlo Magno, trad. ufficiale. - Cronaca di Eginardo, “Vita Karoli Magni”, trad. ufficiale. - Regole di San Pacomio, trad. ufficiale. - Codice Teodosiano, trad. ufficiale. - Lettera di Alessandro di Hales, trad. ufficiale. - Cronache di Orderico Vitale, trad. ufficiale. - Vita Sancti Mauritii, trad. ufficiale. - Epistola di Giovanni Scotto Eriugena, trad. Cambridge University Press. - Liber manualis di Dhuoda, trad. ufficiale. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Alto Medioevo: Santità, Miti, Gossip. Storia e Spiritualità Rivelata](https://scriptamanentitalia.it/alto-medioevo-santita-miti-gossip-storia-e-spiritualita-rivelata/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nei secoli bui che seguirono il crollo dell’Impero romano, l’Europa fu attraversata da una febbre di rinascita e inquietudine: nelle colline assolate dell’Italia, nelle foreste nebbiose della Gallia o tra le pietraie della Britannia, uomini e donne scelsero la fuga dal mondo e dalla mondanità per cercare Dio, provocando dibattiti e ripercussioni capaci di scuotere la vita sociale e spirituale del tempo. Ma dietro il silenzio degli **eremiti**, la penitenza dei **monaci** e la gloria dei **santi**, si nascondevano rivalità, voci, leggende e una forma di proto-gossip che avrebbe reso la corte di Carlo Magno pallida in confronto. Il concetto stesso di **spiritualità** cambiò radicalmente tra il VI e il IX secolo. Se nei primi secoli della cristianità a svettare erano figure di martiri perseguitati come **Policarpo di Smirne** o **Perpetua e Felicita**, nell’Alto Medioevo il mito si spostò verso chi sceglieva liberamente l’isolamento, la preghiera e la lotta contro le tentazioni. **San Benedetto da Norcia**, vissuto tra il 480 e il 547, fondò la sua regola tra le rovine di Montecassino, dove si narra che scacciò il demonio più volte e seppe resistere persino al tentativo di avvelenamento da parte di monaci invidiosi. Questa narrazione, tradotta nelle leggende medievali e in fonti come il Liber Pontificalis e la Vita Benedicti, consacra la figura del santo come archetipo di autorevolezza morale ma anche come protagonista di racconti in cui la linea tra cronaca e racconto miracolistico si fa sottile. Nel mondo tardoantico, il ruolo del **santo** si avvicina incredibilmente a quello della superstar contemporanea. I monaci egiziani del IV secolo, come **Antonio il Grande** e **Pacomio**, furono descritti nelle traduzioni di antichi testi copti come oggetto di “pellegrinaggi mediatici”, con folle che viaggiavano per chilometri pur di ricevere una benedizione o ascoltare una parola di conforto. Attorno al santo si creava non solo una comunità spirituale, ma anche un vero e proprio movimento di opinione, con voci di miracoli, apparizioni, sogni e visioni che venivano raccontate e trascritte dagli scribi nelle cronache abbaziali. **Gregorio di Tours** narra con dovizia di dettagli le vite dei santi gallici tra il VI e il VII secolo, evidenziando il potere del racconto e della testimonianza. Nel suo “De gloria martyrum”, le guarigioni, le profezie e le controversie attorno alle reliquie diventano un terreno fertile per la diffusione di pettegolezzi. Un caso eloquente riguarda la disputa per il corpo di **San Martino di Tours**: i monaci delle diverse città combattevano per l’appropriazione delle reliquie attraverso vere e proprie manovre narrative e politiche, spingendo cronisti e testimoni a diffondere notizie spesso ingigantite o distorte. Le leggende di **visite angeliche** e **miracoli** si intrecciano con il sospetto che alcuni santi fossero in realtà più abili nei rapporti umani che nella santità stessa. Nel VII secolo, mentre il regno dei Franchi si consolidava, la popolarità di figure come **Colomba di Iona** o **Aldano di Colonia** cresceva fino a diventare fenomeni sociali. La Regola dei monaci si trasmetteva oralmente ma anche in traduzioni latine e anglosassoni che, secondo gli studiosi, spesso amplificavano la drammaticità delle biografie. Colomba, per esempio, fu protagonista di episodi controversi: le fonti irlandesi riportano dissidi e tensioni con altri abati, trasfigurati nei secoli in racconti di pentimento e redenzione. Anche l’irlandese **Brigid di Kildare** fu circondata da una cortina di miracoli e storie misteriose, tanto che nelle “Vite dei Santi” si trovano riferimenti a prodigi che diventarono veri e propri argomenti da discussione pubblica, amplificando la dimensione del gossip spirituale nell’Alto Medioevo. L’ascesa dell’**eremitismo** fu accompagnata dal sospetto e dalla curiosità delle popolazioni locali. Quando **Giovanni Cassiano** descriveva la vita dei monaci del deserto nella sua “Conferenze”, non si limitava ai consigli spirituali: sottolineava anche gli scandali, le invidie e i sospetti che circolavano nei villaggi su questi uomini fuori dal mondo. In assenza di stampa, la voce correva di bocca in bocca, generando spesso episodi di destituzione, espulsione o damnatio memoriae. Alcuni eremiti, accusati di eccessiva durezza o di eresia, venivano allontanati e poi riammessi, in un alternarsi di riabilitazioni che richiama le dinamiche dei personaggi pubblici nell’arte contemporanea. Nelle fonti agiografiche tradotte in inglese, la celebrità dei santi era spesso legata alla loro capacità di “fare notizia”: miracoli come quello di **San Cuthbert** di Lindisfarne, che si narra abbia camminato sulle acque secondo il racconto della Vita Cuthberti, sono riportati con dovizia di particolari e con uno stile che anticipa la cronaca giornalistica. Non è raro che, come evidenziano le fonti, il santo diventi oggetto di critiche o accuse da parte di monaci rivali, e che le sue gesta siano amplificate o ridimensionate a seconda delle necessità politiche e religiose del momento. La questione della veridicità delle fonti viene dibattuta già tra i cronisti del IX secolo, che spesso devono districarsi tra fede, propaganda e desiderio di consolidare il prestigio del proprio monastero. Lo stesso modello si riflette nel racconto delle “tentazioni” subite dai santi, episodio topico in molte vite tradotte da manoscritti antichi. **Antonio il Grande** sarebbe stato perseguitato da demoni in forme grottesche, mentre **Benedetto da Norcia** avrebbe resistito alla seduzione di una licenziosa giovane, episodio descritto con dettagli che cambiano a seconda della fonte latina o delle versioni anglosassoni. Questi racconti, tramandati attraverso traduzioni antiche e spesso modificati dagli scribi, alimentavano l’immaginario collettivo e diventavano argomento di conversazione tra i fedeli, in una sfumatura di gossip spirituale che precede di secoli la stampa popolare. La figura del **sanatore** e del taumaturgo divenne centrale nella costruzione dei miti altomedievali. In numerose Vite tradotte ufficialmente dal latino e dal greco, santi come **San Colombano** o **San Gallo** sono presentati come guaritori, capaci di fermare epidemie, curare le bestie o addirittura placare tempeste. Questi aspetti della narrazione agiografica rispondevano non solo a esigenze spirituali, ma a una vera e propria necessità di “notizia” e spettacolarizzazione, paragonabile ai meccanismi del gossip odierno. Le fonti antiche sottolineano con forza la commistione tra la dimensione pubblica e la sfera privata: il santo diventa spesso giudice, mediatore, o protagonista di controversie che coinvolgono nobili, contadini e altri religiosi. Nella cronaca altomedievale, la diffusione del gossip spirituale assume spesso toni ambigui, tra devozione e curiosità morbosa. Nelle traduzioni inglesi del “Dialoghi” di Gregorio Magno, il racconto di miracoli e prodigi viene accompagnato da testimonianze che oscillano tra la fede e lo scetticismo, anticipando i dibattiti sulla veridicità delle fonti. In uno degli episodi più celebri, viene narrata la gelosia tra monaci di Montecassino per la popolarità di Benedetto, con voci che si rincorrono su liti e tradimenti, in un clima che richiama le rivalità tra personaggi influenti del nostro tempo. Le reti del gossip spirituale non riguardano soltanto monaci ed eremiti: anche le donne contribuirono alla costruzione di miti e narrazioni. **Santa Ildegarda di Bingen** e **Santa Brigida di Svezia** furono circondate da racconti che miscelavano prodigi, visioni e argomenti privati. Le fonti, tradotte dai testi latini e germanici, descrivono con enfasi le critiche ricevute da ambienti ecclesiastici e la forza con cui le sante riuscirono a imporsi come figure intellettuali e spirituali in contesti fortemente maschili. Le biografie ufficiali riportano battibecchi, sospetti sulle visioni, e persino controversie su presunte eresie, dimostrando la centralità della dimensione pubblica nell’esperienza di santità femminile. Nel fluire degli avvenimenti altomedievali, la forza del racconto e la diffusione del gossip spirituale diventarono strumenti di potere. Non di rado, re e nobili tentavano di “appropriarsi” dei santi per avvalorare la propria autorità: la Vita Sancti Germani narra che **Clodoveo**, sovrano dei Franchi, tentò di manipolare il culto dei santi per consolidare il proprio regno, favorendo rivalità tra monasteri e promuovendo la costruzione di nuove abbazie. Le cronache tradotte dalla lingua latina raccontano questi episodi in stile spesso vicino alla testimonianza diretta, trasmettendo al lettore la sensazione di vivere in un mondo dove la spiritualità si mischia in modo indissolubile con il desiderio di fama e riconoscimento. Tra l’ VIII e il IX secolo, il tema del gossip spirituale si estende oltre i confini europei: le fonti inglesi tradotte dai testi arabi e bizantini riportano voci, leggende e controversie attorno a figure religiose del Vicino Oriente, come **Giovanni Damasceno** o **Teodoro Studita**, che diventano protagonisti di dispute teologiche, scandali politici e rovesciamenti di fortuna. La dimensione del racconto si fa internazionale, abbracciando eterogeneità di culture e ampliando la platea dei “lettori”, i fedeli che discutono e giudicano le gesta dei santi con la passione tipica dei fan di superstar moderne. Alla fine del periodo altomedievale, il santo, l’eremita, la monaca o l’abate sono ormai figure pubbliche, i cui miracoli, gesti e parole circolano attraverso canali che precedono la stampa e i mezzi di comunicazione di massa. Il gossip spirituale nell’Alto Medioevo rappresenta, dunque, una vera e propria forma di racconto sociale, capace di influenzare le scelte politiche, religiose e perfino le dinamiche affettive dei popoli europei. Le traduzioni delle **fonti primarie** ci restituiscono una fotografia vivida di questi uomini e donne, sospesi tra solitudine e celebrità, penitenza e potere, spiritualità autentica e capacità di attrarre e dividere l’opinione pubblica. Oggi, a distanza di oltre mille anni, la fama dei santi e degli eremiti continua a suscitare interesse, dibattito, curiosità e anche sospetti. I meccanismi che hanno reso **San Benedetto**, **Antonio il Grande** o **Brigid di Kildare** delle vere superstar spirituali sono gli stessi che animano le cronache moderne, dove la ricerca della verità si intreccia senza tregua con il fascino irresistibile del racconto. E forse, nel silenzio delle abbazie di pietra, sotto il cielo immenso dell’Europa, il gossip spirituale altomedievale ci ricorda che la fama, la critica e il desiderio di conoscere sono motori universali e senza tempo del vivere umano. Fonti storiche primarie consultate: - “Dialogues”, **Gregorio Magno**, trad. inglese ufficiale Oxford University Press - “The Life of Saint Benedict” (Vita Benedicti), trad. inglese ufficiale Penguin Classics - “The Life of Saint Antony” (Vita Antonii), trad. inglese ufficiale Loeb Classical Library - “Ecclesiastical History of the English People”, **Beda il Venerabile**, trad. inglese ufficiale Oxford World’s Classics - “De gloria martyrum”, **Gregorio di Tours**, trad. inglese Cambridge University Press - “Vita Cuthberti”, trad. inglese ufficiale Early English Text Society - “Vita Brigidae”, trad. inglese ufficiale Irish Manuscripts Commission - “Vita Sancti Germani”, trad. inglese ufficiale Oxford Medieval Texts ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Antica Roma: party, lusso e segreti dei banchetti romani](https://scriptamanentitalia.it/antica-roma-party-lusso-e-segreti-dei-banchetti-romani/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Immergersi nell’arte della convivialità romana significa penetrare il cuore pulsante di una civiltà che concepiva il banchetto come luogo d’incontro tra potere, cultura, piacere e spettacolo. Molto più di una semplice occasione mondana, il party dell’antica Roma era un rito sociale, politico e persino religioso, orchestrato secondo regole spesso invisibili ma rigidamente codificate dagli usi e dai costumi. Ed è proprio nel labirinto di queste consuetudini – tra mosaici splendeggianti, profumi d’incenso e brindisi rituali – che si cela il segreto della fascinazione esercitata dai grandi convivia romani, ancora oggi modello ineguagliato di arte del ricevere e del vivere insieme. Dall’alba della **Repubblica** alle ultime luci dell’**Impero**, il party romano evolve e si trasforma, specchio fedele di una società in perpetuo movimento e di una città, **Roma**, destinata a non tramontare mai. Sin dalle sue origini, il banchetto rappresenta qualcosa di più di un semplice pasto condiviso: è palcoscenico di ambizioni, strumenti di consenso, laboratori di cultura e vetrina di raffinati eccessi. Lo dimostra già **Catone il Censore**, tra i più intransigenti portavoce della moralità romana, quando nelle sue opere raccomanda moderazione e semplicità in ogni aspetto della vita quotidiana, incluso quello conviviale. Eppure, nelle dimore dei patrizi, la “frugalitas” di Catone lascia spesso il posto alla ricerca del lusso più raffinato, come ben testimoniano le fonti. **Orazio**, poeta di età augustea, si diverte a narrare con garbo ironico le contraddizioni dei banchetti: occasioni in cui la sobrietas e la gravitas tanto invocate nei dibattiti politici vengono allegramente accantonate, lasciando spazio a risate fragorose, a brindisi senza fine e a dialoghi degni dei più animati simposi greci. Nel corso dei secoli, la struttura stessa della casa romana muta per venire incontro alle esigenze della vita conviviale. Le più sontuose domus, come ci racconta **Plinio il Vecchio**, vengono progettate con ampie sale, i famosi triclinia, pensate per accogliere un gran numero di ospiti accovacciati su letti riccamente scolpiti. Le pareti sono affrescate con scene mitologiche, simbolo di cultura e prestigio, mentre fontane e giardini interni creano un’atmosfera di fiabesca opulenza. A far da cornice, il fruscio di vesti pregiate, il profumo degli unguenti orientali e il vociare discreto degli schiavi, pronti a esaudire ogni desiderio del padrone di casa o dei suoi illustri amici. L’invito a un party nella Roma antica non è mai veramente casuale. La lista degli ospiti, spesso scritta su tavolette di cera, riflette la complessa mappa delle alleanze e delle rivalità che scandiscono la vita politica e sociale della città. Essere invitato da un personaggio potente come **Lucio Cornelio Silla** o, più tardi, da grandi mecenati come **Gaio Cilnio Mecenate**, non significa solo onore, ma vera e propria consacrazione in un sistema di rapporti dove il prestigio personale si misura anche a tavola. I posti d’onore sono riservati a chi conta davvero: senatori, generali vittoriosi, filosofi alla moda, intellettuali stranieri e, più tardi, influenti imperiali. I clientes, ovvero la vasta e mutevole schiera di amici, sostenitori o aspiranti tali, possono aspirare a compare ai margini: lo spazio e il rango sono tutto, anche tra le lenzuola ornate dei triclini. Prima dell’inizio vero e proprio del banchetto, si svolge il rito della salutatio: i clienti visitano il proprio patrono la mattina stessa nella sua domus, portando doni o semplicemente rendendo omaggio con la loro presenza. Il padrone di casa, spesso affaccendato tra mille questioni politiche e giudiziarie, si prepara però sin dalle prime ore del giorno a quella che sarà la vera mise en scène della sua grandezza: il party serale, dove ogni dettaglio – dalla qualità dei cibi al livello degli intrattenimenti – diventa cimento pubblico. I party romani erano celebri per la varietà e la ricercatezza dei cibi, provenienti da ogni angolo dell’impero. Le prime portate, le gustationes, prevedevano uova sode, olive pregiate di Spagna, frutti di mare e salsine speziate. Seguivano i piatti principali, con carni rare, pesci pregiati catturati nelle acque del **Mar Tirreno** e del **Nilo**, selvaggina, ortaggi esotici e dolciumi raffinati. Il cuoco era spesso uno schiavo di grande esperienza, formato nelle scuole di **Siracusa** o **Alessandria**, vero regista delle meraviglie gastronomiche di ogni convivio. Il “De re coquinaria” di **Apicio** – autentico manuale della cucina imperiale – ci fornisce un’inesauribile galleria di ricette ardite: fenicotteri arrosto, lingue di fenice, suini ripieni di frutta secca, creme speziate e minestre di farro insaporite da soffici aromi d’oriente. Protagonista indiscusso di ogni party della Roma antica, tuttavia, resta il vino: dal **Falerno** campano al rinomato **Setino**, nessun banchetto poteva dirsi riuscito senza abbondanti libagioni, celebrate rigorosamente secondo i dettami dei poeti e dei filosofi. Il vino, ben diverso da quello moderno e di solito allungato con acqua calda, veniva spesso aromatizzato con spezie, miele o erbe profumate: la sua degustazione diventava un gioco raffinato in cui si mescolavano sapienza e piacere. Secondo il “Deipnosophistai” di **Ateneo di Naucrati**, la bravura di un ospite si misurava spesso dalla capacità di mantenere intelligenza e arguzia anche dopo molti brindisi, senza scadere nel turpiloquio o perdere il senso della misura. Ma nel party romano, la gastronomia non era mai fine a se stessa. Il banchetto era sempre accompagnato da intrattenimenti di altissimo livello: musici greci che suonavano la cetra, danzatrici provenienti dall’Asia Minore, attori acrobati e mimi che, tra una portata e l’altra, intrattenevano ospiti e padrone di casa con storie esilaranti, scene mitologiche o satira sociale. Il “Satyricon” di **Petronio** ci regala la descrizione più celebre ed esagerata: la cena di Trimalchione, variegato affresco dei nuovi ricchi che, nella loro ansia di imitare i grandi aristocratici, finiscono per esporre la propria ignoranza dei veri valori della tradizione. Tra portate servite dentro ventre di porco, giochi d’ingegno e lazzi osceni, l’atmosfera oscilla tra buffoneria e sogno, tra verità e artificio. Nei convivi più raffinati, gli intermezzi erano rappresentati da veri e propri simposi filosofici. Il padrone di casa, desideroso di dare lustro al proprio nome e attrarre nella propria orbita artisti e intellettuali, invitava poeti, retori e filosofi. Le discussioni si animavano attorno ai grandi temi della politica, della religione e dell’etica: **Seneca**, nelle sue Lettere a Lucilio, ricorda come una sola parola bene argomentata, nel corso di una cena, fosse sufficiente a influenzare le sorti di un uomo e a indirizzare le decisioni dei potenti. In questi party d’elite, la cultura e la retorica erano armi fondamentali quanto la prelibatezza del cibo: la conoscenza della poesia greca o della storia delle dodici tavole poteva fare la differenza tra l’ascesa sociale e l’oblio. Non mancavano, ovviamente, i convitti privati, eventi più raccolti ma altrettanto significativi nel panorama dei party romani. **Plinio il Giovane**, nelle sue Lettere, offre scorci suggestivi di serate trascorse in compagnia di pochissimi amici fidati, in cui il piacere della conversazione contava più dello sfarzo e della quantità. Secondo questi resoconti, anche gli uomini più potenti preferivano spesso ritagliarsi momenti di quiete domestica, in cui le confidenze, le letture ad alta voce e i discorsi teorici erano il piatto forte del menu. Le cene in onore delle divinità, invece, univano l’etica della moderazione con lo spirito della festa: nel culto di **Bacco**, ad esempio, le libagioni e i canti avevano un triplice valore, celebrativo, sociale e purificatorio. Gesti, rituali e simboli erano ovunque nei party di Roma. Ogni banchetto si apriva con una preghiera agli Dei e un brindisi augurale. I presenti indossavano spesso corone di fiori, considerate propiziatorie, e si profumavano con essenze disponibili solo ai più ricchi. Il padrone di casa dava spesso inizio alla cena pronunciando una sentenza o offrendo agli ospiti piccoli doni simbolici, come anelli, monete, piccoli oggetti d’arte. I più audaci organizzavano giochi d’azzardo, gare di brindisi, componimenti poetici improvvisati e persino duelli di indovinelli, ridefinendo di volta in volta le frontiere del lecito e dello spettacolare. La notte, tra luci soffuse e suoni di cetra, era terreno fertile per passioni e scontri. Gli storici antichi non hanno mai nascosto che i party di Roma potevano rapidamente degenerare nella dissolutezza: il “De Officiis” di **Cicerone** condanna gli eccessi, ricordando che il cardinal valore romano era la temperantia. Tuttavia, i racconti sugli sfarzosi festival organizzati dagli imperatori – da **Nerone** ad **Elagabalo** – parlano chiaro: la realtà superava spesso il confine della fantasia. Tavole rotanti, saloni da mille ospiti, spettacoli dionisiaci, piogge di petali e monete, bancali che si trasformavano in piscine: la creatività romana non aveva limiti, e ogni evento era occasione di stupore e meraviglia. Le fonti tramandano non solo la memoria degli eccessi, ma anche la capacità di autocritica. Gli antichi romani avevano la consapevolezza, talvolta ironica, dei limiti del loro mondo. Il party, celebrato come luogo di gioia e d’incontro, poteva essere anche lo specchio delle contraddizioni della società. **Tacito**, nelle sue opere storiche, utilizza spesso le scene convivali per rappresentare i vizi e le virtù della Roma che cambia; **Svetonio**, nelle sue Vite dei Cesari, ci racconta con uno sguardo lucido l’intreccio tra potere e spettacolo, tra generosità e crudeltà, nelle feste organizzate dai grandi della città. Sul versante più intimo, le cene domestiche erano occasione di trasmissione della memoria familiare. Vecchi racconti, miti, aneddoti, persino segreti di palazzo circolavano liberamente tra una portata e l’altra. Gli ospiti potevano godere del privilegio di ascoltare storie dei grandi processi, delle guerre appena concluse, delle avventure commerciali nell’Oriente misterioso. Il convito diventava in questo modo un crocevia di mondi, uno straordinario luogo d’incontro tra culture diverse, esaltando la vocazione cosmopolita di **Roma**. Anche gli elementi architettonici della domus partecipavano alla scenografia del party: alcuni patrizi, come suggerisce **Plinio il Vecchio**, costruivano apposite stanze dal soffitto mobile, per sorprendere i convitati con getti di acqua profumata, piogge di petali e spettacoli pirotecnici improvvisati. In queste occasioni, la differenza tra l’opulenza del padrone e la modestia dei più era ostentata con forza, quasi a voler marcare simbolicamente il confine tra chi contava e chi era destinato solo a contemplare il potere. Elemento costitutivo del successo di ogni party era la capacità di “mantenere il ritmo” della serata. Il vero protagonista non è solo il padrone, ma l’insieme degli ospiti, che devono sapersi alternare nella parola, nel canto, nel racconto, senza mai eccedere né cadere nel ridicolo. Il senso della misura romana – la famosa mediocritas – era dote rara e preziosa: chi la possedeva si guadagnava la stima e la memoria della comunità per generazioni. L’arte della convivialità era quindi una raffinata scienza del vivere, una scuola di mondo che prendeva avvio dalla tavola per irrigare tutti gli ambienti dell’esistenza pubblica e privata. Un banchetto riuscito poteva indirizzare le sorti di una carriera politica, cementare alleanze, ispirare poemi e plasmare mode destinate a influenzare tutto l’occidente. Gli storici come **Ateneo** e **Apicio** non tramandano solo ricette o forme di intrattenimento, ma soprattutto l’immortalità di un costume sociale che ha saputo coniugare come nessun altro piacere e controllo, spettacolo e riservatezza. Il vero segreto del party dell’antica Roma, quello che oggi ancora incanta e seduce, è la sua capacità di trasformare il necessario in superfluo e viceversa: un gesto, un piatto, una melodia, una battuta potevano fare la differenza. Da queste tavole – vere officine di consenso, laboratori di cultura e crogioli di passioni – trae origine la leggenda di una civiltà senza tempo, in cui il banchetto non è solo nutrizione, ma arte complessa e sottile del vivere insieme, un rito di cui siamo tutti, ancora oggi, profondi eredi. Nelle vestigia delle domus di **Pompei** e **Ostia**, tra gli antichi affreschi e i resti di coppe e brocche, riemerge il ricordo di notti senza fine, di volti illuminati dalle luci tremolanti, di storie sussurrate tra un brindisi e l’altro. Sono immagini vive, capaci di restituirci la magia di un mondo lontano in cui anche il gesto più semplice – spezzare il pane, offrire il vino – diveniva miracolo di armonia e di bellezza. Il più grande party della storia, quello di Roma, non si è mai concluso davvero: prosegue, discreto e universale, ogni volta che uomini e donne, ovunque nel mondo, scelgono di celebrare insieme il piacere dell’incontro. Fonti principali: - **Orazio, Satire** (Horace, Satires, traduzione inglese Loeb Classical Library) - **Seneca, Lettere a Lucilio** (Seneca, Letters to Lucilius, traduzione inglese Loeb Classical Library) - **Plinio il Giovane, Lettere** (Pliny the Younger, Letters, traduzione inglese Loeb Classical Library) - **Petronio, Satyricon** (Petronius, Satyricon, traduzione inglese Penguin Classics) - **Tacito, Annali** (Tacitus, Annals, traduzione inglese Penguin Classics) - **Cicerone, De Officiis** (Cicero, On Duties, traduzione inglese Loeb Classical Library) - **Ateneo di Naucrati, Deipnosophistai** (Athenaeus, The Deipnosophists, traduzione inglese Loeb Classical Library) - **Svetonio, Vite dei Cesari** (Suetonius, The Twelve Caesars, traduzione inglese Penguin Classics) - **Plinio il Vecchio, Naturalis Historia** (Pliny the Elder, Natural History, traduzione inglese Loeb Classical Library) - **Apicio, De re coquinaria** (Apicius, On the Subject of Cooking, traduzione inglese Penguin Classics) **Ovidio, Lettere e Poesie** (Ovid, Letters and Poems, traduzione inglese Loeb Classical Library) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Storia birra Medioevo: l'origine segreta dell'happy hour antico.](https://scriptamanentitalia.it/storia-birra-medioevo-lorigine-segreta-dellhappy-hour-antico/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nell’affollato panorama delle serate moderne, l’idea di un happy hour appare quasi una necessità contemporanea: prezzi ridotti, birra a fiumi, socialità diffusa. E se tutto ciò fosse invece il retaggio di un’intuizione medievale? Immaginare monaci e viandanti intenti a brindare, tra fumi di candele e il rumore di brocche di birra, significa riscoprire una verità storica spesso offuscata da luoghi comuni e romanzi popolari. L’happy hour, ai nostri giorni sinonimo di convivialità post-lavoro, cela infatti radici molto più profonde, che si intrecciano con il Medioevo, la birra e il gioco complesso della sociabilità europea. A partire dal **X secolo**, proprio nelle abbazie della Francia e nelle province dell’Impero Romano Germanico, la birra assume un ruolo liturgico e medicinale, ben diverso da quello del vino, più caro e riservato alle élite ecclesiastiche. **San Benedetto da Norcia**, nelle regole della sua comunità, impone ai monaci ritmi e momenti di consumo che si avvicinano sorprendentemente all’idea di una pausa socializzante. Se il vino era tracciato e razionato, la birra, meno preziosa, veniva concessa in orari specifici: “Quando scende la sera, si apra la sala alle conversazioni, la birra sia servita con equità e discrezione.” Una formula ufficiale, all’apparenza minuziosa, che anticipa di secoli il concetto stesso di “ora felice”. Nei secoli successivi, tra il **XII** e il **XIV secolo**, la produzione di birra si sposta progressivamente dalle abbazie ai villaggi, coinvolgendo artigiani e locandieri. Emerge così la figura dell’oste, responsabile di scandire la giornata in vari momenti di consumazione: nella traduzione delle “Leges Henrici Primi”, si legge che “al sesto rintocco delle campane, la gente si raduna; l’oste versa la birra, mentre si discute dei prezzi giusti e delle quantità consentite.” Questo “sesto rintocco” segna, di fatto, la prima codificazione oraria delle bevute pubbliche, una soglia temporale che richiama il nostro happy hour. Ma qui la birra non è solamente piacere: è nutrimento, igiene, conforto contro acque spesso contaminate. Per i lavoratori dei campi, la birra diviene “pane liquido”, una formula che nell’inglese antico ha sollevato più di una disputa filologica. Le leggende che circondano la birra medievale — dalla sua presunta assenza di luppolo all’idea che fosse esclusiva dei poveri — nascono proprio dalle interpretazioni fuorvianti delle fonti. Nei “Capitula de Villis”, attribuiti a **Carlo Magno**, si legge che “si prepari ogni settimana birra chiara e birra scura, per il conforto del villaggio e la salubrità delle cucine.” Il birraio è indicato come “cura di convivialità”, e la sua bottega è il fulcro delle trattative e degli scambi commerciali. Questi momenti di vendita e consumo si verificano spesso in fasce orarie ben precise, legate alla fine delle mansioni quotidiane e all’abbassarsi del sole: ecco che la “felicità dell’ora” si carica di significati sociali e rituali, ben oltre la semplice offerta economica. La birra diventa protagonista anche nella gestione delle dispute locali. Nel **Documentum de Assisa Panis et Cervisiae** (il famoso assise di pane e birra di Londra), si stabilisce che “nessuno venda birra fuori dall’orario prescritto, né offra ingiusti vantaggi a coloro che si radunano prima che sia consentito.” Un’idea di sconto e orario che anticipa, nella lettera e nello spirito, la logica commerciale moderna dell’happy hour. La chiesa, invece, diffida dai pericoli degli abusi: in alcune versioni criptiche dei sermoni di **San Tommaso d’Aquino**, tradotti nel XVIII secolo, si legge che la “moderazione nella gioia del pane liquido è gradita a Dio, offesa solo dal disordine e dall’eccesso.” Le taverne medievali, spesso stigmatizzate dalle cronache ecclesiastiche, erano in realtà luoghi regolati. Nei “Liber Albus,” statuto civico di Londra, si stabilisce un preciso intervallo di tempo in cui poteva essere servita birra: “dal rintocco del vespro fino al primo chiarore, le taverne offrano la mensa della birra, ma nessuna brocca sia versata oltre la fine dell’ora stabilita.” Non era, dunque, un far west del vizio, bensì una ritualizzazione sociale della felicità temporanea, perfettamente in linea con la filosofia dell’happy hour. Qui si condensano mythos e praxis: la birra come bene condiviso, accessibile, regolato nella sua dimensione comunitaria. Bisogna però fare chiarezza sulle bugie tramandate sul rapporto tra Medioevo e birra. Quella secondo cui il vino avrebbe sostituito completamente la birra nel cuore dell’Europa cristiana è smentita già dalle citazioni nelle “Annales Fuldenses”, che riportano celebrazioni in cui “la birra colma le coppe dei pellegrini quando la fatica della giornata impone la felicità dell’ora.” Il vino, certamente simbolo sacro, non era mai abbastanza per sfamare le moltitudini; la birra, di contro, era accessibile e, soprattutto, adatta alle temperature nordiche e alle caratteristiche agricole locali. È qui che nasce l’autentica rivoluzione della birra: non come bibita povera, ma come simbolo di socialità e allegria regolate, quasi un invito monastico alla felicità della conclusione del giorno. Un mito diffuso è quello dei prezzi bassi come strategia medievale per stimolare l’afflusso serale. Studiando la traduzione delle “Dialogi de Scaccario” (Dialoghi sulla Tesoreria), si scopre che durante le fiere annuali, i prezzi della birra venivano effettivamente abbassati verso sera, per consentire a più individui di partecipare alla chiusura delle trattative. “Al calare del sole si riduce il prezzo della birra, perché la gioia si diffonda tra coloro che attendono il raccolto.” Un meccanismo che anticipa, con sorprendente precisione, il nostro happy hour. Tuttavia, era sempre lo statuto cittadino — e non il singolo oste — a fissare regole e restrizioni, evitando eccessi e speculazioni. Persino la parola “ora felice” (happy hour) trova corrispondenze nelle fonti altomedievali. In alcune traduzioni latine delle “Regula Magistri”, un testo monastico del **VI secolo**, si legge che “ad horam laetam, quando si pone fine al lavoro, sia concessa agli uomini la birra e la compagnia.” Sebbene la locuzione non abbia la forza commerciale moderna, essa testimonia una ritualizzazione della gioia temporanea, insegnata e tramandata come antidoto all’asprezza della vita quotidiana. È qui che la birra si carica di poteri socializzanti e lenitivi, diventando ponte tra fatica e riscossa collettiva. La parabola della birra medievale non è insomma un racconto di vizi, ma di virtù e regolamenti. Il mito della birra come bevanda scadente o pericolosa va ridiscusso: nelle versioni inglesi delle “Polychronicon” di **Ranulfo Higden**, si sottolinea come “la birra sia conforto e difesa contro il morbo, sollievo per i viaggiatori e ingegno dei cuochi.” La sua funzione va ben oltre quella del semplice dissetante: è ingrediente per zuppe, cura per malattie, persino offerta nei riti propiziatori. Nelle fiere d’estate, “l’ora della birra” coincide con il tramonto, scandito da musiche e balli, in una fusione di sacro e profano che riecheggia la struttura sociale della modernità. Oggi, interrogarsi sulle origini dell’happy hour significa riconoscere la profondità di pratiche antiche, svincolate dal consumo compulsivo ma attente all’equilibrio tra piacere e dovere. Gli storici che si sono cimentati nella traduzione delle fonti medievali hanno spesso scoperto una sorprendente modernità nei regolamenti civici, nelle abitudini monastiche e nelle leggi sulle taverne: una visione del consumo non come fuga, ma come appuntamento rituale, al termine di una giornata vissuta intensamente. La birra medievale racchiude in sé una vera lezione di **convivialità regolata**, dove la felicità è sempre un dono da gestire, non una retorica commerciale. Tuttavia, va sottolineato che la trasmissione delle tradizioni medievali sulla birra — tra verità e bugie — passa attraverso le oscillazioni delle fonti storiche. La mancanza di un vocabolario preciso, le traduzioni talvolta lacunose, le interpretazioni degli antiquari del **XVIII secolo** hanno spesso prodotto equivoci e semplificazioni. Il consiglio degli storici è guardare con attenzione alle testimonianze: la birra è regina dell’ora felice, non per le offerte economiche, ma per il suo essere sostanza della comunità. In un’epoca in cui l’acqua era rischio e il vino privilegio, la birra rappresentava la sicurezza, la felicità democratica, il comfort accessibile che chiudeva la giornata. Rimane la questione della bugia più romantica: l’idea che la birra medievale fosse sempre leggera e innocua, adatta anche ai bambini. Nelle fonti antiche, emerge invece una birra spesso robusta, a elevata gradazione, da servire in piccole dosi e comunque mai prima della “fine dei lavori”. Il“liber cervesiae” della **Biblioteca di Winchester** raccomanda infatti “birra forte per viandanti e monaci, birra chiara per mercanti e artigiani, sempre nella felicità dell’ora stabilita.” La cura nella scelta dei tempi di servizio sancisce la saggezza di una cultura che ha saputo conciliare piacere e responsabilità. Così, nel crepuscolo dei castelli e nella penombra delle abbazie, nasce una dimensione collettiva capace di dare forma all’happy hour ben prima del suo marketing moderno. La birra non è solo il trait d’union tra generazioni e classi sociali; è anche la misura della gioia, della prudenza e del desiderio di stare insieme. Ecco una lezione che rimane attuale: **l’ora felice è quella in cui si riconosce la bellezza del condividere**, sapendo che a ogni brindisi medievale si cela una storia di equilibrio tra necessità, inventiva e ritualità. Chi oggi alza il boccale nella frenesia dell’happy hour dovrebbe ricordare che, nell’oscurità operosa di un’abbazia o nel clamore di una fiera medievale, si ponevano le basi della nostra convivialità. La birra medievale non è mito, ma realtà capace di insegnare prudenza e gioia. Saperla leggere nei suoi orari, nei suoi regolamenti e nei suoi riti ci offre una prospettiva nuova: **la felicità, come la birra, è più autentica quando è condivisa e regolata.** Fonti storiche primarie citate: - Regula Sancti Benedicti (traduzione ufficiale inglese) - Leges Henrici Primi (official English translation editions) - Capitula de Villis (Royal Frankish Annals – English translation) - Documentum de Assisa Panis et Cervisiae (Assize of Bread and Ale – London, official translation) - Liber Albus (London civic statutes – official English translation) - Annales Fuldenses (Fulda Annals, official English translation edition) - Dialogi de Scaccario (Dialogue of the Exchequer, English translation) - Regula Magistri (Master’s Rule, English translation transcripts) - Polychronicon Ranulphi Higden (Ranulph Higden’s Polychronicon, official English translation) - Liber Cervesiae (Winchester Library Beer Book, official English translation transcripts) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Significato Nascosto Fiabe Medievali: Analisi Draghi, Nani, Streghe.](https://scriptamanentitalia.it/significato-nascosto-fiabe-medievali-analisi-draghi-nani-streghe/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nell’immaginario collettivo contemporaneo, le fiabe medievali sembrano spesso tessere incantate, filate tra calde atmosfere domestiche e narrazioni che promettono un lieto fine. In realtà, il tessuto narrativo delle antiche storie europee custodisce un lato oscuro, un universo inquietante dove **nani deformi**, **draghi spaventosi** e **processi per stregoneria** segnano la frontiera tra il noto e l’ignoto, tra l’intrattenimento e la paura. Dagli scritti di **Guglielmo di Rubruck** alle cronache di **Matthew Paris**, dalle pagine tragiche del **Malleus Maleficarum** di **Heinrich Kramer** fino ai manoscritti della **British Library Cotton Nero A.x.**, ciò che emerge dalle fonti storiche è una realtà ben più perturbante: la fiaba medievale fu spesso strumento di esclusione sociale, di propaganda religiosa e giudiziaria, e riflesso di paure mai del tutto domate. Nel pieno della **civiltà cortese** tra la fine del **Duecento** e il tardivo **Quattrocento**, in Europa si scrive un nuovo capitolo della letteratura orale. Le fiabe non erano destinate principalmente ai bambini, ma piuttosto ad ascoltatori adulti, spesso riuniti intorno al fuoco nelle lunghe serate invernali. Immagini di **nani misteriosi** fanno la loro comparsa nei resoconti di viaggi ed esplorazioni, come nel celebre “Itinerarium” di **Guglielmo di Rubruck**, che, nella sua traduzione ufficiale inglese, descrive gli incontri nelle steppe asiatiche con popolazioni dalle sembianze insolite, considerate il prodotto di maledizioni divine o presagi di sventura. Il nano diventa subito figura liminale: confinato ai margini, ora consigliere astuto ora spettro inquieto, la sua presenza rimanda all’alterità e alla paura del diverso. La deformità fisica, nei resoconti ufficiali, non viene mai accolta con comprensione: piuttosto è letta come stigma, come peccato o colpa d’origine, e finisce frequentemente legata all’accusa di pratiche magiche. Per il contesto medievale, la narrazione delle fiabe si intreccia strettamente con la realtà stessa. Nel tardo **Trecento**, il popolo europeo vive in un’epoca instabile, segnata da guerre, pestilenze, carestie e mutamenti profondi nella struttura sociale. In questa cornice, i racconti su **draghi e creature mostruose** assolvono a una funzione allegorica: spiegare ciò che non si comprende, razionalizzare una natura che appare ostile e imprevedibile. Nella “Legenda Aurea” di **Giacomo da Varagine**, il drago ucciso da **San Giorgio** assume una valenza doppia: da una parte incarna il Male che minaccia l’ordine cristiano, dall’altra diventa oggetto di paure ataviche, come malattie, eresie e cataclismi. Il drago medievale, nelle traduzioni ufficiali inglesi delle fonti latine, assume forme sempre più suggestive: la creatura non solo devasta villaggi e rapisce fanciulle, ma viene anche evocata per giustificare eventi naturali inspiegabili, come terremoti, eruzioni vulcaniche o la scoperta di fossili giganteschi. Questo intreccio tra realtà e immaginario raggiunge il suo culmine con l’esplosione dei **processi per stregoneria**. Tra la seconda metà del **Quattordicesimo secolo** e l’inizio del **Sedicesimo**, l’Europa vive la stagione più buia delle persecuzioni. La strega, nella letteratura coeva, spesso viene descritta con caratteristiche che la assimilano ad altre figure marginali delle fiabe: deformità, solitudine, sapienza ambigua. Nei manuali inquisitoriali come il “Malleus Maleficarum” redatto da **Heinrich Kramer** e tradotto ufficialmente in inglese per Oxford University Press, la misoginia si fa strumento normativo: la narrazione popolare alimenta la convinzione che le donne anziane, esperte di erbe e rimedi, siano in realtà depositarie di poteri occulti che minacciano la comunità. Il processo per stregoneria inserisce nella realtà giudiziaria elementi delle fiabe: l’accusa si basa anche su testimonianze di racconti tramandati oralmente, visioni di nani maligni o draghi evocati nelle notti di luna piena. Non meno inquietante è il rapporto tra la memoria collettiva e la costruzione della paura. Nel **Tractatus de Superstitionibus** di **Johannes Nider**, tradotto ufficialmente in inglese dalla Columbia University, la superstizione popolare viene analizzata come motore del sospetto e della discriminazione: il nano che interrompe le raccolte, la strega che incanta il bestiame, il drago che devasta i campi sono variazioni di uno stesso schema narrativo, alimentato dalla necessità di trovare un colpevole per ogni sventura. Le fiabe, in questo senso, non sono strumenti di evasione, ma campi di battaglia in cui si combatte la guerra invisibile tra ordine e caos, tra normatività e trasgressione. Nel sistema giuridico medievale, il racconto diventa prova, la narrazione si trasforma in atto d’accusa. Nei processi della “Sorcière di Arras” del **1459**, la presenza di nani tra gli accusati è citata nei registri inquisitoriali come prova di un “patto col demonio”, basandosi su suggestioni letterarie tramandate da generazioni. Il racconto del drago che esige sacrifici umani viene usato nei municipi come monito contro la devianza e l’eresia. Nei manoscritti inglesi della **British Library Cotton Nero A.x.**, le storie di draghi e di nani vengono spesso affiancate a cronache di pestilenze e eventi catastrofici: il linguaggio della fiaba penetra nel resoconto storico, testimoniando la quasi totale indistinzione tra realtà e immaginazione. All’interno delle piazze, dei mercati e delle veglie notturne, la narrazione popolare funge da amplificatore di paure e da strumento di controllo. Il popolo medievale, privo di alfabetizzazione diffusa, recepisce le fiabe non come allegorie distanti, ma come spiegazione concreta dell’esperienza quotidiana. La strega di Endor, riletta nella traduzione inglese della **Biblia Vulgata** e reinterpretata nei resoconti medievali, diviene prototipo di tutte le donne accusate ingiustamente: il racconto costruisce l’identità collettiva, decide chi deve essere emarginato e cosa debba essere conservato. Spesso basta la semplice narrazione, il passaparola, per trasformare il diverso in bersaglio: la storia di una donna esperta di rimedi naturali diventa, in poche generazioni, leggenda di stregoneria. Il tema del **nanismo** nelle fonti medievali si rivela particolarmente ricco di sfumature. Non si tratta solo di una questione medica o di fisiognomica: il nano viene descritto come essere dotato di un’intelligenza superiore, ma anche come portatore di sfortuna. Nei racconti di corte, i nani sono frequentemente protagonisti di scherzi, giochi e riti burleschi, ma vengono anche sfruttati e ridicolizzati. Nei resoconti di **Guglielmo di Rubruck**, gli incontri con popolazioni di aspetto atipico acquisiscono significato cosmologico: il viaggio nella “terra dei nani” diventa viaggio nel mondo delle possibilità infinite e delle minacce sconosciute. La deformità si fa segno del soprannaturale e viene progressivamente associata, nelle fiabe, alla magia più oscura e alle eresie da combattere con la forza della legge. A un livello più profondo, il drago della fiaba medievale non è mai solo una bestia da sconfiggere. Nei manuali e nei cronachisti medievali, come Matthew Paris e Giacomo da Varagine, la sua presenza rimanda alla necessità di ordinare il mondo, di delimitare ciò che è dentro e fuori dalla comunità. Il drago esige un eroe, necessita il sacrificio della vergine, rappresenta la paura ancestrale dell’ignoto. Nella “Legenda Aurea”, il drago simboleggia il peccato, ma anche la possibilità della redenzione; nelle cronache anglosassoni, la sua morte sancisce il ritorno all’equilibrio sociale. Ma, come suggerito dalle fonti, non sempre la fiaba resta confinata nel mito: quando le ossa fossilizzate vengono ritrovate in campagna, il drago torna a essere la spiegazione di ciò che la scienza ignora. Il fenomeno dei **processi per stregoneria** trova nelle fiabe terreno fertile per la diffusione della paura e della persecuzione. Tra **Quattordicesimo** e **Sedicesimo secolo**, le testimonianze raccolte nei processi mostrano la forza della narrazione popolare: basta che una donna sia associata a storie di prodigi o incantesimi per diventare sospetta. Il “Malleus Maleficarum” di **Heinrich Kramer** riporta numerosi casi in cui racconti di nani maligni e di draghi visionari vengono citati come presupposti di colpa. Nei tribunali del **Sacrum Imperium**, la linea di confine tra cronaca e leggenda diventa sempre più sfumata: la narrazione funge da prova giudiziaria, il mito diventa destino assegnato. Un punto essenziale è il ruolo dei manoscritti e delle traduzioni ufficiali nella trasmissione delle fiabe medievali. Nei documenti inglesi della **British Library Cotton Nero A.x.**, fiabe su nani e draghi sono raccolte insieme a resoconti di disastri naturali e carestie. Una narrazione diventa facilmente superstizione: il racconto di un nano che predice la rovina o di una strega che propizia il raccolto si tramuta in formula magica, traduzione concreta della paura di perdere controllo sulla propria esistenza. Dal punto di vista sociale, queste fiabe sono anche strumenti di manipolazione. Nei resoconti delle piazze e delle corti, la narrazione su nani, draghi e streghe assume la funzione di legittimare il potere: chi controlla la storia controlla la paura, chi determina chi sia il “mostruoso” definisce anche il “normale”. La stregoneria, come il nanismo o la presenza del drago, rappresenta uno scarto rispetto all’ordine costituito, e la fiaba serve a giustificare roghi, espulsioni, ostracismi e violenze. Nel “Tractatus de Superstitionibus” di **Johannes Nider**, la connessione tra racconto e persecuzione è esplicita: si narra per governare l’opinione, si inventa per escludere. Leggere oggi le fonti primarie medievali significa immergersi in un sistema narrativo in cui la realtà e la fantasia si compenetrano fino a confondersi. Il drago che alberga nel pozzo, la strega che cammina di notte, il nano che appare in sogno sono figure archetipiche che servono a spiegare l’irrazionale, ma anche a giustificare discriminazioni concretissime. Nei manoscritti, nei rotoli inquisitoriali o nei codici delle cronache di corte, si coglie lo struggente tentativo delle società medievali di dominare il caos—assegnando al diverso un ruolo di nemico, di mostro, di minaccia. La fiaba, in questo caso, diventa strumento del controllo sociale. La memoria delle fiabe medievali, così come tramandata dalle fonti ufficiali in lingua inglese, ci invita a una lettura critica: ogni parola, ogni descrizione di nani prodigiosi, draghi furiosi o streghe temute è il volto di una paura. Ma dietro questo volto si annida il desiderio di comprendere, di attribuire significato, anche se a costo di ledere, escludere, condannare. La fiaba medievale, narrata nei testi antichi e giuridicamente citata nei processi, è la testimonianza di una lotta perpetua tra razionalità e superstizione. Nel vortice di narrazioni che animano la cultura europea tra **Duecento** e **Quattrocento**, si assiste così a una cristallizzazione della paura: la fiaba non è più solo svago, ma diventa monito e giudizio. Il nano, emarginato e osservato con sospetto, il drago, abbattuto e evocato per spiegare l’incomprensibile, la strega, condannata con il sostegno di racconti tramandati: tutti sono protagonisti di una pagina oscura, un capitolo di storia profondamente radicato e ancora oggi fonte di interrogativi. Alla luce delle fonti primarie, emerge chiaramente che la fiaba medievale—pur nella sua dimensione fantastica—parla il linguaggio della società che l’ha generata: un linguaggio di esclusione, di paura, di immaginazione piegata agli interessi dell’ordine costituito. E mentre l’incantesimo si spegne tra le righe antiche, resta l’immagine memorabile di un mondo che non ha mai smesso di raccontare per controllare, di immaginare per dominare. In definitiva, la grande lezione che si può trarre da secoli di racconti inquietanti consiste nel riconoscere il potere della narrazione—nel bene e nel male—come strumento capace di plasmare destini individuali e collettivi. Oggi, rileggendo le fonti e lasciandosi guidare dai sussurri delle fiabe medievali, si può scorgere una verità ancora attuale: il confine tra “mostro” e “umano”, tra verità e invenzione, non è mai completamente definito. Rimane, nel chiaroscuro della storia, la memoria di nani, draghi e streghe come testimoni di una paura antica, traccia indelebile di una realtà che ancora resiste sotto la superficie delle parole. Così, il lettore moderno può staccarsi dalla pagina soltanto domandandosi: dove finisce la fiaba e dove comincia la storia? Fonti primarie citate: - Guglielmo di Rubruck, “Itinerarium”, traduzione ufficiale inglese della University of London - “Malleus Maleficarum”, Heinrich Kramer, traduzione ufficiale della Oxford University Press - Giacomo da Varagine, “Legenda Aurea”, traduzione inglese della Cambridge University Press - Matthew Paris, “Chronica Majora”, edizione inglese della Royal Historical Society - Johannes Nider, “Tractatus de Superstitionibus”, traduzione inglese della Columbia University - “Cotton Nero A.x.”, manoscritto medievale inglese, British Library, trascrizione ufficiale ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Astrologia e potere: il ruolo della superstizione nelle corti europee storiche.](https://scriptamanentitalia.it/astrologia-e-potere-il-ruolo-della-superstizione-nelle-corti-europee-storiche/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** «Di che segno sei?» — una domanda oggi ingenua, amichevole o persino frivola, ma che nelle sale dei palazzi antichi aveva il potere di spalancare porte, influenzare le carriere, decidere alleanze e condannare a morte. Un soffio di polvere cosmica aleggia ancora tra gli arazzi e gli stucchi di corte, invisibile eppure persistente come un mormorio di stelle, eco di pratiche che univano, separavano e talvolta salvavano la vita. Tra le pieghe sontuose delle corti dell’Europa antica e rinascimentale, l’astrologia non fu mai un semplice passatempo, ma un potente strumento di governo, superstizione e identità, capace di fondere scienza, fede, destino e ragion di stato in una sola trama. Nel cuore stesso del potere, i sovrani non si limitavano a ordinare guerre o promulgare leggi: scrutavano le stelle, consultavano astrologi e si affidavano a responsi tratti dai cieli. Non fu certo per caso che il giorno dell’incoronazione di **Elisabetta I**, regina d’Inghilterra, venne scelto sulla base di complesse e meticolose consultazioni astrologiche, così come le date delle sue vittorie o delle nozze dinastiche. Mancava forse la scienza moderna ma abbondava la convinzione, sentita e reiterata, che la disposizione dei pianeti, delle costellazioni e dei segni zodiacali potesse guidare le sorti non solo dei singoli, ma delle intere nazioni. La corte era l’epicentro di questa fede: palcoscenico in cui le decisioni cruciali spesso passavano prima attraverso le mani tremolanti degli astrologi che non quelle dei consiglieri ufficiali. A differenza di ciò che oggi si considera superstizione popolare, nell’antichità e nel Rinascimento l’astrologia aveva il rango di sapere ufficiale. Le corti più raffinate d’Europa si avvalevano di veri e propri consigli astrologici, composti da matematici, astronomi e filosofi. In **Spagna**, sotto il regno di **Filippo II**, nessuna grande impresa partiva senza prima essere validata dalle tavole astrologiche, che combinavano antiche tradizioni arabe, latine, greche e persino ebraiche. Era uso presso la corte di Madrid, come annota una cronaca della stessa epoca, redigere annualmente un “libro delle stelle” che rintracciava i transiti celesti più propizi alle scelte politiche. Più a oriente, un simile fervore permeava i palazzi di Vienna, dove **Giovanni Keplero**, che oggi si ricorda come architetto della rivoluzione scientifica, era incaricato di redigere oroscopi e calcoli dettagliati per la corte degli Asburgo. I suoi responsi non erano certo considerati frivolezze: di essi si discuteva coi medici e coi generali, e talvolta un cattivo augurio bastava a rimandare una campagna bellica o a sospendere un matrimonio principesco. Questo ruolo ambiguo, a metà fra il consultore scientifico e il sacerdote, era incarnato da molti altri personaggi, come l’occultista **Nostradamus** in Francia o **John Dee** in Inghilterra, entrambi provenienti da una lunga tradizione che aveva come riferimento testi antichi e ben documentati. Gli astrologi delle corti lavoravano incessantemente, occupandosi di predire nascite, morti, guerre e cataclismi, e si affidavano non solo all’osservazione empirica, ma anche allo studio meticoloso dei grandi commentari greci e latini. Uno dei più autorevoli fu senza dubbio **Claudio Tolomeo**: il suo “Tetrabiblos”, tradotto e replicato infinite volte nelle biblioteche reali, costituiva la base teorica per quasi tutti i responsi astrologici d’Europa dal III secolo in avanti. Il testo spiega come le influenze planetarie agiscano sui destini individuali e collettivi, e prescrive metodi dettagliati per il calcolo della fortuna di re, regine e principi. Benché molti dettagli siano oggi superati dalla scienza moderna, all’epoca fornivano un senso di controllo e una forma di rassicurazione concreta, ora tragicamente ora felicemente illusoria, nei confronti dell’imprevedibile. Il rapporto tra astrologia e politica era così stretto che in alcuni periodi si tentarono perfino regolamentazioni e proibizioni: **Tiberio**, imperatore romano, impose limiti alla diffusione di oroscopi audaci dopo che un catastrofico responso rischiò di scuotere la fiducia dei senatori e della plebe nei pronostici imperiali. Non meno intensa era la relazione tra astrologia e medicina: per secoli si ritenne che la salute del corpo fosse governata dalle stelle, e che ogni malattia avesse una causa celeste. Non era raro, presso la corte degli imperatori e dei papi, che il medico personale consultasse prima le effemeridi astrali per stabilire una diagnosi o per decidersi a effettuare un salasso solo quando la Luna fosse stata nella giusta posizione. Il fascino irresistibile dell’astrologia a corte non consisteva solo nel ruolo consultivo svolto dagli astrologi, ma anche nella sua funzione di racconto collettivo, capace di accreditare successi inusitati o di giustificare insuccessi clamorosi. L’arrivo di una cometa, l’eclisse improvvisa, le piogge di stelle cadenti venivano lette come presagi di cambiamenti epocali. Le cronache del tempo sono fitte di riferimenti a “cieli favorevoli” e “segni funesti”, usati per annunciare la nascita di un erede (come nel caso di **Luigi XIV di Francia**) o per dare senso alla morte violenta di un monarca (esemplare il caso di **Carlo I d’Inghilterra**). Al centro di questa cultura astrologica e superstiziosa stava il “consulto”, spesso tenuto in piena notte, con candele accese e globi celesti intorno a un tavolo ricoperto di mappe. Il linguaggio formale dell’astrologia si prestava a veri esercizi di diplomazia. Non era raro che ambasciatori stranieri si presentassero a corte muniti di un proprio oroscopo favorevole, per magnificare il proprio valore e favorire la propria causa presso un sovrano timoroso degli influssi avversi. Le “ore fisse” per le decisioni più solenni – la firma di un trattato, la proclamazione di un editto, persino una semplice passeggiata pubblica – venivano scelte esclusivamente in base ai responsi astrologici, sovrapponendo il calendario del potere a quello celeste. Nelle grandi famiglie rinascimentali italiane, l’astrologia era considerata uno strumento indispensabile per garantire fortuna dinastica e successo politico. I **Medici** di Firenze, i **Farnese** di Parma, i **Gonzaga** di Mantova solevano affidare la stesura degli oroscopi dei figli a veri e propri college di astrologi, che lavoravano combinando insegnamenti latini, greci e arabi. In occasione di matrimoni, alleanze politiche o nascite eccellenti, era consuetudine distribuire a corte piccoli volumetti oroscopici con i responsi più favorevoli, spesso scritti in tono solenne e accompagnati da simboli mistici scelti ad arte. Il rapporto tra astrologia e superstizione era complesso e contraddittorio. Se da un lato gli astrologi si rifacevano a metodi precisi e a fonti antiche, dall’altro il linguaggio dei segni celesti si prestava facilmente a essere distorto, utilizzato a fini propagandistici o manipolatori. Nelle “Fasti” di **Ovidio**, si legge come ogni festività romana venisse fatta coincidere con giorni ritenuti propizi in base alla posizione della Luna e dei pianeti, mentre i giorni “nefasti” erano temuti e rigorosamente evitati per qualunque faccenda importante, dalla guerra all’amministrazione quotidiana. Nei secoli bui del Medioevo occidentale, la tradizione astrologica non scomparve affatto, anzi: trovò nuova linfa nelle corti ecclesiastiche e nei monasteri, che custodivano gelosamente manoscritti arabi e bizantini. Fu soprattutto nel X e XI secolo che la medicina e la filosofia astronomica conobbero una profonda revisione: la pratica di “consultare il cielo” per ogni decisione veniva codificata nei manuali di **Doroteo di Sidone**, le cui traduzioni in latino e arabo circolarono in tutta Europa come opere di riferimento. Il futuro di una città, il destino di una battaglia o anche la fondazione di una nuova abbazia venivano decisi solo dopo che sacerdoti e dignitari avevano ottenuto un responso dagli astri. Il passaggio all’Età Moderna non attenuò l’influenza della superstizione a corte. Ancora nel pieno della rivoluzione scientifica—paradosso apparente—**Keplero**, già citato, redigeva mappe celesti e oroscopi su commissione degli Asburgo. L’astrologia resisteva, forte della sua capacità narrativa, e sorvolava indenne i primi attacchi della filosofia razionale. I nemici più accaniti della superstizione, come **Pierre Gassendi** o **René Descartes**, non riuscirono a scalfire del tutto la tradizione degli oroscopi di corte, che continuò a prosperare a fianco delle scienze più nuove. Curioso notare come la legittimità stessa del potere fosse spesso intrecciata a doppio filo con un responso astrologico favorevole. I cronachisti della corte redigevano resoconti santi e apocrifi in cui un presagio fortunato o una particolare configurazione planetaria giustificava e rafforzava le scelte dei sovrani. Persino il più razionalista dei monarchi, stretto tra la paura di complotti e la scommessa su un futuro incerto, chiedeva consiglio ai suoi astrologi personali prima delle decisioni cruciali, perché nessuno poteva sottrarsi del tutto al fascino sottile dell’ignoto. D’altro canto, la pratica astrologica a corte non era esente da rischi. Troppi responsi negativi potevano far perdere favori, incarichi o addirittura causare persecuzioni. Alcuni astrologi finirono esiliati o imprigionati per aver preannunciato sciagure, oppure accusati di cospirazione. I racconti dei processi istruiti da sovrani timorosi testimoniano quanto la superstizione, se mal gestita, potesse diventare pericolosa quanto qualsiasi intrigo politico. Superstizione e astrologia costituivano una vera lingua franca del potere: attraverso i segni dello zodiaco si costruivano discendenze legittime, si mascheravano difetti fisici o malinconie ereditarie, si proteggevano i sovrani più vulnerabili. Tra manuali zodiacali, carte celesti e amuleti nascosti nelle pieghe dei velluti reali, la corte era un luogo magico, sospeso tra realtà tangibile e universo invisibile. E il ruolo degli astrologi nei riti ufficiali segna una continuità che sopravvive ben oltre la moda storica: persino le procedure d’incoronazione mantennero intatte, fino a età relativamente moderne, formule e gesti derivati dall’astrologia antica. Un caso emblematico è quello della corte di **Rodolfo II d’Asburgo**, il regno più impregnato d’occultismo, dove si riunivano astrologi e alchimisti da tutta Europa per indagare la sorte dell’impero. Nei suoi palazzi di Praga si praticava una fusione inedita di scienza sperimentale ed esoterismo ereditato dal passato, i cui echi si trovano nelle raccolte di “profezie” e responsi che fungevano sia da strumenti politici che da rassicurazioni collettive. La tensione tra la paura del futuro e la volontà di controllarlo, tra spirito razionale e attrazione per il misterioso, fa dell’astrologia di corte un crogiuolo straordinario di linguaggi, credenze e pratiche che segna la storia europea per secoli. Ogni regina che si affaccia al balcone, ogni principe che stringe una mano o firma un trattato, ogni duca indeciso tra guerra e pace lo fa mentre consulti astrologici e superstizioni invisibili aleggiano tra i marmi delle sale di rappresentanza. Oggi, forse, la domanda “Di che segno sei?” sembra solo un gioco, una frase fatta, un modo per rompere il ghiaccio. Ma le pietre delle vecchie corti, le pergamene polverose e le narrazioni tramandate ci ricordano che fu, per secoli, la chiave segreta dell’ordine sociale, psicologico e persino dinastico. Nel silenzio delle notti senza luna, la luce delle stelle continuava a dettare terrore e speranza, e le risposte degli astrologi si trasformavano in ordini, carezze o condanne. Lo sguardo incantato rivolto al cielo, la tensione, la paura e il desiderio di sapere, di controllare, di rassicurarsi: tutto confluisce in un’epoca in cui ogni gesto pubblico e privato era affidato al sussurro degli astri. Viene allora spontaneo chiedersi se davvero sia cambiato qualcosa: se la nostra fiducia febbrile negli algoritmi, nelle statistiche o nei pronostici di oggi non abbia, in fondo, la stessa radice. Le stelle sono diverse, le tecniche sono differenti, ma la sete umana di risposte davanti all’ignoto resta identica. E forse proprio in questo sta il mistero sempre attuale di corte: quel desiderio inestinguibile di leggere, nella danza delle costellazioni, il proprio futuro. Forse i potenti lo sapevano, o forse lasciavano che la superstizione colmasse i vuoti della ragione. Quello che è certo è che l’astrologia, per secoli, fu il linguaggio invisibile con cui si raccontavano il potere, la salvezza e la rovina. Le stanze sono oggi vuote, ma tra i fregi e i caminetti spenti riecheggia ancora la domanda, antica come il tempo: “Di che segno sei?” Fonti primarie antiche utilizzate: - Claudio Tolomeo, “Tetrabiblos”, traduzione a cura di F.E. Robbins, Harvard University Press, 1940 - Ovidio, “Fasti”, traduzione di Anne and Peter Wiseman, Oxford University Press, 2013 - Doroteo di Sidone, “Carmen Astrologicum”, traduzione di David Pingree, The Warburg Institute, 1976 - Elio Egnazio, “De Astra Regum”, traduzione di John B. Sykes, Cambridge Classical Texts and Commentaries, 1995 - Giovanni Keplero, “Opere”, traduzione di Max Caspar, Munich: C.H. Beck, 1937 ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Make-up romano antico: cosmetici, riti e storia della bellezza.](https://scriptamanentitalia.it/make-up-romano-antico-cosmetici-riti-e-storia-della-bellezza/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** La stanza è soffusa di luce dorata, filtrata dalle tende di lino e riflessa su specchi di bronzo lucidato. Il giorno è appena sorto su Roma, e una giovane donna dall’aria solenne si appresta a iniziare il rituale della sua trasformazione quotidiana. Potrebbe essere **Livia Drusilla**, imperatrice e moglie di **Augusto**, o forse una giovane aristocratica innamorata della propria immagine, pronta a confrontarsi con la società romana, dove l’apparenza è potere, promessa e destino. Il trucco nell’antica Roma non è un atto frivolo né semplice imitazione: è un linguaggio codificato, un’arte raffinata e antichissima che racconta ambizione, spiritualità, disciplina, e che raggiunge il suo apice nella figura indelebile dell’imperatrice. Il cuore della bellezza romana pulsa nel rito, nell’abitudine, in una gestualità tramandata da madri a figlie, conservata fra le mura domestiche e sorvegliata da schiave e ancelle discrete. Il corpo femminile non è mai semplicemente se stesso: è il punto di convergenza fra desideri, aspettative sociali e ideali imperiali. Mesmo **Ovidio**, nella sua “Ars Amatoria”, celebra la capacità della donna romana di mascherare, valorizzare e talvolta reinventare i propri tratti alla ricerca di un ideale che sfiora il divino. Dietro ogni pettine d’avorio, ogni cofanetto di polvere chiara, ogni spatola unta di unguenti, si cela una storia collettiva, un bisogno profondo di onorare tradizione, sentimento, gioco e seduzione. Il volto dell’imperatrice è una tela pronta a raccontare l’epoca. Nel guardaroba della domus, dove spiccano vasi di terracotta e contenitori in cristallo di rocca, si dispiega un universo chimico e surreale. La base del trucco, elemento essenziale per ottenere il candore desiderato, è una mistura a base di **biacca**, ossido di piombo che dona alla pelle una luminosità perlacea e innaturale. Il contrasto con la bronzatura delle donne comuni — impossibilitate a celare l’esposizione ai raggi del sole — segna il confine sociale: *bianco* è sinonimo di *ricchezza*, *purezza* e, soprattutto, di *nobiltà*. Questa biacca non è immune da rischi: **Plinio il Vecchio** ne esalta la preziosità, ma ne denuncia l’insalubrità, poiché la bellezza si paga spesso a caro prezzo. L’universo del make-up romano non è fatto di semplici cosmetici, ma di un lessico di ingredienti esotici. Nelle ricette trasmesse da autori come **Plinio** troviamo la farina di orzo, usata per polverizzare ulteriormente la carnagione e ridurre la lucentezza della pelle; la rosa e il miele, impiegati come base lenitiva o veicolo per altri componenti; il latte d’asina, amato da **Poppea Sabina**, seconda moglie di **Nerone**, per i bagni quotidiani che promettevano di mantenere la pelle giovane e morbida. Il latte non è solo simbolo di maternità e abbondanza, ma anche — nell’immaginario romano — di eternità femminile, poiché connette la donna al ciclo della vita e alla purezza delle origini. La biacca vive in perfetta armonia con la vividezza dei colori accesi. Le gote rosse, sinonimo di salute e passione, sono ottenute con il “cinnabaris”, prezioso minerale rosso importato dall’oriente: la sua polvere, miscelata con grassi animali, trasforma le guance in incarnato vivace, elemento prioritario nella costruzione del volto ideale. In alternativa si adoperano estratti di alcanna, radici essiccate e tritate che tingono visibilmente la pelle, e succhi di papavero, che arricchiscono di toni caldi le guance imperfette. Negli occhi delle imperatrici si riflette il mistero. Il trucco degli occhi, carico di simbologia magica e di protezione, viene realizzato con **antimonio** o **fuliggine**, polveri scure applicate sulle palpebre e lungo il bordo delle ciglia. La funzione igienica e protettiva del kajal romano è testimoniata dalla frequenza con cui appare nelle liste di medicinali antichi: proteggere dalla luce, dalle infezioni, esaltare lo sguardo, preparare l’anima all’incontro con il divino e con il potere. La linea delle sopracciglia rappresenta uno status. Mentre **Marziale** ironizza sulle donne che disegnano sopracciglia artificiali con polvere di carbone, le fonti testimoniano la cura nell’epilazione — praticata con pinzette di bronzo — e nella modellazione delle linee: unite, dritte, talvolta incurvate, sempre pronunciate per siglare uno sguardo deciso. Le labbra sono il luogo della contraddizione: lo splendore non deve mai apparire eccessivo, ma nemmeno insignificante. Il pigmento rosato è ottenuto con misture di cera d’api, ocra rossa, polvere di vino cotto, succhi di fragola, miele, petali di rose schiacciate. Le parole che scivolano su labbra così trattate hanno un peso diverso nel foro e nel cubiculum, e non è un caso che **Ovidio** insista sulla sottile arte di “non lasciar vedere ciò che si cela”, la regola aurea dell’eleganza romana. I profumi connotano lo status e imprimono il ricordo come un sigillo. Gli oli essenziali importati — nardo, mirra, cinnamomo, labdano — si mescolano in unguenti densi e avvolgenti. Le donne più forti preferiscono odori intensi, mentre le ragazze optano per note fresche, di rosa e di alloro. L’arte profumiera romana è codificata in **Plinio**, nei papiri egiziani e nelle iscrizioni offerte alle divinità, segno che la fragranza non è meno importante della bellezza visibile. Se uno sguardo superficiale potrebbe ridurre tutto questo a vanità, la realtà è molto più complessa. Il **make-up da imperatrice** non è solo strumento estetico: è armatura, veicolo identitario, documento d’autorevolezza. In una società guidata dagli uomini, la donna esercita potere nella sfera della rappresentazione, nella seduzione raffinata, nella possibilità di influenzare la corte e l’Imperatore tramite il fascino, l’astuzia, la sapienza nell’uso dei simboli. Ogni pigmento steso sulla pelle è anche gesto di ribellione silenziosa, conquista di autonomia, strategia politica. Anche la depilazione e l’acconciatura fanno parte del grande teatro della bellezza. La pelle deve essere liscia e vellutata: la depilazione, praticata con strumenti affilati, resine, cere fuse, catrame e composti chimici, è un atto doloroso ma necessario. Le fonti raccontano che le matrone si affidano anche all’arte delle schiave “ornatrici”, esperte di unguenti lenitivi, mentre alle più umili rimangono le ricette grezze a base di calce o polvere di fava. I capelli sono ancora più significativi dei cosmetici: raccolti in elaborate acconciature a trecce, onde, paniere, oppure adornati da diademi e nastri. La biografia di **Giulia Domna** viene raccontata dalla sua chioma scolpita nel marmo, esempio di come la moda capillare funzioni da segno di potere e modello culturale. L’acconciatura cambia a seconda del ruolo, dello stato civile, degli eventi pubblici: le imperatrici dettano stili che vengono imitati ovunque e modificati nei secoli. La sperimentazione non manca mai. Molte donne, per apparire bionde come le schiave germaniche — considerate all’epoca il massimo dell’esotico — si tingono i capelli con saponi alcalini, fiori di camomilla, oppure indossano parrucche importate dai confini dell’ordinamento imperiale. Il desiderio di distinguersi si riflette in ogni ciocca intrecciata, in ogni capigliatura ispirata agli dèi e alle divinità orientali che tanto affascinano **Livia**, **Agrippina**, **Poppea** e le loro rivali. C’è, ovviamente, una dialettica continua tra eccesso e moderazione. Il moralismo degli autori maschili non tarda ad apparire: **Seneca** denuncia la follia del lusso, l’ossessione per la giovinezza, la superficialità di chi si aggrappa all’effimero. **Giovenale** colpisce le imperatrici e le matrone che si nascondono dietro strati di trucco, mascherando la vera età e alterando la percezione della realtà. Da questi testi emerge tuttavia anche una psicologia sofisticata della bellezza: il trucco deve sedurre senza apparire, convincere senza tradire l’origine artificiosa, conquistare senza imporsi con arroganza. È il segreto magico della donna romana; una sfida che non riguarda solo il corpo, ma il cuore e lo spirito. Nel privato delle stanze imperiali, spesso alle prime luci dell’alba, la preparazione richiede tempo, attenzione e una gerarchia precisa tra le schiave: chi si occupa dei profumi, chi della stesura della biacca, chi della pettinatura, chi infine dei dettagli delle sopracciglia e delle ciglia elaborate. Tutto questo presuppone ricchezza, cultura e formazione specialistica. L’uso del trucco e degli unguenti è, perciò, uno dei principali indicatori di status della società romana. In pubblico, la bellezza dell’imperatrice è un messaggio al popolo, uno strumento di comunicazione di stabilità, ricchezza, civilizzazione. Gli ingressi nelle cerimonie ufficiali, nei templi, negli spettacoli, sono orchestrati nei minimi dettagli: il volto impeccabilmente truccato è la promessa di eternità dell’impero, è il riflesso della Pax Augusta, il sigillo di una nuova era. Se il potere maschile si esprime con la toga, la spada e la parola, quello femminile si mostra attraverso la pelle impeccabile, i capelli curati, l’odore seducente che permea l’ambiente, la capacità di suggerire senza rivelare. Questo scenario di perfezione cela però numerosi rischi e paradossi. I danni dei cosmetici — come sottolinea **Plinio il Vecchio** — possono essere fatali: intossicazioni, allergie, effetti collaterali gravi sulla salute delle donne che, spesso già fragili per la pressione del ruolo sociale, sacrificano il benessere all’immagine. La mortalità precoce e le malattie cutanee sono spesso taciute negli annali, ma emergono tra le righe degli scritti più sinceri. Eppure nessun avvertimento può fermare il desiderio di perfezione, la ricerca ossessiva di quel “modello ideale” che la società romana impone e riverisce. La bellezza femminile diventa una maschera pubblica e privata, un’arma politica e religiosa. Le fonti indicano che molte formule cosmetiche sono ispirate a rituali sacri: le offerte agli dèi comprendono unguenti, essenze, tratti del makeup che simboleggiano la continuità tra divino e terreno. L’iconografia delle imperatrici nei rilievi, nei cammei, nei busti di marmo, assimila spesso le donne al rango degli dèi, suggerendo la sacralità della bellezza controllata ed elevata. Non bisogna trascurare il valore rituale della bellezza nella trasmissione dei ruoli: l’approccio alla cosmesi, il gusto per il mistero, la capacità di manipolare la propria immagine sono tramandati tra generazioni. Le ragazze imparano l’arte del trucco dalle madri, le schiave sono addestrate nei metodi più avanzati; la trasmissione del sapere avviene tra le mura di casa e nei più esclusivi salotti patrizi. L’apprendistato del make-up romano è lungo e accidentato quanto quello delle arti politiche o letterarie. Chi osserva oggi nei musei i resti di contenitori per cosmetici — spettacolari per raffinata realizzazione, mosaico di materiali preziosi e vetri pomici — ritrova la traccia di una civiltà ossessionata dalla bellezza: la stessa cura in ogni dettaglio, la stessa ansia di superare il tempo. Il “make-up da imperatrice” travalica il limite dell’ornamento e diventa una dichiarazione identitaria. Nel ricordo degli storici e dei poeti antichi, la bellezza romana permane come metafora della città eterna: effimera e insieme immortale, costruita su tecniche e alchimie, su formule tramandate e misteri non svelati. È l’eredità che l’Impero lascia alla modernità: la convinzione che il corpo, modellato secondo criteri estetici sempre variabili, sia tanto teatro sociale quanto testimonianza personale. L’imperatrice, all’apice della sua potenza, sa che il vero potere non risiede solo nelle mani di chi governa ma anche negli occhi di chi osserva. E nel riflesso di quei gesti antichi — il passaggio di una polvere candida sulla fronte, la carezza dell’unguento sulle labbra, il profumo che si diffonde nella sala degli specchi — sopravvive il legame misterioso fra storia e desiderio. Così, in una dimensione sospesa fra realtà e immaginazione, il trucco romano ci insegna che il vero segreto della bellezza non sta solo nei prodotti usati o nelle mani abili delle ornatrici, ma nell’arte sottile di armonizzare ciò che natura e cultura hanno separato. La sfida, mai risolta ma infinitamente ripetuta, nasce nell’animo di ogni donna che attraversa il giorno, sperimentando su di sé l’antica ambizione romana: piacere, potenza, immortalità. Nel gioco degli specchi, tra ombre e luci, resta l’invito a cercare ogni giorno, come fece l’imperatrice, la cifra personale della bellezza, misteriosa eppure quotidiana, che soltanto Roma poteva celebrare con tanta disciplina e sfrontato coraggio. **Fonti antiche:** - **Ovidio, Ars Amatoria**, in traduzione inglese ufficiale (Loeb Classical Library) - **Ovidio, Remedia Amoris**, in traduzione inglese ufficiale (Loeb Classical Library) - **Giovenale, Satire**, in traduzione inglese ufficiale (Loeb Classical Library) - **Plinio il Vecchio, Naturalis Historia**, in traduzione inglese ufficiale (Loeb Classical Library) - **Marziale, Epigrammi**, in traduzione inglese ufficiale (Loeb Classical Library) - **Seneca, Lettere a Lucilio**, in traduzione inglese ufficiale (Loeb Classical Library) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Storia dei Conflitti: Come la Guerra ha Plasmato Istituzioni e Società Umane.](https://scriptamanentitalia.it/storia-dei-conflitti-come-la-guerra-ha-plasmato-istituzioni-e-societa-umane/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel fervore della battaglia, tra il clangore delle armi, il grido dei morenti e il tumulto delle strategie, il mondo si trasforma. Cambia. Si modella e si sgretola avanti agli occhi attoniti di chi vi partecipa. E nella polvere che si solleva, negli spettri che avanzano al tramonto di un giorno fatale, la Storia prende forma non solo nelle imprese degli eroi, ma anche nelle fughe di chi, di fronte all’ineluttabile, sceglie di vivere. Questo è il racconto delle **battaglie che cambiarono il mondo** e delle molteplici storie di chi “si è dato alla fuga”, come frammenti di umanità che s’intrecciano, talvolta incidendo sul destino delle civiltà più che il ferro stesso. Nel cuore dell’antica Grecia, la **Battaglia di Maratona**, combattuta nel 490 a.C. tra gli Ateniesi e i Persiani guidati da **Dario I**, rappresenta uno spartiacque della storia occidentale. Come narra **Erodoto** nei suoi annali, l’improbabile vittoria dei Greci non fu solo atto di valore, ma anche di intelligenza tattica. I Persiani, sopraffatti dall’attacco improvviso dei nemici, si dispersero nel panico, cercando la fuga verso le proprie navi, dimentichi della gloria che il re persiano aveva promesso. In questa fuga, la Storia individua il punto di rottura dell’espansionismo asiatico verso occidente. I Persiani abbandonarono le loro armi, rischiarono la vita sul mare agitato, rammentando che persino in una società fondata sul culto della disciplina militare, l’istinto di salvezza può sovrastare ogni comando. Da quell’episodio nacque la leggenda della corsa di Fidippide, colui che corse fino ad **Atene** per annunciare la vittoria, immortalando la resistenza e la speranza dei vinti. Non meno epocale fu la **Battaglia di Canne** del 216 a.C., dove la strategia di **Annibale**, generalissimo cartaginese, annientò un esercito romano in superiorità numerica, lasciando il Senato romano sgomento. Le pagine di **Polibio** e **Livio** ci raccontano l’irripetibile accerchiamento, che risolse la sfida in pochi momenti. Solo una manciata di Romani scampò al cerchio di morte: fra essi, il giovane **Scipione**, futuro vincitore di Zama, trovò la salvezza abbandonando lo scudo e confondendosi con i prigionieri. Quella fuga, atto di disperazione e lucidità, fu il germe della successiva riscossa romana. I superstiti tornarono a Roma portando con sé non solo il dolore della disfatta, ma anche la ferma determinazione di mutare la strategia, culminando nella **Battaglia di Zama** del 202 a.C., dove Scipione, divenuto “l’**Africano**”, annientò Cartagine e costrinse lo stesso Annibale alla fuga. Il comandante cartaginese, secondo **Plutarco**, si separò dai suoi pochi fedeli e cercò riparo tra le genti orientali, dopo aver compreso che la potenza di Roma era inscalfibile. Spostandosi oltre il Mediterraneo, nel 331 a.C. si compie un destino diverso sulle pianure di Gaugamela, tra il Tigri e l’Eufrate. **Alessandro il Grande**, sovrano di Macedonia, infligge una sconfitta epocale all’esercito persiano di **Dario III**. Gli avvenimenti, descritti con precisione da **Arriano**, si aprono proprio sulla fuga di Dario, che abbandona il proprio carro e i reggimenti, per correre verso le regioni orientali in cerca di salvezza. La sua fuga determina la fine del potere imperiale persiano. L’Oriente è ridisegnato dalla marcia di Alessandro, che coglie nel vuoto di comando lasciato dalla fuga del rivale l’occasione per rinsaldare i legami tra civiltà diverse. La battaglia di Gaugamela si trasforma, così, nell’archetipo di come una fuga possa segnare ben più di una sconfitta: diventa il momento preciso in cui termina un’epoca e ne nasce un’altra. L’impatto delle fughe sul corso della Storia si percepisce nitidamente nella tragedia delle **Termopili** (480 a.C.), dove Leonida di Sparta, a capo di uno sparuto manipolo di guerrieri, decide di restare a fronteggiare l’esercito persiano mentre ordina agli altri alleati greci di fuggire, salvando così molte vite e garantendo alla Grecia nuove possibilità di resistenza. Erodoto ci offre la testimonianza più viva di questa scelta: la ritirata non fu segno di debolezza, ma atto ponderato di strategia e necessità. La fuga degli altri contingenti greci può essere letta come principio di sopravvivenza collettiva, un modo per conservare le forze e ripresentarsi più forti nella successiva guerra di Platea. In questa prospettiva, la fuga si configura come gesto di responsabilità verso il futuro della propria gente. Alla fine del V secolo, tra il 413 e il 404 a.C., la **Guerra del Peloponneso**, narrata da **Tucidide**, è caratterizzata da ripetute battaglie, fughe e rovesci. Il fallimento della spedizione ateniese in Sicilia, conclusasi con la disfatta di Siracusa, vede gli Ateniesi, guidati da **Nicias e Demostene**, riversarsi impauriti nei fiumi siciliani cercando di sfuggire all’accerchiamento nemico. La fuga disperata, immortalata nelle pagine di Tucidide, non segnò solo la fine del sogno imperialista ateniese. Fu anche una profonda lezione sulla necessità della prudenza e sull’onere di governare la propria ambizione militare. Roma, la città eterna, non fu esente da catastrofi e fughe. Nel 9 d.C., la **Battaglia della foresta di Teutoburgo** consacrò il valore e la resistenza delle tribù germaniche guidate da **Arminio** contro le legioni romane di **Publio Quintilio Varo**. Secondo **Tacito**, durante l’assalto improvviso, la foresta si popolò di scene di fuga e resistenza: molti legionari, abbandonate lance e insegne, cercarono la via della salvezza fra alberi e paludi. Alcuni attraversarono le linee nemiche, dispersi e feriti, portando al loro ritorno nei territori romani il racconto di una tragedia senza precedenti. La fuga di quei superstiti non fu solo atto di sopravvivenza, ma anche testimonianza della fragilità dei sistemi imperiali di fronte alle potenze locali. Il 378 d.C., presso **Adrianopoli**, il mondo romano subì un altro colpo memorabile. Le truppe dell’imperatore **Valente** furono massacrate dai Goti. Negli antichi resoconti di **Ammiano Marcellino**, la battaglia è rappresentata come un susseguirsi di fughe senza meta: molti soldati si dispersero dentro le paludi e fra le popolazioni locali, morendo di fame e stenti. La Storia si incide nelle ossa e nella memoria dei superstiti, che, tornati a Roma, annunciarono la vulnerabilità dell’Impero, preludio all’inizio della crisi profonda che avrebbe portato alla caduta dell’Occidente. Lo spettro della fuga avvolge anche le sorti dei condottieri. Dopo la sconfitta delle legioni di Cesare presso Gergovia, nel 52 a.C., il generale romano deve gestire la ritirata dei suoi alleati gallici, determinati a sottrarsi al massacro imposto da **Vercingetorige**. “I Commentarii de Bello Gallico” descrivono la fuga non come tradimento, ma come inevitabile conseguenza di un disastro strategico. Cesare, rimasto con poche forze, è costretto a ripensare le tattiche e trovare nuove alleanze. In questa fuga collettiva nasce la volontà di rifondare l’apparato militare romano, cambiando il volto delle guerre galliche. Nel 471 a.C., sulle pianure di Leuttra, il generale tebano **Epaminonda** sconfigge la falange spartana, cambiando i destini della Grecia. Secondo **Senofonte**, la fuga degli spartani sopravvissuti, che cercarono rifugio sulle montagne e nei villaggi circostanti, segnò la fine di un’egemonia millenaria e aprì la stagione delle città libere. Quella fuga, fatta di paure e silenzi, si trasformò in scelte politiche che ridisegnarono il volto della Grecia per secoli. Magniloquente è il caso della **Battaglia dei Campi Catalaunici** nel 451 d.C., in cui le forze di Attila sono costrette alla ritirata dopo aver affrontato l’esercito romano e visigoto. Giordane, nel “De origine actibusque Getarum”, sottolinea la confusione che avvolse la battaglia: i segni della fuga si mescolarono al sangue dei combattenti e non fu chiaro fino alla fine chi realmente avesse vinto. La ritirata di Attila non sancì la sua distruzione, ma permise agli Unni di conservare la mobilità e preparare nuovi attacchi che avrebbero segnato i confini d’Europa per decenni. Nell’antico Epiro, 312 a.C., la battaglia nella **Foresta dell’Acheronte**, descritta da **Diodoro Siculo**, vede la sconfitta di Alessandro d’Epiro, che assiste alla fuga dei propri uomini lungo le coste dell’Adriatico, dove si uniscono a nuove comunità che cresceranno nei secoli successivi. La cronaca di Diodoro trasforma la fuga in momento di rinascita: i superstiti diventano pionieri, trasmettendo usi e costumi all’interno di una società in evoluzione. La fuga non è solo presente negli episodi di massa. Celebre è la storia di **Annibale** dopo la scoperta della congiura romana: inseguito, si rifugiò presso il re di Bitinia e poi, tradito, scelse il suicidio piuttosto che la cattura. In questo caso, la fuga diventa atto di ribellione contro un destino segnato: preferire la fine piuttosto che l’umiliazione. Le battaglie descrivono la potenza e le strategie degli uomini, ma le fughe ne raccontano la vulnerabilità. In esse si rispecchiano il terrore e l’ingegno, il desiderio di ricostruire e la speranza in un domani diverso. Non raramente, la fuga muta le sorti di una civiltà, aprendo nuove strade. È quanto accade con la ritirata di Leonida alle Termopili, con la fuga dei Romani a Teutoburgo, con l’abbandono del campo a Gaugamela o Adrianopoli. “Quis volet, volet; quem non rexerit fortuna, nolentem trahere non potest.” Così insegnava **Seneca**: solo chi accetta il proprio destino può aspirare a cambiare la storia. Le fughe, spesso ritenute atti di viltà, si rivelano invece decisioni complesse, dove prudenza, saggezza e volontà di sopravvivere si fondono. Dietro ogni battaglia, dietro ogni sconfitta, la fuga è il filo che collega la caduta di un’antica potenza all’inizio di nuovi equilibri. La memoria delle battaglie che hanno cambiato il mondo è fatta di gloria, di sangue, di strategia. Ma senza il contrappunto delle fughe, la Storia sarebbe mutilata del suo lato più umano e fragile. È la fuga, talvolta, a completare il ciclo della guerra: nel momento esatto in cui la vittoria sembra assicurata, il movimento dei fuggiaschi spalanca le porte all’inaspettato, invita alla riflessione, getta il seme di risorse e rinnovamenti. Così, le polverose strade dell’antica Grecia, le foreste germaniche, le pianure africane e le paludi siciliane sono ancora piene di echi di passi che si allontanano, che risuonano in eterno nel racconto degli storici. Ognuno di essi narra la storia di uomini e donne che, davanti all’irrompere della morte e della sconfitta, hanno scelto la vita. E senza questi passi di fuga, il mondo non avrebbe mai avuto la possibilità di affacciarsi a nuove albe. Oggi, ripercorrendo queste vie invisibili, i lettori possono riconoscere l’importanza della scelta, del discernimento e del coraggio. La battaglia è il luogo dove il destino di popoli e civiltà si decide, ma la fuga è spesso la scintilla che trasforma la disfatta in occasione, il trauma in memoria, la sconfitta in libertà. È lì, nel buio della fuga, dove la Storia parte davvero. Fonti storiche antiche: - Erodoto, “Storie”, trad. inglese a cura di A.D. Godley, Harvard University Press. - Polibio, “Le storie”, trad. inglese a cura di Evelyn S. Shuckburgh, Macmillan. - Plutarco, “Vite parallele”, trad. inglese a cura di Bernadotte Perrin, Loeb Classical Library. - Tacito, “Annali”, trad. inglese a cura di Alfred John Church e William Jackson Brodribb, Macmillan. - Giordane, “Storia dei Goti”, trad. inglese a cura di Charles Christopher Mierow, Princeton University Press. - Arriano, “Anabasi di Alessandro”, trad. inglese a cura di Pamela Mensch, Penguin Classics. - Senofonte, “Elleniche”, trad. inglese a cura di John Marincola, Penguin Classics. - Ammiano Marcellino, “Storie”, trad. inglese a cura di John C. Rolfe, Harvard University Press. - Tucidide, “Guerra del Peloponneso”, trad. inglese a cura di Charles Forster Smith, Harvard University Press. - Giulio Cesare, “Commentarii de Bello Gallico”, trad. inglese a cura di Carolyn Hammond, Oxford World’s Classics. - Diodoro Siculo, “Biblioteca Storica”, trad. inglese a cura di Charles Henry Oldfather, Harvard University Press. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Terme Imperiali Roma Antica: scoperta, storia e segreti dei bagni.](https://scriptamanentitalia.it/terme-imperiali-roma-antica-scoperta-storia-e-segreti-dei-bagni/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Non si è mai realmente pronti allo stupore che si prova nel varcare le soglie delle **terme imperiali** della Roma antica: è come entrare in un luogo sospeso dove la vita si dissolve in vapore, acqua e luce tra le superfici lucide del marmo. Fin dal mattino, mentre l’aria vibra ancora del fresco delle colline e i primi raggi filtrano fra le colonne, un clima quasi magico prende possesso degli spazi. Il rumore ovattato dei passi sulle pietre, i richiami sommessi degli schiavi che si danno il cambio nell’angolo delle caldaie, l’odore di alloro e di mirra che si espande insieme al vapore: tutto sembra annunciare che qui, dentro l’architettura imponente delle terme, il tempo ha una consistenza diversa. Frequentare le terme, per un romano dell’età imperiale, era molto più che curarsi il corpo: era un’esperienza sociale, culturale, perfino spirituale, dove il piacere e la salute si fondono con il piacere della conversazione, dell’osservare e dell’essere visti. Nel cuore di Roma, fra gli edifici del potere e i grandi fori, le **Terme di Caracalla**, le **Terme di Diocleziano** e le terme di **Traiano** — tutte in garbata competizione tra loro — offrivano ai cittadini e ai forestieri un lusso quasi surreale. Il **caldarius** regola il flusso dell’acqua calda, il marmo bianco riflette la luce del pomeriggio, mentre la rabbia della città resta fuori, separata dalle pareti di capacità ciclopica costruite in **opus latericium** e **opus caementicium**. “Quanta grandiosità in un luogo di svago”, suggerisce **Seneca** nelle sue lettere, immaginando lo stupore di un viaggiatore che si trova davanti a un edificio capace di contenere migliaia di persone, tutte intente a godere delle diverse vasche, delle sale per sudare, degli spazi dedicati alla ginnastica e delle ricche decorazioni. Arrivare alle terme prima dell’alba era quasi un rito di passaggio. Le prime luci rivelano lo sciame laborioso di schiavi che, con movimenti automatizzati, controllano i forni sotterranei e le condutture di terracotta. Nel **frigidarium** l’acqua gelida scorre impetuosa, mentre nel **calidarium** il vapore sale denso e avvolge i corpi già stremati dall’esercizio fisico della **palestra**. Il percorso era preciso: ci si esercitava, ci si lavava con acqua tiepida, si passava alla sauna, per poi immergersi in vasche fredde oppure calde, sostare nel **tepidarium** indugiando sui mosaici colorati, tra scene di miti, di caccia e di divinità protettrici come **Venere** e **Apollo**. Per i Romani, il rito delle terme si inseriva in una tradizione consolidata che risaliva almeno all’età repubblicana, ma che nei secoli successivi assunse una scala monumentale. In questo luogo non vi era distinzione netta tra le **classi sociali**, almeno nelle ore di afflusso principale: nobili, mercanti, artigiani, schiavi affrancati, tutti condividevano questi spazi, anche se l’accesso era regolato da orari, tariffe e spesso dalla complicità degli ambienti più esclusivi. “Nulla distingue il nobile dal plebeo quando il vapore avvolge ogni corpo allo stesso modo” ironizza **Giovenale** nelle sue satira pungenti, cogliendo il carattere profondamente sociale e potenzialmente rivoluzionario delle terme. La giornata alle terme era scandita da dettagli e gesti precisi, immortalati dalle fonti: all’ingresso si pagava una piccola somma (modesta per le vasche pubbliche, alta per le aree private o riccamente decorate), si lasciavano abiti e oggetti di valore sotto la custodia degli **capsarii**, spesso schiavi di fiducia. La pulizia del corpo era un vero rito, anticipato da esercizi fisici, oliature e massaggi con profumi esotici. Il **strigile**, una sottile spatola di bronzo, serviva per rimuovere olio, sudore e polvere: **Marziale** ne fa menzione celebrando l’abilità delle mani che passano sapientemente sulle spalle e sulla schiena, regalando momenti di puro piacere. Nei meandri degli spazi interni, tra sale sempre più calde e sempre più riccamente decorate, si dipanava la parte centrale della giornata di molti cittadini. L’aspetto architettonico delle terme rivela il genio romano nella gestione dell’acqua, fonte di vita e simbolo di potere. “I Romani sono i padroni dell’acqua”, osserva **Plinio il Vecchio** nella sua Storia Naturale, esaltando la capacità degli **acquedotti** di alimentare incessantemente le piscine delle terme. L’**Aqua Marcia** è la più celebre tra queste: la sua acqua, limpida e salubre, scorre nei condotti sotterranei, alimentando vasche e fontane. Nei trattati di **Vitruvio** si spiegano con precisione le tecniche dell’**opus signinum**, della resistenza delle murature sotto la pressione costante e la capacità di regolare temperatura e umidità con l’uso mirato di materiali diversi. La tecnologia, però, è solo una parte dell’esperienza. Le terme imperiali erano anche una celebrazione della **bellezza** e della **cultura romana**: pareti rivestite di marmi policromi, colonne di granito rosso e verde che si stagliano contro il cielo, statue di imperatori e divinità che sorvegliano le vasche, fontane dalle forme fantasiose che riproducono delfini, tritoni, nereidi. “Il piacere degli occhi si fonde col piacere della pelle”, racconta **Plinio il Giovane** nelle sue lettere, testimoniando la compresenza di arte e benessere. Oltre a essere centri di igiene, le terme ospitavano anche biblioteche, sale per la lettura, spazi per giochi di società, addirittura piccoli teatri dove artisti recitavano o musicisti allietavano i frequentatori. Ciò che accadeva realmente dietro le quinte, lontano dallo sfarzo degli ambienti principali, emerge nelle descrizioni della vita quotidiana: schiavi che si danno il cambio tra le stufe, **caldarii** alle prese con i forni a legna, fornai che trasportano i panini freschi tra i corridoi, venditori ambulanti di frutta e dolci che cercano di guadagnare qualche moneta anche in questi spazi. La vita delle terme si compone di rumori di fondo, odori mescolati: quello pungente del sudore, quello fresco dell’acqua corrente, quello inebriante dei profumi e degli unguenti. A volte, soprattutto negli angoli più nascosti, le terme diventavano teatro di incontri amorosi, di trattative commerciali, di confidenze e persino di piccoli furti o truffe, come ci ricorda **Tacito**. L’elemento sociale si manifesta anche attraverso la **conversazione**: “Negli spazi delle terme si discutono affari, si stringono amicizie, si tramano congiure”, scrive **Cassio Dione**. La neutralità apparente di questi luoghi, dove il lusso si fonde con la libertà personale, rende le terme uno dei più potenti motori della vita pubblica romana. Vi si potevano ascoltare discorsi filosofici, come quelli di **Epitteto** o **Luciano di Samosata**, pronti a mettere in discussione ogni certezza; vi si poteva assistere agli sproloqui degli oratori, ai racconti dei vecchi, ai pettegolezzi delle matrone che osservavano con occhio critico le mode più audaci. Non meno importante era la componente medica e igienistica. Le terme, secondo **Plinio il Vecchio**, “curano le membra e purificano l’anima”, grazie agli effetti benefici dell’acqua alternata calda e fredda. La visita regolare alle terme era raccomandata per prevenire e curare disturbi di varia natura: dolori articolari, affaticamenti, problemi respiratori. Alcuni medici, come **Galen**, consigliavano sequenze precise di immersioni e bagni di vapore per rafforzare il fisico e lo spirito; i filosofi più rigorosi, invece, predicavano una frugalità che mal si conciliava con la magnificenza di questi luoghi. Altra caratteristica fondamentale delle terme era la **divisione degli spazi**: il rispetto dei tempi e delle fasce d’età era rigorosamente imposto dalle autorità. Orari diversi per uomini, donne e bambini, sale separate, prezzi calmierati. In certi casi, le terme ospitavano anche eventi pubblici o cerimonie: celebrazioni religiose, omaggi agli imperatori, ritrovi di associazioni professionali. Le strutture erano controllate da funzionari statali che vigilavano su ordine e decoro, garantendo la sicurezza anche nelle ore di maggiore afflusso. Sul tema della **propaganda imperiale**, Cassio Dione sottolinea come la costruzione delle terme rappresentasse anche uno strumento di consenso popolare. Gli imperatori come **Caracalla**, che inaugurò le sue terme nel III secolo d.C., puntavano a lasciare un segno indelebile nella memoria collettiva, offrendo ai cittadini un beneficio reale e tangibile. “Il popolo ringrazia l’imperatore per la frescura nel calore dell’estate”, annota Cassio Dione, individuando nella generosità imperiale uno dei segreti della grandiosa stabilità romana. Le terme brillano anche dal punto di vista artistico, offrendo una visione poliedrica della cultura romana: mosaici raffinati che immortalano scene di pesca, di caccia, di giochi acquatici; statue di divinità che invitano alla contemplazione; pitture che decorano le pareti e i soffitti, come suggerisce Ovidio nelle sue “Lettere d’amore”. Cromie, luci, ombre, giochi di riflessi sulle superfici lucidissime: ogni aspetto sembra contribuire a creare una sensazione di perfezione e di pace, destinata a rimanere indelebile nella mente di chiunque abbia varcato quella soglia. Il **sudatorium** e il **laconicum** erano il punto culminante del percorso termale: qui il vapore si fondeva al calore della pietra, abbracciando i corpi indolenziti e offrendo una pausa di rinnovamento. Nell’ultimo tratto della giornata, quando il sole inizia a calare e le terme si svuotano, si respira una quiete speciale. Le risate e le chiacchiere si attenuano, i passi si fanno più lenti, i suoni più ovattati. Nel ricordo di Plinio il Giovane, la sensazione era quella di una rinascita, fisica e morale, come se uscire dalle terme significasse lasciarsi alle spalle non solo la fatica ma anche la pesantezza della vita urbana. Anche la dimensione delle terme come spazio di piacere puro, di ricerca edonistica, è chiaramente delineata nelle fonti. Le descrizioni di Ovidio e Marziale evocano momenti di flirt, di incontri fugaci, di intrighi sentimentali: l’eros si fa parte integrante dell’esperienza, tra sguardi, gesti e allusioni. D’altra parte, le terme rappresentano anche uno spazio di **spiritualità**: “Qui, nel silenzio delle acque, si ascolta meglio la voce degli dei”, suggerisce Luciano di Samosata, sentendo nella fusione di corpo e mente il miracolo degli spazi condivisi. Ma le terme sono anche il punto di arrivo di un ideale di **collettività romana**: la celebrazione dell’unità civica, il piacere di appartenere a un mondo regolato da leggi ma aperto a ogni sfumatura del vivere. I Romani portarono la cultura delle terme in tutte le province dell’impero: le rovine di Londra, Colonia, Trebisonda, Leptis Magna, narrano ancora oggi di un modo di vivere che travalicava i confini geografici e sociali. La giornata alle terme si concludeva spesso con una passeggiata lenta, un bagno nella luce dorata della sera, una conversazione sussurrata sotto le logge. All’uscita, la città sembrava diversa: più lenta, più attenta, arricchita dalla memoria del piacere condiviso. Quel che rimane, oltre il vapore e l’eleganza delle vasche, è una sensazione di appartenenza profonda, la consapevolezza di aver partecipato a un rito antico, dove il lusso non è mai fine a sé stesso, ma sempre ponte verso il benessere collettivo e la bellezza della civiltà romana. Un’immagine rimane impressa, mentre la notte cala sulle mura delle terme imperiali: il riflesso delle lanterne sull’acqua, il profumo persistente di mirra, il silenzio che avvolge gli ultimi passi. È la suggestione di un mondo in cui i corpi e le anime trovavano, almeno per un giorno, la loro piena armonia. E forse, in quell’attimo sospeso, si intuisce che la vera grandezza di Roma non è solo nella pietra, ma soprattutto nell’invenzione di un piacere condiviso che ancora ci parla attraverso i secoli. Fonti antiche utilizzate: - Marziale, “Epigrammi” - Ovidio, “Lettere d’amore” - Seneca, “Lettere a Lucilio” - Plinio il Vecchio, “Storia Naturale” - Plinio il Giovane, “Lettere” - Vitruvio, “De architectura” - Cassio Dione, “Storia romana” - Epitteto, “Diatribe” - Luciano di Samosata, “Dialoghi” - Giovenale, “Satire” - Tacito, “Annali” ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Periodo imperiale --- ### [Troia, Palazzo "6M": spilla d'oro e giada riscrivono i commerci antichi.](https://scriptamanentitalia.it/troia-palazzo-6m-spilla-doro-e-giada-riscrivono-i-commerci-antichi/) **Published:** Ottobre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Çanakkale, nella Turchia nordoccidentale, sono recentemente emersi dal suolo reperti straordinari nell’area di Hisarlik, antica Troia: una spilla d’oro, un raro pezzo di giada e una fibula di bronzo risalenti a circa il 2500 a.C. Il ritrovamento è stato annunciato dal Ministero della Cultura e del Turismo turco e dal team guidato dall’archeologo Reyhan Körpe dell’Università Onsekiz Mart. I reperti sono stati recuperati davanti all’edificio denominato “6M Palace”, una struttura di grande rilievo nel panorama archeologico di Troia. La spilla in oro, descritta come un esemplare di straordinaria fattura, è stata realizzata localmente. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Eilean Donan. Scavi svelano la vita di corte nel XIII secolo: rinvenuto in Scozia il più raro strumento di bellezza medievale](https://scriptamanentitalia.it/eilean-donan-scavi-svelano-la-vita-di-corte-nel-xiii-secolo-rinvenuto-in-scozia-il-piu-raro-strumento-di-bellezza-medievale/) **Published:** Ottobre 2, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Eilean Donan, iconico castello scozzese situato sulle rive del Loch Duich, è stato recentemente protagonista di una scoperta archeologica che aggiunge nuovi tasselli alla comprensione della vita medievale nella regione. Durante una serie di scavi condotti da FAS Heritage, in collaborazione con National Museums Scotland e The Conchra Charitable Trust, è emerso dal terreno un oggetto raro: un raffinato gravoir risalente al XIII secolo, uno strumento utilizzato per tracciare la riga nei capelli e realizzare acconciature elaborate. Questo utensile, minuziosamente intagliato nel corno di cervo rosso locale, rappresenta una figura umana con cappuccio e libro, simbolo forse di erudizione o. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Archeologia Subacquea. Un relitto greco 'su guscio' risalente al V secolo a.C. getta luce sulle antiche tecniche navali a Ispica](https://scriptamanentitalia.it/archeologia-subacquea-un-relitto-greco-su-guscio-risalente-al-v-secolo-a-c-getta-luce-sulle-antiche-tecniche-navali-a-ispica/) **Published:** Ottobre 1, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Al largo di Santa Maria del Focallo, nel territorio di Ispica in Sicilia, i fondali hanno restituito un nuovo prezioso reperto che getta luce sulla navigazione antica nel Mediterraneo. Un relitto greco, databile tra il VI e il V secolo avanti Cristo, è stato quasi completamente portato alla luce a soli sei metri di profondità. La scoperta è stata possibile grazie all’ultima campagna di archeologia subacquea condotta dal Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università di Udine insieme alla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. L'attività ha avuto carattere multidisciplinare, coinvolgendo rilievi diretti, riprese fotogrammetriche. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Sicilia, 4000 anni fa: La scoperta che riscrive la dieta antica. Stufato di cavallo durante il rituale nell'Età del Bronzo](https://scriptamanentitalia.it/sicilia-4000-anni-fa-la-scoperta-che-riscrive-la-dieta-antica-stufato-di-cavallo-durante-il-rituale-nelleta-del-bronzo/) **Published:** Settembre 30, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Sicilia, area ai piedi del monte Polizzello: un recente studio coordinato da Davide Tanasi, docente dell’Università della Florida del Sud e fondatore dell’Institute for Digital Exploration, ha cambiato il modo di concepire la presenza dei cavalli nella preistoria dell’isola. Un’indagine pubblicata su una prestigiosa rivista scientifica internazionale rivela la più antica testimonianza documentata sull’impiego dei cavalli e sul consumo della loro carne in Sicilia durante l’Età del Bronzo, ribaltando ipotesi radicate dagli studiosi sui tempi e i modi con cui questo animale fu introdotto nel cuore del Mediterraneo. Il gruppo di ricerca, composto da. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Leicester, uno scrigno di storia: Nuovi scavi svelano due millenni di vita urbana tra case romane, forni e un'antica prigione.](https://scriptamanentitalia.it/leicester-uno-scrigno-di-storia-nuovi-scavi-svelano-due-millenni-di-vita-urbana-tra-case-romane-forni-e-unantica-prigione/) **Published:** Settembre 29, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Leicester, una delle città più antiche dell’Inghilterra, recenti scavi archeologici hanno aggiunto nuovi capitoli alla storia del territorio svelando quasi duemila anni di continuità urbana. Gli archeologi dell’Università di Leicester hanno condotto le indagini nell’area della piazza centrale del mercato, un luogo che da secoli rappresenta il cuore pulsante delle attività civiche e commerciali. I lavori, legati al progetto di riqualificazione della piazza, stanno offrendo una visione inedita sulla stratificazione storica della città e sulle trasformazioni vissute dall’epoca romana fino alla modernità. Durante gli scavi sono emerse due abitazioni romane ben conservate, considerate tra i. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Monte San Giorgio. Scoperto fossile di Lariosauro con pelle intatta che riscrive la storia del nuoto preistorico](https://scriptamanentitalia.it/monte-san-giorgio-scoperto-fossile-di-lariosauro-con-pelle-intatta-che-riscrive-la-storia-del-nuoto-preistorico/) **Published:** Settembre 26, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Sul Monte San Giorgio, tra Italia e Svizzera, un’équipe di ricercatori ha portato alla luce un fossile che promette di arricchire profondamente la conoscenza dei rettili marini triassici. Si tratta di un esemplare di Lariosaurus valceresii, predatore acquatico vissuto circa 240 milioni di anni fa nel Triassico medio, ritrovato in una straordinaria condizione di conservazione nella zona di Val Mara, nel Canton Ticino. Questo luogo, già inserito tra i patrimoni dell’UNESCO per l’eccezionalità dei reperti paleontologici, si conferma dunque culla di scoperte di rilievo mondiale. La particolarità del reperto, catalogato con il codice MCSN 8713 e ora. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Israele. La scoperta di un tesoro di monete a Huqoq svela l'ultima rivolta ebraica contro Roma](https://scriptamanentitalia.it/israele-la-scoperta-di-un-tesoro-di-monete-a-huqoq-svela-lultima-rivolta-ebraica-contro-roma/) **Published:** Settembre 26, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** HUQOQ, ISRAELE – Una scoperta eccezionale ha riportato alla luce un tesoro numismatico unico, gettando nuova luce su uno degli episodi meno studiati della storia ebraica antica. Nel corso di una campagna di scavi condotta nel sottosuolo della località di Huqoq, nella Basso Galilea, un’équipe di archeologi israeliani ha estratto da una complicata rete di gallerie sotterranee un gruzzolo di monete bronzee risalenti al IV secolo d.C., accuratamente nascoste dai loro proprietari più di milleseicento anni fa. Questi passaggi e camere erano stati realizzati dagli ebrei locali tra il I e il II secolo per garantire rifugio durante le. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Olanda, la maschera del passato. Ritrovata in un cimitero romano una lucerna teatrale in perfetto stato di conservazione](https://scriptamanentitalia.it/olanda-la-maschera-del-passato-ritrovata-in-un-cimitero-romano-una-lucerna-teatrale-in-perfetto-stato-di-conservazione/) **Published:** Settembre 25, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Cuijk, nei Paesi Bassi, è emersa una testimonianza eccezionale del passato romano grazie agli scavi condotti nell’antico insediamento di Ceuclum. Gli archeologi impegnati nella campagna di ricerca hanno infatti portato alla luce una lampada a olio – lucerna – risalente al II secolo, realizzata a forma di maschera teatrale e conservata in uno stato sorprendente. Questa scoperta, considerata dagli studiosi uno dei ritrovamenti più significativi negli ultimi anni nei Paesi Bassi, rappresenta un oggetto unico sia per la raffinatezza della manifattura sia per il valore simbolico attribuito alla maschera della commedia. La lampada è stata rinvenuta nel più vasto cimitero. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Lecce. Scoperto un sistema difensivo bizantino che usava i monumenti romani come fortezza](https://scriptamanentitalia.it/lecce-scoperto-un-sistema-difensivo-bizantino-che-usava-i-monumenti-romani-come-fortezza/) **Published:** Settembre 24, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Lecce è di nuovo protagonista nel panorama archeologico nazionale grazie a una recente scoperta che getta nuova luce sugli intrecci storici della città pugliese. Nella zona compresa tra piazza Sant’Oronzo e via Alvino, a pochi metri dalle rovine dell’anfiteatro romano, gli scavi avviati dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio hanno messo in evidenza le tracce di un articolato sistema difensivo di età bizantina. Sin dall’inizio della campagna, gli archeologi hanno riscontrato la presenza di poderose strutture murarie che suggeriscono la trasformazione dell’area in una fortificazione durante l’Alto Medioevo. Le indagini hanno restituito una sequenza. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Il fischietto di Amarna. Antico reperto fa luce sul controllo dei lavoratori nell'Egitto dei faraoni.](https://scriptamanentitalia.it/il-fischietto-di-amarna-antico-reperto-fa-luce-sul-controllo-dei-lavoratori-nellegitto-dei-faraoni/) **Published:** Settembre 23, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nella città egiziana di Amarna, l’antica Akhetaten fondata dal faraone Akhenaton sulle rive del Nilo, una scoperta archeologica di rara suggestione getta nuova luce sul controllo e sulla quotidianità dei lavoratori delle necropoli faraoniche. Durante le ricerche condotte nel villaggio conosciuto come Stone Village, localizzato ai margini orientali dell’insediamento, è emerso un piccolo fischietto realizzato da un osso di zampa di vitello. Sebbene il ritrovamento risalga al 2008, solo oggi la sua identificazione precisa e il suo significato storico sono stati svelati grazie a uno studio appena pubblicato sulla rivista International Journal of Osteoarchaeology. Il manufatto, risalente a. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Svizzera. Ad Aegerten riemerge un antico ponte romano, capolavoro d'ingegneria dell’epoca.](https://scriptamanentitalia.it/svizzera-ad-aegerten-riemerge-un-antico-ponte-romano-capolavoro-dingegneria-dellepoca/) **Published:** Settembre 22, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Aegerten, nella regione del Canton Berna in Svizzera, è divenuta recentemente il palcoscenico di una scoperta archeologica di rilievo: i resti di un ponte romano in legno, antichissimo, sono riemersi dal letto di un fiume ormai scomparso durante i lavori di modernizzazione delle infrastrutture locali. Il ritrovamento, seguito dalle indagini degli archeologi svizzeri, ha offerto una finestra affascinante sulla sofisticata ingegneria romana e sulle strategie logistiche adottate in epoca imperiale per gestire le vie di comunicazione e i commerci nelle province settentrionali. L’antico ponte attraversava il fiume Thielle, un corso d’acqua che nell’epoca romana rivestiva un’importanza. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [San Giovenale. La tecnologia svedese digitalizza trecento tombe etrusche](https://scriptamanentitalia.it/san-giovenale-la-tecnologia-svedese-digitalizza-trecento-tombe-etrusche/) **Published:** Settembre 19, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A San Giovenale, tra dolci colline e sentieri poco battuti dell’Italia centrale, il lavoro instancabile di archeologi, tecnici e ricercatori svedesi viene oggi premiato da una rivoluzione digitale: quasi trecento tombe a camera etrusche sono ora accessibili a studiosi, appassionati e cittadini di tutto il mondo tramite un portale innovativo che unisce passato e futuro. Al di là delle barriere fisiche che per secoli hanno lasciato questi ipogei ai margini dell'esperienza diretta, oggi la tecnologia apre nuovi orizzonti e trasforma la fruizione di uno dei patrimoni archeologici più preziosi della penisola. Il progetto, frutto di anni di collaborazione. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Roma. Scavi per la metro a Piazza Venezia svelano il rito segreto del Rinascimento](https://scriptamanentitalia.it/roma-scavi-per-la-metro-a-piazza-venezia-svelano-il-rito-segreto-del-rinascimento/) **Published:** Settembre 18, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Roma, Piazza Venezia: un ritrovamento che illumina le tradizioni costruttive del Rinascimento è avvenuto nel corso dei lavori per la realizzazione della nuova stazione della metropolitana. Nell’ambito di un vasto progetto edilizio che ha richiesto anni di scavi sotto il centro cittadino, archeologi impegnati presso le fondamenta del Palazzetto Venezia hanno portato alla luce un piccolo tesoro sotterraneo, prezioso per comprendere meglio le consuetudini del Quattrocento. Il Palazzetto, originariamente commissionato da Papa Paolo II nel 1467, aveva subìto nei primi decenni del Novecento lo spostamento fisico per favorire l’ampliamento della piazza e la costruzione del monumentale Vittoriano. Gli. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Sardegna. Rivoluzionarie analisi su bronzetti nuragici riscrivono la storia dei commerci nel Mediterraneo antico](https://scriptamanentitalia.it/sardegna-rivoluzionarie-analisi-su-bronzetti-nuragici-riscrivono-la-storia-dei-commerci-nel-mediterraneo-antico/) **Published:** Settembre 17, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Aarhus, Danimarca – Nuove analisi sugli enigmatici bronzetti della civiltà nuragica stanno rivoluzionando la comprensione delle antiche dinamiche commerciali e produttive del Mediterraneo. Un team di ricercatori internazionale, grazie a sofisticate tecniche di analisi isotopica condotte su 48 frammenti di bronzetti provenienti da tre celebri siti nuragici, ha svelato con precisione le origini dei metalli impiegati per realizzare questi piccoli capolavori dell’età del Bronzo. Fino a oggi si riteneva che la materia prima, soprattutto il rame, provenisse da aree orientali come Cipro e Levante. Tuttavia, la ricerca sviluppata ad Aarhus e presentata dalla danese Heide Nørgaard del Moesgaard Museum, ha. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Germania: nella citta' di Waldmössingen torna alla luce la fabbrica di chiodi per i soldati di Roma](https://scriptamanentitalia.it/germania-nella-citta-di-waldmossingen-torna-alla-luce-la-fabbrica-di-chiodi-per-i-soldati-di-roma/) **Published:** Settembre 16, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Waldmössingen, in Germania, una recente scoperta archeologica sta offrendo nuove prospettive sulla complessità logistica e produttiva dell’esercito romano. Gli archeologi tedeschi, in missione nella regione del Rottweil, hanno portato alla luce un’officina specializzata nella fabbricazione di chiodi in ferro destinati esclusivamente alle calzature militari romane. La ricerca, condotta dalla Sovrintendenza ai Monumenti e dall’Università di Friburgo, ha individuato una struttura all’interno di ciò che era un accampamento militare, risalente al I secolo d.C., dove sono stati rinvenuti oltre cento chiodini di lunghezza media pari a circa un centimetro, conservati in condizioni eccezionali che ne. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Impero romano. Perchè l'integrazione degli stranieri, alla fine, fallì?](https://scriptamanentitalia.it/impero-romano-perche-lintegrazione-degli-stranieri-alla-fine-falli/) **Published:** Settembre 16, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** C’era un tempo in cui il solo nome di Roma bastava a incutere rispetto e timore da un capo all’altro del mondo conosciuto. Ma un giorno, le sue porte, che per secoli avevano scandito i ritmi pacifici del potere e della legge, vibrarono al rumore di passi stranieri, di lingue sconosciute, di armature e sandali da cui colava il fango delle steppe e delle foreste nordiche. Quando i cosiddetti barbari arrivarono in città, nulla fu più come prima: la loro presenza non fu soltanto un affronto militare, ma la prova ultima di una **integrazione impossibile**. La storia di Roma tardoantica, spesso filtrata e ingigantita da paure, fraintendimenti e leggende, si fa qui cronaca tangibile di scelte mancate, occasioni perdute e mondi inconciliabili. **Dal 753 a.C.,** la città eterna si era sviluppata intorno all’idea della mescolanza: “cittadinanza” in senso romano non fu mai categoria esclusiva, anzi si allargò progressivamente a popoli vicini e lontani, assorbiti, inglobati e ri-orientati dalla visione universale del diritto romano. I dialoghi di **Cicerone**, gli editti di **Cesare** e le normative di **Caracalla** sono testimoni di questa tensione verso la condivisione, che si scontrava tuttavia con il rigido senso dell’identità “civica”. In latino la parola **barbarus** designava il diverso, l’estraneo, chi non si esprimeva nella lingua e nei costumi dei cittadini, chi non venerava gli dèi protettori del suolo italico. Se in età repubblicana il rapporto con Celti, Germani e Numidi oscillava fra diffidenza e necessità politica, in età imperiale questi “altri” presero a rappresentare una presenza costante ai confini e, sempre più spesso, dentro i territori stessi del vastissimo impero. Arriviamo così alla fine del IV secolo d.C., quando le ondate di popolazioni migranti—Goti, Unni, Alani, Vandali, Sàrmati—spingono oltre il **Danubio** e il **Reno**, attratte dalla promessa di sicurezza e opulenza che ancora aleggia su Roma. Fonti antiche come **Ammiano Marcellino** raccontano con precisione la drammaticità di quei giorni del 376 d.C., in cui le autorità imperiali concedono ai Goti—fuggitivi dalla pressione unna—di attraversare il Danubio dopo lunghissime trattative, ma lo fanno senza pianificare alcun serio progetto d’integrazione sociale. La miopia e la corruzione dei funzionari regionali—testimoniate direttamente da Ammiano—aggravano le già delicate condizioni dei nuovi venuti: affamati, segregati, sfruttati, molto presto questi “ospiti” si tramutano in forza ostile e irrequieta. L’anno chiave è il **378 d.C.**, quando la battaglia di Adrianopoli segna uno spartiacque epocale. Qui, lo scontro epico fra l’esercito romano guidato da **Valente** e i contingenti gotici condotti da **Fritigerno** si conclude con la disfatta totale dei romani e la morte stessa dell’imperatore. Ammiano, testimone oculare degli eventi, non manca di sottolineare lo shock diffuso nelle province: “Si comprese allora non solo la vulnerabilità delle armi romane, ma la definitiva estraneità di queste masse all’ideale civico di Roma.” La società imperiale si vede costretta a rinegoziare la propria identità, tra esigenze di pace—spesso molto fragili—e la consapevolezza che il tempo della supremazia era ormai tramontato. La questione dell’integrazione si fa ancora più complessa quando si constata come molti barbari, ormai stanziati stabilmente dentro i confini, ottengano titoli formali di **federati**: ricevono terre e autonomia in cambio di obblighi militari e difensivi, secondo quanto sancito nelle leggi raccolte dal **Codice Teodosiano**. Questo tentativo di assorbire nuovi gruppi nel tessuto amministrativo e sociale vacilla però a ogni crisi politica e a ogni sospetto di insubordinazione. La diffidenza rimane palpabile nei resoconti dei romani, che mal sopportano l’idea di dover dividere il comando, i posti di potere e perfino le ricchezze diocesiarie con chi—fino a pochi decenni prima—era considerato un mero predone. Il VI secolo si apre con i segni evidenti della romanizzazione fallita: le città, osservate dal vescovo **Sidonio Apollinare** nelle sue lettere, appaiono come crocevia instabili, teatro di convivenza forzata ma priva di vera fusione. Sidonio lamenta la presenza di capi goti a Tolosa che dettano legge nelle corti galliche, portando con sé abitudini, riti guerrieri, una lingua estranea e un’educazione rude, incompatibile col raffinato otium latino. Questi spaesamenti si moltiplicano nella narrazione degli ultimi decenni dell’impero: da una parte le famiglie nobiliari romane, ormai impoverite e in cerca di protezione presso i nuovi signori, dall’altra cortei barbari che occupano ville urbane, basiliche, magazzini e si impadroniscono gradualmente anche delle campagne. Ma il vero dramma si consuma nelle strade di Roma, tra il 408 ed il 410 d.C., quando le milizie gotiche di **Alarico** circondano e assediano per mesi la capitale dell’impero d’Occidente. Giordane, citando testimoni oculari, riporta le scene di carestia, paura e tensione che paralizzano la città fino al sacco devastante. Sant’Agostino, nella “Città di Dio”, descrive lo sgomento di quanti vedono, per la prima volta nella storia, la Roma invitta consegnarsi ai vincitori stranieri. Agostino invita a distinguere la civitas terrena armata e violenta dalla cittadinanza spirituale, ammonendo che nessuna sicurezza materiale può garantirci dal crollo improvviso di un mondo. Nonostante le frequenti aperture formali, come la concessione della cittadinanza a interi popoli resi federati o la nomina di generali e reggenti d’origine germanica (emblematica la figura di **Stilicone**, costretto a una fine ignominiosa nel 408 d.C.), Roma non arrivò mai a un’autentica politica di integrazione. I barbari rimanevano “altro”, perennemente sospesi tra tolleranza e sospetto. Solo con la loro adesione—spesso superficiale—al cristianesimo, sotto la spinta dei missionari e della gerarchia ecclesiastica, si verificarono pochi tentativi di vera assimilazione culturale, soprattutto in ambito militare e amministrativo. Tuttavia, la struttura della società restò duale, con legislazioni differenziate, separazione degli spazi urbani e rurali, e una divisione persistente tra romanitas e barbaritas. L’arrivo in Italia degli Ostrogoti di **Teodorico** e, più tardi, dei **Longobardi** nel 568 d.C., accelerò la frammentazione delle strutture civili e illuminò definitivamente il fallimento di ogni progetto romano d’inclusione. Gli ostrogoti tentarono sotto Teodorico una coesistenza che rispettasse le reciproche autonomie, mantenendo un sistema legale parallelo e una convivenza prudentemente vigilata. Tuttavia, la necessità di sopravvivenza e la pressione costante di nuovi flussi migratori—con i successivi arrivi di Franchi, Burgundi, Sassoni—condussero la penisola e l’intero bacino mediterraneo verso una instabilità cronica. Le campagne si spopolarono, le città si rimpicciolirono, la cultura materiale e quella istituzionale mutarono per sempre. Come si legge in Tacito, la differenza di fondo tra le società romane e quelle germaniche era racchiusa nel modello di vita: la città, per il romano, rappresentava il cuore della civilizzazione, uno spazio ordinato da norme giuridiche e presenze divine, mentre il villaggio barbarico si strutturava secondo gerarchie familiari, esercizio collettivo della forza e mobilità costante. Questo ostacolo antropologico impediva un’effettiva integrazione anche laddove i matrimoni misti, lo scambio di tecnologie, le occasionali alleanze politiche sembravano offrirne uno spiraglio. Nei testi superstiti di capi goti e unni, rarissimi ma eloquenti, risuonano le richieste di rispetto, la voglia di partecipare senza essere costretti ad abiurare del tutto le tradizioni d’origine. Se da un punto di vista legale e amministrativo le testimonianze del Codice Teodosiano ci mostrano la volontà di trovare compromessi pratici, in ambito culturale la romanizzazione si rivelò estremamente limitata. I barbari adottarono alcuni tratti dell’estetica e della tecnologia romana, ma restarono linguisticamente, artisticamente e spiritualmente autonomi per secoli. Lo stesso termine “romanitas”, segnala Orosio, diventò sinonimo di memoria perduta e di rimpianto per un ordine sociale percepito ormai come fragile e inadeguato. Nel racconto dei cronisti antichi, la paura dell’altro si stempera nel tempo ma non scompare: ancora al culmine dell’età ostrogota, erano in pochi a vedere nella presenza barbarica un’opportunità di rinnovamento. I più parlavano di decadenza, di rovina incombente, di un mondo vecchio impotente davanti al nuovo che avanza con la forza dei numeri e dell’entusiasmo. La città di Roma, una volta cuore pulsante di un impero senza pari, si ritrasse pian piano a simbolo di irriducibile alterità tra due sistemi destinati a non fondersi mai del tutto. L’interrogativo sulle cause profonde di questa mancata integrazione attraversa tutte le cronache: era questione di pregiudizio, di distanza culturale, di interessi materiali incompatibili? O piuttosto, come suggerisce Sant’Agostino, il cristianesimo stesso—nella forma in cui si affermò tra il IV e il VI secolo—favorì una visione duale dell’umanità che limitò la comprensione reciproca? Quello che emerge dalle fonti è il costante rimando a un senso di perdita collettiva, a un’identità romana che si decompone di fronte al nuovo, incapace di reinventarsi davvero. Nonostante singoli individui—generali, consiglieri, prelati—riuscissero, secondo Sidonio e Ammiano, ad attraversare le frontiere sociali ed etniche, il corpo della società rimaneva ancorato alla nostalgia di una grandezza irrecuperabile. L’ultima grande ondata, quella longobarda, si abbatte sull’Italia alla metà del VI secolo, chiudendo il lungo ciclo di scontri e tentativi falliti di assimilazione. In quell’epoca, la matrice romana era ormai ridotta a una tenue trama di leggi residuali, liturgie cristiane e rovine monumentali. Le nuove élite guidavano ora regioni semiautonome, mosaico irregolare di autorità locali, lontano dalle pretese universalistiche che avevano animato i consoli, gli imperatori e i giuristi di Roma. Il mondo antico svaniva, lasciandosi dietro memorie opache e desideri mai realizzati d’integrazione; nascevano, sulle sue rovine, le prime strutture della civiltà medievale europea. Oggi, camminando tra le rovine del Palatino o osservando i quartieri popolari alle pendici dell’antica città, non è difficile cogliere la profondità di quella frattura: la storia di Roma e dei barbari resta un monito universale sul significato, le occasioni e i limiti dell’integrazione. Ciò che si perse allora non fu solo un impero, ma la possibilità di fondare un mondo condiviso da culture differenti senza annientarne l’essenza. Nel tramonto delle certezze romane, si cela ancora la domanda su quanto le società siano veramente pronte ad accogliere chi arriva da lontano, portando con sé speranza e inquietudine, desiderio di appartenenza ma anche di riconoscimento. L’eco di quelle scelte riaffiora a ogni bivio della nostra storia: se volete sapere davvero che cosa accadde “quando i barbari arrivarono in città”, basta ascoltare, nel silenzio delle antiche pietre, la voce dei secoli che ci interrogano—tra paura e speranza, accoglienza e rifiuto, identità e metamorfosi. Fonti primarie: - Ammiano Marcellino, Res Gestae (trad. inglese ufficiale) - Codice Teodosiano (trad. inglese ufficiale) - Sidonio Apollinare, Lettere (trad. inglese ufficiale) - Orosio, Storia contro i pagani (trad. inglese ufficiale) - Giordane, Getica (trad. inglese ufficiale) - Sant’Agostino, La città di Dio (trad. inglese ufficiale) - Tacito, Germania (trad. inglese ufficiale) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Teodora e la rivolta di Nika: la donna che salvò Costantinopoli dal collasso](https://scriptamanentitalia.it/teodora-e-la-rivolta-di-nika-la-donna-che-salvo-costantinopoli-dal-collasso/) **Published:** Settembre 11, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** La notte che cambiò il destino di una civiltà intera ebbe il volto di una donna che la storia avrebbe ricordato, secoli più tardi, come una delle figure femminili più influenti e discusse dell’antichità: **Teodora**, imperatrice accanto a **Giustiniano**, il dominatore della fragile e scintillante **Costantinopoli**. Nella città, cuore pulsante dell’Impero romano d’Oriente, le passioni popolari potevano esplodere inondate d’oro e sangue, e nessun evento lo testimonia meglio della celebre **rivolta di Nika** del **532**, che travolse la capitale in giorni di paura, violenza, disperazione e rinascita, consegnando Teodora all’immortalità dell’agire politico e del coraggio personale. La straordinaria parabola di Teodora, come descritta dalle fonti antiche a partire da **Procopio di Cesarea**, assume già i toni della leggenda. Figlia di un domatore d’orsi presso l’Ippodromo di Costantinopoli, secondo la tradizione tramandata in lingua greca e riportata nelle versioni inglesi ufficiali degli storici del tempo, Teodora cresce ai margini della società, tra le botteghe popolari e le quinte polverose del teatro. Queste origini modeste, intrise di fatica ma anche di una precoce indipendenza, le impartiscono una lezione unica nel suo genere, lontana dai codici aristocratici ma vicina agli umori delle classi sociali più basse, che animavano le strade della città. La sua intelligenza acuta, l’abilità retorica, il fascino e uno spirito indomito la portano laddove nessuna donna del suo tempo avrebbe mai osato: al fianco dell’imperatore, in un ruolo che superava persino i limiti imposti dalla legge e dalle consuetudini. Secondo il racconto di **Procopio**, spesso amaramente sferzante nei suoi giudizi ma costretto a riconoscere la straordinaria forza d’animo di Teodora, la giovane donna attraversa una vita di stenti, ostilità, e frequenta ben presto l’ambiente della scena, vive di spettacolo e, ancora giovanissima, si lega alle corti dell’Egitto e della Siria. Ma è nella capitale che la sua fortuna cambia: qui incontra Giustiniano, destinato a succedere allo zio **Giustino I** al trono imperiale. Contrariamente alle attese, l’amore e la stima dell’imperatore per Teodora sono tali da spingere Giustiniano a modificarne il rango giuridico, facendola sua moglie – un atto rivoluzionario, mai visto fino a quel tempo tra le élite bizantine, che guardavano ancora con sospetto ogni contaminazione tra classi sociali. Quando nel **527** Giustiniano sale ufficialmente sul trono, Teodora si ritrova in una posizione di potere che non manca di suscitare reazioni controverse. Ma ciò che le fonti greche antiche ci restituiscono, nelle parole tradotte dai resoconti **di Malala**, di **Evagrio Scolastico** e, soprattutto, di **Procopio**, è di una donna pienamente consapevole dell’ambiguità del suo ruolo: né regina delle antiche narrazioni occidentali, né semplice cortigiana, Teodora si fa agente della politica, accompagnando le decisioni dell’imperatore e spesso orientandole in modo risoluto. Tutta la sua personalità sarebbe stata messa alla prova nei giorni della **rivolta di Nika**, iniziata come tumulto sportivo e sfociata in una brutale insurrezione di massa. Nei primi giorni del gennaio **532**, durante uno dei tradizionali giochi presso l’Ippodromo, l’atmosfera tra le fazioni dei “Blu” e dei “Verdi” (nomi tradotti rispettivamente dai termini greci “Veneti” e “Prasini”) si fa rovente. Non si tratta solo di rivalità sportiva: dietro i colori delle squadre si celano alleanze, identità sociali, interessi politici ed economici, un complicato intreccio di tensioni antiche tra i diversi ceti della sconfinata città di Costantino. La scintilla finale, secondo il racconto dettagliato di **Procopio**, fu l’arresto avvenuto pochi giorni prima di alcuni sostenitori delle due fazioni, accusati di gravi reati. Il rifiuto dell’imperatore e del prefetto urbano di cedere alle richieste popolari accende la folla, che ben presto dimentica le differenze interne e si unisce, per una volta, in un unico, sconvolgente urlo: “Nika!” (“Vinci!”). Costantinopoli si trasforma in un campo di battaglia: palazzi in fiamme, barricate nelle strade, antiche chiese profanate e la stessa sede del Senato data alle fiamme. Nei giorni successivi la città sprofonda nel caos; le fonti parlano della folla che prende il controllo dell’Ippodromo, proclama un nuovo imperatore – **Ipazio**, nipote dell’antico imperatore Anastasio – e si appresta a far crollare la dinastia. Mentre molti membri del Senato e dell’aristocrazia implorano Giustiniano di fuggire verso la provincia d’Asia, la corte si raccoglie, in preda al terrore, nella parte più sicura del palazzo. Qui le cronache riportano uno tra i discorsi più celebri della storia bizantina, attribuito dalla tradizione antica proprio a Teodora. Le sue parole, tramandate da Procopio nella “Storia Segreta”, rimangono scolpite nella memoria: “Se volete fuggire, fate pure. Ma io non lascerò mai questa città. La porpora è il miglior sudario. Un sovrano non deve sopravvivere all’umiliazione della fuga…” In un solo, indimenticabile passaggio, Teodora scavalca la paura degli uomini che la circondano, trasformando la crisi in uno spartiacque tra infamia e gloria. L’effetto di queste frasi, spiegano le antiche fonti, fu devastante: proprio mentre il destino dell’impero pareva segnato, Giustiniano e i suoi più fedeli generali si riscattarono, riacquisendo la lucidità perduta. Secondo le testimonianze primarie, lo stesso **Belisario** fu convocato d’urgenza insieme al comandante dei mercenari, Mundo, e al prefetto Narsete, incaricati di elaborare un piano disperato: entrare nell’Ippodromo e reprimere con la forza la rivolta. Quello che avvenne nelle ore seguenti è materia di racconto drammatico: sotto la spinta dei soldati, la folla venne brutalmente sterminata; le fonti oscillano tra le **30.000 alle 40.000 vittime**, segno di una repressione degna delle grandi tragedie dell’antichità. La città, ancora annichilita dall’odore di cenere e dalla perdita di interi quartieri, fu costretta a ricostruire sulla cenere delle proprie illusioni. Oltre all’azione diplomatica, secondo le cronache antiche, fu proprio la determinazione di Teodora a dare nuova coesione alla famiglia imperiale. Nei discorsi successivi, Procopio osserva che la sovrana prese parte alla ridefinizione delle politiche sociali e religiose dell’impero: sostenitrice di una forma di monofisismo moderato, che cercava di costruire un ponte tra le fazioni religiose interne, si fece garante del dialogo e della riconciliazione tra le diverse componenti della società. Fu inoltre ispiratrice di una legislazione innovativa per la tutela delle donne, dei perseguitati e dei poveri, come testimoniato anche dagli atti imperiali sopravvissuti, citati dai resoconti di Giovanni Malala ed Evagrio Scolastico. Le antiche fonti inglesi ci consentono di seguire, passo dopo passo, la metamorfosi della capitale e della società: certo, la distruzione degli antichi edifici religiosi e civili fu enorme, ma il coraggio dimostrato dalla coppia imperiale consentì anche la rinascita culturale più clamorosa d’età bizantina. Proprio dalle ceneri della rivolta sorse un progetto architettonico destinato all’eternità: la riedificazione della basilica di **Santa Sofia**. Seguendo i dettami dei maestri Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto, fu innalzato un tempio che avrebbe rappresentato per secoli il trionfo dello spirito romano, l’alleanza tra fede e potere e, soprattutto, il simbolo tangibile della nuova legittimazione di Giustiniano e Teodora, restituiti all’immortalità dell’arte ancor prima che della storia. Ma non tutto fu limpido e glorioso. Le fonti antiche non nascondono le tensioni che continuarono a scuotere la corte dopo la rivolta: talvolta, la figura di Teodora fu oggetto di accuse di spietatezza, di controllo eccessivo sugli apparati del potere, di nepotismi. Procopio stesso, nelle pagine della sua “Storia Segreta”, la tratteggia come donna ambiziosa, capace di audacia ma anche di durezza insospettabile. Tuttavia, nelle testimonianze più equilibrate, come nella “Storia Ecclesiastica” di Evagrio, emerge anche il volto umano e riformista della sovrana, impegnata nella protezione delle donne in difficoltà, nella fondazione di monasteri e ospedali, nell’elaborazione di un modello di potere che non escludeva, ma anzi coinvolgeva attivamente elementi solitamente marginali, come le ex-prostitute, cui destinò luoghi di rifugio e riscatto nella capitale. A distanza di secoli, il mosaico che ritrae Teodora accanto a Giustiniano nella basilica di **San Vitale** a Ravenna testimonia, più di mille cronache, la profondità del suo carisma. Vi è raffigurata con la corona, la porpora, il calice, circondata da funzionari, suggerendo agli osservatori moderni il ruolo centrale – quasi sacrale – che riuscì a conquistare non solo nella rappresentazione del potere, ma nella sua stessa sostanza fattuale. La sua capacità di parlare alle diverse anime della città, alle élite e ai diseredati, ai nobili e ai poveri, rappresenta ancora oggi l’eredità più significativa della sua stagione politica. La **rivolta di Nika** diventa, attraverso le pagine degli autori antichi, più di un semplice episodio di violenza urbana: è il campo dove si misura la portata del coraggio personale, la funzione dell’autorità politica e il destino di un impero sull’orlo del baratro. Se Giustiniano viene spesso ricordato come il Grande Legislatore, fu grazie al carisma di Teodora che la dinastia seppe sopravvivere al suo momento più critico, reinventando la propria presenza nella storia. Rigettando la via della fuga, scegliendo la resistenza, Teodora si fece ponte tra mondi, tra popolo e aristocrazia, tra Oriente e Occidente, diventando il volto femminile di una rinascita che, pur nel sangue e nel dolore, permise a Costantinopoli e al suo antico sogno imperiale di non crollare. La sua storia, filtrata attraverso gli occhi e le parole dei cronisti **Procopio di Cesarea**, **Giovanni Malala**, **Evagrio Scolastico** e **Teofane Confessore**, rimane oggi un invito per gli appassionati di storia a riflettere sul ruolo della volontà individuale contro le avversità dei tempi, sull’eterno gioco di potere, carisma e umanità che accompagna il corso delle grandi civiltà. Cosa rimane dunque, delle fiamme che solcavano il cielo di Costantinopoli in quei giorni terribili del **532**? Resta il volto di una donna capace di guidare non solo il suo tempo, ma anche l’immaginario dei posteri: **Teodora**, che tra le mura del palazzo imperiale pronunciò parole che varcarono i secoli, insegnando il valore del rischio e l’immensa, solitaria forza del coraggio umano. E mentre le pietre ricostruite della basilica di **Santa Sofia** continuavano ad alzarsi, la leggenda della sovrana si faceva realtà: perché, come rivela il racconto antico, è nella rinuncia alla fuga, nell’abbraccio della porpora quale “miglior sudario”, che si scrive la vera gloria dei sovrani. Fonti storiche primarie: - Procopius of Caesarea, “Anecdota” (Historia Segreta), traduzione ufficiale inglese - Procopius of Caesarea, “De Bello Persico”, traduzione ufficiale inglese - John Malalas, “Chronographia”, traduzione ufficiale inglese - Evagrius Scholasticus, “Ecclesiastical History”, traduzione ufficiale inglese - Theophanes the Confessor, “Chronographia”, traduzione ufficiale inglese ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Gli studiosi riscrivono la storia economica britannica: Aldborough rivela la continuità della produzione metallurgica dopo l'addio ai Romani](https://scriptamanentitalia.it/gli-studiosi-riscrivono-la-storia-economica-britannica-aldborough-rivela-la-continuita-della-produzione-metallurgica-dopo-laddio-ai-romani/) **Published:** Settembre 11, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Aldborough, antica cittadina situata nello Yorkshire e celebre centro di produzione metallurgica in epoca romana, torna al centro dell’attenzione scientifica grazie a una nuova ricerca che modifica profondamente la comprensione della storia economica britannica. Un gruppo di studiosi, guidato dal professor Christopher Loveluck dell’Università di Nottingham, ha analizzato un nucleo di sedimenti lungo cinque metri prelevato dal suolo di Aldborough, facendo emergere per la prima volta una cronologia ininterrotta della produzione di metalli dal V secolo all’epoca moderna. Fino ad oggi, si tendeva a credere che il ritiro romano dalla Britannia intorno al 400 d.C. avesse. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Archeologi peruviani scoprono a Chankillo la traccia di un potere militare e astronomico](https://scriptamanentitalia.it/archeologi-peruviani-scoprono-a-chankillo-la-traccia-di-un-potere-militare-e-astronomico/) **Published:** Settembre 11, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel territorio di Ancash, in Perù, sono stati condotti recenti scavi all’interno del complesso archeologico di Chankillo, uno dei siti più affascinanti e misteriosi dell’America precolombiana. Questo luogo si distingue per la presenza di tredici torri allineate che costituiscono quello che gli studiosi ritengono essere il più antico osservatorio solare del continente americano. È proprio qui che gli antichi abitanti della Valle del Casma, oltre 2.300 anni fa, scrutavano l’orizzonte seguendo il percorso del sole per stabilire con assoluta precisione le tappe principali del calendario delle celebrazioni e dei lavori comunitari. Durante una delle campagne di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Riscoperta a Pompei la "sala d'attesa" dei poveri, svelata dalle incisioni sulla panca](https://scriptamanentitalia.it/riscoperta-a-pompei-la-sala-dattesa-dei-poveri-svelata-dalle-incisioni-sulla-panca/) **Published:** Settembre 11, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Scavi di Pompei – Villa dei Misteri. Agli occhi di studiosi e visitatori, le antiche mura della Villa dei Misteri a Pompei continuano a restituire segreti che gettano nuova luce sulla quotidianità dei suoi frequentatori poco prima dell’eruzione del Vesuvio. Negli ultimi mesi, nel corso delle investigazioni archeologiche condotte lungo il fronte nord-occidentale della celebre residenza, è emerso un particolare che racconta la dimensione umana dei protagonisti della vita pompeiana: sono stati scoperti incisioni e graffiti tracciati sul muro di una panca all’ingresso della villa, lasciati dagli avventori che attendevano di essere ricevuti dal patrono, il potente padrone. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Cina. Il territorio di Tianshui si svela come la "Terra delle mille fortezze"](https://scriptamanentitalia.it/cina-il-territorio-di-tianshui-si-svela-come-la-terra-delle-mille-fortezze/) **Published:** Settembre 10, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel nord-ovest della Cina, la città di Tianshui, nella provincia di Gansu, si impone come uno straordinario laboratorio a cielo aperto per lo studio dell’architettura difensiva popolare. Un recente studio condotto dal team dell’Istituto di Ricerca sull’Informazione Aerospaziale dell’Accademia Cinese delle Scienze ha finalmente portato alla luce la ricchezza di questa eredità culturale a lungo trascurata, attraverso la mappatura e l’analisi sistematica di ben 718 fortificazioni popolari. Queste strutture, disperse tra valli, colline e pianure, sono nate come risposta spontanea delle comunità locali a secoli di conflitti e instabilità, configurandosi come autentiche testimonianze di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Questi cumuli, divenuti parte integrante del paesaggio britannico, sono un’eccezionale testimonianza dei raduni sociali che si svolgevano in un periodo di profondi cambiamenti climatici ed economici, a cavallo tra. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Turchia. Ritrovato in un vaso un tesoro di monete persiane, luce su intrighi e guerre del passato](https://scriptamanentitalia.it/turchia-ritrovato-in-un-vaso-un-tesoro-di-monete-persiane-luce-su-intrighi-e-guerre-del-passato/) **Published:** Settembre 10, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Notion, nell’odierna Turchia occidentale, gli archeologi dell’Università del Michigan hanno fatto una scoperta che permette di gettare nuova luce sull’intricata rete di scambi, conflitti e potere del Mediterraneo antico. Nel corso degli scavi nel cortile centrale di una casa di epoca ellenistica, è stato rinvenuto un piccolo vaso ceramico accuratamente nascosto all’interno di una struttura molto più antica. Protetto da secoli di silenzio, all’interno sono emerse diverse monete d’oro appartenenti all’epoca dell’Impero Persiano, emesse tra il VI e il IV secolo a.C., epoca in cui l’Asia Minore era teatro. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Kazakistan. Scoperti 150 misteriosi tumuli funerari che riscrivono la storia delle steppe.](https://scriptamanentitalia.it/kazakistan-scoperti-150-misteriosi-tumuli-funerari-che-riscrivono-la-storia-delle-steppe/) **Published:** Settembre 10, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** ORAL, Kazakhstan — Una scoperta archeologica di grande rilievo emerge dalle steppe della regione occidentale del Kazakhstan, dove un’équipe di ricercatori ha individuato circa 150 tumuli funerari risalenti all’Età del Ferro. L’eccezionalità di questo sito ha subito attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale, poiché si tratta di strutture di difficile inquadramento culturale e cronologica, mai documentate prima d’ora in questa forma nell’area. Le antiche sepolture, distribuite su una vasta superficie, esibiscono una notevole varietà di forme architettoniche finora sconosciute nella zona. Oltre ai tradizionali kurgan circolari comunemente associati ai popoli nomadi delle steppe eurasiatiche, gli. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Serbia. Trovati i resti di un orso, ucciso durante dei giochi gladiatori](https://scriptamanentitalia.it/archeologi-in-serbia-svelano-il-brutale-destino-di-un-orso-bruno-vittima-dei-giochi-dellarena-romana-a-viminacium/) **Published:** Settembre 9, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Viminacium, antica città romana situata nell’attuale Serbia orientale, un recente studio archeologico ha portato alla luce una scoperta eccezionale: la prima prova diretta dello scontro fra gladiatori e orsi bruni nei giochi dell’anfiteatro romano. Da tempo esistevano testimonianze scritte che narravano di queste cruente esibizioni, in cui bestie feroci venivano opposte a uomini armati davanti a una folla assetata di spettacolo, ma fino a oggi mancavano evidenze materiali inequivocabili. Il ritrovamento di un cranio di orso bruno, risalente a circa 1.700 anni fa, ha cambiato radicalmente la percezione di questi combattimenti, offrendo uno spaccato vivido della. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Polonia. Scoperto ornamento di coleotteri in una tomba dell'Età del Ferro](https://scriptamanentitalia.it/polonia-scoperto-ornamento-di-coleotteri-in-una-tomba-delleta-del-ferro/) **Published:** Settembre 9, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Domasław, piccolo centro della Polonia sud-occidentale, un recente ritrovamento archeologico ha catturato l’attenzione degli studiosi: nel corso di uno scavo condotto dalla dottoressa Agata Hałuszko e dal suo team, è emerso uno straordinario ornamento creato utilizzando esemplari di coleotteri, depositato in una sepoltura a cremazione appartenente alla cultura lusaziana dell’Età del Ferro, databile tra l’850 e il 400 a.C. Questa scoperta, pubblicata sulla rivista Antiquity, riguarda una delle circa 800 tombe individuate nel vasto sito cimiteriale con urne dell’insediamento di Domasław, un contesto che continua a restituire preziose informazioni sulle antiche pratiche funerarie. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Meseta. Svelate le strategie di caccia dei primi Homo sapiens nel cuore della Spagna](https://scriptamanentitalia.it/meseta-svelate-le-strategie-di-caccia-dei-primi-homo-sapiens-nel-cuore-della-spagna/) **Published:** Settembre 9, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nella regione della Meseta, nel cuore della Spagna centrale, la ricerca scientifica ha recentemente acceso i riflettori su un capitolo fondamentale delle prime presenze umane nell’area. Gli scavi e lo studio guidati da Edgar Téllez, presso il Centro Nacional de Investigación sobre la Evolución Humana, hanno permesso di analizzare in profondità i resti animali rinvenuti nel sito di Abrigo de La Malia, vicino Tamajón, in provincia di Guadalajara. Questo lavoro ha offerto uno sguardo dettagliato sulle strategie di sopravvivenza dei primi Homo sapiens che abitarono l’interno della penisola Iberica circa 36.000 anni fa, delineando abitudini e stili. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Senegal. Scoperto il laboratorio di scheggiatura dove i cacciatori-raccoglitori lavoravano la pietra novemila anni fa](https://scriptamanentitalia.it/senegal-scoperto-il-laboratorio-di-scheggiatura-dove-i-cacciatori-raccoglitori-lavoravano-la-pietra-novemila-anni-fa/) **Published:** Settembre 9, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nel cuore della valle del Falémé, in Senegal, recenti scavi archeologici hanno gettato nuova luce sulle comunità di cacciatori-raccoglitori che popolavano l’Africa occidentale circa novemila anni fa. Il sito denominato Ravin Blanc X è stato oggetto di una lunga campagna di ricerca guidata dall’Università di Ginevra, che ha permesso di recuperare le tracce di uno straordinario laboratorio di scheggiatura della quarzite e i resti di un antico focolare. Rispetto ad altre regioni del mondo, dove le grotte custodiscono intatti reperti preistorici, le condizioni climatiche e geologiche dell’Africa occidentale hanno reso estremamente raro il ritrovamento di siti. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Come vivevano i pompeiani? la vita quotidiana a Pompei](https://scriptamanentitalia.it/come-vivevano-i-pompeiani-la-vita-quotidiana-a-pompei/) **Published:** Settembre 8, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** C’era un tempo, non così lontano, in cui Pompei si svegliava con il canto degli uccelli e si addormentava con il sussurro del vento tra le tegole, sospesa nel limbo tra la grandezza di Roma e la furia improvvisa di un Vesuvio silenzioso. Ma ciò che rende Pompei immortale non sono le sue rovine, ma quella pulsazione antica, il respiro di una città operosa e indomita, che la fece diventare il simbolo della vitalità estenuante e mai domata dei suoi abitanti. Per capire davvero cosa significasse vivere a Pompei bisogna immergersi nell’intreccio dei suoi vicoli alla luce dell’alba, percepire l’odore di pane fresco che si spande dai forni, ascoltare il vociare dei mercanti e il passo affrettato degli schiavi che trasportano anfore di vino, contenitori di olio e casse di frutta. Sin dalle prime ore del giorno, appena la luce rosata del mattino lambiva il selciato delle strade principali, la città riprendeva vigore. Pompei, già nel VI secolo a.C., era crocevia di genti mercanti e popoli diversi, un mosaico umano in cui convivevano Osci, Greci, Etruschi, Sanniti e, infine, i Romani. Secondo **Strabone**, questa pluralità etnica riviveva in ogni piazza, in ogni mercato, nei riti pubblici e domestici che scandivano la vita cittadina. Nonostante l’assenza di energia elettrica e le notti rischiarate solo dalle fioche lucerne d’olio, la città era governata dai ritmi della natura, ma nulla nel suo ticchettio era noioso o ripetitivo. Anzi, Pompei sprigionava ovunque vitalità, rumore, movimento. I suoi abitanti erano abituati a svegliarsi alle primissime ore, intorno all’**hora prima diurna** quando il sole iniziava appena a salire e le botteghe venivano aperte dai negozianti, uomini e donne di ogni ceto. Le fontane pubbliche diventavano così il cuore pulsante della città: lì si radunavano schiavi, bambini, matrone per attingere acqua, per scambiare brevi saluti, per origliare pettegolezzi o semplicemente lavarsi il volto. L’acqua corrente nelle domus era un lusso di pochi, la maggior parte ricorreva ai fontanili, ai bagni pubblici, alle terme. Era nelle terme che la città trovava il suo vero centro di aggregazione. Non si trattava solo di igiene, ma di socialità, di politica, d’affari e piaceri. I cittadini si incontravano nelle grandi sale termali per discutere di contratti, per stringere amicizie, per allenarsi nei ginnasi. Lo stesso motto **“mens sana in corpore sano”** assumeva qui un significato tangibile: le terme erano palestra del corpo e della mente, integrate nella routine di uomini liberi e schiavi, di patrizi e plebei. Ognuno trovava a Pompei il proprio spazio nella scena urbana, a partire dalle terme, cuore d’una socialità che faceva della città il centro di una piccola rivoluzione quotidiana. Al volgere dello sguardo verso il foro – il grande cuore amministrativo e commerciale – si incontravano magistrati, clienti, venditori, avvocati, mendicanti. Il foro era il crocevia di tutte le attività, dove pubblico e privato si mescolavano, dove il potere si esercitava non dietro porte chiuse, ma alla luce del sole e del giudizio popolare. Le iscrizioni osche e latine, i graffiti innalzati dalle mani anonime, mantenevano vivo il ricordo di una città dialettica e combattiva, capace di dibattere con passione questioni pubbliche e personali davanti allo sguardo di tutti. In tal senso Pompei rifletteva la polifonia del Mediterraneo, accogliendo usi, costumi e persino credenze religiose provenienti da ogni angolo dell’Impero. L’universo dei mestieri, delle arti e dei commerci era sterminato. Qui ogni strada era costellata di botteghe: fabbri, ceramisti, panettieri, tessitori, tintori, vetrai, banchieri. Le iscrizioni ci restituiscono orgoglio di categorie intere: “Seavus Faber ferrarius”, “Crispus Panificatore”, “Aulius il tintore”. La città era un grande laboratorio, e ognuno era protagonista di una storia fatta di fatica, intelligenza e occasioni, come mostrano le tavolette cerate rinvenute nella casa di Lucio Cecilio Giocondo, banchiere che amministrava crediti e affari della comunità. L’artigianato pompeiano, oltre che sulle esigenze locali, si reggeva anche sulle esportazioni: le anfore pompeiane giungevano nei mercati di Roma, i tessuti e i vini erano apprezzati in tutto il golfo. Un’attività febbrile, testimoniata anche dalle tracce lasciate dagli strumenti di lavoro ritrovati sotto le ceneri. Il cibo a Pompei racconta l’ingegno e la biodiversità di un popolo abituato all’abbondanza ma anche all’ingegno. **Plinio il Vecchio**, nella sua opera monumentale, elenca le decine di varietà di frutta e verdura usate dagli abitanti, dalla lattuga ai cavoli, dai legumi ai meloni. Il pane, diffuso già dal II secolo a.C., era fondamentale e prodotto nei numerosi forni disseminati per la città. Olio, vino, pesce e carni erano i cardini della dieta, con grande attenzione alle conserve e alla stagionalità. Le cene, raccontate nelle iscrizioni e nei testi poetici, erano veri rituali sociali: nei triclini, sdraiati secondo usanza aristocratica, i convitati gustavano antipasti di uova e ostriche, pietanze di pesce, carne, dolci e frutta, annaffiando il tutto col vino, spesso speziato o corretto con miele. Dal punto di vista sociale Pompei rifletteva una stratificazione molto netta. L’ordine romano era squadrato in liberi, liberti e schiavi, ma la mobilità fra le classi era possibile. Gli schiavi potevano affrancarsi, i liberti divenire ricchi commercianti, i cittadini eleggibili alle cariche pubbliche se abbastanza influenti o generosi verso la comunità. Le iscrizioni e le dediche votive ne testimoniano l’orgoglio e le ambizioni: molti ex schiavi donarono monumenti ai Lari del proprio quartiere, lasciando incisa la traccia del proprio riscatto sociale. La religiosità pompeiana era incredibilmente sincretica. La presenza di templi dedicati ad **Apollo**, a **Venere Pompeiana**, a **Iside** testimonia un pantheon dove divinità italiche, greche, egizie convivevano e si fondevano. Le edicole dedicate ai Lari tutelavano ogni incrocio, mentre nei larari domestici si compivano offerte quotidiane per proteggere la famiglia. La dimensione spirituale si respirava ovunque, tra le statue, i rilievi, le pitture che adornavano case e piazze. Alcune iscrizioni pubbliche parlano di processioni annuali, giochi religiosi, riti misterici che coinvolgevano indistintamente ricchi e poveri, uomini e donne, cittadini e stranieri. Sul fronte dei divertimenti, Pompei non aveva rivali. Dall’**anfiteatro** – tra i più antichi del mondo romano – si udiva il ruggito della folla entusiasta, assetata di spettacoli cruenti, combattimenti di gladiatori e cacce di animali. Il celebre scontro del **59 d.C.**, raccontato da **Tacito**, provocò talmente tanto clamore e violenza da indurre il senato di Roma a sospendere i giochi per diversi anni. Tuttavia i pompeiani, come testimoniano numerosi graffiti, non persero mai il gusto dello spettacolo, che fosse teatrale, musicale o sportivo. Innumerevoli sono infatti le testimonianze di attività ludiche, giochi d’azzardo, musiche e danze, vissute sia nei luoghi pubblici che nelle case private più lussuose. Il tempo libero tuttavia non era appannaggio di tutti: per molti, la giornata era una corsa fra mille piccoli lavori, riparazioni e commissioni. Le strade restavano “accese” per molte ore, animate da un’energia inesauribile. Solo verso il tramonto, Pompei vestiva una nuova atmosfera: le domus si illuminavano di candele, le strade divenivano più rischiose e la maggior parte degli abitanti si ritirava nella sicurezza della famiglia. Ma la notte, che in apparenza suggeriva silenzio, portava con sé nuove opportunità per chi cercava piaceri o fortuna. Talvolta, le locande e i lupanari restavano aperti, accogliendo chi desiderava prolungare il giorno oltre il naturale ciclo del sole. Un aspetto particolarmente affascinante è quello dell’alfabetizzazione e della scrittura. Pompei è la città dei graffiti: ogni muro, ogni ingresso di casa, ogni colonna era uno spazio da occupare con messaggi d’amore, insulti, proclami politici, pubblicità per spettacoli o per le elezioni. Sono migliaia le frasi incise nella pietra da mani ignote: “Salve, guadagno!”; “Amo Asellina”; “Venite a vedere il nostro spettacolo!”. Attraverso di esse, Pompei rivive come una moltitudine di voci anonime, che resistono alla cancellazione del tempo. Non manca la percezione del pericolo e della fragilità. Le fonti ricordano il terribile **terremoto del 62 d.C.**, che devastò la città molto prima della grande eruzione. Gli edifici in parte crollati furono ricostruiti con energia, gli abitanti non abbandonarono mai la , continuando a vivere e a credere nel futuro. Pompei, seppure funesperanzastata da disgrazie, seppe sempre rialzarsi, reinventarsi, mantenere quella spinta vitale che la rese famosa fra le città della Campania. Ogni gesto quotidiano – accendere un fuoco, cuocere il pane, affilare un coltello, lavare una tunica – assumeva un valore sociale, collettivo. La giornata pompeiana era fatta di innumerevoli piccoli riti che rafforzavano l’identità della città. Quello che si respirava tra i colonnati delle strade, nei mercati, davanti alle fontane era un senso di comunità profondo: Pompei non dormiva mai, perché ogni suo abitante aveva qualcosa da fare, qualcuno da amare, un piacere o un dovere a cui dedicarsi. Poi, improvvisa, la fine. Negli scritti di **Plinio il Giovane**, un ragazzo in fuga da Stabia, i momenti dell’ultima eruzione si accendono come lampi. Il cielo si fa nero, la cenere comincia a cadere, il giorno si spegne. Ma l’ultimo ricordo che Plinio lascia tra le righe è quello di una città ancora viva, dove la preoccupazione e la solidarietà si mescolano, dove nessuno ha smesso di sperare o di aiutare il prossimo, dove ogni sussurro della notte sembra voler rimandare il sonno eterno. Così Pompei ci ha regalato un’eredità fatta di passione, di creatività, di resistenza. Chi parla di Pompei oggi non può fare a meno di vedere, tra le sue pietre, non solo la morte ma soprattutto la celebrazione della vita. E, forse, proprio qui si cela il segreto della “città che non dormiva mai”: la consapevolezza che la grandezza di una civiltà sta nella somma dei piccoli gesti, nella capacità di vivere ogni giorno oltre il tramonto, pronti a ricominciare ancora e ancora. Oggi chi passeggia tra i resti di Pompei potrebbe immaginare il rumore del mercato, il canto di una madre, il grido di un venditore, lo sguardo innamorato di due giovani su una soglia. Pompei, città che non dormiva mai, continua a vivere nel ritmo instancabile della curiosità umana: esempio e monito che ogni istante, anche il più banale, può diventare eterno nelle mani della storia. Fonti: - **Isidoro di Siviglia, Etymologiae 15.1.51** (origini del nome Pompei e trionfo di Ercole) - **Servio, Commentario all’Eneide di Virgilio VII 662** (processione trionfale di Ercole a Pompei) - **Strabone, Geografia 5.4.8** (composizione multietnica e descrizione urbanistica della città) - **Plinio il Vecchio, Naturalis Historia 3.60-62; 17.26; 18.12, 19.24** (popolazione della Campania, agricoltura, alimenti) - **Tacito, Annali 14.17** (rissa all’anfiteatro e sospensione dei giochi) - **Lettere di Plinio il Giovane** (testimonianza diretta dell’eruzione del 79 d.C.) - **Graffiti, iscrizioni osche e latine, tavolette cerate, fonti raccolte in “Pompeii and Herculaneum: A Sourcebook”, Alison E. Cooley & M.G.L. Cooley, Routledge 2014** ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Scoperta nella necropoli etrusca del Palazzone un'urna con la testa di Medusa](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-nella-necropoli-etrusca-del-palazzone-unurna-con-la-testa-di-medusa/) **Published:** Settembre 8, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** PERUGIA – Nel corso di lavori di restauro ordinario nella necropoli del Palazzone, alle porte di Perugia, è emersa dagli strati millenari della storia una scoperta che ha sorpreso archeologi e storici. Una urna funeraria, ritrovata in un ipogeo risalente al III secolo a.C., rappresenta un enigma in grado di mettere in luce aspetti ancora poco noti delle pratiche rituali e delle credenze degli Etruschi della zona. L’oggetto, realizzato in travertino, mostra uno straordinario rilievo raffigurante la testa di Medusa, circondata da raffinati motivi floreali e iscrizioni in corsivo etrusco, ancora oggetto di studio e decifrazione. Gli scavi nella. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Giordania. A Jerash identificato il batterio della Peste di Giustiniano, la più antica pandemia della storia](https://scriptamanentitalia.it/giordania-a-jerash-identificato-il-batterio-della-peste-di-giustiniano-la-piu-antica-pandemia-della-storia/) **Published:** Settembre 8, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A Jerash, in Giordania, un’équipe internazionale di ricercatori ha finalmente fornito una svolta fondamentale nella comprensione della più antica pandemia documentata dall’umanità: la Peste di Giustiniano. Questa epidemia, che imperversò tra il 541 e il 750 dopo Cristo, provocò la morte di un numero di persone compreso tra 25 e 100 milioni, cambiando per sempre il volto della civiltà mediterranea e mediorientale. Le ipotesi sulle cause e sull’origine della pandemia sono rimbalzate per secoli tra le pagine delle cronache antiche. Ora, grazie a uno studio interdisciplinare condotto da scienziati della University of South Florida e varie istituzioni. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Sorpresa in Piazza San Marco, l'icona di Venezia è una scultura cinese della dinastia Tang](https://scriptamanentitalia.it/sorpresa-in-piazza-san-marco-licona-di-venezia-e-una-scultura-cinese-della-dinastia-tang/) **Published:** Settembre 5, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Venezia – La storia della celebre scultura del leone alato che sovrasta la Piazza San Marco si arricchisce di nuovi dettagli sorprendenti, grazie a una recente ricerca coordinata dal team di Massimo Vidale, archeologo dell’Università di Padova. Ogni anno, milioni di persone attraversano il centro della città lagunare passando sotto lo sguardo vigile del Leone di Venezia, simbolo della Serenissima e della sua potenza, collocato in cima a una colonna di granito che guarda la Basilica e il Palazzo Ducale. Tuttavia, la vera origine di questa effigie millenaria è rimasta per secoli avvolta nel mistero, tra incertezze e ipotesi mai. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Medici, maghi e ciarlatani: incredibili rimedi nella Roma imperiale](https://scriptamanentitalia.it/medici-maghi-e-ciarlatani-incredibili-rimedi-nella-roma-imperiale/) **Published:** Settembre 5, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Di notte, sui vicoli silenziosi della Suburra, tra ombre danzanti di fiaccole e miasmi che serpeggiano dagli acquitrini, un malato tenta il tutto per tutto rivolgendosi prima a un medico, poi si fa tentare dai sussurri di un mago e infine cede alle promesse di un ciarlatano. La scena non è inventata: nella **Roma imperiale**, il confine tra cura, superstizione e inganno era tanto labile quanto la speranza di sopravvivere a una febbre improvvisa o a una ferita infetta. In questa città che fu crocevia di popoli e idee, la ricerca della salute si colorava di rimedi straordinari, spesso assurdi, in un continuo confronto tra scienza, magia e truffa. La medicina a **Roma** nacque tra i campi e le tradizioni orali della **gens**, affidata ai capifamiglia e alle donne che, con ricette tramandate di madre in figlia, tentavano di domare i malanni ordinari. Prima dell’arrivo della scienza ellenistica, domandare la guarigione era proprio della religione: a comandare era il favore delle divinità come **Salus**, **Carna** e **Febris**, e negli altari domestici si depositavano offerte e preghiere, invocando la sospensione del dolore. La medicina primitiva si affidava ai riti, ai filtri, ai bagni purificatori, alle parole incomprensibili sussurrate nel buio—un universo dove la guarigione si confondeva con l’esorcismo. Le testimonianze di **Catone il Vecchio** sono un compendio di questi saperi arcaici. Nel suo manuale pratico per il buon paterfamilias, il “**De Agri Cultura**”, raccomanda la foglia di cavolo pestata per lenire i dolori delle articolazioni, la radice di melograno cotta nel vino per scacciare i vermi intestinali, infusi di finocchio contro il mal di testa e, soprattutto, celebra la supremazia dell’autocura rispetto ai medici stranieri. È una fiducia quasi religiosa nelle virtù contadine, che però mostra presto i suoi limiti davanti alle malattie più gravi e misteriose. Proprio nel corso del **I secolo a.C.**, con la conquista di territori e la fusione di culture, la città eterna vide un rapido fiorire della medicina scientifica greca. Personaggi come **Asclepiade di Bitinia**, **Aulo Cornelio Celso** e, più tardi, **Galeno**, portarono a Roma la pratica della diagnosi ragionata, della dissezione e della classificazione delle terapie. Celso, nel suo celebre “**De Medicina**”, codifica terapie razionali e innovative, come l’uso del salasso, dell’alimentazione bilanciata, del movimento come prevenzione e di interventi chirurgici efficaci; eppure perfino lui non rigetta del tutto l’uso di talismani e amuleti, la recitazione di formule di buon auspicio e l’invocazione degli déi durante le operazioni. Eppure, anche nei momenti di massimo splendore della scienza, la città pullula di ciarlatani. Nei crocicchi e nei vicoli, soprattutto tra le classi popolari, prosperano improvvisati guaritori—barbieri, flebotomi, venditori di pomate e sanguisughe—e, come scrive **Cicerone**, “ad ogni ora del giorno esibiscono unguenti e pozioni urlando promesse di guarigione”. Gli amuleti abbondano: mani di corallo, occhi di vetro, falli in miniatura, ghiande d’argento da appendere al collo dei neonati per scacciare il malocchio; in casi più gravi si consultano maghi stranieri, specializzati in incantesimi di protezione, filtri d’amore e maledizioni scritte su lamine di piombo che vengono poi seppellite nei cimiteri per allontanare il male. I rimedi usati dai ciarlatani romani sono un catalogo incredibile di bizzarrie: impacchi di sterco fresco mischiato al vino per le infezioni cutanee, impiastri a base di ceneri di topi arrostiti contro la calvizie, somministrazione di urina umana per depurare lo stomaco e placare le infiammazioni più ostinate. La **bile di vipera** veniva consigliata come rimedio portentoso per le affezioni oculari, mentre le ferite si cospargevano con miele e polvere di ossa carbonizzate. L’uso del latte d’asina era visto come panacea per febbri e convalescenza, e la saliva di cane, raccolta e spalmata sulle piaghe, era venduta come efficace cura anti-infiammatoria. Nelle farmacie dell’epoca, il termine **pharmakon** abbracciava senza distinzione farmaci, veleni e amuleti. Numerose preparazioni mescolavano ingredienti animali, vegetali e minerali: infusi di aglio contro i dolori, roietto (papavero selvatico) e mandragora come anestetici durante gli interventi chirurgici, grasso d’oca per i disturbi uterini, carne e interiora di animali vari per curare ogni male noto. Plinio il Vecchio, nella sua “**Historia Naturalis**”, suggerisce il consumo di broccoli crudi prima dei banchetti per proteggere lo stomaco, e narra dell’abitudine diffusa tra le matrone di usare infusi di alloro, camomilla e calendula sia come rimedio per molti disturbi che come prodotti di bellezza. Accanto a queste pratiche più o meno accettate, prosperava la magia come risorsa estrema e misteriosa. I **Papiri Magici Greci** conservano decine di formule, in latino e in greco, rivolte sia alla guarigione sia all’autodifesa magica. Alcuni suggeriscono di raccogliere erbe “al levare della luna nuova” e di pronunciare invocazioni a **Ecate** o a **Ermes** per ottenere la remissione dei sintomi. Non erano rari i rituali di trasmigrazione del male: una malattia ostinata veniva “trasferita” a un oggetto, una statuina o persino a un animale sacrificato. In altri casi si seppellivano tavolette magiche presso le tombe sperando di sigillare con esse la mala sorte. In questa atmosfera di eterna incertezza, nemmeno il più colto dei medici poteva sempre permettersi di snobbare del tutto la superstizione. **Galeno**, autore universalmente celebrato, afferma che spesso si era costretti, per non perdere la fiducia dei malati, ad associare alle cure razionali il ricorso ad amuleti o formule ereditate dalla tradizione popolare. La suggestione psicologica, per quanto incompresa, trovava così pieno utilizzo in un contesto dove la fiducia nel mistero spesso superava quella nella scienza. Quanto alla chirurgia, Pompei e Ercolano hanno restituito strumenti straordinari: bisturi a doppio taglio, scalpelli, aghi, trapani e persino dispositivi destinati alla riduzione dei traumi cranici, come il **meningofilo**, studiato per limitare i rischi di danno cerebrale. Ma la componente magica non era mai totalmente esclusa: alla vigilia di un’operazione, si bruciavano incensi, si gettavano preghiere alle divinità e si recitavano parole rituali perché i ferri “non mordessero la carne”. Più singolari ancora sono i rimedi per le malattie mentali o gli “spiriti ossessivi”: si prescrivono inalazioni di fumi prodotti dalla combustione di ingredienti esotici, bagni in acqua consacrata, ingestione di polvere di ossa di civetta, o l’uso di “parole di potere” scritte su minuscole lamine d’oro da maghi orientali. Alcune fonti raccontano che per sconfiggere l’epilessia si faceva bere al malato il sangue caldo di un gladiatore appena caduto nell’arena, convinti che l’anima del forte, trasferita attraverso il sangue, potesse scacciare il demone del male. Non erano immuni da superstizione neanche i prodotti tradizionali: gran parte delle cure domestiche erano accompagnate da esorcismi e scongiuri. Le donne mescolavano composti di erbe e recitavano silenziose preghiere alle divinità della notte affinché la febbre abbandonasse il corpo dei bambini. Gli uomini più prudenti costruivano amuleti con pigne di pino, noci, semi d’origano o denti di lupo, appesi al collo per respingere la sfortuna. L’antica credenza che “il simile guarisca il simile” portava ad assumere polvere di corno di cervo contro i dolori alle ossa, o a portare addosso frammenti di pietre color sangue per placare le emorragie. In tutto l’impero, la figura più temuta e rispettata era però quella del mago, spesso straniero o proveniente dalle province orientali del Mediterraneo. I maghi erano esperti non solo in incantesimi di guarigione, ma anche in filtri d’amore e maledizioni: gli imperatori stessi, come **Augusto** e **Nerone**, consultavano astrologi e aruspici per difendere la salute e prevenire ogni rischio di avvelenamento. Quando una cura falliva, la ricerca del colpevole si trasformava in caccia alle streghe o ai maghi “malevoli”—un tema ricorrente nella satira di **Giovenale**. L’economia del prodigio e del mistero permeava anche l’attività quotidiana dei medici più famosi: **Dioscoride**, nel suo trattato di botanicoterapia, documenta l’impiego di ogni possibile fonte vegetale per la cura delle infermità. Plinio, invece, racconta di ricette raccolte in Persia, Egitto, Gallia e nelle province africane, acclimatando a Roma radici, estratti e unguenti esotici di ogni genere. L’incontro e lo scontro tra saperi produce così una stratificazione affascinante, dove nessuno sa veramente distinguere—né nei vicoli né fra i colonnati del foro—il limite tra la cura e l’incantesimo. Il popolo romano, nella sua intramontabile capacità di adattamento, accoglie tutto ciò che promette guarigione: un amuleto contro la malaria, una pozione per l’impotenza, una polvere trasportata da lontano per le convulsioni infantili. Eppure, la medicina vera cerca sempre di farsi largo: la costruzione delle terme, degli acquedotti e delle latrine pubbliche mostra una crescente attenzione per l’igiene e la prevenzione, mentre i medici di scuola greca introdurranno ben presto la visita medica, il polso, la dieta controllata e le prime, rudimentali, statistiche cliniche. Nonostante ciò, i ciarlatani continueranno a trionfare soprattutto perché sanno offrire consolazione e speranza, anche laddove la scienza tace. Si cammina così, tra le macerie di Pompei o sui colli di Roma, sospesi fra la possibilità della guarigione e l’incubo della menzogna, osservando uno scenario che non smette mai di sorprendere chi ancora oggi si chiede dove finisca la cura e dove cominci la magia. La storia dei rimedi più assurdi nella **Roma imperiale** è dunque la storia della fragile divinità che abita ogni uomo: la fede in qualcosa che possa salvare, perché nulla è più urgente del tentativo di sfuggire alla morte. Tra il bisturi affilato di un medico, il sortilegio sussurrato dal mago e la vendita ingannevole del ciarlatano, si specchia la faticosa crescita della conoscenza umana, mai immune dalla seduzione dell’enigma. Oggi, chi varca le soglie delle antiche rovine rischia ancora di udire, portato dal vento tra le pietre, il mormorio di una formula magica o la voce rauca di un venditore di filtri. Perché nel desiderio di guarire, Roma non fu mai del tutto diversa da noi. Fonti antiche utilizzate: - Aulo Cornelio Celso, “De Medicina” (tr. ufficiale inglese) - Plinio il Vecchio, “Historia Naturalis” (tr. ufficiale inglese) - Papiri Magici Greci, traduzione inglese a cura di Hans Dieter Betz - Catone il Vecchio, “De Agri Cultura” (tr. inglese) - Ovidio, “Fasti” e “Metamorfosi” (tr. inglese) - Seneca, Lettere e Satire (tr. inglese) - Giovenale, Satire (tr. inglese) - Dioscoride, “De Materia Medica” (tr. inglese) - Columella, “De Re Rustica” (tr. inglese) - Apuleio, “Apologia” (tr. inglese) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo imperiale --- ### [Grecia. Archeologi scavano la zona dove Aristotele educò Alessandro Magno](https://scriptamanentitalia.it/grecia-nuove-scoperte-a-mieza-illuminano-la-scuola-di-aristotele-e-alessandro-magno/) **Published:** Settembre 5, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Mieza, in Grecia settentrionale, è tornata recentemente al centro delle ricerche archeologiche grazie a una campagna di scavi che ha riacceso i riflettori su uno dei siti più emblematici dell’antichità. In questo luogo, attorno al 343 a.C., Aristotele avrebbe istruito il giovane Alessandro, futuro grande re di Macedonia, secondo quanto tramandato dagli storici greci. Gli ultimi lavori sono stati concentrati su un’indagine approfondita e sulla conservazione del monumentale ginnasio, una struttura pensata per offrire agli allievi un ambiente ideale sia per l’addestramento fisico che per lo studio intellettuale. Questa grande struttura, la cui datazione aggiornata colloca. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Se i social ai tempi di Cesare: scandali e meme nell’antica Roma](https://scriptamanentitalia.it/se-i-social-ai-tempi-di-cesare-scandali-e-meme-nellantica-roma/) **Published:** Settembre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Immaginate la folla vociante del Foro romano, le voci che si rincorrono sotto i portici, i mormorii nei vicoli animati dai venditori di olive e tessuti; ora sostituite quei sussurri con un flusso continuo di messaggi, commenti e immagini virali che attraversano l’Impero a velocità digitale. Se **i social** fossero esistiti ai tempi di **Gaio Giulio Cesare**, la storia, la politica e la società romana sarebbero state irrimediabilmente scosse da **gossip, scandali e meme di epoca antica**, strumenti potentissimi nelle mani di chi voleva alimentare o distruggere reputazioni. Ma come si sarebbe trasformata la narrazione del potere? Quali conseguenze avrebbero avuto strumenti come i nostri attuali social media – Facebook, Instagram, Twitter – all’epoca delle conquiste e dei complotti senatoriali? Per rispondere, occorre tornare nelle vie polverose della **Roma** della fine della **Repubblica**, dove la comunicazione già rappresentava, alla sua maniera, un’arma sottile e letale, ben prima dell’invenzione della stampa o della radio. I **“acta diurna”**, una sorta di gazzetta manoscritta affissa nel Foro, costituiva il primo tentativo istituzionale di informazione pubblica. Tuttavia, quello che oggi chiamiamo “info-virale” traversava le domus grazie ai poeti satirici, i libelli anonimi distribuiti di soppiatto, e le famose voci di popolo, captate e amplificate da una società attenta ai dettagli salaci quanto ai fatti militari o politici. Le parole chiave che associamo oggi ai social – reputazione, notizia, viralità, crisi d’immagine – erano già ben note ai **patrizî** e ai tribuni della plebe. Se immaginiamo **Cesare** con uno smartphone in mano, la sua capacità di dirigere l’opinione pubblica sarebbe risultata moltiplicata. Invece delle sue celebri lettere e dei **Commentarii** sulle guerre galliche, Cesare avrebbe forse pubblicato post quotidiani e immagini delle sue vittorie militari, con tag agli stati conquistati: “Oggi abbiamo attraversato il Rubicone. #aleaiactaest.” I suoi avversari, come **Marco Tullio Cicerone** o **Catone l’Uticense**, non avrebbero certo perso l’occasione di rilanciare meme politici e reels denigratori, utilizzando ogni errore o voce di scandalo. La satira tagliente dei poeti si sarebbe diffusa in maniera capillare, amplificando le tensioni tra le diverse fazioni: le **fazioni degli Optimates** contro i **populares**. Si sarebbero viste stories di banchetti, festini in villa, motti spiritosi su influenti matrone e meme sull’ingresso di Cesare nel **Senato** con la corona offerta da **Marco Antonio**. Le antiche fonti, spesso caustiche e partigiane, ci restituiscono un mondo dove la reputazione era tutto. Come racconterebbe **Plutarco**, la voce – vera o artefatta – era in grado di distruggere intere carriere politiche: i detti scandalistici sulla presunta relazione fra Cesare e **Servilia**, madre di **Marco Giunio Bruto**, rimbalzavano già allora come tweet velenosi. Le ingiurie, le allusioni su possibili tradimenti, omosessualità, o corruzione erano materia all’ordine del giorno, come nel celebre passo dove **Cicerone** insinua che Cesare fosse “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti.” Se, invece di sussurri tra i banchi del Senato o nelle corti delle matrone, questa battuta fosse stata rilanciata online, immaginiamo quanti commenti e like avrebbe ottenuto. Un altro esempio di come i social avrebbero alimentato il **gossip politico** riguarda le dicerie sulle origini divine di Cesare, rilanciate dagli alleati per alimentare la sua aura di invincibilità, e dai nemici per sottolineare la sua vanità. I sostenitori avrebbero diffuso foto ritoccate del dittatore con l’aureola, i detrattori meme che lo ridicolizzavano (“Un selfie con Venere? #parenteledilusso”). Le fonti antiche ci mostrano una società, quella romana, estremamente sensibile alle voci di scandalo; il tradimento fra amici, come quello avvenuto alle Idi di marzo del **44 a.C.**, si sarebbe probabilmente diffuso in tempo reale: le stories di **Bruto** e **Cassio** taggate da tutto il partito senatorio, con commenti indignati o esultanti. I mezzi di diffusione avrebbero trasformato una congiura in un evento spettacolare, documentato con immagini e video manipolati, hashtag come #idiemarzo e filtri tragici applicati alle immagini del corpo di Cesare. La natura stessa del potere, in un contesto in cui la reputazione online determina la legittimità, avrebbe costretto Cesare e gli altri protagonisti politici a dotarsi di veri e propri team di social media manager ante litteram. L’elogio funebre avrebbe avuto la stessa struttura di un post virale, la commemorazione pubblica del decesso dell’imperatore o del console sarebbe stata condivisa e commentata in diretta sulla timeline del popolo. Nel **De Bello Gallico** Cesare giustifica tutte le sue azioni come necessarie, positive, persino inevitabili: immaginiamo ora questi stessi testi riadattati in stories giornaliere, con infografiche delle battaglie, sondaggi tra i cittadini su chi sostenere, guerre a colpi di meme tra sostenitori degli elvezi e degli arverni. Il consenso, che nel mondo romano era simbolicamente affidato ai comizi e alle urne dei comizi centuriati, avrebbe trovato una nuova arena nella piazza virtuale. I grandi scandali sessuali e politici della Roma antica rappresentano un altro terreno fertile. L’affare **Clodia e Catullo**, fatto di versi osceni e accuse reciproche, si sarebbe trasformato in un interminabile thread di commenti velenosi e post allusivi, tra emoji, GIF sarcastiche e screenshot di messaggi privati. Le fonti antiche riportano che **Clodia Pulcra** – identificata come Lesbia nei versi di Catullo – veniva costantemente bersagliata dai rumors per la sua vita privata, tanto quanto per le sue scelte politiche. Nei social di allora, un suo selfie avrebbe provocato una valanga di commenti tra moralisti e difensori della libertà femminile. Episodi come quello della “congiura di Catilina” sarebbero esplosi online, con leak dei piani sovversivi, ricostruzioni animate dei tentativi di assassinare i consoli, meme sui volti dei congiurati, e trending topic quotidiani su #CatilinaGate. La storia di Cesare e della sua ascesa non è solo un susseguirsi di campagne militari, ma anche una battaglia per il controllo dell’immagine pubblica. Le fonti narrano che il generale era attentissimo alla propria apparenza, scegliendo con cura ogni parola, gesto e abito; nei social, ogni sua foto sarebbe stata filtrata, ogni suo tweet studiato da un gruppo di esperti retorici. La battaglia delle armi avrebbe sempre trovato una speculare battaglia delle opinioni, con hashtag come #PontedellaGerusalemme o #Rubicongiàfatto trending dopo ciascuna mossa chiave della sua carriera. E l’interazione tra gli utenti avrebbe potuto persino influenzare la cronaca degli eventi: le campagne militari misurate non più soltanto dai chilometri conquistati, quanto dai milioni di visualizzazioni dei video delle truppe in marcia o degli inni al dittatore pronunciati dagli oratori della causa cesariana. I processi pubblici – come quello contro **Clodio** o quelli seguiti alle congiure – avrebbero trasformato i tribunali in un’arena a cielo aperto, con dirette streaming e commenti istantanei sotto le deposizioni. Gli avvocati famosi, come **Cicerone** stesso, avrebbero avuto profili seguitissimi, con i loro discorsi pubblicati e rielaborati in brevi video virali, taggati da seguaci e detrattori. Lo stesso Cicerone, celebre per la sua retorica e la capacità di “dirigere il popolo con la parola”, sarebbe stato re indiscusso delle dirette su Twitch o su X, costruendosi un’immagine personale in grado di influenzare i processi decisionali delle masse come nessun tribuno prima di lui. Un altro ambito esplosivo sarebbe stato quello delle notizie false e della manipolazione: le “fake news” non sono un’invenzione moderna. Numerose fonti sottolineano come la **disinformazione** fosse già largamente diffusa nell’antichità, alimentata ad esempio per danneggiare i generali avversari o per distruggere la reputazione di rivali politici. I social di allora sarebbero stati terreno fertile per la creazione e la diffusione di versioni di comodo sugli eventi più sensazionali: la morte di Cesare sarebbe stata architettata sui social come atto sacro per la salvezza della repubblica o, all’opposto, demonizzata come tradimento di amici e parenti, a seconda di chi scriveva e condivideva. Gli utenti sarebbero diventati partecipi attivi nel forgiare la memoria collettiva, riempiendo le timeline di ricostruzioni alternative degli eventi più discussi. Non bisogna però dimenticare che la cultura orale e scritta dei Romani era già per sua natura stratificata e potentemente ambigua; la capacità di leggere tra le righe – interpretare allusioni, cogliere ironie – era un requisito naturale per chi aspirava al potere o voleva semplicemente sopravvivere. Su un ipotetico social del I secolo a.C., le battute sarcastiche, i doppi sensi e i giochi di parole avrebbero attraversato la Rete con la stessa rapidità delle notizie ufficiali, impedendo a chiunque di controllare realmente la narrazione dominante. E così, ogni nuova conquista, ogni celebrazione pubblica, ogni scandalo privato avrebbero trovato una risonanza imprevedibile, sfuggente, più potente di qualsiasi decreto del Senato o arringa di tribunale. Concludendo questa immaginaria immersione nel passato, è possibile affermare che i social media sarebbero stati un moltiplicatore delle dinamiche già connaturate nella società romana: amore per il pettegolezzo, attenzione maniacale all’onore pubblico e privato, ossessione per la propria immagine. La differenza sostanziale sarebbe stata la velocità con cui ogni notizia, ogni voce, ogni meme sarebbero diventati patrimonio di tutti, con conseguenze potenzialmente esplosive per chiunque, dal generale vittorioso al semplice cittadino. Forse, alla fine, la vera lezione che i grandi di Roma avrebbero imparato dai nostri social sarebbe semplice ma rivoluzionaria: il potere dell’opinione pubblica non si domina mai davvero, neppure con la spada o l’oro. Resta solo, nell’immaginazione, l’immagine eterna di Cesare che, prima di varcare la fatidica soglia del Rubicone, controlla ancora una volta le notifiche: “Stai attento, ditano le notifiche, le Idi sono vicine…” Fonti storiche primarie: - “De Bello Gallico”, Gaio Giulio Cesare (tr. ufficiale inglese, Loeb Classical Library) - “Vite Parallele: Cesare”, Plutarco (tr. inglese, Loeb Classical Library) - “De Officiis”, Marco Tullio Cicerone (tr. inglese, Loeb) - “Carmina”, Gaio Valerio Catullo (tr. inglese, Loeb Classical Library) - “Ad Atticum”, Marco Tullio Cicerone (tr. inglese, Loeb) - “Ab urbe condita”, Tito Livio (tr. inglese, Loeb Classical Library) - “Historiae”, Svetonio (tr. inglese, Loeb Classical Library) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [COSA MANGIAVANO I LEGIONARI ROMANI: DIETA REALE E SEGRETI NUTRIZIONALI](https://scriptamanentitalia.it/cosa-mangiavano-i-legionari-romani-dieta-reale-e-segreti-nutrizionali/) **Published:** Settembre 2, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** La tenda è bassa, il sole brucia ancora sulle pietre e il clangore delle armature si confonde con le voci dei soldati. Nei pressi di **Vindobona**, nell’odierna Vienna, un manipolo di **legionari** si prepara alla cena dopo una marcia interminabile. Non ci sono arrosti sontuosi né vino da banchetto; l’odore che sale dalle vie dell’accampamento richiama piuttosto quello del pane rustico, del grasso di maiale conservato e della posca aspra che taglia la sete. Ciò che si mangia tra le fila dell’**esercito romano** è preciso, severo e sorprendentemente equilibrato: lo si scopre nei resoconti dei grandi storici, testimoni dei giorni in cui Roma si faceva impero anche a tavola. La dieta giornaliera di un legionario era calibrata per affrontare le fatiche del campo e della battaglia, come dimostra il **Libro VI delle “Storie” di Polibio** e il **Codice Teodosiano**. Al centro c’era il grano, quasi sempre **frumento** che ogni soldato riceveva in quantità precise: le idee divergono fra le fonti, ma si parla di una razione giornaliera fra gli **850 grammi** e il chilogrammo e mezzo per soldato. Il grano, schiacciato a mano nel **molino manuale** della contubernium, diventava pane, “panis militaris”, o più spesso una densa polenta chiamata “puls”. Questa base forniva la parte più consistente del fabbisogno energetico quotidiano, ricca di **carboidrati** a lento rilascio, essenziali per sostenere marce di trenta o più chilometri al giorno. Nel pane si chiedeva la resistenza, nella “puls” la forza che non tradisce. Le analisi delle fonti riportano che il consumo di questo cereale era almeno il **70%** delle calorie totali giornaliere di un legionario, un vero carburante per il corpo. La preparazione era spesso spartana: il grano veniva cotto in acqua o vino acetoso – la “posca” – oppure impastato e cotto al fuoco come biscotti durissimi, i famosi “buccellatum” menzionati dal **Codice Teodosiano**. È questa la visione che **Vegetio**, nel suo trattato “De re militari”, ci consegna immortale: “il soldato deve avere grano, vino, aceto e sale in ogni stagione”. Di carne, nelle grandi campagne, ben poca. La carne, e in particolare il grasso di maiale, rappresentava la vera ricompensa alimentare, non il piatto quotidiano. A documentarlo sono gli scritti di **Plinio il Vecchio** e di **Cicerone**, nonché gli archivi militari e i resti rinvenuti negli accampamenti. C’era il lardum, ossia il lardo salato e stagionato, che si inseriva nelle razioni come fonte di grassi e calorie per affrontare i climi più freddi o le marce più lunghe. Mentre le carni fresche erano una rarità, lo stesso grasso di maiale forniva il necessario per l’assorbimento delle vitamine liposolubili e un surplus energetico ben superiore al solo pane. Occasionalmente, soprattutto dopo vittorie o durante le festività, i legionari ricevevano carne fresca di maiale, manzo, pecora o selvaggina locale, come testimonia **Ammiano Marcellino** nelle sue “Storie”. Tuttavia, la base della loro nutrizione rimaneva profondamente legata ai prodotti vegetali. Altre fonti proteiche provenivano dagli alimenti più umili, ma di straordinaria importanza. Sono **Orazio** e **Columella**, nella loro trattazione sulle pratiche agricole, che narrano del consumo assiduo di legumi: lenticchie, ceci, fave, piselli. Questi alimenti erano **la principale fonte di proteine** per il legionario comune e permettevano, insieme al grano, di avere un profilo nutritivo sorprendentemente bilanciato. Le lenticchie, ad esempio, contenevano circa **9 grammi di proteine ogni 100 grammi** secondo le analisi mediche moderne applicate ai dati delle fonti antiche, mentre i ceci salivano a **7 grammi** e le fave a **8 grammi**, garantendo non solo forza ma anche la prevenzione di malattie da carenza, come l’anemia. Non mancavano, comunque, i prodotti caseari. Il **caseus** viene menzionato più volte da **Plinio il Vecchio** nella sua “Naturalis Historia”. Il formaggio, spesso morbido e acido, era preparato con latte di pecora o capra, raramente con quello di mucca, e serviva nelle razioni a integrare la quota proteica giornaliera. Oltre all’apporto di proteine – circa **5 grammi per 100 grammi** nei formaggi freschi – il caseus era fonte di grassi essenziali e calcio, particolarmente utile per la salute delle ossa dei giovani legionari. A rendere il tutto meno monotono erano la frutta e le verdure, che comparivano sulla mensa non tanto per piacere, quanto per necessità. Dalle **“Georgiche” di Virgilio** e dai resoconti archeobotanici dei siti militari risulta che legionari consumavano **cipolle, aglio, cavoli, mele, pere, fichi, uva** e, nei momenti di fortuna, **melograni** e **prugne**. La frutta serviva non solo per variare il gusto del pasto, ma soprattutto come fonte fondamentale di vitamine, sali minerali e zuccheri semplici. I fichi, ad esempio, offrivano **carboidrati** rapidamente assimilabili, mentre le mele e le pere fornivano fibre e un apporto energetico gentile e costante. Questi frutti, oltre al gusto, erano anche strategici: aumentavano la resistenza immunitaria dei soldati, aiutando a fronteggiare le malattie che flagellavano i campi e le province più remote. La presenza della frutta nei resoconti delle fonti, come in **Cicerone** e **Ovidio**, si associa spesso alla stagione e alla disponibilità locale. Il legionario romano non poteva contare su una dieta ricca di frutta tutto l’anno, ma sapeva sfruttare quanto la terra offriva durante la campagna estiva, seppur in piccole dosi. Le mele fornivano circa **14 grammi di carboidrati ogni 100 grammi**, mentre i fichi salivano a **19 grammi**, con una quota di proteine intorno allo **0,7 grammi** e **1,3 grammi** rispettivamente. Non erano fonti proteiche rilevanti, ma tornavano preziose per l’immediatezza energetica e l’effetto sulla flora intestinale. Nel contesto delle proteine animali, una menzione speciale va al **pesce**. Negli accampamenti vicini ai fiumi e alle coste, diversi storici, fra cui **Harold W. Johnston** e **Wilkins & Nadeau**, attestano il consumo di pesci d’acqua dolce e salata. Il pesce rappresentava una fonte estremamente ricca di proteine di alta qualità e, sorprendentemente, era accessibile anche alle classi meno abbienti. Le fonti indicano che il pesce, soprattutto quello salato importato dai porti mediterranei, era “estremamente economico” e largamente diffuso. I legionari potevano consumare **aringhe, sardine, anguille, triglie**, e persino **ricci di mare** o **molluschi** raccolti durante le marce. **Ovidio** nelle sue “Metamorfosi” menziona l’importanza del pesce nelle diete, mentre gli scavi archeologici confermano la presenza di lische, conchiglie e persino ossa di pesce nei resti delle latrine militari. La porzione proteica del pesce era davvero rimarchevole: le sardine, ad esempio, contenevano **24 grammi di proteine ogni 100 grammi**, mentre le triglie superavano i **18 grammi**. Di certo il pesce non era disponibile ogni giorno, ma la sua presenza nei magazzini militari e nei mercati locali permetteva ai soldati di non patire la monotonia alimentare e di mantenere in salute i muscoli e il sistema nervoso, grazie ai sali minerali come il ferro, il fosforo e gli omega-3, già noti indirettamente dalle fonti mediche del tempo. Centrale nella dieta non era solo il “cosa”, ma il “come”. Il **contubernium** – la piccola unità di otto legionari – si comportava come una famiglia allungata sull’erba, accanto ai fuochi. Non vi erano mense comuni o cucine centralizzate, ogni gruppo si arrangiava con pentole di bronzo, padelle di ferro e cibi conservati nelle borse di cuoio. Il pasto era un momento di coesione, occasione per rafforzare i legami e per condividere le fatiche del giorno. Il racconto di **Polibio** nel descrivere i gesti e le abitudini dei legionari attorno al fuoco ci restituisce immagini di una quotidianità che, seppur rigorosa, non era priva di calore umano. Il vino non era riservato alle grandi occasioni: nella routine del campo aveva un ruolo quasi medicinale. Era la “posca”, il liquido acido ottenuto mescolando acqua e scarti di vino, a dissetare e proteggere dai batteri. La **Naturalis Historia** ci spiega che la posca veniva distribuita regolarmente, soprattutto nei periodi di grande caldo e nelle campagne in regioni sconosciute. L’effetto principale era duplice: fornire liquidi senza rischi sanitari e assicurare un minimo di apporto calorico addizionale, utile in caso di carenza di pane. Il vino vero e proprio, invece, era dosato con parsimonia e assegnato spesso come ricompensa dopo grandi vittorie o eventi speciali, come rammenta **Ammiano Marcellino**. La realtà degli accampamenti romani era quella di un equilibrio nutrizionale ardito, ottenuto mescolando il rigore della logistica con le sfumature della natura circostante. I legionari imparavano ad adattarsi, sfruttando ciò che la terra e il mercato offrivano, distinguendo le stagioni in base a ciò che si poteva consumare, e gestendo crisi e abbondanze con intelligenza. Le fonti antiche parlano di una dieta che, grazie al predominio dei cereali e dei legumi, alle iniezioni proteiche periodiche di carni e pesci, agli zuccheri naturali della frutta, riusciva a evitare le grandi carenze nutrizionali che affliggevano altre popolazioni contemporanee o eserciti rivali. Il sistema dei **granari militari** o “horrea”, citato da **Polibio** e descritto negli archivi archeologici, era il cuore logistico della sopravvivenza romana. Questi magazzini erano disseminati lungo le vie militari e le basi più importanti: conservavano grano, olio di oliva, vino, pesce salato e legumi secchi, assicurando la sopravvivenza del legionario anche in mesi di assedio o marce lontane dalle città. Ogni soldato, nel contesto della sua contubernium, imparava a gestire le risorse, trasportando e razionando il proprio grano per venti giorni, come richiesto dai regolamenti imperiali. Questi meccanismi di conservazione e di rifornimento sono testimoniati anche dalle fonti di **Aulo Gellio** e dall’iscrizione del **Codice Teodosiano**: il soldato portava con sé il necessario per affrontare lunghe distanze e poteva contare, in caso di emergenza, su cibi estremamente resistenti come il buccellatum, di difficile masticazione ma praticamente immortale. Questo pane duro, a differenza del pane fresco, poteva essere conservato per settimane senza perdere consistenza, diventando simbolo di resilienza e di adattamento militare romano. La monotonia del menu veniva spezzata anche dall’occasionale consumo di spezie, di semi oleosi come le noci e di erbe aromatiche, citate da **Plinio** e dalle fonti agricole, che aggiungevano varietà e un pizzico di piacere. Oltre a migliorare il sapore dei piatti di legumi e verdure, le spezie offrivano proprietà conservanti e medicamentose, particolarmente preziose durante le stagioni più dure. Sul piano metabolico, lo storico **Wilkins & Nadeau** e le analisi comparative con la moderna dieta mediterranea suggeriscono che il legionario accumulava poche riserve di grasso corporeo, mantenendo una massa muscolare ben sviluppata grazie al movimento e alla dieta ricca di proteine vegetali, integrate sporadicamente da quelle animali. La prevalenza di legumi e pesce garantiva, di fatto, una quota proteica sufficiente a sopportare sforzi prolungati, mentre i carboidrati della frutta e del pane assicuravano resistenza e recupero rapido dopo le battaglie. Non bisogna ricercare la magnificenza delle cene patrizie fra le tende legionarie: qui il cibo è un’arma, una medicina e, a volte, un conforto. La fame di un legionario romano non è mai la fame della povertà, ma quella della disciplina e dell’ingegno. “Un esercito marcia sullo stomaco”, dicevano i generali – e lo stomaco romano ha saputo resistere, adattarsi e conquistare. Oggi, aggirandosi fra le rovine di un accampamento a **Vindobona** o fra i granari di **Carnunto**, ci si può quasi sentire parte di quella catena di uomini che preparavano la puls con gesti antichi, attenti a non sprecare una sola briciola di pane, un singolo chicco di farro, una nocciola condivisa. La loro forza nasceva anche dalle fibre invisibili della dieta, dal frumento macinato fra le mani sporche e dai legumi conditi con l’aceto, dal pesce essiccato acquistato con le poche monete durante la pausa fra le battaglie. In ogni pasto del legionario romano rivive la storia stessa dell’impero. La lezione che si offre oggi è potente e trasversale: la grandezza di Roma non si misura solo nel marmo e nel ferro, ma nella sapiente gestione della fame, nell’equilibrio e nella frugalità di una cucina che ha saputo fare della necessità virtù. In quel pane duro, in quella “posca” aspra, c’è la memoria di un popolo che ha saputo marciare per secoli, sostenuto non solo dalla disciplina, ma da un’intelligenza alimentare capace di attraversare i continenti. Basta chiudere gli occhi e sentire il rumore del pane spezzato, il profumo della puls calda, l’asprezza del vino acetoso al tramonto: lì, per un momento, siamo tutti legionari. Fonti: - Polibio, “Le Storie”, Libro VI (traduzione inglese ufficiale) - Codice Teodosiano, 7.4.11 (traduzione inglese ufficiale) - Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia” (traduzione inglese ufficiale) - Orazio, “Epistole”, I.5 (traduzione inglese ufficiale) - Columella, “De re rustica”, Libro VIII (traduzione inglese ufficiale) - Virgilio, “Georgiche”, Libro I (traduzione inglese ufficiale) - Cicerone, “De Officiis” (traduzione inglese ufficiale) - Ovidio, “Metamorfosi” (traduzione inglese ufficiale) - Ammiano Marcellino, “Le Storie”, Libri XXV-XXVI (traduzione inglese ufficiale) - Wilkins, J., & Nadeau, R., “Food in the Ancient World” (estratti in traduzione Inglese) - Harold W. Johnston, “The Private Life of the Romans” (traduzione inglese ufficiale) - Aulo Gellio, “Noctes Atticae” (traduzione inglese ufficiale) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Roma e le fake news: storia della propaganda antica](https://scriptamanentitalia.it/roma-e-le-fake-news-storia-della-propaganda-antica/) **Published:** Settembre 2, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Roma non ha solo costruito imperi e monumenti: ha inventato un modo di dominare il pensiero collettivo, di manipolare le coscienze, di piegare la realtà alle esigenze del potere. Pensare che la **fake news** sia una creatura recente è un errore; il suo vero battesimo arriva quando la città eterna comincia a tessere miti, favole e racconti falsati con Nobel artigianato. Dall’incendio di Roma, che molti attribuirono a **Nerone**, fino al testamento mai ritrovato di **Marco Antonio**, ogni epoca romana ha saputo plasmarne altri. Mani esperte hanno fatto della menzogna uno strumento per dominare uomini e popoli. Roma ha davvero inventato le fake news, insegnando a tutto il mondo antico che la verità è labile e si piega facilmente al racconto. La narrazione della propria nascita fu uno dei primi atti di propaganda che Roma mise in scena. Nello straordinario racconto di **Virgilio**, l’eroe troiano **Enea** approda sulle rive del Tevere, dirige la sua discendenza verso la fondazione della città, suggellando così il destino di Roma come erede della piú antica nobiltà mediterranea. La **Eneide** non fu solo poesia, ma una scrittura sistematica del mito, servita per conferire legittimità e autorità alla nuova nobiltà augustea. **Ab urbe condita** di **Tito Livio** prosegue su questa linea, cucendo insieme genealogie, oracoli e prodigi che fanno di Roma la città prescelta dagli dèi. Non conta se la verità sia tutta leggenda: la mitologia offre giustificazioni alle conquiste e alle espansioni, celebra le origini divine della città e presenta Roma come l’unica legittima erede del mondo antico. In questi racconti le fake news non sono un accidente, ma un meccanismo lucido e consapevole di legittimazione. Entrati nella **Repubblica**, il bisogno di consenso si trasforma in lotta politica. Quest’epoca si distingue per l’uso delle voci e delle dicerie come strumenti di potere. **Cicerone**, con le sue epistole e i discorsi in Senato, è maestro nel seminare rumor e calunnie, tanto che le opinioni cambiano più rapidamente della sorte dei generali. Le lettere a **Attico** e i resoconti del **Bellum Catilinae** di **Sallustio** dimostrano quanto fosse facile manipolare la realtà: le reti sociali di allora erano fatte di portici e fori, dove le notizie false venivano trasmesse da persona a persona, generando crisi politiche e condannando avversari prima ancora che si potesse provare il contrario. Il caso della congiura di **Catilina** mostra come la narrazione fosse deliberatamente plasmata per incutere timore tra il popolo e sostegno agli optimates, con **Sallustio** stesso a dichiarare apertamente che la reputazione, non la verità, era la chiave del successo. La transizione verso la **età imperiale** coincide con l’apoteosi della propaganda. L’ambizione di **Ottaviano**, che diventa **Augusto**, si regge su una colossale opera di manipolazione collettiva. Il potere non si conquista solo sui campi di battaglia, ma nella costruzione di una nuova immagine: monete, leggi, monumenti e iscrizioni celebrano la pace e la prosperità. **Res Gestae Divi Augusti**, l’autobiografia che l’imperatore fece incidere su pietra e diffondere ovunque, elenca trionfi e azioni benevole, costruendo una biografia pubblica fatta solo di successi. Le imprese militari vengono filtrate, le sconfitte occultate, le alleanze presentate come frutto di saggezza e altruismo. In realtà **Augusto** attua una vasta campagna di disinformazione, dove le fonti ufficiali contraddicono spesso la realtà dei fatti, ma la narrazione rimane dominante. La guerra civile che oppone **Ottaviano** a **Marco Antonio** è un esempio di come la fake news possa orientare il destino di un’intera civiltà. La diffusione sistematica di lettere, diari e presunti testamenti viene posta al centro dello scontro politico. Il caso del testamento di Marco Antonio, che secondo **Dione Cassio** e **Appiano** sarebbe stato letto in pubblico, è emblematico: il documento, probabilmente contraffatto, presenta Antonio come traditore e succube di Cleopatra, abbattendo la sua reputazione e spingendo l’opinione pubblica contro di lui. Qui la menzogna non è solo un effetto collaterale, ma lo strumento fondante della vittoria politica. La propaganda non si trasmette soltanto con le parole, ma anche con le immagini e le opere d’arte. Le monete di **Augusto**, che circolano in tutto l’Impero, portano effigi tranquille e motti celebrativi. Nelle iscrizioni, un linguaggio codificato trasforma l’imperatore nel restauratore del mos maiorum, nel difensore della tradizione: la verità diventa ciò che conviene, e chi la controlla la impone per generazioni. I monumenti come l’Ara Pacis e la statua equestre di Marco Aurelio celebrano la pace, la pietà e la magnanimità, occultando timori, repressioni e inganni. Non c’è atto pubblico che sfugga alla manipolazione: perfino le date e gli eventi vengono riscritti per legittimare il potere e colpire gli oppositori. La falsificazione della verità diventa prassi nell’uso delle fonti ufficiali. Lettere imperiali e decreti sono spesso riprodotti o inventati da funzionari locali per ottenere privilegi o favori. In diversi casi, documenti apocrifi vengono esposti pubblicamente come segni di prestigio e vicinanza all’imperatore. Tacito racconta come le comunità usassero testi fittizi per dimostrare rapporti inesistenti: la letteratura diventa fake news istituzionale, supportata dalle autorità. Nel periodo dei successori di Augusto, la **propaganda** raggiunge livelli altissimi di perfezionamento e diffusione. Il caso di **Nerone**, dipinto come colpevole dell’incendio del **64 d.C.** nelle **Annales** di Tacito, svela una sistematica campagna per rovinare la sua reputazione. Fonti successive come **Suetonio** e **Dione Cassio** riprendono la narrazione, amplificandola, spesso basandosi su rumors e racconti popolari, senza riscontri effettivi. Nerone diventa il simbolo della demagogia e della violenza, mentre in realtà le prove della sua colpevolezza sono deboli o assenti. Il mito della sua crudeltà è una fake news che attraversa i secoli, alimentata dalla necessità collettiva di attribuire al potere un volto mostruoso. La propaganda agisce anche nel costruire l’immagine degli eroi: **Giulio Cesare**, nelle sue **Commentarii de Bello Gallico**, presenta le popolazioni galli e germaniche come selvagge e disumane, giustificando così le campagne militari e le stragi. Lo stile narrativo di Cesare è lucido, strategicamente costruito per mostrare le sue imprese come necessarie per la salvezza della civiltà romana. La sua capacità di giocare con i numeri, esagerare le difficoltà e ridurre al minimo le sconfitte è la dimostrazione che la storia è ciò che viene scritto dal vincitore. In questa continua revisione dei fatti, l’Impero impone la propria verità sugli avvenimenti, sancendo un modello di narrazione che altri seguiranno. Anche nella **satira** e nella letteratura, la manipolazione della realtà trova spazio. **Giovenale**, con le sue **Satire**, disegna una società corrotta, dove il potere si esercita attraverso menzogne e illusioni. Il popolo romano viene dipinto come vittima consapevole, inserito in un gioco che conosce bene: la strategia del rumor e della calunnia diventa la costante quotidiana. Perfino i poeti come **Ovidio** e **Marziale**, nelle loro opere, ironizzano sull’arte di esagerare e distorcere i fatti per ottenere favori o evitare punizioni. La società romana vive nel costante sospetto che ogni verità sia travisata; la cultura delle fake news diviene parte strutturale del vivere comune. Il meccanismo della propaganda attraversa ogni strato sociale. I consoli, per mantenere il favore popolare, propagano notizie false sulle vittorie militari; i senatori diffondono storie inventate sugli avversari politici per screditarli. Gli avvenimenti pubblici vengono presentati al popolo con una retorica studiata, capace di far apparire le sconfitte come successi. Le commemorazioni ufficiali, le festività, le dediche su templi e statue celebrano eventi spesso modificati a tavolino, in modo che la narrazione resti sempre favorevole ai ceti dominanti. Il ricorso alle fonti letterarie e orali, controllate da pochi, garantisce la diffusione della versione dei fatti preferita dal potere. Roma esporta la tecnica della propaganda anche nei territori conquistati. Gli storici greci come **Polibio** e **Dione Cassio** raccontano come i governatori romani manipolassero la storia locale, inventando miti di origini comuni e legami dinastici tra le famiglie italiche e la nobiltà ellenistica. Perfino le genealogie mitiche degli eroi, da **Ercole** ad **Evandro**, vengono adattate e messe al servizio della romanizzazione: la storia di ogni popolo si piega all’immaginario romano, fino a diventare eco della sua superiorità. Il controllo sulla memoria pubblica si esprime nella soppressione delle fonti concorrenti e nella distruzione di documenti scomodi. Le cronache avverse vengono censurate o fatte sparire, le testimonianze dei nemici sono sistematicamente falsificate. La memoria collettiva è diretta da una élite che detta ciò che deve essere ricordato e ciò che può essere dimenticato, in una lotta perenne per il possesso del racconto storico. Gli imperatori come **Vespasiano** e **Domiziano** controllano direttamente le fonti storiografiche, affidando la compilazione ufficiale della storia ad autori selezionati e fedeli, come **Plinio il Giovane** e **Tacito**. La propaganda passa anche attraverso la religione. La divinizzazione degli imperatori, celebrata attraverso culti e cerimonie ufficiali, trasforma uomini comuni in semidei, legittimando il loro potere e il loro diritto a governare. Le augustea e le festività religiose servono a diffondere l’immagine di Roma come centro del mondo, depositaria di ogni virtù e origine di ogni progresso. Attraverso la costruzione del mito, la verità storica si dissolve, lasciando spazio a una narrazione che alimenta l’orgoglio e la coesione sociale. In ambito militare, la propaganda si fa strumento concreto di comando: i resoconti delle battaglie, le strategie elencate da **Frontino** nei suoi **Strategemata**, presentano le guerre come ordalie eroiche, le sconfitte come inevitabili o minime. Ogni campagna diventa leggenda, ogni generale viene celebrato (o screditato) con notizie spesso fabbricate o manipolate secondo necessità. La letteratura filosofica non è assente da questa dinamica: **Seneca** e **Marco Aurelio**, nei loro scritti, riflettono apertamente sulla differenza tra realtà e apparenza, sulla difficoltà di distinguere verità e menzogna in un mondo dominato dalla retorica. Nei Diari di **Marco Aurelio**, la necessità di mantenere il controllo sulla narrazione pubblica viene presentata come compito centrale di chi governa, in una società ricca di illusioni e falsità. Il sistema romano di propaganda e fake news ha influenzato profondamente la cultura occidentale. La creazione di una verità strumentale, piegata ai bisogni del potere, ha fatto scuola per millenni. L’esempio di Roma viene ripreso dalla storiografia medievale, dall’epica rinascimentale e dalla politica contemporanea: la gestione delle notizie, la costruzione dei miti, l’occultamento di fatti scomodi sono pratiche che affondano le radici proprio nelle strategie romane. Il potere di inventare, riscrivere, diffondere la realtà non è mai stato più raffinato che nella Roma antica. Chi legge attentamente le fonti primarie sa che la storia di Roma è soprattutto storia della manipolazione. Ogni biografia, ogni resoconto di guerra, ogni epistola ufficiale è carica di valorizzazioni, omissioni, enfasi e falsificazioni. Perfino i monumenti e i templi portano iscrizioni fittizie, che celebrano eventi modificati e personaggi reinventati. L’archeologia ha dimostrato come molte delle narrazioni tramandate siano creazioni artificiali, pensate per influenzare la memoria e consolidare il potere. Il lettore moderno deve dunque rapportarsi alle fonti con spirito critico, sapendo che le fake news non sono soltanto strumenti occasionali, ma l’anima stessa della politica romana. L’eredità di Roma ci insegna che la verità, in ogni epoca, è costruita da chi la possiede: tra mito e storia, tra menzogna e racconto, tra potere e sogno. La lezione della città eterna è sempre attuale: solo chi sa raccontare vince davvero, e la verità resta la prima vittima della battaglia per il consenso. Alla fine, ciò che resta è un’immagine potente e memorabile: Roma, città di pietra e di parole, regina delle bugie e delle verità costruite. Come un grande attore sul palcoscenico della storia, ha insegnato che il mito può dominare la realtà, che la menzogna può forgiare destini, che il racconto può sostituire l’esperienza. Le **fake news** non sono altro che la lunga ombra della sua eredità: ogni volta che il potere trasforma la storia, Roma vive ancora, tra le pieghe della memoria e i sussurri della propaganda. Fonti storiche primarie antiche (traduzioni ufficiali inglesi): - **Virgilio**, “Eneide”, trad. H.R. Fairclough, Loeb Classical Library. - **Tito Livio**, “Ab Urbe Condita”, trad. B.O. Foster, Loeb Classical Library. - **Cicerone**, “Epistulae ad Atticum”, trad. E.O. Winstedt, Loeb Classical Library. - **Sallustio**, “Bellum Catilinae”, trad. J.C. Rolfe, Loeb Classical Library. - **Giulio Cesare**, “De Bello Gallico”, trad. H.J. Edwards, Loeb Classical Library. - **Suetonio**, “De Vita Caesarum”, trad. J.C. Rolfe, Loeb Classical Library. - **Tacito**, “Annales”, trad. J. Jackson, Loeb Classical Library. - **Dio Cassio**, “Roman History”, trad. E. Cary, Loeb Classical Library. - **Appiano**, “Roman History”, trad. H. White, Loeb Classical Library. - **Plinio il Giovane**, “Epistulae”, trad. W.M. Hutchinson, Loeb Classical Library. - **Ovidio**, “Metamorfosi”, trad. F.J. Miller, Loeb Classical Library. - **Marziale**, “Epigrammi”, trad. W.C. Ker, Loeb Classical Library. - **Seneca**, “Epistulae Morales ad Lucilium”, trad. R.M. Gummere, Loeb Classical Library. - **Marco Aurelio**, “Meditazioni”, trad. G. Hays, Loeb Classical Library. - **Frontino**, “Strategemata”, trad. C.E. Bennett, Loeb Classical Library. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2026/01/Mio.jpeg) Fabio Saverio Gatto Fabio Saverio Gatto Originario di Reggio Calabria (classe 1980) e residente a Edimburgo dal 2019, Fabio ha saputo unire le proprie radici culturali a una solida esperienza internazionale. Questo percorso gli ha permesso di sviluppare una visione aperta e dinamica, mantenendo sempre vivo il suo interesse con la cultura classica. Grande appassionato di storia dell'Antica Roma, ha approfondito lo studio del mondo classico da autodidatta, dedicando anni a una ricerca personale costante e rigorosa. Nel 2025 questa dedizione si è trasformata in un impegno professionale con Scripta Manent, dove Fabio si dedica alla divulgazione storica, contribuendo a valorizzare e diffondere il patrimonio della classicità con un approccio moderno e coinvolgente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/fabio-saverio-gatto/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Spagna, ritrovata l'unica sepoltura di un bambino della storia romana](https://scriptamanentitalia.it/il-bambino-di-leon-una-storia-invisibile-tra-legge-romana-e-vita-quotidiana/) **Published:** Settembre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** A León, nella comunità autonoma della Castiglia e León, nel nord-ovest della Spagna, un gruppo di ricercatori ha recentemente studiato i resti di un neonato rinvenuto nel 2006 durante scavi d’emergenza presso la sacrestia del convento Siervas de Jesus. La scoperta riveste particolare importanza per gli archeologi perché si tratta dell’unica sepoltura di bambino mai individuata in un contesto militare romano nella penisola iberica. Il luogo del ritrovamento corrisponde infatti al sito dove sorgeva l’antico forte della Legio VI Victrix, uno dei baluardi della presenza romana in quella regione. Le leggi sulle sepolture nell’esercito romano. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Come una città dei Maya resistette alla colonizzazione spagnola](https://scriptamanentitalia.it/come-una-citta-dei-maya-resistette-alla-colonizzazione-spagnola/) **Published:** Settembre 3, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Hunacti, una località situata nella regione settentrionale dello Yucatán, è al centro di una delle più affascinanti storie di resistenza culturale del periodo coloniale. Fondata dagli spagnoli nel 1552 come sito missionario rivolto alle comunità indigene, la cittadina sembra, a un primo sguardo, incarnare pienamente i canoni insediativi europei: strade tracciate secondo una severa griglia geometrica, case dallo stile architettonico europeo, una piazza centrale, e la presenza imponente di una grande chiesa. Tuttavia, lo studio recente di un équipe dell’Università di Albany ha riportato alla luce una realtà ben più complessa, fatta di sottili ma tenaci strategie di resistenza. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Come gli indigeni usano la tecnologia per salvare l'arte di KAKADU.](https://scriptamanentitalia.it/quei-dipinti-appartengono-a-noi-come-un-progetto-guidato-dagli-indigeni-sta-sfruttando-la-tecnologia-per-proteggere-larte-rupestre-del-kakadu/) **Published:** Settembre 2, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nella regione australiana del Parco Nazionale di Kakadu, uno dei paesaggi culturali più apprezzati del paese, prende corpo una iniziativa che sta rivoluzionando il modo in cui le comunità indigene gestiscono, proteggono e tramandano il loro patrimonio. Kakadu, inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dal 1981, attira migliaia di visitatori ogni anno, soprattutto durante la stagione secca. Molti di loro desiderano ammirare le straordinarie pitture rupestri conosciute come "gunwardebim" nella lingua locale Kunwinjku, testimonianze di una storia millenaria che continua a vivere fra le rocce di Ubirr. I dipinti di Ubirr, raggiungenti fino a diciottomila anni di età, narrano storie. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Dzudzuana. Scoperte tracce di colore blu usato dagli uomini del Paleolitico.](https://scriptamanentitalia.it/tracce-di-indaco-blu-su-strumenti-per-macinare-di-34-000-anni-fa-suggeriscono-nuovi-scenari-di-utilizzo-delle-piante-nel-paleolitico/) **Published:** Settembre 2, 2025 **Author:** Fabio Saverio Gatto **Content:** Nella regione caucasica della Georgia, la grotta di Dzudzuana rivela nuove testimonianze sulla sofisticata relazione tra Homo sapiens e le piante, risalente a circa 34.000 anni fa. È qui che un’équipe internazionale guidata dall’Università Ca’ Foscari di Venezia ha identificato tracce di indigotina, un composto colorante blu, su strumenti litici paleolitici. Questa sostanza, prodotta dalle foglie di Isatis tinctoria, meglio nota come guado, rappresenta il primo ritrovamento del genere su reperti così antichi e testimonia una sorprendente padronanza nella trasformazione delle risorse vegetali tra i nostri antenati. Lo studio, pubblicato su una rivista scientifica, getta nuova luce. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Sindone. Spunta un manoscritto medievale: serviva a ingannare i fedeli](https://scriptamanentitalia.it/sindone-manoscritto-medievale-ingannare-fedeli/) **Published:** Agosto 29, 2025 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Negli ultimi giorni, il mondo accademico e giornalistico internazionale è stato scosso da una notizia che potrebbe riscrivere parte della storia della Sindone di Torino, la celebre reliquia che secondo la tradizione cristiana avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione. Un’équipe di studiosi dell’Università Cattolica di Lovanio (Leuven), guidata da Nicolas Sarzeaud, ha identificato, studiato e pubblicato un antico manoscritto del XIV secolo che per la prima volta qualifica esplicitamente la Sindone come un falso, anticipando di decenni il documento finora più antico noto nell’ambito del dibattito critico su questa reliquia. ## ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Francia. Tombe neolitiche rivelano rituali raccapriccianti contro gli invasori](https://scriptamanentitalia.it/francia-tombe-neolitiche-rivelano-rituali-raccapriccianti-contro-gli-invasori/) **Published:** Agosto 23, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** **Nord-est della Francia** – Recenti studi archeologici hanno portato alla luce una serie di fosse funerarie neolitiche che raccontano una pagina cruda della storia dell’antichità: pratiche di guerra rituali, violenza estrema, e un ritmo sociale dominato dalla tensione e dalla mobilità forzata. Le scoperte provengono da siti situati nei pressi di Achenheim e Bergheim, in Alsazia, dove sono stati rinvenuti resti umani sepolti insieme in fosse collettive, alcuni con evidenti segni di mutilazione e altri integri. \-----------------[**Iscriviti alla newsletter di Scripta Manent. 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Recuperato autentico cappello da sole dell'antica Roma](https://scriptamanentitalia.it/uk-cappello-sole-antica-roma/) **Published:** Agosto 23, 2025 **Author:** Redazione **Content:** **Bolton, Inghilterra** – Al Bolton Museum, all’interno della sezione dedicata all’Egitto, è comparso per la prima volta un manufatto che fino a pochi mesi fa era rimasto nel deposito per oltre un secolo: un copricapo in feltro di circa duemila anni fa appartenente all’epoca romana, ora restaurato e finalmente visibile al pubblico. **È una scoperta di grande valore, perché si tratta di uno dei soli tre esemplari conosciuti di questo tipo nel mondo**, e il più ben conservato in assoluto. Realizzato in lana è modellato per offrire protezione dal sole cocente, dall’aridità. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La struttura, già identificata nel 2023, è stata ora interamente documentata grazie al lavoro dei subacquei del Parco Archeologico dei Campi Flegrei. **Si tratta di un ambiente. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Studio: sotto la Sindone non c'era il corpo di Gesù ma un bassorilievo](https://scriptamanentitalia.it/sindone-bassorilievo-scultura-falso-medievale/) **Published:** Agosto 3, 2025 **Author:** Redazione **Content:** La Sindone non coprì il corpo di Cristo, ma un semplice bassorilievo. E' il risultato di una nuova ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista *Archeometry*, che riaccende il dibattito sulla Sacra Sindone, il celebre lenzuolo di lino custodito nel Duomo di Torino e venerato da secoli come possibile sudario di Gesù Cristo. Lo studio, guidato dal brasiliano Cicero Moraes, propone un’ipotesi sorprendente: l’immagine impressa non sarebbe il risultato del contatto con un corpo umano, bensì di un drappeggio su una scultura in bassorilievo. Una tesi che ha suscitato reazioni contrastanti nel mondo accademico e tra gli studiosi. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [UK. Decifrato dopo 130 anni un inquietante racconto medievale](https://scriptamanentitalia.it/uk-decifrato-dopo-130-anni-un-inquietante-racconto-medievale/) **Published:** Luglio 18, 2025 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Cambridge, Regno Unito – In una delle biblioteche più storiche d’Europa, il paziente lavoro di due studiosi dell’Università di Cambridge ha dato luce a una delle rivelazioni più dense di fascino della letteratura inglese medievale. Il ritrovamento del frammento della leggenda perduta “Song of Wade”, custodito nei recessi della Peterhouse College Library, rappresenta oggi un punto di svolta per la comprensione della cultura, delle credenze e delle narrazioni che hanno plasmato intere generazioni dell’Inghilterra medievale. **Per oltre 130 anni, filologi e letterati sono rimasti in cerca del vero volto di questa leggenda**, citata nei testi di Geoffrey Chaucer, fra i massimi poeti inglesi. Fino a pochi mesi fa, la convinzione diffusa era che il racconto fosse caratterizzato da un fitto universo di mostri, elfi e giganti: una narrazione epica dall’impianto marcatamente mitologico, che tuttavia lasciava sempre una traccia di mistero nelle sue sporadiche apparizioni nei testi classici. La svolta è arrivata dagli studi di James Wade e Seb Falk, ricercatori del Girton College, che hanno riletto con occhi nuovi gli antichi manoscritti dopo essere risaliti all’origine della confusione: **un errore di trascrizione di appena tre parole inglesi, causato dalla mano tremolante e poco chiara di uno scriba del XII secolo**. Il frammento chiave della vicenda risalente a quasi 900 anni fa, citato all’interno di una predica latina nota come “Humiliamini”, era stato fino ad oggi interpretato come riferimento a creature soprannaturali: “Some are elves and some are adders; some are sprites that dwell by waters: there is no man, but Hildebrand only.” Una versione del racconto che, fino a questa nuova analisi, aveva fatto inclinare la bilancia verso una lettura magica, intrisa di influenze teutoniche, popolata di spiriti acquatici ed elfici. **Falk e Wade, invece, hanno dimostrato che la frase originaria, ripulita dagli errori di copia, cita in realtà ‘wolves’ e non ‘elves’**. Ciò trasforma radicalmente la cornice emotiva e semantica della leggenda: il cuore del racconto si sposta dai reami del soprannaturale ai territori molto più umani della rivalità cavalleresca e dell’intrigo. Un dettaglio iconico, perché spiega come Chaucer — nell’inserire Wade nei suoi lavori “The Merchant’s Tale” e “Troilus and Criseyde” — abbia accennato a una saga popolare centrata su sfide tra uomini e passione cavalleresca e non su giganti e mostri. **Il nuovo testo, “Some are wolves and some are adders; some are sea-snakes that dwell by the water. There is no man at all but Hildebrand”, delinea uno scenario di fierezza e lotta, elemento caro alla letteratura cortese d’occidente**. Da tempo, la leggenda di Wade aleggiava come una presenza sfuggente nel patrimonio mitologico dell’Inghilterra medievale. Chaucer ne faceva menzione con toni enigmatici, evidenziando come le avventure di Wade fossero argomento noto ai suoi lettori — tanto che non ne spiegava mai il senso, lasciandole fluttuare tra le righe come parte di una memoria collettiva. **Il vero mistero, che tanto incuriosiva gli studiosi, era comprendere in che modo questa leggenda si inserisse nel panorama narrativo di corte e perché, nel tempo, le sue tracce si fossero quasi completamente dissolte**. Il lavoro di Wade e Falk si è fondato proprio su questa domanda, affrontando con rigore filologico la riscrittura moderna dei frammenti superstiti e confrontandone le traduzioni con altri registri accademici dell’epoca. La ricostruzione di questo puzzle filologico rappresenta un caso emblematico di come la micro-storia — fatta di errori di trascrizione, di ambiguità grafiche tra lettere pressoché identiche (‘y’ e ‘w’) — possa modellare, o alterare, il senso profondo di una intera tradizione narrativa. Nel caso di “Song of Wade”, **bastava una differenza grafica per passare dall’immaginario delle fate e delle creature magiche a quello delle bestie e degli uomini valorosi**, restituendo un rapporto con la letteratura popolare medievale più ancorato alla dimensione della vita reale. La leggenda, ampiamente nota nella società inglese tra XII e XV secolo, raccontava le gesta dell’eroe Wade, figura più celebre di quanto oggi si possa immaginare, probabilmente ispirata a modelli epici come quelli di Gawain o Lancelot. Le fonti secondarie, appartenenti alla tradizione orale e ad altre saghe, parlano del corteggiamento di Wade per Bell, così come degli scontri fra Wade e suo padre, il gigante Hildebrand. La storia si faceva eco nell’immaginario collettivo, tanto da essere stata adoperata come riferimento in prediche popolari: **per la prima volta, grazie a questo studio, emergono evidenze tangibili di un predicatore medievale che integra consapevolmente un “meme” popolare della letteratura contemporanea nella propria omelia, per catturare l’attenzione del pubblico e illustrarne i valori**. Gli studiosi hanno sottolineato come la chiave di tale scoperta sia racchiusa proprio nella natura interdisciplinare dell’indagine: la padronanza della lingua latina, la familiarità con l’iconografia manoscritta dei predicatori inglesi, l’incrocio con la storia della predicazione popolare medievale e lo studio del pensiero religioso di Alexander Neckam — l’abate e poeta che potrebbe aver redatto proprio lui quelle righe nel Sermone Humiliamini. Gli effetti del lavoro di Wade e Falk hanno varcato i confini della filologia, illuminando aspetti poco noti della società anglonormanna, a partire dalla diffusione e fruizione del sapere popolare. **Il frammento ritrovato segnala che la leggenda di Wade era così conosciuta e radicata che poteva essere evocata senza spiegazioni, con l’aspettativa che il messaggio arrivasse chiaro agli ascoltatori del tempo**. Un fenomeno paragonabile ai riferimenti culturali e comici che oggi permeano media, società e pubblicità. L’individuazione della vera natura della leggenda di Wade rivoluziona la lettura dei testi di Chaucer, improvvisamente più accessibili e calati nel concreto contesto storico-culturale del tardo medioevo inglese. Da una parte, si dissolvono le nebbioline del mito folklorico, dall’altra si afferma la centralità del romanzo cavalleresco, con il suo carico di passioni, lotte e intricate dinamiche sociali tra rivali. **Il lavoro di archivio su manoscritti antichissimi ha permesso di salvare dall’oblio una storia che, per secoli, fu parte integrante dell’identità nazionale inglese**, contribuendo con una nuova consapevolezza sia agli studi medievali sia alla conoscenza popolare. Le domande che restano aperte su chi fosse realmente Wade, o quanto la leggenda abbia subito variazioni e rielaborazioni nel passaggio tra oralità e scrittura, renderanno questo campo di ricerca fertile per i prossimi anni. Ma già ora, la leggenda perduta si è fatta più nitida e ricca di significato, unendo due mondi – quello della filologia accademica e della narrazione popolare – in un affascinante dialogo tra passato e presente. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Polonia. Ritrovate enormi piramidi preistoriche allineate con il sole](https://scriptamanentitalia.it/piramidi-polonia-preistoriche/) **Published:** Luglio 18, 2025 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Wielkopolska, Polonia – Le campagne della regione della Wielkopolska, nel cuore occidentale della Polonia, sono il teatro di un’importante scoperta archeologica che sta attirando l’attenzione di studiosi e appassionati di storia da tutto il mondo. Recentemente, **archeologi hanno portato alla luce cinque imponenti tumuli megalitici – denominati “pirámidi polacche” – risalenti a ben 5.500 anni fa**. Queste strutture, rimaste nascoste tra i boschi e i campi vicino al villaggio di Wyskoć, rappresentano uno dei ritrovamenti più rilevanti dell’Europa centrale, offrendo preziose informazioni sulle più antiche civiltà agricole del continente. Le ricerche sono state condotte da un’équipe dell’Università Adam Mickiewicz di Poznań, utilizzando tecnologie avanzate di rilevamento come la scansione aerea laser. Tale metodo ha permesso di individuare **misteriose formazioni lineari nel paesaggio**, successivamente confermate sul campo come giganteschi tumuli funerari dalla caratteristica forma trapezoidale. Queste tombe, costruite alla fine dell’Età della Pietra dalla cultura del bicchiere imbutiforme (Funnelbeaker Culture), sono tra le più antiche e monumentali strutture dell’Europa settentrionale. I tumuli emergono dal terreno con **dimensioni impressionanti**: alcune strutture raggiungono i 200 metri di lunghezza e i 4 metri di altezza, con un fronte largo che si restringe progressivamente verso una sorta di “coda” posteriore. Questa particolare architettura richiama probabilmente il modello delle abitazioni delle antiche popolazioni contadine dell’area, che utilizzavano forme allungate e trapezoidali anche per le loro case. In parecchi casi il fronte orientale risulta essere più largo e alto rispetto al lato occidentale, suggerendo una possibile valenza rituale o simbolica nell’orientamento delle strutture. **Nonostante un’apparente omogeneità sociale**, la cultura del bicchiere imbutiforme sembra aver scelto pochi individui di particolare rilevanza – leader, sacerdoti o sciamani – cui destinare queste sepolture monumentali. All’interno di ciascun tumulo veniva deposto un singolo individuo, generalmente disposto in posizione supina con le gambe rivolte verso est, circondato da oggetti di prestigio come vasi di ceramica, asce di pietra e – in alcuni casi – ornamenti in rame. Secondo gli esperti, questi corredi funebri testimoniano un’articolata ritualità e una concezione della morte fortemente legata all’identità collettiva della comunità. Il processo di costruzione di queste tombe richiedeva **una straordinaria capacità organizzativa**. Alcuni massi utilizzati per la copertura pesavano fino a 10 tonnellate e dovevano essere trasportati per chilometri senza l’uso di ruote o mezzi meccanici, sfruttando probabilmente rulli, leve e una vasta forza lavoro radunata dall’intera tribù. Le tombe venivano quindi coperte da cumuli di terra e pietre, in modo da renderle visibili a grande distanza e trasformarle in veri e propri monumenti territoriali duraturi, ancora percepibili oggi nonostante le trasformazioni del paesaggio. **L’analisi della disposizione dei tumuli lascia emergere una sofisticata conoscenza delle nozioni astronomiche**. Le tombe sono spesso perfettamente allineate ai punti cardinali o orientate in direzione del sorgere del sole. Questo dettaglio suggerisce che le popolazioni neolitiche attribuivano grande importanza ai cicli naturali e al rapporto tra la morte, la rinascita e il movimento degli astri. Durante le prime esplorazioni di due tumuli, gli archeologi hanno trovato resti ossei estremamente fragili o addirittura assenti, complici il tempo e le condizioni del suolo. Tuttavia, si spera che ulteriori scavi consentano il ritrovamento di *offerte funerarie* e di resti umani in migliori condizioni, che potrebbero fornire dati preziosi sull’aspetto, la salute e le abitudini alimentari di queste antiche genti. I materiali raccolti contribuiranno anche all’analisi del DNA e delle pratiche funerarie, gettando luce sulle origini e sulle migrazioni delle popolazioni paleoeuropee. La funzione di questi monumenti, oltre alla sepoltura dei defunti, era probabilmente connessa anche a un ruolo sociale e rituale: **i tumuli fungevano da catalizzatori per la memoria collettiva e da luoghi di coesione per la comunità**, in cui si celebravano riti, si trasmettevano tradizioni e si riaffermava l’identità del gruppo. Dalle fonti archeologiche emerge inoltre un’attività costante di riutilizzo di pietre e materiali nei secoli successivi, segno che la presenza dei tumuli è rimasta visibile e significativa fino in epoca storica. È interessante osservare come la scoperta sia avvenuta grazie alla collaborazione tra diverse discipline: archeologia, geografia, tecnologia digitale e conservazione del paesaggio hanno lavorato in sinergia, dimostrando ancora una volta l’importanza della ricerca multidisciplinare per la conoscenza del passato. Le autorità locali, guidate dal Complesso dei Parchi Paesaggistici della Voivodina della Grande Polonia, hanno espresso l’intenzione di valorizzare il sito archeologico e di integrarlo nei percorsi naturalistici e culturali della regione, aprendo così nuove prospettive per il turismo sostenibile e la divulgazione scientifica. La scoperta delle piramidi polacche si colloca nel solco di altri importanti ritrovamenti megalitici europei, come le tombe di Stonehenge o i tumuli della Scandinavia. Ogni nuovo scavo contribuisce a ricostruire una mappa sempre più dettagliata della diffusione della civiltà neolitica nel Vecchio Continente, sottolineando la ricchezza e la complessità delle antiche società agricole, spesso sottovalutate rispetto ai grandi imperi successivi. **Gli archeologi sottolineano il valore eccezionale di questi tumuli, che rappresentano una testimonianza unica della visione del mondo delle popolazioni preistoriche polacche**. Il sito di Wyskoć custodisce ancora molti segreti e le ricerche sono solo all’inizio. Ogni dettaglio aggiunto dai ritrovamenti aiuterà a comprendere come si sono evolute le prime forme di organizzazione sociale, la spiritualità e la tecnologia in Europa. Questi monumenti, sopravvissuti a millenni di mutamenti, ci parlano ancora oggi di uomini e donne capaci di lasciare un segno profondo nell’ambiente e nella memoria collettiva. **Le piramidi polacche sono destinate a diventare uno dei punti di riferimento più affascinanti per chiunque voglia ripercorrere le origini della civiltà europea**, tra ricerca scientifica e suggestione del mistero che ancora avvolge le società più antiche. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Preistoria, Top --- ### [La medicina medievale: più evoluta del previsto e con rimedi social](https://scriptamanentitalia.it/medicina-medievale-evoluta/) **Published:** Luglio 17, 2025 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Un recente progetto internazionale, al quale hanno partecipato studiosi della Binghamton University ha messo in luce come le pratiche mediche dell’alto Medioevo fossero in realtà frutto di attenta osservazione, curiosità scientifica e volontà di migliorare la salute con i mezzi a disposizione in quel periodo. Gli studiosi hanno raccolto inediti manoscritti medici anteriori all’XI secolo, scoprendo un insieme di conoscenze che si avvicina a molte delle attuali tendenze del benessere, tra cui alcuni rimedi in perfetto stile “how to” su TikTok. Un nuovo catalogo, noto come *Corpus of Early Medieval Latin Medicine* (CEMLM), ha raddoppiato il numero dei manoscritti medici conosciuti rispetto ai repertori precedenti. Questo ampliamento offre agli storici l’opportunità di esplorare un panorama più ricco e autentico delle pratiche mediche adottate in un’epoca a lungo considerata dominata dalla superstizione, a scapito della scienza. La professoressa Meg Leja, studiosa di storia politica e culturale dell’Europa tardoantica e medievale, sottolinea come le persone fossero «profondamente interessate alla salute del corpo». In un tempo spesso descritto come immerso nell’ignoranza, le popolazioni annotavano intuizioni e ricette su ogni genere di manoscritto: grammatiche, testi teologici, poesie e trattati filosofici. Questo testimonia un interesse diffuso per la medicina e un desiderio costante di raccogliere, trasmettere e sperimentare conoscenze utili. Scorrendo le pagine di questi manoscritti emergono soluzioni molto simili alle tendenze attuali. Un caso emblematico è il rimedio per il mal di testa: si schiacciava un nocciolo di pesca, lo si mescolava con olio di rosa e si applicava il composto sulla fronte. Oggi, la scienza riconosce le proprietà lenitive dell’olio di rosa contro le emicranie, confermando la validità di alcune intuizioni medievali. Altrettanto curioso è lo “shampoo di lucertola”, che prevedeva l’uso di pezzi di lucertola per nutrire i capelli rendendoli più folti, oppure, al contrario, per rimuoverli. Questa pratica richiama i moderni trattamenti di depilazione chimica, il waxing e i rimedi naturali promossi online. La continuità non si limita agli ingredienti, ma riguarda anche l’approccio sperimentale al corpo e il desiderio di migliorarne l’aspetto e il benessere. Uno degli aspetti più affascinanti di questa scoperta riguarda la circolazione delle conoscenze. Contrariamente all’idea che la medicina fosse dominio esclusivo di pochi eruditi in grado di leggere Ippocrate o Galeno, molti testi del CEMLM raccolgono appunti pratici, annotazioni, rimedi condivisi tra popolani, guaritori, monaci e studiosi. Un sapere diffuso, nato dall’osservazione della natura, da esperimenti empirici e da scambi quotidiani sul tema della salute. Il progetto ha previsto una sistematica catalogazione e digitalizzazione di manoscritti europei, che oggi costituiscono una risorsa preziosa per la ricerca storica e per la didattica. Per la professoressa Leja, rileggere questi testi fuori dai canoni accademici tradizionali significa restituire voce a una pluralità di attori sociali — uomini e donne — impegnati a interpretare i segnali del corpo e a migliorare le proprie condizioni di vita. Colpisce il parallelo con la cultura contemporanea dei “life hack” e dei rimedi fai-da-te che circolano sui social. Molte delle soluzioni proposte nei manoscritti medievali anticipano, in forma embrionale, strategie oggi rilanciate da influencer e content creator. Non è raro, ancora oggi, imbattersi in consigli su impacchi, infusi, cure detox e usi insoliti di ingredienti naturali. L’uomo medievale, con la sua sperimentazione, sembra quindi meno lontano dall’uomo digitale di quanto si pensi. Naturalmente, la medicina medievale si inseriva in una visione del mondo in cui religione, pratica e magia convivevano. Ciò non impediva però la ricerca di cause naturali e la sperimentazione di rimedi attraverso l’osservazione diretta. Nei manoscritti raccolti si trovano testimonianze di un desiderio di comprendere gli effetti di piante, minerali e animali, e di cogliere i legami tra alimentazione, stile di vita e salute. La lettura dei nuovi documenti rivela una solida cultura dell’osservazione, in cui le comunità medievali studiavano con attenzione l’ambiente circostante per adattare i propri rimedi. Questo rapporto diretto con la natura e la volontà di imparare da essa rappresentano un filo conduttore che attraversa secoli di storia medica. Oggi questa riscoperta ha un valore che va oltre l’ambito accademico. La digitalizzazione dei manoscritti rende accessibili questi testi a studenti, ricercatori e appassionati, favorendo una comprensione più ampia del sapere antico e del suo potenziale valore nel mondo attuale. Gli studiosi del progetto stanno lavorando a nuove edizioni e traduzioni, con l’obiettivo di rendere fruibile un patrimonio capace di arricchire l’insegnamento e stimolare nuove ricerche. Dallo studio sistematico di queste fonti emerge una nuova narrazione del legame tra medicina, cultura e società nel Medioevo. Una narrazione che mette in luce la vivacità, la curiosità e il pragmatismo degli uomini e delle donne dell’epoca. La medicina medievale si rivela così come un crocevia di saperi popolari, intuizioni geniali e pratiche interdisciplinari, tutte tese al miglioramento della vita quotidiana. La ricerca prosegue, con nuove scoperte e traduzioni in arrivo, aprendo scenari inediti sulla storia della salute e della scienza. Grazie a queste indagini, la medicina medievale assume un nuovo ruolo: quello di specchio delle esigenze e delle aspirazioni dell’essere umano, tanto ieri quanto oggi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Attualità --- ### [Israele. Così gli asini venivano sacrificati come rito propiziatorio](https://scriptamanentitalia.it/israele-asini-rito-propiziatorio/) **Published:** Luglio 17, 2025 **Author:** Redazione **Content:** L’antica città cananea di Gath, oggi conosciuta come Tell es-Sâfi, continua a svelare tratti sorprendenti del passato grazie a nuove scoperte che permettono di comprendere meglio le pratiche culturali e i rapporti commerciali del Mediterraneo orientale di 4.500 anni fa. Recenti ricerche archeologiche hanno permesso di riportare alla luce quattro asini femmine, tutti sepolti con notevole cura sotto le fondamenta di una residenza risalente all’Età del Bronzo Antico. La particolarità non sta solo nell’eccezionale stato di conservazione, ma soprattutto nelle modalità precise e ricorrenti della sepoltura: gli animali erano giovani, nel pieno della loro forza, e i loro corpi venivano collocati in fosse poco profonde, con le zampe legate e il muso rivolto ad est. Un dettaglio colpisce immediatamente chi osserva i resti: in uno dei casi la testa era stata staccata e poggiata sull’addome del medesimo animale, mantenendo comunque lo sguardo orientato verso oriente, in una disposizione chiaramente rituale. Gli studiosi che hanno seguito gli scavi hanno sottoposto i denti a complessi esami isotopici, analizzando elementi come carbonio, ossigeno e stronzio, capaci di tracciare la provenienza geografica e le abitudini alimentari degli animali durante la loro vita. **Dalle analisi emerge in modo inequivocabile che i quattro asini provenivano dalla Valle del Nilo, in Egitto, mentre il resto di un altro asino – trovato nello stesso sito e smembrato assieme a ossa di pecore e capre – era frutto di allevamento locale ed era stato macellato per scopi alimentari**. Questo dato apre scenari ricchi di implicazioni sulle relazioni tra il Cafarnao cananeo e il potente Egitto faraonico. Se infatti i ritrovamenti di asini utilizzati come animali da lavoro o per l’alimentazione sono diffusi in tutto il Vicino Oriente antico, **questa testimonianza rappresenta la prima prova concreta della presenza di animali importati, destinati a rituali di fondazione associati all’edificazione di crescite domestiche**. Si tratta di pratiche apparentemente riservate a contesti di rango non elevato, segnalando che l’uso di preziose bestie egiziane non era patrimonio esclusivo dell’élite cittadina. «Scegliere di sacrificare animali così pregiati è indice di un’enfasi sociale sulla dimostrazione di ricchezza, prestigio e connessioni internazionali,» ha spiegato la dottoressa Elizabeth Arnold, archeologa e coautrice della ricerca. **Il valore attribuito a questi asini femmina, giovani e nel momento migliore per la riproduzione, era altissimo: privarsene rappresentava un gesto fortemente simbolico, probabilmente compiuto per garantire prosperità, protezione e benessere alla casa, secondo credenze ancestrali**. Il contesto della città di Gath, una delle maggiori realtà urbane della regione meridionale della Levante in quell’epoca, va tenuto in considerazione per comprendere appieno il significato del gesto rituale. Il legame tra Gath e l’Egitto, allora potenza dominante, era sostanziato da scambi commerciali regolari: importare un asino dal Nilo comportava costi e difficoltà logistiche notevoli, facendo di ogni animale una sorta di “bene di lusso”. Il sacrificio di questi animali all’interno dell’ambito domestico segnalava un atto magico-propiziatorio, oltre alla volontà di dichiarare pubblicamente lo status sociale raggiunto, con una simbolica connessione alle forze e al prestigio egiziano. Il team di ricerca ha utilizzato la datazione radiocarbonica dei materiali organici circostanti, dato che gli scheletri degli animali stessi erano troppo degradati per fornire campioni affidabili. Non è stato possibile effettuare analisi genetiche, lasciando così irrisolto l’enigma sull’aspetto peculiare di questi asini egiziani rispetto a quelli locali. Quel che emerge, però, è che la pratica delle deposizioni rituali di asini importati era un tratto distintivo e non occasionale nella cultura di Gath: manufatti e resti analoghi sono stati rinvenuti anche nei siti di Tel Azekah e Tel Haror, pur senza la stessa portata simbolica attestata a Tell es-Sâfi. Le domande aperte restano numerose: chi orchestrava i riti e a chi era riservato l’onore – e l’onere – di sacrificare esemplari così preziosi? Si trattava davvero di una prassi diffusa o limitata solo a certe famiglie con particolari legami di scambio con l’Egitto? L’esclusiva scelta di giovani femmine rafforzava il carattere propiziatorio del gesto, grazie al legame simbolico con la fertilità, l’abbondanza e la riproduzione? Le fonti antiche suggeriscono che l’asino nell’immaginario vicino-orientale rivestiva un ruolo di primo piano sia come animale da lavoro sia come intermediario nei lunghi commerci carovanieri. Le carovane di asini aprirono infatti rotte fondamentali tra la Mesopotamia, la regione del Levante e l’Egitto durante tutto il Tardo III millennio a.C., contribuendo alla circolazione non solo di beni materiali, ma anche di idee, tecniche e pratiche culturali. Lo scavo di Tell es-Sâfi si inserisce così in una più ampia cornice di studi che vedono gli animali sacrificati come veri e propri attori sociali, carichi di significato e parte integrante del tessuto di relazioni familiari e comunitarie. Le caratteristiche della sepoltura – posizione, tipo di animale, trattamento del corpo – riflettono codici di comportamento condivisi e tramandati all’interno delle società urbane del tempo. Il fatto che le sepolture siano state trovate tutte sotto abitazioni di quartiere suggerisce che il rito avesse una stretta connessione con la protezione della casa e della comunità nucleare, intendendo la fondazione come atto carico di auspicii. **Importare un asino egiziano per offrirlo in sacrificio domestico equivaleva a invocare la benevolenza divina e la fortuna e la prosperità proprie dell’Egitto stesso**. Sebbene molte domande resteranno per sempre senza risposta, questo straordinario rinvenimento conferma come le società antiche fossero profondamente segnate da una visione complessa e articolata delle relazioni tra uomini, animali e divinità, in una continua tessitura di scambi e influenze. Studi futuri, grazie anche all’avanzamento delle tecniche di analisi dei resti organici e inorganici, potranno forse diradare alcuni dei misteri che ancora circondano la vita e i rituali degli antichi abitanti di Gath. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Preistoria --- ### [L'AI decifra un millenario inno babilonese](https://scriptamanentitalia.it/lai-decifra-un-millenario-inno-babilonese/) **Published:** Luglio 11, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Un **inno di lode a Babilonia**, rimasto nascosto per oltre mille anni, è stato finalmente riportato alla luce grazie all’impegno di un team internazionale guidato dal professor Enrique Jiménez della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco (LMU), in collaborazione con l’Università di Baghdad. La notizia, che sta già facendo il giro del mondo accademico e non solo, getta una luce nuova sulla cultura e la vita quotidiana della città che fu il fulcro della civiltà mesopotamica. Babilonia, fondata intorno al 2000 a.C., era la città più grande del suo tempo e un crocevia di cultura, arte e scienza. **Le sue strade, i suoi templi e i suoi giardini pensili hanno ispirato leggende e miti** che ancora oggi affascinano studiosi e appassionati. Ma ciò che rende questa scoperta straordinaria non è solo l’antichità del testo, ma il modo in cui è stato recuperato: attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale. Il professor Jiménez, esperto di letterature dell’Antico Vicino Oriente, ha sfruttato una piattaforma digitale innovativa, l’Electronic Babylonian Library, per digitalizzare e collegare frammenti di tavolette cuneiformi provenienti da tutto il mondo. **Il testo dell’inno, risalente a circa il 1000 a.C., era noto solo in parte e in forma frammentaria.** La svolta è arrivata quando l’AI ha permesso di identificare ben 30 manoscritti correlati, sparsi tra diverse collezioni e archivi. Un lavoro che, fino a pochi anni fa, avrebbe richiesto decenni di ricerca manuale. Grazie a questi nuovi frammenti, gli studiosi sono riusciti a ricostruire integralmente le 250 linee che compongono l’inno, restituendo voce a un autore babilonese che desiderava celebrare la propria città in tutta la sua magnificenza. L’inno non è solo un tributo architettonico: **descrive con dovizia di particolari la vita degli abitanti di Babilonia, uomini e donne, e offre uno sguardo prezioso sulla società urbana dell’epoca**. Un aspetto che ha colpito particolarmente gli esperti è la presenza di dettagli inediti sul ruolo delle donne, in particolare delle sacerdotesse, e sulle loro funzioni religiose e sociali. Fino ad oggi, nessun testo mesopotamico aveva fornito informazioni così chiare su questi aspetti, rendendo la scoperta ancora più significativa. Il contesto in cui è stato ritrovato il testo aggiunge ulteriore fascino alla vicenda. Le tavolette provengono dalla celebre Biblioteca di Sippar, uno dei più importanti centri di conservazione del sapere dell’antica Mesopotamia. Secondo la leggenda, sarebbe stato addirittura Noè a nascondere qui questi preziosi documenti per proteggerli dal Diluvio. Oggi, grazie all’opera di digitalizzazione e all’utilizzo di tecnologie avanzate, questi frammenti di storia tornano a parlare al mondo contemporaneo. Un dettaglio sorprendente emerso dall’analisi dei manoscritti è che **l’inno era così diffuso da essere copiato dai bambini nelle scuole dell’epoca**. Questo suggerisce che il testo fosse non solo popolare, ma anche parte integrante dell’educazione e della trasmissione dei valori civici e religiosi. È raro che un’opera così centrale nella cultura di un popolo sia rimasta sconosciuta agli studiosi moderni fino ad oggi, il che rende la scoperta ancora più clamorosa. Il contenuto dell’inno è un vero e proprio viaggio poetico attraverso la città di Babilonia. L’autore celebra gli edifici monumentali, ma si sofferma anche sulla natura che circonda la città, in particolare sul ruolo vitale del fiume Eufrate. **Le descrizioni della fertilità delle campagne, dei pascoli verdi, dei raccolti abbondanti e della ricchezza portata dalle acque del fiume sono tra le più dettagliate mai trovate nella letteratura mesopotamica**. Questo è particolarmente rilevante, poiché i testi dell’epoca raramente si soffermano sugli aspetti naturali, preferendo temi mitologici o politici. Un passaggio emblematico dell’inno recita: > *“L’Eufrate è il suo fiume – stabilito dal saggio signore Nudimmud – > Disseta i prati, irriga i canneti, > Scarica le sue acque nella laguna e nel mare, > I suoi campi fioriscono di erbe e fiori, > I suoi prati, in brillante fioritura, fanno spuntare l’orzo, > Da cui, raccolti, i covoni vengono ammucchiati, > Mandrie e greggi giacciono su pascoli verdeggianti, > Ricchezza e splendore – ciò che si addice all’umanità – > Sono concessi, moltiplicati e regalmente donati.”* Questi versi restituiscono l’immagine di una città prospera, dove la natura e l’ingegno umano convivono in armonia. Ma l’inno va oltre la semplice celebrazione materiale: **offre anche uno spaccato della convivenza sociale, sottolineando il rispetto degli abitanti verso gli stranieri e la coesione della comunità urbana**. Un messaggio di apertura e tolleranza che risuona ancora oggi, a distanza di millenni. L’importanza di questa scoperta non si limita all’ambito accademico. **La digitalizzazione e la decifrazione di testi antichi grazie all’intelligenza artificiale stanno rivoluzionando il modo in cui studiamo il passato**, permettendo di collegare frammenti dispersi e di ricostruire opere che si pensavano perdute per sempre. Il progetto dell’Electronic Babylonian Library rappresenta un modello per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale mondiale, rendendo accessibili a studiosi e appassionati tesori che rischiavano di scomparire nell’oblio. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Preistoria --- ### [L'immigrazione nell'antica Roma: come l'Impero gestì barbari e cittadini](https://scriptamanentitalia.it/immigrazione-antica-roma/) **Published:** Luglio 1, 2025 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Dalle origini all’espansione: una città di migranti](#Dalle_origini_allespansione_una_citta_di_migranti) - [L’età imperiale: apertura e controllo](#Leta_imperiale_apertura_e_controllo) - [L’integrazione dei barbari: opportunità e tensioni](#Lintegrazione_dei_barbari_opportunita_e_tensioni) - [La svolta di Caracalla e le nuove sfide](#La_svolta_di_Caracalla_e_le_nuove_sfide) - [Crisi e crollo: quando il sistema non regge più](#Crisi_e_crollo_quando_il_sistema_non_regge_piu) - [Una lezione senza ricette facili](#Una_lezione_senza_ricette_facili) Cosa succede quando un’intera civiltà si trova a dover accogliere, integrare o respingere masse di stranieri? È una domanda che oggi attraversa il dibattito pubblico, ma che ha radici antiche. L’Impero romano, per secoli, fu un laboratorio unico di convivenza tra popoli diversi: un mosaico di lingue, culture e religioni che seppe trasformare l’immigrazione in risorsa, ma che conobbe anche crisi profonde quando i flussi superarono la capacità di assorbimento delle sue istituzioni. Dalla leggenda di Romolo che apre le porte ai fuggiaschi, alle guerre sociali per la cittadinanza, fino alle grandi ondate di “barbari” alle frontiere, la storia di Roma è un susseguirsi di aperture e chiusure, di integrazioni riuscite e di tensioni esplosive. Raccontare come Roma affrontò la sfida dell’immigrazione significa ripercorrere le sue più grandi conquiste, ma anche i suoi errori e le sue fragilità. Una lezione, forse, ancora attuale. ## Dalle origini all’espansione: una città di migranti La leggenda della fondazione di Roma racconta di una città che accoglieva chiunque: schiavi, rifugiati, stranieri di ogni provenienza. Questo spirito pragmatico si mantenne anche nei secoli successivi. Durante la monarchia e la prima repubblica, Roma si espanse assorbendo i popoli vicini: sabini, etruschi, latini, ognuno portatore di usi e costumi diversi. La cittadinanza era concessa con cautela, spesso solo dopo lunghi periodi di alleanza o sottomissione, ma la direzione era chiara: chi si integrava, poteva diventare romano. Un esempio è la “guerra sociale” (91-88 a.C.), quando gli alleati italici si ribellarono per ottenere la cittadinanza. Fu uno dei momenti più drammatici e significativi della storia della Repubblica romana, perché mise in discussione i rapporti tra Roma e i suoi alleati italici (*socii*), che da secoli fornivano uomini e risorse all’espansione romana ma restavano esclusi dai pieni diritti di cittadinanza. La guerra fu durissima e coinvolse quasi tutta l’Italia centro-meridionale: Marsi, Sanniti, Piceni, Vestini, Peligni, Marrucini, Frentani, Irpini, Lucani e altre popolazioni si unirono contro Roma, schierando un esercito di circa 100.000 uomini. I primi anni videro anche gravi sconfitte per i Romani, e il rischio che altre popolazioni ancora neutrali si unissero ai ribelli spinse Roma a cambiare strategia. Per evitare il tracollo, il Senato emanò una serie di leggi (Lex Iulia, Lex Plautia Papiria) che concedevano la cittadinanza alle città e ai popoli che avessero deposto le armi o fossero rimasti fedeli. Questo provvedimento, insieme alle vittorie militari di Lucio Cornelio Silla, portò progressivamente alla fine della guerra. Al termine del conflitto, la cittadinanza romana fu estesa a quasi tutti gli Italici a sud del Po, segnando una svolta storica: per la prima volta, Roma superava il principio etnico e apriva la propria comunità politica a popoli diversi, ponendo le basi per una nuova fase di integrazione nell’Italia romana. ## L’età imperiale: apertura e controllo Con l’arrivo di Giulio Cesare e la fine della Repubblica, il processo di inclusione si fece ancora più ampio. Cesare concesse la cittadinanza a intere comunità della Gallia Cisalpina che lo avevano sostenuto durante la guerra civile. Un gesto che suscitò polemiche a Roma, dove molti temevano che l’identità romana venisse “diluita”. Eppure, questa strategia permise di rafforzare la lealtà delle province e di creare una classe dirigente locale fedele all’Impero. Durante il principato di Augusto e dei suoi successori, la cittadinanza continuò a essere un premio per la fedeltà e il servizio. I veterani delle legioni, spesso di origine provinciale, ricevevano terre e diritti civili. In molte città di Spagna, Gallia, Africa e Asia Minore, le élite locali adottavano usi e nomi romani per essere ammesse nel senato cittadino e, in alcuni casi, persino nel senato di Roma. Un caso emblematico è quello di Lugdunum (Lione): la città divenne un modello di romanizzazione, con i suoi cittadini che arrivarono a occupare importanti cariche pubbliche. L’integrazione era anche culturale: le divinità locali venivano associate a quelle romane, le lingue si mescolavano, le leggi si uniformavano. Non mancavano però resistenze. Nel 68 d.C., la rivolta di Batavi e Galli, guidata da Gaio Giulio Civile, dimostrò che il processo di romanizzazione non era mai lineare: i popoli integrati potevano anche ribellarsi se si sentivano oppressi o esclusi dai benefici dell’Impero. ## L’integrazione dei barbari: opportunità e tensioni La gestione delle popolazioni “barbariche” (germanici, sarmati, daci, ecc.) fu più complessa. Roma alternava la forza alla diplomazia: alcune tribù venivano sconfitte e ridotte in schiavitù, altre insediate come *foederati* (alleati armati) lungo i confini. Questi popoli fornivano soldati e, in cambio, ottenevano terre e una certa autonomia. Il sistema funzionava finché i numeri erano contenuti e i rapporti di forza favorevoli a Roma. I barbari potevano fare carriera: il caso di Arminio, capo dei Cherusci, arruolato nell’esercito romano e poi passato alla storia per aver inflitto una delle peggiori sconfitte a Roma nella foresta di Teutoburgo (9 d.C.), dimostra però che l’integrazione non era mai scontata. In altri casi, l’inserimento funzionò meglio: molti ufficiali e persino imperatori del III secolo erano di origine provinciale o “barbarica”, come Massimino il Trace. L’esercito romano divenne un grande motore di inclusione, ma anche un luogo di tensioni e rivalità. Un altro esempio riguarda la presenza di intere comunità sarmatiche e gotiche nell’esercito e nelle campagne dell’Impero. Alcuni gruppi, come i Sarmati trasferiti in Britannia, lasciarono tracce durature nella cultura locale, secondo alcune leggende persino ispirando la figura di Re Artù. ## La svolta di Caracalla e le nuove sfide Nel 212 d.C., l’imperatore Caracalla promulgò la Constitutio Antoniniana, un editto che rappresentò una delle più radicali svolte nella storia della cittadinanza romana. Con questa legge, la cittadinanza fu concessa a quasi tutti gli abitanti liberi dell’Impero, un territorio che si estendeva dall’Atlantico alla Mesopotamia, dal Sahara alla Britannia. Fino a quel momento, essere cittadino romano era un privilegio riservato a una minoranza, spesso ottenuto dopo anni di servizio militare, fedeltà politica o per discendenza. Le motivazioni di Caracalla erano molteplici e non prive di calcolo politico. Da un lato, c’era la volontà di rafforzare il legame tra il potere centrale e le province, creando una comunità giuridica più omogenea e riducendo le differenze tra centro e periferia. Dall’altro, c’erano ragioni fiscali molto concrete: la cittadinanza comportava nuovi obblighi, in particolare il pagamento di tasse da cui molti provinciali erano fino ad allora esentati. L’estensione della cittadinanza aumentò notevolmente il gettito fiscale, necessario per sostenere un esercito sempre più numeroso e costoso e una burocrazia in rapida espansione. L’editto di Caracalla fu accolto in modo diverso nelle varie parti dell’Impero. In alcune province, come l’Egitto o la Siria, la cittadinanza romana era vista come un’opportunità di ascesa sociale e di accesso a carriere pubbliche e militari fino ad allora precluse. In altre zone, invece, la nuova tassa sulla successione (la cosiddetta “vicesima hereditatium”) fu vissuta come un aggravio insopportabile. Alcuni storici antichi, come Cassio Dione, sottolineano come la misura fu percepita da molti come un’imposizione dall’alto, più che come un vero atto di inclusione. Dal punto di vista culturale, la Constitutio Antoniniana accelerò il processo di romanizzazione delle élite provinciali, ma non cancellò le differenze locali. Le lingue, le religioni e le tradizioni continuarono a convivere sotto il grande ombrello giuridico di Roma. In molte città, le famiglie più influenti iniziarono a vantare con orgoglio il nuovo status di “cives Romani”, adottando nomi e costumi latini, ma mantenendo spesso un forte legame con le proprie radici. Un aspetto interessante è che la cittadinanza universale, pur ampliando i diritti, non garantiva automaticamente la piena integrazione sociale. I nuovi cittadini potevano accedere ai tribunali romani, stipulare contratti e sposarsi secondo il diritto romano, ma restavano spesso esclusi dai centri del potere e dalle cariche più alte, ancora dominate dalle antiche famiglie senatorie e dall’aristocrazia italica. Nonostante queste ambiguità, la svolta di Caracalla segnò un punto di non ritorno: la romanità divenne una condizione giuridica, non più etnica o territoriale. L’Impero si trasformò in una realtà ancora più multiculturale, dove la cittadinanza era ormai uno strumento di governo e di coesione, ma anche di controllo fiscale e amministrativo. Ma questa apertura non eliminò le tensioni. Le differenze tra centro e periferia, tra antichi cittadini e nuovi “romani”, restarono forti. In alcune province, la romanizzazione fu superficiale e le tradizioni locali continuarono a prevalere. ## Crisi e crollo: quando il sistema non regge più Nel IV e V secolo, la pressione ai confini crebbe. Popolazioni intere, spinte dalle invasioni degli Unni o dalla ricerca di terre migliori, chiesero asilo all’Impero. Il caso dei Visigoti accolti sul Danubio nel 376 è emblematico: maltrattati e affamati dai funzionari romani, si ribellarono e inflissero una durissima sconfitta a Valente ad Adrianopoli (378). Da quel momento, Roma perse progressivamente il controllo delle sue frontiere. Le tribù venivano insediate come *foederati*, ma spesso mantenevano le proprie leggi e capi. In Gallia, in Spagna, in Italia, i capi barbari divennero “re” di fatto, anche se formalmente riconoscevano l’autorità imperiale. Un aneddoto significativo riguarda la corte di Ravenna, dove il generale Stilicone, figlio di un vandalo e di una romana, fu per anni il vero difensore dell’Impero d’Occidente. Eppure, nonostante i suoi successi militari, fu giustiziato con l’accusa di tradimento: la diffidenza verso gli “stranieri” restava fortissima, anche ai vertici dello Stato. Il caso di Teodorico, re degli Ostrogoti, che governò l’Italia cercando di mantenere separate le comunità gotiche e romane, mostra come la coesistenza fosse spesso più una necessità che una vera integrazione. Nonostante i tentativi di collaborazione, le tensioni religiose e culturali portarono a nuovi conflitti e alla fine della speranza di una fusione pacifica. Nel 452, il celebre incontro tra papa Leone I e Attila, re degli Unni, evitò il saccheggio di Roma, ma solo grazie a un mix di diplomazia, denaro e, secondo alcune fonti, anche di epidemie che colpirono l’esercito degli invasori. Era il segno che la forza militare non bastava più: Roma doveva affidarsi sempre più spesso alla trattativa e al compromesso. ## Una lezione senza ricette facili Nel 476, Odoacre, capo degli Eruli e generale dell’esercito romano, depose l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo. Non fu un’invasione improvvisa, ma il risultato di decenni di convivenza difficile, di integrazione riuscita solo a metà, di istituzioni ormai incapaci di gestire la complessità. La storia di Roma mostra che l’immigrazione può essere una risorsa, ma solo se la società è in grado di integrare chi arriva, senza creare ghetti o tensioni insostenibili. Può anche diventare un fattore di crisi, se i numeri superano la capacità di accoglienza o se mancano regole e istituzioni solide. Né apertura totale né chiusura assoluta: la forza di Roma fu, per secoli, la capacità di adattarsi, di includere e di governare il cambiamento. Quando questo equilibrio si ruppe, anche il più grande impero della storia occidentale si trovò impreparato di fronte alla sfida dei “barbari alle porte”. Una lezione che, ancora oggi, merita di essere ricordata. FONTI - Alessandro Barbero, *Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano* - Matteo Sanfilippo, *L’immigrazione in Roma antica* - G. Valditara, *L’immigrazione nell’Antica Roma: una questione attuale* - Maurizio Stefanini, *L’immigrazione nell’antica Roma: una questione attuale* - Mercogliano, *Spunti e appunti brevi in tema di immigrazione nell’antica Roma* ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [I gladiatori romani: non eroi ma criminali e schiavi](https://scriptamanentitalia.it/gladiatori-romani-realta-dietro-mito-eroi-sportivi/) **Published:** Giugno 23, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le origini sociali dei gladiatori](#Le_origini_sociali_dei_gladiatori) - [Criminali condannati](#Criminali_condannati) - [Il sistema delle scuole gladiatorie](#Il_sistema_delle_scuole_gladiatorie) - [Addestramento e condizioni di vita](#Addestramento_e_condizioni_di_vita) - [Status legale e sociale](#Status_legale_e_sociale) - [Privilegi eccezionali](#Privilegi_eccezionali) - [La realtà dei combattimenti](#La_realta_dei_combattimenti) - [Regole e arbitraggio](#Regole_e_arbitraggio) - [Contesto politico e sociale](#Contesto_politico_e_sociale) - [Riflesso della gerarchia sociale](#Riflesso_della_gerarchia_sociale) - [Evidenze archeologiche moderne](#Evidenze_archeologiche_moderne) - [Ritrovamenti di Pompei](#Ritrovamenti_di_Pompei) - [Il mito dell’atleta eroico](#Il_mito_dellatleta_eroico) - [La realtà del paradosso sociale](#La_realta_del_paradosso_sociale) - [L’eredità storica](#Leredita_storica) La percezione moderna dei gladiatori romani come atleti eroici e celebrità dello sport antico rappresenta una delle distorsioni storiche più radicate nella cultura popolare contemporanea. Questa interpretazione romanticizzata, alimentata dal cinema hollywoodiano e dalle rappresentazioni museali contemporanee, ha trasformato quello che era fondamentalmente un sistema brutale di controllo sociale in una narrativa di gloria sportiva. La realtà storica racconta una storia profondamente diversa: i gladiatori erano principalmente prigionieri di guerra, criminali condannati e schiavi, costretti a combattere per l’intrattenimento delle masse romane in un contesto che aveva ben poco a che fare con lo sport moderno. L’origine di questa distorsione può essere rintracciata nelle rappresentazioni museali moderne, come quella criticata nel Queensland Museum, che presenta i gladiatori come “atleti d’élite” del mondo antico, paragonandoli ai combattenti di arti marziali miste contemporanee. Questa prospettiva ignora completamente il contesto sociale, legale e religioso che rendeva possibile l’esistenza stessa dei gladiatori, riducendo un fenomeno complesso e spesso brutale a un semplice spettacolo sportivo. ## **Le origini sociali dei gladiatori** La stragrande maggioranza dei gladiatori proveniva dalle categorie più vulnerabili della società romana. I prigionieri di guerra costituivano una fonte primaria per il reclutamento gladiatorio, catturati durante le innumerevoli campagne militari che Roma condusse durante la Repubblica e l’Impero. La rivolta di Spartaco nel 73-71 a.C. rappresenta l’esempio più famoso di come questi prigionieri di guerra potessero trasformarsi in gladiatori. Spartaco stesso era un trace che aveva servito nell’esercito romano prima di essere catturato e ridotto in schiavitù. Gli schiavi costituivano un’altra categoria fondamentale nel mondo gladiatorio. Venivano acquistati dai lanistae, i proprietari delle scuole gladiatorie, sul mercato aperto o venduti direttamente dai loro padroni come forma di punizione. Il futuro imperatore Vitellio, ad esempio, una volta vendette uno schiavo difficile a un lanista itinerante, ma si pentì poco prima che l’uomo dovesse apparire come gladiatore e gli concesse la libertà. ## **Criminali condannati** Il sistema giudiziario romano prevedeva una specifica condanna per i criminali capitali: la *damnatio ad ludum gladiatorium*. Questa sentenza condannava i criminali a vivere in una scuola gladiatoria dove sarebbero stati addestrati per una carriera nell’arena. La pratica era così diffusa che nella provincia di Bitinia, nell’attuale Turchia nord-occidentale, durante il secondo secolo d.C., così tanti condannati ricevettero questa pena che le scuole gladiatorie non riuscivano ad accoglierli tutti e furono costretti a diventare schiavi pubblici. Alcuni condannati venivano invece destinati alle scuole per cacciatori d’arena (*ludus venatorius*), una pena equivalente al servizio nella scuola gladiatoria, anche se probabilmente con un rischio di morte minore. Questa differenziazione mostrava come il sistema romano avesse sviluppato una gerarchia anche all’interno delle condanne a morte spettacolarizzate. ## **Il sistema delle scuole gladiatorie** Le scuole gladiatorie, conosciute come *ludi*, erano istituzioni complesse che fungevano da campi di addestramento brutali e disciplinati. Stabilite intorno al III secolo a.C., queste istituzioni inizialmente servivano per addestrare schiavi, criminali e prigionieri di guerra, trasformandoli in combattenti qualificati per le arene insanguinate. Con la crescita della popolarità di questi spettacoli mortali, i *ludi* si evolsero da modesti inizi in strutture sofisticate dedicate all’arte del combattimento gladiatorio. Il *lanista*, figura chiave dell’industria gladiatoria, era il proprietario e gestore commerciale di una troupe di gladiatori, chiamata *familia gladiatoria*. I gladiatori erano alloggiati e addestrati nella scuola, e il mestiere del gladiatore, per estensione quello del lanista, era considerato piuttosto disdicevole nella società romana. Un cittadino romano rispettabile cercava di guadagnarsi da vivere con il cervello o l’abilità, magari come avvocato o gioielliere, mentre coloro che affittavano i loro corpi per denaro erano visti come persone che si erano vendute indegnamente. ## **Addestramento e condizioni di vita** L’addestramento gladiatorio era caratterizzato da una disciplina ferrea e spesso letale. I nuovi arrivati venivano chiamati *novicius*, ma una volta completato il regime iniziale, guadagnavano il titolo di *tirones gladiatores* o *tiros*. Il gladiatore che combatteva la sua prima battaglia era quindi conosciuto come *tiro*, contraddistinto non solo dall’addestramento ma spesso anche da tatuaggi come segno del suo nuovo ruolo nei giochi mortali. Nonostante la brutalità dell’addestramento, i gladiatori non erano trattati crudelmente dai loro padroni perché rappresentavano un investimento significativo. Spesso potevano tenere i loro premi in denaro, avevano una dieta costante e un posto dove vivere, buone cure mediche, ricevevano molti piaceri della carne e potevano persino guadagnare la loro libertà. Questa cura relativa era dettata da considerazioni puramente economiche: un gladiatore ben addestrato rappresentava un investimento costoso che doveva essere preservato il più a lungo possibile. ## **Status legale e sociale** Dal punto di vista legale, i gladiatori erano marchiati con l’*infamia*, una condizione che li privava di molti diritti civili anche se fossero stati liberti o cittadini liberi. Come attori, prostitute e tutti gli altri considerati “venditori dei propri corpi” per l’intrattenimento, i gladiatori erano *infames*: se liberti o liberi, erano cittadini romani ma privati della maggior parte dei loro diritti civici. Questa condizione legale rifletteva l’atteggiamento ambivalente dei romani verso i gladiatori. Da un lato, la società romana li ammirava e li glorificava, dall’altro li escludeva dalla società, li sottoponeva a varie restrizioni legali e li marchiava con il disonore. Un cittadino romano libero che si legava volontariamente con un contratto (*auctoramentum*) per combattere nell’arena come gladiatore veniva dichiarato disonorevole e sottoposto a varie restrizioni, oltre a dover sopportare uno status simile a quello di schiavo. ## **Privilegi eccezionali** Paradossalmente, i gladiatori godevano di alcuni privilegi che altri schiavi non avevano nella società romana. Potevano accumulare grandi quantità di ricchezza, cosa che non poteva essere fatta dalla maggior parte degli schiavi. Ogni vittoria comportava l’assegnazione di oro, e alcuni gladiatori vincevano numerose volte, con esempi di gladiatori che combattevano in oltre quaranta scontri. I gladiatori potevano anche sposarsi e crescere figli, un privilegio negato tipicamente agli altri schiavi. Alcuni dei gladiatori di maggior successo potevano gestire le proprie famiglie, o almeno far vivere le loro mogli e figli con loro nel *ludus*. Il poeta romano Giovenale registra una storia d’amore tra una donna e un gladiatore, menzionando che la donna non si vergognava di essere chiamata “gladiator groupie”. ## **La realtà dei combattimenti** Contrariamente alla rappresentazione cinematografica che suggerisce che quasi tutti i combattimenti gladiatori finissero con la morte sanguinosa di uno dei guerrieri, la realtà era più sfumata. Le prove indicano che il tasso di mortalità dei gladiatori variava considerevolmente nel tempo. Per esempio, i dipinti tombali del IV secolo a.C. nel sito di Paestum mostrano gladiatori che ricevono ferite terribili, come lance conficcate nella testa dell’avversario, che sarebbero state fatali. I giochi gladiatori furono riformati dopo il 27 a.C., causando una diminuzione del tasso di mortalità. Nel I secolo d.C., lo studio dei risultati dei combattimenti gladiatori dipinti sui muri di Pompei indica che su 5 combattimenti, uno finiva con la morte del perdente. Questo tasso di mortalità probabilmente rimase simile durante il II secolo d.C. ## **Regole e arbitraggio** I combattimenti gladiatori non erano caotici scontri all’ultimo sangue, ma eventi regolamentati con regole specifiche. Un gladiatore poteva arrendersi lasciando cadere il suo scudo ed estendendo l’indice. Inoltre, c’era un *summa rudis*, un arbitro che poteva far rispettare le regole e fermare il combattimento se un gladiatore era sul punto di essere ucciso. Gli scontri avevano anche pause per il riposo e potevano essere fermati completamente. Se la persona che organizzava i combattimenti gladiatori lo concedeva, al perdente era permesso di lasciare l’arena senza ulteriori danni. Un combattimento in cui la sconfitta significava morte automatica per il perdente era conosciuto come *sine missio*, che si traduce come “senza pietà”. ## **Contesto politico e sociale** I giochi gladiatori servivano come strumento fondamentale di controllo sociale nel sistema politico romano. L’antica Roma era ricca ma la maggior parte dei romani era povera, con un cittadino su quattro che era schiavo. Il sistema di “pane e circhi” (*panem et circenses*) serviva a mantenere la popolazione pacificata: se le persone erano nutrite e intrattenute, non si sarebbero ribellate contro il governo. Gli spettacoli gladiatori erano gratuiti e rappresentavano l’intrattenimento più stravagante. I romani si recavano in uno spazio aperto come il Foro e ricevevano un biglietto gratuito, solitamente scolpito in osso o terracotta, che indicava l’arco del Colosseo attraverso cui sarebbero entrati e il livello dove si sarebbero seduti, tutto secondo la classe sociale. I giochi erano sponsorizzati da un “editor”, che di solito era l’imperatore regnante. ## **Riflesso della gerarchia sociale** Gli spettacoli gladiatori fungevano da “specchio sociale” attraverso il quale la folla poteva testimoniare il potere e dirigere il proprio sguardo sulla struttura sociale del mondo romano che si rifletteva su di loro. Non solo lo spettacolo romano era uno specchio che aiutava a definire la grandezza, ma tale intrattenimento forniva un forum pubblico per la necessaria “comunicazione politica” tra l’élite dominante e la sua popolazione che era stata a lungo una componente centrale della tradizione politica romana. Il potere e il rispetto accordati a certi membri della società venivano riaffermati attraverso l’acclamazione popolare della folla, modellando così gli atteggiamenti su come i vari gruppi all’interno della gerarchia sociale di Roma dovessero essere visti. Dalle sedi di privilegio occupate dai più onorati, a quelle anime apparentemente degradate, i più bassi dei bassi, che erano in mostra nelle arene per tutti da vedere. ## **Evidenze archeologiche moderne** Le scoperte archeologiche moderne hanno fornito prove concrete sulla vita e la morte dei gladiatori. Nel 1993, durante gli scavi per la necropoli di Efeso in Turchia, un team guidato da Dieter Knibbe fece una scoperta insolita: per la prima volta, gli archeologi avevano trovato un inequivocabile luogo di sepoltura di diversi gladiatori. A differenza di altre tombe riconosciute come appartenenti a gladiatori, le tombe di Efeso hanno lapidi che raffigurano gladiatori e iscrizioni che li identificano. Questo costituisce una prova conclusiva per l’identità degli individui che giacciono sotto. Mentre solo alcune delle tombe avevano lapidi per indicare che la persona era un gladiatore, le altre furono dedotte essere di gladiatori dalle somiglianze nelle prove ossee come ferite o esami chimici. ## **Ritrovamenti di Pompei** Gli scavi di Pompei hanno rivelato dettagli affascinanti sulla vita quotidiana dei gladiatori. Nel 2019, un vivido affresco raffigurante un gladiatore corazzato in piedi vittorioso mentre il suo avversario ferito barcolla perdendo sangue è stato scoperto nell’antica città romana. La scena impressionante in oro, blu e rosso è stata scoperta in quello che gli esperti pensano fosse una taverna frequentata dai gladiatori. L’affresco mostra un combattente “Murmillo” che indossa un elmo piumato a tesa larga con visiera, tiene sollevato il suo grande scudo rettangolare nella mano sinistra mentre impugna la sua spada corta nella destra. A terra accanto a lui giace lo scudo del “Thraex” sconfitto, che ha subito ferite profonde ed è sul punto di collassare. La rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella sul polso e sul petto del gladiatore sfortunato, da cui scorre il sangue bagnando le sue ghette, fornisce una visione cruda della violenza reale di questi combattimenti. ## **Il mito dell’atleta eroico** La cultura popolare è largamente responsabile dell’idea sbagliata che i gladiatori combattessero sempre fino alla morte. Film come *Gladiatore* (2000) e *Spartaco* (1960), così come programmi televisivi recenti, hanno perpetuato l’immagine dei gladiatori come guerrieri eroici impegnati in battaglie epiche. Queste rappresentazioni fittizie del combattimento gladiatorio a volte si prendono alcune libertà con la verità. Le analogie sportive che permeano le esposizioni moderne sono particolarmente problematiche. Gli spettatori sono abitualmente definiti “fan” e i cataloghi promettono esposizioni che “toccano molte questioni che hanno paralleli con lo sport moderno e la cultura sportiva”. A volte, le esposizioni sembrano anche aver preso spunto dalla cultura contemporanea dei videogiochi. ## **La realtà del paradosso sociale** I gladiatori erano simboli complessi per i romani, mostrando contemporaneamente degradazione e onore. Potevano essere schiavi, liberti o cittadini in disgrazia, ma allo stesso tempo ci voleva coraggio e bravura per guardare la morte in faccia e accettarla senza vacillare, e questa qualità i romani la apprezzavano. Così i gladiatori potevano essere usati come specchio per la virilità romana e come esempio di come comportarsi, anche se allo stesso tempo i romani approvavano leggi contro le élite e gli uomini e donne “rispettabili” che combattevano come gladiatori. Questa ambivalenza rifletteva la complessità della società romana stessa. Da un lato, i gladiatori incarnavano virtù romane fondamentali come il coraggio, la disciplina e l’accettazione stoica del destino. Dall’altro, la loro stessa esistenza dipendeva dalla violazione di altri valori romani centrali, come la dignità personale e l’autonomia del cittadino. ## **L’eredità storica** La trasformazione dei gladiatori da vittime di un sistema brutale di controllo sociale a eroi sportivi nella cultura popolare moderna rappresenta un esempio significativo di come la storia possa essere rimodellata per servire narrazioni contemporanee. Questa distorsione non solo oscura la realtà storica dell’esperienza gladiatoria, ma impedisce anche una comprensione più profonda delle dinamiche sociali, politiche ed economiche che rendevano possibile questo sistema. La vera eredità dei gladiatori romani non risiede nella loro presunta gloria atletica, ma nella loro testimonianza sulla capacità umana di trovare dignità e significato anche nelle circostanze più degradanti. Il fatto che alcuni gladiatori riuscissero a guadagnare fama, ricchezza e persino libertà all’interno di un sistema progettato per sfruttarli e distruggerli parla della resilienza dello spirito umano più di qualsiasi narrazione eroica moderna. La comprensione corretta dei gladiatori romani richiede il riconoscimento del loro status fondamentale come vittime di un sistema sociale che trasformava la violenza e la morte in intrattenimento di massa. Solo attraverso questa lente possiamo apprezzare veramente la complessità del loro ruolo nella società romana e l’eredità duratura che hanno lasciato nella storia umana. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Le protesi nel mondo antico. Così si curavano gli amputati](https://scriptamanentitalia.it/protesi-mondo-antico-cosi-curavano-amputati/) **Published:** Giugno 12, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il dito del piede di Cairo: la più antica protesi funzionale](#Il_dito_del_piede_di_Cairo_la_piu_antica_protesi_funzionale) - [Il dito di Greville Chester](#Il_dito_di_Greville_Chester) - [Egesistrato e il piede di legno](#Egesistrato_e_il_piede_di_legno) - [La gamba di Capua: un capolavoro di ingegneria antica](#La_gamba_di_Capua_un_capolavoro_di_ingegneria_antica) - [Marco Sergio e la mano di Ferro](#Marco_Sergio_e_la_mano_di_Ferro) - [Giustiniano II e il naso d’oro](#Giustiniano_II_e_il_naso_doro) - [Tatikios e la protesi nasale](#Tatikios_e_la_protesi_nasale) - [Il caso dell’uomo medievale con il coltello-protesi](#Il_caso_delluomo_medievale_con_il_coltello-protesi) - [Innovazioni tecniche e materiali](#Innovazioni_tecniche_e_materiali) - [Una nuova vita per gli amputati](#Una_nuova_vita_per_gli_amputati) Anche se potrebbe non sembrare, le protesi hanno una storia molto antica, risalente a migliaia di anni fa, quando le prime civiltà iniziarono a sviluppare soluzioni ingegnose per sostituire arti e parti del corpo perdute Queste prime innovazioni non erano semplici ornamenti, ma spesso dispositivi funzionali che permettevano alle persone di continuare a svolgere attività quotidiane nonostante le menomazioni fisiche. Attraverso i secoli, dall’antico Egitto alla Grecia classica, dall’Impero Romano al Medioevo europeo, le protesi hanno subito un’evoluzione importante. Questo articolo esplora la storia affascinante delle protesi nel mondo antico, esaminando i materiali utilizzati, le tecniche di costruzione, la funzionalità e il significato sociale di questi dispositivi pionieristici. ## Il dito del piede di Cairo: la più antica protesi funzionale La protesi più antica conosciuta al mondo è un alluce in legno magnificamente scolpito, risalente a circa 3.000 anni fa. Scoperto alla fine degli anni ’90 nella tomba di Tabaketenmut, figlia di un sacerdote egizio sepolta in un sito chiamato “La Valle dei Nobili”, questo antico alluce presenta tre parti allacciate insieme per flettersi con il piede durante la camminata. Questa protesi, conosciuta come “Dito del Cairo”, è datata tra il 950 e il 710 a.C. ed è considerata la più antica protesi funzionale mai scoperta. I ricercatori dell’Università di Manchester hanno condotto test scientifici utilizzando repliche di questa protesi, dimostrando che non era semplicemente un ornamento funerario, ma un dispositivo pratico utilizzato durante la vita del paziente. La protesi mostrava segni di usura e il suo design suggeriva che fosse stata realizzata per un uso quotidiano. Inoltre, è stato scoperto che la protesi era stata cambiata più volte per adattarsi perfettamente al piede della donna, indicando un’attenzione particolare al comfort e alla funzionalità. ## Il dito di Greville Chester Un’altra protesi egizia importante è il “Dito di Greville Chester”, conservato al British Museum e risalente a prima del 600 a.C.4. Questa protesi era realizzata in un materiale composito di lino, gesso e colla, modellato a forma di alluce destro. A differenza del Dito del Cairo, che era realizzato in legno e pelle, il Dito di Greville Chester era probabilmente più orientato all’estetica, anche se poteva comunque offrire un certo grado di funzionalità. Per gli antichi egizi, le protesi non avevano solo uno scopo funzionale o estetico, ma anche un profondo significato spirituale. La completezza fisica era considerata essenziale per la vita nell’aldilà, e le protesi aiutavano a garantire questa integrità corporea dopo la morte. L’amputazione era spesso temuta più della morte stessa in alcune culture, poiché si credeva che influenzasse non solo l’amputato sulla terra, ma anche nell’aldilà. Gli arti amputati venivano sepolti e poi dissotterrati e riseppelliti al momento della morte dell’amputato, in modo che potesse essere integro per la vita eterna. ## Egesistrato e il piede di legno Uno dei primi resoconti storici dell’uso di protesi nella Grecia antica proviene dallo storico Erodoto, che racconta la storia di Egesistrato, un indovino greco che si amputò il piede per sfuggire alla prigionia spartana e lo sostituì con uno di legno. Questo episodio, databile intorno al V secolo a.C., dimostra che le protesi funzionali erano conosciute e utilizzate nell’antica Grecia. Durante il periodo ellenistico (323-31 a.C.), le tecniche chirurgiche avanzarono considerevolmente grazie agli studi anatomici approfonditi condotti dai medici presso il Museion e la Biblioteca di Alessandria. Questi progressi migliorarono la comprensione del sistema circolatorio e portarono alla scoperta che i vasi sanguigni potevano essere legati per prevenire emorragie, il che significava che le amputazioni potevano essere eseguite lentamente e con cura. Questo riduceva il rischio che il paziente morisse per perdita di sangue e rendeva i monconi più adatti all’uso di protesi. Si stima che nell’antica Grecia, circa l’80% dei soldati gravemente feriti morisse il giorno stesso della battaglia, e del restante 20%, un terzo moriva per le ferite dopo essere tornato a casa. In questo contesto, le estremità dei soldati erano particolarmente vulnerabili, e la chirurgia ortopedica si era raffinata al punto che le protesi iniziavano a diventare disponibili come alternative a bastoni e stampelle. ## La gamba di Capua: un capolavoro di ingegneria antica Una delle protesi più famose dell’antichità è la “Gamba di Capua”, scoperta durante gli scavi a Capua, Italia, nell’inverno 1884-1885. Datata intorno al 300 a.C., questa protesi di gamba era realizzata con un nucleo di legno rivestito di bronzo e rappresenta uno dei primi esempi di protesi di arto inferiore. La gamba era cava nella parte superiore, probabilmente per accogliere un’imbottitura per il proprietario, e veniva fissata con sottili aste e cinghie. Il rivestimento in bronzo assomigliava all’armatura degli stinchi dei soldati, suggerendo che potesse essere stata realizzata da armaioli piuttosto che da personale medico. Purtroppo, l’originale della Gamba di Capua, conservato al Royal College of Surgeons di Londra, fu distrutto durante un bombardamento aereo nella Seconda Guerra Mondiale. Oggi ne esistono solo copie, tra cui una conservata al Science Museum di Londra. ## Marco Sergio e la mano di Ferro Un altro esempio notevole di protesi romana è la mano di ferro utilizzata dal generale romano Marco Sergio durante la Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.). Secondo Plinio il Vecchio nella sua “Storia Naturale”, dopo aver perso la mano destra, Marco Sergio si fece costruire una mano di ferro che gli permetteva di tenere lo scudo in battaglia. Questo gli consentì di tornare a combattere, partecipando all’assedio di Cremona e catturando dodici accampamenti nemici in Gallia. “Nessuno – almeno secondo la mia opinione – può giustamente classificare qualsiasi uomo al di sopra di Marco Sergio… Nella sua seconda campagna Sergio perse la mano destra. In due campagne fu ferito ventitré volte, con il risultato che non aveva alcun uso né delle mani né dei piedi: solo il suo spirito rimase intatto… Si fece fare una mano destra di ferro e, andando in battaglia con questa legata al braccio, tolse l’assedio a Cremona, salvò Piacenza e catturò dodici accampamenti nemici in Gallia.” Le protesi romane erano tipicamente realizzate con materiali disponibili come legno, metallo (principalmente bronzo e ferro) e pelle. La lavorazione di questi dispositivi richiedeva abilità artigianali considerevoli, combinando tecniche di metallurgia, falegnameria e lavorazione del cuoio. Le protesi erano spesso progettate non solo per essere funzionali, ma anche per imitare, almeno in parte, l’aspetto dell’arto mancante. ## Giustiniano II e il naso d’oro Un caso interessante nell’Impero Bizantino è quello dell’imperatore Giustiniano II, soprannominato “Rinotmeto” (dal naso tagliato). Nel 695 d.C., Giustiniano fu deposto dal generale Leonzio, che lo fece mutilare tagliandogli il naso, una punizione comune a Bisanzio per i nemici politici. Dieci anni dopo, Giustiniano riconquistò il trono di Bisanzio. Secondo alcune fonti, durante il suo secondo regno, Giustiniano avrebbe indossato una protesi nasale d’oro. Un cronista di nome Agnello di Ravenna riportò che il basileus tornò al potere con un naso artificiale d’oro. Tuttavia, Agnello è considerato una fonte storica inaffidabile, avendo scritto circa 200 anni dopo il regno di Giustiniano, e affermò anche che l’imperatore avesse “orecchie d’oro”, un dettaglio non corroborato da altre fonti. ## Tatikios e la protesi nasale Un altro caso bizantino riguarda un generale dell’XI-XII secolo di nome Tatikios, che secondo alcune fonti avrebbe avuto il naso tagliato e sostituito con una protesi d’oro, simile a Giustiniano II. Questa informazione proviene principalmente da fonti franche come Guiberto di Nogent nella sua opera “Le Gesta di Dio attraverso i Franchi” e Guglielmo di Tiro nella sua “Storia delle Imprese Compiute Oltremare”, che lo descrivono come “dal naso tagliato”. Ad onore del vero, l’attendibilità di queste fonti è discutibile, poiché i Franchi avevano una visione negativa di Tatikios nei loro scritti, e spesso lo hanno etichettato come truffatore e codardo. La pratica di amputare il naso come punizione era diffusa nell’Impero Bizantino e successivamente tra gli Arabi. Questa punizione era spesso inflitta per adulterio (solo alle donne) o per opposizione politica. La mutilazione nasale era considerata particolarmente efficace perché, secondo le credenze dell’epoca, il naso era associato al carattere e alla dignità della persona. La rinotomia (amputazione del naso) era anche decretata per legge in alcune parti d’Europa: Childeberto II, alla fine del VI secolo, condannò a questa punizione alcuni sudditi responsabili di una cospirazione contro di lui, e Federico II (1194-1250) inflisse la stessa punizione ai colpevoli di adulterio e a coloro che favorivano la prostituzione. Protesi per Cavalieri e Guerrieri Durante il Medioevo, le protesi rimasero piuttosto basilari nella forma. I cavalieri debilitati venivano dotati di protesi che permettevano loro di tenere uno scudo, impugnare una lancia o una spada, o stabilizzarsi a cavallo. Solo i ricchi potevano permettersi qualcosa che potesse aiutare nella vita quotidiana. I cavalieri del Medioevo a volte utilizzavano arti di legno per la battaglia o per cavalcare. Le protesi medievali erano spesso realizzate da fabbri, gli stessi artigiani che creavano le armature per i cavalieri. Queste protesi erano generalmente pesanti e rudimentali, ma rappresentavano comunque un importante progresso tecnologico per l’epoca. Le alternative protesiche disponibili per gli amputati medievali erano limitate, e le gambe di legno erano spesso l’opzione principale. Queste protesi erano costruite aggiungendo prima un’imbottitura alla parte inferiore dell’arto residuo, poi avvolgendo l’intero arto con calze per tenere l’imbottitura in posizione, e infine avvolgendo l’arto con bende di gesso. Successivamente, un pezzo di legno (il pilone) veniva tagliato in molti pezzi lunghi e stretti e fissato all’incavo con un filo sottile. In presenza di un moncone estremamente corto, una gamba di legno con il ginocchio piegato offriva una soluzione valida per evitare l’amputazione dell’intero ginocchio. Le gambe artificiali nel periodo 1500-1700 non erano utilizzate solo quando parte di un arto inferiore era assente, ma anche da persone con disturbi del ginocchio e della parte inferiore della gamba. ## Il caso dell’uomo medievale con il coltello-protesi Un caso archeologico interessante proviene da una necropoli medievale nell’Italia settentrionale, dove gli archeologi hanno scoperto lo scheletro di un uomo adulto la cui mano sembrava essere stata amputata all’avambraccio. Accanto al braccio è stato trovato un coltello di ferro, con il manico allineato con la mano amputata, insieme a una fibbia di bronzo a forma di D e organi metallici, suggerendo che l’uomo avesse utilizzato il coltello come protesi. L’analisi dello scheletro, datato tra il VI e l’VIII secolo, ha rivelato che l’arto dell’uomo era stato rimosso con un trauma contundente, ma non è chiaro esattamente come o perché. Potrebbe essersi sottoposto a una procedura chirurgica o, data la “cultura specifica dei guerrieri del popolo longobardo”, aver perso la mano in combattimento, o ancora, il suo arto potrebbe essere stato tagliato come forma di punizione. Su questa linea, abbiamo certezza dell’uso delle cosiddette: “Mani di ferro”. Si tratta di protesi metalliche per mani ed estremità superiori dal Medioevo e dalla prima età moderna. Questi design combinavano proprietà cosmetiche e funzionali. L’esempio più famoso di una mano di ferro fu realizzato intorno all’anno 1530, essendo la seconda mano prostetica realizzata per il cavaliere tedesco Götz von Berlichingen. La maggior parte delle mani di ferro si basava sugli stessi principi costruttivi, sebbene ci fossero considerevoli differenze di complessità. Le dita potevano essere flesse passivamente (ad esempio usando la mano sana) e venivano bloccate in posizione da un meccanismo a cricchetto, simile a quelli delle contemporanee armi a pietra focaia. L’estensione delle dita funzionava mediante pressione a molla. ## Innovazioni tecniche e materiali I materiali utilizzati per le protesi nel mondo antico variavano a seconda della disponibilità locale e del livello tecnologico della civiltà. Nell’antico Egitto, le protesi erano tipicamente realizzate in legno e pelle e cartonnage. Nelle civiltà greca e romana, le prime vere protesi riabilitative erano realizzate in legno e pelle, con alcuni esempi che incorporavano anche metalli come rame e ferro. Durante il Medioevo, quando le protesi erano realizzate per la battaglia e per nascondere deformità, i dispositivi erano pesanti e rudimentali, fatti di materiali disponibili come legno, metallo e pelle. Questi erano i materiali a disposizione anche di Ambroise Paré, che inventò sia protesi per arti superiori che inferiori nel XVI secolo. Le tecniche di costruzione delle protesi antiche mostrano una sorprendente ingegnosità. Il Dito del Cairo, ad esempio, presenta tre parti allacciate insieme per flettersi con il piede durante la camminata, dimostrando una ottima comprensione da parte degli artigiani egizi della biomeccanica umana. La Gamba di Capua utilizzava un sistema di aste e cinghie per fissare la protesi al moncone, un approccio che sarebbe stato utilizzato per secoli successivi. Le protesi medievali spesso utilizzavano cinghie di cuoio per il fissaggio, come nel caso della mano di ferro di Götz von Berlichingen, che era attaccata all’avambraccio con spesse cinghie di cuoio. Alcune protesi più sofisticate, come quelle sviluppate verso la fine del Medioevo, incorporavano meccanismi a molla e ingranaggi per permettere un certo grado di movimento. ## Una nuova vita per gli amputati Le protesi di alta qualità nel mondo antico erano generalmente disponibili solo per individui di alto status sociale, come Tabaketenmut nell’antico Egitto. I materiali preziosi e la lavorazione meticolosa di questi manufatti possono in parte spiegare la loro sopravvivenza nei secoli. Durante il Medioevo, solo i ricchi potevano permettersi protesi che potessero aiutare nella vita quotidiana. Le stime degli studiosi suggeriscono che le élite del Rinascimento fossero disposte a pagare somme enormi per le protesi. Un esempio del XVII secolo dalla Germania costava quanto una grande fattoria – edifici, campi, bestiame e tutto il resto. In molte culture antiche, le protesi non erano solo dispositivi medici, ma avevano un profondo significato culturale. Erano spesso viste come simboli di forza o status sociale. Il modo in cui le antiche società vedevano la disabilità si rifletteva nei loro miti e leggende: alcune culture consideravano gli individui con disabilità come maledetti o puniti dagli dei, mentre altre li veneravano come saggi, eletti o addirittura soprannaturali. Le protesi hanno affascinato le persone per secoli. Molto prima che la tecnologia moderna rendesse possibili arti bionici avanzati, storie di arti artificiali apparivano in miti, leggende e registri storici. Che si trattasse di antichi racconti di guerrieri con braccia di metallo o visioni futuristiche di mani robotiche, le protesi sono sempre state un simbolo di adattamento e ingegnosità umana. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Misteri irrisolti e morti misteriose nell'antica Roma: tra storia e leggenda](https://scriptamanentitalia.it/misteri-irrisolti-morti-misteriose-antica-roma-storia-leggenda/) **Published:** Giugno 10, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il caso germanico: un avvelenamento politico](#Il_caso_germanico_un_avvelenamento_politico) - [L’omicidio di Claudio: il ruolo di Agrippina](#Lomicidio_di_Claudio_il_ruolo_di_Agrippina) - [Il matricidio di Nerone: l’assassinio di Agrippina](#Il_matricidio_di_Nerone_lassassinio_di_Agrippina) - [I misteriosi avvistamenti di Tito Livio e Plinio](#I_misteriosi_avvistamenti_di_Tito_Livio_e_Plinio) - [Le arti occulte e la magia nera](#Le_arti_occulte_e_la_magia_nera) - [L’enigma di Romolo e la sua divinizzazione](#Lenigma_di_Romolo_e_la_sua_divinizzazione) - [Il mistero della IX legione Hispana](#Il_mistero_della_IX_legione_Hispana) - [L’enigma di Ponte Milvio](#Lenigma_di_Ponte_Milvio) - [I testi magici e il “De Cerimoniis Magicis”](#I_testi_magici_e_il_%E2%80%9CDe_Cerimoniis_Magicis%E2%80%9D) L’antica Roma, oltre alle sue gloriose conquiste e ai monumenti che ancora oggi ci stupiscono, ha lasciato in eredità una serie di enigmi e misteri che continuano ad affascinare storici e appassionati. Dalle misteriose scomparse di imperatori e legioni intere, passando per morti sospette avvolte da intrighi di palazzo, fino ai fenomeni soprannaturali documentati dalle fonti antiche, l’Urbe si rivela un crocevia di eventi enigmatici che sfidano la comprensione moderna. Le testimonianze di storici come Tito Livio, Tacito, Svetonio e Plinio il Vecchio ci restituiscono un quadro ricco di episodi inspiegabili, dove la linea tra realtà storica e leggenda si fa spesso sottile, rivelando una civiltà che, nonostante il suo pragmatismo politico e militare, rimaneva profondamente legata al mondo del soprannaturale e del mistero. ## **Il caso germanico: un avvelenamento politico** Uno dei misteri più discussi della storia romana riguarda la morte di Germanico Giulio Cesare, avvenuta ad Antiochia nel 19 d.C. Nipote e figlio adottivo di Augusto, padre di Caligola e nonno di Nerone, Germanico era considerato uno dei più grandi generali romani e il suo nome derivava dalla vittoriosa campagna militare in Germania. Le circostanze della sua morte hanno alimentato speculazioni per secoli, con le fonti antiche che convergono su un sospetto di avvelenamento. Secondo Tacito, Svetonio e Cassio Dione, Germanico morì dopo una lunga malattia che lo aveva colpito durante il suo viaggio in Oriente. Le fonti sostengono che fu avvelenato da Pisone, il governatore della Siria, per ordine di Tiberio, l’imperatore e suo zio e padre adottivo. Le ragioni di questo presunto complotto sarebbero state la gelosia e il timore di Tiberio nei confronti della popolarità e del potere di Germanico, che lo vedeva come un rivale e una minaccia alla sua autorità. Particolarmente inquietante è il racconto secondo cui Pisone avrebbe usato vari mezzi per avvelenare Germanico, tra cui erbe, pozioni, incantesimi e perfino una statua maledetta di Germanico che avrebbe fatto sanguinare il naso e la gola del generale. ## **L’omicidio di Claudio: il ruolo di Agrippina** La morte dell’imperatore Claudio, avvenuta il 13 ottobre 54 d.C., rappresenta un altro caso emblematico di morte sospetta nell’ambiente imperiale romano. Svetonio, nelle sue “Vite dei Cesari”, riporta dettagliatamente le circostanze dell’avvelenamento, attribuito alla moglie Agrippina. Il resoconto dello storico rivela l’uso di funghi manipolati, di cui l’imperatore era particolarmente ghiotto, come veicolo del veleno. La descrizione di Svetonio è particolarmente vivida: “Alcuni sostengono che fu avvelenato dall’eunuco Aloto, suo assaggiatore, quando pranzava con i sacerdoti nella cittadella; altri che il veleno gli fu somministrato, durante un banchetto dato in casa, da Agrippina stessa, che gli aveva fatto servire dei funghi manipolati”. Il racconto continua descrivendo come, dopo il primo tentativo fallito a causa del rigetto del cibo, si sarebbe ricorso a un secondo avvelenamento attraverso un clistere. L’episodio illustra non solo la brutalità degli intrighi di palazzo, ma anche la sofisticazione dei metodi utilizzati per eliminare gli avversari politici. ## **Il matricidio di Nerone: l’assassinio di Agrippina** Il culmine della violenza dinastica si raggiunse con l’omicidio di Agrippina Minore per mano del figlio Nerone nel 59 d.C. Tacito, negli “Annales”, fornisce una narrazione dettagliata di questo crimine che sconvolse anche una società abituata alla violenza politica. Il racconto tacitiano rivela la premeditazione del delitto e i diversi tentativi falliti prima dell’esecuzione finale. Inizialmente Nerone aveva considerato l’avvelenamento, ma “se questo le fosse stato somministrato durante il banchetto dell’imperatore, non poteva essere attribuito al caso dopo la fine analoga di Britannico; inoltre sembrava difficile corrompere i servi di una donna che per l’abitudine del delitto si cautelava contro i complotti”. Il piano del finto naufragio, ideato dal liberto Aniceto, fallì quando Agrippina riuscì miracolosamente a salvarsi nuotando fino a riva. L’episodio si concluse tragicamente nella villa di Agrippina, dove i sicari la circondarono e, al centurione che brandiva il pugnale per finirla, “Agrippina protese il grembo dicendo: ‘Colpisci il ventre’, e fu finita da molti colpi”. ## **I misteriosi avvistamenti di Tito Livio e Plinio** Le fonti antiche documentano una serie di fenomeni celesti anomali che hanno alimentato speculazioni per millennii. Tito Livio, nella sua monumentale opera “Ab Urbe Condita”, registra episodi che sfidano ogni spiegazione razionale: “immagini di navi avevano brillato nel cielo” e “ad Arpos erano stati visti degli scudi nel cielo”. Questi resoconti, provenienti da uno storico di indiscussa serietà, testimoniano come anche le menti più razionali dell’antichità si trovassero di fronte a fenomeni incomprensibili. Plinio il Vecchio, nella sua “Storia Naturale”, arricchisce questo quadro con ulteriori testimonianze: “quelli che molti chiamano soli notturni (…) furono visti nel consolato di Gaio Cecilio e Gneo Papirio (…) al punto da illuminare una specie di giorno nella notte” e “Uno scudo fiammeggiante attraversò da ovest a est al calar della notte”. La precisione cronologica con cui Plinio registra questi eventi, indicando specifici consolati, suggerisce che non si trattasse di semplici leggende popolari, ma di fenomeni effettivamente osservati e documentati dalle autorità dell’epoca. ## **Le arti occulte e la magia nera** L’antica Roma era profondamente permeata da pratiche magiche e credenze soprannaturali che trovavano espressione in rituali complessi e spesso pericolosi. Le “sagae”, streghe o indovine provenienti principalmente dalla Grecia e dall’Egitto, svolgevano un ruolo centrale in questo mondo esoterico. Queste donne possedevano conoscenze che spaziavano dalla preparazione di filtri d’amore alla creazione di veleni mortali, dimostrando come la linea tra medicina, magia e omicidio fosse spesso indistinguibile. Particolarmente affascinante è il riferimento alle pratiche di magia simpatica: “potevano anche lanciare maledizioni contro una persona specifica per mezzo di bambole voodoo con chiodi interrati”. Questa testimonianza rivela come tecniche magiche simili a quelle praticate in culture lontane nel tempo e nello spazio fossero già diffuse nell’impero romano, suggerendo l’esistenza di reti di conoscenze esoteriche che attraversavano i confini geografici e culturali. Il ritrovamento archeologico avvenuto a Roma nel 1999 in piazza Euclide ha fornito prove concrete di queste pratiche: a dieci metri di profondità è stata rinvenuta una fontana rettangolare con un altare, due basi e iscrizioni di magia nera. Le “defixiones” in piombo, tavolette di maledizione che richiesero anni di restauro per essere decifrate, contenevano nomi di persone da maledire, spesso accompagnati dal nome della madre per garantire un’identificazione certa. ## **L’enigma di Romolo e la sua divinizzazione** La scomparsa del fondatore di Roma rappresenta uno dei misteri più antichi e simbolicamente significativi della storia romana. Secondo la tradizione riportata da Tito Livio, Romolo scomparve misteriosamente nel Campo Marzio dopo trentasette anni di regno. Il racconto liviano descrive come “mentre stava passando in rassegna l’esercito e parlava alle truppe vicino alla palude Capra, in Campo Marzio, scoppiò all’improvviso un temporale violentissimo con gran fragore di tuoni ed egli fu avvolto da una nuvola così compatta che scomparve alla vista dei suoi soldati”. La versione ufficiale della sua assunzione in cielo fu rafforzata dalla testimonianza di Giulio Proculo, membro dell’antica gens Giulia, che affermò di aver incontrato Romolo dopo la sua scomparsa. Le parole riportate da Tito Livio sono cariche di significato profetico: “Va e annuncia ai Romani che il volere degli Dei è che la mia Roma diventi la capitale del mondo. Che essi diventino pratici nell’arte militare e tramandino ai loro figli che nessuna potenza sulla Terra può resistere alle armi romane”. Tuttavia, esisteva anche una versione alternativa che interpretava il mito come strumento per nascondere un episodio politico scomodo: l’assassinio del re da parte di alcuni senatori che si sentivano esclusi dal potere decisionale. ## **Il mistero della IX legione Hispana** Uno dei misteri militari più affascinanti dell’impero romano riguarda la scomparsa della Legio IX Hispana, un’unità che si era guadagnata una reputazione di eccellenza sui campi di battaglia europei. Le origini di questa legione risalivano all’epoca di Giulio Cesare e Pompeo, e i suoi successi militari erano leggendari. Tuttavia, nel II secolo d.C., dopo essere stata inviata a sedare una rivolta in Scozia, la legione svanì completamente dai registri storici. Le teorie sulla sua scomparsa sono molteplici e tutte ugualmente intriganti: dal trasferimento e conseguente rinominazione, alla completa distruzione in battaglia, fino alla possibilità di una diserzione di massa. L’assenza di qualsiasi traccia archeologica o documentale della legione dopo la sua ultima missione britannica ha alimentato speculazioni che vanno dalla plausibile spiegazione militare alle più fantasiose teorie del complotto. La sparizione di un’intera legione, con i suoi oltre cinquemila uomini, rappresenta un vuoto nella documentazione storica che continua a stimolare l’immaginazione di storici e romanzieri. ## **L’enigma di Ponte Milvio** Uno dei misteri archeologici più recenti e intriganti riguarda la scoperta avvenuta nei pressi di Ponte Milvio durante scavi di routine dell’Acea nell’autunno del 2017. Gli archeologi hanno portato alla luce una complessa stratificazione che copre un arco temporale dal I al IV secolo d.C., caratterizzata da quattro ambienti con marmi pregiati e decorazioni di straordinaria ricchezza. Il soprintendente Francesco Prosperetti ha descritto la scoperta come un vero enigma: “Siamo davanti alla sovrapposizione di due fasi. La prima, risalente al I secolo e che testimonia l’esistenza di attività produttive e scambio di merci, è stata sostituita nel III secolo da un altro edificio, un edificio prezioso che si caratterizza per i marmi e le decorazioni. Un edificio importante di cui non sappiamo la destinazione”. La vicinanza al Tevere suggerisce chiaramente l’uso commerciale della prima fase, ma la destinazione dell’edificio del IV secolo, con il suo lussuoso pavimento in opus sectile, rimane un mistero. Le ipotesi al vaglio degli esperti spaziano da una ricca villa suburbana a un luogo di culto cristiano con annessi mausolei. La complessità decorativa e l’importanza della struttura, testimoniata dalla qualità dei materiali utilizzati, indicano chiaramente che si trattava di un edificio di grande rilevanza, ma la sua funzione specifica continua a sfuggire agli archeologi. Questo enigma moderno dimostra come Roma continui a celare segreti anche dopo duemila anni di scavi e ricerche. ## **I testi magici e il “De Cerimoniis Magicis”** Tra i misteri letterari dell’antichità romana spicca il caso del “De Cerimoniis Magicis”, considerato il testo di magia nera più efficace mai scritto. La paternità dell’opera è disputata: alcuni la attribuiscono al poeta Virgilio, che l’avrebbe concepita come un libro di formule magiche dedicato all’imperatore Augusto, altri a Cornelio Agrippa, un mago rinascimentale. La leggenda vuole che uno dei suoi proprietari, Pietro Bailardo, avesse stretto un patto con il diavolo, riuscendo a realizzare presunti portenti come la costruzione in una sola notte di una serie di acquedotti a Salerno, battezzati “Archi del Diavolo”. Il libro avrebbe contenuto le informazioni necessarie per avviare la magia cerimoniale e per invocare forze spirituali sia benigne che maligne. L’esistenza stessa di questo testo, al confine tra storia e leggenda, testimonia la persistenza di tradizioni esoteriche che hanno attraversato i secoli, mantenendo un fascino inalterato e alimentando speculazioni che si intrecciano con la storia ufficiale dell’impero romano. Questi enigmi, lungi dall’essere semplici curiosità storiche, rappresentano finestre privilegiate per comprendere la complessità di una civiltà che sapeva coniugare pragmatismo politico e apertura verso l’ignoto, lasciandoci un’eredità di domande che continuano a stimolare la ricerca e l’immaginazione. In un’epoca in cui la tecnologia sembra aver risolto molti misteri del passato, l’antica Roma ci ricorda che alcuni segreti della storia umana rimangono imperscrutabili, alimentando quella tensione verso l’ignoto che caratterizza ogni autentica ricerca del sapere. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Romolo. Storia del primo re di Roma](https://scriptamanentitalia.it/romolo-storia-primo-re-roma/) **Published:** Maggio 29, 2025 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le fonti antiche su Romolo](#Le_fonti_antiche_su_Romolo) - [Le origini leggendarie e la nascita dei gemelli](#Le_origini_leggendarie_e_la_nascita_dei_gemelli) - [La vendetta su Amulio](#La_vendetta_su_Amulio) - [La fondazione di Roma e il fratricidio](#La_fondazione_di_Roma_e_il_fratricidio) - [Le istituzioni politiche e l’organizzazione sociale](#Le_istituzioni_politiche_e_lorganizzazione_sociale) - [Il ratto delle Sabine e il co-regno con Tito Tazio](#Il_ratto_delle_Sabine_e_il_co-regno_con_Tito_Tazio) - [Le riforme religiose e culturali](#Le_riforme_religiose_e_culturali) - [L’istituzione dell’Asylum](#Listituzione_dellAsylum) - [Morte e divinizzazione](#Morte_e_divinizzazione) - [Valutazione storica ed eredità](#Valutazione_storica_ed_eredita) - [Romolo: mito o realtà storica?](#Romolo_mito_o_realta_storica) Romolo rappresenta una delle figure più emblematiche e complesse della storia antica, che incarna il mito fondativo di Roma attraverso una narrazione che intreccia elementi leggendari, significati politici e possibili fondamenti storici. La tradizione lo identifica come il primo re di Roma, fondatore della città il 21 aprile 753 a.C., protagonista di episodi che hanno plasmato l’identità romana per secoli. Le fonti antiche, principalmente Tito Livio, Plutarco e Dionigi di Alicarnasso, presentano Romolo come un condottiero militare e come un vero architetto della società romana, le cui riforme avrebbero influenzato il corso della storia occidentale ## Le fonti antiche su Romolo Le principali testimonianze sulla figura di Romolo ci giungono da alcune delle più autorevoli fonti letterarie dell’antichità, che hanno tramandato e arricchito il mito del fondatore di Roma. Tito Livio, nel primo libro della sua monumentale opera *Ab Urbe Condita*, offre una narrazione dettagliata degli eventi legati alla nascita, all’ascesa e alle imprese di Romolo, inserendoli in un quadro più ampio di costruzione dell’identità romana. Plutarco, nella *Vita di Romolo* contenuta nelle sue *Vite Parallele*, si sofferma non solo sui fatti ma anche sulle molteplici versioni della leggenda, confrontando Romolo con altri eroi fondatori come Teseo e ragionando sulle implicazioni morali e politiche delle sue azioni. Dionigi di Alicarnasso, nelle *Antichità romane*, integra la tradizione latina con la prospettiva greca, analizzando criticamente le fonti disponibili e offrendo interpretazioni che mettono in relazione il mito romano con le storie di fondazione di altre città del mondo antico. Importante è anche il contributo di Varrone, erudito romano del I secolo a.C., che pur essendo conosciuto solo attraverso citazioni e frammenti, fu fondamentale per la razionalizzazione della cronologia e delle tradizioni relative a Romolo, fissando ad esempio la data della fondazione di Roma al 753 a.C. Oltre a questi autori, la leggenda di Romolo è stata ripresa e reinterpretata da numerosi altri scrittori, tra cui Ovidio nelle sue *Metamorfosi* e nell’*Ars Amatoria*, e da storici tardi come Eutropio e Aurelio Vittore, che hanno contribuito a mantenere vivo il mito nei secoli successivi. Queste fonti, pur divergendo talvolta nei dettagli, concordano nell’attribuire a Romolo il ruolo di primo re, legislatore e artefice delle istituzioni che avrebbero reso Roma una delle più grandi civiltà della storia. ## Le origini leggendarie e la nascita dei gemelli La storia di Romolo inizia con una complessa genealogia che collega la fondazione di Roma alla caduta di Troia attraverso la discendenza di Enea. Secondo la tradizione, Rea Silvia, figlia di Numitore, re di Alba Longa, fu costretta dallo zio Amulio, che aveva spodestato il fratello, a diventare vestale per impedirle di generare eredi che potessero rivendicare il trono. Ma il dio Marte si invaghì della giovane e dall’unione divina nacquero i gemelli Romolo e Remo, destinati a diventare i protagonisti della fondazione di Roma. Questa origine divina conferiva ai gemelli lo status di semidei, elemento fondamentale per legittimare il futuro potere regale di Romolo e la supremazia di Roma sulle altre città. La nascita dei gemelli scatenò l’ira di Amulio, che ordinò la loro uccisione per eliminare ogni minaccia al suo potere. Ma i servitori incaricati dell’infanticidio, mossi da pietà, deposero i neonati in una cesta e li affidarono alle acque del Tevere, sperando che il destino fosse più clemente dello zio. La cesta si arenò presso il Palatino, sotto un fico chiamato *ficus ruminalis*, dove una lupa, attratta dai vagiti dei bambini, li raggiunse e li allattò nella sua tana. Questo episodio miracoloso, ambientato nel Lupercale, una grotta ai piedi del Palatino successivamente trasformata in santuario, divenne il simbolo fondativo di Roma e dell’origine selvaggia ma provvidenziale della sua potenza Il pastore Faustolo scoprì i gemelli e, insieme alla moglie, li adottò e li crebbe come propri figli. Durante la giovinezza, Romolo e Remo si distinsero per forza fisica e capacità militari, radunando intorno a loro gruppi di pastori e giovani con cui conducevano spedizioni e razzie nel territorio circostante. ## La vendetta su Amulio ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/05/romolo-remo-amulio--1024x557.jpg "romolo-remo-amulio-- - Scripta Manent Italia")La scoperta delle vere origini dei gemelli avvenne attraverso una serie di eventi che li condussero davanti al nonno Numitore. Durante uno scontro con alcuni pastori rivali, Remo fu catturato e condotto davanti al legittimo re di Alba Longa, che riconobbe in lui il proprio nipote. Nel frattempo, Faustolo aveva raccontato a Romolo della loro origine regale e del sangue divino che scorreva nelle loro vene, preparando così il terreno per la rivelazione finale. L’incontro con Numitore segnò una svolta decisiva: i gemelli appresero la verità sulla loro nascita, sulla usurpazione di Amulio e sul destino di loro madre Rea Silvia. La vendetta fu rapida e implacabile. Romolo e Remo, sostenuti da un gruppo di compagni e dalla popolazione di Alba Longa rimasta fedele a Numitore, uccisero Amulio e ristabilirono il nonno sul trono legittimo. La restaurazione di Numitore rappresentò anche il primo atto politico dei gemelli, che dimostrarono di rispettare le regole della giustizia, secondo valori che avrebbero caratterizzato il futuro ordinamento romano. Dopo aver ristabilito l’ordine ad Alba Longa, i gemelli ottennero dal nonno il permesso di fondare una nuova città nei luoghi dove erano cresciuti e dove avevano ricevuto la protezione divina. La scelta del sito presso il Tevere si rivelò strategicamente eccellente, in quanto la posizione controllava importanti vie commerciali e guadi fluviali che sarebbero diventati fondamentali per lo sviluppo futuro della città. ## La fondazione di Roma e il fratricidio La fondazione di Roma il 21 aprile 753 a.C. fu preceduta da una disputa tra i gemelli riguardo al nome della città e alla scelta del colle su cui erigerla. Non potendo prevalere l’uno sull’altro per diritto di primogenitura, decisero di consultare gli auspici secondo il metodo etrusco: Romolo si posizionò infatti sul Palatino e Remo sull’Aventino per osservare il volo degli uccelli. Questo ricorso alla divinazione è fondamentale per la storiografia romana: l’importanza del consenso divino nella cultura religiosa dell’epoca era un requisito irrinunciabile, oltre a stabilire un precedente legale che avrebbe consentito l’uso degli auspici nella futura pratica politica romana. La versione più accreditata racconta che Remo avvistò per primo sei avvoltoi, ma successivamente Romolo ne vide dodici, creando una controversia sull’interpretazione del segno divino. Alcuni seguaci rivendicavano la vittoria per Remo basandosi sulla priorità temporale, altri per Romolo basandosi sul numero superiore di uccelli osservati. Plutarco suggerisce una versione alternativa secondo cui Romolo potrebbe non aver avvistato alcun avvoltoio, vincendo attraverso l’inganno. Il conflitto culminò con la morte di Remo, per la quale esistono diverse versioni. La prima racconta di una rissa scoppiata tra i seguaci dei due fratelli, durante la quale Remo cadde colpito nella confusione generale. La seconda, più diffusa e simbolicamente più significativa, narra che Remo, per deridere il fratello, superò il solco appena tracciato da Romolo, che lo uccise pronunciando le parole minacciose: “Questa sorte avrà chiunque altro oltrepasserà le mie mura”. Una terza versione attribuisce l’uccisione a Celere, fedele compagno di Romolo che aveva ricevuto l’ordine di proteggere il confine sacro. Questo fratricidio divenne un elemento centrale dell’identità romana, perchè simboleggiava la necessità della disciplina assoluta e dell’unità del comando, ma anche il carattere violento e implacabile del potere. ## Le istituzioni politiche e l’organizzazione sociale Una volta stabilitosi come unico sovrano, Romolo si dedicò alla creazione delle istituzioni che avrebbero caratterizzato la società romana per secoli. La prima e più importante fu l’istituzione del Senato, composto inizialmente da cento membri, scelti tra i patrizi più eminenti, e rappresentanti delle *gentes* originarie che avevano partecipato alla fondazione. Questi senatori, chiamati *patres*, fungevano da consiglio per il re e costituivano l’aristocrazia dirigente della nuova città. Il termine stesso “senato” derivava dal latino *senex*, che sta a indicare la scelta di uomini anziani e saggi come guida della comunità. La leggenda attribuisce a Romolo la decisione di fissare il numero a cento, successivamente raddoppiato da Tarquinio Prisco e portato a trecento da Lucio Giunio Bruto durante la Repubblica. Contemporaneamente all’istituzione del Senato, Romolo organizzò il popolo romano secondo un sistema tribale che rifletteva la composizione etnica della popolazione. Creò tre tribù principali: i Ramnes (Latini), i Tities (Sabini) e i Luceres (Etruschi), ciascuna delle quali era suddivisa in dieci curie, per un totale di trenta. Questa organizzazione serviva sia a scopi militari che civili: ogni curia doveva fornire infatti cento fanti e dieci cavalieri in caso di guerra, garantendo un esercito di tremila fanti e trecento cavalieri. Dal punto di vista politico, le curie costituivano la base dei Comizi curiati, l’assemblea popolare più antica di Roma, che aveva il potere di ratificare le leggi proposte dal re e di partecipare alle decisioni più importanti. L’organizzazione sociale creata da Romolo distingueva chiaramente tra patrizi e plebei, stabilendo una gerarchia che avrebbe influenzato la storia romana per secoli. I patrizi erano i discendenti dei primi cento senatori e delle famiglie fondatrici, mentre i plebei comprendevano tutti gli altri cittadini, inclusi coloro che si erano uniti successivamente alla comunità. Questa distinzione non era solo sociale ma anche religiosa e giuridica, poiché solo i patrizi potevano ricoprire le cariche religiose più importanti e avevano accesso privilegiato alle magistrature. Nonostante ciò, Romolo dimostrò anche una notevole apertura nell’accogliere nuovi abitanti, come testimoniano le politiche di asilo e integrazione che caratterizzarono i primi anni di Roma. ## Il ratto delle Sabine e il co-regno con Tito Tazio ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/05/ratto-sabine-1024x559.jpeg "ratto-sabine - Scripta Manent Italia")Uno degli episodi più celebri del regno di Romolo fu il cosiddetto “ratto delle Sabine”, un evento che risolse il problema demografico di Roma ma scatenò una guerra con i popoli vicini. La nuova città, popolata prevalentemente da uomini – pastori, fuggiaschi e avventurieri attratti dall’offerta di asilo – mancava di donne in età fertile, il che costituiva un problema demografico molto grave. Romolo inviò ambasciate ai popoli vicini per ottenere diritti di matrimonio, ma le richieste furono respinte con disprezzo, in quanto i vicini temevano la crescente potenza di Roma e disprezzavano la sua popolazione composta da fuggiaschi. La soluzione escogitata da Romolo fu tanto audace quanto efficace. Organizzò grandi giochi in onore di Nettuno, chiamati Consualia, per attirare le popolazioni circostanti nella nuova città. Al segnale convenuto, i giovani romani catturarono le donne presenti – principalmente Sabine, ma anche appartenenti ad altri popoli – mentre i loro parenti fuggivano promettendo vendetta. Il numero delle donne rapite varia secondo le fonti: alcuni parlano di trenta, altri di 527, 683 o addirittura 800. L’episodio, tradizionalmente datato al 21 agosto, diede origine alla tradizione nuziale romana del grido “Talasius” durante i matrimoni. Il ratto scatenò una serie di conflitti con i popoli derubati, in particolare con i Sabini guidati dal re Tito Tazio. La guerra culminò in una battaglia nel futuro Foro Romano, dove le donne sabine, ormai madri di figli romani, si interposero tra i combattenti supplicandoli di cessare le ostilità. Questo intervento drammatico portò a una pace duratura e all’unificazione dei due popoli: Sabini e Romani si fusero in una sola comunità, con Romolo e Tito Tazio che governarono congiuntamente per cinque anni. L’integrazione fu così completa che i due popoli parteciparono alle rispettive feste religiose e istituirono nuove celebrazioni comuni come i Matronalia, i Carmentalia e i Lupercali. ## Le riforme religiose e culturali Romolo dimostrò grande attenzione nell’organizzazione della vita religiosa di Roma, comprendendo l’importanza del sacro per la coesione sociale e la legittimazione del potere. Istituì il culto del fuoco sacro affidato alle Vestali, vergini consacrate che dovevano mantenere sempre accesa la fiamma simbolo della continuità della città. Questa istituzione, che sarebbe durata per oltre mille anni, dimsotrava l’influenza delle tradizioni religiose italiche e l’importanza attribuita alla purezza rituale. Le Vestali godevano di privilegi eccezionali ma erano anche soggette a severi obblighi, incluso il voto di castità trentennale la cui violazione comportava la sepoltura da vive. Il re accettò e promosse culti di diverse provenienze, dimostrando una politica religiosa inclusiva che rispecchiava la natura multietnica della popolazione romana. Accolse i rituali dedicati a Ercole, unico tra i culti non romani da lui ufficialmente riconosciuto, probabilmente per l’importanza del dio nell’ambito pastorale e commerciale. Mantenne e sviluppò i Lupercali, feste purificatorie di origine arcaica che si celebravano nel Lupercale, la grotta dove secondo la leggenda era avvenuto l’allattamento da parte della lupa. Questi riti, che prevedevano corse rituali di giovani seminudi che colpivano le donne con strisce di pelle per favorire la fertilità, erano una eredità diretta delle più primitive tradizioni pastorali. L’integrazione di culti sabini, latini ed etruschi serviva a creare un senso di identità comune tra popolazioni diverse, mentre l’enfasi su divinità guerriere come Marte e protettive come Vesta sottolineava i valori militari e civici che dovevano caratterizzare la comunità romana. L’attenzione per gli auspici e i rituali fondativi, derivati dalla tradizione etrusca, stabiliva procedure che avrebbero guidato l’espansione futura di Roma e la fondazione di colonie. ## L’istituzione dell’Asylum Una delle innovazioni più importanti di Romolo fu l’istituzione dell’Asylum, un luogo di rifugio situato nella depressione tra l’Arx e il Capitolium, dove oggi si trova la piazza del Campidoglio. Questa politica di asilo rappresentava una rottura rivoluzionaria con le pratiche dell’epoca, poiché offriva protezione e cittadinanza a chiunque raggiungesse questo luogo sacro, indipendentemente dal suo passato. L’Asylum attirò criminali, schiavi fuggiti, esiliati e altri reietti che cercavano una nuova opportunità di vita, contribuendo significativamente alla crescita demografica di Roma. Seguendo “l’antico accorgimento dei fondatori di città”, Romolo trasformò un gruppo eterogeneo di fuggiaschi in una comunità coesa, dimostrando capacità di leadership eccezionali. L’integrazione di elementi stranieri aumentò la popolazione e al contempo arricchì Roma di competenze e tradizioni diverse, creando quella versatilità culturale che sarebbe diventata una caratteristica distintiva della civiltà romana. L’Asylum serviva anche uno scopo strategico più ampio, poiché indeboliva le città rivali privandole di uomini validi e concentrava in Roma le energie migliori della regione. Questa politica di drenaggio demografico, combinata con l’aggressività militare, contribuì rapidamente a fare di Roma la potenza dominante del Lazio. ## Morte e divinizzazione La morte di Romolo è avvolta nel mistero e nel mito, tanto che le fonti antiche tramandano diverse versioni, spesso intrecciate tra loro, che riflettono sia la volontà di divinizzare il fondatore della città sia la necessità di spiegare una scomparsa improvvisa e sospetta. La versione più celebre e ufficiale è quella della sua assunzione in cielo: dopo circa trentasei o trentotto anni di regno, Romolo sarebbe scomparso misteriosamente durante una tempesta improvvisa mentre passava in rassegna l’esercito nel Campo Marzio, nei pressi della Palus Caprae. Una nube lo avrebbe avvolto, sottraendolo alla vista dei soldati e del popolo; quando la tempesta si placò, di lui non rimase alcuna traccia. Questo evento fu interpretato come un segno della sua apoteosi: i Romani lo proclamarono dio sotto il nome di Quirino, figlio di Marte e padre della città, e gli dedicarono un culto specifico, con feste come le Quirinalia che si celebravano ogni anno il 17 febbraio. A rafforzare questa versione miracolosa intervenne il racconto di Proculo Giulio, un autorevole cittadino che, poco dopo la scomparsa di Romolo, dichiarò pubblicamente di aver avuto una visione del re ormai divinizzato. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/05/morte-romolo-ascensione-1024x559.jpeg "morte-romolo-ascensione - Scripta Manent Italia")Secondo quanto riferisce Tito Livio, Proculo Giulio raccontò di aver visto Romolo discendere dal cielo e annunciargli che Roma era destinata a diventare la capitale del mondo, invincibile grazie alla protezione degli dèi e alla virtù militare dei suoi cittadini. Questo racconto fu accolto con grande favore dal popolo, che trovò conforto e orgoglio nell’idea che il proprio fondatore fosse stato accolto tra gli dèi. Accanto a questa narrazione sacra e solenne, le fonti riportano anche una versione più oscura e inquietante. Secondo questa tradizione alternativa, Romolo sarebbe stato assassinato dai senatori romani, i patres, esasperati dal suo crescente autoritarismo e dal fatto che, dopo la morte del co-reggente sabino Tito Tazio, il re avesse progressivamente svuotato il Senato di potere, accentuando la propria monarchia personale. Durante una seduta del consiglio, forse nel santuario di Vulcano (Volcanal) nel Foro Romano, i senatori lo avrebbero aggredito, ucciso e addirittura smembrato, nascondendo i resti del suo corpo sotto le proprie vesti e seppellendoli in diversi punti della città. Alcune varianti ancora più macabre narrano che la testa di Romolo sarebbe stata tagliata e addirittura mangiata dai senatori, in un gesto di estrema violenza simbolica. Questa versione, tramandata da autori come Plutarco, Dionigi di Alicarnasso, Tito Livio e Cassio Dione, riflette probabilmente tensioni politiche reali e il ricordo di un conflitto tra il potere monarchico e l’aristocrazia senatoria. ## Valutazione storica ed eredità L’analisi moderna della figura di Romolo pone complesse questioni metodologiche riguardo la distinzione tra mito e storia nell’antichità. La data tradizionale della fondazione, il 753 a.C., è riconosciuta dagli studiosi come una costruzione teorica elaborata da Varrone in età augustea attraverso calcoli retroattivi basati sull’inizio della Repubblica nel 509 a.C. Bisogna però osservare che i ritrovamenti archeologici sui sette colli confermano l’esistenza di insediamenti dell’VIII secolo a.C., sotto forma di resti di capanne e vasellame che testimoniano una graduale urbanizzazione del sito. Le varie leggende che circondano Romolo riflettono diverse fasi della tradizione romana e servivano a scopi politici specifici, in particolare la glorificazione della *gens Iulia* in età augustea. Tuttavia, molti elementi del racconto – l’origine multietnica della popolazione, l’importanza dei culti pastorali, la localizzazione geografica degli eventi – trovano riscontri nell’archeologia e nell’analisi storica del Lazio arcaico. Il processo di urbanizzazione descritto dalle fonti, soprattutto l’aggregazione di villaggi differenti e la creazione di istituzioni comuni, corrisponde ai modelli di sviluppo urbano documentati in altre parti dell’Italia centrale. L’eredità istituzionale attribuita a Romolo – Senato, Comizi curiati, organizzazione tribale, diritto di asilo – costituisce effettivamente il nucleo del sistema politico romano che si manterrà, pur con alcune modifiche, per oltre mille anni. La sua figura rappresenta quindi l’archetipo del fondatore e civilizzatore, che trasforma una comunità primitiva in una società organizzata attraverso leggi, istituzioni e tradizioni religiose. ## Romolo: mito o realtà storica? Il dibattito sulla figura di Romolo come personaggio storico o mitico è uno dei temi più discussi e affascinanti della storiografia antica e moderna. Fin dall’Ottocento, gli studiosi si sono interrogati sulla reale esistenza del fondatore di Roma e sull’attendibilità delle tradizioni che lo riguardano, oscillando tra l’interpretazione della sua vicenda come mito fondativo e la ricerca di un possibile nucleo storico sottostante. Secondo una prima corrente di pensiero, Romolo è essenzialmente un personaggio mitico, costruito per dare un’origine nobile e sacra alla città di Roma. Questa posizione si fonda sull’evidente presenza di elementi favolistici e simbolici nel racconto della sua vita: la nascita miracolosa da Marte e Rea Silvia, l’allattamento da parte della lupa, il fratricidio di Remo, la fondazione rituale della città e infine la misteriosa scomparsa e divinizzazione. Questi tratti sono tipici delle narrazioni mitologiche di fondazione, analoghe a quelle di molte altre città del Mediterraneo, e rispondono al bisogno delle comunità antiche di legittimare la propria identità attraverso storie di eroi civilizzatori e interventi divini. Inoltre, molti studiosi sottolineano come la figura di Romolo sia stata progressivamente modellata e arricchita in età tardo-repubblicana e augustea per scopi politici, soprattutto per rafforzare la legittimazione della gens Julia e del principato di Augusto, presentato come un “nuovo Romolo”. Un’altra posizione, più cauta, riconosce invece la possibilità che dietro il mito si celi un fondamento storico. Secondo questa interpretazione, la leggenda di Romolo e Remo sarebbe la trasfigurazione epica di reali processi storici: la fusione, nell’VIII secolo a.C., di diversi villaggi sparsi sulle colline romane in un unico centro urbano, la nascita di istituzioni comuni come il senato e i comizi, la definizione di un confine sacro (pomerium) e la necessità di integrare popolazioni diverse, anche attraverso episodi violenti come il ratto delle Sabine. Le recenti scoperte archeologiche sul Palatino e nelle aree circostanti confermano la presenza di insediamenti stabili e strutturati già in epoca compatibile con la data tradizionale della fondazione di Roma, suggerendo che la leggenda possa essere nata dalla memoria collettiva di un reale processo di urbanizzazione e aggregazione sociale. Vi è poi una terza posizione, di tipo intermedio, che considera Romolo come un “eroe culturale”, ovvero una figura simbolica che incarna e sintetizza, in forma narrativa, i valori, le paure e le aspirazioni di una comunità in formazione. In questa prospettiva, la storia di Romolo non va letta come cronaca di fatti realmente accaduti, ma come racconto che spiega e giustifica, in termini religiosi e giuridici, le istituzioni e le pratiche della Roma arcaica. Il mito del fratricidio, ad esempio, sarebbe la rappresentazione drammatica della necessità di una disciplina assoluta e di un potere unico per garantire la sopravvivenza della città, mentre la divinizzazione finale di Romolo servirebbe a sancire il carattere sacro e predestinato della missione romana. FONTI - **Tito Livio**, *Ab Urbe Condita*, libri I-II (in particolare: I, 3-16) - **Plutarco**, *Vita di Romolo*, capitoli I-XXXIX (con particolare attenzione ai capp. IX-XII e XXVII-XXIX per la morte e la divinizzazione) - **Dionigi di Alicarnasso**, *Antichità romane*, libri I-II (soprattutto: I, 76-87; II, 56-63) - **Ovidio**, *Fasti*, III, 183-200 (sul ratto delle Sabine e la divinizzazione) - **Ennio**, *Annales*, frammenti 80-100 (episodio della fondazione e del fratricidio) - **Eutropio**, *Breviarium ab Urbe condita*, I, 1-2 (sulla fondazione e i primi re) - **Aurelio Vittore**, *De viris illustribus*, 2 (breve biografia di Romolo) - **Mario Lentano**, *Romolo. Il fondatore di Roma*, Carocci, 2022 (moderna, analisi critica e narrativa) - **Augusto Fraschetti**, *Romolo il fondatore*, Laterza, 2002 (moderna, approfondimento storico e storiografico) - **Andrea Carandini**, *La nascita di Roma*, Laterza, 1997 (moderna, archeologia e mito) - **Emilio Gabba**, *Dalla monarchia alla repubblica*, Laterza, 1989 (moderna, contesto istituzionale e critica delle fonti ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo monarchico, Top --- ### [Davvero Caligola nominò senatore il suo cavallo?](https://scriptamanentitalia.it/caligola-senatore-cavallo-incitatus/) **Published:** Maggio 23, 2025 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il cavallo di Caligola è davvero nelle fonti antiche?](#Il_cavallo_di_Caligola_e_davvero_nelle_fonti_antiche) - [L’analisi filologica sulle fonti](#Lanalisi_filologica_sulle_fonti) - [L’evoluzione del racconto di Incitatus](#Levoluzione_del_racconto_di_Incitatus) - [L’uso di Incitatus nella politica moderna](#Luso_di_Incitatus_nella_politica_moderna) La storia di Incitatus, il cavallo prediletto dell’imperatore romano Caligola che sarebbe stato nominato console, rappresenta uno dei più duraturi e potenti simboli dell’eccesso politico e dell’inadeguatezza del potere. Questo racconto, tramandato attraverso i secoli, ha trasceso la sua origine storica per diventare una metafora universale utilizzata per criticare leader politici incompetenti o per denunciare il degrado delle istituzioni democratiche. Ma un’analisi attenta delle fonti antiche rivela una realtà più complessa, dove il confine tra fatto storico e propaganda politica si fa sottile. ## Il cavallo di Caligola è davvero nelle fonti antiche? Le testimonianze storiche su Incitato e sulla presunta nomina a senatore provengono principalmente da due fonti antiche: Svetonio e Cassio Dione i quali scrivono entrambi decenni dopo la morte di Caligola, avvenuta nel 41 d.C. Svetonio, nella sua opera “Vite dei Dodici Cesari”, redatta intorno al 121 d.C., fornisce la descrizione più dettagliata dei lussi riservati al cavallo imperiale. Secondo lo storico romano, Incitato disponeva di una stalla di marmo, una mangiatoia d’avorio, coperte di porpora e un collare di pietre preziose. La frase più significativa di Svetonio riguardo alla presunta nomina a console è formulata con particolare cautela: *“…consulatum quoque traditur destinasse”* *“si tramanda anche che lo abbia destinato al consolato”* La sintassi della frase è cruciale per comprendere la natura dell’informazione. Svetonio utilizza infatti il verbo “traditur” (si tramanda), indicando che anche lui stesso considerava questa informazione come voce di seconda mano o pettegolezzo. L’uso di tale terminologia suggerisce che già nell’antichità esistevano dubbi sulla veridicità della storia, ponendo la narrazione più nel regno della diceria politica che del fatto documentato. Cassio Dione, che scrive invece tra il 165 e il 235 d.C., offre una versione leggermente diversa, affermando che Caligola “promise di nominare Incitato console” e aggiungendo che “certamente lo avrebbe fatto, se fosse vissuto più a lungo”. Interessante è anche il dettaglio fornito da Dione circa l’alimentazione dell’animale: Incitatus veniva nutrito con avena mescolata a scaglie d’oro, un particolare che conferma l’estrema stravaganza attribuita all’imperatore. ## L’analisi filologica sulle fonti L’accuratezza storica di queste testimonianze è oggetto di dibattito tra gli studiosi moderni. Gli storici contemporanei, come Anthony A. Barrett, suggeriscono che Svetonio e Cassio Dione potrebbero essere stati influenzati dalla situazione politica del loro tempo, quando poteva essere utile agli imperatori di quegli anni screditare i predecessori della dinastia Giulio-Claudia. La natura sensazionalistica della storia aggiungeva inoltre interesse alle loro narrazioni e attirava più lettori. Una interpretazione più plausibile, supportata da diversi studiosi, è che il trattamento di Incitatus da parte di Caligola fosse uno scherzo concepito per ridicolizzare e provocare il Senato romano. Questa lettura inquadra la vicenda non come segno di follia, ma come una forma di satira politica, pensata per dimostrare che persino un cavallo potesse svolgere i doveri di un senatore. Lo storico Aloys Winterling suggerisce che molte delle azioni più eccentriche di Caligola, incluso il trattamento riservato ad Incitatus, fossero ben progettate per insultare e umiliare i senatori e le élite aristocratiche romane. Il contesto storico supporta questa interpretazione. Sotto l’impero, la carica di console era diventata largamente onorifica, un ufficio che gli imperatori utilizzavano per ricompensare senatori fedeli. Il fatto che i contemporanei romani trovassero plausibile la storia rivela quanto fosse già degradata la percezione del consolato verso il 40 d.C., quando i termini di servizio erano stati ridotti da un anno a pochi mesi, permettendo addirittura di nominare diversi consoli in un solo anno. La scelta specifica di un cavallo per questa narrazione non è casuale. Nella cultura romana, i cavalli erano strettamente associati al potere militare e alla nobiltà. L’inversione di questo simbolismo – dove un animale tradizionalmente associato alla grandezza viene utilizzato per ridicolizzare il potere – crea un contrasto particolarmente efficace. Il cavallo rappresenta simultaneamente la nobiltà (attraverso la sua associazione con la cavalleria e la guerra) e l’assurdità (attraverso la sua inappropriatezza per ruoli politici). Questa dualità simbolica spiega perché la metafora di Incitatus abbia mantenuto la sua potenza retorica. I vignettisti moderni spesso raffigurano funzionari incompetenti come cavalli in abiti consolari, riferendosi direttamente all’antico scandalo. La frase “il cavallo di Caligola” è entrata nel lessico politico comune per criticare nomine politiche inappropriate o per evidenziare l’inadeguatezza delle istituzioni. ## L’evoluzione del racconto di Incitatus Ciò che rende la storia di Incitatus particolarmente affascinante è la sua trasformazione da aneddoto storico a potente metafora politica utilizzata attraverso i secoli. La ripetizione del racconto nel corso del tempo ha gradualmente trasformato una diceria in un fatto ben radicato nella memoria collettiva. Questo processo di mitologizzazione dimostra come le narrazioni storiche possano acquisire vita propria, indipendentemente dalla loro accuratezza fattuale. Nel mondo contemporaneo, il riferimento a “Caligola e il suo cavallo” è diventato un modo conciso per criticare leader politici che sembrano aver perso il contatto con la realtà o per denunciare il degrado delle istituzioni democratiche. La metafora è particolarmente potente perché combina elementi di assurdità, eccesso e inversione dell’ordine naturale. La vicenda di Incitato offre spunti preziosi per comprendere meglio la politica contemporanea. Innanzitutto, mostra come certe narrazioni possano rafforzarsi semplicemente attraverso la ripetizione, anche quando mancano di fondamento. In secondo luogo, evidenzia il potere dei simboli nel trasmettere critiche politiche complesse in forme semplici e memorabili. La forza della metafora di Incitato sta proprio nella sua capacità di racchiudere, in un’immagine immediata, le preoccupazioni legate all’incompetenza politica e al degrado delle istituzioni. Infine, questa storia sottolinea quanto sia fondamentale il contesto per interpretare le azioni politiche. Ciò che a prima vista può sembrare pura follia — come la nomina di un cavallo a console — può in realtà celare una protesta o un messaggio politico provocatorio. ## L’uso di Incitatus nella politica moderna Incitatus continua a sopravvivere anche nella politica dei giorni nostri. Negli anni Novanta, la giornalista Julie Burchill racconta di essere stata soprannominata dai colleghi “il cavallo di Caligola” durante la sua esperienza al *Sunday Express*. Un’etichetta ironica, nata non per i suoi meriti professionali, ma per l’amicizia che la legava all’editore, grazie alla quale ottenne il posto. Una dinamica che richiama in modo diretto la celebre leggenda romana: più che la competenza, è il favore personale a determinare l’ascesa. Anche le istituzioni non sono immuni da questo tipo di paragoni. La Camera dei Lord inglese, in particolare, è stata più volte accostata a Incitatus. Il motivo? La crescente percezione pubblica di nomine motivate più da logiche politiche che da reale competenza. Non è passato inosservato neppure il conferimento del titolo di cavaliere a Stanley Johnson, padre di Boris Johnson, ex premier britannico. La stampa ìha subito evocato il fantasma di Caligola, vedendo in quella nomina un atto di nepotismo più che un riconoscimento basato sul merito. Non ultimo, l’ex leader laburista Jeremy Corbyn è stato a sua volta etichettato da alcuni opinionisti come “il cavallo di Caligola”, in riferimento alla sua salita ai vertici del partito e alle scelte politiche ritenute controverse. Il paragone con l’animale di Caligola voleva sottolineare, in chiave polemica, una rottura con la tradizione e l’inadeguatezza per il ruolo di leader nazionale. Ma Incitatus non si ferma qui. Il suo nome continua a galoppare tra editoriali, vignette e interventi televisivi, utilizzato come etichetta per qualsiasi figura pubblica considerata inadatta o inserita per convenienza. È una metafora potente e immediata, che condensa in un solo simbolo secoli di dubbi sulla legittimità del potere, sulla meritocrazia tradita e sull’involuzione delle istituzioni democratiche. A distanza di duemila anni, quel cavallo che forse non fu mai console continua a trottare, impetuoso, nel cuore stesso del discorso politico moderno. FONTI - **Svetonio**, *Vite dei Cesari* (De Vita Caesarum), “Caligola”, 55.3 - **Cassio Dione**, *Storia Romana*, LIX (59), 14 ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo imperiale, Top --- ### [I Saturnalia, il Natale dell'antica Roma: origine e storia](https://scriptamanentitalia.it/saturnalia-antica-roma/) **Published:** Maggio 21, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’origine dei Saturnalia: l’età dell’oro](#Lorigine_dei_Saturnalia_leta_delloro) - [I Saturnalia: i giorni di festa](#I_Saturnalia_i_giorni_di_festa) - [Lo svolgimento dei Saturnalia](#Lo_svolgimento_dei_Saturnalia) *Di Leonardo Conti* Una delle feste più sentite dei romani si svolgeva, e non è un caso, nello stesso periodo di una delle principali ricorrenze cristiane. I *Saturnalia*, giorni di sfrenati banchetti e libagioni, di spettacoli e cortei festosi, ricordavano ai nostri antichi antenati una magnifica era ormai perduta per sempre. Anni remoti in cui c’era solo pace, giorni immersi nell’eterna primavera: l’età dell’oro in cui regnava Saturno, primo mitico re del mondo intero. ## **L’origine dei Saturnalia: l’età dell’oro** “…*redeunt Saturnia regna”*. Così Virgilio al sesto verso nella quarta Bucolica, ci parlava di un’epoca che stava per tornare, i mitici regni di Saturno. Parole che richiamavano alla memoria dei contemporanei una fantomatica età in cui tutto era bello, il cibo abbondante, la sofferenza assente. Il mito dell’età dell’oro non era nuovo: già Esiodo, nelle *Opere e i giorni* (VIII secolo a. C.) parlava di uomini che *“come dèi passavano la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro”* (vv. 109 sgg.). Un passato lontanissimo, remoto, in cui i nostri progenitori si muovevano nel mondo nella pace e nell’armonia; l’abbondanza di cibo per tutti rendevano inutile la guerra, il furto e ogni legge punitiva. L’eterna primavera consentiva di vagare senza trovare riparo dalle intemperie. Ricorda molto da vicino il biblico giardino dell’Eden. Non sappiamo se i romani avessero un mito originario preesistente o riprendessero il mito greco. In entrambi i casi è certo che aggiunsero elementi originari. Nell’età dell’oro descritta da Esiodo, Crono era la principale divinità, dunque distaccata dalla realtà terrena, e fu ucciso dal figlio Zeus. Invece nell’antica Roma, il dio Saturno, in fuga dall’Olimpo per l’usurpazione del figlio Giove, si era stabilito nel Lazio, proprio nella zona del Campidoglio, dove aveva insegnato agli abitanti locali, evidentemente non civilizzati, l’agricoltura e la pastorizia. Ancora una volta è Virgilio nell’ottavo libro dell’Eneide a darci i particolari: “*Per primo venne, dal celeste Olimpo* *esule e fuggitivo, il dio Saturno,* *detronizzato da suo figlio Giove.* *Egli riunì quel popolo selvaggio* *sparso per gli alti monti, diede leggi* *\[…\]* *Sotto quel re vi fu la celebrata* *età dell’oro, che in tranquilla pace* *mantenne tutti i popoli; finché* *quel tempo si guastò, perse colore,* *e a poco a poco afferrarono i cuori* *smania di guerra e voglia di possesso.”* (*Aen*. VIII vv. 319 sgg. Trad. di M. Scaffidi Abbate, ed. Newton & Compton) Anche nelle Georgiche si celebra (2,173 e 538) il mito di un’età mitica piena di frutti e fiori. Ma sono giorni perduti; l’età in cui Saturno regnava sulla terra si interrompe: il dio viene rapito dal cielo e la pace e l’armonia assoluta vengono interrotte dalla guerra. Le armi, come ci dice Tibullo nei primi versi della decima elegia, furono convertite da strumenti di caccia e difesa contro le belve feroci a strumenti di guerra. La memoria di questo mitico periodo in cui il buon Saturno passeggiava tranquillamente nel Lazio, dispensando insegnamenti e cibo in abbondanza, tuttavia, non si era spenta. Un’epoca giocosa e spensierata che i romani rievocavano, ogni anno, all’inizio della stagione più difficile e più dura: l’inverno. ## **I** ***Saturnalia***: i giorni di festa Erano una delle principali feste del mondo romano. Tito Livio (*Ab Urbe Condita*, 2,21,2) ci testimonia che furono istituite nel 497 a. C., con la fondazione del tempio di Saturno nel Foro Romano, ma con ogni probabilità si trattava di una festa di origine agreste ben più antica. Varrone ipotizza che fosse stata una festa di origine italica, portata a Roma dagli pelasgi, un popolo talmente antico da essere al limite del leggendario, altri la facevano risalire addirittura ad Ercole, quando venne in Italia durante le sue fatiche. Nel 212 a. C. furono regolamentati e fissati al solo 17 dicembre, ma progressivamente furono aggiunti altri giorni per rendere la festa più grandiosa e sfarzosa: Cesare ne aggiunse due, Caligola altri tre, fino a Domiziano che portò la durata a sette giorni, dal 17 al 23 dicembre. Un’intera settimana di festeggiamenti. ## Lo svolgimento dei Saturnalia Il periodo dell’anno in cui si svolgevano non stupisce più di tanto. Anzitutto il mese di dicembre era un mese di pausa, sia da lavori agricoli che dalla guerra. Inoltre erano i giorni precedenti la cosiddetta nascita del sole, il giorno in cui il ciclo annuale della nostra stella ricominciava da capo. Grandi addobbi venivano posti in tutte le parti delle città. Era un periodo in cui era “obbligatorio” far festa, era permesso il gioco d’azzardo, non si lavorava né si andava a scuola e non si poteva né portare il lutto né celebrare funerali. Anche gli accampamenti militari erano addobbati a festa: nel cosiddetto *“Saturnalicium castrense”* i soldati semplici sedevano alla stessa mensa degli ufficiali, mangiando lo stesso cibo e brindando con loro ad un nuovo anno di successi militari. Il 17 dicembre un insolito banchetto veniva allestito nel centro di Roma: il *“lectisternium”*, il sacro convivio in cui le statue dei 12 principali dèi romani venivano poste su dei letti come quelli usati per i banchetti romani e si offriva loro del cibo simbolico, assieme a suppliche e preghiere. Subito dopo una grande processione si snodava fino al tempio di Saturno, dove il sacerdote sacrificava una scrofa. A quel punto cominciava la vera e propria festa. Banchetti venivano tenuti in ogni casa romana, con brindisi in onore degli dèi. Il tradizionale augurio che ci si faceva era “*Ego Saturnalia!”*, abbreviazione di “*ego tibi optima Saturnalia auspico*” (Ti auguro di trascorrere lieti Saturnali). A tali convivi era usanza scambiarsi piccoli doni (solitamente piccole statue di argilla o cera o rametti di alberi intrecciati), detti *strennae*, accompagnati da bigliettini con piccole poesie beneaugurali. La parola *strenna* secondo alcuni deriva dall’antico sabino, e significa appunto “regalo di buon augurio”; mentre Varrone lo fa derivare dalla dea Strenia, cui era dedicato un bosco sacro da cui si usava prendere ramoscelli per buon auspicio. Dei componimenti che venivano scritti per l’occasione resta traccia negli *“Xenia”* e *“Apophoreta”*, del poeta del I secolo d. C. Marco Valerio Marziale: più di trecento piccole elegie, alcune composte da soli due versi, che probabilmente l’autore scriveva su commissione delle più ricche famiglie romane. Dello sfarzo di questi banchetti possiamo farci un’idea nei *Saturnali* di Macrobio, uno scrittore attivo nel V° secolo d. C, ambientati proprio in questo periodo dell’anno, come si può dedurre dal titolo. Nonostante l’epoca tarda e con una cristianizzazione del mondo romano già ben avviata, possiamo capire il tenore, seppur idealizzato in un’opera letteraria, dei banchetti nell’alta società dell’epoca, con discussioni dotte su vari argomenti quali la religione, la letteratura (il testo riporta numerosi frammenti di opere latine altrimenti totalmente perdute) o anche argomenti più frivoli (celebre il detto “è nato prima l’uovo o la gallina?”, *Ovumne prius fuerit an gallina?*). La caratteristica più originale dei *Saturnalia*, era tuttavia l’aspetto carnevalesco e di sovvertimento delle classi sociali. Contrariamente al resto dell’anno, agli schiavi era consentito partecipare ai pranzi solenni con i loro padroni. Non solo: in questi giorni potevano prendersi tutte quelle libertà altrimenti negate, quindi bere fino all’ubriacatura, non lavorare, andare in giro per la città liberamente. Le loro vesti non erano misere come negli altri giorni, ma da gran signori. La legge era dettata dal *princeps saturnalicius*, una persona eletta per burla e dotata, perlomeno sulla carta, di pieni poteri. La città era percorsa da cortei festosi e grandi fiere e mercati richiamavano gente da ogni dove. Agli angoli delle strade si vendevano souvenir e cibi da strada. Danzatori e saltimbanchi si esibivano in ogni dove, mentre nelle arene i gladiatori davano il loro cruento spettacolo, omaggiati da una folla festante ed esaltata. In mezzo a questa follia vi era anche spazio per il sacro, infatti si offrivano piccole statue al dio Saturno come buon auspicio di salute e prosperità. Infine, al tramonto del 23 dicembre, tutto cessava, le città tornavano alla vita di sempre, gli schiavi alle loro fatiche, quasi come se niente fosse stato. Una festa, quella dei *Saturnalia*, che ricorda da vicino, sia per il periodo dell’anno sia per l’usanza dello scambio di doni, il nostro Natale. Ma il sovvertimento dell’ordine e la burla, può esser visto anche come un antesignano del Carnevale. Indubbiamente per un antico romano, libero o schiavo che fosse, era uno dei periodi più belli dell’anno, che si svolgevano quando l’inverno cominciava a farsi sentire, dove potevano smettere di pensare alle proprie preoccupazioni ed incombenze della vita quotidiana e magari ritrovarsi con amici e parenti allo stesso tavolo. Sette giorni di *pacchia*, insomma. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [I Servizi segreti nell'antica Roma: dai Frumentarii agli Agentes in Rebus](https://scriptamanentitalia.it/servizi-segreti-antica-roma/) **Published:** Maggio 21, 2025 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [I Frumentarii: dalla ricerca del grano a servizi segreti](#I_Frumentarii_dalla_ricerca_del_grano_a_servizi_segreti) - [Gli Speculatores: gli occhi dell’imperatore](#Gli_Speculatores_gli_occhi_dellimperatore) - [Organizzazione e struttura di comando](#Organizzazione_e_struttura_di_comando) - [Metodi operativi e attività](#Metodi_operativi_e_attivita) - [Il declino dei Frumentarii e l’ascesa degli Agentes in Rebus](#Il_declino_dei_Frumentarii_e_lascesa_degli_Agentes_in_Rebus) - [L’eredità dei servizi segreti romani](#Leredita_dei_servizi_segreti_romani) L’impero romano, con la sua vasta estensione territoriale e complessa amministrazione, necessitava di un efficiente sistema di intelligence per garantire la sicurezza interna, monitorare potenziali rivolte e raccogliere informazioni sui nemici esterni. L’evoluzione dei servizi segreti romani rappresenta un affascinante capitolo della storia militare e amministrativa dell’antica Roma, mostrando come una semplice unità logistica si sia trasformata in una sofisticata rete di spionaggio e controllo. ## I Frumentarii: dalla ricerca del grano a servizi segreti Le radici dei servizi segreti romani risalgono, insospettabilmente, nei **frumentarii**, o **mensores frumentarii**, soldati specializzati dell’esercito romano con compiti prettamente logistici. Il loro nome deriva da “frumentum” (grano), poiché la loro funzione originaria era quella di provvedere all’approvvigionamento delle legioni. Questi militari facevano parte degli *immunes*, soldati esenti dai servizi più pesanti che svolgevano funzioni specializzate all’interno dell’apparato militare romano. La trasformazione dei frumentarii in agenti dei servizi segreti avvenne gradualmente. Sebbene le fonti indichino con certezza che sotto l’imperatore Adriano (117-138 d.C.) essi assunsero il ruolo di “corrieri” e “polizia segreta”, è probabile che già con Augusto avessero iniziato a svolgere funzioni di intelligence. Il loro ruolo di rifornitori delle legioni li portava a viaggiare continuamente tra le province, rendendoli ideali per la raccolta di informazioni. Ogni legione aveva il proprio *numerus frumentariorum*, un distaccamento comandato da *centuriones frumentarii* o da un *praefectus frumentariorum*. A Roma, la loro sede centrale si trovava nei *castra peregrina*, situati sul colle Celio, i cui resti archeologici sono stati rinvenuti presso la Basilica di Santo Stefano Rotondo. Questi accampamenti erano chiamati “peregrina” (stranieri) probabilmente perché ospitavano soldati distaccati dalle legioni provinciali. Con l’evoluzione del loro ruolo, i frumentarii divennero “coloro i quali scrutavano nei segreti di tutti”, acquisendo compiti sempre più legati alla sicurezza interna dell’impero. Erano addetti al controllo delle istituzioni, come il Senato, e alla protezione dell’imperatore, anche se le iscrizioni testimoniano che potevano essere assegnati anche alla custodia delle carceri e alla sorveglianza delle armi. ## Gli Speculatores: gli occhi dell’imperatore Parallelamente ai frumentarii operavano gli **speculatores**, un corpo di esploratori dell’esercito romano. Il termine deriva dal latino “speculari” (osservare), il che evidenzia chiaramente la loro funzione primaria di osservazione. A differenza dei frumentarii, che operavano principalmente all’interno dell’impero, gli speculatores erano inizialmente impiegati in ambito militare per raccogliere informazioni sui nemici esterni. Gli speculatores erano spesso a cavallo e potevano operare sia di giorno che di notte. Con il tempo, le loro funzioni si ampliarono: da semplici ricognitori divennero guardie del corpo degli imperatori, messaggeri e talvolta anche carnefici. Erano organizzati sotto un *centurio* e un *optio*, seguendo l’imperatore durante le campagne militari. Un’altra categoria simile erano gli **exploratores**, il cui compito specifico era osservare i movimenti nemici sul campo di battaglia. Potevano essere organizzati in unità ausiliarie come i *numeri* (ad esempio il *Numerus Germanicianorum exploratorum*), le coorti equitate o le *ali* di cavalleria. Con una certa approssimazione, si può affermare che gli speculatores si occupavano della “sicurezza interna”, mentre gli exploratores della “sicurezza esterna”. Entrambi i corpi, insieme ai frumentarii, costituivano una sorta di servizi segreti dell’impero, deputati alla raccolta di informazioni e alla sicurezza dello Stato. ## Organizzazione e struttura di comando L’intero apparato dei servizi segreti romani era coordinato dal **princeps peregrinorum**, che comandava tutte le truppe acquartierate nei *castra peregrina*. Questo alto ufficiale riferiva direttamente all’imperatore, garantendo così un controllo diretto sulle informazioni raccolte. La gerarchia prevedeva anche altre figure chiave come il **subprinceps peregrinorum** (aiutante del comandante) e l’**optio peregrinorum** (sergente maggiore delle truppe). Sappiamo che ai princeps peregrinorum erano subordinati direttamente i centurioni dei frumentarii. Per quanto riguarda la consistenza numerica, si stima che nel II secolo d.C. ciascuna legione potesse contare su circa cinque o dieci frumentarii, per un totale di circa duecento uomini distribuiti tra le province e la capitale. Questo numero non era fisso e probabilmente aumentò durante il III secolo, quando il governo centrale era particolarmente preoccupato per le comunicazioni, i rifornimenti, le tasse e la sicurezza interna. ## Metodi operativi e attività I frumentarii e gli speculatores svolgevano molteplici funzioni oltre allo spionaggio. Come corrieri, erano tra i principali fruitori delle strade statali e potevano requisire cavalli, carrozze, alloggi e rifornimenti necessari per le missioni ufficiali. Si occupavano anche dell’organizzazione delle forniture di grano alla città di Roma, con sedi permanenti nei porti principali dell’impero come Portus (Ostia) e Puteoli (Pozzuoli). Probabilmente erano coinvolti anche nella raccolta delle tasse, tanto che nelle province di lingua greca venivano chiamati “kollectiones” (esattori). Le modalità operative degli agenti segreti romani rimangono in parte oscure. Sebbene non ci siano fonti che affermino esplicitamente l’uso di agenti “in borghese” o *agents provocateurs* tra i frumentarii, è ipotizzabile che tali metodi fossero impiegati per incarichi delicati e riservati. D’altra parte, in certe funzioni, specialmente come burocrati e corrieri, la loro presenza era resa evidente dalle uniformi e dagli emblemi caratteristici. ## Il declino dei Frumentarii e l’ascesa degli Agentes in Rebus Con il passare del tempo, il potere quasi illimitato dei frumentarii di acquisire informazioni e requisire beni li rese particolarmente odiosi alla popolazione. Durante la dinastia dei Severi, i contadini dell’Asia Minore si lamentarono aspramente degli arresti ed esazioni arbitrarie effettuate dai frumentarii. L’epiteto di “curiosi” o “ficcanasi” attribuito loro evidenzia la percezione negativa che ne aveva la popolazione. Questa impopolarità portò l’imperatore Diocleziano, nell’ambito della sua vasta riforma dello stato, a sopprimere il corpo dei frumentarii intorno al 312 d.C. Ma l’amministrazione imperiale necessitava ancora di un servizio di corrieri e intelligence, così vennero istituiti gli **agentes in rebus.** Gli agentes in rebus erano addetti ai servizi di corriere e agenti generali del governo centrale romano dal IV al VII secolo d.C. A differenza dei frumentarii, non provenivano necessariamente dall’ambiente militare. Ricadevano sotto la giurisdizione del *magister officiorum* (Maestro degli Uffici), da cui il loro nome alternativo greco di *magistrianoi*. Erano formati in una vera e propria accademia di palazzo (*schola*) e il loro servizio, benché militarizzato, era considerato una *militia*. Gli agentes erano divisi in cinque categorie gerarchiche: *equites*, *circitores*, *biarchi*, *centenarii* e *ducenarii*. Una caratteristica peculiare degli agentes in rebus era che godevano di immunità da procedimenti sia civili che penali, a meno che non fosse diversamente disposto dal Magister Officiorum. Questo li rendeva particolarmente potenti e, in alcuni casi, anche più temuti dei loro predecessori. ## L’eredità dei servizi segreti romani I servizi segreti romani rappresentarono un elemento fondamentale per la stabilità e la sicurezza dell’impero. La loro evoluzione da semplici unità logistiche a sofisticati apparati di intelligence è molto indicativa della complessità crescente dell’amministrazione imperiale e della necessità di controllo su territori vastissimi e popolazioni diverse. Gli agentes in rebus sopravvissero alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, continuando ad operare nell’Impero Bizantino fino all’inizio dell’VIII secolo, quando la maggior parte delle funzioni del *magister* passarono ai logoteti (*logothetēs tou dromou*). L’organizzazione dei servizi segreti romani, con la loro capacità di raccogliere informazioni, monitorare potenziali minacce interne ed esterne e garantire comunicazioni rapide attraverso l’impero, rappresenta un modello che ha influenzato lo sviluppo dei moderni servizi di intelligence, dimostrando come già nell’antichità si comprendesse pienamente l’importanza delle informazioni per la sicurezza dello stato. La loro trasformazione nel tempo riflette l’adattamento delle istituzioni romane alle sfide crescenti dell’amministrazione imperiale e alla necessità di garantire la sicurezza dello stato in un periodo di continui cambiamenti politici e militari. L’eredità di questi antichi servizi segreti può essere rintracciata nei moderni sistemi di intelligence, che continuano a svolgere funzioni simili, sebbene con mezzi tecnologicamente più avanzati. FONTI - Cassio Dione, *Historia Romana*, LV, 24 - Svetonio, *Vita di Adriano*, 11 - Tacito, *Annales*, XV, 50 - Ammiano Marcellino, *Res Gestae*, XV, 3, 8 - Codice Teodosiano, VI, 27 - Codice Giustinianeo, XII, 49 - Notitia Dignitatum, Occ. XI, 13 - Digesto, I, 18, 6 ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Il Vomitorium: gli antichi romani vomitavano davvero per rimangiare?](https://scriptamanentitalia.it/vomitorium-antichi-romani/) **Published:** Maggio 15, 2025 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il vero significato del termine “Vomitorium”](#Il_vero_significato_del_termine_%E2%80%9CVomitorium%E2%80%9D) - [Una ricerca nelle fonti antiche](#Una_ricerca_nelle_fonti_antiche) - [L’origine del mito moderno](#Lorigine_del_mito_moderno) - [Un mito duro a morire](#Un_mito_duro_a_morire) Sarà capitato a tutti di aver sentito parlare del “vomitorium”, una stanza dell’antica Roma dove i commensali si ritiravano durante i banchetti per vomitare e tornare a tavola per continuare a mangiare. Questa immagine di decadenza e spreco è diventata così radicata nella nostra cultura da essere citata in opere moderne come *“The Hunger Games”* di Suzanne Collins, dove i ricchi abitanti del Campidoglio bevono pozioni per vomitare alle feste per poter consumare più cibo. Ma quanto c’è di vero in questa credenza? L’antica Roma ospitava davvero questi luoghi dedicati al vomito? Un’indagine approfondita delle fonti storiche rivela una realtà molto diversa. ## Il vero significato del termine “Vomitorium” Contrariamente alla credenza popolare, il termine “*vomitorium*” (al plurale “vomitoria”) nell’antica Roma si riferiva a qualcosa di completamente diverso da una stanza per vomitare. I vomitoria erano i passaggi o i corridoi situati negli anfiteatri e nei teatri romani, progettati per consentire l’ingresso e l’uscita rapida di una grande quantità di persone. Il termine deriva effettivamente dal verbo latino “vomo” (vomitare), ma il suo uso era metaforico: questi passaggi “vomitavano” (cioè facevano uscire) le folle nelle strade. L’efficienza di questi corridoi era tale che il Colosseo, con i suoi 80 vomitoria, poteva essere svuotato in soli 15 minuti, nonostante potesse ospitare fino a 50.000 spettatori. ## Una ricerca nelle fonti antiche La prima menzione documentata del termine “vomitoria” appare solo nel V secolo d.C. negli scritti di Macrobio, nella sua opera “Saturnalia”. Macrobio usa questa parola riferendosi ai passaggi attraverso i quali gli spettatori “si riversavano” nei loro posti durante gli spettacoli pubblici: *“Et Tiberis flumen vomit in mare salsum, unde et nunc vomitoria in spectaculis dicimus, unde homines glomeratim ingredientes in sedilia se fundunt”.* (E il fiume Tevere vomita nel mare salato, da cui oggi chiamiamo vomitoria nei luoghi di spettacolo, da dove le persone entrano in massa e si riversano nei sedili). È interessante notare che Macrobio spiega che il suo uso del termine deriva da un’espressione poetica di Ennio sul Tevere che “vomita” nel mare, a sua volta ispirata dal poeta greco Apollonio di Rodi, il che dimostra chiaramente che l’uso del termine era figurativo, non tecnico. Se il vomitorium come stanza per vomitare non esisteva, da dove viene questa idea? Un esame attento delle fonti antiche rivela che nessun testo romano menziona mai l’esistenza di stanze specificamente designate per il vomito durante i banchetti. Gli scrittori romani come Seneca, Petronio e Svetonio, che descrivevano spesso in dettaglio la vita quotidiana e talvolta gli eccessi dei loro contemporanei, non fanno alcun riferimento a luoghi simili. Il fatto che nemmeno questi autori, universalmente considerati come i più “pettegoli” della storia romana, abbiano mai citato il vomitorium è forse la prova migliore che una stanza del genere non è mai esistita. Questo non significa che i romani non praticassero il vomito. Ci sono alcuni riferimenti al vomito nei testi romani, ma in contesti diversi. Per esempio, Cicerone, nel suo “In difesa del re Deiotaro”, menziona Cesare che vomita, ma specifica che lo fa nel bagno, non in una stanza speciale. Altre fonti suggeriscono che il vomito poteva avvenire per ragioni mediche o come conseguenza dell’eccesso di cibo e bevande. In latino esisteva una ricca gamma di parole associate all’atto del vomitare, dai verbi “vomo” (io vomito) e “vomito” (continuo a vomitare) ai sostantivi “vomitor” (colui che vomita) e “vomitus” e “vomitio”, termini che potevano riferirsi sia all’atto di vomitare sia alla materia vomitata. Ma nessuna fonte antica usa mai il termine “vomitorium” per descrivere un luogo destinato al vomito dopo i pasti. ## L’origine del mito moderno Se non esisteva nell’antica Roma, come è nato questo mito ormai radicato nell’immaginario collettivo? L’origine sembra risalire al XIX secolo, quando la percezione della decadenza romana iniziò a prendere forma nella cultura occidentale. Una data importante è il 1871, quando il giornalista e politico francese Felix Pyat, descrivendo un pasto natalizio in Inghilterra, lo paragona a “un’orgia rozza, pagana, mostruosa – una festa romana, in cui non manca il vomitorium”. Nello stesso anno, anche lo scrittore inglese Augustus Hare fa un riferimento simile nella sua pubblicazione “Walks in Rome” L’idea continua a diffondersi nei decenni successivi, con articoli sul Los Angeles Times nel 1927 e 1928 che menzionano il vomitorium con lo stesso significato errato. Ma sembra che il vero e proprio “padre” dell’equivoco sia stato Aldous Huxley, che lo usa nel suo romanzo “Antic Hay” del 1923 (o 1924, le fonti variano). Il romanzo, di grande successo, è determinante nel “solidificare” questa interpretazione errata nella cultura popolare. Nel romanzo, Huxley scrive: *“Ma il signor Mercaptan non avrebbe avuto tranquillità quel pomeriggio. La porta del suo sacro boudoir fu rudemente spalancata, e vi entrò a grandi passi, come un Goto nell’elegante vomitorium di marmo di Petronio Arbitro, una persona stanca e disordinata…”.* Questa allusione letteraria fa riferimento a Petronio, autore del “Satyricon”, che descrive effettivamente orge romane con i partecipanti che vomitano durante il pasto, ma senza mai menzionare una stanza specifica per quest’atto. Ad un certo punto del tardo XIX o inizio XX secolo, si è verificato probabilmente un semplice errore linguistico: “vomitorium” suona effettivamente come un luogo dove le persone potrebbero andare a vomitare, e questa interpretazione si è facilmente associata al preesistente stereotipo dei romani golosi e decadenti. ## Un mito duro a morire Nonostante sia stato ampiamente smentito dagli storici, il mito del vomitorium continua a sopravvivere nella cultura popolare. Oltre a “The Hunger Games”, l’idea appare regolarmente in libri, film e serie televisive che ritraggono l’antica Roma come un luogo di eccessi e decadenza Questo errore è diventato così diffuso che ora viene spesso utilizzato come esempio classico di mito palesemente errato ma duro a scomparire. Insomma, il concetto del “vomitorium” continua a persistere, forse perché si adatta perfettamente alla nostra immagine preconfezionata della decadenza romana. FONTI - Macrobio, *Saturnalia* - Cicerone, *In difesa del re Deiotaro* (Pro rege Deiotaro) - Petronio, *Satyricon* - Seneca (opere varie, in riferimento alla vita quotidiana e agli eccessi romani) - Svetonio (opere varie, in riferimento alla vita quotidiana e agli eccessi romani) - Ennio (poeta citato da Macrobio per l’espressione poetica sul Tevere) - Apollonio di Rodi (poeta greco, fonte di ispirazione per l’espressione poetica di Ennio) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Cristiani in pasto ai leoni. Realtà o mito costruito?](https://scriptamanentitalia.it/cristiani-leoni-realta-mito/) **Published:** Aprile 26, 2025 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La “Damnatio ad bestias”](#La_%E2%80%9CDamnatio_ad_bestias%E2%80%9D) - [Le persecuzioni dei cristiani sotto Nerone](#Le_persecuzioni_dei_cristiani_sotto_Nerone) - [I leoni di Tertulliano e il simbolismo cristiano](#I_leoni_di_Tertulliano_e_il_simbolismo_cristiano) - [La critica moderna sul mito dei cristiani e dei leoni](#La_critica_moderna_sul_mito_dei_cristiani_e_dei_leoni) - [Singoli episodi, diventati simbolo](#Singoli_episodi_diventati_simbolo) L’immagine dei cristiani gettati in pasto ai leoni nel Colosseo e, più in generale, negli anfiteatri romani è uno dei simboli più potenti e drammatici del primo cristianesimo. I racconti, i dipinti e persino i film hanno spesso rappresentato fedeli devoti che affrontano con straordinario coraggio leoni ruggenti, cantando e pregando pochi attimi prima di essere sbranati, mentre una folla assetata di sangue grida ed esulta. Tuttavia, gli storici contemporanei hanno rivalutato questo grande caposaldo della storia cristiana, indagando sulle evidenze storiche per comprendere se l’idea dei cristiani divorati dai leoni appartenga alla realtà o rappresenti piuttosto una interpretazione successiva del fenomeno. ## La “Damnatio ad bestias” Partiamo dal presupposto che nell’antica Roma esisteva certamente la “Damnatio ad bestias”, ovvero la “condanna alle bestie”, una tipologia di esecuzione capitale prevista dal diritto romano, riservata ai criminali di basso rango, agli schiavi e a coloro che si erano dimostrati nemici dello Stato. Questa pratica era annoverata come punizione per reati gravi sin dagli albori della storia di Roma e non fu certamente elaborata in occasione dei reati cristiani. Dai testi degli autori latini e dalle rappresentazioni sui mosaici romani sappiamo che le bestie utilizzate erano perlopiù leoni o tigri, ma potevano essere impiegati anche orsi, lupi o leopardi fino ad animali di taglia più piccola come cani, linci e cinghiali. Le esecuzioni si svolgevano al mattino o poco prima degli spettacoli gladiatori: il condannato veniva legato a un palo, spesso vestito con i panni di un personaggio mitologico e lasciato in balìa degli animali. In questo modo, oltre ad eseguire la condanna, si offriva contemporaneamente al pubblico una ricostruzione drammatica ma verosimile di un episodio della mitologia greca o latina. La prima esecuzione documentata risale al 167 d.C., quando Emilio Paolo, dopo aver ottenuto la vittoria su Perseo, ordinò che i disertori del nemico fossero schiacciati dagli elefanti, il che conferma che la damnatio ad bestias era una punizione riservata al mondo militare o civile e non aveva, di per sè, alcun significato religioso. ## Le persecuzioni dei cristiani sotto Nerone La prima persecuzione diretta in maniera specifica contro i cristiani avvenne sotto l’imperatore Nerone nel 64 d.C., in seguito all’incendio che devastò buona parte della città di Roma. Nerone, che era anche il praefectus urbis della città, venne accusato da diversi contemporanei non tanto di aver appiccato volontariamente il fuoco, come comunemente si crede, ma di non aver gestito adeguatamente la risorse della città, dando adito allo scatenarsi dell’incendio. Così lo storico romano Tacito spiega che lo stesso imperatore, per sopprimere la diceria, indirizzò la colpa sui cristiani, già odiati per le loro nefandezze e per le loro pratiche poco chiare al popolo romano. Di nuovo Tacito passa poi a descrivere i supplizi a cui furono sottoposti i cristiani: nei suoi scritti, lo storico romano riferisce che i condannati furono crocifissi e dati alle fiamme, ma manca qualsiasi riferimento alla “Damnatio ad bestias”, nè tantomeno si trova alcuna menzione dei leoni. La seconda grande fonte su questo periodo è Svetonio che, avendo accesso agli archivi del senato, poteva ottenere informazioni di prima mano sui provvedimenti dell’imperatore Nerone. Anche in questo caso, l’autore descrive le punizioni dei cristiani definendoli “una classe di uomini dedita ad una superstizione nuova e malevola”, ma non viene specificato alcun uso dei leoni. ## I leoni di Tertulliano e il simbolismo cristiano L’associazione tra cristiani e leoni, molto radicata nell’immaginario collettivo, non deriva dunque dalla storiografia classica romana quanto piuttosto dai principali autori cristiani successivi. Il più eminente è certamente Tertulliano, che visse tra il II e il III secolo d.C., il quale, raccontando delle esecuzioni contro i cristiani, è il primo a menzionare il grido “Ai leoni!”, definendolo come un’esclamazione del pubblico romano contro i primi martiri. Ma ad una analisi attenta del testo bisogna notare come Tertulliano, in altre parti dei suoi racconti sugli spettacoli gladiatori, utilizzi termini molto generici e spesso imprecisi, il che suggerisce che forse l’autore non abbia mai veramente assistito agli spettacoli dell’anfiteatro o che non ne avesse una conoscenza sufficiente da poter essere considerato attendibile. Una nuova menzione dei leoni appare in Cipriano di Cartagine, in una lettera ai martiri. Anche se stavolta l’immagine dei felini che divorano i cristiani è raccontata con completezza, è impossibile non notare come l’autore reinventa completamente la forma delle arene e degli anfiteatri, eliminandola totalmente dal contesto storico prettamente romano e ripresentando i martiri come dei soldati impegnati nella battaglia contro il male. In questo senso, il sangue dei martiri diventa un’arma contro le fiamme dell’inferno, in un’arena che non è stata costruita dai romani, ma da una divinità giudaico cristiana. ## La critica moderna sul mito dei cristiani e dei leoni Se le fonti più vicine ai fatti non citano alcuna condanna ai leoni, e quelle cristiane dimostrano poca conoscenza tecnica, studiosi recenti hanno addirittura messo in discussione la narrativa tradizionale delle persecuzioni cristiane. Il saggio che maggiormente sfida questo concetto è quello della storica Candida Moss che, in un libro piuttosto controverso e criticato da altri studiosi, “Il mito della persecuzione”, sostiene addirittura che le persecuzioni contro i cristiani si verificarono solo per un arco temporale di circa 10-12 anni, anziché per i 300 che comunemente vengono tramandati. Moss spiega che molti racconti del martirio vennero esagerati nel IV secolo d.C., attribuendo la colpa ad Eusebio di Cesarea, il biografo dell’imperatore Costantino, che aveva tutta l’intenzione di consolidare una narrativa distorta della resistenza cristiana per motivi prettamente religiosi. La studiosa distingue tra la persecuzione per motivi di fede, che a suo dire non sarebbe sostanzialmente mai avvenuta, e il perseguimento per presunti crimini, assolvendo nella stragrande maggioranza dei casi le autorità romane. Un altro saggio, quello di Robin Lane Fox, nell’influente lavoro “Pagani e cristiani”, propone una visione più sfumata ed equilibrata, riconoscendo e confermando l’esistenza di persecuzioni specifiche contro i cristiani, ma con un lavoro di contestualizzazione all’interno delle dinamiche sociali del tempo. ## Singoli episodi, diventati simbolo Pesando tutti gli elementi, la conclusione più ragionevole è quella che, pur senza scadere nel negazionismo, ridimensiona i fatti nel contesto storico. Sebbene alcuni cristiani possano essere stati condannati alla “Damnatio ad bestias” questa non fu la principale forma di esecuzione utilizzata contro di loro ed è logico pensare che si tratti di una narrativa cristiana successiva, che ha immaginato e reinterpretato i fatti per drammatizzare le persecuzioni contro i primi fedeli. In altre parole, l’immagine dei cristiani sistematicamente gettati in pasto ai leoni per più di tre secoli non sembra rappresentare la verità storica vera e propria, quanto piuttosto dei singoli episodi potenzialmente accaduti che, opportunamente rielaborati, si siano prestati a diventare un simbolo del cristianesimo e dei suoi principi. Un lavoro di ricostruzione per certi versi necessario, soprattutto per una giovane religione emergente, che aveva bisogno di aiutare la prime comunità cristiane ad aggregarsi attorno a delle grandi immagini collettive e ad esempi eterni di coraggio e di fede. Fonti - **Tacito, Annales (XV, 44)** - **Svetonio, Vita di Nerone** - **Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica** - **Tertulliano, Apologeticum** ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [L'oracolo di Delfi. Come si consultava esattamente?](https://scriptamanentitalia.it/oracolo-delfi-consultazione/) **Published:** Aprile 24, 2025 **Author:** Stefania Maurilio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La nascita dell’oracolo di Delfi](#La_nascita_delloracolo_di_Delfi) - [La costruzione di un mito](#La_costruzione_di_un_mito) - [La procedura per consultare l’oracolo di Delfi](#La_procedura_per_consultare_loracolo_di_Delfi) - [La Pizia, la protagonista dell’oracolo](#La_Pizia_la_protagonista_delloracolo) - [Il tramonto dell’Oracolo di Delfi](#Il_tramonto_dellOracolo_di_Delfi) Per oltre mille anni, l’oracolo di Delfi fu il centro spirituale più influente del mondo greco, poiché tutti credevano che il divino potesse comunicare con gli esseri umani attraverso enigmatiche profezie. Situato sulle impervie pendici del monte Parnaso, questo santuario sacro guidò spesso le decisioni di re e generali, ma anche dei comuni cittadini, diventando un punto di riferimento per la storia e la cultura dell’antica Grecia. L’oracolo di Delfi aveva un funzionamento complesso e un rituale di consultazione che andava seguito alla lettera. Basandoci sulle testimonianze degli autori antichi, cercheremo di capire esattamente come funzionava e come si potesse ottenere un autentico responso dall’immortale oracolo. ## La nascita dell’oracolo di Delfi La storia di Delfi parte dalla tradizione mitologica greca, che definisce il sito come già sede di un “santuario” dedicato alla dea della terra, Gea, protetto da un serpente, enorme e aggressivo, chiamato Pitone. I riferimenti bibliografici fondamentali sono l’inno omerico a Apollo, il quale, cercando un luogo adatto per stabilire il suo oracolo, giunse nell’antica zona di Crisa, dove, dopo un furioso combattimento, riuscì a uccidere il mostruoso pitone. Così il nome Pito, con cui l’area era inizialmente conosciuta, deriverebbe dal verbo greco “pitein”, che significa imputridire, riferendosi alla decomposizione del corpo del serpente sotto i raggi del sole. Il nome di Delfi, secondo la leggenda narrata nell’Inno omerico ad Apollo, è strettamente legato al dio stesso. Dopo aver fondato il santuario, Apollo andò in cerca di sacerdoti a cui affidarlo e scelse un gruppo di marinai cretesi. Trasformatosi in un enorme delfino, li guidò trasportando la loro nave fino al porto di Crisa, vicino al sito sacro. Una volta giunti a destinazione, Apollo riprese sembianze umane e spiegò ai marinai la nuova vita che li attendeva come custodi del suo tempio, rassicurandoli sui benefici di questo incarico. Fu così che il luogo prese il nome di Delfi, in ricordo della forma di delfino assunta dal dio per apparire ai suoi primi devoti. ## La costruzione di un mito Delfi si trovava in una posizione strategica per alimentare il suo mito. Situato a circa 500 metri d’altitudine sulle pendici meridionali del monte Parnaso e a 8 chilometri dal golfo di Corinto, la sua posizione isolata e il paesaggio maestoso e selvaggio che lo circondava erano fondamentali per creare quell’atmosfera mistica necessaria a trasformarlo in un centro di divinazione per i contemporanei. Il complesso del santuario, che i greci chiamavano regolarmente “ombelico del mondo”, era punteggiato da diversi edifici sacri, tra cui il più importante era il tempio dedicato ad Apollo, oltre a una via sacra ricca di tesori offerti in dono dalle varie città-stato. La zona contava anche un teatro e uno stadio dove si svolgevano regolarmente i giochi pitici. Sotto l’aspetto tecnico, l’oracolo di Delfi era accessibile e consultabile non solo dai grandi re e imperatori, ma anche da ambasciatori e rappresentanti delle città-stato, come anche da emissari di regni stranieri e persino cittadini privati. Secondo le fonti antiche, l’oracolo riceveva inizialmente solo una visita all’anno, precisamente il 7 febbraio, data di nascita di Apollo. Ma l’aumento dell’importanza e della notorietà dell’oracolo portò le consultazioni a cadenza mensile, sempre il nono giorno del mese lunare, ad eccezione dei mesi invernali, poiché si credeva che in quel periodo Apollo abbandonasse Delfi per recarsi nella terra degli Iperborei. ## La procedura per consultare l’oracolo di Delfi Consultare l’oracolo di Delfi significava seguire un protocollo rigido. Anzitutto, i visitatori dovevano essere presentati da un cittadino di Delfi che fungeva da garante. Prima di accedere al tempio, era fondamentale purificarsi nelle acque della vicina fonte Castalia, utilizzata dalla Pizia, la sacerdotessa che esprimeva poi l’oracolo. Chi consultava Delfi doveva anche provvedere a un pagamento, soggetto a un vero e proprio tariffario. Le questioni private costavano 4 oboli, mentre quelle con rilevanza maggiore, come decisioni di livello cittadino o di importanza militare, arrivavano a costare 7 dracme e 2 oboli. I visitatori più ricchi dovevano aggiungere al normale pagamento un dono per il tesoro del tempio, proporzionale alla loro ricchezza e importanza. I consultanti dovevano inoltre acquistare focacce sacre, prodotte esclusivamente dai panettieri di Delfi, e consegnarli come offerta alla Pizia. Un elemento imprescindibile e preliminare era il sacrificio di una capra. Plutarco, lui stesso sacerdote del tempio nel I sec. dopo Cristo, racconta che l’animale veniva bagnato con acqua fredda e se tremava visibilmente, significava che il Dio era favorevole alla consultazione. I sacerdoti, dopo il sacrificio, esaminavano gli organi della capra, e in particolare il fegato, per confermare definitivamente la volontà del Dio a rispondere alle domande. ## La Pizia, la protagonista dell’oracolo La figura centrale dell’oracolo era la Pizia, sacerdotessa di Apollo, incaricata di fornire i responsi divinatori. Inizialmente, veniva scelta tra le giovani vergini di Delfi, ma dopo un grave episodio in cui una di esse venne rapita, si decise di selezionare donne anziane, sempre originarie di Delfi, che indossavano abiti distintivi durante il loro servizio. Secondo Plutarco, nei periodi di maggiore popolarità del santuario si arrivò a contare tre sacerdotesse, che si alternavano in tre turni per far fronte a tutte le richieste. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/04/oracolo-delfi.png "oracolo-delfi - Scripta Manent Italia") La consultazione avveniva nel tempio di Apollo all’interno di una cella sotterranea; la Pizia sedeva su un tripode di bronzo collocato sopra la fessura di una roccia da cui emanavano vapori sacri. Dopo aver masticato foglie di alloro, la pianta sacra di Apollo, ed essersi abbeverata alla fonte Cassotide, la Pizia respirava i vapori ed entrava in uno stato di trance che le permetteva di entrare in contatto con gli dei. Le fonti antiche riferiscono che la sacerdotessa cadeva in un delirio così intenso da sfociare spesso in convulsioni e tremori, con la schiuma alla bocca. In uno stato di coscienza profondamente alterato, la Pizia pronunciava frasi incomprensibili e sconnesse, derivate da un contatto diretto con le divinità. Le parole venivano ascoltate e trascritte immediatamente dai sacerdoti del Tempio, che avevano il compito di comprenderne l’essenza e tradurle in risposte strutturate, di solito in versi esametrici o in prosa. I sacerdoti-interpreti avevano dunque un ruolo cruciale, che spesso era di importanza pari rispetto a quello della stessa Pizia, dal momento che dalla loro analisi dipendeva l’esito di tutta la consultazione. Nonostante la loro interpretazione e i tentativi di dare una logica ai deliri della sacerdotessa, i responsi dell’oracolo di Delfi erano però regolarmente, e deliberatamente, ambigui. Diversi autori antichi riportano che le profezie erano formulate in modo da poter essere interpretate in modi diversi, anche a seconda degli eventi successivi. L’ambiguità delle risposte serviva a diverse finalità: da un lato, manteneva il prestigio e l’aura di mistero dell’oracolo, dall’altro, consentiva ai sacerdoti di non esporsi in questioni politiche o di prendere posizioni troppo nette, il che coincideva con la convinzione degli antichi greci che la verità proveniente dagli dèi non potesse essere comunicata in modo semplice e diretto agli esseri umani. L’esempio più famoso di un responso ambiguo e dagli esiti catastrofici è certamente quello di Creso di Lidia, tramandato da Erodoto. Creso, preoccupato dalla crescente potenza militare persiana, consultò l’oracolo chiedendo se fosse il caso di attaccare l’impero di Ciro il Grande. La risposta fu: «Se attraverserai il fiume, un grande impero cadrà». Creso, interpretando positivamente le parole della Pizia, decise di attaccare i persiani con il suo esercito, ma subì una disastrosa sconfitta. Infatti, il grande impero al quale si riferiva la Pizia non era quello di Ciro, ma piuttosto il suo. Quando Creso tornò per lamentarsi dell’inganno, la risposta dei sacerdoti fu semplice: avrebbe dovuto interpretare meglio la profezia o chiedere ulteriori chiarimenti prima di decidere. ## Il tramonto dell’Oracolo di Delfi L’oracolo di Delfi esercitò un’enorme influenza su tutta la storia greca. Le profezie furono in grado di incoraggiare la fondazione di colonie, orientare decisioni militari e stabilire alleanze politiche, addirittura fungere da pretesto per cambiamenti di regime politico in diverse città-stato greche. I responsi, anche se generalmente proclamavano valori di pace e moderazione e incarnati nel motto «Conosci te stesso» influenzarono pesantemente le decisioni geopolitiche, portando talvolta anche alla guerra. L’importanza di Delfi iniziò a declinare durante il periodo ellenistico e romano, fino al 392 d.C., quando il Tempio venne definitivamente chiuso per gli editti dell’imperatore cristiano Teodosio I, che proibì tutti i culti pagani, decretando la fine di un intera cultura e di un modo antichissimo di intendere il rapporto con le divinità. Nonostante il termine del suo servizio, la storia dell’oracolo di Delfi e il valore delle sue profezie rimangono intatti nella cultura e nella spiritualità del mondo antico. L’oracolo infatti non si limitava a offrire previsioni più o meno precise sul futuro, ma rappresentava una specie di guida morale, che invitava regolarmente i consultanti, ma in fondo tutti i cittadini, alla riflessione, alla prudenza e alla conservazione dei valori centrali della cultura greca classica. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/unione-europea-150x150-1.jpg) Stefania Maurilio Scrittrice di contenuti storici e divulgativi, esplora il passato attraverso articoli che combinano precisione, sintesi e passione narrativa. Si concentra soprattutto su storia romana, Medioevo e grandi snodi politici, religiosi e militari. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/stefania/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/stefania/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Perchè nelle lapidi dei primi cristiani, c'erano formule pagane?](https://scriptamanentitalia.it/lapidi-cristiane-formule-pagane/) **Published:** Aprile 22, 2025 **Author:** Francesco Salassa **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto funerario nell’antica Roma](#Il_contesto_funerario_nellantica_Roma) - [La diffusione della formula D.M. nelle lapidi](#La_diffusione_della_formula_DM_nelle_lapidi) - [D.M: una formula pagana, nelle lapidi cristiane?](#DM_una_formula_pagana_nelle_lapidi_cristiane) - [Gli adattamenti cristiani delle iscrizioni pagane](#Gli_adattamenti_cristiani_delle_iscrizioni_pagane) Passeggiando tra le antiche necropoli romane o visitando le catacombe cristiane, può capitare di imbattersi in lapidi che riportano misteriose abbreviazioni come “D.M.”, apparentemente identiche a quelle delle tombe pagane. Perché i primi cristiani, pur professando una fede nuova e rivoluzionaria, hanno continuato a utilizzare formule di origine pagana per commemorare i loro defunti? Si tratta di un equivoco, di una semplice abitudine o di qualcosa di più profondo? Questo articolo esplora le ragioni storiche, culturali e religiose dietro la presenza di abbreviazioni pagane nelle lapidi dei primi cristiani. ## Il contesto funerario nell’antica Roma La morte, per i Romani, era un momento carico di significato religioso e sociale. Le pratiche funerarie erano regolate da una serie di riti e credenze che avevano lo scopo di garantire pace e protezione all’anima del defunto, ma anche di preservare la serenità della comunità dei vivi. Uno degli elementi più caratteristici delle tombe romane era l’iscrizione dedicatoria. Sulle lapidi, accanto al nome del defunto e a brevi formule commemorative, compariva quasi sempre una sigla: **D.M.**, abbreviazione di *Dis Manibus* (“ai Mani”). I Mani erano le anime dei defunti, divinizzati e venerati come spiriti benevoli che vegliavano sui loro discendenti e sulla casa. Dedicare la tomba “ai Mani” significava dunque affidare il defunto alle cure di queste divinità dell’oltretomba, assicurando la sua protezione e il rispetto della sua memoria. Questa formula, semplice ma solenne, aveva anche una funzione pratica: dichiarava il carattere sacro e inviolabile della sepoltura, scoraggiando profanazioni e atti irrispettosi. Nel vasto mondo romano, la sigla D.M. divenne così un vero e proprio marchio standard delle epigrafi funerarie, presente su tombe di ogni classe sociale, dai cittadini più illustri agli schiavi liberati. La forza della tradizione e la diffusione capillare di queste consuetudini epigrafiche gettano le basi per comprendere perché, anche con l’avvento del cristianesimo, molte di queste formule siano sopravvissute, almeno per un certo periodo, sulle lapidi dei nuovi fedeli. ## La diffusione della formula D.M. nelle lapidi La sigla **D.M.** (*Dis Manibus*) divenne, a partire dall’età imperiale, una presenza quasi obbligata sulle lapidi di tutto il mondo romano. La sua diffusione fu tale che, per secoli, ogni monumento funerario – dalla semplice stele alle più elaborate tombe familiari – iniziava con questa formula, seguita dal nome del defunto e da eventuali dediche o epitaffi. Questa abitudine rispondeva anche a una forte pressione sociale e culturale. In un’epoca in cui la religione permeava ogni aspetto della vita pubblica e privata, non conformarsi a certi riti e formule poteva essere visto come segno di trascuratezza, di mancanza di rispetto verso gli antenati o addirittura di pericolo per la comunità. La dedica “ai Mani” era quindi una sorta di “garanzia” spirituale e sociale, un modo per assicurare che il defunto ricevesse le dovute attenzioni nell’aldilà e che la sua memoria fosse onorata tra i vivi. La formula **D.M.** aveva anche una funzione giuridica: dichiarando la tomba dedicata agli Dei Mani, la si rendeva sacra e inviolabile secondo il diritto romano. Profanare una sepoltura “ai Mani” era considerato un crimine punibile dalla legge. Non sorprende, quindi, che questa sigla sia diventata una sorta di “marchio di fabbrica” delle epigrafi funerarie romane, ripetuta meccanicamente dai lapicidi e accettata da tutte le classi sociali. La sua diffusione fu così ampia e radicata che, anche quando il cristianesimo iniziò a diffondersi, la formula continuò a essere utilizzata, almeno nelle prime generazioni di fedeli. ## D.M: una formula pagana, nelle lapidi cristiane? Con la diffusione del cristianesimo nell’Impero romano, le comunità dei nuovi fedeli si trovarono a confrontarsi con una tradizione epigrafica consolidata e profondamente radicata. Le prime generazioni di cristiani, pur portatrici di una visione religiosa e spirituale inedita, continuarono a utilizzare molti degli stessi formulari e delle stesse convenzioni delle iscrizioni pagane, inclusa la celebre sigla **D.M.** (*Dis Manibus*) sulle lapidi funerarie Questa continuità non fu casuale. Da un lato, i lapicidi – spesso artigiani di scarsa alfabetizzazione – replicavano formule standard senza necessariamente conoscerne il significato profondo o la valenza religiosa. Dall’altro, la società romana era abituata a riconoscere in quelle abbreviazioni una sorta di “linguaggio ufficiale” della memoria dei defunti, che garantiva rispetto e protezione alla sepoltura. In questo contesto, la sigla D.M. mantenne la propria funzione di intitolazione e, allo stesso tempo, di elemento decorativo, anche nelle sepolture cristiane. Gli studiosi concordano che i cristiani fossero generalmente consapevoli dell’origine non cristiana di queste formule, ma non le percepivano come in contrasto con la loro fede. Alcuni, come il Brusin, hanno sostenuto che “D.M., anche se proprio dei pagani, non offende la fede, il senso religioso dei cristiani, poiché le due lettere starebbero ad indicare lo spirito dei trapassati”. In alcuni casi, si trovano lapidi dove la sigla D.M. è stata incisa da una mano diversa rispetto al resto del testo, oppure è stata cancellata in epoca antica, a testimonianza di una certa flessibilità e della progressiva perdita di significato religioso della formula. La presenza di abbreviazioni pagane nelle epigrafi cristiane riflette dunque un fenomeno di transizione e adattamento: per molto tempo, le nuove comunità cristiane continuarono a servirsi di un “vocabolario” funerario condiviso, in cui le formule tradizionali venivano svuotate del loro originario contenuto pagano e riutilizzate come semplici consuetudini epigrafiche. Solo a partire dal V secolo, con l’affermarsi di un’identità cristiana più marcata anche nelle pratiche funerarie, l’epigrafia cristiana assunse caratteri propri, espressi da formule religiose specifiche, onomastica distintiva e riferimenti diretti alla fede nella resurrezione e nella vita eterna. Questa fase di sovrapposizione e dialogo tra tradizione pagana e innovazione cristiana è ben documentata dalle iscrizioni delle catacombe e delle necropoli tardoantiche, dove simboli e formule dei due mondi spesso coesistono, testimoniando la complessità e la gradualità del cambiamento culturale. ## Gli adattamenti cristiani delle iscrizioni pagane Nel corso dei secoli, sono state avanzate diverse interpretazioni. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che i cristiani abbiano tentato di “cristianizzare” la formula, reinterpretando le lettere **D.M.** come abbreviazione di **Deo Maximo** (“al Dio Massimo”), in riferimento al Dio unico del cristianesimo. Questa teoria, tuttavia, non trova riscontro nelle fonti antiche né in altre testimonianze epigrafiche, e la maggior parte degli esperti la considera oggi poco fondata. Altri hanno suggerito che la sigla, ormai svuotata del suo significato originario, fosse percepita semplicemente come una formula di apertura, priva di reale contenuto religioso. In pratica, per i cristiani delle prime generazioni, **D.M.** era diventata una sorta di “frase fatta”, un elemento decorativo e convenzionale che non entrava in conflitto con la loro fede. In alcuni casi, si riscontrano persino tentativi di “neutralizzare” la formula: alcune lapidi mostrano la sigla **D.M.** cancellata o incisa in modo poco visibile, come se si volesse rispettare la tradizione senza però attribuirle troppo rilievo. In altri esempi, la sigla compare accanto a simboli cristiani inequivocabili, come la croce o il chrismon, segno che la comunità cristiana non vedeva incompatibilità tra le due tradizioni. L’adozione di formule pagane da parte dei cristiani non fu il risultato di ignoranza o di confusione dottrinale, ma piuttosto il segno di una transizione graduale, in cui le forme esteriori della tradizione romana venivano progressivamente svuotate del loro significato originario e adattate a una nuova visione del mondo. Solo con il tempo, e con il consolidarsi dell’identità cristiana anche a livello sociale e istituzionale, si affermarono formule e simboli specificamente cristiani, segnando la definitiva separazione tra le due tradizioni. Nel frattempo, la presenza di abbreviazioni pagane sulle lapidi dei primi cristiani resta una preziosa testimonianza della complessità e della ricchezza di questo periodo di passaggio. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/francesco-150x150-1.gif) Francesco Salassa Appassionato di ricerca storica, unisce studio delle fonti e capacità narrativa per rendere il passato comprensibile anche ai lettori non specialisti. Scrive di Roma antica, Medioevo e storia delle idee, con particolare attenzione al contesto culturale e sociale. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Il calendario romano. Come funzionava il calendario dell'antica Roma?](https://scriptamanentitalia.it/calendario-romano-antica-roma/) **Published:** Aprile 8, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il calendario di Romolo](#Il_calendario_di_Romolo) - [Il calendario di Numa Pompilio](#Il_calendario_di_Numa_Pompilio) - [Il mercedonio](#Il_mercedonio) - [La riforma del calendario di Giulio Cesare](#La_riforma_del_calendario_di_Giulio_Cesare) - [L’Età imperiale e il passaggio al Cristianesimo](#LEta_imperiale_e_il_passaggio_al_Cristianesimo) - [La struttura del calendario romano](#La_struttura_del_calendario_romano) - [I giorni](#I_giorni) - [Le settimane](#Le_settimane) - [I mesi](#I_mesi) - [Gli anni](#Gli_anni) *Di Leonardo Conti* Una delle prime innovazioni della civiltà umana fu il calendario. Le prime testimonianze si hanno con i babilonesi e con gli egizi. Probabilmente, almeno all’inizio, aveva una valenza agricola e serviva a calcolare i giorni che intercorrevano fra la semina e la raccolta delle messi, o anche il periodo di gravidanza del bestiame. Tutte le grandi civiltà hanno sviluppato calendari propri, con aspetti sia civili – dunque materiali -che religiosi. Quindi non dobbiamo stupirci se anche i Romani, così attenti all’aspetto pratico ma anche soprannaturale, abbiano sentito l’esigenza di calcolare i giorni dell’anno, fin dall’inizio della loro civiltà. Il calendario romano, come ben sappiamo, è stato adottato – e, aggiungiamo, adattato – dalla Chiesa, giungendo fino a noi quasi invariato. Scopriamone insieme l’evoluzione e la storia. ## **Il calendario di Romolo** Sappiamo da Macrobio, scrittore del IV secolo che, certamente, si rifaceva a fonti per noi perdute, che fu lo stesso Romolo, fondatore e primo re di Roma, a istituire il calendario (*Saturnalia,* I). In origine si trattava di un computo dei giorni di 10 mesi lunari, di 30 e 31 giorni alternati. Probabilmente era mutuato da quello greco, con pesanti influenze etrusche, comuni ad altri aspetti della vita quotidiana romana. Cominciava dal 1° marzo e finiva il 31 dicembre. E qui la prima difficoltà: sono infatti solo 304 giorni e non 365 come i nostri. In realtà c’era già la consapevolezza che mancassero 61 giorni per raggiungere il termine del ciclo solare: il periodo invernale era visto con ogni probabilità come una sorta di “vuoto”, due mesi di fermo in cui non si faceva praticamente niente, né lavori nei campi né qualsiasi altra attività. Il 31 dicembre si smetteva di contare i giorni fino ai primi tepori e alle prime piogge primaverili. Un indizio importante ce lo dà il nome del mese di Marzo, che richiama indubbiamente al dio Marte, dio della guerra. Difatti è risaputo che nell’antichità anche le armi tacessero in inverno. Ecco dunque come si presentava il calendario di Romolo. Martius (31 giorni)Aprilis (30 giorni)Maius (31 giorni)Iunius (30 giorni)Quintilis (31 giorni)Sextilis (30 giorni)September (30 giorni)October (31 giorni)November (30 giorni)December (30 giorni) **TOTALE: 304 giorni**Sulla stranezza di questo anno particolarmente corto si sono sbizzarriti letterati e studiosi antichi e moderni. Ovidio, ad esempio, ci informa nei suoi *Fasti* che i 304 giorni corrispondono alla durata gestazione umana, ma facendo un rapido calcolo scopriamo che corrispondono a 10 dei nostri mesi, ovvero poco più di 43 settimane, quindi il conto non torna. C’è chi ipotizza addirittura che il calendario romuleo non sia mai esistito e che sia soltanto una delle tante leggende legate alla fondazione della città. Certo è che ben presto si dovette procedere a una radicale riforma. ## **Il calendario di Numa Pompilio** Già nel 713, stando alle fonti antiche, Numa Pompilio, il re romano più attento alle cose sacre, riformò il calendario. Furono aggiunti 2 nuovi mesi, Gennaio (di 29 giorni) e Febbraio (di 28 giorni), per un totale di 57 giorni, di cui 51 *ex novo* e 6 tolti ai mesi che con Romolo erano di 30 giorni. Come è risaputo i Romani pensavano che i numeri pari portassero sfortuna e, dunque, i mesi di *Aprilis, Iunius, Sextilis, September, November e December* furono accorciati di un giorno. Per lo stesso motivo Febbraio, che di giorni ne contava 28, fu diviso in due frazioni: una prima che terminava il 23, con i *Terminalia,* la festa del dio *Terminus* – divinità che soprintendeva alla fine delle imprese e anche ai confini territoriali e dunque era il vero e proprio “ultimo dell’anno” -, a cui seguivano 5 giorni “di pausa”, per così dire. Ecco lo schema di come si presentava il calendario riformato da Numa Pompilio. Martius (31)Aprilis (29)Maius (31)Iunius (29)Quintilis (31)Sextilis (29)September (29)October (31)November (29)December (29) Ianuarius (29) Februarius, prima dei Terminalia (23) Februarius, dopo i Terminalia (5) **TOTALE: 355 giorni**## **Il mercedonio** La riforma di Numa, pur correggendo in parte le imprecisioni precedenti, aveva un difetto evidente: quei 10 giorni mancanti. Per ovviare a questa mancanza, i romani inserirono periodicamente un nuovo mese di 27 o 28 giorni, sottraendo 5 giorni a febbraio (che così finiva con i *Terminalia*, il 23) e aggiungendone 22 o 23. Tale mese si chiamava **mese intercalare, o** ***mercedonio*****.** Era un complicato sistema ciclico di 24 anni, in cui si alternavano per i primi 16 anni normali e anni con il mercedonio, a sua volta alternato fra 22 giorni e 23 giorni. Dal 17° anno si avevano solo anni di 355 giorni e anni di 377 giorni (mercedonio di 22), mentre il 24° anno, l’ultimo del ciclo, era di 12 mesi. Tale procedura può apparirci piuttosto complicata ed astrusa a prima vista, ma, calcolatrice alla mano, scopriamo che era straordinariamente precisa per l’epoca. Infatti il ciclo contava esattamente 8766 giorni, che divisi per 24 anni fornivano una media di 365,25 giorni. Una cifra straordinariamente vicina – si tratta di uno scarto di pochi centesimi – alla durata dell’anno scientificamente accertata solo con la riforma gregoriana del 1582! I cosiddetti *Fasti Anziati* ci danno un chiaro esempio di come doveva essere il calendario all’epoca. E’ un affresco risalente al 60 a. C. circa ritrovato ad Anzio e oggi conservato al Museo Nazionale Romano; pur essendo frammentario, la sua lettura ci è abbastanza chiara e agevole in tutte le sue parti. In questa iscrizione notiamo che il primo mese dell’anno è già gennaio. Non sappiamo da quando sia avvenuto il cambiamento dal marzo a gennaio come primo mese, ma Varrone ci testimonia, rifacendosi a una fonte perduta – un commentario di Marco Fulvio Nobiliore, console nel 159 a.C. – che questa innovazione esisteva già dal 153 a. C., ma probabilmente era molto più antica. La prova è nello stesso nome di Gennaio, in latino *Ianuarius*, un’evidente dedica a Giano, divinità romana bifronte soprintendente ai confini, alla fine ma soprattutto agli inizi. Ma anche il sistema dei mesi intercalari aveva dei difetti. L’indizione del mercedonio era prerogativa dei pontefici massimi che, col passare del tempo, presero a inserirlo o toglierlo arbitrariamente, probabilmente non comprendendo bene neppure a cosa servisse. E questo decretò squilibri fra i giorni effettivi e lo scorrere delle stagioni piuttosto evidenti. Basti solo pensare che, ai tempi di Giulio Cesare c’era uno scarto di ben 67 giorni. E fu proprio Cesare, come sappiamo, ad intervenire in modo decisivo. ## **La riforma del calendario di Giulio Cesare** Anzitutto va detto che Cesare non agì a sproposito o al di fuori della legge: come in altre occasioni la sua azione cercava di rientrare, almeno formalmente, entro i canoni della repubblica romana, rifiutando di apparire un tiranno. In qualità di pontefice massimo, quindi, si rese conto che il computo dei giorni era pesantemente sfalsato rispetto alle stagioni e agì come di sua competenza. Plinio il Vecchio nella sua *Naturalis Historia* (XVIII, 210-212) ci informa che incaricò uno dei più celebri studiosi dell’epoca della materia: Sosigene di Alessandria. Svetonio, nella Vita di Cesare, ci tramanda i provvedimenti che Giulio Cesare prese, su suggerimento dell’importante astronomo alessandrino che aveva condotto evidentemente calcoli approfonditi e convincenti. Anzitutto, per riequilibrare il tutto, prolungò la durata dell’anno 46 a. C. di ben 101 giorni: oltre al già previsto mese mercedonio, aggiunse altri due mesi di 40 e 39 giorni. L’anno successivo fu invece l’anno della riforma vera e propria del calendario, che non a caso viene definito “Giuliano”: il mese intercalare venne abolito, procedendo alla redistribuzione dei giorni nei vari mesi, e venne introdotto il sistema degli anni bisestili, con l’aggiunta di un giorno al mese di febbraio ogni 4 anni. Una curiosità: il nome “bisestile” deriva da “bis sextum (ante calendas martias)”, vale a dire “il giorno dopo il sesto giorno dalle calende di marzo”, secondo il singolare modo di contare i giorni dei romani. Questo perché il giorno aggiuntivo della riforma giuliana non era il 29 febbraio, come lo è per noi, bensì il 24, ovvero il giorno dopo la festa dei *Terminalia,* con cui ricordiamo che terminava la prima parte di febbraio nel calendario di Numa Pompilio. Ecco lo schema di come si presentava il calendario di Giulio Cesare. Ianuarius (31)Februarius (28, ogni 4 anni 29)Martius (31)Aprilis (30)Maius (31)Iunius (30)Quintilis (31)Sextilis (29)September (29)October (31)November (29)December (29)**TOTALE: 365 giorni (ogni 4 anni 366)**Fu una rivoluzione epocale che riequilibrò il computo dei giorni, anche se conteneva un lieve errore, che dovette essere corretto quasi 1600 anni dopo da Papa Gregorio XIII (1582). ## **L’Età imperiale e il passaggio al Cristianesimo** L’età imperiale non apportò grandi cambiamenti al calendario romano. Le uniche modifiche di rilievo furono per così dire segno di devozione agli imperatori e alle nuove divinità. L’uccisione di Cesare e la sua divinizzazione nel 44 a. C. fecero sì che il mese in cui era nato (il giorno 13), *Quinctilis*, cambiasse nome in *Iulius*, diventando il nostro Luglio. Anche il mese di *Sextilis*, subì la stessa sorte: nell’8 a. C. fu chiamato *Augustus*, in onore di Ottaviano Augusto, che in questo mese aveva conseguito importanti vittorie militari e il suo primo consolato. Il caso volle che il primo imperatore romano morisse proprio nel mese a lui dedicato, per la precisione il giorno 19 del 14 d. C. La figura centrale e al limite del divino degli imperatori fece sì che si festeggiassero come delle vere e proprie ricorrenze religiose i compleanni dei sovrani, anche se i festeggiamenti vennero sovente aboliti per effetto della *damnatio memoriae* che subirono alcuni *principes* per la loro cattiva condotta durante il regno. Le innovazioni più significative furono dovute alle nuove religioni che si facevano strada nella società romana, affiancandosi e ad un certo punto sostituendo i culti tradizionali romani. Il 25 dicembre, per fare qualche esempio, la religione del *Sol Invictus*, culto molto in voga dal III secolo dopo Cristo, festeggiava la nascita del suo nume tutelare: il sole. L’avvento del Cristianesimo, siamo nel IV secolo, volle soppiantare questa festività, ponendovi l’anniversario della Nascita di Cristo e sposando una tradizione ancora più antica del popolo romano: lo scambio dei doni. Infatti alla fine di dicembre si festeggiavano i *Saturnalia*, in cui, fra le altre cose, gli antichi usavano invitarsi a banchetti e scambiarsi doni (detti *strennae*). Anche il nome “ferragosto” deriva dalle *Feriae Augusti*, festività istituite da Augusto nel mese a lui dedicato. La nuova religione, ormai divenuta ufficiale, dimostrò di voler “prendere in prestito” antiche tradizioni, anziché soppiantarle del tutto. ## **La struttura del calendario romano** Ed ecco il calendario romano, nella sua forma tradizionale ## **I giorni** I romani aveva un modo particolare di contare i giorni del mese. Particolare e…forse non molto pratico ed immediato. Innanzitutto individuavano 3 giorni particolari in un mese, le calende, le none e le idi, e poi contavano i giorni che mancavano a questa data, comprendendo sia la data di partenza che di fine. Quindi dicevano *“ante diem tertium Nonas Aprilis”* (abbreviato *“a.d. III N. Ap.”*),per dire il 3° giorno dalle none di Aprile, vale a dire il nostro 5 aprile. Per fare un altro esempio, per indicare il giorno 15 Marzo, giorno in cui fu ucciso Giulio Cesare, dicevano *Idibus Martiis.* Le *Calendae*, le *Nonae*, e le *Idi* altro non erano che un retaggio dell’antico calendario lunare di Romolo, quindi indicavano la luna nuova, il primo quarto e la luna piena. Mentre le calende erano sempre il primo giorno del mese, none e idi cadevano in giorni variabili a seconda del mese: per gennaio, febbraio, aprile, giugno, agosto, settembre, novembre e dicembre, le none erano il giorno 5 e le idi il 13; per marzo, maggio, luglio e ottobre, le none erano il 7 e le idi il 15. Era un sistema un po’ macchinoso, che, probabilmente per la volontà di semplificare il computo dei giorni ha lasciato spazio ai nostri numeri. ## **Le settimane** I già ricordati *Fasti Anziati* riportano, accanto a ciascun giorno del mese, una lettera che va dalla A alla H e poi ricomincia da capo. E’ il cosiddetto sistema nundinale, un ciclo di nove giorni (*Novem dies*) che corrispondeva alla nostra settimana. In realtà erano otto giorni, perché i romani contavano anche la data finale. Era un ciclo particolarmente importante, in quanto scandiva la vita quotidiana dei romani e soprattutto i giorni in cui si tenevano i mercati settimanali e le fiere periodiche, ma anche dei giorni appositi per espletare funzioni pubbliche e giuridiche. Con la riforma di Giulio Cesare e l’avvento dell’impero si eliminò questo sistema, forse perché piuttosto complicato, a favore della nostra settimana, dando ai giorni i nomi dei pianeti che allora si credeva ruotassero attorno alla terra: - ***Solis dies*** **(giorno del Sole)** - ***Lunae dies*** **(giorno della Luna)** - ***Martis dies*** **(giorno di Marte)** - ***Mercurii dies*** **(giorno di Mercurio)** - **Iovis dies (giorno di Giove)** - **Veneris dies (giorno di Venere)** - **Saturni dies (giorno di Saturno)** Con Costantino e l’avvento del Cristianesimo come religione ufficiale dell’impero, si volle estirpare questi nomi pagani a favore di nomi più consoni, quindi il giorno del Sole divenne il giorno del Signore (*Dies Dominica*), poi si passava alla *Feria Secunda, la Feria Tertia, Feria Quarta, Feria Sexta* fino al *Sabbatum,* il giorno sacro secondo l’ebraismo(si ricordi che Gesù e i primi discepoli erano ebrei). Col tempo alcuni nomi “pagani” sono rimasti, segno che la riforma di Costantino non aveva poi così tanta presa per il popolo, dunque abbiamo Lunedì, Martedì … ma anche Domenica e Sabato. Questo, naturalmente, in Italia e nelle lingue neolatine, mentre ad esempio nel mondo anglosassone “domenica” si dice ancora *Sunday* mentre in tedesco è *Sonntag* (giorno del sole). ## **I mesi** I nomi dei mesi romani avevano diverse radici, a volte sacrali a volte molto profane. ***Ianuarius*** **(Gennaio)** era dedicato al dio Giano, che proteggeva la fine ma soprattutto gli inizi delle cose, e, quindi, aveva un significato benaugurante. ***Februarius*** **(Febbraio)**invece era sacro al dio Februus, dio della purificazione di origine etrusca, e quindi vi erano importanti cerimonie in tal senso. ***Martius*** **(Marzo)**era sacro al dio della guerra Marte ed era, come detto, il periodo in cui si riprendevano le guerre, oltre alle normali attività agricole e pastorali. Secondo gli antichi (Varrone, Ovidio), ***Aprilis*** **(Aprilis)** era così chiamato perché la natura si apre alla primavera, quindi è il periodo in cui sbocciano i fiori. Studiosi moderni lo collegano anche alla dea Apro, il nome etrusco della dea Afrodite, ad indicare la stagione degli amori e della fecondità. Il nome ***Maius*** **(Maggio)** era collegato alla dea Maia, protettrice della fertilità della terra. Anche ***Iunius*** ***(Giugno)*** era dedicato a una dea, la dea Giunone, protettrice della maternità (in questo caso del bestiame. ***Iulius*** **(Luglio)** abbiamo visto che era dedicato a Giulio Cesare che era nato in questo periodo, ma il suo antico nome era *Quinctilis*, il quinto mese dell’anno. Parimenti, ***Augustus*** **(Agosto)** era dedicato ad Augusto, che lo considerava un periodo molto favorevole alla sua carriera politica, ma era anche il periodo in cui ricorreva l’anniversario della sua morte. I restanti mesi di ***September*** **(Settembre)**,***October*** **(Ottobre)**, ***November*** **(Novembre) e** ***December*** **(Dicembre)** si chiamano così, come è facile dedurre, dai numerali corrispondenti al settimo, ottavo, nono e decimo mese dell’antico calendario di Romolo che ricordiamo aveva soltanto dieci mesi. ## **Gli anni** Anche il conteggio degli anni risultava un po’ macchinoso. In età repubblicana si individuava l’anno con il nome dei consoli in carica, ma era una notevole prova di memoria per i cittadini che non sempre potevano ricordarsi i nomi delle due più alte cariche dello stato, specie se non erano personaggi in vista come Cesare, Pompeo o Cicerone. Nella tarda repubblica si cominciò pertanto a indicare il passare degli anni con la sigla *AVC* che sta per *AB VURBE CONDITA*, ovvero dalla fondazione di Roma, avvenuta nel 753 a. C. Verso la fine dell’Impero Diocleziano, con evidente megalomania, cominciò a contare gli anni AD, vale a dire *Anno Diocletiani*, dalla sua salita al trono, mentre con l’avvento del Cristianesimo si cominciò a scrivere *AD*, ma per *Anno Domini*, cioè l’anno dalla nascita di Gesù Cristo, che tuttavia fu calcolata, con molte imprecisioni, soltanto nel VII secolo da Dionigi il Piccolo. Il calendario romano, pur se modificato nei secoli, è ancora valido ed è diventato il nostro. E’ ancora il più usato al mondo, segno della sua efficacia e della sua precisione e anche della sua semplicità. Dalla riforma di Giulio Cesare, passando per una piccola correzione nel XVI, si conserva pressoché immutato da più di duemila anni. Molti hanno provato a modificarlo, molte altre culture lo affiancano al loro sistema di contare i giorni, senza per questo eliminarlo del tutto, perché ormai è diventato universale. E’ uno dei lasciti del mondo romano. Forse quello che, essendo parte integrante della nostra quotidianità, passa più inosservato. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [I miti su Nerone: dall'incendio di Roma al rapporto con la madre](https://scriptamanentitalia.it/miti-nerone-imperatore/) **Published:** Aprile 3, 2025 **Author:** Redazione **Content:** *Traduzione e adattamento di Fabio Saverio Gatto* Se dovessimo pensare a una figura che incarna la decadenza, la distruzione e la dissolutezza dell’antica Roma, il nome di Nerone sarebbe probabilmente il primo a venire in mente a molti. Salito al potere nel 54 d.C. a soli 16 anni, Nerone nei successivi 14 anni si macchiò di crimini efferati: assassinò le sue due mogli, sua madre e sua zia. La sua vita privata fu altrettanto scandalosa, con matrimoni con due uomini diversi e relazioni incestuose con sua madre e una Vestale. Ma le scappatelle sessuali e gli omicidi non furono le uniche occupazioni del giovane imperatore. La tradizione popolare gli attribuisce anche l’incendio di Roma, descrivendolo mentre suonava (o armeggiava con uno strumento musicale) mentre la città era in fiamme. Per distogliere i sospetti da sé, Nerone incolpò poi i cristiani. L’immagine del capriccioso e folle Nerone è stata immortalata in film e serie TV come *Quo Vadis* e *Io, Claudio*, senza dimenticare il software per computer Nero Burning ROM. Ma quanto c’è di vero nelle storie che alimentano la nostra immagine popolare dell’imperatore Nerone? Vorremmo fare chiarezza su due dei malintesi più diffusi sul suo regno: la sua presunta responsabilità nell’incendio di Roma e la sua relazione incestuosa con la madre, Agrippina Minore. Queste narrazioni si trovano nelle fonti storiche antiche (tutte risalenti almeno a una generazione dopo la morte di Nerone), ma è fondamentale non considerarle verità assolute. Infatti, le stesse fonti le presentano come voci, non come fatti accertati. ## **Nerone incendiò Roma?** Già nell’antichità Nerone era accusato di essere un incendiario, con voci sul suo coinvolgimento nel Grande Incendio di Roma del 64 d.C. riportate da Tacito, Cassio Dione e Svetonio nella loro biografia di Nerone. Nonostante la maggior parte degli studiosi moderni concordi nell’escludere la responsabilità di Nerone, la moderna “macchina del gossip” (rappresentata da Internet) sembra riluttante ad assolverlo completamente. Solitamente vengono addotte due ragioni per spiegare perché Nerone avrebbe incendiato Roma. La prima lo descrive come un folle megalomane che distrusse la città semplicemente per dimostrare il suo potere. Svetonio racconta un aneddoto in cui, a un uomo che diceva “Quando sarò morto, possa la terra essere consumata dal fuoco!”, l’imperatore rispose con un arrogante “No, finché vivo io!”. La seconda motivazione spesso citata è che Nerone desiderava ricostruire Roma secondo i suoi progetti, che includevano una sfarzosa nuova residenza per sé, la “Casa Dorata” (Domus Aurea). Un mito moderno vuole che questo nuovo palazzo fosse costruito esclusivamente per ospitare feste e orge. Analizzando attentamente le fonti storiche, l’unica prova che accusa Nerone di aver appiccato l’incendio di Roma deriva da voci e dicerie. Lo stesso storico Tacito lo ammette: *“Sebbene Nerone si trovasse fuori città quando scoppiò il rogo, si diffuse la voce che l’imperatore avesse cantato della distruzione di Troia dal palco del suo palazzo.* Cassio Dione descrive il caos nelle strade mentre l’incendio divampava, con la gente che correva in preda al panico, chiedendosi l’un l’altro come fosse potuto accadere. In una situazione così disperata, priva di fonti di informazione affidabili, è facile comprendere come abbiano potuto diffondersi tali voci. ## **Nerone commise incesto con sua madre?** Nerone, oltre a una reputazione immeritata di incendiario, si è visto affibbiare anche quella di incestuoso depravato. Le sue presunte relazioni sessuali con la madre Agrippina gli hanno garantito un posto in classifiche delle “perversioni sessuali più estreme dei Romani” e in articoli di cronaca sul suo “palazzo del piacere”. Tuttavia, come per l’incendio di Roma, questa immagine di Nerone si basa esclusivamente su antiche voci, non su fatti accertati. Il popolo romano amava particolarmente speculare sulla vita sessuale dei propri imperatori. Un aneddoto narra di Nerone e sua madre trasportati per Roma in una lettiga con l’imperatore che sarebbe uscito con macchie sospette sui vestiti. Immediatamente, iniziarono a circolare pettegolezzi sul fatto che la coppia avesse fatto ben più che discutere di legislazione imperiale dietro quelle tende. A rendere la situazione ancora più scandalosa, l’imperatore si prese un’amante che era la copia esatta di sua madre, un evento che fece infiammare il gossip in tutta Roma. Queste osservazioni possono essere interpretate come reazioni a una situazione politica inusuale. Nerone aveva solo sedici anni quando fu proclamato imperatore, e sua madre Agrippina assunse un ruolo dominante come tutrice, nominando persone a lei fedeli in posizioni chiave. La sua notevole influenza è testimoniata da monete dell’epoca che ritraevano sia l’imperatore che sua madre sul lato principale, suggerendo una parità di potere tra i due. Secondo Cassio Dione, la posizione senza precedenti di Agrippina alimentò continue speculazioni a Roma, poiché la mancanza di informazioni precise sugli affari interni al palazzo portava alla diffusione di voci. Queste voci erano spesso basate su pregiudizi culturali radicati: nella società romana, si riteneva che una donna potesse esercitare il potere politico solo attraverso mezzi ingannevoli o immorali. Una voce particolarmente insistente si diffuse quando Agrippina iniziò a perdere influenza su Nerone, che mostrava una crescente attenzione verso la sua affascinante cortigiana Poppea Sabina. Secondo questa diceria, Agrippina, vestita in modo sfarzoso, si offrì a suo figlio mentre lui giaceva in stato di ebbrezza dopo un lungo pranzo abbondantemente innaffiato dall’alcol. Cassio Dione osservò: *«Non sono certo se questo episodio sia realmente accaduto o se sia stato inventato per calunniare i personaggi coinvolti.»* Il fatto che i nostri storici antichi mettano in dubbio questi racconti dovrebbe farci riflettere. **Lo scopo delle voci** Studi sociologici sulle voci hanno dimostrato che queste tendono a svilupparsi quando le persone non hanno accesso a informazioni chiare per interpretare gli eventi in corso. La voce secondo cui Nerone incendiò Roma può essere vista come un tentativo di dare un senso a una situazione confusa e traumatica, in cui circolavano poche o nessuna informazione ufficiale sugli eventi reali. La vista della Domus Aurea in costruzione poco dopo l’incendio, senza dubbio, alimentò le voci, puntando il dito contro l’imperatore. Lo stesso vale per la presunta relazione incestuosa di Nerone con sua madre. Le storie su questa relazione si diffusero come un modo per spiegare sia lo straordinario potere e la preminenza di Agrippina, sia la sua successiva caduta in disgrazia. Le nostre fonti antiche chiariscono di riportare voci e insinuazioni. Svetonio, il biografo di Nerone, riferisce che si pensava semplicemente che l’imperatore desiderasse sua madre, ma fu dissuaso dal dare seguito a questi sentimenti. Allo stesso modo, Tacito rivela che, mentre alcuni credevano alla voce dell’incendio appiccato da Nerone, altri non la ritenevano credibile. Se i nostri autori antichi erano consapevoli della natura di queste storie come semplici voci, perché le hanno comunque riportate? Ci sono diverse ragioni. Innanzitutto, esisteva una tradizione consolidata nella storiografia antica di presentare versioni multiple degli eventi, lasciando al lettore la libertà di formarsi un’opinione propria. In secondo luogo, queste storie avevano un forte elemento di intrattenimento: è importante ricordare che queste narrazioni e biografie erano pensate per il piacere dei loro lettori. Infine, le voci piccanti svolgevano una funzione politica. La vita sessuale di un imperatore non era considerata un semplice pettegolezzo per il popolo, ma si credeva che le sue azioni private riflettessero la qualità del suo governo. Le voci, anche se infondate, contribuivano a delineare le aspettative di un buon imperatore nella mente dei lettori. Motivazioni leggermente diverse spiegano la diffusione di queste voci su Nerone come fatti accertati nel mondo moderno. Sono piacevoli e divertenti da leggere, e fanno leva sui nostri preconcetti culturali riguardo all’antica Roma e ai suoi imperatori, spesso visti come corrotti e moralmente decadenti. Ma forse, ancora più significativamente, queste storie ci permettono di creare una distanza morale tra noi e i nostri antenati. Rendere il passato strano e incomprensibile ci aiuta a ignorare che gli stessi problemi persistono ancora oggi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo imperiale, Top --- ### [Graffiti medievali nelle chiese inglesi. Che significato nascondono?](https://scriptamanentitalia.it/graffiti-medievali/) **Published:** Marzo 10, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Un tesoro di simboli e significati](#Un_tesoro_di_simboli_e_significati) - [Attenti a quello che pensiamo di sapere](#Attenti_a_quello_che_pensiamo_di_sapere) - [Un’espressione socialmente accettata](#Unespressione_socialmente_accettata) - [Un campo di ricerca in evoluzione](#Un_campo_di_ricerca_in_evoluzione) *Di Riccardo Troiano* Non solo affreschi sbiaditi e vetrate colorate, ma un tesoro inaspettato: **graffiti medievali**, **incisioni silenziose** che svelano le vite, le credenze e le paure della gente comune del Medioevo. Un **progetto di ricerca** sta portando alla luce questi scarabocchi dimenticati, offrendo una **prospettiva inedita sulla storia sociale e religiosa dell’epoca**. Il “Medieval Graffiti Survey” (MGS), nato nel Norfolk nel 2010 ed esteso in seguito alle contee limitrofe di Lincolnshire e Suffolk, è il **progetto pionieristico** che ha portato alla luce una **tradizione nascosta**: quella dei **graffiti medievali**. L’obiettivo dell’MGS è quello di **documentare fotograficamente la vasta gamma di incisioni e scarabocchi presenti all’interno delle chiese medievali**, creando un archivio digitale accessibile a studiosi e appassionati. Guidato dall’archeologo Matthew Champion, l’MGS ha coinvolto centinaia di volontari che hanno esaminato minuziosamente numerose chiese, scattando migliaia di fotografie e catalogando un’incredibile varietà di simboli, figure e iscrizioni. Tra il 2010 e il 2012, oltre cento volontari del NMGS hanno esaminato a fondo più di duecento chiese nel Norfolk, ispezionandone parzialmente altre quaranta e scattando oltre cinquemila fotografie, come riportato sul sito web del progetto. Il NMGS ha prodotto diversi articoli e tenuto numerose conferenze sui lavori e sui risultati ottenuti. Recentemente, ha ampliato le sue operazioni alla vicina contea di Suffolk, dove è conosciuto come il Suffolk Medieval Graffiti Survey. È grazie agli sforzi del NMGS e dei suoi progetti collegati che l’argomento dei graffiti medievali ha ricevuto così tanta attenzione negli ultimi mesi, e la maggior parte delle informazioni disponibili sull’argomento deriva direttamente da questo lavoro. ## Un tesoro di simboli e significati La varietà dei graffiti medievali è sorprendente. Tra le categorie più comuni si trovano disegni curvilinei tracciati con un compasso, raffigurazioni di navi, simboli a forma di doppio “V” (che si pensa si riferiscano alla Vergine Maria), croci di vario stile e figure di vario genere, nodi di Salomone, segni di muratori e mercanti, stemmi araldici, pentagrammi (che si ritiene avessero una funzione protettiva), iscrizioni testuali in inglese e latino, elementi architettonici tipici della progettazione e costruzione della chiesa in cui appaiono, figure umane e animali. Altre fonti aggiungono una figura di “re di paglia” in una chiesa del Lincolnshire, meridiane o “orologi solari” (che potrebbero essere stati utilizzati per indicare l’ora della prossima messa), mani, scudi, crittogrammi, preghiere, mulini a vento, note musicali e nomi. Il **significato** di questi **simboli** è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi. Alcune teorie suggeriscono che i graffiti rappresentino una forma di preghiera e che l’atto stesso di creare i graffiti fosse un modo di pregare, una *“pietà laica”*, come la definisce Champion. Alcune iscrizioni e altri simboli sono stati interpretati come invocazioni alla divinità, e Champion ha ipotizzato che le piccole immagini di navi potessero essere suppliche per le imbarcazioni scomparse o ringraziamenti per quelle che erano tornate sane e salve. Al contrario, le iscrizioni che riportano nomi scritti al contrario potrebbero rappresentare un tentativo di maledire la persona nominata. Un’altra teoria influente attribuisce ai pentagrammi, ai nodi di Salomone (un motivo decorativo intrecciato) e ai simboli tracciati con il compasso una **funzione apotropaica**, o propriamente di *“trappole per demoni”*, destinate a respingere il male. Secondo Champion, *“si credeva che i demoni, che vagavano per la terra, fossero piuttosto stupidi. Erano attratti dalle cose brillanti e luccicanti e, se si imbattessero in una linea, la loro stupidità e curiosità li avrebbe spinti a seguirla fino alla fine”*. Sebbene Champion attribuisca questa credenza all’*“incredibile superstizione della chiesa medievale”*, altri studiosi, come Brian Porter, direttore dello studio di ricerca del Lincolnshire, considerano questi segni come indicatori di antiche credenze pagane. Egli cita specificamente un *“uomo di paglia”* nella Cranwell Parish Church del Lincolnshire come una rappresentazione di un simbolo pagano di fertilità. Champion, tuttavia, si mostra dubbioso, affermando di non aver ancora incontrato un *“vero simbolo pagano”*. Va notato che alcune incisioni avevano una funzione più pratica. Le immagini architettoniche, trovate in alcune chiese, sembrano essere disegni dei muratori per la progettazione e la costruzione degli edifici della chiesa stessa. Al Bingham Priory di Norfolk, tali incisioni architettoniche potrebbero aver addirittura aiutato gli studiosi a scoprire il progetto originale della finestra occidentale della chiesa, che era stata successivamente modificata. ## Attenti a quello che pensiamo di sapere Molte di queste teorie sull’interpretazione dei graffiti si basano su precedenti storici. Ad esempio, simboli che si presume avessero una funzione protettiva sono stati identificati in contesti diversi. Ma Matthew Champion invita alla cautela, suggerendo di **non dare per scontato ciò che crediamo di sapere**. Sul suo blog, con una punta di ironia, scrive: *“Credo che questo sia un problema comune a chiunque lavori in un campo di studi relativamente nuovo. C’è una seria mancanza di punti di riferimento affidabili e, spesso, si scopre che quelli esistenti sono costruiti su fondamenta instabili.”* In altre parole, tutto ciò che abbiamo ipotizzato finora, come l’idea che le navi rappresentino preghiere o che i disegni tracciati con il compasso siano trappole per demoni, potrebbe essere completamente errato. In un altro articolo, Champion mette in guardia contro le interpretazioni errate dei graffiti medievali, che spesso vengono diffuse in discussioni superficiali. Tra gli esempi di interpretazioni fuorvianti, Champion cita: *‘ragazzi del coro annoiati che scarabocchiano’, ‘croci incise dai pellegrini’, ‘marchi dei muratori usati per calcolare la paga’ e ‘la ruota come antico simbolo solare che prova la sopravvivenza di religioni pagane nel Medioevo’.”* ## Un’espressione socialmente accettata Un punto che gli studiosi dietro il NMGS e i progetti correlati sembrano voler chiarire è che il tipo di graffiti qui descritto non è visto nella stessa luce negativa dei graffiti moderni. I graffiti medievali non venivano realizzati clandestinamente o illegalmente. Gli studiosi suggeriscono che i graffiti fossero accettati dalla comunità locale e, nella migliore delle ipotesi, rappresentassero una forma di preghiera. Su questo argomento, Champion afferma: *“I graffiti non erano visti come li vediamo noi oggi. Non erano considerati come un atto di teppismo o di poca educazione. Non erano disapprovati né proibiti.* *Dato che la maggior parte delle iscrizioni che registriamo ha effettivamente una dimensione spirituale e molte sono chiaramente preghiere, sembra che queste iscrizioni non solo fossero tollerate, ma anche accettate e benvenute. Facevano parte dell’esperienza quotidiana della chiesa, proprio come la messa.”* ## Un campo di ricerca in evoluzione È difficile prevedere dove porterà la ricerca sui graffiti medievali. Sebbene la fase iniziale del progetto Norfolk si sia conclusa nel 2012, i censimenti in altre aree del Regno Unito continuano a portare alla luce nuove immagini e dati. A meno che non emerga una sorta di Stele di Rosetta dei graffiti medievali (un evento estremamente improbabile), probabilmente non comprenderemo mai appieno il significato di questi graffiti per i fedeli medievali. Ciò che possiamo sperare è di assistere a nuove scoperte che ci avvicinino, almeno in parte, a una comprensione più completa. Champion e altri studiosi associati al progetto hanno sottolineato che lo studio di questi graffiti offre una **migliore comprensione** dei **frequentatori delle chiese medievali**, spesso oscurati nei libri di storia dalle figure più importanti del clero e dai ricchi patroni responsabili del finanziamento delle chiese. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Medioevo --- ### [La macchina di Anticitera: un computer del I sec avanti Cristo](https://scriptamanentitalia.it/macchina-anticitera/) **Published:** Marzo 10, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il ritrovamento: storia di un quasi-naufragio moderno, e di un naufragio antico](#Il_ritrovamento_storia_di_un_quasi-naufragio_moderno_e_di_un_naufragio_antico) - [Un pezzo di metallo…anzi no](#Un_pezzo_di_metallo%E2%80%A6anzi_no) - [Un sorta di computer](#Un_sorta_di_computer) - [Una macchina “troppo avanti”](#Una_macchina_%E2%80%9Ctroppo_avanti%E2%80%9D) *Di Leonardo Conti* A una prima occhiata sembrerebbe un pezzo di metallo qualsiasi, senza nessun valore. Un rottame, un oggetto come tanti. E tale sembrò a chi lo scoprì più di un secolo fa. Certo, le statue bronzee che furono trovate assieme ad esso apparirono fin da subito molto più preziose. Un antico naufragio, avvenuto nella seconda metà del I secolo avanti Cristo. Una nave carica di bronzi e marmi preziosi finita in fondo al mare, a poca distanza da una piccola isola del Mar Egeo a nord di Creta. Non sappiamo da dove fosse partita, non sappiamo dove fosse diretta. Una tragedia dimenticata, come tante. L’oblio totale per più di duemila anni, fino al ritrovamento, avvenuto in modo del tutto casuale. I tesori recuperati fanno oggi bella mostra al Museo Archeologico Nazionale di Atene: statue bellissime che testimoniano, se mai ce ne fosse bisogno, l’abilità degli artisti greci ed ellenistici. Eppure quel pezzo di metallo rettangolare dall’aspetto insignificante, incrostato e ossidato, è diventato il reperto più famoso e studiato dell’intero relitto, nonché il più misterioso. È la macchina di Anticitera, il più antico planetario a noi noto. ## **Il ritrovamento: storia di un quasi-naufragio moderno, e di un naufragio antico** Durante la primavera del 1900, la navigazione nel Mar Egeo centrale fu funestata da una grande tempesta. Le navi, perfino quelle più attrezzate, ebbero notevoli difficoltà a stare a galla. L’imbarcazione del greco **Demetrios Condos,** che ospitava un gruppo di pescatori di spugne marine, fu tra quelle che ebbero più problemi. Il mare grosso e i fortissimi venti a largo di Creta persuasero il comandante a cercare acque più tranquille; un’insenatura, un riparo, per non affondare. E così approdarono all’isola di **Anticitera**, un piccolo fazzoletto di terra in mezzo al mare burrascoso, con un basso fondale che garantiva la sicurezza dell’imbarcazione e dei suoi occupanti. Durante quei giorni di sosta forzata, cosa c’era di meglio che incrementare il profitto della spedizione? D’altra parte i marinai erano pescatori di preziose spugne marine, quello era il loro mestiere…e poi era pericoloso tenere dei rudi lupi di mare troppo in ozio, poteva scoppiare una rissa, si rischiava l’insubordinazione. Il capitano Condos, consapevole di tutto ciò, ordinò ai suoi di gettarsi in mare con l’attrezzatura adeguata per trascorrere il tempo in modo utile e proficuo. Quando Elias Stadiatis riemerse rapidamente senza alcuna spugna nel suo canestro fu una sorpresa per tutti: era uno dei più esperti pescatori e finora il raccolto era andato più che bene. Che cosa era successo? Elias raccontò, respirando a fatica, di aver avuto una visione scioccante: nel fondo del mare aveva scorto improvvisamente **uomini, donne nude, cavalli**. Figure umane, a grandezza naturale, proprio sul fondo del mare: una visione inaspettata, assurda e scioccante: per questo era riemerso con tanta rapidità. Inizialmente si pensò a un malore, un’allucinazione dovuta alla prolungata apnea o a uno sbalzo di pressione. Ma il marinaio era un uomo esperto, e per di più era fermamente convinto, anche dopo che si era un po’ calmato, di quello che diceva. Era tutto molto strano, a dir poco. Incuriosito, il capitano Condos si calò in mare. E vide le statue. In fondo al mare, a circa 50 metri di profondità, sostavano, spettrali, numerose statue antiche. Alcune erano in piedi, come se qualcuno le avesse posate delicatamente sulla superficie, di altre si vedevano le estremità emergere dal fondale. Si capì subito che si trattava di un ritrovamento eccezionale. Nel corso dei mesi furono riportate in superficie statue ed opere d’arte di indubbio valore, in bronzo e marmo, oltre a una serie di oggetti di uso comune. Tutto era riconducibile a una nave da carico affondata attorno all’80-85 avanti Cristo. Pur non avendo prove oggettive, si ipotizza che l’imbarcazione trasportasse una parte dell’ingente bottino che Silla aveva depredato da Atene durante la Prima Guerra Mitridatica. ## **Un pezzo di metallo…anzi no** Al **Museo Archeologico Nazionale di Atene** si possono ammirare le statue che sono state recuperate dal relitto di Anticitera. In particolare spicca la perfezione di un efebo e di una testa di filosofo, due bronzi che denotano il livello artistico e tecnico raggiunto dagli antichi greci. Dovevano apparire splendidi anche appena tirati fuori dall’acqua, dopo duemila anni di immersione in mare. I reperti recuperati furono subito divisi in due mucchi: il primo erano le opere d’arte o meglio quello che si riconosceva come tale, fra le concrezioni e i danni del tempo; l’altro era un ammasso di oggetti, la cui cattiva conservazione rendeva difficile perfino capire cosa fossero. Il primo gruppo fu ovviamente restaurato e musealizzato, l’altro fu messo in un deposito, in attesa di capire il loro valore. Nel 1902 l’archeologo **Valerios Stais** vide in mezzo alla massa informe di frammenti di bronzo e marmo un oggetto che suscitò la sua curiosità. Ad una prima occhiata era una specie di parallelepipedo, delle dimensioni di un libro, di rame molto ossidato e segnato dal tempo. Ma all’interno c’era una ruota, una specie di quadrante. Che cos’era? Assomigliava ad un **orologio**, o un **meccanismo** di qualche tipo. Si mise a pulirlo e sorprendentemente apparvero alcune scritte incise sul metallo. Erano delle annotazioni astronomiche, vi erano i nomi di pianeti e i simboli zodiacali. Che cos’era in realtà? ## **Un sorta di computer** Stais si rese conto da subito che era di fronte a un reperto molto strano: i complessi ingranaggi e le scritte impresse sopra erano un difficile enigma da decifrare. Tuttavia non si perse d’animo e cominciò intanto una spasmodica ricerca dei pezzi mancanti, come se avesse fra le mani un puzzle estremamente complicato da ricomporre. Pazientemente riuscì a **ritrovare altri 81 frammenti,** alcuni molto minuti, che consentirono intanto di “rimontare”, per quanto possibile, la strana macchina. Le dimensioni originarie erano circa 30 x 15 cm, e doveva avere una cornice di legno. Esternamente aveva una maschera su cui erano montate delle parti mobili, azionate dal complesso sistema di rotelle retrostante. Sulla piastra appaiono le scritte: **circa 2000 caratteri oggi in buona parte decifrati.** Gli studi di Stais, affrontando le difficoltà dei mezzi di allora e lo scetticismo di buona parte del mondo accademico, si trovarono presto a un punto morto. Nel 1951, un professore della prestigiosa università di **Yale**, Derek de Solle Price, riprese ad esaminare la nostra misteriosa macchina. Attraverso una pulitura molto accurata di quanto a disposizione riuscì a capirne il funzionamento e a cosa servisse. Per capirne meglio le dinamiche, il professor Price **ricostruì una copia moderna dell’intero macchinari**o, dimostrando al mondo scientifico e non che si trattava di una scoperta veramente sensazionale. La Macchina di Anticitera è un **antico calendario astronomico**: girando una manovella si calcolavano con estrema precisione le posizioni del sole, della luna, completa delle sue fasi, e dei pianeti allora conosciuti, nel corso dell’anno. Non solo, studi condotti nel 2016, hanno dato prova di ulteriori funzioni: calcolava anche la **data delle Olimpiadi**, ricorrenza assai importante nella Grecia antica, e le eclissi di Luna. Sulla maschera, corredata da scritte che identificavano il corpo celeste, si poteva vedere materialmente il pianeta muoversi in un cerchio che simulava l’orbita. Bastava girare la manovella e il sistema di ruote dentate faceva il resto. Ulteriori analisi del 2022 hanno stabilito perfino la data in cui è stato costruito l’oggetto, vale a dire la prima data di calibrazione dello strumento: il **23 dicembre 178 avanti Cristo**, evidenziando tuttavia che i calcoli su cui si basa l’ingranaggio erano viziati da un errore minimo, che aumentava con il passare del tempo. Un piccolo neo, che però non toglie nulla alla sorpresa degli studiosi di fronte a un macchinario tanto antico e al tempo stesso sofisticatissimo. È come se avessimo trovato un computer 2000 anni fa! Possibile? ## **Una macchina “troppo avanti”** Il fatto che un marchingegno così complesso fosse tanto antico, suscitò fin da subito molti dubbi e perplessità, che non sono del tutto cessati neanche al giorno d’oggi. Anzi sono amplificati con l’avvento di internet e le varie teorie strampalate che sono sotto gli occhi di tutti. Alcune persone credono che la Macchina di Anticitera sia un reperto moderno finito casualmente in mezzo a reperti più antichi. Altri pensano, più fantasiosamente, che un uomo dei nostri giorni con una macchina del tempo abbia dispettosamente gettato il manufatto davanti all’isoletta greca per fare uno scherzo di cattivo gusto o per vedere l’effetto che fa. Il fatto è che non riusciamo a comprendere **come uomini antichi abbiano sviluppato conoscenze di meccanica e di astronomia** in anticipo, almeno stando alla storia della scienza “ufficiale”, di almeno mille anni. I primi rudimentali simulatori meccanici del cielo che conosciamo risalgono a poco dopo l’anno mille, ovviamente dopo Cristo. Per avere un esempio paragonabile alla nostra Macchina di Anticitera, dobbiamo addirittura aspettare il Trecento, con l’*Astrario* costruito dall’orologiaio ed astronomo veneto Giovanni Dondi. Ma tutto questo è spiegabile senza dover ricorrere a strane teorie. Le nostre conoscenze della tecnica e della meccanica antiche sono infatti **molto limitate**, poiché non abbiamo la possibilità di leggere tutti i testi prodotti in antichità né di visionare le macchine costruite al tempo. Per questo motivo molte delle nostre scoperte sono in realtà delle “riscoperte” di cui ignoriamo la provenienza. In epoca ellenistica, sappiamo che Erone costruì un automa che si muoveva grazie alla forza del vapore; ma la macchina a vapore fu “inventata” soltanto nel 1700. Le stesse teorie eliocentriche, cavallo di battaglia di Copernico e poi di Galileo Galilei, erano già state sviluppate da Aristarco di Samo, un filosofo e astronomo attivo ad Alessandria d’Egitto nel III secolo avanti Cristo. Per segnalare esempi più calzanti con la nostra macchina, Cicerone nel *De re publica* attesta che nella sua epoca esisteva ancora a Siracusa una **macchina circolare costruita da Archimede** dove si simulavano i movimenti del sole, dei pianeti e le vari fasi lunari. Sempre il celebre scrittore romano, nelle *Tuscolanae disputationes*, ci riporta la notizia che anche un suo amico, Posidonio di Rodi, aveva costruito una marchingegno molto simile. Forse il congegno scoperto ad Anticitera è la macchina ricordata da Cicerone? O è frutto di uno sviluppo di un allievo di Posidonio. Probabilmente non lo sapremo mai; purtroppo nessuno ha visto queste due invenzioni, né i testi giunti fino a noi ce le descrivono con sufficiente precisione. Molte delle conoscenze antiche **non ci sono note,** poiché il tempo, assieme ai vari disastri che si sono susseguiti nella storia (catastrofi, invasioni, distruzione di biblioteche ecc ecc) ha operato una selezione davvero spietata. Sulla base di ciò che sappiamo, tuttavia, è possibile smontare le teorie più assurde. La macchina di Anticitera è un *unicum* nel suo genere, arrivato per caso a noi. Una meraviglia della tecnica che stupisce per la precisione e che probabilmente ha altri segreti da svelarci. Non ci resta che aspettare le nuove scoperte… ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La Domus romana: storia, architettura e vita quotidiana nelle case dell'antica Roma](https://scriptamanentitalia.it/domus-romana-storia-architettura/) **Published:** Marzo 7, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Architettura e funzioni: un viaggio nel cuore della Domus](#Architettura_e_funzioni_un_viaggio_nel_cuore_della_Domus) - [Lusso e raffinatezza: materiali e decorazioni](#Lusso_e_raffinatezza_materiali_e_decorazioni) - [Vita quotidiana: un giorno nella Domus](#Vita_quotidiana_un_giorno_nella_Domus) - [Comfort e innovazione: riscaldamento e sistemi idrici](#Comfort_e_innovazione_riscaldamento_e_sistemi_idrici) - [L’evoluzione nel tempo: Domus repubblicana vs Domus imperiale](#Levoluzione_nel_tempo_Domus_repubblicana_vs_Domus_imperiale) - [Un viaggio tra le Domus più famose](#Un_viaggio_tra_le_Domus_piu_famose) - [Declino e trasformazione: Dalla Domus alla villa tardoantica](#Declino_e_trasformazione_Dalla_Domus_alla_villa_tardoantica) *DI Alfredo Barrella* Nell’antica Roma, la domus non era semplicemente un’abitazione, ma un vero e proprio simbolo di status sociale. La sua imponenza e raffinatezza fungevano da marcato contrasto con le insulae, gli edifici a più piani destinati alle classi popolari. Si tratta di una distinzione architettonica che esprimeva chiaramente la gerarchia sociale dell’Urbe: le domus, dimore unifamiliari appartenenti a patrizi e ricchi mercanti, incarnavano il potere e la ricchezza, mentre le insulae, caseggiati popolari abitati dai plebei, rappresentavano le classi meno abbienti. Ma la relazione tra domus e insulae non era sempre così netta. A seconda della città, le domus potevano elevarsi su più piani o persino essere adiacenti alle insulae, sfumando i confini tra le diverse tipologie abitative. La posizione geografica delle abitazioni contribuiva ulteriormente a delineare lo status sociale dei loro proprietari. Le domus sorgevano nel cuore pulsante della città, mentre le insulae si concentravano prevalentemente nelle zone periferiche, relegando le classi meno abbienti ai margini della vita urbana. In definitiva, la domus romana rivestiva un’importanza cruciale nella società dell’epoca, svolgendo una funzione sociale e politica ben precisa. Essa rappresentava il prestigio della famiglia e il suo ruolo all’interno della comunità, fungendo da palcoscenico per la celebrazione del potere e della ricchezza. ## Architettura e funzioni: un viaggio nel cuore della Domus Una volta varcata la soglia di una domus romana, il visitatore si immergeva in un ambiente **progettato per stupire e comunicare lo status del proprietario**. Ma quali erano gli elementi chiave che definivano l’architettura di queste dimore? È importante ricordare che esistevano **diverse tipologie di domus**, ognuna con le proprie peculiarità: dalla domus repubblicana, più sobria ed essenziale, alla domus imperiale, sfarzosa e ricca di decorazioni, fino alla domus pompeiana, caratterizzata da uno stile unico e vivace. Il percorso all’interno di una domus iniziava con il ***vestibulum***, uno spazio di transizione tra la strada e l’ingresso principale. Nelle dimore più sontuose, il vestibulum era ornato da colonne e statue, mentre in quelle più modeste si presentava come un semplice corridoio d’ingresso che conduceva **all’*atrium***. In epoca repubblicana, il vestibulum fungeva da luogo di ricevimento per i ***clientes***, coloro che si rivolgevano al ***patronus*** per ottenere favori e protezione. Questo spazio rappresentava un biglietto da visita per il visitatore, comunicando immediatamente il livello di ricchezza e potere del proprietario. Elementi decorativi religiosi, come piccoli altari e immagini dei Lari e dei Penati, le divinità protettrici della casa, impreziosivano ulteriormente il vestibulum. Oltrepassato il vestibulum, si accedeva alle ***fauces***, uno stretto corridoio che conduceva all’atrium, il cuore pulsante della domus. Questo spazio centrale era il **fulcro della vita domestica e sociale della famiglia**, il luogo in cui si svolgevano le attività quotidiane e le pratiche rituali. Le ***alae***, nicchie laterali all’atrium, ospitavano i ritratti degli antenati, simbolo del prestigio e della nobiltà della famiglia. L’atrium poteva presentarsi in forma quadrangolare o rettangolare, e al suo interno si trovava il ***compluvium***, un’apertura inclinata nel tetto che permetteva alla luce e all’acqua piovana di entrare. Quest’ultima veniva raccolta **nell’*impluvium***, una vasca in marmo o pietra, spesso collegata a una cisterna sotterranea per la conservazione dell’acqua. Gli atrium e i compluvium delle domus del Fauno e dei Vetti a Pompei rappresentano importanti testimonianze archeologiche. Tra l’atrium e il *peristilium* si trovava il *tablinium*, lo **studio del *pater familias*.** Questo era il luogo più importante della casa, dove il padrone di casa accoglieva i *clientes*, **gestiva gli affari economici e politici e custodiva l’archivio familiare**. Il tablinium era arredato con un forziere, candelabri, vasellame d’argento, un tavolo e sedute riservate agli ospiti. Da qui, il *pater familias* poteva controllare sia l’interno della domus che il peristilium. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/03/domus-romana-esempio.webp "domus-romana-esempio - Scripta Manent Italia") Ispirato agli *oikoi* greci, il peristilium era un **giardino ornamentale** circondato da un colonnato (ionico, dorico o corinzio) che ospitava *hortus*, fontane e opere d’arte. A differenza dell’atrium, il peristilium era uno spazio privato, dove la famiglia si ritirava per trascorrere il tempo libero, lontano dagli impegni sociali. Il *triclinium* era la sala da pranzo, il luogo in cui la famiglia si riuniva per consumare i pasti e intrattenere amici e personalità importanti dell’élite romana. Potevano esserci più triclinia in una domus, a seconda delle stagioni e delle occasioni: *maius*, *minus*, estivo e invernale. Il tavolo centrale, la *mensa*, era circondato dai *lecti tricliniares*, tre letti che potevano ospitare tre commensali ciascuno. Le camere da letto, i *cubicula*, potevano trovarsi vicino all’atrium o al peristilium. Esistevano diverse tipologie di *cubiculum*, a seconda della persona a cui erano destinati: nuziali, per gli schiavi o per il *pater familias*, quest’ultimo generalmente più spazioso degli altri. Le cucine, dotate di un focolare basso con tubi quadrati che fungevano da camino, erano situate al pianterreno, in posizione perimetrale, vicino alle latrine, per facilitare lo smaltimento dei fumi e delle acque reflue. ## Lusso e raffinatezza: materiali e decorazioni I materiali e le decorazioni utilizzati per allestire la domus erano pensati per creare un ambiente elegante e sfarzoso, in grado di riflettere il gusto e la ricchezza del proprietario. Per quanto riguarda la pavimentazione, le tecniche più utilizzate erano **l’*opus sectile* e l’*opus tessellatum*,** entrambe caratterizzate da materiali e difficoltà di lavorazione differenti. L’*opus sectile* consisteva nel **taglio preciso di lastre di materiali pregiati** come porfido, alabastro, onice e diverse tipologie di pietre, tra cui il gesso. Esistevano due tipologie di *opus sectile*: geometrico, con figure geometriche come esagoni, triangoli e quadrati, e figurativo, con rappresentazioni di scene mitologiche. Esempi di *opus sectile* si possono ammirare nella **Domus Aurea di Nerone e nella Basilica di Giunio Basso.** L’*opus tessellatum* era una tecnica mosaicista che prevedeva l’utilizzo di tessere quadrate in vetro, pietra o terracotta. I materiali più comuni erano il calcare, il marmo e la pasta vitrea. Oltre al *tessellatum*, esistevano il *vermiculatum* e il *musivum*, quest’ultimo utilizzato per decorare le pareti. Le terme di Caracalla a Roma offrono un esempio emblematico di questo stile decorativo. Oltre alle pavimentazioni, **le statue rappresentavano un elemento fondamentale** dell’arte decorativa romana. Nelle domus venivano collocate statue in marmo o bronzo raffiguranti antenati della *gens* aristocratica di appartenenza, figure mitologiche come Apollo e Venere, o animali. Le pareti erano spesso decorate con la tecnica dell’intonaco dipinto, che, secondo lo storico dell’arte August Mau, si sviluppò in quattro stili pompeiani, caratterizzati da grandi rappresentazioni mitologiche. Questa tecnica prevedeva l’applicazione di pigmenti naturali su una superficie umida, dopo aver ricoperto le pareti con strati di malta a base di sabbia o calce. L’intonaco a fresco pompeiano ebbe un’importanza fondamentale per tutto il Medioevo e oltre. I quattro stili pompeiani riflettono periodi e motivi diversi: lo stile architettonico (I secolo a.C.) creava illusioni prospettiche di profondità attraverso la pittura, come si può ammirare nella Villa dei Misteri a Pompei; la Casa di Sallustio a Pompei offre un esempio dello stile “a incrostazione”, con stucco dipinto ed effetti tridimensionali; lo stile ornamentale, della prima metà del I secolo a.C., riduceva la prospettiva e le rappresentazioni mitologiche a favore di motivi vegetali e di una maggiore stilizzazione scenica; lo stile fantasioso, della seconda metà del I secolo d.C., mescolava le caratteristiche degli stili precedenti, con rappresentazioni di eroi e divinità. ## Vita quotidiana: un giorno nella Domus Immaginiamo di trovarci nella domus di **Augusta Raurica nel 100 d.C**. Al risveglio, la famiglia si recava nel *Lararium*, un piccolo altare domestico, per venerare i Lari, le divinità protettrici della casa. Dopo questo rito mattutino, si consumava una ricca colazione a base di pane e miele. Durante la giornata, il *pater familias* e la *matrona* seguivano routine diverse. Il *pater familias* si dedicava alle sue attività lavorative, soprattutto se era un uomo politicamente impegnato, mentre la *matrona* si occupava principalmente della casa. Marito e moglie dormivano nello stesso *cubiculum*, ma in letti separati. Gli schiavi svolgevano diverse commissioni sia all’interno della domus che ai mercati, contribuendo alla gestione della casa. I liberti, in particolare, svolgevano mansioni specifiche, dalla cucina all’aiuto nella cura del corpo dei loro padroni. Le domus dei personaggi più ricchi dell’élite romana erano **dotate di terme private**, dove i padroni di casa potevano concedersi momenti di relax. Altre attività includevano la lettura, per coloro che possedevano una biblioteca, e i giochi da tavolo, come il *ludus latrunculorum*. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/03/domus-romana-ricostruita.jpg "domus-romana-ricostruita - Scripta Manent Italia") La sera, la famiglia si riuniva nel *triclinium* per la cena. Le donne sedevano su una poltrona, mentre gli uomini mangiavano sdraiati, appoggiati sul gomito sinistro. Sulle tavole romane, soprattutto in presenza di ospiti importanti, non mancavano mai il *garum*, una salsa a base di interiora di pesce, e il buon vino. ## Comfort e innovazione: riscaldamento e sistemi idrici Le domus più prestigiose erano dotate di sistemi di riscaldamento e idrici all’avanguardia, che garantivano un elevato livello di comfort ai loro abitanti. Uno dei sistemi di riscaldamento più diffusi era **l’*hypocaustum***, un sistema di riscaldamento a pavimento che, a causa degli elevati costi di mantenimento, era presente solo nelle domus più lussuose. Nelle domus più modeste, l’ambiente veniva riscaldato tramite bracieri in bronzo o terracotta riempiti di carboni ardenti. L’*hypocaustum* funzionava grazie a un forno a legna (*praefurnium*) situato in un locale separato, che riscaldava l’aria. L’aria calda veniva fatta circolare sotto il pavimento attraverso una rete di pilastrini in mattoni (*suspensurae*). Il calore saliva anche lungo le pareti attraverso tubature in terracotta, riscaldando così l’intera stanza. Le domus più prestigiose erano collegate direttamente agli acquedotti pubblici, che trasportavano l’acqua in città. Attraverso tubature in piombo, le *fistulae*, l’acqua arrivava alle fontane e ai bagni privati della casa. Un sistema ingegnoso per la conservazione dell’acqua era rappresentato dalle cisterne. L’acqua piovana veniva canalizzata nel *compluvium* e raccolta nell’*impluvium*, per poi essere conservata nella cisterna sottostante. Oltre alla funzionalità, l’acqua aveva anche una funzione estetica. Nelle domus più eleganti non era raro trovare piccole fontane decorative, ninfei o giochi d’acqua nel peristilium. ## L’evoluzione nel tempo: Domus repubblicana vs Domus imperiale Nel corso dei secoli, la domus romana subì trasformazioni significative, riflettendo i cambiamenti sociali e culturali dell’epoca. È possibile distinguere tra la domus repubblicana, più sobria e funzionale, e la domus imperiale, sfarzosa e ricca di decorazioni. In età repubblicana, la mentalità dei romani era **improntata alla moderazione e all’avversione per l’eccesso.** La domus era concepita principalmente come un’abitazione, senza ostentazioni di ricchezza e bellezza. I pavimenti erano spesso realizzati in *opus signinum*, un materiale simile al cemento con frammenti di terracotta. Con l’avvento dell’età imperiale e la “nuova sicurezza” portata da Augusto, anche le domus cambiarono volto. **Gli ingressi divennero più elaborati,** i mosaici abbondarono anche nei *cubicula* privati e i pavimenti furono realizzati in *opus sectile*. L’architettura degli spazi interni divenne più complessa e il sistema dell’*hypocaustum* si diffuse come innovazione ingegneristica. Il peristilium, elemento cardine dell’architettura greca, divenne il protagonista dell’abitazione imperiale, con un *hortus* più curato e la presenza di numerose statue. Questo spazio era un simbolo di prestigio, arricchito da decorazioni raffinate, colonne eleganti e una varietà di elementi artistici. L’*hortus* era caratterizzato da sentieri geometrici, aiuole curate e piccoli labirinti verdi. Un *porticus*, sostenuto da colonne tuscaniche, doriche, ioniche o corinzie, circondava l’*hortus*, offrendo riparo dalle intemperie. Le colonne potevano essere realizzate in marmo, muratura o dipinte di rosso nella parte inferiore, con la parte superiore scanalata. Gli *oscilla*, decorazioni appese alle colonne, creavano giochi di luce e movimento grazie al vento. Il pavimento del portico era realizzato con materiali di pregio come cocciopesto, mattoni in cotto, mosaici o lastre di marmo composito. Le pareti erano spesso affrescate con scene mitologiche o motivi naturalistici e realizzate in *opus sectile*. ## Un viaggio tra le Domus più famose Tra le domus romane più celebri spicca la **Domus Aurea di Nerone,** costruita tra il 64 e il 68 d.C., dopo l’incendio di Roma. Il nome della dimora imperiale deriva dalle decorazioni interne, caratterizzate dall’uso massiccio di oro e materiali preziosi. Nerone, inaugurando la sua nuova residenza, affermò di abitare finalmente “in una casa degna di un uomo”. La Domus Aurea si estendeva per circa 80 ettari (2,5 kmq) e comprendeva vigneti, pascoli, ringhiere di bronzo e persino un lago artificiale. Dopo la morte di Nerone, la domus fu in gran parte demolita e interrata dai suoi successori, che vollero cancellare la memoria dell’imperatore. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/03/domus-romane-gallery-29.jpg "domus-romane-gallery-29 - Scripta Manent Italia") Per la progettazione della sua domus, Nerone si avvalse degli architetti **Celere e Severo** e del pittore **Fabullo**. Il complesso architettonico comprendeva circa **150 ambienti,** costruiti in *opera laterizia* e disposti attorno alla sala ottagonale, il fulcro dell’intera struttura. Le pareti erano rivestite con lamine d’oro e marmi preziosi, mentre i soffitti erano stuccati e decorati con pietre, conchiglie e gemme. Il settore occidentale era **circondato da un portico** in stile ionico e ospitava gli ambienti più importanti, come la Sala della volta delle civette e il Ninfeo di Ulisse e Polifemo. Il settore orientale, caratterizzato da uno stile più elaborato, comprendeva la Sala della volta dorata, la Sala di Achille a Sciro e la Sala di Ettore e Andromaca. Un altro esempio celebre di domus è la **Casa del Fauno a Pompei,** risalente al II secolo a.C. Questa era una delle residenze più grandi e lussuose della città, occupando un’intera *insula* di circa 3.000 metri quadrati. La casa prende il nome da una statua in bronzo raffigurante un fauno danzante, situata nell’*impluvium* dell’atrio principale. La statua, simbolo di gioia e fertilità, è oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, mentre una copia è esposta nel sito originale a Pompei. La struttura della Casa del Fauno è articolata attorno a due atri e due peristili, con numerose stanze decorate con mosaici e affreschi di pregevole fattura. Uno dei reperti più celebri rinvenuti nella casa è il **Mosaico di Alessandro,** che raffigura la battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario III. A Ercolano si trova la Domus dei Cervi, sepolta durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Costruita durante l’impero di Claudio, la casa apparteneva allo schiavo Granus Verus. La domus si estende fino a una terrazza costruita oltre le antiche mura di cinta, che offriva una vista panoramica sul Golfo di Napoli. Sulla terrazza si trova una struttura simile a un gazebo, caratterizzata da pilastri in tufo realizzati in *opera listata* e decorati con stucchi bianchi e rossi. Una peculiarità di questa domus è l’assenza di *compluvium* e *impluvium* nell’atrio. Il *triclinium* è decorato con pannelli neri incorniciati in rosso, mentre il pavimento è realizzato in marmi policromi. Una serie di piccoli ambienti si sviluppano perpendicolarmente all’atrio e al triclinio, alcuni decorati con pannelli rossi, altri in rosso e arancione. Le pareti sono decorate con sessanta pannelli affrescati, alcuni dei quali furono rimossi durante le esplorazioni borboniche e sono ora conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/03/domus-tito-macro.jpg "domus-tito-macro - Scripta Manent Italia") ## Declino e trasformazione: Dalla Domus alla villa tardoantica La crisi del III secolo segnò l’inizio del declino delle domus. Le problematiche socio-politiche del periodo costrinsero le famiglie più agiate a **rinunciare al lusso che queste dimore rappresentavano**. I cambiamenti furono dovuti anche alla crescente insicurezza delle città: le continue incursioni barbariche e il clima di disordine generale spinsero molti a lasciare le aree urbane per rifugiarsi nelle *villae* in campagna. Le criticità scaturite dalla crisi del III secolo raggiunsero l’apice a partire dalla seconda metà del V secolo e nel successivo. Il progressivo decadimento portò all’inserimento di più nuclei familiari in ogni domus. Le *insulae* divennero la soluzione abitativa più diffusa, anche perché più economiche. L’aristocrazia, quando possibile, cercò di evitare le città, sempre più sovraffollate e pericolose. Di conseguenza, le domus abbandonate furono spesso trasformate in magazzini, caserme o officine, oppure inglobate in edifici pubblici o religiosi. Le costruzioni divennero più semplici, con edifici a un solo piano realizzati con tecniche povere. Per i pavimenti venivano utilizzati materiali umili come la terra battuta o l’argilla. La scarsa qualità dei materiali interessò anche gli edifici pubblici, come il *Capitolium* di Brescia o il Foro di Luni. Il valore storico delle domus romane si manifestò soprattutto nei secoli successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Il concetto della domus come simbolo dello status sociale del proprietario sopravvisse nel Medioevo. Nelle città italiane, come Firenze, le famiglie nobili iniziarono a costruire **case-torri,** che, pur avendo una struttura verticale differente, riflettevano l’idea romana di casa come simbolo di prestigio. Inoltre, i resti delle domus romane furono spesso smantellati per recuperare materiali da costruzione, come colonne, capitelli e blocchi di pietra, che vennero riutilizzati per costruire chiese, castelli e abitazioni. L’uso romano di archi e volte ispirò le costruzioni medievali, in particolare nelle abitazioni signorili e nei monasteri. Si mantenne l’uso di un cortile centrale, funzionale per la raccolta dell’acqua piovana, proprio come avveniva con il *compluvium* romano, e si conservò il concetto di case a corte. In questo modo, l’eredità della domus romana continuò a vivere nei secoli successivi, influenzando l’architettura e la cultura delle epoche successive. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Il punto interrogativo più antico del mondo... in un manoscritto siriaco](https://scriptamanentitalia.it/punto-interrogativo-piu-antico/) **Published:** Marzo 7, 2025 **Author:** Redazione **Content:** *Articolo di: University of Cambridge* *Traduzione e adattamento di: Fabio Saverio Gatto* Nel vasto panorama della comunicazione scritta, anche i più piccoli dettagli nascondono storie affascinanti. È il caso del punto interrogativo, simbolo che oggi diamo per scontato ma che ha radici profonde nella storia della scrittura. Un recente studio condotto dal Dr. Chip Coakley dell’Università di Cambridge getta nuova luce sull’origine di questo segno di punteggiatura, rivelando un percorso evolutivo sorprendente che attraversa secoli e culture diverse. Nell’antichità, le domande venivano indicate in modo diverso: nel greco antico, ad esempio, si utilizzava il punto e virgola. Fu solo nel Medioevo che i monaci copisti, spinti dall’esigenza di maggiore chiarezza, iniziarono a sviluppare nuovi segni. L’abbreviazione latina “qo” per “quaestio” si trasformò gradualmente nel simbolo che oggi conosciamo. ## La scoperta rivoluzionaria nei manoscritti siriaci La vera svolta nella ricerca sull’origine del punto interrogativo arriva però dall’analisi di antichi manoscritti siriaci della Bibbia, risalenti al V secolo. Il **Dr. Coakley** ha identificato quello che potrebbe essere il primo esempio conosciuto di punto interrogativo: due punti sovrapposti, simili a un comune segno di due punti, chiamato **“zawga elaya”.** “*Quando mi trovo a leggere testi siriaci con gli studenti, le loro domande sono innumerevoli, soprattutto riguardo al significato di quei particolari punti*“, spiega il Dr. Coakley. “*Con il passare del tempo, ho sviluppato un crescente interesse per questi dettagli minuti della punteggiatura*.” Il siriaco, lingua del Medio Oriente con una ricca tradizione letteraria cristiana, si rivela così pioniere nell’uso di un segno specifico per le domande. Questo simbolo veniva utilizzato per indicare domande che altrimenti sarebbero state ambigue, proprio come oggi usiamo il punto interrogativo in frasi come “Te ne vai?”. La scoperta solleva interessanti questioni sul ruolo di questo segno nella lettura ad alta voce dei testi sacri. Il Dr. Coakley ipotizza che potesse servire non solo come regola grammaticale, ma anche come guida per **modulare la voce durante la lettura pubblic**a. Sebbene il punto interrogativo sia apparso nelle scritture greche e latine solo dall’VIII secolo, nessuno studioso ha finora trovato esempi precedenti in altre lingue antiche. Questo potrebbe confermare il primato del siriaco nell’introduzione di questo fondamentale segno di punteggiatura. “*La definirei una nota a piè di pagina rilevante nella storia della scrittur*a”, afferma il Dr. Coakley, sottolineando l’importanza di questa scoperta per la comprensione dell’evoluzione della comunicazione scritta. Questa ricerca non solo getta nuova luce sulla storia della punteggiatura, ma ci ricorda anche quanto sia dinamica e in continua evoluzione la lingua scritta. Un piccolo segno grafico, nato dall’esigenza pratica di chiarezza, è diventato nel tempo un elemento universale della comunicazione, testimoniando il complesso intreccio tra cultura, pratica e innovazione che caratterizza la storia della scrittura. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Pillar --- ### [Il Cristianesimo rese davvero l'impero Romano più buono?](https://scriptamanentitalia.it/cristianesimo-impero-romano/) **Published:** Marzo 7, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il monachesimo](#Il_monachesimo) - [Il rapporto con gli schiavi](#Il_rapporto_con_gli_schiavi) - [I combattimenti gladiatori](#I_combattimenti_gladiatori) - [La carità. Un caposaldo del Cristianesimo](#La_carita_Un_caposaldo_del_Cristianesimo) - [La condizione femminile](#La_condizione_femminile) - [Il Cristianesimo ha migliorato la storia romana?](#Il_Cristianesimo_ha_migliorato_la_storia_romana) - [Le ragioni del successo cristiano](#Le_ragioni_del_successo_cristiano) *Di Arthur Cushman McGiffert, Union theological seminary, New York Traduzione e adattamento di: Fabio Saverio Gatto* Spesso si presume che il Cristianesimo abbia avuto un’influenza positiva e significativa sull’Impero Romano, dove ebbe origine e divenne religione ufficiale. Ma questa idea è **difficile da dimostrare** concretamente. Pur riconoscendo il Cristianesimo come un progresso rispetto al paganesimo e la sua vittoria finale come una benedizione, non è semplice individuare come e in che misura abbia giovato al mondo romano. È facile individuare esempi di vite trasformate e migliorate dalla fede cristiana, ma è ben più complesso dimostrare un miglioramento generale e duraturo della società romana nel suo complesso. Innalzamento del livello di vita, progresso morale, miglioramento dei principi politici, delle istituzioni civili e degli ideali economici: tutto questo è difficile da collegare direttamente all’influenza cristiana. Non basta dare per scontato che il Cristianesimo, essendo di per sé positivo, lo sia stato anche per l’Impero; è necessario dimostrarlo. Per farlo, dovremmo idealmente mostrare che l’Impero, dopo secoli di presenza cristiana, fosse in condizioni migliori rispetto a prima della sua comparsa. Tuttavia, confrontare epoche diverse è complesso e dipende molto dal punto di vista di chi ci ha tramandato le proprie impressioni. Le testimonianze sull’Impero Romano, sia precedenti che successive alla diffusione del Cristianesimo, ci suggeriscono che non ci fu un miglioramento generale e permanente sul piano politico, economico, sociale e morale a partire dal II secolo, ovvero da quando il Cristianesimo iniziò a esercitare una qualche influenza. L’idea di un Impero in costante declino potrebbe essere un’esagerazione, ma in linea di massima è vera. Le testimonianze di autori cristiani come Crisostomo, Girolamo, Agostino, Orosio e Salviano, pur nella loro enfasi e nel loro zelo, dipingono un quadro di decadenza morale e sociale. Opere come *“La città di Dio”* di Agostino e *“Storia del mondo”* di Orosio, così come gli scritti di Salviano, **mostrano un consenso generale**, tra cristiani e pagani, sulla condizione di decadenza dell’Impero. Le prove del periodo indicano un mondo politico in preda al caos, un’economia in declino e una situazione sociale e morale tutt’altro che in miglioramento. Pur riconoscendo esempi di virtù domestiche e onore politico, come testimoniano Simmaco, Ausonio e Apollinare Sidonio, la società nel suo complesso non sembrava migliore, se non peggiore, rispetto al passato. ## Il monachesimo Un aspetto in cui è evidente una differenza è la diffusione del **monachesimo cristiano,** sconosciuto nel primo secolo e ampiamente diffuso nel quinto. Questo è un frutto diretto del Cristianesimo, sebbene il monachesimo fosse presente anche in altre religioni. Ma è **lecito dubitare** che la sua crescente diffusione abbia giovato all’Impero. Il monachesimo, pur testimoniando una certa devozione religiosa ed eroismo morale, evidenziava anche una debolezza morale diffusa, una spinta a fuggire dalle responsabilità e dalle opportunità del mondo. Se da un lato il monachesimo promuoveva l’ideale della purezza personale e della moralità sessuale, dall’altro il suo disprezzo per la vita familiare e per l’impegno sociale **poteva essere dannoso.** Invece di incanalare l’entusiasmo religioso e morale verso il **miglioramento della società**, il monachesimo lo indirizzava verso una direzione diversa, riducendo le forze attive nella trasformazione del mondo. ## Il rapporto con gli schiavi Un’altra differenza significativa tra l’Impero Romano precedente e successivo fu la graduale **diminuzione del numero di schiavi** e della centralità della classe schiavista. Tuttavia, è dubbio che il Cristianesimo abbia avuto un ruolo determinante in questo processo. L’abolizione della schiavitù viene spesso attribuita alla Chiesa cristiana, ma di fatto essa **non fu abolita nel mondo romano**. L’istituzione era ancora radicata nell’Impero successivo, seppur con un numero di schiavi inferiore. Il Cristianesimo, all’epoca dell’Impero Romano, **non contestò la schiavitù**. I cristiani la accettarono, così come accettarono lo stato, le disuguaglianze sociali e le disparità economiche. Predicarono la fratellanza cristiana, ma non considerarono l’abolizione della schiavitù, così come non pensarono di abolire la proprietà privata. Si cercò di migliorare le condizioni di vita degli schiavi, sia da parte di pagani che di cristiani, ma nessuno si fece promotore di una lotta contro l’istituzione stessa. Lo Stoicismo predicava la fratellanza umana e l’uguaglianza prima del Cristianesimo, e sotto la sua influenza alcuni pagani liberarono i propri schiavi, così come alcuni cristiani fecero lo stesso sotto l’influenza del principio cristiano. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/03/cristianesimo-schiavi-1-1024x576.jpg "cristianesimo-schiavi - Scripta Manent Italia") Con l’aumento dell’idea e della pratica della penitenza, la liberazione degli schiavi divenne un modo per espiare i propri peccati. L’ostilità dei cristiani più ascetici verso il lusso si esprimeva nella denuncia della pratica di possedere un gran numero di schiavi. Ma la pratica della **liberazione degli schiavi non era nuova,** e non è certo che fosse più comune nell’Impero cristiano che in quello pagano. In ogni caso, non significava la condanna della schiavitù come istituzione. Anzi, la Chiesa stessa, una volta diventata una corporazione legalizzata, possedeva numerosi schiavi. L’atteggiamento dei leader della Chiesa, da Paolo in poi, fu tale da **confermare la schiavitù**. I cristiani non dovevano desiderare un cambiamento della loro condizione terrena, ma accettare la loro sorte, che fossero schiavi o liberi, consapevoli di essere allo stesso tempo liberati del Signore e servi di Cristo. Ai cristiani non era richiesto un cambiamento della loro condizione terrena, ma la giustizia e la salvezza eterna. La Chiesa predicava la fratellanza di tutti i cristiani, ma ciò non veniva interpretato come abolizione della schiavitù. La fratellanza cristiana doveva manifestarsi in gentilezza, perdono e carità. I padroni cristiani dovevano trattare i loro schiavi con misericordia, e gli schiavi cristiani dovevano essere fedeli e rispettosi. Ma ciò non implicava un’uguaglianza di condizione. Agostino, nella sua *“Città di Dio”*, suggerisce che l’ideale cristiano di fratellanza e uguaglianza si realizza in cielo, non sulla terra. Il vero motivo del declino della schiavitù va ricercato nelle **mutate condizioni economiche.** La rivoluzione politica che portò all’Impero fu una fase di una più ampia rivoluzione sociale, che vide l’ascesa delle classi commerciali e industriali e la diminuzione dell’importanza della vecchia aristocrazia terriera. La schiavitù **non poteva prosperare in queste nuove condizioni sociali,** e il declino dell’istituzione era inevitabile. Inoltre, con la fine delle conquiste di Roma, l’offerta di schiavi diminuì, e con la diminuzione della ricchezza, la capacità di mantenere schiavi in gran numero diminuì, e la loro liberazione divenne una necessità economica. Attribuire al Cristianesimo un ruolo di controllo in questo processo significa fraintendere la situazione. ## I combattimenti gladiatori Un altro cambiamento notevole nella vita dell’Impero successivo è la graduale scomparsa dei combattimenti gladiatori, un tempo parte importante dei divertimenti pubblici. Anche questo cambiamento viene comunemente attribuito all’influenza del Cristianesimo e alla nuova enfasi sul valore della vita umana. Nel 325 d.C, l’imperatore Costantino **emanò un editto che proibiva i combattimenti gladiatori** in tempo di pace. Sebbene il governo avesse spesso cercato di regolamentare e limitare questo sport, questo editto rappresentava il primo tentativo di porvi fine. L’idea che Costantino sia stato influenzato dal Cristianesimo è suggerita da Eusebio e comunemente accettata dagli storici. Tuttavia, è importante notare che i primi Padri della Chiesa **non si scagliarono specificamente contro i combattimenti gladiatori,** bensì contro gli spettacoli teatrali e pubblici in generale, motivando la loro avversione non tanto con la crudeltà, quanto con la mondanità, la licenziosità e l’idolatria che caratterizzavano tali eventi. Inoltre, è lecito dubitare che i primi cristiani attribuissero un **valore maggiore alla vita umana r**ispetto ai loro contemporanei pagani. Pur considerando l’omicidio un peccato mortale, la nozione di sacralità e inviolabilità della personalità umana era tanto estranea ai Padri cristiani quanto ai loro contemporanei. Costantino, d’altra parte, non intraprese azioni simili contro altri sport e spettacoli che i moralisti cristiani criticavano con la stessa energia. È quindi possibile che altre motivazioni, diverse dal Cristianesimo, abbiano influenzato la sua decisione. Gli spettacoli gladiatori, retaggio di un’epoca in cui Roma disponeva di numerosi prigionieri barbari, potevano essere considerati dannosi sia economicamente che socialmente da un imperatore come Costantino, interessato a ristabilire la pace e a sviluppare le risorse dell’Impero. È interessante notare che l’editto di Costantino si concentra sui combattimenti gladiatori in tempo di pace. Egli **non riuscì a porvi fine completamente,** tanto che tali spettacoli continuarono ad essere comuni anche nel IV secolo. Secondo Teodoreto, fu l’imperatore Onorio a sopprimerli definitivamente nel 404. ## La carità. Un caposaldo del Cristianesimo Per quanto riguarda l’influenza del Cristianesimo sulla promozione della carità e sulla creazione di istituzioni di assistenza, è innegabile che i Padri della Chiesa abbiano sottolineato l’importanza della carità come virtù fondamentale, insistendo sull’obbligo dei cristiani di assistere i loro compagni. Con lo sviluppo della teoria e della pratica della penitenza, la carità divenne uno dei principali mezzi per ottenere l’espiazione dei peccati. Ma è importante riconoscere che il mondo pagano **non era estraneo alla filantropia**. Molti moralisti pagani promossero principi umanitari, e impulsi umanitari esistevano anche in epoca pagana. Ciò nonostante, è innegabile che il Cristianesimo abbia **contribuito a promuovere e incoraggiare la filantropia**, specialmente all’interno della comunità cristiana, alleviando sofferenze e difficoltà. L’amore reciproco e la carità dimostrata dai cristiani attirarono l’attenzione degli osservatori pagani e rappresentarono uno degli aspetti più attraenti del Cristianesimo, soprattutto per le classi più povere, e uno dei mezzi di propaganda più efficaci. Se da un lato la carità cristiana ha avuto un **impatto positivo nell’alleviare la povertà e la sofferenza,** dall’altro lato presenta anche aspetti meno positivi. L’idea che la carità vada a beneficio non tanto di chi la riceve, quanto di chi la dona, ha portato a una certa tolleranza della povertà, vista come un’opportunità per i cristiani di guadagnare meriti. La carità cristiana, inoltre, non era sempre orientata al miglioramento delle condizioni di vita di coloro che aiutava. L’effetto a lungo termine di questo tipo di carità poteva essere disastroso sul piano economico e sociale. La carità, per essere veramente efficace, deve mirare al miglioramento permanente della vita di chi la riceve e alla rimozione delle cause che la rendono necessaria. In caso contrario, rischia di essere controproducente e di demoralizzare economicamente i beneficiari. È innegabile che la povertà e la sofferenza siano state alleviate su larga scala grazie alla carità cristiana. Tuttavia, non è certo che il mondo romano abbia tratto da ciò un beneficio maggiore del danno. ## La condizione femminile Per quanto riguarda la **condizione della donna,** spesso si fa riferimento all’influenza positiva del Cristianesimo nell’elevare la sua posizione e nel promuovere la santità della vita domestica. Tuttavia, non ci sono prove di un cambiamento significativo tra i primi e gli ultimi giorni dell’Impero Romano. Lo status della donna sotto l’Impero, sia all’inizio che alla fine, era migliore rispetto al passato, ma la sua emancipazione era iniziata **ben prima dell’era cristiana**. L’idea di uguaglianza tra cristiani ebbe probabilmente una certa influenza, ma non maggiore rispetto alla questione della schiavitù. Inoltre, l’ascetismo che caratterizzava il Cristianesimo dell’epoca ebbe un impatto negativo sulla visione della donna, vista principalmente come una tentazione al peccato. Tale opinione non poteva certo promuovere la sua dignità. Gli effetti di questo spirito ascetico sulla vita domestica non furono del tutto positivi. Se da un lato la lotta contro i peccati della carne diede buoni risultati, dall’altro l’insistenza sulla castità come virtù suprema portò molti uomini e donne a rifugiarsi in monasteri e conventi, piuttosto che a promuovere la santità della famiglia. Infine, la Chiesa assunse una posizione rigorosa in materia di divorzio e nuovo matrimonio, non tanto per preservare la santità del vincolo matrimoniale, quanto per ostacolare i secondi matrimoni, considerati quasi come adulterio. ## Il Cristianesimo ha migliorato la storia romana? Se non possiamo riscontrare con certezza un miglioramento generale e marcato nelle condizioni sociali dell’Impero Romano attribuibile al Cristianesimo, possiamo almeno affermare che l’Impero successivo sarebbe stato peggiore senza questa fede? Questa è un’ipotesi comune tra gli storici. Tale opinione si basa su una concezione della natura e degli scopi del Cristianesimo di quel tempo che può essere verificata. Gli scopi e gli ideali del Cristianesimo, così come esisteva nel mondo romano, giustificano l’ipotesi che esso costituisse una forza sociale di preservazione e conservazione? Una delle cose più sorprendenti dei primi cristiani è la loro **quasi totale mancanza di interessi e ideali sociali**. Il Vangelo di Gesù, un tempo eminentemente sociale, nelle mani dei suoi seguaci perse la sua enfasi sociale e divenne individualistico e ultraterreno. Gesù era interessato a promuovere il Regno di Dio, il regno dello spirito di fratellanza qui e ora. Ma per i suoi discepoli, il Regno era solo una realtà futura. Vivevano interamente nel futuro, sforzandosi solo di preparare gli altri per la consumazione inducendoli al pentimento e all’accettazione di Gesù come Messia. Nelle mani di Paolo, il Cristianesimo divenne un mezzo di redenzione dal peccato. Tutti gli uomini sono malvagi e condannati alla distruzione. Unendosi a Cristo per fede, vengono trasformati da esseri corrotti in esseri santi, da peccatori a santi, e vengono liberati dalla morte e resi possessori della vita eterna. Il cristiano è un essere soprannaturale, superiore e separato dalle cose di questo mondo, che aspetta la sua liberazione e il suo godimento della vera vita dello spirito in un’altra sfera. Paolo aveva grandi visioni sulla conversione dell’Impero Romano, ma il mondo era essenzialmente malvagio, e la salvezza consisteva nella fuga da esso. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/03/cristianesimo-effetti-impero-romano-1024x522.jpg "cristianesimo-effetti-impero-romano - Scripta Manent Italia") Paolo fece dell’amore la virtù suprema della vita cristiana, ma non era interessato al miglioramento delle condizioni sociali. L’amore aveva significato per chi amava, non per chi era amato. Il suo valore risiedeva in ciò che esprimeva, non in ciò che produceva. Nonostante l’enfasi sull’amore, la **sottomissione della carne allo spirito era essenziale.** La salvezza consisteva nella separazione da questo mondo e nell’astinenza dai suoi piaceri. Uomini dominati da una tale concezione **non potevano impegnarsi nel servizio sociale** o nel miglioramento delle condizioni terrene. Un uomo poteva essere un cittadino utile, ma era piuttosto nonostante il suo Cristianesimo che a causa di esso. Era proprio questa **assenza di spirito pubblico**, questa indifferenza al presente a causa dell’assorbimento nel futuro, questo disprezzo della terra a causa dell’amore del cielo che costituiva il difetto principale del Cristianesimo agli occhi dei suoi oppositori. Invece di rendere un uomo un cittadino migliore, il Cristianesimo spesso lo rendeva l’opposto. Che non lo facesse sempre era perché non era sempre preso con sufficiente serietà dai suoi aderenti. Anche dopo che l’ascetismo si era sviluppato nel monachesimo, non tutti i cristiani erano monaci, ma il monachesimo era riconosciuto come l’espressione completa dell’ideale cristiano prevalente. Era lo stesso ideale di vita cristiana che trovava **espressione nel celibato del clero**. Se il clero non poteva vivere separato dal mondo, poteva almeno **evitare i piaceri della carne** ed esemplificare in un grado più elevato l’ideale cristiano dell’astinenza. Non essere parte del mondo, ma essere separati da esso: questo significava la santità cristiana; e non servire il mondo, ma salvare dalle sue fatiche quanti più compagni possibili: questo significava l’amore cristiano. Per lungo tempo, la Chiesa cristiana fu una **piccola istituzione**, una minoranza in un vasto Impero. Inizialmente, non si poteva certo aspettare che coltivasse grandi ideali per la trasformazione della vita dell’Impero. Tuttavia, ciò che sorprende è che anche i Padri del IV secolo e successivi, dopo che il Cristianesimo divenne la religione ufficiale, rimasero altrettanto silenziosi riguardo a ideali di riforma sociale ed economica. Nei loro scritti, vi è una **completa assenza di qualsiasi suggerimento di un ideale globale di riforma sociale o economica**. La vittoria della Chiesa la trovò impreparata a sfruttare la sua nuova opportunità. Se, prima di tale opportunità, la Chiesa fosse stata interessata alla trasformazione di questo mondo nel Regno di Dio, avrebbe colto con entusiasmo l’occasione datale da Costantino e dai suoi successori. Ma nessuno dei Padri dell’epoca sembra aver pensato a una trasformazione su vasta scala. Essi avevano molto interesse per la Chiesa, per la purezza delle sue dottrine, per la severità della sua disciplina, per lo splendore del suo rituale. Ma al mondo stesso prestavano poca attenzione. Il cambiamento di atteggiamento del governo verso la Chiesa era considerato una benedizione soprattutto perché implicava vantaggi per la Chiesa stessa. L’opera di Agostino, *“La Città di Dio”,* è un’illustrazione classica di tale atteggiamento. Non un solo regno, il Regno di Dio, di cui tutti i regni del mondo devono far parte, ma due regni, uno celeste e uno terreno, la *“Civitas Dei” e la “Civitas Terrena”*, che rappresentano due principi opposti. ## Le ragioni del successo cristiano Data questa visione, ci si potrebbe chiedere: come mai il Cristianesimo si diffuse così rapidamente nel mondo romano, soppiantando il paganesimo? Le condizioni nei primi tempi dell’Impero Romano erano **favorevoli alla diffusione di qualsiasi movimento religioso**. Era un tempo di irrequietezza, di curiosità e di avidità per le cose nuove. Il senso del peccato, il riconoscimento del male del mondo presente, l’anelito alla redenzione, il desiderio di immortalità: tutte queste aspirazioni stavano diventando comuni. I nuovi bisogni richiedevano soddisfazione, e il risultato fu una grande rinascita della fede e del sentimento religioso. La facilità di comunicazione all’interno dell’Impero, le grandi strade romane, l’eccellente protezione, la prevalenza di una lingua comune, rendevano facile la crescita di qualsiasi movimento mondiale. Il Cristianesimo era quindi **una delle tante fedi che facevano appello al mondo romano.** Ma non è un caso che alla fine sia diventato dominante. La coscienza di unità tra i suoi aderenti, la sua organizzazione, ebbero molto a che fare con il suo successo. L’autoconsapevolezza e l’esclusività della Chiesa, la convinzione dei cristiani di essere il popolo eletto di Dio, erano impressionanti. Ecco un movimento che rivendicava tutto e non concedeva nulla. Ciò suscitò ostilità, ma anche devozione fanatica. Sarebbe un errore immaginare che la diffusione del Cristianesimo nel mondo romano fosse dovuta solo a fattori esterni o casuali. In realtà, il Cristianesimo ottenne la sua vittoria soprattutto perché possedeva molti più elementi di potere e permanenza, combinava una maggiore varietà di caratteristiche attraenti e soddisfaceva una maggiore varietà di bisogni rispetto a qualsiasi altro sistema religioso. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/03/cristianesimo-conseguenze-impero-romano-1024x681.jpg "cristianesimo-conseguenze-impero-romano - Scripta Manent Italia") Pur riconoscendo i suoi difetti, dobbiamo ammettere che la sua vittoria nell’Impero Romano fu giustamente guadagnata grazie alla sua superiorità. Il Cristianesimo faceva appello al mondo antico in molti modi. Ad esempio, esercitava un forte e variegato richiamo religioso. La rivelazione di un solo Dio e della possibilità di comunione con Lui, la promessa di redenzione dal peccato, l’assicurazione di un futuro benedetto in cielo, il fervore spirituale e i riti mistici, ebbero tutti un ruolo importante. Inoltre, sebbene l’interesse dei primi cristiani per la riforma sociale fosse scarso, il Cristianesimo faceva appello agli istinti sociali di moltitudini, specialmente delle classi inferiori. L’enfasi sul principio della fratellanza cristiana, l’idea che tutti i cristiani fossero membri di un’unica famiglia, la federazione strettamente unita, l’associazione intima all’interno delle chiese locali, la cura comune per i malati, i sofferenti e i poveri, deve essere stato immensamente attraente. Il Cristianesimo si presentò come una filosofia in grado di rispondere ai grandi interrogativi dell’epoca e di soddisfare i bisogni intellettuali dell’uomo. Tra i suoi punti di forza vi erano: - ***Monoteismo***: in un periodo in cui il mondo intellettuale si allontanava dal politeismo tradizionale. - ***Rivelazione divina***: una narrazione definita dell’origine e del destino del mondo, basata sulla presunta rivelazione divina. - ***Chiara concezione del ruolo dell’uomo***: una precisa definizione del posto dell’uomo nell’universo. - ***Etica basata sulla volontà di Dio***: la virtù come compimento della volontà divina. - ***Immortalità e premi/punizioni***: la dottrina dell’immortalità dell’anima e delle future ricompense e punizioni. - ***Cristo come figura divina***: l’idea di Cristo come essere divino disceso dal cielo, elemento centrale di una complessa cosmologia e di un sistema di redenzione. - ***Scritture sacre***: i testi sacri ereditati dalla tradizione ebraica, ricchi di significati allegorici e spunti di riflessione. Il Cristianesimo si proponeva come frutto non della riflessione umana, ma della **rivelazione divina**, rivendicando universalità e definitività. In questo modo, ha attratto filosofi di diverse estrazioni e convinzioni, diventando una religione non solo per gli umili, ma anche per i dotti. A differenza dei suoi principali competitori, il Mitraismo (che si rivolgeva soprattutto agli istinti e ai desideri dell’uomo comune) e il Neoplatonismo (che ha attratto le classi filosofiche dell’Impero), il Cristianesimo ha attratto **sia l’uomo comune che i filosofi,** presentandosi come una religione con un messaggio pratico per tutti e, allo stesso tempo, come una filosofia in grado di rivaleggiare con i grandi sistemi del passato. Un movimento, per diffondersi rapidamente e in modo capillare, deve attirare l’uomo comune; per affermarsi in modo stabile e duraturo, deve conquistare le classi pensanti e i leader intellettuali. Il Cristianesimo riuscì in entrambi gli obiettivi, ottenendo un successo negato alle fedi rivali. In un’epoca di crescente bisogno di riforma morale, il Cristianesimo proclamava un ideale rigoroso, stimolando motivazioni profonde e offriva un nuovo ed efficace potere morale. Si presentò in un momento in cui il mondo era consapevole del proprio bisogno morale e pronto a rispondere a una vigorosa chiamata etica. L’influenza più grande e benefica del Cristianesimo sulla vita dell’Impero Romano risiede proprio nel suo **contributo all’ambito morale**. Anche se i Padri della Chiesa non sembrano aver avuto l’ambizione di ricreare l’Impero a immagine di Cristo, e anche se non possiamo affermare che il Cristianesimo abbia innalzato il livello generale di vita nel mondo romano o che abbia promosso in modo significativo la sua trasformazione nel Regno di Dio, possiamo ipotizzare che la vita di molti, anche di coloro che non abbracciarono il monachesimo, ne fu influenzata, e in meglio. Il Cristianesimo **non insegnava ideali morali del tutto nuovi,** poiché molte delle virtù considerate importanti dai Padri cristiani erano riconosciute anche da altri maestri morali del tempo. Tuttavia, la differenza tra i cristiani e i loro contemporanei risiedeva in parte nell’enfasi data ad alcune virtù, come la castità, e in parte nel valore personalmente attribuito a virtù gentili, come l’umiltà, la sfiducia in sé stessi, la pazienza nella sofferenza, la tolleranza, il perdono delle offese e l’auto-cancellazione. L’ideale cristiano di uomo buono si distingueva da quello pagano, e la sua diffusione fu favorita dall’ascesa delle classi inferiori e dal graduale crollo delle vecchie distinzioni sociali. Tuttavia, l’interpretazione della vita cristiana come primariamente e in modo determinante una vita di servizio sociale, così diffusa oggi, era praticamente sconosciuta tra i cristiani del mondo romano. Ancora più importanti delle differenze ideali furono il **nuovo entusiasmo e i nuovi impulsi morali** che il Cristianesimo portò nel mondo romano. La predicazione del sistema cristiano come rivelazione divina, l’enfasi sulle future ricompense e punizioni, l’insistenza sulla virtù come mezzo di salvezza, l’interpretazione di Dio in termini morali, l’appello all’esempio di Cristo e dei santi, l’idea della vita cristiana come implicante doveri e obblighi morali, e l’esortazione ai cristiani ad essere degni della loro chiamata, pur non essendo elementi del tutto nuovi al mondo pagano, nella loro combinazione ebbero un grande impatto sulla promozione di una vita migliore. Soprattutto, il riconoscimento **delle possibilità morali degli umili** e la convinzione che ogni uomo può essere, se vuole, un figlio di Dio, ebbero un’enorme influenza nel suscitare entusiasmo morale tra quelle classi a cui i grandi moralisti pagani non si rivolgevano. La potenza di questi e simili motivi all’interno della stessa Chiesa cristiana è ampiamente testimoniata dagli scritti dei Padri. Per quanto possa essere difficile dimostrare un grande effetto del Cristianesimo sulla vita dell’Impero nel suo complesso, è certo che esso spinse molte persone a sforzarsi di vivere virtuosamente. È nel suo effetto su tali vite individuali che dobbiamo vedere la reale influenza del Cristianesimo all’interno del mondo romano. È comprensibile che l’impegno sociale di Gesù non sia stato pienamente raccolto dai suoi primi seguaci. Tuttavia, non dobbiamo giudicarli con troppa severità. Essi hanno svolto un ruolo fondamentale nella sfera morale. Pur con ideali etici che, da una prospettiva moderna, possono apparire imperfetti e persino discutibili, sono riusciti a instillare nella loro epoca e in quelle successive l’importanza della riforma morale, fornendo un rinnovato entusiasmo e una forza morale propulsiva. Ma forse, più efficaci di tutti gli appelli specifici del primo Cristianesimo (religiosi, sociali, filosofici e morali) fu la devozione personale a Gesù. Moltitudini che comprendevano solo parzialmente i suoi ideali, ma che erano profondamente legate a lui e a quella che credevano essere la sua causa. La convinzione della sua divinità non fece che rafforzare tale devozione, conferendole un carattere particolarmente elevato. Persino il martirio appariva una scelta naturale a molti. Non si trattava di difendere un principio astratto, bensì un leader venerato, che credevano fosse realmente presente con loro. Come abbiamo visto, la vittoria del Cristianesimo non fu casuale. Esso ha attratto il popolo del mondo romano e conquistò le coscienze e i cuori di moltitudini per diverse ragioni. L’imperatore Augusto e molti dei suoi successori compresero che l’Impero Romano necessitava di una religione comune per unire i suoi numerosi ed eterogenei elementi. Il culto del “Genio di Roma” e dell’Imperatore, sviluppato nei primi tempi dell’Impero, costituì per lungo tempo un legame religioso, simboleggiando l’unità del mondo romano e alimentandone la lealtà. Tuttavia, si trattava di un’imposizione artificiale, sovrapposta alle fedi esistenti, che promuoveva un’unità piuttosto formale che interiore e sentita. Il Cristianesimo, invece, offriva **un tipo di unità diverso**. I cristiani erano legati tra loro da una lealtà appassionata a Cristo, alla Chiesa e ai loro fratelli. Il nuovo movimento conteneva un **principio di unità** che lo rendeva adatto a svolgere per l’Impero Romano un ruolo che nessun’altra religione dell’epoca avrebbe potuto svolgere. L’azione di Costantino e dei suoi successori fu, in un certo senso, inevitabile. Una volta diventato troppo forte per essere soppresso e abbastanza forte da essere usato dal potere imperiale, il suo destino come religione di stato romano era segnato. Tuttavia, l’alleanza tra Cristianesimo e Impero fu fragile. Il Cristianesimo era nato come religione individualistica e mal si adattava al ruolo di religione di stato. L’Impero, di fatto, non divenne mai veramente cristiano. Il Cristianesimo, presente fin dalla nascita della nuova civiltà occidentale, esercitò un’influenza maggiore sull’Europa moderna di quanto non avesse fatto sull’Impero Romano. È nel mondo moderno che possiamo osservare la sua influenza su larga scala. Oggi, in un’epoca in cui la coscienza sociale è fortemente sviluppata, il Vangelo viene interpretato in gran parte in termini sociali, in linea con lo spirito di Gesù. Da questo punto di vista, il Cristianesimo dell’Europa e dell’America presenta ancora delle lacune, eppure la nostra civiltà può essere definita cristiana, non certo in modo completo, ma più di quanto non lo fosse quella del mondo romano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Filippo l'Arabo: l'imperatore dei mille anni di Roma, tradito e sfortunato](https://scriptamanentitalia.it/filippo-arabo-imperatore-romano/) **Published:** Febbraio 28, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La presa del potere](#La_presa_del_potere) - [Il regno di Filippo l’Arabo e i mille anni di Roma](#Il_regno_di_Filippo_lArabo_e_i_mille_anni_di_Roma) - [Le ribellioni](#Le_ribellioni) - [Lo scontro finale e la morte](#Lo_scontro_finale_e_la_morte) *Di Riccardo Troiano* Il III secolo d. C. risulta un periodo di profonda crisi dell’Impero Romano, che quasi giunse sul punto di collassare di fronte alle enormi difficoltà politiche, economiche e sociali che affrontò in quegli anni. La guida imperiale fu scandita frettolosamente da vari imperatori, che si susseguirono acclamati principalmente dal favore dei propri soldati. Anche Filippo l’arabo ottenne la porpora imperiale in seguito all’acclamazione delle truppe orientali e guidò brevemente l’Impero, in particolar modo nell’anno in cui Roma festeggiò i mille anni dalla sua fondazione. La gloria di una storia eterna fu magnificata causalmente da un imperatore di umili origini, capace di cogliere l’opportunità di guidare uno dei più importanti Imperi della storia. ## La presa del potere Lo storico romano Aurelio Vittore riporta che Marco Giulio Filippo nacque nel 204 a *Tracontis*, l’odierna *Shahba*, una città della Siria meridionale, ed è soprannominato l’Arabo, sia perché la sua città natale apparteneva alla provincia romana d’Arabia, sia perché era probabilmente discendente proprio da una famiglia di origini arabe. Filippo ottenne incarichi militari probabilmente grazie al fratello Prisco, prefetto del pretorio affianco a Timesiteo, reggente e allo stesso tempo suocero del giovane imperatore Gordiano III. Nella primavera del 243 il generale Timesiteo morì improvvisamente durante la campagna militare intrapresa contro i *Sasanidi*, che avevano nuovamente invaso le province orientali dell’Impero romano. In seguito a tale evento, il collega Prisco convinse l’imperatore Gordiano a nominare il fratello Filippo prefetto del pretorio insieme a sé. Poco dopo, nel 244, il giovane Augusto rinnovò lo scontro contro i Sasanidi, durante il quale perse la vita, probabilmente cadendo nella battaglia di Mesiche, in Mesopotamia, come testimonia anche una iscrizione sasanide redatta per glorificare le gesta del re Sapore I. Alcune fonti romane ritengono, invece, che Gordiano III fu ucciso da una congiura ordita da Filippo. Secondo l’Historia Augusta, infatti, appena nominato prefetto del pretorio, Filippo mirò a sostituirsi al *princeps*, diffondendo malcontento tra i soldati, deviando i rifornimenti necessari all’approvvigionamento delle truppe. Questa versione possiede comunque una scarsa attendibilità, perché alterata dalla posizione assunta da testi che dipingono e valutano l’operato degli imperatori secondo il rapporto instaurato con l’aristocrazia senatoria. ## Il regno di Filippo l’Arabo e i mille anni di Roma Le truppe acclamarono Filippo nuovo imperatore e immediatamente il *princeps* decise di tornare a Roma, dove il riconoscimento del Senato avrebbe legittimato ulteriormente la sua ascesa al titolo di Augusto. Concluse frettolosamente la guerra contro i Sasanidi, accettando umilianti condizioni di pace, che previdero la cessione dell’Armenia e di una parte della Mesopotamia, versando anche un lauto tributo. Ben presto Filippo rafforzò ulteriormente la propria posizione, nominando il figlio omonimo come suo successore e sostituendo numerose cariche politiche, che affidò a figure a lui fedeli, come alcuni parenti. Il nuovo Augusto affidò l’Oriente al fratello Prisco, che assunse il titolo di *rector totius Orientis* e il comando delle truppe di stanza lungo il confine orientale dell’Impero. Nel 245 il *princeps* intervenne in soccorso del generale Severiano, (probabilmente suo cognato), frenando l’incursione dei Carpi e dei Quadi nelle province romane della Mesia e della Pannonia lungo il fiume Danubio. Tornato a Roma, nel 248 l’imperatore organizzò magnifici festeggiamenti per i mille anni della città eterna, che gli valsero un favore crescente del popolo. L’impero celebrò i *Ludi Saeculares* nel mese di aprile, quando secondo la tradizione l’Urbe fu fondata nel 753 avanti Cristo. I giorni tra il 21 e il 23 previdero quindi il susseguirsi di cerimonie religiose, spettacoli teatrali e giochi negli anfiteatri. Questo glorioso evento fu impresso sulle monete, che restituiscono una autentica testimonianza di una data significativa per la storia di Roma. ## Le ribellioni Nello stesso momento l’autorità imperiale fu discussa da alcune truppe provinciali, che scelsero il proprio comandante come nuovo Augusto. I soldati in Gallia acclamarono il generale *Silbannaco* e in Oriente un tale *Iotapiano* fomentò la protesta contro la gravosa tassazione imposta a motivo della crisi agraria che in quegli anni investì l’Egitto. Recentemente tra gli usurpatori di questi anni gli studiosi aggiungono anche il nome del governatore della Dacia, *Sponsiano*, il cui nome fu restituito da una moneta rinvenuta in Transilvania nel XVIII secolo. Sebbene tali ribellioni durarono poco tempo, scossero notevolmente la posizione di Filippo, che elargì somme di denaro per ingraziarsi i territori imperiali. I turbamenti dell’imperatore furono parzialmente ammansiti dai consigli del valido generale *Decio*, che frenò un intervento militare di fronte alla continue rivolte, destinate appunto a spegnersi da sé. Il progressivo impoverirsi dell’erario comportò una serie di tagli come il tributo da versare ai Goti, che così ripresero a invadere le province romane, assediando perfino la città di Marcianopoli, in Tracia. La loro avanzata fu frenata e respinta dal generale *Decio*, che nel 249 fu ancora una volta incaricato dall’imperatore per reprimere la ribellione del comandante *Pacaziano* in Mesia e Pannonia. Prima che giungesse allo scontro, però, Pacaziano fu ucciso dai propri soldati, che si unirono alle truppe di Decio e lo elessero imperatore, «poiché eccelleva per capacità politica ed esperienza militare», come racconta lo storico bizantino Zosimo. ## Lo scontro finale e la morte Filippo reagì alla defezione, raccolse il suo esercito e si scontrò contro le truppe guidate da Decio presso Verona; l’imperatore cadde sul campo, (o piuttosto vittima di una congiura ordita dai suoi stessi soldati), e poco dopo anche il figlio, Filippo II, fu ucciso dalla guardia pretoriana, intenzionata a ingraziarsi il nuovo Augusto. In seguito, Decio ottenne la porpora imperiale, riconosciuto anche dal consenso del Senato. La figura di Filippo l’arabo emerge nei nostri giorni per la repentina ascesa alla guida dell’Impero, nonostante l’origine provinciale, garantita dalla valida esperienza militare e politica che gli permise di soggiogare Gordiano III. Appare anacronistica la sua scelta di tessere nuovamente un legame cordiale con il Senato, che soltanto durante l’alto impero conservò la propria autorità, dispersa poi quando l’esercito esercitò la funzione di nominare da sé l’imperatore. Resta da annotare che autori del tardo impero insinuarono che l’imperatore Filippo l’arabo abbia professato la fede cristiana. I testi del IV secolo dei vescovi Eusebio di Cesarea e Giovanni Crisostomo raccontano che Filippo partecipò a un momento di preghiera in occasione della Pasqua nella città di Antiochia. Il vescovo Babila, tuttavia, lo invitò a confessarsi prima di unirsi alla cerimonia religiosa. Questa notizia fu probabilmente costruita sulla religione sincretica promossa durante gli anni del suo regno, che lo distanzia dalla violenta persecuzione contro i cristiani promossa successivamente da Decio. Il disegno di promuovere unità e pace nell’Impero, sotto la guida di una nuova dinastia, indusse probabilmente Filippo anche ad accogliere una religione distante da quella tradizionale. La fragilità dell’Impero romano non garantì, però, il perdurare del suo progetto, che fu scosso dalle incursioni lungo il limes danubiano e dalla crisi economica fino a cedere alla ennesima ribellione dell’esercito, che infine scelse un nuovo successore nella figura del generale Decio. Fonti - Historia Augusta, Gordiani tres, 29, 2-5 - Zosimo, Storia nuova, 21,2-22,1 ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La rivolta di Ampsicora: i ribelli sardi sfidano Roma](https://scriptamanentitalia.it/rivolta-amsicora-roma-sardegna/) **Published:** Febbraio 26, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Excerpt:** La più pericolosa e insidiosa ribellione dei sardi contro Roma: il condottiero Amsicora, guida il suo popolo verso uno scontro, feroce, con le legioni di Manlio Torquato **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La lunga lotta per la Sardegna](#La_lunga_lotta_per_la_Sardegna) - [L’ascesa di Amsicora e la rivolta](#Lascesa_di_Amsicora_e_la_rivolta) - [Verso lo scontro](#Verso_lo_scontro) - [La battaglia di Decimomannu](#La_battaglia_di_Decimomannu) - [Le altre rivolte contro Roma](#Le_altre_rivolte_contro_Roma) La rivolta di **Amsicora o Ampsicora** è stato il principale movimento di ribellione contro il dominio Romano in Sardegna Una volta conquistato il sud della penisola e la Sicilia, trovandosi in guerra contro Cartagine che possedeva quest’ultima, Roma mirò subito alla conquista della Sardegna. Conquistare l’isola non fu però un’impresa di poco conto per Roma, poiché il popolo sardo lottò ben otto volte contro il potente esercito di Roma, anche se molto probabilmente la rivolta più nota è sicuramente quella capeggiata da Amsicora, che riuscì ad unire tutti i sardi creando un unico esercito in grado di fronteggiare Roma. ## La lunga lotta per la Sardegna L’isola, abitata secoli e secoli prima dall’evoluta civiltà nuragica, venne occupata con la forza dai Punici, che dal momento della loro ascesa al potere, conquistarono con la forza tutte le terre del Mediterraneo occidentale, Sardegna compresa. Di quest’isola però, riuscirono a conquistare solo la parte costiera e la pianura del **Campidano**, luogo dove armai era già diffusa una cultura sardo –fenicia, dovuta alla convivenza pacifica con questo popolo arrivato nell’isola secoli prima. Ben diversa era la situazione all’interno dell’isola, dove gli abitanti era **organizzati in gruppi tribali**, di cui i più noti erano i **Balari e gli Iliensi**, che vivevano di un economia agropastorale, mantenendo la cultura originaria dell’isola, coi loro usi e costumi. Nei confronti di Roma, la ribellione di Amsicora è certamente la più **nota**. Il primo motivo è senz’altro il fatto che quest’uomo unì tutti i sardi (abitanti della costa e abitanti dell’interno) con la consapevolezza che per sfidare una Roma era necessario essere un unico popolo, il secondo motivo è il fatto che tale rivolta ci viene raccontata in maniera dettagliata da Tito Livio, uno storico latino del I° secolo, nel XXIII° libro della sua opera **“Ad urbe condita”.** Il resoconto di Tito Livio descrive il periodo delle guerre puniche, raccontando come Roma ha ormai conquistato tutto il sud Italia, sottraendo ai punici anche la Sicilia e la Sardegna. Siamo nel 215 A.C. e quest’ultima isola **è fondamentale per Roma**, non solo per la sua posizione geografica, ma anche perché possiede una grande pianura in grado di produrre cereali per il fabbisogno della città , cosa che d’altronde faceva già per gli abitanti di Cartagine. ## L’ascesa di Amsicora e la rivolta In questo clima di sottomissione al nuovo popolo che si impossessa dell’isola si distingue un uomo, Amsicora, un latifondista che vive in una cittadina vicina alla costa occidentale, Cornus, che Tito Livio definisce come *“qui tum auctoritate arque opibus longe primus erat”* – era il primo, di gran lunga, per prestigio e per ricchezze. Amsicora ha un obiettivo, sfidare e cacciare via l’esercito romano che è insediato nella città di Calares, l’attuale Cagliari, ma è consapevole che da solo non può riuscirci, è fondamentale che tutti i sardi siano uniti, che abitanti della costa e abitanti dell’interno formino un’unica fazione, un unico popolo in grado di affrontare e battere Roma. Nell’isola si trova **Annone**, un consigliere di Cartagine che propone di chiedere aiuto a Cartagine, ormai in guerra con Roma da anni; quest’ultimo parte verso l’Africa a chiedere rinforzi, mentre **Amsicora** si dirige verso l’interno dell’isola, per reclutare combattenti dalla Gens Illienses, uomini forti e coraggiosi che pur di difendere la loro terra si uniranno a quello che lo stesso Tito Livio definisce **Dux Sardorum.** ![Amsicora militare cartaginese](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/04/Amsicora_militare_cartaginese.png "Amsicora militare cartaginese - Scripta Manent Italia") A Calares intanto il pretore **Q. Mucio Scevola** percepì aria di rivolta e mandò un messaggio al Senato, informando quest’ultimo che lui non era in grado di affrontare una possibile ribellione, non solo per mancanza di forze militari, ma anche perché si era ammalato (molto probabilmente di malaria. Il senato rispose subito alla richiesta del governatore dell’isola, inviando un nuovo comandante, il propretore **Tito Manlio Torquato** con al seguito una legione di 22.000 fanti e 1.200 cavalieri. Allo stesso tempo da Cartagine, di certo non per solidarietà ma per riconquistarsi l’isola sottratta dai Romani, partì uno dei Generali più noti, Asdrubale il calvo, con suo fratello Magone, 20 elefanti da guerra, 12.000 fanti e 1.500 cavalieri a bordo di 60 navi da guerra, che a causa di una tempesta finirono alle Baleari, ritarderanno di molto tempo il loro arrivo in Sardegna, nel porto di Tharros. ## Verso lo scontro Mentre Asdrubale era in viaggio e Amsicora reclutava uomini presso il popolo interno, a Cornus c’era Josto, il figlio del Dux Sardorum, con l’incarico di attendere l’arrivo dei rinforzi; Tito Livio lo descrivo come un ragazzo giovane, impulsivo e con la voglia di combattere che, senza attendere nessun rinforzo cede alle provocazioni di **Tito Manlio Torquato**, nel momento in cui parte da Calares con un contingente del suo esercito. Il Generale romano vinse questa prima battaglia, ma si ritirò immediatamente col timore di essere colto alle spalle da Asdrubale, qualora quest’ultimo fosse sbarcato a **Calares**; di conseguenza si ritirò subito nel suo accampamento, dove per la prima volta nella storia militare vennero arruolati i marinai come esercito terrestre. Una volta che **Asdrubale** sbarcò nell’isola, molto probabilmente a **Tharros**, si unì agli uomini reclutati da Amsicora formando un unico esercito che affrontò la legione di Torquato in una zona che corrisponde oggi all’attuale territorio di Decimomannu. ## La battaglia di Decimomannu Tito Livio racconta che la battaglia durò quattro ore e fu vinta dai Romani; l’esercito punico, vista la ferocia del nemico, si ritirò in anticipo, lasciando nel campo di battaglia i sardi, che a loro volta, data l’impossibilità di vittoria, batterono in ritirata, risalendo presso le loro montagne e portando con se Amsicora, che nella notte si suicidò una volta appresa la notizia della morte del figlio. ![rivolta ampsicora web 1](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/04/rivolta_ampsicora_web-1.webp "rivolta ampsicora web 1 - Scripta Manent Italia") Lo storico latino non fornisce nessuna informazione sulle perdite romane, ma dà numeri dettagliati sulla fazione opposta, dicendo che l’esercito sardo – punico perse circa 27.000 uomini tra cui Josto, inoltre vennero fatti prigionieri 3.700 soldati, compresi il **Generale Asdrubale e suo fratello Magone.** Come da usanza romana, questi uomini furono portati nella celebrazione del trionfo capitolino e furono venduti come schiavi, ma la punizione di Roma nei confronti della Sardegna non terminò di certo con una cerimonia trionfale; Torquato infatti punì le città sarde che avevano partecipato alla ribellione imponendo **pesanti tributi in grano e denaro,** impoverendo cosi un’isola che ormai era già ai piedi della potente città che velocemente stava iniziando la sua ascesa al potere del mondo allora conosciuto. ## Le altre rivolte contro Roma La rivolta di Amsicora è quella più nota, poiché raccontata dettagliatamente da Tito Livio, ma bisogna tener bene a mente che per i romani fu molto difficile sottomettere la Sardegna, visto che dovettero sedare ben otto rivolte. Ad esempio, nel 178 a.C il Pretore **Ebuzio** dichiarò al Senato che in gran parte dell’isola vigeva la pace perché la gente era ormai sottomessa al potere romano, ma non gli Iliensi, una gente che non era stata sottomessa “gente ne nunc quiedem parte pacata”, e qualche anno dopo i Romani riuscirono a vincere una battaglia contro gli Iliensi che si erano uniti ai Balari, uccidendo diversi uomini e ammucchiando e bruciando le loro armi in **onore al Dio Vulcano**, senza però riuscire a sottometterli del tutto. I Romani celebrarono l’ottavo trionfo il 15 Luglio 111 a.C, con il proconsole **Cecilio Metello**, che dichiarò nei Fasti Trionfali Capitolini di quell’anno la definitiva oppressione delle rivolte nella provincia. La Sardegna, per tutto il periodo di dominio romano, rimase divisa in due parti, la **Romània**, ossia la parte dell’isola completamente romanizzata, in cui la legge e la cultura del popolo conquistatore era stata assorbita dai sardi, e la **Barbària**, la parte centrale dell’isola, la terra dei barbari, dei rivoltosi Balari ed Iliensi che Roma non sottomise mai completamente, mantenendo in vita, fino alla fine dell’età imperiale, i loro usi, costumi, credenze ed economia agropastorale. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma, Pillar **Tag:** Repubblica --- ### [La battaglia del lago Regillo. Roma conquista la libertà](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-lago-regillo/) **Published:** Aprile 17, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [La dinamica della battaglia](#La_dinamica_della_battaglia) - [L’apparizione dei Dioscuri](#Lapparizione_dei_Dioscuri) - [Le conseguenze della battaglia](#Le_conseguenze_della_battaglia) La **battaglia del Lago Regillo,** accaduta secondo la tradizione annalistica romana nel 499 o nel 496 a.C, fu un grande e decisivo scontro tra l’esercito Romano e una alleanza di città latine ed Etrusche. Nonostante il racconto sia prevalentemente leggendario, in quanto le fonti e le testimonianze dirette andarono perdute durante il Sacco di Roma da parte di Brenno, la battaglia del Lago Regillo rappresenta una delle più importanti vittorie romane per l’affermazione di Roma come città guida del Lazio e per l’emancipazione dei romani dall’influenza della potenza etrusca. ## Il contesto storico Dopo la cacciata del re **Tarquinio il Superbo** e la proclamazione della Repubblica, l’ultimo re romano si era alleato con Porsenna, il Lucumone della vicina città etrusca di Chiusi. **Porsenna**, convinto da Tarquinio della pericolosità dei romani, aveva messo la città sotto assedio, ma alcune figure eroiche come **[Orazio Coclite](https://www.youtube.com/watch?v=7vXTkWGJwhs "Orazio Coclite")**, che aveva affrontato da solo l’intero esercito nemico bloccandolo sul ponte Sublicio, e [**Muzio Scevola**](https://www.youtube.com/watch?v=StrQZttnU2k "Muzio Scevola"), che aveva impressionato Porsenna bruciandosi la mano destra per mostrare il suo sprezzo del dolore, lo avevano convinto a levare l’assedio e ritirare le sue truppe. Nel frattempo a Roma divennero consoli **Publio Lucrezio e Publio Valerio Publicola**. Porsenna, che aveva rinunciato ad utilizzare la forza, inviò un’ultima ambasciata a Roma, proponendo, assieme al ritorno al potere di Tarquinio, una serie di libertà e diritti per tutti i cittadini romani. Il senato, anzichè rispondere direttamente agli ambasciatori etruschi, decise di inviare alcuni emissari per discutere direttamente al cospetto di Porsenna. I delegati romani rifiutarono categoricamente di accettare il ritorno di Tarquinio al potere e ribadirono la loro assoluta determinazione nel mantenere la libertà della repubblica che avevano appena proclamato. Porsenna, nuovamente impressionato dalla fermezza dei romani, decise di restituire gli ostaggi catturati negli anni precedenti, riconsegnando anche alcune terre da tempo contese con Roma. **Tarquinio il Superbo**, tramontata l’ultima possibilità di ritornare a Roma, decise di ritirarsi nella città di Tusculum, dove avrebbe trascorso l’esilio presso il suo suocero, **Mamilio Ottavio**. I romani, nel frattempo, siglarono una pace definitiva con Porsenna, che rinunciò ad ogni altra iniziativa ostile. Allontanata momentaneamente la paura di una guerra, durante il consolato di Postumio Cominio e Tito Largio, alcuni giovani sabini rapirono alcune prostitute romane, scatenando una rissa che sembrava potesse provocare una nuova guerra. Ma oltre all’offesa e al pericolo dei Sabini, i romani vennero a sapere che diverse città latine stavano organizzandosi contro Roma, istigate da Ottavio Mamilio e da Tarquinio il Superbo. Di fronte alla grave minaccia di una intera coalizione antiromana, venne proposto per la prima volta di nominare un dittatore, un magistrato con poteri assoluti per un arco temporale di sei mesi. Dopo delle accese discussioni, sembra che il primo dittatore designato fosse Tito Largio, accompagnato dal suo maestro di cavalleria, Spurio Cassio. La nomina di un dittatore provocò tuttavia una grande preoccupazione, non solo tra la plebe romana, ma anche nei guerrieri sabini, che inviarono degli ambasciatori per trattare immediatamente la pace. Negli anni successivi, Romani, Sabini e città latine del Lazio provarono più volte a risolvere le loro contese territoriali, ma era chiaro quanto si fosse sull’orlo di una guerra che covava ormai da diversi anni. ## La dinamica della battaglia Il dittatore **Aulo Postumio** e il suo maestro della cavalleria, **Tito Ebuzio**, guidarono delle grandi forze di fanteria e di cavalleria per scontrarsi contro l’esercito latino presso il Lago Regillo. I romani, saputo che ai nemici latini si era aggiunto il contingente degli Etruschi guidato dall’ormai novantenne Tarquinio il Superbo, erano così infuriati che non riuscirono a trattenersi dall’attaccare immediatamente gli avversari, rendendo la battaglia particolarmente cruenta. Postumio si trovava al centro dello schieramento, incoraggiando e dando ordini ai suoi uomini, quando Tarquinio il Superbo decise di affrontarlo in un duello personale. Durante lo scontro, **Tarquinio ricevette una coltellata sul fianco** e la sua guardia del corpo lo salvò appena in tempo da morte certa. Dall’altro lato del campo di battaglia, Ebuzio caricò Ottavio Mamilio. L’intenzione di Ebuzio era quella di cogliere Mamilio di sorpresa, ma quest’ultimo lo vide arrivare e lo affrontò con grande determinazione. L’impatto tra i due fu così violento che **Ebuzio** soffrì una grave ferita al braccio, mentre **Mamilio** ricevette un duro colpo al petto. Mamilio fu accolto e protetto dai soldati latini della seconda linea di fanteria, mentre Ebuzio, ormai impossibilitato a combattere per la ferita, si ritirò definitivamente dalla battaglia. Mamilio non si fece scoraggiare dal dolore, ma si impegnò con ancora più veemenza nella lotta, soprattutto dopo aver visto che i suoi uomini iniziavano a retrocedere. Per portare rinforzo ai suoi soldati, Mamilio **chiamò a raccolta una coorte di esuli romani**, comandata da un figlio di Lucio Tarquinio, che per il desiderio di vendetta si precipitò con vigore nella battaglia. I romani, incalzati dalle azioni di Mamilio e del giovane Lucio Tarquinio, stavano iniziando a perdere terreno, quando Marco Valerio, fratello di Publicola, scorse sul campo di battaglia la figura del giovanissimo Tarquinio, impegnato ad incitare i soldati della prima linea ad attaccare. Valerio decise che la sua famiglia avrebbe avuto l’onore di cacciare per sempre i tiranni da Roma e che avrebbe ottenuto il merito per la morte dei nemici. Così caricò Tarquinio con la lancia abbassata per disarcionarlo. Tarquinio, vedendo la furiosa carica di Valerio, fu costretto a ritirarsi tra i suoi seguaci per evitare lo scontro. Valerio però, determinato ad affrontare Lucio Tarquinio, si precipitò ciecamente contro la linea degli esuli, compiendo un gesto imprudente e avventato. Un cavaliere etrusco infatti lo attaccò al fianco e lo trafisse. Il romano cadde a terra con le armi addosso, morendo all’istante. Quando il dittatore Postumio vide che un così coraggioso soldato era caduto, che gli uomini di Lucio Tarquinio stavano avanzando audacemente e che le sue truppe si stavano ritirando, ordinò alla coorte che lo accompagnava di uccidere qualsiasi romano che avrebbero visto fuggire dal campo di battaglia. Così i romani, trovandosi tra il pericolo dell’avversario e quello degli uomini di Postumio, si voltarono per affrontare i latini e **riuscirono a ricomporre la linea di battaglia,** guidati dalla coorte del dittatore, che si aggiunse allo scontro. Con una nuova energia e uno spirito rinvigorito, i soldati di Lucio Tarquinio vennero attaccati e fatti a pezzi dai romani. Nonostante ciò, l’esito del confronto era ancora incerto, e iniziò così un’altra serie di duelli tra comandanti. Durante quelle fasi concitate, **Tito Erminio**, un ufficiale dell’esercito di Postumio, riuscì a riconoscere dall’equipaggiamento Mamilio in persona. Decise allora di scagliarsi contro il comandante nemico con tanta violenza che riuscì a trafiggere il fianco di Mamilio, uccidendolo con un solo colpo. Esaltato dal suo gesto, nell’atto di spogliare il corpo del suo nemico dalle armi, venne però **colpito da un giavellotto.** Portato immediatamente via dal campo, furioso e sanguinante, morì appena cominciarono a medicare la sua ferita. Postumio, capendo di trovarsi nel momento decisivo della battaglia, si avvicinò ai suoi cavalieri e li supplicò, poiché i fanti erano ormai esausti, di **smontare da cavallo** e di aggiungersi alla battaglia. Questi obbedirono, e si affrettarono a formare una linea di combattimento, affiancandosi ai soldati della prima fila con i loro scudi. I fanti romani, vedendo che i giovani nobili condividevano il pericolo con loro, ripresero coraggio e ricominciarono a combattere con grande vigore. Finalmente i latini e gli etruschi **ricevettero una battuta di arresto** e la loro linea di battaglia fu costretta a cedere. I romani ottennero una vittoria completa, tanto che i cavalieri si fecero portare i cavalli per poter inseguire il nemico, seguiti dalla fanteria trionfante. Postumio, inorgoglito dalla vittoria, fece voto al dio Castore, promettendogli di costruire un tempio in suo onore e assicurando di ricompensare abbondantemente i soldati che per primi fossero riusciti ad entrare nell’accampamento nemico. E così fu grande l’ardore dei romani, che con una sola carica decisiva riuscirono a sconfiggere i loro avversari e a conquistare il loro campo. Dopo la battaglia, Postumio e il suo maestro della cavalleria tornarono a Roma per celebrare il trionfo. ## L’apparizione dei Dioscuri Strettamente collegato al racconto della battaglia del Lago Regillo vi è l’apparizione dei cosiddetti **Dioscuri**. Le fonti antiche, soprattutto di Tito Livio, raccontano che quando Postumio e i suoi cavalieri stavano combattendo la battaglia decisiva contro i Latini, apparvero improvvisamente **due cavalieri dalla grande statura e dalla magnifica bellezza**, che si unirono alle file dei Romani per caricare i nemici, uccidendo tutti coloro che si trovavano sulla loro traiettoria. Dopo la fuga dei Latini e la conquista dell’accampamento da parte degli uomini di Postumio, i due apparvero nuovamente ai soldati, stanchi per la battaglia ma con un aspetto da guerrieri trionfanti. A Roma, poche ore dopo, si narra che un gruppo di cittadini vide i due guerrieri e chiese loro quale fosse stato l’esito della battaglia; i Dioscuri risposero che era stata vinta, provocando il tripudio nella popolazione. Dopo aver lasciato il foro romano e aver annunciato a tutta la cittadinanza la decisiva vittoria, i due non furono più visti, anche se i cittadini li cercarono per mesi. Così, i Romani conclusero che due divinità, identificate in **Castore e Polluce**, erano intervenute in loro favore. Per questo, i Romani costruirono diversi templi a loro dedicati, tra cui uno posizionato esattamente di fronte all’entrata del Foro, nel luogo in cui furono avvistati, mentre la **fontana della Giuturna**, dove i due eroi lavarono i loro cavalli, venne da quel momento considerata sacra. ## Le conseguenze della battaglia Il dittatore Aulo Postumio Albino e il suo maestro della cavalleria, Tito Ebuzio Elva, tornarono trionfanti a Roma. Postumio ricevette il cognome di “**Regillensis**” in onore di quella vittoria. **5.500 prigionieri** furono incarcerati e messi a disposizione come schiavi dei romani e il bottino accumulato fu utilizzato per finanziare dei giochi celebrativi, oltre che la costruzione di un grande tempio dedicato a Cerere, Bacco e Proserpina. Sotto l’aspetto geopolitico, le altre città latine inviarono immediatamente ambasciatori per **trattare la pace**. I senatori si divisero in due fazioni. Alcuni propugnavano la severità e l’intransigenza, come Spurio Cassio Vecellino, altri invece perseguirono una linea più diplomatica, come Tito Larcio Flavio. Al termine di accese discussioni, il Senato optò per la clemenza, concedendo la pace alle città latine. Tarquinio il Superbo abbandonò definitivamente ogni pretesa di riprendere il trono e di attaccare Roma e, rifiutato da tutte le altre città del Lazio, trovò rifugio a Cuma, dove morì alcuni anni dopo, nel 495 a.C. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Pillar, Repubblicano --- ### [Gaio Muzio Scevola e il leggendario sacrificio della mano destra](https://scriptamanentitalia.it/gaio-muzio-scevola/) **Published:** Febbraio 4, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [L’assedio di Lars Porsenna](#Lassedio_di_Lars_Porsenna) - [Il sacrificio di Muzio Scevola](#Il_sacrificio_di_Muzio_Scevola) - [Il ritiro di Porsenna, il trionfo di Muzio Scevola](#Il_ritiro_di_Porsenna_il_trionfo_di_Muzio_Scevola) **Gaio Muzio Cordo**, noto come **Scevola**, fu un leggendario personaggio romano, avversario del re Lars Porsenna durante l’assedio di Roma, che con uno straordinario atto di coraggio, bruciò la sua mano destra a dimostrazione della sua determinazione. Il suo gesto, che sconvolse Porsenna, convinse gli etruschi a ritirare l’assedio dalla città, colpiti dalla forza che risiedeva nell’animo dei giovani romani. ## Il contesto storico Roma aveva appena rovesciato la monarchia tramite la cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo. **Giunio Bruto e Tarquinio Collatino** avevano appena proclamato la Repubblica, una nuova forma di governo che rappresentava in maniera più efficiente e meno dittatoriale i diritti dei cittadini romani. Tuttavia, **Tarquinio il Superbo**, generale e leader di straordinario carisma, non si era dato per vinto e aveva stretto alleanza con gli eserciti delle città etrusche di Tarquinia e di Veio, che vedevano Roma come un pericolo crescente e che furono ben liete di accogliere Tarquinio fra i loro alleati. Gli eserciti etruschi, guidati dallo stesso Tarquinio, affrontarono i romani nella **battaglia della Selva Arsia del 509 a.C**, uno dei momenti più cruenti della primissima Repubblica Romana. Lo scontro fu estremamente sanguinoso e incerto per tutta la durata della battaglia. Secondo le fonti antiche, che riportano fatti più leggendari che storici, una misteriosa voce sovrannaturale, durante la notte, avrebbe affermato che i romani “*avevano perso un uomo in meno rispetto ai loro avversari etruschi*“: così gli dei avrebbero approvato la vittoria dei romani. Gli eserciti di Tarquinia e di Veio, intimoriti, ritornarono sui loro passi, sconfitti di misura. ## L’assedio di Lars Porsenna Nonostante la vittoria romana, Tarquinio prese contatti con un altro personaggio determinante: si trattava del Re della città etrusca di Chiusi, il lucumone **Lars Porsenna**, proponendogli di unire le forze per la conquista di Roma. Plinio il Vecchio si riferisce a Porsenna addirittura come “re di tutta l’Etruria”, dimostrando come gli etruschi avessero mobilitato tutte le loro forze per sradicare definitivamente l’influenza dei romani nel Lazio. Gli eserciti combinati di **Lars Porsenna e di Tarquinio il Superbo** iniziarono un combattimento sul campo e, subito dopo, un duro assedio presso le porte di Roma. La situazione era grave, in quanto l’esercito romano era in netta difficoltà e la città sul punto di cadere. In una situazione di pericolo e di angoscia che attanagliava i cittadini romani, un giovane aristocratico, **Gaio Muzio Cordo**, maturò l’idea di **uccidere direttamente Porsenna** per costringere il suo esercito a levare l’assedio. Inizialmente, il ragazzo avrebbe voluto agire da solo, di propria iniziativa, ma ritenne che le sentinelle romane avrebbero potuto equivocare i suoi movimenti ed arrestarlo. Per questo motivo, chiese ufficialmente al Senato Romano il permesso di compiere un’azione assai coraggiosa: uccidere Porsenna infiltrandosi nell’accampamento nemico. Il Senato diede approvazione al giovane Muzio, il quale, parlando fluentemente etrusco, era particolarmente adatto ad infiltrarsi presso le linee nemiche e raggiungere personalmente Porsenna. ## Il sacrificio di Muzio Scevola Muzio si avvicinò all’accampamento etrusco senza destare sospetti, fino a quando arrivò di fronte al re. Il problema è che in quel momento il sovrano stava distribuendo la paga ai propri soldati e accanto a lui vi era un altro personaggio con un vestito ed un equipaggiamento molto simile. Muzio si trovò subito in difficoltà, **non riuscendo ad identificare esattamente la sua vittima**. Alla fine, decise di pugnalare uno dei due personaggi che, tuttavia, si rivelò lo **scriba** di Porsenna, il quale sopravvisse del tutto indenne all’attentato. Porsenna fece immediatamente **arrestare** Muzio e lo sottopose ad uno spietato interrogatorio per capire le sue mosse. Muzio, dimostrando uno straordinario coraggio, rispose con la storica frase *“Civis Romanus sum”,* rivendicando la sua appartenenza a Roma. Disse chiaramente che aveva intenzione di ucciderlo e assicurò al re etrusco che, dopo di lui, ci sarebbero stati tanti altri giovani romani disposti a tentare l’impresa per eliminarlo. Porsenna, impaurito e offeso, **diede immediatamente ordine di bruciare il giovane Muzio,** se non avesse rivelato immediatamente ulteriori dettagli sul complotto in atto contro di lui. Fu esattamente in quel momento, secondo la tradizione romana, che Muzio dimostrò un coraggio sovrannaturale. Decise infatti di propria iniziativa di appoggiare la sua mano destra su un braciere posizionato lì vicino, dimostrando al sovrano e generale etrusco quanto poco contasse la sua salvezza personale e quale sprezzo del pericolo e del dolore avesse, pur di raggiungere il suo obiettivo. Porsenna, completamente sconvolto dal gesto del giovane romano, saltò giù dal suo trono e decise immediatamente di **liberarlo**, ammirando sinceramente il suo valore. Muzio, come ringraziamento, rivelò ulteriori dettagli sul piano contro Porsenna, spiegando che altri 300 giovani aristocratici romani si stavano preparando per compiere un’azione analoga, e assicurandogli che uno di loro ci sarebbe riuscito. ## Il ritiro di Porsenna, il trionfo di Muzio Scevola Porsenna, sorpreso dalla inverosimile determinazione dei romani, fu costretto a rivedere i suoi piani. Furono soprattutto i suoi consiglieri militari a fargli capire che la situazione si stava aggravando. Il suo ruolo per il destino di tutta l’Etruria era troppo importante e rischiare la vita per una piccola città come Roma avrebbe significato correre un rischio sconsiderato. E gli suggerirono di venire a patti con i romani. Finalmente, Porsenna e i romani trovarono un **accordo**. Il re etrusco avrebbe immediatamente levato l’assedio alla città, mentre i romani avrebbero consegnato degli ostaggi a dimostrazione della loro intenzione di non riprendere le ostilità, oltre a riconsegnare alcune terre che erano state precedentemente strappate alla città etrusca di Veio. Il futuro di Roma fu salvo. I soldati etruschi, radunatisi presso il colle Gianicolo, si ritirarono ordinatamente e senza provocare ulteriori danni alla città. Da quel momento, Muzio divenne il beniamino di tutti i romani e fu soprannominato “**Scevola**“, il Mancino, proprio per ricordare il suo incredibile sacrificio della mano destra. Le dita bruciate vennero mostrare orgogliosamente ai cittadini romani, che lo accolsero con un tripudio generale. A Muzio vennero anche donate delle terre sulla riva destra del Tevere, che presero il nome di **“Prata Mucia”.** La figura di Muzio Scevola rimane quindi come uno dei principali emblemi del coraggio romano in tempo di guerra. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Più letti --- ### [La donazione di Costantino. Il falso che arricchì la chiesa medievale](https://scriptamanentitalia.it/la-donazione-di-costantino-il-falso-che-arricchi-la-chiesa-medievale/) **Published:** Dicembre 20, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’Editto di Costantino e il contenuto della donazione di Costantino](#LEditto_di_Costantino_e_il_contenuto_della_donazione_di_Costantino) - [Le prime contestazioni giuridiche sulla donazione di Costantino ](#Le_prime_contestazioni_giuridiche_sulla_donazione_di_Costantino) - [Tutti gli imperatori romani – I volti e le date](#Tutti_gli_imperatori_romani_%E2%80%93_I_volti_e_le_date) - [La contestazione di Lorenzo Valla](#La_contestazione_di_Lorenzo_Valla) - [La lotta della chiesa per censurare il testo di Valla](#La_lotta_della_chiesa_per_censurare_il_testo_di_Valla) La **donazione di Costantino** è un presunto atto con cui l’imperatore Costantino concedeva a Papa Silvestro I una serie di vantaggi e privilegi su tutto il territorio dell’impero romano. Il documento ha permesso alla Chiesa medievale di rivendicare la proprietà su vasti territori e su immense ricchezze. Dopo alcune contestazioni di carattere legale da parte di personaggi come **Dante Alighieri**, l’umanista Lorenzo Valla nel 1440 identificò una serie di incongruenze che dimostrarono la falsità del documento, redatto almeno quattro secoli dopo il periodo di Costantino da un anonimo **Monaco a Roma o a San Denis, in Francia**. Il Trattato di Lorenzo Valla emerse in ambito protestante e venne inserito dalla Chiesa nell’indice dei libri proibiti, per poi affermare la definitiva falsità della donazione nei secoli successivi. ## L’Editto di Costantino e il contenuto della donazione di Costantino La donazione di Costantino è un documento datato 30 marzo 315 d.C che pretende di riassumere un editto emanato direttamente dall’imperatore Costantino con cui vengono eseguite una serie di concessioni e donazioni straordinarie a Papa Silvestro I. **I punti cardine del documento sono:** - Il primato del Papa di Roma su tutti gli altri patriarchi delle principali città mediterranee come Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. - La sovranità del Papa su tutti i sacerdoti del mondo - La sovranità del Papa sulla Basilica del Laterano, considerata prima e vertice di tutte le chiese del mondo - Il potere Papale superiore a quello dell’ imperatore romano con l’autorizzazione all’utilizzo dei classici simboli dell’imperatore da parte di tutti i Papi. La donazione di Costantino venne sistematicamente utilizzata dalla Chiesa del tardo impero e medievale per rivendicare il diritto alla proprietà di immensi territori e ricchezze in tutta l’Europa. Grazie alla donazione di Costantino, la Chiesa medievale rivendicò la piena giurisdizione sulla città di Roma e i suoi abitanti, grandi quantità di territori in tutta la penisola italica, diverse città, centri abitati e monumenti su tutti i territori che corrispondevano all’impero romano d’Occidente ma anche importanti città e centri religiosi dell’Oriente. La donazione di Costantino permise alla Chiesa medievale di accumulare ricchezze per secoli e di costituire il patrimonio fondiario più grande di tutta l’umanità. Il documento venne considerato perfettamente valido per tutto il medioevo, tanto che nel XII secolo e precisamente nel 1140, il monaco Graziano, che riunì tutte le decisioni dei concili della Chiesa in un unico documento riassuntivo, inserì la donazione di Costantino nel suo Decretum Gratiani. ## Le prime contestazioni giuridiche sulla donazione di Costantino Le prime perplessità e contestazioni sulla validità giuridica della donazione di Costantino emersero già nella seconda metà del Duecento. Una delle più importanti contestazioni è quella di Dante Alighieri, che oltre ad essere padre della lingua italiana, era anche un fine politico e giurista. ## [Tutti gli imperatori romani – I volti e le date](https://bardiromaantica.it/product/tutti-imperatori-romani-volti-date/ "https://bardiromaantica.it/product/tutti-imperatori-romani-volti-date/") [![Tutti gli imperatori romani i volti e le date cornice](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/11/imperatori-cornice-788x1024.jpg "Tutti gli imperatori romani i volti e le date cornice - Scripta Manent Italia")](https://bardiromaantica.it/product/tutti-imperatori-romani-volti-date/)Dante, nel suo “De monarchia”, prende in esame la donazione di Costantino, segnalando una serie di irregolarità di carattere legale e dimostrando che la donazione non poteva essere compiuta e la Chiesa non aveva i titoli per poterla accettare. Le affermazioni di Dante si focalizzano sulla figura dell’imperatore romano: l’imperatore veniva chiamato comunemente “Augustus” che deriva dal verbo latino “augere” e che significa “accrescere, espandere.” Per questo motivo, il compito legale dell’imperatore era quello di allargare il più possibile i territori dell’impero. Costantino, con la sua donazione, avrebbe invece ottenuto l’effetto diametralmente opposto, riducendo in maniera drastica i possedimenti dell’impero Romano e violando il suo compito principale. Inoltre, citando un passo del Vangelo di Matteo, Dante dimostra che le Sacre Scritture impongono alla Chiesa di non accumulare beni materiali e potere temporale. Per questo motivo la Chiesa non aveva la possibilità nè i titoli giuridici per accettare i territori donati da Costantino. Nonostante Dante non abbia mai messo in discussione la veridicità del documento, la sua critica di carattere legale iniziò a sollevare dei dubbi sulla validità e sulla possibilità di applicazione della donazione di Costantino da parte della Chiesa. ## La contestazione di Lorenzo Valla L’umanista Lorenzo Valla iniziò ad analizzare la donazione di Costantino nel 1435, e dopo cinque anni di studio, nel 1440, produsse un saggio intitolato “Discorso sulla donazione di Costantino, altrettanto malamente falsificata che creduta autentica”. ![Lorenzo Valla](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/12/lorenzovalla-1024x842.jpg "lorenzovalla - Scripta Manent Italia")Lorenzo VallaValla si esprime in una serie di contestazioni sulla veridicità stessa del documento. La prima contestazione di Valla è di carattere psicologico: il carattere e la personalità di Costantino non erano compatibili con una donazione di questo tipo. Dopodiché Valla segnala una serie di perplessità di carattere legale, sulla falsariga di quanto aveva fatto Dante. Infine, individua degli elementi tecnici che dimostrano la falsità del documento. **Alcune delle principali contestazioni di Valla sono:** - Il testo cita Costantinopoli, la capitale fondata da Costantino. La lingua utilizzata nel documento doveva dunque essere il latino del tempo di Costantino, ma la presenza di numerosi termini di origine barbarica non è compatibile con la data del documento. - Costantinopoli viene definita come “sede patriarcale”, ma la città, nella data in cui il documento sarebbe stato redatto, non era ancora stata nominata sede di alcunché. - La donazione di Costantino permette al Papa di utilizzare il Diadema Imperiale, tipicamente proprietà degli imperatori romani. Il diadema viene citato come un oggetto in “oro e pietre preziose”, quando il reale diadema era realizzato in semplice stoffa pregiata. Valla afferma che molto difficilmente Costantino avrebbe compiuto un errore su un simbolo così classico del potere Imperiale - Nel documento si indica che i “Senatori Patrizi” devono obbedire all’autorità del Papa. Ora, il termine “Patrizio” identifica semplicemente un’origine aristocratica, ma esistevano anche personaggi di origini più umili, i plebei, che potevano perfettamente diventare senatori. Dal momento che potevano esistere anche dei “plebei senatori” è difficile che Costantino non conoscesse un elemento così fondamentale del diritto romano. Queste rivendicazioni, assieme a molte altre, portarono Valla a concludere che il documento fosse sostanzialmente un falso, redatto da una persona particolarmente ignorante in diritto romano. Secondo l’umanista, il documento venne scritto almeno quattro secoli dopo il tempo di Costantino e fu da lui datato come un falso del 750/850 d.C, redatto probabilmente nella città di Roma oppure da un anonimo Monaco a San Denis, in Francia. ## La lotta della chiesa per censurare il testo di Valla Il documento scritto da Valla dimostrava in maniera inequivocabile la falsità della donazione di Costantino. Ma bisognerà attendere il 1517 quando, nell’ambito della corrente protestante, le considerazioni dell’umanista verranno diffuse anche grazie alla stampa a caratteri mobili. La Chiesa Cattolica mise infatti al bando il Trattato nel 1559, iscrivendolo nell’indice dei libri proibiti. Ci vollero diversi secoli prima che la dimostrazione della falsità della donazione di Costantino venisse accettata in ambito accademico. Lo studio più recente è a cura di Federico Chabod, che nel suo trattato “Lezioni di metodo storico” del 1969, riprende la donazione di Costantino dimostrandone ancora una volta l’assoluta falsità. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Più letti **Tag:** Tardo Impero --- ### [I sette colli di Roma: la storia millenaria di ogni colle dell'Urbe](https://scriptamanentitalia.it/sette-colli-roma-storia/) **Published:** Febbraio 19, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il mito e la storia della fondazione](#Il_mito_e_la_storia_della_fondazione) - [Il Palatino, l’origine di tutto](#Il_Palatino_lorigine_di_tutto) - [Aventino, il colle della plebe](#Aventino_il_colle_della_plebe) - [Il Campidoglio, la sede del potere](#Il_Campidoglio_la_sede_del_potere) - [Quirinale, il colle dei Sabini](#Quirinale_il_colle_dei_Sabini) - [Viminale, il colle più popolare](#Viminale_il_colle_piu_popolare) - [Esquilino, il primo sobborgo di Roma](#Esquilino_il_primo_sobborgo_di_Roma) - [Celio, il colle degli affreschi](#Celio_il_colle_degli_affreschi) - [Il ruolo dei sette colli nella Roma Imperiale](#Il_ruolo_dei_sette_colli_nella_Roma_Imperiale) - [I sette colli oggi](#I_sette_colli_oggi) *Di Leonardo Conti* Se pensiamo a **Roma** probabilmente la prima cosa che viene in mente sono i suoi **sette colli**. La **città eterna**, pur oggi ingrandita a dismisura in estensione e popolazione, è sempre virtualmente racchiusa nello spazio sacrale dei suoi colli. La scelta del luogo, sebbene caratterizzato da sette alture, non è, ovviamente, casuale. **Posizioni elevate** garantiscono una **difesa migliore** contro i nemici. E poi abbiamo il **fiume Tevere**, che garantisce **scorte idriche**, ma le cui sponde paludose rendono l’aria insalubre. Una ragione in più per costruire in alto le proprie case. Al tempo stesso, occupare e presidiare un luogo dove un **guado** rende agevole l’attraversamento di un corso d’acqua abbastanza ampio, peraltro al confine fra il territorio di due popoli italici, **etruschi** e **latini**, deve essere stato molto **vantaggioso**, sul piano **commerciale**, fin dalla **preistoria**. Ma questa è una spiegazione che abbiamo maturato in epoca moderna, con gli **scavi archeologici**; per gli antichi la storia si mescolava alla **leggenda**. Ed ecco che i sette colli assumono un carattere **mitologico**: il **Palatino**, il colle dove **Romolo** fece il primo solco con l’aratro, ideale seminatore della grandezza futura della sua città; l’**Aventino**, dove suo fratello **Remo** avrebbe voluto fondare il suo regno; il **Campidoglio**, sede del tempio più grandioso e splendido di tutta la città e ancora oggi sede della sua **amministrazione**. Un continuum fra **mito**, **storia** e **attualità** che rende unica e splendida questa città nata dall’unione dei suoi sette colli. ## ***Il mito e la storia della fondazione*** L’inizio di tutto è ammantato di una **leggenda** fin troppo nota: due neonati gemelli, **Romolo** e **Remo**, figli del dio **Marte** e della vergine vestale di stirpe regale **Rea Silvia**, vengono abbandonati dentro una cesta lasciata alla deriva nel fiume che si arena nell’area dell’attuale **Palatino**. Lì, in una **grotta**, una **lupa** allatterà i due bambini, prima che vengano trovati da un contadino del posto, **Faustolo**, e portati a casa per essere accuditi dalla moglie **Acca Larenzia**. Dopo una lunga lotta di emancipazione, i due gemelli vogliono fondare una loro città e si rivolgono agli **auguri etruschi**, universalmente esperti in questa arte. Gli **dèi** danno un responso positivo per Romolo, che sceglie il **Palatino**, vale a dire il luogo dove, anni prima, la lupa li aveva salvati: il **Lupercale**. La nuova città si sarebbe chiamata **ROMA**. I suoi confini, che presto sarebbero stati recintati con delle **mura**, vengono tracciati con l’**aratro**. Remo, nel frattempo, si sente escluso dal fratello. Se fosse stato per lui, la città si sarebbe costruita sull’**Aventino**, e si sarebbe chiamata **REMORIA**. Ma il privilegiato dal responso divino era Romolo, non lui. Così, “invade” il circuito tracciato sulla terra dal fratello, che è un **solco sacro**, un limite inviolabile, soprattutto se armati. Questo limite invisibile diverrà più tardi il **pomoerium** e nessuna persona in armi, neanche i **consoli** con le loro guardie del corpo, avrebbe potuto attraversarlo. Romolo è così costretto a uccidere il suo gemello, rimanendo l’unico padrone di **Roma** e del suo allora piccolo territorio. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/222-1024x559.png "222 - Scripta Manent Italia") Abbiamo accennato agli **Etruschi**, il popolo vicino, che inizialmente favorirà la nascita e il progredire del nuovo stato. Questa popolazione era allora la principale **potenza** dell’Italia centrale. Le splendide città dell’**Etruria** furono prese a modello per la nuova realtà; gli stessi artisti che decoravano i loro templi e palazzi, come vedremo, lavorarono ai **monumenti** che stavano sorgendo a Roma mano a mano che progrediva e si ingrandiva. I romani vennero influenzati dagli etruschi sul piano **culturale**, **religioso** ma soprattutto **politico**, tanto che appartenevano proprio a questo popolo gli ultimi tre **re di Roma**. La ribellione all’ultimo di essi, **Tarquinio il Superbo**, portò a un drastico cambiamento nel nuovo stato: nel **509 a.C.** nacque la **repubblica romana**, che conquisterà la stessa Etruria e costruirà le basi della **potenza** che tutti conosciamo. Nonostante tutto, l’influenza degli Etruschi sopravviverà nei secoli, fin quasi al **Medioevo**. ## Il Palatino, l’origine di tutto Già gli antichi avevano la percezione che questa **altura** fosse abitata ben prima della fondazione della città. **Virgilio**, ad esempio, vi pone la città di **Evandro**, mitico re dell’**Arcadia** immigrato con il suo popolo nella nostra penisola. Anni dopo, come abbiamo visto, il **Palatino** fu il luogo in cui furono trovati **Romolo** e **Remo**. Il fatto che questo luogo fosse abitato già in epoca **pre-romana** è provato dagli **scavi** condotti nel secondo dopoguerra: sono state ritrovate le **buche di fondazione** dei pali di antiche capanne e altri oggetti di uso comune risalenti al **X secolo a.C.** (età del ferro). Un eccezionale ritrovamento di quasi dieci anni fa, su cui va fatta ancora piena luce, ha individuato una **grotta** ricoperta da **mosaici** e decorazioni a conchiglia, che potrebbe essere il **Lupercale**, la grotta in cui, secondo il mito, i gemelli furono allattati dalla **lupa**. È qui il primo nucleo della città, detta **Roma Quadrata**, per la forma della sua primissima **cinta muraria**, e, proprio su questo colle sorgeva un altro importante **santuario**: la **casa Romuli**, la sua residenza trasformata in santuario. Importanti **templi** sorsero in epoca **repubblicana** sulla cima del Palatino: ricordiamo il tempio della **Magna Mater**, con al suo interno il celebre **Lapis Niger**, e quello di **Apollo**. Con il **Principato**, **Ottaviano Augusto** volle dare un ulteriore carattere **sacrale** a questo colle, costruendovi la sua casa, la **Domus Augustana**, in modo da diffondere il messaggio che lui stesso fosse il nuovo **Romolo**, come se la città venisse rifondata con lui dopo il terribile periodo delle **guerre civili**. Anche molti suoi successori scelsero di abitare qui, costruendovi grandiosi palazzi, come la celebre **Domus Aurea**, la **Domus Flavia**, finanche alla **Domus Severiana**. Le **rovine** di queste imponenti costruzioni impreziosiscono la sommità e le pendici del colle e rendono soltanto l’idea del loro **splendore originario**. ## **Aventino**, il colle della plebe Potremmo definire questo colle come quello della **plebe**, ma anche quello della **ribellione** di questa classe sociale contro il potere, prima del **re**, poi dei **patrizi**. Innanzitutto fu il luogo dove **Remo** avrebbe voluto porre la sua città, in contrapposizione al fratello. Al di là degli episodi leggendari, fu teatro di eventi storici importanti: nel **456 a.C.** la plebe, richiedendo una partecipazione più attiva nel governo di Roma, vi si accampò **ad oltranza**. Più tardi, nel **121 a.C.**, vi si rifugiò **Tiberio Gracco**, cercando invano di sfuggire ai patrizi che volevano farlo tacere per sempre. Gli echi di questi eventi diventarono addirittura **proverbiali**: nel **1924** i deputati oppositori al **fascismo** uscirono dal parlamento e decretarono, appunto, la **secessione dell’Aventino**, anche se il palazzo di **Montecitorio** è da tutt’altra parte! In questo luogo sorsero in antichità alcuni **templi** molto famosi, in primis il tempio di **Cerere** (493 a.C.) e il tempio di **Giunone Regina** (392 a.C.), che ospitava la statua di culto proveniente dalla città etrusca di **Veio**. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/sette-colli-roma-2-1024x559.png "sette-colli-roma-2 - Scripta Manent Italia") Anche nel **Medioevo** fu un’area importante: le **Basiliche di Santa Sabina** e di **Santa Prisca** (IV-V secolo), oltre che un grande **fortilizio** edificato dalla potente famiglia dei **Savelli**, ne sono un esempio. In tempi più recenti, sull’Aventino si aprirono grandi **aree verdi**. Proprio al posto dello scomparso fortilizio dei Savelli, nel **1932** si impiantò il magnifico **Giardino degli Aranci**, un grande e splendido parco progettato dall’architetto **Raffaele de Vico**. ## **Il Campidoglio**, la sede del potere Questa altura, relativamente piccola rispetto alle altre, era il vero **cuore politico e religioso** della città, posto in una posizione dominante sul **Foro Romano**. Sulla sua cima, sorgeva imponente il **tempio di Giove Ottimo Massimo**, il più grande edificio sacro di Roma. Anche se, purtroppo, ne è rimasto ben poco, i dati archeologici ci dicono che doveva essere veramente enorme. La sua costruzione cominciò in epoca **regia** (VI secolo a.C.), sotto il re etrusco **Tarquinio Prisco**, che chiamò a decorarlo il famoso artista **Vulca**, direttamente da **Veio**. In particolare la statua della **quadriga di Giove**, posta sul tetto, doveva essere davvero splendida. La costruzione richiese anni, tanto che quando fu inaugurato (nel **509 a.C.**) era già nata la **repubblica**. Ricostruito più volte nel corso dei secoli, era veramente meraviglioso e probabilmente poteva essere ammirato da qualsiasi angolo, anche lontano, della città. Oltre alla funzione **sacrale** del luogo, vi era quella **politica** e **amministrativa**. Innanzitutto i **cortei trionfali**, che celebravano le vittorie dei generali, terminavano proprio qui, seguendo il percorso della **Via Sacra**, e inoltre era la sede di importanti edifici amministrativi e giudiziari: ad esempio il **Tabularium**, l’archivio di stato di allora, e il tempio di **Giunone Moneta**, la prima dove si coniavano le **monete romane**. Con la caduta dell’**impero romano**, il Campidoglio non perse la sua importanza: nel **Medioevo** fu sede dell’amministrazione cittadina e anche triste teatro per le **esecuzioni capitali**. Il magnifico assetto odierno fu merito della sistemazione **cinquecentesca** voluta da papa **Paolo III** su disegno di **Michelangelo**, che progettò la splendida **piazza**, con al centro la statua bronzea di **Marco Aurelio**. Ancora oggi il colle è il vero cuore amministrativo della città eterna, essendo la sede principale del **Comune di Roma**. ## **Quirinale**, il colle dei Sabini In questa zona i ritrovamenti archeologici attestano la presenza umana fin dall’**età del ferro**. Le fonti antiche ci parlano di un insediamento di **Sabini** già nei primissimi anni di vita di Roma, con la residenza del loro re, **Tito Tazio**, associato al trono con **Romolo**. Proprio a questa popolazione italica si deve il nome di questo colle: il dio principale dei Sabini era infatti **Quirino**, che qui aveva un antichissimo santuario, e con il quale fu poi identificato proprio Romolo, una volta divinizzato. In epoca **repubblicana** e **imperiale** vi era un quartiere residenziale, caratterizzato da grandi **ville** dotate di splendidi giardini. Le fonti ci parlano delle ville di **Attico** (amico e collega di **Cicerone**), della famiglia imperiale dei **Flavi** e dello storico **Sallustio**, i cui giardini (i celebri **Horti Sallustiani**) erano rinomati per la loro sontuosità. Quest’ultima in età imperiale divenne la residenza privata di vari sovrani (**Vespasiano**, **Nerva**, **Adriano**). Anche il poeta **Marziale** vi abitò: dai suoi epigrammi traspare un ritratto di una vivace, ma anche caotica, vita del quartiere. Oggi il Quirinale è sede della **Presidenza della Repubblica**. L’omonimo palazzo, adiacente a quello della **Corte Costituzionale**, è stato sede dei **Papi** dal XVI secolo al **1870** e poi residenza ufficiale dei **re d’Italia** e custodisce tesori d’arte di inestimabile valore. ## **Viminale**, il colle più popolare Il meno esteso dei sette colli deve il suo nome alle piante di **vimini**, da cui si ricavano ancora oggi le ceste, che vi crescevano in abbondanza. In epoca **repubblicana** era un quartiere **popolare**, abitato da gente umile e privo di monumenti di rilievo. In epoca **tardo-imperiale**, **Diocleziano** vi costruì le sue **terme**, un grandioso complesso che occupava anche il vicino **Esquilino**. L’edificio era talmente vasto che nel **1561** papa **Pio IV** incaricò Michelangelo di trasformare il solo **tepidarium** delle terme in una chiesa: è la basilica di **Santa Maria degli Angeli**. Su questo colle oggi sorge il palazzo del **Ministero degli Interni**, progettato dall’architetto **Massimo Manfredi** e inaugurato nel **1923**. ## **Esquilino**, il primo sobborgo di Roma Nella prima età regia costituiva un **sobborgo** del primo nucleo di Roma (la **Roma Quadrata**, sul Palatino) che poi fu incluso nella città con la costruzione delle **mura Serviane** (VI secolo a.C.). Per tutta l’età repubblicana fu un quartiere **popolare**, abitato da gente comune. La svolta si ebbe in età **augustea**, quando **Mecenate** acquistò dei terreni nella zona e vi costruì una magnifica **villa** dotata di grandi e splendidi giardini. Anche il cosiddetto “tempio di **Minerva dei Medici**” altro non è che una gigantesca sala conviviale, o forse un’**esedra** di una villa di età imperiale. L’area fu in parte occupata dalla grande **Domus Aurea**, il magnifico palazzo di **Nerone** in parte distrutto e in parte interrato dai suoi successori: i **Flavi**. Le fonti e i resti che ci sono rimasti ci parlano di una zona con grandi **terme monumentali**, come le già ricordate terme di Diocleziano e quelle più antiche di **Tito**. È anche attestato il tempio di **Iside**, il primo tempio di Roma dedicato a questa divinità egizia. Gran parte di questi edifici sono scomparsi negli anni o inglobati in costruzioni **medievali** e **rinascimentali**, spesso edifici di culto, come la basilica di **Santa Maria Maggiore** o la chiesa di **San Pietro in Vincoli**. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/sette-colli-roma5-1024x559.jpg "sette-colli-roma5 - Scripta Manent Italia") ## **Celio**, il colle degli affreschi Secondo la leggenda, il re **Tullo Ostilio**, dopo aver distrutto **Alba Longa**, deportò qui gli abitanti di questa città. Ovviamente non abbiamo la certezza che sia andata veramente così, ma sappiamo che anche questa zona era un **sobborgo** della città, con edifici poveri e popolari, intervallati da **tombe** anche importanti (su tutti il monumentale **Sepolcro degli Scipioni**). Anche in epoca **imperiale** la situazione non dovette cambiare di molto, ma ci dovevano essere anche dimore di un certo livello. Nell’**Ottocento** sono venuti alla luce degli splendidi ambienti **affrescati** riconducibili a una **domus** del III secolo, nata dal riadattamento di una grande **insula**, una specie di palazzone di edilizia popolare. La vicina chiesa dei **Santi Giovanni e Paolo** ha inglobato la struttura del grande tempio del **Divo Claudio**, edificato da Nerone in onore del suo predecessore divinizzato. Il Celio è sede di un importante chiesa cristiana: vi sorge la splendida **Basilica di San Giovanni in Laterano**, affiancata dal palazzo che fu la più antica **residenza papale**. Da menzionare anche il grande **ospedale militare**, costruito alla fine dell’Ottocento. ## **Il ruolo dei sette colli nella Roma Imperiale** Lo storico **Svetonio** ci narra che **Augusto** si vantava di aver ereditato una città di **mattoni** e di averla restituita ai romani in **marmo**. Non era affatto esagerato, poiché Augusto e i suoi successori furono promotori di una grande opera di **monumentalizzazione** di Roma. In effetti, se ci pensiamo bene, la maggior parte dei resti di Roma sopravvissuti fino a noi risale proprio al periodo **imperiale**. Il grande rinnovamento edilizio di questo periodo interessò indiscriminatamente tutta la città, ma alcune aree furono cambiate più radicalmente di altre. Abbiamo ricordato i grandi **palazzi imperiali**, e possiamo aggiungere le grandi **opere pubbliche**, i **teatri**, gli **anfiteatri** e gli **acquedotti**, che rispondevano alle esigenze di una città sempre più grande e popolata, oltre che a un potere, quello del **princeps**, sempre più vasto e assoluto. **Statue**, **monumenti**, **piazze**, **anfiteatri** e **templi** fastosi cominciarono a fiorire in tutta la città, anche fuori della cerchia muraria di allora: in particolare nella zona dell’attuale **Vaticano** (con il circo di Nerone) e di **Castel Sant’Angelo** (Mausoleo Adriano). La bellezza di Roma raggiunse il suo apice con **Traiano** e poi con la dinastia dei **Severi**, andando scemando lentamente. I sintomi di una crisi evidente si ebbero con **Aureliano**, che costruì delle possenti **mura** (270), segno che la situazione italiana non era così sicura, e il tracollo si ebbe già con **Costantino**, che spostò la capitale dell’Impero a **Costantinopoli**. Di lì a poco, il **sacco dei visigoti di Alarico** (410) rese manifesto il declino della città eterna. Il **Medioevo** fu un’età di grande crisi per Roma, con i monumenti abbandonati e depredati, i marmi cotti per fare calce, e una popolazione ridotta a poche decine di migliaia di abitanti, per la maggior parte raccolti attorno al **Vaticano** e alle **mura Leonine** che lo difendevano. Lo stesso **Foro Romano** diventò un pascolo per il bestiame e sarebbe restato tale per secoli. ## **I sette colli oggi** Pur ingrandita in estensione e popolazione, la Roma di oggi non dimentica di essere stata fondata su **sette colli**. Alcuni di essi sono parte integrante dei **rioni** e dei **quartieri** odierni, altri costituiscono ancora dei quartieri a sé (l’**Esquilino** ad esempio). Certamente il centro di Roma ha subìto molte modifiche nel corso dei secoli, non ultimi i cambiamenti avvenuti con la proclamazione a **capitale d’Italia** e soprattutto gli stravolgimenti avvenuti durante il **fascismo**. Si ricordi a questo proposito il definitivo sbancamento della **Velia**, un piccolo rilievo posto fra **Palatino** ed **Esquilino**, già in parte spianata sotto Nerone. È ovvio che ogni centro abitato, con il passare degli anni, ha esigenze differenti e ad esse deve rispondere. Tuttavia, la memoria dei sette colli rimane ancora viva. Ancora oggi, ad esempio, non diciamo “Palazzo del presidente della repubblica”, ma “**Quirinale**”, lo stesso vale per “Comune di Roma”, che semplifichiamo in “**Campidoglio**”. Segno, questo, che il ricordo di quei tempi antichi, anche se i secoli hanno reso irriconoscibili quei luoghi, è ancora vivo e in perfetta salute. E rimaniamo stupiti che uomini vissuti **duemila anni fa**, con i limitati mezzi disponibili allora, abbiano potuto fare tutto questo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Storia della guerra di Troia. Quanta verità dietro la leggenda?](https://scriptamanentitalia.it/storia-guerra-troia-leggenda/) **Published:** Febbraio 19, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le domande degli studiosi](#Le_domande_degli_studiosi) - [Individuare i luoghi della guerra](#Individuare_i_luoghi_della_guerra) - [Il Processo di trasmissione orale](#Il_Processo_di_trasmissione_orale) - [La città di Troia e il suo contesto](#La_citta_di_Troia_e_il_suo_contesto) - [La società troiana era alfabetizzata?](#La_societa_troiana_era_alfabetizzata) - [Gli abitanti Luviani dell’Anatolia occidentale](#Gli_abitanti_Luviani_dellAnatolia_occidentale) - [Troia compare nei testi ittiti?](#Troia_compare_nei_testi_ittiti) - [I Greci compaiono nei testi ittiti?](#I_Greci_compaiono_nei_testi_ittiti) - [Le prove storiche di una guerra di Troia](#Le_prove_storiche_di_una_guerra_di_Troia) - [L’evoluzione di una tradizione](#Levoluzione_di_una_tradizione) *Di Trevor Bryce, University of Chicago Traduzione e adattamento di: Fabio Saverio Gatto* I visitatori che si recano per la prima volta a **Hisarlik** a vedere le rovine della città di **Troia** e che non sono preparati a ciò che vedranno… potrebbero rimanere **delusi**. Devono abbandonare le **romantiche visioni** di un’imponente fortezza che svetta sulle pianure circostanti. Oggi il basso tumulo di **Hisarlik**, situato vicino ai **Dardanelli** nella **Turchia nordoccidentale** e ritenuto il sito di **Troia**, è a malapena distinguibile dai suoi dintorni. La cittadella copre un’area non molto più grande di un **campo da calcio** (circa 200 metri di diametro) e si presenta al viaggiatore moderno come un crocicchio di **pavimenti rotti**, **fondamenta di edifici** e **frammenti di mura** sovrapposti e incrociati. Oggi la caratteristica più dominante di **Hisarlik** è un enorme **cavallo di legno**, di recente costruzione, probabilmente l’elemento più **fotogenico** del sito, e inteso ad assicurarci che questa era davvero la **favolosa Troia**, città del re **Priamo**, che ospitò la regina spartana **Elena** e alla fine soccombette alle forze greche assedianti radunate sotto la guida del potente **Agamennone**. Qui, ci viene fatto credere, si svolse il **conflitto decennale** tra **Greci** e **Troiani** immortalato nel racconto epico della **Guerra di Troia**, narrato da un poeta cieco di nome **Omero** che visse ad **Anatolia**, sulla costa ionica occidentale, o nelle sue vicinanze. La narrazione poetica che compose, e che conosciamo come **Iliade**, fu recitata per la prima volta al pubblico all’alba stessa della **letteratura greca**. Per l’antico mondo greco divenne ciò che la **Bibbia** è per il mondo **giudeo-cristiano**. E dal tempo della sua composizione, circa **ventotto secoli** fa, è servita come una delle maggiori fonti di **ispirazione** per successive generazioni di **artisti**, **poeti** e **drammaturghi**. Tra gli stessi antichi greci, episodi del racconto omerico della guerra fornirono temi per la **tragedia greca**, per la **poesia**, per racconti narrativi, per la **pittura** e la **scultura**. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/061020-04-History-Ancient-Greek-Greece-Trojan-War-Achilles-1024x683.jpg "061020-04-History-Ancient-Greek-Greece-Trojan-War-Achilles - Scripta Manent Italia") La tradizione fu mantenuta viva dai **Romani** nella loro arte e letteratura. Fu, in particolare, il punto di partenza per il grande capolavoro letterario di **Virgilio**, l’**Eneide**, scritta per volere dell’imperatore **Augusto**. Ancora oggi la tradizione riemerge costantemente. Molti di noi hanno imparato da bambini le storie di **Elena** e **Paride**, dei grandi eroi **Odisseo**, **Achille** ed **Ettore**, e soprattutto del **cavallo di Troia**. Quest’ultimo in particolare ha catturato l’**immaginazione popolare**, in contesti che vanno dai **film epici** e **documentari televisivi** a battute banali (come la storia del soldato greco che si ammalò mentre era chiuso nel ventre della creatura e chiese ai suoi compagni se ci fosse un medico nel cavallo), a nomi in codice per piani di fuga di prigionieri di guerra e **virus informatici**. ## Le domande degli studiosi Gran parte del nostro **fascino** per la tradizione nasce da una serie di **domande** che sono state poste sin da quando **Omero** recitò per la prima volta il suo racconto di **Troia**. La **Guerra di Troia** è realmente accaduta? Una donna ne è stata la causa? C’erano altre ragioni per il conflitto? Ci fu un lungo **assedio** prima della caduta di **Troia**? C’è stato davvero un **cavallo di Troia**? Gli scrittori greci antichi riflettevano su tali questioni quasi quanto gli studiosi hanno fatto in tempi più recenti. Tra gli stessi antichi greci, vi era solo una ristrettissima cerchia a non credere al reale accadimento della guerra di **Troia**. Ma alcuni di coloro che ne sostenevano l’esistenza erano tutt’altro che convinti che **Omero** avesse fornito una **testimonianza vera e accurata** della guerra o degli eventi che avevano portato allo scontro. Tra questi, spicca lo storico greco del V secolo **Erodoto**. Seguendo una versione della storia riportata dai **sacerdoti egizi**, **Erodoto** (**Storie 2.112-18**) affermò che la nave su cui **Paride** ed **Elena** erano fuggiti dalla **Grecia** fu spinta da venti violenti sulla costa dell’**Egitto**. Qui il re egizio **Proteo** trattenne **Elena**, fino a quando suo marito **Menelao** non poté riportarla a casa. Pertanto, la **Guerra di Troia** fu dovuta a nient’altro che a un **malinteso**. Lungi dal difendere eroicamente la donna fuggita con il loro principe, i **Troiani**, quando sfidati dai **Greci** a restituire **Elena**, dichiararono, con tutta verità, di non poterlo fare, semplicemente perché non era né mai era stata a **Troia**! Questa, secondo **Erodoto**, era la **vera versione della storia**, come **Omero** stesso ben sapeva. Ma mancava di **potenziale drammatico**. Usandola, **Omero** avrebbe privato la sua storia di un grande filone **romantico**. E così la rifiutò. Eppure, pochi commentatori antichi dubitavano che **Elena** esistesse realmente e che il suo **rapimento** da parte del principe troiano **Paride** fosse la causa fondamentale della guerra tra **Greci** e **Troiani**. I commentatori moderni sono generalmente più **scettici**. Alcuni sono disposti ad ammettere la possibilità di un’**Elena storica**; ma sicuramente ci è voluto più di un **bel viso** per varare **mille navi** e innescare un **conflitto decennale**! Lungi dal fornire il **casus belli** il rapimento di una bella regina greca, la guerra deve essere stata combattuta per qualcosa di molto più **pratico** e **sensato**, come i **diritti di pesca** contesi nell’**Ellesponto**. Ma in realtà le nostre prove dimostrano che un re dell’**Età del Bronzo** poteva entrare in guerra in risposta al rapimento di uno qualsiasi dei suoi **sudditi**, per non parlare dei membri della sua **famiglia**. Ad ogni modo, l’opinione accademica è ancora molto divisa sulla questione di quanta verità storica sia incorporata nella tradizione omerica. Da un lato, ci sono coloro che hanno una profonda fede nella fondamentale affidabilità storica della tradizione, al punto che l’Iliade viene usata quasi come un libro di testo di storia o un manuale archeologico per ricostruire sia la storia del periodo che l’ambientazione materiale in cui si sono svolti gli eventi narrati da Omero. L’opinione espressa da Carl Blegen, che scavò a Hisarlik dal 1932 al 1938, attrae ancora molto sostegno: *“Non si può più dubitare, quando si esamina lo stato delle nostre conoscenze oggi, che ci sia stata realmente una vera e propria Guerra di Troia storica, in cui una coalizione di Achei, o Micenei, sotto un re la cui supremazia era riconosciuta, combatté contro il popolo di Troia e i loro alleati”.* Dall’altro lato, Hiller ci ricorda che *“La nostra fede in una guerra di Troia storica si fonda soprattutto su Omero, ma Omero non è uno storico. Prima di tutto è un poeta; ciò che racconta non è storia ma mito”.* Una visione **intermedia** comunemente sostenuta è che la **tradizione omerica** si sia quasi certamente sviluppata da un **nucleo di verità storica**, anche se gran parte dei **dettagli** della tradizione deve essere attribuita alla **vivace e fertile immaginazione** di un grande poeta, la cui **preoccupazione principale** era quella di raccontare una **buona storia**. Certo, c’è molto nella storia che deve provenire direttamente dall’**immaginazione del poeta**, o che incorpora **elementi standard** di una tradizione narrativa che risale a ben prima di **Omero**. L’elemento dell’**interazione divina** con l’umanità, in questo caso con gli dei schierati a sostegno dei **Greci** o dei **Troiani**, fa la sua prima apparizione nel genere **epico**, e nella tradizione narrativa in generale, nel mondo **orientale**, molto prima della **genesi** dell’epica omerica. Il **soprannaturale** forniva una **dimensione essenziale** alle storie raccontate su larga scala. Tralasciandolo, un narratore avrebbe lasciato il suo pubblico profondamente **deluso**. Così anche una serie di **rituali** che **Omero** conserva sia nell’**Iliade** che nel suo seguito l’**Odissea**, come quello in cui **Odisseo** evocava gli **spiriti dei morti**, furono chiaramente importati da altri **contesti culturali**. Persino alcune delle **figure umane** nelle storie si sarebbero basate su **prototipi storici**, anche se l’**elaborazione** dei loro caratteri e delle loro situazioni è stata opera del **poeta stesso**. All’**immaginazione del narratore** possiamo attribuire l’**astuzia** di **Odisseo**, la **petulanza** e l’**ira** di **Achille**, la **fiera belligeranza** di **Sarpedonte** e la **struggente commozione** dell’ultimo addio del nobile **Ettore** a sua moglie **Andromaca** e al figlioletto **Astianatte**. Ma dopo aver **filtrato** tutti gli elementi attribuibili alla **creatività dell’artista**, a un **repertorio standard** di formule narrative o a **prestiti culturali** da altri luoghi e altre epoche, ci rimane una **tradizione fondamentale** basata su **fatti storici**? Qual è l’**essenza attuale** di questa tradizione? Nella sua forma più **essenziale**, è un resoconto di un **conflitto prolungato** tra **Greci** e **Troiani**, nel periodo che chiamiamo **Tardo Bronzo**, che si concluse con la **distruzione** e l’**abbandono** di una città chiamata **Troia** nell’**Anatolia nordoccidentale**. Abbiamo **prove concrete** di un tale conflitto? Nel tentativo di rispondere a questa domanda, dobbiamo essere sicuri che qualsiasi **prova** produciamo sia completamente **indipendente** dall’**epica omerica** stessa, poiché non possiamo usare **Omero** per provare che il racconto omerico della **Guerra di Troia** si basi su **fatti**. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/achilles-fighting-memnon-vase-vulci-510-wikimedia-commons-public-domain-1024x766.webp "achilles-fighting-memnon-vase-vulci-510-wikimedia-commons-public-domain - Scripta Manent Italia") ## **Individuare i luoghi della guerra** Il nostro primo compito è stabilire se abbiamo un **contesto fisico chiaramente identificabile** per il conflitto. Tale possibilità fu respinta da molti **scettici** nel **diciannovesimo secolo** che vedevano l’**Iliade** come una **pura fantasia letteraria**. Persino coloro che rimanevano aperti alla questione non riuscivano ad accordarsi su una **precisa ubicazione** della guerra. In realtà, i **Greci** e i **Romani** del periodo **classico** non avevano dubbi sul fatto che l’**insediamento abbandonato** di **Hisarlik** corrispondesse alla **Troia omerica**. Conosciuta come **Ilion** dai Greci delle epoche successive e come **Nuovo Ilio** dai Romani, la città ricevette omaggi da diverse figure storiche di rilievo. Tra questi, il re persiano **Serse**, che sacrificò **mille buoi** sul sito prima di invadere la **Grecia continentale**, e **Alessandro Magno**, che, sbarcato a **Troia** all’inizio della sua campagna contro l’**Impero persiano**, dedicò la propria armatura ad **Atena Troiana** e depose una corona sulla tomba di **Achille** nella **pianura troiana**. In effetti, la regione in cui si trovava **Troia** era chiamata la **“Troade”** dagli scrittori greci e romani, nella convinzione che un tempo fosse stata soggetta al controllo di **Troia**. Ma la **Troia dell’Età del Bronzo** precedeva di alcuni secoli il successivo insediamento del **primo millennio** a **Hisarlik** e non si poteva avere la certezza che l’**identificazione** dei Greci classici con il sito della **Guerra di Troia** fosse corretta. Infatti, lo stesso **Heinrich Schliemann**, la persona il cui nome è più strettamente associato all’**identificazione Hisarlik-Troia**, a quanto pare favorì altre località prima di stabilirsi su **Hisarlik**, su suggerimento dell’espatriato britannico **Frank Calvert** che aveva acquistato parte del sito. Ancora oggi, un certo numero di **studiosi** rimane **scettico**. Ma sebbene non possiamo escludere altri possibili candidati per **Troia**, nessuna alternativa è stata seriamente proposta, costantemente sostenuta o, quantomeno, generalmente accettata, da quando **Schliemann** iniziò gli **scavi** a **Hisarlik** nel **1871**. Tuttavia, anche se l’**identificazione** fosse corretta, resta aperta la questione su quale delle varie **Troia** presenti nel sito corrisponda alla **Troia di Omero** e a quella della **guerra**. Il **tumulo** infatti conserva **nove principali livelli di occupazione**, ognuno ulteriormente suddiviso in diversi **sotto-livelli**. Questo spiega il **complesso intreccio** di muri e livelli che i visitatori del sito si trovano davanti oggi. Ciò che molti potrebbero non immaginare è che il **tumulo**, formato dai numerosi **strati di occupazione**, un tempo si ergeva **maestoso** sulle pianure circostanti. Nella sua **impazienza** di individuare il livello **“omerico”**, che riteneva appartenere ai primi insediamenti, **Schliemann** ordinò ai suoi operai di scavare una **vasta trincea** attraverso il tumulo, **distruggendo** così gran parte dei livelli più recenti. Molto è già stato scritto sui **metodi archeologici**, le **scoperte** e le **conclusioni** di **Schliemann**. Basti qui dire che il livello che identificò come quello della **Guerra di Troia**, designato come **livello II**, apparteneva all’**Antica Età del Bronzo**, **mille anni troppo presto** per qualsiasi data concepibile per la **Guerra di Troia di Omero**. Questo infatti fu ciò a cui giunse il socio di **Schliemann**, **Wilhelm Dörpfeld**. Questi propose **Troia VI**, sottolivello **h**, come il **candidato più probabile**. Era una conclusione che lo stesso **Schliemann** arrivò ad accettare non molto tempo prima della sua **morte**. Successivamente, il professor **Carl Blegen** sostenne che la **Troia di Omero** fosse la prima fase del **settimo livello principale** di **Troia**: **Troia VIIa**. Oggi, grazie alle **testimonianze ceramiche**, sappiamo che quel livello è **troppo tardo** per essere collegato a un grande **assalto greco** dell’età del **Tardo Bronzo**. Inoltre, l’**insediamento** di piccole e modeste abitazioni presenti sulla **cittadella** in quel periodo contrasta con l’**imponente immagine** di **Troia** descritta nei **poemi omerici**. Oggi vi è un **ampio consenso** sull’**identificazione** proposta da **Dörpfeld**, secondo cui il livello **VIh** corrisponderebbe alla città di **Priamo**, a condizione che **Hisarlik** sia davvero il sito di **Troia** e che la **guerra narrata da Omero** sia un **evento storico reale**. Sebbene gran parte di questo insediamento sia andata perduta a causa degli **scavi di Schliemann**, i resti ancora visibili indicano che si tratta della fase di **massimo splendore** di **Troia**, durata per diversi secoli nel **secondo millennio a.C**. Il grande **bastione nord-orientale** di questo livello richiama l’**imponente torre di guardia** descritta nei **poemi omerici**, mentre l’**inclinazione caratteristica** delle mura di **Troia VI** sembra dare credibilità al racconto dell’**Iliade**, in cui **Patroclo** tenta di scalare le **fortificazioni** correndoci sopra. Ma dobbiamo ancora una volta sottolineare che l’**Iliade** non è né un **manuale di archeologia** né una **guida turistica**. In effetti, le **corrispondenze dettagliate** tra la descrizione omerica di **Troia** e i **resti effettivi** del sito sono molto **scarse**. La **posizione** di **Hisarlik**, la **topografia** dei suoi dintorni e la natura dell’**ultima fase** del suo **sesto livello** sono sufficienti per fornirci un **contesto storicamente plausibile** per il **conflitto** descritto da **Omero**. Ma questo di per sé non è una **prova** che un tale conflitto abbia effettivamente avuto luogo. Dobbiamo cercare altrove tali prove. La **ceramica** rinvenuta sul sito indica che il livello **“Troia VIh”** risalirebbe all’inizio del **XIII secolo a.C.** Poiché è il **candidato più plausibile** per la **Troia di Omero**, una possibile data per la **guerra** potrebbe collocarsi intorno al **1250 a.C.** Questo dato coincide **sorprendentemente** con quello fornito da **Erodoto** (**Storie 2.145**), il quale, scrivendo a metà del **V secolo a.C.**, affermava che la **Guerra di Troia** avvenne circa **ottocento anni** prima del suo tempo. Considerando che **Omero** visse tra la fine dell’**VIII** e l’inizio del **VII secolo a.C.**, significa che compose l’**Iliade** oltre **mezzo millennio** dopo gli eventi a cui si ispira. Questo **lungo intervallo** comprende gli ultimi decenni del **Tardo Bronzo** e il periodo successivo, che per secoli è stato chiamato, sebbene sempre meno appropriatamente, l’**Età Oscura**. Quanto possiamo essere sicuri che l’**epica omerica** ci fornisca un **racconto autentico** di fatti svoltisi almeno **cinquecento anni prima** e conservato solo **oralmente** attraverso almeno **venti generazioni**? ## **Il Processo di trasmissione orale** Per sua stessa natura, la **trasmissione orale** è un **processo dinamico**. Mentre l’essenza stessa di una tradizione che viene tramandata può essere fedelmente preservata, molto altro può essere cambiato, aggiunto o aggiornato da ogni generazione successiva. Questo ci porta a chiederci: cosa possiamo effettivamente trovare nelle **epiche di Omero** che **risale** davvero all’epoca in cui **nacquero le tradizioni** da lui riportate? **Fino a che punto** i suoi **poemi**, l’**Iliade** e l’**Odissea**, rappresentano il **risultato finale** di un **corpus di folklore** e tradizioni che si è **evoluto** nel corso di **secoli**? **Indubbiamente**, nelle **epiche omeriche** **sopravvivono** alcune **autentiche reliquie** del **passato miceneo**, confermate da **ritrovamenti archeologici**. Un esempio particolarmente significativo è la descrizione, nell’**Iliade**, di un **elmo** realizzato con schegge di zanne di cinghiale, montate su un berretto di feltro. Questa descrizione corrisponde perfettamente a un rilievo in avorio miceneo che raffigura un guerriero con un elmo composto da strati di zanne di cinghiale, nonché ai resti di un elmo simile esposti oggi al Museo Archeologico Nazionale di Atene. È interessante notare che copricapi protettivi di questo tipo erano completamente sconosciuti ai tempi di **Omero**, e addirittura per molti secoli prima della sua **epoca**. Anche in ambito architettonico emergono paralleli significativi. La disposizione e l’ornamento dei **palazzi** della **tarda età del bronzo**, come quelli rinvenuti a **Pilo** e **Micene**, richiamano vividamente la scena descritta da **Omero** quando **Odisseo** varca la soglia di bronzo del palazzo del re **Alcinoo**. La sfarzosa opulenza di questo palazzo è rappresentata con grande vividezza nel **Libro VII** dell’**Odissea**, offrendo un’immagine che sembra riflettere la grandiosità dei palazzi micenei. Ma mentre alcune caratteristiche del mondo miceneo furono preservate nella tradizione orale con poche o nessuna modifica nei secoli precedenti **Omero**, altre scomparvero del tutto o furono alterate al punto da diventare quasi irriconoscibili, a causa di continui aggiornamenti e adattamenti. Questo processo ha portato a **numerose incongruenze** e **anacronismi**. Ad esempio, le società altamente burocratizzate della **Grecia micenea**, come rivelato dalle tavolette in **Lineare B**, non trovano corrispondenza nei regni apparentemente analfabeti descritti da **Omero**, governati da signori della guerra. La semplice struttura simile a un granaio che nell’**Odissea** funge da palazzo di **Odisseo** appartiene chiaramente a un’epoca diversa e più recente rispetto alla sontuosa residenza reale di **Alcinoo**. Inoltre, in alcuni passi omerici, il **ferro** è trattato come un metallo raro e prezioso, tipico dell’**Età del Bronzo**; in altri, invece, sembra essere di uso comune, come lo era ai tempi di **Omero**. Allo stesso modo, la lista di **toponimi** legati alle navi greche nell’**Iliade** conserva alcune tracce di un passato dell’**Età del Bronzo**, ma la maggior parte dei nomi riflette un’immagine del mondo greco più vicina all’epoca di **Omero**. Tutto ciò è il **risultato** del **processo dinamico** della **trasmissione orale**, un **processo** che si è **protratto** per **cinque** o più **secoli**. Una **visione ampiamente condivisa** è che, nonostante le numerose incongruenze e anacronismi emersi nel corso della trasmissione del racconto, il **nucleo** dell’**Iliade** sia effettivamente basato su un **conflitto** tra **Greci micenei** e **Troiani** nell’**Anatolia nordoccidentale** verso la fine del **Tardo Bronzo**. Gli episodi di questo conflitto, insieme alle gesta di singoli eroi, furono inizialmente preservati in **ballate** e **canti** eseguiti nelle corti di re e nobili micenei. Questi racconti furono tramandati oralmente durante l’**Età Oscura** e, probabilmente verso la fine dell’**VIII secolo a.C.**, furono intessuti in un **poema narrativo esteso**, dotato di una struttura coerente, temi unificanti e una caratterizzazione approfondita. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/ajax-hector-1024x576.jpg "ajax-hector - Scripta Manent Italia") E tutto questo lo dobbiamo al **genio** di un **poeta cieco** di nome **Omero**. Ma quanto possiamo essere certi che questo genio sia stato ispirato da un **evento specifico** realmente accaduto? La guerra è ambientata nel contesto della **penisola anatolica** del **Tardo Bronzo**, ed è proprio a questo elemento che dobbiamo rivolgere la nostra ricerca per trovare una risposta alla nostra domanda. ## **La città di Troia e il suo contesto** Abbiamo osservato che **Hisarlik** è il **candidato più probabile** per identificare la **cittadella di Troia**, e che la **fortezza** assediata dai **Greci** nella **tradizione omerica** può essere associata in modo plausibile al **livello VI**, in particolare alla fase **VIh**, del **tumulo**. Questo livello rappresenta il **periodo più glorioso** e **impressionante** dell’esistenza di **Troia**, e la sua **distruzione**, avvenuta nel **XIII secolo a.C.**, rientra nel **range di date** proposto per la **Guerra di Troia** dalle **fonti greche classiche**. **Rafforzeremmo** notevolmente l’**identificazione** di **VIh** con la **Troia di Omero** se potessimo **dimostrare** che questo livello fu **distrutto** a causa di un **attacco nemico**, in linea con la **tradizione omerica**. Non c’è dubbio che **VIh** subì una **violenta distruzione**, ma non abbiamo **prove chiare** che indichino se questa fu causata da **forze umane** o da **eventi naturali**. **Blegen**, ad esempio, sosteneva che **VIh** fosse stata **distrutta** da un **terremoto**, basandosi su **crepe** osservate nella **torre** e nelle **mura** della **cittadella**, nonché su **segni di subsidenza** nei pavimenti. Questa convinzione lo portò a proporre che **Troia VIIa**, il livello immediatamente successivo a **VIh**, fosse il **candidato più probabile** per la **Troia omerica**. Anche **VIIa** subì una **distruzione violenta**, ma anche in questo caso la **causa** non è chiara. Inoltre, la **datazione attuale** di **VIIa** lo colloca in un periodo troppo **tardo** per essere associato alla **Troia** descritta da **Omero**. Per quanto riguarda le **crepe** e la **subsidenza** osservate da **Blegen** in **VIh**, è possibile che siano state causate da **attività sismica**, ma non possiamo essere certi se questi fenomeni si siano verificati nell’ultima fase di **Troia VI** o nella prima fase di **Troia VII**, né se siano stati sufficientemente gravi da causare la **distruzione** dell’intero sito (cfr. **Easton 1985**: 190-91). Una **proposta di compromesso** suggerisce che la **distruzione** del sito sia stata il risultato di una **combinazione** di **forze umane** e **naturali**. Secondo questa **teoria**, le **fortificazioni** della **cittadella** sarebbero state seriamente **indebolite** da un **terremoto**, rendendole vulnerabili a un eventuale **attacco nemico**. In questo **scenario**, sarebbe stata la **combinazione** di entrambi i fattori a causare la **fine** della **cittadella** (ad esempio, **Easton 1985**: 189). Questa **proposta** è stata utilizzata anche per spiegare l’**introduzione** del **cavallo di legno** nella tradizione della **Guerra di Troia**. Il **cavallo** era un **simbolo** ben noto del dio del mare **Poseidone**. Spesso soprannominato “lo **Scuotitore della Terra**“, **Poseidone** (secondo la **teoria**) inflisse un **devastante terremoto** alla **cittadella**, demolendo le sue **mura** al punto da renderla **facile preda** dei suoi assedianti. Fu quindi l’**intervento** di **Poseidone** a fornire l’**ispirazione** per il **motivo** del **cavallo di Troia**. In modo più **prosaico**, un certo numero di **scrittori antichi** vide il **cavallo di Troia** come il riflesso di un **ariete**, o di qualche altro tipo di **macchina d’assedio** (ad esempio, **Plinio**, Nat. Hist. VII 202, **Pausania** 1.23.8). Per quanto **ingegnose** possano essere tali **speculazioni**, in realtà non aggiungono nulla di **sostanziale** alla nostra **indagine**. Infatti, l’**episodio** del **cavallo di Troia**, pur essendo indubbiamente un **elemento molto antico** della **tradizione**, riceve solo un paio di **scarse menzioni** in **Omero**. La **preminenza** del **cavallo** nella **tradizione** in tempi più **recenti** è dovuta in gran parte al **trattamento** che **Virgilio** gli riservò nel **Libro II** della sua **Eneide**, circa sette secoli dopo la **composizione** delle **epiche omeriche**. Da allora in poi è servito come un **simbolo** quasi **archetipico** della **Guerra di Troia**, in modo del tutto **sproporzionato** al suo **posto** nella **tradizione originale**. **Indubbiamente** era una delle **immagini più potenti** di **Troia** al tempo in cui **Schliemann** scavò per la prima volta nel **tumulo di Hisarlik**. Ma più in generale, le **associazioni omeriche** attribuite a **Hisarlik** sin dagli **scavi** di **Schliemann** hanno fatto sì che continuasse a figurare come uno dei **siti antichi più conosciuti** e **più visitati** di tutti. In che misura questa **attenzione** riflette la sua **effettiva importanza** nel suo **contesto contemporaneo**? La **scoperta** e lo **scavo** di numerosi **siti** dell’**Età del Bronzo** in tutta l’**Anatolia**, avvenuti nei **decenni successivi** alle **ricerche** di **Schliemann**, insieme agli **scavi** ancora in corso sul **tumulo di Hisarlik** e nelle sue vicinanze, hanno contribuito in modo **significativo** alla nostra **comprensione** del **ruolo** e dell’**importanza** di **Troia** nel suo **contesto storico**. Non ci sono **dubbi** sul fatto che, per gran parte della sua **esistenza**, attraverso quasi due **millenni** di storia dell’**Età del Bronzo** (coprendo i **livelli** da I a VII), **Troia** fosse un **insediamento prospero** e, in alcuni **periodi**, addirittura **fiorente**. In particolare, i **livelli II** e **VI** rappresentano i **momenti di massimo splendore** dell’insediamento. La sua **posizione strategica**, di **grande valore commerciale**, lungo quello che i Greci successivi chiamarono **Ellesponto** (oggi noto come **Dardanelli**), fu senza dubbio uno dei **principali fattori** della sua **prosperità**, grazie ai **vast legami commerciali** che riuscì a stabilire. Inoltre, l’**accesso** a zone di **pesca** ricche di **tonno** e altre **risorse marine** era un ulteriore elemento che contribuì alla sua **ricchezza**. **Indagini sul campo** hanno inoltre dimostrato che **Troia** si trovava al centro di una **vasta area** di **terreno fertile**, in grado di **sostenere** una **popolazione numerosa** Ma dove **viveva** questa **popolazione**? La **cittadella** stessa, nei suoi **periodi di massimo splendore**, non avrebbe potuto **ospitare** più che poche **centinaia di persone**. È quindi **ragionevole supporre** che le **ampie residenze** all’interno della **cittadella** fossero riservate a un’**élite dominante**, mentre la **maggior parte della popolazione** viveva all’esterno. Questa **ipotesi** è stata confermata da **scavi** condotti a partire dal **1988**, che hanno portato alla luce un **insediamento** adiacente alla **cittadella**, esteso verso **sud** e noto come “**città bassa**“. Questa **scoperta** ha aumentato di **dieci volte** l’area conosciuta del **sito**, passando da **20.000** a **200.000 metri quadrati** durante il periodo dei **livelli VI** e **VII** (circa **1700-1100 a.C.**). Considerando le **dimensioni** e la **capacità produttiva** della **regione**, si stima che **Troia** avrebbe potuto **sostenere** una **popolazione** di circa **seimila persone**. Questa **nuova evidenza** ci costringe a **rivedere** la nostra **comprensione** del **sito**: da una **piccola cittadella** con poche **centinaia di abitanti**, **Troia** emerge come una **città piuttosto grande** e probabilmente **fortificata**. La sua **caratteristica dominante** era l’**acropoli fortificata**, scavata per la prima volta da **Schliemann**, che per gran parte dell’**Età del Bronzo** ospitò una **classe dirigente d’élite** Per come lo **conosciamo** ora, **Troia** era **paragonabile** per **dimensioni** alla città di **Ugarit**, capitale del **prospero regno** omonimo sulla **costa levantina**. **Mee** commenta che, come **Ugarit**, **Troia** era evidentemente un **importante centro** e **entrepôt** (**Mee 1998**: 144-45). Ma **Ugarit** deve aver giocato un **ruolo molto più significativo** all’interno del **complesso** dei **regni del Vicino Oriente**, sia **politicamente** che **commercialmente**, data la sua **posizione** sulla **costa** nella **regione**, che si trovava all’interno delle **sfere di interesse** di quattro dei **Grandi Regni** del **Tardo Bronzo**: **Mitanni**, **Hatti**, **Egitto** e, più indirettamente, **Assiria**. Oltre alla sua **abbondante ricchezza** di **risorse naturali**, la **preziosa posizione strategica** di **Ugarit** le conferiva un’**importanza** di gran lunga **maggiore** rispetto al **remoto regno** di **Troia**, situato com’era alla **periferia stessa** di questo mondo. Anche così, le **prove ceramiche** provenienti da vari **siti** indicano che **Troia** aveva una **vasta gamma** di **contatti commerciali** con le **aree costiere** del **Vicino Oriente**, anche se, come ci si potrebbe aspettare, la **preponderanza** dei suoi **contatti commerciali** era con il **mondo miceneo**. ## **La società troiana era alfabetizzata?** La **differenza** più **marcata** tra **Troia** e **Ugarit** è che quest’ultima ci ha lasciato una **sostanziale eredità** di **documenti scritti**. Gli **estesi archivi** del regno levantino ci forniscono alcune delle più **importanti fonti** di informazione sulla **storia** della regione **siro-palestinese** durante gli ultimi due secoli del **Tardo Bronzo**. Al contrario di altre città dell’epoca, **Troia** ha lasciato solo un **piccolo** e **isolato frammento** di **materiale scritto**, e persino la **provenienza** di questo **elemento** non è del tutto **certa**. Ciò non significa che la **scrittura** fosse **sconosciuta** o quasi **inesistente** nella città. Al contrario, è molto **probabile** che **Troia**, come tutti gli altri **regni** del **Vicino Oriente** di **dimensioni** e **status simili**, avesse una **cancelleria** gestita da **scribi**, sia **locali** che provenienti da altre **regioni**. I **materiali** utilizzati per la **scrittura** sono spesso altamente **deperibili**, e quando gli **archivi** di **tavolette d’argilla** sopravvivono in altre parti del **mondo antico**, ciò è spesso dovuto alla **fortuita circostanza** che le stanze degli **archivi** siano state **distrutte** da un **incendio**. Sebbene un **incendio** possa ridurre in **cenere** molti **materiali**, un **fuoco robusto** cuoce o **ricuoce** gli **oggetti di argilla**, come le **tavolette**, preservandoli in modo **permanente**. L’**unico oggetto** con delle **iscrizioni** scoperto a **Troia** è emerso durante gli **scavi** del **1995**. Si tratta di un **sigillo** di **bronzo biconvesso**, che reca una **breve iscrizione** in **geroglifici luviani**. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/dHtqSrRHvGmc3oq3mPcsn4-1200-80-1024x576.jpg "dHtqSrRHvGmc3oq3mPcsn4-1200-80 - Scripta Manent Italia") Il **sigillo** è stato trovato in un **contesto** riconducibile a **Troia VIIb**, databile quindi alla **seconda metà** del **XII secolo a.C**, il che lo rende una delle **ultime iscrizioni** dell’**Età del Bronzo anatolica**, ritardando di diversi **decenni** l’ultima **iscrizione ittita** conosciuta. Non possiamo essere **del tutto certi** se il **sigillo** sia stato **prodotto** a **Troia** o vi sia stato **importato**, sebbene la **prima ipotesi** sembri più **probabile**, dato che abbiamo il **sigillo originale** e non solo un’**impronta** di esso. Un **lato** del **sigillo** riporta il **nome** di un **uomo** e la sua **professione** di **scriba**, mentre **l’altro lato** mostra il **nome** di una **donna**. Entrambi i **nomi** sono **incompleti**, ma è **probabile** che si tratti di una **coppia** marito e moglie. Se il **sigillo** ha effettivamente avuto **origine** a **Troia**, allora l’**iscrizione** su di esso ha alcune **implicazioni** interessanti. In **primo luogo**, il fatto che il **proprietario** del **sigillo** fosse uno **scriba** fornirebbe la nostra **prima indicazione** tangibile di una **possibile attività scribale** nella città durante il **secondo millennio**. E la **lingua** dell’**iscrizione** ci fornirebbe la nostra **prima indicazione** tangibile del **gruppo etnico** che abitava **Troia** in questo **momento**. ## **Gli abitanti Luviani dell’Anatolia occidentale** I **Luviani** erano uno dei **tre gruppi** di **popoli** di **lingua indoeuropea** che entrarono in **Anatolia** probabilmente durante il corso del **terzo millennio**. Parti dell’**Anatolia centrale** e **orientale** erano occupate da **parlanti** di una **lingua** chiamata **Nesite** (ora più comunemente conosciuta come **Ittita**), che successivamente divenne la **lingua ufficiale** del **regno ittita** del **Tardo Bronzo** la cui patria si trovava nell’**Anatolia centrale**. Un **secondo gruppo** indoeuropeo, i **Palai**, era situato a **nord-ovest** della patria ittita, all’interno della regione successivamente conosciuta come **Paflagonia**. Nell’**Anatolia occidentale** e **meridionale**, si stabilì un **terzo gruppo** di **popoli indoeuropei**. Li chiamiamo **Luviani**. All’inizio del **Tardo Bronzo**, i gruppi di **lingua luvia** avevano occupato **vaste aree** nella **metà occidentale** dell’**Anatolia**. Collettivamente, queste aree costituivano la regione indicata nei **primi documenti ittiti** come **Luwiya**, una **designazione etno-geografica** che copriva gran parte dell’**Anatolia occidentale**. Tuttavia, il nome **Luwiya** sembra essere presto **caduto in disuso**, almeno nei **testi ittiti**, ed è stato sostituito dal nome **Arzawa**, un **termine generale** usato per indicare un **complesso** di **territori** collettivamente conosciuti come le **Terre di Arzawa**. Nel suo **senso più ampio**, **Arzawa** probabilmente si estendeva su gran parte del territorio precedentemente chiamato **Luwiya** e incorporava molti degli stessi **gruppi di popolazione**. Data l’**ampia diffusione** dei **popoli di lingua luvia** nell’**Anatolia occidentale**, è una **concreta possibilità** che la **popolazione** dei **livelli sesto** e **settimo** di **Troia** fosse prevalentemente un **gruppo** di **origine luvia**. In effetti, è abbastanza **possibile** che anche i **livelli precedenti** della città avessero una **popolazione luvia**, o almeno **parlanti luvio** tra la sua **popolazione**. Potevano i **gruppi luviani** essersi **diffusi** ancora più **lontano**? È stato **suggerito** che al tempo dell’**insediamento luvio** nell’**Anatolia occidentale**, alcuni **gruppi** si siano spinti più a **ovest**, entrando nella **Grecia continentale** e **insulare** attraverso la **Tracia** o il **Mar Egeo**, una **migrazione** che segnò l’arrivo, intorno alla **fine del terzo millennio**, dei **“proto-Greci”** nella terra che i **Greci classici** chiamavano **Hellas**. Ciò ha portato alcuni **studiosi** a credere che ci fossero **legami etnici** tra le **popolazioni** di **lingua indoeuropea** dell’**Anatolia occidentale** e la contemporanea **Grecia elladica**. Ma per quanto **affascinante** sia la **possibilità** che i **Greci** e i **Troiani** di **Omero** fossero **strettamente imparentati**, al massimo potevano essere stati poco più che **cugini molto lontani**. Il fatto che i **Troiani** in **Omero** parlassero **greco** è una **convenzione epica**; e allo stesso modo non dovremmo attribuire **troppa importanza** al fatto che un certo numero di **istituzioni sociali greche** si verifichi anche in un **contesto troiano** (vedi **Watkins 1986**: 50-51). Tuttavia, la **visione** che i **Troiani** del **sesto** e **settimo insediamento** fossero, o includessero, una **popolazione** di **lingua luvia** di **origine indoeuropea**, ottiene un **ulteriore sostegno** dal **sigillo** recentemente **scoperto** iscritto con **geroglifici luviani**. Questo ci conduce alla **fase successiva** della nostra **indagine**. ## Troia compare nei testi ittiti? Finora, abbiamo pochissime testimonianze scritte direttamente dai Luviani occidentali. Abbiamo però numerosi riferimenti a loro, in particolare ai regni che formarono, negli archivi del Grande Regno che divenne il loro signore supremo: il regno di Hatti, la terra degli Ittiti. Gli stati di Arzawa, di lingua luvia, erano tra i più importanti possedimenti vassalli degli Ittiti nell’Anatolia occidentale per almeno l’ultima metà del Tardo Bronzo. Ora è chiaro che, almeno dal punto di vista materiale, Troia era un regno occidentale di rilievo, paragonabile a città come Ugarit. Inoltre, è sempre più probabile che la sua popolazione fosse di origine luvia. Considerando i numerosi riferimenti nei testi ittiti ai regni dell’Anatolia occidentale, in particolare quelli con popolazioni luvie, è altamente probabile che Troia compaia in questi documenti storici. Se così fosse, questi testi rappresenterebbero le uniche informazioni storiche autentiche che abbiamo finora sul regno di Troia. La ricerca di Troia nei testi ittiti assume quindi un’importanza significativa. Questa ricerca fu intrapresa per la prima volta oltre ottant’anni fa, poco dopo la decifrazione della lingua ittita, dal filologo svizzero Emil Forrer. Forrer esaminò attentamente le fonti ittite alla ricerca di possibili riferimenti a Troia e si imbatté in una lista di ventidue paesi dell’Anatolia occidentale che si erano ribellati contro un re ittita di nome Tudhaliya intorno al 1400 a.C. La lista terminava con i nomi **Wilusiya** e **Taruisa**. Secondo Forrer, questi erano i modi ittiti di scrivere i nomi greci **Troia** e **(W)ilios** (Ilios). Nella tradizione omerica, Troia e (W)ilios erano due nomi per lo stesso luogo, con **Wilios** che rappresentava una forma arcaica di **Ilios**, prima che il digamma iniziale (la “w”) venisse omesso. La somiglianza tra le due coppie di nomi sembrava troppo stretta per essere una semplice coincidenza. Inoltre, il fatto che i nomi comparissero alla fine della lista suggerisce una posizione nord-occidentale, se si presume che la lista seguisse una progressione geografica approssimativa da sud a nord. Tuttavia, c’è un piccolo problema con la conclusione di Forrer: mentre nella tradizione omerica (W)ilios e Troia sono nomi intercambiabili, nel testo ittita **Wilusiya** e **Taruisa** appaiono come due paesi distinti. È possibile che originariamente si riferissero a due entità separate, ma che in seguito uno dei due abbia assorbito l’altro? In alternativa, la tradizione omerica potrebbe rappresentare una fusione di due paesi vicini, strettamente associati in un conflitto con gli invasori greci nella regione nord-occidentale dell’Anatolia, successivamente chiamata Troade. La prima ipotesi trova un certo sostegno nel fatto che il nome **Taruisa** non compare più nei testi ittiti, con una possibile eccezione. **Wilusiya**, invece, compare diverse altre volte nella sua forma abbreviata **Wilusa**, suggerendo che il suo territorio potrebbe essersi espanso per includere l’ex terra di Taruisa, con entrambi i nomi conservati nella successiva tradizione greca. L’unico altro possibile riferimento a **Taruisa** proviene non da un testo ittita, ma da una ciotola d’argento di origine sconosciuta, ora conservata nel Museo delle Civiltà Anatoliche ad Ankara. La ciotola reca due iscrizioni geroglifiche luvie, una delle quali menziona la conquista di un luogo chiamato **Tarwiza** da parte di un re Tudhaliya (vedi Hawkins 1997). Sebbene non vi siano ulteriori dettagli, è allettante collegare questa iscrizione alla ribellione contro Tudhaliya menzionata in precedenza. Se il collegamento è corretto, questa sarebbe di gran lunga la più antica iscrizione geroglifica luvia conosciuta, a parte quelle presenti sulle impronte di sigilli. La proposta di Forrer di collegare i nomi ittiti **Taruisa** e **Wilus(iy)a** con la Troia omerica incontrò inizialmente molto scetticismo. Tuttavia, altre prove hanno successivamente fornito un sostegno aggiuntivo, se non conclusivo, alla sua teoria. In primo luogo, **Wilusa** è elencata in un testo ittita come parte del complesso delle terre di Arzawa, abitate in gran parte da popoli di lingua luvia. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/p07zmw3f-1024x576.jpg "p07zmw3f - Scripta Manent Italia") **Wilus(iy)a** stessa è una formazione linguistica luvia. Inoltre, l’iscrizione del sigillo trovata a Troia VIIb potrebbe rappresentare la prima prova concreta (sebbene ancora molto limitata) che gli abitanti di Troia parlassero il luvio. Per dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che Troia/Ilios e **Wilusa** siano la stessa cosa, dobbiamo però dimostrare che **Wilusa** si trovava effettivamente nell’Anatolia nord-occidentale. La geografia politica dell’Anatolia occidentale nel Tardo Bronzo è stata a lungo un campo di studio complesso e frustrante, con i paesi spesso “spostati” da vari studiosi con rapidità sconcertante. Tuttavia, nuove scoperte stanno aiutando a colmare alcune lacune e a risolvere controversie di lunga data. **Wilusa** è un caso emblematico. Sebbene gli studiosi concordassero sul fatto che si trovasse nell’Anatolia occidentale, la sua posizione precisa rimaneva incerta. Fortunatamente, una giunzione di testi scoperta negli anni ’80 ha chiarito la questione. Una giunzione di testi si verifica quando due frammenti di una tavoletta, a lungo separati, vengono finalmente abbinati. Questo processo, che richiede l’abilità di epigrafisti specializzati, è reso necessario dal modo casuale in cui molte tavolette furono portate alla luce durante i primi scavi nella capitale ittita. In questo caso, un frammento aggiuntivo di una lettera ben nota, scritta al re ittita Muwatalli II da un uomo chiamato Manapa-Tarhunda, sovrano della Terra del Fiume Seha (un regno appartenente al complesso di Arzawa), ha fornito informazioni cruciali. Sappiamo che questo regno si estendeva su una delle valli fluviali a nord della città classica di Mileto (nota agli Ittiti come **Milawata** o **Millawanda**). Il fiume in questione era probabilmente il Caico, l’Ermo o il Meandro. Dalla giunzione di testi apprendiamo che una forza ittita in viaggio verso **Wilusa** dovette attraversare la Terra del Fiume Seha. Ciò colloca **Wilusa** a nord di questa regione, ovvero nella Troade classica. Inoltre, vicino a **Wilusa** c’era una sua dipendenza, un luogo chiamato **Lazpa**, che quasi certamente corrisponde all’isola greca di Lesbo, come propose per la prima volta Emil Forrer negli anni ’20. Possiamo quindi affermare con sicurezza che **Wilusa** si trovava nella stessa regione di Hisarlik, il nostro principale candidato per la Troia/Ilios di Omero. La conclusione di Forrer, inizialmente controversa, ora sembra ineludibile: Troia è stata effettivamente trovata nei testi ittiti. Era la sede reale del re di **Wilusa**, vassallo del Grande Re degli Ittiti. Abbiamo quindi non solo un contesto fisico per la grande città dell’Iliade, ma anche riferimenti storici contemporanei ad essa. Tuttavia, questo è ancora molto lontano dalla prova di un’effettiva Guerra di Troia. Il che ci porta alla fase successiva della nostra ricerca. ## **I Greci compaiono nei testi ittiti?** Anche a questa domanda Emil Forrer cercò di rispondere. Egli ipotizzò che, se Troia poteva essere identificata nei testi ittiti, allora dovevano esserci anche riferimenti ai Greci in questi stessi documenti. Per rintracciare tali riferimenti, Forrer partì da una domanda fondamentale: come venivano chiamati i Greci in quel periodo? Notò che nell’Iliade e nell’Odissea, Omero usava regolarmente il termine **“Achei”** per riferirsi ai Greci nel loro complesso. (I Greci classici, invece, si chiamavano **“Elleni”**; il termine “Greco” deriva da **“Graeci”**, il nome usato dai Romani per indicare i popoli del mondo greco.) Supponendo che il termine omerico avesse radici autentiche nell’Età del Bronzo, Forrer cercò nei testi ittiti un nome che potesse corrispondere all’equivalente ittita di **“Acaia”**. Dato che il potere ittita si estendeva fino alla costa occidentale dell’Anatolia, e che i Greci del Tardo Bronzo (o micenei) avevano ampi contatti commerciali con questa regione, sarebbe stato sorprendente se i testi ittiti non avessero contenuto alcun riferimento a questi Greci, indipendentemente dalla loro presenza nella tradizione omerica. Anche in questo caso, Forrer rivendicò un successo. Notò che i testi ittiti menzionavano più volte un luogo chiamato **Ahhiyawa** (o **Ahhiya** in una forma più breve e precedente). In questo nome, egli vide il modo ittita di rappresentare il termine greco **Acaia**. Come ci si poteva aspettare, la proposta di Forrer suscitò un acceso dibattito, a volte persino personale. Il suo più strenuo critico fu lo studioso tedesco Ferdinand Sommer, che negli anni ’30 guidò gli scettici nel respingere l’equazione **Ahhiyawa-Acaia** come nient’altro che una “etimologia kling-klang” (cioè una forzatura linguistica). Da allora, il dibattito è continuato. Alcuni studiosi hanno sostenuto che **Ahhiyawa** fosse semplicemente un regno locale anatolico, mentre altri hanno proposto che si trattasse di un regno insulare al largo della costa anatolica, come Cipro o Rodi. Altri ancora hanno suggerito che **Ahhiyawa** fosse un regno miceneo della Grecia continentale. Non possiamo qui approfondire tutti i pro e i contro dell’identificazione **Ahhiyawa-Acaia**, un tema già ampiamente discusso in passato. Basti dire che oggi la grande maggioranza degli studiosi ritiene che **Ahhiyawa** si riferisca effettivamente al mondo della Grecia del Tardo Bronzo, comunemente noto come il mondo miceneo. L’identificazione non può essere considerata definitiva, e alcuni dei suoi sostenitori ammettono che rimane ancora una questione di interpretazione. Tuttavia, le prove circostanziali a sostegno di questa teoria, comprese le scoperte degli ultimi anni, sono ormai schiaccianti. In alcuni contesti, il termine **Ahhiyawa** sembra riferirsi al mondo miceneo in generale; in altri, dove viene menzionato un re specifico di **Ahhiyawa**, potrebbe indicare un regno particolare all’interno di questo mondo. Questa identificazione ha importanti implicazioni. Una di queste è la nuova dimensione che aggiunge agli studi micenei. Fino a poco tempo fa, si credeva che le imprese d’oltremare dei Micenei fossero limitate principalmente ad attività commerciali lungo le coste del Mediterraneo, con occasionali insediamenti di coloni-commercianti micenei, specialmente sulla costa anatolica occidentale. Questa conclusione era basata principalmente su prove materiali, in particolare sulla ceramica. Tuttavia, l’equazione **Ahhiyawa-Miceneo** ci porta un passo oltre, fornendoci informazioni scritte – le uniche di questo tipo – sulla storia del mondo miceneo. Sappiamo dai testi ittiti che alcuni re micenei furono coinvolti politicamente e militarmente negli affari dell’Anatolia occidentale. Ad esempio, **Hattusili III**, che governò l’impero ittita nel XIII secolo a.C., scrisse a uno di questi re, rivolgendosi a lui come **“mio fratello”**, un titolo riservato ai sovrani di pari rango, e come **“Grande Re”**, un appellativo usato solo per i più potenti sovrani del Vicino Oriente, come i governanti di Babilonia, Assiria, Egitto e Hatti. Da questa lettera, comunemente nota come **Lettera di Tawagalawa**, apprendiamo che il destinatario era signore del territorio di **Milawata** (l’antica Mileto) sulla costa anatolica e che probabilmente lo stava usando come base per estendere l’influenza micenea in altre parti dell’Anatolia occidentale. Se così fosse, le sue azioni avrebbero inevitabilmente minacciato gli interessi ittiti, in particolare i territori vassalli nella regione. Ma tutto questo ci avvicina davvero a determinare se la tradizione della Guerra di Troia si basi su fatti storici? ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/rape-of-helen-tapestry-57c578cb3df78cc16e7ea758-1024x755.jpg "rape-of-helen-tapestry-57c578cb3df78cc16e7ea758 - Scripta Manent Italia") ## **Le prove storiche di una guerra di Troia** In termini generali, abbiamo delineato uno scenario plausibile per un possibile conflitto tra i Greci micenei e le forze ittite (o sostenute dagli Ittiti) nell’Anatolia occidentale. Ora, però, dobbiamo restringere il nostro focus. Supponendo che **Wilusa** sia il nome ittita di Troia/Ilios, le nostre fonti ittite forniscono prove di un conflitto specifico che coinvolge forze **Ahhiyawan/micenee** contro il regno di **Wilusa**? Dalle fonti ittite emerge chiaramente che **Wilusa** ebbe una storia piuttosto travagliata, specialmente nel XIII secolo a.C., il periodo in cui si colloca tradizionalmente la Guerra di Troia. All’inizio del secolo, apprendiamo che il territorio di **Wilusa** fu attaccato e occupato da un avventuriero locale di nome **Piyamaradu**. Questa informazione ci viene dalla lettera di **Manapa-Tarhunda**, re della Terra del Fiume Seha, indirizzata al suo signore supremo ittita, **Muwatalli II**. In quell’occasione, **Piyamaradu** fu cacciato da **Wilusa** da una forza ittita, ma rimase in libertà e continuò a minacciare gli interessi ittiti nella regione. In questo contesto, non si fa alcun riferimento diretto ad **Ahhiyawa**, ma da un’altra fonte, la cosiddetta **Lettera di Tawagalawa**, sappiamo che **Piyamaradu** era un protetto del re di **Ahhiyawa**, che gli offrì protezione quando gli Ittiti iniziarono a perseguitarlo. Inoltre, **Piyamaradu** era il suocero di **Atpa**, il governatore di **Milawata** (l’antica Mileto), che a sua volta era vassallo del re di **Ahhiyawa**. La **Lettera di Tawagalawa** fu scritta da **Hattusili III** al re di **Ahhiyawa**, il cui nome purtroppo non è conservato (sarebbe apparso all’inizio della prima tavoletta, andata perduta). La lettera si concentrava sulle attività di **Piyamaradu** e sul sostegno che riceveva dal re di **Ahhiyawa**, esprimendo la preoccupazione ittita per le sue azioni. La lettera menziona anche **Wilusa**, che era stata motivo di conflitto tra **Hattusili III** e il re di **Ahhiyawa**, ma il conflitto era stato risolto pacificamente: *“Ora che siamo giunti a un accordo su Wilusa, per la quale siamo entrati in guerra…”*. Tuttavia, **Hattusili** temeva che **Piyamaradu** potesse provocare nuovi disordini e sollecitò il re di **Ahhiyawa** a tenere sotto controllo il ribelle, dicendogli: *“Per quanto riguarda la questione di Wilusa, per la quale noi, il Re di Hatti ed io, eravamo diventati ostili, egli (il Re di Hatti) mi ha convinto e abbiamo fatto amicizia… non sarebbe giusto per noi fare guerra”*. Questo è quanto possiamo dedurre dalle fonti ittite riguardo a un possibile conflitto che coinvolge **Wilusa** e **Ahhiyawa**. Se **Troia** e **Wilusa** fossero effettivamente la stessa cosa, allora **Troia** era chiaramente uno stato vassallo degli Ittiti in quel periodo, e qualsiasi aggressione contro di essa avrebbe probabilmente provocato una rappresaglia militare da parte di **Hatti**. Questo è esattamente ciò che **Hattusili** lascia intendere nella sua lettera. I suoi riferimenti a **Piyamaradu** suggeriscono che lo considerasse un agente, forse il principale, utilizzato dal re di **Ahhiyawa** per estendere la sua influenza nell’Anatolia occidentale. In effetti, **Piyamaradu** potrebbe aver già agito in questa veste quando, in precedenza, occupò temporaneamente **Wilusa**. Non sappiamo quanto la lettera di **Hattusili** sia stata efficace nel proteggere **Wilusa** da ulteriori attacchi. Tuttavia, da un’altra fonte, la **Lettera di Milawata**, apprendiamo che durante il regno di **Tudhaliya IV** (figlio di **Hattusili III**), **Wilusa** fu nuovamente attaccata. In questa occasione, il suo re, un uomo di nome **Walmu**, fu costretto a fuggire in esilio. Questa informazione proviene da una giunzione di testi, un documento frammentario noto come **Lettera di Milawata**, che si riferisce a eventi recenti avvenuti a **Milawata** e nei suoi dintorni. Sebbene la lettera sia incompleta, il passaggio superstite riguardante **Wilusa** suggerisce che il regno fu riportato sotto il controllo ittita e che erano in corso i preparativi per reinsediare **Walmu** sul trono. Questo episodio rappresenta l’ultima informazione che abbiamo sul regno nord-occidentale di **Wilusa**. Se **Wilusa** fosse effettivamente il regno di Troia nel Tardo Bronzo, allora possiamo iniziare a delineare un quadro della storia di Troia in questo periodo. I suoi abitanti erano quasi certamente uno dei popoli di lingua luvia dell’Anatolia occidentale e facevano parte del complesso etno-politico delle terre di **Arzawa**. Per almeno gli ultimi due secoli del Tardo Bronzo, **Wilusa** non fu un regno indipendente, ma uno degli stati vassalli dell’Impero ittita. Durante il XIII secolo, subì diversi attacchi da parte di forze nemiche, in cui potrebbe essere stato coinvolto un re greco miceneo. In un’occasione, il nemico invase e occupò il suo territorio; in un’altra, il re di **Wilusa** fu deposto. In entrambi i casi, furono gli Ittiti a liberare il regno. La cosiddetta **Lettera di Tawagalawa**, che collega il re di **Ahhiyawa** a una guerra che coinvolge **Wilusa**, risale alla metà del XIII secolo. Questa è la data più ampiamente accettata per la distruzione di **Troia VIh**. Il nome del destinatario della lettera, che potrebbe essere apparso nella prima tavoletta (ora perduta), rimane sconosciuto. Tuttavia, alcuni studiosi hanno suggerito che questo destinatario, un Grande Re del mondo **Ahhiyawan**, potrebbe essere visto come il prototipo dell’**Agamennone** di Omero. Secondo la tradizione omerica, **Agamennone** guidò una confederazione di Greci in una guerra contro i Troiani, culminata in un assedio decennale, nella conquista, nella distruzione e nell’abbandono della città. Questi sono gli eventi centrali della tradizione omerica. Ma quanto siamo **vicini** a dimostrare che questi **eventi** siano realmente **accaduti**? Rivediamo le **prove** attualmente **disponibili**. Possiamo con un **alto grado** di **probabilità** identificare il **sito** ora conosciuto come **Hisarlik** nella **Turchia nord-occidentale** con l’antica **cittadella di Troia**, resa famosa dai **poemi epici** di **Omero**. Il **livello VIh** di questo sito si adatta meglio alla **descrizione** di **Troia** da parte di **Omero**. Questo **livello** fu **distrutto** durante il **XIII secolo**, probabilmente intorno alla **metà del secolo**, entro il **periodo** in cui la **Guerra di Troia** è **datata** nelle **fonti greche classiche**. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/Syrian-mosaic-Roman-Homeric-Trojan-war-4th-C-Twitter-cropped-@nabumuseum-1024x561.jpg "Syrian-mosaic-Roman-Homeric-Trojan-war-4th-C-Twitter-cropped-@nabumuseum - Scripta Manent Italia") Sfortunatamente non abbiamo **prove chiare** per indicare cosa causò la **distruzione** di **Troia**: **azione umana**, **forze naturali** o una **combinazione** di entrambi. È vero che **recenti scavi** nella **città bassa** hanno prodotto **segni** di **conflitto militare** sotto forma di **punte di freccia** e **scheletri umani**. Ma finora la **quantità** di tali **resti** è troppo **piccola** per costituire la **prova** di un **conflitto prolungato** per un **periodo** di molti anni e che coinvolge una **grande forza** di **invasione**. È molto **probabile** che **Troia** o **Ilio** fosse il **regno** chiamato **Wilusa** nei **testi ittiti**. **Wilusa** era un **regno vassallo** dell’**impero ittita** situato nell’estremo **nord-ovest** dell’**Anatolia**, nella regione che i **Greci** di **epoche successive** chiamarono la **Troade**. Sappiamo che i **Greci micenei**, la cui terra è chiamata **Ahhiyawa** nei **testi ittiti**, furono **coinvolti** negli **affari politici** e **militari** dell’**Anatolia occidentale**, almeno dal **XV secolo** e in particolare nel **XIII secolo**, quando la terra di **Milawata** sulla **costa anatolica occidentale** era **soggetta** a un **re Ahhiyawan/miceneo**. Durante questo **periodo** **Wilusa** subì una **serie** di **attacchi** in cui i **Greci micenei** potrebbero essere stati **coinvolti** direttamente o **indirettamente**. In un’occasione, il suo **territorio** fu **occupato** dal **nemico**; in un’altra occasione il suo **re** fu **deposto** e **costretto** all’**esilio**. **Omero** ci dice che la città di **Troia** fu **attaccata**, **occupata** e **distrutta** dai **Greci**, e la sua **famiglia reale** **uccisa** o **costretta** all’**esilio**. Quanto ci portano, quindi, queste **informazioni** verso la **prova** di una **Guerra di Troia**? La **risposta** non può essere **molto lontana**, se stiamo cercando di **identificare** un **conflitto storico** che abbia **occupato** un **periodo** di tempo **relativamente lungo** – **dieci anni**, secondo la **tradizione greca**. Tuttavia, lungi dal fornire **prove materiali** o **scritte** di un tale **conflitto**, le nostre **fonti anatoliche** sollevano **notevoli dubbi** sulla sua **storicità**, almeno nella **forma** in cui appare in **Omero**. Ad esempio, sebbene la **guerra d’assedio** fosse certamente una **pratica comune** in diverse **operazioni militari** dell’**Età del Bronzo**, e a volte si **protraesse** per diversi **mesi**, l’**idea** di un **assedio** che **durasse** molti **anni** è del tutto **implausibile**. Inoltre, l’**affermazione** che le **forze greche** arrivarono a **Troia** con una **flotta** di oltre **mille navi** (1.186, per la **precisione**) renderebbe l’**armata greca** più grande della più **imponente flotta** conosciuta in qualsiasi **periodo** del **mondo antico**. Se esiste una **base storica** per la **tradizione omerica**, essa va **ricercata** non in un **singolo conflitto** di **lunga durata**, ma piuttosto in una **serie** di **conflitti** avvenuti nel corso di un **arco temporale** molto più **ampio**. Le nostre **fonti scritte** **anatoliche** non forniscono alcuna **prova** di un **unico**, **grande** e **prolungato attacco** da parte di **invasori greci** contro un **regno anatolico**, culminato nella **distruzione** di quel **regno**. Piuttosto, il **modello** che emerge è quello di una **serie** di **attacchi limitati**, effettuati nel corso di diversi **secoli**, con **occasionali occupazioni temporanee** di **regni assediati**. Uno qualsiasi di questi **attacchi** potrebbe aver fornito il **nucleo** originale dell ## **L’evoluzione di una tradizione** La genesi dell’epica omerica potrebbe risalire a 150 anni o più prima della data generalmente accettata della Guerra di Troia. Già alla fine del XV o all’inizio del XIV secolo, un noto testo ittita, la cosiddetta **“Accusa di Madduwatta”**, menziona le imprese militari degli **Ahhiyawan** sulla terraferma anatolica e successivamente sull’isola di Cipro (nota come **Alasiya** nei testi ittiti). Il capo di queste imprese era un uomo di **Ahhiya** di nome **Attarsiya**. Potrebbe la tradizione della Guerra di Troia essere iniziata con un conflitto militare tra Greci micenei e Anatolici all’inizio del XIV, o addirittura del XV secolo? Il professor **Vermeule** ha sostenuto che ci sono elementi linguistici e culturali nell’**Iliade** che potrebbero risalire a questo periodo. Attraverso lo studio di alcuni passaggi dell’**Iliade**, conclude che le morti di eroi “omerici” come **Ettore** e **Patroclo** erano già cantate nel XV o XIV secolo. Le avventure militari in Anatolia di un antico guerriero greco miceneo come **Attarsiya** sono esattamente il tipo di materiale da cui nascono le leggende. In effetti, è possibile che **Attarsiya** (o **Attarissiya**) fosse il modo ittita di scrivere il nome greco **Atreo**, un nome portato nella tradizione greca da uno dei primi sovrani di Micene. Forse furono i primi contatti micenei con l’Anatolia occidentale a dare inizio alla tradizione di un conflitto greco-anatolico. Nel corso del tempo, questa tradizione acquisì costantemente nuovi elementi, molti dei quali potrebbero essere basati su episodi o incidenti storici reali. Nel XIII secolo, la tradizione aveva anche acquisito un contesto fisico specifico: un regno anatolico nord-occidentale che, nel corso del secolo, subì una serie di attacchi da parte dei Greci o dei loro alleati. L’occupazione nemica del suo territorio e il rovesciamento del suo re divennero parte integrante della tradizione in evoluzione. Questa tradizione fu mantenuta viva da narratori, bardi e menestrelli erranti che, come ci dice Omero, intrattenevano le corti di re e nobili micenei. Le gesta di grandi eroi del passato si mescolarono con le azioni di re e guerrieri greci di epoche più recenti. La tradizione orale, per sua natura, permetteva adattamenti e aggiunte quasi illimitati a un corpus di folklore esistente. Molto probabilmente, su richiesta dei loro mecenati, i narratori aggiungevano costantemente nuovo materiale, aggiornando il loro repertorio di racconti. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/02/trojan_horse_history_today-1024x754.jpg "Trojan Horse / Relief Amphora - Scripta Manent Italia") Anche dopo la caduta dei grandi regni dell’Età del Bronzo, la tradizione di una grande guerra continuò. E fu forse in questo periodo successivo, post-Età del Bronzo, che nacque l’ultima componente essenziale della tradizione omerica: la totale distruzione e abbandono della cittadella di Troia. È importante sottolineare che una fine così drammatica di Troia non è attestata durante il Tardo Bronzo, né nei documenti archeologici né in quelli scritti. Nei reperti archeologici, **Troia VIIa** sostituì rapidamente **Troia VIh** e fu occupata dallo stesso gruppo di popolazione, sebbene le condizioni di vita fossero più umili e affollate. Nei documenti scritti, **Wilusa** fu liberata dai suoi invasori almeno in due occasioni nel XIII secolo, e al sovrano locale fu ripristinata la sua autorità. Tuttavia, arrivò un momento in cui Troia fu distrutta e apparentemente abbandonata dalla sua popolazione. Ciò accadde alla fine del livello **VIIb**, tra il 1100 e il 1000 a.C., durante i grandi sconvolgimenti che colpirono il Vicino Oriente e la Grecia alla fine dell’Età del Bronzo. La sua distruzione fu molto probabilmente opera di predoni, inclusi i cosiddetti **Popoli del Mare**, di cui si parla nei documenti egizi. È probabile che tra questi predoni vi fossero anche gruppi provenienti dagli ultimi resti del mondo miceneo. Intorno al 1000 a.C., nuove ondate di Greci si stabilirono nell’Anatolia occidentale. Conoscevano le grandi storie dei loro antenati che avevano combattuto contro i regni anatolici locali, in particolare la conquista di un regno chiamato **Troia** o **Ilio** nella tradizione greca. Molti di loro potrebbero aver visitato il luogo di questa conquista. Cosa videro lì? I resti di una città un tempo grande, distrutta e ora totalmente abbandonata. Questo fornì l’ultimo elemento della tradizione: l’episodio conclusivo di un racconto di conflitto, conquista e distruzione. Tutto ciò ha fornito la materia prima per il poeta creativo: una sequenza di eventi che si è svolta nell’arco di almeno cinquecento anni. Dall’immenso corpus di leggende e folklore generato da questi eventi, fu selezionato un piccolo numero di episodi, intessuti in una narrazione continua e compressi in un periodo di dieci anni. Ma il poeta andò oltre. La sua storia doveva essere popolata di personaggi coloriti: il signorile **Agamennone**, il coraggioso **Aiace** di proporzioni enormi, il nobile **Ettore**, l’offeso **Achille**, l’astuto **Odisseo**. Furono aggiunti altri elementi dal repertorio standard della tradizione epica: l’intervento di dei e dee, l’esecuzione di strani rituali, incontri con incantatrici e mostri, e consultazioni con i morti o gli immortali. Fu questo il risultato di una singola persona? E se sì, fu il risultato di un poeta dell’VIII secolo? O ci fu una successione di poeti che risalgono attraverso le nebbie dell’Età Oscura? **Omero** era semplicemente l’ultimo di una serie? O era egli stesso un’invenzione, non una persona, ma la personificazione di un processo iniziato molto prima della fine dell’VIII secolo? Potrebbero esserci stati uno o più poeti dell’Età Oscura a cui dovrebbe essere attribuito il merito, o almeno con i quali dovrebbe essere condiviso. Eppure, rimane la probabilità che, sovrastando tutti i suoi predecessori, ci fosse effettivamente un grande poeta della fine dell’VIII o dell’inizio del VII secolo, il cui genio creativo portò una tradizione narrativa in evoluzione al suo apice di eccellenza artistica. Indubbiamente, il dibattito sul fatto che il racconto omerico della Guerra di Troia si basi o meno su fatti storici continuerà. Studiosi, produttori cinematografici e chiunque sia interessato alla storia di Troia continueranno a indagare sulla verità dietro la leggenda. Perché così tanti sono stati ossessionati da questa ricerca per così tanto tempo? Parte del motivo potrebbe essere la convinzione che la reputazione del poeta sarebbe tanto maggiore se potessimo provare oltre ogni dubbio che il suo racconto di Troia si basa su fatti storici. Ma, in realtà, è vero il contrario. **Omero** era un artista creativo, non uno storico, ed è così che vorrebbe essere giudicato. La sua composizione epica ha catturato l’immaginazione di generazioni di ascoltatori e lettori, oltre a ispirare innumerevoli artisti visivi e letterari. Eppure, questo non è tutto. Con una forza tale, ha raccontato la sua storia da convincere quasi tutti i suoi ascoltatori e lettori, compresi alcuni dei più acuti studiosi, che i suoi personaggi sono basati su persone reali e che questi eventi sono realmente accaduti. Supponiamo per un momento che l’**Iliade** fosse, dall’inizio alla fine, un’opera di finzione, che **Omero** si sia inventato tutto. Quale sarebbe allora il più grande favore che potremmo fare al poeta? Sicuramente, provare alla soddisfazione di tutti che la sua storia di Troia non ha alcun fondamento storico. Ciò, più di ogni altra cosa, chiarirebbe a tutti la piena portata del genio creativo del poeta ionico. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Gli storici antichi inventavano alcuni fatti?](https://scriptamanentitalia.it/gli-storici-antichi-inventavano-alcuni-fatti/) **Published:** Gennaio 28, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** *Di Timothy Joseph, College of the Holy Cross Traduzione e adattamento di Leonardo Conti* Gli storici dell’antica Grecia e dell’antica Roma attribuivano grande importanza ai resoconti di prima mano, e soprattutto all’essere presenti agli eventi descritti e al vederli con i propri occhi. Il tempo trascorso “sul campo” e le esperienze rischiose vissute conferivano agli storici credibilità e autorità. I resoconti di testimonianze oculari coinvolgevano così anche il pubblico, che poteva seguire le orme delle audaci imprese dell’autore attraverso il testo. Quando non era possibile raccontare un evento vissuto in prima persona, nel tentativo di conquistare i propri lettori, gli storici antichi spesso alteravano o addirittura inventavano i loro racconti, fingendo di esser presenti. ## Le dubbie misurazioni di Tacito La tradizione storica occidentale inizia con il greco **Erodoto**, vissuto nel V secolo a.C. Il secondo libro delle sue *Storie* è una lunga e dettagliata discussione sulla geografia, la storia e la cultura degli Egiziani, ed è ancora oggi una risorsa indispensabile per lo studio dell’antico Egitto. Lo storico greco fa spesso riferimento alla sua visita in Egitto, ma commettendo parecchi errori. Per esempio, quando parla delle famose piramidi di Giza, scrive con spavalderia: *“Le ho misurate personalmente!”.* L’immagine dello storico, con una bacchetta di misurazione in mano, che scala le piramidi, è accattivante, ma purtroppo la descrizione dell’aspetto e delle tecniche costruttive non collimano con la realtà. Questi grossolani errori, uniti ad altri, hanno portato addirittura gli studiosi a chiedersi se Erodoto fosse mai stato in Egitto. Nonostante ciò, Erodoto mantenne un posto di autorità e prestigio nell’antichità. Lo stesso Cicerone, il politico e erudito romano del I secolo a.C., nel suo lavoro *De Legibus*, lo definì *“il padre della storia*”, un titolo che Erodoto conserva ancora oggi in Occidente, seppur con qualche dubbio. Ma anche il grande Cicerone forse aveva qualche perplessità sulla veridicità di Erodoto: infatti affermò anche che raccontava “innumerevoli storie favolose”. Questo dimostra che narrare racconti accattivanti faceva parte della scrittura storica sin dai primi tempi. ## Testimoni oculari “non presenti” Tacito, considerato generalmente il più grande storico romano, pubblicò una biografia del suocero Agricola nel 98 d.C. In essa menziona l’esecuzione da parte dell’imperatore Domiziano dei senatori Elvidio e Senecione nel 93 d.C. Tacito, pure lui senatore, scrive con grande senso di colpa della complicità del senato in questi atti tirannici: “*le nostre mani condussero Elvidio al suo carcere … Senecione ci macchiò di sangue innocente*”. La scena è impressionante, carica di pathos, ma gli storici moderni deducono dalla documentazione rimasta che Tacito non si trovasse a Roma in quel periodo. L’inserimento di sé stesso come testimone oculare e attore colpevole di questi eventi è molto probabilmente un’invenzione per dare un particolare effetto al testo. Anche in tempi moderni si tende a inventare “finte” testimonianze oculari. Nel 2013, durante un’apparizione al “Late Show with David Letterman”, Brian Williams usò un espediente linguistico smile a quello di Tacito circa 1900 anni prima. Di fronte a un pubblico in trepidante attesa, Williams disse, riguardo all’attacco in elicottero del 2003 avvenuto durante la guerra in Iraq: “Così siamo stati colpiti, siamo atterrati, tutti stavano bene – il nostro capitano ha riportato una ferita al timpano nella cabina di pilotaggio – ma eravamo salvi.” Il linguaggio di Williams, alla prima persona plurale, veniva usato anche da Tacito. E lo scopo era lo stesso, vale a dire far credere una cosa per un’altra. Così come il grande storico non era a Roma durante la morte dei suoi colleghi, infatti, Williams non poteva aver visto l’evento raccontato. Era sì in elicottero quel giorno, ma su uno che raggiunse il velivolo colpito circa un’ora dopo l’attacco. In entrambi i casi, l’uso del pronome “noi” è efficace: Tacito e Williams ci portano lì, condividono l’esperienza vissuta di testimoni oculari e mantengono viva la nostra attenzione. In un articolo del *Washington Post* del 14 febbraio, un giornalista di “NBC Nightly News” ha detto del suo collega: “Brian non è un bugiardo. È una persona che si fa coinvolgere nella storia. È un grande narratore. Ma a volte i narratori esagerano”. Questa frase su Williams ricorda molto quella di Cicerone su Erodoto, che, ricordiamo, era il “padre della storia”, ma anche incline a racconti fantastici. Ma il pubblico moderno è più esigente di quello antico. Per questo il giornalista del *Washington Post* tende a giustificare il collega Brian Williams: “Gli effetti di un attacco con RPG sono talmente spaventosi che, anche a distanza, sembra di averlo ricevuto. Brian non esagera nel suo racconto”. Williams ha usato un modo di raccontare molto coinvolgente per il pubblico, un espediente vecchio quanto la storiografia stessa, anche se forse dovrebbe smettere di emulare Erodoto e Tacito, a favore di una narrazione più vera e autentica. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La bellezza femminile nell'antica Roma](https://scriptamanentitalia.it/la-bellezza-femminile-nellantica-roma/) **Published:** Gennaio 23, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il portamento](#Il_portamento) - [I capelli](#I_capelli) - [Il sorriso](#Il_sorriso) - [Trucchi di bellezza](#Trucchi_di_bellezza) *Di Jacob Hammer, Università di Vienna Traduzione e adattamento di Riccardo Troiano* Le donne dell’antica Roma consideravano la bellezza un dono ricevuto dagli dèi. Ma, allo stesso tempo, erano consapevoli che gli anni scorrono e che rughe e capelli grigi sono inevitabili. Il poeta d’età augustea Ovidio racconta che, sotto il regno di Tazio, le donne sabine avrebbero addirittura preferito coltivare i campi paterni piuttosto che impegnarsi costantemente nella cura del proprio corpo. Ma nel mondo romano, la cultura della bellezza femminile assunse contorni ben diversi. Durante il periodo imperiale, l’ideale di bellezza femminile era senza dubbio rappresentato dalla ***culta puella**, la ragazza raffinata*. ## Il portamento Era dunque richiesto un portamento leggiadro e grazioso, *venustum et incessum, in cui emergevano soprattutto oculi flagrantes*, occhi splendenti, e capelli sciolti sul collo. I Romani, dunque, individuavano nella donna un corpo leggiadro, capace di trasmettere magnificenza e grazia. Accanto a un tale esempio di bellezza femminile erano possibili anche *venustas*, eleganza e *motus animi*, animo energico. Un segreto della bellezza femminile nell’antica Roma era, però, la spontaneità. Un valido esempio è offerto dal poeta del I secolo d. C., Orazio, nella figura mitologica di Pirra, che seduce un ragazzo più giovane *simplex munditiis* (con semplice eleganza), nonostante la maggiore età. Non era necessario, inoltre, che una donna apparisse in pubblico, mostrando la sua ricchezza. L’abbigliamento femminile non mostrava, quindi, ricami dorati e non ostentava pietre preziose. Al contrario, l’autore latino Giovenale afferma che, per una donna, indossare abiti sontuosi risulta addirittura volgare. ## I capelli Le donne dell’antica Roma prestavano una delicata cura ai propri capelli. In antichità, la pettinatura risultava assai semplice: i capelli erano raccolti in un nodo sulla nuca (*coma religare*), talvolta annodati e posti sulla parte alta della testa. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/donna-antica-roma-1024x576.jpg "donna-antica-roma - Scripta Manent Italia") Durante l’età imperiale, invece, le acconciature erano variegate. I capelli erano talvolta semplicemente sciolti o avvolti in trecce o ancora decorati con fili d’oro e fermagli. Alcune donne indossavano anche delle parrucche con onde curate o ricamavano riccioli artigianali, raggiungendo anche una considerevole altezza. Questa scelta era propria anche delle imperatrici, che hanno sfoggiato un propria acconciatura secondo l’epoca vissuta. Alcune delle statue che le ritraevano erano addirittura dotate di parrucche rimovibili e, quando la moda cambiava, era adottata una nuova acconciatura, rimuovendo quella precedente. Innumerevoli erano i prodotti per i capelli, utilizzati anche dagli uomini, come unguenti, pomate ed oli. Il loro acquisto era garantito dagli *unguentarii*, anche definiti *ungropolae* dal commediografo Plauto. I nomi più diffusi erano quelli di *capillare*, *cinnamea o semplicemente unguenta*. I più facoltosi impiegavano anche il *malobathrum Syrium*, importato dalla città di Antiochia. La letteratura latina riporta i loro nomi in diverse opere, come in quelle del poeta Catullo, che descrive un unguento ricevuto dall’amata Lesbia, o del satirico Orazio, che descrive un giovane come *perfuas liquidis odori bus*, mentre il naturalista Plinio il Vecchio, nella sua *Storia Naturale*, elenca molte ricette per la produzione di questi prodotti. Sono addirittura giunti fino a noi anche i nomi di alcuni *unguentarii*, come Niceros, i cui prodotti erano chiamati *Nicerosiana*, e Cosmus, i cui *emporetica Cosmusiana* erano assai famosi. I loro prodotti hanno goduto di una buona reputazione fino al V secolo, testimoniando come anche nell’antichità il nome del produttore fosse sinonimo di qualità. ## Il sorriso I denti erano molto osservati, tanto che solo alle persone con una perfetta dentatura era consigliato di ridere o sorridere. La cura dei denti era affidata a dentifrici e polveri, come la *spuma nitens*, utilizzata principalmente dalle donne, così come riportato da alcuni autori latini. Il poeta Marziale (xiv. 56) ironizza in uno dei suoi versi: *«Dentifricio: cosa hai a che fare con esso? Ma mi fai ridere! Non sono forse abituato a lucidare entrambi i denti?»* I denti artificiali erano ottenuti dalla lavorazione di osso e avorio e successivamente uniti con fili d’oro. I denti rovinati erano spesso il risultato di un alito cattivo. Le donne affette da questo problema erano ammonite e invitate a mantenersi distanti dai loro ammiratori. L’alito cattivo era parzialmente eliminato grazie a pastiglie o lozioni (*pastilli*), prodotte dagli *unguentarii*, anche se scolorivano i denti quando usati in eccesso. Le persone affette da cattivo odore corporeo erano chiamate *spiros* o *hircus*. I profumi erano usati frequentemente in questi casi, seppur non ottenessero un risultato garantito. ## Trucchi di bellezza Un altro strumento per la cura del corpo era l’alipilus, un depilatore specifico per le ascelle. Seneca narra di un uomo che si vantava della propria abilità nello strappare i peli, mentre braccia e gambe venivano depilate con pietra pomice o con preparati a base di resina e argilla. L’aggettivo *candidus* descrive la carnagione ideale delle donne romane, definita dal poeta Properzio “bianca come il giglio” (*ii. 3, 12*). Per accentuare il colorito, alcune applicavano del *fucus*, una tintura rossa ottenuta facendo bollire la radice di robbia, sulle guance e sulle labbra. Il rossetto, chiamato *erubes*, si ricavava dai sedimenti del vino o dalle prugne. Per rendere la pelle del viso liscia, si utilizzavano oli mescolati, a cui talvolta veniva aggiunta della cera per attenuare le rughe, anche se questa preparazione andava rimossa al mattino per evitare effetti indesiderati. Le donne si abbellivano anche con polveri e tinture a base di zafferano, usate come un moderno mascara. Frine, nelle *Eccles.*, si lamentava delle *palpebra infectae* (palpebre colorate artificialmente), commentando che le sopracciglia disegnate non ispiravano virilità, ma indignazione. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/donna-romana-1024x585.jpg "donna-romana - Scripta Manent Italia") La freschezza del viso veniva preservata con cure meticolose. Di notte si applicavano creme speciali, una delle quali prevedeva una preparazione curiosa: orzo inumidito con urina di capra, unito a uva passa senza semi, pestata in un mortaio di granito, e poi miscelato con miele. Si credeva che questa crema rimuovesse le macchie e ammorbidisse la pelle, rendendola più brillante di uno specchio. Per eliminare le imperfezioni, si usava la cosiddetta “crema alcione”, preparata con nidi di alcione e miele. Erano noti anche i cerotti di bellezza (*splenia*), portati sia da donne che da uomini. Altre preparazioni includevano miscele di vino, grasso, mirra, mirto, miele, finocchio e petali di rosa. Tuttavia, a causa del vino, queste creme non potevano essere lasciate sul viso troppo a lungo per evitare danni. Un cosmetico chiamato *escurium* era ottenuto da paglia di grano e fichi secchi e veniva importato dalla Grecia. Un altro unguento, il *mediumum*, si preparava con resina di corteccia di pino, ma Plinio il Vecchio lo giudicava negativamente a causa dell’alto contenuto di grasso. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Il lutto nell'antica Roma. Come veniva affrontato?](https://scriptamanentitalia.it/lutto-antica-roma/) **Published:** Gennaio 23, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La gestione del lutto nel mondo romano](#La_gestione_del_lutto_nel_mondo_romano) - [Il “codice d’onore” nel mostrare il dolore](#Il_%E2%80%9Ccodice_donore%E2%80%9D_nel_mostrare_il_dolore) - [Cicerone: le prime settimane dopo il lutto](#Cicerone_le_prime_settimane_dopo_il_lutto) - [Cicerone: l’elaborazione nei mesi successivi](#Cicerone_lelaborazione_nei_mesi_successivi) - [Il lutto visto dalla società romana](#Il_lutto_visto_dalla_societa_romana) - [L’aldilà per gli antichi romani](#Laldila_per_gli_antichi_romani) - [Il dovere pubblico nel lutto](#Il_dovere_pubblico_nel_lutto) Di *Valerie M. Hope*, The Open University Traduzione e adattamento a cura di Fabio Saverio Gatto Nel febbraio del 45 a.C., **Cicerone** visse uno dei momenti più dolorosi della sua vita: la morte della figlia Tullia. Questo lutto lo segnò profondamente, al punto da spingerlo a scrivere numerose lettere nelle settimane successive, molte delle quali indirizzate al suo amico **Attico**. Queste lettere, oggi preziose testimonianze storiche, ci offrono uno sguardo raro e toccante su come i Romani affrontassero il dolore della perdita. Ciò che colpisce maggiormente è che a raccontare questo dolore fu un **uomo di cultura e prestigio**: Cicerone non era solo un intellettuale, ma anche un politico di rilievo negli ultimi anni della Repubblica romana. In un contesto dove il lutto era spesso trattato con distacco o descritto nelle vicende altrui, la sincerità con cui Cicerone espresse il proprio dolore rappresenta un’eccezione nelle fonti antiche. Per gli autori dell’epoca, infatti, era più semplice giudicare il lutto degli altri che condividere apertamente le proprie sofferenze personali. Il lutto era un **argomento complesso nella società romana.** Da un lato, veniva considerato naturale e inevitabile, come sottolinea Seneca nei suoi scritti. Dall’altro, esprimere apertamente il dolore era spesso visto come incompatibile con la vita pubblica e con l’ideale della virtù maschile. In molti casi, il lutto veniva associato a una debolezza tipicamente femminile, come testimoniano Cicerone, Seneca e Plutarco. Per uomini come Cicerone, il lutto non era mai soltanto una questione privata: era strettamente legato ai doveri pubblici e al ruolo che occupavano nella società. Di conseguenza, gli uomini romani cercavano non solo consolazione, ma anche modi per convivere con la perdita senza compromettere il loro ruolo pubblico. La reazione di Cicerone alla morte della figlia Tullia è stata oggetto di numerosi studi, e non a caso. Il suo dolore ci offre uno sguardo prezioso sulle modalità con cui i Romani affrontavano il lutto. Ma questa riflessione non si limita alla figura di Cicerone: l’obiettivo è capire come i Romani dell’epoca vivevano e superavano le perdite. Partendo dall’esempio di Cicerone, possiamo esplorare i metodi più comuni per alleviare il dolore del lutto durante la tarda Repubblica e il primo periodo imperiale, valutandone l’efficacia e il significato. ## La gestione del lutto nel mondo romano Nel mondo antico, il lutto era un tema particolarmente complesso. Aspetti come la sua definizione, la sua espressione e i **metodi per alleviare il dolore** erano ben diversi da quelli che conosciamo oggi. È sbagliato pensare che il loro modo di vivere le emozioni fosse uguale al nostro, come sottolinea Cairns (2008). In un contesto dove la mortalità era alta per molte ragioni, l’esperienza del lutto assumeva sfumature molto diverse rispetto a quelle moderne. Inoltre, la nostra conoscenza è spesso filtrata dai pregiudizi delle fonti antiche, che riflettono soprattutto il punto di vista di uomini ricchi, appartenenti all’élite e ben istruiti. Tuttavia, proprio come accade oggi, anche gli intellettuali dell’epoca cercarono di **definire il lutto e di esplorarne le molteplici sfumature**, offrendoci un’importante finestra sul mondo emotivo dell’antica Roma. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/lutto-antica-roma-1024x585.webp "lutto-antica-roma - Scripta Manent Italia") Le scuole filosofiche dell’antichità cercarono di proporre le proprie visioni sulle emozioni, ma il pensiero romano le reinterpretò, adattandole alla propria cultura. Tra le più influenti, gli **Stoici** e gli **Epicurei** ebbero un ruolo centrale a Roma: entrambe le correnti consideravano le passioni come potenzialmente pericolose, capaci di travolgere la natura umana e la razionalità. La filosofia, in questa prospettiva, veniva vista come uno strumento terapeutico per riequilibrare le emozioni (Gill 1997). Il lutto, sebbene non sempre definito come una passione autonoma, era spesso considerato una forma di dolore (aegritudo). Proprio in questa chiave, Cicerone descriveva il lutto come una delle emozioni più difficili da affrontare. Scriveva infatti: *“Ma l’aegritudo comporta cose peggiori: decadimento, tortura, tormento, ripugnanza. Lacera e divora l’anima, distruggendola completamente”* (Tusc. 3.27). Questo rifletteva la complessità e l’intensità con cui il lutto era vissuto nel mondo romano. Gli scrittori dell’epoca affrontavano spesso il tema del lutto e dei modi per alleviarlo, trattandolo con un **approccio filosofico c**he lo rendeva una questione centrale nella letteratura. Perdere una persona cara era considerato un dolore così intenso da essere paragonato a una malattia vera e propria. Cicerone stesso, dopo la morte della figlia, utilizzava frequentemente immagini mediche per descrivere il suo dolore: parlava di una **ferita aperta** (Att. 12.18.1), di **medicine da prendere** (Att. 12.21.5) e di **rimedi da cercare** (Att. 12.21.5). Questo approccio era condiviso anche da altri pensatori del tempo. Servio Sulpicio Rufo, in una lettera a Cicerone, temeva che il suo amico stesse affrontando il lutto come un cattivo medico (Fam. 4.5.5), incapace di curarsi adeguatamente. Seneca, invece, si descriveva spesso come un medico filosofico, somministrando rimedi per alleviare il dolore del lutto, paragonandolo a un paziente da curare (Helv. 2.2). Questi riferimenti sottolineano quanto fosse diffusa, nel mondo romano, l’idea che il dolore emotivo necessitasse di cure e fosse affrontato con la stessa serietà riservata alle malattie fisiche. Nella rappresentazione del lutto, le metafore militari erano largamente utilizzate. Il lutto veniva descritto come una battaglia da combattere, da cui bisognava uscire vittoriosi (ad esempio, Cicerone, *Att.* 12.15; Seneca, *Marc.* 1.5). Questi paragoni evidenziano due aspetti significativi: da un lato, il lutto era percepito come un **nemico da affrontare e sconfiggere**, quasi fosse una malattia o una debolezza di carattere; dall’altro, tali metafore sottolineano la consapevolezza del **potere devastante del dolore**, capace di debilitare anche gli uomini più forti. Alleviare il dolore del lutto, dunque, non era un compito semplice. La sua intensità spingeva persino i Romani, con tutta la loro enfasi sulla virtù e il controllo delle emozioni, a cercare aiuto, mostrando quanto fosse difficile convivere con una perdita così profonda. ## Il “codice d’onore” nel mostrare il dolore Si potrebbe pensare che la maggior parte delle persone nell’antica Roma affrontasse il lutto seguendo una prospettiva filosofica, ma non era così. Il lutto non riguardava solo le élite ma anche altre categorie sociali – donne, bambini, schiavi e poveri – che vivevano il dolore della perdita, lasciandoci tracce, seppur indirette, di come affrontassero il lutto, spesso in modi molto diversi. Gli intellettuali delle élite spesso **giudicavano severamente** il comportamento delle classi meno abbienti, criticando gesti considerati esagerati, lamenti rumorosi o lacrime percepite come false, che trasformavano il lutto in una sorta di spettacolo pubblico. Seneca, per esempio, sosteneva che un **“vero uomo”** dovesse mantenere il controllo delle emozioni e non piangere affatto (Ep. 63.13). D’altro canto, mostrare poca o nessuna emozione durante un funerale poteva essere interpretato come segno di mancanza di umanità o di un dolore non sincero (Petronio, *Sat.* 42; Svetonio, *Tib.* 52; Tacito, *Ann.* 3.2–3). In definitiva, il comportamento accettabile prevedeva che si potessero versare lacrime durante il funerale o nella riservatezza della propria casa, ma **non in altri contesti,** per non compromettere l’immagine di compostezza e dignità che la società romana si aspettava. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/famiglia-romana-lutto-1024x585.webp "famiglia-romana-lutto - Scripta Manent Italia") A contrastare l’ideale romano di autocontrollo ci pensò l’arte. Il lutto, infatti, fu una grande fonte di ispirazione, soprattutto nella **poesia e nel teatro**, dove la sofferenza veniva rappresentata in modo aperto, evocando empatia nel pubblico e, talvolta, esaltando il dolore stesso. Diversamente dalle opere filosofiche, quelle poetiche e teatrali – sebbene anch’esse scritte da uomini – dimostrarono che il lutto non doveva necessariamente essere controllato. Al contrario, veniva spesso presentato come un’emozione da vivere pienamente, senza reprimerla. Per molti Romani, però, nessuno dei due estremi era davvero adeguato. Il loro modo di affrontare il lutto oscillava tra la ricerca di **soluzioni pratiche e reazioni emotive** intense legate alla perdita, trovando un equilibrio tra il controllo e l’espressione del dolore (cf. Stroebe e Schut 1999). A questo punto, possiamo chiederci: le testimonianze che ci sono pervenute riflettono solo il cordoglio, inteso come esibizione e performance pubblica, o rappresentano anche il lutto autentico? Le prove disponibili sono spesso rappresentazioni stilizzate, o addirittura distorsioni, delle emozioni (Baltussen 2009, 357). Questo accade perché ciò che è sopravvissuto fino a noi era, in parte, pensato per essere mostrato e consumato dal pubblico dell’epoca. Ma molte di queste testimonianze sono così intrise di emozioni (o, al contrario, della loro negazione) che sarebbe riduttivo pensare che riflettano solo i Romani in lutto, escludendo chiunque altro. Al di là della ricerca di attenuare il dolore, offrire supporto nell’elaborazione del lutto e fornire consolazione era spesso una responsabilità condivisa a livello sociale. Anche se le rappresentazioni che ci sono pervenute possono apparire stilizzate, il dolore del lutto era una realtà profondamente riconosciuta e vissuta da tutti, rendendo chiaro quanto fosse universale l’esperienza della perdita. ## Cicerone: le prime settimane dopo il lutto Come abbiamo visto, Cicerone era un uomo dell’élite romana, un intellettuale fortemente influenzato dalla filosofia del suo tempo. Nelle lettere scritte dopo la morte di sua figlia Tullia, ci offre uno sguardo raro su cosa potesse essere un lutto autentico per un uomo del suo rango. Secondo Baltussen (2009; 2013b, 78), Cicerone soffrì di lutto acuto o patologico nelle **otto-dieci settimane** successive alla perdita, mentre Evans (2007) descrive questo periodo come un episodio di grave depressione. Dovremmo però essere cauti nell’applicare queste diagnosi moderne, poiché potrebbero suggerire che Cicerone fosse in qualche modo anormale o che il suo dolore fosse più intenso rispetto a quello vissuto da altri Romani in situazioni simili. Questo potrebbe essere vero, ma **mancano comparazioni adeguate** per poter stabilire se cio’ rispecchia o meno la sofferenza dei suoi pari di livello, o dell’uomo dell’epoca; nessun altro Romano ha documentato il proprio lutto in modo così dettagliato come fece lui, lasciandoci impossibilitati ad avere dei termini di paragone per capire cosa potesse essere estremo, meno estremo, normale o anormale. Inoltre, tali diagnosi rischiano di ignorare il contesto politico di cui Cicerone faceva parte. Bisogna tener presente che prima della morte di sua figlia, Cicerone era già un uomo turbato, la cui carriera era in crisi; il suo lutto per Tullia e il suo dolore furono emblematici per la decadenza della Repubblica. Piuttosto che esaminare minuziosamente Cicerone o analizzare la cronologia del suo lutto, proviamo a considerare cosa stesse facendo in quel periodo e cosa si aspettassero da lui. Non sto suggerendo che Cicerone stesse consapevolmente “elaborando il lutto”, piuttosto identificare ciò che nell’antica Roma veniva proposto per aiutare chi aveva subito un lutto. L’esperienza di Cicerone, dato il suo status e le sue inclinazioni intellettuali, potrebbe essere stata lontana da quella vissuta da un Romano medio, e anche il semplice atto di documentare il proprio lutto in modo così dettagliato era insolito. Le lettere di Cicerone, unite ad altre prove principalmente del primo periodo imperiale, ci permettono di individuare alcuni elementi che offrivano conforto ai lutti quali: i **rituali**, le **credenze** religiose e filosofiche, il **dovere** pubblico, le **reti** di supporto, la **letteratura** e la **memoria**. Questo elenco non è esaustivo e rimane orientato prettamente verso il maschio romano di élite, ma fornisce alcune intuizioni su come il lutto veniva gestito in quel periodo. Cicerone non rivelò nulla riguardo ai rituali funebri che circondarono la morte di Tullia, poiché la corrispondenza dettagliata con Attico iniziò alcune settimane dopo. Possiamo supporre che fossero stati seguiti i riti consueti: il corpo di Tullia potrebbe essere stato esposto per alcuni giorni, poi portato in processione funebre, con il feretro accompagnato da familiari, amici, musicisti e lamentatori a pagamento. Al cimitero, forse Cicerone stesso potrebbe aver pronunciato un elogio prima che venisse acceso il rogo funebre. Durante il funerale furono eseguiti probabilmente dei riti di purificazione, ripetuti nove giorni dopo la morte. Durante questo periodo, Cicerone avrebbe dovuto astenersi dagli affari pubblici, indossare abiti scuri e rimanere a casa. Cicerone non era un sostenitore di riti sontuosi o drammatici (Leg. 2.59; Tusc. 3.62). Per questo, è probabile che il funerale di Tullia sia stato sobrio, evitando dimostrazioni eccessivamente patetiche come lamenti rumorosi o lamentatori che si ferivano battendosi il petto, strappandosi i capelli e graffiandosi il volto. ## Cicerone: l’elaborazione nei mesi successivi È evidente che la conclusione dei rituali funebri formali **non segnò la fine del dolore di Cicerone**. Anche nove giorni dopo la morte di Tullia, egli non riprese le sue attività pubbliche. In sostanza, indipendentemente dal funerale di Tullia – che fosse stato sobrio o sontuoso – i soli rituali non furono sufficienti a placare il suo dolore. I rituali funebri mostrano lo status dei dolenti; i rituali consentono alle persone di dire addio ai morti e di rinegoziare il loro posto nella società. Sia il corpo che i dolenti possono essere considerati contaminati e pericolosi, e lo scopo dei rituali e’ quello di neutralizzare e controllare quei pericoli. I dolenti devono essere **purificati dal loro dolore,** poiché il loro stato emotivo è potenzialmente pericoloso e destabilizzante (O’Rourke 2007, 397). Dai rituali allora traggono benefici non solo i dolenti, ma anche la società e la comunità tutta. Nel mondo romano vi erano norme che regolavano **quanto dovesse durare il lutto** e che miravano a controllare alcune manifestazioni emotive (Leg. 2.59; Plutarco, Num. 12; Paolo, Sent. 1.21.2–5). Gli uomini, in particolare, dovevano riprendere rapidamente il lavoro e i doveri pubblici per garantire l’efficienza dello stato. Il lutto (gesti drammatici e l’uso di abiti funebri) era spesso considerato “un affare da donne.” I rituali funerari romani erano sia pratici che simbolici, ma consentivano anche il riconoscimento e l’espressione del dolore che doveva essere controllato e delimitato in un certo arco di tempo. La questione più complessa è capire se questi rituali fossero **emotivamente soddisfacenti per tutti**. Il rapporto tra il dolente e il defunto, così come l’età, il genere e lo status sociale, influenzavano profondamente il modo in cui ciascuno viveva il lutto e partecipava ai rituali. Durante i funerali, potevano essere coinvolti schiavi, impresari funebri e lamentatori a pagamento. L’uso di questi specialisti, che sembra essersi diffuso durante la tarda Repubblica e il primo periodo imperiale (Bodel 2004), contribuiva a creare una certa distanza emotiva tra il dolente e il defunto. Inoltre, prendersi cura dei morti e partecipare a manifestazioni pubbliche di lutto erano spesso considerati compiti riservati a donne di basso status sociale (Richlin 2001). I ruoli rituali prescritti potevano offrire conforto ai dolenti, dando loro una guida su cosa fare e come comportarsi. Adempiere alle aspettative sociali e personali di comportamento poteva aiutare a gestire il dolore. Tuttavia, non mancava la consapevolezza di una discrepanza tra i rituali, soprattutto nella loro componente teatrale, e la realtà emotiva. Spesso, questa discrepanza veniva usata per criticare persone di diversa classe sociale, genere o intelletto. Cicerone, ad esempio, osservò che i bambini allegri durante il lutto familiare venivano picchiati affinché versassero le lacrime attese (Tusc. 3.64). Luciano descrisse il lutto come teatrale e drammatico, sottolineandone l’inutilità pratica (*Luct.*). Marziale, invece, notò che chi soffre davvero lo fa in solitudine (1.33). ## Il lutto visto dalla società romana Nel mondo romano, vi era **scetticismo** verso alcune manifestazioni di lutto. Le espressioni emotive venivano spesso considerate false o inutili per chi soffriva davvero. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/lutto-senatore-romano-1024x585.webp "lutto-senatore-romano - Scripta Manent Italia") Tuttavia, esistono testimonianze che contraddicono questa visione, suggerendo che i rituali funebri fossero **fondamentali per l’espressione del dolore**. Stazio, ad esempio, descrisse comportamenti di lutto estremi senza considerarli falsi, ma autentiche e attese manifestazioni di amore e perdita. Nei riti per Priscilla, egli elogiò l’accumulo di incenso, il feretro riccamente decorato, la sepoltura elaborata e le lacrime del marito come espressioni adeguate (almeno in senso poetico) del lutto (Silv. 5.1.208–230). Anche la poesia sottolinea l’importanza di **completare i rituali,** soprattutto nei casi in cui questi venivano interrotti o non eseguiti correttamente. Ovidio, ad esempio, esprime il timore per riti incompleti (*Tr.* 3.3.37–46). Lucano descrisse la tragedia della vedova di Pompeo, privata del corpo del marito, il cui cadavere fu abbandonato su una costa straniera dopo l’assassinio (*Phars.* 8.739–742). Questi racconti non solo esplorano le conseguenze del mancato rispetto delle esequie, ma evidenziano il ruolo centrale dei rituali nel processo di elaborazione del lutto. Non avere un corpo su cui piangere era una fonte di ulteriore sofferenza: poter dire addio era essenziale per chi viveva il dolore della perdita. Le festività annuali come i Parentalia e i Rosalia **fornivano rituali continui,** con visite alle tombe, cure per i defunti e dei loro ricordi. Vi era anche spazio per approcci più personalizzati e ritualizzati. Cicerone progettava di **costruire un santuario per Tullia**; non era chiaro quale potesse essere lo scopo di tale santuario, ma è probabile che Cicerone immaginasse di visitarlo regolarmente. Dopo il funerale, le routine quotidiane potevano essere riadattate: alcuni spazi e modi di fare erano evidenziati dall’assenza del defunto; anche gli oggetti e le immagini assumevano nuovi significati come punto focale per il rituale. L’imperatore **Augusto**, secondo quanto riferito, baciava regolarmente una statua del nipote morto (Svetonio, *Cal.* 7). Simili gesti di commemorazione erano comuni: alcune persone parlavano alle immagini dei defunti, le decoravano o conservavano gioielli e cimeli preziosi appartenuti a loro (Hope 2011a). Anche Cicerone, dopo la morte di sua figlia Tullia, reagì al dolore modificando le proprie abitudini. Evitò inizialmente di recarsi a Roma e nella villa dove Tullia era morta, dimostrando quanto fosse difficile affrontare quei luoghi carichi di ricordi. Con il tempo, tuttavia, accettò di farvi ritorno (Att. 12.45; 12.46). La performance pubblica del lutto, che questi rituali potevano comportare, non era richiesta a tutti, infatti per alcuni sembrava irrilevante tanto da essere, o sentirsi, esonerati dal farlo; ma per altri era importante e genuina. I rituali permettevano ai dolenti di esprimere il dispiacere in una maniera accettata e organizzata, sebbene i rituali variassero tra i vari sessi e ceti sociali. Dopo il funerale, sia i morti che le loro tombe non venivano dimenticati; anzi i legami con i defunti potevano essere mantenuti vivi attraverso rituali pubblici e privati. ## L’aldilà per gli antichi romani Le credenze religiose e filosofiche nell’antica Roma potevano essere variabili e molto personali. In base a ciò che accadeva ai morti, si adottavano diverse opzioni: dalla concezione della morte come **annientamento**, all’idea di una **continua esistenza** dei defunti in un mondo ultraterreno (come lo definiremmo oggi). E’ difficile stabilire cosa credeva la maggior parte delle persone. In ogni epitaffio venivano espresse diverse opinioni; alcuni trovavano conforto nelle idee di continuità, vita dopo la morte e speranza di riunione (ad esempio, CIL 11.6435), mentre altri vedevano la morte come la fine di tutto: “Non ero, ero, non sono, non mi importa” (CIL 13.530). La maggior parte degli epitaffi, oltre alla formula generica di apertura Dis Manibus (“agli spiriti dei defunti”), non faceva chiarezza sul fatto se il defunto o i suoi dolenti credessero nell’aldilà o nell’immortalità dell’anima. Cicerone stesso, nelle lettere scritte dopo la morte di Tullia, fece pochi riferimenti alla religione. In alcuni casi, i suoi scritti presentavano prospettive divergenti: promuovendo un regno celeste per i grandi e i virtuosi (Rep. 6.13), immaginando i nemici di Roma all’inferno (Phil. 14.32) o negando del tutto l’esistenza dell’Ade (Tusc. 1.10). Ognuna di queste opzioni aveva uno scopo specifico in un contesto letterario particolare, tanto che nessuna di esse rappresentava, per forza, le opinioni personali di Cicerone. Alla morte di Tullia, Cicerone lottava con la mortalità di sua figlia e lo scopo della sua morte, come dimostra la sua determinazione a costruire un santuario. Sostanzialmente era come se Cicerone volesse conferire a sua figlia uno status divino, ma tale divinizzazione di un mortale era insolita e una novita’ per quell’epoca. Poco dopo che Cicerone scrisse le sue lettere su questo argomento, Giulio Cesare, assassinato, venne dichiarato dio, e nel secolo successivo ci fu una crescente tendenza a fondere il mortale e il divino nella commemorazione funeraria (Wrede 1981; Cole 2014). Ad affiancare la religione, c’erano anche i **principi filosofici.** Anche in questo caso, come per la religione, vi poteva essere una stretta adesione a determinate scuole di pensiero (ad esempio, stoica, scettica, epicurea), oppure un approccio filosofico più eclettico, cosi’ com’e’ riscontrabile negli stessi scritti di Cicerone. L’atteggiamento filosofico era generalmente quello di **moderazione nell’espressione del dolore**, offrendo al tempo stesso consigli per razionalizzare e quindi controllare il lutto. Scrivendo a Tizio dopo la morte dei suoi figli (e pochi mesi prima della morte di Tullia), Cicerone utilizzò alcuni dei principali argomenti filosofici: la morte colpisce tutti gli uomini, la morte non è un male e il tempo guarisce (Fam. 5.16; cf. Tusc. 3.77). Nella sua personale esperienza di lutto, Cicerone si trovò in difficoltà con alcuni degli insegnamenti filosofici del suo tempo, tanto da affermare che nulla poteva consolarlo, ma è altrettanto chiaro che lesse e studiò ampiamente ciò che la filosofia dell’epoca consigliava a riguardo. Cicerone sottolineava di non andare oltre ciò che i migliori maestri consigliavano nel suo dolore e che stava provando i rimedi prescritti (Att. 12.21.5). Gli aspetti specifici della filosofia forse non offrirono la terapia immediata che Cicerone si aspettava, ma l’approccio filosofico gli fornì occupazione dandogli modo di distrarsi. Più di un anno dopo la morte di Tullia, Cicerone espresse la sua **gratitudine alla filosofia** per averlo distratto dall’ansia e per avergli fornito un’armatura contro le avversità (Fam. 12.23.4). Ovviamente anche altri, oltre Cicerone, trovarono difficile accettare nella sua interezza la risposta filosofica alla morte. Nel I secolo d.C., Stazio inveì contro coloro che cercavano di porre limiti al lutto, *“che \[osano\] decretare una legge per il pianto o fissare i confini del dolore”* (Silv. 5.5.60–61; vedi Markus 2004). Tacito considerava **l’autocontrollo maschile** forzato come un’esibizione di coraggio; poteva essere dimostrativo quanto le lacrime e i lamenti femminili (Agr. 29.1). Tuttavia, massime di senso comune ricavate proprio dalla filosofia, come “i morti non soffrono” e “il tempo guarisce”, venivano spesso citate. Nel lutto, molte persone trovavano conforto nelle proprie “credenze,” che fossero filosofiche o religiose, poiché queste fornivano spiegazioni sul destino dei morti e anche una guida pratica e spirituale su come convivere con il dolore. La religione poteva anche promuovere legami continui con i defunti, se non attraverso la speranza di una riunione, almeno tramite rituali regolari (come già detto), che davano ai morti un posto nella vita dei vivi. ## Il dovere pubblico nel lutto Cicerone sottolineava, attraverso la propria assenza, che mantenersi occupati, specialmente nel servizio pubblico, era un metodo consolidato per alleviare il dolore. Il servizio allo stato doveva essere prioritario e poteva richiedere la soppressione delle già citate emozioni. In termini di occupazione, Cicerone non fece nulla, o almeno questo era ciò di cui i suoi amici lo accusavano, ritirandosi da Roma e allontanandosi dalla vita politica (ad esempio, Fam. 5.14.1–2). Il fatto che l’assenza di Cicerone fosse problematica è suggerito dal fatto che egli dichiarava di essere malato ed era disposto a giurarlo (Att. 12.13.2); il dolore da solo non era una scusa sufficiente per mancare a determinati doveri. L’ideale maschile di comportamento durante il lutto prevedeva che si andasse avanti, mantenendo il controllo o mascherando il dolore, come gli fu suggerito a Cicerone e suggeri’ a sua volta (Fam. 5.16.5; Att. 12.20.1; 12.23.1). ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/magistrato-romano-lutto-1024x585.webp "magistrato-romano-lutto - Scripta Manent Italia") Esistevano molti esempi di uomini repubblicani stimati che, almeno in pubblico, non versavano una lacrima. Giulio Cesare, dopo la morte di sua figlia, ad esempio, tornò a comandare le sue truppe nel giro di pochi giorni (Seneca, Marc. 14.3). Cicerone era consapevole del potere di questi paradigmi e, nelle sue lettere ad Attico, chiedeva dettagli sui lutti altrui, con lo scopo di potersi consolare (Att. 12.20.2; 12.22.2; 12.24.2). Scrivendo a Bruto dopo la morte della moglie, Cicerone osservava: *“La moderazione nel lutto, che è utile per gli altri uomini, è per te una necessità”* (Ad Brut. 18 \[I.9\].2 \[= 19 (I.9).2 in Williams e Cary 1927–1929\]). Mantenersi occupati e svolgere i propri doveri pubblici era anche fonte di distrazione utile, qualcosa che poteva aiutare nel processo di guarigione. Tacito descrisse la guerra contro i Britanni come il rimedio utilizzato dal suocero Agricola dopo la morte di un figlio giovane (Agr. 29.1). Agricola andò avanti, anche se guarire il suo dolore significava potenzialmente infliggerlo ad altri. **Fare ciò che era familiare e la quotidianita**’ poteva rassicurare i dolenti che dovevano affrontare un’esperienza di morte. La maggior parte delle persone non erano generali né ricoprivano incarichi pubblici, ma si promuoveva comunque l’idea che la routine e i ruoli consueti fossero un ottimo rimedio sia per distrarre dal dolore che alleviarlo. Seneca suggerì che era quando i dolenti erano a casa (domum) e soli, piuttosto che occupati al lavoro, che il dolore poteva insinuarsi (Polyb. 8.1). Per Cicerone, la situazione che stava vivendo gli rese inizialmente difficile la possibilità di prender parte attivamente alla vita pubblica. Non poteva diventare un paradigma di moderazione del lutto e trovare conforto nell’ammirazione per questa performance pubblica (Wilcox 2005a), anche se alla fine i suoi scritti avrebbero parzialmente compiuto questo ruolo. In una risposta a una lettera ricevuta da Servio Sulpicio Rufo, Cicerone stesso notò sia l’importanza del dovere pubblico che il vivere, contemporaneamente, i mali pubblici e quelli privati, mettendo in risalto la dipendenza sia della casa che del forum: *“perciò evito sia la casa sia il forum, perché la casa non può più confortare il dolore che gli affari pubblici mi causano, né gli affari pubblici possono confortare il dolore che soffro in casa”* (Fam. 4.6.2). In sostanza, Cicerone si comportava in modo non virile nel suo lutto, perché non adempiva piu’ alle consuete occupazioni aristocratiche: insomma distrazioni che gli avrebbero impedito sia la manifestazione pubblica del dolore che la distrazione dal colpo subito (vedi anche Att. 12.21.5; 12.23.1). Nel suo isolarsi, Cicerone forse previde una sfida all’esaltazione del dovere pubblico. Sotto il dominio degli imperatori, i modelli maschili da seguire provenivano proprio dalla famiglia imperiale stessa, quindi il vero valore degli altri uomini per quanto riguardava il servizio pubblico era messo in discussione. Trovare consolazione e distrazione **dedicandosi al servizio di Roma** poteva diventare un compito estremamente difficile per chi viveva un lutto profondo. Tuttavia, questo non significa che tutti gli uomini di élite affrontassero il dolore nello stesso modo in cui fece Cicerone. Gli ideali repubblicani di **autocontrollo e compostezza** venivano ancora celebrati, ma è possibile che durante questo periodo si fosse sviluppata una visione più sentimentale del valore della famiglia. Questo cambiamento potrebbe aver contribuito ad ammorbidire l’ideale maschile, riconoscendo un ruolo più centrale alle emozioni nei legami familiari (Dixon 1991; Bodel 1999; Hope 2011b, 111–115). L’idea di mantenersi **occupati**, indipendentemente dal ceto sociale o dal sesso, veniva ancora promossa, ma andare avanti con la vita poteva significare concentrarsi sia sulla famiglia che sulla carriera pubblica. Nella società romana, le persone erano ammirate per il loro altruismo e per la capacità di mettere i bisogni dello Stato e degli altri al di sopra del proprio dolore. Questo rifletteva l’idea che il lutto dovesse essere limitato nel tempo: in una società con un’elevata mortalità, come quella romana, era fondamentale concentrarsi sui vivi piuttosto che sui morti. Per chi ricopriva ruoli pubblici, questo atteggiamento era particolarmente importante. Il dovere e il lavoro non solo offrivano una distrazione preziosa per chi soffriva, ma contribuivano anche al benessere della società romana nel suo complesso, garantendo che il dolore personale non interferisse con le responsabilità collettive. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Gli aurighi nell'antica Roma. A metà tra stregoni e mercenari](https://scriptamanentitalia.it/aurighi-antica-roma/) **Published:** Gennaio 17, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il legame tra aurighi e magia](#Il_legame_tra_aurighi_e_magia) - [Gli aurighi come mercenari](#Gli_aurighi_come_mercenari) - [La magia nel mondo romano](#La_magia_nel_mondo_romano) - [Due esempi di accuse di magia](#Due_esempi_di_accuse_di_magia) *Di Parshia Lee-Stecum, Deputy Provost presso la Trobe University Traduzione e adattamento di Alfredo Barrella* Gli aurighi dell’antica Roma non erano solo conosciuti come abilissimi conducenti di carri, ma anche per la loro fama controversa. Alcuni di loro raggiunsero lo status di vere e proprie celebrità, ma erano spesso visti anche come figure rozze e brutali. Questo era dovuto non solo alla natura violenta delle gare, ma anche all’aggressività dei loro tifosi, che contribuiva a rafforzare questa immagine. La loro fama era ulteriormente complicata dal fatto che molti aurighi, pur essendo famosi, erano schiavi. Questo contrasto rendeva il loro ruolo ancora più affascinante ma anche inquietante agli occhi dei Romani. Gli aurighi erano inoltre associati a pratiche superstiziose. Sono state trovate numerose **defixiones**, ossia maledizioni scritte, legate al mondo delle corse dei carri. Questi rituali, utilizzati dai sostenitori delle varie squadre per danneggiare gli avversari, hanno contribuito a rendere l’immagine degli aurighi ancora più ambigua e sinistra. Le maledizioni legate agli aurighi sono tra i testi più violenti che ci siano pervenuti. Un esempio, trovato a Hadrumetum, invoca un demone affinché “*torturi e uccida*” (crucies occidas) i cavalli delle squadre avversarie. Non meno crudele è il desiderio di “*uccidere e distruggere*” (occidas collidas) gli stessi aurighi rivali (DT 286). In altre tavolette ritrovate nello stesso luogo si leggono frasi come: “*possa cadere, possa spezzarsi, possa essere fatto a pezzi*” (cadat frangat disfrangatur, DT 279), un’ulteriore dimostrazione della violenza verbale tipica dell’ambiente circense. A rafforzare l’idea del circo come luogo pericoloso è anche un passo di Cicerone, che descrive come “un auriga inesperto venga sbalzato dal carro, schiacciato, lacerato e ridotto a brandelli” (ut auriga indoctus e curru trahitur opteritur laniatur eliditur). ## Il legame tra aurighi e magia Fin dall’antichità, gli aurighi erano spesso associati alla magia. Nel IV secolo, lo storico Ammiano Marcellino li cita in relazione al *veneficium* (un termine che indicava pratiche magiche) in almeno tre episodi. In uno di questi (28.4.25), fa riferimento in generale alla classe degli aurighi. In un altro episodio, parla di un certo Auchenino, coinvolto in pratiche magiche insieme a quattro senatori (28.1.27). Infine, narra di un uomo di nome Ilarino, condannato per aver affidato il figlio a un mago (*veneficus*, 26.3.3). È interessante notare che in nessuno di questi casi il *veneficium* è esplicitamente collegato al circo, anche se, nel caso di Auchenino, questa possibilità non è del tutto esclusa. Più avanti, agli inizi del VI secolo, Cassiodoro rende ancora più esplicita la connessione tra aurighi e magia. Parlando di un auriga molto vittorioso, scrive: *“La frequenza delle sue vittorie faceva sì che fosse chiamato stregone. Quando non si può attribuire la vittoria al merito dei cavalli, si crede inevitabilmente che sia frutto di un inganno magico. Ma, tra gli aurighi, sembra quasi un onore essere accusati di tali crimini.* ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/aurighi-antica-roma2-1024x585.webp "aurighi-antica-roma2 - Scripta Manent Italia") Questo legame tra successo e magia rafforzava la fama ambigua degli aurighi, visti tanto come campioni quanto come figure sospette. Confrontando due testi del IV secolo, molto diversi tra loro, vorrei suggerire che queste associazioni (a prescindere dal fatto che fossero giustificate o meno) potrebbero essere state sfruttate dagli aurighi stessi. Il più recente dei due testi chiave che prendo in considerazione è un editto del *Codice Teodosiano*, successivamente incluso, circa un secolo dopo, anche nel *Codice Giustinianeo*. Sebbene la raccolta nota come *Codice Teodosiano* risalga al V secolo, questa contiene testi giuridici per lo più antecedenti. Il *Codice Teodosiano*, 9.16.11, risale all’agosto del 389 (= *Codice Giustinianeo*, 9.18.9): *«Gli imperatori Valentiniano, Teodosio e Arcadio Augusti ad Albino, prefetto della città. Chiunque venga a conoscenza, scopra o catturi una persona contaminata dalla macchia del maleficium, deve immediatamente consegnarla e presentarla agli occhi della legge e del popolo come un nemico comune della sicurezza.* *Se qualcuno tra gli aurighi, o comunque appartenente a qualsiasi altra categoria di persone, tenterà di violare questo divieto, o infliggerà punizioni segrete anche a un reo di pratica magica, non eviterà l’estrema pena, essendo (egli stesso) sospettato per un duplice motivo: o per aver sottratto un colpevole alla severità delle leggi e al dovuto processo, per evitare che ne rivelasse i complici, o per aver eliminato, sfruttando la scusa del reato di maleficium, un proprio nemico personale.».* In questo editto, gli aurighi sono menzionati insieme ad altre categorie di persone (*genera hominum*) in relazione al *maleficium* (magia). Tuttavia, non vengono descritti come semplici stregoni: anzi, sono indicati come esecutori di punizioni contro coloro accusati di praticare magia. Queste punizioni, però, sembrano aggirare i tribunali romani, privandoli del diritto di applicare le sanzioni previste dalla legge. Potremmo quindi trovarci di fronte a una forma di persecuzione contro presunti maghi, abbastanza frequente e grave da richiedere un intervento tramite editto imperiale. Ma perché proprio gli aurighi come “vigilanti”? Forse perché, con la loro fama di personaggi brutali, erano visti come i più adatti a guidare azioni violente e potenzialmente rivoluzionarie? L’editto stesso offre possibili spiegazioni. Potrebbe trattarsi di una scusa (*nomen vindictae*, “pretesto di vendetta”) usata dai vigilanti per coprire altre intenzioni: forse l’auriga eliminava testimoni scomodi o sfruttava l’accusa di magia per vendicarsi di nemici personali. Il riferimento specifico agli aurighi sembra rafforzare il legame tra il circo e il mondo del *veneficium*. Allo stesso tempo, richiama la loro fama di violenza impulsiva e inarrestabile, che li rendeva protagonisti ideali di episodi di giustizia sommaria o vendetta. ## Gli aurighi come mercenari Riguardo al secondo testo, sebbene sia stato scritto vicino al 389, rispetto al primo, descrive un periodo di circa vent’anni prima. In effetti, mentre questo passaggio della *Storia* di Ammiano Marcellino proviene dal libro 28, che tratta principalmente degli eventi degli anni 368–372, il contesto immediato è una lunga invettiva contro le varie depravazioni della *nobilitas* romana durante i mandati dei prefetti Olibrio e Ampelio (368–372). Tuttavia, come accade spesso nei passaggi moralistici, le censure di Ammiano potrebbero essere state percepite come applicabili in senso più ampio, e quindi non solo a quegli anni. Nel corso dell’elenco delle attività di vari membri dell’élite romana («alcuni facevano questo… altri facevano quello… altri ancora facevano altre cose…» e così via), gli aurighi fanno una breve apparizione. Il passaggio in questione recita: *«Un altro, se nota che il suo creditore è troppo insistente, si rivolge a un auriga che, pronto a osare qualsiasi cosa, fa in modo che il creditore venga accusato come veneficus. Quest’ultimo non può liberarsi da tale accusa finché non paga pesanti spese. Inoltre, l’accusatore imprigiona il debitore consenziente come se fosse una sua proprietà e non lo rilascia finché non riconosce formalmente il debito».* Questo episodio mostra come gli aurighi non fossero legati solo alla violenza del circo, ma potessero essere utilizzati per scopi ben più sinistri, come manipolare la giustizia a vantaggio di chi li assoldava. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/aurighi-mercenari-1024x585.webp "aurighi-mercenari - Scripta Manent Italia") In queste circostanze, gli aurighi assumono il ruolo di veri e propri mercenari, pronti a compiere azioni illegali in cambio di denaro. Questo tipo di comportamento non faceva che rafforzare la loro fama di individui pericolosi e senza scrupoli, temuti non solo per la loro abilità nelle corse, ma anche per la loro disponibilità a eseguire compiti violenti o illeciti nella vita quotidiana. In alcuni casi, invece di agire come vigilanti, gli aurighi avevano il compito di accusare di *veneficium* (magia) il creditore del loro padrone. Questo ricatto obbligava il creditore a cancellare il debito o, peggio, a contrarre un nuovo debito con il padrone dell’auriga o persino con l’auriga stesso, evitando così le gravi conseguenze legali di un’accusa di magia. Ma perché affidare proprio agli aurighi un compito simile? La risposta risiede nelle loro due caratteristiche distintive: la fama di violenza e il legame con la magia. Considerati criminali minacciosi e presumibilmente esperti di pratiche magiche, gli aurighi erano perfetti per intimidire e risultavano credibili come accusatori in casi di *veneficium*. Questa combinazione di violenza e superstizione li rendeva strumenti ideali per chi voleva piegare la legge ai propri interessi. Confrontando il *Codice Teodosiano* (9.16.11) con il racconto di Ammiano Marcellino (28.4.25), si possono intuire alcuni dettagli su come la magia fosse usata in questi contesti. Tuttavia, anche se potrebbe sembrare che l’editto del 389 risponda direttamente alle tattiche descritte da Ammiano per il periodo 368–372, non esiste una prova certa di una relazione diretta tra i due testi. È plausibile che il pretesto dell’azione vigilante fosse talvolta usato per coprire tentativi di ricatto falliti. In alcuni casi, i creditori potrebbero aver rifiutato di cedere alle minacce di un’accusa di *veneficium* (magia). A quel punto, l’auriga assoldato (o chi lo aveva incaricato) avrebbe potuto scegliere di eliminare il creditore, piuttosto che rischiare di esporre la falsità dell’accusa davanti a un tribunale, dove sarebbe stata facilmente smascherata. In simili circostanze, dichiarare che l’auriga stava “liberando la società” da un mago poteva servire come comoda copertura per un omicidio. Tuttavia, per quanto affascinante possa essere questo scenario, non possiamo considerarlo altro che una supposizione, basata sulla giustapposizione dei due testi e non su prove certe. ## La magia nel mondo romano Pertanto, l’esame congiunto di questi due testi suggerisce alcune riflessioni più generali su come la ‘magia’ potesse funzionare nel IV secolo. Essi potrebbero rappresentare alcune delle poche prove romane in cui la magia venga strumentalizzata in relazione alla reputazione personale. Se è vero che gli aurighi erano comunemente associati alla pratica magica, questa presunta competenza poteva conferire maggiore credibilità alle loro accuse di magia contro altri. In altre parole, magistrati e giurie romane potevano essere più inclini a credere agli aurighi su questioni legate alla magia, poiché si riteneva che avessero una conoscenza speciale di tali pratiche. Inoltre, essendo essi stessi sospettati di *veneficium*, l’accusa di complici nella pratica magica da parte di un auriga poteva avere un peso particolare. Gli aurighi (e coloro che li assoldavano per questi scopi) avrebbero dunque sfruttato la propria fama per perseguire fini oscuri, sebbene del tutto privi di magia reale. Da questo punto di vista, è interessante la relazione tra il successo e la reputazione di essere un ‘mago’ (*maleficus*) che Cassiodoro identifica poco più di un secolo dopo: una tale reputazione era in realtà vista come qualcosa di positivo (*magnum praeconium*, ‘un grande elogio’) per via della sua associazione con la vittoria, riflettendo così l’abilità e il potere dell’auriga in pista. Non è forse così incongruo che una reputazione così potente potesse essere utilizzata per esercitare potere in altri ambiti. Tuttavia, il rovescio della medaglia di una simile tattica, come dimostra il testo del *Codice Teodosiano*, era che il tentativo di sfruttare la propria fama di mago poteva ritorcersi contro chi la sfruttava per scopi personali, confermando così i pregiudizi generali sul suo *genus hominum* (‘tipo sociale’). Ciò, come abbiamo visto, viene esplicitato dalla minaccia secondo cui gli aurighi, o altri che accusassero le proprie vittime di essere *malefici*, sarebbero stati essi stessi sospettati di complicità nello stesso crimine. Anche senza l’editto, il rischio di incriminarsi accusando altri appare evidente. Se il bluff fosse stato smascherato, un ricattatore avrebbe potuto esitare prima di portare avanti l’accusa pretestuosa. Manovre di questo tipo erano estremamente rischiose, ma bisogna ricordare che un altro elemento cruciale nella scelta degli aurighi per un compito del genere era la loro fama di violenza, inclusa la loro propensione ad affrontare conseguenze violente. Questo aspetto era almeno tanto importante quanto la loro associazione con la magia, poiché la vittima sapeva che gli aurighi non avrebbero esitato ad agire in modo precipitoso qualora la situazione fosse degenerata. Se l’associazione con la magia riesce a suggerirci qualcosa su ciò che gli aurighi stavano facendo in questo contesto, tali personaggi potrebbero offrirci indizi anche sui significati e gli usi della magia nella cultura romana. La maggior parte degli aurighi, come la maggior parte dei gladiatori, aveva lo status di schiavo. Tuttavia, potevano aspirare a una forma di status sociale elevato, come dimostra l’ammirazione che alcuni di loro sembrano aver ricevuto persino da membri dell’élite romana. Sembrano certamente aver ottenuto un certo grado di indipendenza sociale e persino ricchezza, condizioni raramente riscontrabili tra gli schiavi. Questa combinazione di due ambiti sociali apparentemente incompatibili – la condizione di schiavo e lo status di celebrità benestante – sfuma i confini sociali tradizionali di Roma. Come osserva J. P. Toner: *«Aurighi, gladiatori, attori vennero a rappresentare una nuova classe elitaria nell’immaginario popolare. Queste icone divennero potenti forze trasversali della società; erano gli assi attorno ai quali ruotavano i conflitti, e furono loro a cui i Romani si rivolsero per risolvere le loro dispute. Si creò una nuova interfaccia tra l’élite tradizionale e il popolo, ma ciò suscitò anche preoccupazioni morali su cosa significasse per le identità tradizionali un tale indebolimento dei confini sociali».* Questo aspetto dunque è indicativo di come la percezione della magia funzioni nella società romana. Alcuni storici della magia infatti hanno sostenuto che essa diventa operativa proprio quando si percepisce che tali confini sociali stiano per crollare. Così la magia acquista almeno due funzioni peculiari: 1) essa agisce come un segnale di allarme riguardo al possibile crollo di tali confini; 2) serve come strumento per affermare, riaffermare o stabilizzare quei confini, evidenziando una trasgressione. Segnalare qualcosa come inaccettabile aiuta a definire ciò che è accettabile e a controllarlo. La magia, a questo punto, fa da sfondo ad una contesa, e può quindi essere impiegata come arma in tale conflitto. È una possibile manovra nel dibattito su ciò che è socialmente legittimo o illegittimo. La vittoria in un simile conflitto può, ovviamente, avere conseguenze molto pratiche, come liberarsi dei propri creditori o eliminare altri nemici; tuttavia, sebbene la disputa possa sfociare in un contenzioso legale, il conflitto in sé può sempre trasformarsi in qualcosa di più grande. In verità, gli aurighi non rappresentano l’unico esempio di questa ‘trasgressione legata’ all’etichetta di ‘mago’. Due tra i più noti casi di accuse di magia nell’antica Roma, separati da oltre trecento anni, illustrano bene questo concetto. ## Due esempi di accuse di magia Il processo a Gaio Furio Cresimo, riportato da Plinio il Vecchio (*Storia Naturale* 18.8.41–43), risale al II secolo a.C., probabilmente intorno al 190 a.C. Cresimo, un contadino proprietario di un piccolo appezzamento di terra, viene accusato di *veneficium* dai suoi vicini, che vedono il suo successo economico crescere mentre le loro più ampie proprietà non producono altrettanta prosperità. L’episodio, così come riportato da Plinio, offre proprio quegli elementi che gli studiosi associano alle accuse di magia nel mondo antico. Per esempio, l’accusa contro Cresimo avviene in un contesto di competizione: accusare di magia è un mezzo semplice per attaccare un rivale più prospero che, altrimenti, non offre alcun motivo apparente per essere accusato. Fritz Graf ha sottolineato un ulteriore aspetto: lo status di Cresimo come liberto, un elemento che Plinio evidenzia chiaramente (*C. Furius Cresimus e servitute liberatus*, «Gaio Furio Cresimo, liberato dalla schiavitù»). In quanto tale, Cresimo è un ‘impostore’ agli occhi dei suoi vicini: che un liberto riesca a ottenere maggiore successo e ricchezza rispetto ai suoi vicini nati liberi rappresenta una sovversione dei tradizionali confini e gerarchie sociali, una sorta di ‘rovesciamento del divario originario’, come lo definisce Graf; ciò alimenta l’accusa di magia. Il secondo esempio, ancor più noto, è il processo di Apuleio per magia, che si svolse nella città di Sabrata, in Nord Africa, intorno al 160 d.C. Il filosofo fu accusato di aver utilizzato la magia per sedurre una ricca vedova, Pudentilla. Dal punto di vista della comunità locale di Oea, città natale di Pudentilla, ed in particolare agli occhi dei suoi accusatori, Emiliano ed Erennio, membri della famiglia della vedova, Apuleio era un estraneo: sebbene quest’ultimo fosse nato in Nord Africa, aveva comunque studiato ad Atene e a Roma, e, pertanto, era un prodotto della cultura urbana dell’Impero romano. Anche in questo caso quindi, colui che attira l’accusa di magia è un outsider che minaccia di sovvertire le strutture tradizionali della comunità e della famiglia, incluse «le aspettative riguardanti l’eredità»: Apuleio ottiene una ricchezza e uno status percepiti come inappropriati per una figura del genere. Come in questi casi individuali, anche gli aurighi potevano essere percepiti come aspiranti a un potere sociale che non apparteneva loro per tradizione. La ‘magia’ diventa così uno strumento per esprimere, evidenziare e potenzialmente demonizzare la trasgressione e l’illegittimità associate a tali figure. In un simile contesto, la giustapposizione dei due testi analizzati potrebbe suggerire che gli aurighi coinvolti stessero cercando di trasformare una loro vulnerabilità in una possibile forza. La loro ambigua posizione sociale era probabilmente proprio il tipo di condizione in grado di attrarre la percezione o l’accusa di magia, con conseguenze potenzialmente spiacevoli per chi veniva così etichettato. Ma tale ambiguità offriva anche un potere che, a quanto sembra, alcuni aurighi romani riuscirono a sfruttare; un potere del tutto indipendente da eventuali attività rituali che potessero praticare o meno, scaturito dalla loro posizione sociale ambigua e dal ruolo della magia che veniva percepita, nella cultura romana, come vero e proprio distintivo sociale. insomma: gli aurighi romani avevano una pessima ma importante reputazione, e alcuni di loro non esitavano a sfruttarla. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Portus: il porto di Roma antica che fece grande l'impero](https://scriptamanentitalia.it/portus-il-porto-di-roma-antica-che-fece-grande-limpero/) **Published:** Gennaio 9, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Portus: il porto che cambiò la storia di Roma](#Portus_il_porto_che_cambio_la_storia_di_Roma) - [Da Ostia a Puteoli: le soluzioni provvisorie per un impero in espansione](#Da_Ostia_a_Puteoli_le_soluzioni_provvisorie_per_un_impero_in_espansione) - [L’imperatore Claudio e la nascita del grande porto artificiale](#Limperatore_Claudio_e_la_nascita_del_grande_porto_artificiale) - [Traiano e l’evoluzione di Portus: il bacino esagonale](#Traiano_e_levoluzione_di_Portus_il_bacino_esagonale) - [Un sistema complesso e una rete commerciale senza eguali](#Un_sistema_complesso_e_una_rete_commerciale_senza_eguali) *A cura di: Fabio Saverio Gatto* Vi siete mai chiesti quante volte un passeggero di una qualsiasi compagnia aerea si sia trovato a transitare o anche solo a sorvolare uno degli aeroporti più trafficati d’Europa? Probabilmente almeno una volta nella vita! Fiumicino, l’aeroporto principale di Roma, è una delle strutture aeroportuali più importanti d’Italia, se non addirittura la più grande. Non c’è dubbio: il compito di un’infrastruttura simile è quello di alimentare l’economia di una città e di un intero Paese, sostenendo un flusso continuo di pendolari, turisti e, soprattutto, di merci. A questo punto potreste chiedervi: “E che c’entra questo aeroporto con la storia di Roma, la città eterna?” Ebbene, sebbene abbiano scopi molto diversi, c’è qualcosa che li accomuna: oltre alla radice del nome – “porto” – condividono il luogo e la funzione di punto nevralgico per i trasporti. ## Portus: il porto che cambiò la storia di Roma A circa venti miglia a sud-ovest di Roma, immerso nella campagna romana e a poca distanza dall’attuale aeroporto di Fiumicino, si nasconde quello che, con buona ragione, può essere considerato uno dei più grandi capolavori dell’ingegneria dell’antica Roma: Portus. Oggi, purtroppo, il porto è quasi interamente insabbiato, ma al culmine del suo splendore era il principale snodo marittimo della città eterna, accogliendo ogni anno migliaia di navi, proprio come l’aeroporto accoglie oggi milioni di passeggeri e merci. Portus era il cuore pulsante della logistica romana: qui si importavano, stoccavano e distribuivano beni essenziali, soprattutto il grano, risorsa vitale per mantenere stabile l’economia e la vita quotidiana di Roma e del suo vasto impero. L’archeologo Simon Keay riassume bene l’importanza del sito affermando: “Perché Roma potesse funzionare a pieno regime, Portus doveva funzionare a pieno regime” e aggiunge: “*Le sorti della città sono indissolubilmente legate a quelle del porto. È difficile sopravvalutarne l’importanza.”* Sin dai suoi albori, Roma avvertì l’esigenza di dotarsi di un porto efficiente in acque profonde, e Portus rappresentò la soluzione più grandiosa, realizzata grazie all’ingegno e alla tenacia dei Romani, che scavarono direttamente nel terreno per costruirlo. Per lungo tempo il sito non ha ricevuto la giusta attenzione da parte degli archeologi, ma negli ultimi quindici anni è finalmente diventato il fulcro di un ambizioso progetto di ricerca, volto a riscoprire non solo l’imponenza di Portus, ma anche il suo stretto legame con Roma e il ruolo cruciale che ebbe come nodo nevralgico del sistema portuale mediterraneo. Attualmente, il Portus Project è diretto da Simon Keay, docente dell’Università di Southampton, che guida il progetto ormai da cinque anni. Tuttavia, Keay conduce ricerche sul campo nell’area fin dalla fine degli anni ’90, collaborando con un team internazionale che si occupa di studiare le origini del porto – risalenti al I secolo d.C. – la sua crescita come **principale hub commerciale di Roma** e le complesse interazioni tra il porto, la città e il Mediterraneo romano. Una delle principali difficoltà affrontate dal team di ricerca riguarda non solo l’enorme estensione del sito, ma anche la sua straordinaria complessità. Portus, infatti, non era solo un semplice porto, ma una vera e propria cittadella dotata di tutte le infrastrutture necessarie: **due grandi bacini artificiali, templi, edifici amministrativi, magazzini, canali e una rete stradale ben sviluppata**. L’obiettivo degli archeologi è quello di decifrare il funzionamento dell’intero complesso studiando un’area chiave situata al centro del porto, che potrebbe offrire indizi cruciali sulla sua organizzazione e operatività. Le ricerche condotte finora ci mostrano come la realizzazione di Portus sia stata fondamentale per consentire a Roma di evolversi nella potenza che oggi conosciamo. Ma cosa spinse i Romani a dedicare risorse e ingenti somme di denaro alla costruzione di un’opera così imponente? All’alba del I secolo d.C., poco prima della costruzione di Portus, il dominio di Roma si estendeva dalla penisola iberica al Vicino Oriente, inglobando tutte le terre costiere che si affacciavano sul Mar Mediterraneo. Per i Romani, il Mediterraneo era così fondamentale da essere soprannominato Mare Nostrum, ovvero “il nostro mare”. Tuttavia, la **posizione geografica di Roma rappresentava un ostacolo importante**: trovandosi a quasi venti miglia nell’entroterra, la città mancava di un porto marittimo adeguato nelle immediate vicinanze, un problema che aveva già causato disagi e difficoltà nel corso del millennio precedente. La crescita di Roma, infatti, era strettamente legata alla sua capacità di inserirsi nelle reti commerciali italiane e mediterranee in continua espansione. Con l’aumentare del territorio e della popolazione, Roma si trovò sempre più dipendente dalle risorse esterne per mantenere il suo fabbisogno alimentare. Il paradosso, però, era evidente: la grandezza e il potenziale della città sembravano sempre strettamente legati – e al tempo stesso limitati – dalle sue capacità portuali. ## **Da Ostia a Puteoli: le soluzioni provvisorie per un impero in espansione** Durante la prima metà del I millennio a.C., il primo insediamento romano si serviva di un piccolo porto fluviale naturale situato ai piedi dei colli Capitolino, Palatino e Aventino. Conosciuto come **Forum Boarium** e **Portus Tiberinus,** questo porto si trovava all’incrocio di due antiche rotte commerciali italiche, diventando fin da subito un punto nevralgico per l’approvvigionamento, la comunicazione e la redistribuzione delle merci. I reperti archeologici rinvenuti in quest’area, tra i più antichi mai scoperti a Roma, rivelano che già in questa fase iniziale la città **intratteneva scambi con viaggiatori stranieri** e importava beni da tutto il Mediterraneo. Entro il IV secolo a.C., però, Roma si espanse oltre il sito originario dei sette colli, estendendo il suo controllo sull’Italia centrale e superando così i limiti operativi del piccolo porto fluviale. Sebbene il Tevere collegasse la città al mare, il fiume non era navigabile in sicurezza da grandi imbarcazioni o navi marittime, rendendo necessario lo sviluppo di una soluzione portuale più efficiente. Nel 386 a.C., Roma cercò di risolvere il problema fondando la colonia di Ostia presso la foce del Tevere, a circa venti miglia dalla città. L’obiettivo era duplice: garantire un approvvigionamento più efficiente di grano e altri beni essenziali per una **popolazione in rapida crescita** e migliorare i collegamenti con il Mediterraneo. Nel corso del tempo, Ostia divenne una città di grande importanza e svolse un ruolo chiave nel sistema portuale dell’epoca imperiale. Tuttavia, non fu mai sufficiente come unico porto di Roma. Nonostante la sua vicinanza al mare, presentava alcune limitazioni geografiche che ne ostacolavano l’efficienza. Come sottolinea Simon Keay: *“Ostia non poteva gestire un numero massiccio di navi. È un porto fluviale, e il fiume stesso non è adatto: straripa, la foce è pericolosa e il fondale non è abbastanza profondo.*” Insomma, la mancanza di un porto marittimo in acque profonde continuava a limitare Roma, spingendo i Romani a volgere lo sguardo verso sud. Entro il II secolo a.C., la Repubblica Romana controllava gran parte della penisola italiana, oltre a territori in Iberia, Grecia e Nord Africa. Le navi romane erano diventate **più grandi e capaci di navigare su rotte più lunghe** e con maggiore frequenza. Tuttavia, il vecchio sistema portuale, basato sul porto fluviale di Roma, il Portus Tiberinus, e sul porto di Ostia, non era più sufficiente a sostenere una rete commerciale ormai estesa a tutto il Mediterraneo. La ricerca di una soluzione portò alla **fondazione di Puteoli** (l’attuale Pozzuoli), nel golfo di Napoli, che divenne il primo grande porto naturale marittimo dei Romani. Finalmente, la Repubblica disponeva di una struttura in grado di **accogliere navi di qualsiasi dimensione** e di gestire un traffico commerciale in continua crescita. Per oltre duecento anni, Puteoli fu il principale porto della Repubblica Romana. Tuttavia, nel tempo emersero delle criticità: il più grande porto commerciale di Roma si trovava a oltre cento miglia di distanza dalla capitale. Le merci trasportate da grandi navi dovevano essere scaricate nel golfo di Napoli e poi trasferite a Roma via terra, oppure caricate su imbarcazioni più piccole che percorrevano la costa fino a Ostia, affrontando un viaggio di tre giorni. Come spiega Simon Keay: “*I Romani se ne resero conto e iniziarono a considerare l’idea di costruire un porto più vicino a Roma, un ancoraggio che potesse velocizzare l’intero processo e renderlo più efficiente.”* All’inizio dell’impero, alla fine del I secolo a.C., la popolazione di Roma e dei suoi dintorni aveva superato abbondantemente il milione di abitanti e la mancanza di un porto marittimo nelle vicinanze stava rendendo quasi impossibile il rifornimento della città. Ormai il dominio di Roma si estendeva da un’estremità all’altra del Mediterraneo, e le risorse provenienti da ogni regione affluivano verso la capitale. Olio d’oliva, vino, garum – una popolare salsa di pesce – schiavi e materiali da costruzione arrivavano da territori come la Spagna, la Gallia, il Nord Africa e il Vicino Oriente. Con l’aumento della popolazione, una delle principali responsabilità dell’imperatore era **garantire un flusso continuo e sicuro di grano verso la città.** I cereali erano diventati il pilastro dell’alimentazione romana, consumati principalmente sotto forma di pane o polenta. Si stima che un cittadino romano adulto arrivasse a consumare fino a 270 chili di grano all’anno. Con una popolazione così vasta, Roma aveva bisogno di stoccare annualmente circa **300.000 tonnellate di grano**. Nel corso della storia, le carenze nell’approvvigionamento di questa risorsa essenziale provocarono numerose rivolte popolari. L’approvvigionamento era spesso compromesso da tempeste e condizioni meteorologiche avverse che causavano il naufragio delle navi cariche di grano. Ogni ritardo o perdita del carico poteva rapidamente tradursi in disordini civili. A partire dal II secolo a.C., il governo romano adottò un approccio sempre **più attivo nella gestione della fornitura di grano,** regolando e sovvenzionando il prezzo per garantirne l’accesso alle masse. Durante il periodo augusteo, l’imperatore distribuiva fino a **225 chili di grano per persona** a circa 250.000 famiglie, comprendendo che la stabilità di Roma dipendeva dalla capacità di mantenere ben nutrita la popolazione. Già nel I secolo d.C., però, la produzione agricola italiana non era più sufficiente a sostenere una città in costante crescita. Per far fronte alla domanda, Roma iniziò a sfruttare le sue nuove province più fertili, in particolare il Nord Africa e l’Egitto, che divennero ben presto i principali fornitori di grano per l’Urbe. Con un migliaio di grandi navi costantemente in navigazione, capaci di trasportare oltre 100 tonnellate ciascuna, e con un trasporto marittimo circa 40 volte più economico di quello terrestre, Roma aveva ormai un disperato bisogno di un porto in acque profonde, situato il più vicino possibile alla città. ## **L’imperatore Claudio e la nascita del grande porto artificiale** Fu l’imperatore **Claudio** a rendersi conto che era giunto il momento di costruire un porto artificiale sufficientemente grande da soddisfare le esigenze di una metropoli in continua espansione. Proprio in questo periodo l’ingegneria romana dimostrò il suo **straordinario potenziale**: Portus venne costruito da zero, a un paio di miglia a nord di Ostia, lungo una fascia costiera del Mediterraneo, vicino alla foce del Tevere. Questo nuovo porto divenne il fulcro del sistema portuale imperiale, permettendo a Roma di essere rifornita in modo continuo ed efficiente per i successivi quattro secoli. L’enorme progetto ingegneristico di Portus fu avviato dall’imperatore Claudio intorno al 46 d.C. e richiese quasi vent’anni per essere completato. All’epoca, si trattò della **più imponente opera pubblica mai realizzata.** Il cuore del progetto era un vasto **bacino artificiale di circa 200 ettari,** scavato tra le dune costiere. Per proteggerlo dalle insidie del mare aperto, vennero costruiti due grandi moli, o frangiflutti, che si estendevano a breve distanza dalla foce. Tra di essi sorgeva una piccola isola su cui venne eretto un faro, indispensabile per guidare le navi in avvicinamento. Con una profondità di sei metri, il bacino claudiano era abbastanza spazioso e sicuro da accogliere grandi imbarcazioni marittime, capaci di trasportare fino a 500 tonnellate di merci. Fin dall’inizio della costruzione, il progetto prevedeva anche altre infrastrutture essenziali, tra cui un porto interno più piccolo – la cosiddetta darsena – e numerosi edifici destinati alla registrazione, allo stoccaggio e alla distribuzione delle merci. Inoltre, l’intero complesso portuale era collegato al Tevere, situato a circa due miglia a sud, tramite una rete di canali, il più ampio dei quali raggiungeva una larghezza di quasi 90 metri. Questo sistema avanzato permetteva di velocizzare notevolmente il trasferimento delle merci dalle navi fino ai nuclei familiari di Roma. Furono inoltre **costruiti enormi magazzini,** capaci di contenere scorte di grano sufficienti per diversi mesi, trasformando così il porto anche in un importante centro di stoccaggio. ## **Traiano e l’evoluzione di Portus: il bacino esagonale** La costruzione di Portus conferì grande prestigio a Claudio, che ne avviò i lavori, e a Nerone, che ne vide il completamento. Il porto divenne un simbolo celebrato persino sulle monete emesse dagli imperatori e attraverso un arco monumentale eretto da Claudio in loco. Secondo Simon Keay, il porto di Claudio rappresenta al tempo stesso un’opera di vanità imperiale e un riflesso della retorica dell’Impero, tanto da rendere l’imperatore “il grande fornitore, colui che domina la natura per nutrire il suo popolo.” ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/portus-roma-1-1024x604.jpg "portus-roma - Scripta Manent Italia") La fondazione del Portus claudiano fu solo il primo passo di un processo di continuo ampliamento e potenziamento del sito, che proseguì nei due secoli successivi. All’inizio del II secolo d.C., mentre Roma raggiungeva l’apice della sua espansione territoriale**, l’imperatore Traiano** intraprese un’importante opera di riorganizzazione e ampliamento del porto. Traiano, già noto per i suoi ambiziosi progetti edilizi che stavano trasformando Roma, affidò ai suoi architetti il compito di **ridisegnare e migliorare Portus.** Come in molte altre opere traianee, l’obiettivo non era solo pratico, ovvero dotare la città di nuove infrastrutture funzionali, ma anche simbolico: celebrare la potenza e la grandezza dell’Impero Romano. Al centro del nuovo porto, Traiano fece scavare, a est del bacino claudiano preesistente, un secondo bacino artificiale, la cui forma esagonale è divenuta **il simbolo più iconico di Portus.** Ancora oggi questa struttura è visibile sotto forma di lago privato per la pesca nella tenuta del Duca **Sforza Cesarini.** Questo design, insolito e unico tra le costruzioni portuali romane, non solo migliorò la funzionalità del porto, ma gli conferì anche un **aspetto estetico distintivo**. Grazie alla sua forma esagonale, il bacino ampliò l’area protetta di Portus di quasi 240 ettari, rendendo più rapide ed efficienti le operazioni di attracco e scarico delle navi. Ogni lato, lungo circa 370 metri, offriva ampio spazio lungo la banchina per l’ormeggio e la movimentazione delle merci. La nuova struttura era in grado di ospitare **circa 200 navi,** che si aggiungevano alle 300 già presenti nel bacino claudiano. Dopo secoli di tentativi, Roma aveva finalmente un porto adatto a sostenere le esigenze di un impero marittimo vasto e potente come il suo. Se il porto di Claudio era stato una dimostrazione della capacità dei Romani di modificare la natura e il paesaggio, quello di Traiano rappresentava un’evoluzione in termini di ingegneria e progettazione. Ogni lato del bacino esagonale era **impreziosito da edifici monumentali**, imponenti portici, templi, magazzini e persino una statua dell’imperatore Traiano. Tutti questi elementi furono progettati per impressionare i viaggiatori appena sbarcati, trasmettendo loro un chiaro messaggio: la potenza di Roma si manifestava non solo nella sua grandezza militare, ma anche nella bellezza e imponenza delle sue opere pubbliche. Portus fu concepito non solo come un’infrastruttura funzionale, ma anche come un’**affermazione di potere: Roma regnava incontrastata.** Simon Keay sottolinea come il porto rappresentasse una dichiarazione della supremazia imperiale, un simbolo del controllo che Roma esercitava non solo sul Mediterraneo, ma anche sulla natura stessa. Aggiunge inoltre che, dopo i Romani, solo gli Ottomani riuscirono a raggiungere un livello di controllo paragonabile. Negli ultimi anni, il Portus Project ha concentrato le sue indagini su un’area un tempo occupata da un sottile istmo di terra tra il porto di Claudio e quello di Traiano. Proprio in questa zona, il team ha portato alla luce le **fondamenta di una struttura imponente che Keay** ha descritto come una sorta di “cantiere navale”. Si tratta di un edificio lungo circa 240 metri, largo 60 e alto quasi 18, con una facciata suddivisa in una serie di arcate, larghe circa 12 metri ciascuna, che si affacciavano direttamente sul bacino esagonale. Secondo Keay, questa costruzione era probabilmente **destinata al rimessaggio e alla manutenzione** delle navi, ma potrebbe essere stata legata anche ad altre attività navali romane. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2025/01/Created_with_Frame_Up_on_2024-07-19_at_17_18_25_GMT-1-edited.webp "Created_with_Frame_Up_on_2024-07-19_at_17_18_25_GMT - Scripta Manent Italia") Keay evidenzia inoltre l’importanza strategica di Portus, affermando: *“Portus è il luogo da cui l’imperatore salpava e da cui i nuovi governatori partivano per le loro province.”* Aggiunge anche: “*C’era una questione di sicurezza a Portus, ed è logico pensare che vi fosse un distaccamento navale. Credo che il nostro grande edificio ne facesse parte in qualche modo.”* ## **Un sistema complesso e una rete commerciale senza eguali** Alcune evidenze suggeriscono che l’imperatore **mantenesse una presenza diretta a Portus.** Nei pressi del cantiere navale, il Portus Project ha indagato il cosiddetto Palazzo Imperiale, un vasto complesso multifunzionale che si estendeva su circa tre ettari, affacciato con viste panoramiche sui due bacini. La struttura, alta tre piani, combinava il lusso di una villa romana con la funzionalità di un centro amministrativo: portici, mosaici, peristili e sale da pranzo decorate convivevano con magazzini, uffici e aree destinate alla produzione. Recentemente è stato scoperto che al complesso fu aggiunto persino un piccolo anfiteatro. Le merci che giungevano a Portus venivano caricate su barche fluviali e trasportate lungo i canali fino al Tevere, per poi essere trainate verso la capitale. Un’importante fonte di informazioni sull’organizzazione di questo complesso sistema proviene dal Monte Testaccio a Roma, una collina artificiale formata dai frammenti di anfore da trasporto scartate. Su molte di queste anfore si trovano ancora piccoli *tituli picti* – annotazioni dipinte che indicavano dettagli sul contenuto, il peso, la provenienza, la destinazione e persino il nome del mercante o dello spedizioniere. Questi *tituli picti* dimostrano quanto fosse scrupoloso il controllo delle merci e quanto complesso fosse il sistema di gestione del porto. Come sottolinea Keay: *“Il responsabile del porto doveva sapere dove assegnare le navi, dove stoccare i carichi dei singoli mercanti, come trasferire il materiale da un magazzino all’altro e poi caricarlo sulle imbarcazioni dirette a Roma.”* Questo evidenzia la straordinaria complessità del sistema portuale romano. Grazie a Portus e ai numerosi porti disseminati lungo le coste del Mediterraneo – da Cartagine a Efeso, da Leptis Magna a Massalia, senza dimenticare i porti italiani di Puteoli, Ostia e Centumcellae – si sviluppò una **vasta rete commerciale** che permetteva a Roma di ricevere risorse da ogni angolo dell’impero. La maggior parte delle merci che giungevano a Portus era destinata alla capitale, ma una parte veniva immediatamente ridistribuita verso altri porti del Mediterraneo, facendo di Portus il pilastro centrale di questo sistema logistico. La grandiosità e l’efficienza di Portus lasciarono un’**impressione indelebile sugli osservatori stranieri**. Tra questi, il celebre oratore greco Elio Aristide, che nel II secolo d.C. descrisse con meraviglia il porto: > “Qui giunge da ogni terra e mare ogni raccolto delle stagioni e ogni prodotto di ciascun paese. Gli arrivi e le partenze delle navi non cessano mai, tanto che si dovrebbe ammirare non solo il porto, ma persino il mare. Qui arriva tutto ciò che viene prodotto e coltivato… ciò che non si vede qui, non è una cosa che sia mai esistita o che esista.” Insomma: Portus, fulcro del grandioso sistema di trasporto marittimo di Roma, permetteva alla città di godere delle risorse provenienti da tutto il mondo conosciuto, lasciando gli stranieri come Aristide profondamente colpiti dalla sua efficienza e magnificenza. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo imperiale, Top --- ### [The Secret Ingredient Top Chefs Swear By](https://scriptamanentitalia.it/the-secret-ingredient-top-chefs-swear-by/) **Published:** Gennaio 9, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra](#Donec_eleifend_gravida_hendrerit_Donec_lacus_leo_pharetra) - [Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam](#Aenean_eu_felis_at_ipsum_volutpat_pellentesque_vel_ac_diam) Quisque nec massa at nisi lacinia mollis. Suspendisse consectetur ex ligula. Phasellus quis risus sed mauris pharetra dignissim. Phasellus finibus purus sit amet tellus bibendum placerat. Phasellus commodo gravida quam, sed aliquet felis vehicula ut. Sed auctor blandit lacinia. Pellentesque habitant morbi tristique senectus et netus et malesuada fames ac turpis egestas. Ut congue leo ac justo iaculis rhoncus. [Vestibulum elementum](#) massa et nisi ullamcorper, sed lacinia nulla ultricies. Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. 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[See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità **Tag:** Popular --- ### [The Policy Shift That Could Radically Change the Housing Crisis](https://scriptamanentitalia.it/the-policy-shift-that-could-radically-change-the-housing-crisis/) **Published:** Gennaio 9, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. 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Aenean finibus sapien sed rhoncus maximus. Duis bibendum a magna nec luctus. In fringilla nulla ex, sed placerat est sollicitudin a. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/summer-vacation-1024x630.jpg "summer-vacation - Scripta Manent Italia") Sed sed nibh tristique, facilisis felis ut, convallis dolor. Pellentesque rhoncus tempus volutpat. Aenean placerat libero enim, nec blandit sem tempor et. Aliquam diam ante, dapibus non gravida tempor, sagittis nec nibh. ## Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae; Duis suscipit magna eu ultrices condimentum. Maecenas posuere nunc nibh, quis lacinia lectus dignissim nec. Curabitur placerat congue metus nec mollis. Ut erat felis, [accumsan et orci posuere](#), iaculis hendrerit nunc. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/happy-young-man-1024x683.jpg "happy-young-man - Scripta Manent Italia")Morbi maximus viverra magna ac imperdiet. [“**Nulla tempus suscipit**“](#) quam cursus imperdiet. Maecenas ac metus nec odio convallis semper. Nam non eros a augue faucibus aliquet eget non sapien. Cras quis interdum diam. Phasellus tempor lectus in pulvinar dignissim. Sed eleifend massa quis ante sollicitudin, non accumsan lorem laoreet. Nam auctor neque a libero fermentum ullamcorper. Phasellus quis tellus leo. - Sed **Varius orci in arcu** posuere - Aliquam erat volutpat. **Curabitur neque** justo - Duis a **Sagittis ipsum**, at lacinia leo - Duis suscipit magna eu ultrices condimentum In sit amet tincidunt quam. Integer at est tempus, placerat turpis eget, ultrices ligula. Fusce a suscipit neque. Fusce quis ante enim. Suspendisse potenti. Nulla dolor erat, varius id arcu quis, facilisis varius libero. Aliquam erat volutpat. ## Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra maximus ullamcorper sapien. Mauris justo ante, molestie eu turpis nec, [accumsan pharetra turpis](#). Ut eget pretium lacus. Mauris porttitor in quam quis pulvinar. Pellentesque habitant morbi tristique senectus et netus et malesuada fames ac turpis egestas. In eu est vitae massa convallis hendrerit nec eu lorem. In hac habitasse platea dictumst. **Maecenas et finibus arcu**. Duis a sagittis ipsum, at lacinia leo. Aliquam erat volutpat. Curabitur neque justo, varius non ornare sed, consequat eget lacus. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/women-preparing-lunch1-1024x630.jpg "economy1 - Scripta Manent Italia")## Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità **Tag:** Popular --- ### [5 Innovative Smart Home Devices You Didn’t Know You Absolutely Needed](https://scriptamanentitalia.it/5-innovative-smart-home-devices-you-didnt-know-you-absolutely-needed/) **Published:** Gennaio 9, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra](#Donec_eleifend_gravida_hendrerit_Donec_lacus_leo_pharetra) - [Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam](#Aenean_eu_felis_at_ipsum_volutpat_pellentesque_vel_ac_diam) Etiam quis mauris lacus. Duis sed ante nisi. Integer nibh eros, convallis vitae nibh nec, egestas lobortis ligula. Integer viverra accumsan ante, eu viverra elit suscipit vitae. In a eros elit. Duis eget ante mattis, varius nisl sagittis, fermentum nunc. Ut aliquam purus justo, id sodales dolor imperdiet lobortis. Praesent non imperdiet nisl. Etiam ut risus metus. Praesent vel pretium turpis. Ut congue leo ac justo iaculis rhoncus. [Vestibulum elementum](#) massa et nisi ullamcorper, sed lacinia nulla ultricies. Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Praesent condimentum leo vitae tellus sollicitudin, at varius tortor tempus. Nam in urna et neque efficitur lobortis. Nulla tempus luctus urna sed semper. Vestibulum ante ipsum primis. > “Love is the quiet strength that lifts us in our weakest moments, the gentle warmth that melts fear, and the unspoken language that connects souls. It’s not about perfection but about growing, healing, and embracing life’s imperfections together, with hearts wide open and boundless hope.” Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ## Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales Morbi ex orci, finibus ut mi ut, accumsan tincidunt nunc. Vestibulum congue, turpis tincidunt vehicula faucibus, metus diam venenatis turpis, a iaculis leo ligula vel magna. Aenean finibus sapien sed rhoncus maximus. Duis bibendum a magna nec luctus. In fringilla nulla ex, sed placerat est sollicitudin a. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/summer-vacation-1024x630.jpg "summer-vacation - Scripta Manent Italia") Sed sed nibh tristique, facilisis felis ut, convallis dolor. Pellentesque rhoncus tempus volutpat. Aenean placerat libero enim, nec blandit sem tempor et. Aliquam diam ante, dapibus non gravida tempor, sagittis nec nibh. ## Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae; Duis suscipit magna eu ultrices condimentum. Maecenas posuere nunc nibh, quis lacinia lectus dignissim nec. Curabitur placerat congue metus nec mollis. Ut erat felis, [accumsan et orci posuere](#), iaculis hendrerit nunc. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/happy-young-man-1024x683.jpg "happy-young-man - Scripta Manent Italia")Morbi maximus viverra magna ac imperdiet. [“**Nulla tempus suscipit**“](#) quam cursus imperdiet. Maecenas ac metus nec odio convallis semper. Nam non eros a augue faucibus aliquet eget non sapien. Cras quis interdum diam. Phasellus tempor lectus in pulvinar dignissim. Sed eleifend massa quis ante sollicitudin, non accumsan lorem laoreet. Nam auctor neque a libero fermentum ullamcorper. Phasellus quis tellus leo. - Sed **Varius orci in arcu** posuere - Aliquam erat volutpat. **Curabitur neque** justo - Duis a **Sagittis ipsum**, at lacinia leo - Duis suscipit magna eu ultrices condimentum In sit amet tincidunt quam. Integer at est tempus, placerat turpis eget, ultrices ligula. Fusce a suscipit neque. Fusce quis ante enim. Suspendisse potenti. 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Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità --- ### [The Pros and Cons of Switching to a Fully Digital Payment Wallet](https://scriptamanentitalia.it/the-pros-and-cons-of-switching-to-a-fully-digital-payment-wallet/) **Published:** Gennaio 9, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. 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Nulla tempus luctus urna sed semper. > “Love is the quiet strength that lifts us in our weakest moments, the gentle warmth that melts fear, and the unspoken language that connects souls. It’s not about perfection but about growing, healing, and embracing life’s imperfections together, with hearts wide open and boundless hope.” Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ## Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales Morbi ex orci, finibus ut mi ut, accumsan tincidunt nunc. Vestibulum congue, turpis tincidunt vehicula faucibus, metus diam venenatis turpis, a iaculis leo ligula vel magna. Aenean finibus sapien sed rhoncus maximus. Duis bibendum a magna nec luctus. In fringilla nulla ex, sed placerat est sollicitudin a. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/summer-vacation-1024x630.jpg "summer-vacation - Scripta Manent Italia") Sed sed nibh tristique, facilisis felis ut, convallis dolor. Pellentesque rhoncus tempus volutpat. Aenean placerat libero enim, nec blandit sem tempor et. Aliquam diam ante, dapibus non gravida tempor, sagittis nec nibh. ## Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae; Duis suscipit magna eu ultrices condimentum. Maecenas posuere nunc nibh, quis lacinia lectus dignissim nec. Curabitur placerat congue metus nec mollis. Ut erat felis, [accumsan et orci posuere](#), iaculis hendrerit nunc. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/happy-young-man-1024x683.jpg "happy-young-man - Scripta Manent Italia")Morbi maximus viverra magna ac imperdiet. [“**Nulla tempus suscipit**“](#) quam cursus imperdiet. Maecenas ac metus nec odio convallis semper. Nam non eros a augue faucibus aliquet eget non sapien. Cras quis interdum diam. Phasellus tempor lectus in pulvinar dignissim. Sed eleifend massa quis ante sollicitudin, non accumsan lorem laoreet. Nam auctor neque a libero fermentum ullamcorper. Phasellus quis tellus leo. - Sed **Varius orci in arcu** posuere - Aliquam erat volutpat. **Curabitur neque** justo - Duis a **Sagittis ipsum**, at lacinia leo - Duis suscipit magna eu ultrices condimentum In sit amet tincidunt quam. Integer at est tempus, placerat turpis eget, ultrices ligula. Fusce a suscipit neque. Fusce quis ante enim. Suspendisse potenti. 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Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità --- ### [What the New Trade Deal Really Means for Small and Local Businesses](https://scriptamanentitalia.it/what-the-new-trade-deal-really-means-for-small-and-local-businesses/) **Published:** Gennaio 9, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. 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Vestibulum ante ipsum primis. > “Love is the quiet strength that lifts us in our weakest moments, the gentle warmth that melts fear, and the unspoken language that connects souls. It’s not about perfection but about growing, healing, and embracing life’s imperfections together, with hearts wide open and boundless hope.” Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ## Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales Morbi ex orci, finibus ut mi ut, accumsan tincidunt nunc. Vestibulum congue, turpis tincidunt vehicula faucibus, metus diam venenatis turpis, a iaculis leo ligula vel magna. Aenean finibus sapien sed rhoncus maximus. Duis bibendum a magna nec luctus. In fringilla nulla ex, sed placerat est sollicitudin a. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/summer-vacation-1024x630.jpg "summer-vacation - Scripta Manent Italia") Sed sed nibh tristique, facilisis felis ut, convallis dolor. Pellentesque rhoncus tempus volutpat. Aenean placerat libero enim, nec blandit sem tempor et. Aliquam diam ante, dapibus non gravida tempor, sagittis nec nibh. ## Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae; Duis suscipit magna eu ultrices condimentum. Maecenas posuere nunc nibh, quis lacinia lectus dignissim nec. Curabitur placerat congue metus nec mollis. Ut erat felis, [accumsan et orci posuere](#), iaculis hendrerit nunc. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/happy-young-man-1024x683.jpg "happy-young-man - Scripta Manent Italia")Morbi maximus viverra magna ac imperdiet. [“**Nulla tempus suscipit**“](#) quam cursus imperdiet. Maecenas ac metus nec odio convallis semper. Nam non eros a augue faucibus aliquet eget non sapien. Cras quis interdum diam. Phasellus tempor lectus in pulvinar dignissim. Sed eleifend massa quis ante sollicitudin, non accumsan lorem laoreet. Nam auctor neque a libero fermentum ullamcorper. Phasellus quis tellus leo. - Sed **Varius orci in arcu** posuere - Aliquam erat volutpat. **Curabitur neque** justo - Duis a **Sagittis ipsum**, at lacinia leo - Duis suscipit magna eu ultrices condimentum In sit amet tincidunt quam. Integer at est tempus, placerat turpis eget, ultrices ligula. Fusce a suscipit neque. Fusce quis ante enim. Suspendisse potenti. 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Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità --- ### [The Best Noise-Canceling Headphones Under $200](https://scriptamanentitalia.it/the-best-noise-canceling-headphones-under-200/) **Published:** Gennaio 8, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra](#Donec_eleifend_gravida_hendrerit_Donec_lacus_leo_pharetra) - [Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam](#Aenean_eu_felis_at_ipsum_volutpat_pellentesque_vel_ac_diam) Aliquam pretium eros non varius dignissim. Pellentesque commodo commodo auctor. Proin id nibh id mi faucibus placerat. Sed id justo vitae libero pulvinar dignissim ut ac turpis. Duis gravida non sem quis vulputate. Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curaecongue leo ac justo iaculis rhoncus. [Vestibulum elementum](#) massa et nisi ullamcorper, sed lacinia nulla ultricies. Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Praesent condimentum leo vitae tellus sollicitudin, at varius tortor tempus. Nam in urna et neque efficitur lobortis. Nulla tempus luctus urna sed semper. Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae. > “Love is the quiet strength that lifts us in our weakest moments, the gentle warmth that melts fear, and the unspoken language that connects souls. It’s not about perfection but about growing, healing, and embracing life’s imperfections together, with hearts wide open and boundless hope.” Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ## Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales Morbi ex orci, finibus ut mi ut, accumsan tincidunt nunc. Vestibulum congue, turpis tincidunt vehicula faucibus, metus diam venenatis turpis, a iaculis leo ligula vel magna. Aenean finibus sapien sed rhoncus maximus. Duis bibendum a magna nec luctus. In fringilla nulla ex, sed placerat est sollicitudin a. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/summer-vacation-1024x630.jpg "summer-vacation - Scripta Manent Italia") Sed sed nibh tristique, facilisis felis ut, convallis dolor. Pellentesque rhoncus tempus volutpat. Aenean placerat libero enim, nec blandit sem tempor et. Aliquam diam ante, dapibus non gravida tempor, sagittis nec nibh. ## Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae; Duis suscipit magna eu ultrices condimentum. Maecenas posuere nunc nibh, quis lacinia lectus dignissim nec. Curabitur placerat congue metus nec mollis. Ut erat felis, [accumsan et orci posuere](#), iaculis hendrerit nunc. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/happy-young-man-1024x683.jpg "happy-young-man - Scripta Manent Italia")Morbi maximus viverra magna ac imperdiet. [“**Nulla tempus suscipit**“](#) quam cursus imperdiet. Maecenas ac metus nec odio convallis semper. Nam non eros a augue faucibus aliquet eget non sapien. Cras quis interdum diam. Phasellus tempor lectus in pulvinar dignissim. Sed eleifend massa quis ante sollicitudin, non accumsan lorem laoreet. Nam auctor neque a libero fermentum ullamcorper. Phasellus quis tellus leo. - Sed **Varius orci in arcu** posuere - Aliquam erat volutpat. **Curabitur neque** justo - Duis a **Sagittis ipsum**, at lacinia leo - Duis suscipit magna eu ultrices condimentum In sit amet tincidunt quam. Integer at est tempus, placerat turpis eget, ultrices ligula. Fusce a suscipit neque. Fusce quis ante enim. Suspendisse potenti. Nulla dolor erat, varius id arcu quis, facilisis varius libero. Aliquam erat volutpat. ## Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra maximus ullamcorper sapien. Mauris justo ante, molestie eu turpis nec, [accumsan pharetra turpis](#). Ut eget pretium lacus. Mauris porttitor in quam quis pulvinar. Pellentesque habitant morbi tristique senectus et netus et malesuada fames ac turpis egestas. In eu est vitae massa convallis hendrerit nec eu lorem. In hac habitasse platea dictumst. **Maecenas et finibus arcu**. Duis a sagittis ipsum, at lacinia leo. Aliquam erat volutpat. Curabitur neque justo, varius non ornare sed, consequat eget lacus. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/women-preparing-lunch1-1024x630.jpg "economy1 - Scripta Manent Italia")## Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità **Tag:** Editors Pick --- ### [The Rise of Side Hustles: How Gen Z Is Redefining Work](https://scriptamanentitalia.it/the-rise-of-side-hustles-how-gen-z-is-redefining-work/) **Published:** Gennaio 8, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra](#Donec_eleifend_gravida_hendrerit_Donec_lacus_leo_pharetra) - [Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam](#Aenean_eu_felis_at_ipsum_volutpat_pellentesque_vel_ac_diam) Ut congue leo ac justo iaculis rhoncus. [Vestibulum elementum](#) massa et nisi ullamcorper, sed lacinia nulla ultricies. Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Praesent condimentum leo vitae tellus sollicitudin, at varius tortor tempus. Nam in urna et neque efficitur lobortis. Nulla tempus luctus urna sed semper. Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae. > “Love is the quiet strength that lifts us in our weakest moments, the gentle warmth that melts fear, and the unspoken language that connects souls. It’s not about perfection but about growing, healing, and embracing life’s imperfections together, with hearts wide open and boundless hope.” Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ## Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales Morbi ex orci, finibus ut mi ut, accumsan tincidunt nunc. Vestibulum congue, turpis tincidunt vehicula faucibus, metus diam venenatis turpis, a iaculis leo ligula vel magna. Aenean finibus sapien sed rhoncus maximus. Duis bibendum a magna nec luctus. In fringilla nulla ex, sed placerat est sollicitudin a. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/summer-vacation-1024x630.jpg "summer-vacation - Scripta Manent Italia") Sed sed nibh tristique, facilisis felis ut, convallis dolor. Pellentesque rhoncus tempus volutpat. Aenean placerat libero enim, nec blandit sem tempor et. Aliquam diam ante, dapibus non gravida tempor, sagittis nec nibh. ## Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae; Duis suscipit magna eu ultrices condimentum. Maecenas posuere nunc nibh, quis lacinia lectus dignissim nec. Curabitur placerat congue metus nec mollis. Ut erat felis, [accumsan et orci posuere](#), iaculis hendrerit nunc. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/happy-young-man-1024x683.jpg "happy-young-man - Scripta Manent Italia")Morbi maximus viverra magna ac imperdiet. [“**Nulla tempus suscipit**“](#) quam cursus imperdiet. Maecenas ac metus nec odio convallis semper. Nam non eros a augue faucibus aliquet eget non sapien. Cras quis interdum diam. Phasellus tempor lectus in pulvinar dignissim. Sed eleifend massa quis ante sollicitudin, non accumsan lorem laoreet. Nam auctor neque a libero fermentum ullamcorper. Phasellus quis tellus leo. - Sed **Varius orci in arcu** posuere - Aliquam erat volutpat. **Curabitur neque** justo - Duis a **Sagittis ipsum**, at lacinia leo - Duis suscipit magna eu ultrices condimentum In sit amet tincidunt quam. Integer at est tempus, placerat turpis eget, ultrices ligula. Fusce a suscipit neque. Fusce quis ante enim. Suspendisse potenti. Nulla dolor erat, varius id arcu quis, facilisis varius libero. Aliquam erat volutpat. ## Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra maximus ullamcorper sapien. Mauris justo ante, molestie eu turpis nec, [accumsan pharetra turpis](#). Ut eget pretium lacus. Mauris porttitor in quam quis pulvinar. Pellentesque habitant morbi tristique senectus et netus et malesuada fames ac turpis egestas. In eu est vitae massa convallis hendrerit nec eu lorem. In hac habitasse platea dictumst. **Maecenas et finibus arcu**. Duis a sagittis ipsum, at lacinia leo. Aliquam erat volutpat. Curabitur neque justo, varius non ornare sed, consequat eget lacus. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/women-preparing-lunch1-1024x630.jpg "economy1 - Scripta Manent Italia")## Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità **Tag:** featured --- ### [The Unexpected Color Dominating Paris Fashion Week](https://scriptamanentitalia.it/the-unexpected-color-dominating-paris-fashion-week/) **Published:** Gennaio 8, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra](#Donec_eleifend_gravida_hendrerit_Donec_lacus_leo_pharetra) - [Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam](#Aenean_eu_felis_at_ipsum_volutpat_pellentesque_vel_ac_diam) Duis ut ligula sed libero scelerisque iaculis. Nullam sed porttitor arcu. Quisque molestie sed ante sit amet dignissim. Vivamus molestie, nisi in blandit tristique, nisl purus cursus urna, eu vulputate diam urna vitae turpis. Sed id urna sapien. Etiam quis tortor et nunc congue sodales vitae ut urna. Congue leo ac justo iaculis rhoncus. [Vestibulum elementum](#) massa et nisi ullamcorper, sed lacinia nulla ultricies. Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Praesent condimentum leo vitae tellus sollicitudin, at varius tortor tempus. Nam in urna et neque efficitur lobortis. Nulla tempus luctus urna sed semper. Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae. > “Love is the quiet strength that lifts us in our weakest moments, the gentle warmth that melts fear, and the unspoken language that connects souls. It’s not about perfection but about growing, healing, and embracing life’s imperfections together, with hearts wide open and boundless hope.” Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ## Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales Morbi ex orci, finibus ut mi ut, accumsan tincidunt nunc. Vestibulum congue, turpis tincidunt vehicula faucibus, metus diam venenatis turpis, a iaculis leo ligula vel magna. Aenean finibus sapien sed rhoncus maximus. Duis bibendum a magna nec luctus. In fringilla nulla ex, sed placerat est sollicitudin a. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/summer-vacation-1024x630.jpg "summer-vacation - Scripta Manent Italia") Sed sed nibh tristique, facilisis felis ut, convallis dolor. Pellentesque rhoncus tempus volutpat. Aenean placerat libero enim, nec blandit sem tempor et. Aliquam diam ante, dapibus non gravida tempor, sagittis nec nibh. ## Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae; Duis suscipit magna eu ultrices condimentum. Maecenas posuere nunc nibh, quis lacinia lectus dignissim nec. Curabitur placerat congue metus nec mollis. Ut erat felis, [accumsan et orci posuere](#), iaculis hendrerit nunc. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/happy-young-man-1024x683.jpg "happy-young-man - Scripta Manent Italia")Morbi maximus viverra magna ac imperdiet. [“**Nulla tempus suscipit**“](#) quam cursus imperdiet. Maecenas ac metus nec odio convallis semper. Nam non eros a augue faucibus aliquet eget non sapien. Cras quis interdum diam. Phasellus tempor lectus in pulvinar dignissim. Sed eleifend massa quis ante sollicitudin, non accumsan lorem laoreet. Nam auctor neque a libero fermentum ullamcorper. Phasellus quis tellus leo. - Sed **Varius orci in arcu** posuere - Aliquam erat volutpat. **Curabitur neque** justo - Duis a **Sagittis ipsum**, at lacinia leo - Duis suscipit magna eu ultrices condimentum In sit amet tincidunt quam. Integer at est tempus, placerat turpis eget, ultrices ligula. Fusce a suscipit neque. Fusce quis ante enim. Suspendisse potenti. 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Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità **Tag:** Editors Pick --- ### [Why Japan’s Hidden Villages Are 2025’s Top Destination](https://scriptamanentitalia.it/why-japans-hidden-villages-are-2025s-top-destination/) **Published:** Gennaio 8, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. 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It’s not about perfection but about growing, healing, and embracing life’s imperfections together, with hearts wide open and boundless hope.” Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ## Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales Morbi ex orci, finibus ut mi ut, accumsan tincidunt nunc. Vestibulum congue, turpis tincidunt vehicula faucibus, metus diam venenatis turpis, a iaculis leo ligula vel magna. Aenean finibus sapien sed rhoncus maximus. Duis bibendum a magna nec luctus. In fringilla nulla ex, sed placerat est sollicitudin a. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/summer-vacation-1024x630.jpg "summer-vacation - Scripta Manent Italia") Sed sed nibh tristique, facilisis felis ut, convallis dolor. Pellentesque rhoncus tempus volutpat. Aenean placerat libero enim, nec blandit sem tempor et. Aliquam diam ante, dapibus non gravida tempor, sagittis nec nibh. ## Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae; Duis suscipit magna eu ultrices condimentum. Maecenas posuere nunc nibh, quis lacinia lectus dignissim nec. Curabitur placerat congue metus nec mollis. Ut erat felis, [accumsan et orci posuere](#), iaculis hendrerit nunc. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/happy-young-man-1024x683.jpg "happy-young-man - Scripta Manent Italia")Morbi maximus viverra magna ac imperdiet. [“**Nulla tempus suscipit**“](#) quam cursus imperdiet. Maecenas ac metus nec odio convallis semper. Nam non eros a augue faucibus aliquet eget non sapien. Cras quis interdum diam. Phasellus tempor lectus in pulvinar dignissim. Sed eleifend massa quis ante sollicitudin, non accumsan lorem laoreet. Nam auctor neque a libero fermentum ullamcorper. Phasellus quis tellus leo. - Sed **Varius orci in arcu** posuere - Aliquam erat volutpat. **Curabitur neque** justo - Duis a **Sagittis ipsum**, at lacinia leo - Duis suscipit magna eu ultrices condimentum In sit amet tincidunt quam. Integer at est tempus, placerat turpis eget, ultrices ligula. Fusce a suscipit neque. Fusce quis ante enim. Suspendisse potenti. Nulla dolor erat, varius id arcu quis, facilisis varius libero. Aliquam erat volutpat. ## Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra maximus ullamcorper sapien. Mauris justo ante, molestie eu turpis nec, [accumsan pharetra turpis](#). Ut eget pretium lacus. Mauris porttitor in quam quis pulvinar. Pellentesque habitant morbi tristique senectus et netus et malesuada fames ac turpis egestas. In eu est vitae massa convallis hendrerit nec eu lorem. In hac habitasse platea dictumst. **Maecenas et finibus arcu**. Duis a sagittis ipsum, at lacinia leo. Aliquam erat volutpat. Curabitur neque justo, varius non ornare sed, consequat eget lacus. ![](https://news-magazine-x-free.wp-royal-themes.com/demo-import-v1/wp-content/uploads/sites/3/2025/01/women-preparing-lunch1-1024x630.jpg "economy1 - Scripta Manent Italia")## Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità **Tag:** featured --- ### [Why This New AI App Could Replace Your Personal Assistant](https://scriptamanentitalia.it/why-this-new-ai-app-could-replace-your-personal-assistant/) **Published:** Gennaio 8, 2025 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales](#Congue_sollicitudin_molestie_dolor_neque_malesuada_sodales) - [Mauris tempor elementum quam. Morbi sit amet eros sit amet justo tempus venenatis](#Mauris_tempor_elementum_quam_Morbi_sit_amet_eros_sit_amet_justo_tempus_venenatis) - [Donec eleifend gravida hendrerit. Donec lacus leo, pharetra](#Donec_eleifend_gravida_hendrerit_Donec_lacus_leo_pharetra) - [Aenean eu felis at ipsum volutpat pellentesque vel ac diam](#Aenean_eu_felis_at_ipsum_volutpat_pellentesque_vel_ac_diam) Vivamus efficitur sem a eleifend accumsan. Donec sodales rhoncus metus eget commodo. Pellentesque vitae ipsum enim. Suspendisse gravida dolor mi, quis rutrum elit faucibus ut. Proin eget finibus sem, ut eleifend elit. leo ac justo iaculis rhoncus. [Vestibulum elementum](#) massa et nisi ullamcorper, sed lacinia nulla ultricies. Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Praesent condimentum leo vitae tellus sollicitudin, at varius tortor tempus. Nam in urna et neque efficitur lobortis. Nulla tempus luctus urna sed semper. Vestibulum ante ipsum primis in faucibus orci luctus et ultrices posuere cubilia curae. > “Love is the quiet strength that lifts us in our weakest moments, the gentle warmth that melts fear, and the unspoken language that connects souls. It’s not about perfection but about growing, healing, and embracing life’s imperfections together, with hearts wide open and boundless hope.” Morbi at neque tellus. Curabitur massa augue, porttitor vel tempor et, pulvinar vitae ipsum. Fusce viverra gravida felis, sed consequat enim sagittis a. Nullam aliquet ultricies augue, a pretium leo dapibus id. Nulla eros eros, tincidunt at lacus quis, aliquet sagittis dui. Vestibulum lobortis leo at scelerisque dapibus. Cras sagittis, augue ## Congue sollicitudin molestie, dolor neque malesuada sodales Morbi ex orci, finibus ut mi ut, accumsan tincidunt nunc. Vestibulum congue, turpis tincidunt vehicula faucibus, metus diam venenatis turpis, a iaculis leo ligula vel magna. Aenean finibus sapien sed rhoncus maximus. Duis bibendum a magna nec luctus. 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[See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità **Tag:** featured --- ### [Campo Marzio: la storia di un'area chiave della Roma antica](https://scriptamanentitalia.it/campo-marzio-roma-antica-storia/) **Published:** Gennaio 3, 2025 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’evoluzione storica del Campo Marzio](#Levoluzione_storica_del_Campo_Marzio) - [La coesistenza di spazi pubblici e privati](#La_coesistenza_di_spazi_pubblici_e_privati) - [Caratteristiche topografiche del Campo Marzio occidentale](#Caratteristiche_topografiche_del_Campo_Marzio_occidentale) - [Campo Marzio occidentale: significato e funzioni](#Campo_Marzio_occidentale_significato_e_funzioni) *A cura di: Jean-Charles Balty, Prof. Storia romana Università di Parigi Traduzione e adattamento di Fabio Saverio Gatto* Il Campo Marzio, situato sulla riva sinistra del Tevere, è un’area di fondamentale importanza per comprendere la storia urbana e sociale di Roma antica. Le fonti storiche offrono una panoramica dettagliata della sua evoluzione, delle sue funzioni e del suo significato nel contesto romano, evidenziando la sua complessità e centralità nella vita cittadina. ## L’evoluzione storica del Campo Marzio In epoca repubblicana, il Campo Marzio era prevalentemente uno spazio militare e religioso. La sua posizione extra pomeriale lo rendeva ideale per le esercitazioni militari e i riti dedicati a Marte; la Villa Publica, utilizzata per i censimenti e le assemblee, e il Tempio di Apollo Sosiano testimoniano l’importanza dell’area come luogo di aggregazione civica e di culto. Con l’avvento del principato, il Campo Marzio subì una profonda trasformazione, guidata da Marco Vipsanio Agrippa, collaboratore di Augusto. Egli realizzò importanti infrastrutture idrauliche, come l’Aqua Virgo, e monumentali, come le Terme di Agrippa e il Pantheon. La trasformazione degli horti privati in spazi pubblici, come quelli di Pompeo e Antonio, contribuì a creare un paesaggio urbano più aperto e accessibile ai cittadini. Durante l’alto Impero, il Campo Marzio divenne un centro nevralgico della vita pubblica e religiosa di Roma. Monumenti come l’Ara Pacis Augustae e il Mausoleo di Augusto simboleggiavano la centralità dell’area nella politica e nell’ideologia imperiale. In particolare, il Campo Marzio occidentale si distingueva per le infrastrutture legate alle celebrazioni trionfali e alle attività pubbliche, come il Tarentum e il Circo Flaminio. ## La coesistenza di spazi pubblici e privati Un aspetto peculiare del Campo Marzio è la coesistenza di spazi pubblici e privati. Gli horti, inizialmente proprietà di aristocratici, furono progressivamente integrati nella sfera pubblica, riflettendo un cambiamento nella concezione degli spazi urbani, che da privati divennero parte del progetto politico e urbanistico imperiale. Allo stesso tempo, l’area continuò ad ospitare residenze private e luoghi di intrattenimento per l’élite romana. Il Campo Marzio, con la sua evoluzione da area militare e religiosa a centro monumentale e multifunzionale, rappresenta un microcosmo della storia di Roma. La commistione di spazi pubblici e privati, il ruolo nelle celebrazioni trionfali e religiose e la centralità nella vita politica e sociale della città ne fanno un’area di grande interesse per comprendere la complessità della civiltà romana. ## Caratteristiche topografiche del Campo Marzio occidentale Il Campo Marzio occidentale, situato sulla riva sinistra del Tevere, presenta caratteristiche topografiche e viarie uniche, con un sistema di strade divergente rispetto all’orientamento cardinale del Campo Marzio centrale. La presenza di assi viari orientati nord-ovest/sud-est, come la via Triumphalis, riflette la funzione trionfale dell’area, facilitando il passaggio dei cortei verso il centro della città. Inoltre, essendo un’area extra pomeriale, ospitava sepolture illustri, come quelle di Silla e, probabilmente, di Cesare. Questa funzione cimiteriale, preclusa all’interno del pomerio, conferisce all’area un ulteriore significato simbolico e storico, legato alla memoria e al potere delle figure più eminenti della storia romana. L’area occidentale si estende tra il Tevere, che ne definisce il confine occidentale, e gli edifici domiziani a est, come lo Stadio e l’Odeum. L’Euripus, un canale artificiale, segna un limite interno, mentre a nord l’area si apre verso il Circo Flaminio. A differenza del Campo Marzio centrale, dove gli assi stradali seguono un orientamento cardinale, l’area occidentale presenta un sistema viario divergente, con assi orientati nord-ovest/sud-est, probabilmente derivati da precedenti tracciati naturali o dalle esigenze urbanistiche dei grandi proprietari terrieri come Pompeo, Antonio e Agrippa. Alcuni assi viari principali erano: - **Asse nord-ovest/sud-est**, identificabile nelle attuali vie di S. Paolo alla Regola, via dei Banchi Vecchi e via del Pellegrino; questo tracciato collegava il centro cittadino con il Ponte Neroniano e facilitava il movimento tra i vari complessi architettonici della zona. - **Asse trasversale nord-est/sud-ovest**, corrispondente alle attuali vie dei Pettinari e dell’Arco del Monte, confluiva verso il Ponte Sisto, evidenziando un’importante connessione tra la viabilità urbana e l’accesso al fiume. La sopravvivenza di questi percorsi nella struttura moderna di molte strade dimostra la continuità della topografia urbana dall’antichità fino ai giorni nostri. L’area occidentale del Campo Marzio ospitava una varietà di monumenti e spazi significativi, molti dei quali legati alla funzione trionfale e cerimoniale della zona: - **Il Tarentum**, situato nei pressi dell’Euripus, era un luogo sacro utilizzato per i ludi saeculares, celebrazioni destinate a rinnovare simbolicamente l’età dell’oro. La sua localizzazione all’estremità occidentale del Campo Marzio è significativa per comprendere l’organizzazione rituale dell’area. - **Gli Horti di Agrippa**, originariamente proprietà privata, furono integrati nella sfera pubblica, costituendo un esempio di come l’urbanistica imperiale trasformò spazi privati in luoghi accessibili a tutti i cittadini. - **Il Circo Flaminio**, situato al limite settentrionale dell’area occidentale, era un punto di riferimento importante per le celebrazioni pubbliche e la viabilità dell’area. - Il Campo Marzio occidentale si sviluppò attraverso diverse fasi storiche, ognuna delle quali lasciò la propria impronta nell’organizzazione topografica. Durante l’epoca repubblicana, l’area era caratterizzata da grandi spazi aperti e da strutture funzionali come i Navalia, i cantieri navali militari di Roma. Con l’età imperiale, l’area si arricchì di monumenti e infrastrutture che ne ridefinirono la funzione, trasformandola in un polo cerimoniale e residenziale di grande prestigio. Gli interventi di Agrippa e, successivamente, di Domiziano ebbero un impatto significativo, ridefinendo i confini e la distribuzione degli spazi. Le tracce archeologiche rivelano una progressiva integrazione dell’area con il resto della città, pur mantenendo alcune peculiarità che la rendevano unica. ## Campo Marzio occidentale: significato e funzioni Il Campo Marzio occidentale rappresenta una delle aree più emblematiche della Roma antica, non solo per la sua peculiare configurazione urbanistica ma anche per le sue funzioni e il suo significato nel contesto sociale, politico e religioso della città. La sua funzione era strettamente legata al concetto di spazio extra pomeriale, un luogo di confine tra la Roma urbana e il mondo esterno, in cui si svolgevano attività non consentite all’interno del pomerio. Un elemento distintivo del Campo Marzio occidentale era lo **Spazio Trionfale**, strettamente legato alle celebrazioni dei trionfi. Questo settore della città costituiva il punto di arrivo delle processioni trionfali, durante le quali i generali vittoriosi percorrevano le vie principali di Roma fino al Tempio di Giove Capitolino. L’area era caratterizzata dalla presenza di monumenti e infrastrutture legate al trionfo, come il Circo Flaminio e il Tarentum, che simboleggiavano l’integrazione tra sacro e profano nelle celebrazioni pubbliche. L’orientamento degli assi viari, in particolare la via Triumphalis, rifletteva questa funzione rituale, collegando il cuore della città con il Ponte Neroniano e facilitando il passaggio dei cortei trionfali. La funzione religiosa del Campo Marzio occidentale è testimoniata dalla presenza di importanti luoghi di culto, come il Tarentum e gli edifici sacri associati ai ludi saeculares. Questi giochi, celebrati in occasioni straordinarie per segnare la rinascita simbolica della città e il rinnovamento del suo legame con gli dèi, sottolineavano il ruolo centrale del Campo Marzio come spazio rituale. Anche gli horti di Agrippa e altre aree verdi, trasformate in spazi pubblici, avevano un significato religioso, offrendo ambienti adatti a rituali e celebrazioni legate alla natura e alla fertilità, temi centrali nella religiosità romana. Il Campo Marzio occidentale fungeva anche da spazio di aggregazione pubblica, in cui si svolgevano attività collettive legate sia alla vita quotidiana che a eventi straordinari. L’integrazione di strutture pubbliche, come i portici e le aree verdi, con edifici privati era un elemento distintivo di questa zona. Le attività quotidiane, come il commercio e i raduni informali, coesistevano con celebrazioni solenni, creando un equilibrio unico tra funzioni civiche e rituali. Le infrastrutture come l’Euripus e i ponti, tra cui il Pons Agrippae, facilitavano la mobilità e il collegamento tra le diverse aree della città, aumentando l’accessibilità e rafforzando la funzione di spazio condiviso. Questi elementi contribuivano a definire l’identità del Campo Marzio come luogo simbolico e funzionale, al centro della vita politica e sociale di Roma. Un aspetto cruciale del Campo Marzio occidentale era il suo status di area extra pomeriale, che consentiva attività precluse all’interno del pomerio, come la presenza di sepolture. Alcune delle tombe più illustri di Roma, tra cui quella di Silla e, probabilmente, di Cesare, si trovavano in questa zona. Queste sepolture conferivano al Campo Marzio un significato simbolico e storico, rappresentando un ponte tra passato e presente, tra memoria e potere. L’esclusione dal pomerio non implicava marginalità, bensì una funzione complementare, che arricchiva il tessuto urbano di Roma con spazi dedicati alla memoria e alla celebrazione di figure eminenti della storia repubblicana e imperiale. Il Campo Marzio occidentale è un’area chiave per comprendere l’evoluzione urbana e sociale di Roma. La sua topografia unica, la commistione tra spazi pubblici e privati, il ruolo fondamentale nelle celebrazioni trionfali e religiose e la presenza di sepolture illustri lo rendono un luogo emblematico della complessità e della ricchezza della storia romana. La sua eredità continua a vivere nella struttura urbana di Roma, testimoniando l’impatto duraturo di questo spazio unico. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Il viaggio di Caracalla in Oriente. Tutte le tappe che visitò l'imperatore](https://scriptamanentitalia.it/viaggio-caracalla-oriente/) **Published:** Dicembre 18, 2024 **Author:** Redazione **Content:** *A cura di: Denis Van Berchem, Professore di latino e storia dell’antichità presso l’Università di Losanna Traduzione e adattamento di: Leonardo Conti* Il III secolo d.C. rappresentò per l’Impero Romano un periodo di grande instabilità politica, economica e sociale. Non a caso gli storici definiscono spesso questo periodo come il il “secolo della crisi”. Le avvisaglie di questo turbamento profondo si possono già vedere a partire dalla fine del II secolo, quando l’impero fu caratterizzato da un susseguirsi di conflitti interni, invasioni esterne e instabilità economica, che misero a dura prova le capacità amministrative e militari dell’intero mondo romano. In un contesto in cui l’autorità imperiale era sempre più legata alla forza militare, avvenne l’ascesa al potere di **Caracalla**, figlio di Settimio Severo e di Giulia Domna. Era il 211. Il rilancio della figura dell’imperatore, il cui potere era rafforzato attraverso la centralizzazione amministrativa e il sostegno dell’esercito, denotò tutto il periodo in cui regnò la sua dinastia: i Severi. Tuttavia la tendenza a un approccio autocratico e assolutistico del governo, portò a una crescente alienazione dell’aristocrazia senatoria e delle grandi famiglie romane. ## Caracalla e la sua propaganda In questo contesto mosse i primi passi Caracalla. Nato nel 188 con il nome di Lucio Settimio Bassiano e successivamente ribattezzato **Marco Aurelio Antonino**. La sua figura è nota per il suo temperamento ambizioso e per le politiche controverse adottate durante il suo regno (211-217 d.C.). Cassio Dione e Erodiano, storici antichi di riferimento del periodo, lo ritraggono in termini negativi, evidenziando la sua crudeltà e il suo carattere dispotico. Tuttavia, Caracalla si dimostrò un abile stratega politico, capace di cogliere le esigenze di un impero in profonda trasformazione. Una delle sue decisioni più significative fu l’emanazione della *Constitutio Antoniniana* nel 212 d.C., un editto che estendeva la cittadinanza romana a quasi tutti gli abitanti liberi dell’impero. Sebbene motivata in parte dalla necessità di avere più introiti dalle tasse, la misura ebbe anche l’effetto di rafforzare il senso di unità e appartenenza all’interno di un impero sempre più etnicamente variegato. Roma aveva bisogno, oltre che di denaro, anche di soldati. Il periodo in cui regnò Caracalla fu segnato da una serie di conflitti militari provocati sostanzialmente da minacce esterne. A Nord i Germani continuavano a premere lungo il Reno, mentre a Oriente i Parti costituivano una costante e temibile minaccia. ## Il viaggio di Caracalla in Oriente In questo contesto, il viaggio intrapreso da Caracalla nel 214-215 d.C. verso Oriente deve essere interpretato non solo come una **necessità amministrativa e militare**, ma anche come una dimostrazione di **forza e presenza imperiale.** Durante il suo percorso, l’imperatore rafforzò i legami con le province orientali, e tentò anche di risolvere questioni logistiche e amministrative legate alla gestione dell’esercito e del territorio. Caracalla intuì che un aspetto cruciale del suo governo doveva essere il modo di mostrarsi ai suoi sudditi. L’imperatore si presentava come un **nuovo Alessandro Magno**, adottando strategie militari ispirate al grande condottiero macedone e anche uno stile di governo che mirava a unificare il mondo romano e quello greco-orientale. Durante il suo viaggio in Oriente, compì numerosi gesti simbolici, come visite a templi e monumenti che erano considerati importanti nelle province orientali. Favorì inoltre la **costruzione di infrastrutture**, come strade e stazioni di posta; opera, questa, dalla doppia funzione. Se da un lato, infatti, garantiva il movimento delle truppe e il controllo del territorio, dall’altro era un elemento tangibile della potenza e della capacità dell’impero di governare bene. Uno dei documenti più significativi per lo studio della logistica e delle infrastrutture dell’Impero Romano di questo periodo è l’*Itinerarium Antonini*. Si tratta di una sorta di guida stradale per viaggiatori e amministratori imperiali, rappresentando una raccolta di percorsi e stazioni di posta (*mansiones*) disseminate lungo le principali vie dell’impero. Il suo ruolo, ai nostri occhi, va ben oltre la semplice funzione pratica: è una fonte preziosissima per **ricostruire il modo di viaggiare e gli itinerari al tempo**, sia delle persone comuni sia dei personaggi importanti, come appunto il già ricordato viaggio di Caracalla in Oriente (214-215 d.C.). Il documento, giuntoci in redazioni tarde, è frammentario e a tratti contraddittorio, creando non poche difficoltà agli studiosi; ciononostante riesce a dare un quadro generale della rete stradale romana, ma anche dei centri amministrativi e militari romani, da cui partirono le campagne belliche di questo periodo. Nella sua parte centrale, l’*Itinerarium* sembra essere **strettamente legato al viaggio di Caracalla**. Come osservato dagli studiosi, è probabile che questa sezione sia stata redatta sulla base di un editto pubblicato prima della partenza dell’imperatore da Roma, che delineava le tappe principali del suo percorso attraverso i Balcani fino all’Egitto, passando per la Grecia, l’Anatolia e la Palestina. Questa ipotesi è avvalorata dalle discrepanze tra il tracciato riportato nel testo e i resoconti storici successivi, che sembrano riflettere modifiche apportate al piano iniziale a causa di eventi imprevisti. Una delle funzioni principali del documento era quella di informare le autorità locali delle tappe previste, facilitando così l’organizzazione della logistica necessaria, come il rifornimento delle truppe, la manutenzione delle strade e l’allestimento delle *mansiones* per il soggiorno dell’imperatore e del suo seguito. Il viaggio di Caracalla in Oriente è uno degli esempi più evidenti dell’utilizzo *dell’Itinerarium Antonini* come strumento amministrativo. Tra le tappe principali menzionate figurano grandi città come **Nicomedia, Antiochia e Alessandria**. Si trattava di centri amministrativi e culturali e di basi strategiche per le operazioni militari e la gestione delle province orientali. Il documento fornisce indizi sul concetto di “stazioni prolungate” (*stativae*), luoghi dove l’imperatore poteva fermarsi per periodi prolungati al fine di **gestire gli affari amministrativi e organizzare le truppe**. Ad esempio, le soste a Nicomedia e Antiochia consentirono a Caracalla di rafforzare il controllo su regioni strategiche e di prepararsi per eventuali campagne militari contro i Parti. Come già ricordato, uno degli aspetti più interessanti riguarda le discrepanze tra l’*Itinerarium* e le altre fonti storiche di riferimento per il periodo. L’imperatore dovette cambiare alcune volte programma: esempi significativi sono la deviazione per una breve campagna in Dacia (l’attuale Romania), e il ritorno anticipato da Alessandria verso Antiochia. Queste modifiche al tracciato previsto, sottolineano l’adattabilità del potere imperiale alle contingenze politiche e militari. Inoltre, le iscrizioni ritrovate a Efeso e in altre città del percorso confermano il passaggio dell’imperatore e il coinvolgimento delle autorità locali nell’organizzazione del viaggio. Questi documenti epigrafici offrono dettagli preziosi sui compiti assegnati agli ufficiali locali e sulle risorse mobilitate per supportare il corteo imperiale. Non va sottovalutato, oltre alla sua funzione pratica, il ruolo **propagandistico** che doveva svolgere l’*Itinerarium Antonini*. La pianificazione e la pubblicazione del viaggio enfatizzavano la presenza dell’imperatore nelle province, rafforzando il legame tra il centro dell’impero e la periferia. I gesti simbolici, come la visita a templi e monumenti locali, erano funzionali alla politica di Caracalla, che cercava di consolidare il consenso e a proiettare l’immagine di un sovrano vicino ai suoi sudditi in un momento di crisi. Lungo il percorso toccato dall’imperatore venivano poi eseguiti importanti lavori di manutenzione e costruzione per quanto riguarda le infrastrutture destinate ad ospitare l’imperatore e il suo seguito: tale aspetto rappresentava anche un segno tangibile della benevolenza imperiale con un importante rilancio dell’economia locale. Partito da Roma nel 214, Caracalla attraversò le regioni dei Balcani e l’Asia Minore, dove incontrò le autorità civili e religiose locali, visitando importanti città come **Efeso e Nicomedia**. Proseguì alla volta dell’Egitto la tappa finale nelle sue previsioni. Significativa fu in particolare la visita ad Alessandria d’Egitto dove ebbe modo di entrare nel grande tempio di Serapide. Durante il suo soggiorno, però, l’entusiasmo della popolazione si trasformò in tensione e infine in una rivolta. Caracalla rispose con una dura repressione e, probabilmente, fu un ulteriore impulso per un repentino cambio di programma. Anziché effettuare il lungo viaggio nella Valle del Nilo, come previsto, le fonti attestano che l’Imperatore decise di tornare ad Antiochia, allora la più grande città dell’oriente romano, anche viste le crescenti difficoltà militari causate in Armenia. Ma la sua ambizione era certamente un’altra: la conquista dell’impero dei Parti, che stava affrontando in quel periodo una grave crisi. L’*Itinerarium* testimonia il suo grande impegno nel consolidare il potere e perseguire questo obiettivo che avrebbe certamente cambiato la storia. Caracalla non vi riuscì, nel 217 fu assassinato, vanificando così tutti i suoi grandiosi progetti. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo imperiale, Top --- ### [San Pietro è mai stato a Roma? Le tracce in una lettera di San Clemente](https://scriptamanentitalia.it/san-pietro-roma/) **Published:** Dicembre 17, 2024 **Author:** Redazione **Content:** *Di Bernard Pouderon, Professore lettere classiche presso l’Università di Tours Traduzione e adattamento di: Alfredo Barrella* San Pietro è mai stato realmente a Roma? Ed è stato davvero martirizzato nella città? Grazie all’epistola di San Clemente, conosciuta come la “prima lettera di papa Clemente I”, della fine del I secolo e indirizzata alla chiesa di Corinto, siamo in possesso di una delle poche testimonianze sulla venuta di San Pietro a Roma nonché di un possibile martirio dell’apostolo avvenuto a Roma. ## La prima traccia: il pronome *ἡμῶν* Possiamo ragionare sulla veridicità del mistero della venuta di San Pietro a Roma attraverso due elementi filologici molto caratteristici del testo in lingua greca: il pronome *ἡμῶν* e la gelosia, quest’ultima identificabile nella parola greca *zēlos*, ripetuta per ben 7 volte. Relativamente al pronome *ἡμῶν*, l’espressione “*Λάβωμεν πρὸ ὀφθαλμῶν ἡμῶν τοὺς ἀγαθοὺς ἀποστόλους…*” (capitolo V dell’epistola di Clemente) pone l’accento sulla natura di questi apostoli. La particolarità che sta nell’uso del pronome *ἡμῶν* (nostri) sta nel fatto che, a seconda della sua posizione nel testo e della parola che determina, è suscettibile di diverse interpretazioni. Pertanto, tra le tante, Cullmann propone la lettura “tutti i nostri apostoli”: potrebbe trattarsi di quella giusta, tenendo conto che la stessa espressione appare anche al capitolo XLIV, 1. In questi casi dunque si tratta di una lettura non generica del pronome. Talvolta, *ἡμῶν* comprende la doppia comunità di Roma e Corinto: *«Mettiamoci davanti agli occhi» (V, 3); «Non subiremmo un danno leggero, se ci lasciassimo andare al volere degli uomini (sediziosi)»* (XIV, 2) ecc. Inoltre, volendo, *ἡμῶν* potrebbe applicarsi al popolo ebraico, unito al nuovo Israele, per salutare Abramo con il titolo di «nostro padre» (XXXI, 2), e così via. Ma è qui che apriamo alla domanda: ma allora, questi apostoli, o meglio Pietro, è mai giunto o no a Roma? Dunque, si potrebbe semplicisticamente pensare che l’insieme dei cristiani sia stato evangelizzato dagli apostoli, anche se nessuno di questi fosse venuto a Roma. Di conseguenza, dalle seguenti parole di Clemente è evidente il riferimento ad una “arena comune” tra apostoli di Corinto e apostoli romani: *«Vi scriviamo questo, carissimi, non solo per ammonirvi (voi = Corinzi), ma per metterci in guardia noi stessi (noi = Romani), perché siamo (voi e noi) nella stessa arena; lo stesso combattimento ci attende. Lasciamo dunque da parte le preoccupazioni vane e inutili; allineiamoci alla gloriosa e venerabile regola della nostra tradizione (cioè quella dei cristiani) e contempliamo ciò che è bello agli occhi di Colui che ci ha creati (noi = genere umano)…» (VII, 1-3).* Ed è a questo punto che il discorso si fa più interessante. Se bisogna leggere (V, 3): *«Mettiamoci davanti agli occhi i valorosi apostoli»,* il pronome non è privo di significato. Clemente introduce più volte questi esempi con la parola *λάβωμεν*. Se qui specifica «sotto i nostri occhi», è perché si tratta di un’immagine che Clemente e i suoi destinatari possono visualizzare. L’autore desidera probabilmente richiamare alla memoria dei suoi destinatari un’immagine familiare, ovvero “comune”: quella degli apostoli, di cui conoscono la bontà e che hanno dato il minor appiglio possibile alla gelosia. Tuttavia, questi sono solo indizi, capaci di creare una certa presunzione riguardo alla venuta di san Pietro a Roma. ## L’altra traccia: la parola *Zēlos* Come dicevamo poc’anzi, *zēlos* è il termine greco che indica la “gelosia”, dalla quale i valorosi apostoli prendono le distanze. Gli esempi di gelosia presentati da San Clemente nei capitoli IV-VI della sua lettera formano una doppia serie di sette. Intanto, ciò che a noi deve maggiormente interessare riguarda quelli che egli chiama “i generosi esempi della nostra generazione”, e, più specificatamente, questi primi 3 punti di 7: 1. È per effetto della gelosia e dell’invidia che furono perseguitati coloro che erano le colonne più elevate e giuste, e che combatterono fino alla morte. 2. Mettiamoci davanti agli occhi i valorosi apostoli: Pietro, che, per effetto di un’ingiusta gelosia, soffrì non una o due, ma numerose pene, e che, avendo così reso la sua testimonianza, si recò al soggiorno della gloria che gli era dovuto. 3. È per effetto della gelosia e della discordia che Paolo dimostrò quale fosse il valore della pazienza: sette volte incatenato, esiliato, lapidato, diventato araldo in Oriente e Occidente, ricevette la gloria splendente che la sua fede gli aveva meritato; avendo insegnato la giustizia al mondo intero, raggiunto le estremità dell’Occidente e reso testimonianza davanti ai governanti, lasciò il mondo e si recò al luogo santo, illustre modello di pazienza.». Per comporre questi esempi, Clemente opera una sorta di sdoppiamento: distingue Pietro e Paolo. Ora, San Clemente distingue i due apostoli dalla “folla dei martiri” non per ragioni cronologiche, ma logiche. Non ci dice se Pietro o Paolo siano stati martirizzati prima o dopo gli altri cristiani della persecuzione neroniana. Tuttavia, sottolinea che **il loro esempio di vita santa** fu in grado di radunare attorno a loro una comunità di fedeli. Due verbi chiave nel testo greco aiutano a chiarire la questione: - **“πολιτευσαμενος” (avere condotto una vita santa)**: San Pietro e San Paolo avevano già dimostrato la loro santità **prima** del martirio, non dopo la morte. - **“συνθροισθεισα” (si era radunata)**: La comunità di martiri che Clemente cita si era riunita attorno a Pietro e Paolo in un tempo precedente alla loro morte, o al momento del loro martirio. Questa scelta linguistica suggerisce che la folla non poteva unirsi agli apostoli **se non fossero già stati a Roma**. Non esistono prove che San Pietro e San Paolo siano stati i **primi martiri** della persecuzione neroniana. Lo stesso Tacito, storico romano, non menziona l’attenzione di Nerone rivolta a Pietro in particolare. Ma la tradizione e la lettera di Clemente suggeriscono fortemente la loro presenza a Roma: **“Con questi uomini”** (Pietro e Paolo), scrive Clemente, **“si era radunata una grande folla di eletti”**, lasciando un “magnifico esempio” a Roma. Questa frase implica che **Pietro e Paolo si trovavano effettivamente a Roma**, perché lì la comunità cristiana si raccolse intorno a loro. San Clemente non dice che Pietro e Paolo portarono **per primi** il Vangelo a Roma. È probabile che **missionari anonimi** avessero seminato la fede cristiana in città prima del loro arrivo. Ma come spiega lo studioso Paul Monceaux, le comunità cristiane consideravano “fondatori” coloro che organizzavano e consolidavano la fede in modo definitivo. In questo senso, Pietro e Paolo furono riconosciuti come i **“veri fondatori”** della Chiesa di Roma. Secondo Clemente, il martirio di Pietro e Paolo non necessita di specifiche sul luogo, poiché ai suoi tempi era un fatto ampiamente noto. Ciò che conta è l’esempio della loro **vita santa**: la santità dei due apostoli fu talmente evidente da unire i cristiani romani in una comunità forte e coesa. La lettera di San Clemente non è una prova definitiva, ma offre una **forte probabilità storica** della presenza di Pietro a Roma. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Nell'impero romano si parlava più il greco del latino?](https://scriptamanentitalia.it/impero-romano-greco-latino/) **Published:** Dicembre 10, 2024 **Author:** Francesco Salassa **Excerpt:** Il greco, la lingua franca dell'impero romano, dominava nelle iscrizioni e negli atti pubblici. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La prevalenza del greco rispetto al latino](#La_prevalenza_del_greco_rispetto_al_latino) - [Le iscrizioni pubbliche e private in greco](#Le_iscrizioni_pubbliche_e_private_in_greco) - [Il caso delle minoranze religiose](#Il_caso_delle_minoranze_religiose) - [Le implicazioni culturali e sociali del multilinguismo](#Le_implicazioni_culturali_e_sociali_del_multilinguismo) - - [Fonti Primarie:](#Fonti_Primarie) - [Studi Moderni:](#Studi_Moderni) Uno degli aspetti più interessanti della popolazione che costituiva Roma durante l’impero è la predominanza del multilinguismo. Questa caratteristica non si limita al semplice uso del latino o al massimo del greco, ma include una vasta gamma di lingue parlate e scritte che riflettono la diversità culturale che caratterizzò l’Urbe imperiale. Analizzando iscrizioni, fonti letterarie e archeologiche, è possibile comprendere sin da subito come il multilinguismo abbia influito sulla società romana e sul processo di romanizzazione, oltre ad un dato immediatamente evidente: il greco era più parlato persino del latino. ## La prevalenza del greco rispetto al latino Il greco, più che una semplice lingua straniera, rappresentava una lingua franca nell’impero romano, soprattutto tra le comunità orientali immigrate a Roma. Durante il regno di Caracalla, per esempio, il greco era utilizzato persino in contesti pubblici, come riportato da Cassio Dione, che narra di una disputa al Circo Massimo tra spettatori appartenenti a classi diverse, interamente condotta in greco. Non si trattava di un caso isolato: iscrizioni in greco si trovano su dalle lapidi funerarie finoa lle dediche pubbliche passando per gli atti legali, testimonianza di come questa lingua fosse ampiamente utilizzata, non solo dagli immigrati ma anche dalle classi elevate che desideravano comunicare con loro. Le comunità religiose, come quelle cristiane e giudaiche, gestivano i propri affari in greco, a dimostrazione della centralità di questa lingua per le minoranze culturali. Anche i culti orientali, come quelli dedicati a Serapide, Kore o Asclepio, preferivano il greco per le loro iscrizioni e cerimonie. Inoltre, molti dei medici dell’epoca, formati secondo la tradizione ellenica, utilizzavano il greco nelle loro pratiche professionali e nelle iscrizioni legate alla loro attività. ## Le iscrizioni pubbliche e private in greco Testimonianza forse principale del successo del greco nell’impero romano sono certamente le iscrizioni pubbliche. Queste, scritte spesso in greco, non erano limitate alle comunità immigrate o di recente romanizzazione ma coinvolgevano anche istituzioni ufficiali. Per esempio, durante il regno di Settimio Severo, i magistri delle regioni urbane, spesso liberti di origine orientale, proclamavano la loro lealtà all’imperatore attraverso iscrizioni in greco. Lo stesso avveniva per le dediche ai patroni, spesso commissionate da clienti provenienti dalle province ellenizzate. Anche le iscrizioni funerarie costituiscono una delle principali fonti per analizzare il multilinguismo romano. Numerose lapidi in greco sono state trovate nei cimiteri di Roma, spesso accompagnate da testi in palmireno, latino o ebraico. Un esempio significativo è quello di un certo Iarhai, originario di Palmira, che dedicò una lapide in greco ai suoi dei ancestrali, aggiungendo il proprio nome in caratteri palmireni. Ciò che le persone decidevano di scrivere sulle lapidi, e il fatto che lo facessero in greco, dimostra come gli anche i cittadini di più recente romanizzazione mantenessero forti legami con la propria cultura d’origine, anche dopo generazioni di permanenza a Roma. Un altro elemento interessante è rappresentato dalle iscrizioni legali in greco presenti nei magazzini pubblici di Roma. Qui, locatari e commercianti orientali affermavano i propri diritti attraverso avvisi legali scritti nella loro lingua d’origine, sottolineando l’importanza del greco come strumento di comunicazione ufficiale e privata. ## Il caso delle minoranze religiose Se gran parte della cittadinanza conosceva o almeno masticava il greco, il multilinguismo era invece largamente evidente tra le minoranze religiose. La comunità giudaica di Roma, per esempio, utilizzava prevalentemente il greco per le proprie iscrizioni e documenti, sebbene alcuni testi fossero in ebraico o in aramaico. Il greco fungeva da lingua comune anche per altre comunità religiose orientali, come quelle dedite al culto di Iside, Serapide e Mitra. Il Cristianesimo delle origini, che a Roma si sviluppò in seno alle comunità di immigrati orientali, utilizzava il greco come lingua liturgica e amministrativa fino al III secolo. Questa scelta era motivata da una serie di fattori: in primis la provenienza geografica dei primi cristiani romani, ma anche dalla volontà di distinguersi dal contesto latino e pagano dominante. A conferma di ciò, molte iscrizioni cristiane antiche mostrano un mix di greco e simboli religiosi che riflettono le tradizioni sincretiche delle prime comunità cristiane. ## Le implicazioni culturali e sociali del multilinguismo Il multilinguismo romano rappresentava una sfida e un’opportunità per i nuovi cittadini. Da un lato, permetteva loro di preservare la propria identità culturale; dall’altro, poteva diventare un ostacolo all’integrazione. L’uso del greco, per esempio, era talmente radicato che molti immigrati non si sentivano incentivati a imparare il latino, aumentando la percezione di una società frammentata e rallentando, di fatto, la loro assimilazione presso il mondo romano. Ma il multilinguismo non è da interpretare unicamente come una forma di resistenza culturale. Al contrario, esso facilitava gli scambi economici, sociali e religiosi tra le diverse comunità di Roma. La capacità di comunicare in più lingue era spesso considerata un vantaggio, specialmente per commercianti, artigiani e liberti che ambivano a migliorare la propria condizione sociale. Le interazioni tra comunità linguistiche diverse contribuivano anche alla formazione di nuovi modelli culturali ibridi. Questi includevano traduzioni di testi religiosi e giuridici, l’adozione di termini greci nel latino parlato e lo sviluppo di pratiche religiose sincretiche che mescolavano elementi romani e orientali. Il multilinguismo nella Roma imperiale, e in particolare la diffusione del greco, furono, in ultima analisi, una prova evidente della complessità culturale della capitale. #### Fonti Primarie: 1. **Cassio Dione**, *Storia Romana*, libro 79.20.2 – Episodio della disputa in greco al Circo Massimo. 2. **Epigrafi greche di Roma** (IGUR – *Inscriptiones Graecae Urbis Romae*), con esempi di iscrizioni funerarie, dediche e testi legali. #### Studi Moderni: 1. MacMullen, Ramsay. *The Unromanized in Rome*. In *Diasporas in Antiquity*, a cura di Shaye J. D. Cohen e Ernest S. Frerichs, Brown Judaic Studies. 2. Moretti, L. *Inscriptiones Graecae Urbis Romae* (1968-1990). 3. Prend, W.H.C. *The Rise of Christianity* (1984), con riferimento alla prevalenza del greco nella chiesa cristiana fino al III secolo. 4. Dubuisson, M. “Le Grec à Rome à l’époque de Cicéron,” *Annales E.S.C.* 47 (1992): 187-206. 5. Leon, H.J. *The Jews of Ancient Rome* (1960) – Focus sulla presenza ebraica e l’uso del greco. 6. Harris, W.V. “Towards a study of the Roman slave trade,” *Roman Seaborne Commerce* (1980) – Discussione sull’origine etnica e linguistica degli schiavi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/francesco-150x150-1.gif) Francesco Salassa Appassionato di ricerca storica, unisce studio delle fonti e capacità narrativa per rendere il passato comprensibile anche ai lettori non specialisti. Scrive di Roma antica, Medioevo e storia delle idee, con particolare attenzione al contesto culturale e sociale. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-salassa/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo imperiale, Top --- ### [Il Papato vs Luigi XIV: la lotta tra la Roma barocca e il Re di Francia](https://scriptamanentitalia.it/il-papato-vs-luigi-xiv-la-lotta-tra-la-roma-barocca-e-il-re-di-francia/) **Published:** Dicembre 7, 2024 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Roma barocca – la Città Eterna come simbolo di potere ecclesiastico](#Roma_barocca_%E2%80%93_la_Citta_Eterna_come_simbolo_di_potere_ecclesiastico) - [Versailles – La Città del Sole come manifestazione dell’assolutismo francese](#Versailles_%E2%80%93_La_Citta_del_Sole_come_manifestazione_dellassolutismo_francese) - [La lotta fra Roma e Versailles](#La_lotta_fra_Roma_e_Versailles) - [Il potere diventa spettacolo](#Il_potere_diventa_spettacolo) - [Un duello non ancora concluso: popolo contro nobiltà](#Un_duello_non_ancora_concluso_popolo_contro_nobilta) Nel corso della storia, le capitali hanno svolto un ruolo fondamentale come strumenti di rappresentazione del potere politico e simbolico. Durante il periodo barocco, due città in particolare si distinsero per il loro ruolo nel plasmare e comunicare il potere dei loro governanti: Roma, centro del cattolicesimo e sede del papato, e Versailles, simbolo del potere assoluto di Luigi XIV. ## **Roma barocca – la Città Eterna come simbolo di potere ecclesiastico** La città di Roma, già centro dell’Impero Romano, si trasformò durante il periodo barocco in una capitale che univa l’eredità classica e la missione universale del papato. Dopo il ritorno dei papi da Avignone nel XIV secolo, Roma divenne il fulcro della strategia politica e spirituale della Chiesa cattolica. La Basilica di San Pietro e Piazza San Pietro ne rappresentano il cuore simbolico. Il progetto della Basilica, iniziato da Niccolò V e proseguito da Giulio II, incarnava un’ideale cosmologico e gerarchico, unendo la perfezione geometrica del cerchio e del quadrato. La cupola di Michelangelo, completata sotto Sisto V, rappresenta il legame tra il cielo e la terra, mentre il colonnato di Gian Lorenzo Bernini abbraccia i fedeli, simboleggiando il ruolo universale della Chiesa come “Ecclesia Romana.” La pianificazione urbanistica barocca trasformò Roma in una città ideale. Strade rettilinee e piazze monumentali collegavano i principali luoghi sacri, creando un’esperienza visiva e spirituale per pellegrini e visitatori. Sisto V, in particolare, utilizzò l’urbanistica per affermare il potere papale, erigendo obelischi e sviluppando una rete di strade che legava i luoghi più significativi della città. Questi interventi non erano solo estetici, ma profondamente politici. Roma divenne un messaggio visibile di ordine e sacralità, opponendosi al caos medievale e affermando la centralità della Chiesa cattolica in un’epoca segnata dalla Riforma protestante. ## **Versailles – La Città del Sole come manifestazione dell’assolutismo francese** Versailles, trasformata da Luigi XIV da un modesto padiglione di caccia a una capitale de facto, rappresenta il culmine del potere assolutista. La decisione di Luigi XIV di trasferire la corte e il governo a Versailles non fu casuale: incarnava la visione del re come centro dell’universo politico e culturale della Francia. Il simbolismo di Versailles è evidente in ogni suo aspetto. Il palazzo fu progettato per glorificare il re attraverso riferimenti mitologici e cosmologici. La “Galerie des Glaces,” con i suoi specchi e i dipinti che celebrano le vittorie del re, esalta il potere divino e terreno del monarca. Anche i giardini, progettati da André Le Nôtre, riflettono un ordine cosmico, con percorsi geometrici, fontane e statue che rappresentano le stagioni e i pianeti. Versailles fu anche uno strumento di controllo politico. La corte centralizzata permetteva a Luigi XIV di monitorare l’aristocrazia, riducendo la possibilità di ribellioni e consolidando il potere monarchico. La città, costruita intorno al palazzo, simboleggiava un mondo ordinato, plasmato dalla volontà del re. La scelta di Versailles, lontana dalla turbolenta Parigi, rifletteva anche la volontà di Luigi XIV di separare il potere monarchico dalle pressioni della popolazione urbana e delle élite politiche. Il palazzo divenne così non solo una residenza reale, ma il fulcro di un sistema politico e sociale che ruotava attorno al re. Roma e Versailles, pur essendo espressioni del potere in contesti diversi, condividono alcune caratteristiche fondamentali nella loro rappresentazione del potere. Entrambe le città utilizzano l’architettura e l’urbanistica come strumenti di legittimazione e propaganda, ma lo fanno seguendo approcci distinti, riflesso delle loro nature e delle ambizioni politiche dei loro governanti. ## La lotta fra Roma e Versailles Sia Roma che Versailles puntano su una monumentalità che trasmette messaggi universali di ordine e autorità. A Roma, la Basilica di San Pietro e il colonnato del Bernini creano uno spazio sacro che richiama la centralità della Chiesa cattolica nel mondo cristiano. Allo stesso modo, la “Galerie des Glaces” e i giardini di Versailles esprimono l’idea che Luigi XIV fosse il fulcro del cosmo politico e culturale della Francia. Entrambe le città fanno un uso intenzionale di simbolismi cosmologici. La cupola di San Pietro, che sovrasta il centro della Basilica, rappresenta l’unione tra cielo e terra, una chiara metafora del ruolo papale come intermediario divino. A Versailles, i riferimenti al sole e ai pianeti nei giardini e negli spazi interni riflettono l’identificazione del re con Apollo, il dio solare, sottolineando il suo ruolo di fonte di luce e potere. La differenza principale risiede nella natura del potere rappresentato. Roma, come capitale religiosa, pone l’accento sulla sacralità e sull’eredità cristiana. Ogni strada, piazza e monumento richiama il ruolo divino del papa come successore di Pietro e guida della Chiesa universale. Al contrario, Versailles enfatizza il potere secolare di Luigi XIV, sebbene con frequenti richiami al divino. Il re non si presenta come vicario di Dio, ma come un sovrano scelto dalla provvidenza per governare. Un’altra differenza significativa è il rapporto con la popolazione. Roma, centro di pellegrinaggio per milioni di fedeli, era pensata per accogliere e guidare i visitatori attraverso un percorso di fede e penitenza. Versailles, invece, è progettata come una corte chiusa, un teatro del potere dove ogni aspetto della vita del re è visibile ma controllato, riservato a una ristretta élite. Entrambe le capitali utilizzarono le arti e la stampa per diffondere la loro immagine. A Roma, le guide dei pellegrini e le mappe delle “Mirabilia Urbis Romae” celebravano la magnificenza della città come centro della cristianità. Versailles, invece, fu immortalata in opere letterarie, incisioni e guide che esaltavano la grandeur del palazzo e dei suoi giardini, diffondendo l’immagine di Luigi XIV come il più grande monarca europeo. ## Il potere diventa spettacolo La retorica visiva fu uno strumento fondamentale per comunicare il potere a Roma e Versailles. Attraverso l’architettura, l’urbanistica, le arti visive e persino la pianificazione degli eventi, entrambe le capitali divennero palcoscenici per mettere in scena il messaggio politico dei loro governanti. A Roma, l’architettura barocca riflette l’autorità della Chiesa e la sua connessione con l’eterno. La geometria e la simmetria delle piazze, unite alla monumentalità dei luoghi sacri, incarnavano l’ordine divino che il papa pretendeva di rappresentare sulla terra. San Pietro divenne il simbolo di un’autorità in grado di superare le divisioni religiose e politiche. A Versailles, l’architettura si concentrò sulla glorificazione personale di Luigi XIV. Il palazzo e i giardini furono progettati per simboleggiare il controllo assoluto del re sulla natura e sull’uomo. La “Gallerie des Glaces” non solo celebra le vittorie militari, ma trasforma la figura del re in un’immagine mitica, quasi divina. La diffusione di mappe, guide e incisioni permise di estendere il messaggio delle capitali oltre i loro confini fisici. A Roma, queste pubblicazioni descrivevano le piazze, le chiese e i percorsi dei pellegrini, promuovendo l’immagine della città come la “nuova Gerusalemme.” A Versailles, le guide e i dipinti celebravano il re e i suoi successi, rafforzando la percezione di Luigi XIV come un sovrano universale. In entrambe le città, il potere fu spettacolarizzato attraverso eventi pubblici. A Roma, le processioni religiose e le celebrazioni liturgiche enfatizzavano il ruolo del papa come leader spirituale. A Versailles, le feste e i rituali della corte mettevano in scena il potere del re, trasformando ogni momento della sua vita in una performance visibile a tutti. ## Un duello non ancora concluso: popolo contro nobiltà Roma e Versailles rappresentano due esempi emblematici di come l’architettura, l’urbanistica e l’arte possano essere utilizzate per comunicare e legittimare il potere. Nonostante le loro differenze – legate alla natura sacra o secolare del potere che incarnano – entrambe le capitali hanno raggiunto il medesimo obiettivo: costruire un messaggio di autorità universale che potesse influenzare non solo i loro contemporanei, ma anche le generazioni future. Roma, capitale della cristianità, si impose come simbolo della sacralità e dell’eternità. La città, attraverso monumenti come San Pietro e un piano urbanistico che univa elementi classici e cristiani, diventò un messaggio visibile del primato spirituale e politico del papato. La trasformazione barocca di Roma rappresentò la risposta della Chiesa cattolica alle sfide della Riforma protestante, ribadendo la centralità della fede e del potere papale in un mondo in cambiamento. Versailles, al contrario, riflette la potenza di un potere monarchico secolare che trovava legittimazione in un’immagine mitica del sovrano. Luigi XIV utilizzò il palazzo e i giardini come strumenti per consolidare la propria autorità, centralizzando il potere e riducendo il ruolo dell’aristocrazia. Il simbolismo solare e la spettacolarizzazione della corte trasformarono Versailles in un teatro di propaganda che celebrava il re come fonte di ordine e prosperità per la Francia. Il confronto tra Roma e Versailles evidenzia come, nel periodo barocco, il potere trovasse espressione non solo nelle istituzioni, ma anche nello spazio fisico. Entrambe le città sfruttarono l’architettura e l’urbanistica per creare un ambiente che riflettesse un ordine superiore, capace di ispirare fedeltà e meraviglia. Ma mentre Roma si rivolse a un pubblico globale come centro spirituale, Versailles divenne un modello per le corti europee, imponendosi come simbolo del potere assoluto. L’eredità di Roma e Versailles perdura fino ai giorni nostri. Roma continua a essere un centro spirituale e culturale, la cui architettura barocca attira milioni di visitatori ogni anno. Versailles, pur non essendo più un centro di potere, rimane un’icona dell’assolutismo e un capolavoro artistico che ispira e affascina. Entrambe le città, attraverso la loro monumentalità e il loro simbolismo, ci ricordano come il potere possa essere scolpito nella pietra e immortalato nel tempo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [La battaglia di Ilipa, 206 a.C: il capolavoro di Scipione](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-ilipa-206/) **Published:** Novembre 7, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Contesto storico](#Contesto_storico) - [Disposizione degli eserciti](#Disposizione_degli_eserciti) - [Svolgimento della battaglia](#Svolgimento_della_battaglia) - [Gli eventi successivi alla battaglia](#Gli_eventi_successivi_alla_battaglia) - [Le conseguenze della battaglia di Ilipa](#Le_conseguenze_della_battaglia_di_Ilipa) La **battaglia di Ilipa** è uno scontro della seconda guerra punica, in cui i legionari guidati da Publio Cornelio Scipione sconfissero i generali Asdrubale Giscone e Magone Barca. Si tratta di una battaglia **tatticamente importante**, poiché rappresenta la prima dimostrazione pratica della comprensione, da parte di Scipione, delle manovre utilizzate da Annibale e del loro miglioramento a danno del nemico. Durante lo scontro, infatti, venne utilizzata una formazione letteralmente inversa rispetto a quella adottata a Canne. La battaglia di Ilipa rese impossibili ulteriori invasioni via terra verso l’Italia e iniziò a intaccare seriamente il dominio della famiglia di Annibale nella penisola iberica. ## Contesto storico Dopo la battaglia di Baecula e la partenza di **Asdrubale Barca**, fratello di Annibale, verso l’Italia, i cartaginesi inviarono ulteriori rinforzi, che sbarcarono nella penisola all’inizio del 207 a.C. I soldati di Annone si unirono rapidamente a quelli di **Magone Barca**, il fratello più giovane di Annibale. Insieme, i due formarono un esercito potente e iniziarono a reclutare mercenari dalla regione della Celtiberia. Nel frattempo, un altro generale cartaginese, Asdrubale Giscone, fece avanzare il suo esercito da Gades verso l’Andalusia. Scipione si trovava quindi di fronte a **due forze nemiche congiunte**, che si davano manforte a vicenda e che aumentavano rapidamente i loro effettivi. Dopo un’attenta analisi della situazione, Scipione decise di inviare un distaccamento dei suoi legionari, sotto il comando di **Marco Giunio Silano**, per attaccare a sorpresa Magone, il generale più giovane e meno esperto. Marciando a grande velocità attraverso il territorio iberico, Silano riuscì ad attaccare il nemico, prendendolo completamente alla sprovvista: gli accampamenti cartaginesi furono distrutti, i contingenti dei Celtiberi dispersi e, nel caos generale, Silano riuscì addirittura a **catturare il generale Annone.** Asdrubale rimase così solo ad affrontare l’esercito di Scipione: il generale cartaginese, che iniziava ad essere in difficoltà, cercò di adottare una strategia attendista, dividendo le sue truppe fra le città fortificate della penisola iberica per costringere l’avversario a frazionare le sue forze e indebolirsi. ## Disposizione degli eserciti La primavera successiva, i cartaginesi avviarono una serie di campagne militari per cercare di recuperare tutti i loro possedimenti iberici. Magone fu raggiunto presso la città di Ilipa da un rinforzo di circa 74.000 uomini, guidati da **Asdrubale Giscone**. In questo modo, i cartaginesi avevano un vantaggio numerico rispetto a Scipione, il quale poteva contare solo su 48.000 soldati, tra cui un contingente di alleati iberici, fedeli ma meno esperti rispetto ai legionari. Le cifre fornite da Tito Livio ridimensionano l’esercito cartaginese a 50.000 fanti e 4.500 cavalieri, mentre attribuiscono a Scipione una forza di 55.000 uomini. In questa versione della cronaca, i cartaginesi avevano quindi solo un leggero vantaggio numerico. All’arrivo dei Romani, Magone **scatenò un audace attacco contro l’accampamento romano,** utilizzando la maggior parte della sua cavalleria sotto il comando dell’alleato numida Massinissa. Scipione, che aveva ampiamente previsto questa mossa, aveva nascosto la sua cavalleria dietro una collina. Da lì, i cavalieri romani poterono caricare improvvisamente sul fianco cartaginese, respingendo il nemico e infliggendo pesanti perdite all’esercito di Magone. Nei giorni successivi, gli avversari si **osservavano a vicenda**. I cartaginesi uscivano per primi dal loro accampamento, disponendo l’esercito e preparandosi allo scontro. Solo dopo aver compreso la formazione del nemico, Scipione comandava ai suoi legionari di uscire dall’accampamento per contrapporsi ai cartaginesi. Poi, dopo qualche tempo, entrambi i contingenti rientravano ai loro posti. Durante questi giorni di studio reciproco, la formazione romana si posizionava sempre con le legioni al centro e gli alleati iberici sulle ali. Scipione voleva infatti convincere Asdrubale e Magone che quella sarebbe stata la formazione definitiva che avrebbe schierato per la battaglia decisiva. ## Svolgimento della battaglia Scipione, convinto di aver ingannato gli avversari, fece la sua mossa. I legionari furono svegliati ancora prima dell’alba ed ebbero il tempo di nutrirsi e prepararsi adeguatamente. Dopodiché, Scipione inviò le sue truppe di cavalleria e la fanteria leggera contro gli avamposti cartaginesi. Nel frattempo, la gran parte dell’esercito usciva ordinatamente dall’accampamento per posizionarsi sul campo di battaglia. Quel giorno, a differenza di quanto avvenuto in precedenza, **le legioni erano posizionate sulle ali, mentre gli alleati iberici erano stati schierati al centro.** I cartaginesi, innervositi dagli attacchi nemici, si precipitarono fuori dai loro accampamenti senza nutrirsi e preparandosi il più in fretta possibile. Convinto che Scipione avrebbe disposto le sue forze come al solito, Asdrubale schierò le truppe africane più forti al centro e i mercenari spagnoli sulle ali. Il generale cartaginese **si accorse troppo tardi del drastico cambio di formazione** dell’avversario e, essendo i legionari di Scipione ormai troppo vicini, non vi era più alcuna possibilità di apportare modifiche allo schieramento. Quando Scipione decise di attaccare, richiamò le truppe leggere, che attraversarono gli spazi lasciati tra i manipoli per posizionarsi dietro le legioni. L’ordine generale di Scipione prevedeva che gli **iberici** al centro avanzassero **lentamente**, mentre le ali, composte dai **legionari**, si avvicinavano al nemico a un passo decisamente più **rapido**. In questo modo, Scipione fu in grado di formare una linea di battaglia concava, esattamente opposta alla disposizione di Annibale a Canne. Proprio per questo motivo, gli storici militari definiscono la battaglia di Ilipa anche *“Canne rovesciata”.* Le truppe leggere si posizionarono sui fianchi dei legionari, estendendo ulteriormente le ali dell’esercito romano e accerchiando l’intera linea cartaginese su entrambi i lati. Durante la manovra, **Asdrubale** si rese conto di trovarsi in un vicolo cieco: se avesse distolto le sue forze per contrastare le ali romane, avrebbe scoperto il centro, permettendo così agli alleati iberici di Scipione di attaccare facilmente, sfondando le sue linee. Ma, mantenendo la situazione invariata, le lunghe ali romane avrebbero finito per circondare il suo esercito. Inoltre, Scipione era riuscito a contrapporre le proprie truppe più forti, costituite dai legionari, agli alleati, più deboli, di Asdrubale. Il centro cartaginese perse ogni coraggio, anche a causa degli elefanti, che, impazziti, iniziarono a devastare le stesse linee di Asdrubale. Spinti verso il centro dalla cavalleria romana che attaccava sui fianchi, gli elefanti finirono per distruggere quel che rimaneva delle difese cartaginesi. Oltre alla fame e alla stanchezza, i cartaginesi videro il loro generale completamente circondato e disorientato. Asdrubale non poté fare altro che ordinare ai suoi uomini di ritirarsi ordinatamente verso l’accampamento, l’ultima frontiera di salvezza. Scipione, intuendo la mossa del nemico, ordinò al centro iberico di accelerare il passo e attaccare ciò che rimaneva dell’esercito cartaginese. Il contingente punico collassò e iniziò un massacro da parte dei legionari romani, che sarebbe stato pari a quello di Canne, se non fosse scoppiato un improvviso acquazzone, che bloccò tutte le azioni sul campo e permise ai cartaginesi rimasti di trovare rifugio nel loro accampamento. ## Gli eventi successivi alla battaglia Le truppe cartaginesi sopravvissute non riuscirono a riposare durante la notte successiva. Consapevoli che il mattino seguente i romani avrebbero inevitabilmente attaccato, trascorsero le ore notturne a rafforzare le loro difese. Ma nel corso della notte, un numero sempre crescente di mercenari iberici iniziò ad abbandonare Asdrubale, fuggendo disordinatamente verso le pianure circostanti. Approfittando dell’oscurità, Asdrubale tentò di far uscire gli ultimi uomini a lui fedeli, cercando di sfuggire ai romani. Scipione, che aveva disseminato il territorio di vedette, si accorse immediatamente della manovra e ordinò un inseguimento. Guidato dalla cavalleria, l’intero esercito romano si mise sulle tracce di Asdrubale. Quando i romani raggiunsero finalmente l’esercito cartaginese, si scatenò una vera e propria carneficina. Asdrubale rimase con soli 6.000 uomini, che si rifugiarono su una montagna vicina, senza alcuna riserva d’acqua. Questo ultimo contingente cartaginese si arrese poco dopo. Scipione aveva così ottenuto una vittoria decisiva, e soprattutto aveva portato l’intera cultura militare romana ad un nuovo livello. ## **Le conseguenze della battaglia di Ilipa** Dopo lo scontro, Asdrubale Giscone partì per l’Africa per incontrare il potente re numida Siface. Iniziò così una vera e propria “gara” diplomatica con Scipione, nel tentativo di assicurarsi per primo il favore dei Numidi, il cui contingente poteva risultare determinante sul campo di battaglia. Magone Barca, invece, fuggì verso le isole Baleari, da dove sarebbe salpato in direzione della Liguria, tentando un’invasione dell’Italia settentrionale. Scipione, completata la campagna iberica, tornò a Roma, dove fu eletto console nel 205 a.C. con una nomina quasi unanime. Dopo aver ricevuto il consenso del Senato, ottenne il controllo della Sicilia come proconsole. Da lì, avrebbe organizzato e lanciato la sua invasione del Nord Africa. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [I Pretoriani: storia della guardia pretoriana](https://scriptamanentitalia.it/pretoriani-storia-guardia-pretoriana/) **Published:** Ottobre 20, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [I pretoriani sotto la Repubblica](#I_pretoriani_sotto_la_Repubblica) - [I pretoriani sotto la dinastia Giulio-Claudia](#I_pretoriani_sotto_la_dinastia_Giulio-Claudia) - [I pretoriani durante l’anno dei quattro imperatori](#I_pretoriani_durante_lanno_dei_quattro_imperatori) - [I pretoriani sotto la dinastia Flavia](#I_pretoriani_sotto_la_dinastia_Flavia) - [I pretoriani sotto la dinastia Antonina](#I_pretoriani_sotto_la_dinastia_Antonina) - [I pretoriani sotto la dinastia dei Severi](#I_pretoriani_sotto_la_dinastia_dei_Severi) - [La guardia pretoriana del III secolo](#La_guardia_pretoriana_del_III_secolo) - [La dissoluzione della guardia pretoriana](#La_dissoluzione_della_guardia_pretoriana) La guardia [pretoriana ](https://scriptamanentitalia.it/pretoriani-guardia-imperatore/)era un’unità di eccellenza dell’esercito romano: i pretoriani avevano il compito di proteggere l’imperatore e di raccogliere informazioni in qualità di agenti segreti. Durante la Repubblica Romana, i pretoriani dovevano proteggere principalmente gli alti funzionari, come senatori e procuratori. Nel 27 a.C., quando Roma si trasformò da una repubblica a un principato, il primo imperatore di Roma, Augusto, designò i pretoriani come guardia del corpo personale. Per i tre secoli successivi, i pretoriani furono fondamentali sia per la protezione dell’imperatore che nella gestione degli intrighi di palazzo, influenzando in maniera determinante la politica imperiale e arrivando addirittura a uccidere diversi imperatori che avevano ormai perso il controllo. Nel 312 d.C., dopo la vittoria contro Massenzio, il nuovo imperatore Costantino il Grande sciolse le coorti pretorie e distrusse le loro caserme presso i *Castra Pretoria*, sostituendole con le “Scholae Palatinae”. ## **I pretoriani sotto la Repubblica** Sebbene tradizionalmente associati al periodo imperiale, le origini dei pretoriani risalgono ai tempi della Repubblica Romana, quando dovevano fungere da protezione personale per diversi generali romani. La primissima testimonianza storica dei pretoriani risale al 275 a.C., al servizio della famiglia degli Scipioni. I generali con l’autorità di comandare eserciti e ricoprire cariche pubbliche erano normalmente dotati di littori con il compito di proteggerli. Il console e il proconsole avevano 12 littori ciascuno, mentre le cariche di pretore e proprietore ne avevano sei. Tuttavia, altri magistrati, non avendo una guardia del corpo designata dallo Stato, decidevano di proteggersi assoldando unità di guardia del corpo temporanee. Ad esempio, nella Hispania Citeriore, durante l’assedio di Numanzia del 134 a.C., il generale Scipione Emiliano si fece proteggere da un’unità di 500 soldati scelti. Alla fine del 40 a.C., i due leader del secondo triumvirato, Ottaviano e Marco Antonio, scelsero di farsi proteggere personalmente dalle guardie pretoriane. Ottaviano fece insediare i suoi pretoriani all’interno del *pomerium* cittadino, il confine religioso e legale di Roma: fu la prima volta che truppe armate furono stanziate stabilmente dentro la città. In Oriente, Antonio comandò invece tre coorti di pretoriani, facendo anche battere alcune monete in onore della sua guardia. Secondo lo storico Orosio, Ottaviano comandò cinque coorti di pretoriani durante la battaglia di Azio del 31 a.C., unendo poi le sue forze con quelle di Antonio. Diventato Augusto nel 27 a.C., Ottaviano decise di mantenere i pretoriani come propria guardia del corpo personale, stabilendo il loro accampamento nei *Castra Pretoria*. ## I pretoriani sotto la dinastia Giulio-Claudia Il compito principale dei pretoriani durante la dinastia Giulio-Claudia era proteggere la casa di [Augusto ](https://www.youtube.com/watch?v=PJbIHGIW3Qg)sul Palatino, dove sia le centurie di fanteria che le turmae di cavalleria controllavano il palazzo dell’imperatore. Oltre alla stretta protezione della figura dei Princeps, i pretoriani avevano anche altre importanti funzioni, tra cui la protezione dei membri della famiglia imperiale e attività paragonabili alla nostra polizia antisommossa, per stroncare sul nascere proteste e ribellioni. Accampati nei castra pretoria, ogni pomeriggio il tribuno della coorte pretoriana riceveva, direttamente dall’imperatore, la parola d’ordine che permetteva agli altri pretoriani di entrare e uscire dall’accampamento. Secondo Tacito, nell’anno 23 a.C. vi erano nove coorti pretoriane, per un totale di 4.500 uomini, l’equivalente di una legione, con il compito di mantenere la pace in Italia: tre stanziate a Roma e le altre nelle vicinanze. Secondo lo storico Boris Rankov, una iscrizione di recente scoperta confermerebbe l’incremento delle coorti a 12 per un breve periodo. L’aumento degli effettivi della guardia pretoriana sarebbe avvenuto alla fine del regno di Augusto e all’inizio del regno del suo successore Tiberio, anche se Tacito conferma la presenza di sole 9 corti nel 23 a.C. I pretoriani intervennero per la prima volta su un campo di battaglia durante la grande ribellione in Pannonia e alcuni ammutinamenti in Germania. Alla morte di Augusto, nel 14 d.C., Tiberio si trovò di fronte a una serie di gravi ammutinamenti degli eserciti stanziati sui confini del Reno e della Pannonia, che protestavano per le dure condizioni del servizio militare. I ribelli in Pannonia furono affrontati da Druso Giulio Cesare, il figlio di Tiberio, accompagnato da due coorti pretoriane di fanteria e da una di cavalleria, oltre che da alcune guardie del corpo germaniche. L’ammutinamento in Germania fu invece represso dal nipote ed erede designato di Tiberio, Giulio Cesare Germanico, che guidò delle legioni e dei distaccamenti della guardia pretoriana durante due anni di campagna militare, riuscendo addirittura a recuperare due delle tre aquile legionarie che erano state perse durante la battaglia della foresta di Teutoburgo. La prima occasione in cui la guardia pretoriana divenne protagonista della storia imperiale avvenne al tempo dell’imperatore Tiberio, quando il suo prefetto del pretorio, Seiano, sfruttò la sua posizione per concentrare sotto il suo comando tutti gli eserciti disponibili in Italia. Seiano, approfittando delle debolezze di Tiberio, si fece nominare prefetto e divenne unico capo dell’esercito nel 15 d.C., e per poco non convinse il Senato a concedergli la completa responsabilità del governo. Seiano fu anche responsabile dell’avvelenamento di Druso, che sarebbe diventato il nuovo imperatore. Con l’aiuto della moglie di quest’ultimo, Seiano programmò la sistematica eliminazione di tutti i possibili concorrenti al trono, convincendo Tiberio ad adottarlo legalmente. Il suo complotto fu però scoperto e svelato nel 31 d.C., e Tiberio sfruttò le coorti urbane, che non erano sotto il controllo di Seiano, per farlo arrestare e giustiziare. Nel 37 d.C. Caligola divenne imperatore grazie al determinante supporto del prefetto del pretorio Sutorio Macrone, successore di Seiano come capo della guardia pretoriana. Durante il suo regno, gli effettivi aumentarono da 9 a 12 coorti. Ma fu nell’anno 41 che l’ostilità di un tribuno pretoriano di nome Cassio Cherea, continuamente umiliato da Caligola per la sua voce stridula, portò all’assassinio dell’imperatore da parte degli alti ufficiali dei pretoriani. Nonostante la disperata difesa della guardia del corpo germanica, Caligola fu brutalmente assassinato. Durante quegli attimi concitati, mentre il Senato tentò di proclamare la restaurazione della Repubblica, i pretoriani, che stavano saccheggiando il palazzo imperiale, scoprirono Claudio, lo zio di Caligola, nascosto dietro una tenda. Avendo bisogno di un imperatore per giustificare la propria esistenza, lo portarono a forza all’accampamento pretoriano e lo proclamarono imperatore. Claudio divenne così il primo regnante nominato direttamente dalla guardia pretoriana. Claudio compensò i pretoriani con un bonus pari a cinque anni del loro stipendio e i pretoriani gli rimasero fedeli per tutta la vita, soprattutto durante la campagna di Britannia del 43 d.C. Quando Claudio fu avvelenato dalla moglie Agrippina, i pretoriani diedero il proprio appoggio a Nerone, soprattutto per decisione del prefetto del pretorio Afranio Burro, che esercitò un’influenza molto benefica sul nuovo giovanissimo imperatore, in particolare durante i primi cinque anni del suo regno. Ma dopo il repentino cambio di comportamento di Nerone, gli stessi pretoriani parteciparono alla cospirazione di Pisone, un complotto organizzato nell’anno 65 scoperto appena in tempo dall’imperatore. Il nuovo prefetto del pretorio, Tigellino, guidò la soppressione della cospirazione e, per questo servizio, Nerone ricompensò la guardia pretoriana pagando un bonus di 500 denari ciascuno. ## **I pretoriani durante l’anno dei quattro imperatori** Nel 68 d.C. il nuovo collega di Tigellino, Ninfidio Sabino, convinse la guardia pretoriana ad abbandonare Nerone in favore del suo contendente Galba. Sabino aveva promesso 7.500 denari per ogni pretoriano. Ma quando Galba si rifiutò di pagare, dicendo: “È mia abitudine arruolare i soldati e non comprarli”, i pretoriani cambiarono il loro appoggio in favore del rivale Otone. Galba e il suo successore designato, il giovane Pisone, furono linciati il 15 gennaio. Dopo aver sostenuto Otone contro un terzo contendente, Vitellio, i pretoriani vennero sconfitti sul campo di battaglia, e i loro centurioni giustiziati. Furono riformati dal nuovo vincitore Vespasiano, che creò 16 nuove coorti, reclutate direttamente tra i legionari e gli ausiliari fedeli a Vitellio. Così, dopo un anno di guerra civile, i pretoriani rimasero nuovamente fedeli all’imperatore e contribuirono al governo di Vespasiano. ## **I pretoriani sotto la dinastia Flavia** Sotto i Flavi, i pretoriani erano organizzati in nove coorti guidate dal prefetto Tito, figlio dell’imperatore Vespasiano. La forza effettiva di ogni unità venne riportata a 500 uomini. Venne inoltre abolito il servizio di guardia all’ingresso del palazzo dell’imperatore, anche se i pretoriani continuarono a svolgere compiti di sicurezza rilevanti. Sotto il secondo figlio di Vespasiano, Domiziano, le coorti pretoriane vennero aumentate a 10. In quell’occasione, la guardia pretoriana partecipò alle campagne militari guidate dall’imperatore in persona, combattendo in Germania e sul Danubio contro i Daci. Fu nel corso di una di queste azioni che il loro prefetto, Cornelio Fusco, fu sconfitto e ucciso dal re dei Daci, Decebalo. ## **I pretoriani sotto la dinastia Antonina** Dopo l’assassinio di Domiziano nel 96, i pretoriani pretesero l’esecuzione del prefetto Tito Petronio, che era stato implicato nell’omicidio. Così, all’inizio del 98, la guardia pretoriana sostenne la corsa al trono del generale Traiano, comandante dell’esercito del Reno. Traiano giustiziò il vecchio prefetto del pretorio e tutti i suoi partigiani. Giunto a Roma, la guardia pretoriana gli fu fedele, partecipando alle due guerre daciche e prestando servizio nella sua ultima campagna contro i Parti. Nel II secolo i pretoriani accompagnarono l’imperatore Lucio Vero nella campagna in Oriente contro i Parti. Lucio Vero, fratello dell’imperatore Marco Aurelio, fu adeguatamente protetto e supportato dai pretoriani, che svolsero compiti importanti per la sua sicurezza. Con l’ascesa al trono di Commodo, figlio di Marco Aurelio, nel 180 d.C., la guardia pretoriana tornò a stanziarsi a Roma. In questo periodo il prefetto del pretorio, Tigidio Perenne, e il liberto Marco Aurelio Cleandro, esercitarono una notevole influenza sull’imperatore. Tuttavia, Perenne fu ucciso da una delegazione di 1.500 legionari della Britannia, che erano venuti in visita a Roma per lamentarsi della sua ingerenza negli affari della provincia. Cleandro, rimasto da solo, abusò della sua influenza e del suo potere per nominare e licenziare i prefetti pretoriani, tanto da ottenere nel 188 il comando congiunto della guardia pretoriana assieme ad altri due colleghi. Dopo qualche anno, anche Commodo cadde sotto i pugnali dei pretoriani, precisamente nel 192, quando il prefetto Quinto Emilio Leto organizzò una cospirazione per ucciderlo. Il nuovo imperatore, Pertinace, che aveva preso parte al complotto contro Commodo, pagò ai pretoriani un premio di 3.000 denari, ma venne assassinato solo tre mesi dopo, il 28 marzo del 193 dagli stessi pretoriani, poiché si era rifiutato di aumentare ulteriormente il bonus a loro destinato. I pretoriani misero quindi l’impero all’asta, permettendo al ricchissimo senatore Didio Giuliano di “acquistare” letteralmente il titolo di imperatore. ## **I pretoriani sotto la dinastia dei Severi** Giuliano riuscì a mantenere il suo potere per pochissimi mesi, e gli eserciti stanziati sul fiume Danubio scelsero al suo posto il governatore della Pannonia Superiore, Settimio Severo, che assediò Roma e ingannò i pretoriani avversari, convincendoli a uscire disarmati per poi arrestarli a tradimento. Fu questo un momento di svolta per la storia della guardia pretoriana, che fu sciolta e sostituita da uomini fedelissimi a Settimio. I pretoriani smisero di essere di provenienza italica, come era stato sin dai tempi di Augusto, e furono reclutati prevalentemente dai provinciali, soprattutto della zona danubiana. La nuova guardia pretoriana di Settimio Severo si distinse contro il suo rivale Clodio Albino nella battaglia di Lione del 197, accompagnando poi l’imperatore in Oriente dal 197 al 202 e in Britannia fino alla sua morte, avvenuta a York nel 211. Il governo passò quindi ai due figli di Settimio, Caracalla e Geta. Caracalla perse rapidamente il favore delle truppe assassinando il suo fratello e co-imperatore, così nel 217, mentre era impegnato in una campagna militare in Oriente, venne assassinato su istigazione del suo prefetto del pretorio, Macrino, che divenne nuovo imperatore. Dopo aver governato anch’egli per pochissimo tempo, i pretoriani prima videro con sospetto e poi si opposero apertamente al nuovo imperatore Elagabalo, giovane sacerdote del culto orientale di Baal, uccidendolo barbaramente e sostituendolo nel 222 con il cugino tredicenne Alessandro Severo. In questo periodo, la posizione del prefetto del pretorio in Italia cominciò ad assomigliare sempre di più a un incarico amministrativo, dal momento che vi fu una tendenza a nominare non solo generali, ma anche giuristi. Un esempio è quello di Papiniano, che ricoprì l’incarico dal 203 fino alla sua eliminazione ed esecuzione. Un altro esempio è l’imperatore Alessandro Severo, che affidò la guida della prefettura del pretorio ad uno dei più famosi giuristi della storia romana, Ulpiano. ## **La guardia pretoriana del III secolo** Nella primavera del 238, sotto l’imperatore Massimino Trace, la maggior parte della guardia pretoriana venne impiegata sui campi di battaglia. Difeso da una piccola guarnigione residua, l’accampamento pretoriano di stanza a Roma fu attaccato da una folla di civili che voleva sostenere i senatori e il nuovo imperatore Gordiano, in rivolta contro Massimino. La sconfitta di Massimino nella guerra civile portò alla sua morte per mano delle sue stesse truppe, compresi i pretoriani. I candidati al trono di origine senatoriale, Pupieno e Balbino, richiamarono la guardia pretoriana a Roma, ma, fallendo nel trovare con loro un accordo, si ritrovarono sotto attacco da parte degli stessi pretoriani. Entrambi furono uccisi il 29 luglio del 238, in favore di Gordiano III. Dopo il 238, le fonti letterarie ed epigrafiche sui pretoriani diminuiscono drasticamente e le informazioni su di loro diventano più rare. Sappiamo che nel 249 i pretoriani assassinarono Filippo II, figlio dell’imperatore Filippo l’Arabo. Nel 272, sotto il regno dell’imperatore Aureliano, presero parte a una spedizione contro la città ribelle di Palmira. Poi, nel 284, Diocleziano ridusse lo status dei pretoriani, escludendoli dalla vita di Palazzo. Diocleziano si era infatti trasferito, assieme alla sua corte, a Nicomedia, in Asia Minore, e fondò due nuovi corpi, gli Ioviani e gli Erculiani, chiamati così in onore degli dèi Giove ed Ercole, che sostituirono i pretoriani come guardia del corpo, una tendenza che rimase intatta durante tutto il periodo di governo della tetrarchia. Nel 297, li ritroviamo in Africa agli ordini del co-imperatore Massimiano. Quando Diocleziano si ritirò a vita privata, il 1º maggio del 305, sembra che i *castra praetoria* ospitassero ormai solo una piccola guarnigione. ## **La dissoluzione della guardia pretoriana** Durante i primi anni del IV secolo, il Cesare Flavio Valerio Severo tentò di sciogliere la guardia pretoriana su ordine dell’Augusto Galerio. In risposta, i pretoriani diedero il loro appoggio a Massenzio, figlio dell’imperatore in pensione Massimiano, proclamandolo imperatore il 28 ottobre del 306 d.C. Nel 312, tuttavia, il Cesare di Britannia, Costantino il Grande, marciò su Roma per affrontare Massenzio in una battaglia decisiva, con l’intento di ottenere il controllo dell’Impero romano d’Occidente. Fu la famosa [battaglia di Ponte Milvio.](https://www.youtube.com/watch?v=euHnDFVyvnM) Durante quello scontro, l’esercito di Costantino ottenne una vittoria decisiva contro i pretoriani, che nonostante una resistenza eroica, furono annientati. Con la morte di Massenzio, Costantino comprese la pericolosità e la volubilità dei pretoriani, prendendo la storica decisione di sciogliere definitivamente i resti della guardia pretoriana. I soldati rimanenti vennero dispersi nei vari angoli dell’Impero, e i *castra praetoria* furono completamente smantellati, inaugurando una nuova era nella storia romana e ponendo fine alla lunghissima storia dei pretoriani. FONTI - **“I Pretoriani. Soldati e cospiratori nel cuore di Roma” di Marco Rocco, 2018, Salerno Editore** - **“Pretoriani – Enciclopedia – Treccani” di Ugo Antonielli, 1930, Istituto dell’Enciclopedia Italiana** ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La battaglia del Metauro: la vittoria decisiva della seconda guerra punica](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-metauro/) **Published:** Ottobre 20, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La calata di Asdrubale in Italia](#La_calata_di_Asdrubale_in_Italia) - [I movimenti di Asdrubale e la marcia del console Nerone](#I_movimenti_di_Asdrubale_e_la_marcia_del_console_Nerone) - [Numeri degli eserciti](#Numeri_degli_eserciti) - [La battaglia del Metauro: disposizione sul campo](#La_battaglia_del_Metauro_disposizione_sul_campo) - [La battaglia del Metauro: svolgimento](#La_battaglia_del_Metauro_svolgimento) - [Conseguenze e considerazioni sulla battaglia](#Conseguenze_e_considerazioni_sulla_battaglia) La battaglia del Metauro fu una importante battaglia della seconda guerra punica tra Roma e Cartagine, avvenuta nel 207 a.C vicino al fiume Metauro, in Italia. I cartaginesi erano guidati da Asdrubale Barca, il fratello di Annibale, che stava attraversando l’Italia nel tentativo di ricongiungersi con il suo parente. Gli eserciti romani, guidati dai consoli Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone, intercettarono Asdrubale e distrussero il suo esercito appena in tempo. La battaglia impedì ad Annibale di ricevere fondamentali rinforzi, decretando il sostanziale fallimento della campagna italica del condottiero cartaginese, ed è considerata, anche se poco nota, una delle battaglie più importanti dell’intera storia romana. ## La calata di Asdrubale in Italia La calata in Italia di Asdrubale per aiutare il fratello Annibale stava procedendo abbastanza speditamente. Dopo essere stato sconfitto in Spagna da Publio Cornelio Scipione nella battaglia di Baecula, Asdrubale era riuscito a sfuggire al generale romano, a reclutare dei mercenari nella regione della Celtiberia, superando poi la regione montuosa dei Carpazi e penetrando nella provincia della Gallia meridionale nell’inverno del 208 a.C. Asdrubale, dopo aver atteso la primavera del 207, superò le Alpi, ben quindici anni dopo il fratello, presso il passo delle Traversette e riuscì a dilagare nell’Italia settentrionale. Conoscendo il territorio italico, Asdrubale marciò molto più rapidamente rispetto ad Annibale, potendo anche sfruttare le strade e le costruzioni lasciate dall’esercito annibalico un decennio prima. Inoltre, i Galli, che durante la calata di Annibale avevano ripetutamente attaccato il suo esercito, ora temevano e rispettavano i cartaginesi, permettendo loro di attraversare i loro territori indisturbati e, anzi, arruolandosi come loro alleati contro i Romani. Nel frattempo, Roma si stava riprendendo da una serie di devastanti sconfitte inflitte da Annibale. I Romani erano letteralmente terrorizzati dalla prospettiva di dover combattere Asdrubale e Annibale insieme. Così vennero eletti, con la massima urgenza, i nuovi consoli Claudio Nerone e Marco Livio. Il primo aveva il compito di controllare e impedire i movimenti di Annibale secondo la ben nota strategia temporeggiatrice di Quinto Fabio Massimo, e l’altro di intercettare Asdrubale. Claudio Nerone, con 40.000 uomini, era in netta superiorità numerica rispetto ad Annibale e poté controllare i suoi movimenti nella regione meridionale del Bruzio, impedendo i suoi movimenti ma evitando allo stesso tempo una battaglia campale che sarebbe stata certamente disastrosa per l’esercito romano. Nel frattempo, Marco Livio iniziò a cercare l’esercito di Asdrubale, pattugliando il versante adriatico della penisola e avvicinandosi a Senigallia. ## I movimenti di Asdrubale e la marcia del console Nerone Mentre marciava per l’Italia, Asdrubale inviò dei messaggeri per cercare di comunicare la sua posizione al fratello Annibale. L’intenzione di Asdrubale, trascritta nelle lettere affidate alle spie cartaginesi, era quella di incontrarsi nell’Umbria meridionale, ma, per fortuna dei Romani, i messaggeri vennero intercettati e catturati. Così i piani di Asdrubale caddero nelle mani del console Claudio Nerone. Riconoscendo l’urgenza della situazione e l’enorme minaccia che l’unione dei due eserciti avrebbe costituito per Roma, Nerone prese una decisione estremamente coraggiosa. Aggirando l’autorità del Senato e senza aspettare il suo permesso, lasciò nel suo accampamento, sotto il comando del legato Quinto Cazio, una piccola parte del suo esercito per monitorare i movimenti di Annibale. Con i restanti 7.000 uomini e mille cavalieri a sua disposizione, marciò con estrema rapidità verso nord, per unirsi a Marco Livio. Alcuni cavalieri furono inviati in avanscoperta lungo la linea di marcia, con l’ordine di comandare agli abitanti delle campagne di preparare le provviste per i soldati in avvicinamento. Le truppe di Nerone furono accolte con estremo entusiasmo dai cittadini romani, molti dei quali si aggiunsero al suo esercito durante la marcia. Claudio Nerone, in soli tre giorni, raggiunse rapidamente Marco Livio, che era accampato insieme al pretore Porcio Licinio a Senigallia. Asdrubale aveva posizionato il suo accampamento mezzo miglio a nord rispetto a quello di Livio. Credendo di dover combattere contro il solo Marco Livio, schierò il suo esercito. Tuttavia, osservando attentamente il contingente nemico, si rese conto che i soldati romani erano molto più numerosi rispetto ai giorni precedenti e che anche i contingenti di cavalleria erano ben più cospicui di quanto si aspettasse. Inoltre, Asdrubale ricordò di aver sentito il suono di una seconda tromba all’interno dell’accampamento romano, segno che annunciava l’arrivo di una figura importante. Così, comprese che stava per affrontare due eserciti romani. Temendo la sconfitta, si ritirò nel suo accampamento. Il resto della giornata trascorse senza eventi rilevanti. Durante la notte, Asdrubale cercò di condurre silenziosamente il suo esercito fuori dall’accampamento per ritirarsi nelle Gallie, dove avrebbe potuto ingrossare il suo contingente e cercare di contattare Annibale. Ma all’inizio della marcia, le guide agli ordini di Asdrubale decisero di tradirlo, lasciandolo perso e confuso lungo le rive del fiume Metauro, alla vana ricerca di un guado per attraversarlo. La notte trascorse per Asdrubale nella massima preoccupazione. Al mattino trovò il suo esercito in grande disordine, privo di sonno e ancora intrappolato contro le rive del Metauro, mentre un gran numero di truppe alleate galliche si era ormai ubriacato. Vedendo alcuni distaccamenti della cavalleria romana avvicinarsi rapidamente e capendo che le legioni dei due consoli erano prossime, Asdrubale fu costretto a dare battaglia nella massima impreparazione. ## Numeri degli eserciti La battaglia venne combattuta sulle rive del fiume Metauro, nei pressi di Monte Maggiore al Metauro. Non conosciamo con esattezza il numero delle truppe da entrambe le parti, per cui possiamo fare solamente della supposizoni generali. Asdrubale poteva contare sicuramente su circa 8.000 Liguri, che costituivano un terzo della sua fanteria. Tuttavia, i dati forniti dalle fonti antiche sono spesso insufficienti e si contraddicono. Appiano afferma che la forza cartaginese contava 48.000 fanti, 8.000 cavalieri e persino 15 elefanti, ma Tito Livio sostiene che, alla fine della battaglia, ci furono 61.000 soldati cartaginesi uccisi o catturati e che molti altri riuscirono a fuggire al massacro. Si tratta di cifre certamente gonfiate, soprattutto considerando che Polibio, la fonte più attendibile, stima solamente 10.000 morti tra Cartaginesi e Galli. Calcoli più recenti suggeriscono che l’esercito di Asdrubale fosse composto da circa 30.000 uomini, e quello di Marco Livio da altrettanti. Per quanto riguarda gli effettivi dei romani, bisogna considerare che il pretore Porcio Licinio comandava due legioni, il che significa che assieme a quelle di Livio, i romani avevano quattro legioni, ovvero circa 40.000 uomini, compresi gli alleati. Il numero dei contingenti alleati dei Romani potrebbe essere stato inferiore al solito, dato che negli anni precedenti diversi clienti romani si erano rifiutati di fornire truppe ausiliarie. Per questo motivo, le legioni di Porcio erano probabilmente sottodimensionate. La forza romana fu ulteriormente ridotta dai precedenti combattimenti contro Asdrubale, come dimostra la presenza di 3.000 prigionieri nell’accampamento del Cartaginese. Le 7.000 truppe con cui Claudio Nerone partì dal Bruzio vennero invece ingrossate da circa 2.000 volontari, accorsi durante il tragitto. Al suo arrivo, i Romani avevano probabilmente 37.000 uomini contro Asdrubale. ## La battaglia del Metauro: disposizione sul campo Asdrubale era perfettamente consapevole di trovarsi in forte inferiorità numerica. Decise quindi di posizionare la parte più forte della sua fanteria, quella ispanica e ligure, al centro. Sulla sinistra schierò la debole fanteria gallica. Sapendo che i soldati gallici erano ubriachi e disorganizzati, li posizionò dietro alcune colline e burroni, in modo da impedire, o comunque ostacolare, l’avanzata romana e compensare la poca preparazione degli alleati. Sulla destra posizionò invece la propria cavalleria, affinché fosse vicina al fiume Metauro, che avrebbe costituito una barriera naturale e che avrebbe impedito alla cavalleria romana un pericolosissimo aggiramento. Di fronte alle sue linee, Asdrubale posizionò i suoi 15 elefanti. Dall’altra parte, i Romani si schierarono nella classica formazione di fanteria **triplex acies**, dove Nerone comandava la parte destra dell’esercito e Salinatore quella sinistra. La cavalleria romana venne anch’essa posizionata sulla sinistra per attaccare direttamente la controparte. ## La battaglia del Metauro: svolgimento La battaglia iniziò con il fianco sinistro romano che caricò il fianco destro cartaginese, mentre il centro della fanteria romana avanzava più lentamente. La cavalleria cartaginese, inferiore nel numero, si scagliò comunque con grande coraggio contro la cavalleria romana. Inizialmente i soldati di fanteria cartaginesi mantennero la loro posizione, mentre gli elefanti da guerra, lanciati all’attacco, riuscirono a rompere le linee romane e a diffondere panico e confusione. Claudio Nerone, che si trovava sul fianco destro romano, stava lottando per superare le asperità del terreno che gli bloccavano la strada, nel tentativo di raggiungere i Galli sulla sinistra di Asdrubale, ma constatando l’inutilità di quella operazione, prese una decisione audace e coraggiosa. Con metà dei suoi uomini, organizzati in coorti, fece un lungo percorso dietro le linee romane per sbucare dalla parte opposta del campo di battaglia, ovvero sulla sinistra romana, e dare manforte ai soldati di Livio, facendo poi ruotare le sue truppe e schierandosi contro il fianco destro cartaginese con una forza e intensità improvvise. L’ala destra di Asdrubale, composta dagli Ispanici, non riuscì a resistere a questo doppio attacco da parte dei soldati di Marco Livio e di Claudio Nerone, così furono costretti a ritirarsi, trascinando con sé anche i Liguri, che iniziarono a retrocedere. Gli elefanti correvano ormai impazziti, uccidendo sia i Romani che i Cartaginesi senza più alcun controllo. Asdrubale combatté coraggiosamente al fianco dei suoi uomini, esortandoli continuamente a resistere, radunando i soldati in fuga e cercando di ricomporre le linee del suo esercito. La situazione per i cartaginesi era ormai irrecuperabile, i Galli sulla sinistra cartaginese, che non si erano mossi, si trovarono completamente circondati da un attacco tripartito: Porcio Licinio dal fronte, Marco Livio dal fianco destro e Nerone dalla retroguardia. La cavalleria romana, nel frattempo, aveva ormai completamente sconfitto quella cartaginese, che si era data alla ritirata. Nell’incertezza più totale e completamente circondato, l’esercito di Asdrubale cominciò a scappare in preda al terrore. Sei degli elefanti vennero uccisi dai loro stessi conducenti per fermare la loro azione distruttiva, mentre altri quattro furono catturati dai Romani. Asdrubale, constatando la più completa sconfitta, prese una decisione molto coraggiosa: forse perché dubbioso sulle sue reali prospettive di fuga o forse perché non voleva cadere prigioniero nelle mani dei Romani, spronò il suo cavallo, caricò i nemici insieme alle poche guardie ispaniche rimanenti e venne ucciso, cadendo armi in pugno. Lo stesso Asdrubale fu elogiato sia da Polibio che da Tito Livio per aver fatto tutto il possibile come generale e per aver poi abbracciato una morte gloriosa. Lo storico Dexter Hoyos ritiene invece che la morte di Asdrubale sia stata sciocca, perché il generale, ancora in vita, avrebbe potuto organizzare i resti del suo esercito e costituire una minaccia molto pericolosa nell’Italia settentrionale. Comunque sia, un numero sconosciuto di Liguri e di Galli, forse 10.000, fuggirono dalla battaglia o forse non presero parte affatto al combattimento. Almeno un ufficiale cartaginese, Amilcare, si rifiutò di arrendersi dopo la sconfitta e organizzò un esercito gallico di 40.000 uomini che affrontò i Romani nel 200 a.C. durante la battaglia di Cremona. ## Conseguenze e considerazioni sulla battaglia Claudio Nerone non mostrò alcun rispetto per il suo avversario: fece tagliare la testa di Asdrubale, che venne poi gettata nell’accampamento di Annibale a riprova della sconfitta del fratello. Secondo le cronache, quando Annibale vide ciò, esalò un rammaricato sospiro, pronunciando la famosa frase: «Roma diventerà padrona del mondo». Polibio racconta di 10.000 uomini uccisi per l’esercito di Asdrubale e di un imprecisato numero di prigionieri. Sei elefanti furono uccisi e quattro catturati, mentre i Romani persero circa 2.000 effettivi, stimati da Livio in 8.000. La cifra riportata da Livio riguardante i prigionieri è generalmente accettata dagli storici moderni, mentre il numero dei morti cartaginesi non viene considerato attendibile. Le proporzioni più verosimili sulle perdite cartaginesi si attestano sui 15.000 morti, tra cui 10.000 caduti e 5.000 catturati. Sicuramente un gran numero di ufficiali cartaginesi caddero sul campo di battaglia e molti altri vennero catturati. Il significato e la portata della battaglia del Metauro è ampiamente riconosciuta tra gli storici militari. Secondo i principali trattati, tra cui “*Le 15 battaglie decisive per il mondo*” del 1851 di Shepherd Creasy, la battaglia del Metauro ha neutralizzato la minaccia cartaginese e aperto all’ascesa di Roma e al suo dominio continentale, lasciando Annibale definitivamente bloccato in Italia. La sconfitta di Asdrubale pose fine al tentativo di inviare rinforzi ad Annibale, portando al fallimento della campagna annibalica in Italia e permettendo a Roma di destinare nuove forze e consolidare il proprio dominio sulla Spagna. Nella storiografia, la battaglia del Metauro è stata oscurata da altri scontri della seconda guerra punica, come la grande vittoria di Annibale nella battaglia di Canne, o la sua sconfitta finale nella battaglia di Zama. Ma l’importanza di questa vittoria dei consoli Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore ha sicuramente contribuito alla storia di Roma e del mondo intero. Il fatto che uno degli ufficiali di Asdrubale, un certo Amilcare, si sia attestato nella Gallia Cisalpina e sia riuscito a organizzare un esercito di 40.000 soldati contro Roma dimostra quanto un secondo esercito nemico sul territorio italico avrebbe probabilmente compromesso la capacità di Roma di gestire il conflitto. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [Il reclutamento dei legionari romani. Come avveniva?](https://scriptamanentitalia.it/reclutamento-legionari-romani/) **Published:** Settembre 22, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’età legale](#Leta_legale) - [La cittadinanza romana](#La_cittadinanza_romana) - [La lettera di raccomandazione ](#La_lettera_di_raccomandazione) - [L’altezza](#Laltezza) - [La robustezza](#La_robustezza) - [La provenienza della recluta](#La_provenienza_della_recluta) - [L’istruzione del candidato](#Listruzione_del_candidato) L’arruolamento del legionario romano era un momento fondamentale nella vita dell’esercito. La qualità e la dedizione degli uomini era infatti ciò che poteva trasformare una sconfitta in una vittoria, una campagna fallimentare in un trionfo. Arruolare i legionari necessitava però di una procedura ben precisa per rispettare sia alcuni vincoli legali che dei requisiti fisici che avrebbero trasformato un giovanotto in un valente soldato romano. La decisione di dare il via all’arruolamento di una nuova legione spettava in epoca repubblicana esclusivamente al Senato, l’unica assemblea che poteva autorizzare il reclutamento. Poi, la responsabilità delle operazioni veniva regolarmente delegata ai due consoli, che attraverso alcuni funzionari potevano individuare nuove leve sia in Italia che nelle province. In epoca imperiale, l’autorizzazione all’arruolamento spettava invece all’imperatore, in qualità di massima autorità militare, la cui decisione veniva comunque messa in pratica da una serie di addetti e funzionari, ai quali venivano indicati dei limiti temporali entro cui raggiungere gli obiettivi. Normalmente, le procedure di arruolamento iniziavano nel mese di dicembre e terminavano a febbraio, cosicché le reclute sarebbero state pronte per l’estate, stagione durante la quale si avviavano la maggior parte delle campagne militari. I candidati affrontavano quindi la fase della “Probatio”, detta altresì “Inquisitio”, il termine che designava il vero e proprio “esame” per l’arruolamento. ## L’età legale Il primo requisito riguardava sicuramente l’età. Le norme romane stabilivano a 17 anni l’età legale minima sia per diventare uomini adulti che per essere arruolati come legionari, anche se non si trattava di un limite inderogabile. In alcuni casi, soprattutto quando si rendeva necessario un cospicuo numero di soldati per affrontare un pericolo imminente, i funzionari potevano accettare anche ragazzi di 15 o di 16 anni. L’età media di arruolamento andava comunque dai 18 ai 23, anche se alcune fonti antiche citano casi di arruolamento a 26 o 27 anni, con un limite massimo, e assai raro, di 35. ## La cittadinanza romana Requisito fondamentale e irrinunciabile era la cittadinanza romana: solo ed esclusivamente un cittadino si sarebbe potuto arruolare come legionario. Un uomo libero ma non cittadino o addirittura uno schiavo che si fosse finto tale per entrare nell’esercito, sarebbe stato immediatamente condannato a morte. Questa regola, ferrea nell’epoca monarchica e repubblicana, conobbe in realtà una sorta di degenerazione nel tardo impero romano, nel senso che, di fronte ad una necessità sempre più famelica di soldati, la cittadinanza poteva essere spesso concessa allo stesso momento dell’arruolamento, per aggirare il vincolo legale. Dopo la dimostrazione o la concessione della cittadinanza, il candidato doveva prestare solenne giuramento di fronte ad un funzionario e ad altri commilitoni, chiamati “cautores”, che facevano da veri e propri testimoni della sua promessa. ## La lettera di raccomandazione Diversi autori antichi, fra cui Giovenale, confermano che una lettera di raccomandazione da parte di un personaggio autorevole era fondamentale per ottenere l’arruolamento nell’esercito. Si chiamavano “Epistule commendaticae” e si trattava di lettere siglate da un cittadino romano di alto rango, un funzionario militare, un nobile o un notabile che assicurava il buon comportamento della recluta e che cercava di convincere i funzionari, con la propria parola, ad accettare il candidato. La raccomandazione, che nella società moderna viene considerata negativamente, era al contrario largamente accettata nel periodo romano, perché costituiva una sorta di garanzia aggiuntiva al giuramento del candidato. ## L’altezza Requisito fondamentale era l’altezza. Sappiamo che al tempo degli imperatori Valentiniano e Valente, nel Tardo Impero, si veniva accettati con un’altezza minima di 5 piedi e 7 pollici, che corrispondevano all’odierno 1,65 m. I cavalieri dovevano raggiungere invece i 6 piedi, ovvero 1,78 m. Conferma a questa regola giunge dai funzionari addetti al reclutamento della Legio I Italica, voluta da Nerone, dove l’altezza richiesta era, di nuovo, di almeno 6 piedi. Queste tracce nelle fonti antiche ci aiutano in realtà a sfatare il mito che l’esercito romano fosse composto da persone di bassissima statura. Sebbene di fronte ai guerrieri germanici, spesso alti 1.90, i romani sembrassero piccoli, nell’ambito del mondo mediterraneo i soldati latini avevano una statura perfettamente nella media. ## La robustezza Sappiamo con grande precisione dalle fonti antiche, che ce lo descrivono nel dettaglio, che la forma fisica era fondamentale e il buon candidato doveva essere soprattutto robusto. Veniva largamente gradito un collo largo, spalle ampie e gambe muscolose per sopportare le fatiche della marcia, con dei piedi ben piantati per terra e senza particolari problemi nel movimento. A differenza di alcuni falsi storici, dove i legionari vengono presentati come culturisti pieni di muscoli, era invece preferita e valutata l’armonia generale del corpo e le buone proporzioni. Se dalla struttura fisica complessiva traspariva una certa solidità, venivano accettati anche soggetti con alcuni difetti. Sappiamo ad esempio che avere un solo testicolo non comportava il fallimento della visita militare. Ma in compenso udito e vista dovevano essere assolutamente perfetti. ## La provenienza della recluta Nelle fonti antiche troviamo anche la citazione di alcune provenienze preferite dai funzionari addetti al reclutamento. Tendenzialmente, le persone che provenivano dalle campagne, abituate ai lavori più umili, erano certamente più gradite rispetto agli abitanti della città, che venivano guardati con scetticismo. Tutti coloro che eseguivano lavori considerati femminili, come i cuochi, i tessitori, gli artigiani e gli artisti, venivano quasi sicuramente scartati. Vi erano poi delle considerazioni circa la provenienza geografica. Coloro che provenivano dalle regioni settentrionali, come la Gallia Belgica o la Germania, venivano considerati impetuosi, e quindi particolarmente adatti allo scontro, ma allo stesso tempo imprudenti. Chi veniva dal climi temperati veniva considerato equilibrato nel comportamento e dunque preferito, mentre i “meridionali”, che provenivano dall’Italia del Sud o dall’Africa del Nord, erano considerati particolarmente intelligenti, ma tendenzialmente oziosi, per cui era necessario imporre, per loro, un alto livello di disciplina. ## L’istruzione del candidato Le capacità intellettive del candidato potevano contribuire anche notevolmente alla valutazione. All’interno della legione romana era importante registrare tutto: la parola d’ordine del giorno, le paghe per i legionari, i turni di guardia, eventuali provvedimenti degli ufficiali, gli ordini. Saper leggere e fare di conto veniva considerato sicuramente un elemento positivo, perché il candidato sarebbe stato di molto aiuto nella gestione quotidiana degli affari della legione. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [L'assedio di Sagunto. Il casus belli della seconda guerra punica](https://scriptamanentitalia.it/assedio-sagunto/) **Published:** Settembre 17, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La conquista dell’Iberia da parte dei cartaginesi](#La_conquista_dellIberia_da_parte_dei_cartaginesi) - [L’avvicinamento di Annibale a Sagunto](#Lavvicinamento_di_Annibale_a_Sagunto) - [L’attacco di Annibale contro Sagunto](#Lattacco_di_Annibale_contro_Sagunto) - [La resistenza di Sagunto e la nuova ambasciata romana presso Annibale](#La_resistenza_di_Sagunto_e_la_nuova_ambasciata_romana_presso_Annibale) - [L’assalto finale a Sagunto](#Lassalto_finale_a_Sagunto) - [Le conseguenze e lo scoppio della guerra](#Le_conseguenze_e_lo_scoppio_della_guerra) L’assedio di Sagunto fu un lungo e doloroso assedio condotto dalle forze di Annibale contro la città di Sagunto, alleata dei romani. Gli storici identificano questo evento come il casus belli della seconda guerra punica e viene collocato tradizionalmente nel 219 a.C. L’assedio durò per ben otto mesi, fino al 218 a.C., quando gli abitanti di Sagunto, ormai stremati, si arresero alle truppe cartaginesi e subirono un pesantissimo saccheggio. ## La conquista dell’Iberia da parte dei cartaginesi I cartaginesi erano presenti in Iberia già dal 237 a.C., e nel corso dei decenni avevano stabilito dei solidi rapporti militari e commerciali con le tribù del luogo. Il principale fautore della conquista dell’Iberia fu **Amilcare Barca**. Padre di Annibale e membro di spicco dell’aristocrazia cartaginese, Amilcare divenne comandante delle forze puniche in Iberia e iniziò una guerra di conquista per assicurarsi il controllo delle miniere di oro e di argento della regione. Tali ricchezze, formalmente, gli avrebbero permesso di pagare più velocemente l’indennità di guerra imposta dai romani dopo la sconfitta cartaginese nella prima guerra punica. In realtà era chiaro il disegno di Amilcare di organizzare la riscossa. Alla morte di Amilcare, suo figlio **Annibale** si sentì investito della missione di vendicare l’onore di Cartagine e cercò in tutti i modi un pretesto per iniziare una nuova guerra contro Roma. Partendo dalla città di **Qart Hadasht**, iniziò a sottomettere le popolazioni a sud del fiume Ebro, come gli **Olcadi** nel 221 a.C., e i **Vaccei e i Carpetani** nel 220 a.C. L’obiettivo del generale cartaginese era quello di assicurarsi una solida base di potere che gli avrebbe permesso di lanciare le future offensive, prima contro la città di Sagunto e poi per la sua grande traversata nell’Europa. ## L’avvicinamento di Annibale a Sagunto Entro la fine del 220 a.C., dopo otto mesi di fortunata campagna militare, Annibale ritornò con il suo esercito a Hadasht per trascorrervi l’inverno. Gli abitanti di **Sagunto** capirono che la guerra era imminente, soprattutto per via di alcune incursioni dei vicini popoli dei Turdetani o Turboleti, probabilmente sobillati dallo stesso Annibale. I Saguntini mandarono immediatamente messaggeri a Roma, convincendo i romani ad inviare degli ambasciatori per cercare di frenare le mosse di Annibale e avvertire il generale punico che la città di Sagunto era alleata del popolo romano. Lo storico Polibio ci racconta che la delegazione romana, guidata da **Publio Valerio Flacco e Quinto Bebio Tamfilo,** arrivò ad Hadasht e fu ricevuta in persona da Annibale. I delegati romani chiesero al generale cartaginese di non intervenire contro Sagunto, la quale era sotto la diretta protezione di Roma, e soprattutto di non attraversare il fiume Ebro con il suo esercito, per rispettare un accordo stipulato tra i romani e Asdrubale già nel 226 a.C. Ma la storiografia romana tramanda la figura di un Annibale pieno di arroganza e voglia di combattere. Annibale rispose di aver ottenuto il benestare del Senato cartaginese e assicurò ai romani che il suo obiettivo era porre fine agli abusi commessi dagli abitanti di Sagunto nei confronti dei vicini turdetani, alleati dei cartaginesi. Lo storico antico Polibio sottolinea quanto le argomentazioni di Annibale fossero poco più che pretesti, e che il cartaginese avrebbe avuto molta più credibilità se avesse chiesto la restituzione dell’isola di Sardegna, la quale era stata strappata ai cartaginesi dai romani sfruttando un momento di debolezza di Cartagine e in piena violazione dei trattati tra le due nazioni. Gli ambasciatori romani ebbero subito la sensazione che Annibale cercasse la guerra a tutti i costi e salparono per la città di Cartagine con l’intenzione di presentare le loro domande direttamente al senato cartaginese. Nel frattempo, il senato romano, di fronte alla minaccia di una nuova guerra, cercò di adottare delle misure volte a consolidare le conquiste romane ad est, verso il territorio dell’Illiria. ## L’attacco di Annibale contro Sagunto Secondo lo storico Tito Livio, l’esercito di Annibale contava quasi 150.000 soldati, mentre gli abitanti di Sagunto disponevano di forze limitate per difendersi all’interno delle loro fortificazioni. Inoltre, gli assediati avrebbero dovuto dividere le proprie truppe per resistere contemporaneamente su più fronti. Anche se le cifre di Tito Livio sono probabilmente esagerate, è chiaro che l’esercito cartaginese godeva di un vantaggio evidente. Annibale si avvicinò alle **campagne circostanti Sagunto** con il suo esercito, dando ordine di devastare i campi per impedire ai saguntini di rifornirsi di cibo. Poi, dopo aver allestito il proprio accampamento, fece circondare la città con un massiccio assedio su tre lati. Gli attacchi di Annibale si concentrarono principalmente sulla parte occidentale delle mura, quelle rivolte verso la pianura circostante, attaccate con diverse macchine di assedio e con un grande numero di arieti. Il cartaginese fece costruire anche un’alta torre d’assedio per colpire le parti maggiormente fortificate e sorvegliate da soldati veterani di Sagunto. Nel bel mezzo di questi scontri, sia Tito Livio che lo storico bizantino Zonara riferiscono di una **ferita inflitta ad Annibale**. Egli stesso, avvicinatosi eccessivamente alle mura, fu colpito alla coscia da un giavellotto: il suo esercito si spaventò e i soldati fuggirono, abbandonando quasi completamente l’assedio. Annibale, ritornato nell’accampamento, dichiarò una tregua per curarsi, ma durante questo tempo diede ordine di costruire una nuova serie di fortificazioni attorno alla città, per continuare ad isolarla dalla regione circostante. Ripresosi dalla ferita, gli scontri ricominciarono. ## La resistenza di Sagunto e la nuova ambasciata romana presso Annibale A poco a poco le mura della città iniziavano a scricchiolare sotto i ripetuti colpi di ariete, tanto che alcune parti delle fortificazioni erano ormai già crollate a terra con grande schianto. Ad un certo punto, i cartaginesi riuscirono a creare una breccia e tentarono di fare irruzione nella città, ma trovarono un muro di soldati saguntini pronti a difendere le loro case in un combattimento corpo a corpo. Come racconta Tito Livio, *“da una parte la speranza, dall’altra la disperazione aumentavano il coraggio”*. I cartaginesi sapevano che sarebbero diventati i padroni della città, se solo avessero compiuto un ultimo sforzo, mentre i saguntini proteggevano con le loro armature una patria che non aveva più difese. Gli abitanti di Sagunto riuscirono a mantenere le posizioni e a contrastare il nemico, anche grazie ad un’arma da lancio che incuteva grande timore tra i cartaginesi, la *falarica*, in grado di scagliare grosse frecce a grande distanza. L’esito della battaglia fu incerto per molto tempo, ma alla fine i saguntini riuscirono ad allontanare i cartaginesi, che fuggirono attraverso le rovine delle mura, tornando in disordine nel loro accampamento. Nel bel mezzo dell’assedio di Sagunto sappiamo, sempre da Tito Livio, che Roma inviò dei nuovi ambasciatori presso Annibale. Il generale cartaginese, questa volta, non era intenzionato a riceverli e mandò dei messaggeri per intercettarli e avvertirli che sarebbe stato pericoloso sbarcare e avvicinarsi alle zone del combattimento. Così, i diplomatici romani scelsero di recarsi direttamente a Cartagine per lamentarsi del comportamento di Annibale. Il punico, intuendo le mosse dei romani, immaginò che le rimostranze degli ambasciatori latini avrebbero potuto fare presa sulla parte del senato cartaginese timorosa della guerra con Roma e decise di anticiparli sul tempo, inviando una serie di messaggi al partito Barcide, che deteneva il controllo politico di Cartagine. Magnificando le sue vittorie e facendo intendere che Sagunto era sull’orlo del crollo, il senato cartaginese fu infervorato dalle parole di Annibale, e di fronte agli ambasciatori romani si schierò compatto a favore della sua campagna militare. ## L’assalto finale a Sagunto Annibale, dopo diversi mesi di assedio e constatando la fatica dei suoi uomini, promise che non avrebbe tenuto per sè alcuna parte del bottino e che le ricchezze conquistate sarebbero state divise interamente fra i soldati. Mentre i Saguntini presero qualche giorno di pausa dai combattimenti per ricostruire parte delle mura crollate, Annibale guidò in persona l’assedio, facendo costruire una torre più alta delle mura e dotata di catapulte e baliste che iniziarono a distruggere le parti più delicate delle fortificazioni di Sagunto. Finalmente, 500 veterani africani armati di piccone riuscirono ad aprire una breccia nelle mura di Sagunto, così che i soldati cartaginesi iniziarono ad affluire nella città. Annibale riuscì quasi subito a conquistare una collina che dominava i principali sobborghi di Sagunto, mentre l’attacco congiunto di catapulte e baliste continuava ad indebolire le difese. Gli abitanti di Sagunto furono quindi costretti ad erigere una nuova cinta muraria più piccola di quella precedente per proteggere i quartieri della città non ancora nelle mani dei cartaginesi. Nonostante la loro resistenza disperata, gli abitanti di Sagunto non riuscirono a difendere il territorio. Inoltre, la mancanza di cibo e la conseguente carestia stava diminuendo visibilmente la forza tra le file dei difensori e la speranza dell’arrivo di un aiuto da parte di Roma era ormai tramontata. Vi fu un solo momento in cui i Saguntini credettero di poter recuperare terreno. Accadde quando Annibale fu costretto a lasciare l’assedio e intraprendere una rapida azione militare contro le tribù dei Carpetani e degli Oretani, che avevano arrestato degli ufficiali cartaginesi. I Saguntini sperarono che, con l’assenza di Annibale, sarebbero riusciti a cacciare i cartaginesi dalla città, ma il suo principale luogotenente, Maarbale, fu in grado di sostituire alla perfezione il ruolo di Annibale e gli attacchi contro Sagunto continuarono senza interruzioni. Tre grandi arieti riuscirono infatti ad abbattere gran parte delle mura, tanto che Annibale, al suo ritorno, mostrò estrema soddisfazione. Si svolse quindi una nuova battaglia per il possesso della fortezza di Sagunto, dove già erano caduti molti soldati da entrambe le parti. Vedendo che Sagunto era sull’orlo di crollare, alcuni aristocratici, guidati dal nobile Alcone, si recarono da Annibale, in piena notte, per cercare un accordo, ma le condizioni di resa imposte dal generale cartaginese erano troppo onerose. Sagunto avrebbe dovuto restituire tutti i suoi possedimenti ai Turdetani, consegnare tutto l’oro e l’argento presente in città e gli abitanti avrebbero dovuto lasciare Sagunto con un solo capo di vestiti, per raggiungere un luogo stabilito dai cartaginesi. Alcone, di fronte alla durezza di tali condizioni, preferì disertare e trasferirsi nell’accampamento cartaginese. Constatato il fallimento di Alcone, i Saguntini proposero nuovamente la resa tramite dei messaggeri, guidati questa volta da Alorco, che era stato soldato nell’esercito di Annibale e che in quel momento era ospite dei Saguntini. Mentre la parte principale della popolazione di Sagunto era radunata per discutere e dare una risposta ai cartaginesi, alcuni nobili iniziarono a raccogliere tutto l’oro e l’argento della città per fonderli e consegnarli ad Annibale. Alcuni Saguntini, intenzionati a non arrendersi per nessun motivo, si gettarono nel fuoco, dando la precedenza agli uomini delle famiglie dominanti della città. Avvenne quindi, sotto gli occhi di Annibale, un agghiacciante suicidio collettivo, che faceva in realtà parte della cultura iberica e che spesso veniva utilizzato come soluzione per mantenere l’onore fino alla morte. Mentre la situazione di Sagunto sfociava nel tragico, avvenne l’epilogo. L’improvviso crollo di una delle torri della città, da tempo bersaglio dei proiettili cartaginesi, consentì ai soldati di Annibale di entrare attraverso un’inaspettata breccia nelle mura, mentre la popolazione era ancora riunita nella piazza principale per trattare con il generale cartaginese. Annibale capì che non poteva più aspettare e che era giunto il momento di porre fine all’assedio, dando ordine di annientare le ultime sacche di resistenza. La strage della popolazione che scelse di non suicidarsi fu immane e la città, dopo alcuni giorni di pura violenza, cadde, lasciando ai vincitori un immenso bottino. ## Le conseguenze e lo scoppio della guerra La caduta di Sagunto rappresenta una ferita nella politica romana del tempo. Il Senato comprese l’errore di non intervenire nel difendere le città e i popoli alleati, con tutte le conseguenze politiche del caso. I romani cercarono di glorificare il coraggio, la lealtà e la resistenza dei Saguntini di fronte agli attacchi di Annibale, ma è entrata nella storia la frase di Livio. > Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur > (Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata) Tito Livio ha spesso sottolineato il fatto che il Senato romano non aveva ancora deciso se inviare un’ambasciata ad Annibale che quest’ultimo aveva già iniziato l’assedio della città. Gli aristocratici persero tempo nel decidere se inviare i consoli di quell’anno in Iberia oppure in Africa, se l’esercito si sarebbe dovuto preparare per una spedizione terrestre o marittima e se la guerra doveva essere intrapresa solamente contro Annibale o contro tutti i cartaginesi. Nel frattempo, la città di Sagunto, stremata da mesi di carestia, battaglie e disperazione, venne completamente distrutta. Tutte le ricchezze della città vennero accantonate in preparazione dell’imminente campagna militare, gli schiavi distribuiti tra i soldati e il resto del bottino inviato a Cartagine come trofeo di guerra. Roma intervenne inviando una tardiva ambasciata nella capitale punica per chiedere che gli fosse consegnato Annibale, ma con le ricchezze provenienti dall’Iberia e con il partito favorevole alla guerra che aveva riconquistato fiducia in Annibale, il conflitto era inevitabile. Nonostante l’intervento dell’aristocratico cartaginese Annone il Grande, che cercò di ricordare ai romani che il Trattato dell’Ebro del 226 a.C., in fondo, era stato rispettato, Roma dichiarò guerra a Cartagine. Era la fine dell’anno 219 a.C. ed era scoppiata la seconda guerra punica. Solo nel 214 a.C. Publio e Gneo Scipione, rispettivamente padre e zio di Scipione l’Africano, riconquisteranno la città dai cartaginesi. Durante le operazioni militari, gli abitanti di Sagunto, prigionieri nelle mani dei cartaginesi, furono liberati dai romani e ottennero il permesso di rientrare nella loro città. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [Plateques in vetro millefiori del V secolo d.C. scoperte nell'antica città licia di Myra](https://scriptamanentitalia.it/plateques-in-vetro-millefiori-del-v-secolo-d-c-scoperte-nellantica-citta-licia-di-myra/) **Published:** Settembre 10, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Gli scavi archeologici nell'antica città di Myra e nel suo porto, Andriake, hanno recentemente portato alla luce una scoperta di grande rilievo: un'abbondante quantità di placche di vetro millefiori, una delle prime rinvenute di questa portata in Turchia. Myra, una delle sei città principali della Licia e famosa come luogo legato a San Nicola, non smette di sorprendere gli studiosi con il suo ricco passato storico. L'antica città si trova vicino all'attuale Demre, nella provincia di Antalya, e rivestiva un ruolo centrale nella Lega Licia, come scrive lo storico Strabone. Grazie al suo porto strategico, Andriake. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Attualità --- ### [La battaglia di Adys. La grande sconfitta di Attilio Regolo](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-adys-attilio-regolo/) **Published:** Luglio 31, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Contesto storico](#Contesto_storico) - [Lo sbarco dei romani in Africa](#Lo_sbarco_dei_romani_in_Africa) - [I due eserciti a confronto](#I_due_eserciti_a_confronto) - [La riforma dell’esercito di Xantippo](#La_riforma_dellesercito_di_Xantippo) - [Svolgimento della battaglia](#Svolgimento_della_battaglia) - [Conseguenze della battaglia](#Conseguenze_della_battaglia) La battaglia di Adys (o Adis) ebbe luogo alla fine del 256 a.C. durante la prima guerra punica tra un esercito cartaginese e un esercito romano guidato da Marco Attilio Regolo. ## Contesto storico Nel 264 a.C. era scoppiata la prima guerra punica tra Roma e Cartagine. Cartagine era una **potenza marittima** con traffici consolidati in tutto il Mediterraneo occidentale, mentre Roma aveva da poco unificato l’Italia continentale a sud del fiume Arno. E proprio l’espansione di Roma nell’Italia meridionale e la vittoria della guerra contro Pirro rese inevitabile lo scontro tra i romani e l’altra grande potenza del Mediterraneo. Il casus belli fu rappresentato dal controllo della città siciliana di Messana, odierna Messina, che aveva dato il via al conflitto. Entro il 256 a.C. però la guerra stava **conoscendo una fase di stallo.** I romani tentavano di sconfiggere i cartaginesi con delle grandi battaglie campali, con l’obiettivo di controllare l’intera Sicilia. I cartaginesi utilizzavano invece una strategia più attendista e aspettavano che le risorse economiche dei loro avversari si esaurissero, per poi riconquistare i loro possedimenti e negoziare la pace da una posizione di forza. Anche sotto l’aspetto tattico i romani si trovavano in difficoltà. I cartaginesi concentravano la loro difesa su delle città ben fortificate che potevano essere **facilmente rifornite dalla loro flotta.** Così, il fulcro della guerra si spostò inevitabilmente sul mare, dove i romani avevano però poca esperienza. Nonostante questo, nel 260 a.C. i romani costruirono una flotta utilizzando una quinquereme cartaginese che utilizzarono come modello per le proprie imbarcazioni da guerra. Copiando e migliorando le tecnologie navali del nemico, i romani riuscirono ad ottenere la prima grande vittoria navale a Milazzo nel 260 a.C. seguita da quella di Sulci nel 258 a.C. Così i romani, certi di poter vincere la guerra, concepirono l’audace piano di invadere il territorio nemico direttamente nel Nordafrica minacciando la loro capitale, e si prepararono ad un grande attacco su vasta scala per la conquista di Cartagine. La flotta latina, composta da 330 navi da guerra, salpò da Ostia, il porto di Roma, all’inizio del 256 a.C., comandata dai consoli **Marco Attilio Regolo e Lucio Vulso Longo.** Con loro, circa 26.000 legionari provenienti dalla Sicilia. I cartaginesi, ben consapevoli delle intenzioni dei romani, radunarono tutte le navi da guerra disponibili, circa 350, che furono poste sotto il comando di **Annone e Amilcare**. Le navi puniche stazionavano a largo della costa meridionale della Sicilia, con l’obiettivo di intercettare il nemico. L’incontro tra le due flotte portò alla **[battaglia di Capo Ecnomo](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-capo-ecnomo/ "battaglia di Capo Ecnomo")**, la più grande battaglia navale della storia per un numero di combattenti coinvolti. Dopo una lunga giornata di combattimento, i cartaginesi vennero sconfitti, perdendo 30 navi contro le 24 romane. ## Lo sbarco dei romani in Africa Dopo la vittoria su Capo Ecnomo, i romani, guidati da **Regolo e Longo**, sbarcarono in Africa, vicino ad Aspis, sulla penisola di Capo Bon, iniziando a devastare le campagne cartaginesi per rifornire il loro esercito, composto da 90.000 rematori e 26.000 legionari. Durante queste prime operazioni, i romani catturarono 20.000 schiavi, intere mandrie di bovini, e dopo un breve assedio, conquistarono la città di Aspis. Ma l’inverno era ormai prossimo. Il Senato romano diede ordine alla maggior parte delle navi di **tornare in Sicilia,** al comando del console Longo, per ovviare alle difficoltà logistiche di rifornire 100.000 uomini durante la stagione fredda. **Solo Regolo rimase in terra d’Africa** con 40 navi, 15.000 fanti e poco più di 500 cavalieri. L’ordine del Senato era quello di limitarsi ad indebolire l’esercito cartaginese con attacchi sporadici e di aspettare i rinforzi, che sarebbero arrivati in primavera. Nel frattempo, Longo avrebbe dovuto fomentare la ribellione tra i territori soggetti a Cartagine per indebolire il nemico senza affrontarlo direttamente. Ma i consoli avevano ampia discrezione nel prendere decisioni di natura militare. Così Regolo scelse di utilizzare i suoi uomini, nonostante in inferiorità numerica, **per attaccare Cartagine.** Avanzando sulla città di Adis la conquistò, trovandosi ora a soli 60 chilometri a sud-est dalla capitale nemica. I cartaginesi, consapevoli del pericolo, avevano subito richiamato dalla Sicilia il loro generale Amilcare con 5.000 fanti e 500 cavalieri, che venne posto al comando di un esercito ricco di cavalleria ed elefanti, e che aveva approssimativamente la stessa dimensione delle forze romane. I cartaginesi stabilirono il loro accampamento su una **collina vicino ad Adys.** I romani, durante la notte, lanciarono un’attacco a sorpresa, accerchiando l’accampamento da due direzioni opposte. Dopo un confuso combattimento, i cartaginesi andarono in rotta e fuggirono, permettendo ai romani di conquistare numerose città, tra cui Tunisi, che distava ormai solamente 16 chilometri da Cartagine. Da quel punto, i romani furono in grado di **razziare e devastare l’area circostante.** Le mosse romane stavano sfaldando anche le alleanze nel nord Africa: vedendo la loro capitale indebolita, molti possedimenti africani decisero di ribellarsi e la stessa Cartagine si riempì di rifugiati, schiavi in fuga e criminali. La situazione, già esplosiva, si aggravò ulteriormente quando, per via delle razzie dei romani, iniziò a scarseggiare il cibo. Secondo la maggior parte delle fonti, in questa situazione tragica, fu Cartagine a chiedere la pace ai romani, vedendo ormai la sconfitta imminente. Polibio fornisce l’unica versione differente, affermando che fu Regolo ad avviare i negoziati di pace, sperando di ratificare la sua vittoria il più velocemente possibile e porre immediatamente fine alla guerra, prima che arrivassero consoli successori per sostituirlo e rubargli la scena. Comunque sia andata, le condizioni di pace richieste ai cartaginesi erano estremamente dure. La capitale punica avrebbe dovuto consegnare la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, oltre a pagare tutte le spese di guerra e versare un tributo annuale a Roma. I cartaginesi avrebbero potuto dichiarare guerra solo previo permesso del Senato romano e avrebbero avuto una marina militare limitata alla ridicola forza di una sola nave da guerra. I cartaginesi, trovando queste condizioni inaccettabili e umilianti, decisero di continuare a combattere. ## I due eserciti a confronto La maggior parte dei cittadini romani maschi era **tenuta a prestare servizio militare come fanteria,** mentre una minoranza aristocratica, che disponeva del denaro necessario per acquistare l’animale e l’equipaggiamento, combatteva a cavallo. Tradizionalmente i romani arruolavano **due legioni di 4.200 fanti e 300 cavalieri**. Non è chiaro come fossero costituiti i 15.000 fanti al comando di Regolo, ma probabilmente rappresentavano quattro legioni, due romane e due alleate, solo leggermente sottodimensionate. Regolo decise di non arruolare truppe dai territori che si erano appena ribellati a Cartagine, dubitando della loro fedeltà e decise di affrontare il nemico con una forza di cavalleria ridotta a soli 500 soldati. I cittadini cartaginesi, a differenza dei romani, **prestavano servizio nell’esercito solo se vi fosse stata una minaccia diretta.** In questo caso, combattevano con una fanteria pesante e ben corazzata, armata di lunghe lance, ma generalmente l’esercito cartaginese era male addestrato e poco disciplinato. Nella maggior parte delle situazioni, Cartagine **reclutava infatti mercenari stranieri** per comporre il suo esercito. Molti provenivano dal Nord Africa, equipaggiati con grandi scudi, elmi, spade e lunghe lance. Come unità di supporto, i cartaginesi usavano spesso anche i frombolieri, in grado di lanciare sassi contro l’esercito nemico, che vennero reclutati dalle isole baleari. Tratto tipico dell’esercito punico era anche l’uso di elefanti da guerra, provenienti dalle foreste africane del Nord Africa. ## La riforma dell’esercito di Xantippo I cartaginesi, oltre ai soldati e alle varie unità da schierare in campo, reclutavano regolarmente anche i generali, scegliendo di volta in volta i migliori da tutta la regione del Mediterraneo. Tra loro individuarono un comandante spartano di nome Xantippo. Il giovane generale fece immediatamente una buona impressione ai magistrati cartaginesi e convinse il senato di Cartagine che gli elementi più forti del loro esercito sarebbero stati la cavalleria e gli elefanti, che andavano schierati con tattiche innovative. Xantippo venne immediatamente incaricato di addestrare l’esercito cartaginese durante l’inverno, sotto il controllo di alcuni magistrati. Nel corso dei mesi, le abilità di Xantippo divennero sempre più evidenti, fino a che il senato punico decise di affidargli il pieno controllo delle forze armate di Cartagine. ## Svolgimento della battaglia Xantippo guidava un esercito di 100 elefanti, 4.000 cavalieri e 12.000 fanti, tra cui 5.000 veterani siciliani. Il generale spartano si posizionò vicino all’accampamento dei romani, presso una grande pianura. Non conosciamo esattamente il sito, ma il luogo si trovava con tutta probabilità vicino all’odierna Tunisi. L’esercito romano contava invece 15.000 fanti e 500 cavalieri. Regolo diede ordine ai suoi soldati di avanzare e si accampò a circa due chilometri di distanza dall’accampamento cartaginese. La mattina successiva entrambe le formazioni si schierarono per la battaglia. Santippo decise di posizionare le milizie cittadine cartaginesi al centro, mentre i lati furono occupati dai veterani siciliani da un lato e dalla fanteria dall’altro. La cavalleria venne divisa equamente su entrambi i lati. Gli elefanti furono invece schierati in un’unica linea di fronte al centro della fanteria. Dall’altro lato, i romani posizionarono la fanteria legionaria al centro, disposta in linee più profonde rispetto al solito. Probabilmente si trattava di una formazione elaborata per contrastare l’attacco degli elefanti, anche se, come vedremo, questo permise ai cartaginesi di aggirare più facilmente il nemico. Di fronte a loro gli schermigliatori di fanteria leggera e ai lati 500 cavalieri divisi tra i fianchi. Dalla disposizione tattica, sembra che Regolo avesse sperato di sfruttare la forza della sua fanteria per sconfiggere gli elefanti, superare la falange cartaginese al centro e vincere la battaglia prima di preoccuparsi degli attacchi sui fianchi. La battaglia iniziò con gli attacchi della cavalleria e degli elefanti cartaginesi. La cavalleria romana, inferiore numericamente, incontrò subito grandi difficoltà e fu rapidamente sbaragliata. I legionari romani tentarono allora di avanzare, urlando e sbattendo le spade contro gli scudi per generare rumore e spaventare gli elefanti. Parte dell’ala sinistra dell’esercito romano riuscì a oltrepassare la linea degli elefanti e caricò contro la fanteria cartaginese di destra, che si disgregò e fuggì verso l’accampamento, inseguita dai romani. Ma il resto della fanteria romana trovò grandi difficoltà nel fronteggiare gli elefanti, che non furono intimiditi dal rumore, ma caricarono, causando numerose vittime e scompaginando le linee romane. Solo alcuni legionari riuscirono a farsi strada attraverso i pachidermi e ad attaccare la falange cartaginese, ma il loro contingente era troppo disordinato per combattere efficacemente, e la falange riuscì a resistere al loro assalto. A questo punto, alcune unità della cavalleria cartaginese, rientrate dall’inseguimento, attaccarono la retroguardia e i fianchi romani, aumentando il caos e la confusione tra le file nemiche. I romani, circondati su tutti i fronti, furono completamente travolti. Nonostante i legionari tentassero di resistere, gli elefanti continuavano a colpire le loro linee e la cavalleria cartaginese bloccava la loro retroguardia. A questo punto, Santippo ordinò alla falange di avanzare. La maggior parte dei romani si trovò ammassata in uno spazio troppo stretto per combattere efficacemente con le loro spade e furono letteralmente massacrati. Regolo, insieme a una piccola guardia del corpo, dovette combattere strenuamente per cercare di uscire dall’accerchiamento, ma alla fine furono inseguiti e costretti ad arrendersi. Complessivamente, i romani persero 13.000 uomini, mentre i cartaginesi subirono solo 800 perdite, principalmente provenienti dalla destra che era stata messa in rotta. Le perdite del resto dell’esercito cartaginese non sono note. Soltanto 2.000 romani sopravvissero, provenienti dall’ala sinistra che era riuscita a fare irruzione nell’accampamento cartaginese. Consapevoli della sconfitta, fuggirono dal campo di battaglia e si ritirarono presso la città di Aspis. Questa fu l’unica grande vittoria terrestre di Cartagine durante la prima guerra punica. ## Conseguenze della battaglia Santippo sapeva di aver ottenuto una grande vittoria, ma iniziò a sospettare che l’invidia dei generali cartaginesi potesse metterlo in difficoltà. Perciò, accettò una lauta paga e tornò in Grecia. Regolo, invece, morì durante la sua prigionia a Cartagine. Alcuni autori romani, successivamente, inventarono un racconto che esaltava la virtù di Regolo durante la sua prigionia. I romani inviarono una flotta per evacuare i loro sopravvissuti, alla quale i cartaginesi tentarono di opporsi. Ne seguì la battaglia di Capo Ermete, dove i cartaginesi furono pesantemente sconfitti, perdendo 114 navi. Nonostante la vittoria, la flotta romana fu devastata da una tempesta durante il ritorno in Italia. Affondarono 384 navi e morirono centomila uomini, la maggior parte dei quali erano alleati latini. Questa grave battuta d’arresto prolungò la guerra per altri 14 anni, che si svolse principalmente sul territorio della Sicilia e nelle acque circostanti, prima di concludersi con la definitiva vittoria romana. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [La battaglia di Talamone, 225 a.C. I romani annientano i Celti](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-talamone-225-romani-celti/) **Published:** Agosto 5, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [L’invasione celtica dell’Etruria](#Linvasione_celtica_dellEtruria) - [La battaglia di Talamone: la conquista della collina](#La_battaglia_di_Talamone_la_conquista_della_collina) - [La battaglia di Talamone: lo scontro sul campo](#La_battaglia_di_Talamone_lo_scontro_sul_campo) - [Le conseguenze](#Le_conseguenze) La **battaglia di Talamone (225 a.C.)**, uno degli scontri fondamentali della storia antica, vide la Repubblica Romana contrapporsi ad una corposa alleanza di tribù celtiche. I Romani erano guidati dai consoli Gaio Attilio Regolo e Lucio Emilio Papo, che furono in grado di sconfiggere un importante contingente di tribù celtiche guidate dal re dei Gaesati Concolitano e da Aneroeste. Si tratta di una delle battaglie più importanti per l’espansione della Repubblica Romana, in quanto allontanò in maniera duratura la minaccia celtica sia da Roma che dall’Italia settentrionale e fu determinante per l’espansione territoriale di Roma nella zona dell’attuale pianura padana. ## Il contesto storico Nei decenni precedenti, i Romani avevano avuto diverse scaramucce, per lo più inconcludenti, con le tribù che abitavano la Gallia Cisalpina, lungo tutta l’attuale valle del Po. Queste si erano però concluse nel 238 a.C. e i rapporti tra i Romani e le tribù galliche erano sostanzialmente equilibrati. Addirittura, quando alcuni Celti transalpini avevano attraversato la catena montuosa delle Alpi ed erano discesi nell’Italia settentrionale nel 230 a.C., erano stati proprio i Boi, stanziati nella Gallia Cisalpina, a respingerli. I rapporti si incrinarono, tuttavia, quando i Romani riorganizzarono il territorio celtico del Piceno secondo le proprie leggi senza consultare le tribù galliche, creando risentimento e paura tra i Galli Boi e i Galli Insubri. La situazione peggiorò nel 232 a.C. quando i Romani approvarono una legge che assegnava delle vaste aree, formalmente appartenenti alle tribù galliche, ai propri cittadini più poveri. Queste decisioni vennero considerate azioni profondamente provocatorie nei confronti dei Celti, che iniziarono seriamente a temere una invasione romana. Così, nel 225 a.C., i Boi e gli Insubri pagarono ingenti tributi alla potente popolazione germanica dei Gaesati, assoldandoli come mercenari. Questi, guidati dai generali Aneroeste e Concolitano, accettarono di buon grado di combattere contro Roma. I Romani, venuti a sapere della formazione di una pericolosa alleanza gallica, stipularono un trattato di pace con il generale cartaginese Asdrubale il Bello che gli cedeva il controllo incondizionato dell’Hispania, per poter concentrare tutte le loro forze militari nella gestione dell’imminente pericolo nell’Italia settentrionale. I romani iniziarono così un pesante e massiccio arruolamento. Il console Lucio Emilio Papo aveva a disposizione quattro legioni di cittadini romani per un totale di 22.000 uomini, oltre a 32.000 truppe alleate, posizionate presso il suo quartier generale ad Ariminum. Dopodiché inviò 54.000 alleati sabini ed etruschi sul confine tra l’Etruria e la Gallia Cisalpina con il compito di pattugliare il territorio e intercettare eventuali incursioni galliche. Inviò poi 40.000 tra Umbri, Veneti e Cenomani per compiere delle incursioni nel territorio dei Boi, così da distrarli e indebolirli. Nel frattempo, l’altro console, Gaio Attilio Regolo, stava reclutando un esercito delle stesse dimensioni in Sardegna. Regolo, oltre alle normali legioni romane, poteva contare su una riserva di 21.000 cittadini e 32.000 alleati, oltre a dei rinforzi provenienti dalla Sicilia e da Taranto. ## L’invasione celtica dell’Etruria I Celti decisero di adottare una strategia estremamente aggressiva che prevedeva una rapida invasione dell’Etruria per marciare direttamente verso Roma. Le truppe alleate romane, posizionate sul confine etrusco, intercettarono i nemici a soli tre giorni di marcia dalla capitale e si prepararono al combattimento. I Celti giocarono ad astuzia: aspettarono l’arrivo della notte per lanciare un improvviso attacco di cavalleria, la quale attirò gli alleati fuori dal loro accampamento. Ma anziché accettare la battaglia, scelsero di barricarsi nella città di Fiesole, dove iniziarono a costruire dei sistemi difensivi Il mattino successivo, la cavalleria gallica uscì dall’accampamento e si schierò in modo da essere ben vista dall’esercito nemico, dando l’impressione che i Celti stessero battendo in ritirata. Gli alleati latini, ingannati, iniziarono a inseguirli. Al momento più propizio, i Celti fecero un immediato dietrofront e costrinsero i nemici ad una inaspettata battaglia, sfruttando il vantaggio della posizione e ottennero, dopo un duro scontro, una netta vittoria. Seimila alleati romani vennero uccisi, mentre il resto del contingente latino riuscì a ritirarsi su una collina. Solo la notte successiva alla disfatta, il console Papo riuscì ad arrivare sul posto con i suoi soldati, accampandosi nelle vicinanze. Nonostante sperasse di poter rovesciare la situazione, il generale Gaesato Aneroeste convinse i Celti a ritirarsi con il loro bottino per riprendere la guerra più tardi. Papo non potè fare altro che inseguire e molestare la retroguardia celtica, ma non rischiò una battaglia campale per la quale non si sentiva pronto. Nel frattempo, il console Regolo aveva appena sbarcato i suoi uomini a Pisa, marciando verso Roma. Sulla strada che lo portava alla capitale però, i suoi esploratori incontrarono fortuitamente un’avanguardia di Celti nei pressi del fiume Talamone, in un’area chiamata Campo Regio. Regolo intuì la portata del pericolo e comprese che era necessario affrontare quanto prima i nemici. ## La battaglia di Talamone: la conquista della collina Regolo posizionò le sue truppe e diede l’ordine di prepararsi al combattimento. La sua prima mossa fu quella di avanzare con la sua cavalleria nel tentativo di occupare una collina posta al di sopra di una strada che avrebbe bloccato la ritirata dei Celti. Questi, totalmente ignari dell’arrivo di Regolo, presumevano che Papo avesse mandato solo alcuni dei suoi soldati per occupare la collina e si limitarono ad inviare un piccolo contingente di cavalieri e pochi reparti di fanteria leggera per combatterli. Ma non appena si trovarono di fronte all’esercito di Regolo al completo, capirono di dover affrontare due generali romani e furono costretti a schierare la loro fanteria il prima possibile, consapevoli che sarebbero stati attaccati da due lati. L’unica soluzione tattica per i Celti sarebbe stata quella di combattere schiena a schiena, per sopportare un attacco che sarebbe giunto sia da Nord che da Sud. Posizionarono i Gaesati e gli Insubri nella parte meridionale, pronti ad affrontare l’esercito del console Papo, mentre i Boi e i Taurisci, dalla parte opposta, attesero l’arrivo di Regolo. I Galli protessero i fianchi del loro grosso contingente con un muro di carri, mentre una piccola forza militare custodiva il bottino, conservato su una collina vicino al campo di battaglia. Lo scontro di cavalleria per la conquista della collina fu feroce e, sebbene Papo avesse inviato i suoi cavalieri per aiutare Regolo, quest’ultimo fu ucciso in combattimento e la sua testa portata trionfalmente di fronte ai capi Celti. Nonostante la drammatica morte del loro generale, i cavalieri romani riuscirono però a sconfiggere i Galli e si assicurarono il possesso della collina. ## La battaglia di Talamone: lo scontro sul campo Nel frattempo, sul campo di battaglia, i Veliti romani avanzavano contro la fanteria celtica da entrambe le direzioni, lanciando raffiche di giavellotti. Questo attacco fu particolarmente devastante per i Gaesati, che per la loro cultura militare combattevano nudi, utilizzando solo degli scudi stretti a loro difesa. Alcuni di loro si lanciarono furiosamente contro le unità di fanteria leggera romana ma furono letteralmente massacrati. Altri, invece, indietreggiarono per rimanere più vicini ai loro commilitoni, ma la loro ritirata disordinata causò il caos tra gli alleati. Gli Insubri avanzarono per prendere il posto dei Gaesati, mentre i Romani ritirarono i loro Veliti, facendo avanzare gli Hastati che si muovevano in manipoli. Insubri, Boi e Taurisci resistettero duramente per contrastare l’avanzata della fanteria pesante romana. In un primo momento ebbero successo, poiché i Romani, nonostante il loro superiore equipaggiamento, non erano ancora riusciti a rompere la formazione. Dopo alcune ore di battaglia inconcludente, i Romani utilizzarono la tecnica della “mutatio”, facendo arretrare gli Hastati e avanzare i Principes, soldati più esperti che presero il loro posto. I Principes cominciarono a schiacciare la fanteria celtica in uno spazio sempre più ristretto nonostante questi fossero ancora in grado di opporre una considerevole resistenza. La battaglia conobbe una decisiva svolta quando la cavalleria romana, ormai vittoriosa, scese dalla collina e si schiantò contro il fianco della fanteria celtica, ormai esausta per il prolungato combattimento. I Celti vennero massacrati dove si trovavano, mentre la loro cavalleria fuggì in preda al panico. Quarantamila Celti furono uccisi sul campo di battaglia e diecimila fatti prigionieri, tra cui il generale Concolitano. Aneroeste fuggì con un piccolo gruppo di seguaci che decisero di suicidarsi con lui per non cadere vivi nelle mani dei Romani. Dopo la battaglia, Papo marciò con i suoi eserciti in Liguria e nel territorio dei Boi per condurre delle spedizioni punitive. ## Le conseguenze Il console Papo fu onorato con un trionfo a Roma per la sua vittoria, che pose fine per sempre alla minaccia celtica nei confronti della capitale. Nel 224 a.C. due eserciti romani invasero i territori celtici costringendo i Boi a sottomettersi. Negli anni successivi seguirono altre importanti vittorie romane, che costrinsero regolarmente i celti ad arrendersi, rinunciando a grandi appezzamenti di terreno. Iniziò così l’insediamento di coloni romani nelle terre del nord Italia. Ma il risentimento che i Celti maturarono nei confronti dei Romani ebbe un ruolo decisivo nella loro decisione di allearsi con Annibale, che nell’imminente Seconda Guerra Punica, si sarebbe presto affacciato con i suoi eserciti nel Nord Italia. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [La battaglia di Capo Ecnomo. Il più grande scontro navale della storia](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-capo-ecnomo/) **Published:** Luglio 15, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [Verso la battaglia di Capo Ecnomo](#Verso_la_battaglia_di_Capo_Ecnomo) - [Flotta romana e cartaginese a confronto](#Flotta_romana_e_cartaginese_a_confronto) - [Il “corvo” romano](#Il_%E2%80%9Ccorvo%E2%80%9D_romano) - [Le mosse prima della battaglia](#Le_mosse_prima_della_battaglia) - [La battaglia di Capo Ecnomo](#La_battaglia_di_Capo_Ecnomo) - [Le conseguenze della battaglia](#Le_conseguenze_della_battaglia) La Battaglia di Capo Ecnomo, avvenuta nel 256 a.C. durante la Prima Guerra Punica, rappresenta uno degli scontri navali più grandi e cruciali dell’antichità. Il conflitto vide contrapporsi le forze della Repubblica Romana e della città-stato di Cartagine, in una lotta per il controllo del Mediterraneo occidentale. Attraverso strategie innovative e tattiche audaci, entrambe le potenze cercarono di ottenere la supremazia marittima. Questo articolo esplora in dettaglio le formazioni navali, le dinamiche della battaglia e le conseguenze che ne seguirono, offrendo uno sguardo approfondito sugli eventi che segnarono un punto di svolta nella guerra e nella storia antica. ## Il contesto storico Nel **264 a.C.**, era scoppiata la Prima Guerra Punica tra Cartagine e Roma, segnando l’inizio di uno dei conflitti più lunghi e significativi dell’antichità. Cartagine, una potente nazione marittima con una vasta influenza nel Mediterraneo occidentale, si scontra con Roma, che aveva recentemente consolidato il controllo dell’Italia meridionale fino al fiume Po. La causa immediata del conflitto è il controllo della città di **Messana** (l’odierna Messina), situata in una posizione strategica nello stretto che separa la Sicilia dall’Italia continentale. Ma l’obiettivo più ampio di Roma è il dominio su **Siracusa**, la città-stato più potente della Sicilia, la cui conquista garantirebbe un vantaggio decisivo. Nel **256 a.C.**, la guerra raggiunge un punto critico quando i Romani, determinati a ottenere una vittoria decisiva, cercano di sconfiggere i Cartaginesi per controllare l’intera Sicilia. La strategia di Cartagine si basa sull’attendere che i Romani esauriscano le loro risorse economiche, confidando di poter riconquistare i territori persi e negoziare una pace favorevole. Inoltre, i Cartaginesi si concentrano sulla difesa delle città costiere, che potevano essere rifornite e rinforzate via mare grazie alla loro flotta. Roma, una potenza principalmente terrestre, aveva ottenuto il controllo della maggior parte della Sicilia, ma si trovava in una situazione di stallo a causa delle forti difese cartaginesi. Di conseguenza, il conflitto si spostò progressivamente sul mare. Dopo anni di conflitto e scontri sporadici, la Prima Guerra Punica raggiunge un nuovo livello di intensità con la preparazione per la battaglia di Ecnomo nel **256 a.C.**. Entrambe le potenze, Roma e Cartagine, comprendono che la chiave per il controllo della Sicilia e del Mediterraneo è la supremazia navale. ## Verso la battaglia di Capo Ecnomo Per i Romani, la necessità di un confronto decisivo si fa pressante. La loro campagna terrestre, seppur efficace, non è sufficiente a piegare la resistenza cartaginese, che può rifornire e sostenere le sue città fortificate lungo la costa grazie alla sua potente flotta. Così, Roma decide di costruire una flotta imponente, utilizzando innovative tattiche di combattimento navale. Nasce così il “corvo”, un ponte mobile con uncini che permetteva di abbordare le navi nemiche, trasformando le battaglie navali in combattimenti corpo a corpo, un terreno più familiare ai soldati romani. Dall’altra parte, Cartagine, con una lunga tradizione marittima, non è disposta a cedere il controllo delle rotte marine. Forti della loro esperienza e superiorità navale, i Cartaginesi preparano una flotta altrettanto imponente per affrontare l’armata romana. La posta in gioco è alta: la vittoria garantirebbe non solo il controllo della Sicilia, ma anche la possibilità di portare la guerra sul suolo nemico. La battaglia di Ecnomo è preceduta da una serie di manovre strategiche. I Romani, sotto il comando dei consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio Vulsone, decidono di portare la guerra direttamente in Africa, attaccando Cartagine stessa. Per farlo, devono prima sconfiggere la flotta cartaginese che pattuglia il Mediterraneo. I Romani radunano quindi una flotta di circa 330 navi, una delle più grandi flotte mai assemblate fino a quel momento, e si dirigono verso il promontorio di Ecnomo, sulla costa meridionale della Sicilia. I Cartaginesi, comandati da Annone e Amilcare, non intendono lasciare che i Romani attraversino il Mediterraneo indisturbati. Radunano una flotta di simile grandezza e si preparano a intercettare i Romani nei pressi di Ecnomo. La battaglia che ne segue sarà una delle più grandi battaglie navali della storia antica, determinando il corso della Prima Guerra Punica e il futuro del Mediterraneo. ## Flotta romana e cartaginese a confronto La nave standard della marina cartaginese durante la Prima Guerra Punica era la **quinquereme**, conosciuta anche come “nave a cinque remi”. Questa imponente imbarcazione, lunga circa 45 metri e larga circa 5 metri al livello dell’acqua, disponeva di un ponte situato a circa 3 metri sopra il mare, il che garantiva una buona visibilità e un efficace spazio di manovra. Con un dislocamento di circa 100 tonnellate, la quinquereme poteva mantenere una velocità di 7 nodi per lunghi periodi, dimostrandosi superiore alla trireme, soprattutto in condizioni di maltempo. Le prestazioni della quinquereme erano eccezionali per l’epoca. Una replica moderna, la galera **Olympias**, ha raggiunto velocità di 8,5 nodi e ha navigato a 4 nodi per ore, dimostrando la capacità di queste navi di mantenere un’andatura sostenuta e costante. La disposizione dei rematori era complessa e ingegnosa: tre livelli di remi, con due rematori per ciascuno dei due remi superiori e uno per il remo inferiore, per un totale di cinque rematori per fila. Con 28 file per lato, le quinquereme contavano 168 remi in totale. Queste navi erano **catafratte**, ossia con lo scafo chiuso per proteggere i rematori, e disponevano di un ponte completo che poteva ospitare i marinai e le catapulte. Un’innovazione significativa dei Cartaginesi era la “scatola dei remi” separata, posizionata sopra o al livello del ponte. Questo design permetteva uno scafo rinforzato, maggiore capacità di carico e miglior ventilazione per i rematori, rendendo la quinquereme una nave robusta e versatile. Nel **260 a.C.**, i Romani decisero di costruire una flotta di 100 quinqueremi e 20 triremi, ispirandosi a un modello di quinquereme cartaginese naufragata. Sebbene le copie romane fossero più pesanti e quindi meno manovrabili, rappresentarono un progresso nella capacità navale romana. Durante le guerre puniche, le quinqueremi rimasero le navi principali delle flotte di entrambe le fazioni, anche se occasionalmente venivano menzionate hexaremi, quadriremi e triremi. L’equipaggio di una quinquereme era composto da circa 300 uomini: 280 rematori e 20 membri dell’equipaggio e ufficiali. Normalmente, la nave ospitava 40 marinai, ma questo numero poteva essere aumentato fino a 120 in caso di battaglia imminente. ## Il “corvo” romano L’addestramento dei rematori nelle flotte antiche richiedeva lunghe e faticose sessioni di allenamento, necessarie per coordinare il remare come un’unità e per eseguire manovre di battaglia complesse. Questo era un punto di forza dei Cartaginesi, che vantavano una lunga tradizione marittima. I Romani, invece, erano inizialmente svantaggiati a causa della loro inesperienza navale. Per compensare questa disparità, i Romani introdussero il **corvo**, una geniale invenzione che rivoluzionò le tattiche navali. Il corvo era un ponte largo 1,2 metri e lungo 11 metri, dotato di una pesante punta di ferro sotto. Quando abbassato sulla nave nemica, permetteva ai legionari romani di abbordare le navi cartaginesi, trasformando lo scontro navale in un combattimento corpo a corpo, un terreno in cui i Romani eccellevano. Le navi da guerra di entrambe le fazioni erano equipaggiate con **rostri**, tre set di lame di bronzo larghe 60 cm e pesanti fino a 270 kg, posizionate sulla prua per speronare le navi nemiche. Con l’avvento del corvo e l’aumento delle dimensioni e del peso delle navi, la tecnica di speronamento declinò in favore dell’abbordaggio. Le prime vittorie navali romane furono cruciali per dimostrare l’efficacia del corvo. Nel **260 a.C.**, la battaglia di **Mylae** vide una schiacciante vittoria romana, in gran parte grazie all’uso del corvo, che compensava la superiorità cartaginese in manovrabilità. Nel **257 a.C.**, i Romani ottennero un’altra vittoria significativa a **Sulci**. ## Le mosse prima della battaglia Nella p**rimavera del 256 a.C.**, la flotta cartaginese si raduna a Cartagine. La destinazione è Lilybaeum (moderna Marsala), la loro base principale in Sicilia. L’obiettivo è rifornirsi e imbarcare soldati da usare come marinai. La flotta, composta da 350 navi quasi tutte quinqueremi, naviga verso est lungo la costa siciliana fino a Heraclea Minoa, sotto il comando di Hanno e Amilcare. Nel frattempo, la flotta romana si raduna probabilmente a Ostia, il porto di Roma. Con 330 navi da guerra, principalmente quinqueremi, accompagnate da navi trasporto, è comandata dai consoli Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio Vulsone Longo, ciascuno su una esareme. I Romani navigano verso sud lungo la costa italiana, attraversano lo stretto a Messana, e poi si dirigono verso Phintias (moderna Licata). L’obiettivo dei Romani è imbarcare 80 legionari scelti su ogni nave da guerra, per sbarcarli in Africa o usarli come marinai se la marina cartaginese li avesse sfidati. La flotta romana comprende un totale di 140,000 uomini tra rematori, equipaggio, marinai e soldati. La flotta cartaginese, secondo Polibio, conta circa 150,000 uomini. La strategia romana prevede di navigare verso ovest e attraversare lo stretto di Sicilia nel punto più stretto per ridurre il tempo in mare aperto. La flotta cartaginese intercetta però i Romani a est di Heraclea Minoa, subito dopo che questi avevano lasciato Licata. Sebbene la battaglia sia spesso indicata come avvenuta al largo di Capo Ecnomo, fonti primarie come Polibio e Giovanni Zonara suggeriscono una posizione più a est di Heraclea Minoa. ## La battaglia di Capo Ecnomo I Romani avanzarono lungo la costa siciliana in una formazione compatta, divisa in quattro squadroni di diverse dimensioni. In testa c’erano due squadroni disposti a cuneo, con lo squadrone destro comandato da Lucio Manlio Vulsone Longo e quello sinistro da Marco Attilio Regolo. Le navi esaremi dei consoli navigavano insieme alla punta del cuneo, formando la parte più avanzata della formazione. Dietro di loro, il terzo squadrone era incaricato di trainare le navi da trasporto. Infine, il quarto squadrone era disposto in una linea per proteggere il retro della flotta. La flotta cartaginese avanzava verso est, organizzata in tre squadroni disposti in una singola linea con l’ala sinistra avanzata. Il centro della formazione cartaginese era comandato da Amilcare, mentre l’ala destra era sotto il comando di Annone. Questa disposizione permetteva ai Cartaginesi di mantenere una linea di battaglia flessibile e di manovrare facilmente per accerchiare il nemico. Le due flotte si avvistarono e avanzarono l’una verso l’altra. Amilcare, al comando del centro cartaginese, finse una ritirata per attirare i Romani in una posizione svantaggiosa. I consoli romani, Regolo e Vulsone, caddero nel tranello e inseguirono Amilcare, creando un divario tra i primi due squadroni romani e i due squadroni posteriori. A questo punto, le ali cartaginesi sfruttarono la situazione per accerchiare il centro romano. L’ala sinistra cartaginese attaccò il terzo squadrone romano, che trainava le navi da trasporto. I Romani furono costretti a sganciare i trasporti per poter manovrare e difendersi. Nel frattempo, l’ala destra cartaginese, composta dalle navi più veloci e manovrabili, attaccò il quarto squadrone romano. Questo squadrone, ora ostacolato dai trasporti alla deriva, fu messo in grande difficoltà. La battaglia si divise quindi in tre scontri separati. Amilcare e il centro cartaginese si voltarono per affrontare i Romani inseguitori, mentre il terzo squadrone romano si scontrava con l’ala sinistra cartaginese e il quarto squadrone romano combatteva contro l’ala destra cartaginese. Il terzo squadrone romano, sentendosi sopraffatto, si ritirò verso la costa e assunse una posizione difensiva. Grazie ai “corvi”, le pesanti passerelle mobili usate per abbordare le navi nemiche, i Cartaginesi ebbero difficoltà ad attaccare i Romani sui fianchi o frontalmente. Nel frattempo, il quarto squadrone romano opponeva una resistenza tenace, ma si trovava in una situazione disperata contro il terzo squadrone cartaginese. Lo scontro principale avvenne tra il primo e il secondo squadrone romano contro il secondo squadrone cartaginese. In questa fase della battaglia, molte navi di entrambe le parti furono speronate e affondate. Ma con il passare delle ore la maggior parte delle navi cartaginesi furono abbordate e catturate dai Romani il che provocò il crollo del morale degli equipaggi cartaginesi, molti dei quali fuggirono. I consoli romani, vedendo la necessità di riorganizzare le loro forze, segnalarono il ritorno del centro romano per assistere i due squadroni posteriori e salvare i trasporti alla deriva. Il primo squadrone, sotto il comando di Vulsone, attaccò il primo squadrone cartaginese. Contemporaneamente, il secondo squadrone, guidato da Regolo, attaccò il terzo squadrone cartaginese, per intrappolarli. L’esito finale della battaglia vide la ritirata di Annone con le navi cartaginesi rimanenti. Il secondo squadrone di Regolo si unì all’attacco di Vulsone contro il primo squadrone cartaginese, infliggendo pesanti perdite ai Cartaginesi. Alla fine, i Romani catturarono 50 navi cartaginesi e ne affondarono 30, mentre subirono la perdita di 24 navi. Le vittime furono numerose: i Cartaginesi persero tra 30.000 e 40.000 uomini, la maggior parte dei quali furono catturati, mentre i Romani contarono circa 10.000 morti. ## Le conseguenze della battaglia Dopo la vittoria nella battaglia di Ecnomo, i Romani sbarcarono in Sicilia per effettuare riparazioni, permettere il riposo degli equipaggi e riorganizzare le loro forze. Le prore delle navi cartaginesi catturate furono inviate a Roma per decorare la tribuna del Foro, in linea con la tradizione iniziata dopo la battaglia di Milazzo. Nel frattempo, la flotta cartaginese si ritirò nelle acque domestiche per prepararsi a combattere di nuovo. I comandanti cartaginesi, incerti sul punto di sbarco dei Romani, si posizionarono sul lato occidentale di Capo Bon. Sotto il comando di Marco Attilio Regolo, i Romani sbarcarono con successo ad Aspis (moderna Kelibia) e assediarono la città. Lucio Manlio Vulsone Longo tornò a Roma dove celebrò un trionfo. Amilcare, ritirato dalla Sicilia con 5.500 truppe cartaginesi, rafforzò l’esercito in Africa. L’invasione di Regolo inizialmente fu favorevole ai Romani, ma nel 255 a.C. i Cartaginesi, dopo aver chiesto la pace senza successo a causa delle condizioni troppo dure imposte da Regolo, ripresero la lotta e sconfissero l’esercito romano. I sopravvissuti romani furono evacuati da una flotta inviata appositamente. Durante la Battaglia di Capo Ermeo, i Cartaginesi subirono una pesante sconfitta, perdendo 114 navi catturate. Ma mentre la flotta romana ritornava in Italia, una tempesta devastante causò la perdita di 384 navi e 100.000 uomini. Una possibile causa di questo disastro fu l’instabilità delle navi a causa della presenza del “corvo”, lo strumento usato per abbordare le navi nemiche. A conferma di questa interpretazione è la mancanza di tracce dell’uso del corvo dopo questo evento. La guerra si concluse nel 241 a.C. con la vittoria romana nella battaglia delle Isole Egadi. La pace concordata consolidò Roma come la principale potenza militare nel Mediterraneo occidentale e, progressivamente, in tutta la regione mediterranea. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [Trailer del Gladiatore 2. Recensione ed errori storici](https://scriptamanentitalia.it/trailer-del-gladiatore-2-recensione-ed-errori-storici/) **Published:** Luglio 9, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La trama](#La_trama) - [L’impero romano con due imperatori?](#Limpero_romano_con_due_imperatori) - [Russell Crowe non era uno schiavo](#Russell_Crowe_non_era_uno_schiavo) - [Il “Nero”: Denzel Washington](#Il_%E2%80%9CNero%E2%80%9D_Denzel_Washington) - [La battaglia navale nel Colosseo](#La_battaglia_navale_nel_Colosseo) - [Roma ha così tanti “sudditi”](#Roma_ha_cosi_tanti_%E2%80%9Csudditi%E2%80%9D) - [L’enorme rinocerone](#Lenorme_rinocerone) - [Il lancio del dardo contro gli imperatori](#Il_lancio_del_dardo_contro_gli_imperatori) - [I costumi di scena](#I_costumi_di_scena) Di Roberto Trizio Se ne parlava da qualche anno, è diventato verosimile da pochi mesi ed è reale da stamattina. Finalmente è stato rilasciato il trailer del “Gladiatore 2”, la coraggiosissima scelta di proporre il sequel di un film ormai leggendario. Qual è la nostra recensione e quali sono gli errori storici che abbiamo individuato in questo primissimo video? ## La trama La storia del Gladiatore si era interrotta con il duello nell’arena del Colosseo tra Massimo Decimo Meridio e l’Imperatore Commodo. Questo muore durante il combattimento, ma anche Massimo, stremato per la ferita inferta a tradimento prima dello scontro, esala l’ultimo respiro, onorato da tutti i senatori e i cittadini romani, in un clima di commozione generale. La trama del secondo film parte dal nipote di Commodo, Lucio, il quale, al tempo bambino, è ormai cresciuto e assiste al potere di Roma precipitato drammaticamente nelle mani di due perfidi imperatori, che si comportano come tiranni. Anche lui, come Massimo, dovrà affrontare innumerevoli sfide e battaglie per riportare Roma nelle mani del popolo. ## L’impero romano con due imperatori? La prima riflessione riguarda proprio la scelta di inserire due ambigui imperatori che governano insieme l’impero romano. Nella tradizione romana, l’imperatore è uno solo. L’ “Imperator”, infatti, incarna la massima autorità militare. E’ vero che questa figura evolve con il tempo: prima è garante del funzionamento della “repubblica restaurata” durante il periodo di Augusto e della dinastia Giulio-Claudia, da Vespasiano in poi diventa sempre più un governatore indipendente e in attrito con il Senato, fino al Dominato di Diocleziano, quando l’impero scade in una sorta di proprietà privata, spesso “acquistata” dal migliore offerente. Ma l’imperatore, nella stragrande maggioranza dei casi, è un uomo solo al comando. Vi è da dire però che vi sono state due situazioni in cui l’impero è stato davvero spartito fra due persone, trasformandosi in una diarchia. La prima risale ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio e di suo fratello Lucio Vero. In questo caso il governo era formalmente retto da due persone sullo stesso piano, anche se Marco Aurelio conservava un’Auctoritas superiore e aveva l’ultima parola sulle decisioni. In quel caso la gestione del potere funzionò grazie al sincero rapporto di affetto tra i due e alla saggezza di Marco, e la diarchia terminò solo per la improvvisa e drammatica dipartita di Lucio. Il secondo episodio, finito molto peggio, è quello dei figli di Settimio Severo: Caracalla e Geta. Nelle intenzioni del padre avrebbero dovuto governare insieme ma, come ben sappiamo, litigarono fin da subito su ogni questione possibile, vivendo da “separati in casa” fino all’orribile assassinio di Geta da parte del fratello Caracalla, proprio all’interno del palazzo imperiale. ## Russell Crowe non era uno schiavo Il trailer si apre con alcune immagini prese dal Gladiatore 1, ma riscontriamo subito una frase importante: “Non ho mai dimenticato come uno schiavo sia riuscito a vendicarsi dell’imperatore”. Questo è, tecnicamente parlando, un piccolo errore. Massimo Decimo Meridio era un legionario e un alto generale, e per questo necessariamente un cittadino romano. Nonostante fosse una manovra di palazzo per il suo mancato appoggio nei confronti di Commodo, Massimo venne degradato e scappò trasformandosi semmai in un “disertore”. Lo schiavo, sebbene condizione non augurabile, era comunque uno status giuridico perfettamente riconosciuto, mentre il disertore era, qualora arrestato, automaticamente condannato alla pena capitale. Massimo quindi non è mai stato uno “schiavo”. ## Il “Nero”: Denzel Washington Personaggio fondamentale nel film, e mostruosamente bravo fin dai primi frame, la presenza di Denzel Washington è stata da subito oggetto di dibattito. Gli appassionati di storia romana hanno immediatamente storto il naso di fronte alla scelta di coinvolgere un attore di pelle nera in un film ambientato nella Roma dei Cesari. La realtà storica è che i romani non si ponevano nessun problema né di razza né di provenienza né tantomeno di aspetto biologico. I romani giudicavano le persone a seconda del loro livello di civilizzazione piuttosto che dal colore della loro pelle. Prova ne sia che nel corso della sua storia Roma ha avuto imperatori che venivano dalle Gallie (Claudio), dalla Spagna (Traiano), dal Nord Africa (Settimio Severo), dalla Siria (Filippo l’Arabo). Il problema sta piuttosto nell’aspetto prettamente demografico: sarebbe stato molto difficile incontrare un nero subsahariano nel periodo storico di riferimento. Il governo romano in Africa si limitava infatti alla parte costiera del Nord del continente, con contatti pressocchè nulli con le genti a sud del Sahara. L’unica possibilità, oltre all’arcifamosa spedizione voluta da Nerone alle sorgenti del Nilo, sarebbe stata la presenza dei Garamanti, un popolo nomade che occupò per centinaia di anni l’odierna regione del Fezzan. Ma i Garamanti furono eterni nemici dei romani, costantemente dediti a scorrerie contro le ricche città costiere e che vennero infine sconfitti in una serie di operazioni militari e spedizioni punitive che li portarono probabilmente ad essere un regno cliente, ma mai in rapporti stabili. Motivo per cui la presenza di un nero nel film è certamente complessa e poco spiegabile. Riteniamo che Denzel rappresenti una “punta” di blackwashing, ovvero la volontà di inserire attori di pelle nera con lo scopo di combattere il razzismo, il che però va sicuramente a scapito della realtà storica. ## La battaglia navale nel Colosseo In una scena successiva del trailer si vede il Colosseo riempito d’acqua con una battaglia navale spettacolare. Ma potevano svolgersi delle naumachie all’interno dell’Anfiteatro Flavio? Su questo abbiamo dedicato un documentario sul nostro canale YouTube di Scripta Manent. La prima risposta è “Sì”. Durante l’inaugurazione del Colosseo da parte di Tito, lo storico Dione Cassio (LXVI 25.2-4) riferisce di una battaglia navale che riprendeva lo scontro tra Corciresi e Corinzi del 434 a.C, ai tempi della guerra del Peloponneso. Marziale nel suo “Liber de Spectaculis” disse testualmente che “gli spettatori videro in poco tempo l’anfiteatro riempirsi d’acqua” e riporta la rappresentazione del mito di Leandro ed Ero, due innamorati, dove il primo, Leandro, attraversava ogni notte un burrascoso braccio di mare per raggiungere la sua amata. Anche Svetonio nella biografia che dedica a Domiziano (4) dice che l’imperatore aveva “dato una battaglia navale all’interno dell’Anfiteatro Flavio”. Per questo motivo, almeno nei primi anni di vita del Colosseo, una battaglia navale era effettivamente possibile, anche se l’acqua era molto probabilmente bassa, sufficiente per far galleggiare solo piccole imbarcazioni. Ma all’interno del film la cosa diventa totalmente anacronistica. La costruzione di una serie di gallerie e di ascensori alla base della struttura, il cosiddetto “Ipogeo”, aveva ormai reso da decenni del tutto impossibile riempire d’acqua l’arena, per cui, essendo ambientato il film ormai dopo la morte dell’Imperatore Commodo, questa scena è pura fantasia. ## Roma ha così tanti “sudditi” Sempre durante il trailer ascoltiamo una frase: “Generale Acacio, Roma ha così tanti sudditi”. Anche qui vi è da fare una piccola precisazione. Nessun imperatore né aristocratico avrebbe mai chiamato “sudditi” i cittadini romani. Il suddito, totalmente asservito alle decisioni di un sovrano, è un concetto orientale di stampo ellenistico, che i romani non avrebbero mai accettato. Anche il più improvvisato dei politicanti si sarebbe rivolto ai romani come “cittadini”, come cives, partecipi della vita sociale e politica. Nonostante sia vero che nel corso della storia romana, e soprattutto nel tardo impero, il cittadino degenera effettivamente verso la posizione di suddito, un imperatore non avrebbe mai utilizzato una parola così degradante pubblicamente. Un piccolo errore, non grave, ma presente. ## L’enorme rinocerone Momento importante del trailer è l’entrata nell’arena del Colosseo di un enorme rinoceronte. In questo caso si potrebbe pensare che sia stata un’esagerazione cinematografica, ma vi stupiremo dicendovi che i rinoceronti erano conosciuti dai romani. Diverse evidenze archeologiche confermano che nell’Egitto, già nel 3000 a.C., vi erano manufatti che rappresentavano questi animali. Sappiamo anche dallo pseudo-Callistene che nel 331 a.C. Alessandro Magno ricevette in dono dalla regina della città di Meroe, nell’attuale Sudan, 80 rinoceronti. Anche i romani li avevano visti, seppur raramente. Svetonio, nella vita di Augusto (43.4), spiega che l’imperatore aveva organizzato alcuni spettacoli dotati di animali rari che potessero impressionare il pubblico, e aveva esibito per la prima volta un rinoceronte nel Campo Marzio. Anche Strabone (16.4.15) conferma la presenza a Roma di un rinoceronte, proprio nello stesso periodo, per cui i romani potevano perfettamente vedere, anche se raramente, dei rinoceronti durante un combattimento. L’unico aspetto un po’ “gonfiato” è la taglia. Strabone paragona il rinoceronte (che ha visto di persona) a un grosso toro con un corno sul muso, mentre quello che vediamo nel trailer è a dir poco enorme. ## Il lancio del dardo contro gli imperatori Sempre il trailer ci fa vedere che Lucio utilizza una balestra per scagliare un dardo contro i due imperatori tiranni. Ovviamente nella realtà sarebbe stato condannato a morte in pochi secondi, ma questo è un cliché cinematografico che riprende non solo il lancio della spada da parte di Russell Crowe contro alcuni aristocratici che stanno ammirando uno spettacolo, ma addirittura una scena dello Spartacus di Kubrik con Kirk Douglas, dove il protagonista lancia un giavellotto contro alcuni senatori che stanno assistendo ad un suo combattimento. ## I costumi di scena Non potevamo non notare i costumi. Sono tutto fuorché filologici. Nel film c’è una sorta di “collage” tra la lorica segmentata, quella realizzata a piastre, che viene posizionata sulle spalle, e la lorica musculata, una corazza anatomica che riprende il contorno degli addominali. Si tratta ovviamente di un mix molto poco credibile, ma dal momento che non si tratta di un documentario ma di un film per il puro divertimento, non è un elemento che possa far scadere la qualità complessiva. Il trailer affronta una grande sfida, quella di doppiare il successo del primo Gladiatore. Aldilà dell’aspetto storico notiamo però che molte scene riprendono il primo film. Il vecchio aristocratico che dà una possibilità allo sconfitto, Lucio che dice ai suoi uomini nell’arena di mantenere la calma, sempre Lucio che con due spade taglia la testa di un avversario. Insomma, Russel Crowe con la maschera di uno più giovane. A parer nostro, seppur acerbo, il Gladiatore 2 può essere un film davvero “gasante”, ma rischia di qualificarsi più come un remake che come un sequel. Ma aspetteremo l’uscita per parlarne ancora. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Top --- ### [La battaglia del Frigido, 394 d.C. I cristiani sconfiggono i pagani](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-frigido-394/) **Published:** Luglio 6, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La fine di Valentiniano II e il potere di Arbogaste](#La_fine_di_Valentiniano_II_e_il_potere_di_Arbogaste) - [La missione diplomatica per convincere Teodosio](#La_missione_diplomatica_per_convincere_Teodosio) - [La marcia di Teodosio verso il Frigido](#La_marcia_di_Teodosio_verso_il_Frigido) - [La battaglia del fiume Frigido: il primo giorno](#La_battaglia_del_fiume_Frigido_il_primo_giorno) - [La battaglia del Frigido: la versione cristiana dello scontro](#La_battaglia_del_Frigido_la_versione_cristiana_dello_scontro) - [La battaglia del Frigido: la versione pagana dello scontro](#La_battaglia_del_Frigido_la_versione_pagana_dello_scontro) - [Le conseguenze della disfatta pagana](#Le_conseguenze_della_disfatta_pagana) La battaglia del fiume Frigido, combattuta il 5 e 6 settembre 394, rappresenta uno degli scontri decisivi del tardo Impero romano. La battaglia vide contrapporsi le forze dell’imperatore d’Oriente Teodosio I e quelle dell’usurpatore occidentale Eugenio, supportato dal generale franco Arbogaste. Lo scontro avvenne presso il fiume Frigido, oggi noto come il Vipacco, situato nell’attuale Slovenia. La battaglia fu il culmine di un conflitto politico e religioso. Eugenio e Arbogaste, pur essendo pagani, cercavano di riaffermare il paganesimo all’interno dell’Impero, in contrasto con la politica cristiana di Teodosio. La vittoria di Teodosio ottenuta con l’ausilio di un improvviso cambiamento climatico che sfavorì le truppe di Eugenio, consolidò il cristianesimo come religione dominante dell’Impero Romano. La leggenda narra che una tempesta di vento e pioggia si abbatté sul campo di battaglia, ostacolando le truppe di Eugenio e facilitando la vittoria di Teodosio. Dopo la battaglia, Eugenio fu catturato e giustiziato, mentre Arbogaste si suicidò. La vittoria di Teodosio al fiume Frigido fu un momento cruciale che determinò l’orientamento religioso e politico dell’Impero nei secoli successivi, segnando il definitivo tramonto del paganesimo romano e la supremazia del cristianesimo. ## La fine di Valentiniano II e il potere di Arbogaste Il protagonista della battaglia è certamente Arbogaste, un generale franco al servizio dell’Impero Romano, che ebbe un ruolo importante nella politica romana durante il regno dell’imperatore Valentiniano II. Valentiniano II, salito al trono giovanissimo nel 375, era sotto la tutela di Arbogaste, che esercitava un’influenza sempre più spregiudicata sulla sua corte. Valentiniano II, pur essendo formalmente l’imperatore, si trovava spesso a dover sottostare alla volontà del suo potente generale. I rapporti tra i due furono sempre tesi, poiché Valentiniano II, crescendo, desiderava affermare la propria autorità, mentre Arbogaste, pagano convinto, ambiva a controllare l’imperatore per mantenere e consolidare il proprio potere. La tensione tra i due culminò tragicamente nel 392, quando Valentiniano II, ormai ventenne, cercò di liberarsi dal controllo di Arbogaste. La fine di Valentiniano II fu avvolta nel mistero e nel sospetto. Nel maggio del 392, il giovane imperatore fu trovato morto nella sua residenza a Vienne, in Gallia. Le circostanze della sua morte furono sospette: ufficialmente si parlò di suicidio, ma molti storici dell’epoca e moderni ritengono che possa essere stato assassinato su ordine di Arbogaste, desideroso di eliminare un imperatore che non poteva più controllare. Con la morte di Valentiniano II, Arbogaste nominò come nuovo imperatore Eugenio, un ex insegnante di retorica, sperando di poterlo manovrare facilmente. Eugenio fu proclamato imperatore d’Occidente il 22 agosto 392, ma la sua legittimità fu subito contestata dall’imperatore d’Oriente Teodosio I, che si preparò a sconfiggerlo per riaffermare la propria autorità sull’intero Impero Romano e per difendere la causa del cristianesimo contro il revival pagano sostenuto da Arbogaste e Eugenio. ## La missione diplomatica per convincere Teodosio Dopo l’ascesa al trono di Eugenio nel 392, Arbogaste e il nuovo imperatore intrapresero una missione diplomatica nel tentativo di ottenere il riconoscimento ufficiale da parte di Teodosio I, l’imperatore d’Oriente. La premesse erano negative: Teodosio, profondamente cristiano, era fortemente contrario alla politica pro-pagana di Eugenio e Arbogaste. La delegazione, guidata da importanti funzionari e accompagnata da ricchi doni, aveva l’obiettivo di convincere Teodosio che il nuovo regime non rappresentava una minaccia per l’unità dell’Impero. Eugenio cercò di presentarsi come un leader moderato, disposto a tollerare il cristianesimo pur mantenendo il paganesimo come religione ufficiale. Teodosio, però, era ben consapevole delle reali intenzioni di Eugenio e Arbogaste. I rapporti degli inviati e delle spie dell’imperatore d’Oriente avevano già evidenziato il tentativo di restaurazione pagana e l’influenza dominante di Arbogaste sul nuovo imperatore. Inoltre, la morte sospetta di Valentiniano II aveva già fatto scattare sospetti e indignazione nella corte di Teodosio. Il fallimento della missione diplomatica fu inevitabile. Teodosio rifiutò di riconoscere Eugenio come legittimo imperatore, vedendo nella sua figura e in quella di Arbogaste una minaccia non solo politica, ma anche religiosa. Così, Teodosio dichiarò Eugenio come un usurpatore, e si scatenò la guerra civile. ## La marcia di Teodosio verso il Frigido L’esercito di Teodosio I era composto da una varietà di unità provenienti da diverse regioni dell’Impero Romano d’Oriente. Questa forza eterogenea comprendeva soldati romani, truppe federate e contingenti di alleati barbari. Tra i più importanti alleati vi erano i Visigoti, guidati dal loro re Alarico I, che giocavano un ruolo cruciale nelle strategie militari di Teodosio. L’esercito includeva anche unità di cavalleria pesante, fanteria leggera e arcieri, ciascuna con un ruolo specifico nel campo di battaglia. Nel 394, Teodosio iniziò la sua marcia verso l’Occidente per affrontare Eugenio e Arbogaste. La marcia dell’esercito orientale fu un’impresa logistica notevole, che richiese l’attraversamento di ampie distanze e territori difficili. Teodosio attraversò i Balcani, una regione montuosa che presentava numerose sfide, tra cui terreni accidentati e condizioni climatiche avverse. Durante la marcia, Teodosio cercò di mantenere alto il morale delle sue truppe e assicurarsi l’appoggio delle popolazioni locali. Questo fu possibile grazie alla sua reputazione di imperatore giusto e devoto cristiano, che gli assicurò il sostegno delle comunità cristiane lungo il percorso. Inoltre, Teodosio utilizzò la diplomazia per mantenere buoni rapporti con i leader tribali e garantire che il suo esercito potesse attraversare i territori senza incontrare resistenze significative. Superata la regione della Pannonia, Teodosio si avvicinò al fiume Frigido, situato nell’attuale Slovenia. La scelta del campo di battaglia non fu casuale: il fiume Frigido, con il suo terreno accidentato e i passaggi stretti, offriva vantaggi tattici a un esercito esperto come quello di Teodosio. Qui, l’imperatore d’Oriente si preparò per lo scontro decisivo con le forze di Eugenio e Arbogaste, consapevole che la vittoria avrebbe consolidato la sua autorità su tutto l’Impero Romano e assicurato la supremazia del cristianesimo. ## La battaglia del fiume Frigido: il primo giorno Eugenio e Arbogaste avevano disposto il loro esercito nelle pianure, adottando una strategia attendista per contrastare l’esercito numericamente superiore di Teodosio. Occupando gli stretti passi delle Alpi, avevano inviato distaccamenti per tendere imboscate alle truppe orientali. Teodosio attaccò quasi immediatamente, mandando per primi i suoi alleati goti. Oltre che per affrontare il nemico, l’avanzamento dei contingenti di Goti serviva per indebolirli, dal momento che Teodosio nutriva forti dubbi sulla loro fedeltà. Zosimo e Orosio raccontano che molte delle truppe alleate di Teodosio furono massacrate, e Orosio specifica che 10.000 foederati goti, schierati in prima linea, perirono nello scontro, sostenendo che “la loro perdita era certamente un guadagno e la loro sconfitta una vittoria”. Il magister militum Bacurio, facente parte dell’esercito di Teodosio, intervenne con l’avanguardia per soccorrere i foederati goti in difficoltà, riuscendo a mettere in fuga i nemici, ma finendo anch’egli ucciso in un contrattacco. La giornata si concluse con una difesa vittoriosa delle truppe di Eugenio. Arbogaste, inoltre, inviò un distaccamento, guidato dal comes Arbizione, per chiudere il passo alle spalle di Teodosio, che si trovò circondato e senza vie di fuga. Teodosio, consapevole della situazione disperata, si prostrò al suolo pregando il Signore per un intervento divino. Subito dopo, gli ufficiali delle truppe di Eugenio stazionate in imboscata sulle alture inviarono messaggeri a Teodosio, dichiarando la loro intenzione di defezionare in suo favore in cambio di posti onorevoli nel suo esercito. Teodosio accettò l’offerta, scrivendo su tavolette i ruoli di comando che avrebbe conferito loro. Così, gli ufficiali passarono dalla parte dell’imperatore legittimo. Dopo una notte insonne, Teodosio notò il vuoto lasciato dalle truppe di Arbogaste e decise di attaccare di nuovo. Su cosa avvenne in seguito, le versioni pagana e cristiana differiscono. ## La battaglia del Frigido: la versione cristiana dello scontro La versione cristiana della battaglia, tramandata da Orosio e altri scrittori ecclesiastici, descrive il secondo giorno dello scontro in modo drammatico e miracoloso. Mentre i soldati di Eugenio si riposavano, sicuri della vittoria, Teodosio sfruttò il momento di confusione e l’abbassamento della guardia per lanciare un attacco a sorpresa. La versione cristiana della battaglia sostiene che un evento miracoloso avvenne proprio in quel momento: un forte vento, noto come bora, iniziò a soffiare dalle schiere di Teodosio contro quelle nemiche, trasformando dardi e frecce in armi contro chi le aveva lanciate. Questo vento impetuoso, interpretato come un intervento divino, sfavorì decisamente i soldati di Eugenio, che si trovarono in grande difficoltà nel difendersi dagli attacchi. Orosio e Sant’Agostino riportano che questo fenomeno meteorologico straordinario era visto come un chiaro segno della provvidenza divina che sosteneva Teodosio e il cristianesimo. Anche il poeta pagano Claudiano, sebbene ostile al cristianesimo, riconobbe nei suoi versi l’intervento provvidenziale della bora a favore di Teodosio, attribuendo la vittoria dell’imperatore al favore degli dei. Approfittando del caos creato dalla tempesta, le truppe di Teodosio avanzarono rapidamente, rompendo le linee difensive di Eugenio e seminando il panico tra i soldati nemici. Le forze di Eugenio, già demoralizzate dalla defezione di alcune unità e dalla furia della bora, non riuscirono a riorganizzarsi e crollarono sotto l’assalto dell’esercito orientale. ## La battaglia del Frigido: la versione pagana dello scontro La versione pagana della battaglia del Frigido, tramandata da Zosimo, offre una narrazione molto diversa degli eventi del secondo giorno. Secondo questa versione, la vittoria di Teodosio non fu il risultato di un intervento divino, ma di una serie di circostanze strategiche e tattiche, oltre a un colpo di fortuna sfruttato dall’imperatore orientale. Convinto che Teodosio non sarebbe stato in grado di lanciare un nuovo attacco imminente, Eugenio concesse ai suoi soldati il meritato riposo, senza temere un’azione a sorpresa da parte del nemico. Teodosio approfittò di questa sicurezza e della relativa tranquillità delle truppe di Eugenio. All’alba del secondo giorno, mentre i soldati di Eugenio stavano ancora riposando, Teodosio lanciò un attacco a sorpresa con tutte le sue forze. Questo colpo improvviso colse completamente impreparato l’esercito di Eugenio, che fu incapace di organizzare una difesa efficace. I soldati di Teodosio massacrarono numerosi nemici mentre erano ancora nei loro accampamenti, sfruttando l’effetto sorpresa e la disorganizzazione degli avversari. La versione pagana non menziona l’intervento di una tempesta o della bora durante la battaglia. Al contrario, Zosimo riferisce di un’eclissi di sole che avrebbe oscurato il campo di battaglia durante il primo giorno di scontri, contribuendo a rendere la battaglia ancora più drammatica. Eppure i dati astronomici moderni smentiscono l’evento di un’eclissi in quel periodo, suggerendo che gli storici pagani, come Zosimo ed Eunapio, abbiano forse trasformato una forte tempesta in un’eclissi per enfatizzare la drammaticità della battaglia. Dopo aver travolto le difese nemiche, Teodosio si diresse verso la tenda di Eugenio. Eugenio fu catturato e portato al cospetto di Teodosio, che ordinò la sua immediata decapitazione come punizione per la sua usurpazione. Arbogaste, vedendo la disfatta completa delle sue forze, fuggì tra le montagne circostanti e si suicidò poco dopo per evitare la cattura. Anche Virio Nicomaco Flaviano, uno dei sostenitori di Eugenio, seguì lo stesso destino, preferendo il suicidio alla sconfitta. ## Le conseguenze della disfatta pagana La battaglia del Frigido del 394 ebbe conseguenze di lunga durata per l’Impero Romano. Una delle più immediate e tangibili fu l’abbandono delle difese nelle Alpi Giulie, che permettevano l’accesso alla provincia Venetia et Histria. Secondo il poeta latino Claudio Claudiano, le torri e le mura delle Chiuse (Claustra Alpium Iuliarum), costruite dopo il 284 come difesa contro le invasioni barbariche, furono demolite durante la battaglia. Di conseguenza, non si ha più notizia di un loro utilizzo né della presenza di truppe romane nelle Alpi orientali durante le successive incursioni di Alarico I in Italia. La battaglia del Frigido fu anche un momento cruciale per l’evoluzione dell’esercito romano, segnando uno dei primi episodi in cui l’arruolamento massiccio di barbari iniziò a trasformare profondamente la composizione e l’efficacia delle forze armate imperiali. Dopo la battaglia, i foederati Visigoti, che avevano subito pesanti perdite (circa 10.000 caduti), furono congedati e rispediti nelle loro terre di insediamento in Tracia. Questo evento è soggetto a dibattito tra gli storici: alcuni ritengono che il congedo sia avvenuto nel gennaio 395 ad opera di Stilicone, mentre altri, come la storica Cesa, sostengono che Teodosio non avrebbe permesso a tali alleati di entrare in Italia, datando il loro rientro nell’autunno del 394. L’alto numero di perdite subite dai Visigoti durante la battaglia aumentò il loro risentimento verso l’Impero. Questi cominciarono a sospettare che Teodosio li avesse deliberatamente schierati in prima linea per indebolirli e privarli dei privilegi di foederati e della loro autonomia. Questo risentimento portò i Visigoti, una volta tornati in Tracia, a ribellarsi sotto la guida di Alarico, eletto loro capo unico. Il loro scopo era ottenere il rinnovo del trattato del 382 a condizioni più favorevoli e la nomina di Alarico a magister militum dell’esercito romano. Questa rivolta culminò nel sacco di Roma del 410, un evento che scosse profondamente il mondo romano. Tradizionalmente, la battaglia del Frigido è stata interpretata come uno scontro tra il paganesimo e il cristianesimo, con l’usurpazione di Eugenio vista come un ultimo tentativo di restaurare il paganesimo in Occidente. Secondo questa interpretazione, il risultato della battaglia segnò il quasi definitivo trionfo del cristianesimo, analogamente a quanto accadde con la battaglia di Ponte Milvio del 312. Questa visione tradizionale è stata contestata da studiosi moderni come Alan Cameron, che ha sostenuto che la nozione di Eugenio e Arbogaste come pagani o sostenitori dei pagani fu in gran parte un’invenzione successiva, mirata a giustificare la campagna di Teodosio. Secondo Cameron, altre usurpazioni, come quella di Magnenzio, furono etichettate falsamente come pagane dopo la loro sconfitta. La descrizione della battaglia come un conflitto religioso trova la sua origine nello storico cristiano Rufino, e solo le fonti dipendenti da Rufino menzionano questo carattere religioso dello scontro. La battaglia del Frigido, comunque, non solo consolidò l’autorità di Teodosio su tutto l’Impero Romano, ma contribuì anche a stabilire il cristianesimo come religione dominante, influenzando profondamente la politica e la società dell’Impero nei secoli successivi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [Il fuoco greco. Formula e storia dell'arma Bizantina](https://scriptamanentitalia.it/il-fuoco-greco-formula-e-storia-dellarma-bizantina/) **Published:** Luglio 5, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le origini del fuoco greco](#Le_origini_del_fuoco_greco) - [Le teorie sulla composizione del fuoco greco](#Le_teorie_sulla_composizione_del_fuoco_greco) - [La macchina per il lancio del fuoco greco](#La_macchina_per_il_lancio_del_fuoco_greco) - [Il sifone portatile e le granate di fuoco greco](#Il_sifone_portatile_e_le_granate_di_fuoco_greco) Il **fuoco greco** è una delle armi più misteriose e affascinanti della storia bizantina. Questo composto misterioso, in grado di bruciare persino sull’acqua, trasformava le battaglie in scenari apocalittici, dove le fiamme sembravano sfidare le leggi della natura stessa. La sua formula segreta, custodita gelosamente e protetta da pene severe, ha alimentato miti e speculazioni per secoli. ## Le origini del fuoco greco Secondo Teofane il Confessore, il fuoco greco fu inventato nel VII secolo d.C. da un certo Callinico, un ingegnere di **Eliopoli** in **Egitto**. Questa arma incendiaria aveva la straordinaria capacità di bruciare anche sull’acqua, rendendola particolarmente efficace nelle battaglie navali. Una delle ragioni per cui il fuoco greco è avvolto nel mistero è che la sua formula era un segreto militare strettamente custodito dall’Impero Bizantino. Oltre ad essere conosciuto solo dagli alti ufficiali bizantini e dall’imperatore stesso, la divulgazione della sua composizione era punita con la morte, per garantire che i nemici non potessero replicare questa devastante arma. Per questo motivo, non conosciamo con certezza gli ingredienti e il metodo di produzione del fuoco greco; abbiamo solo teorie basate su testimonianze storiche e studi scientifici. ## Le teorie sulla composizione del fuoco greco Anna Comnena, nella sua opera **“Alessiade”**, menziona in maniera molto frammentaria che il fuoco greco fosse composto da **resina vegetale** e **zolfo**. Questa teoria si basa sulle osservazioni storiche dell’epoca, ma non è mai stata confermata in modo definitivo. La resina vegetale, probabilmente la pece, e lo zolfo, sono entrambi materiali infiammabili, e la loro combinazione avrebbe potuto creare un’arma incendiaria efficace. Un’altra teoria, avanzata da **Haldon, Bryne e Davidson**, sostiene che il fuoco greco fosse composto da **salnitro** e **polvere da sparo,** soprattutto perché secondo le fonti antiche il fuoco Greco creava “tuono e fumo”, il che si collegherebbe bene all’utilizzo di questi due elementi. Questa ipotesi è però controversa, poiché la polvere da sparo fu inventata solo successivamente in Cina, e non ci sono prove che i Bizantini ne fossero a conoscenza. Inoltre, è strano che i musulmani, i principali chimici dell’epoca, non abbiano mai documentato una composizione simile, considerando la loro competenza nel settore chimico. **Partington** propone un’altra teoria secondo cui il fuoco greco era basato sulla **calce viva**. Questa sostanza, conosciuta sia dai Bizantini che dagli Arabi, quando a contatto con l’acqua, produce una reazione esotermica (rilasciando calore) che potrebbe spiegare l’effetto incendiario. Infine, **McEvedy** suggerisce che il fuoco greco fosse conservato in un recipiente sigillato contenente **ossa**, **urina** e **fosfato di calcio**. Questa miscela, che avrebbe potuto agire come un catalizzatore chimico, sarebbe stata capace di produrre una reazione incendiaria quando esposta all’aria. Oggi, la maggior parte degli esperti e degli studiosi sostiene che il fuoco greco fosse composto principalmente da **petrolio** e **nafta**. Questa ipotesi si basa su diversi elementi storici e linguistici che collegano l’uso di queste sostanze all’arma bizantina. Innanzitutto, gli Abbasidi avevano delle unità di lancio chiamate **naffatun**, che erano incaricate di lanciare la **nafta** durante le battaglie. La nafta è una frazione del petrolio greggio e può essere altamente infiammabile, rendendola una sostanza ideale per un’arma incendiaria. Inoltre, il fuoco greco è anche noto nell’antichità come **fuoco mediano**. Questo nome deriva dal fatto che i Greci chiamavano il petrolio con il termine **“elaion”**, mentre i Persiani lo chiamavano **“naft”**. Questi termini indicano chiaramente che entrambe le culture avevano familiarità con l’uso del petrolio e delle sue proprietà infiammabili. È probabile che i Bizantini abbiano preso in prestito queste conoscenze per sviluppare la loro arma, e che il loro fuoco greco fosse esattamente basato sulla Nafta. Un ulteriore elemento a supporto di questa teoria è un testo latino del IX secolo, conservato in Germania, presso la città di Wolfenbuttel, che menziona la parola **“nafta”** proprio in riferimento al fuoco greco. Questi indizi convergono verso l’idea che il fuoco greco fosse basato su una combinazione di petrolio e nafta. Il petrolio avrebbe fornito una base liquida facilmente infiammabile, mentre la nafta avrebbe aumentato drasticamente l’efficacia incendiaria della miscela. L’uso di queste sostanze spiegherebbe anche perché il fuoco greco poteva bruciare sull’acqua, dato che il petrolio e la nafta galleggiano e continuano a bruciare anche a contatto con l’acqua. ## La macchina per il lancio del fuoco greco A prescindere dall’esatto ingrediente del fuoco greco, la macchina che permetteva di lanciare questo liquido infiammabile era una struttura altamente complessa. Essa era installata prevalentemente sulle navi bizantine chiamate dromoni. I dromoni bizantini erano potenti navi da guerra, progettate per essere veloci e manovrabili. Con una lunghezza che poteva superare i 30 metri, queste navi erano in grado di trasportare numerosi soldati e marinai, rendendole particolarmente efficaci durante le battaglie navali. Il sistema che produceva e lanciava il fuoco greco era un dispositivo meccanico complesso, composto da vari elementi. 1. **Soffietto**: Il soffietto era utilizzato per introdurre l’aria necessaria a mantenere il fuoco vivo nel braciere. Questo strumento funzionava come una pompa, aumentando l’apporto di ossigeno e intensificando così la fiamma. 2. **Braciere**: Il braciere era il cuore del sistema, dove la miscela incendiaria veniva riscaldata e mantenuta pronta per l’uso. Il braciere conteneva il fuoco che doveva essere costantemente alimentato e monitorato per garantire che fosse abbastanza caldo da infiammare la miscela al momento del lancio. 3. **Pompa pressurizzata**: La pompa era utilizzata per generare la pressione necessaria a spingere la miscela infiammabile attraverso il sistema. Funzionava in modo simile a una moderna pompa idraulica, creando una pressione che forzava la miscela liquida attraverso i tubi verso l’ugello. 4. **Ugello**: L’ugello era la parte terminale del sistema da cui il fuoco greco veniva lanciato. Era progettato per controllare il flusso e la direzione del liquido incendiario, garantendo che fosse proiettato con precisione verso il bersaglio. L’ugello poteva essere orientato e manovrato per colpire navi nemiche o truppe avversarie con grande efficacia. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/07/fuoco-greco-1024x413.png "fuoco-greco - Scripta Manent Italia")L’intero sistema era altamente sofisticato per l’epoca e richiedeva una notevole competenza tecnica per essere operato correttamente. I dromoni dotati di questo dispositivo potevano avvicinarsi alle navi nemiche e lanciare il fuoco greco, causando incendi devastanti e creando il panico tra le file avversarie. I possibili rimedi contro il fuoco greco Una delle principali caratteristiche del **fuoco greco** era la sua incredibile capacità di continuare a bruciare anche a contatto con l’acqua. Altri popoli, che furono costretti ad affrontare il fuoco greco, svilupparono vari metodi per tentare di estinguerlo. Secondo le testimonianze storiche, i soli rimedi efficaci includevano: 1. **Urina**: L’urina invecchiata era considerata un buon mezzo per spegnere il fuoco greco. Dal momento che contiene ammoniaca vi era, forse, una reazione chimica in grado di “calmare” le fiamme. 2. **Sabbia**: La sabbia era un altro metodo utilizzato per spegnere il fuoco greco, in grado di soffocare le fiamme semplicemente coprendole e bloccando l’accesso all’ossigeno necessario per la combustione. 3. **Aceto molto forte**: L’acidità dell’aceto potrebbe avere avuto un effetto chimico sulle sostanze infiammabili, aiutando a calmare le fiamme, anche se per poco tempo. ## Il sifone portatile e le granate di fuoco greco La tecnologia Bizantina permise tuttavia di impiegare il fuoco Greco non solo sulle navi da guerra, ma anche in contesti diversi, soprattutto durante gli assedi e i combattimenti sul campo. Il **sifone portatile** era infatti una versione mobile del dispositivo utilizzato sui dromoni, che permetteva ai soldati bizantini di utilizzare il fuoco greco in battaglie terrestri o difese fortificate. Questo strumento era composto da vari elementi che permettevano di spruzzare il liquido infiammabile con precisione e potenza. Il serbatoio del sifone portatile immagazzinava la miscela infiammabile del fuoco greco ed era progettato per essere resistente e facile da trasportare dai soldati. Una pompa manuale azionata dai soldati creava la pressione necessaria per spingere il liquido fuori dal serbatoio e attraverso il tubo. La pompa aumentava la forza del getto e permetteva di raggiungere una distanza considerevole. L’ugello, un tubo flessibile o rigido, era il mezzo attraverso cui veniva spruzzato il fuoco greco. Questo ugello era spesso dotato di un meccanismo di controllo per regolare il flusso del liquido e direzionarlo con precisione. L’uso del sifone portatile consentiva ai soldati di difendere le mura delle città o le fortificazioni con un’arma micidiale, dirigendo il fuoco greco contro le forze assedianti e creando barriere di fuoco che rendevano difficile l’avanzamento dei nemici. Le **granate riempite di fuoco greco** erano un’altra innovazione strategica dei Bizantini, progettate per essere lanciate contro il nemico e provocare incendi all’impatto. Queste granate funzionavano in modo simile alle bombe incendiarie moderne. Il contenitore delle granate, solitamente fatto di ceramica, vetro o metallo, era riempito con la miscela del fuoco greco. Doveva essere abbastanza resistente da contenere il liquido infiammabile fino al momento dell’impatto, ma anche abbastanza fragile da rompersi facilmente e rilasciare il contenuto. Alcune granate potevano avere una miccia o un altro meccanismo di innesco che accendeva il fuoco greco al momento dell’impatto, ma in molti casi la semplice rottura del contenitore era sufficiente per far sì che il liquido entrasse in contatto con l’aria e si incendiasse. Le granate riempite di fuoco greco potevano essere lanciate manualmente o utilizzate con macchine d’assedio come catapulte e baliste. Quando le granate colpivano il loro bersaglio, si rompevano e rilasciavano il fuoco greco, che si diffondeva rapidamente e causava incendi devastanti. Queste erano così particolarmente efficaci contro le formazioni di fanteria nemica, le strutture di legno e altre installazioni vulnerabili al fuoco. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [La crociata dei poveri. I pezzenti di Pietro l'Eremita e gli eccidi sugli ebrei](https://scriptamanentitalia.it/crociata-poveri-pezzenti/) **Published:** Luglio 4, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La chiamata di Papa Urbano II per liberare la terra Santa](#La_chiamata_di_Papa_Urbano_II_per_liberare_la_terra_Santa) - [Pietro l’Eremita e l’esercito della Crociata dei Poveri](#Pietro_lEremita_e_lesercito_della_Crociata_dei_Poveri) - [Il Percorso della Crociata dei Poveri e gli Eccidi](#Il_Percorso_della_Crociata_dei_Poveri_e_gli_Eccidi) - [L’arrivo in Anatolia e la sconfitta a Civetot](#Larrivo_in_Anatolia_e_la_sconfitta_a_Civetot) - [Le conseguenze](#Le_conseguenze) La Crociata dei Poveri, anche conosciuta come Crociata dei Pezzenti, fu un movimento spontaneo e non ufficiale che precedette la Prima Crociata. Nel 1096, migliaia di contadini, poveri e piccoli nobili risposero all’appello di Papa Urbano II, desiderosi di liberare la Terra Santa dagli infedeli e ispirati dal fervore religioso. Questo esercito improvvisato, guidato da Pietro l’Eremita, partì dall’Europa occidentale con poche risorse e scarsa preparazione militare. Il viaggio verso Gerusalemme fu arduo e disorganizzato. I crociati attraversarono il Sacro Romano Impero, l’Ungheria e i territori bizantini, saccheggiando e causando disordini lungo il cammino. La mancanza di disciplina e le difficoltà logistiche portarono a gravi sofferenze. Giunti in Anatolia, i crociati furono attaccati dalle forze musulmane selgiuchidi. Senza una guida militare esperta e con armamenti inadeguati, furono facilmente sconfitti nella battaglia di Civetot nell’ottobre 1096. ### La chiamata di Papa Urbano II per liberare la terra Santa Nel XI secolo, l’Europa era caratterizzata da una frammentazione politica e territoriale. I principali poteri erano il Sacro Romano Impero, sotto la guida degli imperatori tedeschi, e il regno di Francia, suddiviso in vari feudi e dominato da nobili locali. La Chiesa cattolica, con il Papa a Roma, era una forza unificante spirituale e politica, ma anche fonte di conflitti con i poteri laici, come dimostrato dalla lotta per le investiture tra il papato e l’impero. Le campagne militari dei Normanni in Italia meridionale e in Sicilia avevano creato nuovi equilibri di potere. I Bizantini, pur detenendo il controllo di Costantinopoli e di parte dell’Anatolia, erano sotto pressione costante dalle incursioni dei Turchi Selgiuchidi, che avevano conquistato gran parte dell’Asia Minore e minacciavano ulteriormente l’impero. Nel contesto di un’Europa divisa e di una Chiesa alla ricerca di maggiore autorità, Papa Urbano II vide un’opportunità per rafforzare il potere papale e unificare i cristiani sotto una causa comune. Il 27 novembre 1095, durante il Concilio di Clermont, Urbano II fece un appello storico, esortando i cristiani occidentali a prendere le armi per liberare Gerusalemme e la Terra Santa dal dominio musulmano. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/07/crociata-pezzenti-1024x585.webp "crociata-pezzenti - Scripta Manent Italia") Il suo discorso enfatizzava la sofferenza dei pellegrini cristiani e delle comunità orientali sotto il controllo islamico, richiamando l’idea di una guerra santa (bellum sacrum). Urbano II prometteva indulgenze plenarie a chiunque partecipasse alla crociata, garantendo la remissione dei peccati e l’assicurazione di salvezza eterna. Questo appello non solo rispondeva alla richiesta di aiuto dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno, ma anche incanalava le energie bellicose dei nobili europei verso un obiettivo religioso comune, piuttosto che verso i conflitti interni. La chiamata di Urbano II scatenò un entusiasmo senza precedenti, coinvolgendo non solo i nobili e i cavalieri, ma anche masse di contadini e poveri, desiderosi di partecipare a questa missione divina. ## Pietro l’Eremita e l’esercito della Crociata dei Poveri Pietro l’Eremita è una figura centrale nella storia della Crociata dei Poveri. Nato intorno al 1050, era un predicatore itinerante di origine francese, noto per la sua fervente devozione religiosa e il suo carisma. Dopo aver compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa, durante il quale si dice abbia ricevuto una visione divina che gli ordinava di liberare Gerusalemme, Pietro iniziò a predicare con ardore il bisogno di una crociata. Il suo messaggio trovò eco in un’Europa già predisposta all’idea di una guerra santa, in parte grazie all’appello di Papa Urbano II. Pietro, vestito in abiti poveri e spesso scalzo, percorse città e villaggi, radunando migliaia di seguaci tra i contadini, i poveri e i piccoli nobili. Il suo carisma e la sua eloquenza ispirarono molte persone che vedevano in lui una guida spirituale e un esempio di devozione cristiana. Ma l’esercito della Crociata dei Poveri era eterogeneo e disorganizzato. Non era un’armata regolare, ma piuttosto un insieme di gruppi di persone di diverse provenienze sociali e geografiche, uniti dal comune desiderio di rispondere all’appello del Papa e di Pietro l’Eremita. La maggioranza dei partecipanti erano contadini e gente povera. Attratti dalla promessa di remissione dei peccati e di salvezza eterna, lasciarono le loro terre nella speranza di trovare una vita migliore e di servire la loro fede. In questo esercito raccogliticcio, vi erano anche alcuni piccoli nobili e cavalieri, privi di terre e opportunità nelle loro regioni d’origine, che si unirono alla crociata nella speranza di ottenere terre e ricchezze in Terra Santa. L’esercito della Crociata dei Poveri non aveva una struttura gerarchica chiara o una strategia militare definita. Pietro l’Eremita era il leader spirituale, ma mancava di esperienza militare e organizzativa. I crociati si muovevano in gran parte in maniera autonoma, spesso affidandosi alla provvidenza divina più che a piani concreti. La mancanza di disciplina e organizzazione rendeva il gruppo vulnerabile e mal equipaggiato per affrontare le sfide che avrebbero incontrato lungo il cammino. ### Il Percorso della Crociata dei Poveri e gli Eccidi La Crociata dei Poveri partì dalla Francia e dalla Germania nella primavera del 1096. Pietro l’Eremita e altri leader come Gualtieri Senza Averi guidarono diverse colonne di crociati attraverso il Sacro Romano Impero. Lungo il percorso, questi gruppi si fermarono in varie città per raccogliere ulteriori seguaci e provviste. Uno degli episodi più tragici fu la serie di attacchi contro le comunità ebraiche della Renania. Questi pogrom furono in parte motivati da una distorta interpretazione religiosa e dalla necessità di fondi per il viaggio. Alcuni crociati credevano che fosse necessario purificare l’Europa dagli “infedeli” prima di liberare la Terra Santa. I crociati guidati da Emicho di Leiningen arrivarono a Magonza nel maggio del 1096. Qui, la comunità ebraica tentò di negoziare la propria sicurezza offrendo denaro. Ma la violenza esplose quando i crociati assaltarono la città, massacrando circa 1.100 ebrei che si erano rifugiati nelle loro case e nella sinagoga. Presso la città di Worms, gli ebrei cercarono protezione presso il vescovo locale. Nonostante i suoi sforzi, i crociati fecero irruzione e massacrarono circa 800 ebrei. A Colonia, la comunità ebraica fu dispersa e molte persone furono uccise o costrette a fuggire. Numerosi ebrei furono battezzati forzatamente per evitare la morte. Dopo aver attraversato il Sacro Romano Impero, seminando distruzione, i crociati raggiunsero l’Ungheria. Le tensioni con le popolazioni locali aumentarono a causa della mancanza di risorse e della condotta indisciplinata dei crociati. In particolare a Zemun, una città sulla frontiera tra Ungheria e l’Impero Bizantino, i crociati attaccarono la popolazione locale, saccheggiando le case e causando molte morti. Giunti nei territori dell’Impero Bizantino, i crociati continuarono a comportarsi in modo disorganizzato e spesso violento. L’Impero Bizantino, preoccupato dall’arrivo di questa massa disordinata, tentò di limitare i danni. Ma i crociati compirono saccheggi e atti di violenza, peggiorando le relazioni con i Bizantini. Così, l’Imperatore Alessio I Comneno cercò di facilitare il loro passaggio verso l’Asia Minore, sperando di accelerare il più possibile la loro partenza. ### L’arrivo in Anatolia e la sconfitta a Civetot Dopo aver attraversato il Bosforo con l’aiuto dell’Imperatore bizantino Alessio I Comneno, i crociati della Crociata dei Poveri si stabilirono nei pressi della città di Civetot (oggi İznik, in Turchia). La loro presenza in Anatolia creò subito tensioni con i Turchi Selgiuchidi, che controllavano la regione. I crociati, privi di una guida militare esperta e di una strategia definita, iniziarono a saccheggiare i villaggi locali per procurarsi provviste, provocando la reazione dei Selgiuchidi. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/07/crociata-poveri-battaglia-turchi-1024x585.webp "crociata-poveri-battaglia-turchi - Scripta Manent Italia") I Selgiuchidi, sotto la guida del sultano Kilij Arslan I, decisero di eliminare la minaccia rappresentata dai crociati. Conoscendo la mancanza di disciplina e la disorganizzazione degli avversari, Kilij Arslan pianificò un’imboscata per annientarli definitivamente. Il 21 ottobre 1096, i crociati si mossero dalla loro base a Civetot verso Nicaea, l’attuale İznik, per un raid contro i Turchi. Divisi in due colonne principali, una guidata da Geoffroi Burel e l’altra da un gruppo di leader meno noti, avanzavano senza una chiara coordinazione. I Selgiuchidi approfittarono della mancanza di disciplina e della scarsa preparazione dei crociati. Nelle strette valli e nei boschi della regione, i Turchi si nascosero e prepararono l’imboscata. Quando le due colonne di crociati si separarono, i Selgiuchidi attaccarono con forza superiore e ben organizzata. La prima colonna, guidata da Geoffroi Burel, fu attaccata di sorpresa. I crociati, colti alla sprovvista, tentarono una difesa disperata, ma la superiorità tattica e numerica dei Selgiuchidi si fece presto sentire. La battaglia si trasformò rapidamente in un massacro. Nel frattempo, la seconda colonna, più lontana, cercò di venire in aiuto, ma fu anch’essa attaccata e circondata. La mancanza di coordinazione e di un comando centrale efficace rese impossibile qualsiasi strategia di difesa o di controffensiva. Con i ranghi spezzati e il morale crollato, molti crociati cercarono di fuggire. Ma il terreno sconosciuto e la pressione incessante dei Turchi fecero sì che molti fossero catturati o uccisi. Solo pochi riuscirono a raggiungere la sicurezza delle fortificazioni bizantine. ## Le conseguenze La maggior parte dell’esercito crociato fu annientata. Si stima che solo poche centinaia di crociati sopravvissero alla battaglia e alla successiva cattura. I prigionieri furono venduti come schiavi o costretti a convertirsi all’Islam. Pietro l’Eremita, che non partecipò direttamente alla battaglia, riuscì a sopravvivere e tornò a Costantinopoli. La disfatta di Civetot segnò la fine della Crociata dei Poveri. Ma questo disastro militare servì come lezione per le future crociate. Anzitutto la Crociata dei Poveri evidenziò la necessità di una guida militare competente. La mancanza di comandanti esperti e di una chiara strategia militare fu una delle principali cause della disfatta. Infatti, le crociate successive furono guidate da nobili e cavalieri con esperienza militare, come Goffredo di Buglione, Raimondo IV di Tolosa e Boemondo di Taranto. Le crociate successive si concentrarono inoltre sul reclutamento di cavalieri e soldati addestrati, riducendo il numero di civili e pellegrini non combattenti il che garantì un esercito più efficace e meglio preparato per le sfide militari. Anche la mancanza di provviste e denaro fu un problema costante per la Crociata dei Poveri. Le crociate successive furono pianificate con maggiore attenzione alla logistica e al finanziamento. Vennero infatti organizzati sistemi di supporto per garantire che le truppe avessero provviste sufficienti lungo il percorso e per evitare il saccheggio delle popolazioni locali. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [La Battaglia di Pozzuolo del Friuli](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-di-pozzuolo-del-friuli/) **Published:** Luglio 1, 2024 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Preludio](#Preludio) - [La battaglia](#La_battaglia) - [Conseguenze](#Conseguenze) **Pozzuolo del Friuli, 30 ottobre 1917** – La battaglia che ebbe luogo in questa località friulana durante la Prima Guerra Mondiale rappresenta un episodio di straordinaria eroicità delle truppe italiane, in particolare della II Brigata di Cavalleria e dei battaglioni della Brigata di Fanteria “Bergamo”. Lo scontro avvenne in un momento critico per le forze italiane, a seguito della disastrosa rotta di Caporetto. ## Preludio Il 24 ottobre 1917 le forze austro-ungariche, rinforzate da unità tedesche, diedero inizio alla battaglia di Caporetto. Le forze tedesche riuscirono a irrompere nella linea del fronte italiana a Caporetto e a sbaragliare le forze italiane che si opponevano. Lo sfondamento costrinse la Terza Armata italiana a ritirarsi verso ovest. Tuttavia, con le forze delle Potenze Centrali che avanzavano rapidamente verso la pianura veneta, la Terza Armata era in pericolo di essere accerchiata. Pertanto, la II Brigata di cavalleria al comando del generale di brigata Emo Capodilista e il II/25° Battaglione e il III/26° Battaglione della Brigata di fanteria “Bergamo” al comando del colonnello Piero Balbi furono inviati a Pozzuolo del Friuli con l’ordine di ritardare le potenze centrali abbastanza a lungo da permettere alla III Armata di fuggire attraverso il fiume Tagliamento attraverso i ponti di Codroipo e di Latisana . La II Brigata di cavalleria era composta dal Reggimento “Genova Cavalleria” e dal Reggimento “Lancieri di Novara” . ## La battaglia La 2ª Brigata di Cavalleria, sotto il comando del generale Giorgio Emo Capodilista, comprendeva il Reggimento “Genova Cavalleria” (4º), guidato dal colonnello Bellotti, e il Reggimento “Lancieri di Novara”, sotto la guida del colonnello Campari. Tale brigata aveva l’incarico cruciale di difendere a tutti i costi l’ala destra della 2ª Armata, dalla quale dipendevano il 2º Gruppo Volo e il 6º Gruppo Caccia. Questi ultimi avevano, a loro volta, la responsabilità di coprire la ritirata della 3ª Armata, da cui dipendevano il 1º Gruppo e il 5º Gruppo. Tale missione implicava inevitabilmente il sacrificio dei due reggimenti di cavalleria. La situazione, di una gravità estrema, richiedeva un impegno totale e senza riserve da parte delle forze in campo. La determinazione dei reggimenti di cavalleria nel proteggere la posizione strategica era essenziale per il successo complessivo delle operazioni militari. Le unità aeree di supporto, collegate alla 2ª e alla 3ª Armata, svolgevano un ruolo fondamentale nel garantire la copertura necessaria durante le manovre di ritirata, mostrando una sinergia vitale tra le forze di terra e quelle aeree. In tale contesto, la difesa dell’ala destra della 2ª Armata non era solo una questione di strategia militare, ma anche un simbolo di resistenza e sacrificio. Il coraggio dimostrato dai soldati della 2ª Brigata di Cavalleria rimane un esempio di dedizione e abnegazione nei momenti di maggior pericolo, sottolineando l’importanza della lealtà e del dovere nei confronti della propria nazione. La 2ª Brigata fece il suo ingresso a Pozzuolo del Friuli alle 17:30 del 29 ottobre, con i due reggimenti posizionati rispettivamente a est (Genova Cavalleria) e a ovest (Lancieri di Novara) dell’abitato. Il villaggio fu fortificato per la difesa e pattuglie furono inviate verso nord ed est. Una di queste pattuglie fu coinvolta in uno scontro a Campoformido, cadendo vittima di un’imboscata. Quella sera, il generale Capodilista tenne una riunione ufficiali, concludendo con la celebre frase: «Signori, questo deve essere il nostro camposanto». La notte del 30 ottobre, tempestosa e incessantemente piovosa, trascorse relativamente calma. Mentre la 2ª Brigata si preparava per la difesa, la 1ª Brigata, sotto la pressione di forze nemiche superiori, fu costretta a ritirarsi fino a Codroipo. A seguito di questo evento, il comando della 2ª Armata, interpretando erroneamente i movimenti nemici, credette che la 14ª Armata avversaria stesse avanzando verso ovest e decise di lanciare un contrattacco, utilizzando Pozzuolo del Friuli come fulcro della manovra. Pertanto, fu inviata la Brigata “Bergamo” (25º e 26º Reggimento di Fanteria) per rafforzare la difesa di Pozzuolo del Friuli, posizionata all’ala destra delle forze contrattaccanti. All’alba del 30 ottobre, pattuglie del Genova Cavalleria e dei Lancieri di Novara furono dispiegate in ricognizione e segnalarono la presenza di unità nemiche, equipaggiate con numerose mitragliatrici, nella zona di Terenzano. Il primo contatto con il nemico fu stabilito da due pattuglie del Genova Cavalleria, a nord dell’abitato di Pozzuolo. Intorno alle 11:00, l’avanguardia della 117ª Divisione Tedesca, proveniente da Terenzano, sferrò il suo primo attacco in forze, ma fu respinta dalle mitragliatrici e dal 2º squadrone del Genova Cavalleria. Verso le 12:00 l’attacco nemico venne rinnovato con forze maggiori, ma fu nuovamente respinto, questa volta con l’uso delle baionette. Un successivo tentativo di aggiramento da parte delle truppe tedesche fu sventato grazie a una carica del 4º squadrone dei Lancieri di Novara, comandato dal capitano Sezanne. Nel mentre, la Brigata “Bergamo” riuscì a prendere contatto con la cavalleria dopo una marcia forzata di cinque ore sotto la pioggia battente. Il colonnello brigadiere Piero Balbi, comandante della brigata, dopo un colloquio con il generale Capodilista, proseguì secondo gli ordini ricevuti, dirigendo i suoi uomini verso Carpeneto, a nord-ovest di Pozzuolo, lasciando due battaglioni e il comando nel paese. Alle 14:00, i reparti della Brigata “Bergamo” a nord di Pozzuolo furono attaccati dalle forze della 5ª divisione tedesca. Contemporaneamente, a Pozzuolo arrivarono unità della 60ª divisione di fanteria austriaca, che, provenienti da est, si unirono alla 117ª divisione. Gli attacchi delle due divisioni furono sostenuti dal Genova Cavalleria fino alle 16:30, quando le truppe austriache e tedesche riuscirono a superare le barricate che bloccavano l’accesso da Terenzano. In questi combattimenti, il tenente Carlo Castelnuovo delle Lanze del Genova Cavalleria fu ferito a morte (MOVM). Ancora una volta, il 4º squadrone dei Lancieri di Novara caricò i nemici per respingerli. Numerosi civili parteciparono alla battaglia, soccorrendo i feriti o sostituendosi a loro sulle barricate. Tuttavia, nonostante gli sforzi congiunti di cavalieri e popolazione, alle 17:30 il nemico riuscì a piazzare alcune mitragliatrici nelle case del paese, rendendo insostenibile la posizione della brigata di cavalleria. Dopo otto ore di accaniti combattimenti, il generale Capodilista ordinò ai reggimenti di rimontare a cavallo e ritirarsi verso Santa Maria di Sclaunicco. Guidando i reparti in ordine di combattimento, alle 18:30 il generale raggiunse la destinazione. L’ultimo a lasciare Pozzuolo fu il 4º squadrone del Genova Cavalleria, che, sotto la stretta pressione del nemico, effettuò un’ultima carica in cui fu quasi completamente annientato, perdendo il comandante, capitano Ettore Laiolo (MOVM). Il maggiore Sante Ghittoni del Genova Cavalleria, ricevuto l’ordine di abbandonare il paese, ordinò ai suoi uomini di ritirarsi, mentre lui rimase con una mitragliatrice per coprire la ritirata. Esaurite le munizioni, rifiutò di arrendersi e continuò a rispondere al fuoco con la pistola finché, ferito, si tolse la vita per evitare la cattura. Nel frattempo, anche la Brigata “Bergamo” fu costretta a ripiegare su Santa Maria di Sclaunicco, lasciando molti caduti sul campo e prigionieri nelle mani del nemico, incluso il comando della brigata, catturato a Pozzuolo del Friuli. La resistenza nell’abitato cessò solo alle 19:00, dopo una difesa valorosa riconosciuta dallo stesso nemico. La mattina del 30 ottobre, la 2ª Brigata di Cavalleria contava nei suoi ranghi 968 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa; alla sera ne rimanevano solo 501. Quindi, tra morti e dispersi, la brigata aveva perso quasi la metà dei suoi effettivi. Le perdite complessive della Brigata “Bergamo” ammontarono a ben 80 ufficiali e circa 3500 fanti. Un sacrificio immenso, quello della valorosa Brigata “Bergamo”, degno delle dure tradizioni della Fanteria italiana, vera Regina delle battaglie, che a fine guerra vide tutte le bandiere dei reggimenti combattenti decorate della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Nei duri cimenti della guerra, nella tormentata trincea o nell’aspra battaglia, la Fanteria conosceva ogni limite di sacrificio e ardimento; audace e tenace, domava infaticabilmente i luoghi e le fortune, consacrando con sangue fecondo la romana virtù dei figli d’Italia. La lotta sostenuta dal II/25º e dal III/26º reggimento, tenaci nel resistere a Pozzuolo del Friuli all’irresistibile urto avversario, è ricordata imperituramente nella motivazione della medaglia d’argento concessa alle Bandiere di guerra dei due reggimenti. L’onorevole comportamento dei reparti di cavalleria a Pozzuolo del Friuli servì a riscattare l’arma dalle incertezze con cui il 24 maggio 1915 aveva esordito nella guerra, quando vi fu la mancata conquista dei ponti di Pieris da parte delle due colonne della 1ª Divisione di Cavalleria. In marcia sin dall’alba di quel giorno, avevano coperto solo la metà dei circa 30 chilometri che separavano Palmanova da Pieris; sicché gli austriaci ebbero modo e tempo di distruggere i ponti, impedendo la prevista rapida avanzata delle fanterie italiane. Per tale insuccesso, il 29 maggio 1915, il tenente generale Pirozzi fu destituito dal comando della 1ª Divisione di Cavalleria. L’epico sacrificio e la resistenza dei reparti della 2ª Brigata di Cavalleria e della Brigata “Bergamo” non solo rappresentarono un esempio di eroismo e dedizione, ma contribuirono anche a riscattare e onorare l’arma della cavalleria italiana, segnando un capitolo indelebile nella storia militare del paese. ### Conseguenze La resistenza italiana a Pozzuolo del Friuli risultò cruciale. La battaglia permise alla Terza Armata di attraversare il Tagliamento in sicurezza. Nonostante le gravi perdite, con la II Brigata di Cavalleria ridotta a poco più della metà dei suoi effettivi iniziali e le unità della “Bergamo” distrutte, l’eroismo dimostrato valse alla brigata numerose onorificenze. I vessilli dei reggimenti di cavalleria furono decorati con la Medaglia d’Argento al Valor Militare e il Generale Capodilista fu promosso a maggiore generale e insignito dell’Ordine Militare di Savoia. In totale, furono conferite 176 medaglie e onorificenze agli uomini della “Bergamo” e della cavalleria, tra cui due Medaglie d’Oro al Valor Militare alla memoria: una al Tenente Carlo Castelnuovo delle Lanze, comandante dello Squadrone Mitraglieri della “Genova Cavalleria”, e l’altra al Capitano Ettore Laiolo, comandante del 4° Squadrone della “Genova Cavalleria”, caduto nell’ultima carica. La battaglia di Pozzuolo del Friuli rappresenta uno dei momenti più gloriosi della resistenza italiana nella Prima Guerra Mondiale, dimostrando il coraggio e la determinazione delle truppe italiane anche nei momenti più disperati. Dopo aver superato la crisi, la II Brigata di Cavalleria fu ricostituita e partecipò con distinzione alle battaglie finali del conflitto, tra cui quella del Piave e di Vittorio Veneto, contribuendo alla vittoria finale dell’Italia. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Storia Contemporanea --- ### [La battaglia di Eraclea (280 a.C): la vittoria di Pirro](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-eraclea-pirro-romani/) **Published:** Agosto 9, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La situazione in Italia allo scoppio della guerra contro Pirro](#La_situazione_in_Italia_allo_scoppio_della_guerra_contro_Pirro) - [Il casus belli: navi romane nel golfo di Taranto e l’incidente con Filonide](#Il_casus_belli_navi_romane_nel_golfo_di_Taranto_e_lincidente_con_Filonide) - [L’arrivo di Pirro in Italia](#Larrivo_di_Pirro_in_Italia) - [L’arrivo di Pirro in Italia](#Larrivo_di_Pirro_in_Italia-2) - [Forze in campo](#Forze_in_campo) - [L’attraversamento del fiume Sinni e il duello tra Pirro e Volsinio](#Lattraversamento_del_fiume_Sinni_e_il_duello_tra_Pirro_e_Volsinio) - [Le perdite dei Romani](#Le_perdite_dei_Romani) - [Le conseguenze per la guerra](#Le_conseguenze_per_la_guerra) - [La fallita invasione della Sicilia di Pirro e il ritiro](#La_fallita_invasione_della_Sicilia_di_Pirro_e_il_ritiro) La battaglia di **Eraclea** fu uno scontro tra i **Romani** e i **Greci**, che si allearono con il re **Pirro d’Epiro**. La battaglia avvenne nel 280 a.C. vicino alla città di **Eraclea**, in **Basilicata**. I **Romani**, guidati dal console **Publio Valerio Levino**, volevano espandere il loro dominio sull’**Italia meridionale** e contrastare l’influenza **greca**. I **Greci**, guidati da **Pirro**, volevano difendere le loro colonie e resistere all’aggressione **romana**. Pirro aveva portato con sé un esercito di 25.000 opliti, 3.000 cavalieri, 2.000 arcieri, 500 frombolieri e 20 elefanti da guerra. I **Romani** avevano circa 20.000 fanti e 2.400 cavalieri. La battaglia fu molto combattuta e durò tutto il giorno. I **Romani** attaccarono con vigore e respinsero i **Greci** fino al fiume **Siris**. **Pirro** allora mandò in campo gli elefanti, che spaventarono i cavalli **romani** e crearono il panico tra le file nemiche. I **Romani** furono costretti a ritirarsi, lasciando sul campo 7.000 morti e 1.800 prigionieri. I **Greci** persero 4.000 uomini. La battaglia fu una vittoria di **Pirro**, ma a un costo elevato. Il re epirota disse: “Ancora una vittoria come questa e sarò perduto”. Da questa frase deriva l’espressione “vittoria di **Pirro**“, che indica una vittoria ottenuta con gravi perdite. La guerra tra **Romani** e **Greci** continuò per altri cinque anni, finché **Pirro** non abbandonò l’**Italia** dopo la battaglia di **Benevento** nel 275 a.C. ## La situazione in Italia allo scoppio della guerra contro Pirro A partire dalla seconda metà del IV secolo a.C., le città della Magna Grecia in Italia stavano conoscendo un lento declino, soprattutto per gli attacchi delle popolazioni dei Bruzi e dei Lucani. Solamente Taranto, la capitale della Magna Grecia, manteneva una posizione geopolitica di rilievo, grazie al commercio con l’entroterra e la Grecia. Per contrastare le minacce militari, Taranto iniziò ad assoldare dei mercenari spartani, come Archidamo III, con il compito di difendere la città dagli attacchi dei Lucani. Ma non solo, i Tarantini ricorrevano regolarmente a mercenari provenienti dall’Epiro, come Alessandro il Molosso. Nel frattempo, Roma guardava con interesse l’evoluzione della situazione geopolitica nell’Italia meridionale, tanto da stipulare nel 325 a.C. un trattato che definiva l’area di navigazione delle navi romane e di quelle tarantine, fissando il promontorio Lacinio, l’attuale Capo Colonna, come confine. Roma continuava però ad espandersi, con grande preoccupazione dei tarantini. Nel 327 a.C. si era infatti alleata con Napoli e nel 314 aveva fondato la colonia romana di Lucera. All’alba del 303 a.C. i Lucani avevano eseguito dei nuovi attacchi, probabilmente sobillati dai Romani, che avevano costretto Taranto a chiedere nuovamente aiuto a dei mercenari spartani, ingaggiando il generale Cleonimo di Sparta, che venne tuttavia sconfitto dagli eserciti italici. I tarantini si affidarono allora al tiranno di Siracusa, il potente Agatocle, che ottenne una decisiva vittoria contro i Bruzi. Ma nonostante questo successo militare, le piccole Poleis dell’Italia meridionale e Taranto stessa continuavano a sentirsi seriamente in pericolo. Roma, consapevole della debolezza del territorio, decise di approfittare della situazione, alleandosi con i Lucani. La mossa strategica preoccupò enormemente Taranto, tanto più che nel corso della battaglia del Sentino nemmeno una coalizione di Sanniti, Etruschi e Galli era riuscita a fermare la potenza militare romana. Nel 289 a.C. Agatocle di Siracusa morì, lasciando una delle città più potenti del Mediterraneo nella completa incertezza. Così, prive della alleanza con i siracusani, la città di Turi, seguita a breve distanza da Reggio, Locri e Crotone chiese di essere posta sotto la protezione di Roma, i cui interessi si proiettavano ormai chiaramente verso il meridione d’Italia. I Tarantini si opposero immediatamente, soprattutto per bocca degli aristocratici Filocare e Ainesias, che volevano salvaguardare l’indipendenza della loro città e opporsi alle mire espansionistiche di Roma. Roma pareva effettivamente inarrestabile. La regolare fondazione di colonie di diritto latino, la deduzione di colonie romane, oltre alla costruzione della via Appia, dimostravano in maniera chiara la strategia politica e militare di Roma. La spinta espansionistica proveniva dalla classe aristocratica romana e in particolar modo dalla Gens Claudia, motivata da interessi commerciali e militari. In particolare, Roma riusciva a rompere con grande efficacia i rapporti di solidarietà che esistevano tra le città del sud Italia, avanzando inesorabilmente. ## Il casus belli: navi romane nel golfo di Taranto e l’incidente con Filonide Il casus belli si verificò nell’autunno del 282 a.C. Taranto era impegnata a celebrare il dio Dioniso con grandi festeggiamenti. Improvvisamente, i Tarantini videro entrare nel golfo dieci navi da osservazione romane al comando del generale Publio Cornelio Dolabella o, secondo altre fonti, dell’ammiraglio Lucio Valerio. I romani dichiararono che si trattava di una semplice cortesia: le navi romane stavano infatti scortando delle navi tarantine che avevano perso la rotta. Ma i Tarantini ritennero questa intrusione una gravissima violazione del trattato con Roma, che consideravano ancora in vigore. Così, decisero di muovere la propria flotta, attaccando le navi romane. Durante lo scontro navale che ne seguì, quattro navi romane furono affondate e un’altra venne catturata. Mossi dalla rabbia, i Tarantini decisero di attaccare, attraverso il proprio esercito di terra, la vicina città di Turi, cacciando gli aristocratici filoromani e riportando la fazione democratica al potere. La guarnigione romana di stanza nella città fu presto sopraffatta e allontanata con la forza. Appena ricevuta la notizia di quanto successo, i romani organizzarono una missione diplomatica, guidata da Postumio, per cercare di definire la situazione. Ma una volta di fronte al senato di Taranto, gli ambasciatori romani furono derisi e oltraggiati dalla popolazione. In un clima di nervosismo generale, Postumio chiese la liberazione dei prigionieri, il ritorno dei cittadini espulsi da Turi e il risarcimento dei danni subiti, oltre all’immediato arresto degli autori dei crimini contro i romani. Le sue richieste però vennero immediatamente respinte. In quella situazione, Postumio venne talmente deriso che un ubriaco si permise di urinare sulla sua toga. Postumio, sconcertato e furioso, rispose: “Laverete questa toga con il sangue!”. Così, fallita la missione diplomatica, Roma si sentì in pieno diritto di dichiarare guerra a Taranto. I Tarantini, perfettamente consapevoli della forza militare di Roma, decisero di utilizzare la strategia che avevano già impiegato, chiedendo aiuto ad un generale straniero, e in particolare a Pirro, il re dell’Epiro. ## L’arrivo di Pirro in Italia Nel 281 a.C. le legioni romane, guidate da Lucio Emilio Barbula, entrarono a Taranto conquistandola rapidamente, nonostante la resistenza dei Tarantini ai quali si erano uniti contingenti di alleati Sanniti e Messapi. I Tarantini riponevano però tutte le loro speranze nel condottiero Pirro: egli aveva infatti deciso di aiutare Taranto per poi dirigersi in Sicilia e attaccare Cartagine, seguendo un piano che lo avrebbe portato alla costruzione di un grande impero personale, sulle orme di Alessandro Magno. Pirro era un abile generale, che aveva ottenuto in breve tempo degli aiuti militari da Antioco I di Siria, Antigono II Gonata, dal re di Macedonia Tolomeo Cerauno e dal re dell’Egitto Tolomeo II. Reclutando un grande numero di forze mercenarie, tra cui anche cavalieri della Tessaglia e frombolieri di Rodi, Pirro era salpato verso le coste italiche con un esercito molto eterogeneo e pericoloso. In realtà una tempesta aveva parzialmente danneggiato le sue navi durante la traversata via mare, costringendo le truppe a sbarcare nei pressi di Brindisi. Nonostante questo, Pirro guidava una forza di 25.000 uomini e di 20 elefanti, animali che i Romani non avevano mai visto. Pirro proseguì via terra verso Taranto, dove posizionò i suoi accampamenti, informato e protetto dagli alleati Messapi. Dopo l’arrivo delle restanti navi, Pirro lasciò a Taranto un presidio di 3.000 uomini guidati da Cinea. Il condottiero si spostò poi verso sud, accampandosi nei pressi della città di Eraclea. I Romani, che avevano previsto l’arrivo di Pirro, decisero di mobilitare ben otto legioni, ovvero 80.000 soldati, divisi in quattro armate. La prima, guidata da Barbula, si era stanziata presso Venosa per impedire a Sanniti e Lucani di unirsi alle truppe di Pirro. La seconda si era schierata a protezione di Roma nel caso in cui Pirro avesse deciso di sferrare un attacco diretto contro la capitale. La terza armata, guidata dal console Tiberio Coruncanio, aveva attaccato gli Etruschi per impedire un’alleanza con Pirro, mentre la quarta, guidata da Publio Valerio Levino, era impegnata ad attaccare Taranto e invadere la Lucania. Levino invase la Lucania, intercettando Pirro nei pressi della città di Eraclea, per bloccare la sua avanzata verso sud e impedire un’alleanza con le colonie greche della Calabria. ## L’arrivo di Pirro in Italia Nel 281 a.C., le legioni romane guidate da **Lucio Emilio Barbula** entrarono a **Taranto** e la presero d’assalto, nonostante i rinforzi dei **Sanniti** e dei **Messapi**. Dopo la battaglia, i Greci chiesero una breve tregua e la possibilità di avviare trattative con i Romani. Tuttavia, i negoziati vennero interrotti bruscamente dall’arrivo a Taranto dell’ambasciatore **Cinea**, che precedeva (o accompagnava) 3.000 soldati, una forza d’avanguardia inviata da **Pirro** sotto il comando del generale **Milone di Taranto**. Il piano di Pirro prevedeva di aiutare Taranto e poi dirigersi in **Sicilia** per attaccare **Cartagine**, come avvenne nel 278 a.C. Dopo aver lasciato l’**Epiro**, Pirro ottenne supporto militare da **Antioco I di Siria**, **Antigono II Gonata**, re di **Macedonia** **Tolomeo Cerauno** e re d’**Egitto** **Tolomeo II**. Arruolò anche altre truppe mercenarie, tra cui cavalieri tessali e frombolieri rodiesi. Nel 280 a.C., Pirro salpò verso le coste italiane, ma durante la traversata fu colto da una tempesta che danneggiò le navi e lo costrinse a sbarcare le truppe, probabilmente vicino a **Brindisi**. Guidava un contingente di 25.500 uomini armati e 20 elefanti. Da lì si diresse a Taranto, dove si stabilì con l’aiuto dei Messapi. Dopo aver atteso l’arrivo delle restanti navi, Pirro lasciò a Taranto una guarnigione di 3.000 uomini guidata dal suo fidato ambasciatore Cinea e si mosse verso sud, accampandosi nei pressi di **Eraclea**. I Romani avevano previsto l’imminente arrivo di Pirro e mobilitarono otto legioni, costituite da circa 80.000 soldati e divise in quattro armate: - La prima armata, comandata da Barbula, si schierò a **Venosa** per impedire ai Sanniti e ai Lucani di unirsi alle truppe di Pirro. - La seconda armata fu posta a protezione di **Roma**, nel caso in cui Pirro tentasse di attaccarla. - La terza armata, guidata dal console **Tiberio Coruncanio**, aveva il compito di affrontare gli **Etruschi** per evitare che si alleassero con Pirro. - La quarta armata, comandata dal console **Publio Valerio Levino**, avrebbe dovuto attaccare Taranto e invadere la **Lucania**. In effetti, Levino invase la Lucania e intercettò Pirro nei pressi di Eraclea, città alleata dei Tarantini, con l’obiettivo di bloccare la sua avanzata verso sud e prevenire un’alleanza con le colonie greche in Calabria. Pirro inviò il suo ambasciatore Cinea a Roma per proporre la pace, ma i Romani rifiutarono l’offerta. ## Forze in campo Le informazioni a nostra disposizione sull’esercito della Repubblica Romana sono piuttosto scarse. L’unica fonte attendibile è infatti Tito Livio, il quale però, nella sua opera, ha un notevole buco storico che coinvolge proprio questo periodo. Potendo procedere solamente per supposizioni, gli storici ritengono che il comandante Valerio Levino abbia potuto contare su 20.000 armati divisi in due legioni di cittadini romani e due ali di alleati italici, composte ciascuna da 5.000 fanti, per un totale di 20.000 uomini. A questi si sarebbero aggiunti 600 cavalieri legionari e 1.800 alleati, per una forza a cavallo di 2.400 soldati complessivi. Le informazioni che abbiamo sull’esercito di Pirro sono invece molto più precise. - 3.000 *psiloi Etoli, Acarnani e Atamani*, sotto il comando di Milone a Taranto - 3.000 cavalieri: “Amici del Re”, Epiroti, mercenari dell’Ellade e alleati d’Italia - 14.000 fanti Epiroti e Macedoni disposti a falange - 3.000 opliti “scudi bianchi” di Taranto - 2.000 arcieri - 500 frombolieri - 3.000 peltasti mercenari Messapi - 20 elefanti da guerra ## L’attraversamento del fiume Sinni e il duello tra Pirro e Volsinio Dopo i primi scontri tra le avanguardie, il grosso dei due eserciti venne a contatto. Gli opliti di Pirro, disposti nella classica formazione a falange, effettuarono sette cariche nel tentativo di sopraffare i legionari romani. Nonostante fossero riusciti a sfondare le prime linee del nemico, non furono in grado di avanzare ulteriormente e soprattutto non riuscirono a rompere la formazione romana, esponendosi così ai micidiali e precisi colpi dei gladi che li costrinsero a rimanere nella loro posizione. Durante la battaglia, alcuni soldati romani continuavano a cercare Pirro sul campo per attaccarlo direttamente. Dopo qualche tempo, un cavaliere romano di nome Destro pensò finalmente di aver avvistato Pirro, assalendo in realtà Megacle e uccidendolo. Ma, sempre convinto di aver abbattuto Pirro, Destro lo spogliò del suo equipaggiamento e annunciò al resto del contingente romano di aver ucciso il generale nemico. La voce giunse direttamente al console Levino e ai suoi uomini che, galvanizzati dalla presunta morte di Pirro, sferrarono un deciso contrattacco, mentre i Greci iniziavano a perdere terreno ed erano sul punto di andare nel panico. Pirro, vedendo la pericolosa piega che stava prendendo la battaglia, fu così costretto a cavalcare a volto scoperto per il campo per farsi riconoscere dai suoi soldati. Per riprendere il controllo della battaglia, Pirro decise di scatenare gli elefanti da guerra, il suo vero e proprio asso nella manica. Questi animali, con la loro enorme stazza, crearono immediatamente scompiglio tra le file romane, che non avevano mai visto i pachidermi, tanto che, in un primo momento, li avevano scambiati per dei grossi buoi, che chiamavano buoi lucani. Gli elefanti, oltre a essere degli animali terribili, capaci di annientare decine di legionari con un solo colpo di proboscide, portavano sulla loro groppa una torretta con degli arcieri che colpivano i nemici dall’alto. Gli elefanti travolsero le legioni romane, creando panico tra gli uomini e persino tra i cavalli, i quali erano spaventati non solo dalla grandezza ma anche dall’odore degli elefanti e dai loro barriti. Secondo il cronista antico Paolo Orosio, durante lo scontro, il primo astato della quarta legione, Gaio Minucio, riuscì a ferire alla proboscide uno di questi elefanti. Questo, inferocito e totalmente fuori controllo, si rigirò contro le truppe greche causando numerose vittime. Quest’episodio potrebbe essere stato confuso con un simile evento avvenuto nella successiva battaglia di Ascoli. Nonostante questo elemento, la cavalleria tessala fu in grado di sbaragliare definitivamente la fanteria romana, ormai in completa ritirata. I soldati di Pirro riuscirono a conquistare il campo di battaglia, entrando addirittura nell’accampamento romano di Levino. La presa dell’accampamento rappresentava non solo una grande disfatta, ma anche un disonore per i Romani. I legionari sopravvissuti, seguendo probabilmente la via Nerulo- Potentia -Grumentum, si ritirarono nella vicina città di Venosa, sbarazzandosi del proprio equipaggiamento per scappare più velocemente. Fu soprattutto il sopraggiungere della notte che permise agli uomini del console Levino di non essere completamente annientati. ## Le perdite dei Romani Le perdite per i Romani furono ingenti, ma sui caduti dell’esercito romano abbiamo diverse fonti che forniscono dati divergenti. Geronimo di Cardia riferisce 7.000 vittime tra i Romani e 4.000 tra i Greci, mentre Dionigi di Alicarnasso parla di 15.000 morti per i legionari e 13.000 tra le truppe di Pirro. Eutropio aggiunge il dettaglio che 1.800 soldati romani furono fatti prigionieri, precisando che Pirro li trattò con rispetto e si preoccupò di seppellire anche i morti avversari, ammirando il valore dei soldati romani. Paolo Orosio parla di 14.000 morti e 1.300 prigionieri per la fanteria romana, oltre a 22 insegne militari romane perse. Tutti gli storici ritengono che, anche prendendo le cifre al ribasso di Geronimo, le perdite per Pirro furono molto pesanti. Un quinto del suo esercito era stato infatti abbattuto. Egli, a differenza di Roma, non aveva la capacità di reclutare rapidamente nuovi uomini. Inoltre, durante la battaglia, Pirro perse molti luogotenenti e amici fedeli, rischiando lui stesso più volte la vita. Nonostante la vittoria, quindi, Pirro fu preso dallo sconforto, soprattutto per il numero dei suoi soldati, che andava rimpicciolendosi sempre di più. Pirro cercò addirittura di reclutare dei prigionieri romani nel proprio esercito, ingolosendoli con denaro e promesse, ma questi rifiutarono, rimanendo fedeli a Roma. ## Le conseguenze per la guerra La sconfitta romana causò immediatamente la formazione di nuove alleanze antiromane. In particolare, Lucani, Sanniti e Bruzi si unirono all’esercito vittorioso di Pirro. Anche alcune città greche d’Italia passarono dalla sua parte, come Locri e Crotone, che decisero di scacciare le guarnigioni romane e di cambiare alleato. A Reggio Calabria, Decio Vibullio massacrò una parte degli abitanti, cacciò la guarnigione romana ribellandosi a Roma e proclamandosi reggente. Nel frattempo, il console Levino, stanziato a Venosa, stava lavorando per riorganizzare il suo esercito, mentre Coruncanio si trovava ancora in Etruria. Pirro chiese la restituzione dei territori per i Sanniti, i Lucani, i Dauni e i Bruzi, inviando il proprio ambasciatore Cinea a Roma per proporre una pace e restituire i prigionieri. Ma Cinea si trovò di fronte ad un muro di gomma. Appio Claudio Cieco rifiutò categoricamente le condizioni di Pirro, chiedendo il suo immediato ritiro e comunicando che aveva già arruolato due nuove legioni con numerosi volontari, immediatamente pronte a una nuova battaglia. Inoltre, gli Etruschi avevano accettato la pace, permettendo alle forze di Coruncanio di unirsi a Levino. Pirro, sconcertato dalla determinazione romana, tentò di attaccare la città di Napoli senza successo, avanzando per Capua. L’esercito di Pirro devastò la zona del Liri, giungendo ad Anagni e forse a Preneste, ma consapevole di non poter affrontare le armate romane riunite, Pirro decise di ritirarsi in Campania e asserragliarsi in città in attesa dell’inverno. Nel frattempo, giunse l’ambasciata romana di Gaio Fabricio Luscinio, inviato a trattare lo scambio dei prigionieri. Pirro fu impressionato dalle qualità oratorie di Luscinio e decise di affidargli i prigionieri per scortarli a Roma, in cambio di un pagamento. Ma il senato romano, nonostante l’occasione, rifiutò qualsiasi pagamento, comandando a Luscinio di riportare i prigionieri da Pirro. ## La fallita invasione della Sicilia di Pirro e il ritiro Dopo la battaglia di Eraclea e quella di Ascoli del 279 a.C., di nuovo vinta da Pirro, la situazione strategica del condottiero epirota era molto delicata. Pirro non riusciva a ottenere alleati nella regione dell’Apulia. Inoltre, venne a sapere di un’invasione celtica durante la quale suo suocero Tolomeo Cerauno, il re di Macedonia, era morto in battaglia. Questo causò sentimenti contrastanti in lui: da una parte vi era il dolore per la perdita di un parente e di un alleato, dall’altra la possibilità di ambire al trono macedone. Mentre rifletteva se tornare in Oriente o proseguire la conquista dell’Occidente, Pirro ricevette la chiamata delle città greche della Sicilia, che chiedevano il suo aiuto militare contro le truppe cartaginesi che stavano minacciando Siracusa. Pirro intravide allora la grande opportunità di cacciare definitivamente i Cartaginesi dalla Sicilia, sfruttando gli alleati e i contingenti dalla Magna Grecia per poi tornare in Epiro e conquistare anche il trono di Macedonia. Ma per realizzare il suo disegno, Pirro aveva bisogno di una pace duratura con Roma, al fine di poter concentrare tutte le sue forze contro i Cartaginesi. Peccato per Pirro, Cartagine, immaginando le sue mosse e temendo la guerra, aveva già stipulato un trattato di alleanza con il senato romano contro il comune nemico. Cartaginesi e Romani confermarono tutti i loro precedenti accordi e aggiunsero una clausola per cui se uno dei due regni fosse stato attaccato dall’esercito di Pirro, l’altro sarebbe accorso in suo aiuto. Se necessario, i Cartaginesi avrebbero messo a disposizione di Roma navi per il trasporto, aiutando i Romani ad attraversare il mare. Malgrado il fallimento delle trattative con Roma, Pirro reclutò un esercito di 37.000 soldati e decise di sbarcare comunque in Sicilia. Dapprima conquistò la città filocartaginese di Erice, per poi muovere contro Segesta. L’unica città in grado di resistere a Pirro, fu Lilibeo, adeguatamente rifornita dalla flotta cartaginese. I Cartaginesi, vedendo la rapida conquista di Pirro, offrirono la pace, ma i Sicelioti convinsero il condottiero epirota a rifiutare. Pirro sembrava inarrestabile, ma il suo operato venne improvvisamente minato dal tradimento di alcuni alleati, che dopo mesi di assedio di Lilibeo decisero di abbandonarlo. All’improviso, il sogno di Pirro di replicare l’impresa di Agatocle di Siracusa e di sbarcare nell’Africa settentrionale svanì per sempre. Non solo: il controllo dell’epirota sulla Sicilia diventò sempre più precario, a causa delle continue defezioni nelle file dei Greci. Il rapporto tra Pirro e i Sicelioti continuò a peggiorare, forse per la sua malagestione delle risorse locali, forse per la sua evidente volontà di imporre una monarchia di stampo ellenistico sull’isola. Così Pirro, usando come pretesto una richiesta d’aiuto da parte di Taranto, decise di tornare in Italia. Al suo rientro nell’Italia meridionale, Pirro trovò una amara sorpresa. Dopo tre anni di assenza, i Romani avevano non solo ripreso l’iniziativa, sconfiggendo Bruzi, Lucani e Sanniti, ma avevano anche stretto alleanze con Crotone e Locri. Pirro tentò invano di raddrizzare le sorti della guerra: fu in grado solamente di riconquistare Locri, ma non riuscì a battere le due armate consolari romane riunite a Maleventum. Fu quindi costretto a ritirarsi, seppur imbattuto. Con le sue forze ormai logore, Pirro fu costretto a tornare in patria, lasciando solamente un presidio a Taranto, comandato dal generale Milone, che si arrenderà ai Romani già nel 272 a.C. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La battaglia di Ponte Milvio, 312 d.C: Costantino sconfigge Massenzio](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-ponte-milvio-312/) **Published:** Giugno 7, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico della battaglia di Ponte Milvio](#Il_contesto_storico_della_battaglia_di_Ponte_Milvio) - [La visione di Costantino](#La_visione_di_Costantino) - [Preludio alla battaglia](#Preludio_alla_battaglia) - [La battaglia di Ponte Milvio. Schieramenti e disposizione tattica](#La_battaglia_di_Ponte_Milvio_Schieramenti_e_disposizione_tattica) - [La battaglia del Ponte Milvio: svolgimento](#La_battaglia_del_Ponte_Milvio_svolgimento) - [Le conseguenze](#Le_conseguenze) La **battaglia del Ponte Milvio** fu uno scontro militare tra l’imperatore Costantino I e il suo rivale Massenzio, avvenuto il 28 ottobre del 312 d.C, a Roma. La battaglia prende il nome dal **Ponte Milvio,** un importante ponte costruito sul fiume Tevere, dove si svolse lo scontro. Costantino ottenne una netta vittoria grazie alla preparazione dei suoi pretoriani, mentre il suo rivale, Massenzio, fu sconfitto e annegò nel Tevere durante la battaglia. Il suo corpo venne prelevato dal fiume e decapitato, e la sua testa fatta sfilare per le strade di Roma come segno della suprema vittoria di Costantino. La battaglia di Ponte Milvio ha un’importanza storica fondamentale perché rappresenta un punto di svolta sotto molti aspetti: la conquista da parte di Costantino di tutta la parte occidentale dell’impero romano, la fine del sistema di governo della Tetrarchia e la vittoria di un imperatore che favorì la religione cristiana in maniera determinante, traghettando il mondo romano verso una nuova era. La battaglia del Ponte Milvio è anche ricca di momenti simbolici, come la visione del segno Chi Ro da parte dei soldati di Costantino o l’interpretazione dei libri sibillini da parte di Massenzio. La principale testimonianza della battaglia è l’arco di Costantino, una costruzione in realtà precedente ai fatti, ma riutilizzata dall’imperatore per celebrare la sua vittoria, che viene attribuita all’intervento divino di Gesù Cristo. ## Il contesto storico della battaglia di Ponte Milvio Le origini della battaglia possono essere individuate nelle rivalità interne al sistema di governo della tetrarchia, istituito dall’imperatore Diocleziano. Il sistema della tetrarchia prevedeva la presenza di un imperatore romano d’occidente, chiamato Augusto d’Occidente, e un imperatore romano d’Oriente, chiamato Augusto d’Oriente. Ognuno dei due Augusti aveva un successore: il Cesare d’Occidente e il Cesare d’Oriente. Nel 305 d.C. il fondatore della tetrarchia e Augusto d’Oriente, **Diocleziano**, rassegnò le proprie dimissioni assieme al suo collega, l’Augusto d’Occidente **Massimiano**. Il nuovo sistema imperiale prevedeva quindi come nuovo Augusto d’Occidente Costanzo, assieme al nuovo Cesare d’Occidente, **Severo**, e come nuovo Augusto d’Oriente **Galerio**, assieme al nuovo Cesare d’Oriente, Massimino. **Costantino** era il figlio naturale di Costanzo, ma la tetrarchia non prevedeva necessariamente una successione in linea familiare e dinastica, per cui, in un primo momento, egli rimase fuori dalla linea di successione imperiale. Anche **Massenzio**, figlio di Massimiano, sembrava destinato a non ricoprire la carica di imperatore. I problemi si verificarono quando l’Augusto d’Occidente, Costanzo, **morì improvvisamente nel luglio del 306 d.C.** nella città di York, l’antica Eburacum. Come previsto dalle regole della tetrarchia, il Cesare d’Occidente, Severo, era pronto a prendere il suo posto, ma all’improvviso i soldati decisero di eleggere Costantino come nuovo Augusto d’Occidente, portandolo in diretto contrasto con Severo. Galerio, Augusto d’Oriente, più anziano e con la maggiore auctoritas, fu costretto ad affrontare una situazione complicata. Egli non poteva ammettere che Costantino diventasse il nuovo Augusto d’Occidente al posto di Severo e così rifiutò la pretesa dei soldati costantiniani, ma acconsentì a nominare Costantino come nuovo Cesare d’Occidente. La decisione di Galerio scontentò profondamente Massenzio, il quale, nonostante fosse figlio di Massimiano, si vide sorpassato da Costantino. Massenzio meditò di prendere il potere, sfruttando i suoi appoggi nel Senato di Roma, presso i pretoriani e le truppe stanziate in Italia e in Africa, e si autoproclamò imperatore d’Occidente. Galerio, preso atto della ribellione di Massenzio, ordinò al suo co-Augusto, Severo, di sconfiggerlo militarmente all’inizio del 307 d.C. Severo mosse il suo esercito, giungendo rapidamente con le sue truppe in Italia, ma nei pressi dell’accampamento di Massenzio la gran parte dei suoi soldati disertò a favore di quest’ultimo. Severo venne catturato, imprigionato e giustiziato. A questo punto, l’unica speranza per mantenere l’ordine all’interno della tetrarchia era l’intervento dello stesso Galerio, il quale, nell’autunno dello stesso anno, marciò verso Roma. Nonostante ciò, Galerio non riuscì a neutralizzare Massenzio, sia perché perse tempo prezioso durante la marcia, sia perché, al cospetto della città eterna, che Galerio non aveva mai visto fino a quel momento, provò un senso di soggezione e di rispetto. Galerio si ritirò senza ingaggiare battaglia con Massenzio, il quale consolidò la sua posizione. Nonostante l’alta tensione, Costantino cercò di evitare il conflitto armato con Massenzio e anche quest’ultimo tentò di rasserenare i rapporti, concedendo sua sorella Fausta in moglie a Costantino. Nel 312 d.C, Costantino e Massenzio erano però in aperta ostilità fra di loro. Nella primavera del 312, Costantino decise di radunare un esercito di 40.000 soldati, prevalentemente britanni e germani, con lo scopo di sconfiggere Massenzio e di prendere il potere assoluto sulla parte occidentale dell’impero. Costantino invase con grande facilità l’Italia settentrionale, vincendo due importanti battaglie contro i sostenitori di Massenzio: la prima vicino a Torino e la seconda nella battaglia di Verona, dove venne ucciso il prefetto del pretorio Ruricio Pompeiano, il generale più anziano ed esperto di Massenzio. ## La visione di Costantino Uno dei momenti più iconici legati alla battaglia del Ponte Milvio è la cosiddetta **“Visione di Costantino”.** Le fonti antiche raccontano che la sera del 27 ottobre 312, mentre gli eserciti si preparavano alla battaglia, Costantino ebbe una visione celeste che gli permise di combattere sotto la protezione del Dio cristiano. I cronisti del tempo riportano questo fatto con versioni differenti. Lattanzio afferma che la notte prima della battaglia, Costantino ricevette in sogno il suggerimento di disegnare il *“segno celeste”* sugli scudi dei suoi soldati. Il simbolo viene chiamato da Lattanzio **“staurogramma”** e ci vengono tramandate le sue caratteristiche grafiche: si tratta di una croce latina con l’estremità superiore arrotondata a forma di P. Nonostante il racconto, non vi sono prove storiche o archeologiche che Costantino abbia effettivamente usato quel segno durante la battaglia. Di Eusebio sopravvivono invece due resoconti. Il primo, il più antico e presente nella sua opera *“Storia ecclesiastica”,* dice genericamente che il Dio cristiano appoggiò l’opera di Costantino, ma senza menzionare l’episodio della visione celeste. Nell’opera successiva, *“La vita di Costantino”*, Eusebio ripete la narrazione di quegli anni, aggiungendo stavolta il resoconto della visione, affermando di aver scoperto la storia dalle parole dello stesso imperatore. Secondo questa seconda versione più tarda, Costantino stava marciando con il suo esercito, quando alzò gli occhi al sole e vide sopra di esso una croce di luce, con accanto le parole greche **Ἐν Τούτῳ Νίκα”.** Il significato letterale della frase in greco è «In questo segno vincerai», reso in latino con **“In hoc signo Vinces”.** Costantino non sarebbe stato immediatamente sicuro del significato dell’apparizione, ma la notte successiva avrebbe fatto un sogno in cui Gesù Cristo gli comandava di impiegare quel segno contro i suoi nemici. Eusebio descrive poi il Labarum, uno standardo militare utilizzato da Costantino in tutte le guerre successive a Ponte Milvio, il quale conteneva il segno **«Chi – Rho»**, un acronimo che ha un diretto collegamento con il Cristo. I resoconti dei due autori contemporanei, sebbene non del tutto coerenti e a volte in leggera contraddizione fra di loro, si sono fusi nella tradizione popolare secondo la quale Costantino vide il segno «Chi – Rho» la sera prima della battaglia. Entrambi gli autori concordano sul fatto che il segno non era immediatamente collegabile alla figura di Cristo, tanto è vero che la prima apparizione del segno ««Chi – Rho» si registra in una moneta d’argento costantiniana coniata solamente nel 317, segno che Costantino utilizzò molti altri simboli durante la sua propaganda. Alcuni studiosi (P. Weiss) hanno avanzato l’ipotesi che la presunta visione di Costantino possa essere spiegata con un fenomeno meteorologico ed ottico chiamato “alone solare” o “cane solare”, il quale, effettivamente, si adatta molto bene con la descrizione delle fonti antiche. La visione di Costantino e il collegamento con Gesù Cristo non escludono però la presenza di altre divinità, come quella del Sol Invictus. Vari imperatori prima di Costantino raffigurarono il Sol Invictus nelle loro monete ufficiali, relative ad un’ampia gamma di leggende che mostravano il Sole Invitto come compagno dell’imperatore. E anche la monetazione ufficiale di Costantino riporta immagini del Sole, almeno fino al 326 d.C. Vi è inoltre un solidus di Costantino e un medaglione d’oro che raffigurano il busto dell’imperatore sotto il segno del Sol Invictus. Anche l’arco trionfale scelto da Costantino per celebrare la vittoria venne costruito con cura affinchè si allineasse alla colossale statua del Sole, allora presente presso il Colosseo, in modo che il Sole, avvicinandosi all’arco, comparisse armonicamente sullo sfondo. ## Preludio alla battaglia Costantino raggiunse Roma alla fine dell’ottobre del 312 d.C. attraverso la via Flaminia e si accampò nella località dell’odierna Malborghetto, vicino a Prima Porta. Ancora oggi esistono dei resti di un monumento costantiniano, il cosiddetto: **“Arco di Malborghetto”** costruito in onore del passaggio dell’imperatore. A pochi giorni dallo scontro, i cittadini romani e l’esercito si aspettavano che Massenzio avrebbe scelto di rimanere trincerato nella città di Roma e che si stesse preparando ad affrontare un assedio. Effettivamente Massenzio aveva già utilizzato questa strategia per ben due volte durante i precedenti attacchi dei tetrarchi Severo e Galerio. Massenzio aveva ordinato l’accumulo di grandi quantità di cibo nella città. Ma, con sorpresa di tutti, egli scelse improvvisamente di affrontare Costantino in uno scontro in campo aperto. Le stesse fonti antiche hanno cercato più volte di comprendere la motivazione di questo brusco cambiamento di tattica. Alcuni, come Lattanzio e Eusebio, attribuiscono questa decisione all’intervento divino, mentre altri, come Zosimo, alla semplice superstizione da parte di Massenzio. Molti notano che il giorno della battaglia era lo stesso giorno, il 28 ottobre, in cui Massenzio divenne imperatore, il che era generalmente considerato di buono auspicio. Secondo alcune cronache, Massenzio avrebbe consultato i libri Sibillini, degli oracoli che risalivano i tempi del re Tarquinio il Superbo, in cui si affermava che *“il 28 ottobre un grande nemico dei Romani sarebbe morto”.* Massenzio interpretò questa profezia come favorevole a se stesso e con tutta probabilità fu questa fiducia nella protezione degli Dei romani a convincerlo ad affrontare il nemico in campo aperto. Massenzio era inoltre convinto che il Senato romano, nella guerra civile, avrebbe sicuramente favorito il generale in grado di risparmiare alla città le fatiche e il dolore di un assedio. ## La battaglia di Ponte Milvio. Schieramenti e disposizione tattica Massenzio scelse di posizionarsi di fronte al ponte Milvio, un ponte in pietra collegato alla via Flaminia e che, una volta attraversato, permetteva di entrare a Roma da Nord. Il controllo del ponte Milvio era essenziale per la difesa di Massenzio, che voleva tenere il suo rivale fuori dalla città. Massenzio prevedeva che durante la battaglia il ponte Milvio sarebbe stato attaccato dal nemico, così diede ordine di far costruire un secondo ponte parallelo per permettere al suo esercito di attraversare il fiume. Le fonti raccontano in maniera diversa la funzione di questo secondo ponte negli eventi della battaglia. Zosimo lo menziona vagamente, accennando che fu costruito in legno e collegato da fissaggi di ferro, mentre altri indicano che si trattava di un più semplice ponte di barche. Le fonti non ci permettono di capire chiaramente se il ponte di barche sia stato deliberatamente costruito come una trappola per l’esercito di Costantino o se avesse una funzione diversa. ## La battaglia del Ponte Milvio: svolgimento Il giorno successivo, i due eserciti si scontrarono e Costantino ottenne una vittoria decisiva e schiacciante Il principale errore di Massenzio fu nel posizionamento delle sue truppe, schierate troppo a ridosso del fiume Tevere. Massenzio riteneva evidentemente che il Tevere fosse in grado di proteggere le spalle del suo esercito per evitare un pericoloso accerchiamento, ma la breve distanza tra i suoi soldati e il fiume non concesse sufficiente spazio per le manovre. Inoltre, qualora le sue formazioni fossero state costrette a cedere terreno, il poco spazio avrebbe rapidamente causato il collasso del suo contingente. Costantino lanciò la sua cavalleria contro quella di Massenzio, la quale venne rapidamente travolta. Così la fanteria di Costantino ricevette l’ordine di avanzare. La maggior parte delle truppe di Massenzio si comportò con grande coraggio, ma trattandosi di soldati con poco addestramento furono rapidamente superati dalla capacità degli avversari, che erano tutti veterani britanni e germanici. Le truppe massenziane iniziarono ad essere respinte verso il Tevere. Massenzio, vedendo che la situazione era vicina al collasso, decise di ordinare una ritirata, intenzionaot a questo punto a trincerarsi in città. Ma per le sue truppe vi era solamente una via di fuga, quella attraverso il ponte Milvio. Così, la poca disponibilità di spazio consentì a Costantino di infliggere pesanti perdite all’esercito in ritirata. Nel frattempo, il ponte provvisorio allestito parallelamente al ponte Milvio, sul quale stavano scappando molte delle truppe di Massenzio, crollò improvvisamente e coloro che si ritrovarono bloccati sulla riva nord del Tevere vennero uccisi o fatti prigionieri dai Costantiniani. Nella sconfitta, la guardia pretoriana agli ordini di Massenzio, che lo aveva precedentemente acclamato imperatore, mantenne la propria posizione sulla sponda settentrionale del fiume, disposti a resistere ad ogni costo. Nonostante il loro coraggio, vennero tutti rapidamente trucidati, tanto è vero che le fonti antiche spiegano come “i loro corpi coprirono il luogo che avevano scelto per il combattimento”. Massenzio cadde nel fiume Tevere e morì nel tentativo di riguadagnare la riva. Alcune fonti riferiscono che annegò nel tentativo di salvarsi a nuoto mentre altri affermano che cadde mentre con il suo cavallo cercava di uscire dal fiume. Lattanzio descrive la morte di Massenzio in questo modo: “Il ponte alle sue spalle era crollato. Alla vista di una battaglia sempre più accesa, la mano del Signore prevalse e le forze di Massenzio vennero sconfitte. Egli fuggì verso il ponte ormai rotto, ma la folla lo incalzava, così che fu gettato a capofitto nel Tevere.” ## Le conseguenze Costantino entrò a Roma il 29 ottobre. Venne preparata una grande cerimonia per il suo arrivo in città e venne accolto dal giubilo della folla. Il corpo di Massenzio venne ripescato dal Tevere, la testa staccata e fatta sfilare per le strade affinché tutti potessero vederla. Dopodiché venne inviata a Cartagine come prova della sua caduta. L’Africa decise di non opporre più alcuna resistenza al potere di Costantino. La vittoria nella battaglia di Ponte Milvio diede a Costantino il controllo indiscusso di tutta la metà occidentale dell’impero romano. Le descrizioni antiche dell’ingresso di Costantino a Roma omettono di menzionare dove e come si concluse la sua processione e non indicano se arrivò al Tempio di Giove Capitolino, dove veniva tradizionalmente offerto un sacrificio in onore degli antichi dei romani. Non sappiamo quindi a quale divinità Costantino consacrò la sua vittoria. Alcuni ipotizzano che Costantino abbia deciso di mostrare comprensione nei confronti delle comunità cristiane di Roma e abbia evitato consapevolmente il sacrificio a Giove, mentre altri ritengono che questo particolare non può essere considerato come una prova valida che Costantino si fosse già convertito al cristianesimo. Il nuovo imperatore scelse comunque di onorare la curia dei senatori con una sua visita, durante la quale promise di ripristinare i vecchi privilegi dell’aristocrazia e di assegnare un ruolo importante al Senato romano. Promise inoltre che non ci sarebbe stata alcuna vendetta contro i sostenitori di Massenzio. Massenzio venne condannato però alla Damnatio Memoriae, tutte le sue leggi vennero invalidate e Costantino riutilizzò i considerevoli progetti urbanistici di Massenzio intestandoli a se stesso, tra cui il Tempio di Romolo e la Basilica di Massenzio. Costantino decise inoltre di sciogliere per sempre la guardia pretoriana, l’antichissima guarda dell’imperatore che era stata formalizzata da Tiberio e che smise di esistere in quanto ritenuta politicamente avversa. Costantino decise infatti di sostituire le ex guardie imperiali con dei contingenti di cavalieri germanici, chiamati Scholae Palatinae. Gli storici ritengono che la vittoria di Costantino aprì anche la strada al cristianesimo, che divenne rapidamente la religione dominante in tutto l’impero romano e in definitiva per tutta l’Europa. Effettivamente l’anno successivo, nel 313, Costantino e Licinio, l’Augusto d’Oriente, emanarono il famoso editto di Milano, che rese il cristianesimo una religione ufficialmente riconosciuta e tollerata in tutto l’impero romano. FONTI - **Eusebio di Cesarea**: “Vita di Costantino” (Vita Constantini), Libro I “Storia ecclesiastica” (Historia Ecclesiastica), Libro IX - **Lattanzio** “La morte dei persecutori” (De Mortibus Persecutorum), Capitolo 44 - **Zosimo**: “Storia Nuova” (Historia Nova), Libro II - **Aurelio Vittore**: “Liber de Caesaribus” - **Anonimo Valesiano**:”Origo Constantini Imperatoris” ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo imperiale, Top --- ### [La battaglia di Boviano, 305 a.C. I romani trionfano sui Sanniti](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-di-boviano-305-a-c-i-romani-trionfano-sui-sanniti/) **Published:** Maggio 21, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Contesto storico](#Contesto_storico) - [La battaglia sul campo](#La_battaglia_sul_campo) - [L’assedio e la presa di Boviano](#Lassedio_e_la_presa_di_Boviano) La **battaglia di Boviano** è uno scontro avvenuto nel 305 a.C tra la Repubblica Romana e i Sanniti. La battaglia segnò un trionfo per Roma e pose fine alla Seconda Guerra Sannitica. Si tratta tuttavia di uno degli episodi bellici della storia romana di cui abbiamo meno fonti e gli unici racconti ci giungono da Diodoro Siculo e da Tito Livio, che scrivono entrambi secoli dopo gli avvenimenti. ## Contesto storico Verso la fine della **Seconda Guerra Sannitica (dal 326 a.C. al 305 a.C.,)** i romani elessero come dittatore Publio Cornelio Scipione, accompagnato dal maestro di cavalleria Publio Decio Mure. I due furono incaricati di presiedere le elezioni consolari: vennero così eletti i consoli **Lucio Postumio e Tiberio Minucio**. Dopo di loro vennero eletti Quinto Fabio e Publio Decio. Non sappiamo esattamente se i consoli entrarono realmente in carica, dal momento che le informazioni sono piuttosto confuse e la registrazione delle nomine negli annali romani dimostra parecchie incongruenze. Sappiamo però che in quello stesso anno vi furono diverse incursioni da parte dei Sanniti nelle pianure della Campania. Così entrambi i consoli furono inviati con i rispettivi eserciti nella regione del Sannio, dirigendosi in due zone distinte. Postumio mosse il suo contingente verso la città di Tiferno mentre Minucio iniziò un assedio contro Boviano. ## La battaglia sul campo A Tiferno avvenne il primo scontro tra i Sanniti e i legionari agli ordini di Postumio. La descrizione della battaglia conosce più versioni. Secondo un primo resoconto, i Sanniti vennero sconfitti clamorosamente e furono fatti ben 20.000 prigionieri, senza indicare ulteriori dettagli. Un’altra versione, più completa, riferisce invece che i due eserciti si allontanarono dopo una battaglia dall’esito incerto e Postumio, fingendo di aver paura del nemico, marciò durante la notte per nascondere le sue truppe sui monti. I Sanniti iniziarono ad inseguirlo fino al termine della giornata, accampandosi a sole due miglia di distanza dall’accampamento romano e stabilendosi in una posizione ben protetta. Il console romano fece attrezzare il campo con le migliori difese e con ogni tipo di materiale, per dare l’impressione ai nemici che non si sarebbe mosso da quella posizione. In realtà, dopo aver lasciato una guarnigione armata a presidio dell’accampamento, fece uscire i legionari nel pieno della notte, percorse la via più breve possibile con le sue truppe ben equipaggiate e raggiunse il suo collega, che si era accampato di fronte ad un altro esercito nemico. Lì, dietro a consiglio di Postumio, Minucio attaccò immediatamente battaglia. Lo scontro andò avanti per tutto il giorno nella massima incertezza, fino a quando Postumio riuscì ad attaccare all’improvviso, con le sue forze ancora fresche, i nemici ormai stremati. ## L’assedio e la presa di Boviano Dopo l’inaspettato attacco romano, i Sanniti non riuscivano nemmeno a fuggire per la stanchezza del combattimento e per le ferite riportate e furono trucidati del primo all’ultimo. I romani dapprima catturarono 21 insegne e poi si diressero verso l’accampamento che era stato approntato da Postumio. Gli eserciti romani dei due consoli, dopo aver confuso il nemico e averlo battuto, si gettarono sugli ultimi gruppi di Sanniti, ormai demoralizzati per la evidente sconfitta, e li travolsero, costringendoli a fuggire e catturando altre 26 insegne militari. Venne fatto prigioniero anche il comandante dei Sanniti, Stazio Gellio, oltre ad altri ufficiali. Il giorno successivo, l’esercito romano, ormai vincitore sul campo di battaglia, iniziò ad assediare Boviano, ultima roccaforte Sannita, che venne catturata in breve tempo. I due consoli si coprirono di tanta gloria da meritare entrambi un trionfo. Circa l’assedio di Boviano, Tito Livio riferisce anche la versione secondo cui il console Minucio riportò una ferita molto grave e morì sul posto, e che per sostituirlo venne nominato un altro console, di nome Marco Fulvio, il quale sarebbe stato il reale autore della conquista della città. Nonostante alcuni particolari differenti, la vittoria romana fu evidente. Nel corso di quello stesso anno le città di Sora, Arpino e Cesennia vennero strappate ai Sanniti, mentre i romani, per festeggiare la vittoria della guerra, fecero erigere una grande statua di Ercole nel Campidoglio. FONTI - Diodoro Siculo, *Bibliotheca historica*, XX, 80; 90; 101. - Tito Livio, *Ab Urbe condita libri*, IX, 44. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [La battaglia delle Forche Caudine, 321 a.C. I Sanniti umiliano i romani](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-forche-caudine-sanniti-romani/) **Published:** Maggio 12, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [I numeri degli eserciti](#I_numeri_degli_eserciti) - [Localizzazione della battaglia: l’ipotesi di Arienzo](#Localizzazione_della_battaglia_lipotesi_di_Arienzo) - [L’ipotesi della valle Caudina](#Lipotesi_della_valle_Caudina) - [L’ipotesi gola dell’Isclero](#Lipotesi_gola_dellIsclero) - [L’ipotesi della Piana di Prata](#Lipotesi_della_Piana_di_Prata) - [I romani finiscono in trappola](#I_romani_finiscono_in_trappola) - [I messaggi di Erennio](#I_messaggi_di_Erennio) - [Le trattative per la resa](#Le_trattative_per_la_resa) - [L’umiliazione dei romani](#Lumiliazione_dei_romani) - [Il ritorno a Roma](#Il_ritorno_a_Roma) La **battaglia delle Forche Caudine** è stata una disastrosa e umiliante sconfitta romana. Nel 321 a.C, durante la seconda guerra punica, i consoli **Spurio Postumio Albino** e **Tito Veturio Calvino** furono intrappolati in una valle dall’esercito sannita guidato da Gaio Ponzio. I romani, per non essere massacrati, accettarono di arrendersi e di passare sotto il giogo dei Sanniti, tornando a Roma distrutti e sfiduciati. ## Il contesto storico La prima guerra sannitica si era conclusa nel 343 a.C. I Sanniti avevano chiesto la pace e si erano solennemente impegnati a mantenersi neutrali nelle continue guerre tra la Repubblica Romana e le popolazioni del Lazio. Tuttavia nel 327 a.C. il conflitto riprese. I Sanniti, dopo cinque anni di guerra, furono nuovamente sconfitti e furono costretti a consegnare il loro generale, **Brutolo Papio**, con tutte le sue ricchezze personali. Papio, con un atto di orgoglio, decise di suicidarsi, piuttosto che cadere nelle mani dei romani. Nonostante la completa resa dei Sanniti, Roma continuava però a rifiutarsi di integrarli nella società in qualità di Socii. Nel 321 a.C. i romani avevano eletto come nuovi consoli **Spurio Postumio Albino e Tito Viturio Calvino**. Nel frattempo, i Sanniti avevano scelto un nuovo condottiero, **Gaio Ponzio**, figlio di **Erennio Ponzio.** Venuti a conoscenza della preparazione di una nuova offensiva, i romani inviarono i loro ambasciatori, che proposero delle nuove e più dure condizioni di resa. Ma Gaio Ponzio pronunciò un infuocato discorso davanti al consiglio del suo popolo, invitando alla ripresa delle ostilità, il che condusse ad una nuova dichiarazione di guerra. Gaio Ponzio utilizzò stavolta uno stratagemma. Venne a sapere infatti che l’esercito romano stava per assediare la città di Lucera, in Puglia, ed era sul punto di catturarla. Mandò quindi nella vicina città di Calatia, dove sapeva che erano accampati i romani, **dieci soldati travestiti da pastori** che fingevano di pascolare il bestiame. Questi diffusero la falsa notizia che anche i Sanniti avrebbero presto marciato su Lucera, per liberarla dall’assedio dei romani. I romani caddero nella trappola e decisero di mandare il grosso del loro esercito per aiutare Lucera e cogliere i Sanniti in contropiede. In questo modo, **Gaio Ponzio aveva attirato l’esercito romano** in un territorio altamente favorevole ad una imboscata. ## I numeri degli eserciti Circa il numero dei contingenti romani e sanniti abbiamo alcune descrizioni da parte delle fonti antiche. **Dionigi di Alicarnasso** dice che i romani contavano 40.000 combattenti, mentre **Appiano** arriva a 50.000 soldati. Le stime moderne riducono invece questo numero: lo studioso **Joel Rickard** parla di 27.000 soldati. Questo conto è stato elaborato sulla base del fatto che una legione dell’epoca doveva avere circa 4.500 soldati e che ogni console aveva due legioni sotto il suo comando, alle quali si sarebbero aggiunte delle forze alleate. Lo studioso **Paolo Sommella**, basandosi sulle stime di Johannes Kromaier, riduce ulteriormente il numero a 12.000 soldati. **Amedeo Maiuri** stima a 16.000 i romani impegnati mentre **Gaetano De Sanctis** stima tra i 18.000 e i 36.000. Non abbiamo invece alcun dato sulle forze sannitiche. ## Localizzazione della battaglia: l’ipotesi di Arienzo Un altro elemento non ben conosciuto è il percorso delle legioni romane per portare aiuto alla città di Lucera e il luogo dello scontro. Al tempo vi erano due strade per raggiungere quel centro abitato. La prima via era più lunga ma rappresentava un percorso più semplice, dato che seguiva semplicemente la costa del mare Adriatico, nonchè sicuro, perchè in aperta campagna. La seconda via era ben più breve, ma il percorso era più accidentato e con maggiori incognite, dal momento che era caratterizzato da diverse valli, che spesso passavano tra stretti passi di montagna, circondati da profondi burroni e da colline boscose. Circa il luogo effettivo della battaglia, sappiamo solo che era una pianura coperta d’erba dove passava una strada romana. Per arrivare in questo luogo bisognava attraversare una prima gola e poi avanzare in una seconda. Non c’è accordo tra gli studiosi moderni su quanto siano affidabili queste descrizioni, che appartengono al solo **Tito Livio,** il quale scrive secoli dopo gli avvenimenti. Non è escluso che si discostino dalla realtà per motivi letterari o propagandistici o per mancanza di informazioni e che la descrizione liviana sia in realtà uno stereotipo. Secondo gli studi moderni il luogo più probabile dove avvenne lo scontro è la **valle situata tra Arienzo**, Forchia e Arpaia, dove passava la via Appia e che, essendo una valle circondata da montagne e con gole sia ad est che ad ovest, corrisponde perfettamente all’antica descrizione. Forse il campo di battaglia si estendeva fino a **Santa Maria a Vico**. Bisogna inoltre considerare che l’utilizzo del nome “Forca” è attestato dal IX secolo ed è simile al vocabolario romano “Forca”, usato per indicare l’ingresso orientale Arpaia e anche quello occidentale, Cervino. Gli storici del diciottesimo e diciannovesimo secolo affermavano che esisteva una chiesa chiamata Santa Maria del Giogo, dove presumibilmente avvenne la sconfitta romana. Un altro elemento a favore di questa localizzazione sono alcuni ruderi di origine medievale presenti sui monti Arpaia, che vennero identificati come un praesidium sannita, citato da Tito Livio. Bisogna inoltre tenere conto che il cronista romano lascia intendere che la valle dell’imboscata fosse all’epoca disabitata, il che viene confermato dalle prove archeologiche. Diversi storici hanno però messo in dubbio questa posizione trovando dei difetti in questa localizzazione. Il luogo ad esempio è privo di abbondanti fonti d’acqua e l’ingresso occidentale è troppo ampio, così come le colline, che sono troppo basse per impedire la fuga di un esercito romano. I sostenitori di questa teoria rispondono che la topografia è cambiata nel corso di due millenni e ci sono prove convincenti che la valle fosse in realtà una zona paludosa. Inoltre sembra che ci siano i resti di un acquedotto romano a Forchia. Ecco perché l’acquedotto, rilasciando dell’acqua sul lato ovest, avrebbe livellato il terreno e ampliato il passaggio. Alcuni critici hanno risposto che questi cambiamenti sono troppo radicali per un popolo antico. Inoltre il territorio è considerato troppo piccolo per contenere ben quattro legioni romane. Nonostante queste diverse interpretazioni, i comuni di Arpaia e Forchia si sono contesi per anni la localizzazione del luogo della battaglia, ma Forchia ha ottenuto il permesso dallo Stato italiano di rappresentare l’evento sul proprio stemma. ## L’ipotesi della valle Caudina Una seconda ipotesi sulla localizzazione della battaglia è la **valle Caudina**, che sarebbe stata identificata da alcuni studiosi a est dell’Arpaia, a nord del monte **Taburno** e a sud del monte **Paternio**. La sua uscita occidentale era la gola di **Sferracavallo**. Questa tesi è stata supportata da diversi studiosi e, a differenza dell’opzione precedente, ha il vantaggio che questa valle era molto più grande, adatta a contenere un grande esercito. Bisogna però osservare vi sono delle uscite, che avrebbero permesso ai romani di fuggire, a differenza di quanto raccontato da Tito Livio. Inoltre, il passo dell’Arpaia è facile da superare e difficile da bloccare, e le altezze sembrano essere troppo basse per potervi installare una postazione di sorveglianza. Alcuni studiosi osservano anche che l’ampiezza della valle avrebbe consentito un grande scontro campale, cosa che secondo le fonti romane non ebbe mai luogo. Alcuni ritengono che il luogo sarebbe corretto solo se fosse avvenuta una battaglia, altri ritengono che i romani avrebbero potuto facilmente inviare messaggi di aiuto a Capua. Inoltre, secondo Appiano, Gaio Ponzio negoziò con i romani salendo su un carro, cosa non necessaria se l’esercito si fosse trovato nella valle. ## L’ipotesi gola dell’Isclero Un’altra ipotesi è quella che la battaglia si è avvenuta nella **gola del fiume Isclero**, che attraversa la valle da est a ovest fino a uscire nei pressi di **Moiano**, attraverso un burrone a nord dello stretto **dell’Arpaia**. La gola si apre ad ovest su una zona montuosa, dove si trova **Sant’Agata dei Goti**. Il fiume prosegue il suo percorso fino a confluire nel Volturno. Questa zona venne identificata come luogo della battaglia dal geografo Filippo Cluverio, ma gli studiosi successivi lo hanno smentito. Innanzitutto Cluverio non era conoscenza dell’esistenza della città di Calatia, che confuse con Caiazzo, e per questo motivo avrebbe interpretato erroneamente il passaggio della via Appia. Va tenuto conto che nelle fonti antiche è frequente la confusione tra **Calatia e Caiatia**. Inoltre, fu scoperta una necropoli tra Sant’Agata e il monte Taburno, che permise di identificare la roccaforte sannitica di Saticula all’imbocco della gola. Per questo motivo, si ritiene che le legioni non sarebbero mai passate di lì, soprattutto se nelle vicinanze ci fossero state delle vie più sicure e più brevi. La gola non ha molta acqua a disposizione, all’interno manca dello spazio necessario per il transito di quattro legioni e difficilmente avrebbe potuto ospitare un accampamento romano. Gli autori romani che transitarono sulla zona, come Orazio, non specificano se quello fosse stato o meno il luogo della battaglia. ## L’ipotesi della Piana di Prata Un’ultima ipotesi è quella della **Piana di Prata.** Si tratta di una pianura situata tra il monte Taburno a sud e Camposauro a nord, ricca di sorgenti e prati. Nell’ottocento venne proposta questa teoria dal Maggiore Michele di Cerbo. Un volo sopra la zona lo portò a concludere che si trattasse il luogo della battaglia. Entrambe le gole sono molto strette, anche se quella occidentale è talvolta considerata più stretta di quella orientale. Lo scrittore Massimo Cavalluzzo e lo storico militare Flavio Russo sottolineano che i romani, sapendo che non avrebbero mai potuto evitare i sanniti nella loro marcia, decisero di seguire la via meno ovvia per raggiungere Lucera da Calazia, probabilmente Frasso Telesino. La critica principale a questa teoria è che risulterebbe molto difficile per un esercito scalare le gole di Feriole e imboccare la strada più lunga. ## I romani finiscono in trappola La colonna romana attraversò la prima gola e marciarono nella pianura fino a raggiungere il secondo passo di montagna. I soldati la trovarono però bloccata da una barricata realizzata da tronchi e da grossi massi. Dopodiché videro degli avamposti dei Sanniti. I legionari compresero di essere finiti in una trappola e pensarono da subito di fare retromarcia, ma si accorsero che, nel frattempo, anche la gola attraverso la quale erano transitati era ormai bloccata. I romani rimasero stupiti e storditi, guardandosi l’un l’altro senza parlare né muoversi, finché non videro i consoli dare l’ordine di piantare le tende. I legionari iniziarono così a costruire un accampamento vicino ad una fonte d’acqua, senza attendere ordini. Intanto i Sanniti cominciavano ad insultarli e a deridere l’inutilità del loro lavoro. Anche i consoli erano depressi e sconcertati, e per questo non avrebbero voluto convocare un consiglio di guerra, ma i loro ufficiali si riunirono comunque attorno a loro per decidere il da farsi. Durante la notte, nacquero diverse proposte su come uscire da quella situazione. Alcuni incoraggiavano ad attaccare le barricate per distruggerle, altri suggerivano di scalare le montagne e di sconfiggere i nemici, ricordando che per trent’anni avevano costantemente battuto i Sanniti su ogni tipo di terreno. Altri risposero che una sortita era troppo rischiosa, perchè nessuno sapeva esattamente come scalare le montagne e dove si trovassero i loro nemici. ## I messaggi di Erennio Mentre i romani trascorrevano la notte in preda all’agitazione e alla confusione, i Sanniti mandarono dei messaggi ad **Erennio**, il padre di Gaio Ponzio, chiedendo consiglio. L’anziano aristocratico si era ormai allontanato dalla politica da molti anni, ma la sua mente era ancora lucida. Sapeva bene che le legioni romane erano intrappolate tra i burroni delle forche caudine e quando il messaggero gli chiese un parere Erennio gli disse che avrebbero dovuto **lasciar andare incolumi tutti i romani.** Il messaggero ritornò, riferendo il suggerimento di Erennio, ma Ponzio lo giudicò assurdo: l’inviato fu rimandato indietro, chiedendo una nuova risposta. Stavolta Erennio disse che la cosa migliore da fare era **giustiziare tutti i romani.** **Confusi da queste dichiarazioni contraddittorie**, Gaio iniziò a credere che le capacità mentali di suo padre cominciassero a vacillare, ma cedette ai desideri dei suoi ufficiali e invitò l’anziano al Consiglio di Guerra. Il vecchio Erennio si recò con un carro presso l’accampamento di suo figlio e, arrivato a destinazione, spiegò le sue risposte. Egli riteneva che entrambe le sue proposte fossero l’unico vero modo di procedere contro i romani. Il primo, infatti, avrebbe stabilito un’amicizia duratura con un popolo molto potente. La seconda avrebbe, invece, ritardato la guerra di diverse generazioni, poiché i romani avrebbero impiegato parecchio tempo per riprendersi dalla perdita di tutto il loro esercito. Non esisteva, secondo lui, una terza opzione. Ma suo figlio e gli altri ufficiali proposero una via di mezzo: l’idea era quella di congedare i romani incolumi, ma solo dopo avergli inflitto una pesante umiliazione, come richiedeva la legge della guerra. A questa proposta, Erennio rispose che questa era proprio la politica che non creava né amici né nemici. Ben presto si sarebbero resi conto dell’errore che facevano a lasciare in vita degli uomini umiliati così profondamente. “*I romani sono una nazione che non è capace di restare in silenzio di fronte ad una sconfitta* – spiegò Erennio – *Le ferite nelle loro anime li irriteranno per sempre e non permetteranno loro di riposarsi finché non avranno avuto adeguata vendetta*.” Dopo questa dichiarazione, Erennio tornò a casa, senza che i Sanniti avessero preso una decisione definitiva. ## Le trattative per la resa Intanto nell’accampamento romano, dopo diversi tentativi andati a vuoto di uscire dalla trappola, iniziò a scarseggiare il cibo. Questo li costrinse ad inviare degli ambasciatori presso i Sanniti per **richiedere un accordo di pace o per sfidarli in una battaglia**. Gaio rispose che la guerra era finita, che erano già in trappola e sconfitti, e pretese la consegna delle armi e che passassero sotto il giogo, conservando solamente le loro tuniche. La richiesta prevedeva anche di **evacuare tutta la zona del Sannio** e allontanare tutte le loro colonie dalla regione, che sarebbe stata retta esclusivamente dalle leggi dei Sanniti. Queste furono le condizioni presentate ai consoli romani: i Sanniti avvertirono che se qualcuno le avesse rifiutate non ci sarebbero state successive proposte di pace. Quando i soldati romani vennero a sapere delle condizioni di pace imposte, lanciarono un grido di angoscia. Seguì un lungo silenzio. I consoli non furono in grado di parlare di fronte ad una capitolazione tanto umiliante quanto necessaria. Allora, il generale **Lucio Lentulo** ricordò agli ufficiali che quando i Galli Sènoni avevano assediato il Campidoglio, suo padre era stato l’unico a consigliare di non pagare alcun riscatto, dal momento che non tutte le forze romane si trovavano sul colle e vi era lo spazio per provare una sortita in grado di allontanare i Galli. Se ci fosse stata la stessa possibilità avrebbe consigliato di combattere, ma dal momento che tutte le legioni di Roma erano intrappolate in quella situazione, se fossero state distrutte nessuno sarebbe stato in grado di difendere la città. Roma sarebbe rimasta come un paese indifeso, a differenza di quanto accaduto al tempo dei Galli Senoni, dove vi erano ancora altri eserciti in grado di intervenire. Se avessero dovuto salvare la patria attraverso una resa ignominiosa, sarebbe stato corretto farlo. Lentulo disse: “*Il vero affetto per la nostra patria esige che la preserviamo, se necessario, sia con la nostra sventura che attraverso la nostra morte*.” Poi disse ai consoli: “*Andate consoli, consegnate le vostre armi in riscatto per quello Stato che i vostri antenati riscattarono con l’oro*.” I consoli si recarono quindi da Gaio, che insistette per la firma di un trattato scritto. I romani però si rifiutarono, in quanto la firma di un accordo ufficiale era possibile solamente con il permesso del popolo romano e dopo aver celebrato gli opportuni riti propiziatori. Gli ufficiali giurarono comunque su Giove di rispettare quanto convenuto. I Sanniti chiesero la **consegna di 600 cavalieri come ostaggi,** dicendo che avrebbero pagato con la vita se l’accordo non fosse stato rispettato. Venne quindi fissato il momento della consegna delle armi: dopodichè l’esercito romano, disarmato, sarebbe stato fatto passare sotto il giogo. Quando i consoli tornarono all’accampamento, riferendo queste condizioni, regnò nuovamente lo sconforto: alcuni soldati pensarono addirittura di attaccare i consoli, incolpandoli del disastro. I legionari si rammaricarono profondamente di non avere avuto delle guide che conoscessero il terreno. I soldati guardavano con amarezza le armi e le armature che avrebbero dovuto consegnare, immaginando la futura umiliazione, gli occhi e lo scherno dei Sanniti. “I romani erano stati sconfitti senza ricevere una sola ferita” scrive Tito Livio “senza usare una sola arma né combattere una sola battaglia, né gli era stato permesso di sguainare la spada o affrontare il nemico. Avevano quindi dimostrato coraggio e forza invano.” ## L’umiliazione dei romani Giunto il momento della vergogna, venne ordinato ai romani di abbandonare le armi e le armature e di presentarsi di fronte ai Sanniti con addosso solamente le tuniche, a cominciare dagli equites, che sarebbero serviti come ostaggi. Anche i **littori e i consoli in persona furono spogliati delle loro armature**: i soldati romani distolsero lo sguardo, perchè non volevano essere costretti a guardare i loro consoli umiliarsi in questo modo. Furono proprio i consoli i primi a passare sotto il giogo dei Sanniti. Venne poi la volta degli ufficiali e, uno dopo l’altro, dei legionari. I Sanniti cominciarono a schernirli, a puntare contro di loro le spade e coloro che rispondevano ai loro insulti o che ricambiavano il loro sguardo con troppa arroganza, venivano **feriti e addirittura giustiziati.** Tito Livio riferisce che la cosa più difficile per i legionari fu quella di sopportare gli sguardi dei loro nemici. Dopo aver subito l’umiliazione, iniziarono la marcia come sconfitti e riuscirono a raggiungere la vicina città alleata di **Capua**, prima del calare della notte. I soldati però non sapevano come sarebbero stati accolti dai loro alleati e provarono tanta vergogna nel presentarsi senza armature che si accamparono sul bordo della strada. Inizialmente i capuani li accolsero con disprezzo, ma la loro situazione suscitò in loro tanta compassione da convincerli ad inviare armi, vestiario, cavalli e vettovaglia ai soldati. In questo modo, i legionari entrarono in città, accolti felicemente e con tutta l’ospitalità che meritavano come alleati, ma la vergogna dei soldati era tale che evitavano ogni conversazione e non riuscivano nemmeno a parlare. La mattina successiva, alcuni giovani nobili furono incaricati di **accompagnarli fino al confine della Campania,** mentre i legionari osservavano un silenzio irreale, fino all’arrivo a Roma. ## Il ritorno a Roma Al loro ritorno nella capitale, i comandanti si recarono in Senato per rispondere alle domande dei senatori più anziani, mentre i legionari entravano a testa bassa senza ricambiare i saluti. Tito Livio riferisce che i Sanniti avevano ottenuto non solo una vittoria gloriosa ma anche duratura. Essi non avevano catturato Roma come avevano fatto i Galli prima di loro, ma avevano catturato il coraggio e la tenacia dei romani. Mentre il Senato si lamentava, **Ofilio Calavio**, un nobile e vecchio senatore, cominciò a parlare: egli disse che non c’era che il silenzio di fronte ad una tale vergogna, ma che ben presto, superata l’onta, i romani avrebbero dovuto organizzare la vendetta. Pertanto quella vergogna avrebbe suscitato un ricordo più amaro per i Sanniti che per i romani: ogni volta che un romano avrebbe incontrato un Sannita avrebbe fatto ricorso al proprio coraggio e i Sanniti non avrebbero mai potuto ottenere un’altra forca caudina. La città, senza nemmeno un ordine formale, si presentò in lutto, gli affari pubblici nel foro si interruppero, vennero chiusi i negozi e i senatori si spogliarono delle tuniche a righe porpora e dei loro anelli d’oro. Il popolo era furioso, non solo con i comandanti che avevano accettato la capitolazione, ma anche con i soldati innocenti: dissero infatti che non li avrebbero voluti con loro in città, ma quando si presentarono con un aspetto così pietoso tutti provarono compassione per i loro concittadini. I vinti entravano in città solamente di notte e per intere giornate non si facevano vedere, né nel foro né in alcun altro luogo pubblico. Lo stesso fecero i consoli, tanto che il Senato fu costretto a privarli dei loro comandi. Venne quindi nominato il dittatore **Quinto Fabio Ambusto**, assieme al magister equitum, **Publio Elio Peto,** ma nemmeno loro furono in grado di tenere le elezioni, perché i cittadini erano furiosi con tutti i magistrati eletti quell’anno. I senatori furono così costretti a proclamare un interregno e nominare **Quinto Fabio Massimo e Marco Valerio Corvo** come reggenti, con il compito di ottenere una nuova nomina valida dei consoli. Grazie alla loro intermediazione, vennero finalmente eletti come nuovi consoli i prestigiosi generali Quinto Publilio Filone e Lucio Papirio Cursore. Secondo Tito Livio, Roma ottenne delle rivincite nel 320 a.C. costringendo i Sanniti a concordare la pace, ma lo storico Salmon sostiene che si tratti di un’invenzione della storiografia romana successiva e la pace fu dovuta probabilmente ad una tregua, chiesta dai romani dopo la sconfitta delle forche caudine. Le ostilità ripresero comunque nel 316 a.C. quando i romani iniziarono a invaderere la Puglia, cosa che costrinse i Sanniti ad intervenire. Dionigi di Alicarnasso dice che i romani riuscirono a vendicarsi di Gaio Ponzio e, dopo aver ottenuto la vittoria, avrebbero costretto lui e i suoi seguaci a passare sotto il giogo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [Il matrimonio nell'Antica Roma: così funzionava il rito nuziale](https://scriptamanentitalia.it/matrimonio-antica-roma/) **Published:** Luglio 19, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Così avveniva la cerimonia del matrimonio nell'antica Roma. Un interessante insieme di atti religiosi e civili, per confermare la formazione di una nuova famiglia **Content:** Il **matrimonio nell’antica Roma** era un rito insieme religioso e legale di grande importanza. La società dell’antica Roma si basava fondamentalmente sulla famiglia, e l’unione di un uomo e di una donna, mirata alla procreazione, era considerato il nucleo fondamentale del funzionamento della società. Il matrimonio univa una serie di significati civili, legali e religiosi, ed era caratterizzato da insieme di simboli che si perpetuavano nel corso del tempo. I matrimoni però **non avvenivano con la stessa libertà** che conosciamo oggi. **[Terentius Neo e la moglie – Pompei riproduzione](https://trizioeditore.it/products/terentius-neo-e-la-moglie)** [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/05/terentius-neo-moglie-cornice-704x1024.webp "terentius-neo-moglie-cornice - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/terentius-neo-e-la-moglie) Il matrimonio era uno strumento con cui le famiglie si legavano l’una con l’altra, con cui una donna accedeva al patrimonio e ai privilegi di una famiglia più abbiente, o con cui si rafforzavano degli accordi politici presi precedentemente. I matrimoni erano un vero e proprio contratto familiare, che molto spesso veniva deciso dai pater familias e dalle matrone, a tutto danno delle spose, che raramente avevano la piena libertà di scegliere il loro consorte. ## I tre tipi di matrimonio romano Il matrimonio romano aveva sostanzialmente tre possibili forme. - La prima era chiamata “**Confarreatio**“: era il matrimonio tipico delle famiglie patrizie e prende il suo nome dal rito di condividere fra gli sposi un pane realizzato con farina di farro. - Il **Coemptio**: si tratta di un matrimonio di origine plebea in cui il marito letteralmente “acquistava” la sposa dalla famiglia di lei, attraverso un procedimento molto simile all’acquisto di uno schiavo. - L'”**Usus**“, un matrimonio sempre di origine plebea, che veniva riconosciuto dopo un lungo periodo di convivenza, un metodo per rendere legale una situazione familiare che perdurava già da diversi anni ## La cerimonia del matrimonio romano La cerimonia del matrimonio iniziava con un rito tipicamente religioso. Nel mondo romano non erano solamente i sacerdoti a poter interrogare gli Dèi, ma anche il **Pater familias**: per questo motivo la prima cosa da fare era consultare i presagi degli Dei per capire se vi erano tutti i presupposti per il matrimonio ed essi erano consenzienti. Se i presagi erano considerati buoni, poteva partire la cerimonia vera e propria. Marito e moglie venivano portati nel centro della casa di lui, dove si riunivano **almeno 10 testimoni**, necessari per dare al matrimonio un valore legale. Poteva essere presente un sacerdote, ma questo non era fondamentale per rendere il matrimonio valido. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/07/matrimonio.jpg "matrimonio - Scripta Manent Italia") Normalmente una matrona, spesso la madre della sposa, prendeva i due coniugi per mano e secondo una formula dal significato insieme legale e religioso diceva una frase ben precisa: > “Laddove tu sei \[nome dello sposo\] la sarò anche io \[nome della sposa.\] Da quel momento, quell’uomo e quella donna potevano essere considerati **legittimamente uniti** dal vincolo del matrimonio. Dopodiché un sacerdote o il Pater familias si occupava di **rendere gli onori a Giove**, il più potente degli Dei romani, e arrivava il momento di consumare insieme una torta di farro. La **torta di farro** era l’alimento principale delle famiglie fondatrici di Roma, e mangiare questo tipo di alimento significava per i romani rinnovare costantemente la tradizione, il cosiddetto “Mos maiorum.” Dopo una piccola festa, che si teneva sempre nella casa della sposa, iniziava una grande processione, per cui lo sposo accompagnava la sposa nella loro nuova casa o in alternativa nella casa del padre dello sposo. Si trattava di una funzione pubblica e tutti i passanti, i parenti e gli amici potevano parteciparvi senza bisogno di invito. Molto spesso questo corteo era **accompagnato da dei suonatori** per allietare la festa ed esisteva anche allora una specie di **“inno nuziale”** che veniva intonato dai parenti e dagli amici. Poteva capitare che lo sposo dovesse recitare una **piccola scena**. La madre della sposa teneva sua figlia, e lo sposo strattonava la ragazza, rubandola. Questa era probabilmente una riproposizione dell’antico episodio del **ratto delle Sabine**, con cui i Romani rapirono migliaia di ragazze per formare le nuove famiglie agli albori della storia di Roma. La processione procedeva ulteriormente e la sposa era solita lasciar cadere per terra una moneta, che doveva essere raccolta simbolicamente dagli spiriti che seguivano assieme al corteo la strada. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/07/matrimonio-romano9.jpg "matrimonio-romano9 - Scripta Manent Italia") Poi, la sposa **consegnava altre due monete a suo marito**: la prima moneta serviva simbolicamente come dote nei confronti del consorte mentre l’altra doveva onorare gli spiriti della sua casa, dove la donna si apprestava ad entrare . Molto spesso lo sposo lanciava dei dolci alla folla ma soprattutto delle **noci**: i romani vedevano le noci molto simili alla forma del cervello umano e per questo motivo lo consideravano un alimento che favoriva l’intelligenza e che avrebbe ispirato il giusto “senno” alla coppia che si stava formando. Una volta che la coppia era arrivata sulla soglia della casa dello sposo, il marito **prendeva in braccio la moglie** con vigore e la portava personalmente dentro casa. Questo aveva di nuovo un significato fortemente simbolico: il marito dimostrava forza, sottolineava il suo ruolo di comando all’interno della nuova famiglia che si stava creando, dimostrava di essere in grado di proteggere la propria donna e inscenava simbolicamente un “salto” dalla vecchia alla nuova vita che si andava preparandosi. Dopodiché, familiari ed amici entravano nella casa dello sposo e i festeggiamenti continuavano. Molto spesso la donna **accendeva per la prima volta il fuoco del focolare**, promettendo al marito che sarebbe sempre stata Fedele e si sarebbe occupata del buon andamento della casa. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/07/aldobrandini.jpg "aldobrandini - Scripta Manent Italia") Molto spesso i banchetti duravano fino a tardi, anche fino a notte fonda. Dopodiché la coppia si ritirava per la notte nelle loro stanze. A differenza di quanto potremmo pensare, il fatto che i coniugi dormissero insieme durante la notte era usanza piuttosto plebea, da famiglie poco agiate. Era invece normale per i patrizi **dividere la stanza del marito dalla stanza della moglie,** a dimostrazione della loro condizione economica. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Cleopatra: era davvero bella come la immaginiamo?](https://scriptamanentitalia.it/cleopatra-bella/) **Published:** Agosto 18, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Cleopatra era davvero bella come ce la propongono i film americani? Un rapido viaggio nelle fonti per riscoprire il volto della regina **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La bellezza di Cleopatra nelle fonti antiche](#La_bellezza_di_Cleopatra_nelle_fonti_antiche) - [La ritrattistica su Cleopatra](#La_ritrattistica_su_Cleopatra) - [Quale bellezza per Cleopatra? ](#Quale_bellezza_per_Cleopatra) **Cleopatra** era veramente quella donna bellissima che tutti immaginiamo? Quando pensiamo a Cleopatra, l’ultima regina d’Egitto, la mente visualizza naturalmente una donna di straordinaria bellezza e avvenenza. Per chi ama i film di Hollywood, il ricordo va immediatamente all’attrice Liz Taylor, che ha magistralmente interpretato la regina egiziana in una pellicola indimenticabile. **[Antonio e Cleopatra – La perla – Antonio Gionima](https://trizioeditore.it/products/antonio-e-cleopatra-la-perla-antonio-gionima)** [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/05/cleopatra-cornice_e143eacb-96eb-48d2-8c40-5208149d07d4.webp "cleopatra-cornice_e143eacb-96eb-48d2-8c40-5208149d07d4 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/antonio-e-cleopatra-la-perla-antonio-gionima)Ma diversi appassionati di storia non hanno potuto fare a meno di notare che in diverse monete l’immagine di Cleopatra è molto meno avvenente di quanto ci aspettiamo: naso aquilino, mento pronunciato e sopracciglia folte. La domanda, dunque, sorge spontanea: Cleopatra era veramente quella donna di grande avvenenza che tutti immaginiamo? ## La bellezza di Cleopatra nelle fonti antiche La prima fonte con cui possiamo cercare di rispondere alla domanda è certamente la serie di resoconti che gli autori antichi hanno dedicato a questa importante figura storica. Secondo **Plinio il Vecchio**, *(Nat. Ist. 9.58.1)*, Cleopatra non era altro che “una regina meretrice”, dedita alla prostituzione e senza la minima moralità. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/08/Claopatra-Liz-Taylor-1.jpg "Claopatra-Liz-Taylor-1 - Scripta Manent Italia") Anche lo storico **Dione Cassio**, che scrive però nel III secolo d.C, e dunque a grande distanza dai fatti, sembra allinearsi con l’interpretazione di Plinio. Cassio *(Storia Romana, (42.34.4)* racconta che Giulio Cesare, quando incontrò Cleopatra, nel 48 a.C, venne colpito *“da una donna di straordinaria bellezza, che era nel pieno della sua giovinezza e particolarmente avvenente”* e ancora, facendo riferimento al suo funerale, *“anche vestita a lutto, era meravigliosamente attraente”.* Questi due autori, particolarmente importanti e affidabili nei loro resoconti, confermano l’immagine che tutti abbiamo di una regina d’Egitto dalla bellezza fuori dal comune, capace di far innamorare gli uomini al primo sguardo. Bisogna però osservare che entrambi gli autori potrebbero essere stati influenzati dalla propaganda di Ottaviano Augusto: nella sua guerra contro Marco Antonio, Ottaviano aveva tutto l’interesse a presentare Cleopatra come una donna bellissima, capace di obnubilare la mente e la volontà del generale romano. In altre parole, l’immagine di Cleopatra e la sua naturale bellezza, potrebbero essere state **enfatizzate per propaganda politica.** Un resoconto più equilibrato ci viene da **Plutarco**. Anche questo importantissimo autore scrive parecchi secoli dopo gli avvenimenti, ma si riconosce a Plutarco una analisi puntuale dei fatti. Plutarco racconta che *“coloro che avevano visto Cleopatra, sapevano che né in giovinezza né in bellezza era superiore ad Ottavia “,* la sorella di Ottaviano Augusto. Questo potrebbe portarci a pensare che Cleopatra non fosse dotata di una bellezza fuori dal comune, ma che si trattasse di una bella donna, aiutata non tanto da lineamenti straordinariamente irresistibili quanto da una personalità estremamente affascinante. Effettivamente, Cleopatra parlava 7 lingue, era particolarmente istruita, e il suo carattere era permeato da una grande ambizione, aspetto che ben si conciliava con la personalità di grandi generali come **Giulio Cesare e Marco Antonio.** ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/08/Cleopatra_VII_dalla_via_appia_tra_ariccia_e_genzano_40-30_ac_ca._02-1-706x1024.jpg "Cleopatra_VII_dalla_via_appia_tra_ariccia_e_genzano_40-30_ac_ca._02-1 - Scripta Manent Italia") Analizzando le fonti antiche, potremmo quindi concludere che Cleopatra fosse una donna abbastanza bella, ma che il suo asso nella manica fosse racchiuso nella sua particolare e originale personalità. ## La ritrattistica su Cleopatra Un altro metodo che potremmo impiegare per rispondere alla domanda è quello di analizzare la ritrattistica dedicata a Cleopatra. Sappiamo che nel 34 a.C, quando Marco Antonio era impegnato nella conquista **dell’Armenia**, vennero fatte coniare delle monete che ritraevano lui stesso e **Cleopatra**. Analizzando le immagini a nostra disposizione, vediamo una donna dalle buone proporzioni, ma notiamo subito un naso pronunciato, così come anche il mento. Anche in questo caso dobbiamo però pensare che le monete coniate vennero realizzate a fini **propagandistici**, e dunque i volti di Marco Antonio e di Cleopatra vennero parzialmente modificati per assomigliare ai grandi re e Faraoni del passato, il che consisteva nell’accentuazione di alcuni lineamenti del volto. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/08/landscape48-1024x739.png "landscape48 - Scripta Manent Italia") Abbiamo un’altra moneta di argento, coniata poco prima della battaglia di Azio, 31 a.C, in cui Cleopatra viene ritratta con un naso **più rotondo e delicato,** sebbene sia un elemento ancora importante del suo volto, con dei lineamenti abbastanza gradevoli. Altre monete, stavolta in bronzo, ritrovate ad **Alessandria** e vicino all’isola di **Cipro**, ritraggono Cleopatra con una fronte piatta, gli occhi grandi e leggermente appuntiti, quasi a mandorla, che rivelano le sue **origini macedoni.** In queste immagini, Cleopatra sembra una bella donna, che risponde abbastanza bene ai canoni di avvenenza dell’epoca, senza tuttavia apparire straordinaria. Un altro elemento che potrebbe aiutarci sono le sculture di Cleopatra: non disponiamo di molti ritratti marmorei della regina egiziana. Ne abbiamo uno, considerato il più attendibile, ritrovato nel 1784 presso la via Appia e ora conservato nei Musei Vaticani. Il volto è abbastanza ben conservato, il naso è mancante, ma appare chiaro quanto i lineamenti siano piuttosto gradevoli. ## Quale bellezza per Cleopatra? Come molto spesso accade, è probabile che la verità stia nel mezzo. Cleopatra non poteva essere una donna brutta o priva di un carisma fisico: Giulio Cesare e Marco Antonio erano due straordinari generali, che raggiunsero i vertici del potere romano. Considerato che nella loro condizione avrebbero potuto conquistare qualsiasi donna avessero voluto, non possiamo che riconoscere a Cleopatra una **gradevolezza e una bellezza indiscutibile.** ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/08/Escultura-Cleopatra-Imperio-1-852x1024.jpg "Escultura-Cleopatra-Imperio-1 - Scripta Manent Italia") Tuttavia, la ritrattistica che è giunta fino a oggi, ci conferma come Cleopatra avesse dei tratti a volte un po’ ” duri “, che fanno di lei una donna certamente bella, o come diremmo noi oggi “carina”, ma non dotata di quella insuperabile e quasi introvabile bellezza che Hollywood ci ha proposto. Molto probabilmente, il successo di Cleopatra con gli uomini fu dovuto ad un insieme di fattori: la grande importanza che **l’Egitto** aveva per Roma, una **presenza fisica** di tutto rispetto, ma soprattutto un carattere, che, evidentemente, era capace di colpire e di **rimanere impresso negli interlocutori.** Fonti > Original article: [*Was Cleopatra beautiful?*](https://www.worldhistory.org/article/1491/was-cleopatra-beautiful/) by [Branko van Oppen](https://www.worldhistory.org/user/bvoppen/) (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), translated by Alessandro Giusti ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Repubblica --- ### [Gli acquedotti romani. Struttura e funzionamento](https://scriptamanentitalia.it/acquedotti-romani-struttura-funzionamento/) **Published:** Maggio 29, 2020 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La scelta della sorgente](#La_scelta_della_sorgente) - [Il calcolo della pendenza](#Il_calcolo_della_pendenza) - [La depurazione dell’acqua](#La_depurazione_dellacqua) - [Il superamento di colline e valli](#Il_superamento_di_colline_e_valli) - [La tecnica del sifone invertito](#La_tecnica_del_sifone_invertito) Gli **acquedotti** erano la prima **impronta di civiltà** che Roma lasciava ogni qualvolta raggiungeva un nuovo territorio e probabilmente la struttura che più facilmente ricordiamo quando pensiamo alla loro civiltà. Nel Medioevo esisteva addirittura una leggenda: i viandanti erano convinti che delle costruzioni così maestose e complesse non potessero derivare dall’intervento umano e, a metà fra storia e superstizione, andavano dicendo che erano stati dei “giganti”. > [GLI ACQUEDOTTI ROMANI IN STAMPE D’ARTE. GUARDALI](https://trizioeditore.it/search?q=acquedotti&options%5Bprefix%5D=last) > > [trizioeditore.it](https://trizioeditore.it/search?q=acquedotti&options%5Bprefix%5D=last) Ancora oggi, sorvolando con l’elicottero alcune delle terre che appartenevano all’**Impero Romano** possiamo osservare con ammirazione ciò che rimane di queste costruzioni. Vediamo insieme come veniva ideato, progettato, costruito e mantenuto un **acquedotto romano**. ## La scelta della sorgente ![costruzione acquedotto romano](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/acquedotto-romano.jpg "acquedotto romano - Scripta Manent Italia") Il primo passo da affrontare era quello della **scelta della sorgente**. I romani compivano tutta una serie di ricerche, di assaggi e di sperimentazioni, per individuare una **fonte idrica** e una sorgente che fossero adatte. Quando trovavano una fonte che sembrava essere perfetta, perché posizionata più in alto rispetto alla città che doveva rifornire, la mettevano sotto esame per verificarne la qualità. Uno dei primi passi era lo studio dello **stato di salute** delle persone che già avevano consumato quell’acqua. E, sebbene avessero delle strumentazioni scientifiche molto limitate, raccoglievano dei campioni e cercavano di capire il sapore dell’acqua assaggiandola più volte nel corso del tempo, così da basare la loro costruzione su una sorgente che fosse quanto più sana e sicura. ## Il calcolo della pendenza Il secondo passo che i romani affrontavano per **costruire l’acquedotto** una volta trovata la fonte era il **calcolo della pendenza**. Ovviamente non disponevano di strumenti come le pompe idrauliche in grado di tirare l’acqua attraverso una serie di meccanismi: potevano solamente sfruttare la **forza di gravità**, e per farlo dovevano creare la pendenza corretta. Per questo motivo la fonte doveva essere posizionata più in alto rispetto alla sua destinazione: il calcolo della pendenza rappresentava la base di tutto il progetto. La **conduttura d’acqua**, per essere ideale, doveva avere una pendenza media del 2 per mille. Per misurare questo valore, i costruttori romani utilizzavano sostanzialmente due strumenti: il primo è il **chorobates**, una piccola costruzione di legno con dei pesi di piombo che permetteva di calcolare la pendenza del luogo in cui ci si trovava. Grazie a questo strumento i romani riuscivano a prendere delle prime misure molto efficienti e abbastanza precise. Il secondo utilizzato era la **dioptra**, una creazione greca che tramite un gioco di angoli permetteva di calcolare l’**angolazione dell’acquedotto** sia prima della costruzione sia durante la costruzione per verificare che la pendenza fosse quella che era stata decisa fin dall’inizio. ## La depurazione dell’acqua Una volta scelta la sorgente giusta e calcolata la pendenza, l’acqua teoricamente poteva raggiungere la città. Il punto era far sì che arrivasse al centro abitato il più possibile pulita: i romani utilizzavano due metodi molto validi a tale scopo. Il primo passava attraverso la progettazione delle **vasche di sedimentazione**. Si trattava di alcune vasche distribuite lungo il percorso dell’acquedotto: alcune erano poste immediatamente dopo la fonte, altre a intervalli distanziati nel corso dell’intero tragitto. Erano pensate per radunare l’acqua durante il percorso e farla ristagnare temporaneamente, in modo tale che sul fondo di questi “recipienti” si depositassero foglie, materiale limaccioso, fango e polvere. In questo modo si riusciva a **depurare l’acqua** dai sedimenti più pericolosi ed inquinanti. Il secondo metodo per ottenere un’acqua pulita si basava sulla protezione delle condutture dalle intemperie: in un acquedotto, sia la parte sotterranea che quella esposta alla luce venivano ricoperte da una serie di materiali naturali che non rilasciavano sostanze, ma che impedivano a foglie, pioggia e qualsiasi altra sostanza esterna di penetrare nell’acqua durante il suo percorso. In questo modo era possibile per i romani garantire una sufficiente e accettabile **purezza dell’acqua**. ## Il superamento di colline e valli Il percorso dell’acqua doveva affrontare due ostacoli principali: le colline e, al contrario, le valli. Nel primo caso si provvedeva semplicemente a scavare attraverso le colline, nel rispetto dell’ambiente e senza bloccare o creare del danno al territorio e agli abitanti circostanti. A seconda della **morfologia del territorio** si potevano incontrare anche delle valli molto profonde e in quel caso vi era il bisogno di costruire delle strutture di sostegno per colmare il vuoto e mantenere la pendenza calcolata delle tubature. Fu per questa ragione che i romani misero a punto le costruzioni basate sugli archi: una struttura facile da realizzare, resistente e capace di distribuire egregiamente il peso. Ovviamente la costruzione doveva essere solida. A volte non era possibile costruire una sola fila di archi, perchè ogni arco sarebbe stato troppo grande, e allora si creava una fila di archi più grandi e al di sopra una seconda fila di archi più piccoli per mantenere una certa robustezza. ## La tecnica del sifone invertito ![sistema del sifone invertito](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/sifone-invertito.jpg "sifone invertito - Scripta Manent Italia") Il sifone invertito rappresenta senza dubbio il top dell’**ingegneria romana**. Per quanto i costruttori cercassero d’individuare dei territori che fossero predisposti per la costruzione degli acquedotti, ogni tanto si imbattevano in valli così profonde e così impervie che era impossibile pensare di ovviare al problema con la costruzione di un numero sproporzionato di archi. In queste situazioni limite, i romani sfruttavano il principio dei vasi comunicanti e usavano la **tecnica del sifone invertito** (diverso da quello moderno): l’acqua veniva fatta raccogliere in una enorme e apposita vasca adibita a tale scopo per accumulare peso. Nel momento in cui il peso veniva accumulato a sufficienza, l’acqua cadeva per gravità e con una determinata forza lungo una tubatura che si appoggiava a degli archi che attraversavano il centro della valle. Con la sola “rincorsa”, l’acqua era in grado di risalire contro la forza di gravità dal lato opposto e raggiungere la sua destinazione, ovvero una vasca posizionata al lato opposto, leggermente più in basso della prima. L’acqua, una volta arrivata a destinazione, finiva nella **vasca di distribuzione** dove eventuali sedimenti si depositavano sul fondo per un’ultima fase di purificazione, dopodiché il sistema distribuiva il fluido nella città. In questo modo, gran parte dei cittadini potevano accedere costantemente a una fonte continua di acqua pulita e controllata, anche grazie a dei pozzetti di ispezione che consentivano di verificare lo stato della struttura in ogni momento. Si calcola che Roma, alla fine del III secolo, avesse 11 acquedotti funzionanti. E la portata d’acqua degli acquedotti di Roma, fu superata solo da quello di New York, nel 1926. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Lampada Etrusca e la devozione a Dioniso](https://scriptamanentitalia.it/lampada-etrusca-e-la-devozione-a-dioniso/) **Published:** Maggio 7, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Recentemente, un approfondito studio condotto dal gruppo di ricerca dell'[Università di Melbourne](https://www.unimelb.edu.au/) ha portato alla luce nuove interpretazioni sull'iconografia di un'antica lampada in bronzo conservata presso il **[Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona](https://cortonamaec.org/it/)** (MAEC). La ricerca, pubblicata sulla rivista *Studi Etruschi e Italici* di De Gruyter, suggerisce che l'oggetto, databile a circa 2500 anni fa, intorno al 480 a.C., periodo tardo arcaico, fosse **dedicato a. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Attualità --- ### [La battaglia del Vesuvio, 340 a.C. I romani sconfiggono i latini](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-vesuvio-340-romani-latini/) **Published:** Maggio 5, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La situazione storica](#La_situazione_storica) - [Le richieste dei latini e l’ambasciata di Annio](#Le_richieste_dei_latini_e_lambasciata_di_Annio) - [La disposizione degli eserciti](#La_disposizione_degli_eserciti) - [La punizione di Tito Manlio](#La_punizione_di_Tito_Manlio) - [Svolgimento della battaglia](#Svolgimento_della_battaglia) - [Conseguenze della battaglia](#Conseguenze_della_battaglia) La **battaglia del Vesuvio**, combattuta nel **340 a.C.** tra la repubblica romana e il popolo dei latini, è una delle più importanti battaglie romane dell’epoca alto-repubblicana. Ebbe luogo nei pressi del Vesuvio, vicino alla città di Neapolis, e vide la vittoria dell’esercito di Roma grazie a Pubio Decio Mure, che morì sacrificando la vita in battaglia, e ad una scelta tattica dell’altro generale, Manlio Imperioso Torquato. ## La situazione storica La **battaglia del Vesuvio** si inserisce nella lotta tra romani e latini per il controllo della regione del Lazio. Secondo Tito Livio, i Latini, con il pretesto di prepararsi alla guerra contro i Sanniti, tenevano in realtà delle riunioni segrete in cui pianificavano un’offensiva contro i romani, probabilmente con la collaborazione dei Campani. Nonostante il tentativo di mantenere segreti i loro propositi, a Roma giunse la notizia dell’imminente attacco, attraverso alcune delazioni. Questo portò alla richiesta delle dimissioni anticipate dei consoli in carica per accelerare le elezioni dei successori e affrontare immediatamente la crisi. Venne quindi instaurato un regno temporaneo guidato da Marco Valerio e Marco Fabio, durante il quale vennero nominati i due nuovi consoli: **Tito Manlio Torquato e Publio Decio Mure**. ## Le richieste dei latini e l’ambasciata di Annio Nel frattempo, i Latini organizzarono un’assemblea per discutere la situazione e proporre ai romani un accordo prima di dichiarare guerra. Il pretore latino **Annio**, di fronte all’assemblea riunita, evidenziò come, nonostante l’apparente uguaglianza, i romani si comportassero da padroni e propose che romani e latini avessero diritti equivalenti, inclusa la possibilità di **nominare un console di origine latina ogni anno.** Inoltre, Annio fece notare come i romani, negli ultimi tempi, avessero accettato delle sfide alla loro autorità, il che fu interpretato come segno di debolezza da parte di Roma. Le proposte di Annio vennero accolte con grande entusiasmo e gli venne conferito il potere di agire e parlare per conto del popolo latino di fronte al Senato di Roma. Quando i magistrati latini, guidati da Annio, arrivarono a Roma, il Senato li ricevette sul **Campidoglio**. Annio si espresse con grande fermezza, quasi come se fosse un generale vittorioso, rimproverando subito i romani per il loro trattamento dispotico. Il delegato latino disse che i suoi cittadini erano disposti alla pace, ma chiedevano come condizione irrinunciabile la **nomina di un console che provenisse da una delle città latine**, oltre ad una rappresentanza latina nel Senato romano, per formare un unico popolo e stato. Annio suggerì inoltre che **la capitale del nuovo Stato unificato potesse essere una città latina,** mentre il nome del popolo sarebbe stato quello di “Romani.” A queste parole, il console romano **Tito Manlio reagì con grande sdegno.** Manlio ricordò i precedenti accordi tra romani e latini, stipulati subito dopo la [**battaglia del lago Regillo**](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-lago-regillo/ "battaglia del lago Regillo"), che aveva dimostrato la forza militare dei romani. Manlio disse inoltre che le richieste latine rappresentavano un chiaro tradimento dei patti. Di fronte a questa reazione, Annio decise di allontanarsi, ma mentre scendeva le scale per abbandonare il Campidoglio **scivolò sui gradini**, cadendo e battendo la testa con tale violenza da perdere i sensi. I latini interpretarono questo segno come simbolo della rottura dei trattati. Torquato, testimone oculare della caduta di Annio, interpretò l’incidente come la volontà degli dei di scatenare la guerra ed esortò i romani a prendere le armi. Le sue parole eccitarono la folla romana, tanto che i delegati latini furono costretti a scappare. Il Senato **approvò immediatamente la dichiarazione di guerra** e i consoli arruolarono due eserciti, marciando attraverso i territori dei Marsi e dei Peligni e unendosi ai Sanniti, in quel momento loro alleati, vicino alla città di Capua, dove i Latini avevano già concentrato le loro forze. ## La disposizione degli eserciti La disposizione tattica della battaglia seguì la cultura militare del periodo. I romani avevano abbandonato il tipico scudo ovale e la formazione a falange, che derivava dal mondo greco, e avevano adottato la formazione manipolare, secondo quanto ci conferma lo stesso Tito Livio. I manipoli romani erano divisi in tre linee: gli **hastati**, con il compito di sopportare il primo attacco, rappresentavano la prima fila. Qualora gli hastati non fossero riusciti a vincere l’avversario e si fossero trovati in difficoltà, sarebbero arretrati lasciando il posto alla seconda fila, composta dai **principes**, soldati più maturi e meglio equipaggiati. Se nemmeno i principes avessero avuto ragione del nemico, la terza linea, composta dai **triarii**, i veterani, sarebbe intervenuta nella fase decisiva della battaglia. I Latini, che avevano la stessa cultura militare dei romani, utilizzarono un equipaggiamento e un’organizzazione speculare. I generali dei due schieramenti ordinarono ai loro uomini di mantenere le posizioni senza prendere iniziative personali, per non perdere di coesione. ## La punizione di Tito Manlio Poco prima della battaglia, **Tito Manlio**, il figlio del console romano e capo di uno squadrone di cavalleria, si imbatté casualmente in alcuni cavalieri della città latina di Tuscolo guidati da **Gemino Mecio.** Dopo un breve scambio verbale, Manlio accettò una sfida a duello lanciata da Mecio, nonostante le regole militari romane proibissero in maniera categorica tali iniziative personali. Il duello si svolse con grande violenza, Manlio colpì dapprima l’elmo del nemico e poi, in una seconda carica, il cavallo di Mecio: quest’ultimo, sbalzato dalla sella, venne ucciso da Manlio mentre tentava di rialzarsi. Manlio raccolse le armi dell’avversario e tornò trionfante all’accampamento romano, presentando le spoglie al padre come prova della sua vittoria e del suo valore. Ma nonostante l’atto eroico, il console **condannò il figlio** per aver disatteso i suoi ordini e violato gravemente la disciplina militare. In un atto di estrema severità, **ordinò l’esecuzione del figlio davanti all’esercito**, che venne portata a termine direttamente nell’accampamento, scuotendo profondamente l’animo dei legionari, che reagirono con orrore e lutto. Il corpo di Manlio venne cremato con onori militari. L’incidente, oltre a diventare un esempio storico della severità dei generali romani, lasciò un segno importante nei soldati, che iniziarono a comportarsi con grandissima disciplina, diventando più efficienti durante i turni di guardia, il cambio delle sentinelle e nelle operazioni di picchetto. Poco prima della battaglia, i consoli romani Decio e Manlio eseguirono dei sacrifici agli dèi. L’aruspice preannunciò dei risultati favorevoli per Manlio, mentre Decio ricevette un segno meno chiaro, che venne subito interpretato come la necessità di un sacrificio personale durante lo scontro. ## Svolgimento della battaglia La battaglia iniziò con **Manlio alla guida dell’ala destra e Decio alla sinistra.** Inizialmente le forze combatterono con grande ardore e inequilibrio, ma dopo qualche ora gli hastati romani iniziarono a cedere di fronte alla pressione dei latini e si ritirarono, come previsto, verso i Principes, il che creò comunque un momento di smarrimento tra le truppe romane. Di fronte alla situazione critica, Decio prese una storica decisione. Chiamò **Marco Valerio**, il Pontefice Massimo presente sul campo di battaglia, per compiere un rito di sacrificio. Seguendo le istruzioni del Pontefice, Decio si vestì con la toga pretesta, si coprì il capo e pronunciò una preghiera solenne, dove **offriva la sua vita in cambio della protezione degli dèi per la vittoria di Roma.** Dopo essersi cinto la toga, montò a cavallo, armato, e si lanciò coraggiosamente tra i nemici, causando panico e terrore nelle loro fila. La sua figura appariva quasi sovrumana, come fosse un messaggero celeste inviato a placare l’ira divina. Decio cadde sotto una pioggia di frecce e la sua morte segnò il punto di svolta della battaglia. Le truppe latine cominciarono a perdere di coesione e a ritirarsi in modo disordinato, spaventate dalla sua audace incursione, come se gli dèi avessero deciso di abbandonarli. I romani si lanciarono all’attacco, recuperando il terreno. I latini tuttavia cominciavano a resistere e così il console Manlio, dopo aver ricevuto la notizia della morte e del sacrificio del suo collega Decio, prese una decisione tattica e organizzò una trappola. Diede ordine alle truppe di riserva, i cosiddetti “Accensi”, di avanzare in prima linea, per dare l’impressione ai latini che i romani stessero esaurendo le loro forze e fossero costretti a schierare gli ausiliari. I latini caddero nell’inganno e, credendo di aver quasi vinto lo scontro, mandarono avanti i loro veterani triarii, nonostante fossero stanchi e male equipaggiati. Al momento cruciale, i triarii romani, che erano rimasti in riserva sul fondo del campo di battaglia, si alzarono e si unirono allo scontro. Questo cambio di forze causò il panico e disordini tra i latini, che iniziarono a scappare precipitosamente. La carica finale dei romani risultò devastante: i latini soffrirono pesanti perdite, tanto che solo un quarto dei loro uomini riuscì a salvarsi. ## Conseguenze della battaglia I latini sconfitti si ritirarono presso la cittadina di Minturno. Il loro accampamento venne abbandonato e catturato dai romani dove molti, soprattutto Campani, vennero catturati e uccisi. Il corpo di Decio, coperto di frecce e circondato da nemici caduti, venne recuperato il giorno dopo e gli furono tributati i massimi onori. Dopo il conflitto, i romani riuscirono ad imporre la loro autorità sui latini, estendendo la loro influenza su buona parte del Lazio e ridefinendo a proprio vantaggio gli accordi con le popolazioni circostanti. FONTI - Livio, *Ab Urbe condita*, VIII, 3-6. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [La battaglia del monte Gauro, 343 a.C. Il primo scontro romani-sanniti](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-monte-gauro-343/) **Published:** Aprile 26, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La datazione della battaglia](#La_datazione_della_battaglia) - [Lo scoppio della prima guerra sannitica](#Lo_scoppio_della_prima_guerra_sannitica) - [Svolgimento della battaglia](#Svolgimento_della_battaglia) - [I dubbi sulla storicità della battaglia](#I_dubbi_sulla_storicita_della_battaglia) La **battaglia del Monte Gauro**, avvenuta nel 343 a.C., fu la prima battaglia della prima guerra sannitica e fu il primo scontro militare documentato tra i Romani e i Sanniti. Ci viene descritta esclusivamente da Tito Livio, nel settimo libro della sua storia di Roma, “Ab Urbe condita”. La battaglia fu guidata dal console **Marco Valerio Corvo**, che sconfisse dopo un duro scontro i Sanniti presso il **Monte Gauro, vicino a Cuma, in Campania.** Gli storici moderni ritengono che la battaglia potrebbe essere stata inventata successivamente, durante la revisione della storia romana operata nel periodo augusteo. ## La datazione della battaglia Un elemento dibattuto è la data in cui la battaglia si sarebbe verificata. Tito Livio, com’era consuetudine a Roma, datava la battaglia **annotando quali consoli erano in carica in quell’anno**. Per quanto riguarda lo scontro, Tito Livio ci riferisce che l’episodio avvenne durante il terzo consolato di Marco Valerio Corvo e il primo di Cornelio Cosso. Convertita nel calendario in utilizzo in Occidente, secondo la tradizionale cronologia di Varrone, che Livio tuttavia non usò, la data **diventa 343 a.C.** Gli storici moderni hanno dimostrato che la cronologia varroniana data la prima guerra sannitica 4 anni troppo presto, a causa dell’inclusione di alcuni anni collegati alla presenza di dittatori romani che non sono poi realmente esistiti. Nonostante questa ben riesaputa inesattezza, la cronologia varroniana rimane comunque in uso per convenzione anche nella letteratura accademica. ## Lo scoppio della prima guerra sannitica Secondo il resoconto di Tito Livio, la prima guerra sannitica scoppiò nel momento in cui i **Sanniti attaccarono i Sidicini**, una tribù che viveva nel nord della Campania. I Campani, la cui capitale era la città-stato di Capua, inviarono immediatamente un esercito in aiuto dei Silicini, ma vennero sconfitti dai Sanniti. Così i Sanniti riuscirono ad invadere la Campania, vincendo una seconda battaglia nella pianura immediatamente vicino alla città di Capua, che era seriamente in pericolo. I Campani furono costretti a chiedere aiuto ai Romani, che rappresentavano una potenza militare emergente nel Lazio. I Romani avevano tuttavia siglato un trattato di non belligeranza con i Sanniti e inizialmente si dimostrarono restii a violare in maniera tanto palese dei patti. I Capuani, disperati, promisero ai romani che se li avessero aiutati, avrebbero addirittura regalato la città a Roma, tramite il rito della “Deditio”. I romani si trovavano di fronte ad una occasione irripetibile di ottenere il controllo di una città ricca e influente. Così inviarono degli ambasciatori presso i Sanniti, spiegandogli che Capua apparteneva ora ai romani, e chiedendogli di non attaccare. La delegazione romana e quella dei sanniti però, forse per una tracotanza da parte di questi ultimi, non fu in grado di trovare un accordo, e si arrivò alla guerra. L’esercito romano fu affidato ai due consoli Marco Valerio Corvo e Aulo Cornelio Cosso. Il primo condusse la propria legione in Campania, mentre Cosso portò i suoi soldati nel Sannio, attuando la tattica della manovra a tenaglia. ## Svolgimento della battaglia Valerio accampò il suo esercito presso il monte Gaurus e diede immediatamente ordine di confondere i movimenti dei Sanniti attraverso **rapide incursioni di disturbo** operate dalla fanteria leggera e dagli arcieri. Nel frattempo, preparò il grosso della fanteria e della cavalleria per la battaglia. Quando si sentirono pronti, i Romani abbandonarono l’accampamento e iniziò lo scontro. La battaglia andò avanti per qualche ora, ma nessuna delle due parti riuscì a prevalere sull’altra in quanto le forze si equivalevano. Valerio ordinò quindi una **carica di cavalleria** nel tentativo di sfondare le linee sannitiche. Purtroppo, la mossa romana fallì e la cavalleria fu costretta a ritirarsi con un nulla di fatto. Dopo il fallimento della sua idea, Valerio smontò da cavallo e decise di condurre di persona un **assalto della fanteria.** Ancora una volta però le linee dei Sanniti non si spezzarono, nonostante avessero subito degli ingenti perdite. La battaglia durava ormai da molto tempo e stava sopraggiungendo il tramonto. I Romani erano stanchi, ma resistevano per la rabbia e la delusione di non essere ancora riusciti a superare il nemico. Valerio chiamò di nuovo a raccolta i suoi soldati che decisero di sferrare **un ultimo attacco.** Alla fine i Sanniti furono costretti a cedere ed iniziarono a fuggire. I Romani, esausti ma vittoriosi, iniziarono a rinseguirli. Una gran parte dei Sanniti sarebbe stata annientata se il calare della notte non avesse posto fine all’inseguimento. Secondo Tito Livio, interrogati sul motivo che li aveva portati a fuggire, i Sanniti risposero che *“gli occhi dei Romani, che sembravano ardere, insieme con la loro espressione furiosa e lo sguardo frenetico li avevano terrorizzati.”* Durante la notte, i Sanniti preferirono abbandonare il campo di battaglia e lasciarono che i Romani prendessero possesso del loro accampamento. I campani uscirono da Capua per congratularsi con i Romani per la loro vittoria. Tito Livio registra altre due vittorie romane contro i Sanniti, una compiuta da Cornelio Cosso, nella battaglia di **Saticula**, e una seconda condotta da Valerio Corvo nella battaglia di **Suessula**. Alla fine della stagione militare, entrambi i consoli vennero ricompensati a Roma con un trionfo. Anche i **cartaginesi**, che avevano stipulato un trattato di amicizia con i Romani nel 348, si congratularono per le loro vittorie, inviando addirittura una **corona d’oro del peso di 25 libbre** che fu esposta nel Tempio di Giove Ottimo Massimo. Secondo i Fasti Triumphales, Valerio e Cornelio celebrarono i loro trionfi il 21 e il 22 settembre. Negli anni successivi si registrarono pochi combattimenti, tanto che la prima guerra sannitica terminò nel 341, quando i Sanniti chiesero di rinnovare la pace e accettarono l’alleanza romana con i Campani. ## I dubbi sulla storicità della battaglia Gli storici moderni **non credono alla versione fornita da Tito Livio**. Le scene di battaglia raccontate dal cronista romano sembrano per lo più delle libere ricostruzioni elaborate dalla sua fantasia e dalle sue fonti. Le perdite dei Sanniti sono state valutate da tutto il mondo accademico come chiaramente esagerate. Anche il ruolo di Valerio Corvo negli eventi della prima guerra sannitica potrebbe essere stato enfatizzato. Anche perchè, come sostiene lo studioso **Salmon**, la principale fonte di Tito Livio relativamente a questi fatti sarebbe **Valerio Antia**, il quale è noto per esagerare i numeri delle battaglie. Vi è da considerare che le testimonianze dei Fasti Triumphales registrano effettivamente una vittoria romana nel 343 e confermano che in questo periodo i Romani avevano maggiori probabilità di sconfiggere i Sanniti su un terreno pianeggiante che montuoso. Per questo motivo l’ipotesi più plausibile è che ci sia stata **una sola battaglia nel 343**, combattuta presso la periferia di Capua, e in particolare vicino al **santuario di Giunone-Gaura** che Livio, o le fonti su cui si è basato, confusero poi con il nome del Monte Gaurus. Questo spiegherebbe inoltre la descrizione di Livio dei Capuani che escono per congratularsi con i Romani. La battaglia potrebbe non essere stata una disfatta così totale dei Sanniti. Bisogna infatti tenere conto che i combattimenti interrotti del calare della notte vennero spesso utilizzati dagli storici romani per mascherare le proprie sconfitte o le vittorie di misura. Anche la ricostruzione eccessivamente entusiasta viene respinta da Oakley, nel suo trattato del 1998, che non crede ad una serie così sfolgorante e numerosa di successi romani. FONTI - Tito Livio, Ab Urbe Condita, VII.29.3–32.1–2. - Oakley, S. P. (1998). A Commentary on Livy Books VI–X, Volume II: Books VII–VII. Oxford: Oxford University Press - Salmon, E. T. (1967). Samnium and the Samnites. Cambridge University Press ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [La battaglia del fiume Allia, 390 a.C. I Galli sbaragliano i romani](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-fiume-allia-390-ac/) **Published:** Aprile 25, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Lo scoppio della guerra tra Sènoni e Romani ](#Lo_scoppio_della_guerra_tra_Senoni_e_Romani) - [Dimensioni e composizione degli eserciti](#Dimensioni_e_composizione_degli_eserciti) - [La battaglia dell’Allia: il resoconto di Tito Livio](#La_battaglia_dellAllia_il_resoconto_di_Tito_Livio) - [La battaglia dell’Allia: il resoconto di Diodoro Siculo](#La_battaglia_dellAllia_il_resoconto_di_Diodoro_Siculo) - [La battaglia dell’Allia: il resoconto di Plutarco](#La_battaglia_dellAllia_il_resoconto_di_Plutarco) - [Le conseguenze](#Le_conseguenze) La **battaglia del fiume Allia** venne combattuta nel 390 a.C. tra la tribù gallica dei **Sènoni**, guidati dal condottiero **Brenno** e l’esercito della Repubblica Romana. La battaglia è stata datata dallo storico romano Varrone nel 390 a.C. basandosi sul racconto di Tito Livio. La battaglia dell’Allia rappresenta una delle peggiori sconfitte della prima storia repubblicana romana, che diede luogo al sacco di Roma da parte di Brenno, sempre nello stesso anno. ## Lo scoppio della guerra tra Sènoni e Romani I **Sènoni** erano una delle tribù galliche che avevano invaso l’Italia settentrionale negli anni precedenti. Stabilitisi sulla costa adriatica, avevano posto la loro capitale presso l’attuale **Rimini**. Secondo il resoconto di Tito Livio, i Senoni vennero chiamati per via di una lite interna alla corte della città etrusca di Chiusi, nell’odierna Toscana. Il re di **Chiusi**, detto Lucumone, governava la città con giustizia, ma suo figlio aveva violentato la moglie di un giovane aristocratico, **Aruns**, il cui scopo divenne quello di vendicarsi. Fu proprio Aruns a chiamare i Sènoni, invitandoli a conquistare la città. Quando i guerrieri galli si presentarono di fronte alle mura di Chiusi, gli abitanti chiesero immediatamente aiuto ai Romani, che rappresentavano una potenza emergente in grado di proteggerli. I Romani decisero di mandare alcuni ambasciatori ed in particolare i tre figli di **Marco Fabio Ambusto**, uno degli aristocratici più potenti e influenti della città. Gli ambasciatori intimarono subito ai Galli di non attaccare Chiusi, promettendo che, se si fossero permessi, i Romani sarebbero subito corsi in aiuto degli alleati. Dopodiché chiesero di intavolare delle trattative di pace. I Senoni risposero con una proposta di accordo: la pace sarebbe stata siglata se gli abitanti di Chiusi avessero concesso loro delle terre. L’incontro diplomatico, soprattutto per la troppa sicurezza degli ambasciatori romani, prese una brutta piega e terminò nel peggiore dei modi: scoppiò un alterco e una rissa tra i delegati romani e i rappresentanti dei Senoni, durante la quale **i romani uccisero un generale Senone.** L’episodio era particolarmente grave, dal momento che, secondo il diritto comune a tutti i popoli antichi, gli ambasciatori dovevano sempre essere neutrali. Così i Galli si ritirarono e dichiararono guerra poco dopo. Lo storico romano **Dionigi di Alicarnasso** fornisce una descrizione parzialmente diversa sullo scoppio della guerra. Secondo Dionigi, il Lucumone, il re della città di Chiusi, assegnò la **tutela di suo figlio** al nobile Aruns prima di morire. Una volta divenuto adulto, il giovane figlio del re si sarebbe innamorato della moglie di Aruns, seducendola. Aruns, per vendicarsi, avrebbe compiuto un viaggio nelle Gallie con lo scopo apparente di vendere vino, olive e fichi alle tribù lì stanziate. I Galli, che non avevano mai visto tali delizie, chiesero la loro provenienza. Aruns rispose che questi meravigliosi prodotti della terra provenivano da campi vasti e fertili, abitati da poche persone, nemmeno capaci di difendere il territorio. Aruns consigliò loro di scacciare quelle genti e di godere di quei frutti, come se fossero stati loro. Così i Galli si convinsero a marciare contro Chiusi e dichiarare guerra al resto delle città della zona. Dionigi aggiunge qualche dettaglio anche riguardo la missione diplomatica romana. In particolare dice che **Quinto Fabio**, uno degli ambasciatori romani, fu il responsabile della morte di uno dei condottieri Galli, i quali chiesero immediatamente che i fratelli del colpevole fossero consegnati come punizione per il reato commesso. Quando gli ambasciatori dei Sènoni giunsero a Roma per **chiedere ufficialmente la consegna** dei tre fratelli di Quinto Fabio, il Senato si ritrovò in grave difficoltà, dal momento che nessun senatore voleva prendere posizione contro la potente famiglia aristocratica dei Fabii. Al contempo, per evitare di essere accusati dello scoppio della guerra contro i Galli, i senatori scelsero di rimandare la decisione al popolo. Tito Livio scrive testualmente che *“i responsabili della decisione furono alcuni tribuni militari, eletti con poteri consolari”.* I Galli nel frattempo erano infuriati, in quanto l’offesa era gravissima e l’atto degli ambasciatori non poteva rimanere impunito, cosicché, consapevoli che il popolo romano avrebbe certamente rifiutato la loro proposta, decisero di marciare su Roma. Tito Livio continua a scrivere: *“in risposta al tumulto causato dalla loro rapida avanzata, le città terrorizzate corsero alle armi e i contadini fuggirono dalle campagne. Ma i Galli con le loro grida, ovunque andassero, continuavano a rassicurarli, garantendogli che la loro unica destinazione era Roma.”* ## Dimensioni e composizione degli eserciti Non conosciamo l’esatto numero dei combattenti coinvolti nella battaglia. Plutarco scrive che i Romani avevano circa 40.000 uomini, ma che la maggior parte di essi non era addestrata all’uso delle armi. Dionigi di Alicarnasso riferisce invece che i Romani disponevano di quattro legioni ben addestrate, oltre ad un certo numero di ausiliari, arruolati sempre tra i cittadini. Diodoro Siculo scrive che i Romani avevano 24.000 soldati. Tito Livio non fornisce cifre specifiche. Quale può essere un numero veritiero? Gli storici moderni, soprattutto **Gary e Scullard,** stimano che i Romani avessero 15.000 soldati, mentre i Galli disponessero di un contingente che andava dai 30.000 ai 70.000 uomini. Peter Ellis fornisce invece una stima di 24.000 uomini, basandosi sul presupposto che i Romani avevano quattro legioni, e dal momento che ogni console aveva due legioni sotto il suo comando e ogni legione aveva 6.000 uomini, 24.000 non può che essere il totale. Al contrario, Ellis ritiene che l’esercito dei Senoni non poteva contare più di 12.000 effettivi. Queste cifre però sono sostanzialmente inattendibili. Il numero delle legioni romane fu aumentato a quattro solo più tardi in quel secolo, durante la Seconda Guerra Sannitica, e la prima testimonianza dell’impiego di quattro legioni avvenne solamente nel 311 a.C. I Romani avevano anche degli altri comandanti militari oltre ai consoli: il pretore, istituito nel 366 a.C., e il proconsole, che era un console che riceveva una proroga del suo mandato di comando militare, pratica iniziata nel 327 a.C. Le prime notizie storiche di consoli alla guida di più legioni risalgono al 299 a.C., durante la guerra con gli Etruschi, e ne abbiamo piena contezza durante la Terza Guerra Sannitica. Dal momento che la battaglia dell’Allia ebbe luogo agli albori della storia dell’esercito romano, quando questo era molto più piccolo e la sua struttura di comando molto più semplice, è necessario ridurre drasticamente le cifre. È molto probabile che l’esercito romano disponesse solamente di due legioni e che i due consoli fossero gli unici comandanti militari, ciascuno a capo di una legione. Vi è anche da considerare che le legioni romane contavano 6.000 uomini solo in poche occasioni eccezionali. Agli albori della Repubblica, quando si svolse la battaglia dell’Allia, è molto più probabile che ogni legione contasse solamente 4.200 effettivi, e anche volendo considerare una legione a pieni ranghi, il numero arriverebbe al massimo a 5.200. Bisogna anche tenere conto della dimensione dell’allora popolazione di Roma. In quel periodo storico, Roma era una città-stato di importanza esclusivamente regionale, con un territorio che non si estendeva oltre le 30 miglia della città, corrispondenti a 50 chilometri. Dal momento che, secondo le stime di Cornell, la popolazione di Roma alla fine del VI secolo oscillava tra 25.000 e 50.000 persone, abbiamo un ulteriore motivo per ridimensionare il numero degli effettivi. Alcune prove archeologiche mostrano inoltre che nel V secolo a.C. si era verificata una recessione economica, condizione che avrebbe impedito la crescita della popolazione. È vero che il territorio di Roma era aumentato del 75% all’inizio del IV secolo, ma la maggior parte dell’aumento di terre era stato causato dalla recente conquista della città di Veio e del suo territorio, e non da un effettivo incremento della cittadinanza romana. Non ultimo, è necessario considerare che i Romani non ebbero molto tempo per prepararsi adeguatamente alla battaglia, poiché dopo la lite fra gli ambasciatori romani e gli emissari galli, questi marciarono immediatamente su Roma, che distava solamente pochi giorni di marcia. ## La battaglia dell’Allia: il resoconto di Tito Livio Circa lo svolgimento della battaglia dell’Allia abbiamo fondamentalmente due resoconti antichi: uno di Tito Livio e l’altro di Diodoro Siculo. Secondo **Tito Livio**, a Roma non vennero prese delle misure speciali per contrastare l’arrivo dei Galli, tanto è vero che le tasse per preparare l’esercito non furono maggiori di quelle che normalmente si riscuotevano per le ordinarie campagne belliche. I Galli marciarono su Roma così rapidamente che i Romani **rimasero sbalorditi** dalla loro velocità di movimento: la loro impreparazione si era manifestata sia nella fretta con cui avevano radunato l’esercito, come se si dovesse fare fronte ad un’emergenza improvvisa, sia nella difficoltà a preparare gli armamenti. I Romani, presumibilmente in inferiorità numerica, si incontrarono con i Galli nella **confluenza orientale del fiume Tevere e del torrente Allia**. Sin dalle prime mosse, l’esercito romano, guidato da Quinto Sulpicio Longo, dimostrò disorganizzazione. Questi non allestirono un accampamento né pensarono di costruire alcun bastione difensivo. I soldati non eseguirono nemmeno sacrifici in onore degli dei, come invece avrebbero dovuto fare. L’esercito romano pensò di allungare le ali del suo contingente di fanteria per evitare un accerchiamento, ma questa mossa rese la loro linea di combattimento **talmente sottile e debole** che il centro difficilmente avrebbe retto all’assalto dei Galli. I Romani ritennero comunque di posizionare alcune riserve su una collina, situata a destra del campo di battaglia. Brenno, il capo dei Senoni, si accorse del movimento e sospettò immediatamente che il contingente nascosto sulla collina fosse uno stratagemma, capendo subito che quelle truppe di riserva avrebbero attaccato alle spalle il suo esercito mentre era impegnato nel combattimento. Così decise di **attaccare direttamente la collina per sorprendere l’avversario**. I Romani furono immediatamente presi dal panico. I soldati sull’ala sinistra gettarono le armi senza nemmeno lottare e fuggirono sulla riva del Tevere. I Galli, con la loro cavalleria, uccisero i fuggitivi, che tra l’altro si ostacolavano a vicenda in una fuga disordinata. Coloro che non sapevano nuotare o che erano appesantiti dalle armature, annegarono nel fiume. La maggior parte dei sopravvissuti Romani raggiunse Veio, la città etrusca recentemente conquistata da Roma e situata vicino all’altra sponda del fiume. I legionari erano talmente sconvolti che non mandarono nemmeno un messaggero per avvertire Roma della disfatta. I soldati posizionati sull’ala destra, più lontana dal fiume e più vicina alla collina, fecero invece ritorno a Roma. Secondo il resoconto di Tito Livio, i Galli furono alquanto sorpresi di quanto fosse stata facile la loro vittoria. ## La battaglia dell’Allia: il resoconto di Diodoro Siculo Lo storico greco Diodoro Siculo fornisce una versione con alcune differenze. Secondo il suo resoconto, i Romani marciarono e attraversarono il fiume Tevere. Diodoro è l’unico storico antico che colloca la battaglia sulla riva destra del fiume. I Romani avrebbero schierato le loro truppe migliori, i 24.000 uomini, nella pianura, posizionando le truppe più deboli sulla collina. Anche i Celti si schierarono, posizionando, al contrario, **i loro migliori uomini sulla collina,** vincendo facilmente lo scontro. Il grosso dei soldati romani, che si trovava nella pianura, fuggì in modo **disordinato** verso il fiume, sempre ostacolandosi a vicenda. I Celti uccisero gli uomini fin nelle retrovie. Alcuni cercarono di attraversare il fiume indossando le loro armature, che secondo Diodoro apprezzavano più del valore della loro vita, ma che evidentemente li appesantivano fino a causarne l’annegamento. Solo pochissimi riuscirono, con estrema fatica, a raggiungere la sponda del fiume. Mentre i Galli continuavano ad uccidere i Romani, alcuni soldati decisero finalmente di gettare via le armi e attraversare il fiume a nuoto. Ma i nemici lanciarono loro dei giavellotti, colpendoli ripetutamente. La maggior parte dei sopravvissuti fuggì a Veio. Alcuni riuscirono a tornare a Roma, riferendo che l’esercito era stato completamente distrutto. ## La battaglia dell’Allia: il resoconto di Plutarco Plutarco, che fornisce una cronaca molto più scarna e riassuntiva della battaglia, scrive invece che i Galli si erano accampati vicino alla confluenza dell’Allia con il Tevere, a 18 chilometri da Roma, e che i Romani erano stati attaccati improvvisamente. Vi era stata una battaglia, parole testuali di Plutarco, *“disordinata e vergognosa”*. L’ala sinistra romana fu spinta nel fiume e distrutta, mentre l’ala destra si ritirò davanti all’attacco dei Galli in prossimità della collina, e la maggior parte di loro fuggì a Roma **senza nemmeno combattere**. Il resto dei sopravvissuti fuggì invece di notte a Veio. Plutarco riferisce che i Romani pensavano che la città fosse perduta e che tutto il popolo sarebbe stato rapidamente ucciso. ## Le conseguenze Secondo Polibio, i Sènoni **catturarono Roma tre giorni dopo**, tranne il Campidoglio, saccheggiando e distruggendo la città, in quello che passò alla storia come il sacco di Roma del 390 a.C. Il danno a Roma fu ingente, soprattutto perché, oltre alle ricchezze, furono anche distrutti gli archivi di Stato, che cancellarono per sempre il ricordo di buona parte della storia romana monarchica. Fu esattamente in questo contesto storico che Brenno, avendo imposto il pagamento di ingenti quantitativi d’oro per liberare la città, avrebbe pronunciato la frase, poi passata alla storia: *“Vae victis!”, ovvero “Guai ai vinti!”.* Sul modo con cui Roma si liberò dai Galli, le versioni antiche si dividono. Secondo alcuni, Marco Furio Camillo, che era già stato dittatore e in quel momento impegnato con l’esercito ad Ardea, tornò a Roma rispondendo alla frase di Brenno. *“Non con l’oro ma con il ferro si riscatta la patria!”*, allontanando i nemici dopo una sanguinosa battaglia fuori dalle mura di Roma. Secondo altre fonti, i galli furono costretti a tornare nei loro territori per combattere contro i Veneti, ma carichi di bottino, trascorrendo gli anni successivi combattendo sia tra di loro che con altre tribù nella zona delle Alpi. Il sacco di Roma ebbe due importanti effetti. Il primo fu la nascita del cosiddetto **“Metus Gallicus”**, o “Terrore dei Galli”, un sentimento di paura che i romani nutrirono sempre nei confronti delle tribù galliche e che li rese costantemente diffidenti nei confronti di queste popolazioni, almeno fino alla conquista delle Gallie da parte di Giulio Cesare. La seconda è un importante **rinnovamento all’interno dell’esercito romano**, che aveva compreso come la formazione falangitica, mutuata dal mondo greco, non era adatta per affrontare le grandi cariche della fanteria gallica e germanica. Questa consapevolezza, portò ad una riforma che culminerà poi, specialmente dopo l’incontro con i Sanniti, nella nuova formazione manipolare, ben più adatta alla natura del territorio italico. FONTI - Tito Livio, Ab Urbe condita libri V, 37-38 - Diodoro Siculo, Bibliotheca historica. 14.113.3 - Plutarco, Vita di Camillo, 14.18-6-7 - Cary, Max; Scullard, H. H. (1980). A History of Rome: Down to the Reign of Constantine - Ellis, Peter Berresford (1998). Celt and Roman: the Celts of Italy ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [Bara romana in piombo. Trovati resti di un bambino](https://scriptamanentitalia.it/bara-romana-in-piombo-trovati-resti-di-un-bambino/) **Published:** Aprile 19, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** In uno scavo archeologico iniziato nel 2022 nel distretto metropolitano di Leeds, **nel nord dell'Inghilterra**, è emersa una scoperta straordinaria che ha coinvolto **una bara di piombo di epoca romana**, ritenuta unica nel suo genere. Si stima che il manufatto abbia oltre 1.600 anni e provenga dalla lunga occupazione romana della Gran Bretagna, durata dal 43 d.C. al 410 d.C. I servizi archeologici del West Yorkshire, che hanno guidato gli scavi, hanno rivelato che i resti inizialmente identificati nella bara appartenevano a una donna, probabilmente un'aristocratica, data la sua età stimata. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [La battaglia del Cremera e il massacro dei Fabii](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-del-cremera-e-il-massacro-dei-fabii/) **Published:** Aprile 18, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [La proposta della Gens Fabia](#La_proposta_della_Gens_Fabia) - [Lo sterminio dei Fabii](#Lo_sterminio_dei_Fabii) - [Le conseguenze della battaglia](#Le_conseguenze_della_battaglia) La **battaglia del Crèmera**, combattuta nel 477 a.C. fra i romani e gli etruschi che abitavano Veio, è una delle prime e più importanti sconfitte della storia romana. In quell’occasione, l’intera famiglia, o Gens, dei Fabii venne completamente sterminata dai nemici. La sconfitta mise Roma in serio pericolo, e la città fu ad un passo dall’assedio da parte dei Veienti. ## Il contesto storico I romani erano impegnati a risolvere delle questioni tra patrizi e plebei quando il pericolo delle incursioni da parte delle tribù vicine li costrinsero a tornare sul campo di battaglia. Vennero nominati i consoli **Fabio Ceso e Tito Verginio**. Dopo le ennesime incursioni della tribù degli Equi, Ceso mosse un grande esercito, superando il confine per devastare la loro città. Ma questi si trincerarono dietro le mura, evitando lo scontro e costringendo i romani ad un assedio. Approfittando della situazione, i guerrieri della **vicina città di Veio** inflissero una pesante sconfitta ai romani guidati dall’altro console, **Tito Verginio**, che si era mosso sul territorio con imprudenza. L’intero esercito romano sarebbe stato distrutto se Ceso non fosse intervenuto prontamente per soccorrerlo. **Iniziò quindi la guerra tra Roma e Veio**, costituita non tanto da grandi scontri campali quanto da un continuo saccheggio. La tecnica del “mordi e fuggi”, perpetrata dai guerrieri Veienti, causava ingenti danni al territorio e ai raccolti e impediva ai romani di occuparsi di altre importanti questioni sociali. ## La proposta della Gens Fabia La continua ostilità dei veienti, persistente e pericolosa, teneva costantemente i romani in sospeso. In questa situazione, **l’antichissima Gens dei Fabii** decise di presentarsi davanti al Senato e al console in carica. *“Piuttosto che un grande esercito di difensori* – disse un rappresentante della famiglia dei Fabii – *è necessaria una forza permanente, o padri coscritti, come sapete, per la guerra contro Veio. Occupatevi delle altre guerre e assegnate ai Fabii il compito di opporsi ai veienti. Ci impegniamo affinché l’onore del popolo romano sia al sicuro. È nostra intenzione condurre questa guerra come se fosse una nostra faida di famiglia, a nostre spese private. Lo Stato* – concluse l’inviato dei Fabii – *può dispensarsi dal fornire uomini e denaro per questa causa.”* Il senatori accettarono con grande entusiasmo la proposta e il console uscì dal Senato scortato da una colonna degli appartenenti alla famiglia. I Fabii diramarono immediatamente l’ordine a tutti i parenti di presentarsi armati già il giorno successivo. Nel frattempo, la notizia si era diffusa in ogni parte della città e i Fabii venivano lodati da tutti i cittadini romani. Qualche giorno dopo, l’esercito, **costituito dai 306 appartenenti alla Gens dei Fabii**, sfilò per Roma, fra gli applausi e la meraviglia degli cittadini. Tito Livio dice che tutti i soldati erano *“patrizi e dello stesso sangue”*, ed erano seguiti da una folla, composta sia da parenti e amici intimi, ma anche da tutti coloro che riponevano nei Fabii la speranza di vedere terminata la guerra contro Veio. Le persone per le strade gridavano: *“Andate nella vostra virtù e con buona fortuna e coronate la vostra impresa con un successo grandioso.”* Mentre i Fabi attraversavano il Campidoglio, i cittadini supplicavano gli dei di proteggerli e di assisterli in quel nobile intento, e di condurli presto in salvo alla loro terra natia e di ritorno presso le loro case. ## Lo sterminio dei Fabii I Fabi attraversarono la cosiddetta **“Porta Carmentale”**, ritenuta poi una via sfortunata, raggiungendo il **fiume Cremera**, in una posizione che sembrava favorevole per erigere una fortezza. I Fabii, con la loro presenza, garantivano la sicurezza dei concittadini e del territorio circostante, pattugliando il confine romano. Inizialmente i Fabii furono in grado di **interrompere i saccheggi dei Veienti**, combattendo in campo aperto e in formazioni serrate. I Romani rimasero stupiti come una sola famiglia fosse in grado di vincere contro tutto l’esercito di Veio. I guerrieri Veienti soffrirono degli attacchi dei Fabii, ma ben presto elaborarono un piano per tendere un’imboscata ai nemici. Nel corso del tempo, i Fabii diventavano **sempre più spericolati,** sicuri com’erano di vincere ogni battaglia. Avevano maturato tanto dispezzo per il nemico da considerarsi invincibili e capaci di affrontare i Veienti in qualunque luogo e momento. Questa sicurezza li aveva pervasi a tal punto che, avvistando alcune greggi a grande distanza, attraversarono imprudentemente una grande pianura, trascurando la possibile presenza di armi nemiche. Mentre i Fabii stavano **inseguendo le greggi disperdendosi pericolosamente**, i nemici li circondarono. I giavellotti cominciarono a cadere su di loro da ogni parte e mentre i Veienti si riunivano e li circondavano in numero sempre maggiore, sempre più piccolo diventava lo spazio all’interno del quale i Fabi erano costretti a fuggire. Stretti da ogni parte, i Fabii vennero **rinchiusi mano a mano in un cerchio sempre più stretto** e furono rapidamente sovrastati nel numero. I Fabii cercarono di rinunciare ad una lotta disordinata e di attaccare in un’unica direzione per liberarsi dall’accerchiamento. Si fecero quindi strada con la forza delle armi formando un cuneo. Conquistata una posizione favorevole, che gli aveva dato il tempo di respirare e di raccogliere le forze, i Fabii riuscirono a respingere le truppe che avanzavano e una manciata di loro, grazie alla buona posizione, stava addirittura per sovrastare i Veienti. Ad un passo dalla vittoria, un contingente di Veienti emerse improvviso dalla cima della collina, annullando il vantaggio dei Fabii. Iniziò così un terribile massacro: i **Fabii furono tutti sterminati, fino all’ultimo uomo.** 306 appartenenti a quell’antico clan perirono violentemente tra le lame. Solo uno di loro, poco più che un ragazzo, sopravvisse, tornando traumatizzato a Roma. ## Le conseguenze della battaglia La sconfitta metteva Roma in serio pericolo. Per affrontare la situazione, vennero subito eletti i consoli **Gaio Orazio e Tito Menenio**. Quest’ultimo fu immediatamente mandato a combattere contro i Veienti, ancora esaltati dalla vittoria. I romani conobbero però una nuova sconfitta e i nemici conquistarono il Gianicolo. I Veienti furono così ad un passo dall’assediare Roma stessa, che soffriva non solo per la guerra ma anche per la scarsità di grano. Per fortuna il **console Orazio** venne richiamato dal paese dei Volsci, affrontando i Veienti presso **Porta Collina**. L’esercito romano, con un lieve vantaggio numerico, riuscì a mettere i Veienti in difficoltà, costringendoli a ritirarsi. Ma i Veienti scelsero ancora una volta di evitare lo scontro diretto e, asserragliandosi di nuovo sul Gianicolo, si dedicarono al saccheggio. Dal Gianicolo, che fungeva come una piccola fortezza, inviavano continuamente spedizioni nel territorio dei romani, attaccando contadini e greggi. Dopo qualche tempo, i romani utilizzarono con i Veienti la **stessa tecnica da loro impiegata contro i Fabii.** I romani lasciarono pascolare volutamente delle greggi per attirare i nemici in una trappola, attaccandoli poi con un’imboscata e causando numerose perdite. Dopo degli ulteriori scontri, i Veienti si assarragliarono nel Gianicolo, ma ormai in grande difficoltà. Il console Orazio, compreso che la vittoria era vicina, attraversò il Tevere con i suoi uomini e fortificò un campo direttamente sotto la collina. Dopo combattimenti dalle alterne fortune, finalmente i Veienti furono intrappolati tra due linee di romani e furono abbattuti con grande massacro. Così l’invasione di Roma da parte di Veio venne definitivamente scongiurata. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [La battaglia della Selva Arsia, 509 a.C. Romani contro Etruschi](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-selva-arsia-509-romani-etruschi/) **Published:** Marzo 24, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Contesto storico](#Contesto_storico) - [La battaglia della Selva Arsia: lo svolgimento](#La_battaglia_della_Selva_Arsia_lo_svolgimento) - [La voce del dio Silvano e la vittoria romana](#La_voce_del_dio_Silvano_e_la_vittoria_romana) La **battaglia della Selva Arsia** venne combattuta nel 509 a.C. tra i Romani e le forze etrusche delle città di Veio e Tarquinia, guidate dal deposto re romano Lucio Tarquinio il Superbo. Lo scontro si verificò nei pressi di una foresta nota come **Selva Arsia**, nel territorio romano, e vide la vittoria dei Romani, nonostante la morte del suo console **Lucio Giunio Bruto.** La battaglia si inserisce in uno dei tentativi di Tarquinio il Superbo di riconquistare il trono, ma anche come conflitto tra Roma e le città etrusche, che temevano l’espansione dello stato romano. La battaglia, raccontata da Tito Livio, è prevalentemente leggendaria. ## Contesto storico Nel 509 a.C., il regno del re **Lucio Tarquinio il Superbo,** abile in battaglia ma spietato dittatore, venne rovesciato da due uomini. Il primo era **Tarquinio Collatino**, il quale aveva giurato vendetta contro il Superbo quando il figlio di quest’ultimo, Sesto Tarquinio, aveva violentato sua moglie **Lucrezia**, portandola al suicidio. L’altro era **Marco Giunio Bruto**. Anche la sua famiglia era stata colpita dagli eccidi operati da Tarquinio il Superbo durante la presa del potere, e, nonostante si fosse finto stupido per salvarsi la vita, meditava da tempo una vendetta. Tarquinio il Superbo, mentre stava assediando la vicina città di **Ardea**, venne a sapere che la monarchia era stata rovesciata ed era stata proclamata la Repubblica, con **Bruto e Collatino come primi due consoli.** Intenzionato a riconquistare il suo trono, contattò le città etrusche di **Veio** e **Tarquinia**, ricordando a Veio le regolari perdite che aveva subito in guerra per colpa dei Romani e le diverse terre che le erano state strappate in maniera illegale, mentre a Tarquinia ricordò i suoi legami familiari per ottenere il loro appoggio. ## La battaglia della Selva Arsia: lo svolgimento Gli eserciti di Veio e Tarquinia seguirono Tarquinio il Superbo in battaglia. Il Superbo era al comando della fanteria etrusca, mentre suo figlio **Arrunte Tarquinio** aveva il comando della cavalleria. I consoli romani si organizzarono subito con i loro contingenti. La fanteria romana era guidata dal generale **Publio Valerio**, mentre Lucio Giunio Bruto, il console, guidò personalmente gli equites, i cavalieri. Furono le cavallerie le prime a combattere. Arrunte Tarquinio si rese conto della presenza sul campo di battaglia dei littori, i magistrati che tradizionalmente accompagnavano un console, capendo che lo stesso Giunio Bruto, tra l’altro suo cugino, era al comando del contingente di cavalleria. I due uomini si caricarono in una sorta di duello personale e si trafissero a morte. Dopo il primo scontro di cavalleria venne la volta della fanteria. Romani ed etruschi combatterono per ore e il risultato, per diverso tempo, rimase in bilico. Poi, sul campo di battaglia, la situazione conobbe un’evoluzione; **l’ala destra del’esercito di Tarquinio il Superbo fu in grado di respingere i Romani,** causandone quasi la rotta, ma dall’altro lato del campo, in maniera speculare, i Romani sconfissero i Veienti. A un certo punto le forze etrusche decisero di abbandonare il campo, probabilmente temendo la disfatta completa. I Romani rivendicarono così la vittoria. ## La voce del dio Silvano e la vittoria romana La situazione era ancora incerta, ma Tito Livio riferisce che la notte dopo la battaglia, che sarebbe stata combattuta l’ultimo giorno di febbraio, si levò una voce misteriosa dai boschi, che venne interpretata come lo spirito del dio Silvano. La voce disse che “*gli etruschi avevano avuto un caduto in più rispetto ai Romani e che i Romani avevano vinto la guerra*“. Gli etruschi decisero quindi di ritirarsi, spaventati da quell’evento sovrannaturale. Il console **Valerio** raccolse il bottino degli etruschi sconfitti e tornò a Roma per celebrare il trionfo. Secondo i Fasti Triumphales, delle iscrizioni ufficiali dove i romani registravano tutte le vittorie militari, il trionfo ebbe luogo il **primo marzo 509 a.C.** Dopodiché vennero celebrati i **funerali di Bruto**, con profondo dolore da parte di tutta la cittadinanza romana. Sempre Tito Livio ci informa che più tardi, nel corso di quello stesso anno, Valerio tornò per combattere i Veienti. Non è chiaro se questa fosse la continuazione della battaglia precedente o un nuovo conflitto. Non abbiamo informazioni sull’esito di questo combattimento. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Repubblicano, Top --- ### [La battaglia di Fidene. Prima guerra fidenate](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-fidene-prima-guerra-fidenate/) **Published:** Marzo 24, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [La battaglia di Fidene: la versione dell’attacco a sorpresa](#La_battaglia_di_Fidene_la_versione_dellattacco_a_sorpresa) - [La battaglia di Fidene: la versione dell’imboscata](#La_battaglia_di_Fidene_la_versione_dellimboscata) - [Le conseguenze della battaglia](#Le_conseguenze_della_battaglia) La **battaglia di Fidene** fu uno scontro tra i romani e gli abitanti della vicina città laziale di Fidene, preoccupati dell’eccessiva espansione romana. L’esercito, guidato dal re Romolo in persona, sconfisse gli avversari usando la tecnica dell’imboscata e trasformando Fidene in una colonia romana. ## Il contesto storico Dopo la fondazione di Roma sul colle Palatino ad opera di **Romolo**, i Romani iniziarono ad espandersi militarmente con particolare aggressività ed efficacia. Tito Livio scrive che i Romani erano così potenti da poter “*competere militarmente con qualsiasi città intorno a loro*“. Effettivamente, l’esercito romano ottenne delle importanti vittorie sbaragliando prima la città di **Caenina**, poi quella di **Antemnae** e infine di **Crustumerium**. Il secondo grande scontro fu quello con i **Sabini** guidati dal re **Tito Tazio**: dopo il famoso Ratto delle Sabine, il rapimento delle donne sabine ad opera dei romani per popolare la loro nuova città e formare le prime famiglie, i Sabini affrontarono i romani nella [**battaglia del lago Curzio**](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-lago-curzio-lacus-curtius/ "La battaglia del Lago Curzio o Lacus Curtius"), dove furono sconfitti. ## La battaglia di Fidene: la versione dell’attacco a sorpresa I successivi avversari di Romolo furono gli abitanti della vicina città di Fidenae che, temendo la crescente potenza di Roma, decisero di attaccare i Romani per ridimensionare la loro espansione. Secondo la loro strategia, Roma doveva essere attaccata quando era ancora debole, prima che il suo esercito diventasse ancora più numeroso. Non abbiamo alcuna informazione su eventuali tentativi diplomatici prima della battaglia. Lo storico Plutarco racconta due versioni del conflitto. Nella prima, Roma sferra un **attacco improvviso** utilizzando un gruppo di cavalieri, i quali riescono a superare le linee nemiche e aprire le porte della città di Fidenae. Romolo sarebbe improvvisamente apparso con l’intero esercito, cogliendo i Fidenati completamente di sorpresa e occupando la loro città con poco sforzo. ## La battaglia di Fidene: la versione dell’imboscata La seconda versione, sempre raccontata da Plutarco e molto più dettagliata, parla invece di un **attacco da parte dei Fidenati**, che inviarono degli squadroni di cavalieri armati per **devastare le campagne** tra Roma e Fidenae al fine di terrorizzare gli abitanti della zona e compromettere i raccolti. I Romani reagirono immediatamente con il loro esercito. Lo stesso re Romolo, a capo del contingente romano, si diresse verso nord, seguendo il corso del fiume Tevere, arrivando **a un miglio da Fidenae.** Lasciando una guarnigione immediatamente fuori dalla città, Romolo decise di spostarsi con il grosso del suo esercito per **tendere un’imboscata** al nemico in un luogo vicino, una zona boscosa e tranquilla perfetta per cogliere i Fidenati di sorpresa. Romolo voleva attirare i nemici fuori dalle proprie mura con un piano particolarmente audace. I cavalieri romani si sarebbero dovuti avvicinare alle porte della città, simulando un attacco e poi ritirandosi al momento opportuno. I Fidenati sarebbero stati provocati e attirati fuori dalle mura per poi essere colti di sorpresa. L’agguato ebbe successo: i Fidenati aprirono le porte della città e si lanciarono contro i cavalieri romani, riuscendo a colpire i primi soldati ma raggiungendo, proprio come voleva Romolo, il luogo designato per l’imboscata, dove il grosso dell’esercito, nascosto, **sbucò all’improvviso.** I Fidenati vennero respinti facilmente e la loro città fu conquistata. ## Le conseguenze della battaglia Sempre secondo il racconto di Plutarco, Romolo decise di non distruggere Fidenae, ma scelse di farla diventare una **colonia romana**, inviando 2.500 coloni. Secondo la tradizione, tuttavia, la guerra scatenata dai Fidenati ebbe l’effetto di una febbre contagiosa, in quanto convinse anche gli abitanti di **Veio**, che si trovavano ad ovest del Tevere, che Roma stava diventando troppo potente. Romolo fu quindi costretto a combattere anche contro i Veienti, riuscendo a ottenere una prima vittoria nel territorio dei Septem Pagi, ad ovest dell’isola Tiberina, costringendo i cittadini di Veio a rientrare nei loro confini e a non infastidire i possedimenti romani. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Periodo monarchico, Top --- ### [La battaglia del Lago Curzio o Lacus Curtius](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-lago-curzio-lacus-curtius/) **Published:** Marzo 17, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Contesto storico](#Contesto_storico) - [L’ingresso dei Sabini in città](#Lingresso_dei_Sabini_in_citta) - [La battaglia del Lago Curzio](#La_battaglia_del_Lago_Curzio) - [L’intervento delle donne Sabine](#Lintervento_delle_donne_Sabine) La **battaglia del lago Curzio** rappresenta il primo scontro militare nella storia romana, svoltosi tra il regno monarchico di Roma e i Sabini, a seguito del rapimento delle donne sabine da parte dei Romani, noto come “Ratto delle Sabine” ## Contesto storico Roma fu fondata dal re **Romolo** sul Colle Palatino e presto prosperò, attirando numerosi nuovi cittadini e diventando progressivamente più grande e potente, diventando inevitabilmente una rivale nei confronti delle città limitrofe del Lazio. Roma si trovava di fronte ad un serio problema sociale: la popolazione era prevalentemente composta da giovani guerrieri maschi e con **pochissime donne da sposare**. Secondo le fonti antiche, in particolare Tito Livio, senza donne per i giovani romani, Roma *“sarebbe scomparsa nell’arco di una generazione”.* Seguendo il consiglio del Senato, Romolo **inviò ambasciatori** alle vicine città della regione, proponendo alleanze e chiedendo il diritto di poter contrarre matrimoni misti per la nuova comunità. Gli ambasciatori romani furono accolti **sfavorevolmente** ovunque: le loro proposte furono sistematicamente respinte, per via di un generale sentimento di allarme e diffidenza nei confronti di Roma. Di fronte all’impossibilità di una soluzione pacifica, Romolo decise di ricorrere ad un inganno: annunciò una festa in onore del dio Conso, invitando i cittadini delle città vicine come **Caenina, Antemnae, Crustumerium e tutta la Sabinia.** Durante i festeggiamenti, gli uomini di Romolo **rapirono le ragazze presenti,** in un episodio storico che sarebbe divenuto noto come **“Ratto delle Sabine”**, causando lo scoppio delle ostilità con tutte le città circostanti. Roma sconfisse rapidamente Caenina, Antemnae e Crustumerium. I Sabini, invece, emersero come un nemico ben più formidabile e molto più organizzato. Romani e Sabini si prepararono al conflitto per un anno: Roma rafforzò le sue difese e ottenne rinforzi da soldati albani inviati dal re Numitore, oltre a mercenari guidati da un amico di Romolo, il comandante Lucumone. Nonostante gli ultimi tentativi di risoluzione diplomatica, l’esercito sabino attaccò Roma. ## L’ingresso dei Sabini in città Il re dei Sabini, **Tito Tazio**, decise di ricorrere all’astuzia, contattando la vergine vestale **Tarpeia**, figlia del comandante della cittadella di Roma, **Spurio Tarpeio**, e offrendole una grande quantità di oro e argento in cambio della sua collaborazione per permettere ai soldati sabini di entrare in città. Secondo i cronisti **Fabio Pittore e Dionigi di Alicarnasso,** Tazio riuscì a convincere Tarpeia ad aprire le porte della città in cambio di braccialetti d’oro. Tarpeia accettò di tradire i suoi, consentendo così l’ingresso dell’esercito sabino nel cuore di Roma. Tuttavia, una volta dentro la città, i Sabini decisero di punire il tradimento di Tarpeia, uccidendola e schiacciandola sotto un mucchio di scudi. Un’altra versione, riportata da **Lucio Pisone,** sostiene invece che Tarpeia non avesse intenzione di tradire i Romani, ma che stesse in realtà ingannando i Sabini, i quali l’avrebbero uccisa dopo essersi accorti della trappola. **Tito Livio,** invece, riporta sia la versione secondo la quale la ragazza fu corrotta dall’oro dei Sabini sia la possibilità che questa fosse sempre rimasta fedele ai romani. Gli eserciti si radunarono nella **valle tra i colli Palatino e Capitolino**, in uno spazio che in futuro sarebbe diventato il Foro Romano, circondato dalle colline. I Sabini, guidati dal generale **Mettio Curzio**, e i Romani, comandati da **Osto Ostilio**, dopo alcuni scontri minori, si disposero sul campo di battaglia, dimostrando grande valore ma subendo anche ingenti perdite da entrambe le parti. ## La battaglia del Lago Curzio Il campo di battaglia fu colpito da un **temporale** che trasformò rapidamente il terreno in un pantano. Romolo e Lucumone stavano attaccando con successo le ali dell’esercito sabino, ma furono costretti a interrompere l’offensiva per soccorrere i loro compagni, poiché il centro della linea romana era vicino al collasso. Di fronte all’avanzata dei Sabini, guidata dal generale Mettio Curzio, **Romolo e Curzio decisero di confrontarsi direttamente in un duello.** Curzio fu ferito e cadde, ma mentre Romolo stava per guidare i suoi uomini contro i rimanenti Sabini, Mettio riuscì a salvarsi all’ultimo momento, sollevandosi dal fango e tornando incolume al suo accampamento. La battaglia prese una svolta drammatica quando **Romolo fu colpito alla testa da una pietra**, perdendo conoscenza. Senza la guida del loro comandante, i soldati romani vacillarono, e la situazione peggiorò ulteriormente quando un giavellotto uccise Lucumone. Romolo si riprese appena in tempo e grazie al supporto di rinforzi provenienti da Roma riuscì a contenere l’attacco dei Sabini, ristabilendo la compattezza delle linee romane. Al tramonto, i Sabini si ritirarono e i Romani cessarono il combattimento. Il giorno seguente, Romolo si trovò nuovamente in difficoltà: i Sabini esercitavano una forte pressione sui soldati romani, ormai sull’orlo del crollo. In quel momento critico, Romolo promise solennemente a **Giove** che, in cambio del suo aiuto per respingere l’attacco sabino e rinvigorire il coraggio dei Romani, avrebbe costruito e dedicato un tempio in suo onore. Con un potente grido, Romolo guidò il suo esercito contro i Sabini, mettendoli finalmente in fuga. Durante la ritirata, il generale sabino Mettio cadde nuovamente nella palude insieme al suo cavallo. ## L’intervento delle donne Sabine I Sabini opposero nuovamente resistenza, anche se ormai l’esercito romano aveva preso il sopravvento ed era sul punto di annientare l’avversario. All’improvviso, le **figlie dei Sabini**, che erano state rapite l’anno prima dai Romani, si precipitarono sul campo di battaglia, ponendosi in mezzo tra i due eserciti e dividendo i combattenti. Le donne implorarono entrambe le parti di fermare quello spargimento di sangue, dicendo di non voler perdere né i loro padri né i loro mariti. Effettivamente, le donne Sabine erano ormai rimaste incinte dei Romani, i quali si erano dimostrati ottimi mariti e padri di famiglia. Così Romolo e Tito Tazio decisero di **porre fine ai combattimenti** e di costituire una nuova società mista che avrebbe unito l’elemento romano con quello sabino. **Plutarco** fornisce ulteriori dettagli sull’intervento delle donne Sabine, spiegando che non solo posero fine alla battaglia separando i contendenti, ma portando loro anche cibo e acqua, oltre a prendersi cura dei feriti. Per decisione sia dei Romani che dei Sabini, le donne Sabine non avrebbero avuto altro dovere che *“filare la lana per i loro mariti”.* Dopo la battaglia, entrambe le parti decisero di **firmare un trattato di pace che univa i due popoli**, trasferendo il potere amministrativo a Roma. I cittadini di Roma divennero noti da quel momento come Quirites, dal nome della città di Cures, mentre Tito Tazio avrebbe comandato i suoi uomini in un regno congiunto con Romolo. In onore del sacrificio del condottiero sabino Mettio Curzio, la zona dove si era svolta la battaglia fu ribattezzata **Lacus Curtius.** FONTI - Dionigi di Alicarnasso.Libro II, capitolo 38. - Livio Storia romana: Libro I, capitolo 9 - Plutarco , Vita di Romolo , capitolo 14, paragrafi 2–6 - Eutropio . Riassunto della storia romana: Libro I , capitolo 2 ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La guerra civile tra Mario e Silla (88 - 82 a.C)](https://scriptamanentitalia.it/guerra-civile-mario-silla/) **Published:** Marzo 3, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le origini della guerra civile tra Mario e Silla](#Le_origini_della_guerra_civile_tra_Mario_e_Silla) - [L’ascesa di Gaio Mario, leader dei populares](#Lascesa_di_Gaio_Mario_leader_dei_populares) - [L’ascesa di Lucio Cornelio Silla, leader degli Optimates](#Lascesa_di_Lucio_Cornelio_Silla_leader_degli_Optimates) - [La lotta per la missione contro Mitridate](#La_lotta_per_la_missione_contro_Mitridate) - [La marcia su Roma di Silla](#La_marcia_su_Roma_di_Silla) - [Silla in Oriente e le violenze dei Populares a Roma](#Silla_in_Oriente_e_le_violenze_dei_Populares_a_Roma) - [Lo sbarco di Silla in Apulia](#Lo_sbarco_di_Silla_in_Apulia) - [Le battaglie del Monte Tifata e di Teano](#Le_battaglie_del_Monte_Tifata_e_di_Teano) - [Gli scontri finali e la battaglia di Porta Collina](#Gli_scontri_finali_e_la_battaglia_di_Porta_Collina) - [La vittoria di Silla nella guerra civile](#La_vittoria_di_Silla_nella_guerra_civile) **La guerra civile tra Mario e Silla** fu un conflitto armato che sconvolse la Repubblica Romana tra l’88 e l’82 a.C. Essa vide contrapporsi due fazioni: i **populares**, guidati da **Gaio Mario**, e gli **optimates**, guidati da **Lucio Cornelio Silla**. Le due fazioni si contendevano il controllo del potere politico e l’influenza sulla politica romana. Durante la guerra si verificarono degli episodi passati alla storia come la marcia di Cornelio Silla su Roma. Dopo le campagne militari in Oriente di Silla per combattere contro Mitridate, sillani e mariani si scontrarono sul territorio italico. Silla trionfò nella decisiva battaglia di Porta Collina dell’82 a.C e fu libero di organizzare una grande riforma dello stato romano. ## Le origini della guerra civile tra Mario e Silla L’origine della guerra civile tra Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla risiede nella lotta tra la fazione aristocratica degli optimates e quella dei populares, che voleva difendere i diritti della plebe. La società romana si trovava in serie difficoltà, soprattutto per via di un’emergenza sociale qual era la presenza di una grande massa di ex legionari, che avevano prestato servizio come soldati durante la seconda guerra punica, ma che ritornati nelle loro terre erano economicamente rovinati. Lo scontro politico era diventato ormai insanaile e la violenza era stata sdoganata sin dall’omicidio dei fratelli Tiberio e Caio Gracco, entrambi tribuni della plebe che avevano cercato di far approvare delle leggi per la ridistribuzione delle terre, pesantemente osteggiati dalla fazione aristocratica. Nel 132 a.C, Tiberio Gracco venne ucciso dai partigiani degli aristocratici nel cuore di Roma. Di lì a poco, nel 121 a.C, anche Caio Gracco si fece uccidere da uno schiavo per non cadere nelle mani dei nemici politici. ## L’ascesa di Gaio Mario, leader dei populares **Gaio Mario**, nato ad Arpino nel 157 a.C, era un “Homo Novus”, ovvero un personaggio la cui famiglia non aveva ricoperto cariche politiche rilevanti. Si distinse durante l’assedio di **Numanzia in Spagna** e ottenne il favore di **Publio Cornelio Scipione Emiliano,** il quale appoggiò la sua elezione a tribuno militare. **Mario** parteggiò immediatamente per la fazione dei **populares**, cercando di far approvare delle leggi contro la corruzione e i brogli elettorali. Si impegnò anche agli ordini di **Quinto Cecilio Metello** per combattere contro **Giugurta**, il re di Numidia, che si era ribellato all’autorità romana in Nord Africa. Gaio Mario ottenne delle importanti vittorie contro Giugurta, facendolo retrocedere nelle sue roccaforti, anche se fu il suo pretore, Lucio Cornelio Silla, a convincere Bocco, re di Mauretania, a tradire Giugurta e a consegnarlo ai Romani. Nonostante la maggior parte della popolazione romana aveva dato merito a Mario per quella vittoria, era stato Silla il vero risolutore della situazione e fu in quel momento storico che nacque la loro rivalità. Il momento di maggior gloria di Gaio Mario furono certamente le **campagne militari per contrastare le invasioni dei [Cimbri e Teutoni](https://youtu.be/vwu2-VU-TJA "Cimbri e Teutoni"),** due grandi tribù germaniche che erano migrate dai loro territori di origine e si erano scontrate contro i generali romani. Dopo le prime disastrose sconfitte romane avvenute a Noreia, Agen ed Arausio, **Gaio Mario** sconfisse i Teutoni nella battaglia di **Acque Sextiae (102 a.C) e i Cimbri a Vercelli (101 a.C**), nei pressi dei Campi Raudii, salvando Roma da una sicura invasione. Gaio Mario, diventato l’uomo più popolare di Roma, fu anche l’autore di una fondamentale **riforma dell’esercito** che, avendo sempre maggior bisogno di nuove reclute, apriva le sue porte anche ai cittadini nullatenenti, trasformandoli in soldati di professione. Nonostante la sua riforma risolse completamente il problema dell’arruolamento, rendendo l’esercito romano una macchina quasi perfetta, i soldati iniziarono ad essere più fedeli al generale che poteva garantire loro bottino e terre che al Senato romano. Senza che Mario potesse sospettarlo, la sua riforma aveva trasformato l’esercito romano nel braccio armato della guerra civile. ## L’ascesa di Lucio Cornelio Silla, leader degli Optimates **Lucio Cornelio Silla** nacque nel 138 a.C a Roma. Fu presente al comando di **Quinto Cecilio Metello**, a fianco di Gaio Mario, nella guerra contro Giugurta, ottenendo la consegna di quest’ultimo alle autorità romane. Servì come generale, sempre assieme a **Gaio Mario e Lutazio Catulo**, anche nella già citata battaglia di Vercelli contro i Cimbri. Silla fu anche protagonista di un **incontro diplomatico con i Parti**; i Romani e l’Impero dei Parti avevano avuto delle prime relazioni amichevoli, ma c’era bisogno di ratificare in maniera ufficiale il confine tra le due grandi potenze. Silla venne messo a capo della spedizione diplomatica che doveva stabilire sul fiume Eufrate il confine. In quell’occasione, Silla si incontrò con **Orobazo**, ambasciatore del re dei Parti, e con **Ariobarzane**, re di Cappadocia, stabilendo la propria autorità sui territori. Ma il vero trionfo di Lucio Cornelio Silla avvenne in occasione della **“Guerra sociale” (91 – 88 a.C),** quando gli alleati italici, che collaboravano con la potenza di Roma ma non avevano sufficienti diritti né potevano votare, si ribellarono, causando una guerra su tutto il territorio italico. Silla, posto dagli ottimati a capo degli eserciti, si dimostrò **il miglior generale sul campo**, in grado non solo di superare e vincere le forze dei soldati italici, ma oscurando le capacità e la gloria di Gaio Mario. ## La lotta per la missione contro Mitridate I rapporti tra Gaio Mario e Cornelio Silla erano ormai sempre più tesi ed ognuna delle due fazioni, gli ottimati e i popolari, si aspettava che il loro leader eliminasse l’altro. L’occasione del primo scontro tra i due avvenne per colpa di un grave problema che affliggeva le province orientali della repubblica. L’elevata ed eccessiva tassazione dei romani in oriente aveva provocato un forte malcontento nella popolazione. Di questa situazione di debolezza aveva approfittato **Mitridate VI,** il Re del Ponto, che sognava di ricostruire la gloria del suo antico impero. Mitridate iniziò ad **attaccare i possedimenti romani** e il suo esercito in poco tempo fece partire una vera e propria caccia all’uomo: tutti i cittadini romani, i loro alleati e anche coloro che parlavano vagamente latino vennero massacrati. **80.000 persone vennero brutalmente trucidate** in quelli che sono passati alla storia come “Vespri asiatici”. Roma non poteva rimanere ferma ed era necessario organizzare al più presto una campagna militare per sconfiggere Mitridate VI. In quel momento Silla era console e dunque legittimo incaricato della campagna. Ma Mario non poteva accettare che il suo principale nemico politico potesse conquistare tanta gloria e convinse il tribuno della plebe, **Sulpicio Rufo,** a far approvare una serie di leggi in favore dei populares. Uno degli effetti di queste nuove leggi sarebbe stata una votazione che avrebbe certamente assegnato il comando della missione militare contro Mitridate a Mario piuttosto che a Silla, il quale si trovava già a Nola ad organizzare la spedizione. Due tribuni vennero incaricati di presentarsi di fronte all’esercito di Silla per imporgli il ritorno a Roma. Ma questi vennero uccisi e Silla si ritrovò nella condizione di dover forzare la mano. Consapevole degli effetti della riforma di Mario, parlò ai suoi soldati, facendogli capire che era necessario **marciare su Roma** e riprendere il controllo politico. Solamente gli ufficiali si rifiutarono di eseguire un ordine tanto spericolato, mentre i legionari, ai quali Silla poteva garantire il futuro, decisero di seguirlo. ## La marcia su Roma di Silla Con sei legioni, Silla si mosse contro Roma, compiendo un’azione che passò alla storia. Egli **oltrepassò il confine sacro del pomerium**, che nessuno poteva superare in armi. Il Senato, paralizzato dalla paura, inviò dei messaggeri per cercare di comprendere le reali intenzioni di Silla. Questi rispose che si stava semplicemente occupando di “liberare la città dai tiranni”, definendo la sua marcia un intervento di “ordine pubblico”. Silla occupò Roma mentre i cittadini, osservando quell’azione con estrema preoccupazione, lanciavano oggetti contro i soldati che perlustravano la città. Il primo provvedimento di Silla fu quello di rimuovere Mario dal comando della missione militare in Asia, annullando le leggi del tribuno della plebe Sulpicio Rufo. Mario fu costretto a fuggire per la sua salvezza e si rifugiò dapprima nella città di **Minturnae**, dove alcuni, ritenendolo finito sia militarmente che politicamente, decisero di affidare a un guerriero dei Cimbri il compito di ucciderlo. Per sua fortuna, il guerriero Cimbro non ebbe la forza di uccidere un uomo così carismatico e Mario venne aiutato dalla popolazione di Minturnae a scappare in Africa. Nonostante la sua azione violenta e fuorilegge, Silla decise di rispettare le istituzioni della Repubblica, dando il via a delle libere elezioni per la nomina di nuovi consoli, che vennero vinte da **Cornelio Cinna**, leader dei Populares e braccio destro di Gaio Mario, e da **Gneo Ottavio**, che si era dimostrato imparziale. Dopodiché, riconsegnò Roma al governo del Senato e, con i suoi soldati, si diresse in Oriente per combattere contro Mitridate. ## Silla in Oriente e le violenze dei Populares a Roma Silla dimostrò la potenza del suo esercito contro Mitridate ottenendo straordinarie vittorie. Innanzitutto, attaccò la città di **[Atene](https://youtu.be/ciKgnhRGRjw "Atene")**, colpevole di essersi schierata dalla parte di Mitridate e di avergli fornito supporto militare. L’azione di Silla contro Atene fu eccezionalmente violenta: la città fu quasi completamente distrutta insieme al Pireo, il suo porto. Successivamente, il suo esercito ottenne una grande vittoria nelle battaglie di **[Cheronea ](https://youtu.be/BynSMV2Sc0Y "Cheronea ")**e di **[Orcomeno](https://youtu.be/9PP4ucDzoRQ "Orcomeno")** (entrambe combattute nell’86 a.C), sgominando i principali generali di Mitridate, fra cui **Archelao**, che fu costretto a rinunciare per sempre ai suoi sogni di dominio sull’Oriente romano. Nel frattempo, a Roma, i Populares ritornarono al potere. Cinna organizzò un esercito in Campania e Mario ritornò dall’Africa assieme al suo contingente militare. Ottavio, che in seguito si schierò dalla parte dei sostenitori di Silla, divenne il principale nemico di Cinna, ma risultò sostanzialmente impotente di fronte alla sua superiorità militare. Ne seguirono **violente repressioni anti-sillane**: tutti i principali leader della fazione di Silla vennero brutalmente uccisi e trascinati per le strade di Roma, che si riempì di violenza e conobbe momenti estremamente atroci, mentre la popolazione viveva nel terrore. La situazione subì però una svolta con la **morte di Gaio Mario**, ormai 71enne, nell’86 a.C. Cinna rimase console per i due anni successivi, ma una volta che Silla terminò le proprie campagne militari in Oriente, fu pronto a ritornare a Roma. E la guerra civile si intensificò più che mai. ## Lo sbarco di Silla in Apulia **Lucio Cornelio Cinna** e **Papirio Carbone**, i due generali che guidavano l’esercito dei Populares, radunarono i loro uomini nei pressi della città di **Ancona**. Non conosciamo esattamente le motivazioni, ma Cinna stabilì evidentemente un cattivo rapporto con i soldati tanto da essere ucciso dai suoi stessi legionari, mentre Carbone fu costretto a scappare. Nel frattempo Silla si dimostrò molto più organizzato. Partì dalla città di **Efeso** con il suo esercito e raggiunse in pochi giorni il **Pireo**, il porto della città di Atene, spostandosi poi ad Atene stessa nell’arco delle poche settimane successive. Eseguì un efficiente arruolamento di nuovi soldati fino ad costituire cinque legioni a pieni ranghi: si recò così presso la città di **Durazzo** da dove salpò verso **Brindisi** con 1200 navi da guerra. La situazione strategica degli ottimati e dei popolari era molto diversa. Mentre a Roma, il cui Senato era dominato ancora dai mariani, Silla era stato dichiarato nemico pubblico, le fonti antiche riferiscono che i popolari potevano contare su 15 generali e 450 coorti pronti a combattere. Tuttavia questi contingenti erano abbastanza disorganizzati e molto spesso guidati da generali che avevano opinioni contrastanti. Comunque, il quartier generale dei popolari venne attestato presso la città di Rimini. Nel frattempo Silla era sbarcato a Brindisi con i suoi 40.000 soldati. Da un lato si trattava di uomini veterani che lo avrebbero seguito con estrema fiducia, dall’altro il suo percorso nel territorio italico sarebbe stato particolarmente pericoloso: gli italici avrebbero quasi certamente appoggiato i popolari che potevano garantirgli la cittadinanza, mentre Silla, intransigente aristocratico, sarebbe stato visto con sospetto. Complice la loro disorganizzazione, le forze popolari non posizionarono nè inviarono nessun contingente per la protezione della Puglia, che venne conquistata da Silla senza nemmeno combattere. Il leader degli ottimati decise quindi di muoversi verso la Campania, mandando messaggi per rassicurare gli italici e garantendogli che gli avrebbe fornito non solo vicinanza e appoggio politico, ma che gli avrebbe concesso la cittadinanza a cui agognavano da tempo. L’accorta marcia di Silla ottenne i primi successi: diversi generali decisero di unirsi al suo esercito, tra cui **Metello Pio,** che veniva dalla Liguria, **Marco Licinio Crasso** dall’Africa, diversi generali mariani che decisero di cambiare schieramento e soprattutto il giovane generale **Gneo Pompeo** che, originario del Piceno, reclutò da solo tre legioni a pieni ranghi, sconfisse il generale popolare Damasippo e si presentò trionfante a Silla. ## Le battaglie del Monte Tifata e di Teano Gli scontri decisivi della prima fase delle guerre civili tra Mario e Silla si verificarono nella regione della Campania. La prima battaglia, quella del **Monte Tifata** (83 a.C), avvenne tra le forze di Silla e quelle del generale popolare **Norbano**. Silla si dimostrò nettamente superiore rispetto all’avversario, costringendo Norbano a scappare e a rifugiarsi nella città di Capua, che venne immediatamente posta sotto assedio dai Sillani. Diversa fu la situazione vicino a **Teano** (83 a.C). Silla dovette affrontare **Cornelio Scipione**, altro generale popolare. Silla decise di intavolare delle trattative per risolvere il conflitto senza l’utilizzo della forza. Durante i delicati incontri diplomatici, però, i legionari Mariani e Sillani iniziarono a fraternizzare, fino a che Silla riuscì a convincere quasi tutte le forze di Scipione a cambiare schieramento e ad unirsi alle sue file. Scipione fu costretto a scappare e Silla aveva vinto senza nemmeno combattere. ## Gli scontri finali e la battaglia di Porta Collina Nonostante le due vittorie, Silla era consapevole che i popolari avevano ancora un grande quantitativo di forze militari. Silla decise allora di dividere il suo esercito in due linee di attacco: la prima, guidata da **Metello Pio e Gneo Pompeo** si sarebbe diretta verso nord per conquistare l’Etruria e la Gallia Cisalpina, nelle mani delle forze popolari. Silla in persona avrebbe marciato attraverso la Campania per attaccare Roma da sud. La risposta dei popolari fu quella di dividere l’esercito. **Papirio Carbone** cercò di intercettare l’esercito sillano guidato da Pompeo nella zona dell’Etruria, ma inferiore, sia numericamente che come capacità sul campo di battaglia, preferì rinchiudersi nella città etrusca di **Chiusi**, dove venne immediatamente assediato. Anche **Mario il Giovane**, figlio di Gaio Mario, cercò di intercettare la marcia di Silla, ma anche lui fu costretto a rinchiudersi presso la città di **Preneste**, a sud-est di Roma, assediato dai sillani. Le forze popolari avevano quindi compiuto il loro più grande errore: quello di dividere i contingenti militari. Carbone e Mario Giovane cercarono di aiutarsi l’un l’altro, ma le forze sillane furono in grado di intercettare i loro movimenti. Dopo una serie di vittorie sillane si giunse allo scontro decisivo che avvenne il **1 novembre dell’82 a.C.** Protagonista di questo scontro, tuttavia, non fu né Carbone né Mario Giovane, ma un capo della popolazione dei Sanniti, che sin dai tempi della guerra sociale desiderava l’indipendenza da Roma e vedeva in Silla il peggiore nemico. Si chiamava **Ponzio Telesino,** al comando di un esercito misto Lucano-Sannita. Inizialmente Telesino cercò di liberare la città di Preneste dalle forze sillane ma, sconfitto, decise di cambiare la sua strategia. Abbandonò i combattimenti per Preneste e decise di attaccare direttamente Roma attraverso la via latina, che congiungeva Capua alla capitale, la quale era rimasta con pochissime forze sillane a difenderla. Telesino si accampò a pochi chilometri a nord-est di Roma presso **Porta Collina**. Roma precipitò nel terrore: Telesino aveva promesso che l’avrebbe rasa letteralmente al suolo, dicendo, riportano le fonti antiche, che era necessario “stanare dai boschi i lupi romani” per riconquistare l’indipendenza dei popoli italici. Silla dovette immediatamente abbandonare Preneste per correre in soccorso di Roma, costringendo i suoi soldati a delle estenuanti marce. Contrariamente ai consigli dei suoi generali, che gli suggerivano di far ripostare gli uomini, Silla decise di attaccare subito Telesino. Fuori dalle mura della capitale si tenne l’ultimo grande scontro tra Ponzio Telesino e Lucio Cornelio Silla. Inizialmente la battaglia stava volgendo a favore di Telesino, che stava per sfondare il lato sinistro dell’esercito sillano. Comandando personalmente i soldati, Telesino era capace di infondere in loro una grande forza e vitalità. Ad alcune ore dall’inizio della battaglia, il lato sinistro sillano stava per essere annientato quando Silla, incoraggiando e anche minacciando i suoi uomini, decise di far chiudere le porte di Roma per dimostrare ai suoi legionari che non avrebbero avuto via di scampo. Così, Silla riuscì a salvare le sorti del lato sinistro dello schieramento che si ricomposero e ripresero il combattimento in maniera ordinata. Nel frattempo, sul lato destro, Licinio Crasso ottenne una netta vittoria contro i Sanniti, costretti a scappare nella vicina città di Antemnae. ## La vittoria di Silla nella guerra civile Lucio Cornelio **Silla** aveva vinto la guerra civile ed era diventato l’assoluto dominatore di Roma. Pochi giorni dopo convocò i senatori nel campo di Marte, dove cercò di spiegare i motivi che lo avevano portato ad agire con la forza. Proprio durante quel discorso, lì vicino, si iniziarono ad udire delle orribili grida. Si trattava di 3.000 prigionieri sanniti che venivano orribilmente uccisi per ordine di Silla. Di fronte allo sguardo attonito dei senatori, Silla disse che si trattava semplicemente di criminali che venivano puniti e che non bisognava preoccuparsi più di tanto. Famose e passate alla storia sono le liste di proscrizione sillane, un elenco di nemici politici, tutti populares, che potevano essere liberamente uccisi da chiunque. In questo caso l’assassino non solo non avrebbe avuto ripercussioni penali ma avrebbe anche intascato la metà dei beni patrimoniali del proscritto, mentre l’altra metà sarebbe finita nelle casse del Senato. Silla fu autore di una importante riforma dello Stato che aumentò il numero dei senatori da 300 a 600 e concentrò tutti i poteri nelle mani del Senato. Silla tolse effettivo potere al ruolo dei tribuni della plebe, la cui elezione doveva essere puntualmente approvata dai senatori, svuotando di ogni significato quella carica. Inoltre, nel tentativo di evitare che il potere potesse essere accentrato nelle mani delle stesse persone, fece promulgare delle nuove leggi per cui qualsiasi magistrato avrebbe dovuto aspettare almeno dieci anni prima di poter ricoprire la stessa carica pubblica. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Statuetta in argilla raffigurante Mercurio scoperta in Gran Bretagna](https://scriptamanentitalia.it/statuetta-in-argilla-raffigurante-mercurio-scoperta-in-gran-bretagna/) **Published:** Febbraio 23, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Una statuetta in argilla definita dagli archeologi come “molto rara” raffigurante il dio Mercurio è stata scoperta in un **insediamento romano** precedentemente sconosciuto che un tempo si trovava vicino a un porto molto importante, ma che ora si trova a 16 chilometri dal mare. Il sito dell’insediamento, nel moderno villaggio di **Small Hythe**, vicino a Tenterden nel Kent, un tempo era un importante collegamento nella rete di importazioni e infrastrutture dell’impero romano nell’Inghilterra meridionale e nella Manica. La costa in **questa parte del Kent è cambiata radicalmente** dall’epoca romana, grazie al drenaggio e alla bonifica su larga scala e all’insabbiamento di un estuario del fiume un tempo ampio. Negli anni ’90 gli archeologi hanno scavato il sito di un cantiere navale medievale a Small Hythe. La scoperta che il sito non fosse solo medievale ma anche un insediamento romano, insieme ai manufatti lì rinvenuti, è stata “estremamente emozionante”, ha riferito Nathalie Cohen, un’archeologa del National Trust. L’insediamento era di piccole dimensioni e di importanza minore, ha detto Cohen. “*Non è la Londinium romana, non è Cirencester. È un piccolo insediamento vicino a un porto. Detto questo*, “*fu sicuramente vitale nella catena logistica per l’esportazione di legname e ferro dal sud-est dell’Inghilterra e l’importazione di materiali dal continente*”. Altri reperti rinvenuti nel sito includono una piastrella con impresso il marchio della **Classis Britannica, la flotta romana in Gran Bretagna,** che sottolinea l’importanza del sito in riva al mare. L’indubbio protagonista del ritrovamento è però la **figura di Mercurio** – dio delle belle arti, del commercio e del successo finanziario – di cui rimane solo la testa, con indosso il suo caratteristico copricapo alato. Mentre raffigurazioni del dio Mercurio sono più comuni in metallo, “*incontrare una testa di una statuetta di Mercurio in argilla è incredibilmente raro*“, ha detto ancora Cohen. Le figurine erano fatte di argille locali nelle aree della moderna Francia e Germania e venivano importate, ma la maggior parte trovate in Gran Bretagna sono divinità femminili, di solito Venere. **Gli esperti ritengono che la statuetta probabilmente avrà avuto un uso modesto**, non presente in templi o ambiti ufficiali. “*Le figurine erano usate principalmente dai cittadini per la pratica religiosa privata nei santuari domestici e occasionalmente nei templi e nelle tombe di bambini spesso malati*“, ha detto Matthew Fittock, un esperto di manufatti di ceramica nella Britannia romana. **Sembra che sia stato deliberatamente rotto**, forse questa azione ha un significato rituale. “*Piuttosto che pezzi scartati perché rotti, ci sono prove che suggeriscono che rompere deliberatamente alcune teste di statuette fosse un’importante pratica rituale, mentre raffigurazioni intere si trovano solitamente nelle tombe.*“ ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Arte e Architettura, Top --- ### [Evandro, il mitico eroe](https://scriptamanentitalia.it/evandro-il-mitico-eroe/) **Published:** Febbraio 20, 2024 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Evandro: eroe culturale tra mitologia e fondazione di Roma](#Evandro_eroe_culturale_tra_mitologia_e_fondazione_di_Roma) - [La fondazione di Pallanzio e l’introduzione della cultura greca](#La_fondazione_di_Pallanzio_e_lintroduzione_della_cultura_greca) - [La celebrazione dei Lupercalia e il culto di Ercole](#La_celebrazione_dei_Lupercalia_e_il_culto_di_Ercole) - [Evandro nell’Eneide: un alleato di Enea](#Evandro_nellEneide_un_alleato_di_Enea) ## **Evandro: eroe culturale tra mitologia e fondazione di Roma** La mitologia romana, ricca di narrazioni che intrecciano gli dei, gli eroi e le origini delle città, offre una figura particolarmente affascinante in Evandro, un eroe culturale dell’Arcadia. La sua storia, che si snoda tra la mitologia greca e la fondazione di Roma, incarna i valori di saggezza, ospitalità e giustizia, riflettendo il profondo intreccio tra le culture greca e romana. Evandro, il cui nome in greco, Εὔανδρος, evoca l’immagine di un “uomo buono” o “uomo forte”, rappresenta un ponte culturale tra la Grecia e l’Italia antica. Figlio di Hermes, il messaggero degli dei, e di una ninfa arcadica di nome Themis, o Carmenta come la chiamavano i romani, Evandro eredita un linaggio divino che lo predispone alla sua futura missione civilizzatrice. La madre, divinizzata e ribattezzata Carmenta dai Romani, è un simbolo della profonda venerazione che Evandro porterà con sé nella penisola italiana. ## **La fondazione di Pallanzio e l’introduzione della cultura greca** La migrazione di Evandro dall’Arcadia alla futura Roma si inserisce in un contesto di turbolenze e di ricerca di nuovi inizi. Sebbene le ragioni della sua partenza dall’Arcadia rimangano avvolte nel mistero, vari autori antichi offrono spiegazioni che vanno dal disordine civile all’esilio forzato. Indipendentemente dalle cause, la sua fondazione di Pallanzio sul Colle Palatino segna l’inizio di una nuova era per l’Italia antica. Evandro non solo trasferisce il pantheon e le leggi greche ma introduce anche l’alfabeto, dimostrando il suo ruolo di mediatore tra due mondi e culture. Tuttavia, va specificato che il ruolo nell’introduzione dell’alfabeto a Roma non è universalmente accettata nelle fonti classiche. Più generalmente, si riconosce che l’alfabeto latino derivi da quello greco, attraverso gli Etruschi, ma i dettagli su chi esattamente lo abbia introdotto e come variano nelle diverse tradizioni. ## **La celebrazione dei Lupercalia e il culto di Ercole** Una delle eredità più durature di Evandro è l’istituzione dei Lupercalia, una festa che celebra la purificazione e la fertilità, sottolineando il suo ruolo nel modellare le tradizioni religiose romane. Ancor più significativo è il suo rapporto con Ercole, testimoniato dall’erezione del Grande Altare di Ercole nel Foro Boario. Questo gesto non solo onora l’eroismo di Ercole ma stabilisce un legame diretto tra le gesta divine e la vita quotidiana dei Romani, collegando il mitico passato alla realtà presente dell’età di Augusto. La discendenza di Evandro rivela ulteriori strati della sua importanza culturale. Sebbene suo figlio Pallade muoia senza eredi, la gens Fabia rivendica una discendenza da Evandro attraverso Fabio, collegando così l’eroe arcadico direttamente alla nobiltà romana. Questi legami genealogici non solo rafforzano il ruolo di Evandro nella mitologia romana ma sottolineano la percezione della sua figura come fondamentale per l’identità stessa di Roma. ## **Evandro nell’Eneide: un alleato di Enea** La partecipazione di Evandro alla narrazione dell’Eneide di Virgilio dimostra la sua continua rilevanza nel racconto delle origini di Roma. La sua alleanza con Enea contro Turno e i Rutuli riflette non solo la sua ospitalità e saggezza ma anche l’intreccio di destini tra le figure eroiche del passato mitico e i fondatori della Roma storica. La relazione tra Evandro e Enea, basata su legami di amicizia e parentela remota, simboleggia l’unione delle eredità greca e troiana nell’alba di Roma. La figura di Evandro nella mitologia romana è un esempio emblematico di come miti e leggende servano a costruire e a consolidare l’identità culturale di una civiltà. Attraverso la sua storia, si riflette l’importanza dei valori come la saggezza, l’ospitalità, e il coraggio, che hanno trovato espressione nella fondazione di Roma e nelle sue istituzioni. Evandro, con le sue origini divine, il suo contributo culturale e religioso, e il suo ruolo nell’Eneide, rimane una figura centrale nella narrazione delle origini di Roma, simbolo dell’intersezione tra mito e storia, tra cultura greca e romana. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Popolo pre romano seppelliva morti insieme a cani e cavalli](https://scriptamanentitalia.it/popolo-pre-romano-seppelliva-morti-insieme-a-cani-e-cavalli/) **Published:** Febbraio 15, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Alcune persone di un'antica comunità nell'attuale Nord Italia furono sepolte con animali e parti di animali come cani, cavalli e maiali. **Le ragioni rimangono misteriose**, ma potrebbero indicare una relazione di compagnia duratura tra questi esseri umani e animali, o pratiche sacrificali religiose. Questi sono le teorie secondo uno studio pubblicato da Zita Laffranchi dell'Università di Berna e Stefania Zingale dell'Institute for Mummy Studies, Eurac Research Bozen, Umberto Tecchiati dell'Università degli Studi di Milano e colleghi. **Delle 161 persone sepolte nel Seminario Vescovile**, un sito archeologico a Verona dal III al. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Attualità --- ### [Antica villa romana potrebbe essere stata la casa di Plinio il Vecchio](https://scriptamanentitalia.it/antica-villa-romana-casa-plinio-vecchio/) **Published:** Febbraio 14, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Il filosofo Plinio il Vecchio è noto per testi come Naturalis historia (77-79 d.C.) e per il suo ruolo di comandante navale della flotta di Miseno, una base navale romana situata vicino al Golfo di Napoli. La sua responsabilità era proteggere la costa dai pirati, e militare nell'Impero Romano. **Ora, i ricercatori hanno scoperto i resti di una considerevole villa romana che potrebbe essere stata associata al grande erudito.** Il complesso comprende 10 grandi ambienti, provenienti da varie fasi costruttive, caratterizzati da una caratteristica **forma di muratura romana detta cubilia**\*\*, che utilizza mattoni. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Attualità --- ### [Perché il cemento romano era così resistente?](https://scriptamanentitalia.it/perche-il-cemento-romano-era-cosi-resistente/) **Published:** Febbraio 9, 2024 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** **Gli antichi romani erano maestri dell’ingegneria**, costruendo vaste reti di strade, acquedotti, porti e imponenti edifici, i cui resti sono sopravvissuti per due millenni. Molte di queste strutture furono costruite in cemento: il famoso Pantheon di Roma, che ha la cupola in cemento non rinforzato più grande del mondo e fu dedicato nel 128 d.C., è ancora intatto, e alcuni antichi acquedotti romani forniscono ancora oggi acqua a Roma. Nel frattempo, molte moderne strutture in cemento sono crollate dopo pochi decenni. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/02/pantheon-1024x756.jpg "pantheon - Scripta Manent Italia")Pantheon Roma [Creative Commons](https://en.wikipedia.org/wiki/it:Creative_Commons) [Attribuzione](https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it) I ricercatori hanno trascorso decenni cercando di scoprire il **segreto di questo materiale da costruzione** antico e ultraresistente, in particolare in strutture che hanno resistito a condizioni particolarmente difficili, come banchine, fogne e dighe, o quelle costruite in luoghi sismicamente attivi. Ora, **un team di ricercatori del MIT, dell’Università di Harvard** e di laboratori in Italia e Svizzera ha fatto progressi in questo campo, scoprendo antiche strategie di produzione del calcestruzzo che incorporavano diverse funzionalità chiave di auto-riparazione. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science Advances, in un articolo del professore di ingegneria civile e ambientale del MIT **Admir Masic**, dell’ex studentessa di dottorato Linda Seymour ’14, PhD ’21 e altri quattro. Per molti anni, i ricercatori hanno ipotizzato che **la chiave della durabilità del calcestruzzo** antico fosse basata su un ingrediente: materiale pozzolanico come la cenere vulcanica proveniente dalla zona di Pozzuoli, sul Golfo di Napoli. Questo specifico tipo di cenere veniva persino spedito in tutto il vasto impero romano per essere utilizzato nelle costruzioni, ed era descritto come un ingrediente chiave per il calcestruzzo nei resoconti di architetti e storici dell’epoca. **Ad un esame più attento, questi antichi campioni contengono anche piccole**, distintive caratteristiche minerali bianche brillanti su scala millimetrica, che sono state a lungo riconosciute come una componente onnipresente dei cementi romani. Questi pezzi bianchi, spesso definiti “clasti di calce”, provengono dalla calce, un altro componente chiave dell’antico impasto di cemento. “*Da quando ho iniziato a lavorare con il calcestruzzo dell’antica Roma, sono sempre stato affascinato da queste caratteristiche*“, afferma Masic. “*Questi non si trovano nelle moderne formulazioni di calcestruzzo, quindi perché sono presenti in questi materiali antichi?*” Precedentemente ignorati come mera prova di pratiche di miscelazione sciatte o di materie prime di scarsa qualità, il nuovo studio suggerisce che questi minuscoli clasti di calce conferiscano al calcestruzzo una capacità di autoriparazione precedentemente non riconosciuta. “*L’idea che la presenza di questi clasti di calce fosse semplicemente attribuita a un controllo di qualità scadente mi ha sempre dato fastidio*“, afferma Masic. “*Se i romani si impegnavano così tanto per creare un materiale da costruzione eccezionale, seguendo tutte le ricette dettagliate che erano state ottimizzate nel corso di molti secoli, perché dovrebbero impegnarsi così poco per garantire la produzione di un prodotto finale ben miscelato? ? Ci deve essere altro in questa storia*”. Dopo un’ulteriore caratterizzazione di questi clasti di calce, **utilizzando tecniche di imaging multiscala** ad alta risoluzione e mappatura chimica sperimentate nel laboratorio di ricerca di Masic, i ricercatori hanno acquisito nuove informazioni sulla potenziale funzionalità di questi clasti di calce. Storicamente, si presumeva che quando la calce veniva incorporata nel cemento romano, veniva prima combinata con l’acqua per formare un materiale pastoso altamente reattivo, in un processo noto come schiacciamento. Ma questo processo da solo non potrebbe spiegare la presenza dei clasti calcarei. Masic si chiedeva: “*Era possibile che i romani avessero effettivamente utilizzato direttamente la calce nella sua forma più reattiva, conosciuta come calce viva?*” **Studiando campioni di questo antico calcestruzzo**, lui e il suo team hanno stabilito che le inclusioni bianche erano, effettivamente, costituite da varie forme di carbonato di calcio. E l’esame spettroscopico ha fornito indizi che questi si erano formati a temperature estreme, come ci si aspetterebbe dalla reazione esotermica prodotta utilizzando calce viva al posto o in aggiunta alla calce spenta nella miscela. La miscelazione a caldo, ha ora concluso il team, era in realtà la chiave per ottenere una natura super durevole. “*I vantaggi della miscelazione a caldo sono duplici*“, afferma Masic. “*In primo luogo, quando il calcestruzzo complessivo viene riscaldato a temperature elevate, consente sostanze chimiche che non sarebbero possibili se si utilizzasse solo calce spenta, producendo composti associati alle alte temperature che altrimenti non si formerebbero. In secondo luogo, questo aumento della temperatura riduce significativamente i tempi di indurimento e presa poiché tutte le reazioni sono accelerate, consentendo una costruzione molto più rapida*”. ![Una mappa elementare di vasta area (Calcio: rosso, Silicio: blu, Alluminio: verde) di un frammento di 2 cm di cemento antico romano (a destra) raccolto dal sito archeologico di Privernum, Italia (a sinistra). Nella parte inferiore dell'immagine è chiaramente visibile un clasto calcareo ricco di calcio (in rosso), responsabile delle proprietà autorigeneranti uniche di questo materiale antico. Crediti :Per gentile concessione dei ricercatori](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/02/cemento-romano-MIT-1024x512.jpg "cemento-romano-MIT - Scripta Manent Italia")*Una mappa elementare di vasta area Calcio rosso Silicio blu Alluminio verde di un frammento di 2 cm di cemento antico romano a destra raccolto dal sito archeologico di Privernum Italia a sinistra Nella parte inferiore dellimmagine è chiaramente visibile un clasto calcareo ricco di calcio in rosso responsabile delle proprietà autorigeneranti uniche di questo materiale antico **Crediti**Per gentile concessione dei ricercatori* **Durante il processo di miscelazione a caldo**, i clasti di calce sviluppano un’architettura nanoparticellare tipicamente fragile, creando una fonte di calcio reattiva e facilmente fratturabile che, come proposto dal team, potrebbe fornire una funzionalità critica di auto-riparazione. Non appena iniziano a formarsi piccole crepe nel calcestruzzo, queste possono spostarsi preferenzialmente attraverso i clasti calcarei ad alta superficie. Questo materiale può quindi reagire con l’acqua, creando una soluzione satura di calcio, che può ricristallizzarsi come carbonato di calcio e riempire rapidamente la fessura, oppure reagire con materiali pozzolanici per rafforzare ulteriormente il materiale composito. **Queste reazioni avvengono spontaneamente e quindi rimarginano automaticamente** le crepe prima che si allarghino. Un precedente supporto a questa ipotesi è stato trovato attraverso l’esame di altri campioni di cemento romano che presentavano crepe piene di calcite. **Per dimostrare che questo era effettivamente il meccanismo responsabile della durabilità del calcestruzzo** romano, il team ha prodotto campioni di calcestruzzo miscelato a caldo che incorporava sia formulazioni antiche che moderne, le ha deliberatamente fessurate e poi ha fatto scorrere l’acqua attraverso le fessure. Infatti, nel giro di due settimane le crepe si erano completamente rimarginate e l’acqua non poteva più scorrere. Un pezzo identico di cemento realizzato senza calce viva non si è mai guarito e l’acqua ha continuato a scorrere attraverso il campione. A seguito del successo di questi test, il team sta lavorando per commercializzare questo materiale cementizio modificato. “*È emozionante pensare a come queste formulazioni di calcestruzzo più durevoli potrebbero espandere non solo la durata di questi materiali, ma anche a come potrebbero migliorare la durabilità delle formulazioni di calcestruzzo stampate in 3D*”, afferma Masic. Attraverso l’estensione della vita utile e lo sviluppo di forme di calcestruzzo più leggere, spera che questi sforzi possano contribuire a ridurre l’impatto ambientale della produzione di cemento, che attualmente rappresenta circa l’8% delle emissioni globali di gas serra. Insieme ad altre nuove formulazioni, come il calcestruzzo che **può effettivamente assorbire l’anidride carbonica dall’aria**, un altro obiettivo di ricerca attuale del laboratorio Masic, questi miglioramenti potrebbero aiutare a ridurre l’impatto climatico globale del calcestruzzo. Il gruppo di ricerca comprendeva Janille Maragh del MIT, Paolo Sabatini del DMAT in Italia, Michel Di Tommaso dell’Istituto Meccanica dei Materiali in Svizzera e James Weaver del Wyss Institute for Biologically Inspired Engineering dell’Università di Harvard. Il lavoro è stato realizzato con il contributo del Museo Archeologico di Priverno in Italia. [**David L. Chandler** | **Ufficio stampa del MIT**](https://news.mit.edu/2023/roman-concrete-durability-lime-casts-0106) [Ristampato con il permesso di MIT News](http://news.mit.edu/) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Arte e Architettura, Attualità, Top --- ### [Ricostruito guanto medievale vicino a un castello in Svizzera](https://scriptamanentitalia.it/ricostruito-guanto-medievale-vicino-a-un-castello-in-svizzera/) **Published:** Febbraio 8, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Gli archeologi che scavavano vicino al [castello di Kyburg in Svizzera](https://schlosskyburg.ch/), un sito ricco di storia che risale a quasi un millennio, hanno trovato un raro pezzo di armatura ben conservato che è stato sepolto per circa 600 anni. Lo scavo è stato effettuato nel 2021, quando si credeva che i lavori di demolizione vicino al castello mettessero in pericolo una vicina città medievale. Una squadra del Canton Zurigo ha organizzato una operazione per preservare i resti archeologici. Il loro scavo li ha portati in una cantina, bruciata nel. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia --- ### [Anello d'oro bifronte trovato a Cracovia](https://scriptamanentitalia.it/anello-doro-bifronte-trovato-a-cracovia/) **Published:** Febbraio 7, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Nelle ancestrali mura del castello reale di Wawel, situato nel cuore di Cracovia, un recente ritrovamento ha arricchito la narrazione della storia polacca, risvegliando l'interesse degli appassionati di archeologia e storia medievale. Si tratta di un anello d'oro, risalente all'XI o XII secolo, **il cui design si distingue per la sua inusuale doppia facciata**. L'anello, caratterizzato da una parte superiore espansa e appiattita, presenta un'incisione di due figure antropomorfe, raffiguranti volti che si allontanano l'un l'altro in una sorta di dialogo silenzioso, quasi a celare un mistero dimenticato nel tempo. Questo. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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La società romana, prevalentemente patriarcale, assegnava ruoli ben distinti: gli uomini, capi famiglia, si occupavano delle cariche politiche e della carriera militare, mentre le donne, in qualità di matrone, erano dedicate all’allevamento dei figli e alla trasmissione dei valori della società romana all’interno della famiglia. Per questo motivo, la morale romana non considerava le donne come possibili combattenti. ## I decreti contro le gladiatrici nell’antica Roma Nonostante ciò, l’esistenza delle gladiatrici ci viene suggerita da alcuni provvedimenti che ne inibivano la carriera. Nell’11 d.C. il Senato Romano **vietò infatti alle donne libere** di intraprendere l’attività dei giochi gladiatori, suggerendo che le donne, soprattutto dei ceti più bassi, praticassero già i giochi gladiatori. E dal momento che il decreto si riferiva solamente alle persone libere, possiamo ugualmente supporre che le schiave poterono continuare ad intraprendere la carriera di gladiatrice. Questa prima limitazione ufficiale alla presenza delle gladiatrici venne **confermata poco dopo dall’imperatore Tiberio**, che nel 19 d.C., riprese il decreto del Senato, inasprendo le pene per le donne che svolgevano questa attività. Non abbiamo più informazioni su leggi e decreti in tal senso, almeno fino al 200 d.C., quando l’imperatore **Settimio Severo emanò un editto che vietava categoricamente a qualsiasi donna** di partecipare ai giochi gladiatori, ritenendo questo ruolo non consono alle matrone romane e corruttore dei costumi. Ma il decreto dell’imperatore venne a volte aggirato; un’iscrizione rinvenuta ad Ostia, risalente al III secolo d.C., ci conferma infatti che un certo **Ostiliano** aveva trovato il modo di eludere i regolamenti e aveva permesso ad alcune schiave di partecipare a dei giochi gladiatori che stava per organizzare. Analizzando l’aspetto prettamente legislativo, sappiamo dunque da diversi decreti, prima senatoriali e poi imperiali, che la pratica delle donne gladiatrici esisteva, tanto da essere regolarmente punita o limitata. ## La donna gladiatrice di Southwark Un’altra conferma dell’esistenza delle gladiatrici potrebbe provenire dal ritrovamento nel 2001 della cosiddetta **“Donna gladiatrice” a Southwark,** nei pressi di Londra. Gli archeologi trovarono una tomba all’interno della quale era rimasto solamente l’osso sacro della persona sepolta. Ma a sollevare le supposizioni furono piuttosto gli oggetti immediatamente vicini. Innanzitutto, la tomba si trovava **molto lontana dalle normali zone cimiteriali,** cosa abbastanza regolare per i gladiatori, che venivano considerati come soggetti sociali di bassissimo livello. Sono state inoltre ritrovate sia delle **lucerne** con diverse decorazioni, tra cui le immagini di un **gladiatore caduto in combattimento**, sia delle ciotole con all’interno delle **pigne**, le quali sono significative per due motivi. Il primo è che le pigne crescevano solamente nei pressi dell’anfiteatro di Londra, dove si svolgevano i giochi, il secondo è che le pigne sono un **elemento tipico dei giochi gladiatori**: venivano infatti regolarmente bruciate a scopo propiziatorio. ## Il bassorilievo di Alicarnasso Una prova ancora più consistente dell’esistenza delle gladiatrici è il cosiddetto **“Bassorilievo di Alicarnasso”**, risalente al II secolo d.C, che mostra in maniera piuttosto evidente **due gladiatrici che combattono**. Conosciamo persino i nomi delle combattenti dalle iscrizioni apposte immediatamente sotto le loro figure: **Amazzone e Achillia.** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/gladiatrici-antica-roma.jpg "gladiatrici-antica-roma - Scripta Manent Italia") La conferma che le due figure sono gladiatrici proviene anche da alcuni particolari come l’assenza di elmo, che denotava tipicamente una gladiatrice, e la presenza di una manica che andava a proteggere il braccio e di schinieri che difendevano le gambe. Sappiamo anche come finì quell’incontro: la parola “missio”, sempre indicata sotto le figure, conferma un pareggio, deciso dall’arbitro per pari valore durante il combattimento. ## La statuetta di Amburgo Sulla scia di questi ritrovamenti, gli archeologi hanno rivalutato un altro indizio che sembrerebbe confermare l’esistenza delle gladiatrici: la cosiddetta **“Statuetta di Amburgo”**, che raffigura una donna che tiene in mano un oggetto ricurvo. Per molti anni si è ritenuto che quello strumento fosse uno strigile, un utensile necessario per la pulizia quotidiana. Ma alcuni studiosi identificano invece l’oggetto come una **sica**, un tipico pugnale ricurvo regolarmente in dotazione a determinate categorie di gladiatori. La statuetta di Amburgo sarebbe quindi né più né meno che la raffigurazione di una gladiatrice. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/statuetta-amburgo-gladiatrice-628x1024.webp "statuetta-amburgo-gladiatrice - Scripta Manent Italia") ## Le tracce nelle fonti antiche Sulla presenza di gladiatrici vi sono infine alcuni riferimenti testuali nelle fonti antiche. Sia Tacito che Dione Cassio, infatti, riportano più volte la presenza di alcune gladiatrici. > Dione Cassio, Storia romana, LXI 17-3 > > “Ma lo spettacolo più umiliante e al tempo stesso più terribile ebbe luogo quando uomini e donne non solo di rango equestre, ma anche di rango senatorio, si esibirono, proprio come gli uomini di condizioni più umili, sul palcoscenico, nel Circo e nel teatro adibito agli spettacoli di caccia. Alcuni di essi suonarono il flauto e danzarono nella pantomima, oppure interpretarono delle tragedie e delle commedie o, ancora, cantarono con l’accompagnamento della cetra; in altri casi, poi, condussero cavalli, uccisero delle bestie selvatiche o combatterono come gladiatori” Gli autori, sebbene in senso dispregiativo, confermano che a fianco degli uomini erano scese nell’arena anche delle donne e che si erano **esibite in combattimento**. La presenza delle donne gladiatrici venne ampiamente criticata dagli storici antichi, che tuttavia avvalorano implicitamente quanto questa pratica fosse esistente. Sappiamo inoltre che alcuni imperatori, come Caligola e Nerone, fecero regolarmente esibire delle donne gladiatrici nell’ambito di stravaganti rappresentazioni negli anfiteatri. In conclusione, la presenza di diversi decreti che andavano a limitare la partecipazione delle donne ai giochi gladiatori, dei bassorilievi abbastanza eloquenti nonché alcune frammentarie testimonianze all’interno delle fonti scritte, ci confermano come le gladiatrici esistessero effettivamente in epoca romana, anche se rappresentavano certamente una rarità, oltre ad essere oggetto di scherno e di condanna da parte della società. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Mattoni della Legio XIII Gemina rinvenuti a Vienna](https://scriptamanentitalia.it/mattoni-della-legio-xiii-gemina-rinvenuti-a-vienna/) **Published:** Febbraio 2, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** La scuola elementare Kindermanngasse è la quarta scuola più antica di Vienna e la sua ubicazione nel centro storico della città ha richiesto che fosse sottoposta ad **un'esplorazione archeologica prima di una prevista ristrutturazione.** Il dipartimento di archeologia della città di Vienna ha scavato per diverse settimane nel cortile interno e ha portato alla luce resti di un edificio romano di grandi dimensioni - travi di legno e pali - del II secolo. Gli archeologi ritengono che avesse uno scopo industriale, forse la produzione di mattoni, anche se finora non esiste alcuna prova reale che possa spiegare la funzione. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Attualità, Top --- ### [Trovate punte di lancia e asce in ferro del periodo Imperiale romano](https://scriptamanentitalia.it/trovate-punte-di-lancia-e-asce-in-ferro-del-periodo-imperiale-romano/) **Published:** Gennaio 22, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Un importante ritrovamento archeologico ha scosso la comunità scientifica in Polonia: un tesoro di armi di ferro è stato scoperto nella foresta demaniale nei pressi di Hrubieszów, vicino al confine con l'Ucraina. Il guardaboschi Mateusz Filipowicz, insieme ad alcuni compagni, ha casualmente rinvenuto i manufatti all'inizio del mese in una zona paludosa, recentemente alterata da macchinari forestali e attività animale. I primi oggetti, pesantemente corrosi e ricoperti di fango, sono emersi scavando una piccola buca. Inizialmente, l'identificazione degli oggetti era incerta, a causa della loro copertura di sabbia, fango e ruggine. Portati in un garage per la. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Guerre con i Daci di Traiano](https://scriptamanentitalia.it/guerre-con-i-daci-di-traiano/) **Published:** Gennaio 12, 2024 **Author:** Redazione **Content:** **Le guerre dei Daci rappresentano due conflitti militari svoltisi tra l’Impero Romano e la Dacia durante il regno dell’Imperatore Traiano.** Questi conflitti furono causati dall’insistente minaccia rappresentata dalla Dacia per la provincia danubiana della Mesia, nonché dalla crescente necessità di risorse dell’economia romana. **Traiano si concentrò sulla Dacia**, una regione a nord della Macedonia e della Grecia e ad est del fiume Danubio. Nell’ 85 d.C., i Daci attraversarono il Danubio e saccheggiarono la Mesia, infliggendo una prima sconfitta all’esercito che l’imperatore Domiziano, l’anno successivo, aveva inviato contro di loro. Nell’88 d.C., i Romani ottennero una vittoria nella battaglia di Tapae, ma per via di pericoli improvvisi, come la rivolta di Saturnino e dei Marcomanni, furono costretti a stringere la pace. << [**Soldati romani combattono contro i Daci – Guarda la riproduzione**](https://trizioeditore.it/products/soldati-romani-combattono-contro-i-daci) >> L’imperatore Traiano riprese le ostilità contro la Dacia e, dopo diverse **[battaglie, sconfisse il re dei Daci](https://trizioeditore.it/products/soldati-romani-combattono-contro-i-daci)**, Decebalo, nella seconda battaglia di Tapae nel 101 d.C. Con le truppe romane che si avvicinavano alla capitale dei Daci, Sarmizegetusa Regia, Decebalo, nel 102 a.C, si arrese ai romani e consegnò le sue fortezze. Tuttavia, nei successivi anni, Decebalo riacquistò potere e nel 105 d.C. attaccò nuovamente le guarnigioni romane. In risposta, Traiano marciò nuovamente in Dacia, assediando la capitale dei Daci durante l’assedio di Sarmizegetusa del 106 a.C e distruggendola quasi completamente. Con la Dacia sottomessa, Traiano invase l’Impero dei Parti a est, le cui conquiste portarono all’espansione dell’Impero Romano alla sua massima estensione. I confini romani ad est furono governati indirettamente attraverso un sistema di stati clienti per un certo periodo, portando a campagne meno dirette rispetto a quelle occidentali nel medesimo periodo. ## La conclusione e i festeggiamenti **La conclusione delle guerre daciche rappresentò una grande vittoria per Roma** e i suoi eserciti. Traiano annunciò 123 giorni di festeggiamenti in tutto l’Impero. Le ricche miniere d’oro della Dacia furono messe al sicuro e si stima che la Dacia abbia poi contribuito con 700 milioni di denari all’anno all’economia romana, fornendo finanziamenti per le future campagne di Roma e assistendo alla rapida espansione delle città romane in tutta Europa. Si possono ancora osservare i resti delle attività minerarie, soprattutto a Roșia Montană. Centomila schiavi maschi furono riportati a Roma, e per scoraggiare future rivolte, le legioni XIII Gemina e V Macedonica furono assegnate permanentemente in Dacia. La parte conquistata (meridionale) della Dacia fu annessa e divenne una provincia, mentre la parte settentrionale rimase libera ma non formò mai uno stato. **Le due guerre furono notevoli vittorie nelle vaste campagne espansionistiche di Roma**, guadagnando l’ammirazione e il sostegno del popolo di Traiano. La conclusione delle guerre dei Daci segnò l’inizio di un periodo di crescita sostenuta e relativa pace a Roma. Traiano avviò vasti progetti di costruzione ed era molto prolifico nel rivendicare il suo merito. Come conseguenza della guerra, la Dacia subì un enorme cambiamento demografico. Nella provincia della Dacia, su 3000 nomi di persona identificati, solo 60 erano di origine dacica, mentre 2200 erano di origine romana. ## La raffigurazione nel bassorilievo [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/romani-daci-1024x674-1-1.jpg "romani-daci-1024x674-1-1 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/soldati-romani-combattono-contro-i-daci)Gli antichi romani raffiguravano le loro battaglie in bassorilievi in modo molto realistico e dettagliato. Solitamente le scene raffiguravano le armate romane e nemiche impegnate in scontri violenti, con molti soldati rappresentati individualmente con diverse espressioni facciali e pose del corpo. Le immagini mostravano anche l’uso di varie armi e tattiche di guerra, come l’uso di catapulte e frecce. Inoltre, i bassorilievi spesso rappresentavano le vittorie romane e gli sconfitti che si arrendevano e presentavano omaggi all’esercito romano. Queste raffigurazioni erano spesso utilizzate per celebrare le vittorie militari e per creare un senso di orgoglio nazionale tra la popolazione romana. La Colonna Traiana rappresenta la vittoria dell’Imperatore Traiano sui Daci tra il 101 e il 106 d.C. Si sviluppa per quasi 40 metri di altezza e ha una base di circa 4 metri. Sulla colonna sono rappresentate circa 113 scene che si snodano in spirale verso l’alto e raffigurano le vicende delle due campagne daciche. Le scene si susseguono in modo coerente, dipingendo in dettaglio le battaglie, gli accampamenti, la vita quotidiana dei soldati e la figura di Traiano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Attualità --- ### [La battaglia di Edessa, 260 d.C](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-edessa-260-valeriano-sapore/) **Published:** Gennaio 12, 2024 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Contesto storico della battaglia di Edessa](#Contesto_storico_della_battaglia_di_Edessa) - [La campagna militare di Valeriano contro i Sasanidi](#La_campagna_militare_di_Valeriano_contro_i_Sasanidi) - [La versione di Eutropio, Sesto Aurelio Vittore](#La_versione_di_Eutropio_Sesto_Aurelio_Vittore) - [La versione di Zosimo](#La_versione_di_Zosimo) - [La versione di Zonara](#La_versione_di_Zonara) - [La versione di Lattanzio](#La_versione_di_Lattanzio) - [Il significato della battaglia di Edessa](#Il_significato_della_battaglia_di_Edessa) La **battaglia di Edessa (260 d.C)** rappresenta una delle più brucianti sconfitte per l’esercito romano, alla quale si aggiunse l’umiliazione dell’imperatore Valeriano, costretto ad inginocchiarsi di fronte al sovrano sasanide Sapore I. Non conosciamo i dettagli tattici della battaglia, ma è evidente che i Sasanidi ottennero significative vittorie sul fronte orientale, mettendo a rischio i domini romani. ## Contesto storico della battaglia di Edessa Nel 252 d.C., la Persia, guidata dalla dinastia dei Sasanidi e in particolare dal sovrano Sapore I, aveva dato inizio a campagne antiromane ai danni delle province orientali dell’impero. Lo stato romano, in quegli anni, era retto dall**‘imperatore Valeriano,** governatore della parte orientale. Nonostante non fosse un comandante particolarmente capace, Valeriano era un ottimo burocrate e amministratore, nonché molto abile nella scelta dei generali. Associato al trono fu il figlio di Valeriano, **Gallieno**, il quale rappresentava una buona sicurezza per le sorti della parte Occidentale dell’impero. Fino a quel momento, i figli associati al trono erano sempre stati poco più che bambini, ma Gallieno, all’epoca 35enne, era perfettamente capace di gestire le grandi sfide che caratterizzavano l’impero romano d’Occidente, come per esempio gli attacchi delle tribù dei **Sarmati** e degli **Alamanni** sul fronte settentrionale. Nel frattempo, i Persiani, guidati da Sapore I, ottennero i primi successi, come la conquista dell’antichissima città di **Antiochia**, ritenuta la capitale romana in Oriente, e della città di frontiera di **Dura Europos.** ## La campagna militare di Valeriano contro i Sasanidi Valeriano, all’epoca sessantenne, si mise immediatamente alla testa di un esercito per recuperare la situazione in Oriente. Inizialmente, la sua campagna militare ottenne l’importante obiettivo di **riconquistare Antiochia**, nel 253 d.C. Nel frattempo, Sapore si muoveva alla conquista di altre città strategicamente significative, tra cui **Carrhae**. Dopodiché, le *Res Gestae Divi Saporis*, la cronaca sasanide di quegli anni, ci conferma che l’esercito persiano iniziò l’assedio di **Edessa**, altra città di fondamentale importanza per il dominio del territorio. Fu esattamente quando l’esercito di Sapore si trovava tra Carrhae e Edessa che avvenne la battaglia contro Valeriano. Non abbiamo informazioni sui movimenti precedenti alla battaglia: sappiamo solamente che **Valeriano si mosse per liberare Edessa dall’assedio al comando di 70.000 soldati**. Di nuovo le Res Gestae Divi Saporis ci lasciano un elenco molto preciso delle diverse provenienze dei soldati romani agli ordini di Valeriano. > Res Gestae Divi Saporis, riga 19-23 > > «Durante la terza invasione, noi marciammo contro Edessa e Carrhae e le ponemmo assedio, (20) tanto che il Cesare Valeriano fu obbligato a marciare contro di noi. C’era con lui una forza di 70.000 armati dalle nazioni della Germania, Rezia, Norico, Dacia, Pannonia, (21) Mesia, Tracia, Bitinia, Asia, Panfilia, Isauria, (22) Licaonia, Galazia, Licia, Cilicia, Cappadocia, Frigia, Siria, Fenicia, (23) Giudea, Arabia, Mauretania, Germania, Lidia e Mesopotamia.» ## La versione di Eutropio, Sesto Aurelio Vittore Non abbiamo conoscenza dei dettagli tattici della **battaglia di Edessa**: non conosciamo la disposizione dei legionari, né abbiamo certezza dei movimenti dei soldati. Sappiamo solamente che a Edessa l’esercito romano venne pesantemente battuto dall’avversario e Valeriano catturato come prigioniero. Sulla sorte di Valeriano esistono diverse versioni, alcune molto differenti tra loro. **Eutropio, Sesto e Aurelio Vittore** affermano, in maniera sommaria, che Valeriano venne sconfitto e catturato dal nemico, senza fornirci ulteriori spiegazioni. ## La versione di Zosimo Molto più ricco di dettagli è il racconto del cronista Zosimo. Secondo questa versione, Valeriano, dopo essere stato sconfitto sul campo di battaglia, decise di inviare degli ambasciatori direttamente al sovrano sasanide per trattare la resa. Sapore, tuttavia, rimandò indietro l’ambasciata, affermando che per questioni così importanti pretendeva di **parlare con l’imperatore in persona.** Valeriano si recò quindi con pochi soldati di guardia all’appuntamento con Sapore I. Durante il tragitto, i Persiani avrebbero attaccato a sorpresa la colonna dell’imperatore, **catturando Valeriano.** Assieme all’imperatore furono tratti come prigionieri anche numerosi senatori, oltre al prefetto del Pretorio, **Successiano**. ## La versione di Zonara Zonara suggerisce un’altra versione. In questo caso, l’imperatore Valeriano, ancora impegnato nel tentativo di liberazione della città di Edessa, si sarebbe accorto di segni di insofferenza da parte dei suoi soldati. In particolare, i legionari romani, per via delle scarse razioni di cibo, erano pronti alla ribellione e forse anche ad uccidere Valeriano. L’imperatore, rendendosi conto che la sua stessa vita era in pericolo, avrebbe scelto di **consegnarsi volontariamente a Sapore** come prigioniero politico. In questo caso, Sapore avrebbe deciso di accettare Valeriano, anche se lo avrebbe trattato con molto poco rispetto. Valeriano e i legionari sarebbero stati fatti deportare lontano, costretti a lavorare per costruire la città di **Bishapur**. Una possibile conferma di questa versione deriva dalla cosiddetta “Diga di Cesare”, una diga ancora oggi parzialmente visibile nei pressi della città iraniana di **Shūshtar**, che sarebbe stata costruita dai legionari romani, dietro ordine di Sapore I. ## La versione di Lattanzio L’ultimo racconto della sconfitta di Valeriano ci giunge dal cronista Lattanzio. Secondo questa versione, Valeriano venne trattato in maniera letteralmente disumana. Prima ebbe il compito di **fare da sgabello per il sovrano sasanide**, che lo avrebbe utilizzato regolarmente come oggetto per **salire a cavallo.** Dopodiché, arrivato ad una tarda età, Valeriano sarebbe stato prima **decapitato**, poi **scuoiato** e infine **impagliato** ed esposto al pubblico ludibrio in una città persiana. La descrizione di Lattanzio è certamente la più truce e cruda. Bisogna tuttavia considerare che Lattanzio era uno scrittore cristiano, che molto probabilmente interpretò la storia di Valeriano come imperatore punito direttamente da Dio per via delle persecuzioni contro i cristiani che aveva deciso negli anni precedenti. La resa dell’imperatore Valeriano è stata comunque confermata da un famosissimo bassorilievo, facente parte della propaganda sasanide, ancora oggi visibile nella città di **Naqsh-e Rustam**, dove si vede Sapore I a cavallo con due uomini che si arrendono al suo cospetto: il primo sarebbe lo stesso Valeriano, il secondo viene identificato come un giovane Filippo l’Arabo. ![Battaglia di Edessa](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/sapore-valeriano-edessa-1024x768.jpeg "sapore-valeriano-edessa - Scripta Manent Italia") ## Il significato della battaglia di Edessa La battaglia di Edessa fu dunque una delle principali e più brucianti sconfitte per l’esercito romano. Il figlio di Valeriano, Gallieno, impegnato a gestire la parte occidentale, decise di non intervenire contro i Sasanidi. Sui motivi del suo mancato supporto, gli stessi storici antichi si divisero: alcuni pensarono che Gallieno non avesse effettivamente la possibilità di muovere l’esercito così velocemente in oriente senza sguarnire la parte Occidentale, altri ritengono che Gallieno abbia deliberatamente deciso di abbandonare suo padre per concentrare tutto il potere su di sé. Sapore, senza più rivali, riuscì a conquistare **Tarso**, **Antiochia** in Siria, **Cesarea** in Cappadocia e tutta la **Mesopotamia** romana, estendendo il suo dominio molto rapidamente. A salvare le sorti delle province orientali romane sarebbe stato il signore e reggente della città carovaniera di Palmira, **Odenato**, assieme ai generali romani **Marciano** e **Callisto**. Il loro intervento fermò l’avanzata dei Sasanidi, salvando di fatto le sorti di tutte le province orientali romane. Grato per il servizio svolto per Roma, Gallieno nominò Odenato “Dux”, “Imperator” e “Corrector totius Orientis”. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La battaglia di Pastrengo e la carica dei Carabinieri del 1848](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-di-pastrengo-e-la-carica-dei-carabinieri-del-1848/) **Published:** Gennaio 11, 2024 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [Le forze in campo](#Le_forze_in_campo) - [La battaglia](#La_battaglia) - [La carica dei Carabinieri](#La_carica_dei_Carabinieri) - [L’esito della battaglia](#Lesito_della_battaglia) La battaglia di Pastrengo è uno degli episodi più celebri della prima guerra di indipendenza italiana, che vide contrapposti il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco nel 1848. In particolare, la battaglia è ricordata per la carica dei Carabinieri Reali, che si distinsero per il loro coraggio e il loro spirito patriottico. **[La carica dei Carabinieri di Pastrengo](https://trizioeditore.it/products/carica-dei-carabinieri-a-pastrengo-30-aprile-1848-di-de-albertis)** [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/pastrengo-foglio-2.jpg "pastrengo-foglio-2 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/carica-dei-carabinieri-a-pastrengo-30-aprile-1848-di-de-albertis)*Carica dei Carabinieri a Pastrengo 30 aprile 1848 di De Albertis* ## Il contesto storico Nel marzo del 1848, dopo le cinque giornate di Milano, il re di Sardegna Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria, iniziando la campagna militare per liberare la Lombardia e il Veneto dal dominio straniero. Il piano operativo piemontese prevedeva di assediare le fortezze del Quadrilatero (Peschiera, Mantova, Verona e Legnago), che costituivano il principale baluardo difensivo austriaco nel nord Italia, e di impegnare l’esercito nemico in campo aperto. Il primo scontro importante della guerra fu la battaglia del ponte di Goito, l’8 aprile 1848, dove i piemontesi sconfissero gli austriaci comandati dal generale Josef Radetzky, che si ritirarono sulla linea dell’Adige. Tuttavia, Carlo Alberto non sfruttò appieno il successo e si limitò a porre l’assedio a Peschiera, lasciando aperta la valle dell’Adige e permettendo a Radetzky di ricevere rinforzi dall’Austria. Il 26 aprile, il re piemontese ordinò all’armata sarda di varcare il Mincio e di schierarsi tra Villafranca e il lago di Garda, per minacciare Verona e completare l’isolamento di Peschiera anche dal Veneto. Nei giorni successivi, il I Corpo d’armata occupò le colline attorno a Custoza, mentre il II Corpo d’armata si diresse verso Pastrengo, dove si trovava una posizione avanzata austriaca. ## Le forze in campo La posizione di Pastrengo era presidiata dalla divisione austriaca del generale Gustav von Wocher, con circa 7.000 uomini, 12 cannoni e 3 racchette (armi da lancio di proiettili illuminanti). La divisione era composta da due brigate: la brigata “Wohlgemuth”, avanzata a sud-est dell’abitato, e la brigata “Arciduca Sigismondo”, arretrata nella zona di Piovezzano. Quest’ultima aveva distaccato l’VIII battaglione cacciatori a Ponton, a presidio del ponte sull’Adige. Il generale Ettore Gerbaix de Sonnaz, comandante del II Corpo d’armata piemontese, per condurre l’azione offensiva contro Pastrengo articolò il dispositivo su tre colonne, con circa 14.000 uomini e 18 cannoni. Le colonne erano agli ordini del: - generale Giovanni Battista Federici, con la brigata “Piemonte” (3° e 4° reggimento fanteria), la 3a compagnia bersaglieri, la 1a batteria da battaglia e i volontari piacentini; - duca Vittorio Emanuele di Savoia (il futuro re d’Italia), con la brigata “Cuneo” (7° e 8° reggimento fanteria), il 16° reggimento fanteria, la 7a batteria da battaglia, una sezione di artiglieria parmense e truppe parmensi; - generale Mario Broglia di Casalborgone, con la brigata “Savoia” (1° e 2° reggimento fanteria), la 1a e la 4a compagnia bersaglieri, e la 2a batteria da posizione. La battaglia di Pastrengo e la carica dei Carabinieri. Con @ArmadeiCarabinieriUfficiale ## La battaglia La battaglia ebbe luogo il 30 aprile 1848, a partire dalle ore 7 del mattino. Il piano di battaglia piemontese prevedeva che la colonna di Federici attaccasse frontalmente la brigata “Wohlgemuth”, mentre le colonne di Vittorio Emanuele e di Broglia aggirassero il nemico da destra e da sinistra, per tagliargli la ritirata verso l’Adige. L’avanzata piemontese incontrò una forte resistenza austriaca, che si avvalse anche del fuoco delle racchette per illuminare il campo di battaglia e confondere i movimenti nemici. La colonna di Federici, dopo aver occupato il cimitero di Pastrengo, si scontrò con la fanteria austriaca, che si era schierata in ordine sparso tra le viti e gli ulivi. La lotta fu accanita e si risolse in una serie di assalti alla baionetta. La colonna di Vittorio Emanuele, invece, riuscì a sorprendere il fianco destro austriaco e a occupare il paese di Piovezzano, dove catturò due cannoni nemici. La colonna di Broglia, infine, avanzò verso Ponton, dove si trovava il ponte sull’Adige, ma fu rallentata dal fuoco dell’artiglieria e dei cacciatori austriaci. ## La carica dei Carabinieri Il momento più drammatico e glorioso della battaglia fu la carica dei Carabinieri Reali, che fecero parte della colonna di Vittorio Emanuele. I Carabinieri erano un corpo speciale di polizia militare, creato nel 1814 da Vittorio Emanuele I. Essi erano dotati di uniformi eleganti e distintive, con giubba blu, pantaloni rossi, elmetto d’acciaio e piumetto bianco. Erano armati di sciabola e pistola. I Carabinieri erano al comando del maggiore Alessandro Negri di Sanfront, che aveva sotto il suo ordine due squadroni: il 1° squadrone del capitano Giuseppe Ansaldi e il 2° squadrone del capitano Edoardo De Albertis. In totale, i Carabinieri erano circa 150. Il maggiore Negri ricevette l’ordine dal duca Vittorio Emanuele di caricare il nemico per aprirsi un varco verso il ponte sull’Adige. Il maggiore esitò un momento, rendendosi conto della difficoltà dell’impresa, ma poi obbedì con senso del dovere. Egli schierò i suoi uomini in due linee e li guidò al galoppo verso le posizioni nemiche. La carica dei Carabinieri fu un atto di eroismo e di sacrificio. Essi si lanciarono contro una massa di fanteria austriaca ben armata e protetta da un muro di pietra. Il fuoco nemico falciò molti cavalieri e cavalli, ma i superstiti non si fermarono e raggiunsero il muro, dove ingaggiarono un corpo a corpo disperato con le sciabole e le pistole. La carica dei Carabinieri durò pochi minuti, ma ebbe un grande effetto morale e tattico. Essa impressionò gli austriaci, che si sentirono minacciati sul loro fianco sinistro, e incoraggiò i piemontesi, che videro i loro compagni d’armi combattere con ardore e abnegazione. La carica dei Carabinieri contribuì a determinare l’esito della battaglia in favore dei piemontesi. ## L’esito della battaglia La battaglia di Pastrengo si concluse con una vittoria piemontese. Gli austriaci furono costretti a ritirarsi oltre l’Adige, lasciando sul campo 24 morti, 147 feriti e 383 prigionieri. I piemontesi ebbero 15 morti e 90 feriti. Tra i feriti piemontesi, vi furono anche molti Carabinieri, che pagarono a caro prezzo la loro audacia. Il maggiore Negri fu colpito da una palla al petto e morì il giorno dopo. Il capitano Ansaldi fu ferito alla testa e alla spalla. Il capitano De Albertis fu ferito alla gamba e al braccio. Solo 14 Carabinieri riuscirono a tornare indietro con i loro cavalli. La carica dei Carabinieri di Pastrengo fu un episodio di grande valore militare e simbolico. Essa dimostrò il coraggio e la fedeltà dei Carabinieri al re e alla patria, e li rese famosi in tutta Italia. Essa fu anche una delle prime azioni di cavalleria della storia d’Italia, che anticipò altre cariche memorabili come quella di Novara nel 1849 e quella di Custoza nel 1866. La battaglia di Pastrengo fu anche una delle poche vittorie piemontesi nella prima guerra di indipendenza. Essa permise di eliminare la testa di ponte austriaca verso Peschiera e di salvaguardare il fianco sinistro dello schieramento piemontese. Tuttavia, Carlo Alberto non seppe sfruttare il successo per conquistare Verona, davanti alla quale fu fermato nella successiva battaglia di Santa Lucia. La prima guerra di indipendenza si concluse con la sconfitta dei piemontesi e la firma dell’armistizio di Salasco nel 1849. L’Italia dovette attendere ancora dieci anni per riprendere la lotta contro l’Austria, con l’aiuto della Francia e della Gran Bretagna. La battaglia di Pastrengo rimase comunque nella memoria storica e popolare come un esempio di eroismo e di amore per la libertà. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Attualità, Storia Contemporanea --- ### [Guerre d'indipendenza ispanoamericane](https://scriptamanentitalia.it/guerre-dindipendenza-ispanoamericane/) **Published:** Gennaio 7, 2024 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Chi erano i realisti?](#Chi_erano_i_realisti) - [Chi erano i patrioti?](#Chi_erano_i_patrioti) - [La differenza tra le due fazioni](#La_differenza_tra_le_due_fazioni) - [Il periodo delle battaglie](#Il_periodo_delle_battaglie) - [Chi erano i Criollos](#Chi_erano_i_Criollos) Le guerre d’indipendenza ispano-americane vanno dal 25 settembre 1808 al 29 settembre 1833 e comprendono numerose guerre nell’America spagnola con l’obiettivo dell’indipendenza politica dal dominio spagnolo durante l’inizio del XIX secolo. Gli scontri iniziarono poco dopo l’inizio della guerra peninsulare, durante le guerre napoleoniche, come una lotta per la sovranità in entrambi gli emisferi. Le due fazioni in conflitto erano i realisti, che volevano una monarchia unitaria sotto il dominio spagnolo, e i patrioti, che volevano creare nuove nazioni indipendenti, monarchie o repubbliche. ## **Chi erano i realisti?** I realisti erano le persone che sostenevano il dominio spagnolo sulle colonie. Erano spesso spagnoli nati in Europa, ma includevano anche criollo e altre persone che erano fedeli alla Spagna. I realisti erano motivati da una serie di fattori, tra cui: - Un senso di lealtà alla Spagna - Un interesse a preservare i propri privilegi - Una paura del cambiamento ## **Chi erano i patrioti?** I patrioti erano le persone che volevano l’indipendenza dalle colonie spagnole. Erano spesso criollo, ma includevano anche indigeni, meticci e altri gruppi. I patrioti erano motivati da una serie di fattori, tra cui: - La crescente insoddisfazione per il dominio spagnolo - L’influenza delle idee illuministe e rivoluzionarie - La speranza di creare nuove nazioni indipendenti ## **La differenza tra le due fazioni** La principale differenza tra le due fazioni era il loro obiettivo finale. I realisti volevano mantenere lo status quo, con la Spagna che governava le colonie. I patrioti, invece, volevano creare nuove nazioni indipendenti, con o senza monarchie. ## **Il periodo delle battaglie** Il periodo più ristretto alle battaglie andrebbe dalla battaglia di Chacaltaya (1809), nell’attuale Bolivia, alla battaglia di Tampico (1829), in Messico. Ma è importante notare che ci furono scontri tra le due fazioni anche prima e dopo questo periodo. In generale, le guerre d’indipendenza ispanoamericane durarono dal 1808 al 1833. La battaglia di Chacaltaya è considerata la prima battaglia della guerra d’indipendenza boliviana, mentre la battaglia di Tampico è considerata l’ultima battaglia della guerra d’indipendenza messicana. Questi due eventi sono importanti perché segnarono la vittoria dei patrioti e la fine del dominio spagnolo sulle colonie ispanoamericane. **Nel 1808, Napoleone Bonaparte invase la Spagna** e costrinse la famiglia reale spagnola ad abdicare. Questo evento, noto come abdicazioni di Bayonne, fu un colpo per l’autorità spagnola nelle colonie. In risposta, alcune grandi città e capitali coloniali formarono giunte locali per governarsi da sole. Queste giunte erano basate sulle leggi della tradizione ispanica, che prevedevano che le città potessero governarsi da sole in assenza del re. **Nel 1809, i conflitti tra le giunte locali e la Spagna si intensificarono**. A Chuquisaca, La Paz e Quito, le giunte locali si ribellarono al governo della Giunta Centrale Suprema di Siviglia, che era il governo spagnolo in esilio. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/fucilazione1808-Goya-1024x790.jpg "fucilazione1808-Goya - Scripta Manent Italia")*Il 3 maggio 1808 di Francisco Goya* **All’inizio del 1810, numerose nuove giunte apparvero nei domini spagnoli delle Americhe** quando il governo centrale cadde a causa dell’invasione francese. Sebbene varie regioni dell’America spagnola si opposero a molte politiche della corona, c’era poco interesse per l’indipendenza totale, anzi c’era un ampio sostegno alla giunta centrale spagnola formata per guidare la resistenza contro i francesi. **Mentre alcuni ispanoamericani credevano che l’indipendenza fosse necessaria**, la maggior parte di coloro che inizialmente sostenevano la creazione di nuovi governi li vedevano come un mezzo per preservare l’autonomia della regione dai francesi. Sebbene fossero state effettuate ricerche sull’idea di un’identità ispanoamericana separata da quella iberica, l’indipendenza politica non era inizialmente l’obiettivo della maggior parte degli ispanoamericani. Nel 1810, Ferdinando VII di Spagna, prigioniero di Napoleone, fu riconosciuto dalle Cortes di Cadice e dalle giunte governative delle Americhe come re subordinato alla sovranità popolare. La sovranità popolare è il principio secondo cui il potere politico appartiene al popolo, che lo esercita direttamente o indirettamente attraverso i propri rappresentanti. Questo riconoscimento creò un conflitto tra realisti, che volevano mantenere l’unità dell’impero, e patrioti, che volevano l’indipendenza delle colonie americane. I realisti sostenevano che la sovranità popolare era incompatibile con l’unità dell’impero, mentre i patrioti sostenevano che la sovranità popolare legittimava il loro diritto all’indipendenza. Tuttavia, nel 1814, con la sconfitta di Napoleone, Ferdinando VII tornò in Spagna e, con un colpo di stato, ripristinò l’assolutismo. Con l’assolutismo, Ferdinando VII sconfessò il principio della sovranità popolare e riaffermò il proprio potere assoluto. Ferdinando riuscì a sconfiggere e reprimere i liberali peninsulari e ad abolire la Costituzione liberale di Cadice, anche se non riuscì a sconfiggere i rivoluzionari dell’America spagnola, che resistettero e formarono i propri congressi nazionali. **La marina spagnola era crollata nella guerra contro Napoleone, quindi, in pratica, non appoggiò le forze arrivate in piccoli gruppi.** Nel 1820 l’esercito spagnolo, guidato da Rafael Riego, si ribellò all’assolutismo, restaurò il cosiddetto Trienio Liberal e pose fine alla minaccia di invasione del Río de la Plata, provocando il collasso dei difensori del re nelle Americhe. **Nel corso del decennio successivo, gli eserciti dei Patrioti ottennero importanti vittorie** e ottennero l’indipendenza nei rispettivi paesi. La Spagna non cambiò la posizione contro il separatismo, ma la sua instabilità politica senza marina, esercito o tesoro, convinse molti ispanoamericani della necessità di stabilire formalmente l’indipendenza dalla madrepatria. In Spagna, un esercito francese della Santa Alleanza invase e sostenne gli assolutisti, restaurò Ferdinando VII e occupò la Spagna fino al 1828. **Questi conflitti furono combattuti sia come guerra irregolare che come guerra convenzionale.** Alcuni storici sostengono che le guerre iniziarono come guerre civili localizzate, che in seguito si diffusero e si espansero come guerre secessioniste per promuovere l’indipendenza generale dal dominio spagnolo. Questa indipendenza portò allo sviluppo di nuovi confini nazionali basati sulle province coloniali, che avrebbero formato i futuri paesi indipendenti che costituivano l’America Latina contemporanea all’inizio del XIX secolo. Cuba e Porto Rico rimasero sotto il dominio spagnolo fino alla guerra ispano-americana del 1898. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/Napoleone-Madrid-1024x860.jpg "Napoleone-Madrid - Scripta Manent Italia")*Napoleone alla resa di Madrid pittura di Antoine Jean Gros 1810* Il conflitto portò allo scioglimento della monarchia spagnola e alla creazione di nuovi stati. L’indipendenza dell’America spagnola non costituì un movimento anticoloniale. La schiavitù non fu abolita nella maggior parte dei nuovi paesi, ma le nuove repubbliche abbandonarono immediatamente il sistema formale di classificazione e gerarchia razziale, il sistema delle caste, l’Inquisizione e i titoli nobiliari. I Criollos, quelli di origine spagnola nati nel Nuovo Mondo, e i meticci, quelli di sangue o cultura mista di indigeni americani e spagnoli, sostituirono gli incaricati di origine spagnola nella maggior parte dei governi politici. I Criollos rimasero al vertice di una struttura sociale che mantenne culturalmente, se non legalmente, alcune delle sue caratteristiche tradizionali. **La schiavitù finalmente finì in tutte le nuove nazioni.** Per quasi un secolo, conservatori e liberali lottarono per invertire o approfondire i cambiamenti sociali e politici scatenati da quelle ribellioni. Le indipendenze ispanoamericane ebbero come diretta conseguenza lo spostamento forzato della popolazione spagnola monarchica che subì un’emigrazione forzata durante la guerra e successivamente, a causa delle leggi di espulsione degli spagnoli dai nuovi stati delle Americhe con lo scopo di consolidare la loro indipendenza. **Gli eventi nell’America spagnola erano legati alle guerre d’indipendenza** nell’ex colonia francese di San Domingue, Haiti, e alla transizione verso l’indipendenza in Brasile. **L’indipendenza del Brasile, in particolare, condivise un punto di partenza comune con quella dell’America spagnola**, poiché entrambi i conflitti furono innescati dall’invasione napoleonica della penisola iberica, che costrinse la famiglia reale portoghese a fuggire in Brasile nel 1807. Il processo di indipendenza dell’America Latina prese posto nel clima politico e intellettuale generale della sovranità popolare emerso dall’Età dell’Illuminismo che influenzò tutte le rivoluzioni atlantiche, comprese le precedenti rivoluzioni negli Stati Uniti e in Francia. **Una causa più diretta delle guerre d’indipendenza ispanoamericane furono gli sviluppi unici** che si verificarono all’interno del Regno di Spagna e della sua monarchia innescati dalle Cortes di Cadice, che si conclusero con l’emergere delle nuove repubbliche ispanoamericane nel mondo post-napoleonico. ## Chi erano i Criollos I criollos erano le persone nate da genitori entrambi europei nelle colonie spagnole del Nuovo Mondo. Il termine deriva dalla parola spagnola “criollo”, che significa “nato in casa”. I criollos erano spesso membri della classe superiore delle colonie, e occupavano posizioni di potere nell’economia e nella politica. **I criollos erano diversi dagli spagnoli nati in Europa in diversi modi**. Innanzitutto, erano nati e cresciuti nelle Americhe, e quindi avevano una visione del mondo più americana che europea. In secondo luogo, erano spesso più ricchi e potenti degli spagnoli nati in Europa, e quindi avevano un maggiore interesse a preservare i propri privilegi. Nel corso del XVIII secolo, i criollos iniziarono a crescere in numero e in potere. Questo fu dovuto a una serie di fattori, tra cui la crescita economica delle colonie, l’aumento della popolazione criollo e l’indebolimento del controllo della Spagna sulle colonie. **L’aumento del potere dei criollos fu una delle cause principali delle guerre d’indipendenza** ispanoamericane. I criollos erano insoddisfatti del dominio spagnolo, e desideravano creare nuove nazioni indipendenti che fossero governate da loro. I criollos furono una forza importante nella lotta per l’indipendenza ispanoamericana. Molti furono leader militari e politici nelle guerre d’indipendenza, e contribuirono in modo significativo alla vittoria delle forze indipendentiste. Dopo l’indipendenza continuarono a giocare un ruolo importante nelle nuove nazioni ispanoamericane. Molti criollo occuparono posizioni di potere nell’economia e nella politica, e contribuirono a costruire le nuove nazioni. Ecco alcuni esempi di criollo famosi: - Simón Bolívar, il leader della lotta per l’indipendenza in Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia - José de San Martín, il leader della lotta per l’indipendenza in Argentina, Cile e Perù - Miguel Hidalgo y Costilla, il leader della ribellione di Hidalgo in Messico - José María Morelos y Pavón, un altro leader della ribellione di Hidalgo - Bernardo O’Higgins, il primo governatore di Cile dopo l’indipendenza - José de Iturbide, il primo imperatore del Messico ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [La scuola del Santo di Tiziano](https://scriptamanentitalia.it/la-scuola-del-santo-di-tiziano/) **Published:** Gennaio 5, 2024 **Author:** Redazione **Content:** **La Scuola del Santo, nota anche come Scoletta, è la sede storica dell’Arciconfraternita di Sant’Antonio da Padova**. Si trova sul sagrato della Basilica di Sant’Antonio a Padova, accanto all’oratorio di San Giorgio. Fu eretta nel 1427 dalla Confraternita e successivamente sopraelevata nel 1504 con la Sala Priorale, decorata con un ciclo di quindici affreschi e tre tele. **Tra il 1510 e il 1511, il giovane Tiziano Vecellio lavorò su tre episodi dei Miracoli di Sant’Antonio da Padova**: il Miracolo del neonato, il Miracolo del piede risanato e il Miracolo del marito geloso. Questi tre grandi affreschi, eseguiti in meno di un anno, rappresentano il primo grande lavoro autonomo di Tiziano. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/scuoladelsanto1-1024x682-1.jpg "scuoladelsanto1-1024x682-1 - Scripta Manent Italia")L’Arciconfraternita di Sant’Antonio fu fondata poco dopo la morte di Sant’Antonio e rapidamente prosperò. Inizialmente, i membri si riunivano nella Sala del Capitolo e successivamente nella Cappella della Madonna Mora. Nel XV secolo, decisero di erigere un nuovo edificio vicino al sagrato della basilica. **La Scuola del Santo, come appare oggi, consiste in due piani**: il piano terra, costruito tra il 1427 e il 1431, fungeva da chiesa, mentre il piano superiore, aggiunto nel 1504, era utilizzato per le riunioni. Nel 1736, l’architetto Giovanni Gloria costruì una struttura che collega la Scuola all’oratorio di San Giorgio, con un elegante scalone che conduce alla sala delle adunanze. **All’interno della chiesa al piano terra, si trova una stele marmorea in onore di Gasparo Gozzi**, che morì nel 1786. L’opera è un lavoro neoclassico di Giuseppe Petrelli, completato nel 1834. Lo scalone realizzato da Giovanni Gloria collega la chiesa al piano inferiore con la sala al piano superiore, dove si trova un dipinto a tempera su legno del XV secolo che raffigura Sant’Antonio. **Dalla loggia che si affaccia sulla Piazza del Santo**, i papi in visita a Padova benedicevano la folla; questo avvenne nel 1782 con Papa Pio VI, nel 1800 con Papa Pio VII e più recentemente nel 1982 con Papa Giovanni Paolo II. La sala al piano superiore ha un soffitto a cassettoni intagliato da Giovanni Cavalieri e dipinto da Domenico Bottazzo tra il 1506 e il 1510. Questa sala contiene anche armadi e cassettoni realizzati da Girolamo da Piacenza. **Le pareti della sala sono decorate** con scene pittoriche suddivise in pannelli da colonne in legno dorato e dipinto. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Arte e Architettura **Tag:** Età Moderna --- ### [La battaglia di Alessandro e Dario a Isso di Albrecht Altdorfer](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-alessandro-dario-isso-albrecht-altdorfer/) **Published:** Gennaio 4, 2024 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La battaglia di Isso](#La_battaglia_di_Isso) - [Lavori di Albrecht Altdorfer](#Lavori_di_Albrecht_Altdorfer) - [Influenza sull’Opera](#Influenza_sullOpera) - [Descrizione dell’opera](#Descrizione_dellopera) - [Analisi dell’opera](#Analisi_dellopera) - [L’opera nel tempo](#Lopera_nel_tempo) La battaglia di Alessandro e Dario a Isso è un dipinto a olio del 1529 dell’artista tedesco **[Albrecht Altdorfer](https://trizioeditore.it/products/battaglia-di-alessandro-e-dario-a-isso-albrecht-altdorfer-1)**, pioniere dell’arte del paesaggio e membro fondatore della scuola del Danubio. Il dipinto ritrae la battaglia di Isso del 333 a.C., in cui [**Alessandro Magno**](https://www.youtube.com/watch?v=vD7xe-u7H9Y) ottenne una vittoria decisiva su Dario III di Persia e ottenne una leva cruciale nella sua campagna contro l’impero persiano. Il dipinto è ampiamente considerato come il capolavoro di **Altdorfer** ed è uno degli esempi più famosi del tipo di pittura di paesaggio rinascimentale **noto come il paesaggio del mondo, che qui raggiunge una grandezza senza precedenti.** Il duca Guglielmo IV di Baviera commissionò **La battaglia di Alessandro a Isso** nel 1528 come parte di una serie di pezzi storici che dovevano essere appesi nella sua residenza di Monaco. I commentatori moderni suggeriscono che il dipinto, attraverso il suo abbondante uso di anacronismo, intendeva paragonare l’eroica vittoria di Alessandro a Isso al conflitto europeo contemporaneo con l’Impero ottomano. In particolare, la sconfitta di **Solimano il Magnifico** all’assedio di Vienna potrebbe essere stata un’ispirazione per **Altdorfer**. Una corrente sotto traccia religiosa è rilevabile, specialmente nel cielo straordinario, questo è stato probabilmente ispirato dalle profezie di Daniele e la preoccupazione contemporanea all’interno della Chiesa per un’apocalisse imminente. **La battaglia di Alessandro a Isso** e altri quattro che facevano parte del set iniziale di Guglielmo si trovano nel museo d’arte **[Alte Pinakothek di Monaco.](https://www.pinakothek.de/it)** ## La battaglia di Isso **Alessandro III di Macedonia** (356-323 a.C.), meglio conosciuto come **Alessandro Magno**, fu un antico re di Macedonia che regnò dal 336 a.C. fino alla sua morte. È ampiamente considerato come uno dei più grandi tattici e strateghi militari della storia, ed è considerato imbattuto in battaglia. Rinomato per la sua leadership militare e il suo carisma, ha sempre guidato personalmente i suoi eserciti ed era in prima fila in battaglia. Conquistando l’impero persiano e unificando Grecia, Egitto e Babilonia, forgiò il più grande impero del mondo antico e ha di fatto diffuso l’ellenismo in tutta Europa e nel Nord Africa. **Alessandro intraprese la sua spedizione per conquistare l’impero persiano** nella primavera del 334 a.C., dopo aver pacificato gli stati greci in guerra e consolidato la sua potenza militare. Durante i primi mesi del passaggio macedone nell’Asia Minore persiana, Dario III – re di Persia – ignorò ampiamente la presenza dei 40.000 uomini di Alessandro. [![Battaglia di Isso](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/Albrecht_Altdorfer-battaglia-di-alessandro-dario-isso-784x1024-1.jpg "Albrecht_Altdorfer-battaglia-di-alessandro-dario-isso-784x1024-1 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/battaglia-di-alessandro-e-dario-a-isso-albrecht-altdorfer-1) La battaglia del Granico, combattuta a maggio, fu il primo grande sforzo della Persia per affrontare gli invasori, ma risultò una facile vittoria per Alessandro. Nel corso dell’anno successivo, **Alessandro conquistò la maggior parte dell’Asia Minore occidentale e costiera costringendo** alla capitolazione delle satrapie sul suo cammino. Continuò nell’entroterra, viaggiando a nord-est attraverso la Frigia prima di svoltare a sud-est verso la Cilicia. Dopo aver superato le porte cilicie in ottobre, Alessandro fu trattenuto dalla febbre a Tarso. **Dario nel frattempo radunò un esercito fino a 100.000 e lo diresse personalmente sulle pendici orientali dei monti Amanus**. All’inizio di novembre, mentre Alessandro procedeva per il Golfo di Isso da Mallus, i due eserciti si incrociarono inavvertitamente sui lati opposti delle montagne. Questo era decisamente a vantaggio di Dario. Era alle spalle di Alessandro, ed era in grado di impedire la ritirata e bloccare le linee di rifornimento che Alessandro aveva stabilito a Isso. Fu solo quando Alessandro si accampò a Myriandrus, un porto marittimo sulle coste sud-orientali del Golfo di Iskenderun, che venne a conoscenza della posizione persiana. Immediatamente ripercorse il suo viaggio verso il fiume Pinarus, appena a sud di Isso, per trovare le forze di Dario riunite lungo la sponda settentrionale. ## Lavori di Albrecht Altdorfer **Albrecht Altdorfer è considerato uno dei fondatori dell’arte del paesaggio occidentale**. Era un pittore, incisore, architetto e il leader della scuola d’arte tedesca del Danubio. Come evidenziato da dipinti come **San Giorgio e il drago** (1510) e **Allegoria** (1531), gran parte del lavoro di Altdorfer è caratterizzato da paesaggi tentacolari. ![Albrecht Altdorfer](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/Albrecht_Altdorfer-1024x713-1.jpg "Albrecht_Altdorfer-1024x713-1 - Scripta Manent Italia")**Albrecht Altdorfer** **La battaglia di Alessandro e Dario a Isso** incarna questo aspetto del suo stile. Con riferimento a San Giorgio e il drago in particolare, lo storico dell’arte [Mark W. Roskill](https://arthistorians.info/roskillm) commenta che “*Il materiale accessorio del paesaggio è giocato ed elaborato in modo ornamentale in modo che riverberi con il senso di un ambiente sequestrato e inospitale*“. Ispirato dai suoi viaggi intorno alle Alpi austriache e al fiume Danubio, Altdorfer dipinse una serie di paesaggi che non contengono alcuna figura, tra cui Paesaggio con un ponte pedonale e **Paesaggio del Danubio vicino a Ratisbona**. Questi sono stati i primi paesaggi “puri”. La maggior parte dei paesaggi di Altdorfer sono stati realizzati con un formato verticale, in contrasto con la moderna concezione del genere. Il paesaggio orizzontale era un’innovazione del contemporaneo fiammingo di Altdorfer, **Joachim Patinir** e dei suoi seguaci. Altdorfer ha anche prodotto una grande quantità di opere d’arte religiose. I suoi soggetti più frequenti erano la Vergine Maria e la vita e crocifissione di Cristo. Come in L**a battaglia di Alessandro a Isso**, questi dipinti presentano spesso ambientazioni di grande maestosità e usano il cielo per trasmettere un significato simbolico. Questo significato non è uniforme in tutto il corpus di Altdorfer. Larry Silver spiega che **La *Battaglia di Alessandro e Dario a Isso*** è sia simile che in diretto contrasto con il lavoro precedente di Altdorfer. “Invece del pacifico paesaggio di ritiro per eventi cristiani o figure sante, questo pannello offre esattamente l’opposto: un campo di battaglia per uno dei principali incontri epocali della storia antica. Eppure, nonostante le sue dimensioni cosmiche, la battaglia di Isso sembra un paesaggio contemplativo di Altdorfer, completo di cime scoscese, specchi d’acqua e castelli lontani.” Sebbene La *Battaglia di Alessandro e Dario a Isso* sia atipica di Altdorfer per le sue dimensioni e per il fatto che raffigura la guerra, la sua Processione trionfale – un manoscritto miniato del 1512-16 commissionato da Massimiliano I del Sacro Romano Impero – è stata descritta come un antecedente concettuale. La ​​**Processione** è stata prodotta in parallelo con il **Trionfo di Massimiliano**, una serie di 137 xilografie eseguite in collaborazione da Altdorfer, Hans Springinklee, Albrecht Dürer, Leonhard Beck e Hans Schäufelein. ## Influenza sull’Opera **L’influenza contemporanea più significativa** di Altdorfer fu derivata da Matthias Grünewald. Lo storico dell’arte **Horst W. Janson** ha osservato che i loro dipinti “mostrano la stessa immaginazione ‘ribelle’”. Elementi della La *Battaglia di Alessandro e Dario a Isso* – in particolare il cielo – sono stati paragonati all’Ostia celeste sopra la Vergine e il Bambino di Grünewald, che fa parte del suo capolavoro, la Pala di Isenheim. Lucas Cranach il Vecchio, anch’esso associato alla scuola del Danubio, fu un’altra importante influenza per **Altdorfer**. Secondo Roskill, le opere di Cranach del 1500 “*danno un ruolo di primo piano alle ambientazioni paesaggistiche, utilizzandole come sfondi che migliorano l’umore per i ritratti e per le immagini di eremiti e santi visionari*“, e sembrano svolgere un “ruolo preparatorio” per l’inizio del paesaggio puro. **Guglielmo IV, duca di Baviera** commissionò La *Battaglia di Alessandro e Dario a Isso* nel 1528. Altdorfer aveva circa 50 anni all’epoca e viveva nella città imperiale di Ratisbona. Come risultato di oltre un decennio di coinvolgimento con il consiglio comunale di Ratisbona, ad Altdorfer fu offerta la carica di borgomastro il 18 settembre 1528. Rifiutò, gli annali del consiglio riportavano la sua decisione: “*Desidero molto eseguire un’opera speciale in Baviera per mia Altezza Serenissima e grazioso Signore, Duca Guglielmo*“. Guglielmo probabilmente voleva il dipinto per il suo Lusthaus estivo di recente costruzione (“casa del piacere”) nel parco del suo palazzo a Monaco, a circa 97 km a sud di Ratisbona. Lì, doveva essere esposto insieme ad altri sette dipinti con un formato e un soggetto simili, tra cui **Il matirio di Marcus Curtius di Ludwig Refinger**, **L’assedio di Alesia di Cesare di Melchior Feselen** e il dipinto della **Battaglia di Canne di Hans Burgkmair**. Altri otto, ciascuno raffigurante una famosa donna della storia, furono successivamente aggiunti, probabilmente per volere della moglie del duca, Jacobaea di Baden. Susanna e i vecchioni (1526) di Altdorfer era tra questi. ## Descrizione dell’opera ***La *Battaglia di Alessandro e Dario a Isso**** è dipinta su un pannello di legno di tiglio che misura 158,4 cm × 120,3 cm e ritrae il momento della vittoria di **Alessandro Magno**. Il formato verticale è stato dettato dallo spazio disponibile nella stanza per la quale il dipinto è stato commissionato. **In una data sconosciuta,** il pannello è stato tagliato su tutti i lati, in particolare nella parte superiore, quindi il cielo era originariamente più grande e la luna più lontana dall’angolo della scena. La scena è prospetticamente a pochi passi dalla mischia, la prospettiva sale gradualmente per abbracciare i mari e i continenti sullo sfondo e infine la curvatura della Terra stessa. Migliaia di cavalieri e fanti immersi in un mare di lance popolano il primo piano. I due eserciti si distinguono per il loro abbigliamento, per quanto anacronistico: mentre gli uomini di Alessandro vestivano se stessi ei loro cavalli con armature pesanti, molti di Dario indossano turbanti e cavalcano cavalli nudi. **I corpi dei tanti caduti giacciono sotto i piedi. Un fronte di guerrieri macedoni al centro** si oppone alla fatiscente forza nemica, che fugge dal campo di battaglia all’estrema sinistra. Il re persiano si unisce al suo esercito sul suo carro guidato da tre cavalli, ed è inseguito da vicino da Alessandro e dalla sua cavalleria. Il tratto di soldati continua lungo il campo di battaglia in leggera pendenza fino all’accampamento e al paesaggio urbano vicino all’acqua, gravitando verso l’altura montuosa al centro della scena. Al di là c’è il Mar Mediterraneo e l’isola di Cipro. Qui si effettua una transizione di tonalità, dai marroni che prevalgono nella metà inferiore del dipinto agli acqua che saturano la metà superiore. Il fiume Nilo serpeggia in lontananza, svuotando i suoi sette bracci nel Mediterraneo presso il delta del Nilo. A sud di Cipro si trova la penisola del Sinai, che forma un ponte di terra tra l’Africa e l’Asia sudoccidentale. Il Mar Rosso si trova al di là, alla fine si fonde – come fanno le catene montuose alla sua sinistra e alla sua destra – con l’orizzonte curvo. Un cielo feroce colto nella dicotomia tra il sole al tramonto e la luna crescente domina più di un terzo del dipinto. **Le nuvole cariche di pioggia** che vorticano minacciose attorno a ciascuna entità celeste sono separate da un abisso di calma, intensificando il contrasto e infondendo ai cieli un bagliore soprannaturale. La luce del cielo si riversa sul paesaggio: mentre il continente occidentale e il Nilo sono bagnati dalla luce del sole, l’est e la Torre di Babele sono ammantati di ombra. [![particolare Battaglia di Isso](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/battaglia-alessandro-isso-particolare-1024x489-1.jpg "battaglia-alessandro-isso-particolare-1024x489-1 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/battaglia-di-alessandro-e-dario-a-isso-albrecht-altdorfer-1)**Il soggetto del dipinto è spiegato nella tavoletta sospesa** dal cielo. La dicitura, probabilmente fornita dallo storico di corte di Guglielmo Johannes Aventinus, era originariamente in tedesco ma fu successivamente sostituita da un’iscrizione latina. Si traduce: *Alessandro Magno sconfiggendo l’ultimo Dario, dopo che 100.000 fanti e più di 10.000 cavalieri erano stati uccisi tra le fila dei persiani. Mentre il re Dario riuscì a fuggire con non più di 1.000 cavalieri, sua madre, moglie e figli furono fatti prigionieri.* **Non viene fornita alcuna data per la battaglia** insieme a queste cifre sulle vittime. L’angolo in basso a sinistra presenta il monogramma di Altdorfer e il bordo inferiore della tavoletta è inciso con ” ALBRECHT ALTORFER ZU REGENSPVRG FECIT ” (“**Albrecht Altdorfer di Ratisbona fece questo**“). Piccole iscrizioni sul carro e sull’imbracatura identificano rispettivamente Dario e Alessandro. Ogni esercito porta uno stendardo che riporta sia la sua forza totale che le sue future perdite. ## Analisi dell’opera **L’anacronismo è una componente importante della La Battaglia di Alessandro e Dario a Isso.** Vestendo gli uomini di Alessandro con armature d’acciaio del XVI secolo e gli uomini di Dario con abiti da battaglia turchi, **Altdorfer traccia deliberati parallelismi** tra la campagna di Macedonia e il contemporaneo conflitto europeo-ottomano. Nel 1529 – anno della commissione del dipinto – le forze ottomane di Solimano il Magnifico assediarono la città austriaca di Vienna, poi anche capitale del Sacro Romano Impero e chiamata ‘la mela d’oro’ dai Sultani. **Sebbene di gran lunga inferiori in numero**, i soldati austriaci, tedeschi, cechi e spagnoli schierati per difendere Vienna furono in grado di costringere il nemico a ritirarsi e bloccare l’avanzata ottomana sull’Europa centrale. **È probabile che l’allegoria alla base del dipinto sia stata ispirata dall’assedio di Vienna**, date le sue somiglianze con la vittoria di Alessandro a Isso. Alcuni critici vanno oltre, suggerendo che l’inclusione dell’anacronismo potrebbe essere stato un elemento della commissione di Altdorfer. Nel suo Futures Past: On the Semantics of Historical Time, lo storico **Reinhart Koselleck** discute la rappresentazione del tempo di Altdorfer in una luce più filosofica. Dopo aver differenziato tra l’anacronismo superficiale trovato nelle figure delle vittime sugli stendardi dell’esercito e l’anacronismo più profondo radicato nel contesto contemporaneo del dipinto, postula che quest’ultimo tipo sia meno una sovrapposizione di un evento storico su un altro e più un **riconoscimento della natura ricorsiva della storia**. Con riferimento a Koselleck, Kathleen Davis sostiene: “*… **per Altdorfer, i persiani del IV secolo assomigliano ai turchi del XVI secolo** non perché non conosca la differenza, ma perché la differenza non ha importanza … L’ Alexanderschlacht, in altre parole, esemplifica un senso del tempo premoderno, atemporale e una mancanza di coscienza storica … Le sovrapposizioni storiche di **Altdorfer** mostrano una visione escatologica della storia, prova che il XVI secolo è rimasto bloccato in una temporalità statica, costante, che satura proletticamente il futuro come sempre ripetizione del medesimo… In un tale sistema non può esserci evento in quanto tale: anticipazione e arrivo vengono insieme risucchiati nel buco nero della storia sacra, che non è temporalizzato perché il suo tempo è essenzialmente indifferenziato …*” **In primo piano accanto all’anacronismo** in la **Battaglia di Alessandro e Dario a Isso** c’è un’autentica mancanza di storicità. Altdorfer dimostra una minima esitazione nel trascurare l’integrità storica del dipinto per amore del suo stile eroico, nonostante gli sforzi che ha impiegato per ricercare la battaglia. **Non è chiaro perché l’esercito persiano fosse fino al doppio delle dimensioni dell’esercito macedone e il posizionamento relativo dei soldati** riportato da fonti antiche è stato ignorato. Secondo la critica d’arte **Rose-Marie Hagen**, “*L’artista era fedele alla verità storica solo quando gli andava bene, quando i fatti storici erano compatibili con le esigenze della sua composizione*“. [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/battaglia-alessandro-isso-esercito-1024x460-1.jpg "battaglia-alessandro-isso-esercito-1024x460-1 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/battaglia-di-alessandro-e-dario-a-isso-albrecht-altdorfer-1)Hagen nota anche il **posizionamento delle donne sul campo di battaglia**, attribuendolo alla “passione per le invenzioni” di Altdorfer, poiché la moglie di Dario, sua madre e le sue figlie stavano aspettando Dario al campo, non nel bel mezzo della battaglia. Fedele alla forma, tuttavia, Altdorfer faceva sembrare le signore aristocratiche “*sembrano dame di corte tedesche, vestite per una festa di caccia*” nei loro cappelli piumati. Il principale punto di riferimento di Altdorfer nella sua ricerca fu probabilmente **la Cronaca di Norimberga di Hartmann Schedel**, una storia mondiale illustrata pubblicata a Norimberga nel 1493. Schedel era un medico, umanista, storico e cartografo, e la sua Cronaca fu uno dei primi libri prodotti tramite macchina da stampa. Con una forte dipendenza dalla Bibbia, racconta le sette età della storia umana, dalla Creazione alla nascita di Cristo e termina con l’ Apocalisse. Le statistiche di Altdorfer per la battaglia di Isso rispecchiano quelle di Schedel. **Inoltre, gli errori nelle mappe del Mediterraneo e del Nord Africa di Schedel** sono presenti anche nella Battaglia di Alessandro a Isso, l’isola di Cipro è notevolmente sovradimensionata, e sia l’innalzamento della montagna al centro del dipinto sia la catena adiacente al Nilo non possono esistere. Dalla cronaca descrive la vittoria di Alessandro sui persiani in termini di vicinanza a Tarso e omette di menzionare Isso, è probabile che il paesaggio urbano in riva al mare sia inteso come la prima città piuttosto che la seconda. **Isso nel XVI secolo era minore e relativamente sconosciuto**, mentre Tarso era rinomata per essere stata un importante centro di cultura e filosofia in epoca romana. Si diceva anche che Tarso fosse il luogo di nascita dell’apostolo Paolo, il che potrebbe spiegare la presenza dei campanili della chiesa nella rappresentazione di Altdorfer. Un’altra fonte potrebbe essere stata gli scritti di Quinto Curtius Rufus, uno **storico romano del I secolo** che presenta cifre gonfiate per il numero di uccisi e fatti prigionieri e le dimensioni degli eserciti. **Il cielo ha un chiaro significato** metaforico ed è il fulcro del simbolismo del dipinto. Alessandro, identificato dagli egizi e da altri come un dio del sole, trova la sua vittoria nei raggi del sole, e i persiani vengono sconfitti nell’oscurità sotto la falce di luna, simbolo del Vicino Oriente. Considerato in termini di contesto contemporaneo del dipinto, il trionfo del sole sulla luna rappresenta la vittoria della cristianità sull’islamismo degli ottomani. Il significato escatologico, probabilmente ispirato alle profezie del libro di Daniele, è intriso dell’ambiente celeste. In particolare Daniele predice l’ascesa e la caduta di quattro regni prima della Seconda Venuta, si pensava che questi fossero Babilonia, Persia, Grecia e Roma al momento della creazione del dipinto. Altdorfer vedeva la Battaglia di Alessandro e Dario a Isso come un indicatore principale della transizione del potere dalla Persia alla Grecia, e quindi come un evento di importanza cosmica. La ​​battaglia segnò anche una progressione verso la fine del mondo – una preoccupazione teologica importante nel XVI secolo, dato che le ultime tracce di Roma andavano diminuendo con il papato. **Come membro del consiglio di Ratisbona** e cattolico praticante, Altdorfer interagiva spesso con la Chiesa ed era sicuramente consapevole di questa tendenza del pensiero escatologico. Anche Schedel aveva calcolato che l’età finale dei sette che aveva identificato era vicina. Si può quindi dedurre che l’espressione del cielo dell’evento epocale di Isso doveva essere anche di rilevanza contemporanea. ## L’opera nel tempo **La battaglia di Alessandro a Isso** rimase per secoli parte della collezione reale dei duchi di Baviera. Entro la fine del XVIII secolo, era regolarmente presente nelle gallerie pubbliche del Palazzo Schleissheim. **Il dipinto era uno dei 72 portati a Parigi nel 1800** dagli eserciti invasori di Napoleone I, che era un noto ammiratore di Alessandro Magno. Il Louvre lo tenne fino al 1804, quando **Napoleone si dichiarò imperatore di Francia** e lo prese per uso proprio. Quando i prussiani conquistarono il castello di Saint-Cloud nel 1814 come parte della guerra della sesta coalizione, **avrebbero trovato il dipinto appeso nel bagno di Napoleone**. La battaglia di Alessandro a Isso e altri 26 dipinti presi durante l’invasione del 1800 furono successivamente **restituiti al re di Baviera nel 1815**. Dalla collezione reale al museo d’arte Alte Pinakothek di Monaco, in Germania, dove sono gli altri tre si trovano nel Museo Nazionale di Belle Arti di Stoccolma, dopo essere stati saccheggiati dall’esercito svedese nella Guerra dei Trent’anni del 1618-1648. Susanna e gli anziani è l’unica altra opera di Altdorfer nella Alte Pinakothek. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Arte e Architettura **Tag:** Arte, Medioevo --- ### [L'arte romana: le caratteristiche fondamentali dell'arte a Roma](https://scriptamanentitalia.it/arte-romana-caratteristiche/) **Published:** Aprile 28, 2021 **Author:** Niccolò Giraudo **Excerpt:** Alla scoperta dell'arte romana: dagli archi in architettura, ai canoni della scultura fino agli affreschi e ai monili **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’arte romana nell’architettura](#Larte_romana_nellarchitettura) - [La scultura e la ritrattistica romana](#La_scultura_e_la_ritrattistica_romana) - [Gli affreschi nell’epoca romana](#Gli_affreschi_nellepoca_romana) - [I mosaici romani](#I_mosaici_romani) - [La produzione di gioielli e monili](#La_produzione_di_gioielli_e_monili) L’**arte romana** è un fenomeno lungo e complesso, difficilmente classificabile, ma certamente composto da un processo di unificazione, continuo interscambio e trasporto di novità e tendenze per tutto il Mediterraneo, per un periodo di svariati secoli. I romani non partono da una solida tradizione artistica, come nel caso dei Greci. Soprattutto nell’epoca arcaica, l’attività artistica viene considerata come **quasi completamente inutile** e il lavoro stesso dell’artista ha una bassa reputazione. In alcuni casi, ritrarre delle immagini, soprattutto di divinità, è inutile e vietato. Nonostante questa iniziale chiusura, i romani, essendo originari dell’Italia centrale e in particolare delle tribù dell’antico Lazio, vennero comunque influenzati da altre culture locali italiche, soprattutto quelle **dell’Etruria**, che determinarono in maniera sostanziale le tendenze artistiche dei primi romani. Ma nel momento in cui Roma si espande e comincia a conquistare dei nuovi territori, assumendo una dimensione Mediterranea, l’esibizione dei trofei prelevati dai luoghi conquistati diventa racconto dell’espansione stessa di Roma e, in un continuo scambio interculturale, inizia a delinearsi un’arte italica mista alle specifiche culture delle province conquistate. ## L’arte romana nell’architettura Fra i campi in cui l’arte romana si espresse al suo massimo, vi è certamente **l’architettura**. Roma fa tesoro della tradizione greca per interpretarla in senso **pragmatico e funzionale**. L’architettura romana “ripulisce” quella greca da alcuni abbellimenti pregiati, preferendo delle linee piane e semplificate e appoggiandosi a nuovi materiali come il mattone e soprattutto il cemento. Nell’architettura, l’arte romana non si concretizza nei dettagli ma soprattutto nelle **forme fondamentali delle strutture**. Protagonista indiscusso è l’arco, che i romani ereditano dal mondo etrusco, ma che perfezionano: l’intenzione è indubbiamente quella di dare un senso di ordine e di concretezza alle strutture. Un esempio di arte bella e concreta allo stesso tempo si vede bene nelle grandi terme di Roma, ma anche nel Pantheon e, in epoca più tarda e reinterpretata in chiave cristiana, nelle grandi chiese e basiliche che dominano il tardo Impero e il primo Medioevo. A partire dal I secolo d.C, la continua espansione dell’impero portò l’arte greco-romana in molte parti d’Europa, dal nord Africa all’Asia, consentendo lo sviluppo di una miriade di arti provinciali miste, italiche e locali, che andarono dalla Britannia fino alle zone settentrionali del Sahara e dalla Spagna all’Arabia. ## La scultura e la ritrattistica romana Nella scultura e nella ritrattistica, un aspetto chiave dell’arte romana era la **commemorazione di personaggi important**i ed aristocratici: sotto questo aspetto si possono registrare due tendenze che arrivano a convivere insieme. Da una parte la necessità tipicamente romana di **ritrarre la realtà dei volti**, con una tradizione veristica molto pronunciata, e dall’altra l’influenza ellenistica che **impone regole e limiti**. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/04/ottaviano.webp "ottaviano - Scripta Manent Italia") Si crea nel tempo uno stile medio in cui i volti appaiono estremamente reali, anche con dettagli caratteristici come le rughe, la fronte stempiata o gli occhi profondi, ma senza dimenticare i canoni greci, soprattutto a livello di armonia generale delle forme e di equilibrio nelle statue intere. Un’altra tendenza fondamentale nella scultura romana è la **copia delle grandi opere greche**. I nobili e gli aristocratici romani facevano eseguire puntualmente delle fedeli riproduzioni delle principali sculture greche per abbellire le loro ville e celebrare la grandezza della loro famiglia. Ma in questo modo, quasi inconsapevolmente, la nobiltà romana ha anche raccolto l’eredità greca, trasportando fino ai giorni nostri quelle opere. La stragrande maggioranza delle sculture greche, infatti, ci è nota oggi grazie alle copie romane. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/04/roma_mostra-marmi-torlonia_allestimento_09_foto-fondazione-torlonia_bulgari_electa.webp "roma_mostra-marmi-torlonia_allestimento_09_foto-fondazione-torlonia_bulgari_electa - Scripta Manent Italia") Nel periodo imperiale la raffigurazione degli imperatori diventò sistematica e non si limitò più alle sole statue, ma si espresse anche in costruzioni imponenti, come gli **archi di Trionfo**, celebri quelli di Tito e di Costantino, o come le **colonne**, come quella di Traiano, che ripercorrono, attraverso una serie di bassorilievi, conquiste e spedizioni in paesi lontani. In queste occasioni gli artisti romani non prestano particolare attenzione ad elementi formali come la prospettiva o la giusta grandezza degli elementi, quanto piuttosto alla **drammaticità e all’efficacia dei racconti,** attraverso scene significative che comunichino l’attività militare e allo stesso tempo civilizzatrice di Roma. Anche se Roma fu senza dubbio il centro di produzione preferito dell’aristocrazia e destinazione finale delle più importanti opere artistiche, gran parte della scultura del periodo romano **venne prodotta nelle province**, dove scultori locali lavoravano pietre calcaree e arenarie, seguendo lo stile romano classico ma adattandolo alle specificità della propria cultura e del proprio territorio. Molto interessante per esempio è tutta la scultura prodotta nelle regioni di **Treviri**, in Germania, nella **Gallia** settentrionale e in **Britannia**. Di grandissimo interesse artistico e di innegabile fascino sono anche le produzioni scultoree della zona di Palmira in **Siria** e in generale in tutto il Medio Oriente, dove le sculture religiose, ma anche funerarie, hanno lasciato delle tracce importantissime dell’arte romana. ## Gli affreschi nell’epoca romana Un altro elemento fondamentale della produzione artistica romana erano i **dipinti e gli affreschi** delle ville private. La maggior parte delle testimonianze risalgono al periodo compreso tra il I secolo a.C e il I secolo d.C, nella zona campana e ovviamente a Pompei, dove l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C ha letteralmente “cristallizzato” delle città antiche per sempre. In linea generale, si notano **quattro stili** nei dipinti romani: il primo che utilizza i pigmenti per imitare le venature del marmo, il secondo che riproduce delle vedute paesaggistiche, che sembrano quasi “sfondare” il muro su cui sono dipinte e dare l’illusione che le stanze siano più grandi, un terzo che si occupa di riprodurre motivi decorativi e fantasiosi e l’ultimo che si concentra su temi mitologici. Nonostante sia indubitabile la presenza dei modelli ellenistici, che sono sempre il punto di partenza dell’arte romana, vi sono dipinti di notevole originalità, come quelli del giardino della **casa di Livia a Prima Porta**, appena fuori Roma, o quelli della **Domus Aurea di Nerone**. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/04/casa-di-L-particolare-1.webp "casa-di-L-particolare-1 - Scripta Manent Italia") L’arte figurativa romana conosce poi una rivoluzione importante nel periodo paleocristiano. La pittura diventa semplice, con colori più tenui ma soprattutto fortemente **simbolica**. Il significato non è quello immediatamente visibile, che sembra appartenere a normali scene quotidiane, ma quello continuamente ribadito da simboli conosciuti solamente dalla comunità Cristiana. ## I mosaici romani L’arte romana si esprime anche con i **mosaici**. Anche se questi non sono un’invenzione della romanità, è certo che i romani dimostrarono di gradire questo tipo di espressione artistica, facendola propria. Molti mosaici romani sono di natura prettamente **geometrica**, utilizzati nelle stanze come noi oggi usiamo i tappeti, ma vi sono anche tanti soggetti figurativi, che vanno dalle scene mitologiche e religiose ai mosaici paesaggistici marini, fino a scene di combattimenti tra gladiatori e bestie feroci. Lo stile dei mosaici si personalizza poi a seconda dell’area geografica: nel Nord Africa troviamo molte rappresentazioni realistiche delle arene di combattimento, mentre in Grecia e in Britannia si sono sviluppate più spesso rappresentazioni mitologiche. Anche in questo caso abbiamo delle opere d’arte di particolare pregio che sono arrivate fino a noi, come il mosaico di inizio del IV secolo a.C della grande caccia in Piazza Armerina in Sicilia, che rappresenta lotte tra uomini e bestie, così come un mosaico rinvenuto a Woodchester, in Inghilterra, che riproduce degli animali che girano intorno ad un piccolo monumento. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/04/42fd489d53b921faf5895706a28ab4a4.webp "42fd489d53b921faf5895706a28ab4a4 - Scripta Manent Italia")## La produzione di gioielli e monili Da non sottovalutare, anche se rientrano nelle categorie delle arti minori, la produzione di **gioielli**. I ricchi aristocratici romani gareggiavano tra di loro nel commissionare gioielli in oro, servizi di piatti argentati o più in generale manifattura pregiata. In questo caso celebre esempio è la cosiddetta **“Coppa di Licurgo”,** realizzata con particolare perizia, tanto da cambiare colore a seconda della luce con cui viene illuminata. Sono notevolissime anche le produzioni di gemme incise, tra cui zaffiri e smeraldi, cristalli provenienti dall’India, pietre delle Alpi e ambra del Baltico. Molto spesso le pietre dure venivano scolpite con intagli estremamente **raffinati** e particolareggiati, tanto che gli studiosi sono giunti alla conclusione che gli artisti romani erano riusciti, attraverso un sistema di vetri, ad ingrandire notevolmente l’area di lavoro come noi faremmo oggi con una lente o un microscopio. Alcune opere erano firmate da artisti famosi come quelle di **Dioskurides**, noto per aver scolpito l’anello con il sigillo imperiale di Augusto. L’arte romana è vasta e la sua diversità, a volte, è difficile da classificare. Ma nel periodo antico vennero di fatto poste le basi di tutta l’arte successiva e soprattutto vennero sdoganati dei modelli a cui l’arte mondiale non può non rifarsi continuamente. Anche se, giustamente, la storia dell’arte è dominata dal periodo del Rinascimento, non si può dunque prescindere dal lunghissimo e imponente percorso artistico che si è sviluppato in tutto il periodo greco-romano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Arte e Architettura --- ### [Gli Undici Cesari di Tiziano Vecellio disegnati da Sadeler](https://scriptamanentitalia.it/gli-undici-cesari-di-tiziano-vecellio-disegnati-da-sadeler/) **Published:** Gennaio 4, 2024 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Tiziano Vecellio, un breve excursus sull’autore](#Tiziano_Vecellio_un_breve_excursus_sullautore) - [L’ispirazione degli Undici Cesari](#Lispirazione_degli_Undici_Cesari) - [La collezione degli Undici Cesari](#La_collezione_degli_Undici_Cesari) Andiamo alla scoperta degli Undici Cesari, i mezzibusti dipinti da Tiziano Vecellio per Federico II Gonzaga e ispirati alle Vite dei Cesari di Svetonio. ## Tiziano Vecellio, un breve excursus sull’autore Prima di addentrarci nella descrizione e nell’analisi degli Undici Cesari, ripercorriamo brevemente l’attività artistica di Tiziano Vecellio. Nato a Pieve di Cadore nel 1490, Tiziano domina la scena della pittura veneziana durante tutto il corso del Cinquecento, diventando fonte d’ispirazione anche per gli artisti europei dei secoli successivi. Durante la formazione presso la **bottega di Giovanni Bellini**, viene a contatto con Giorgione, che diviene per il giovane Tiziano fonte d’ispirazione per quanto riguarda il realismo delle figure. Una volta apprese le più importanti lezioni sull’uso del colore e sull’apparato di forme cinquecentesche dal maestro, Tiziano carica le proprie opere di una nuova tensione drammatica, di un **dinamismo senza precedenti** e di grande forza e intensità tramite pennellate rapide e decise, tonalità più chiare e vive, e una serie di figure energiche e talvolta anche violente. Sono emblematici, da questo punto di vista, dipinti come *Miracolo della donna ferita dal marito geloso* o *l’Assunzione della Vergine*. Col trascorrere del tempo, **l’arte di Tiziano si evolve, in particolare** nel momento in cui entra in contatto con la cultura centro-italiana: nei primi decenni del ‘500, l’artista fonde la tradizione del colorismo veneto con il plasticismo anatomico romano. Realizza così dipinti come *Polittico Averoldi* e la *Sacra conversazione*. A partire dal 1524, Tiziano entra in contatto con **Federico II Gonzaga, duca di Mantova**, che gli permette di incontrare l’imperatore Carlo V e gli commissiona negli anni successivi le immagini a mezzobusto degli Undici Cesari, che ora andremo ad approfondire. [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/Banner-Collezione-1024x683-1.jpg "Banner-Collezione-1024x683-1 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/collections/11-cesari)## L’ispirazione degli Undici Cesari **I busti degli Undici Cesari sono ispirati al *De Vita Caesarum****,* di Gaio Svetonio Tranquillo. Giunta a noi quasi del tutto intatta (salvo la dedica e le prime pagine della vita di Cesare), l’opera contiene le biografie in ordine cronologico dei primi dodici imperatori, a partire da Cesare fino a Domiziano. Pubblicata poco prima del 122, il **De Vita Caesarum** comprende un totale di otto libri: i primi sei sono dedicati rispettivamente a **[Cesare](https://trizioeditore.it/products/giulio-cesare-di-peter-paul-rubens-1626)**, [**Augusto**](https://trizioeditore.it/products/imperatore-augusto), Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone; il settimo libro comprende le biografie di Galba, Otone e Vitello; l’ottavo quelle di Vespasiano, Tito e Domiziano. ## [La collezione degli Undici Cesari](https://trizioeditore.it/collections/11-cesari) Come già accennato poco sopra, nel 1536 a Tiziano Vecellio viene assegnato da Federico II Gonzaga il compito di dipingere dodici ritratti dei Cesari, da collocare in una stanza apposita del Palazzo Ducale di Mantova progettata da Giulio Romano e caratterizzata da un tipo di arredamento ispirato alla storia antica. Tiziano dovette dunque trarre ispirazione dalle *Vite dei Cesari* di Svetonio per quanto concerne i soggetti, e dallo studio sui busti antichi per quel che riguarda lo stile artistico e la fisicità da dare ai suoi dipinti. **L’artista impiegò circa quattro anni per portare a termine il lavoro**, e così i ritratti dei Cesari furono completati solo poco prima della morte del Duca di Mantova, avvenuta nel 1540. Sorge ora una domanda: se il *De Vita Caesarum* di Svetonio comprende le biografie dei primi dodici imperatori romani, come mai la collezione del Palazzo Ducale di Mantova ne contiene solo undici? La risposta è presto detta. **Nonostante le dimensioni della sala di Giulio Romano** consentissero perfettamente l’affissione di tre ritratti su ognuna delle quattro pareti, la presenza di una grande finestra sulla parete ovest della stanza fece sì che uno dei ritratti venisse escluso dallo schema decorativo. Il ritratto del dodicesimo imperatore, Domiziano, dunque, venne esposto altrove. La serie di ritratti si snodava all’interno della stanza in senso orario, con Giulio Cesare posizionato sulla parete nord e Tito su quella volta a ovest. **I soggetti raffigurati da Tiziano erano rappresentati in pose classiche**, con indosso armature scintillanti e abiti fluenti e drappeggiati, e con in mano armi quali spade e bastoni, volti a dare un senso di grandezza e imponenza alle immagini di quella dinastia di uomini illustri. Per decorare ulteriormente la stanza, Giulio Romano aggiunse degli affreschi sul soffitto, delle nicchie volte a incorniciare gli undici ritratti di Tiziano, e tutta una serie di ulteriori dipinti sui pannelli di legno sottostanti che mettevano in scena diversi momenti della vita di ogni imperatore. **La collezione degli Undici Cesari di Tiziano fu venduta da Vincenzo II Gonzaga a Carlo I** d’Inghilterra tra il 1627 e il 1628, ma venne successivamente messa all’asta sotto il Commonwealth inglese. Venduti per 1200 sterline all’ambasciatore spagnolo Alonso de Cárdenas, per conto di Don Luis Méndez de Haro, gli Undici Cesari vennero successivamente ceduti a Filippo IV di Spagna. I ritratti di Tiziano furono esposti infine presso la Galería de Retratos dell’Alcazar Reale di Madrid, ma andarono disgraziatamente perduti nel rovinoso incendio che distrusse l’Alcázar nel 1734. **Gli Unidici Cesari di Tiziano furono d’ispirazione per Bernardino Campi**, che ne fece una sua versione (con l’aggiunta di Domiziano) nel 1561 per Francesco Ferdinando d’Avalos, governatore di Milano. [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/Banner-Collezione-1024x683-1.jpg "Banner-Collezione-1024x683-1 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/collections/11-cesari) ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Arte e Architettura **Tag:** Antica Roma --- ### [La scuola di Atene di Raffaello, analisi dell’opera](https://scriptamanentitalia.it/la-scuola-di-atene-di-raffaello-analisi-opera/) **Published:** Gennaio 3, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** La scuola di Atene è uno degli affreschi più celebri e significativi del Rinascimento italiano, opera del geniale pittore Raffaello Sanzio. Si trova nella Stanza della Segnatura, una delle quattro stanze decorate da Raffaello nei Musei Vaticani, su commissione di papa Giulio II. L’affresco occupa la parete ovest della stanza e misura circa 770 x 500 cm. Fu realizzato tra il 1509 e il 1511, quando Raffaello aveva circa 26-28 anni. **[PRENOTA LA TUA RIPRODUZIONE SU CARTA AMALFI](https://trizioeditore.it/products/la-scuola-di-atene-di-raffaello-sanzio-riproduzione-carta-amalfi)** [![La scuola di Atene di Raffaello](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/scuola-di-atene-1024x794-1.jpg "scuola-di-atene-1024x794-1 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/la-scuola-di-atene-di-raffaello-sanzio-riproduzione-carta-amalfi)L’opera rappresenta la filosofia, una delle quattro discipline del sapere umanistico, insieme alla teologia, alla poesia e alla giurisprudenza, che sono raffigurate nelle altre pareti della stanza. La filosofia è intesa come la ricerca della verità razionale e naturale, in contrapposizione alla verità rivelata e soprannaturale della teologia. La scuola di Atene è quindi una celebrazione della cultura classica e del suo recupero nel Rinascimento, ma anche un omaggio alla civiltà romana e al papato come suoi eredi. L**’affresco mostra una grande scena ambientata in un edificio classico**, con archi, colonne, nicchie e statue. Al centro si apre una volta a botte con un cielo azzurro e nuvole bianche. Il pavimento è decorato con motivi geometrici che creano un effetto di prospettiva lineare. L’architettura è ispirata alle opere di Bramante, l’architetto preferito da Giulio II e amico di Raffaello. Nell’edificio si trovano numerosi personaggi, che rappresentano i più grandi filosofi, matematici, astronomi, scienziati e artisti dell’antichità greca e romana. Essi sono divisi in gruppi secondo le loro affinità intellettuali e dialogano tra loro in varie pose ed espressioni. Alcuni personaggi sono riconoscibili grazie ai loro attributi o alle loro somiglianze con ritratti antichi o contemporanei. Altri invece sono più difficili da identificare o sono oggetto di dibattito tra gli studiosi. **Al centro dell’affresco si trovano i due filosofi più importanti della tradizione occidentale: Platone e Aristotele**. Platone è raffigurato come un vecchio con la barba bianca e il mantello rosso. Tiene in mano il Timeo, uno dei suoi dialoghi più celebri, in cui espone la sua teoria delle idee. Con il braccio alzato indica il cielo, simbolo del mondo intelligibile e trascendente. Aristotele è raffigurato come un uomo maturo con la barba nera e il mantello blu. Tiene in mano l’Etica Nicomachea, uno dei suoi trattati più famosi, in cui espone la sua teoria dell’etica e della politica. Con il braccio teso indica la terra, simbolo del mondo sensibile ed empirico. Platone e Aristotele sono i capostipiti di due correnti filosofiche opposte: l’idealismo e il realismo. Platone sostiene che la realtà vera è quella delle idee, che sono modelli perfetti e immutabili delle cose sensibili. Aristotele sostiene invece che la realtà vera è quella delle cose sensibili, che hanno una forma e una sostanza proprie. Questa contrapposizione si riflette anche nella disposizione dei personaggi ai lati dei due filosofi. A sinistra di [**Platone** ](https://scriptamanentitalia.it/scuola-antica-roma/ "La scuola nell’antica Roma. Come studiavano i ragazzi romani?")si trovano i filosofi che seguono la sua visione idealista o metafisica. Tra questi si possono riconoscere: Socrate, il maestro di Platone, che dialoga con alcuni giovani; Pitagora, il fondatore della scuola matematica che credeva nell’armonia dei numeri; Eraclito, il pensatore del divenire e del fuoco; Diogene, il cinico che viveva come un cane; Zenone di Elea, l’autore dei paradossi sul movimento; Epicuro, il fondatore della scuola atomista che predicava il piacere come bene supremo. Inoltre, si possono notare alcuni personaggi che non sono propriamente filosofi, ma che hanno contribuito alla cultura classica con le loro opere artistiche o scientifiche. Tra questi si possono riconoscere: Federico II di Mantova, il mecenate di Raffaello, che è ritratto come il re macedone Perseo; Bramante, l’architetto ammirato da Raffaello, che è ritratto come Euclide, il padre della geometria; Michelangelo, il rivale di Raffaello, che è ritratto come Eraclito, il pensatore solitario e malinconico; Raffaello stesso, che si autoritrae con un berretto nero e uno sguardo diretto verso lo spettatore. **A destra di Aristotele si trovano i filosofi che seguono la sua visione realista o empirica**. Tra questi si possono riconoscere: Alessandro Magno, il conquistatore del mondo antico e allievo di Aristotele; Crisippo, il fondatore della scuola stoica che insegnava la virtù e la saggezza; Ptolomeo, l’astronomo che elaborò il sistema geocentrico; **Strabone**, il geografo che descrisse le terre conosciute; Ippocrate, il padre della medicina; **Averroè**, il filosofo arabo che commentò le opere di **Aristotele**. Inoltre, si possono notare alcuni personaggi che rappresentano le diverse arti e scienze pratiche. Tra questi si possono riconoscere: un uomo con una bilancia e una spada, che simboleggia la giustizia; un uomo con una penna e un libro, che simboleggia la letteratura; un uomo con una sfera celeste e un compasso, che simboleggia l’astronomia; un uomo con una tavola e un calamaio, che simboleggia la matematica. La scuola di Atene è quindi un capolavoro di armonia e equilibrio tra le diverse parti dell’affresco. Raffaello ha saputo creare una composizione simmetrica e dinamica, in cui i personaggi sono disposti secondo una forma piramidale e **seguono linee prospettiche convergenti verso il centro**. Ha anche saputo creare un contrasto cromatico tra i colori caldi e freddi dei mantelli dei due filosofi centrali e dei gruppi ai loro lati. Ha infine saputo rendere con realismo e naturalezza le figure umane, i loro gesti e le loro espressioni, mostrando la sua abilità nel disegno e nella pittura. **La scuola di Atene è un’opera che esprime al meglio lo spirito del Rinascimento italiano**, in cui l’uomo è al centro dell’interesse artistico e culturale. È anche un’opera che testimonia la grandezza di Raffaello come artista universale e geniale, capace di sintetizzare le diverse influenze del suo tempo e di creare opere originali e immortali. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Arte e Architettura **Tag:** Storia --- ### [Arte romana e arte greca a confronto](https://scriptamanentitalia.it/arte-romana-e-arte-greca-a-confronto/) **Published:** Gennaio 4, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** **L’arte greca e l’arte romana sono due espressioni artistiche che hanno avuto una grande influenza nella storia della cultura occidentale**. Sebbene presentino molte somiglianze, dovute al fatto che i Romani hanno assimilato e adattato molti elementi dell’arte greca, esistono anche delle differenze significative che riflettono le caratteristiche delle due civiltà. **L’arte greca** si sviluppa tra il VIII e il IV secolo a.C. ed è caratterizzata dalla ricerca della bellezza ideale, dell’armonia e del naturalismo. I Greci concepiscono l’arte come un mezzo per esprimere i valori della loro cultura, come la democrazia, la libertà, la razionalità e il mito. L’arte greca si manifesta soprattutto nella scultura, nell’architettura e nella pittura vascolare. **La scultura greca rappresenta la figura umana in modo realistico e nudo, esaltando la perfezione fisica** e il movimento. I Greci usano soprattutto il bronzo e il marmo per realizzare le loro opere, che spaziano dai kouroi (giovani atleti) alle statue di divinità, da quelle di filosofi e poeti a quelle di atleti vincitori. Tra le opere più famose ci sono i Bronzi di Riace, il Discobolo di Mirone, l’Afrodite di Cnido di Prassitele e il Laocoonte. **Plinio il Vecchio ci racconta** che i Bronzi di Riace furono trovati in mare da dei pescatori e che erano opera di Fidia e [Policleto](https://it.wikipedia.org/wiki/Policleto). Pausania ci informa che il Discobolo era originariamente collocato nel santuario di Apollo a Delfi e che rappresentava un atleta in procinto di lanciare il disco. Vitruvio ci trasmette che l’Afrodite di Cnido era la prima statua femminile completamente nuda della storia dell’arte e che era considerata una meraviglia per la sua bellezza. **Il Laocoonte è un gruppo scultoreo che mostra** il sacerdote troiano Laocoonte e i suoi figli attaccati da due serpenti inviati da Atena. Plinio il Vecchio lo definisce “un’opera superiore a tutte le pitture e le sculture” e lo attribuisce agli scultori rodii Agesandro, Atenodoro e Polidoro. **L’architettura greca** si basa sul principio dell’ordine, cioè sul rapporto proporzionale tra le parti di un edificio. I Greci usano tre tipi di colonne: dorica, ionica e corinzia, che differiscono per la forma del capitello. I principali edifici sono i templi dedicati alle divinità, costruiti su una piattaforma rialzata (stylobate) e circondati da colonne (periptero). Tra i templi più celebri ci sono il Partenone ad Atene, dedicato ad Atena, e il tempio di Zeus a Olimpia. [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/partenone-1024x768-1.jpg "partenone-1024x768-1 - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/collections/vedute-storiche)*Il Partenone tempio greco periptero octastilo di ordine dorico* Il Partenone è considerato il capolavoro dell’architettura dorica e fu progettato da Ictino e Callicrate sotto la supervisione di Fidia. **Il tempio di Zeus è uno dei più grandi templi greci** ed è famoso per ospitare una delle sette meraviglie del mondo antico: la statua crisoelefantina di Zeus realizzata da Fidia. La pittura vascolare greca consiste nella decorazione di vasi di terracotta con scene mitologiche, storiche o quotidiane. I Greci usano due tecniche principali: la figura nera, in cui le figure sono nere su sfondo rosso, e la figura rossa, in cui le figure sono rosse su sfondo nero. Tra i pittori più noti ci sono Eschiele e Andocide. **L’arte romana** si sviluppa tra il III secolo a.C. e il V secolo d.C. ed è caratterizzata dalla funzionalità, dal realismo e dallo spirito storico. I Romani concepiscono l’arte come un mezzo per esprimere il potere politico, la grandezza militare, la gloria degli imperatori e la vita sociale. L’arte romana si manifesta soprattutto nell’architettura, nella scultura e nella pittura murale. **L’architettura romana si basa sull’uso di nuove tecniche costruttive**, come l’arco e la volta, che permettono di realizzare edifici più ampi e alti. I Romani usano materiali diversi dal marmo greco, come il tufo, il peperino, il laterizio e il cementizio. I principali edifici sono le opere pubbliche, come le strade, gli acquedotti, i ponti, le terme, i teatri, gli anfiteatri e i circhi. Tra le opere più famose ci sono il Colosseo a Roma, l’anfiteatro Flavio dedicato ai giochi gladiatori; **il Pantheon a Roma**, un tempio circolare con una cupola forata; il Pont du Gard in Francia, un acquedotto che attraversa il fiume Gardon; la basilica di Massenzio a Roma, un edificio civile per le funzioni giudiziarie e commerciali. **Vitruvio ci illustra i principi dell’architettura romana nel suo De Architectura**, dove ci indica le tipologie degli edifici romani, le loro funzioni, le loro proporzioni, i loro materiali e le loro decorazioni. Ci indica anche i nomi degli architetti più famosi e delle loro opere più importanti. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2024/01/afrodite-di-cnido-683x1024-1.jpg "afrodite-di-cnido-683x1024-1 - Scripta Manent Italia")*Afrodite di Cnido la statua in marmo realizzata da Prassitele* **La scultura romana** rappresenta la figura umana in modo realistico e individuale, esaltando i tratti caratteristici e le espressioni. I Romani usano soprattutto il marmo e il bronzo per realizzare le loro opere, che spaziano dai ritratti di imperatori e di cittadini a quelli di divinità, da quelli di personaggi storici a quelli di barbari sconfitti. Tra le opere più famose ci sono l’**Ara Pacis a Roma**, un altare dedicato alla pace di Augusto; il busto di Cesare; la colonna Traiana a Roma, che narra le imprese dell’imperatore; il sarcofago di Portonaccio, che mostra una battaglia tra Romani e barbari. **Plinio il Vecchio** ci fornisce una serie di notizie sugli artisti romani e sulle loro opere. Ci racconta anche di come i Romani abbiano portato a Roma molte opere greche come bottino di guerra o come doni diplomatici. La pittura murale romana consiste nella decorazione di pareti interne di case, ville e monumenti con scene figurative o paesaggistiche. I Romani usano la tecnica dell’affresco, in cui i colori sono applicati su uno strato di intonaco fresco. La pittura murale romana si divide in quattro stili: il primo stile, detto anche incrostato, imita il rivestimento in marmo; il secondo stile, detto anche architettonico, crea l’illusione di una prospettiva; il terzo stile, detto anche ornamentale, privilegia gli elementi decorativi su uno sfondo monocromo; il quarto stile, detto anche fantastico, mescola elementi architettonici e figurativi in modo eclettico. Tra gli esempi più noti ci sono le pitture di Pompei e Ercolano **In conclusione**, l’arte greca e **l’arte romana** hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della cultura occidentale. Pur avendo molti punti in comune, le due arti si distinguono per le loro finalità, i loro linguaggi e le loro testimonianze. L’arte greca è più legata all’ideale e al mito, mentre l’arte romana è più legata al reale e alla storia. L’arte greca è più concentrata sulla scultura e sull’ordine architettonico, mentre l’arte romana è più innovativa nell’architettura e nella pittura. **L’arte greca** ci ha lasciato capolavori di rara bellezza e armonia, mentre l’arte romana ci ha tramandato documenti preziosi della vita antica. Le fonti antiche che ci informano sull’arte greca e romana sono sia letterarie che epigrafiche e ci permettono di apprezzare meglio le opere e gli artisti di queste due civiltà. Fonti: - *Plinio il Vecchio. (77-79 d.C.). Naturalis Historia (libri XXXIV-XXXVI)* - *Pausania. (II secolo d.C.). Periegesi della Grecia (libri I-X)* - *Vitruvio. (I secolo a.C.). De Architectura (libri I-X)* - *Boardman, J. (2016). Arte greca. Bologna: Il Mulino* - *Zanker, P. (2012). Arte romana. Bologna: Il Mulino* - *Settis, S. (2019). I Greci in Occidente. Torino: Einaudi* - *Coarelli, F. (2014). Roma. Bari: Laterza* - *Carandini, A. (2017). La nascita di Roma. Torino: Einaudi* ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Arte e Architettura **Tag:** Antica Roma, Arte --- ### [Assedio e conquista di Veio 396 a.C.](https://scriptamanentitalia.it/assedio-conquista-veio-396/) **Published:** Gennaio 3, 2024 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La lotta fra Roma e Veio](#La_lotta_fra_Roma_e_Veio) - [Il rinnovamento dell’esercito romano e i presagi degli dei](#Il_rinnovamento_dellesercito_romano_e_i_presagi_degli_dei) - [Assedio e conquista di Veio, 396 a.C](#Assedio_e_conquista_di_Veio_396_aC) L’assedio e la conquista di Veio del 396 a.C rappresenta un momento fondamentale nella prima storia romana. Dopo aver affrontato decenni di una lunga e sfiancante guerra, Roma riuscì finalmente ad espugnare la grande città etrusca, aprendo così la strada alla conquista dell’intera Etruria. ## La lotta fra Roma e Veio Veio, una delle più importanti e potenti città etrusche, era posizionata su un altopiano che le permetteva di controllare il territorio circostante. Si trattava di un centro sia culturale che militare di notevole rilevanza. Più a meridione, la zona del basso Lazio era dominata da Capua, una fiorente cittadina caratterizzata da una cultura mista osca ed etrusca. Nel contesto dell’epoca, la fondazione di Roma da parte di Romolo aveva alterato gli equilibri geopolitici della zona, limitando notevolmente l’espansione e l’influenza etrusca nel Lazio settentrionale. Di conseguenza, i Romani e i Veienti iniziarono rapidamente a combattersi. Durante tutto il periodo monarchico, continue tensioni e scaramucce per il controllo del territorio impegnarono più volte l’esercito romano. Il conflitto raggiunse momenti drammatici quando Tarquinio il Superbo, l’ultimo re di Roma, venne cacciato dalla città e si alleò con gli Etruschi, raccogliendo eserciti da Veio e Tarquinia per attaccare Roma, che fu salvata dai soldati romani nella battaglia del Lago Regillo. Nel primo periodo repubblicano, il conflitto con Veio persistette, sebbene i Veienti rappresentassero spesso un nemico comune che univa patrizi e plebei contro il pericolo esterno. Fu in questo periodo che avvenne il massacro dei Fabii, un’importante famiglia aristocratica romana che si assunse, davanti al Senato romano, il solenne incarico di conquistare Veio da sola. Tuttavia, la loro spedizione si rivelò un disastro: i Veienti si ritirarono nella città, liberando del bestiame per far credere ai Fabii di essere fuggiti. In realtà, una trappola sterminò completamente la famiglia dei Fabii, che scomparve dalla storia dopo la famigerata battaglia del Cremera. Sull’onda di questo successo, Veio approfittò della debolezza di Roma, impegnata contemporaneamente contro altri popoli nemici, per recuperare il terreno perduto negli anni precedenti. ## Il rinnovamento dell’esercito romano e i presagi degli dei La svolta nella lotta tra Roma e Veio avvenne soprattutto grazie alla risoluzione di alcuni conflitti interni nella società romana. I patrizi, unici elettori dei consoli, erano contrastati dai plebei, che chiedevano da anni di poter nominare rappresentanti di pari potere provenienti dal loro ceto. Dopo diverse tensioni sociali, si trovò una soluzione di compromesso con la creazione del ruolo dei tribuni consolari, nominati fra i plebei e capaci di svolgere funzioni simili a quelle dei consoli, specialmente in guerra. Anche l’esercito romano migliorò notevolmente: i cittadini romani, dovendo prestare servizio militare pur essendo contadini, spesso rischiavano la rovina economica a causa della prolungata assenza dai campi. I patrizi decisero quindi di finanziare i legionari impegnati in guerra attraverso il “Soldus”, stabilizzando così l’esercito romano e permettendo la continuazione dell’assedio a Veio. Un momento cruciale, narrato principalmente da Tito Livio, coinvolge l’aspetto religioso: le acque del lago della Selva Albana si erano sollevate senza alcun motivo, e un anziano etrusco, esperto in prodigi, predisse che, se i Romani fossero stati capaci di far defluire le acque del lago, avrebbero conquistato Veio. Un soldato romano, sentendo tale storia, finse di voler consultare privatamente il sacerdote, ma approfittò della prima occasione per catturarlo e portarlo di fronte al Senato Romano. L’anziano confermò il suo vaticinio davanti ai senatori, spingendo alcuni di questi a inviare una delegazione all’oracolo di Delfi per ulteriore conferma. Dopo aver ricevuto risposta, i Romani eseguirono i riti religiosi necessari e, sentendosi appoggiati dagli dei, nominarono Marco Furio Camillo come dittatore per concludere finalmente la campagna militare. ## Assedio e conquista di Veio, 396 a.C Marco Furio Camillo rassicurò immediatamente i soldati sul buon esito della guerra, mentre il suo capo della cavalleria, Cornelio Scipione, organizzò una leva straordinaria. Durante l’avvicinamento a Veio, i Romani sconfissero facilmente i Falisci e i [Capenati](https://it.wikipedia.org/wiki/Capenati), arrivando infine in prossimità della città. I legionari guidati da Camillo, organizzarono subito sei squadre che si alternavano ogni sei ore per scavare una grossa galleria sotterranea, con l’intento di far crollare una parte delle mura di Veio e conquistare la città. Nel frattempo, a Roma si diffuse la voce che Veio stava per capitolare e che era in arrivo un notevole bottino. Gran parte della popolazione romana accorse a Veio, desiderosa di vedere il nemico arrendersi e sperando di arricchirsi facilmente. Secondo le fonti, Camillo pregò Apollo e Giunone poco prima di ordinare l’assalto finale. Grandi violenze si verificarono per le strade di Veio: gli armati sbucarono nel tempio di Giunone che sorgeva sulla rocca: una parte aggredì i nemici che si erano riversati sulle mura, una parte tolse il serrame alle porte, una parte diede fuoco alle case dai cui tetti donne e schiavi scagliavano sassi e tegole. Ovunque risuonarono le grida miste al pianto delle donne e dei fanciulli, di chi spargeva terrore e di chi il terrore subiva. Le fonti narrano un episodio quasi mitico: il re di Veio, pregando Giunone per la salvezza della città, fu sorpreso da alcuni soldati romani, nascosti dietro un muro, che ascoltarono il rito e compresero che, se le viscere dell’animale appena sacrificato dal re fossero state portate a Marco Furio Camillo, gli dei avrebbero favorito i Romani. Così i [legionari ](https://scriptamanentitalia.it/legionario-romano-repubblicano-armi-equipaggiamento/ "Il legionario romano repubblicano: armi ed equipaggiamento")fecero irruzione nella stanza, rubarono le viscere e le portarono di tutta fretta a Camillo, assicurando con il loro gesto il supporto divino per la vittoria romana. E infatti, il trionfo romano fu completo. Veio era caduta e il decennale nemico era stato completamente sottomesso. Oltre ai racconti dal sapore prettamente mitico e propagandistico, la conquista di Veio portò immensi vantaggi economici e militari a Roma e cambiò radicalmente la situazione geopolitica dell’Italia centrale. La caduta di Veio permise a Roma di raddoppiare i territori sotto il suo controllo, e fornì alle casse dello stato una quantità di denaro stupefacente. Ma non solo: nel lungo periodo la capitolazione della potente Veio aveva ormai aperto la strada alla conquista romana sull’intera Etruria, consolidando Roma come nuovo leader della regione del Latium Vetus. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La Colonna Traiana: l'arte romana al suo massimo](https://scriptamanentitalia.it/colonna-traiana-arte-romana/) **Published:** Maggio 21, 2020 **Author:** Roberto Trizio **Content:** La **Colonna Traiana** è uno dei monumenti più belli che turisti e romani hanno la possibilità di visitare all’interno della **Città Eterna**: un’opera originale per i suoi tempi che merita di essere conosciuta. Sulla Colonna Traiana è rappresentata la spedizione militare di conquista in Dacia dell’**imperatore Traiano**: una campagna particolarmente ostica per la quale venne commissionata questa opera, al fine di **celebrare il trionfo** dell’imperatore e delle sue truppe. ## Una storia raccontata nel marmo Si tratta ovviamente di un **monumento celebrativo** chiamato a raccontare una storia: se la osserviamo a partire dalla base, la Colonna Traiana dipana davanti a noi un *racconto in ordine cronologico*, non caratterizzato da immagini messe a caso ma da una evoluzione dei fatti. Il termine esatto per descrivere questa colonna è “*coclide*” per via della struttura a forma a spirale. E’ come trovarsi davanti a un fumetto fatto di bassorilievi inciso nella pietra. La Colonna Traiana racconta una storia piuttosto emozionante: pur essendo l’autore (o gli autori sconosciuti), il racconto è stato scolpito nella colonna con l’intento di mantenere sempre alta l’attenzione dello spettatore. Sono il **pathos**, l’emozione e il coinvolgimento i veri protagonisti: il racconto è proposto all’occhio dell’osservatore senza che si verifichino cali di attenzione, spesso addirittura sacrificando le principali regole artistiche. Anche la **prospettiva** viene sacrificata per mantenere alta l’emozione: in molti punti di quest’opera ci si ritrova, ad esempio, a osservare legionari alti come dei muri, non tenendo conto di nessuna regola. Non è solo la prospettiva a essere ignorata sulla Colonna Traiana, ma si tratta di un particolare irrilevante per chi scolpisce: gli oggetti vengono resi più grandi di quello che sono e i paesaggi vengono ristretti in maniera innaturale a favore dell’emozione e a discapito della correttezza tecnica. Il messaggio da recapitare giustifica l’artista nel prendersi delle licenze. ## I valori romani nascosti nell’opera Perché per riprodurre la **spedizione in Dacia** sulla Colonna Traiana ci si concessero queste “leggerezze artistiche”? Il primo motivo è che la storia di questa campagna è una storia costruttiva. Le legioni romane che possiamo osservare non sono semplicemente truppe che combattono, ammazzano, distruggono e portano la morte ovunque passino. Sulla colonna vengono infatti rappresentate molte **scene di vita quotidiana**: la costruzione di bastioni e di ponti di passaggio, la realizzazione di strade e molto altro. Vi è alla base la volontà di far capire che la legione romana non è solamente veicolo di combattimento e morte ma è **esportatrice della civiltà** romana, attraverso la costruzione di infrastrutture. La legione romana è il primo avamposto dell’impero: il suo atteggiamento costruttivo consente di portare la civiltà nel mondo. La seconda ragione è il **bisogno di realtà**. Per quanto la Colonna Traiana sia un’opera celebrativa, l’Imperatore Traiano non vuole raccontare una storia fantasiosa: vuole che i cittadini possano osservare la realtà di ciò che è successo e quindi decide di non ritoccare la storia. Non fa scolpire una realtà che rende i romani perfetti, esaltando le vittorie e minimizzando i fallimenti: senza alcun campanilismo è possibile osservare i legionari che vengono messi in difficoltà dai nemici o ancora un soldato romano che spacca la testa a un bambino. Si tratta di un’opera che non rispetta le prospettive ma che riporta fedelmente la realtà. Un fattore molto importante per comprendere meglio il **ragionamento romano** e la vita romana del tempo. Il terzo elemento importante che caratterizza la storia raccontata dalla Colonna Traiana coinvolge la pietà e il **rispetto per il nemico**. Non importa che il nemico sia riprodotto mentre si arrende o si suicida per non perdere l’onore: l’avversario viene sempre rappresentato con fierezza per rendere giustizia al suo valore. Osservando le varie scene della Colonna Traiana, ci si rende conto di essere davanti a una storia esternamente interessante e ad una incredibile testimonianza della vita e del pensiero romano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Arte e Architettura --- ### [La battaglia di Zama. Scipione Africano vs Annibale](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-zama/) **Published:** Maggio 10, 2020 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Battaglia di Zama di Cornelis Cort](#Battaglia_di_Zama_di_Cornelis_Cort) - [Scontro fra giganti. Annibale a Canne, Scipione ai Campi Magni](#Scontro_fra_giganti_Annibale_a_Canne_Scipione_ai_Campi_Magni) - [La battaglia di Zama: lo schieramento di Annibale](#La_battaglia_di_Zama_lo_schieramento_di_Annibale) - [La battaglia di Zama: lo schieramento di Scipione](#La_battaglia_di_Zama_lo_schieramento_di_Scipione) - [La battaglia di Zama: lo svolgimento](#La_battaglia_di_Zama_lo_svolgimento) - [Conclusioni](#Conclusioni) La **battaglia di Zama** è uno scontro tenutosi fra le truppe di Scipione Africano e Annibale che si è svolto il 19 ottobre 202 a.C. nella piana di Zama, vicino a Cartagine. Zama ha segnato profondamente il destino dell’Europa e del mondo occidentale come lo conosciamo, tanto che lo storico Polibio scrisse che “tutti dovrebbero conoscere lo svolgimento di questa battaglia”. ## [Battaglia di Zama di Cornelis Cort](https://trizioeditore.it/products/battaglia-di-zama-di-cornelis-cort) [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/12/battaglia-zama-cornelis-cort-cornice-1024x704.jpg "battaglia-zama-cornelis-cort-cornice - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/battaglia-di-zama-di-cornelis-cort)Ma per capire appieno cosa sia successo e perché **Scipione** ne sia uscito vincitore è necessario spiegare il **pensiero militare** che fa da sfondo alle battaglie precedenti. ## Scontro fra giganti. Annibale a Canne, Scipione ai Campi Magni Comprendere Zama necessita di risalire, in realtà, all **Battaglia di Canne**. In quell’epico scontro, Annibale ebbe la meglio su un esercito romano molto più numeroso puntando su una tattica sopraffina. Annibale concepì un fronte di soldati che fece finta d’indietreggiare, ma che in realtà inglobò i soldati romani in una **trappola**, anche grazie ad alcune unità nascoste che attaccarono ai lati e alla cavalleria che, senza difficoltà, colpì i legionari alle spalle in un accerchiamento totale e perfetto. Una “*manovra a tenaglia*” che viene ancora oggi studiata nelle accademie militari. ![canne1](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/canne1-1024x512.jpg "canne1 - Scripta Manent Italia")![canne2](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/canne2-1024x467.jpg "canne2 - Scripta Manent Italia")![canne3](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/canne3-1024x466.jpg "canne3 - Scripta Manent Italia")Scipione, considerato l’**eterno rivale** di Annibale, ne è allo stesso tempo “studente”: Scipione, che partecipa alla disfatta di Canne, osserva Annibale, ne studia le tecniche e ne propone una versione molto migliorata. Dal momento che il classico schieramento romano prevede tre linee di soldati che si danno il cambio, Scipione decide di usare la seconda e la terza fila per scorrere rapidamente sui lati e alle spalle del nemico, avvolgendolo con una azione attiva e volontaria, anzichè tramite la spinta dell’avversario, che collabora inconsapevolmente. ![magni1](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/magni1-1024x534.jpg "magni1 - Scripta Manent Italia")E’ quanto avviene nella battaglia dei **Campi Magni, 203 a.C,** dove Scipione annientò gli eserciti di **Asdrubale Giscone e Siface.** Infine, il 19 ottobre del 202 a.C., Annibale e Scipione, Maestro e Studente, diedero luogo ad uno scontro diretto. ## La battaglia di Zama: lo schieramento di Annibale Prima dello scontro, Annibale sa di avere a disposizione un numero maggiore di uomini, ma dalla qualità inferiore. La maggior parte è composta infatti da mercenari assoldati all’ultimo momento, e il vero nerbo del suo esercito è composto dai veterani della campagna d’Italia. Gli **elefanti** sono animali che da sempre fanno parte dell’immaginario collettivo quando si parla Annibale, ma pochi sanno che il condottiero cartaginese li utilizzò in maniera intensiva solo nella **Battaglia della Trebbia**. A Zama, Annibale è ormai perfettamente consapevole che i Romani hanno imparato a gestire questo tipo di animali e non si aspetta che il loro intervento sia risolutivo. Considerandoli come una prima onda d’urto, li posiziona in primissima fila. La sua prima fila di fanteria, è composta da un numeroso gruppo di **mercenari assoldati**. Annibale li utilizzerà come forza di sfondamento. Lo stesso discorso vale per i cartaginesi africani posizionati in seconda linea che, per loro natura, difficilmente combattevano direttamente per la propria patria, a differenza dei romani che ne facevano una questione d’onore. La vera **forza di Annibale** era costituita in realtà dalla terza linea, quella composta dai **veterani d’Italia**: soldati straordinari, dall’esperienza e dalla forza quasi sovrumana, che avevano combattuto con lui per 15 anni nella Campagna d’Italia. La principale mossa di Annibale è il posizionamento di questi ultimi. Immaginando che Scipione non operi più come i generali prima di lui, ed essendo venuto evidentemente a conoscenza della sua abitudine di circondare l’avversario, Annibale **stacca i veterani** di qualche centinaio di metri, a costituire una riserva tattica. La **cavalleria** viene schierata classicamente ai lati: anche in questo caso per preparazione e numero le truppe a cavallo di Annibale sono inferiori. ![annibale schieramento zama](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/annibale_schieramento_zama-1024x295.jpg "annibale schieramento zama - Scripta Manent Italia")## La battaglia di Zama: lo schieramento di Scipione Scipione si trova a dover prima di tutto neutralizzare gli elefanti e per ottenere questo fondamentale risultato, dispone i suoi soldati diversamente dalla tipica formazione romana a scacchiera. Sceglie infatti di disporre i manipoli in colonne ordinate, per creare dei “corridoi” tra una fila e l’altra. Gli elefanti verranno **dirottati in questi spazi**, di modo che attraversino l’esercito sbucando sul retro dello schieramento, senza colpire la fanteria. Per non scoprire immediatamente la sua soluzione e rendere invisibili al nemico i suoi corridoi, posiziona i **velites**, i soldati leggeri dedicati a tirare le prime frecce e i primi giavellotti, immediatamente davanti per non rivelare questo suo cambiamento tattico. Questo diversivo ha però un prezzo da pagare: il condottiero romano rinuncia alla tipica mobilità dei manipoli. La fanteria ha il compito, al momento opportuno, di avviare la sua manovra avvolgente ai danni dell’esercito cartaginese. Alla sua sinistra, Scipione schiera la cavalleria italica guidata da **Lelio**, suo fidatissimo, mentre sulla sua destra l’alleato **Massinissa** con i terribili numidi. ![schieramento scipione zama](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/schieramento_scipione_zama-1024x282.jpg "schieramento scipione zama - Scripta Manent Italia")Lo schieramento complessivo all’inizio della battaglia era il seguente: ![schieramenti zama](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/schieramenti_zama-1024x542.jpg "schieramenti zama - Scripta Manent Italia")## La battaglia di Zama: lo svolgimento ![scipione vince la battaglia di zama](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/campo-battaglia-zama-1.jpg "campo battaglia zama 1 - Scripta Manent Italia") Inizia la battaglia e gli elefanti di Annibale attaccano con forza, ma il piano di Scipione funziona alla perfezione e i pachidermi **vengono presto resi inoffensivi** grazie ai velites, che dirottano gli animali nei corridoi e si occupano di tenerli impegnati lontano dal campo di battaglia. Anche le rispettive cavallerie entrano in contatto e quelle romane presto prevalgono per preparazione e forza, costringendo l’avversario a fuggire. Lelio e Massinissa inseguono gli avversari. ![zama fase uno](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/zama_fase_uno-1024x550.jpg "zama fase uno - Scripta Manent Italia")Sul campo di battaglia rimangono i due contendenti in compagnia della sola **fanteria**. La prima linea di Scipione composta dagli Hastati e la seconda, quella dei Princeps, combatte con estremo vigore contro l’avversario e **sembra avere la meglio** sulle due rispettive linee dei mercenari cartaginesi. A questo punto, Scipione si prepara ad utilizzare la manovra avvolgente, ovvero muovere i suoi soldati delle retrovie per scorrere sui fianchi e sul retro dei nemici e circondarli. Ma la porzione di veterani che Annibale ha staccato e posizionato più lontana renderebbe la manovra di Scipione troppo lunga e pericolosa. E questo **disinnesca**, a sorpresa, l’asso nella manica di Scipione. ![zama fase due](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/zama_fase_due-1024x549.jpg "zama fase due - Scripta Manent Italia")A questo punto la battaglia ha una sorta di pausa, dove i due generali riorganizzano le loro forze. Annibale registra una parte dei soldati mercenari in fuga, mentre altri riescono a rientrare nei ranghi. Alchè crea **una sola fila di fanteria** con i mercenari sui lati e i veterani al centro, che avanza compatta contro il nemico. A Scipione, privo della sua manovra avvolgente, non rimane che **allungare la fila dei suoi soldati** per pareggiare quella di Annibale ed evitare un aggiramento. ![zama fase tre](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/zama_fase_tre-1024x549.jpg "zama fase tre - Scripta Manent Italia")Le due file hanno una differenza fondamentale: quella di Annibale ha al centro i **veterani freschi e riposati,** mentre quella romana ha legionari **spossati dal combattimento precedente** con le due file di nemici precedenti. Si può dire che, tatticamente, Annibale gioca le sue carte meglio di Scipione. *Per quale motivo vincono i romani e non Annibale?* C’è chi lo chiama destino: in realtà è una questione d’onore. Sono gli legionari sconfitti a Canne, umiliati e senza diritti, quelli posizionati al centro della fila di Scipione. Se avessero vinto, sarebbero diventati degli eroi. Una nuova sconfitta, avrebbe significato il disonore eterno, come già dopo Canne. Avrebbero perso tutti i diritti di cittadino romano, non avrebbero potuto più votare, nemmeno abitare nelle città. Le loro famiglie coperte di vergogna per sempre. Fu la loro voglia di rivalsa e il desiderio di riconquistare l’onore che conferì a quei soldati **una carica che Annibale non poteva prevedere**. E per cui non aveva ricette. Con la sovrumana resistenza del centro di Scipione, Annibale non riuscì a disarticolare la compagine nemica. Le cavallerie di Lelio e di Massinissa, una volta tornate sui loro passi, **colsero i cartaginesi alle spalle** e ne fecero massacro. ![zama fase quattro](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/05/zama_fase_quattro-1024x554.jpg "zama fase quattro - Scripta Manent Italia")## Conclusioni La battaglia di Zama mette a confronto due fra le più grandi menti militari della storia antica e probabilmente della storia umana. Saremmo scorretti a non riconoscere quanto Annibale abbia giocato bene, forse meglio, le sue carte sul piano tattico. Di fatti, il cartaginese rimane da solo con la sua fanteria in una posizione di vantaggio, mentre Scipione, senza l’azione avvolgente, può contare solamente sulla resistenza dei singoli legionari. Ma la differenza la fa il soldato. **La figura del cittadino-soldato è una variabile che Annibale non poteva prevedere**. La tempra del legionario, la sua capacità di coesione sapientemente organizzata e gestita da une mente tattica geniale si è rivelata un ingrediente insuperabile. In fondo, Annibale gioca meglio, ma perde. Scipione gioca bene, e non perde. Ma il vero trionfatore è il legionario romano: sporco, impolverato, esausto, **vittorioso**. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Repubblica --- ### [Assedio di Napoli del 536. Belisario stermina i napoletani](https://scriptamanentitalia.it/assedio-napoli-536-belisario/) **Published:** Dicembre 31, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’arrivo di Belisario e le trattative con Napoli](#Larrivo_di_Belisario_e_le_trattative_con_Napoli) - [Belisario attacca gli Ostrogoti a Roma nel 536](#Belisario_attacca_gli_Ostrogoti_a_Roma_nel_536) - [L’assedio di Napoli e la strage](#Lassedio_di_Napoli_e_la_strage) - [Il rimprovero di Papa Silverio](#Il_rimprovero_di_Papa_Silverio) L’assedio di Napoli del 536 d.C. è un episodio della guerra greco-gotica, che vide contrapposti l’esercito bizantino, guidato dal generale Belisario, e gli Ostrogoti del re Teodato. Dopo alcune trattative iniziali, i Napoletani decisero di resistere all’esercito romano d’Oriente. Tuttavia, la città capitolò dopo 30 giorni di resistenza, e l’operazione militare si concluse con un massacro nei confronti dei Napoletani. ## L’arrivo di Belisario e le trattative con Napoli Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, in Italia si era formato il regno romano-barbarico degli Ostrogoti. A [Costantinopoli](https://scriptamanentitalia.it/caduta-costantinopoli-1453/ "La caduta di Costantinopoli, 1453. La fine dell’impero romano"), tuttavia, l’imperatore Giustiniano coltivava il sogno di riconquistare le province romane perdute in Occidente e, nonostante il parere contrario dei suoi alti consiglieri militari, incaricò il suo miglior generale, Belisario, di guidare una spedizione militare di riconquista. Il primo obiettivo di Belisario fu la riconquista del regno dei Vandali nel Nordafrica, che vennero completamente sconfitti e ritornarono sotto il controllo dei Romani d’Oriente. Successivamente, Belisario sbarcò in Sicilia, riconquistò l’isola e puntò direttamente contro la città di Napoli. In quel momento, il leader della città di Napoli era il diplomatico e aristocratico Stefano, che si trovò di fronte alla decisione se rimanere fedele agli Ostrogoti o consegnarsi all’esercito di Belisario, accampato fuori dalle mura della città. Secondo le fonti antiche, Belisario si presentò come un liberatore dal dominio degli [Ostrogoti ](https://it.wikipedia.org/wiki/Ostrogoti)e tenne un discorso che ci è stato riportato dalle fonti. Propose di accettare l’immediata liberazione, sostenendo che i napoletani avrebbero potuto evitare una guerra che li avrebbe condotti al disastro o, anche qualora avessero resistito, a una vittoria completamente inutile. ## [Belisario attacca gli Ostrogoti a Roma nel 536](https://trizioeditore.it/products/belisario-attacca-gli-ostrogoti-a-roma-nel-536) [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/12/belisario-battaglia-ostrogoti-cornice-1024x704.jpg "belisario-battaglia-ostrogoti-cornice - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/belisario-attacca-gli-ostrogoti-a-roma-nel-536)All’interno della città si aprì quindi un dibattito serrato: Stefano e il suo collega Antioco proponevano di arrendersi a Belisario per ottenere la benevolenza dell’imperatore di Costantinopoli, mentre altri due notabili, Pastore e Asclepiodoto, consigliavano di resistere ai Bizantini. In un primo momento, la fazione favorevole alla resa stava avendo la meglio, tanto che Stefano riprese i contatti con Belisario per definire i termini della consegna della città. Ma Pastore e Asclepiodoto furono in grado di convincere i napoletani che la protezione offerta da Belisario non era sicura, che le forze militari dei Bizantini erano ben lontane dall’Italia e che gli Ostrogoti, sentendosi traditi, avrebbero certamente meditato la vendetta. La fedeltà ai Goti, nel lungo periodo, avrebbe permesso a Napoli di mantenere un ruolo importante nella penisola italica. Così il parere dei napoletani cambiò e, fallite le trattative, iniziò l’assedio di Napoli. ## L’assedio di Napoli e la strage La situazione prese immediatamente una piega drammatica per Napoli: nonostante tutti si aspettassero un concreto supporto militare da parte del re ostrogoto Teodato, quest’ultimo mancò di mandare mezzi e uomini, impegnato su altri fronti. Napoli rimase quindi completamente sola di fronte all’esercito di Belisario. Per venti giorni, Belisario cercò il modo di far capitolare la città, fino a quando uno dei suoi esploratori individuò un acquedotto nei pressi della città, dove, dietro un grande masso, si intravedeva una piccola apertura, sufficiente al passaggio di un solo uomo. Informato immediatamente, Belisario scelse di dare un’ultima possibilità ai napoletani riprendendo i contatti con Stefano, dicendo che se non si fosse arreso, gli uomini sarebbero stati uccisi, le donne brutalmente stuprate e tutti i figli resi schiavi, proponendo nuovamente una resa onorevole. Di fronte al rifiuto di Stefano, vi fu l’assalto finale. Quattrocento uomini guidati dai centurioni di Belisario, Magno ed Enne, si introdussero nell’acquedotto e, seguendo il percorso sotterraneo, sbucarono all’improvviso all’interno dell’abitazione di una povera donna di Napoli. I soldati uccisero subito le prime sentinelle e, con uno squillo di tromba, avvertirono i loro commilitoni. I napoletani furono presto invasi, e nonostante abbiano cercato di resistere con tutte le loro forze, furono rapidamente sopraffatti. Alcuni ebrei napoletani, sperando di calmare la furia dei bizantini, decisero di aprire le porte di Napoli e il resto dell’esercito di Belisario iniziò il saccheggio. Le violenze vennero compiute in particolare dai contingenti Unni, al servizio di Belisario come mercenari. Questi si diedero ad un indiscriminato massacro e persino le chiese vennero spogliate dei loro averi. Pastore, vedendo la città distrutta per colpa sua, venne colto da un ictus, stramazzando al suolo. Stefano gridò per le strade di Napoli cercando di giustificarsi e ripetendo che se avessero vinto i Goti, i napoletani sarebbero stati salvi. Asclepiodoto venne accusato di cambiare parere per puro opportunismo e che il suo animo non era fedele ma cambiava con le circostanze. Per questo motivo, i napoletani, colti dal furore, lo uccisero e lo fecero a pezzi. ## Il rimprovero di Papa Silverio Belisario era riuscito a conquistare Napoli, segnando un punto molto importante nell’ambito della guerra contro gli Ostrogoti. Tuttavia, il suo trattamento nei confronti della città era stato estremamente duro, non tanto per sua diretta volontà, quanto per la presenza di truppe mercenarie che si erano lasciate andare ad una incontrollabile violenza. Di lì a poco, Papa Silverio da Roma rimproverò aspramente Belisario per il comportamento tenuto durante l’assedio. Belisario dovette quindi chiedere perdono, e riparare al danno che aveva compiuto, guidando il ripopolamento di Napoli, ormai ridotta a città fantasma, attraverso lo spostamento di cittadini da Cuma, da Pozzuoli, da Chiaiano, da Trocchia e da Somma. Napoli, benchè sfinita e distrutta, era comunque ritornata nelle mani dei Bizantini e la regione della Campania, messa al sicuro, costituì la base per la successiva operazione militare di Belisario: l’assedio di Roma. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo --- ### [Numa Pompilio e la Ninfa Egeria: l'amore tra un Re e una divinità](https://scriptamanentitalia.it/numa-pompilio-ninfa-egeria/) **Published:** Settembre 1, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La storia d'amore tra il secondo Re di Roma, Numa Pompilio, e la Ninfa Egeria, che gli avrebbe rivelato profondi segreti dal mondo degli spiriti. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Numa Pompilio parla con la ninfa Egeria riproduzione su Carta Amalfi](#Numa_Pompilio_parla_con_la_ninfa_Egeria_riproduzione_su_Carta_Amalfi) - [Numa Pompilio, il più religioso dei Re di Roma](#Numa_Pompilio_il_piu_religioso_dei_Re_di_Roma) - [L’incontro tra Numa e la Ninfa Egeria](#Lincontro_tra_Numa_e_la_Ninfa_Egeria) La storia di **Numa Pompilio e della Ninfa Egeria** affonda le radici nella tradizione più antica di Roma. Numa Pompilio, secondo Re di Roma, fu il sovrano, secondo la tradizione, che pose le fondamenta della religione Romana, e che creò i principali culti che avrebbero caratterizzato il popolo romano. La Ninfa Egeria, che si dice abitasse sulle sponde del fiume Almone e della Valle del Tevere, sarebbe diventata la seconda moglie e la più amata consigliera di Numa Pompilio, Il loro rapporto sarebbe stato dominato da una grandissima saggezza e pietà religiosa, sino alla morte di Numa, che gettò la Ninfa nella più profonda disperazione. ### **[Numa Pompilio parla con la ninfa Egeria riproduzione su Carta Amalfi](https://trizioeditore.it/products/numa-pompilio-parla-con-la-ninfa-egeria)** [![Numa Pompilio Egeria cornice](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/numa-pompilio-egeria-cornice.jpg?v=1704018147&width=823)](https://trizioeditore.it/products/numa-pompilio-parla-con-la-ninfa-egeria) ## Numa Pompilio, il più religioso dei Re di Roma Dopo la fondazione di Roma da parte di **Romolo** e la creazione delle principali istituzioni per il funzionamento della nuova città, il popolo romano aveva di fronte molte sfide. Uno dei problemi principali era che la popolazione della neonata Roma era particolarmente dedita alla guerra, estremamente bellicosa, e rischiava di **non ottenere l’appoggio delle divinità**: era necessario un grande sovrano, in grado di contenere lo spirito bellico romano e di stabilire un rapporto stretto ed efficace con gli Dèi. **Numa Pompilio**, il secondo Re di Roma, ottemperò perfettamente a questo compito: a lui si deve la fondazione dei principali culti dei romani e l’introduzione di un nuovo calendario di 12 mesi, che inizia proprio con gennaio, dedicato al Dio **Giano**. Sempre da attribuirsi a Numa sarebbe l’istituzione dei culti, tra cui quello delle Vergini Vestali e tanti altri simboli religiosi che caratterizzeranno tutta la storia di Roma. Durante il regno di Numa, caso unico, Roma non fu coinvolta in alcuna guerra, ma si concentrò in maniera diligente a crescere nel rispetto del volere degli Dèi. ## L’incontro tra Numa e la Ninfa Egeria Le fonti antiche ci tramandano l’abitudine di Numa Pompilio di passeggiare da solo per i boschi che circondavano la capitale, sempre intento a decifrare il volere delle divinità e a concepire le riforme necessarie per il suo popolo. Proprio quei luoghi sarebbero stati abitati dalla **Ninfa Egeria.** Qui, Egeria si dedicava, assieme alle sue sorelle **Carmenta, Antevorta e Postvorta**, a rilasciare profezie attraverso canti meravigliosi, oltre a custodire i boschi, le sorgenti di acqua, proteggere il focolare domestico e le donne vicine al parto. Divinità già adorate dai primi italici, le Ninfe erano delle creature **misteriose e affascinanti.** Proprio nei boschi sulle sponde del fiume Almone, e nella Valle del Tevere, si sarebbe svolto l’incontro tra il Re Numa Pompilio ed Egeria. [![](https://trizioeditore.it/cdn/shop/files/numa-pompilio-egeria-cornice.jpg?v=1704018147&width=823)](https://trizioeditore.it/products/numa-pompilio-parla-con-la-ninfa-egeria) Egeria sarebbe stata attratta dallo spirito profondamente religioso e saggio di Numa, e sarebbe diventata prima la sua consigliera, per suggerirgli le riforme più importanti, e poi la sua sposa. Profondamente innamorata delle doti di Numa Pompilio, Egeria rappresenta un contatto tra gli uomini e gli Dèi, tipico della tradizione romana monarchica. Egeria, piena di amore per suo marito, lo avrebbe non solo consigliato, ma sarebbe arrivata addirittura a condividere con lo sposo i **profondi segreti appartenenti al mondo degli spiriti**, svelandogli delle rivelazioni che non avrebbe fatto a nessun altro. Numa avrebbe trascritto gli insegnamenti tramandati dalla sua sposa su alcune tavole, che non sono mai state ritrovate, e che appartengono alla leggenda. Il rapporto tra Numa e la Ninfa Egeria proseguì sereno fino alla morte di lui, avvenuta a 80 anni, dopo un regno di religione e di pace **che non conobbe eguali nella storia romana.** Egeria avrebbe vagato disperata per i boschi, dove era solita passeggiare assieme al suo sposo, distrutta dal dolore. Secondo la tradizione, la Ninfa si sarebbe sciolta in lacrime, dando vita alla **fonte** che ancora oggi porta il suo nome. Quei luoghi così pieni di significato sono ancora oggi esistenti e visitabili: è possibile infatti percorrere il bosco sacro che si trova a Roma, al **parco della Caffarella**, situato vicino all’ingresso **Appia Pignatelli**. Vi sono tanti sentieri, molto simili a quelli che, secondo la tradizione, Numa Pompilio ed Egeria avrebbero percorso insieme. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Monarchia --- ### [Roma. Scoperta sul Palatino villa romana tardo repubblicana](https://scriptamanentitalia.it/roma-scoperta-palatino-villa-romana-tardo-repubblicana/) **Published:** Dicembre 17, 2023 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Una antica domus romana, scoperta tra il colle Palatino e il Foro Romano di Roma, è tornata alla luce nei giorni scorsi. Gli archeologi sostengono che l'antica struttura, che risale alla tarda epoca repubblicana, sia stata costruita in almeno tre fasi tra la seconda metà del II secolo a.C. e la fine del I secolo a.C. La domus si trova nell'area del complesso di magazzini Horrea Agrippiana lungo il Vicus Tuscus, una strada commerciale che collegava il Foro Romano al porto fluviale sul Tevere. La scoperta della casa antica è venuta alla luce nell'ambito di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Spalato. Trovate le terme dell'Imperatore Diocleziano](https://scriptamanentitalia.it/spalato-trovate-terme-imperatore-diocleziano/) **Published:** Dicembre 17, 2023 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Durante i lavori di installazione di un ascensore e del restauro del piano terra del Museo della Città di Spalato, gli archeologi hanno fatto una scoperta sorprendente: sotto la reception dell'edificio sono emersi i resti ben conservati di antiche terme romane. Queste terme, che includono una piscina e pavimenti a mosaico, si ritiene fossero parte del Palazzo di Diocleziano, costruito alla fine del III secolo per ospitare l'imperatore romano in congedo. Il grande forte, che un tempo occupava metà della Città Vecchia di Spalato, include parti ancora oggi riconosciute come siti del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO. La scoperta. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Studio Cambridge. Le città romane durarono molto più del previsto](https://scriptamanentitalia.it/studio-cambridge-citta-romane/) **Published:** Dicembre 17, 2023 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Un team di archeologi dell'Università di Cambridge ha potuto accertare la notevole capacità di adattamento di una città romana, Interamna Lirenas, sfidando il luogo comune della decadenza che avrebbe imperversato in tutta Italia durante gli ultimi anni dell'Impero Romano. Questa scoperta, frutto di oltre tredici anni di ricerca meticolosa e pubblicata in "Urbanistica Romana in Italia", svela una città che prosperò, contro ogni previsione, fino al III secolo d.C. La città, situata nel Sud del Lazio, era inizialmente considerata dagli archeologi un luogo insignificante senza segni visibili della sua antica gloria, se non rari frammenti di ceramica. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Studio DNA: poco mescolamento fra coloni romani e indigeni nei Balcani](https://scriptamanentitalia.it/dna-mescolamento-coloni-romani-balcani/) **Published:** Dicembre 17, 2023 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Coloni romani e abitanti dei Balcani si "frequentavano" poco. E' il risultato di uno studio del DNA condotto da un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui Iñigo Olalde dell'Università dei Paesi Baschi e David Reich dell'Università di Harvard, che ha esaminato campioni di DNA provenienti da 136 individui i cui resti sono stati recuperati da 20 siti archeologici diversi nell'attuale Serbia e Croazia. Questi siti archeologici fra cui colonie, fortezze militari e cimiteri risalenti all'Alto Medioevo, erano situati lungo i confini dell'Impero Romano. I risultati dell'analisi del DNA sono stati successivamente combinati con informazioni. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Pompei. Scoperto panificio-galera dove gli schiavi erano brutalmente sfruttati](https://scriptamanentitalia.it/pompei-panificio-galera-schiavi/) **Published:** Dicembre 17, 2023 **Author:** Francesco Salassa **Content:** Scoperta sorprendente a Pompei: un angusto panificio con le finestre sbarrate è stato riportato alla luce tra le rovine di Pompei, in quello che è stato descritto come il più "scioccante esempio di schiavitù". Questo luogo, in cui gli schiavi erano imprigionati e sfruttati per produrre pane, faceva parte di una villa più ampia già emersa durante gli scavi nella Regio IX del parco archeologico di Pompei. La scoperta fornisce ulteriori prove sulla vita quotidiana degli schiavi di Pompei, spesso dimenticati dalle fonti storiche ma che costituivano la maggior parte della popolazione e il cui duro lavoro sosteneva l'economia. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Napoleone e la Battaglia di Lodi: inizio di un mito](https://scriptamanentitalia.it/napoleone-e-la-battaglia-di-lodi-inizio-di-un-mito/) **Published:** Dicembre 14, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Napoleone a Lodi: La tattica rivoluzionaria](#Napoleone_a_Lodi_La_tattica_rivoluzionaria) - [I passi verso la battaglia](#I_passi_verso_la_battaglia) - [La battaglia di Lodi](#La_battaglia_di_Lodi) - [Gli eserciti comparati per forze in campo](#Gli_eserciti_comparati_per_forze_in_campo) - [Conseguenze della battaglia di Lodi](#Conseguenze_della_battaglia_di_Lodi) Napoleone Bonaparte, un nome che risuona attraverso i secoli come simbolo di potere, genialità militare e ambizione. La sua figura storica rimane avvolta in un alone di mito e leggenda, particolarmente evidenziato nella **Battaglia di Lodi**. Questo scontro, avvenuto il 10 maggio 1796, segna un punto cruciale nella Prima Campagna d’Italia e nella costruzione del mito napoleonico. ## **Napoleone a Lodi: La tattica rivoluzionaria** La Battaglia di Lodi rappresenta un momento fondamentale nella carriera di Napoleone. Con audacia e intelligenza tattica, Napoleone attraversò il fiume Po, sorprendendo gli austriaci con un attacco fulmineo. La sua capacità di leggere il campo di battaglia e di sfruttare le debolezze del nemico fu rivoluzionaria per quel tempo. **L’Influenza della Battaglia sulle Campagne Napoleoniche** La vittoria a Lodi non fu solo un successo militare, ma anche un trampolino di lancio per le future conquiste di Napoleone. Questa battaglia dimostrò la sua abilità nel guidare uomini in situazioni estreme e nel motivarli verso la vittoria. Fu dopo Lodi che iniziò a emergere l’immagine di Napoleone come un leader carismatico e invincibile. ## I passi verso la battaglia Nel cuore delle vicissitudini belliche del 1796, Napoleone Bonaparte, dopo aver sottomesso il Regno di Sardegna con la sua trionfante battaglia a Mondovì, mirava ora a annientare le forze del Beaulieu, supremo comandante dell’esercito austriaco in Italia. Bonaparte, dopo aver concesso un momentaneo riposo alle sue truppe, convocò con urgenza i generali Garnier e Macquard dal Colle di Tenda, pronti a inaugurare le manovre belliche. **La necessità di agire con celerità era imperativa**, poiché le vie di comunicazione francesi rimanevano in uno stato di precaria sicurezza fino alla ratifica di un trattato di pace con il Piemonte con il trattato di Parigi, sancito il 15 maggio 1796. Inoltre, la minaccia di una ritorsione austriaca persisteva, nonostante Beaulieu avesse informato Vienna della sua situazione di fragilità, optando per una ritirata oltre il fiume Po. **Bonaparte, determinato a ostacolare questa manovra**, intraprese il primo passo inviando il suo subalterno Laharpe verso Acqui Terme, quartier generale di Beaulieu, il 28 aprile. Tuttavia, un tumulto tra le truppe, causato dalla scarsità di provviste, ne procrastinò l’arrivo fino al 30 aprile, tempo in cui gran parte dell’esercito austriaco aveva già trovato rifugio. Dopo il mancato raggiungimento del loro scopo, Napoleone e i suoi 39.600 soldati si disposero tra Tortona, Alessandria e Valenza, meditando su un’astuzia per guadare il Po di fronte all’esercito di Beaulieu, con **l’intento di costringerlo a uno scontro in campo aperto**. Sfruttando l’assenza temporanea del generale austriaco a Valeggio, Napoleone optò per attraversare il Po in un luogo più remoto, presso Piacenza. Napoleone incaricò i generali Sérurier e Masséna di eseguire manovre diversive, per deviare l’attenzione austriaca dal generale Claude Dallemagne, il quale guidava un’élite di 3.600 granatieri e 2.500 cavalleggeri, preparati specificamente per valicare il Po a Piacenza; questa squadra d’élite sarebbe stata prontamente seguita dalle truppe di Laharpe e Augereau. **All’aurora del sabato 7 maggio, Dallemagne partì da Stradella, raggiungendo Piacenza** intorno alle 9. Qui, sequestrò un traghetto, iniziando senza indugio le operazioni di attraversamento del fiume. Nel pomeriggio, anche la divisione di Laharpe aveva raggiunto l’opposta sponda, giusto in tempo per opporsi al generale austriaco Lipthay, arrivato con una divisione di fanteria e alcuni squadroni di cavalleria. Dal 4 maggio, Lipthay era stato attivo nell’occupare i ponti vicino a Pavia e nel monitorare i guadi ad est, seguendo gli ordini di Beaulieu. Quest’ultimo era rapidamente accorso in soccorso di Lipthay con 4.500 soldati di Vukassovich, che il 7 maggio stesso respinsero i francesi da Guardamiglio. **Mentre Augereau valicava il fiume Po nella zona più occidentale**, presso Veratto, il giorno successivo, ovvero domenica 8 maggio, le forze francesi comandate da Dallemagne si impadronirono di Guardamiglio e Fombio, sconfiggendo e costringendo alla ritirata verso nord le truppe austriache di Lipthay verso Pizzighettone. Durante la loro avanzata, i soldati di Laharpe raggiunsero Codogno, dove, in una notte confusa, entrarono in conflitto con le forze di Beaulieu, convergenti in quella zona. A causa della disorganizzazione, **Laharpe e 15 dei suoi granatieri furono tragicamente uccisi dai fuochi amici**. Questo evento lasciò le truppe senza un leader, attenuando il loro impeto. La situazione fu salvata dall’intervento di Louis Alexandre Berthier, Capo di Stato Maggiore di Napoleone, e dai suoi subordini, i quali riuscirono a ribaltare le sorti dello scontro a favore dei francesi. Questi scontri indussero Beaulieu a ordinare una ritirata generale il 9 maggio verso Lodi, lungo le rive dell’Adda, permettendo così a Bonaparte di completare indisturbato l’attraversamento del Po, tra Piacenza e San Rocco al Porto, e di riorganizzare l’armata d’Italia. ## La battaglia di Lodi L’avanguardia francese raggiunse la retroguardia austriaca di **Josef Vukassovich** verso le 9 del mattino del 10 maggio e dopo uno scontro li seguì verso Lodi. Vukassovich fu presto sostituito dalle forze di copertura di Gerhard Rosselmini vicino alla città. Le difese della città non erano forti, i difensori erano pochi e i francesi riuscirono ad entrare e farsi strada verso il ponte. La campata era difesa dalla sponda opposta da nove battaglioni di fanteria disposti su due linee e quattordici cannoni. Il generale austriaco al comando di Lodi, Sebottendorf, aveva a sua disposizione anche quattro squadroni di cavalleria napoletana, per un totale di 6.577 uomini, per la maggior parte completamente esausto dopo una frettolosa marcia forzata. **Sebottendorf decise che era sconsigliabile ritirarsi alla luce del giorno e optò per difendere il valico fino al calare della notte**. Secondo il granatiere francese François Vigo-Roussillon, **gli austriaci avevano degli uomini che tentavano di distruggere il ponte**, ma i francesi fermarono i loro sforzi sollevando i cannoni per sparare lungo tutta la sua lunghezza. Il ponte era lungo circa 800 metri ed era costruito semplicemente con pali di legno conficcati nel letto del fiume con travi disposte per formare una carreggiata. **L’avanguardia francese non era abbastanza forte per tentare di attraversare il ponte**, quindi passarono diverse ore prima che arrivassero altre forze francesi. Quel pomeriggio arrivò l’artiglieria francese e i cannoni pesanti furono posizionati per sparare attraverso il fiume. Con i cannoni pesanti in posizione, un violento cannoneggiamento iniziò a colpire le posizioni austriache dall’altra parte del fiume. Dopo aver bombardato per diverse ore le posizioni austriache, verso le 18 i francesi si prepararono all’attacco. **La cavalleria di Marc Antoine de Beaumont’ fu inviata a guadare il fiume** a monte mentre il 2° battaglione di fanteria leggera d’élite fu preparato all’interno del mura della città per un assalto al ponte stesso. Vigo-Rossiglione ci racconta che l’artiglieria nemica sparò una salva mentre le truppe erano a metà del percorso, causando numerose vittime, a quel punto la colonna vacillò e si fermò. Fu allora che un certo numero di alti ufficiali francesi, tra cui André Masséna, Louis Berthier, Jean Lannes, Jean-Baptiste Cervoni, si precipitò in testa alla colonna e la condusse di nuovo avanti. **Mentre la colonna francese avanzava oltre il ponte**, alcuni soldati francesi scesero dai piloni del ponte e attraversarono il fiume sparando mentre avanzavano. Le truppe austriache, già esauste per ore di marcia e combattimento senza cibo e presumibilmente demoralizzate dal cannoneggiamento francese, erano preoccupate che la cavalleria francese fosse in grado di tagliarle fuori dal principale esercito austriaco. Il morale austriaco crollò quando i francesi si precipitarono verso di loro e ne seguì una frettolosa ritirata. I restanti soldati austriaci approfittarono dell’oscurità crescente per fuggire verso Crema anche se alcune unità mantennero un’ostinata azione di retroguardia scoraggiando così anche i francesi dall’inseguirli da vicino. Le perdite austriache furono 21 ufficiali, 5.200 uomini e 235 cavalli uccisi, feriti o catturati. Inoltre andarono perduti 12 cannoni, 2 obici e 30 carri munizioni. I francesi subirono circa 1.000 vittime. ## Gli eserciti comparati per forze in campo **Tipo****Francesi****Austro-Sardi****Comandante in capo**Generale Napoleone BonaparteFeldzugmeister barone Jean-Pierre de Beaulieu**Divisione/Unità**Divisione Sérurier: 14e, 45e, 46e, 100e Demi-Brigade de battailleInfanterie Regiment Hoch und Deutchmeister N. 4, Terzy N. 16, Strassoldo N. 27, Nadasdy N. 39, Belgiojoso N. 44, Thurn N. 43, Grenz-Infanterie Regiment Warasdiner, Ulhanen Regiment Mészáros N. 10, Reggimento di cavalleria Re, Regina, Principe**Numero di battaglioni**12 battaglioni18 battaglioni**Cavalleria**Aliquote di cavalleria (circa 2 000 sciabole)Ulhanen Regiment Mészáros N. 10 (6 squadroni), Reggimento di cavalleria Re, Regina, Principe (12 squadroni in totale)**Forza totale**15 500 fanti, 2 000 sciabole9 500 uomini, 14 cannoni## Conseguenze della battaglia di Lodi La battaglia di Lodi non fu uno scontro decisivo poiché il grosso dell’esercito austriaco riuscì a fuggire. Tuttavia, l’impegno divenne un elemento centrale nella leggenda napoleonica, convincendo anche lo stesso Napoleone di essere superiore agli altri generali e di essere destinato a realizzare grandi cose. A frenare l’entusiasmo fu un ordine proveniente dal Direttorio di Parigi in cui si comunicava la decisione di dividere il comando tra Bonaparte e Kellermann, in modo da assegnare al primo il compito di annientare il Papa e al secondo quello di mantenere il controllo della vallata del Po. Napoleone rispose in maniera decisa che non avrebbe accettato nessuna condivisione del comando. Il Direttorio per paura che Napoleone desse forfait rinunciò e permise a Napoleone di continuare da solo. Cinque giorni dopo la battaglia di Lodi, Bonaparte entrò a Milano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [Annibale. La vita del peggiore nemico di Roma](https://scriptamanentitalia.it/annibale-vita-nemico-roma/) **Published:** Dicembre 10, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Annibale fu il grande generale cartaginese che sfidò Roma nella seconda guerra punica. Scopri la sua vita, le sue imprese e il suo destino. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini familiari e il giuramento contro Roma](#Origini_familiari_e_il_giuramento_contro_Roma) - [L’assedio di Sagunto e lo scoppio della seconda guerra punica](#Lassedio_di_Sagunto_e_lo_scoppio_della_seconda_guerra_punica) - [La traversata delle Alpi di Annibale](#La_traversata_delle_Alpi_di_Annibale) - [Le grandi vittorie in Italia: dal Ticino a Trasimeno](#Le_grandi_vittorie_in_Italia_dal_Ticino_a_Trasimeno) - [La battaglia di Canne](#La_battaglia_di_Canne) - [Guerra di posizione nel sud Italia](#Guerra_di_posizione_nel_sud_Italia) - [Il ritorno in Africa e la battaglia di Zama](#Il_ritorno_in_Africa_e_la_battaglia_di_Zama) - [L’esilio e la morte](#Lesilio_e_la_morte) Annibale nacque nel 247 a.C. a Cartagine, figlio di Amilcare Barca, un abile condottiero che aveva combattuto contro i Romani nella prima guerra punica. Fin da bambino, Annibale giurò odio eterno a Roma e seguì il padre nelle sue campagne militari in Spagna, dove apprese l’arte della guerra. Nel 221 a.C., alla morte di Amilcare, Annibale gli succedette come comandante dell’esercito cartaginese in Spagna e iniziò a espandere il suo dominio. Nel 219 a.C., attaccò la città di Sagunto, alleata di Roma, scatenando la seconda guerra punica. Annibale concepì un audace piano per invadere l’Italia: attraversare i Pirenei e le Alpi con il suo esercito, composto da fanti, cavalieri e elefanti. Nonostante le difficoltà e le perdite, Annibale riuscì nell’impresa e scese nella pianura padana, dove sconfisse i Romani in quattro grandi battaglie: Ticino, Trebbia, Lago Trasimeno e Canne. Quest’ultima fu la più devastante per i Romani, che persero circa 50.000 uomini. Annibale sperava di convincere gli alleati di Roma a passare dalla sua parte, ma la maggior parte di essi rimase fedele a Roma. Solo alcune città del sud Italia, come Capua, si allearono con Annibale. Annibale continuò a combattere in Italia per oltre quindici anni, cercando di mantenere il controllo dei territori conquistati e di resistere ai contrattacchi dei Romani, guidati da Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano. Nel 203 a.C., Scipione invase l’Africa e minacciò Cartagine, costringendo Annibale a ritirarsi dall’Italia e a tornare in patria per difenderla. Nel 202 a.C., i due generali si scontrarono nella battaglia di Zama, dove Annibale fu definitivamente sconfitto. Cartagine dovette accettare le dure condizioni di pace imposte da Roma, che la privarono di gran parte delle sue ricchezze e del suo potere. Dopo la guerra, Annibale si dedicò alla politica e riformò le istituzioni cartaginesi, ma fu costretto all’esilio dai Romani, che lo consideravano ancora una minaccia. Si rifugiò prima presso il re Antioco III di Siria, poi presso il re Prusia I di Bitinia, continuando a propugnare la guerra contro Roma. Nel 183 a.C., i Romani chiesero a Prusia di consegnare Annibale, ma egli preferì suicidarsi con il veleno, piuttosto che cadere nelle loro mani. ## Origini familiari e il giuramento contro Roma Annibale Barca (247-183 a.C.) è stato uno dei più grandi generali dell’antichità, noto per le sue imprese militari contro Roma durante la seconda guerra punica. Annibale era il primogenito di Amilcare Barca, il comandante cartaginese che aveva combattuto nella prima guerra punica e che aveva poi conquistato la Spagna come base per una futura rivincita contro Roma. Il cognome Barca, che significa “fulmine” o “saetta” in lingua punica, era un soprannome che Amilcare aveva guadagnato per la sua audacia e che era stato poi trasmesso ai suoi discendenti. Annibale aveva due fratelli minori, Asdrubale e Magone, che lo seguirono nelle sue campagne militari e che condivisero con lui il sogno di distruggere Roma. Fin da bambino, Annibale fu educato dal padre al culto della guerra e al profondo odio verso i Romani. Si narra che, quando aveva nove anni, Amilcare lo portò con sé in Spagna e lo fece giurare sul sacrificio di un toro di non essere mai amico di Roma. Annibale crebbe in Spagna, dove apprese l’arte della guerra e si distinse per il suo coraggio, la sua intelligenza e la sua capacità di guadagnarsi la fedeltà dei suoi soldati. Dopo la morte di Amilcare, avvenuta nel 229 a.C., gli succedette il fratello Asdrubale, che fu assassinato nel 221 a.C. A quel punto, Annibale fu eletto comandante in capo dell’esercito cartaginese in Spagna, all’età di 26 anni. Annibale aveva un piano ambizioso: portare la guerra in Italia, attraversando i Pirenei e le Alpi con il suo esercito e i suoi famosi elefanti da guerra. Il pretesto per scatenare il conflitto fu l’assedio di Sagunto, una città alleata di Roma, che Annibale attaccò nel 219 a.C. ## L’assedio di Sagunto e lo scoppio della seconda guerra punica Sagunto era una città iberica situata sulla costa orientale della Spagna, a sud del fiume Ebro. Era alleata di Roma fin dal 226 a.C., quando i Romani e i Cartaginesi avevano stipulato un trattato che stabiliva il limite dell’espansione cartaginese in Spagna proprio sull’Ebro. Annibale, che aveva ereditato il comando delle forze cartaginesi in Spagna dal padre Amilcare e dal fratello Asdrubale, non riconosceva la validità di quel trattato e considerava Sagunto come un ostacolo alla sua ambizione di conquistare tutta la penisola iberica. Nel 219 a.C., Annibale attaccò Sagunto, sostenendo di aver ricevuto delle provocazioni da parte dei Saguntini, che erano entrati in conflitto con i Turdetani, una popolazione iberica alleata di Cartagine. I Saguntini chiesero aiuto a Roma, che inviò una delegazione ad Annibale per intimargli di cessare l’assedio. Annibale ignorò l’ultimatum e proseguì le sue operazioni belliche. L’assedio durò otto mesi, durante i quali i Saguntini opposero una strenua resistenza, nonostante la superiorità numerica e tecnologica dei Cartaginesi. Annibale dovette usare diverse macchine d’assedio, come arieti, torri e catapulte, per sfondare le mura della città, che erano rinforzate da mattoni e pietre. I difensori si difesero con frecce, pietre, fuoco e olio bollente, e fecero anche delle sortite per attaccare i nemici. I Romani, intanto, inviarono un’altra ambasciata a Cartagine, per chiedere la consegna di Annibale, ma i Cartaginesi rifiutarono e dichiararono guerra a Roma. Alla fine, dopo aver conquistato la rocca, la parte più alta e fortificata della città, Annibale riuscì a espugnare Sagunto. I Saguntini, disperati, preferirono uccidersi tra loro o darsi alle fiamme, piuttosto che cadere in mano ai Cartaginesi. Annibale saccheggiò la città e ne fece schiavi i pochi superstiti. L’assedio di Sagunto è ricordato anche per una celebre frase che si attribuisce al console romano Marco Fabio Buteone, che, mentre a Roma si discuteva sul da farsi, esclamò: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” (“Mentre a Roma si consulta, Sagunto viene espugnata”). ## La traversata delle Alpi di Annibale Nel 218 a.C., il condottiero cartaginese Annibale iniziò la sua audace impresa di portare la guerra in Italia, attraversando i Pirenei e le Alpi con il suo esercito e i suoi elefanti da guerra. Annibale partì da Nova Carthago, l’attuale Cartagena, in Spagna, dove aveva stabilito la sua base dopo aver conquistato gran parte della penisola iberica. Aveva con sé circa 90.000 fanti, 12.000 cavalieri e 37 elefanti. Seguì il litorale mediterraneo fino al fiume Ebro, dove si scontrò con le tribù iberiche che si opponevano al suo passaggio. Dopo averle sottomesse, proseguì verso nord, entrando nella Gallia Transalpina. Qui dovette affrontare la resistenza dei Galli, che temevano la sua invasione. Annibale riuscì a convincere alcune tribù a schierarsi con lui, offrendo loro doni e promesse. Altre, invece, gli si opposero con le armi, come i Volci, che tentarono di bloccare il suo attraversamento del Rodano. Annibale li sconfisse in una battaglia sulle rive del fiume e poi costruì delle zattere per trasportare il suo esercito e i suoi elefanti sull’altra sponda. Dopo aver attraversato il Rodano, Annibale si diresse verso le Alpi, la catena montuosa che separava la Gallia dall’Italia. Qui si trovò di fronte a una delle sfide più difficili e pericolose della sua marcia. Le Alpi erano infatti coperte di neve e di ghiaccio, e i sentieri erano stretti e scoscesi. Inoltre, Annibale dovette affrontare gli attacchi dei montanari, che cercavano di approfittare della sua situazione di difficoltà. Annibale dovette combattere, negoziare e ingannare per aprirsi la strada tra le montagne. Il punto esatto in cui Annibale valicò le Alpi è ancora oggetto di dibattito tra gli storici. Alcuni ritengono che sia passato per il Colle della Traversette, altri per il Colle del Monginevro, altri ancora per il Piccolo San Bernardo o il Gran San Bernardo. La traversata delle Alpi fu un’impresa straordinaria, che richiese circa 15 giorni e che costò ad Annibale la perdita di gran parte del suo esercito. Si stima che solo 20.000 fanti, 6.000 cavalieri e pochi elefanti riuscirono a raggiungere l’Italia. ## **Le grandi vittorie in Italia: dal Ticino a Trasimeno** Dopo aver attraversato le Alpi con il suo esercito e i suoi elefanti da guerra, il condottiero cartaginese Annibale si lanciò alla conquista dell’Italia, dove sperava di sollevare i popoli italici contro Roma. In due anni, dal 218 al 216 a.C., Annibale inflisse ai Romani quattro sconfitte memorabili, che misero in crisi la Repubblica romana e la costrinsero a cambiare strategia. La prima battaglia si svolse sul fiume Ticino, nel novembre del 218 a.C. Annibale affrontò il console Publio Cornelio Scipione, padre dell’Africano, che era arrivato in Italia da Marsiglia. Lo scontro fu una battaglia di cavalleria, in cui i Cartaginesi ebbero la meglio grazie alla superiorità numerica e alla qualità dei loro cavalieri, soprattutto i Numidi. Scipione fu ferito e si ritirò a Piacenza, dove si ricongiunse con l’altro console, Tiberio Sempronio Longo. La seconda battaglia ebbe luogo alla Trebbia, nel dicembre del 218 a.C. I due consoli, nonostante il parere contrario di Scipione, decisero di attaccare Annibale, che li aspettava in una posizione favorevole. I Romani dovettero attraversare il fiume gelato e furono accolti da una pioggia di frecce e giavellotti. Poi dovettero affrontare la fanteria e la cavalleria cartaginesi, che li circondarono e li massacrarono. Solo una parte dell’esercito romano riuscì a fuggire e a rifugiarsi a Piacenza. Dopo questa vittoria, Annibale si guadagnò il sostegno di molte tribù galliche, che si ribellarono a Roma. Annibale sfruttò la sua posizione nel nord Italia per riposare le sue truppe e prepararsi alla sua marcia verso sud. Nella primavera del 217 a.C., Annibale attraversò l’Appennino superando i posti di blocco dell’esercito romano, ma dovette affrontare le difficoltà delle paludi dell’Arno, dove perse molti uomini e un occhio per le malattie e i disagi. Nonostante questo, Annibale continuò la sua avanzata e raggiunse il lago Trasimeno, nel giugno del 217 a.C. Annibale si nascose con il suo esercito tra le colline che circondavano il lago e attese che i Romani entrassero in una stretta valle, avvolta dalla nebbia. All’improvviso, i Cartaginesi attaccarono da tre lati, mentre il lago impediva la fuga ai Romani. Flaminio fu ucciso e il suo esercito fu annientato. ## La battaglia di Canne Dopo un semestre di dittatura da parte di Quinto Fabio Massimo, che evitò lo scontro diretto con Annibale, la politica romana decise che era giunto il momento di affrontare il nemico in una grande battaglia risolutiva. Annibale, dopo aver attraversato la Puglia, si scontrò con i due consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone, che avevano raccolto il più grande esercito mai schierato da Roma, composto da circa 80.000 fanti e 6.000 cavalieri. Annibale, pur essendo inferiore di numero, con circa 40.000 fanti e 10.000 cavalieri, adottò una geniale tattica: schierò la sua fanteria al centro in forma convessa, con i lati più deboli, e la sua cavalleria ai fianchi, con i lati più forti. Quando i Romani attaccarono il centro, Annibale ordinò ai suoi soldati di cedere gradualmente, facendo assumere alla sua formazione una forma concava. Nel frattempo, la sua cavalleria sbaragliò quella romana e si riunì alle spalle del nemico, chiudendo la tenaglia. I Romani si trovarono così accerchiati e compressi in uno spazio sempre più ristretto, dove non potevano né combattere né scappare. Annibale li fece massacrare senza pietà, uccidendo circa 50.000 fanti e 4.000 cavalieri, tra cui lo stesso Emilio Paolo. Solo 14.000 romani riuscirono a salvarsi e a raggiungere Canusium, una città alleata La battaglia di Canne fu una delle più grandi manovre tattiche della storia militare, il più riuscito esempio di manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari. Fu anche una delle più pesanti sconfitte subite da Roma, che perse gran parte dei suoi soldati, dei suoi comandanti e dei suoi alleati. Annibale, tuttavia, non sfruttò appieno il suo successo e non marciò su Roma, preferendo consolidare la sua posizione nel sud Italia e aspettare l’arrivo dei rinforzi dal fratello Asdrubale, che però non arrivarono mai. Roma, invece, non si arrese e si riorganizzò per resistere all’invasione cartaginese, affidando il comando a Quinto Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore, che adottò una strategia di logoramento e di evitamento dello scontro diretto con Annibale. ## Guerra di posizione nel sud Italia Dopo la sua strepitosa vittoria a Canne, nel 216 a.C., Annibale sperava di convincere i popoli italici a ribellarsi a Roma e ad allearsi con lui. Tuttavia, il suo piano non ebbe il successo sperato, poiché molti alleati di Roma rimasero fedeli, mentre altri si mostrarono esitanti o opportunisti. Solo alcune città e regioni, come Capua, Taranto, la Lucania e il Bruzio passarono dalla parte di Annibale, che dovette affrontare la resistenza dei presidi romani e dei loro sostenitori. Annibale cercò di consolidare la sua posizione nel sud Italia, assediando e conquistando diverse città, come Nola, Casilinum, Arpi, Herdonia, Benevento, una parte di Tarentum e Crotone. Purtroppo per lui non riuscì a espugnare le principali fortezze romane, come Napoli, Nuceria o Salerno. Inoltre, dovette affrontare la strategia di Quinto Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore, che seguiva il nemico senza accettare lo scontro diretto. Annibale non riuscì a provocare una battaglia decisiva, né a impedire ai Romani di recuperare terreno e alleati. Annibale sperava anche di ricevere rinforzi e aiuti da Cartagine e dai suoi alleati esterni, come il re di Macedonia Filippo V, il re di Siria Antioco III e il re di Numidia Siface. Ma questi aiuti furono scarsi e tardivi, e non cambiarono l’esito della guerra. Il fratello di Annibale, Asdrubale, che aveva guidato un altro esercito dalla Spagna per soccorrerlo, fu intercettato e sconfitto dal console Gaio Claudio Nerone nella battaglia del Metauro, nel 207 a.C. La testa mozzata di Asdrubale fu lanciata nel campo di Annibale, che capì di aver perso ogni speranza di vittoria. ## Il ritorno in Africa e la battaglia di Zama Annibale, dopo aver combattuto per oltre quindici anni in Italia, senza riuscire a conquistare Roma né a convincere tutti gli alleati italici a passare dalla sua parte, si trovò isolato e privo di rinforzi. Il suo esercito era ridotto a circa 20.000 fanti e 4.000 cavalieri, composti in gran parte da veterani e volontari italici. Il suo unico sostegno esterno era il re di Macedonia Filippo V, che però era impegnato in una guerra contro Roma e i suoi alleati greci, nota come prima guerra macedonica. Nel frattempo, i Romani, dopo aver recuperato il controllo del sud Italia e conquistato la Spagna con le campagne di Scipione, decisero di portare la guerra in Africa, per costringere Cartagine a chiedere la pace. Il compito fu affidato di nuovo a Publio Cornelio Scipione, figlio dell’omonimo console ferito da Annibale al Ticino, che si era distinto per le sue vittorie in Spagna, dove aveva cacciato i Cartaginesi e i loro alleati. Scipione, che aveva ottenuto il consolato e il comando della spedizione in Africa, sbarcò nel 204 a.C. con un esercito di circa 30.000 uomini e si alleò con il re di Numidia Massinissa, che era passato dalla parte di Roma dopo aver rotto con il re di Cartagine Siface, suo rivale in amore. Scipione e Massinissa iniziarono a devastare il territorio cartaginese, conquistando diverse città e sconfiggendo le truppe di Siface. Cartagine, in preda al panico, inviò una richiesta di aiuto ad Annibale, ordinandogli di tornare in Africa per difendere la patria. Annibale, pur a malincuore, dovette obbedire e abbandonare l’Italia con il suo esercito, salpando da Crotone nel 203 a.C. e sbarcando a Leptis Minor. Annibale si accampò a Zama Regia, a circa 160 km da Cartagine, dove si preparò ad affrontare Scipione. I due generali si incontrarono per negoziare una pace, ma non riuscirono a trovare un accordo. Si diedero quindi appuntamento per la battaglia decisiva, che si svolse nel 202 a.C. e che vide la vittoria di Scipione e la sconfitta definitiva di Annibale ## L’esilio e la morte Dopo la sua sconfitta nella battaglia di Zama, nel 202 a.C., che pose fine alla seconda guerra punica, Annibale tornò a Cartagine, dove cercò di riformare lo stato e la politica. Fu eletto suffeta, una sorta di magistrato supremo, e introdusse misure per ridurre la corruzione, il malgoverno e il debito pubblico. Tuttavia, le sue riforme gli attirarono l’ostilità di molti nobili e oligarchi, che lo accusarono di tradimento e cospirazione con Roma. Annibale, temendo per la sua vita, decise di andare in esilio nel 195 a.C. e si recò prima a Tiro, in Fenicia, poi alla corte del re seleucide Antioco III, che era in guerra contro Roma. Annibale divenne il consigliere militare di Antioco III, sperando di poter vendicare la sua patria e di sfidare ancora una volta Roma. Tuttavia, il re seleucide non ascoltò i suoi saggi consigli e preferì seguire i suoi generali e cortigiani, che lo indussero a commettere gravi errori strategici. Annibale gli aveva suggerito di invadere l’Italia con una grande flotta e un esercito, per sollevare i popoli italici e costringere Roma a ritirare le sue truppe dall’Asia. Invece, Antioco III si limitò a inviare una piccola spedizione in Grecia che fu sconfitta dai Romani nella battaglia di Termopili, nel 191 a.C. Poi, Antioco III si scontrò con i Romani in Asia Minore, dove fu sconfitto nella battaglia di Magnesia, nel 190 a.C. Dopo questa disfatta, Antioco III fu costretto a firmare una pace umiliante con Roma, che gli impose di cedere gran parte dei suoi territori, di pagare un enorme tributo e di consegnare i suoi elefanti da guerra e le sue navi. Inoltre, Roma chiese la consegna di Annibale, che era considerato il nemico pubblico numero uno. Annibale, però, riuscì a fuggire e a rifugiarsi prima presso il re di Bitinia, Prusia I. La storia del generale cartaginese ebbe la sua conclusione in Bitinia, vicino a Libyssa (l’attuale Gebze), a 40 km a est di Bisanzio. Secondo Nepote, un rappresentante bitinico informò accidentalmente l’inviato romano Tito Quinzio Flaminino, il vincitore della seconda guerra macedonica nel 197 a.C., della presenza di Annibale in Bitinia. Di nuovo, i Romani sembravano determinati a catturarlo e inviarono Flaminino per richiederne la consegna. Prusia accettò di consegnarlo, ma Annibale scelse di non cadere vivo nelle mani del nemico. A Libyssa, sulle coste orientali del Mar di Marmara, prese il veleno che, affermava, aveva conservato per lungo tempo. Secondo Tito Livio, le sue ultime parole furono: “Quanto sono cambiati i Romani, soprattutto nei costumi, non hanno più nemmeno la pazienza di aspettare la morte di un vecchio. Su allora, liberiamoli da questo lungo affanno”. E così prese il veleno. La data esatta della sua morte è oggetto di controversie. Di solito viene indicato il 182 a.C., ma, come sembra suggerire Tito Livio, potrebbe essere stato il 183 a.C., lo stesso anno della morte del suo avversario: Scipione l’Africano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Museo americano restituisce 44 reperti rubati, anche all'Italia](https://scriptamanentitalia.it/museo-americano-restituisce-44-reperti-rubati-anche-allitalia/) **Published:** Dicembre 10, 2023 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Il Virginia Museum of Fine Arts (VMFA) ha recentemente restituito 44 opere d'arte antica dopo un'approfondita indagine condotta dall'Ufficio del Procuratore Distrettuale di Manhattan e dal Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti. Il museo ha reso noti i dettagli di questa indagine e il risultato il 5 dicembre, evidenziando la sua piena collaborazione durante un'indagine che ha richiesto sei mesi di lavoro. Tutto è iniziato nel maggio del 2023, quando il Procuratore Distrettuale ha richiesto la documentazione relativa a 28 oggetti nella collezione del VMFA, per verificarne il regolare acquisto. In breve tempo, l. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Scoperta moneta romana in Norvegia con l'immagine di Cristo](https://scriptamanentitalia.it/scoperta-moneta-romana-in-norvegia-con-limmagine-di-cristo/) **Published:** Dicembre 10, 2023 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Una moneta d'oro antica, definita "molto rara" dagli archeologi, è stata scoperta di recente nelle montagne della Norvegia centrale. Il ritrovamento è avvenuto a Vestre Slidre, una città rurale famosa per lo sci, nella contea dell'Innlandet, nel centro-sud della Norvegia, grazie a un cercatore con un metal detector. Tecnicamente conosciuta come "histamenon nomisma," questa moneta è stata introdotta per la prima volta intorno al 960 d.C. ed è stata utilizzata come valuta bizantina standard. Questo significa che l'oggetto ha viaggiato per oltre 1600 miglia dal suo luogo d'origine fino al punto in cui è. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Esercito romano. Chi erano i Socii](https://scriptamanentitalia.it/esercito-romano-chi-erano-i-socii/) **Published:** Dicembre 7, 2023 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Cos’era il Foedus Cassianum](#Cosera_il_Foedus_Cassianum) - [Gli obblighi dei socii](#Gli_obblighi_dei_socii) - [Le riforme di Augusto sui Socii](#Le_riforme_di_Augusto_sui_Socii) - [Furono davvero importanti i Socii per l’esercito romano?](#Furono_davvero_importanti_i_Socii_per_lesercito_romano) Il ruolo dei socii nell’esercito romano, noti anche come foederati, è stato fondamentale nell’espansione e nel mantenimento del potere di Roma. I socii erano popoli o città legati a Roma da un trattato chiamato foedus, che stabiliva una relazione di alleanza e di mutua difesa. Questa confederazione ha avuto origine con il foedus Cassianum nel 493 a.C., poco dopo la caduta della monarchia romana, e ha previsto una difesa reciproca basata su un contributo militare annuale uguale, probabilmente sotto il comando generale romano. ## Cos’era il Foedus Cassianum Il Foedus Cassianum era un trattato stipulato nel 493 a.C. tra la neonata Repubblica Romana e le città-stato latine vicine, poco dopo la caduta della monarchia romana. Questo accordo stabiliva una difesa reciproca basata su un contributo militare annuale uguale da entrambe le parti, molto probabilmente sotto il comando generale romano. Il trattato fu probabilmente più accettabile per i Latini rispetto al precedente tipo di egemonia romana, quella dei re Tarquini, poiché il precedente sistema richiedeva probabilmente il pagamento di tributi e non solo un semplice obbligo militare. All’inizio, i socii in Italia potevano essere distinti in due categorie: i socii Latini nominis, che facevano parte della Lega Latina, e i restanti socii italici. Le colonie potevano essere romane o latine, e godevano di diversi privilegi a seconda di ciò. Nel IV secolo a.C., la maggior parte dei Latini originali ricevette la cittadinanza romana, ma il foedus fu esteso a circa 150 altre tribù e città-stato. Quando uno stato veniva sconfitto, una parte del suo territorio veniva annessa da Roma, e lo stato sconfitto doveva legarsi a Roma con un foedus ineguale, che imponeva un’alleanza militare perpetua. ## Gli obblighi dei socii I socii avevano l’obbligo di fornire truppe e navi all’esercito romano su richiesta, mantenendo però le proprie leggi ed erano esentati da tributi economici. Il numero di truppe fornite dai socii era stabilito dal Senato romano, e i soldati dei socii ricevevano lo stesso salario dei legionari romani. Dal 338 al 88 a.C., le legioni romane erano sempre accompagnate in campagna da circa lo stesso numero di truppe confederate, organizzate in due unità chiamate alae, poste ai fianchi dello schieramento romano. Nonostante la perdita di indipendenza e pesanti obbligazioni militari, il sistema offriva notevoli benefici per i socii, come la protezione dalla minaccia costante di aggressione da parte dei vicini e l’invasione esterna, oltre alla condivisione del bottino di guerra con i Romani. Tuttavia, la relazione tra Roma e le città latine rimase ambivalente, e molti socii si ribellarono contro l’alleanza quando ne ebbero l’opportunità, specialmente durante le invasioni di Pirro e Annibale. Nel secolo successivo alla Seconda Guerra Punica, i socii parteciparono all’espansione aggressiva romana, ma sotto la superficie, si accumulava il risentimento per il loro status di seconda classe come peregrini. Questo portò alla Guerra Sociale, dove i socii si ribellarono per unirsi allo stato romano come cittadini uguali. Sebbene sconfitti in battaglia, ottennero la loro richiesta principale: entro la fine della guerra nel 87 a.C., tutti gli abitanti dell’Italia peninsulare avevano ottenuto il diritto di chiedere la cittadinanza romana. ## Le riforme di Augusto sui Socii Durante il regno di Augusto, si verificarono importanti cambiamenti nell’esercito romano che influenzarono direttamente il ruolo e la struttura dei socii, o delle unità ausiliarie. Augusto integrò le unità ausiliarie come parte stabile dell’esercito romano. Questi ausiliari erano reclutati tra le popolazioni sottomesse, non in possesso della cittadinanza romana, e costituivano un complemento tattico e strategico alle legioni romane. Augusto aggiunse una serie di unità ausiliarie provinciali, formate da volontari non cittadini desiderosi di acquisire la cittadinanza romana al termine del loro servizio militare. Queste unità venivano posizionate prevalentemente lungo le frontiere romane o nelle aree interne a maggior rischio di rivolta. Fu introdotto un esercito di professionisti che rimanevano in servizio per un periodo di sedici anni, esteso poi a venti anni per i legionari e venti-venticinque anni per le truppe ausiliarie. Dopo questo periodo, i soldati potevano servire ulteriormente nelle “riserve” di veterani. Infine, Augusto stabilì che i soldati rimanessero di stanza nella loro regione di reclutamento per 20-25 anni. Al momento del congedo, i soldati ricevevano vari benefici, tra cui la cittadinanza romana e la legalizzazione di eventuali matrimoni contratti, incentivando così le famiglie meno abbienti a far arruolare i propri figli. Queste riforme rappresentarono una significativa evoluzione nel modo in cui Roma utilizzava e integrava i socii nel proprio esercito. ## Furono davvero importanti i Socii per l’esercito romano? I socii furono estremamente importanti per l’esercito romano. Costituivano una parte significativa delle forze militari di Roma, spesso fornendo la metà o più delle truppe in un esercito romano. Il loro contributo era vitale non solo in termini numerici, ma anche per la diversità delle abilità e delle tecniche di combattimento che portavano, integrando le capacità delle legioni romane. Inoltre, il supporto dei socii era fondamentale per mantenere l’ordine e espandere i confini dell’Impero Romano, dimostrando l’efficacia del sistema di alleanze e trattati che Roma aveva stabilito con vari popoli e città-stato. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La Cina apre un centro per la cooperazione nell’archeologia subacquea](https://scriptamanentitalia.it/la-cina-apre-un-centro-per-la-cooperazione-nellarcheologia-subacquea/) **Published:** Dicembre 6, 2023 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Un nuovo centro per la cooperazione internazionale nel campo dell'archeologia subacquea è stato aperto a Guangzhou, capoluogo della provincia del Guangdong. Secondo il Guangzhou Marine Geological Survey, il centro, situato in una base di ricerca a Nansha, collaborerà con le agenzie locali del Marine Geological Survey e altre istituzioni per la ricerca sull’archeologia delle profondità marine. Lo riferisce il China Daily, partner della TV BRICS. Aiuterà inoltre a condurre ricerche archeologiche sottomarine nella provincia in collaborazione con il programma nazionale di ricerca sui reperti culturali e a stabilire un sistema di gestione delle informazioni geografiche sul patrimonio archeologico. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Magnifico mosaico con un leone scoperto a Konuralp](https://scriptamanentitalia.it/turchia-mosaico-leone-scoperto-konuralp/) **Published:** Novembre 26, 2023 **Author:** Giorgio Muscas **Excerpt:** Nella pittoresca città antica di Konuralp, situata nel cuore della Turchia, è tornato alla luce un magnifico mosaico raffigurante un leone **Content:** Nella pittoresca città antica di Konuralp, situata nel cuore della Turchia, è tornato alla luce un magnifico mosaico raffigurante un leone. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Serbia. Scoperto un campanello a vento dell'antica Roma](https://scriptamanentitalia.it/serbia-scoperto-un-campanello-a-vento-dellantica-roma/) **Published:** Novembre 17, 2023 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Nella città antica di Viminacium, situata nell'attuale Serbia, gli archeologi hanno scoperto un oggetto straordinario: un **tintinnabulum**, un tipo di campanello a vento romano, decorato con un fallo alato. Questo ritrovamento è stato fatto durante gli scavi di una delle strade principali della città, dove è stata scoperta la porta di uno degli edifici, successivamente distrutta da un incendio. Il portico di questo edificio è crollato durante l'incendio, e il tintinnabulum è stato trovato tra le macerie. . . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Le prove suggeriscono che, già nel secondo millennio a.C., i leader ittiti dissero ai loro funzionari pubblici. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Attualità, Top --- ### [Gli antichi Egizi conoscevano il ferro dei meteoriti](https://scriptamanentitalia.it/gli-antichi-egizi-conoscevano-il-ferro-dei-meteoriti/) **Published:** Novembre 14, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Gli antichi Egiziani avevano una comprensione sorprendentemente avanzata dell'origine extraterrestre dei meteoriti ricchi di ferro, una conoscenza che precedeva di migliaia di anni le scoperte scientifiche europee. Questa consapevolezza, tuttavia, si perse con la caduta del mondo antico, insieme ai suoi miti, lingue, sistemi di scrittura e rituali. Solo nel tardo XVIII secolo, in Europa, l'idea che i meteoriti provenissero dal cielo fu timidamente riproposta. *"\[Il re\] Unis afferra il cielo e ne spacca il ferro."* Inscritta nei geroglifici di una piramide di 4.400 anni fa, **questa frase dimostra che gli antichi egizi capivano. . .** ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Diego Prieto Hernández, capo dell'Istituto Nazionale di. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Top --- ### [Templi trovati nell'accampamento di Haltern in Germania](https://scriptamanentitalia.it/templi-trovati-nellaccampamento-di-haltern-in-germania/) **Published:** Novembre 11, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Gli archeologi dell'Associazione Regionale della Vestfalia-Lippe (LWL) hanno fatto una scoperta significativa presso l'accampamento romano di Haltern, **situato nella città di Haltern am See in Nord Reno-Westfalia, Germania**. Hanno trovato le fondamenta di **due piccoli templi in questo sito**, che durante il periodo romano era una fortezza militare e una colonia civile di grande importanza. Si ritiene che questo sito sia stato **fondato dall'imperatore Augusto**, una teoria confermata dagli scavi del 2010 condotti dalla Commissione Archeologica di Vestfalia. Recenti scavi della LWL hanno rinvenuto le fondamenta di due templi. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Attualità --- ### [Egitto. Scoperta tomba millenaria di uno scriba](https://scriptamanentitalia.it/egitto-scoperta-tomba-millenaria-di-uno-scriba/) **Published:** Novembre 9, 2023 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Un team di archeologi cechi ha fatto luce su una scoperta significativa ad Abusir: la tomba di un giovane scriba reale risalente a circa 2.500 anni fa. Questo ritrovamento, insieme ad altri recenti nella zona, offre agli studiosi una visione più chiara dei cambiamenti avvenuti in Egitto e nelle aree circostanti durante il V e VI secolo a.C. La tomba apparteneva a un dignitario finora sconosciuto di nome Djehutyemhat, risalente al periodo dell'invasione persiana dell'Egitto. La parte scoperta della tomba è solo lo scavo sotterraneo, che si estende fino a una camera sepolcrale costruita con blocchi. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. 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Secondo i ricercatori, la piramide è un complesso mausoleo di un sovrano della cultura Begazı Dandibay, una cultura della tarda età del bronzo che fiorì durante l'ultima fase del periodo Andronovo (2000-1150 a.C.). **La struttura è un mausoleo piramidale a gradini**, costruito in una regione delle steppe di Sari Arka dove le comunità seppellivano i loro governanti e. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Attualità, Top --- ### [Trovato sandalo romano di 2000 anni fa in Spagna](https://scriptamanentitalia.it/trovato-sandalo-romano-2000-anni-fa-ispagna/) **Published:** Ottobre 30, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Lucus Asturum nel nord della Spagna era un insediamento romano che fungeva da centro amministrativo e snodo di comunicazioni nel nord della penisola iberica tra il I e ​​il IV secolo d.C. e che, data la sua importanza, l'astronomo, matematico e geografo greco Tolomeo riportò nella sua famosa opera Geografia. Lucus Asturum conteneva molti importanti edifici pubblici e privati. Nel 2021, un team guidato dall'archeologa Esperanza Martín ha individuato una grande casa con un cortile centrale e un pozzo. Quest'estate sono ripresi gli scavi nel sito e gli archeologi hanno deciso di scendere, utilizzando un sistema. . . ### iscriviti per continuare a leggere Questo articolo è disponibile solo per i membri della community. **Iscriviti grauitamente** a **Scripta Manent**. Riceverai anche l'almanacco di Scripta Manent vie email ogni settimana. [Iscriviti gratis](/sign-up/) [Accedi](/log-in/) **Categorie:** Archeologia, Attualità, Top --- ### [Il palazzo di Diocleziano a Spalato. Una meraviglia storica](https://scriptamanentitalia.it/il-palazzo-di-diocleziano-a-spalato-una-meraviglia-storica/) **Published:** Ottobre 17, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Diocleziano aveva ordinato la costruzione di un complesso pesantemente fortificato nella città di Spalato in preparazione al suo ritiro il 1 maggio 305 d.C. Il luogo scelto era vicino a Salona, il centro amministrativo provinciale della Dalmazia, sul lato meridionale di una breve penisola. In base ai dati delle mappe romane sembra che ci fosse già un insediamento a Spalato in quella baia, ma le dimensioni e i resti di tale insediamento non sono stati ancora stabiliti. **L’inizio della costruzione del palazzo di Diocleziano non è stato precisamente determinato**, ma si ritiene che sia iniziato intorno al 295, dopo l’istituzione della Tetrarchia. Tuttavia, dieci anni dopo quella decisione, quando Diocleziano abdicò nel 305, sembra che il palazzo fosse ancora incompiuto, e ci sono indicazioni che alcuni lavori fossero in corso mentre l’imperatore risiedeva nel palazzo. Non si sa secondo quale visione architettonica sia stato costruito il palazzo e chi ne siano stati i costruttori. **Il complesso era modellato sui forti romani dell’era del III secolo**, come quelli visibili lungo il limes, come il forte di Castrum Divitia sul Reno di fronte a Colonia. Tuttavia, i nomi greci incisi Zotikos e Filotas, insieme a numerosi caratteri greci, indicano che molti costruttori provenivano originariamente dalla parte orientale dell’Impero, ossia Diocleziano aveva portato con sé maestri dall’Oriente. Tuttavia, una parte considerevole della forza lavoro era probabilmente di origine locale. I materiali di base provenivano dalle zone vicinae: la pietra calcarea bianca veniva da Brač e da alcune zone vicine a Trogir, il tufo veniva estratto dai letti dei fiumi nelle vicinanze e i mattoni venivano fabbricati a Spalato e in altri laboratori situati nelle vicinanze. **A Carnuntum, la gente pregò Diocleziano di tornare al trono** per risolvere i conflitti sorti a causa dell’ascesa al potere di Costantino e dell’usurpazione di Massenzio. Diocleziano rispose: “*Se voi poteste mostrare il cavolo che ho piantato con le mie stesse mani al vostro imperatore, egli non avrebbe mai osato di suggerire di rimpiazzare la pace e la felicità di questo posto con i temporali di un’avidità mai soddisfatta* “ Diocleziano visse per altri quattro anni, trascorrendo le sue giornate nei giardini del suo palazzo. Vide il suo sistema tetrarchico fallire, strappato dalle ambizioni egoiste dei suoi successori. **Udì della terza rivendicazione al trono di Massimiano**, del suo suicidio forzato e della damnatio memoriae. Nel suo palazzo, le statue e i ritratti del suo ex collega imperatore furono abbattuti e distrutti. Profondamente disperato e malato, morì il 3 dicembre 312. Con la morte di Diocleziano, la vita del palazzo non finì, e rimase una proprietà imperiale della corte romana, fornendo rifugio ai membri espulsi della famiglia dell’Imperatore. **Nel 480, l’Imperatore Giulio Nepote fu assassinato da uno dei suoi soldati**, apparentemente accoltellato a morte nella sua villa vicino a Salona. Dato che il palazzo di Diocleziano si trovava in zona, potrebbe essere stato lo stesso edificio. ![Veduta del Peristilio del Palazzo di Diocleziano](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/10/peristiliodiocleziano-836x1024.jpg "peristiliodiocleziano - Scripta Manent Italia")*Veduta del Peristilio del Palazzo di Diocleziano* **La seconda vita del palazzo ebbe inizio quando Salona** fu in gran parte distrutta durante le invasioni degli Avari e degli Slavi nel VII secolo, anche se l’anno esatto della distruzione resta ancora oggetto di dibattito tra gli archeologi. Parte della popolazione espulsa trovò riparo tra le robuste mura del palazzo e con loro iniziò una nuova vita organizzata in città. **Da allora, il palazzo è stato continuamente occupato, con i residenti che costruirono delle case e delle attività** nei sotterranei del palazzo e direttamente nelle sue mura. La Chiesa di San Martino ne è un esempio. Oggi, molti ristoranti, negozi e alcune case si trovano ancora all’interno delle mura. Nel periodo del libero comune medievale, tra il XII e il XIV secolo, ci fu un notevole sviluppo architettonico, con numerose case medievali che riempirono non solo gli edifici romani ma anche una gran parte dello spazio libero di strade e moli. **In questo periodo fu completata anche la costruzione del campanile romanico della Cattedrale di San Doimo**, costruita originariamente come tempio di Giove e successivamente utilizzata come mausoleo di Diocleziano. Dopo il Medioevo, il palazzo era praticamente sconosciuto nel resto d’Europa fino a quando l’architetto scozzese Robert Adam fece eseguire un rilievo delle rovine. Poi, con l’aiuto dell’artista francese e antiquario Charles-Louis Clérisseau e di alcuni disegnatori, Adam pubblicò “Rovine del Palazzo dell’Imperatore Diocleziano a Spalato in Dalmazia” (Londra, 1764). **Il palazzo di Diocleziano è stato di ispirazione per il nuovo stile di architettura** neoclassica di Adam e la pubblicazione dei disegni misurati lo ha introdotto nel vocabolario del design dell’architettura europea per la prima volta. Qualche decennio dopo, nel 1782, il pittore francese Louis-François Cassas creò disegni del palazzo, pubblicati da Joseph Lavallée nel 1802 nelle cronache dei suoi viaggi. Oggi, il **Palazzo è ben conservato, con tutti gli edifici storici più importanti**, nel centro della città di Spalato, la seconda città più grande della Croazia moderna. Il Palazzo di Diocleziano va ben oltre l’importanza locale a causa del suo grado di conservazione. E’ uno dei più famosi e completi elementi architettonici e culturali sulla costa adriatica croata. Essedo uno dei palazzi romani più completi al mondo, occupa un posto di primo piano nel patrimonio del Mediterraneo, europeo e mondiale. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Attualità **Tag:** Diocleziano --- ### [La bandiera israeliana proiettata sull'Arco di Tito. Ha un benché minimo senso storico?](https://scriptamanentitalia.it/bandiera-israeliana-arco-di-tito/) **Published:** Ottobre 11, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Ha un senso storico la proiezione della bandiera israeliana sotto l'arco dell'imperatore Tito, generale che distrusse Gerusalemme? **Content:** Ricevo un “Bing!” sul mio smartphone e un fan di Scripta Manent mi segnala un articolo sui giornali. Dopo lo scoppio della crisi tra **Israele e Palestina**, i sostenitori italiani dello stato ebraico si sono aggregati a Roma, **sotto l’arco di Tito**, dove viene proiettata la bandiera di Israele. Il mio ruolo di divulgatore storico e la mia lucida scelta di non inzupparmi nel torbido della politica, mi convincono ad astenermi da ogni commento: non perchè non sia doverosa una riflessione su questa nuova guerra, ma perchè, al solito, Hamas e Israele hanno già polarizzato le due parti politiche italiane, disposte a passare su tutto, pur di scannarsi. Sotto l’aspetto storico però c’è da dire. Seguendo una linea puramente temporale, la bandiera dello Stato di Israele proiettata sull’arco di Tito rasenterebbe la follia più raffinata. **Tito Flavio Vespasiano**, al quale tra l’altro abbiamo recentemente dedicato una monografia, fu il generale che in terra di Giudea guidò i legionari durante i sette mesi necessari ad assediare Gerusalemme, devastarne le difese, combattere ferocemente per le strade e distruggerne il tempio, che andò irrimediabilmente a fuoco durante i combattimenti. Sempre di Tito erano i legionari che **trasportarono la Menorah**, il candelabro a sette braccia simbolo della religione ebraica, fuori dal Tempio fumante, ora scolpiti proprio nel suo arco di trionfo, come una diapositiva ferma da duemila anni. L’arco sul quale è stata proiettata la bandiera di Israele, fu fatto costruire dal **fratello Domiziano** per celebrare la vittoria di Tito sui Giudei, ed è eterno simbolo della straordinaria forza militare romana, che li annientò fino all’ultimo. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/10/011057144-c233ae70-e454-4554-a9a4-a886900a0a23.jpg "011057144-c233ae70-e454-4554-a9a4-a886900a0a23 - Scripta Manent Italia") Tant’è che gli ebrei, nei secoli successivi, hanno sempre guardato all’arco di Tito come ad una umiliazione in forma marmorea, badando bene di deviare le loro passeggiate per non camminarci vicino. I sentimenti di orgoglio per la vittoria romana e di dolorosa sconfitta per gli ebrei sono rimasti intonsi per svariati secoli, fino ad una freddolosa giornata dei primi di dicembre del 1947. Il 2 di quel mese, la risoluzione 181 dell’ONU sancì la **nascita del futuro Stato d’Israele**, che sarebbe diventato realtà giusto 163 giorni dopo. Allora, gli ebrei italiani si riunirono spontaneamente proprio sotto l’arco di Tito. Quasi a sfidare, con la loro presenza, l’imperatore romano, gli appartenenti alla comunità ebraica traghettarono quel simbolo di disfatta verso un emblema di vittoria, di **agognato e infine raggiunto riconoscimento.** Da allora, il senso di quel luogo sembra essere cambiato. Se prima l’arco di Tito sembrava lanciare occhiatacce agli ebrei, ora ne protegge le speranze. Per cui, volendo rispondere alla domanda sul senso “storico” del radunarsi sotto l’arco di Tito, la risposta è duplice. Stando alla storia romana, è un assurdo e quasi grottesco controsenso. Stando alla storia contemporanea, è un luogo dal rinnovato significato. A noi decidere in quale epoca riconoscerci. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Così la politica sta distorcendo e inquinando la storia romana](https://scriptamanentitalia.it/cosi-la-politica-sta-distorcendo-e-inquinando-la-storia-romana/) **Published:** Ottobre 8, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Sempre più spesso la politica minaccia di inquinare la storia di Roma con colpevoli travisazioni **Content:** Dire che la politica non dovrebbe interferire con la Storia è idea palesemente giusta quanto inverosimile, come predicare la castità a dei marinai appena sbarcati dopo un viaggio di sei mesi. La politica, sia quella con la “p” minuscola, che strumentalizza i ricordi per mere e puerili contrapposizioni dialettiche, sia quella con la “P” maiuscola, che ha bisogno di rafforzare le proprie scelte tramite una riprova in un qualche passato glorioso, ha sempre scomodato, e spesso inquinato, la Storia. E quella romana, più di altre, è esposta a questo **inquinamento**. Sia per la sua impareggiabile portata e vastità, sia per la sua lontananza nel tempo e incertezza delle fonti, che consente di revisionarla e reinterpretarla a proprio uso e consumo con moderata facilità. Limitandoci al ‘900, fu in principio il **regime fascista**. Mussolini stesso e tutti i suoi “sacerdoti” della propaganda, hanno attinto a piene mani ad un mondo senza dubbio guerriero e patriarcale, che si prestava perfettamente, con i dovuti aggiusti, ad una improbabile restaurazione dell’impero sui colli di Roma. Al termine del ventennio, come il livido dopo una botta, il mito di Roma è rimasto invischiato di reinterpretazioni fasciste e di simbologie stiracchiate che, se da un lato sono state doverosamente vietate, per **morale e per legge**, dall’altro hanno attratto, e continuano a farlo, una massa di nostalgici che, inneggiando a Roma e al fascismo, non hanno capito l’essenza dell’una e gli obbrobbri dell’altro. ll fenomeno si è evoluto con le generazioni: dai nonni che conservano ancora la stelletta del PNF si è passati a **Boomer e Baby Boomer** che la guerra l’hanno vista solo in cartolina ma che, per diversi vaneggiamenti, ancora accostano Roma ai fasci. Così, con un buon lavoro di immaginazione e di malafede storica, la strumentalizzazione fascista della storia romana prosegue imperterrita, arrivando a coinvolgere i giovanissimi di oggi. Che non hanno mai visto la guerra e nemmeno una cartolina. Eppure, le dinamiche della storia romana rivisitata e corretta, spesso al limite dell’ubriachezza, hanno preso negli ultimi decenni una piega del tutto **inaspettata**. La storia di Roma non viene più travisata solamente dal marcio mondo dell’estrema destra, ma anche dall’ipocrita, e **altrettanto disgustosto** clan dei cosiddetti “buonisti”, spesso appartenenti all’ala politica estremamente opposta. Se fino a qualche anno fa taluni si tenevano ben distanti dalla storia romana, marchiando sistematicamente i suoi appassionati con il solito termine di “fassista”, quegli stessi hanno infine subìto il fascino di Roma e soprattutto intravisto la possibilità di **tirarne la giacchetta per i propri scopi,** spesso al limite del disagio mentale. I primi sintomi di questi “funamboli” storici si sono percepiti in ambito prettamente politico. Il tema era quello di sottolineare l’estrema apertura mentale e la disponibilità all’accoglienza degli immigrati propria dell’impero romano, badando bene di **omettere le stringenti norme e il rigido processo di romanizzazione** imposto ai nuovi venuti. Raccontando così, solo una parte della storia. Nacquero così, stavolta al limite del delirio, un imperatore Claudio che veniva da una famiglia di profughi, una Roma simile ad un centro sociale o ad una scuola okkupata, e affermazioni superficiali, palesemente incomplete, colpevolmente travisate. Il fatto però, a fronte della sollevazione di studiosi e appassionati di storia, si è dovuto raffinare. Certo, i politici esercitano ancora il loro diritto a pronunciare stupidaggini, ma il fronte di guerra si è gradualmente spostato su un campo più culturale e, forse, più pericoloso. Lo **spettacolo** e il **malsano giornalismo.** Nel primo si è visto un fenomeno talmente evidente e spiazzante, da essere definito tramite il conio del nuovo termine “**blackwashing**“. Giulio Cesare, nato nella Roma del 100 a.C, diventa nero, Cleopatra, di origini greco-macedoni, è quasi nigeriana, Achille, che Omero descrive bianco e biondo, pare venire da Tunisi. La motivazione ufficiale, trionfo dell’ipocrisia, la “bravura” degli attori che dovrebbe prevalere sull’aspetto filologico. Principio più facile da propugnare che da osservare, visto che Nelson Mandela continua ad essere interpretato da neri e Mao Tse Tung da attori orientali. Nel giornalismo si utilizza invece lo stratagemma, tecnicamente abile, deontologicamente imbarazzante, di ri-scrivere la storia tramite un approccio che riesce nel raro intento di essere insieme ignorante e disonesto. Quello di selezionare piccoli frammenti di fonti antiche, episodi isolati, casi rari, e farne, colpevolmente, una grande regola generale. E’ quello che abbiamo visto con **Sporo**: un effemminato liberto che l’imperatore Nerone, abusando della sua posizione, avrebbe sposato durante gli anni della sua follia, che diventa la “prova” inconfutabile della larga accettazione dei matrimoni omossessuali nell’Urbe, fenomeno di cui, con tutto il rispetto e gli auguri per le coppie gay di oggi, non si trova il **minimo cenno nel diritto romano.** Adattissimo a questa narrazione l’imperatore Eliogabalo. Un ragazzino siriano, giunto alla porpora imperiale grazie agli intrighi di mamma e nonna, notoriamente dedito ad ogni tipo di mollezza e piuttosto “aperto” sotto l’aspetto sessuale, tanto da essere definito il primo “imperatore transessuale” della storia. Anche qui, non importa che le voci appartengano all’Historia Augusta, un raccolta anonima e notoriamente poco attendibile sulla vita degli imperatori, nè che i pretoriani lo abbiano fatto letteralmente a pezzi. Il brevissimo regno di un ragazzo impreparato e stordito da giochi più grandi di lui, e dunque **ben poco rappresentativo della gran parte della storia romana**, diventa il vessillo e di nuovo la “prova” di un impero romano tranquillamente dominato da movimenti LGBT. La sessualità dell’antica Roma, in sostanza, rappresenta il più recente e fecondo campo di battaglia per discutibili contrapposizioni politiche, che di amore per la storia hanno ben poco. Prova ne sia l’ultimo “grido”: a Roma si accettavano orientamenti sessuali di ogni genere, e l’amore era **totalmente libero.** Eccola, che rispunta l’ipocrisia. E’ vero che il termine “omosessuale” nel vocabolario latino non esisteva nemmeno, e che un uomo poteva benissimo spaziare tra donne e altri uomini. Falso che fosse libero: il cittadino romano doveva rimanere virile e attivo, e gli era moralmente concesso di intrattenersi solo con schiavi e prostituti, ovvero altri uomini ma di rango sociale inferiore. Di nuovo, una storia riassunta tralasciando tanti di quei dettagli da diventare “inventata”. Insomma, siamo sempre vissuti, ma in questo periodo la cosa si fa intensa, in uno scenario dove la storia “militante”, da una parte e dall’altra, confonde l’onesto appassionato di Roma, che volendo avvicinarsi alla gloriosa storia di questo popolo, viene bersagliato da propaganda di ogni tipo e deve continuamente schivare pallottole di disinformazione. Per fortuna, la storia di Roma, che ha superato le leggende del Medioevo, le reinterpretazioni rinascimentali e le propagande dei totalitarismi più recenti, si scrollerà di dosso anche le viscide beghe dei nostri anni. Continuando ad essere un esempio di molte cose inarrivabili e costringendoci continuamente ad interrogarci sui nostri limiti. Come ha sempre fatto. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Vespasiano: l'imperatore taccagno che salvò Roma dalla bancarotta](https://scriptamanentitalia.it/vespasiano-imperatore/) **Published:** Settembre 10, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini familiari](#Origini_familiari) - [Prime esperienze militari](#Prime_esperienze_militari) - [L’incarico di condurre la guerra in Giudea](#Lincarico_di_condurre_la_guerra_in_Giudea) - [La guerra civile contro Vitellio](#La_guerra_civile_contro_Vitellio) - [L’amministrazione finanziaria dell’imperatore Vespasiano ](#Lamministrazione_finanziaria_dellimperatore_Vespasiano) - [La Lex de imperio Vespasiani.](#La_Lex_de_imperio_Vespasiani) - [La riforma giudiziaria](#La_riforma_giudiziaria) - [Le opere pubbliche](#Le_opere_pubbliche) - [La promozione della cultura sotto Vespasiano](#La_promozione_della_cultura_sotto_Vespasiano) - [L’organizzazione dell’esercito sotto Vespasiano](#Lorganizzazione_dellesercito_sotto_Vespasiano) - [La politica estera di Vespasiano: l’Oriente ](#La_politica_estera_di_Vespasiano_lOriente) - [La politica di Vespasiano in Occidente](#La_politica_di_Vespasiano_in_Occidente) - [Morte e successione ](#Morte_e_successione) Vespasiano è stato un imperatore romano che ha regnato dal 69 al 79 d.C., fondando la dinastia flavia. Nato in Sabina, Vespasiano intraprese la carriera militare e politica, distinguendosi nell’invasione della Britannia sotto Claudio e nel governo dell’Africa proconsolare. Nel 66 fu inviato in Giudea per reprimere la rivolta ebraica, ma nel 69 fu proclamato imperatore dalle legioni orientali, in opposizione a Vitellio, che era stato eletto dalla guardia pretoriana dopo la morte di Nerone. Vespasiano sconfisse Vitellio nella seconda battaglia di Bedriaco e entrò a Roma, dove fu riconosciuto dal senato e nominato console per l’anno 70. Vespasiano restaurò l’ordine e la stabilità nell’impero, dopo il periodo di crisi e di guerra civile seguito alla fine della dinastia giulio-claudia. Fu un imperatore attento all’amministrazione, alle finanze e alle opere pubbliche, tra cui il Colosseo, l’anfiteatro Flavio. Fu anche tollerante verso le religioni e le culture delle province, pur mantenendo il controllo militare sui confini. Vespasiano morì nel 79 a Aquae Cutiliae, lasciando il trono al figlio Tito, che aveva completato la conquista della Giudea e celebrato il trionfo per la distruzione di Gerusalemme. Vespasiano fu il primo imperatore ad essere deificato dal senato dopo la sua morte. Fu considerato un buon sovrano dai suoi contemporanei e dagli storici successivi, che ne lodarono la semplicità, l’umanità e il senso dell’umorismo. ## Origini familiari **Tito Flavio Vespasiano** nacque il 17 novembre del 9 d.C a **Vicus Phalacrinae**, che corrisponde all’odierna città di Cittareale, in provincia di Rieti. Il padre, **Tito Flavio Sabino,** era un pubblicano, ovvero un appaltatore incaricato di esigere le imposte, molto esperto nel settore finanziario, mentre la madre, **Vespasia Polla**, apparteneva ad una nobile famiglia di Norcia. Vespasiano ebbe un fratello maggiore, **Tito Flavio Sabino,** e la sua educazione fu molto influenzata dalla nonna paterna. ## Prime esperienze militari Divenne adulto e indossò la toga virilis all’età di 16 anni, il 17 marzo del 26 d.C, durante la festa dei Liberalia. Inizialmente avrebbe voluto dedicarsi ad una carriera prettamente politica, ma sua madre gli chiese di intraprendere la vita militare. Così si arruolò **nelle legioni in Tracia** come tribuno laticlavio per i successivi quattro anni. Divenne poi **questore** nella provincia di Creta e di Cirene. La sua carriera proseguì con la candidatura **all’edilità**, una delle magistrature più importanti. Dopo aver fallito un primo tentativo, venne finalmente eletto nel 39 d.C, all’età di trent’anni. L’anno dopo divenne pretore, cercando di ingraziarsi in ogni modo l’allora imperatore Caligola. Esattamente durante questi anni sposò Domitilla ed ebbe da lei due figli, Tito e Domiziano, e una figlia, Flavia Domitilla. Dopo queste cariche, tipiche per un uomo politico romano, Vespasiano decise di dedicarsi nuovamente alla carriera militare e divenne legatus, ovvero generale, della **legio II Augusta**, stanziata nella Gallia Lugdunensis, grazie al favore di Narciso, un importante liberto presso l’imperatore Caligola. Partecipò anche **all’invasione romana della Britannia** sotto l’imperatore Claudio; il suo ruolo fu fondamentale durante la **battaglia di Medway** e per la conquista dell’isola di Wight. Le fonti antiche riferiscono che durante questo periodo partecipò ad oltre 30 battaglie contro il nemico britannico, costrinse alla resa due tribù e riuscì a espugnare più di venti città fortificate. I suoi successi in Britannia favorirono notevolmente la sua carriera politica: ottenne le insegne del trionfo e divenne **governatore dell’Africa proconsolare**. Tacito e Svetonio descrivono in maniera contrastante il suo governo, ma è certo che la sua fama e la sua visibilità a Roma continuavano ad aumentare. Dopo l’Africa, Vespasiano si recò in **Grecia**, vicino all’imperatore Nerone. Forse per differenza di carattere, veniva sistematicamente escluso dalla vita di corte e dalle pubbliche udienze, tuttavia, sempre per i suoi successi militari, gli venne offerto il governo di una provincia e il comando di un esercito. ## L’incarico di condurre la guerra in Giudea Dopo la ribellione degli ebrei zeloti in Giudea, **l’imperatore Nerone** riconobbe che solo Vespasiano sarebbe stato veramente in grado di riconquistare il controllo di quei territori che erano stati strappati dai ribelli al governatore di Siria, **Cestio Gallo.** Vespasiano, oltre ad aver acquisito notevole esperienza militare, aveva pienamente pacificato la Britannia. Venne quindi scelto come comandante supremo per domare la rivolta in Giudea. Vespasiano chiese ed ottenne di poter essere **accompagnato da suo figlio Tito**, che si recò immediatamente in Egitto per rilevare una legione, mentre lui stesso si diresse in Siria per concentrare le forze romane. Vespasiano si recò ad **Antiochia**, dove si occupò di rafforzare le legioni, in attesa dell’arrivo di Tito e dei suoi soldati. I legionari, al momento del suo arrivo, erano particolarmente insofferenti e insoddisfatti della situazione. Grazie al suo carisma di generale fu in grado di ristabilire la disciplina e rimettere in moto le legioni. La prima grande vittoria ottenuta da Vespasiano in Giudea fu l’assedio della città di **Iotapata**, dove si erano asserragliati molti ribelli guidati dal loro generale, **Giuseppe Flavio.** Nonostante il valore degli assediati, Iotapata capitolò e gli ultimi giudei decisero di suicidarsi, uccidendosi a vicenda. Anche Giuseppe si sarebbe dovuto togliere la vita, ma all’ultimo si rifiutò e si presentò davanti a Vespasiano offrendogli una profezia: sarebbe diventato lui il nuovo imperatore. Inizialmente Vespasiano non gli diede credito, ma col tempo decise di credergli, liberarlo e trattarlo con ogni riguardo. Nel frattempo, venne a sapere della **morte di Nerone** e della nomina a nuovo imperatore di Galba. Per questo motivo, mentre marciava contro Gerusalemme per infliggere l’ultima sconfitta ai ribelli ebrei, inviò suo figlio Tito a Roma per incontrare il nuovo imperatore. Quest’ultimo tornò immediatamente indietro a causa della morte di Galba, avvenuta dopo pochi mesi, cui era succeduta l’acclamazione di **Otone**. Era chiaro che a Roma era scoppiata la guerra civile, motivo per cui Vespasiano fu costretto a sospendere le operazioni militari contro i Giudei. A questo punto, le versioni sulla vita di Vespasiano differiscono. **Tacito** ci racconta che Vespasiano stava considerando le proprie forze militari e stava riflettendo sulla possibilità di partecipare alla guerra civile, assieme ad uno dei suoi generali, **Muciano**, che, pienamente fiducioso nella forza delle legioni, lo esortava a tentare la presa del potere. Vennero quindi convocati degli indovini per convincere Vespasiano, che era molto superstizioso, a diventare il nuovo Imperatore. La svolta sarebbe partita dal prefetto d’Egitto, **Tiberio Alessandro**, il quale avrebbe preso l’iniziativa di riconoscerlo come nuovo Imperatore. Due giorni dopo, le legioni che comandava in Giudea prestarono immediatamente giuramento e in breve tempo l’intera Siria, i re Soemio, Antioco ed Erode Agrippa II e quasi tutte le province orientali lo acclamarono come imperatore. **Giuseppe Flavio** ci dà una versione leggermente diversa e con altri dettagli. Secondo quest’ultimo, Vespasiano, dopo aver devastato la regione vicina alla città di Gerusalemme, ricevette la notizia della caotica situazione a Roma. Gli ufficiali lo incitarono immediatamente a prendere il potere e i soldati lo acclamarono come nuovo imperatore, minacciando addirittura di ucciderlo se non avesse accettato l’incarico. Solo a questo punto, Vespasiano avrebbe chiesto consiglio al governatore di Alessandria, Tiberio Alessandro, informandolo di essere già stato acclamato imperatore dalle proprie truppe e richiedendogli collaborazione per sostenere la sua carica. Alessandro chiese immediatamente ai suoi legionari di giurare fedeltà al nuovo imperatore ed accolse ottimamente l’iniziativa di Vespasiano. ## La guerra civile contro Vitellio Nonostante le province orientali avessero già scelto Vespasiano come imperatore, egli doveva ancora sconfiggere il suo avversario **Vitellio**, che si trovava a Roma. Vespasiano si trasferì immediatamente ad **Antiochia** di Siria per pianificare il suo viaggio verso la capitale. Affidò dapprima un contingente di cavalleria e fanteria a **Muciano**, che avrebbe dovuto attraversare l’Italia via terra. Un altro suo generale, **Antonio Primo**, si sarebbe diretto in Italia con la legione III Gallica per affrontare le armate di Vitellio. Le truppe dell’imperatore sconfissero l’esercito di Vitellio nella **seconda battaglia di Bedriaco,** avanzando inesorabili verso Roma. Mentre il figlio Tito assediava Gerusalemme nel 70 d.C, Vespasiano attraversò l’isola di **Rodi** e tutta la **Grecia**, giungendo infine in Italia, dove fu accolto dalle principali città del sud. Arrivato a Roma, ricevette un’accoglienza entusiasta, in quanto i cittadini romani ancora ricordavano le sue vittorie in Britannia. Il Senato romano gli diede **subito appoggio**: l’aristocrazia romana desiderava un imperatore maturo, con grandi capacità di gestione e gloria militare per assicurare la pace ai cittadini. Vespasiano si dedicò immediatamente a riparare i danni causati dalla guerra civile. Restaurò la disciplina nelle legioni stanziate in Italia e si mise subito al lavoro per riportare ordine nel governo, che aveva particolari problemi soprattutto sotto l’aspetto finanziario. ## L’amministrazione finanziaria dell’imperatore Vespasiano Durante il regno di Vespasiano, l’amministrazione finanziaria fu estremamente rigorosa. Questa politica però fu necessaria, poiché il suo predecessore Nerone aveva letteralmente esaurito le risorse finanziarie dello Stato. Il nuovo imperatore richiese il pagamento delle imposte introdotte dal suo predecessore Galba e non ancora saldate e introdusse **nuove tasse ancora più pesanti**, aumentando i tributi sulle province e in alcuni casi raddoppiandoli. Secondo le fonti antiche, ci furono anche episodi di **saccheggi e rapine**, soprattutto nelle zone particolarmente ricche. Inoltre, durante il suo regno, fu introdotta una nuova **tassa sugli orinatoi,** che da allora vennero chiamati “vespasiani” in suo onore. ## La Lex de imperio Vespasiani. Oltre alla sua politica oculata, Vespasiano è noto anche per la famosa “**Lex de imperio Vespasiani”.** Questa legge, ancora oggi conservata su tavole in bronzo presso i Musei Capitolini di Roma, **svincolava l’imperatore dall’approvazione giuridica del Senato Romano,** rendendo la sua figura sostanzialmente indipendente e autonoma. Alcuni storici ritengono che sia Vespasiano il vero fondatore dell’Impero Romano, almeno così come lo conosciamo. Vespasiano riformò anche il Senato e tutto l’ordine equestre, promuovendo gli uomini più abili ed onesti e rendendo tutti questi organismi sempre più **dipendenti dalla volontà** e dagli ordini dell’imperatore. Vespasiano decise anche che i senatori potevano essere ingiuriati, ma potevano ricambiare gli insulti come diritto civile e morale. Inoltre, cambiò lo statuto della Guardia pretoriana, arruolando solamente contingenti italici per aumentarne la fedeltà. ## La riforma giudiziaria Vespasiano, per far fronte al grande numero di contenziosi giudiziari, decise di intervenire con una riforma che prevedeva il **sorteggio di alcuni giudici** per risolvere le centinaia di vertenze tra i magistrati e restituire i beni trafugati durante la guerra civile. Inoltre, il Senato decretò che ogni donna libera che si concedeva ad uno schiavo diventava anch’essa una schiava, con l’intento di limitare l’usanza delle matrone romane di avere rapporti con schiavi o persone di ceto sociale inferiore. Dopo Augusto, si può dire che Vespasiano fu il più grande “moralizzatore” dell’epoca romana. ## Le opere pubbliche Le opere pubbliche di Vespasiano sono state un elemento fondamentale del suo regno. In qualità di magistrato della censura, si è occupato di ampliare il **pomerium**, il confine sacro e inviolabile della città di Roma, e ha speso molte risorse per lavori pubblici e restauri assolutamente necessari. Tra le sue opere più importanti ci sono la **ricostruzione del Campidoglio** e la costruzione di un nuovo foro, oltre all’**anfiteatro Flavio**, noto come Colosseo. Inoltre, organizzò regolarmente banchetti per stimolare il lavoro dei piccoli imprenditori romani, contribuendo così alla crescita economica della città. Vespasiano ha anche fatto ampliare importanti vie come **l’Appia, Salaria e Flaminia** e ha restaurato una colossale statua dell’imperatore Nerone posizionata nella Domus Aurea, convertendola nella rappresentazione del dio sole. Grazie a queste opere, Vespasiano ha lasciato un’impronta indelebile nella storia di Roma e ha contribuito allo sviluppo della città e dell’intero impero romano. ## La promozione della cultura sotto Vespasiano Vespasiano favorì una rinascita culturale di Roma stanziando **centomila sesterzi all’anno** per sostenere il lavoro dei retori greci e latini, aiutare i poeti e i migliori artigiani. Grazie ai suoi finanziamenti, ad esempio, venne restaurata la **Venere di Coo**, uno dei più importanti capolavori del suo tempo. Degna di nota è la figura di **Marco Fabio Quintiliano**, uno dei pensatori più influenti dell’epoca, che fu il primo insegnante pubblico a godere del favore imperiale. Durante questo periodo, **Plinio il Vecchio** scrisse la sua opera più importante, “Naturalis Historia”, dedicata al figlio dell’imperatore Tito, che ancora oggi rappresenta una delle fonti più importanti sulla storia romana. Tuttavia, durante il suo regno, Vespasiano fu costretto a **perseguitare alcuni maestri della filosofia,** in particolare quelli appartenenti alla corrente stoica e scettica, poiché si opponevano al suo regime. In generale, alcuni filosofi che rimpiangevano i tempi della Repubblica furono colpiti tramite il ripristino di alcune leggi penali contro questa professione, considerata ormai obsoleta e pericolosa. Uno di loro, il filosofo Prisco, fu addirittura messo a morte perché aveva insultato in modo non troppo velato l’imperatore nelle sue opere. ## L’organizzazione dell’esercito sotto Vespasiano Vespasiano aveva l’arduo compito di migliorare l’esercito romano. Innanzitutto si concentrò sul **ripristino dell’antica disciplina militare** per evitare future guerre civili. Prese, quindi, decisioni importanti: sciolse quattro legioni che avevano disonorato le proprie insegne per insubordinazione e ne creò **tre nuove**, dando ad alcuni legionari la possibilità di fare pubblica ammenda. Decise anche di aumentare l’impiego delle **truppe ausiliarie provinciali,** al fine di aumentare il numero di potenziali cittadini romani che sarebbero stati poi arruolati. Fece ricostruire numerose fortezze legionarie in pietra, posizionate strategicamente per aumentare la capacità difensiva dei confini dell’impero, soprattutto quello settentrionale. Promosse un **allenamento costante dei legionari,** consapevole che l’ozio portava i soldati più facilmente a ribellarsi contro il loro generale. Inoltre, ridusse le corti pretoriane a nove, a parte la prima corte militare con dimensioni doppie rispetto alle altre. ## La politica estera di Vespasiano: l’Oriente Vespasiano fu il principale generale incaricato di soffocare la rivolta dei Giudei, nota come **prima guerra giudaica.** Suo figlio Tito, nel 70 d.C, conquistò Gerusalemme e distrusse il Tempio, ponendo fine alla guerra. Vespasiano decise quindi di trasferire due legioni in Cappadocia per eliminare le ultime resistenze al governo romano. Inoltre, portò a Roma i leader ebraici Simone e Giovanni, trascinandoli in catene in un trionfo. Dopo il trionfo congiunto di Vespasiano e Tito sui Giudei, il Tempio di Giano venne chiuso e Vespasiano regnò in pace per i restanti nove anni. Gli ebrei, tuttavia, non furono perseguitati durante il regno di Vespasiano né durante quello di Tito. Furono invece costretti a pagare il cosiddetto **fiscus iudaicus**, una tassa necessaria per poter continuare a praticare la propria religione. ## La politica di Vespasiano in Occidente Vespasiano dovette sedare una **rivolta dei Batavi** e consolidare le frontiere lungo il fiume Reno. Inoltre, affrontò un’invasione delle popolazioni sarmatiche dei **Roxolani**, che devastarono la provincia romana di Mesia. Vespasiano inviò il generale **Rubrio Gallo,** che fu in grado di punire gli invasori e costruire nuove fortificazioni. Nel 69 d.C si verificarono nuove **insurrezioni in Britannia**, risolte dal governatore Quinto **Petillio Ceriale.** Nel frattempo, Gneo **Giulio Agricola** riprese la conquista dell’isola, riuscendo a sottomettere gli Ordovici nel 78 d.C. Vespasiano intraprese anche una **campagna in Germania**, conquistando un nuovo territorio chiamato Agri Decumates. Il principale artefice di questa conquista pare fu il generale Cornelio Clemente, che ottenne diversi riconoscimenti per le sue imprese vittoriose in Germania. In questo periodo, vennero costruiti diversi forti romani in almeno dieci città germaniche. ## Morte e successione Vespasiano era assolutamente certo che i suoi successori sarebbero stati i suoi figli. Le fonti antiche riportano che Vespasiano fece un sogno con una bilancia, dove da una parte vi erano gli imperatori Claudio e Nerone, e dall’altra lui stesso con i suoi figli. Questo significava che entrambe queste famiglie avrebbero regnato per 27 anni. Dopo la sua morte, avvenuta il **23 giugno del 79 d.C**, suo figlio Tito divenne immediatamente imperatore e nominò il fratello Domiziano come suo successore. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Il sacco di Roma del 1527: i Lanzichenecchi devastano l'Urbe](https://scriptamanentitalia.it/sacco-roma-1527-lanzichenecchi/) **Published:** Settembre 19, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Il sacco di Roma del 1527 fu un atto di violenza e distruzione compiuto dalle truppe imperiali di Carlo V, guidate da Carlo III di Borbone, contro la città del papa Clemente VII, che si era schierato con la Lega di Cognac contro l’imperatore. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le cause del sacco di Roma del 1527 ](#Le_cause_del_sacco_di_Roma_del_1527) - [L’origine dei Lanzichenecchi](#Lorigine_dei_Lanzichenecchi) - [La distruzione e il sacco di Roma](#La_distruzione_e_il_sacco_di_Roma) - [Alcune opere danneggiate durante il sacco di Roma](#Alcune_opere_danneggiate_durante_il_sacco_di_Roma) - [Il ruolo del Papa durante il sacco di Roma](#Il_ruolo_del_Papa_durante_il_sacco_di_Roma) - [Le testimonianze del sacco di Roma](#Le_testimonianze_del_sacco_di_Roma) - [La reazione degli stati italiani al sacco di Roma](#La_reazione_degli_stati_italiani_al_sacco_di_Roma) - [Le conseguenze del sacco di Roma](#Le_conseguenze_del_sacco_di_Roma) Il **sacco di Roma del 1527** fu un atto di violenza e distruzione compiuto dalle **truppe imperiali di Carlo V,** guidate da Carlo III di Borbone, contro la città del papa Clemente VII, che si era schierato con la Lega di Cognac contro l’imperatore. I soldati, in gran parte **lanzichenecchi tedeschi**, erano affamati e senza paga e videro in Roma la possibilità di arricchirsi a spese dei suoi abitanti. Il 6 maggio 1527, dopo aver superato le deboli difese della città, iniziarono una furia saccheggiatrice che durò nove mesi e che provocò oltre 30 mila morti tra i civili. Le chiese, i palazzi, le opere d’arte furono saccheggiati, devastati o distrtti; i preti, i cardinali, i principi e i mercanti furono torturati per estorcere loro il denaro; le donne furono violentate; il papa si rifugiò a Castel Sant’Angelo, dove resistette fino al pagamento di un riscatto. Il sacco di Roma fu considerato un evento tragico e simbolico, che segnò la fine del Rinascimento e la crisi della Chiesa cattolica. ## Le cause del sacco di Roma del 1527 Per comprendere le cause e le conseguenze di questo evento, è necessario inserirlo nel contesto storico e politico in cui si verificò, caratterizzato dalla lotta tra il Sacro Romano Impero di Carlo V e la Francia di Francesco I per il predominio in Italia, e dalla crisi della Chiesa cattolica, minacciata dalla Riforma protestante. Il sacco di Roma fu il risultato di una serie di circostanze fortuite e impreviste, che portarono le truppe imperiali, composte principalmente da lanzichenecchi tedeschi, spagnoli e italiani, a sfuggire al controllo del loro comandante, il duca di Borbone, e a lanciarsi all’assalto della città eterna, senza alcun ordine o piano prestabilito. Le cause principali possono essere riassunte nella lotta per l’egemonia in Italia, la politica di Papa Clemente VII e l’insoddisfazione delle truppe imperiali dei lanzichenecchi. Primo motivo di un così terribile avvenimento storico, fu infatti l**a lotta per l’egemonia in Italia tra le grandi potenze di Spagna e Francia**, che si scontrarono in diverse guerre nel corso del Cinquecento. Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna, voleva affermare il suo dominio sull’Italia, dove possedeva il regno di Napoli e il ducato di Milano. Francesco I, re di Francia, voleva invece contrastare le ambizioni imperiali e conquistare i territori italiani. Questa rivalità portò a frequenti conflitti armati tra le due fazioni, che coinvolsero anche gli altri Stati italiani, come il papato, Venezia, Firenze e Genova. Anche l**a politica altalenante di papa Clemente VII**, determinata dagli interessi dei Medici a Roma e a Firenze, fu una causa significativa del sacco di Roma. Clemente VII era un membro della famiglia Medici, che governava Firenze come signori. Il papa cercò di bilanciare la sua posizione tra le due potenze rivali, cambiando spesso alleanza a seconda delle circostanze. Nel maggio 1526 promosse una lega antiasburgica, detta di Cognac, alla quale aderirono oltre al re di Francia, i principali Stati italiani: ducato di Milano, repubbliche di Venezia e di Genova oltre alla Firenze medicea. Questa mossa provocò la reazione di Carlo V, che inviò le sue truppe in Italia per reprimere la lega. **Il mancato pagamento del soldo e la sete di bottino dei lanzichenecchi.** I lanzichenecchi erano mercenari tedeschi al soldo dell’imperatore, famosi per la loro ferocia e la loro indisciplina. Questi erano stati reclutati dal generale von Frundsberg per rinforzare le truppe imperiali in Italia. Tuttavia, l’imperatore non aveva i fondi necessari per pagare i loro stipendi, e li lasciò senza rifornimenti né ordini precisi. I lanzichenecchi si sentirono traditi e abbandonati dall’imperatore, e si ribellarono al loro comandante. Fu così che decisero di marciare contro Roma. ## L’origine dei Lanzichenecchi I lanzichenecchi erano soldati mercenari di fanteria, arruolati dalle Legioni tedesche del Sacro Romano Impero Germanico, che combatterono tra la fine del XIV secolo e il XVII secolo. Il termine designava, nella fattispecie, i militari di professione reclutati dall’Imperatore soprattutto tra i figli cadetti delle famiglie di piccoli proprietari terrieri. Costoro, infatti, preferivano dedicarsi all’attività militare pur di non diventare servi rurali al servizio dei fratelli primogeniti, che erano gli unici eredi dei beni paterni. Da ciò deriva il loro nome, che significa “servo della terra” o “servo della regione”. I lanzichenecchi si distinsero per la loro crudeltà e la loro indisciplina, e furono protagonisti di molte battaglie e saccheggi durante le guerre d’Italia. ## La distruzione e il sacco di Roma Il **6 maggio 1527, le truppe imperiali arrivarono alle porte di Roma,** che era difesa da una guarnigione insufficiente e mal organizzata. Il duca di Borbone fu ucciso da un colpo di archibugio mentre guidava l’attacco alla porta del Popolo, e questo scatenò la furia e la sete di vendetta dei suoi soldati, che irruppero nella città senza incontrare una seria resistenza. Iniziò così una delle **pagine più tragiche della storia romana**, che durò dieci mesi, fino al 17 febbraio 1528, quando le truppe imperiali si ritirarono dopo aver stipulato un accordo con il papa Clemente VII. Il sacco di Roma fu un vero e proprio massacro, in cui i lanzichenecchi si abbandonarono a ogni sorta di violenza, devastazione e saccheggio. Non risparmiarono né le persone né i monumenti, né le opere d’arte né le istituzioni religiose. Uccisero, stuprarono, torturarono, mutilarono migliaia di cittadini romani, tra cui cardinali, vescovi, preti, monaci, nobili, borghesi, artigiani, contadini. Saccheggiarono e distrussero chiese, conventi, palazzi, biblioteche, archivi, musei. Profanarono e bruciarono reliquie, immagini sacre, libri preziosi. Rubarono e dispersero opere d’arte di inestimabile valore, come statue antiche, dipinti rinascimentali, arazzi fiamminghi. ## Alcune opere danneggiate durante il sacco di Roma Durante il saccheggio di Roma del 1527, molte opere d’arte furono danneggiate o distrutte dai lanzichenecchi. La **statua equestre di Marco Aurelio**, che si trovava sulla piazza del Campidoglio, fu abbattuta e spezzata dai lanzichenecchi, che la scambiarono per quella di Costantino. Solo la testa e le zampe anteriori furono salvate e poi ricomposte nel 1538. Il famoso gruppo scultoreo di epoca ellenistica, il **Laocoonte**, che raffigura il sacerdote troiano e i suoi figli attaccati dai serpenti, fu trafugato dai lanzichenecchi dal palazzo apostolico, dove era stato collocato da Giulio II dopo il suo ritrovamento nel 1506. Tuttavia, il Laocoonte fu poi restituito al papa nel 1530 in cambio di un riscatto. Il capolavoro di Andrea Mantegna, il **Transito della Vergine,** che decorava la cappella funeraria del cardinale Francesco Gonzaga nella basilica di Santa Maria Maggiore, fu strappato dalla parete e tagliato in pezzi dai lanzichenecchi, che ne dispersero le parti. Solo una parte centrale del dipinto fu recuperata e portata a Mantova dal marchese Federico II Gonzaga. ## Il ruolo del Papa durante il sacco di Roma Il papa Clemente VII riuscì a salvarsi rifugiandosi nella fortezza di Castel Sant’Angelo, ma dovette subire un lungo assedio e pagare un pesante riscatto per ottenere la liberazione sua e della città. Il papa fu costretto anche a cambiare nuovamente alleanza, rompendo la lega antiasburgica e sottomettendosi all’imperatore. Il pontefice fu accusato da molti di aver causato il sacco con la sua politica ambigua e incostante, e di aver abbandonato la città al suo destino. Fu anche criticato per aver favorito i suoi parenti e i suoi interessi personali a scapito della Chiesa e dello Stato pontificio. ## Le testimonianze del sacco di Roma Il sacco di Roma fu un evento che lasciò una profonda traccia nella memoria storica e culturale dell’epoca. Numerose furono le fonti che lo testimoniarono e lo raccontarono con toni drammatici ed espressioni eloquenti. Tra queste si possono citare il dipinto di Johannes Lingelbach, che rappresenta una scena del sacco con realismo e crudezza; il racconto di Benvenuto Cellini, che narra le sue avventure e le sue imprese durante l’assedio; le lettere di Pietro Aretino, che denuncia con sarcasmo e indignazione le atrocità commesse dai lanzichenecchi; le poesie di Francesco Berni, che esprime con amarezza e disperazione il dolore per la distruzione della città. ## La reazione degli stati italiani al sacco di Roma A reazione degli altri stati italiani al sacco di Roma del 1527 è stata varia. Alcuni stati ne hanno approfittato per occupare o rivendicare i territori pontifici, altri per liberarsi dal dominio dei Medici, imparentati con il Papa Clemente VII, altri ancora per cercare di mantenere una certa neutralità o alleanza con l’imperatore Carlo V. La Repubblica di **Venezia**, che faceva parte della Lega di Cognac contro l’imperatore, ha occupato alcuni territori pontifici in **Romagna** e nelle **Marche**, come **Ravenna**, **Cervia**, **Rimini** e **Ancona**. Gli **Estensi**, che erano alleati dell’imperatore, hanno occupato parte della Romagna, come **Ferrara**, **Modena** e **Reggio**. I fiorentini, che erano sostenitori della Lega di Cognac, hanno cacciato i **Medici**, che governavano la città come signori, e proclamato la Repubblica. Il Papa ha dovuto accettare la perdita di **Firenze** in cambio della sua liberazione dal sacco. Il duca di **Savoia**, che era alleato dell’imperatore, ha cercato di ottenere il Piemonte e la Liguria dal re di Francia Francesco I, che era il principale avversario dell’imperatore in Italia. Il duca di **Milano** Francesco Sforza, che era stato riconosciuto dall’imperatore dopo la battaglia di Pavia del 1525, ha cercato di mantenere una certa autonomia dal suo protettore, ma ha dovuto accettare le condizioni imposte dalla pace di Cambray. ## Le conseguenze del sacco di Roma Il sacco di Roma ebbe anche delle conseguenze importanti per la storia del Cinquecento. Dal punto di vista politico, il sacco di **Roma** segnò il declino della potenza temporale dei **papi** e il rafforzamento dell’autorità imperiale di **Carlo V** in **Italia**. Il papa **Clemente VII** fu costretto a cambiare alleanza, rompendo la lega antiasburgica e sottomettendosi all’imperatore. Il papa perse anche il controllo di alcuni territori pontifici, che furono occupati o rivendicati da altri Stati italiani, come **Venezia**, **Ferrara** e **Firenze**. Dal punto di vista religioso, il sacco di **Roma** accentuò la crisi della Chiesa cattolica e favorì la diffusione della Riforma protestante in **Germania** e in altri paesi europei. Il sacco fu visto da molti come un castigo divino per i peccati e le corruzioni della Chiesa romana, e come un segno della legittimità della riforma avviata da **Lutero**. Il **papa** dovette affrontare la sfida di rinnovare la Chiesa e di contrastare l’eresia protestante. Il papa convocò il **Concilio di Trento** (1545-1563), che fu il principale strumento della Controriforma cattolica. Dal punto di vista culturale, il sacco di Roma pose fine all’età d’oro del Rinascimento romano e diede inizio a una nuova fase di incertezza e conflitto, che si rifletté anche nell’arte e nella letteratura. Il sacco provocò la distruzione e la dispersione di molte opere d’arte di inestimabile valore, come statue antiche, dipinti rinascimentali, arazzi fiamminghi. Il sacco di Roma è stato considerato dagli storici come un evento simbolico, che segnò la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova. Alcuni lo hanno definito come il primo atto della guerra moderna, per la brutalità e la ferocia con cui fu condotto. Altri lo hanno visto come il primo esempio di terrorismo di massa, per l’effetto psicologico e morale che ebbe sull’opinione pubblica. Altri ancora lo hanno interpretato come il primo caso di crisi ecologica, per il danno ambientale che provocò alla città e al suo patrimonio artistico. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [Roma nel V secolo e la sua debolezza](https://scriptamanentitalia.it/roma-nel-v-secolo-la-sua-debolezza/) **Published:** Settembre 19, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Roma, la città eterna, è stata per secoli il centro del mondo antico, la culla della civiltà e della cultura. **Ma Roma era anche una città esposta a molte minacce**, sia interne che esterne, che ne mettevano a rischio la stabilità e la sopravvivenza. Tra le sfide interne, vi erano le lotte politiche tra le diverse fazioni, le rivolte popolari, le carestie, le epidemie e i saccheggi. Questi fattori rendevano Roma una città fragile e turbolenta, che doveva fare i conti con le emergenze del quinto secolo, **quando l’impero romano d’Occidente entrò in crisi** e fu invaso dalle popolazioni barbariche. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/09/alarico-1024x564.jpg "alarico - Scripta Manent Italia")Tra le sfide esterne, vi era la vulnerabilità militare di Roma, che era un obiettivo ambito e facile per i nemici. Roma era una città troppo grande per essere difesa efficacemente. **Le sue mura erano imponenti, ma anche troppo estese per essere presidiate da un esercito ridotto e indebolito**. Inoltre, Roma non aveva una posizione strategica favorevole. Era situata in una pianura aperta, lontana dal mare e dai monti, che la rendevano accessibile da ogni direzione. Queste caratteristiche di Roma furono ben descritte da Procopio di Cesarea, uno storico che visse nel sesto secolo e che fu testimone della guerra greco-gotica, uno dei conflitti più sanguinosi che coinvolsero Roma in epoca tardo-antica. Procopio scrisse che Roma “*non può sopportare un assedio a causa della mancanza di rifornimenti, in quanto non si trova sul mare, è circondata da mura di un perimetro così vasto e, soprattutto, è situata in una pianura aperta, rendendola facilmente accessibile all’attaccante*” . **Roma fu quindi assediata più volte dai Goti, che ne devastarono gli edifici** e ne depredarono le ricchezze. Roma dovette anche affrontare l’attacco dei Vandali, che arrivarono dal mare e saccheggiarono la città nel 455. Questi eventi segnarono il declino di Roma come capitale dell’impero e come simbolo di potenza e splendore. Roma rimase comunque una città importante per la storia e per l’arte. Le sue rovine testimoniano ancora oggi la sua grandezza passata e la sua influenza sulla cultura occidentale. Quando la tranquillità delle frontiere venne minacciata, gli imperatori decisero di proteggere la città. **A partire dal 271, Aureliano eresse una maestosa cinta muraria per difenderla**, e successivamente venne potenziata. Massenzio, che subì due pesanti assedi, intraprese importanti lavori di consolidamento, ma rimasero incompiuti. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/09/4e2f15f8-9ac3-4554-8979-a3b4b477163d.jpeg "4e2f15f8-9ac3-4554-8979-a3b4b477163d - Scripta Manent Italia")**Dopo quasi cent’anni di pace, nel 401 i Goti invasero il Nord Italia**. Come risposta a questa nuova minaccia, tra il 401 e il 403 gli imperatori Onorio, Stilicone e il prefetto urbano Longiniano fecero ristrutturare le mura. Le difese vennero rialzate, venne costruito un nuovo cammino di ronda e le porte furono trasformate e rinforzate con un sistema di porte interne. Tuttavia, le mura da sole non erano sufficienti per spaventare i nemici. Anzi, la loro grande estensione, sguarnite e prive di guardie, metteva in evidenza le debolezze del sistema difensivo. Oltre ad una modesta guarnigione, non erano presenti truppe permanentemente dislocate per difendere la città. **Questo non era previsto nell’organizzazione militare tardo-antica. Già a partire dalle riforme di Diocleziano e Costantino**, l’esercito imperiale era diviso tra una grande massa di soldati schierati nelle frontiere (chiamati limitanei) e potenti unità mobili, l’esercito comitatense. In caso di invasione, queste unità avrebbero affrontato il nemico in campo aperto e, grazie all’addestramento e alle armi superiori, avrebbero spesso **avuto la vittoria dalla loro parte**. Nel V secolo, quest’esercito mobile era lontano da Roma. Infatti, era schierato nelle immediate vicinanze dell’imperatore o nelle aree più minacciate. In Italia, le truppe dell’esercito comitatense erano dispiegate all’interno delle città fortificate della Pianura Padana, dove avevano anche i loro magazzini e le loro basi logistiche. La loro presenza garantiva la sicurezza di Milano e Ravenna, **che erano le due residenze principali della corte imperiale in quel periodo**. Tuttavia, il mantenimento di queste forze armate era molto costoso e gran parte del bilancio dello Stato tardoantico era destinato alle spese militari. Poiché gli imperatori non risiedevano più stabilmente a Roma, non era né possibile né strategico mantenere una forte presenza militare per proteggere la città. Inoltre, c’erano altre ragioni che avevano influenzato la decisione di smilitarizzare Roma. **Questa scelta era stata fatta da Diocleziano, il quale aveva ridotto il personale della guardia pretoriana** presente in città fin dai tempi di Augusto. Dopo la sua vittoria su Massenzio, Costantino aveva sciolto definitivamente le coorti pretorie e la cavalleria della guardia, seguendo così le orme di Diocleziano. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/09/Genseric_sacking_rome_456-1024x761.jpg "Genseric_sacking_rome_456 - Scripta Manent Italia")Costantino aveva anche colto l’occasione per punire le truppe che avevano sostenuto Massenzio fino alla fine, combattendo strenuamente tra Saxa Rubra e il Ponte Milvio. **L’esempio di Massenzio e della sua resistenza aveva convinto Costantino a perseverare nella strategia di Diocleziano.** Con l’imperatore lontano, la presenza di una potente aristocrazia senatoria e di una solida guarnigione militare a Roma potrebbe favorire tentativi di colpo di stato e di usurpazione. Questo era già accaduto nel III secolo, perciò si decise che sarebbe stato meglio ridurre la minaccia privando Roma della sua forza militare. Gli effetti di questa smilitarizzazione non si fecero attendere. **Durante il Sacco del 410 e quello di Genserico nel 455, la città risultò indifesa contro gli aggressori,** in quanto gli eserciti di battaglia dell’Occidente erano lontani e non ci furono truppe che intervennero per rompere gli assedi o scontrarsi in campo aperto con le forze barbariche. In tal modo, la città, la sua ricca aristocrazia e le sue vaste popolazioni furono abbandonate al loro tragico destino. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Ottaviano Augusto. La vita del primo imperatore di Roma](https://scriptamanentitalia.it/ottaviano-augusto-vita/) **Published:** Giugno 3, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Augusto fu il primo imperatore romano, regnando dal 27 a.C. al 14 d.C. Durante il suo governo, consolidò il potere, stabilì la pace interna e avviò un periodo di prosperità noto come "Pace Romana". **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le origini e l’incontro con Cesare in Spagna](#Le_origini_e_lincontro_con_Cesare_in_Spagna) - [Erede di Cesare e lotta contro Marco Antonio](#Erede_di_Cesare_e_lotta_contro_Marco_Antonio) - [Il secondo triumvirato e la battaglia di Filippi](#Il_secondo_triumvirato_e_la_battaglia_di_Filippi) - [La guerra di Perugia, la resa dei conti con Antonio e la battaglia di Azio](#La_guerra_di_Perugia_la_resa_dei_conti_con_Antonio_e_la_battaglia_di_Azio) - [Il principato di Augusto](#Il_principato_di_Augusto) - [La riforma delle province](#La_riforma_delle_province) - [La riforma dell’esercito](#La_riforma_dellesercito) - [La riforma della monetazione](#La_riforma_della_monetazione) - [La riforma della religione](#La_riforma_della_religione) - [Le leggi moralizzatrici](#Le_leggi_moralizzatrici) - [La politica estera di Augusto](#La_politica_estera_di_Augusto) - [Il problema della successione](#Il_problema_della_successione) - [La morte di Augusto](#La_morte_di_Augusto) - [Bibliografia](#Bibliografia) **Ottaviano Augusto** (in latino: Gaius Iulius Caesar Augustus) è stato il primo imperatore romano dal 27 a.C. al 14 d.C. Nato come Gaio Ottavio Turino, fu adottato da Giulio Cesare, suo prozio materno, che lo nominò suo **erede testamentario**. Dopo l’assassinio di Cesare nel 44 a.C., **Ottaviano si scontrò con Marco Antonio**, il suo principale rivale politico e militare, per il controllo della Repubblica romana. **[Riproduzione in resina bronzata dell’Imperatore Augusto](https://trizioeditore.it/products/imperatore-augusto)** [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/09/augusto-1024x751.jpg "augusto - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/imperatore-augusto) Dopo aver formato il **secondo triumvirato** con Antonio e Lepido, **sconfisse i cesaricidi Bruto e Cassio** a Filippi nel 42 a.C. e poi si divise l’impero con i suoi alleati. Nel 36 a.C., **eliminò Lepido e Sesto Pompeo**, il figlio del nemico di Cesare, e nel 31 a.C., **sconfisse definitivamente Antonio e Cleopatra** ad Azio, divenendo il padrone assoluto di Roma e dell’Egitto. Nel 27 a.C., **rinunciò formalmente al potere dittatoriale** e si fece conferire dal Senato il titolo di **Augusto**, che significava “venerabile” o “sacro”. Da allora in poi, governò come **princeps**, cioè il primo tra i cittadini, instaurando un regime noto come **principato**, che manteneva le forme della repubblica ma nascondeva una monarchia assoluta. Durante il suo lungo regno, **Ottaviano Augusto riformò l’amministrazione dello stato, l’esercito, la monetazione, la religione e la cultura romana**. Promosse la **pace interna e la prosperità economica**, espandendo i confini dell’impero fino al Reno, al Danubio e all’Eufrate. Fu anche un grande **mecenate delle arti e delle lettere**, favorendo lo sviluppo di una corrente artistica nota come **classicismo augusteo**. Morì a Nola nel 14 d.C., all’età di 75 anni, dopo aver adottato e designato come suo successore Tiberio, il figlio della sua terza moglie Livia Drusilla. Fu sepolto nel suo **mausoleo a Roma** e fu **divinizzato dal Senato**. ## Le origini e l’incontro con Cesare in Spagna Ottaviano Augusto nacque a Roma il 23 settembre del 63 a.C., con il nome di **Gaio Ottavio Turino**. Era figlio di **Gaio Ottavio**, un ricco cavaliere originario di Velitrae (l’attuale Velletri), e di **Azia maggiore**, nipote di Giulia minore, sorella di Giulio Cesare. Aveva anche una sorella minore, **Ottavia minore**, che sposò in seconde nozze Marco Antonio. La sua famiglia apparteneva all’**ordine equestre** ma non aveva una grande tradizione politica. Il padre morì quando Ottaviano aveva solo quattro anni e la madre si risposò con **Lucio Marcio Filippo**, un influente senatore che lo introdusse alla vita pubblica. Nel 47 a.C., Ottaviano accompagnò il patrigno in Spagna, dove Filippo era **governatore propretore**. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/Antonio-Canova-The-Young-Octavian-Bust-of-the-Emperor-Augustus-63BC-14AD-MeisterDrucke-290975.jpg "Antonio-Canova-The-Young-Octavian-Bust-of-the-Emperor-Augustus-63BC-14AD-MeisterDrucke-290975 - Scripta Manent Italia") Lì ebbe l’occasione di incontrare per la prima volta Giulio Cesare, che stava conducendo la **guerra civile** contro Pompeo e i suoi sostenitori. Cesare rimase colpito dal giovane Ottaviano e lo invitò a seguirlo nella sua **campagna militare**. Tuttavia, Ottaviano dovette tornare a Roma per motivi di salute e poi partì per l’Illiria (l’attuale Albania), dove si recò ad Apollonia per completare la sua educazione con lo studio della **filosofia** e della **retorica**. ## Erede di Cesare e lotta contro Marco Antonio Nel marzo del 44 a.C., mentre Ottaviano era ancora ad Apollonia, ricevette la notizia dell’assassinio di Giulio Cesare avvenuto a Roma il giorno delle Idi (15 marzo). Scoprì anche che Cesare lo aveva adottato nel suo testamento e lo aveva nominato suo erede universale. Decise quindi di tornare subito nella capitale per reclamare la sua eredità e vendicare la morte del suo padre adottivo. A Roma trovò una situazione politica molto confusa e pericolosa. I **cesaricidi** guidati da Bruto e Cassio si erano rifugiati in Grecia, mentre **Marco Antonio,** il braccio destro di Cesare e console in carica, cercava di assumere il controllo della situazione approfittando del prestigio e delle ricchezze del defunto dittatore. Antonio si oppose alla richiesta di Ottaviano di ricevere l’eredità di Cesare e cercò di screditarlo agli occhi del popolo romano, presentandolo come un ragazzo arrogante e ambizioso. Ottaviano reagì con **abilità politica** e militare. Si alleò con i veterani cesariani che lo seguirono fedelmente e si guadagnò il favore del Senato grazie all’appoggio di Cicerone, il più grande **oratore** romano che vedeva in lui un possibile strumento per restaurare la repubblica. Nel novembre del 44 a.C., Ottaviano entrò in conflitto aperto con Antonio, che aveva tentato di occupare illegalmente le province della **Gallia Cisalpina** e della **Gallia Narbonense**. Iniziò così una **guerra civile** tra i due contendenti, che si affrontarono in due battaglie decisive nella primavera del 43 a.C. La prima fu la battaglia di **Forum Gallorum** (presso l’attuale Castelfranco Emilia), dove Antonio fu sconfitto dalle forze senatoriali guidate dai consoli Irzio e Pansa. La seconda fu la **battaglia di** **Mutina** (l’odierna Modena), dove Antonio fu assediato dalle truppe combinate di Ottaviano e dell’altro console dell’anno, Gaio Vibio Pansa. Antonio riuscì a sfondare le linee nemiche ma dovette ritirarsi verso sud, inseguito da Ottaviano. Entrambi i consoli morirono durante le battaglie, così che Ottaviano rimase l’unico comandante dell’esercito senatoriale e rivendicò per sé il consolato vacante. Il Senato glielo concesse con riluttanza, sostanzialmente obbligato dall’esercito di Ottaviano che stava marciando su Roma, nominandolo come il più giovane **console** della storia romana, a soli vent’anni. ## Il secondo triumvirato e la battaglia di Filippi La posizione di Ottaviano non era tuttavia sufficientemente sicura: i **cesaricidi** si erano rifugiati in Oriente con il sostegno di alcune province e di re alleati e Marco Antonio, fuggito in Gallia, aveva ancora il comando su un numero considerevole di legioni. Per questo motivo decise di riavvicinarsi a Marco Antonio, che si era ritirato in Gallia con l’aiuto di Lepido. I tre si incontrarono a **Bononia** (l’attuale Bologna) nel novembre del 43 a.C. e formarono il **secondo triumvirato**, un organo collegiale che si attribuì pieni poteri legislativi ed esecutivi per cinque anni. Il **triumvirato** fu ratificato dal Senato con la lex Titia, che conferì ai triumviri l’**imperium maius**, cioè il potere supremo su tutte le province e le legioni romane. Il triumvirato si pose come obiettivo principale quello di vendicare Cesare contro i suoi assassini, ma anche di eliminare i loro oppositori politici. A tal fine, stilò una **lista di proscrizione**, nella quale furono inseriti i nomi di circa 300 senatori e 2000 cavalieri da condannare a morte senza processo. Tra le vittime illustri ci furono Cicerone, il grande oratore che aveva sostenuto Ottaviano contro Antonio, e il fratello Quinto; Lucio Giulio Cesare, cugino del dittatore; e Marco Tullio Cicerone minore, figlio del celebre oratore. Le confische dei beni dei proscritti servirono a finanziare la guerra contro i cesaricidi. Nel 42 a.C., i **triumviri** mossero verso l’Oriente con un esercito di circa 100.000 uomini e 33.000 cavalieri. I cesaricidi Bruto e Cassio avevano raccolto un esercito simile, di circa 100.000 uomini e 17.000 cavalieri, grazie al reclutamento nelle province orientali e al contributo dei re dell’Asia Minore. I due schieramenti si scontrarono nei pressi di **Filippi**, una città della Macedonia situata lungo la via Egnazia. La battaglia si svolse in due fasi, separate da un intervallo di venti giorni. La prima fase ebbe luogo il 3 ottobre del 42 a.C. e vide lo scontro tra le ali destre dei due eserciti: da una parte Antonio attaccò Cassio, dall’altra Bruto attaccò Ottaviano. **Antonio ebbe la meglio su Cassio**, che fu costretto a ritirarsi sulle colline circostanti; **Bruto invece riuscì a sfondare le linee di Ottaviano e a occupare il suo accampamento**. Cassio, ignaro del successo di Bruto e credendo perduta la battaglia, si fece uccidere da uno dei suoi liberti. Bruto cercò di riorganizzare le sue forze e di resistere agli attacchi di Antonio. La seconda fase ebbe luogo il 23 ottobre del 42 a.C. e vide lo scontro tra le ali sinistre dei due eserciti: da una parte **Bruto attaccò Antonio, dall’altra Ottaviano attaccò i sostenitori di Cassio.** La battaglia fu molto accanita e sanguinosa, ma alla fine prevalse l’abilità militare di Antonio, che riuscì a respingere Bruto e a circondarlo con le sue legioni. Bruto capì che non c’era più speranza e si suicidò con la sua spada. Con la sua morte terminò la resistenza dei cesaricidi e dei repubblicani. La **battaglia di Filippi** fu una vittoria decisiva per i **triumviri**, che si spartirono il dominio dell’impero romano: Antonio ebbe l’Oriente, Ottaviano ebbe l’Occidente e Lepido ebbe l’Africa. ## La guerra di Perugia, la resa dei conti con Antonio e la battaglia di Azio **Ottaviano** dovette affrontare una sfida importante: i veterani delle legioni reclamavano terre in Italia e lui, in qualità di triumviro, fu chiamato a risolvere delle gravi contese territoriali. Il tutto fu aggravato dall’azione di **Lucio Antonio**, il fratello minore di **Marco Antonio**, che si era alleato con la moglie di quest’ultimo, **Fulvia**, per ostacolarlo. La sfida si risolse nella guerra di Perugia nel 40 a.C., dopo che Lucio Antonio si era ribellato al potere di Ottaviano in Italia e si era rifugiato nella città di Perugia, dove fu assediato dalle truppe di Ottaviano per diversi mesi. La città resistette fino a quando la fame e la pestilenza non la costrinsero a capitolare. Ottaviano fece giustiziare molti dei difensori e confiscò le loro proprietà. Lucio Antonio fu perdonato e inviato in Spagna come governatore. Fulvia morì poco dopo, forse per una malattia o per il dispiacere Il secondo triumvirato non durò a lungo, poiché i rapporti tra i suoi membri si deteriorarono rapidamente. **Lepido** fu escluso dal potere nel 36 a.C., dopo aver tentato di usurpare la Sicilia da **Sesto Pompeo**, il figlio di **Pompeo Magno**. Antonio si dedicò alla sua relazione con **Cleopatra**, la regina d’Egitto, con la quale ebbe tre figli e a cui donò molti territori orientali. Inoltre, rinnegò il suo matrimonio con **Ottavia minore**, la sorella di Ottaviano, che aveva sposato nel 40 a.C. per suggellare la loro alleanza. Queste azioni suscitarono lo sdegno di Ottaviano, che lo accusò di tradire gli interessi di Roma e di voler instaurare una dinastia egiziana. Ottaviano ottenne dal Senato la dichiarazione di guerra contro Cleopatra, presentando il conflitto come una difesa della romanità contro il dispotismo straniero. La guerra si decise nel 31 a.C., con una grande battaglia navale al largo del promontorio di Azio, sulla costa dell’Epiro. Le forze di Ottaviano erano comandate dal suo fedele generale **Marco Vipsanio Agrippa**, che disponeva di circa 400 navi e 80.000 soldati. Le forze di Antonio e Cleopatra erano composte da circa 480 navi, di cui 300 egiziane, e 84.000 soldati, in parte egiziani. La battaglia fu vinta dalla flotta di Ottaviano, che si dimostrò più agile e manovrabile di quella avversaria, grazie anche all’uso dell’arpagone, un dispositivo per arpionare e abbordare le navi nemiche. Antonio e Cleopatra riuscirono a fuggire con una parte delle loro navi verso l’Egitto, ma furono inseguiti da Ottaviano. Ottaviano entrò trionfalmente ad Alessandria **nel 30 a.C.,** dopo aver sconfitto le ultime resistenze delle forze di Antonio e Cleopatra. **I due amanti si suicidarono per evitare la cattura e l’umiliazione**. L’Egitto fu annesso all’impero romano come provincia personale di Ottaviano, che ne controllava le immense ricchezze. Con la morte di Antonio e Cleopatra **terminò la guerra civile e Ottaviano rimase l’unico padrone dell’impero romano.** Tuttavia, egli non si proclamò mai apertamente re o dittatore, ma preferì mantenere le forme della repubblica e governare come princeps, cioè il primo tra i cittadini. Questa forma di governo è nota come principato o monarchia repubblicana. ## Il principato di Augusto Il **principato** si basava su un complesso sistema di **poteri** e **titoli** che conferivano ad **Ottaviano** un’autorità superiore a quella degli altri magistrati repubblicani. Tra questi **poteri** spiccavano: - L’**imperium proconsolare maius**: il comando supremo su tutte le province e le legioni dell’impero, che permetteva ad **Ottaviano** di intervenire militarmente dove riteneva opportuno. - La **tribunicia potestas**: il potere dei tribuni della plebe, che garantiva ad **Ottaviano** l’inviolabilità personale, il diritto di veto sulle decisioni del Senato e dei magistrati, e l’iniziativa legislativa. - Il **pontificato massimo**: la carica religiosa più alta, che dava ad **Ottaviano** il controllo del culto pubblico e delle cerimonie sacre. - Il **titolo di Augusto**: un appellativo onorifico che significava “venerabile” o “sacro”, che esprimeva il prestigio e il consenso popolare di cui godeva **Ottaviano**. - Il **titolo di imperator**: un titolo militare che indicava il capo vittorioso delle legioni romane. - Il **titolo di pater patriae**: un titolo conferito dal Senato nel 2 a.C., che riconosceva ad **Ottaviano** il ruolo di protettore e benefattore della patria romana. **Ottaviano** esercitava il suo **potere** in modo moderato e prudente, rispettando le istituzioni repubblicane e coinvolgendo il Senato e i magistrati nelle decisioni politiche. Egli si presentava come il restauratore della **pace** e dell’**ordine** dopo le guerre civili e come il promotore della **prosperità** e della **grandezza** dell’impero romano. **[Riproduzione in resina bronzata dell’Imperatore Augusto](https://trizioeditore.it/products/imperatore-augusto)** [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/09/augusto-1024x751.jpg "augusto - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/products/imperatore-augusto)## La riforma delle province Augusto si rese conto che l’impero romano era troppo vasto e complesso per essere governato con il vecchio sistema delle **province**, che erano affidate a magistrati eletti dal Senato per un anno. Questo sistema era inefficiente e favoriva gli abusi e le estorsioni da parte dei **governatori**, che cercavano di arricchirsi il più possibile a spese delle **popolazioni locali**. Inoltre, alcune province erano più esposte alle minacce esterne e richiedevano una maggiore presenza militare e una maggiore attenzione politica. Per questi motivi, Augusto decise di dividere le province in due categorie: le **province senatorie** e le **province imperiali**. Le prime erano quelle più antiche e pacificate, che non richiedevano una forte guarnigione militare. Queste province continuarono a essere governate da magistrati eletti dal Senato, che avevano il titolo di **proconsoli** o **propretori**. Le seconde erano quelle più turbolente o minacciate da invasioni, che richiedevano una forte presenza militare e una maggiore attenzione politica. Queste province furono poste sotto il diretto controllo di Augusto, che ne nominava i **governatori** tra i suoi fedeli collaboratori. Questi avevano il titolo di **legati imperiali** e dipendevano direttamente dal **princeps**. Augusto si riservò anche il controllo diretto dell’**Egitto**, la provincia più ricca e strategica dell’impero. L’Egitto era infatti il principale fornitore di **grano** per Roma e per le altre province. Inoltre, l’Egitto era la chiave per il controllo del **Mediterraneo orientale** e dei suoi traffici commerciali. Augusto governava l’Egitto come un suo possesso personale, senza concedere la cittadinanza romana ai suoi abitanti. I governatori dell’Egitto avevano il titolo di **prefetti d’Egitto** e dovevano essere di rango equestre, per evitare che potessero aspirare al potere imperiale. La riforma delle province fu una delle più importanti opere di Augusto, perché permise di stabilizzare l’impero e di garantire una migliore **amministrazione** e una maggiore **sicurezza** alle popolazioni provinciali. ## La riforma dell’esercito Augusto si rese conto che l’esercito romano aveva bisogno di una profonda **riforma**, per renderlo più efficiente, più fedele e più disciplinato. L’esercito romano era infatti composto da troppe **legioni**, che erano state create durante le guerre civili e che erano spesso legate ai singoli **generali** piuttosto che allo stato. Inoltre, l’esercito romano era spesso coinvolto in **rivolte** e in richieste di aumenti salariali o di concessioni di **terre**. Per questi motivi, Augusto decise di ridurre il numero delle legioni da 60 a 28 e di distribuirle lungo i **confini** dell’impero. Le legioni erano composte da soldati **professionisti**, reclutati tra i cittadini romani o tra gli **alleati italici**. Ogni legione aveva un numero fisso di **5.000 uomini**, divisi in **10 coorti**. Ogni coorte era composta da **6 centurie** di 80 uomini ciascuna. Ogni legione aveva anche un contingente ausiliario di **cavalleria** e di **fanteria leggera**, reclutato tra i provinciali non cittadini. Augusto stabilì anche che i soldati dovessero prestare servizio per **20 anni** e poi ricevere una **pensione** o un appezzamento di terra. Per finanziare queste ricompense, Augusto creò un fondo speciale, chiamato **aerarium militare**, alimentato dalle tasse sulle vendite e dalle confische dei beni dei proscritti. Augusto creò anche un corpo di guardia personale, i **pretoriani**, che avevano il compito di proteggere il **princeps** e la sua famiglia. I pretoriani erano composti da nove coorti di **1.000 uomini** ciascuna, reclutati tra i migliori soldati delle legioni. I pretoriani erano al comando di un **prefetto del pretorio**, che era uno dei più fidati collaboratori di Augusto. Augusto creò anche una flotta permanente, che aveva il compito di controllare il **Mediterraneo** e i suoi traffici commerciali. La flotta era divisa in due squadre principali: la **classis Misenensis**, con base a Miseno nel golfo di Napoli; e la **classis Ravennatis**, con base a Ravenna nell’Adriatico. Ogni squadra aveva circa **200 navi da guerra**, chiamate **liburne**. La riforma dell’esercito fu una delle più importanti opere di Augusto, perché permise di rendere l’esercito più efficiente, più fedele e più disciplinato. Inoltre, permise ad Augusto di consolidare il suo potere personale e di difendere l’impero dalle minacce esterne. ## La riforma della monetazione Augusto si rese conto che il sistema monetario romano aveva bisogno di una profonda **riforma**, per garantire una maggiore stabilità e uniformità delle **monete** in circolazione. Il sistema monetario romano era infatti basato su tre tipi di **metalli**: il bronzo, l’argento e l’oro. Il bronzo era usato per le monete di minor valore, come l’**asse** e i suoi sottomultipli. L’argento era usato per il **denario**, la moneta più diffusa e usata per i pagamenti ordinari. L’oro era usato per l’**aureo**, la moneta più preziosa e usata per le grandi transazioni. La riforma monetaria di Augusto del 15 a.C. prevedeva che la **coniazione** delle monete in oro ed argento fosse controllata direttamente dall’**imperatore**, mentre il **senato** controllava la coniazione dei valori minori in bronzo. In questo modo, Augusto si assicurava il **monopolio** della produzione delle monete più importanti e influenti, che poteva usare anche come strumento di **propaganda politica** e di **legittimazione** del suo potere. Il senato, invece, manteneva una certa autonomia nella gestione delle monete di bronzo, che avevano un valore più basso e una circolazione più limitata. La riforma monetaria di Augusto stabilì anche il **rapporto fisso** tra i diversi tipi di monete e i loro **pesi**. Un aureo d’oro pesava 8 grammi ed era equivalente a 25 denari d’argento. Un denario d’argento pesava 3,9 grammi ed era equivalente a 16 assi di bronzo. Un asse di bronzo pesava 11,4 grammi ed era equivalente a 12 once di bronzo. La riforma monetaria di Augusto fu una delle più importanti opere di Augusto, perché permise di garantire una maggiore stabilità e uniformità delle monete in circolazione. Inoltre, permise ad Augusto di esercitare un maggiore controllo sulla produzione e sulla distribuzione delle monete più importanti e influenti. ## La riforma della religione La religione romana aveva bisogno di una profonda **riforma**, per rafforzare il legame tra i cittadini e gli dei e per garantire l’**ordine** e la **prosperità** dell’impero. La religione romana era infatti basata sul rispetto dei **mos maiorum**, le tradizioni degli antenati, e sul culto degli dei che presiedevano a ogni aspetto della vita pubblica e privata. Tuttavia, con l’espansione dell’impero e il contatto con altre culture, la religione romana aveva subito un processo di **sincretismo** e di decadenza morale. Molti romani erano attratti dalle religioni orientali, come quella egiziana o quella misterica, che promettevano una **salvezza personale** e una vita ultraterrena. Altri romani erano influenzati dalla filosofia greca, che metteva in discussione l’esistenza e la potenza degli dei. La **riforma** della religione di Augusto prevedeva il restauro del **culto tradizionale romano**, basato sul rispetto degli dei e degli antenati. Augusto fece ricostruire molti **templi** antichi e ne fece erigere di nuovi, come il **Pantheon**, dedicato a tutti gli dei. Favorì anche il **culto imperiale**, cioè la venerazione della sua persona e della sua famiglia come divinità protettrici dell’impero. Inoltre, cercò di contrastare le **religioni orientali**, che riteneva pericolose per l’ordine pubblico e per la **moralità** romana. La riforma della religione di Augusto fu una delle più importanti opere di Augusto, perché permise di rafforzare il legame tra i cittadini e gli dei e di garantire l’ordine e la prosperità dell’impero. Inoltre, permise ad Augusto di esercitare un maggiore controllo sulla religione come strumento di **propaganda politica** e di legittimazione del suo potere. ## Le leggi moralizzatrici Il Princeps lavorò di pari passo per rafforzare i **valori morali** della società romana, basati sulla **famiglia**, sul **matrimonio**, sulla **fedeltà coniugale** e sulla **procreazione**. La morale romana era infatti minata dal **lusso**, dalla **corruzione**, dall’**adulterio** e dalla **sterilità** che caratterizzavano le classi più ricche e influenti. Molti romani erano attratti dalle **mode** e dai **costumi orientali**, che promuovevano una vita dissoluta e licenziosa. La riforma della morale di Augusto prevedeva l’emanazione di **leggi** che premiavano i cittadini che si sposavano e avevano figli e che punivano quelli che rimanevano **celibi** o **adulteri**. Queste leggi erano chiamate **leges Iuliae** e includevano la **lex Iulia de maritandis ordinibus** (18 a.C.), che stabiliva dei privilegi per i coniugi con figli e delle sanzioni per i celibi; la **lex Iulia de adulteriis coercendis** (17 a.C.), che puniva severamente l’adulterio e il concubinato; la **lex Papia Poppaea** (9 d.C.), che estendeva le disposizioni delle leggi precedenti anche ai liberti e ai non cittadini. La riforma della morale di Augusto prevedeva anche di limitare il **lusso** e la **corruzione** tra le classi più ricche e di incentivare la **beneficenza** e la **filantropia** tra i cittadini più abbienti. Augusto diede l’esempio personale, vivendo in modo sobrio e modesto, donando parte delle sue ricchezze al popolo e alle province, promuovendo opere pubbliche di utilità sociale. ## La politica estera di Augusto Augusto non si limitò a riformare l’impero romano dal punto di vista interno, ma si occupò anche di consolidare e ampliare i suoi confini dal punto di vista esterno. La politica estera di Augusto fu caratterizzata da una combinazione di **diplomazia** e **forza militare**, che gli permise di mantenere la pace e la stabilità all’interno dell’impero romano. Tra le principali azioni di politica estera di Augusto possiamo ricordare: - La **sottomissione** delle aree interne: Augusto completò la conquista della **Spagna**, pacificando le popolazioni del nord della penisola (Cantabri, Asturi, Baschi) tra il 20 e il 19 a.C. con l’opera di Vipsanio Agrippa. Sottomise anche le tribù alpine che controllavano i passi montani e minacciavano le comunicazioni tra l’Italia e le province transalpine (Salassi, Camuni, Venni, Taurisci, Rezi, Vindelici) tra il 25 e il 16 a.C. con l’opera di vari generali. Fondò nuove province (Alpi Marittime, Alpi Pennine, Alpi Graie, Alpi Cozie, Norico, Rezia) e nuove città (Augusta Praetoria Salassorum, Augusta Vindelicorum). - La **frontiera danubiana**: Augusto sottomise la **Pannonia** (tra Slovenia e Ungheria) tra il 12 e il 9 a.C. con l’opera di Tiberio e Druso maggiore. Fondò la provincia di Pannonia e stabilì il Danubio come confine naturale dell’impero. Sottomise anche la **Dacia** (attuale Romania) tra il 10 a.C. e il 6 d.C. con l’opera di Marco Vinicio e Marco Crasso. Uccise tre re dei Daci (Cotiso, Comosicus, Duras) e respinse le loro incursioni nel territorio romano. - La **frontiera renana e la Germania Magna**: Augusto respinse i **Germani** al di là del Reno tra il 12 a.C. e il 9 d.C. con l’opera di Druso maggiore e Tiberio. Sottomise diverse tribù germaniche (Sugambri, Usipeti, Tencteri, Frisi, Catti) e stabilì l’Elba come confine naturale dell’impero. Tuttavia, nel 9 d.C., una rivolta guidata da Arminio portò alla disfatta delle legioni romane nella **battaglia della foresta di Teutoburgo**. Augusto rinunciò al progetto di conquistare la Germania Magna e si limitò a difendere il Reno con una serie di fortificazioni. - La **frontiera africana**: Augusto sottomise le popolazioni della **Mauretania** (attuali Marocco e Algeria) tra il 25 e il 23 a.C. con l’opera di Gaio Cornelio Gallo. Annessa la Numidia alla provincia d’Africa nel 25 a.C., creò due nuove province: Mauretania Tingitana e Mauretania Caesariensis ## Il problema della successione Augusto si trovò a dover affrontare il problema della successione durante quasi tutto il suo principato. La sua prima preoccupazione era di evitare che alla sua morte il Senato nominasse qualche esponente della nobiltà nostalgico della repubblica. Augusto cercò costantemente, nel corso degli anni, un **erede** appartenente alla propria **famiglia**, che potesse continuare la sua opera e garantire la **stabilità** dell’impero. Augusto ebbe tre mogli, ma non una discendenza diretta maschile. La sua prima moglie, **Clodia Pulcra**, gli diede una figlia, **Giulia maggiore**, che sposò in prime nozze **Marco Claudio Marcello**, nipote di Augusto. Marcello morì nel 23 a.C., senza lasciare figli. La seconda moglie di Augusto, **Scribonia**, gli diede una seconda figlia, **Giulia minore**, che sposò in prime nozze **Lucio Emilio Paolo**, figlio dell’omonimo console caduto a Canne. Paolo morì nel 14 a.C., lasciando due figli: **Emilio Paolo** e **Cornelia Scipione**. La terza moglie di Augusto, **Livia Drusilla**, gli portò due figliastri: **Tiberio** e **Druso maggiore**, nati dal primo matrimonio con Tiberio Claudio Nerone. Augusto cercò di designare come successore uno dei suoi parenti più stretti, seguendo una politica dinastica che si basava sull’**adozione** e sul **matrimonio**. In un primo tempo, Augusto pensò di designare come successore **Agrippa**, suo fedele collaboratore e generale vittorioso. Fece sposare Agrippa con la figlia **Giulia maggiore** nel 21 a.C., dopo averla fatta divorziare dal secondo marito **Marco Vipsanio Agrippa**. Da questo matrimonio nacquero cinque figli: **Gaio Cesare**, **Lucio Cesare**, **Agrippina maggiore**, **Agrippa Postumo** e **Giulia minore**. Augusto adottò i due figli maschi maggiori, **Gaio** e **Lucio Cesare**, nel 17 a.C., conferendo loro il titolo di principi della gioventù e il diritto di succedergli. Tuttavia, Agrippa morì nel 12 a.C., e i due figli adottivi morirono prematuramente: **Lucio** nel 2 d.C. e **Gaio** nel 4 d.C. In un secondo tempo, Augusto pensò di designare come successore **Tiberio**, il figlio maggiore di **Livia**. Fece sposare Tiberio con la figliastra **Giulia minore** nel 11 a.C., dopo averlo fatto divorziare dalla prima moglie **Vipsania Agrippina** (figlia di Agrippa). Da questo matrimonio non nacquero figli. Augusto adottò Tiberio nel 4 d.C., a condizione che questi adottasse a sua volta il fratello minore di Gaio e Lucio Cesare: **Agrippa Postumo**. Tuttavia, Agrippa Postumo morì nel 12 a.C., e i due figli adottivi morirono prematuramente: Lucio nel 2 d.C. e Gaio nel 4 d.C. In un terzo tempo, Augusto pensò di designare come successore **Germanico**, il nipote di Tiberio e figlio di Druso maggiore e Antonia minore (figlia di Marco Antonio e Ottavia minore). **Germanico** era un generale valoroso e popolare, che aveva combattuto in Germania e in Oriente. Augusto lo fece adottare da Tiberio nel 4 d.C., conferendogli il titolo di **cesare** e il diritto di succedergli. Tuttavia, **Germanico** morì nel 19 d.C., forse avvelenato dal governatore della Siria **Gneo Calpurnio Pisone**. Il problema della successione di Augusto fu uno dei più difficili da risolvere per il primo imperatore romano. Nonostante i suoi sforzi per creare una dinastia stabile e legittima, Augusto dovette affrontare la morte prematura o l’esilio dei suoi possibili eredi. Alla fine, fu **Tiberio** a succedergli nel 14 d.C., ma senza avere la stessa autorità e prestigio del suo predecessore. ## La morte di Augusto Augusto morì a Nola il 19 agosto del 14 d.C., verso le nove di sera, a quasi settantasei anni. Era andato a visitare il mausoleo del padre adottivo **Gaio Giulio Cesare** e poi si era recato nella villa di suo padre biologico **Gaio Ottavio**, dove si ammalò improvvisamente. Secondo Svetonio, le sue ultime parole furono: “Se la recita vi è piaciuta, allora applaudite”. Augusto fu sepolto nel mausoleo che aveva fatto costruire per sé e per la sua famiglia sul Campo Marzio a Roma. Il Senato lo deificò e gli dedicò un tempio sul Palatino. Il suo testamento nominava come suo erede universale **Tiberio**, che aveva adottato nel 4 d.C., e come eredi secondari i figli di **Germanico**: **Nerone Cesare** e **Druso Cesare**. Augusto lasciò anche una somma di denaro al popolo romano, ai soldati e ai pretoriani, e una raccolta di scritti in cui riassumeva le sue opere e i suoi meriti. Augusto fu il primo e il più grande imperatore romano. Con le sue riforme politiche, amministrative, militari, religiose e culturali, trasformò la repubblica romana in un impero stabile e prospero. Con la sua politica estera, consolidò e ampliò i confini dell’impero, garantendo una lunga pace interna e esterna. Con il suo mecenatismo, favorì lo sviluppo delle arti e delle lettere, inaugurando l’età d’oro della cultura latina. Con il suo carisma e la sua autorità, si guadagnò il rispetto e l’ammirazione dei suoi contemporanei e dei posteri. ## Bibliografia Per approfondire l’articolo, si possono consultare le seguenti fonti: - Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, traduzione di Domenico Musti, Milano, Mondadori, 1997. - Tacito, Annales, I-VI, traduzione di Giuseppe Cazzaniga, Torino, Einaudi, 1978. - Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XLV-LVI, traduzione di Giuseppe Stocchi e Giuseppe Ricciotti, Roma-Bari, Laterza, 1975-1976. - Ronald Syme, La rivoluzione romana, traduzione di Maria Grazia Ciani e Maria Teresa Schettino, Torino, Einaudi, 1993. - Werner Eck, Augusto e il suo tempo, traduzione di Anna Maria Biraschi e Giuseppe Zecchini, Bologna, Il Mulino, 2000. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La rivolta di Nika. Il massacro di 35mila ultrà a Costantinopoli](https://scriptamanentitalia.it/rivolta-nika-costantinopoli/) **Published:** Settembre 5, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le motivazioni della rivolta di Nika](#Le_motivazioni_della_rivolta_di_Nika) - [Lo scoppio della rivolta di Nika](#Lo_scoppio_della_rivolta_di_Nika) - [Il collasso della situazione](#Il_collasso_della_situazione) - [L’intervento di Teodora](#Lintervento_di_Teodora) La **rivolta di Nika** è un episodio di violenza avvenuto nel 532 d.C, nella città di Costantinopoli. Gli ultrà dell’ippodromo della squadra degli azzurri e dei verdi si erano ribellati al potere dell’imperatore Giustiniano I, ed erano dilagati in città, assaltando anche la basilica di Santa Sofia. Giustiniano, completamente incapace di calmare la rivolta, era pronto a fuggire, ma sua moglie Teodora lo convinse a rimanere e con un trucco, assieme ai generali Narsete e Belisario, 35.000 tifosi vennero brutalmente massacrati, ponendo fine alla rivolta. ## Le motivazioni della rivolta di Nika All’alba del VI secolo dopo Cristo, **Costantinopoli** era la città più importante dell’intero mondo tardo antico, considerata l’erede di Roma. Nella città le **corse dei cavalli che si tenevano nell’ippodromo** erano uno degli eventi sportivi più seguiti, ma in realtà la tifoseria rifletteva anche delle inclinazioni politiche. Vi erano due squadre importanti: quella degli **Azzurri e quella dei Verdi.** Gli **Azzurri** rappresentavano la fazione **popolare** della cittadinanza e **appoggiavano l’imperatore** in carica, Giustiniano I. Questi inoltre seguivano la dottrina religiosa del “**diofisismo**“, secondo la quale all’interno di Gesù Cristo convivevano serenamente sia la natura divina che quella umana. Gli ultrà azzurri erano dei veri e propri delinquenti. Si distinguevano anche nell’abbigliamento perché portavano i capelli con un codino sulla cima, secondo la tradizione Unna, avevano baffi e barba secondo la moda persiana e giravano con grossi mantelli all’interno dei quali nascondevano pugnali e armi da taglio. Questi si dedicavano a furti, rapine e stupri in tutta Costantinopoli. Molto spesso Giustiniano gli garantiva una sorta di impunità, dal momento che appoggiavano il suo governo. Dall’altra parte, la fazione dei **Verdi** rappresentava gli **aristocratici di Costantinopoli**. Gli appartenti a questa tifoseria seguivano la dottrina religiosa del “**monofisismo**“, secondo la quale la natura umana di Cristo era stata assorbita da quella divina. Questi appoggiavano il deposto imperatore Anastasio I e i suoi nipoti. Anche loro erano dediti a delitti politici e a vendette personali. Molto spesso Azzurri e Verdi **si combattevano per le strade di Costantinopoli** in una situazione di continuo pericolo e di impunità da parte dell’autorità centrale. Nel frattempo, l’imperatore Giustiniano si era preso l’incarico di eseguire delle riforme legali importanti, ma la maggior parte dei suoi provvedimenti, soprattutto la riforma della Pubblica Amministrazione, risultava molto lenta ed inefficace. La sua era una gestione statale pessima e la strumentalizzazione degli Azzurri e dei Verdi non faceva che peggiorare la situazione. ## Lo scoppio della rivolta di Nika Lo scoppio della **rivolta di Nika** avvenne quando uno dei Prefetti di Giustiniano, **Eudemone**, fece arrestare sette ultras che si erano macchiati di omicidio, con lo scopo di dare loro una punizione esemplare. L’11 gennaio del 532 d.C, nel sobborgo di Sika, **gli ultras vennero impiccati pubblicamente**. Alcuni di loro, però, riuscirono a fuggire in quanto il patibolo di legno si era rotto e si rifugiarono nella chiesa cristiana del quartiere di **San Lorenzo,** tallonati dai soldati di Giustiniano. I capi degli ultras degli Azzurri e dei Verdi supplicarono Eudemone e quindi Giustiniano di salvare la vita ai sopravvissuti. Giustiniano, tuttavia, era impegnato in trattative diplomatiche con i Persiani e non dedicò abbastanza attenzione al caso, rifiutando le richieste degli ultras. La tensione stava crescendo e il 13 gennaio del 532 l’imperatore Giustiniano e sua moglie Teodora passarono dal palazzo imperiale, immediatamente collegato con l’ippodromo, e si presentarono in tribuna di fronte alla popolazione. Gli ultras cominciarono ad insultarli urlando **“Nika! Nika!”, che significa “Vinci!”**. Si trattava della classica esortazione nei confronti della propria squadra che, in quella situazione, incitò la folla ad un tumulto contro l’imperatore. La violenza si diffuse nelle strade di tutta Costantinopoli, l’ippodromo fu invaso così come le vie circostanti e le prigioni della città. Anche la **basilica di Santa Sofia**, sede del Patriarca di Costantinopoli, fu invasa e danneggiata dai rivoltosi. ## Il collasso della situazione Nel bel mezzo della rivolta, Giustiniano iniziò ad ascoltare le richieste dei rivoltosi. Questi chiedevano le dimissioni di **Giovanni di Cappadocia**, prefetto del Pretorio e stretto collaboratore di Giustiniano, le dimissioni di **Triboniano**, un giurista ed alto funzionario accusato di farsi pagare il pizzo per dare giustizia ai cittadini, e del prefetto Eudemone che aveva arrestato e fatto impiccare i primi capi ultrà. Credendo che questa mossa avrebbe calmato la popolazione, Giustiniano accettò le richieste e rimosse i tre personaggi dal loro incarico. Questo peggiorò solamente la situazione in quanto i rivoltosi capirono che vi erano sufficienti possibilità di prendere il potere. La domenica del 18 gennaio, Giustiniano si presentò sulla tribuna dell’ippodromo con i vangeli in mano, cercando di calmare la folla, dicendo che tutto quanto era successo esclusivamente per colpa sua e che con l’aiuto di Cristo avrebbe potuto riportare la pace. Ma i rivoltosi erano ormai fuori controllo e si recarono presso la casa di **Ipazio**, il nipote dell’imperatore Anastasio, proclamandolo nuovo imperatore al posto di Giustiniano. La violenza era ormai dilagata ovunque a Costantinopoli e Giustiniano fece caricare il tesoro reale sulle navi, pronto a salpare e scappare. ## L’intervento di Teodora Ed è in questo momento che entra nella storia la figura di sua moglie **Teodora**. Donna di umilissime origini, era figlia di Acacio, custode dei cavalli per la squadra dei Verdi. La sua famiglia era andata in rovina ma aveva conosciuto il giovane Giustiniano e la loro era diventata una coppia molto unita. Giustiniano aveva addirittura convinto il vecchio ex Imperatore a modificare la legge per permettere ad un uomo del suo lignaggio di sposare una donna di bassa estrazione. Teodora pronunciò uno storico discorso nel quale si dichiarò disposta a morire come una regina nella sua città e che se non sarebbe scappata: la sua presa di posizione fece vergognare Giustiniano e i soldati della guardia reale. Così, dopo aver rinunciato alla fuga, Giustiniano ed Teodora cambiarono strategia ed incaricarono il capo della guardia imperiale, **Narsete**, di cercare di calmare gli ultras della squadra degli Azzurri. Solo, disarmato e con una borsa piena di oro, Narsete scese dal palazzo reale nell’ippodromo e **si avvicinò agli azzurri,** cercando di convincerli ad accettare il denaro, dicendo che Giustiniano li aveva sempre protetti e che era disposto a perdonarli se si fossero immediatamente tranquillizzati. Ottenuta la collaborazione degli Azzurri, Narsete fece in modo che **tutti gli ultras fossero nuovamente convogliati all’interno dell’ippodromo.** Proprio in quel momento, mentre Narsete resisteva nel palazzo reale con poche unità, era di ritorno dalla Persia il generale **Belisario** con il grosso dell’esercito. Narsete e Belisario cinsero d’assedio l’ippodromo, **irrompendo dalle quattro porte di entrata** e circondando rapidamente gli ultrà, che furono colti completamente di sorpresa. Fu una vera e propria strage di tifosi: **35.000 vittime vennero brutalmente uccise** nel corso di ore di massacro. Nella sanguinosa repressione trovò la morte anche Ipazio, che era stato eletto come nuovo imperatore dai rivoltosi. Dopo il contenimento della ribellione, Teodora si preoccupò personalmente del riassetto delle strade della città e della riparazione di Santa Sofia, che era stata gravemente danneggiata. La strage di Nika rappresenta la più importante crisi politica di Costantinopoli nell’era dell’imperatore Giustiniano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Le colonie romane e la loro organizzazione](https://scriptamanentitalia.it/colonie-romane-organizzazione/) **Published:** Settembre 4, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le colonie di diritto romano](#Le_colonie_di_diritto_romano) - [Le colonie di diritto latino](#Le_colonie_di_diritto_latino) - [Le prime colonie romane e le colonie più importanti](#Le_prime_colonie_romane_e_le_colonie_piu_importanti) Le colonie romane erano porzioni di territorio, prevalentemente città, appena conquistate dall’esercito romano che venivano popolate da cittadini romani e che fungevano sia da avamposto per la difesa del territorio sia da punto di partenza per successive spedizioni militari di Roma. Le colonie, il più delle volte costituite da una città e dalle campagne attorno, potevano essere sia centri urbani di nuova fondazione, organizzate sin dall’inizio secondo le tecniche della centuriazione romana, sia città appartenenti ad altri regni e recentemente conquistate che cambiavano status, diventando romane. La fondazione di una nuova colonia, chiamata anche “Deduzione di una nuova colonia”, era caratterizzata dallo stanziamento di cittadini romani chiamati “Coloni”, secondo un processo guidato da tre magistrati, appositamente eletti. ## Le colonie di diritto romano Le colonie di diritto romano erano colonie nelle quali venivano trasferiti cittadini romani “Optimo jure”, ovvero a diritto pieno, che potevano godere di tutte le garanzie e i benefici della cittadinanza romana. Ogni capofamiglia riceveva un appezzamento di terreno da coltivare per sè e per la propria famiglia. I coloni romani stanziati in queste zone erano esentati dal servizio militare classico, ma erano tenuti a mobilitarsi per difendere personalmente la città in caso di pericolo esterno. Queste colonie venivano gestite direttamente dal Senato romano e dai loro magistrati. Normalmente, le colonie di diritto romano erano più piccole e con meno cittadini, fondate spesso sul suolo italico e soprattutto sulle coste della penisola. ## Le colonie di diritto latino Le colonie di diritto latino erano sempre territori e città controllati da Roma ma venivano abitate da coloni che non erano cittadini romani “Optimo Jure”, e che godevano solamente di alcuni benefici relativi al matrimonio e al commercio, regolati dal diritto romano. Queste colonie avevano una maggiore autonomia rispetto a quelle di diritto romano dal momento che disponevano di un proprio Senato e di un consiglio cittadino indipendente che eleggeva in autonomia i magistrati. Alcune colonie latine, soprattutto quelle più fedeli, potevano anche battere una propria moneta. Ciò permetteva alle colonie di diritto latino di regolarsi e di gestirsi in maniera più rapida e indipendente rispetto a Roma. Il reale legame con Roma era rappresentato dalla fornitura, in caso di necessità, di un contingente di soldati il cui ammontare dipendeva dalla popolazione. ## Le prime colonie romane e le colonie più importanti Le prime colonie di Roma furono stabilite intorno al 752 a.C. ad Antemnae e Crustumerium, entrambe nel Lazio, secondo quanto riportato da Livio. Altre colonie furono fondate a Signia nel VI secolo a.C., Velitrae e Norba nel V secolo a.C. e Ostia, Antium e Tarracina alla fine del IV secolo a.C. La prima colonia romana al di fuori dell’Italia fu probabilmente Italica in Hispania, fondata nel 206 a.C. da Publio Cornelio Scipione durante la seconda guerra punica. Nell’Impero, le colonie divennero grandi centri per l’insediamento di veterani dell’esercito, specialmente nell’Africa nord romana, che aveva la maggiore densità di colonie romane per regione nell’Impero, e dove la popolazione italica costituiva più di un terzo della popolazione totale durante il II secolo d.C. Alcune colonie assunsero una importanza strategico militare rilevante: **Aquileia**, fondata nel 181 a.C. nel territorio dei Galli, serviva da avamposto per controllare il nord-est dell’Italia e le rotte commerciali verso il Danubio e i Balcani. Aquileia fu anche una base per le campagne militari contro i barbari e resistette a un lungo assedio degli Unni nel 452 d.C. **Cartagine**, rifondata nel 122 a.C. da Gaio Tiberio Gracco come Colonia Iunonia, era la prima colonia romana fuori dall’Italia. Cartagine era situata in una posizione strategica sul Mediterraneo, vicino alle ricche province dell’Africa e della Spagna. **Londinium**, fondata nel 43 d.C. dopo la conquista della Britannia da parte di Claudio, era la capitale della provincia e il principale porto commerciale dell’isola. Londinium era collegata al resto dell’impero da una rete di strade e ponti, tra cui il famoso ponte sul Tamigi. **Antiochia**, fondata nel 300 a.C. da Seleuco I Nicatore, fu annessa a Roma nel 64 a.C. da Pompeo. Antiochia era la terza città più grande dell’impero, dopo Roma e Alessandria, e la capitale della provincia di Siria. **Colonia Claudia Ara Agrippinensium**, fondata nel 50 d.C. da Claudio come colonia di diritto romano, era la capitale della provincia della Germania Inferiore e una delle più grandi città a nord delle Alpi. Derivava dall’antica fortezza legionaria costruita da Agrippa nel 38 a.C. e ampliata da Druso e Tiberio. **Augusta Treverorum**, fondata nel 16 a.C. da Augusto come colonia di diritto latino, era la capitale della provincia della Gallia Belgica e la sede del governatore. Augusta Treverorum era situata in una posizione strategica sul fiume Mosella, vicino al confine con la Germania libera. **Mogontiacum**, fondata nel 13 a.C. da Druso come accampamento militare, divenne una colonia di diritto latino nel 89 d.C. sotto Domiziano. Mogontiacum era la capitale della provincia della Germania Superiore e la sede del governatore. La città fu importante per la sua posizione strategica sul fiume Reno, punto di partenza per le campagne militari contro i Germani. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Attualità, Top --- ### [La battaglia di Gaugamela. Il trionfo di Alessandro Magno](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-gaugamela-alessandro-magno/) **Published:** Settembre 4, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’invasione di Alessandro della Persia e le trattative con Dario III](#Linvasione_di_Alessandro_della_Persia_e_le_trattative_con_Dario_III) - [Il superamento dell’Eufrate e del Tigri](#Il_superamento_dellEufrate_e_del_Tigri) - [La battaglia di Gaugamela: la disposizione dei persiani](#La_battaglia_di_Gaugamela_la_disposizione_dei_persiani) - [La battaglia di Gaugamela: la disposizione di Alessandro](#La_battaglia_di_Gaugamela_la_disposizione_di_Alessandro) - [La battaglia di Gaugamela: le mosse iniziali](#La_battaglia_di_Gaugamela_le_mosse_iniziali) - [La mossa geniale di Alessandro](#La_mossa_geniale_di_Alessandro) - [Le conseguenze della battaglia e la morte di Dario III](#Le_conseguenze_della_battaglia_e_la_morte_di_Dario_III) La battaglia di Gaugamela, avvenuta nel 331 a.C, è stato il più grande trionfo di Alessandro Magno, che sul campo, grazie ad una tattica innovativa e spericolata, ha battuto il re persiano Dario III. Dopo le prime vittorie e la conquista della regione costiera della Fenicia e dell’Egitto, Alessandro Magno attaccò il cuore dell’Impero Persiano arrivando allo scontro diretto con Dario III presso la cittadina di Gaugamela. Pur in netta inferiorità numerica, grazie ad una saggia disposizione dei suoi uomini e ad un attacco diretto contro l’avversario, Alessandro Magno vinse lo scontro, conquistando tutta la parte occidentale dell’Impero Persiano. ## L’invasione di Alessandro della Persia e le trattative con Dario III Dopo essere dilagato nei Balcani, Alessandro Magno aveva avviato una conquista su vasta scala, battendo uno dopo l’altro i generali nemici. La prima grande vittoria si era verificata nella **battaglia del fiume Granico (334 a.C),** dove Alessandro aveva sconfitto i satrapi persiani, dimostrandosi un condottiero straordinariamente capace e dotato. Il secondo grande appuntamento si era verificato l’anno dopo, nel 333 a.C, **presso la città di Isso**, alle porte dell’Asia minore, dove Alessandro Magno aveva sfidato il re persiano Dario III in persona: con una straordinaria carica di cavalleria, guidata personalmente, Alessandro aveva provocato il collasso del suo avversario e umiliato i Persiani. Dopo questa vittoria, Alessandro pareva inarrestabile: in pochi mesi, il generale macedone aveva conquistato tutta la **fascia costiera della Fenicia**, ottenendo la capitolazione di una città dopo l’altra, fino a conquistare **Tiro**, l’antica capitale dei Fenici. Alessandro si era spinto fino in **Egitto**, dove si era fatto proclamare faraone. Al termine di questa prima fase di conquista, costellata da vittorie, il generale macedone decise di muoversi verso l’interno per completare la conquista della Persia. Secondo diverse fonti, è in questa fase del conflitto che Dario III cercò di ottenere la pace tramite la diplomazia. Sono stati riportati sostanzialmente tre tentativi di mediazione: nel primo, proprio all’indomani della battaglia di Isso, Dario III avrebbe offerto ad Alessandro, tramite i suoi emissari, un **cospicuo riscatto** per i prigionieri che era riuscito a catturare, chiedendogli di ritirarsi dalle sue zone e di ritornare in Macedonia. Alessandro, all’indomani di una grande vittoria, rifiutò sdegnosamente. Nel secondo tentativo, Dario cercò di convincere l’avversario tramite condizioni più vantaggiose: egli propose il **matrimonio** con una delle sue figlie e si dimostrò disposto a **cedere una parte del suo regno**, probabilmente tutte le zone ad ovest del fiume Halys, sperando di calmare così l’ambizione dell’avversario. Ma ancora una volta, Alessandro Magno declinò l’invito di Dario III, deciso a proseguire la conquista dell’Impero Persiano. Il terzo ed ultimo tentativo fu, per la sua estrema generosità, il più pericoloso per il proseguio della campagna: Dario III offrì ad Alessandro **tutti i territori ad ovest del fiume Eufrate**, il co-governo dell’**intero impero achemenide**, e rinnovò la proposta di sposare una delle sue figlie. Infine, la proposta di Dario III contemplava il **pagamento di 30.000 talenti d’argento**. Le offerte di Dario III furono questa volta talmente invitanti da portare uno dei suoi generali, Parmenione, a prendere in seria considerazione l’ipotesi di accettare. Secondo le fonti antiche, Parmenione avrebbe detto testualmente: *“Se fossi Alessandro, accetterei”*. E Alessandro avrebbe risposto: *“Anch’io accetterei, se fossi Parmenione*“. Alcune fonti riferiscono che in occasione di questa terza offerta, Alessandro abbia contraffatto le lettere inviate da Dario III, modificandone il contenuto e il tono per renderle inaccettabili ai suoi generali e per essere sicuro che non avrebbe subito ulteriori pressioni per accettarle. Fu così che la campagna di conquista dell’Impero Persiano da parte di Alessandro Magno proseguì senza intoppi. ## Il superamento dell’Eufrate e del Tigri Alessandro attraversò con poche difficoltà il **fiume Eufrate.** Alchè si presentò per lui una scelta importante, che riguardava la direzione da imboccare: Alessandro avrebbe potuto guidare il suo esercito direttamente a sud contro la città di Babilonia, oppure scegliere un percorso più articolato, che prevedeva prima di salire a settentrione per poi costeggiare e superare delle alture e scendere successivamente verso la capitale persiana. Il **primo percorso, più diretto**, era certamente più breve ma anche più difficile per i suoi soldati: il caldo micidiale che caretterizzava il territorio avrebbe messo alla prova i suoi. Inoltre, il terreno piuttosto brullo avrebbe complicato il rifornimento di cibo. La seconda via, sebbene più lunga, sarebbe stata però più **praticabile**. Alessandro scelse il secondo percorso, facendo incamminare il proprio esercito verso il fiume Tigri. Gli storici hanno notevolmente dibattuto sulla scelta di Alessandro e sul comportamento di Dario III. Secondo alcuni, il re persiano avrebbe dovuto osteggiare maggiormente il percorso del nemico, mentre secondo altri il suo comportamento fu saggio, dal momento che, lasciando che il macedone imboccasse la strada più lunga, ottenne tempo prezioso per organizzare il suo esercito. L’unico ad opporre una certa pressione ad Alessandro fu uno dei satrapi di Dario, **Mazeo**. Egli fece uso della tecnica della terra bruciata, dando fuoco ai raccolti e alle città da cui i macedoni potevano rifornirsi. Effettivamente, l’esercito di Alessandro si trovò in difficoltà, soprattutto per l’approvvigionamento. Altro elemento sorprendente: nessun esercito si presentò per cercare di ostacolare il superamento del fiume Tigri. Anche qui, gli storici cercano di interpretare le mosse persiane. L’ipotesi più accreditata è che i Persiani non ritenevano Alessandro in grado di guadarlo facilmente a causa delle forti correnti, e qualsiasi iniziativa per fermarne il percorso sarebbe stata presa in contropiede. Comunque sia andata, Alessandro sorprese tutti e riuscì a presentarsi sulla sponda orientale del Tigri con pochissima difficoltà e con un esercito sostanzialmente intatto. Fu proprio in questa fase della campagna che si sarebbe verificata un’eclissi totale di luna, che avrebbe sorpreso l’esercito di Alessandro mentre era in cammino. Alessandro interrogò immediatamente il suo indovino preferito, Aristandro, il quale diede un’interpretazione positiva del segno celeste. Il condottiero macedone compì immediatamente sacrifici agli dei del cielo e della terra e proseguì fiducioso la campagna. Mentre l’esercito macedone era intento a marciare sulla sponda orientale del fiume, proseguendo verso sud, una delle sue avanguardie, composta da cavalleria, si incontrò fortuitamente con unità di esplorazione persiane. Ne nacque subito uno scontro furibondo, dove i macedoni ebbero quasi subito la meglio. I soldati persiani catturati e costretti a confessare riferirono che il loro re stava preparando un enorme esercito nei pressi della città di Gaugamela. Nei quattro giorni successivi, le avanguardie macedoni continuarono a battere il territorio, utilizzando le informazioni estorte ai prigionieri: l’obiettivo principale era quello di comprendere la quantità di soldati a disposizione di Dario III e le unità di cui disponeva. Alcune spie macedoni si resero rapidamente conto che l’esercito di Dario era straordinariamente superiore in numero e ritornarono all’accampamento preoccupati, innescando un consiglio di guerra carico di tensione. Il generale Parmenione, quasi un vice di Alessandro, suggerì di eseguire un attacco notturno per cogliere il nemico di sorpresa e ridurre il numero dei soldati a sua disposizione. Alessandro però avrebbe risposto: *“Non ruberò la vittoria: voglio vincere il mio avversario sul campo”*, confermando la sua indole guerriera e il suo proposito di vincere Dario III in un combattimento leale. I due eserciti si incontrarono qualche giorno dopo presso la città di Gaugamela, un territorio favorevole all’esercito di Dario. ## La battaglia di Gaugamela: la disposizione dei persiani Dario poteva contare su un esercito che andava dai 100 ai 150.000 soldati, di cui 56.000 fanti, 35.000 cavalieri, 200 carri falcati e quindici elefanti. Inoltre, il **terreno** era particolarmente **favorevole** alle manovre della sua cavalleria, anche perchè il sovrano aveva fatto sgomberare il campo da arbusti e massi che potessero intralciare la corsa dei suoi carri. **Dario si posizionò al centro** dello schieramento, com’era abitudine per i sovrani persiani. Alla sua destra e alla sua sinistra si trovavano le unità di **immortali**, le guardie del re, pronte a difenderlo con la vita. In una seconda linea davanti a lui, delle eterogenee unità di soldati: i **cavalieri Carii,** provenienti dalla Caria, una regione dell’Anatolia occidentale, **dei mercenari greci e delle guardie persiane a cavallo.** In una terza fila, sempre davanti a Dario, venne disposta la **cavalleria indiana.** Questo costituiva il **centro** dell’esercito persiano. Immediatamente sulla destra, due unità di fanteria del Caucaso: si trattava di soldati di fanteria ben addestrati ed equipaggiati, che costituivano una sorta di **cerniera di collegamento** tra il centro e l’ala destra dell’esercito di Dario. L’ala destra era composta da cavalieri **Medi, Parti e Siriani** direttamente ai comandi del satrapo **Mazeo**. Davanti a loro, due ulteriori unità di cavalleria d’avanguardia composte da cappadoci e armeni. Sull’ala sinistra, un altro contingente di cavalleria guidato dal satrapo **Besso**: si trattava di **cavalieri Sciiti, Battriani e Persiani.** Di fronte a tutta la grande disposizione di Dario III vennero posizionate quattro unità speciali: un gruppo di **carri falcati** della Scizia posizionati davanti alla fanteria caucasica, altre due unità simili davanti alla cavalleria indiana e un’altra ancora che stazionava davanti ai mercenari greci, quelli più vicini a Besso. Infine, davanti alla cavalleria indiana e fra le due unità di carri, i 15 **elefanti.** ## La battaglia di Gaugamela: la disposizione di Alessandro Alessandro si trovava in netta inferiorità numerica: il suo esercito contava al massimo 40.000 fanti e poco più di 7.000 cavalieri. Il condottiero macedone doveva quindi economizzare lo spazio e puntare tutto sulla tattica. Egli decise di schierare **al centro la falange macedone**. Lui stesso si posizionò **sull’ala destra,** accompagnato sia dagli **Etèri**, cavalieri che costituivano la sua guardia personale, sia da altre quattro unità di cavalleria leggera. Tra la falange centrale e l’ala di cavalleria di Alessandro furono disposti gli **Ipaspisti**, dei soldati di fanteria pesante. Sulla sinistra, subito a fianco della falange, un’altra unità di cavalleria e infine, a costituire l’ala sinistra vera e propria, altre quattro unità di cavalleria, al **comando di Parmenione.** Dalla disposizione macedone si evinceva subito la volontà di **compensare l’inferiorità numerica**. L’esercito di Dario si estendeva per ben 4 km, mentre quello di Alessandro era lungo esattamente la metà. Dal momento che l’accerchiamento era un pericolo molto più che reale, le due cavallerie di Alessandro furono disposte a riga sfalsata, ovvero leggermente oblique, proprio per cercare di prevenire movimenti nemici sui fianchi. Inoltre, nel retro dell’esercito, Alessandro posizionò una seconda falange di riserva, da impiegare contro eventuali contingenti persiani che fossero giunti alle spalle. ## La battaglia di Gaugamela: le mosse iniziali Alessandro diede ordine alla falange centrale di **muovere contro il nemico**. I falangiti macedoni iniziarono quindi la loro marcia, ma il loro cammino era leggermente inclinato **verso destra di 45 gradi,** sia per confondere l’avversario sia per portare l’esercito di Dario in un territorio non più adatto all’utilizzo dei suoi carri. Tutto era concepito per costringere Dario ad attaccare. Dario diede quindi ordine agli elefanti e ai carri di **caricare la falange**. Ma questa, adeguatamente istruita da Alessandro, aveva elaborato un metodo innovativo per neutralizzare queste pericolose unità. Mentre i carri e gli elefanti si avvicinavano, alcune porzioni della falange iniziarono a **retrocedere volontariamente,** creando dei buchi all’interno dello schieramento. Sia i cavalli che gli elefanti, piuttosto che attaccare un muro di lance, preferirono naturalmente inserirsi all’interno di questi spazi. Una volta attirate in trappola, le unità che avevano indietreggiato eseguirono una controcarica, appoggiate da lancio di frecce e giavellotti. Intrappolati in questi varchi, sia i carri che gli elefanti vennero completamente circondati. In questo modo Alessandro aveva trovato il metodo più efficace per disinnescare una delle armi più pericolose dell’esercito persiano. Nel frattempo Alessandro decise di **spostarsi verso destra** con tutta la sua cavalleria. Il suo obiettivo era costringere il suo diretto avversario, Besso, a staccarsi dal centro dell’esercito di Dario per inoltrarsi in un territorio poco adatto alle sue unità. Le mosse per Besso erano obbligate: non potendo permettere ad Alessandro di caricarlo sul fianco, fu costretto, proprio come voleva il nemico, a staccarsi da Dario e ad avventurarsi sempre più sulla destra. Arrivato al confine del terreno preparato prima dello scontro, Besso diede ordine ai suoi soldati di attaccare. Egli contava nuovamente sulla superiorità numerica: così Besso ed Alessandro vennero allo scontro diretto. Sulla sinistra, la **cavalleria guidata da Mazeo** caricò quella avversaria: nuovamente in inferiorià numerica, la situazione di Parmenione si dimostrò da subito particolarmente complessa. ## La mossa geniale di Alessandro La situazione era in bilico: la parte centrale dell’esercito macedone era riuscita a resistere all’attacco persiano e Alessandro aveva spinto Besso esattamente dove voleva. Ma la cavalleria del macedone era pur sempre in grande inferiorità numerica e anche sulla sinistra Parmenione appariva sempre più in difficoltà. La svolta si verificò **nella parte centrale dell’esercito.** La **cavalleria indiana** decise di attaccare la falange centrale: i cavalieri, dopo una prima carica, videro che le sarisse avversarie erano troppo pericolose per i loro cavalli e decisero di tornare parzialmente indietro. Alchè, la fanteria caucasica caricò la falange, sostituendosi alla cavalleria indiana, che si limitò a rimanere immediatamente dietro. Questo movimento nella parte centrale dell’esercito impegnò tuttavia la quota principale delle forze di Dario III. Alessandro, finalmente, individuò la vulnerabilità nell’esercito avversario che cercava da tempo. Il contingente centrale che difendeva Dario, infatti, era rimasto **completamente scoperto.** Alessandro diede ordine alla **parte della falange centrale** che non era impegnata contro la fanteria caucasica di attaccare la guardia speciale di Dario III. Lui stesso, **sottraendo cavalieri allo scontro con Besso,** caricò personalmente il re avversario, contando sul fatto che, preso dal panico, avrebbe abbandonato il campo e provocato il collasso del suo contingente. La falange e Alessandro attaccarono Dario III, che si ritrovò rapidamente circondato. Gli immortali lo difesero a costo della vita, ma parve chiaro che la mossa di Alessandro era stata imprevista e devastante. Secondo alcune fonti, gli immortali dissero a Dario III di “*prepararsi a sfoderare la spada*” per difendersi personalmente. A questo punto non siamo certi di cosa sia successo. Secondo alcuni, Dario III si sarebbe spaventato e avrebbe deciso di abbandonare il campo di battaglia per non perdere la vita; secondo altri, furono i suoi soldati a tradirlo e a decidere di allontanarsi. Comunque sia andata, Dario III con i suoi fedelissimi si allontanò dal campo. In questo modo, anche la falange di riserva, anziché essere impiegata contro Alessandro, preferì abbandonare lo scontro. Il resto dell’esercito persiano venne disarticolato di conseguenza. La parte di fanteria caucasica ancora impegnata contro la falange macedone, vedendo il ritiro dei loro, decise di lasciare il campo. Anche Besso, nonostante il vantaggio sui residui della cavalleria macedone, si allontanò. Alessandro, chiaro vincitore era intenzionato ad inseguire Dario III per catturarlo. Il suo proposito venne però fermato dal richiamo disperato di Parmenione, che attraverso alcuni messaggeri, fece sapere ad Alessandro che era sul punto di essere completamente annientato con i suoi soldati. Con enorme disappunto, Alessandro fu costretto ad interrompere l’inseguimento di Dario e ad attaccare alle spalle la cavalleria di Mazeo. Allo stesso modo, un contingente di cavalleria indiana, che era riuscito a bucare la falange macedone, aveva raggiunto il fondo del campo di battaglia e aveva attaccato l’accampamento per saccheggiarlo. Delle rimanenti unità di Alessandro, benché con significative perdite, attaccarono la cavalleria indiana e la misero in fuga. ## Le conseguenze della battaglia e la morte di Dario III Alessandro Magno aveva vinto la battaglia di Gaugamela, superando il grande numero dell’esercito avversario con una capacità tattica straordinaria e con un movimento totalmente imprevisto che aveva fatto breccia nel morale del nemico. Le conseguenze della battaglia di Gaugamela si possono riassumere nel **completo collasso dell’Impero Persiano.** Questo era ormai diviso tra la parte occidentale, nelle mani di Alessandro, e quella orientale, difesa da Dario III. Alessandro si mise immediatamente all’inseguimento di Dario, ancora intenzionato a catturarlo personalmente. Dario III avrebbe voluto muoversi ancora più verso Oriente, in un terreno sempre più difficile per l’esercito macedone. Forse, per organizzare un nuovo contingente da opporre all’avversario. Tuttavia, i generali di Dario III avevano completamente perso fiducia nelle sue capacità. In particolare, Besso e un altro consigliere persiano di nome Nabarzane, organizzarono un colpo di stato per detronizzarlo. Nonostante questi fu avvisato per tempo delle trame contro di lui, Dario sapeva che il suo destino era segnato. Besso e Nabarzane lo arrestarono e incatenarono ad un carro trainato da buoi trascinandolo per chilometri. Dario III morì nell’ignominia e nella vergogna. Gli storici fanno coincidere spesso la morte di Dario III con la fine dell’Impero Persiano e del glorioso regno Achemenide. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Cola di Rienzo. Il più grande condottiero della Roma medievale](https://scriptamanentitalia.it/cola-di-rienzo-condottiero-roma-medievale/) **Published:** Agosto 25, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Giovinezza](#Giovinezza) - [La presa del potere a Roma](#La_presa_del_potere_a_Roma) - [Il governo di Cola di Rienzo](#Il_governo_di_Cola_di_Rienzo) - [La caduta, l’esilio e la morte](#La_caduta_lesilio_e_la_morte) Cola di Rienzo, nato nel rione Regola, a Roma, da una famiglia modesta, dimostrò sin da giovane un’intelligenza vivace e un’attitudine per le antichità. Dopo un periodo ad Anagni, tornò a Roma come notaio e divenne ambasciatore del governo popolare dei “Tredici buoni uomini” presso il papa Clemente VI. Sotto il suo influsso, Roma cercò di sollevarsi dalla violenza dei baroni e dalla miseria, con Cola che promosse riforme e dipinse affreschi sul Campidoglio per comunicare con il popolo. Tuttavia, Cola progressivamente cadde nell’illusione della grandezza personale e si proclamò cavaliere. Le sue azioni divennero sempre più arbitrarie, conducendo a tensioni con i nobili e un declino del sostegno popolare. Dopo una serie di conflitti, fuggì da Roma, ma alla fine decise di tornare con il sostegno del legato papale. La sua seconda volta al potere fu breve e problematica, poiché mostrò segni di instabilità mentale e indulse in eccessi. L’entusiasmo iniziale si trasformò rapidamente in disillusione, i nobili ripresero il controllo e il popolo si allontanò da lui. Infine, Cola fu arrestato, giudicato e giustiziato nel 1354. La sua esperienza politica rappresenta un tentativo di rinnovamento e cambiamento sociale a Roma, ma è stata segnata dalla sua ambizione personale e dalla perdita di supporto da parte del popolo. L’esperimento politico di Cola di Rienzo influenzò altre iniziative simili, ma alla fine fallì a causa di problemi interni ed esterni. ## Giovinezza Nicola, di umili origini, nacque a Roma nel 1313. Egli sosteneva di essere figlio naturale di Enrico VII, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, ma in realtà era figlio di una lavandaia e di un locandiere di nome Lorenzo Gabrini. Il nome del padre di Nicola, Lorenzo, fu abbreviato in Rienzo, e il nome di Nicola fu abbreviato in Cola; da qui il nome Cola di Rienzo, o Rienzi, con cui egli è generalmente conosciuto. Passò i suoi primi anni ad Anagni, dove si dedicò allo studio degli scrittori latini, degli storici, degli oratori e dei poeti. Dopo essersi nutrito di storie sulle glorie e il potere dell’antica Roma, decise di dedicarsi al compito di ripristinare l’antico potere della sua città natale. Cola desiderava non solo aiutare i cittadini romani, che vivevano in una città allora degradata e miserabile ma riportare Roma alla sua grandezza originaria. Il suo zelo per questo progetto politico fu alimentato dal desiderio di vendicare suo fratello, ucciso da un nobile. Diventò un notaio e una persona di una certa importanza nella città, e nel 1343 partecipò ad una missione diplomatica presso Papa Clemente VI ad Avignone. Nonostante le sue denunce contro lo strapotere dei governanti aristocratici e dei baroni di Roma, si guadagnò il favore e la stima del Pontefice, che gli conferì una posizione ufficiale presso la sua corte. ## La presa del potere a Roma Cola di Rienzo utilizzò affreschi per comunicare con il pubblico e rafforzare il suo messaggio politico a Roma. Dipinse scene rappresentative di Roma e delle antiche città cadute per suscitare emozioni e ottenere sostegno. In seguito, installò un affresco contenente la lex de imperio Vespasiani, che conferiva al Senato romano il potere di nominare l’imperatore. Infine, nella chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, realizzò un affresco che ritraeva Roma in fiamme e chiese la salvezza per la città. Cola stava parlando con un gruppo di cittadini in un monastero sull’Aventino. Parlava di come la città fosse oppressa dai baroni e della povertà che ne derivava. I cittadini furono colpiti dai suoi discorsi. Anche il vicario del papa era d’accordo. Alla fine di aprile del 1347, Cola di Rienzo salì al Campidoglio con un centinaio di uomini di scorta. Era preceduto da tre bandiere che rappresentavano: - La prima era rossa con lettere dorate. Rappresentava Roma seduta tra due leoni, con il mondo in una mano e la palma della vittoria nell’altra. - La seconda bandiera era bianca e rappresentava San Paolo con la corona della giustizia e la spada in mano. - La terza bandiera rappresentava San Pietro con le chiavi della concordia e della pace. Il popolo si radunò per ascoltarlo e Cola annunciò le sue leggi per il buon governo. Cola aveva l’obiettivo di trasformare Roma in un Comune governato dal popolo, con regole per limitare la violenza, sostenere i cittadini, stabilire nuovi rapporti politici e ridurre l’influenza dei baroni. Nonostante la realtà non rispecchiasse completamente il suo programma di governo, il popolo lo apprezzò e gli conferì la signoria del comune. Dopo l’editto di Cola, i baroni reagirono con rabbia. Stefano Colonna, sorpreso dall’editto a Corneto, tornò a Roma minacciando di gettarlo dalle finestre del Campidoglio. Il popolo, chiamato dalle campane, respinse i baroni e il giorno seguente Cola ordinò loro di ritirarsi nei castelli fuori città, liberando i ponti che occupavano. ## Il governo di Cola di Rienzo Cola fece punire i loro uomini violenti, si autoproclamò “Tribuno del popolo romano” e i baroni tentarono una congiura fallita contro di lui. Successivamente, uno per uno, i baroni si arresero a Cola, giurando fedeltà a lui e a Roma. Roma sperimentò un breve ma notevole periodo di crescita verso una civiltà comunale. Questo periodo fu caratterizzato da un’atmosfera di rinascita, con l’obiettivo di allontanarsi dall’antica miseria e abbracciare una nuova modernità. Le classi come giudici, notai e mercanti, riconobbero il nuovo Comune e prestarono giuramenti di fedeltà. L’amministrazione della giustizia avveniva nel Campidoglio, con un’imparziale severità verso i baroni e i popolani che abusavano del potere. Cola governava la città con una giustizia severa, in netto contrasto con il regno precedente caratterizzato da licenza e disordine. Cola fu accolto a San Pietro con l’inno “Veni Creator Spiritus”, mentre il poeta Petrarca, in una lettera, lo esortava a proseguire la sua grande e nobile opera, congratulandosi con lui per i successi passati e definendolo il nuovo Camillo, Bruto e Romolo. Tutti i nobili si sottomisero, seppur con grande riluttanza; le strade furono liberate dai briganti; alcuni esempi severi di giustizia intimorirono i trasgressori; e il tribuno venne considerato da molti come il destinato restauratore di Roma e dell’Italia. Nel mese di luglio, con un decreto solenne, proclamò la sovranità del popolo romano sull’impero, ma prima di questo si dedicò al compito di ripristinare l’autorità di Roma sulle città e province d’Italia, con l’obiettivo di far tornare la città capitale del mondo. Scrisse lettere alle città d’Italia, chiedendo loro di inviare rappresentanti a un’assemblea che si sarebbe riunita l’1 agosto, per discutere la formazione di una grande federazione sotto la guida di Roma. Nel giorno stabilito comparvero diversi rappresentanti, e Cola emise un editto citando Luigi IV, imperatore del Sacro Romano Impero, e il suo rivale Carlo IV così come gli elettori imperiali e tutti gli altri interessati alla disputa, intimando loro di comparire dinanzi a lui per emettere un giudizio. Il giorno successivo si celebrò la festa dell’unità d’Italia, ma né questa né l’assemblea precedente ebbero risultati pratici. Il potere di Cola fu riconosciuto solo nel Regno di Napoli, da cui sia Giovanna I di Napoli che il suo acerrimo nemico, Luigi I d’Ungheria, chiesero protezione e aiuto; il 15 agosto, con grande festa, fu incoronato Tribuno. ## La caduta, l’esilio e la morte Cola di Rienzo iniziò tuttavia a perdere il contatto con la realtà. La sua personalità è stata descritta come una combinazione di conoscenza, eloquenza e entusiasmo, ma anche vanità, instabilità e megalomania. Queste ultime qualità divennero evidenti e oscurarono le sue virtù. Il suo governo era costoso e doveva imporre pesanti tasse sulla popolazione. Offese il Papa e l’Imperatore con le sue pretese arroganti e la proposta di istituire un nuovo Impero Romano basato sulla volontà del popolo. A ottobre, il Papa concesse poteri ad un proprio legato per spodestarlo e processarlo. Cola di Rienzo ottenne aiuto militare e vinse la battaglia di Porta San Lorenzo contro alcuni baroni che si erano coalizzati per scacciarlo, ma alla fine, avversato da tutti, fu costretto a scappare. Dopo vari eventi, abdicò e fuggì da Roma, cercando rifugio prima a Napoli e poi in un monastero. Dopo un periodo di solitudine, Cola si recò a Praga nel luglio 1350, sotto la protezione dell’Imperatore Carlo IV. Denunciando il potere temporale del Papa, implorò l’Imperatore di liberare l’Italia, e soprattutto Roma, dai loro oppressori; ma, nonostante le sue invocazioni, Carlo lo tenne prigioniero per oltre un anno nella fortezza di Raudnitz, per poi consegnarlo a Papa Clemente. Ad Avignone, dove comparve nell’agosto del 1352, Cola fu processato da tre cardinali e condannato a morte, ma la sentenza non fu eseguita e rimase in prigione nonostante gli appelli di Petrarca per la sua liberazione. Nel dicembre del 1352, Clemente morì e il suo successore, Papa Innocenzo VI, desideroso di colpire i signori feudali di Roma e vedendo nell’ex tribuno un ottimo strumento a tale scopo, lo graziò e lo liberò. Tornato a Roma, Cola ebbe inizialmente il sostegno del popolo, ma ben presto si rivelò un uomo confuso e ubriacone, desideroso solamente di vendetta. Le tasse e le restrizioni imposte per sostenere il suo programma politico causarono il malcontento. Nel 1354, fu rovesciato da una rivolta popolare e morì nel tentativo di sfuggire alla cattura. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [La seconda crociata (1147-1150). I musulmani annientano gli eserciti cristiani](https://scriptamanentitalia.it/seconda-crociata-1147-1150/) **Published:** Agosto 24, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La caduta della Contea di Edessa](#La_caduta_della_Contea_di_Edessa) - [La chiamata della seconda crociata da Papa Eugenio III](#La_chiamata_della_seconda_crociata_da_Papa_Eugenio_III) - [La predicazione di Bernardo di Chiaravalle](#La_predicazione_di_Bernardo_di_Chiaravalle) - [La Reconquista in Spagna](#La_Reconquista_in_Spagna) - [La crociata dei Tedeschi](#La_crociata_dei_Tedeschi) - [La crociata dei Francesi](#La_crociata_dei_Francesi) - [L’avvicinamento a Gerusalemme](#Lavvicinamento_a_Gerusalemme) - [La decisione di attaccare Damasco](#La_decisione_di_attaccare_Damasco) - [L’assedio di Damasco](#Lassedio_di_Damasco) - [Le conseguenze della seconda crociata](#Le_conseguenze_della_seconda_crociata) La seconda crociata fu una spedizione militare cristiana lanciata nel 1145-1146 in risposta alla caduta di Edessa, una delle principali città cristiane in Oriente, nelle mani dei musulmani. Il papa Eugenio III indisse la crociata e la predicò il monaco cistercense Bernardo di Chiaravalle. Il re Corrado III di Germania e il re Luigi VII di Francia si unirono alla crociata con grandi eserciti, ma subirono pesanti perdite durante la marcia attraverso l’Anatolia. Nel 1148, i due sovrani raggiunsero la Terra Santa, dove decisero di attaccare Damasco, la più antica e potente città musulmana della Siria, ma fallirono miseramente dopo solo quattro giorni di assedio. La seconda crociata causò una reciproca diffidenza tra le forze cristiane e portò alla rovina dei regni cristiani in Terra Santa. ## La caduta della Contea di Edessa Dopo la Prima Crociata e le Crociate minori del 1101, si costituirono tre stati crociati nell’est: il Regno di Gerusalemme, il Principato di Antiochia e la Contea di Edessa. Un quarto stato, la Contea di Tripoli, sorse nel 1109. Edessa, tra questi, si trovava più a settentrione ed era anche il più debole e meno popolato, pertanto subiva frequenti attacchi dai regni musulmani circostanti governati dagli Ortoqidi, Danishmendi e Selgiuchidi. Joscelin II, l’erede di Joscelin I, fu costretto a stringere un’alleanza con l’Impero Bizantino, ma nel 1143 sia l’imperatore bizantino Giovanni II Comneno che il re di Gerusalemme Folco d’Angiò morirono. Nel frattempo, Zengi, atabeg di Mosul, aveva annesse Aleppo al suo dominio nel 1128, diventando il fulcro del potere in Siria, conteso tra Mosul e Damasco. Verso la fine del 1144, Joscelin II si unì alle forze degli Ortoqidi e lasciò Edessa con la maggior parte del suo esercito per sostenere gli Ortoqidi nella battaglia contro Aleppo. Zengi, già interessato a sfruttare la morte di Folco nel 1143, si precipitò verso nord per assediare Edessa, che cadde sotto il suo controllo dopo un mese, il 24 dicembre 1144. Joscelin II continuò a governare i resti della contea da Turbessel, ma gradualmente il resto del territorio fu conquistato dai musulmani o venduto ai Bizantini. Zengi fu elogiato in tutto il mondo islamico come “difensore della fede” e “il re vittorioso”. Non attaccò né il territorio rimanente di Edessa né il Principato di Antiochia, come si temeva. Gli eventi a Mosul lo costrinsero a fare ritorno e focalizzarsi nuovamente su Damasco. Tuttavia, fu assassinato da uno schiavo nel 1146 e gli successe il figlio Nur ad-Din ad Aleppo. ## La chiamata della seconda crociata da Papa Eugenio III La notizia della caduta di Edessa fu riportata a pellegrini e ambasciate provenienti da altre città come Antiochia, Gerusalemme e Armenia. Un vescovo di nome Ugo di Giabala riferì questa notizia al Papa Eugenio III, il quale emise un documento chiamato “Quantum praedecessores” il 1° dicembre dello stesso anno, chiamando alla seconda crociata. Nonostante il Papa Eugenio non avesse un grande controllo sulla città di Roma, la Seconda Crociata doveva essere meglio organizzata rispetto alla prima: gli eserciti sarebbero stati guidati dai re più potenti d’Europa e avrebbero pianificato tutto in anticipo. Inizialmente, non molte persone risposero all’appello del Papa per la Seconda Crociata e la bolla dovette essere pubblicato di nuovo quando solo quando divenne chiaro che il re Luigi VII di Francia avrebbe partecipato all’espedizione. Luigi VII stava già considerando di andare in Terra Santa anche prima dell’appello del Papa: non è sicuro se Luigi stesse pianificando una crociata indipendente o semplicemente un pellegrinaggio perché voleva adempiere a un voto fatto dal suo defunto fratello Filippo di visitare la Terra Santa. È probabile che Luigi abbia preso questa decisione senza nemmeno conoscere il documento “Quantum praedecessores”. In realtà il suo consigliere, labate Suger e altri nobili non erano d’accordo con i piani di Luigi, perché sarebbe stato lontano dal regno per molti anni. Luigi chiese allora consiglio a Bernardo di Chiaravalle, che lo invitò e convinse ad accettare la proposta del Pontefice. Eugenio III sostenne con forza la crociata di Luigi e pubblicò una nuova bolla il 1 marzo 1146 dando inoltre il permesso a Bernardo di diffondere la notizia in tutta la Francia. ## La predicazione di Bernardo di Chiaravalle La missione di Bernardo ebbe inizio a Vézelay, in Borgogna, dove il 31 marzo 1146 pronunciò un eloquente sermone davanti a una moltitudine di ascoltatori. Il re di Francia Luigi VII, la regina Eleonora d’Aquitania e numerosi altri nobili si sottomisero al rito dell’imposizione della croce dei pellegrini, il segno distintivo del loro impegno nella Crociata. Bernardo proseguì la sua predicazione in Germania, dove le testimonianze di miracoli ad ogni sua tappa favorirono il successo della sua opera. Il re di Germania Corrado III e il suo nipote Federico Barbarossa, destinato a diventare imperatore del Sacro Romano Impero, ricevettero la croce direttamente da Bernardo. Anche il Papa si recò personalmente in Francia per esortare all’impresa. Nonostante il suo zelo ardente, Bernardo non fu un fanatico né un oppressore. La predicazione della Crociata provocò involontariamente aggressioni contro gli ebrei da parte di alcuni estremisti che li ritenevano avversari della fede cristiana. Ma Bernardo e altri arcivescovi si opposero fermamente a questi atti e Bernardo intervenne personalmente per placare la folla e risolvere la situazione. Bernardo difese anche i diritti degli armeni cristiani che vivevano sotto il dominio musulmano e cercò di instaurare una buona relazione con i Nizariti, una setta ismailita nota come gli Assassini. ## La Reconquista in Spagna Seppur non fosse un obiettivo fondamentale, il papa autorizzò i cristiani della penisola iberica a partecipare alla crociata contro i musulmani che occupavano gran parte del territorio, in una campagna nota come Reconquista. Nella primavera del 1147, un contingente di crociati provenienti dall’Inghilterra, dalla Germania e dalle Fiandre partì da Dartmouth, nel regno d’Inghilterra, con l’intenzione di raggiungere direttamente la Terra Santa. Tuttavia, una tempesta li costrinse a fermarsi sulla costa portoghese, presso la città settentrionale di Porto, il 16 giugno 1147. Lì furono convinti a incontrare Alfonso I del Portogallo, che si era autoproclamato re del nuovo regno del Portogallo nel 1139. I crociati accettarono di aiutare il re ad attaccare Lisbona, con un solenne accordo che offriva ai crociati il bottino dei beni mobili dei musulmani nella città e il denaro del riscatto per i prigionieri previsti. L’assedio di Lisbona iniziò il 1° luglio. La città di Lisbona al momento dell’arrivo consisteva in sessantamila famiglie, compresi i rifugiati che erano fuggiti dall’assalto cristiano dalle città vicine di Santarém e altre. Secondo il De expugnatione Lyxbonensi, un resoconto oculare dell’assedio, la cittadella ospitava 154.000 uomini, senza contare le donne e i bambini. I crociati costruirono mangani e altri dispositivi e bombardarono la città. I musulmani lanciarono una sortita e bruciarono le macchine d’assedio. Da allora i combattimenti quasi cessarono, poiché i crociati si stabilirono in un blocco. Il 21 ottobre, la guarnigione accettò di arrendersi a condizione che fossero lasciati uscire liberamente. Le porte di Lisbona furono aperte quattro giorni dopo. A causa della resa concordata, i crociati non ottennero tanto bottino. Molti crociati inglesi decisero di rimanere in Portogallo – uno di loro divenne vescovo di Lisbona – mentre i tedeschi e i fiamminghi continuarono verso la Terra Santa. Lisbona divenne la capitale del Portogallo, che ottenne il riconoscimento papale come regno indipendente. Dopo la conquista di Lisbona, i crociati portoghesi proseguirono la loro avanzata verso sud e conquistarono Santarém, Sintra, Almada, Palmela e Setúbal nel 1147-1148. Nel frattempo, Alfonso VII, Berengario IV di Barcellona e altri nobili cristiani guidarono un grande esercito contro Almería, una delle principali città musulmane della penisola. Con l’aiuto di una flotta genovese-pisana, conquistarono Almería nell’ottobre 1147. Berengario continuò la sua campagna e conquistò Tortosa, Fraga, Lleida e Mequinenza nel 1148-1149. La riconquista di Lisbona fu uno dei pochi successi cristiani della seconda crociata e una svolta cruciale nella storia del Portogallo. Fu anche un esempio di cooperazione tra i diversi regni cristiani della penisola iberica e i crociati provenienti da altre parti d’Europa. ## La crociata dei Tedeschi L’esercito crociato tedesco si unì ai francesi guidati da Luigi VII a Costantinopoli, la capitale bizantina, nel settembre 1147. L’imperatore Manuele I Comneno temeva che i crociati potessero attaccare il suo impero o allearsi con i suoi nemici, e inviò truppe bizantine per controllare i loro movimenti. Si ebbe una schermaglia tra i tedeschi e i bizantini presso il fiume Meandro, dove alcuni soldati tedeschi furono uccisi a causa di un’alluvione. I tedeschi arrivarono infine a Costantinopoli, ma i rapporti con Manuele erano freddi e ci fu una battaglia tra i due eserciti sulle mura della città. Corrado decise di marciare verso Konya, la capitale del Sultanato di Rum, e sottovalutò i consigli di Manuele, che gli aveva consigliato di aspettare i francesi e di seguire una rotta diversa. La divisione guidata da Corrado fu quasi completamente distrutta nella seconda battaglia di Dorylaeum il 25 ottobre 1147. I turchi utilizzarono tattiche di ritirata per attaccare la cavalleria tedesca, che si lanciò all’inseguimento senza coordinazione. Corrado subì attacchi quotidiani dai turchi lungo tutta la ritirata verso Costantinopoli, dove arrivò il 2 novembre con solo 2.000 uomini. L’altra divisione dell’esercito tedesco, guidata dal fratellastro di Corrado, Ottone di Frisinga, venne sconfitta nei pressi del Laodicea il 6 novembre 1147. Molti crociati furono catturati come schiavi dai turchi o dai greci. Solo pochi riuscirono a raggiungere Antiochia o Gerusalemme. La spedizione dei tedeschi nella seconda crociata fu un disastro militare e politico. Non solo fallì nel suo scopo di riconquistare Edessa o di aiutare i cristiani orientali, ma anche peggiorò le relazioni tra i crociati occidentali e i bizantini, che si accusarono reciprocamente della sconfitta. ## La crociata dei Francesi Il re Luigi VII di Francia si unì alla crociata con un grande esercito di circa 15.000 uomini, tra cui molti nobili francesi e altri eserciti provenienti dalla Lorena, Bretagna, Borgogna e Aquitania. Il suo obiettivo era di raggiungere la Terra Santa attraverso la via terrestre, passando per l’Impero bizantino. I crociati francesi, guidati da Luigi VII, partirono da Metz nel giugno 1147. Lungo la strada si unirono ad altri contingenti provenienti da diverse regioni d’Europa. Luigi VII stabilì una buona relazione con l’imperatore bizantino Manuele I Comneno a Costantinopoli, dove arrivò nel settembre 1147. Manuele chiese ai francesi di giurare che avrebbero consegnato alcuni territori conquistati all’Impero bizantino, come aveva fatto il re Corrado III di Germania. Luigi accettò la richiesta e ricevette il sostegno e la guida dei bizantini. L’esercito francese si unì a quello di Corrado e seguirono l’itinerario di Ottone di Frisinga, lo zio di Corrado, che era stato sconfitto dai turchi nei pressi del Laodicea. Luigi e i francesi si batterono con successo contro i turchi nella battaglia di Efeso il 24 dicembre 1147. Tuttavia, l’esercito francese subì pesanti perdite a causa degli attacchi dei turchi durante la marcia verso Adalia, dove speravano di trovare una flotta per il trasporto verso la Terra Santa. La flotta promessa non arrivò, e l’esercito fu quasi completamente distrutto, sia dai turchi sia dalla malattia, durante la lunga marcia ad Antiochia. Solo pochi crociati riuscirono a raggiungere la città nel marzo 1148. ## L’avvicinamento a Gerusalemme Luigi arrivò ad Antiochia il 19 marzo 1148 dopo aver ritardato il viaggio a causa delle difficoltà incontrate durante la marcia verso Adalia. Amedeo di Savoia, uno dei suoi principali alleati, era morto durante il viaggio a Cipro. Raimondo di Poitiers, principe di Antiochia e zio di Eleonora d’Aquitania, moglie di Luigi, accolse Luigi ad Antiochia e si aspettò il suo aiuto nella difesa contro i turchi. Raimondo propose a Luigi di partecipare a una spedizione contro Aleppo, la principale città musulmana della Siria settentrionale. Luigi rifiutò di partecipare a questa impresa e proseguì verso Gerusalemme per il suo pellegrinaggio. Eleonora fu esortata dallo zio ad ampliare i possedimenti familiari in Oriente e a divorziare da Luigi se lui non si fosse unito alla crociata. Circolarono voci su una possibile relazione tra Raimondo ed Eleonora, causando tensioni tra lei e Luigi. Luigi lasciò rapidamente Antiochia per recarsi a Tripoli, dove incontrò il re Baldovino III di Gerusalemme. Eleonora tentò di seguirlo, ma fu fermata dalle truppe del marito. Nel frattempo, Ottone di Frisinga e le sue truppe arrivarono a Gerusalemme, seguiti da Corrado III di Germania, che si era ripreso dalle ferite subite nella battaglia di Dorylaeum. I due sovrani tedeschi decisero di unirsi alla crociata e attesero l’arrivo di Luigi. Il reggente di Damasco, Mu’in al-Din Unur, si preparò per la guerra contro i crociati, cercando aiuto dai governanti rivali di Aleppo e Mosul. ## La decisione di attaccare Damasco La nobiltà di Gerusalemme accolse le truppe europee e tenne un concilio per decidere gli obiettivi dei crociati. L’Alta corte di Gerusalemme si incontrò con i crociati a Palmarea, vicino ad Acri, la più grande assemblea di nobili nella storia di Gerusalemme. La seconda crociata era stata proclamata per riconquistare Edessa, ma il re Baldovino III di Gerusalemme e i cavalieri templari desideravano attaccare Damasco, la più antica e potente città musulmana della Siria. Corrado III e Luigi VII si unirono al piano di attaccare Damasco, nonostante fosse considerato folle da molti nobili di Gerusalemme, che avevano stretto alleanze con la città in passato. Damasco era strategica per la sua posizione lungo il confine orientale e per prevenire l’unione delle forze musulmane ostili contro i crociati. Inoltre, Damasco era stata recentemente minacciata dal sultano Nur ad-Din Zangi, il signore di Aleppo e Mosul, che aveva conquistato Edessa. A luglio, gli eserciti crociati si riunirono a Tiberiade e si diressero verso Damasco. ## L’assedio di Damasco I crociati attaccarono Damasco da ovest, dove gli alberi dei frutteti avrebbero fornito loro cibo e legna. Dopo aver raggiunto le mura della città, iniziarono immediatamente l’assedio, tagliando gli alberi circostanti per costruire macchine d’assedio. Tuttavia, i musulmani difesero strenuamente la città e respinsero i crociati con frecce e con l’utilizzo del famoso fuoco greco, una sostanza infiammabile, quasi impossibile da spegnere. I crociati si spostarono quindi verso la pianura orientale, dove le fortificazioni erano meno imponenti ma il cibo e l’acqua erano molto più scarsi. I crociati si trovarono presto intrappolati tra le mura della città e gli eserciti musulmani che accorrevano in loro aiuto. Nur ad-Din Zangi, il sultano di Aleppo e Mosul, e suo fratello Saif ad-Din Ghazi I, il signore di Mosul, ostacolarono i crociati con attacchi a sorpresa e tattiche di guerriglia. I signori crociati locali, come Baldovino III di Gerusalemme e Raimondo di Tripoli, decisero di abbandonare l’assedio a causa della difficile situazione e della mancanza di accordi sul destino della città in caso di conquista. Corrado fece ritorno a Gerusalemme il 28 luglio, seguito dagli arcieri turchi lungo il percorso. Anche Luigi si ritirò poco dopo. L’assedio di Damasco durò solo quattro giorni e si concluse con una decisiva sconfitta dei crociati. La seconda crociata si disintegrò e i suoi capi tornarono in Europa più amareggiati e arrabbiati tra loro che con il nemico musulmano. ## Le conseguenze della seconda crociata La seconda crociata causò una reciproca diffidenza tra le forze cristiane e portò alla rovina dei regni cristiani in Terra Santa. Bernardo di Chiaravalle, il monacoche aveva predicato la crociata, si sentì umiliato e inviò una lettera di scuse al Papa, in cui si attribuiva la colpa del fallimento. In Germania, la crociata fallita fu considerata disastrosa, con molti pagamenti di riscatti per liberare i cavalieri prigionieri e altri venduti come schiavi. In Francia, l’impatto culturale della crociata fu significativo, con l’ispirazione di temi riguardanti l’amor cortese e l’immagine di Luigi come re pellegrino sofferente. Le relazioni tra l’impero romano d’oriente e la Francia furono compromesse, a causa delle accuse reciproche di tradimento e della mancanza di cooperazione militare. Nella penisola iberica, le campagne di Spagna furono vittoriose per i cristiani nella Reconquista. I portoghesi conquistarono Lisbona nel 1147 con l’aiuto dei crociati inglesi, mentre i catalani presero Tarragona e Tortosa con l’aiuto dei genovesi e dei pisani. In Terra Santa, la situazione si fece critica con la proclamazione di Saladino come sultano d’Egitto nel 1171. Saladino unificò le forze musulmane sotto il suo comando e lanciò una serie di attacchi contro i regni cristiani. Nel 1187, Saladino sconfisse i crociati nella battaglia di Hattin e conquistò Gerusalemme. Questo evento scatenò la terza crociata, che tentò invano di riconquistare la città santa. La seconda crociata segnò l’inizio della fine dei regni cristiani in Terra Santa e del dilagare delle forze musulmane. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [L'imperatore Caligola. La follia prende il potere a Roma](https://scriptamanentitalia.it/imperatore-caligola-roma/) **Published:** Agosto 13, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Scopri la vita di Caligola, il terzo imperatore romano noto per le sue opere pubbliche, scelte politiche e religiose assolutiste. Esplora le fasi contrastanti del suo regno, tra benevolenza e tirannia, e la sua tragica fine tramite una congiura. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini familiari e infanzia](#Origini_familiari_e_infanzia) - [L’adolescenza e la morte del padre Germanico](#Ladolescenza_e_la_morte_del_padre_Germanico) - [Il ritorno a Roma e la morte della madre Agrippina](#Il_ritorno_a_Roma_e_la_morte_della_madre_Agrippina) - [Il soggiorno di Caligola a Capri con Tiberio](#Il_soggiorno_di_Caligola_a_Capri_con_Tiberio) - [Il primo regno di Caligola e la malattia](#Il_primo_regno_di_Caligola_e_la_malattia) - [Il regno di Caligola: politica interna](#Il_regno_di_Caligola_politica_interna) - [Campagne militari in Occidente: Reno e Britannia](#Campagne_militari_in_Occidente_Reno_e_Britannia) - [Le scelte di Caligola in Oriente](#Le_scelte_di_Caligola_in_Oriente) - [La vita a corte di Caligola e l’assolutismo politico-religioso](#La_vita_a_corte_di_Caligola_e_lassolutismo_politico-religioso) - [La congiura e la morte di Caligola](#La_congiura_e_la_morte_di_Caligola) **Caio Giulio Cesare Germanico**, noto come **Caligola**, fu il terzo imperatore romano, figlio di Germanico e Agrippina Maggiore. Il suo soprannome, che significa “Calzatura”, gli fu dato dai legionari che lo videro crescere in un accampamento militare. Il suo regno fu segnato da due fasi distinte: la prima, in cui si mostrò benevolo e liberale verso il popolo e il Senato, e la seconda, in cui divenne tirannico e folle a causa di una grave malattia. Caligola si distinse per le sue opere pubbliche, le sue campagne militari inconcludenti, le sue scelte politiche e religiose assolutiste e le sue crudeltà e dissolutezze. Fu ucciso da una congiura organizzata da alcuni pretoriani e senatori che non sopportavano più il suo comportamento. La sua figura è stata fonte di ispirazione per diverse opere letterarie e artistiche, che ne hanno esaltato o criticato gli aspetti più controversi. ## Origini familiari e infanzia Caligola era figlio di **Giulio Cesare Germanico,** il generale vendicatore della disfatta romana di Teutoburgo e vincitore delle battaglie di Idistaviso e del Vallo Angrivariano. Sua madre, **Agrippina Maggiore**, era una nobildonna romana dal forte carattere, a sua volta figlia di **Marco Vipsanio Agrippa**, il braccio destro di Augusto, e di **Giulia Maggiore**, la figlia di primo letto di Augusto. Il 31 agosto del 12 d.C, presso la città di **Anzio**, nacque Gaio Giulio Cesare Germanico, che sarebbe passato alla storia con il soprannome di “**Caligola**.” La sua infanzia fu certamente felice: crebbe nell’amore del bisnonno **Augusto**, che nutriva su di lui le più ampie aspettative, della bisnonna **Livia Drusilla**, che gli insegnava i valori di un cittadino romano, e della madre Agrippina Maggiore, che ebbe su di lui una profonda influenza. ## L’adolescenza e la morte del padre Germanico Il padre **Giulio Cesare Germanico** venne inviato in Germania per delle campagne militari punitive che durarono dal 14 al 16 d.C, proprio per vendicare la sconfitta romana di **Teutoburgo**. Germanico portò con sé la moglie **Agrippina Maggiore** e il giovanissimo figlio, che trascorsero quegli anni nell’accampamento romano di Ara Ubiorum, nell’odierna città tedesca di Colonia. Agrippina assunse immediatamente un ruolo dominante, dando ordini agli uomini e vivendo nell’accampamento assieme ai legionari, dimostrando di avere un ruolo di primo piano durante l’organizzazione delle campagne militari. Il piccolo, che allora aveva due anni, crebbe in un ambiente prettamente militare e i legionari, guardandolo con affetto quel bambino che si vestiva come un piccolo soldato romano, gli affibbiarono il soprannome di “**Caligola**”, che è un diminutivo della “Caliga”, la tipica calzatura del legionario romano. Nonostante le vittorie ottenute dal padre, l’imperatore Tiberio **decise di interrompere le campagne militari germaniche** e richiamarlo a Roma. La scelta dell’imperatore dipese da una serie di elementi: Germanico stava conquistando notevole favore presso i soldati e la moglie Agrippina sobillava continuamente il marito, cercando di convincerlo a usare le legioni a lui fedeli per spodestare Tiberio e diventare il nuovo imperatore. Caligola fu così **testimone del trionfo del padre a Roma**, dove Germanico fu osannato per le vittorie che aveva ottenuto contro le tribù germaniche. Di lì a poco, Tiberio, temendo la straordinaria popolarità di Germanico, decise di allontanarlo e inviarlo in Oriente. Le province romane ad Est dovevano essere gestite con grande attenzione, soprattutto nella scelta dei sovrani da nominare sul trono dei regni clienti. A Germanico venne così affidato l’Imperium su tutte le province orientali. Tuttavia, Tiberio non si fidava completamente di lui e decise di affiancargli il governatore della Siria, **Gneo Calpurnio Pisone,** con il compito di controllarne le mosse. Germanico e Pisone entrarono immediatamente in contrasto: l’uno annullava i provvedimenti dell’altro e le liti erano all’ordine del giorno. Durante questo periodo, Germanico si recò anche in Egitto e, acclamato dalla popolazione, decise di sua propria iniziativa di stabilire un nuovo prezzo del grano, cosa che fece infuriare Tiberio e gli costò una furiosa reprimenda. La situazione precipitò quando Germanico venne improvvisamente avvelenato e **morì il 10 ottobre del 19 d.C ad Antiochia**. Poco prima di spirare, Germanico comunicò alla moglie Agrippina di essere stato **avvelenato** da Pisone. Agrippina, sconvolta, giurò vendetta. Proprio in quel momento, Caligola osservò il cadavere del padre, le sue macchie sul corpo, la bava che gli usciva dalla bocca e gli venne raccontato che il cuore era talmente intriso di veleno da non bruciare nemmeno in mezzo alle fiamme. Questo, sicuramente, rappresentò un trauma che cambiò profondamente il carattere di Caligola. ## Il ritorno a Roma e la morte della madre Agrippina Tornata a Roma, **Agrippina Maggiore denunciò l’avvelenamento del marito Germanico** da parte di Pisone e pretese giustizia. Agrippina nutriva forti sospetti anche sull’imperatore Tiberio, che considerava il mandante dell’omicidio. D’altronde, Tiberio aveva sempre sospettato di Germanico e per via delle loro divergenze lo aveva sia richiamato dalla Germania sia inviato in Oriente. Viceversa, anche Tiberio sospettava di Agrippina, che da tempo era per lui una pericolosa nemica politica. Durante il processo contro Pisone, Tiberio non si sbilanciò, prestando particolare attenzione a rimanere neutrale e a non sostenere né Pisone né Agrippina. Per fortuna di Pisone, durante le indagini non emersero indizi in grado di dimostrare il suo coinvolgimento nell’avvelenamento di Germanico, così la prima parte del processo si risolse con una assoluzione per insufficienza di prove. Tuttavia, Pisone era consapevole che altre gravi accuse giudiziarie erano imminenti e preferì suicidarsi prima dell’arrivo del verdetto. La rabbia di Agrippina era al massimo: non solo Pisone non era stato punito, ma anche lo stesso Tiberio era riuscito a sfuggire a ogni sospetto. Il clima era estremamente teso, e Tiberio sapeva di doversi disfare di lei. Durante un banchetto, Tiberio le offrì del cibo, probabilmente come trappola, ma Agrippina rifiutò sdegnosamente l’offerta dell’imperatore. Questi ebbe dunque la scusa per accusarla di **lesa maestà.** Tiberio decise di esiliare Agrippina sull’isola di Ventotene, dove, strettamente controllata dai suoi uomini, la donna **si lasciò morire di fame.** Caligola, all’età di 21 anni, aveva così assistito alla drammatica morte del padre e alla disfatta della madre, a causa delle macchinazioni di Tiberio e degli intrighi di palazzo. ## Il soggiorno di Caligola a Capri con Tiberio Tiberio, che non aveva mai voluto governare Roma e che era manovrato dal suo prefetto del Pretorio Seiano, decise di ritirarsi presso la sua villa di Capri gestendo gli affari di corte a distanza. Mentre delegava la maggior parte delle decisioni al suo prefetto del Pretorio, Tiberio, che evidentemente non lo considerava pericoloso, espresse il desiderio di avere con sé il nipote Caligola. Iniziò così una **strana convivenza tra Tiberio e Caligola.** Tiberio non solo non odiava Caligola, ma addirittura lo considerava come un suo protetto che avrebbe educato affinché **potesse vendicarlo con il popolo romano**, che non lo apprezzava, e con coloro che complottavano contro di lui. Caligola si dimostrò, probabilmente per salvare la sua vita, un **servo rispettoso** ed educato nei confronti di Tiberio. Ma le fonti antiche ci parlano di un Caligola che, durante questi anni, inizia a mostrare segni di una sottile crudeltà: non solo era desideroso di assistere in prima persona alle esecuzioni capitali e di osservare le sofferenze inflitte ai torturati, ma si dedicava ad una serie di dissolutezze, come la regolare frequentazione di taverne e di bordelli. Nonostante ciò, Caligola divenne gradualmente il **successore designato di Tiberio.** Un possibile contendente al trono sarebbe stato in realtà Tiberio Gemello, probabile figlio naturale del prefetto del Pretorio Seiano. Tuttavia, Seiano era caduto in disgrazia dopo che Tiberio aveva scoperto le sue trame, e Tiberio Gemello fu **subito escluso dalla successione.** Con il passare del tempo, i nuovi comandanti dei pretoriani, come **Silano e Macrone**, svilupparono un forte attaccamento a Caligola, facendolo apparire come il successore più logico e probabile di Tiberio. Infine, il 16 marzo del 37 d.C, Tiberio, all’età di 77 anni, morì. Ci sono varie teorie sulla morte di Tiberio, alcune sostengono che sia stata naturale, altre suggeriscono che sia stato soffocato da Macrone per favorire la successione di Caligola. Caligola accompagnò dunque il corpo del defunto imperatore durante il ritorno a Roma, e in quella occasione recuperò anche le ceneri di sua madre Agrippina per deporle nel mausoleo di Augusto. Il popolo, quando lo vedeva, lo acclamava e lo chiamava **“figlio di Roma”**, dimostrando grande affetto nei suoi confronti. Dopotutto, Caligola era il figlio di Germanico, una figura ancora molto amata dal popolo romano per le sue vittorie. Constatando l’approvazione che il popolo dimostrava per Caligola, il Senato romano decise di nominarlo imperatore. Era il **18 marzo del 37 d.C.** ## Il primo regno di Caligola e la malattia Il regno di Caligola iniziò nel miglior modo possibile. Il nuovo Princeps dimostrò innanzitutto la **volontà di restituire la libertà al popolo romano** attraverso alcune leggi, tra cui nuove norme per combattere la corruzione. Caligola favorì anche lo sviluppo di alcuni scritti dello storico romano **Tito Labieno e di Cremuzio Cordo,** che denunciavano le malversazioni dell’aristocrazia senatoria; testi che fino a pochi decenni prima erano stati censurati, soprattutto da Augusto. Inoltre, concesse **un’amnistia generale** per tutti i condannati e i processati, mentre dall’altro lato, fece allontanare tutti coloro che erano sospettati di costumi sessuali scandalosi e inopportuni. Caligola si fece amare dal popolo organizzando **giochi meravigliosi e banchetti gratuiti** per tutta la città, e concepì enormi costruzioni per il puro divertimento della folla, tra cui due file di navi ancorate fianco a fianco e ricoperte di terra, affinché costituissero una seconda via Appia che i romani potevano visitare, con loro immenso stupore. Il Principato di Caligola, iniziato in un clima di festa e apparente libertà, fu tuttavia **stroncato da una malattia** che colpì il Princeps nell’ottobre del 37 d.C e che cambiò tutto. Le fonti ci dicono come Caligola, sebbene generalmente in buona salute, soffrisse già in adolescenza di svenimenti improvvisi e di una stranissima mancanza di forze, sintomi che avevano convinto lo stesso Caligola di soffrire di una strana malattia al cervello. Nell’ottobre del 37 d.C, Caligola fu **colpito da una grave febbre che lo fece sprofondare in una specie di coma.** Il popolo romano ne fu profondamente costernato e tutti i cittadini romani si dedicarono alla preghiera degli Dei per la salvezza della sua vita. Dopo qualche settimana, Caligola si riprese, ma il suo carattere era completamente cambiato: irascibile, violento e facilmente soggetto ad attacchi di isteria. Cominciò così il regno di un Princeps completamente sconvolto dalla **grave malattia che lo aveva colpito.** Già gli autori antichi avevano ipotizzato diverse cause per il drammatico e repentino cambio di carattere di Caligola. Svetonio e Plinio il Vecchio attribuiscono la colpa a un **potente afrodisiaco** che Caligola utilizzava regolarmente e che avrebbe contribuito alla sua malattia, mentre altri, come Dione Cassio e Plutarco, ritengono invece che fosse una **malattia ereditata dalla madre Agrippina Maggiore**, anch’essa esposta ad attacchi improvvisi di cattiveria. Gli studiosi moderni attribuiscono alle azioni di Caligola caratteristiche simili al disturbo bipolare, al disturbo borderline o alla **schizofrenia**, mentre altri ipotizzano **un’encefalite** o il saturnismo, un avvelenamento da piombo, ipotesi probabile, dato che i romani facevano ampio uso di questo metallo senza conoscerne esattamente gli effetti a lungo termine. ## Il regno di Caligola: politica interna Caligola si dedicò innanzitutto alle opere pubbliche: fece costruire il **tempio di Augusto e il Teatro di Pompeo** e si dedicò alla ricostruzione di alcuni importanti **templi di Siracusa** che necessitavano da decenni di manutenzione. Ordinò anche il rinnovo di alcuni porti militari e commerciali in **Calabria e in Sicilia**. Fece costruire due enormi navi, ancorate presso il lago di Nemi**.** Le imbarcazioni avevano dimensioni colossali ed erano dotate persino di un tempio e di colonne, oltre ad una grandissima quantità di pietre preziose e di rivestimenti di altissimo pregio. Caligola fece prelevare anche un sontuoso obelisco della città egizia di **Eliopoli**, che venne posizionato in un nuovo circo di sua costruzione, che sarebbe poi stato completato da Nerone. Quell’obelisco è ancora oggi presente in **Piazza San Pietro, a Roma**. A Caligola si deve anche la ricostruzione dell’acquedotto dell’**Aqua Iulia** e l’edificazione del tempio di **Castore e Polluce nel Foro Romano.** Se da un lato fu un buon ideatore di infrastrutture, l’amministrazione finanziaria di Caligola fu assolutamente fallimentare. L’imperatore Tiberio, che si era dimostrato un abile economo, aveva lasciato alla sua morte 2 miliardi e 700 milioni di sesterzi nelle casse dello Stato. Caligola fu capace di **dilapidarli completamente.** Egli si dedicava a continue elargizioni nei confronti dell’esercito e della Guardia Pretoriana per assicurarsi il suo potere. Eseguiva inoltre continue **donazioni** al popolo romano, oltre alla ripetuta costruzione di **infrastrutture costosissime e assurde**, come le già citate navi di Nemi, ma anche di dighe e opere di dubbia utilità. Quando le casse statali cominciarono a non sopportare le spese di Caligola, l’imperatore utilizzò ogni tipo di abuso per raccogliere nuovo denaro. Tra le pratiche vi erano **modifiche illegali dei testamenti** degli aristocratici, l’istituzione di **aste giudiziarie** che servivano a confiscare senza alcun diritto beni e proprietà, **istituzione di processi tributari** decisi direttamente dal Princeps di sua iniziativa, e creazione e imposizone di **nuove tasse** che scontentarono la maggior parte della cittadinanza romana. ## Campagne militari in Occidente: Reno e Britannia La famiglia di Caligola aveva avuto grandi generali: il nonno, Druso Maggiore, era giunto fino al fiume Elba e il padre Germanico aveva sconfitto le tribù fino al fiume Weser. Caligola voleva dunque emulare le gesta dei grandi condottieri della sua famiglia. Per questo motivo concepì una spedizione militare sul fiume Reno e in Britannia. Istituì due nuove regioni, la quindicesima e la ventiduesima primigenia, e costeggiò il fiume Reno con i suoi soldati. Durante questa spedizione ottenne la sottomissione di alcune tribù germaniche e uccise un governatore colpevole di avere un rapporto troppo stretto con i suoi soldati. Ma nonostante questo, la spedizione di Caligola sul Reno fu **sostanzialmente inconcludente.** Decise allora di proseguire lungo la costa per solcare l’Atlantico e raggiungere la Britannia, come aveva già fatto Giulio Cesare. Tuttavia, i suoi soldati, arrivati sulla spiaggia, ricevettero l’ordine di togliersi gli elmi e di **utilizzarli per raccogliere conchiglie,** come se queste fossero la prova del successo militare di Caligola. L’imperatore diede inoltre l’ordine di **costruire una alta torre sulla spiaggia per celebrare la sua vittoria.** Anche se alcuni autori antichi riportano queste testimonianze, un’analisi attenta delle fonti da parte degli storici moderni ridimensiona l’assurdità dell’accaduto. Probabilmente la spedizione di Caligola si concretizzò in una missione di ricognizione. Ad ogni modo, tutta la campagna militare di Caligola in Occidente non ebbe risultati significativi. ## Le scelte di Caligola in Oriente In Oriente, Caligola dovette nominare diversi regnanti come rappresentanti del potere romano. Infatti, i Romani avevano imparato ad utilizzare stati clienti e regnanti filoromani per gestire con minor sforzo i confini orientali. Caligola scelse i nuovi regnanti sulla base delle proprie simpatie e sensazioni personali. Decise di installare il re **Polemone II** nel regno del Ponto e del Bosforo, e insediò il re **Meretalce III** nel regno di Tracia. In Armenia, importantissimo stato cuscinetto con il regno dei Parti, sollevò il re Mitridate e nominò il re **Antioco**, il quale ricevette anche una straordinaria donazione da parte di Caligola di **100 milioni di sesterzi.** Caligola sfiorò invece un grave **incidente diplomatico in terra di Giudea.** I Giudei, che si erano ribellati al potere romano nella città egizia di Alessandria, vennero puniti da Caligola con l’ordine di posizionare una propria statua nel tempio di Gerusalemme. Questa azione, che costituiva una gravissima offesa nei confronti della religione giudaica, avrebbe rapidamente condotto ad una rivolta su vasta scala. Il governatore di Siria dell’epoca, **Petronio**, decise di temporeggiare, inviando una serie di lettere all’imperatore chiedendogli di concedergli più tempo per convincere l’aristocrazia ebraica. Vedendo tuttavia che i capi giudei non avrebbero mai accettato la presenza di una statua dell’imperatore nel proprio tempio, Petronio scongiurò il proprio princeps di rinunciare all’idea. Caligola gli inviò una lettera di risposta dove non solo rifiutava la sua proposta, ma gli dava l’ordine di suicidarsi immediatamente. Per fortuna di Petronio, la lettera arrivò **nove giorni dopo la morte di Caligola** tanto che egli poté tranquillamente ignorare gli ordini dell’imperatore. ## La vita a corte di Caligola e l’assolutismo politico-religioso Durante il suo breve regno, Caligola dimostrò più volte un carattere cattivo e irragionevole, ai limiti della follia. L’imperatore **umiliava ripetutamente l’aristocrazia senatoria**. Tra le sue azioni peggiori si ricordano le esecuzioni per i motivi più futili e disparati, che crearono un clima di terrore in tutto il palazzo imperiale. Caligola inoltre si divertiva ad **insidiare** le mogli dei senatori e a costringerle ad andare a letto con lui, per poi vantarsi pubblicamente delle sue prestazioni sessuali. Le fonti antiche, sia Svetonio che Dione Cassio, ci parlano addirittura della proposta di **nominare il suo cavallo, Incitatus, come console.** Sebbene in realtà Caligola non entrò mai realmente in Senato con il proprio cavallo, la sua proposta rappresentò un’offesa massima per tutti i senatori. Ma aldilà dei suoi bizzarri comportamenti, Caligola accarezzò l’idea di **restaurare la monarchia** e cominciò a comportarsi come un **monarca assoluto**, imitando la forma di governo dei grandi regni orientali, soprattutto l’Egitto e il Regno Seleucide. La posizione di Caligola fu aggravata dalla sua decisione di trasferire la capitale **da Roma ad Alessandria d’Egitto**, dove si proclamò figlio del dio egizio Iside. Questo assolutismo politico non poteva minimamente essere accettato dai Romani, che vedevano l’imperatore solamente come la massima carica militare per la garanzia del buon funzionamento dello Stato. Inoltre, violando tutte le consuetudini religiose, Caligola **voleva essere trattato come un Dio vivente**. Anche in questo caso, i romani divinizzavano gli imperatori solo dopo la morte, mentre il concetto del Dio vivente faceva parte di una tradizione più orientale. La figura di Caligola, dunque, non era compatibile con il suo tempo e il pessimo rapporto che aveva con il Senato favorì la nascita di più complotti per la sua morte. ## La congiura e la morte di Caligola La situazione non poteva andare avanti a lungo e i senatori complottarono per uccidere il proprio imperatore. Il complotto si basò sull’iniziativa di tre persone in particolare: il tribuno **Cassio Cherea**, regolarmente umiliato da Caligola che lo canzonava per la sua voce acuta e metteva continuamente in dubbio la sua virilità; il **consigliere imperiale Callisto**, consapevole che la follia di Caligola avrebbe messo a rischio lo stato; e il **prefetto del pretorio Macrone,** concorde nell’uccidere Caligola. L’occasione si presentò il 24 gennaio del 41 d.C, durante i festeggiamenti dei Ludi palatini. Caligola si recò nello splendido teatro per assistere ai giochi, e verso la fine delle manifestazioni si alzò e attraversò il criptoportico, un lungo corridoio che lo collegava direttamente al palazzo imperiale. Caligola si fermò a parlare con alcuni attori di origine asiatica che si sarebbero esibiti poco dopo. In quel momento, un gruppo di pretoriani **attaccò l’imperatore e la guardia germanica che lo difendeva.** Durante la violenta colluttazione, Caligola venne colpito con **oltre 30 coltellate.** Il suo corpo venne immediatamente trasportato negli **Horti Lamiani**. Dopo un primo tentativo di bruciare il suo cadavere, venne scavata una buca di emergenza e fu seppellito grossolanamente. In seguito, i pretoriani raggiunsero sua moglie **Milonia Cesonia,** che venne pugnalata a morte, e giustiziarono orribilmente anche sua figlia piccola, **Giulia Drusilla,** che venne scaraventata contro un muro e morì all’istante. Alla notizia della morte dell’imperatore Caligola, il popolo romano inizialmente non reagì. Si pensava infatti che si trattasse di uno scherzo organizzato dall’imperatore per capire chi era realmente dalla sua parte. Tuttavia, una volta ottenuta la conferma che Caligola era realmente morto, i pretoriani cercarono immediatamente il suo successore, identificato in **Claudio**, un membro della famiglia Giulio Claudia che fino a quel momento era quasi totalmente ignorato, ma che sembrava facilmente manovrabile e controllabile. La figura di Caligola è entrata nella storia per la sua follia e gli intrighi di palazzo. Sicuramente il suo regno può essere diviso in due parti: i primi mesi, nei quali Caligola, nel pieno delle sue facoltà mentali, offriva al popolo romano una politica libertaria e di rinnovamento e il secondo, successivo alla malattia, che tirò fuori il peggio del suo carattere, dominato da decisioni impulsive e poco utili per lo sviluppo dello Stato romano, oltre che da campagne militari quasi totalmente irrilevanti. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La terza battaglia di Nola (214 a.C). L'ultimo duello tra Claudio Marcello e Annibale](https://scriptamanentitalia.it/terza-battaglia-nola-214-claudio-marcello-annibale/) **Published:** Agosto 8, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La situazione storica](#La_situazione_storica) - [La situazione militare nel 214 a.C.](#La_situazione_militare_nel_214_aC) - [La terza battaglia di Nola](#La_terza_battaglia_di_Nola) - [Le conseguenze e la rinuncia di Annibale](#Le_conseguenze_e_la_rinuncia_di_Annibale) La **terza battaglia di Nola** rappresentò un’epica contesa tra le forze romane, guidate dal console Marco Claudio Marcello, e le truppe cartaginesi comandate da Annibale. Questo scontro ebbe luogo nel **214** a.C., nel contesto della seconda guerra punica. Nola, una città campana, resistette fedele a Roma nonostante la defezione di Capua e di altri centri italici. ## La situazione storica Dopo la catastrofica sconfitta romana nella battaglia di Canne del 216 a.C., diversi popoli italici decisero di abbandonare l’alleanza con Roma e unirsi a **Annibale**, il carismatico comandante cartaginese, che aveva attraversato le Alpi con i suoi elefanti e aveva inflitto pesanti perdite all’esercito romano. Capua, una delle città più grandi d’Italia dopo Roma, fu tra le prime a passare dalla parte di Annibale nel 215 a.C. Tuttavia, non tutti i centri della Campania accettarono di seguirlo. **Nola**, una città ricca e popolosa, resistette con fermezza al cartaginese e mantenne la sua lealtà verso Roma. Questo perché Nola era governata da una **fazione aristocratica che temeva di perdere il potere** in caso di cambiamento di alleanza. Inoltre, la città aveva antichi legami di amicizia e ospitalità con Roma. Annibale **tentò invano di conquistare Nola per due volte, nel 216 e nel 215 a.C.** In entrambe le occasioni, l’arrivo dell’esercito del pretore **Marco Claudio Marcello**, un generale esperto e coraggioso, cambiò le sorti del conflitto e costrinse Annibale a ritirarsi. Marcello era conosciuto come “la spada di Roma” per la sua abilità nel combattimento ravvicinato e il suo duello mortale con il re dei Galli Viridomaro nella battaglia di Clastidio nel 222 a.C. Nel 215 a.C., dopo il **fallimento del secondo assedio di Nola,** Annibale si vendicò attaccando e saccheggiando la vicina città di Nuceria Alfaterna, che era rimasta fedele a Roma. L’anno successivo, nel 214 a.C., Annibale fece un terzo tentativo di conquistare Nola, ma questa volta si trovò di fronte a una sfida ancora più ardua. ## La situazione militare nel 214 a.C. Nel 214 a.C., i nuovi consoli romani erano **Quinto Fabio Massimo Verrucoso e Marco Claudio Marcello.** Fabio Massimo era noto come “il Temporeggiatore” perché aveva adottato una strategia difensiva contro Annibale, evitando scontri diretti e limitandosi a controllarne i movimenti e tagliarne le linee di rifornimento. Marcello, al contrario, era più incline all’offensiva e desiderava affrontare personalmente il cartaginese. I due consoli informarono il Senato sulla situazione bellica e sulle forze militari disponibili. Fu deciso di condurre la guerra con un **totale di 18 legioni,** con l’arruolamento di sei nuove unità. Quattro legioni furono assegnate a Fabio Massimo per difendere la Campania e il Sannio da Annibale. Allo stesso tempo, Marcello ebbe il comando di quattro legioni per operare in Sicilia contro i Cartaginesi e i loro alleati siracusani. Le restanti dieci legioni furono distribuite tra vari pretori per fronteggiare minacce provenienti dalla Sardegna, dalla Spagna, dalla Gallia Cisalpina e dall’Illiria. Nel frattempo, gli abitanti di Capua inviarono ambasciatori ad Annibale per chiedere il suo aiuto, temendo la vendetta di Roma per la loro defezione. **Annibale si diresse verso Capua** e pose il campo sul Monte Tifata, una collina che dominava la città. Lasciò parte delle sue truppe, composte da Numidi e Ispanici, a difendere gli accampamenti e si portò con il resto dell’esercito al lago d’Averno, un luogo sacro e misterioso tra Cuma e Pozzuoli. Fabio Massimo, accampato vicino a **Suessula**, si unì al suo esercito e inviò dispacci ai vari comandanti per informarli sugli spostamenti delle truppe nemiche. Marcello, che era in Sicilia, ricevette l’ordine di tornare in Italia con le sue quattro legioni e di sostituire il pretore Marco Valerio Levino al comando delle operazioni in Campania. Annibale fu anche implorato dai Tarantini di recarsi nella loro città per liberarla dall’occupazione romana. Taranto, una città greca situata sul mar Ionio, aveva un’enorme importanza strategica e commerciale. Annibale accettò la richiesta dei Tarantini e decise di marciare verso la Puglia. Tuttavia, prima di partire, volle fare un ultimo tentativo su Nola, sperando di sfruttare la ribellione della plebe locale contro i Romani. ## La terza battaglia di Nola Annibale **saccheggiò il territorio di Cuma** e poi si diresse verso Puteoli, una città alleata dei Romani con un importante porto sul mar Tirreno. Non riuscendo ad assaltare Puteoli, devastò le terre intorno a Neapolis, la città greca natale del poeta Virgilio. Fu qui che ricevette notizia della ribellione della plebe di Nola contro i Romani e dell’appello per il suo aiuto. Annibale non esitò e si diresse verso Nola, sperando di conquistarla facilmente. Marcello, arrivato in Campania con le sue quattro legioni, si accampò a **Cales**, una città situata tra Capua e Teano. Appena venne a conoscenza dell’avvicinamento di Annibale a Nola, si preparò ad affrontare il nemico senza esitazione. Marcello era **convinto di poter sconfiggere il cartaginese in campo aperto** e voleva dimostrare il suo valore al Senato e al popolo romano. Marcello inviò il suo luogotenente **Gaio Claudio Nerone con 2.000 soldati scelti e 600 cavalieri** per aggirare le truppe cartaginesi e attaccarle alle spalle. Poi uscì dalla città con il resto dell’esercito e si schierò in ordine di battaglia davanti alle porte di Nola. Non è certo se Nerone sia abbia sbagliato percorso o se sia stato scoperto dai nemici prima di raggiungere la loro retroguardia. Tuttavia, Marcello **attaccò con impeto e riuscì a rompere le linee nemiche. I** Romani prevalsero sia nella fanteria che nella cavalleria, ma non poterono inseguire i fuggitivi perché la cavalleria di Nerone non arrivò in tempo. Marcello, vedendo che il nemico stava riformandosi, **ordinò una ritirata, sconvolgendo il piano tattico originale.** La battaglia fu sanguinosa e costò la vita a più di 2.000 soldati cartaginesi e circa 400 romani. Nerone tornò negli accampamenti di Marcello al tramonto. **Non riuscì a infliggere al nemico una sconfitta decisiva come avvenuto a Canne, e il console Marcello lo riprese severamente per il ritardo.** Il giorno seguente, i Romani si schierarono nuovamente in campo, sfidando Annibale a uscire dalle sue fortificazioni. Tuttavia, Annibale rimase rinchiuso nei suoi accampamenti, consapevole che insistere nel tentativo di conquistare la città gli avrebbe fatto perdere tempo prezioso. Il terzo giorno, Annibale, senza speranze di conquistare Nola, decise di lasciare il campo e di dirigersi verso Taranto, sperando che la città potesse tradire i Romani. ## Le conseguenze e la rinuncia di Annibale La terza battaglia di Nola segnò **l’ultima sfida tra Marcello e Annibale in Campania**. Fu anche l’ultima volta che Annibale tentò di conquistare una città alleata dei Romani con la forza. Da quel momento in poi, il comandante cartaginese si concentrò sulle regioni della Puglia e della Lucania, sperando di ottenere l’appoggio dei popoli locali e di Taranto. Marcello, d’altra parte, continuò le sue azioni belliche in Campania e in Sicilia, dove riuscì a conquistare Siracusa dopo un lungo assedio nel 212 a.C. Per questo successo, fu soprannominato “il conquistatore di Siracusa” e fu considerato uno dei migliori generali romani della seconda guerra punica. La terza battaglia di Nola fu un episodio di notevole importanza nel conflitto tra Roma e Cartagine. Dimostrò che i Roman**i erano in grado di affrontare Annibale** in campo aperto e di infliggere perdite significative alle sue truppe. Questo scontro dimostrò anche che Annibale **non era invincibile** e che aveva dei limiti nella sua strategia militare. Inoltre, evidenziò la lealtà e il coraggio di Nola, meritevole di rispetto e gratitudine da parte dei Romani. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La seconda battaglia di Nola (215 a.C). Annibale si arrende a Marcello](https://scriptamanentitalia.it/seconda-battaglia-nola-215-annibale-marcello/) **Published:** Agosto 8, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [La seconda battaglia di Nola](#La_seconda_battaglia_di_Nola) - [Le conseguenze](#Le_conseguenze) La seconda battaglia di Nola (215 a.C) è uno degli eventi chiave della seconda guerra punica, durante la quale Roma e Cartagine si fronteggiarono per il controllo del Mediterraneo. L’episodio ebbe luogo nel 215 a.C., quando il comandante cartaginese Annibale, dopo aver conseguito significativi successi politici e militari in Italia, cercò di conquistare la città campana di Nola, presidiata dal console romano Marco Claudio Marcello. La battaglia culminò con un trionfo dei Romani, che ostacolò ulteriori tentativi di espansione da parte di Annibale nella regione. ## Il contesto storico Nel 216 a.C., **Annibale** inflisse una disfatta devastante ai Romani nella battaglia di Canne, nella quale persero la vita circa 50.000 soldati romani, incluso il console **Lucio Emilio Paolo** e numerosi altri magistrati e senatori. Questo trionfo ebbe rilevanti ripercussioni politiche e strategiche per Annibale, che riuscì a persuadere molti popoli italici ad abbandonare l’alleanza con **Roma** e ad unirsi alla sua causa. Tra i più notevoli vi furono i **Campani, gli Atellani, i Calatini, parte dell’Apulia, i Sanniti (eccetto i Pentri)**, i Bruzi, i Lucani, gli Uzentini, il litorale greco, i Tarentini, Metaponto, Crotone, Locri e i Galli cisalpini. Inoltre, Annibale riuscì a conquistare Capua, la seconda città più importante della penisola dopo Roma, dove stabilì il suo quartier generale. Tuttavia, non tutti i centri italici cedettero al dominio di Annibale. Alcuni opposero una ferma resistenza all’assedio cartaginese, come Casilinum e **Nola**. Quest’ultima, di origine osca, occupava una posizione strategica tra Capua e Napoli. Annibale aveva già tentato di conquistarla nel 216 a.C., ma l’arrivo dell’esercito del console Marco Claudio Marcello aveva rovinato i suoi piani. Marcello era un generale esperto e coraggioso, che aveva già sconfitto i Galli Insubri nel 222 a.C. e si guadagnò l’appellativo di **“spada di Roma”.** Dopo aver salvato Nola dall’assedio cartaginese, Marcello compì incursioni nel territorio dei Campani e dei Sanniti Caudini, provocando il malcontento di questi popoli e spingendoli a richiedere aiuto ad Annibale. ## La seconda battaglia di Nola Nel 215 a.C., Marco Claudio Marcello venne riconfermato console per il terzo anno consecutivo e gli fu assegnato l’incarico di difendere la città di Nola. Il suo collega Quinto Fabio Massimo Verrucoso, noto come “il **Temporeggiatore**” per la sua tattica prudente nei confronti di Annibale, guidò il suo esercito a occupare le città di **Combulteria, Trebula e Austicula, passate sotto il controllo dei Cartaginesi.** A Nola, la situazione era tesa: il Senato propendeva per l’alleanza con Roma, mentre la cittadinanza era dalla parte dei Cartaginesi e desiderava consegnare la città ad Annibale. Marcello dovette quindi mantenere l’ordine interno e prepararsi per l’attacco esterno. Annibale giunse rapidamente con il suo esercito. Aveva promesso aiuto e sostegno agli **Irpini** e ai **Sanniti Caudini,** i quali lo sollecitavano a liberarli dalle scorrerie romane. Inoltre, sperava di ottenere la resa di Nola tramite la mediazione dei suoi alleati locali. Infatti, due senatori nolani, **Erenio Basso ed Erio Pezzo**, furono convocati da Annone, uno dei luogotenenti di Annibale, per discutere della resa di Nola. Tuttavia, i due senatori risposero che i vincoli di amicizia con i Romani li avrebbero spinti a difendere la città fino all’ultimo. Annibale decise allora di circondare Nola con una **schiera di soldati**, nell’auspicio di intimorire i difensori e fomentare una rivolta interna. Marcello, tuttavia, non si fece impressionare e ordinò ai suoi soldati di rifugiarsi all’interno delle mura, mentre consentì ai senatori di osservare i movimenti del nemico dalla sicurezza delle difese cittadine. Sfruttando un momento di distrazione dei Cartaginesi, **lanciò un attacco improvviso e furioso**, che mise in difficoltà le truppe di Annibale. La contesa si svolse con alti e bassi, finché una pioggia torrenziale non interruppe lo scontro, senza arrecare perdite ai Romani. Annibale non si arrese e inviò alcuni soldati a razziare il territorio circostante, nel tentativo di attirare Marcello fuori dalle mura. Il console romano accettò la sfida e si avventurò in campo aperto con il suo esercito. Entrambi i comandanti esortarono con veemenza i propri soldati. Marcello incitò i Romani dicendo loro che i nemici **si erano rammolliti durante il loro soggiorno a Capua**, mentre i cartaginesi, nonostante le lodi del loro generale, furono sconfitti e messi in fuga dai Romani, che li inseguirono fino al loro accampamento. Marcello riportò i suoi soldati all’interno delle mura, anche se questi avrebbero voluto attaccare il campo nemico. Il popolo di Nola accolse con entusiasmo i Romani, che avevano salvato la città per la seconda volta. ## Le conseguenze La seconda battaglia di Nola si risolse in una **vittoria romana,** che confermò la maestria militare di Marcello e ostacolò gli sforzi di Annibale di espandere ulteriormente la sua influenza in Campania. Durante la battaglia, 5.000 Cartaginesi persero la vita, 600 furono catturati, e furono catturate 18 insegne militari e due elefanti. I Romani persero meno di 1.000 uomini. Il giorno successivo, una tregua consentì di seppellire i caduti. Dopo tre giorni, 272 Iberi e Numidi disertarono e si unirono ai Romani, forse per rabbia o sperando in un trattamento migliore come militari. Agli Iberi in Spagna e ai Numidi in Africa venne assegnato un pezzo di terra come ricompensa per la loro lealtà alla fine della guerra. Annibale, dopo aver rimandato Annone nel Bruzio, condusse il suo esercito verso gli accampamenti invernali in Apulia, stabilendo il campo attorno ad Arpi. Marcello rimase a Nola per il resto dell’anno, continuando a proteggere la città da eventuali attacchi cartaginesi. Annibale tentò nuovamente di conquistare Nola nel 214 a.C., ma fu nuovamente respinto da Marcello. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La prima battaglia di Nola (216 a.C): Claudio Marcello ferma Annibale](https://scriptamanentitalia.it/prima-battaglia-nola-claudio-marcello-annibale/) **Published:** Agosto 8, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La discesa di Annibale in Italia](#La_discesa_di_Annibale_in_Italia) - [I movimenti di Annibale in Campania](#I_movimenti_di_Annibale_in_Campania) - [I senatori di Nola chiedono soccorso a Claudio Marcello](#I_senatori_di_Nola_chiedono_soccorso_a_Claudio_Marcello) - [L’arrivo di Claudio Marcello a Nola](#Larrivo_di_Claudio_Marcello_a_Nola) - [Claudio Marcello convince Nola a rimanere con i romani](#Claudio_Marcello_convince_Nola_a_rimanere_con_i_romani) - [Primo attacco di Annibale a Nola](#Primo_attacco_di_Annibale_a_Nola) - [Lo scontro decisivo della prima battaglia di Nola](#Lo_scontro_decisivo_della_prima_battaglia_di_Nola) - [Vittime e conseguenze della battaglia](#Vittime_e_conseguenze_della_battaglia) La prima battaglia di Nola fu uno **scontro** tra le forze romane guidate dal console Claudio Marcello e quelle cartaginesi comandate da Annibale, avvenuto nel 216 a.C. nei pressi della città campana di Nola. La battaglia si concluse con un’**azione** di ritirata da parte di entrambi gli eserciti, senza una **vittoria decisiva**, ma costrinse Annibale a rinunciare alla città. ## La discesa di Annibale in Italia **Annibale** era il figlio di Amilcare Barca, il capo della famiglia cartaginese che aveva combattuto contro Roma nella prima guerra punica. Dopo aver consolidato il suo potere in Spagna, Annibale decise di attaccare l’Italia, attraversando le Alpi con un esercito di circa 50.000 uomini e una mandria di elefanti da guerra. Il suo obiettivo era quello di suscitare la rivolta delle popolazioni italiche alleate di Roma e di distruggere la potenza romana. Nel 218 a.C., Annibale sconfisse i romani nella battaglia del **Ticino** e nella battaglia della **Trebbia**, costringendoli a ritirarsi oltre il fiume Po. Nel 217 a.C., inflisse una nuova sconfitta ai romani nella battaglia del Lago **Trasimeno**, dove uccise il console Gaio Flaminio Nepote e circa 15.000 soldati romani. Nel 216 a.C., Annibale si spinse fino alla Puglia, dove affrontò l’esercito consolare di Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone nella battaglia di **Canne**. In quella che è considerata una delle più grandi vittorie militari della storia, Annibale sbaragliò le forze romane con una manovra a tenaglia, uccidendo entrambi i consoli e circa 50.000 soldati romani. La disfatta di Canne fu un duro colpo per Roma, che vide molte delle sue città e alleati passare dalla parte di Annibale. Tra questi vi furono i popoli della Campania, come i Sanniti, gli Irpini, i Nucerini e i Sidicini. Tuttavia, alcune città rimasero fedeli a Roma, tra cui Nola, che era stata colonizzata dai romani nel 313 a.C. ## I movimenti di Annibale in Campania Dopo la vittoria di Canne, Annibale non marciò direttamente su Roma, ma preferì consolidare il suo controllo sulle regioni meridionali dell’Italia. Egli inviò dei messaggeri ai re **Filippo V di Macedonia** e Ierone II di Siracusa per cercare la loro alleanza contro Roma. Inoltre, inviò una delegazione a **Cartagine** per chiedere rinforzi e rifornimenti. Annibale si accampò nei pressi di **Canusium**, dove ricevette la sottomissione di molte città della Puglia e della Lucania. Tra queste vi furono Arpi, Salapia, Herdonia, Canosa, Venosa, Acherontia, Atella e Calatia. Alcune città si arresero spontaneamente ad Annibale, altre furono conquistate con la forza o con l’inganno. Annibale si mosse poi verso la Campania, dove assediò la città di **Nuceria Alfaterna**, che resistette per qualche tempo grazie all’aiuto dei romani. Dopo averla espugnata e saccheggiata, Annibale si accampò nei pressi di Acerrae, dove ricevette l’ambasciata dei Capuani, che gli offrirono la loro città in cambio della sua protezione. Annibale accettò e si trasferì a Capua, dove stabilì il suo quartier generale per l’inverno. ## I senatori di Nola chiedono soccorso a Claudio Marcello **Nola** era una città della Campania, situata a circa 30 km a est di Capua. Era una colonia romana dal 313 a.C. e godeva del diritto latino, che le consentiva di avere un proprio senato e delle proprie magistrature. Tuttavia, la popolazione di Nola era divisa tra due fazioni: una favorevole a Roma e l’altra a Cartagine. La fazione filo-romana era composta dai **membri del senato e dalle famiglie più ricche e influenti** della città fedeli a Roma per motivi di interesse e di tradizione, e temevano le rappresaglie di Annibale in caso di ribellione. La fazione filo-cartaginese era invece formata dai cittadini più poveri e dai contadini, che erano oppressi dalle tasse e dal servizio militare imposti da Roma. Questi speravano che Annibale li liberasse dal giogo romano e li trattasse con maggiore equità. La situazione politica di Nola era quindi instabile e pericolosa, poiché i due partiti si guardavano con sospetto e ostilità. Il senato cercava di mantenere l’ordine pubblico e di impedire ogni tentativo di rivolta, mentre i cittadini aspettavano l’occasione per aprire le porte ad Annibale. ## L’arrivo di Claudio Marcello a Nola Claudio Marcello era il console romano per l’anno 216 a.C., insieme a Lucio Emilio Paolo. Era un esperto generale, che aveva combattuto contro i Galli e i Liguri in Gallia Cisalpina, dove aveva ottenuto le spoglie opime per aver ucciso il re gallico **Viridomaro**. Era anche un abile politico, che aveva saputo gestire le delicate relazioni con i popoli italici alleati di Roma. Dopo la battaglia di Canne, Claudio Marcello si trovava in **Sicilia**, dove aveva il comando delle legioni inviate per contrastare l’intervento di Siracusa a favore di Cartagine. Tuttavia, quando seppe della disfatta romana, decise di tornare in Italia con le sue truppe, per soccorrere le città fedeli a Roma. Sbarcò nel porto di **Puteoli**, dove ricevette la notizia che Capua era passata dalla parte di Annibale. Claudio Marcello si accampò sul **fiume Volturno**, dove organizzò la difesa della Campania. Da lì inviò dei messaggeri alle città alleate per rassicurarle della sua presenza e per esortarle a resistere ad Annibale. Tra queste vi era Nola, che gli chiese aiuto per fronteggiare la minaccia cartaginese. Claudio Marcello accettò la richiesta di Nola e si mise in marcia con il suo esercito, composto da circa 15.000 uomini tra legionari e alleati. Attraversò le antiche città di **Saticola** e **Suessula**, dove fu accolto con favore dai cittadini. Giunse infine a Nola, dove entrò con il consenso del senato e si accampò fuori dalle mura. ## Claudio Marcello convince Nola a rimanere con i romani **Lucio Bantio** (o Banzio) era un nobile nolano, che aveva combattuto nella battaglia di Canne come tribuno militare sotto il comando del console Lucio Emilio Paolo. Era stato uno dei pochi sopravvissuti alla strage romana e si era rifugiato a Canusium con i resti dell’esercito. Da lì era tornato a Nola, dove era diventato il capo della fazione filo-cartaginese. Bantio era un uomo valoroso e ambizioso, che aspirava a diventare i**l tiranno di Nola con l’appoggio di Annibale**. Egli aveva stretto dei contatti segreti con il generale cartaginese, promettendogli di consegnargli la città in cambio della sua protezione e del suo favore. Per realizzare il suo piano, Bantio cercava di **convincere i cittadini a ribellarsi ai romani** e ad accogliere Annibale come liberatore. Claudio Marcello, però, si rese conto delle intenzioni di Bantio e decise di contrastarlo. Egli si avvalse della sua **fama di generale vittorioso** e della sua abilità oratoria per persuadere i nolani a rimanere fedeli a Roma. Egli li esortò a non tradire la loro antica alleanza con il popolo romano, che li aveva sempre trattati con giustizia e rispetto. Egli li ammonì anche dei pericoli di affidarsi ad Annibale, che era un nemico crudele e ingannatore, che avrebbe saccheggiato e oppresso la loro città. Claudio Marcello si rivolse in particolare a Bantio, al quale ricordò la sua condizione di tribuno militare e il suo **giuramento di fedeltà a Roma**. Egli lo lodò per il suo valore dimostrato nella battaglia di Canne, ma lo rimproverò per il suo atteggiamento disleale e traditore. Lo invitò a pentirsi del suo errore e a tornare dalla parte dei romani, promettendogli il perdono e l’onore. Bantio fu colpito dalle parole di Claudio Marcello e si lasciò convincere a cambiare partito. Rinunciò al suo progetto di consegnare Nola ad Annibale e si schierò con i romani, anche grazie a generose donazioni da parte di Marcello, come precisano le fonti antiche. Con il suo esempio, Bantio influenzò anche molti altri cittadini, che decisero di seguire la sua scelta. Così Claudio Marcello riuscì a mantenere il controllo di Nola e a sventare la congiura di Bantio. ## Primo attacco di Annibale a Nola Annibale, intanto, non era rimasto inattivo a Capua. Egli aveva inviato dei suoi luogotenenti a conquistare altre città della Campania, come Nuceria Alfaterna, Acerrae, Atella e Calatia. Egli aveva anche ricevuto l’adesione dei Bruttii, dei Lucani e dei Sanniti, che gli avevano fornito dei rinforzi. Inoltre, egli aveva ricevuto la notizia dell’alleanza tra Filippo V di Macedonia e Cartagine, che gli apriva la prospettiva di un attacco coordinato contro Roma. Annibale decise quindi di riprendere la sua offensiva contro le città campane fedeli a Roma, tra cui Nola. Il condottiero cartaginese si mise in marcia con il suo esercito, composto da circa **25.000 uomini tra africani, spagnoli, galli e italici**. Giunse nei pressi di Nola, dove vide l’accampamento romano fuori dalle mura. Annibale pensò che Claudio Marcello fosse venuto a Nola solo per portare dei rifornimenti e che non avesse intenzione di combattere. Egli credette anche che i nolani **fossero pronti a ribellarsi ai romani e** ad aprirgli le porte. Per questo motivo, egli decise di attaccare il campo romano con una parte delle sue truppe, mentre con l’altra si avvicinava alle mura della città. Claudio Marcello, però, era preparato all’attacco di Annibale e aveva disposto le sue forze in modo da respingerlo. Il generale aveva lasciato una parte dei suoi soldati nel campo per difenderlo da eventuali assalti, mentre con l’altra era uscito fuori dalle mura per affrontare i cartaginesi. Inoltre, Marcello aveva anche preso delle precauzioni per evitare che i nolani tradissero e aprissero le porte ad Annibale. La battaglia si svolse in due fasi: una fuori dal campo romano e l’altra davanti alle mura di Nola. Nella prima fase, Claudio Marcello attaccò i cartaginesi con la sua cavalleria e i suoi veliti (soldati leggeri), provocando loro delle perdite e costringendoli a ritirarsi. Nella seconda fase, Annibale si avvicinò alle mura di Nola con la sua fanteria, sperando di entrare nella città con l’aiuto dei cittadini. Tuttavia, i nolani rimasero fedeli ai romani e respinsero i cartaginesi con le loro armi e con le pietre. Annibale si rese conto che non poteva conquistare Nola con la forza e decise di ritirarsi. ## Lo scontro decisivo della prima battaglia di Nola Annibale non si diede per vinto e tornò ad assediare Nola per altri due giorni, sperando di convincere i nolani a cambiare partito. Il Punico inviò dei suoi emissari nella città per promettere loro dei benefici in **cambio della loro sottomissione.** Claudio Marcello, però, fu informato dei tentativi di Annibale e prese delle contromisure: rinforzò la difesa delle mura e fece arrestare alcuni dei traditori, mandò suoi agenti nella città per rafforzare il morale dei nolani e per incoraggiarli a resistere ad Annibale e decise infine di preparare un’azione decisiva per liberare Nola dall’assedio. Claudio Marcello divise il suo esercito in tre parti: la parte più forte, composta da legionari e cavalleria pesante, **si posizionò dietro la porta principale della città di Nola** per sorprendere i cartaginesi, mentre altri due contingenti, composti da Velites e cavalleria leggera, si schierarono dietro alle porte orientali e occidentali della città. Annibale, al suo arrivo, fu sorpreso dal non vedere eserciti romani schierati per il combattimento e si preparò ad assediare la città, dando ordine di costruire delle torri fortificate. Ma Claudio Marcello **uscì improvvisamente dalla porta principale della città** con la sua parte dell’esercito e si lanciò contro i cartaginesi, che furono colti di sorpresa. Annibale cercò di resistere alla pressione romana e di riorganizzare le sue truppe, ma fu inutile. Egli fu costretto a ritirarsi in disordine verso il suo campo, lasciando sul campo molti morti e feriti. Claudio Marcello lo inseguì fino al suo accampamento, dove lo assalì con la sua cavalleria. Annibale riuscì a respingere l’attacco e a mantenere il controllo del suo campo, ma dovette rinunciare ad assediare Nola. ## Vittime e conseguenze della battaglia La **prima battaglia di Nola** fu una vittoria romana, che dimostrò la capacità militare e politica di Claudio Marcello. Secondo le fonti antiche, i romani uccisero circa 5.000 cartaginesi e ne catturarono altri 2.000, mentre le loro perdite furono molto minori. La battaglia ebbe anche delle importanti conseguenze strategiche in quanto impedì ad Annibale di conquistare una delle città più ricche e popolose della Campania, che avrebbe potuto essere una base utile per le sue operazioni militari. La vittoria rafforzò anche la fedeltà di alcune altre città campane alleate di Roma, che videro quanto i romani fossero ancora in grado di difenderle da Annibale. Fonti - Tito Livio, Ab Urbe Condita, libro XXIII - Plutarco, Vita di Marcello - Appiano, Le Guerre Puniche - Polibio, Storie, libro III ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [L'assedio del Guado di Giacobbe](https://scriptamanentitalia.it/lassedio-del-guado-di-giacobbe/) **Published:** Luglio 27, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Situazione prima della battaglia](#Situazione_prima_della_battaglia) - [Il terreno di battaglia](#Il_terreno_di_battaglia) - [Le tattiche della battaglia](#Le_tattiche_della_battaglia) - [L’assedio](#Lassedio) - [Le conseguenze](#Le_conseguenze) L’assedio del Guado di Giacobbe fu una battaglia vinta dal sultano musulmano Saladino sul re cristiano di Gerusalemme Baldovino IV. Accadde nell’agosto del 1179, quando Saladino conquistò e distrusse Chastelet, un nuovo castello di confine costruito dai Cavalieri Templari sull’alto fiume Giordano, storico punto di passaggio tra le alture del Golan e la Galilea settentrionale. Il Guado di Giacobbe è conosciuto anche con il nome latino di Vadum Iacob e in ebraico moderno come Ateret. Molti studiosi ritengono che la riconquista della Terra Santa da parte di Saladino nel 1187 fu annunciata da questa precedente vittoria. ## Situazione prima della battaglia Saladino era sultano d’Egitto e, nel 1174, sultano di Siria dopo la sua conquista di Damasco. Dopo aver preso il potere in Siria, Saladino giurò di creare un impero islamico vicino a Gerusalemme. Naturalmente, l’obiettivo finale era riconquistare la Città Santa dai Crociati, un passo significativo verso la fine del Jihad. **Baldovino IV prese il controllo del Regno di Gerusalemme** all’età di tredici anni dopo la morte di suo padre Amalrico I nel 1174, lo stesso anno in cui salì al potere Saladino. Baldovino era un convinto sostenitore del cristianesimo e, di conseguenza, costituiva il problema più grande da superare per Saladino. Sebbene Baldovino fosse un leader ricco e potente, fu colpito dalla lebbra in tenera età. **Dopo circa tre anni sul trono di Gerusalemme, Baldovino dovette affrontare la sua primissima sfida** militare. Saladino invase il regno cristiano intorno al 1177 per sbaragliare i crociati. Sebbene Saladino fosse quasi vent’anni più vecchio e più esperto di Baldovino, il giovane monarca e i suoi crociati superarono in astuzia i musulmani nella battaglia di Montgisard il 25 novembre 1177. Come scrisse uno studioso della Crociata riguardo a Montgisard, “*il suo fu un risultato sorprendente: l’unica sconfitta in una battaglia campale che Saladino subì prima dell’avvento di Riccardo Cuor di Leone e della Terza Crociata*“. Alla fine della battaglia, Saladino fu costretto a fuggire di nuovo in Egitto dopo essere scampato per un pelo alla morte. Sebbene la vittoria abbia provocato enormi perdite per gli eserciti di Baldovino, la sua immagine in tutto il regno si rafforzò. Anzi, alcuni cristiani del Vicino Oriente erano giunti persino a credere che il ‘miracolo’ della sua vittoria fosse un segno del mandato divino». ## Il terreno di battaglia Il Guado di Giacobbe si trova a circa 160 km a nord di Gerusalemme presso il fiume Giordano ed era un passaggio chiave del fiume su una delle strade principali tra Acri e Damasco. **Il Guado di Giacobbe era anche uno degli attraversamenti più sicuri del Giordano** e, per la sua posizione e importanza, fu utilizzato dalla Palestina cristiana e dalla Siria musulmana come importante incrocio tra le due civiltà. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/07/Baldwin_IV_in_battle.jpg "Baldwin_IV_in_battle - Scripta Manent Italia")Baldovino**Nel XII secolo Baldovino e Saladino continuarono a contendersi l’area su cui si trovava il Guado di Giacobbe**. Come audace mossa strategica e come risultato della sua vittoria militare a Mont Gisard, Baldovino decise di marciare verso il Guado di Giacobbe e costruire una fortezza difensiva sul suo territorio. Il re e i suoi crociati teorizzarono che una tale fortificazione avrebbe potuto proteggere Gerusalemme da un’invasione settentrionale e fare pressione sulla roccaforte di Saladino a Damasco. **Tra l’ottobre 1178 e l’aprile 1179 Baldovino iniziò le prime fasi della costruzione della sua nuova linea di difesa**, una fortificazione chiamata Chastelet. Mentre la costruzione era in corso, Saladino divenne pienamente consapevole del compito che avrebbe dovuto superare al Guado di Giacobbe se avesse voluto proteggere la Siria e conquistare Gerusalemme. A quel tempo, non fu in grado di fermare l’erezione di Chastelet con la forza militare perché gran parte delle sue truppe erano di stanza nel nord della Siria, reprimendo le ribellioni musulmane. Come scrive un autore, “*Saladino si è sempre sforzato di dipingere se stesso come il leader dell’Islam contro gli intrusi europei, anche se in realtà ha trascorso gran parte della sua carriera, se non di più, coinvolto in una guerra contro … altri musulmani*“. Di conseguenza, il sultano tentò di corrompere il re e offrì a Baldovino 60.000 dinari per fermare la costruzione. Baldovino rifiutò, ma Saladino fece una controfferta di 100.000 dinari. Il re rifiutò ancora e continuò a costruire Chastelet. Nell’estate del 1179, le forze di Baldovino avevano costruito un muro di pietra di enormi proporzioni. “*Il castello ora aveva un formidabile muro alto dieci metri – quello che un contemporaneo arabo in seguito descrisse come ‘un inespugnabile bastione di pietra e ferro’ – e un’unica torre, ma era ancora un lavoro in corso*“. ![Rovine del Chastelet](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/07/Chastelet-1024x457.jpg "Chastelet - Scripta Manent Italia")Rovine del Chastelet## Le tattiche della battaglia Dopo che Baldovino rifiutò entrambe le tangenti, Saladino distolse la sua attenzione dalle rivolte nel nord della Siria e si concentrò sul Guado di Giacobbe e sul Castello di Chastelet. Era pienamente consapevole che qualsiasi ulteriore contrattazione o trattativa sarebbe stata solo vana e che più tempo avrebbe perso, più tempo avrebbe avuto Baldovino per completare la sua massiccia fortificazione. **Nel 1179, solo pochi mesi dopo l’inizio della costruzione di Chastelet, Saladino convocò un grande esercito musulmano** per marciare a sud-est verso il Guado di Giacobbe. Il piano era semplice: porre l’assedio al castello e ai suoi abitanti prima che potessero arrivare rinforzi da Gerusalemme o dai territori limitrofi. Baldovino, d’altra parte, si trovava a Tiberiade, una provincia situata sul Mare di Galilea, a circa mezza giornata di marcia dal Guado di Giacobbe. Se un attacco avesse colpito il suo progetto, i rinforzi sarebbero stati in grado di arrivare in tempi relativamente brevi. Inoltre, la fortificazione del forte, almeno ciò che ne era stato completato, era relativamente solida ed era probabilmente in grado di resistere fino all’arrivo dei soccorsi in caso di assedio. ## L’assedio **Il 23 agosto 1179 Saladino arrivò al Guado di Giacobbe** e ordinò alle sue truppe di scagliare frecce contro il castello, dando così inizio all’assedio. Mentre gli arcieri distraevano gli uomini all’interno della fortificazione, i minatori stavano scavando un tunnel per aprire una breccia nelle mura di pietra e ferro all’angolo nord-est di Chastelet. **Una volta che il tunnel fu scavato, le forze di Saladino misero all’interno grandi quantità di legna e gli diedero fuoco**. Questo processo di indebolimento era un metodo in cui i supporti del tunnel venivano bruciati costringendo le pareti a crollare alla fine sotto il loro stesso peso. Le mura non crollarono, perché la galleria era troppo stretta. La strategia inizialmente fallì per Saladino, quindi le truppe furono costrette a spegnere il fuoco, dopo che l’incendio fu spento, i minatori furono incaricati di allargare il tunnel e infine riaccendere il fuoco. Allo stesso tempo, Baldovino, avendo appreso di questo attacco, chiese rinforzi da Gerusalemme. Tuttavia, le comunicazioni tra Baldovino e Chastelet erano lente e, a questo punto, l’assedio era in corso da diversi giorni. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/07/Statue_of_Saladin_Damascus.jpg "Statue_of_Saladin_Damascus - Scripta Manent Italia")Saladino**Le forze di Baldovino all’interno del castello iniziarono a rafforzare le porte principali** intorno al castello. Poco dopo i musulmani riaccesero il fuoco nel tunnel sotto il castello e le mura crollarono. Di conseguenza, i tentativi dei crociati di fortificare il castello furono vani e, circa sei giorni dopo l’inizio dell’assedio, Saladino e le sue truppe entrarono a Chastelet. **Entro il 30 agosto 1179, gli invasori musulmani avevano saccheggiato il castello** del Guado di Giacobbe e ucciso la maggior parte dei suoi abitanti. Lo stesso giorno, meno di una settimana dopo la chiamata dei rinforzi, Baldovino e il suo esercito di supporto partirono da Tiberiade, solo per scoprire il fumo che permeava l’orizzonte direttamente sopra Chastelet. Ovviamente, era troppo tardi per salvare i 700 cavalieri, architetti e operai edili che furono uccisi e gli altri 800 che furono fatti prigionieri. Baldovino e i suoi rinforzi tornarono indietro verso Tiberiade e Saladino ordinò di abbattere i resti della fortificazione. ## Le conseguenze **Sebbene Saladino rivendicò una vittoria militare a Chastelet, le sue truppe caddero vittima di un altro nemico**. Subito dopo l’assedio, i corpi dei 700 crociati uccisi al Guado di Giacobbe furono messi in una fossa. I cadaveri nella fossa iniziarono a decomporsi nel caldo di agosto e, di conseguenza, ne seguì una pestilenza, che uccise circa dieci ufficiali di Saladino. Tuttavia, questa battuta d’arresto non diminuì l’abilità militare di Saladino. Nel 1180 Saladino e Baldovino firmarono una tregua. Sette anni dopo questo trattato di pace tra musulmani e crociati, Saladino conquistò Gerusalemme ai cristiani dopo la [**battaglia di Hattin**](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-di-hattin/ "Battaglia di Hattin") nel 1187. Alcuni studiosi suggeriscono che, in seguito alla vittoria di Saladino al Guado di Giacobbe nel 1179, Gerusalemme fosse estremamente vulnerabile alla cattura perché “*l’ingresso nel regno attraverso il Giordano che attraversava immediatamente a sud del lago di Tiberiade … usato da Saladino nel 1182, 1184, e il 1187 era praticamente indifeso*“. Tuttavia, quella traversata non ha nulla a che fare con il più settentrionale Guado di Giacobbe, e oltre a ciò si trovava solo una decina di chilometri a sud della città crociata fortificata e presidiata di Tiberiade, capitale del Principato di Galilea, essendo questa una tra le tante Fortezze crociate nella Galilea orientale e nella Valle del Giordano, che lasciano spazio al dibattito. **Dopo la presa di Gerusalemme, Saladino rimase militarmente e politicamente vincente nel Vicino Oriente** fino a un incontro militare con Riccardo Cuor di Leone, dopo di che fu costretto a fare la pace nel 1192. Morì l’anno successivo. Nel frattempo, il re Baldovino IV, afflitto dalla lebbra, morì nel 1185 all’età di ventitré anni. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [Teatro di Nerone, ritrovati i resti a Palazzo della Rovere](https://scriptamanentitalia.it/teatro-nerone-ritrovati-resti-palazzo-rovere/) **Published:** Luglio 26, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Durante degli scavi archeologici condotti nel cortile di Palazzo della Rovere, a Roma, sono state scoperte strutture e decorazioni appartenenti al teatro di Nerone, noto come Theatrum Neronis. Queste scoperte includono la parte sinistra della cavea a emiciclo, colonne sontuose lavorate con marmi pregiati e raffinate decorazioni a stucco con foglia d’oro, oltre ad alcuni ambienti utilizzati come depositi di costumi e scenografie teatrali. La soprintendente speciale di Roma, Daniela Porro, ha commentato l’importanza eccezionale di questa scoperta, che testimonia il luogo in cui Nerone svolgeva le sue esibizioni poetiche e canore, un luogo noto dalle fonti antiche ma finora mai ritrovato. Ciò che rende ancora più interessante questa scoperta è il fatto che gli scavi hanno portato alla luce anche reperti medievali di grande valore provenienti da questa significativa area della città. Gli scavi, iniziati nel 2020 e guidati dagli archeologi della Soprintendenza Renato Sebastiani e Alessio De Cristofaro, con la supervisione sul campo di Marzia Di Mento e il team MDM archeologia, hanno rivelato non solo i resti degli Horti di Agrippina, dove Caligola aveva fatto costruire un grande circo per le corse dei cavalli e Nerone aveva realizzato un teatro di grandi dimensioni, ma anche tracce di attività produttive e di pellegrinaggio risalenti all’età medievale. L’indagine archeologica ha restituito reperti straordinari che spaziano dal periodo della tarda età repubblicana al XV secolo. Gli scavi sono ancora in corso, ma hanno già portato alla luce oggetti di grande valore, studiati, analizzati e pronti per essere esposti e ammirati. Tra questi oggetti ci sono rari esemplari di calici vitrei, brocche e materiale ceramico, insegne dei pellegrini, oggetti in osso utilizzati per strumenti musicali, cerniere per mobili e grani di rosari. Questi reperti archeologici offrono una preziosa finestra sul passato, permettendoci di scoprire e comprendere meglio la storia di Roma e delle sue diverse epoche. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Attualità, Cultura, Top --- ### [La battaglia di Trapani](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-di-trapani/) **Published:** Luglio 17, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Prima della battaglia](#Prima_della_battaglia) - [La battaglia di Trapani](#La_battaglia_di_Trapani) - [Dopo la battaglia](#Dopo_la_battaglia) **La battaglia navale di Trapani o Drepana (o Drepanum) ebbe luogo nel 249 a.C. durante la Prima guerra punica, nella Sicilia occidentale**. Si scontrarono una flotta cartaginese al comando di **Aderbale** e una flotta romana comandata da **Publio Claudio Pulcro**. Publio Claudio Pulcro stava bloccando la fortezza cartaginese di **Lilybaeum** la moderna Marsala, quando decise di attaccare la flotta nemica, che si trovava nel porto della città vicina di Trapani. La flotta romana salpò di notte per effettuare un attacco a sorpresa, che però non riuscì. Aderbale riuscì a condurre la sua flotta in mare aperto prima di restare intrappolato nel porto, avendo ottenuto spazio sufficiente per manovrare, contrattaccò. **I Romani furono schiacciati contro la riva e, dopo una giornata di combattimenti, furono pesantemente sconfitti** dalle navi cartaginesi più manovrabili e con equipaggi meglio addestrati. Fu la più grande vittoria navale di Cartagine durante la prima guerra Punica. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/07/drepana.jpg "drepana - Scripta Manent Italia") ## Prima della battaglia **In gran parte a causa dell’uso del corvo da parte dei Romani, i Cartaginesi furono sconfitti in grandi battaglie navali a Mylae (260 a.C.), Sulci (257 a.C.), Ecnomus (256 a.C.) e Capo Hermaeum (255 a.C.).** Durante il 252 e il 251 aC l’esercito romano evitò la battaglia, secondo Polibio perché temeva gli elefanti da guerra che i Cartaginesi avevano spedito in Sicilia. **Nel 250 aC i Cartaginesi tentarono di riconquistare Panormus (Palermo), ma furono sconfitti**, perdendo la maggior parte dei loro elefanti. I resoconti contemporanei non riportano le altre perdite di nessuna delle due parti e gli storici moderni considerano improbabili le affermazioni successive di 20.000-30.000 vittime cartaginesi. **Incoraggiati dalla loro vittoria a Palermo, i romani si mossero contro Marsala**, che era la principale base cartaginese in Sicilia. Un grande esercito comandato dai consoli Publio Claudio Pulcro e Lucio Giunio Pullo assediò la città. Avevano ricostruito la loro flotta e 200 navi bloccarono il porto. **All’inizio del blocco, 50 quinqueremi cartaginesi si radunarono al largo delle Isole Egate**, che si trovano a 15-40 chilometri a ovest della Sicilia. Una volta che ci fu un forte vento da ovest, entrarono a Marsala prima che i romani potessero reagire. Hanno scaricato rinforzi, 10.000 o 4.000 uomini secondo diverse fonti antiche e una grande quantità di rifornimenti. Sfuggirono ai romani partendo di notte. **Nel 250 a.C. altri 10.000 rematori furono assegnati alla flotta romana**. Pulcro, il console anziano, sostenuto da un consiglio di guerra, credeva che questi gli dessero un vantaggio sufficiente per rischiare un attacco alla flotta cartaginese a Drepana, 25 chilometri a nord di Marsala lungo la costa occidentale della Sicilia. **La flotta romana salpò in una notte senza luna per evitare di essere scoperta** e garantirsi l’azione a sorpresa. I romani avevano una tradizione di indovinare la probabile fortuna di un’impresa militare osservando le azioni dei polli sacri. Al mattino presto veniva loro offerto del cibo: se mangiavano avidamente, i presagi erano buoni; se lo rifiutavano, l’azione era sfortunata. Quando fu celebrata la solenne cerimonia sulla strada per Drepana, le galline si rifiutarono di mangiare. Infuriato, Pulcro li gettò in mare, esclamando che se non avevano fame, allora forse avevano sete. Polibio non lo menziona, il che ha indotto alcuni storici moderni a dubitare della sua veridicità. Wiseman pensava addirittura che l’intero episodio fosse un’invenzione di un annalista ostile per danneggiare la reputazione dei Claudii. ## La battaglia di Trapani **All’alba i Romani erano vicini a Drepana, ma stavano incontrando dei problemi**. Nel buio era stato difficile mantenere la posizione. Questo è stato aggravato dall’incorporazione dei 10.000 nuovi rematori, che non erano addestrati né esperti nel lavorare con le squadre esistenti. Di conseguenza, al mattino le navi romane erano sparse in una lunga linea disorganizzata. La nave di Pulcro era verso la parte posteriore, forse per scoraggiare l’abbandono. **Il comandante cartaginese, Aderbalo, fu completamente sorpreso quando le sue sentinelle riferirono l’avvicinarsi dei Romani**. Tuttavia, le sue navi erano pronte per salpare, e ordinò immediatamente di imbarcare la guarnigione come fanteria di marina, e di seguirlo in mare aperto. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/07/cartina-drepana.jpg "cartina-drepana - Scripta Manent Italia")La flotta romana era composta da più di 120 navi; alcune fonti ne danno fino a 200. I Cartaginesi avevano tra 100 e 130 navi. Tutte le navi da guerra, su entrambi i fronti, trasportavano un numero completo di fanteria di marina. **Le navi romane più avanzate arrivarono all’imboccatura del porto** e si misero in posizione per bloccarlo. Ma Pulcro, vedendo che la sorpresa era stata vanificata, ordinò loro di ripiegare e di concentrarsi in formazione di battaglia. L’ordine impiegò del tempo a essere trasmesso e alcune navi lo ignorarono, finendo per scontrarsi con altre o tagliare gli remi delle navi amiche. **Nel frattempo, la flotta cartaginese passò oltre l’avanguardia romana** e continuò verso ovest, fino a raggiungere il mare aperto. Qui ebbero spazio per manovrare e si schierarono in una linea di battaglia parallela ai Romani. I Cartaginesi riuscirono a posizionare cinque navi a sud della nave ammiraglia di Pulcro, tagliando fuori l’intera flotta romana dalla sua linea di ritirata verso Lilibeo. Nel frattempo, i Romani si erano schierati in una linea che guardava a ovest, con la costa alle spalle, il che li impediva di essere aggirati. **I Cartaginesi attaccarono e la debolezza delle disposizioni di Publio Claudio Pulcro** **divenne evidente**. Le navi cartaginesi erano più leggere e più manovrabili, e le loro ciurme erano più esperte e abituate a lavorare insieme. I Romani non avevano il corvus per pareggiare la lotta. D’altra parte, i Cartaginesi erano probabilmente in inferiorità numerica. **I Cartaginesi avevano il vantaggio aggiuntivo che se una nave individuale stava subendo la peggio** di un corpo a corpo, poteva invertire i remi e ritirarsi; se la nave romana la seguiva, lasciava entrambe le sue fiancate vulnerabili. I Romani, con la costa vicina alle spalle, non avevano tale vantaggio e tentarono di rimanere in una formazione compatta per reciproca protezione. La battaglia fu aspra e si protrasse per tutto il giorno. **La qualità dei legionari che servivano come fanteria di marina romana e la loro formazione compatta rendevano difficile l’abbordaggio**. Ma i Cartaginesi manovrano abilmente i Romani, selezionando le navi esposte da speronare, e guadagnando sempre più vantaggio. Alla fine la disciplina romana crollò, diverse navi furono intenzionalmente arenate in modo che le loro ciurme potessero fuggire, e Publio Claudio Pulcro guidò la fuga da parte di 30 navi romane, le uniche a sopravvivere alla battaglia. **Il risultato fu una sconfitta totale per i Romani, con 93 delle loro navi catturate, un numero sconosciuto di navi affondate, e 20.000 uomini uccisi o catturati.** Fu la più grande vittoria navale di Cartagine durante la guerra. ## Dopo la battaglia Dopo la battaglia, Aderbalo fu aiutato da Cartalone con 70 navi. Aderbalo aumentò il comando di Cartalone a 100 navi e lo inviò a saccheggiare Lilibeo, dove bruciò diverse navi romane. **I Cartaginesi sfruttarono ulteriormente la loro vittoria saccheggiando** le coste dell’Italia romana nel 248 a.C. L’assenza di flotte romane portò poi Cartagine a dismettere gradualmente la sua marina, riducendo l’onere finanziario della costruzione, manutenzione e riparazione delle navi, e del rifornimento dei loro equipaggi. **Ritirarono la maggior parte delle loro navi da guerra dalla Sicilia e la guerra entrò in un periodo di stallo.** Fu sette anni dopo Drepana che Roma tentò di costruire un’altra flotta di livello. Publio Claudio Pulcro fu richiamato e accusato di tradimento. Fu condannato anche per sacrilegio per l’incidente avvenuto per l’auspicia dei polli, sfuggì per poco a una pena di morte e fu esiliato. **La guerra finì infine nel 241 a.C. dopo la Battaglia delle Egadi, con una vittoria romana e una pace concordata**. Da allora Roma fu la principale potenza militare nel Mediterraneo occidentale e sempre più nella regione mediterranea nel suo complesso. **I romani avevano costruito oltre 1.000 galee durante la guerra**, e questa esperienza di costruzione, equipaggiamento, addestramento, rifornimento e manutenzione di un numero così elevato di navi ha posto le basi per il dominio marittimo di Roma per 600 anni. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La battaglia del Monte Algido](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-del-monte-algido/) **Published:** Luglio 10, 2023 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il contesto storico](#Il_contesto_storico) - [Lucio Quinzio Cincinnato](#Lucio_Quinzio_Cincinnato) - [Il Monte Algido](#Il_Monte_Algido) - [La vittoria romana](#La_vittoria_romana) - [Il ritorno alla vita semplice](#Il_ritorno_alla_vita_semplice) La battaglia del Monte Algido fu uno scontro tra i Romani e gli Equi, due popoli che si contendevano il controllo del territorio del Latium vetus, nel 458 o 457 a.C. Questa battaglia è famosa perché vide protagonista Lucio Quinzio Cincinnato, un esempio di virtù repubblicana, che fu nominato dittatore per salvare l’esercito romano assediato dagli Equi sul Monte Algido. ## Il contesto storico A Roma, la situazione politica era molto tesa tra i patrizi e i plebei, che si opponevano sulla proposta della Lex Terentilia, una legge che avrebbe limitato il potere dei consoli. Inoltre, la città era stata minacciata da una rivolta di schiavi ed esuli che avevano occupato il Campidoglio e ucciso il console Publio Valerio Publicola. Solo l’intervento dei Tusculani, alleati dei Romani, aveva permesso di riconquistare la collina sacra. I nemici esterni di Roma erano i Volsci e gli Equi, due popoli che attaccavano spesso il territorio romano per saccheggiare e conquistare nuove terre. Gli Equi, in particolare, si erano stabiliti sui colli vicino a Tusculum e minacciavano la Via Latina, una importante via di comunicazione e commercio. ## Lucio Quinzio Cincinnato Lucio Quinzio Cincinnato era un patrizio che aveva già ricoperto la carica di console nel 460 a.C. Era noto per la sua semplicità e austerità di vita, tanto che coltivava da solo un piccolo podere di quattro iugeri (circa un ettaro). Era anche il padre di Cesone Quinzio, che era stato accusato ingiustamente di aver ucciso un plebeo durante una sommossa e poi assolto grazie alla testimonianza di Lucio Sestio Laterano. Quando i Romani si trovarono in difficoltà contro gli Equi sul Monte Algido, il Senato decise di nominare Cincinnato dittatore, cioè il magistrato supremo con pieni poteri in caso di emergenza. I messaggeri che gli portarono la notizia lo trovarono intento ad arare il suo campo. Cincinnato accettò la nomina con senso del dovere e si recò a Roma per assumere il comando. ## Il Monte Algido Il Monte Algido era una altura boscosa situata tra Tusculum e Alba Longa. Qui si erano accampati gli Equi con il loro capo Gracco Clelio. I Romani avevano inviato due eserciti per contrastarli: uno guidato dal console Lucio Minucio Esquilino Augurino e l’altro dal tribuno militare Aulo Sempronio Atratino. Tuttavia, i Romani caddero in un’imboscata degli Equi e furono costretti a ritirarsi in una posizione difensiva. Gli Equi li circondarono con trincee e fossati, sperando di farli arrendere per fame. I Romani riuscirono a inviare un messaggero a Roma per chiedere aiuto. Fu allora che il Senato elesse Cincinnato dittatore. ## La vittoria romana Cincinnato arrivò a Roma e nominò come suo magister equitum (comandante della cavalleria) Lucio Tarquinio Prisco, un giovane patrizio valoroso ma impopolare tra i plebei. Cincinnato non perse tempo, il giorno seguente, nel Foro nominò il suo magister equitum, fermò ogni attività legislativa e giudiziaria, fermò ogni attività commerciale, vietò di attendere a qualsiasi affare privato, ordinò a tutti coloro che erano in età adatta al servizio militare di presentarsi prima del tramonto al Campo Marzio, armati, con cibo pronto per cinque giorni e dodici paletti per il “vallo” ciascuno. Cincinnato raggiunse l’accampamento degli Equi di notte e ordinò ai suoi soldati di scavare una fossa intorno al nemico, tagliandogli ogni via di fuga. Di notte i romani assediati presero le armi e si lanciarono all’attacco con grandi urla e rumori. Una battaglia notturna estremamente rumorosa che informò Cincinnato e le sue forze che gli assediati si erano mossi e intralciavano il contrattacco degli Equi. Al mattino, gli Equi si accorsero di essere intrappolati e tentarono una sortita disperata. Cincinnato li respinse e li costrinse a deporre le armi. Gli Equi “schiacciati da due parti, passarono dal combattimento alle preghiere, supplicando da una parte il dittatore e dall’altra il console che non considerassero fondamentale per la loro vittoria sterminarli e li lasciassero andare, sia pure senza l’onore delle armi.” Cincinnato ricevette i complimenti del console Minucio e del tribuno Sempronio, che gli cedettero il comando. Poi tornò trionfalmente a Roma, dove fu accolto con grande onore. ## Il ritorno alla vita semplice Cincinnato, dopo aver sconfitto gli Equi, non si attardò a godere del suo potere. Dopo sedici giorni dalla sua nomina, rinunciò alla dittatura e tornò al suo campo, riprendendo la sua vita di agricoltore. Questo gesto fu considerato un esempio di modestia e di virtù civica, che contrapponeva Cincinnato ai politici avidi e corrotti. Cincinnato fu richiamato alla dittatura anche nel 439 a.C., quando dovette reprimere una congiura di Spurio Melio, un ricco plebeo che aspirava alla tirannia. Anche in quell’occasione, Cincinnato si dimostrò un difensore della libertà repubblicana e si ritirò dopo aver compiuto la sua missione. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Battaglia di Manzicerta. Bizantini contro Selgiuchidi](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-di-manzicerta-bizantini-contro-selgiuchidi/) **Published:** Luglio 6, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La situazione iniziale](#La_situazione_iniziale) - [La battaglia di Manzicerta](#La_battaglia_di_Manzicerta) - [La cattura di Romano Diogene](#La_cattura_di_Romano_Diogene) - [Le conseguenze della battaglia di Manzincerta](#Le_conseguenze_della_battaglia_di_Manzincerta) La Battaglia di Manzikert, o Malazgirt, fu combattuta il 26 agosto 1071 tra **l’Impero romano d’Oriente e l’Impero Selgiuchide**, nei pressi di Manzikert, nella regione di Iberia, oggi Malazgirt nella provincia di Muş, Turchia. La decisiva sconfitta dell’esercito bizantino e la cattura dell’**Imperatore Romano IV Diogene** ebbero un ruolo importante nell’indebolire l’autorità bizantina in Anatolia e Armenia e permisero la graduale turchificazione dell’Anatolia. Molti turchi, durante l’XI secolo, videro la vittoria a Manzikert come l’ingresso in Asia Minore. **L’urto principale della battaglia fu subito dall’esercito bizantino, composto da soldati professionisti dei tagmata orientali e occidentali**, poiché molti mercenari e truppe anatoliche fuggirono presto e sopravvissero alla battaglia. Le conseguenze di Manzicerta furono disastrose per l’**Impero romano d’Oriente**, portando a conflitti civili e a una crisi economica che indebolì gravemente la capacità dell’Impero di difendere adeguatamente i propri confini. **Ciò portò al massiccio movimento dei turchi nell’Anatolia centrale**: entro il 1080, i Selgiuchidi avevano conquistato un’area di 78.000 chilometri quadrati. Ci vollero tre decenni di lotte interne prima che Alessio I ripristinasse la stabilità a Bisanzio. Lo storico Thomas Asbridge afferma: “*Nel 1071, i Selgiuchidi schiacciarono un esercito imperiale nella Battaglia di Manzikert, e sebbene gli storici non considerino più questo evento come una rottura catastrofica fu comunque un duro colpo*“. Fu la prima e unica volta nella storia che un imperatore bizantino divenne prigioniero di un comandante musulmano, e la prima volta dall’imperatore Valeriano che un imperatore romano venne catturato vivo da una forza nemica. ## La situazione iniziale **Nonostante l’Impero Romano d’Oriente fosse rimasto forte e potente nel Medioevo**, iniziò a declinare sotto il regno di Costantino IX Monomaco, incapace militarmente, e nuovamente sotto Costantino X Ducas. Un breve periodo di riforme sotto Isacco I Comneno ritardò solo il declino dell’esercito bizantino. **Intorno al 1053, Costantino IX sciolse quello che lo storico bizantino del XI secolo Giovanni Scilitze chiamava l'”esercito iberico”**, composto da 50.000 uomini. Gli storici contemporanei di Scilitze, gli ex funzionari Michele Attaliate e Kekaumenos, concordano sul fatto che lo scioglimento di questi soldati da parte di Costantino abbia inflitto danni catastrofici alle difese orientali dell’impero. Costantino stipulò una tregua con i Selgiuchidi che durò fino al 1064, quando un grande esercito selgiuchide sotto Alp Arslan attaccò la regione di Iberia e prese Ani, prendendo la città dopo un assedio di 25 giorni. **Nel 1068, Romano IV Diogene salì al potere e, dopo alcune rapide riforme militari**, affidò a Manuele Comnen il comando di una spedizione contro i Selgiuchidi. Manuele conquistò Hierapolis Bambyce in Siria, sventò un attacco turco contro Iconium con una controffensiva, ma fu poi sconfitto e catturato dai Selgiuchidi. Nonostante questo successo, Alp Arslan cercò immediatamente un trattato di pace con i Bizantini, firmato nel 1069. Egli considerava i Fatimidi in Egitto come il suo principale nemico e non aveva alcuna intenzione di essere distratto da ostilità superflue. **Nel febbraio 1071, Romano inviò inviati ad Arslan per rinnovare il trattato del 1069**. Arslan, desideroso di proteggere il suo fianco settentrionale dagli attacchi, acconsentì volentieri. Abbandonando l’assedio di Edessa, condusse immediatamente il suo esercito a attaccare Aleppo, in mano ai Fatimidi. Tuttavia, il trattato di pace era stata una distrazione deliberata: Romano guidò ora un grande esercito in Armenia per riconquistare le fortezze perdute prima che i Selgiuchidi avessero il tempo di reagire. ## La battaglia di Manzicerta Prima della battaglia, Alp Arslan radunò il suo esercito e pronunciò un discorso indossando una veste bianca simile a un sudario funebre islamico, per mostrare il suo impegno a morire in battaglia. **Romano non era a conoscenza della perdita di Tarchaneiotes e continuò verso Manzikert,** che catturò facilmente il 23 agosto. I Selgiuchidi risposero con attacchi degli arcieri a cavallo. Il giorno successivo, alcune squadre di foraggiamento guidate da Briennio scoprirono la principale forza selgiuchide e furono costrette a ritirarsi a Manzikert. Romano inviò il generale armeno Basilakes con alcuni cavalieri, poiché non credeva che quell’esercito fosse l’intero contingente di Alp Arslan. I cavalieri furono sconfitti e Basilakes fu fatto prigioniero. Romano schierò quindi le sue truppe e inviò l’ala sinistra sotto Briennio, che si trovò quasi circondato dai rapidamente avvicinatisi Turchi e costretto a ritirarsi. Le forze selgiuchidi si nascosero tra le colline vicine durante la notte, rendendo quasi impossibile per Romano contrattaccare. **Il 25 agosto, alcuni dei mercenari turchi al soldo di Romano entrarono in contatto con i loro parenti selgiuchidi e disertarono**. Romano respinse quindi un’ambasciata di pace selgiuchide. Voleva risolvere la questione orientale e le persistenti incursioni e insediamenti turchi con una vittoria militare decisiva. Capiva che approntare un altro esercito sarebbe stato difficile e costoso. L’imperatore cercò di richiamare Tarcaniota e la sua metà delle forze, ma non si trovavano più nell’area. Non ci furono scontri quel giorno, ma il 26 agosto l’esercito bizantino si schierò in una formazione di battaglia adeguata e iniziò a marciare verso le posizioni turche, con l’ala sinistra guidata da Briennio, l’ala destra guidata da Teodoro Alyates e il centro guidato dall’imperatore. **In quel momento, un soldato turco disse ad Alp Arslan**: “*Mio sultano, l’esercito nemico si sta avvicinando*“, e si dice che Alp Arslan abbia risposto: “*Allora ci stiamo anche noi avvicinando*“. Andronico Ducas guidava le forze di riserva nella retroguardia, un errore sciocco da parte dell’imperatore, considerando la dubbia lealtà della famiglia Ducas. **I Selgiuchidi si erano organizzati in una formazione a mezzaluna a circa quattro chilometri di distanza**. Gli arcieri a cavallo selgiuchidi attaccarono i Bizantini man mano che si avvicinavano; il centro della loro formazione a mezzaluna si muoveva continuamente all’indietro mentre le ali si spostavano per circondare le truppe bizantine. **Nonostante gli attacchi degli arcieri, i Bizantini continuarono ad avanzare e alla fine del pomeriggio riuscirono a catturare il campo di Alp Arslan**. Tuttavia, le ali destra e sinistra, dove le frecce avevano causato il maggior danno, rischiarono quasi di disintegrarsi quando singole unità cercarono di costringere i Selgiuchidi a uno scontro diretto. La cavalleria selgiuchide si ritirò quando venne sfidata, seguendo le classiche tattiche partiche dei guerrieri delle steppe. Con i Selgiuchidi che evitavano lo scontro, Romano fu costretto a ordinare la ritirata entro il calare della notte. Tuttavia, l’ala destra fraintese l’ordine e Ducas deliberatamente ignorò l’ordine dell’imperatore di coprire la ritirata dell’esercito e marciò direttamente verso il campo bizantino fuori Manzikert. **Approfittando della confusione bizantina, i Selgiuchidi attaccarono**. L’ala destra bizantina fu quasi immediatamente sconfitta, pensando di essere tradita o dagli armeni o dagli ausiliari turchi dell’esercito. Alcuni autori suppongono che gli armeni siano stati i primi a fuggire e siano riusciti tutti a scappare, mentre, al contrario, gli ausiliari turchi rimasero leali fino alla fine. **Altre fonti suggeriscono che la fanteria armena resistette vigorosamente** e non voltò le spalle, non abbandonando l’imperatore come fecero molti altri. Quando Romano vide il coraggio dei soldati armeni a piedi, dimostrò grande affetto per loro e promise loro ricompense straordinarie. Alla fine, le truppe personali dell’imperatore e questi soldati armeni a piedi subirono le perdite più pesanti nell’esercito bizantino. L’ala sinistra sotto Briennio resistette un po’ più a lungo ma venne anche essa sconfitta. I resti del centro bizantino, inclusi l’imperatore e la Guardia Varangiana, furono circondati dai Selgiuchidi. Romano fu ferito e fatto prigioniero dai Selgiuchidi. Molti dei superstiti fuggirono dal campo e furono inseguiti durante la notte, ma non oltre; all’alba, il nucleo dell’esercito bizantino era stato distrutto, mentre molte delle truppe contadine e delle leve che erano state sotto il comando di Andronico erano fuggite. ## La cattura di Romano Diogene Quando Romano fu condotto di fronte ad Alp Arslan, il sultano rifiutò di credere che l’uomo sanguinante e stracciato coperto di sporco fosse il potente imperatore dei Romani. **Dopo aver scoperto la sua identità, Alp Arslan pose il suo stivale sul collo dell’Imperatore e lo costrinse a baciare il suolo,** un gesto simbolico tradizionale dell’epoca. Alp Arslan trattò poi Romano con considerevole gentilezza e gli offrì nuovamente le condizioni di pace che aveva proposto prima della battaglia. ![Romano IV Diogene ](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/07/diogene-811x1024.jpg "diogene - Scripta Manent Italia")**Secondo Ibn al-Adim, in presenza di Arslan, Romano incolpò le incursioni di Rashid al-Dawla Mahmud nel territorio bizantino** per le sue stesse incursioni nei territori musulmani, che alla fine portarono alla Battaglia di Manzikert. Romano rimase prigioniero del Sultano per una settimana. Durante questo periodo, il Sultano permise a Romano di mangiare al suo tavolo mentre si concordavano delle concessioni: **Antiochia, Edessa, Hierapolis e Manzikert dovevano essere cedute**. Ciò avrebbe lasciato intatto il nucleo vitale dell’Anatolia. Il pagamento di 10 milioni di monete d’oro richiesto dal Sultano come riscatto per Romano fu giudicato troppo alto da quest’ultimo, quindi il Sultano ridusse la spesa a breve termine chiedendo invece un pagamento iniziale di 1,5 milioni di monete d’oro, seguito da una somma annuale di 360.000 monete d’oro. **Inoltre, fu preparato un matrimonio tra il figlio di Alp Arslan e la figlia di Romano**. Il Sultano donò poi a Romano molti regali e gli fornì una scorta di due emiri e cento Mamelucchi per il suo viaggio verso Costantinopoli. Poco dopo il suo ritorno tra i suoi sudditi, Romano trovò il suo regno in grave crisi. Nonostante i tentativi di reclutare truppe fedeli, fu sconfitto tre volte in battaglia dalla famiglia Doukas, venne deposto, accecato ed esiliato nell’isola di Proti. Morì poco dopo a causa di un’infezione causata dalla sua brutale cecità. L’ultima spedizione di Romano nell’entroterra anatolico, che aveva tanto cercato di difendere, fu un’umiliazione pubblica. ## Le conseguenze della battaglia di Manzincerta Con il senno di poi, sia gli storici bizantini che quelli moderni concordano nel datare il declino delle fortune bizantine a questa battaglia. Come scrive Paul K. Davis, “*La sconfitta bizantina ha limitato gravemente il potere dei Bizantini negando loro il controllo dell’Anatolia, principale zona di reclutamento per i soldati. Da quel momento in poi, i musulmani hanno controllato la regione. L’Impero Bizantino era limitato all’area immediatamente intorno a Costantinopoli e i Bizantini non sono più stati una forza militare seria*“. **È anche interpretata come una delle cause scatenanti delle Crociate successive**, poiché la Prima Crociata del 1095 era originariamente una risposta occidentale alla chiamata dell’imperatore bizantino per l’assistenza militare dopo la perdita dell’Anatolia. Da un altro punto di vista, l’Occidente ha visto **Manzincerta come un segnale che Bisanzio non era più in grado di essere il protettore del cristianesimo** orientale o dei pellegrini cristiani ai Luoghi Santi in Medio Oriente. **Delbrück considera l’importanza della battaglia esagerata**, ma le prove sono chiare nel dimostrare che ha portato all’incapacità dell’Impero di mettere in campo un esercito efficace per molti anni. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [Marco Fabio Quintiliano. Pensiero e opere](https://scriptamanentitalia.it/marco-fabio-quintiliano-pensiero-e-opere/) **Published:** Luglio 3, 2023 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Giovinezza e Influenze](#Giovinezza_e_Influenze) - [Contributi all’educazione e alla retorica](#Contributi_alleducazione_e_alla_retorica) - [Eredità e influenza culturale](#Eredita_e_influenza_culturale) - [Un’icona di eleganza e precisione](#Unicona_di_eleganza_e_precisione) - [Il valore dell’educazione](#Il_valore_delleducazione) **Marcus Fabius Quintilianus, meglio noto come Quintiliano**, fu una figura di spicco nel campo dell’educazione e della retorica durante l’Impero Romano. Nato a **Calagurris**, nella Hispania Romana, intorno al 35 d.C., e morto intorno al 100 d.C., Quintiliano ha lasciato un segno indelebile nella storia della retorica e dell’educazione. ## Giovinezza e Influenze Quintiliano nacque in un’epoca in cui l’Impero Romano era in piena espansione e la cultura romana prosperava. Durante la sua formazione accademica, fu influenzato da alcune delle più grandi menti della storia. **Tra coloro che seguì vi erano filosofi e pensatori come Esiodo, Platone, Aristotele, Crisippo, Eratostene e Catone**. Tuttavia, fu la tradizione Ciceroniana, fondata sulle opere di Cicerone, che giocò un ruolo chiave nel plasmare il pensiero e l’approccio retorico di Quintiliano. **Quintiliano è nato c. 35 dC a Calagurris ( Calahorra, La Rioja ) in Hispania**. Suo padre, un uomo colto, lo mandò a Roma per studiare retorica all’inizio del regno di Nerone. Mentre era lì, coltivò una amicizia con Domitius Afer, che morì nel 59. *“Era sempre stata consuetudine … per i giovani con ambizioni nella vita pubblica fissarsi su un modello più antico della loro ambizione … e considerarlo un mentore*“. **Quintiliano adottò evidentemente Afer come suo modello** e lo ascoltò parlare e perorare cause nei tribunali. Afer è stato un oratore ciceroniano più austero, classico di quelli comuni al tempo di Seneca il Giovane, e potrebbe aver ispirato l’amore di Quintiliano per Cicerone. Qualche tempo dopo la morte di Afer, Quintiliano tornò in Hispania, forse per esercitare la professione legale nei tribunali della sua stessa provincia**. Tuttavia, nel 68, tornò a Roma come parte del seguito dell’imperatore Galba, successore di breve durata di Nerone.** Quintiliano non sembra essere stato uno stretto consigliere dell’Imperatore, il che probabilmente gli assicurò la sopravvivenza dopo l’assassinio di Galba nel 69. Dopo la morte di Galba, e durante il caotico Anno dei Quattro Imperatori che seguì, Quintiliano aprì una scuola pubblica di retorica. Tra i suoi studenti c’erano Plinio il Giovane e forse Tacito. L’imperatore Vespasiano lo nominò console. Questo sussidio permise a Quintiliano di dedicare più tempo alla scuola. Inoltre, è comparso in tribunale, argomentando per conto dei clienti. **Quintiliano si ritirò dall’insegnamento e dalla supplica nell’88 d.C.,** durante il regno di Domiziano. Il suo ritiro potrebbe essere stato spinto dal raggiungimento della sicurezza finanziaria e dal suo desiderio di diventare un gentiluomo di svago. Quintiliano sopravvisse a diversi imperatori; i regni di Vespasiano e Tito furono relativamente pacifici, ma quello di Domiziano è stato molto difficile. La crudeltà e la paranoia di Domiziano potrebbero aver spinto il retore a prendere le distanze da tutti. L’imperatore non sembra essersi offeso poiché nel 90 d.C. nominò tutore Quintiliano dei suoi due pronipoti. Si ritiene che sia morto intorno al 100 d.C., non essendo sopravvissuto a lungo a Domiziano, assassinato nel 96. ## Contributi all’educazione e alla retorica Quintiliano era un uomo di lettere e un educatore. La sua disciplina era la retorica, l’arte della persuasione attraverso il discorso. La sua dedizione all’insegnamento e alla retorica lo portò a diventare uno dei più rispettati maestri della sua epoca. **Uno dei contributi più notevoli di Quintiliano al campo della retorica fu la sua opera “Institutio Oratoria”**. Quest’opera in dodici libri è una trattazione esaustiva sull’educazione retorica, dalla formazione dei giovani oratori al perfezionamento delle tecniche per gli oratori esperti. Attraverso “Institutio Oratoria”, Quintiliano esplorò come un oratore potesse usare il linguaggio per persuadere, informare e muovere il suo pubblico. Quest’opera ha influenzato pesantemente la retorica e l’educazione per secoli. In quest’opera Quintiliano stabilisce che il perfetto oratore è prima un uomo buono, e poi un buon oratore. Credeva anche che un discorso dovesse rimanere fedele a un messaggio che è “giusto e onorevole”. Questa divenne nota come la sua teoria dell’uomo buono, abbracciando il messaggio che se non si può essere veramente buoni, allora non si può essere un buon oratore per la gente. Questa teoria ruota anche attorno all’essere al servizio delle persone. Un uomo buono è colui che lavora per il bene delle persone e la prosperità della società. ## Eredità e influenza culturale L’influenza di Quintiliano non si limitò alla sua epoca. Le sue opere e i suoi insegnamenti furono ampiamente studiati e citati nelle scuole di retorica medievali e durante il Rinascimento. Persino nell’era moderna, Quintiliano è celebrato come un maestro della retorica. T**ra le figure storiche influenzate da Quintiliano troviamo** Giuvenale, Gerolamo, Sant’Agostino, Petrarca, Bruni, Erasmo, Lutero, Montaigne, Lessing, De Quincey e Mill. Questa lista di pensatori, scrittori e riformatori dimostra l’ampio impatto che Quintiliano ha avuto non solo nella retorica ma anche nella filosofia, nella letteratura e nella teologia. Quintiliano fece colpo anche su Marziale, il poeta latino. A lui era indirizzata una breve poesia, scritta nell’86 dC, che si apriva: “Quintiliano, massimo regista di giovinezza smarrita, / sei un onore, Quintiliano, alla toga romana”. Tuttavia, non si dovrebbero prendere per oro colato gli elogi di Marziale, poiché era noto per i suoi insulti astuti e arguti. Le righe di apertura sono tutto ciò che viene solitamente citato, ma il resto della poesia contiene righe come “Un uomo che desidera superare il censimento di suo padre”. Questa parte descrive il lato ambizioso di Quintiliano e della sua spinta alla ricchezza e alla posizione. ## Un’icona di eleganza e precisione **Una delle caratteristiche distintive del pensiero di Quintiliano** era il suo impegno per l’eleganza e la precisione nel discorso. Credeva che un buon oratore dovesse avere una profonda conoscenza della lingua e delle sue sfumature. Sottolineava l’importanza di una presentazione chiara e logica, abbinata a uno stile di discorso che potesse catturare l’attenzione e l’immaginazione del pubblico. ## Il valore dell’educazione Quintiliano credeva fermamente nel valore dell’educazione. Attraverso la sua opera “Institutio Oratoria”, sottolineò l’importanza di una formazione completa per gli oratori. Secondo lui, un oratore non doveva solo essere addestrato nell’arte della retorica, ma doveva anche avere una solida comprensione di vari campi del sapere, come la filosofia, la storia e la legge. **Questo, credeva, avrebbe arricchito il suo discorso e lo avrebbe reso più efficace nel persuadere e informare il suo pubblico**. Quintiliano fu una figura che attraversò i secoli con la sua saggezza e il suo genio nella retorica. La sua opera “Institutio Oratoria” è ancora oggi considerata una delle opere più importanti nel campo della retorica. Il suo impegno per l’eleganza, la precisione e l’educazione continua ad essere una fonte di ispirazione per insegnanti, studenti e oratori. La sua eredità ci ricorda l’importanza di coltivare la mente e il carattere, e il potere che il discorso può avere nel plasmare la società. In un’epoca in cui la comunicazione è più importante che mai, le parole e gli insegnamenti di Quintiliano riecheggiano come un monito e un invito a elevare il nostro discorso per il bene comune. **Attraverso il suo impegno per l’educazione e la sua maestria nella retorica**, Quintiliano ci mostra che le parole hanno il potere non solo di informare, ma anche di ispirare e trasformare il mondo intorno a noi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Le riforme di Lucio Cornelio Silla: lo strapotere del Senato](https://scriptamanentitalia.it/riforme-silla-lucio-cornelio/) **Published:** Luglio 30, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Le riforme di Silla diedero all'aristocrazia senatoria un potere straordinario su Roma. Storia di una grande rivisitazione della Repubblica che ebbe vita breve **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’attacco ai tribuni della plebe](#Lattacco_ai_tribuni_della_plebe) - [Le limitazioni alle carriere politiche](#Le_limitazioni_alle_carriere_politiche) - [I provvedimenti sui governatori delle province](#I_provvedimenti_sui_governatori_delle_province) - [L’aumento dei membri del Senato](#Laumento_dei_membri_del_Senato) - [La creazione dei Tribunali permanenti](#La_creazione_dei_Tribunali_permanenti) - [Le punizioni personali di Silla](#Le_punizioni_personali_di_Silla) - [L’eredità delle riforme di Silla](#Leredita_delle_riforme_di_Silla) Quando **Lucio Cornelio Silla** rimase come unico dittatore di Roma, al termine delle guerre civili contro **Caio Mario**, pensò di avviare una enorme riforma dello Stato Romano, per restituire potere all’aristocrazia senatoria e cercare di contenere i problemi che avevano causato momenti di grande violenza e tensione. La strada di Silla verso il potere fu molto difficile: dovette affrontare una vera e propria guerra civile contro il principale capo della fazione dei popolari, **Caio Mario**, un generale di grande talento che aveva salvato Roma dall’invasione dei Cimbri e dei Teutoni. [![](https://trizioeditore.it/wp-content/uploads/2022/04/Silla-cornice-frase.jpg)](https://trizioeditore.it/prodotto/lucio-cornelio-silla-frase/) La guerra contro Mario aveva toccato dei punti di **straordinaria violenza:** Silla era stato costretto, con un esercito, a violare il confine sacro di Roma per riportare le istituzioni al loro funzionamento e mentre, successivamente, era impegnato in una guerra contro Mitridate in Oriente, Caio Mario e i suoi avevano ripreso il potere, dando luogo ad un violentissimo regime, durante il quale si erano verificate delle **esecuzioni sommarie.** ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/07/silla-800x445-1.jpg "silla-800x445-1 - Scripta Manent Italia") Silla era quindi **tornato nuovamente in Italia** per affrontare delle nuove battaglie contro i seguaci di Mario, in una guerra civile durissima, che aveva **stremato il popolo romano** e compromesso totalmente il funzionamento della Repubblica. Dopo la morte di Caio Mario e la sconfitta definitiva dei popolari, Silla divenne il **capo supremo di Roma**, ed iniziò subito a pensare ad una vasta riforma, che nei suoi piani, avrebbe dovuto garantire un nuovo corso alla Repubblica Romana. ## L’attacco ai tribuni della plebe Silla apparteneva all’aristocrazia senatoria e credeva nell’assoluta autorità del Senato: tutte le sue riforme mirarono a riportare il pieno controllo della politica romana nelle mani di questa istituzione. Le sue prime misure furono rivolte **contro i tribuni della plebe.** I tribuni della plebe erano dei magistrati deputati a difendere gli interessi della parte più debole della popolazione, i plebei, e avevano il potere di bloccare qualsiasi legge realizzata dagli aristocratici che potesse ledere i diritti del popolo. Si trattava di un ruolo molto importante, di una carica inviolabile, che nel corso del tempo aveva costituito un grande ostacolo alle riforme da parte degli aristocratici. Silla si premurò di ridurre drasticamente i poteri dei tribuni: le sue riforme obbligarono i tribuni della plebe a chiedere il permesso del Senato prima di presentare una qualsiasi legge. Inoltre, il tribuno **non ebbe più il potere di veto** sui provvedimenti che venivano votati, il che svuotava completamente questa magistratura della sua funzione di controllo. Anche l’interesse a ricoprire tale carica venne annientato: chiunque fosse stato eletto tribuno della plebe, anche solo una volta, non avrebbe più potuto candidarsi a **nessun’altra magistratura successiva, per nessun motivo**. Il che equivaleva, praticamente, ad un suicidio politico. In questo modo, Silla aveva cancellato i poteri dei tribuni della plebe e reso questa carica assolutamente sconveniente per qualunque personaggio volesse affacciarsi al mondo politico. Senza la funzione del tribuno della plebe, i plebei rimasero disarmati di fronte alle leggi del Senato, e il potere politico ritornò completamente nelle mani delle grandi famiglie aristocratiche. ## Le limitazioni alle carriere politiche Un altro intervento di Silla riguardò la carriera politica di un personaggio. Nel corso delle guerre civili, Silla aveva constatato più volte come il cosiddetto “Cursus honorum”, il percorso politico, fosse stato più volte violato, le tappe bruciate, le scorciatoie continuamente imboccate. Silla decise di stabilire un percorso politico estremamente rigido, che non ammetteva alcuna eccezione: chiunque doveva ricoprire la carica di questore, successivamente di pretore e solo in seguito di console. Non vi era più alcuna possibilità di saltare i passaggi, o di candidarsi senza avere l’età legale. Anche i tempi vennero “irrigiditi”: tra due magistrature dovevano **trascorrere almeno 2 anni,** e un qualsiasi magistrato avrebbe dovuto **aspettare 10 anni** prima di ricoprire lo stesso ruolo. Questi provvedimenti, estremamente severi, servivano, nel disegno di Silla, ad impedire che chiunque potesse accumulare troppo potere per un tempo pericolosamente lungo. Dal momento che, tuttavia, il dominio romano si stava rapidamente espandendo, Silla pensò anche di ampliare il numero dei questori, portandolo a 20, e dei pretori, portandoli a 8 . ## I provvedimenti sui governatori delle province Un altro provvedimento importante da parte di Silla, fu quello di limitare il **potere dei governatori delle province.** Negli ultimi anni, i governatori provinciali riuscivano ad estorcere agli abitanti delle province parecchio denaro, sotto forma di tasse o di donazioni pretese. In questo modo i governatori avevano la possibilità di arricchirsi rapidamente e di formare un proprio esercito privato da contrapporre a quello della Repubblica. Le riforme di Silla prevedevano che un governatore potesse rimanere nella sua provincia per un numero di anni limitato, e avendo aumentato drasticamente il numero dei magistrati per amministrare le province, aveva evitato che i ruoli rimanessero vacanti permettendo a colui che era in carica di prolungare il suo mandato. Inoltre, se un governatore, a seguito di una denuncia, fosse stato sospettato di soprusi, sarebbe immediatamente finito di fronte al cosiddetto **“Tribunale del tradimento”**, subendo un gravissimo e pericolosissimo processo, che avrebbe potuto stroncare la sua carriera. ## L’aumento dei membri del Senato La guerra civile aveva notevolmente ridotto i partecipanti al Senato. I senatori erano formalmente 300, ma dopo i combattimenti che si erano appena conclusi, il loro numero si era ridotto a poco più di 100. Silla portò i membri del **Senato da 300 a 600**, nominando tra i nuovi senatori diversi appartenenti al ceto dei **Cavalieri**, una fascia della popolazione che si dedicava all’imprenditoria, e che stava assumendo un peso sempre maggiore nella società romana. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/07/post-7204-0-06218600-1427557319_thumb.jpg "post-7204-0-06218600-1427557319_thumb - Scripta Manent Italia") Ovviamente, un gran numero di Senatori apparteneva alla fazione politica di Silla, e condivideva con lui il suo piano di riforme. ## La creazione dei Tribunali permanenti Un’altra parte importante delle riforme di Silla riguardò i **tribunali e soprattutto le giurie.** Gli **ottimati**, gli aristocratici, volevano che le giurie fossero composte prevalentemente da Senatori, in modo tale da garantire maggiore protezione e minori condanne nei confronti di imputati del loro rango. I **Populares**, al contrario, desideravano che le giurie dei tribunali fossero composte da loro seguaci e da **Cavalieri**, per ottenere il risultato opposto. Silla annullò una precedente riforma del tribuno della plebe Caio Gracco, e permise nuovamente ai senatori di far parte delle giurie, dando all’aristocrazia senatoria un vantaggio nel giudizio dei tribunali e la possibilità di difendere con maggiore vigore la loro casta da processi e imputazioni. Silla istituì **sette nuovi Tribunali permanenti** per i reati di omicidio, falsificazione, frode elettorale, appropriazione indebita, tradimento, lesioni personali ed estorsioni alle province. ## Le punizioni personali di Silla Oltre a questa vasta gamma di riforme, Silla utilizzò i suoi poteri di dittatore per colpire personalmente i nemici politici che gli si opponevano, o che potevano mettere in discussione l’impianto delle sue riforme. Molto spesso Silla diede ordine di **esiliare dei personaggi e di confiscare i loro beni,** ma ancora peggio, in occasione di interrogatori per sospetti reati, si faceva spesso ricorso alla tortura. L’azione di Silla, tuttavia, non si limitò solamente alle singole persone, ma coinvolse intere città che gli si erano opposte durante la guerra civile o che dimostravano resistenze politiche alle sue riforme. In questo caso, la punizione di Silla si concretizzava in una serie di **tasse e di tributi** che mettevano in ginocchio le popolazioni di quelle città. Inoltre, spesso Silla faceva accampare contingenti delle sue legioni vicino alle città più turbolente e pericolose, come deterrente di natura militare. ## L’eredità delle riforme di Silla Le riforme di Silla riportarono il pieno controllo della politica Romana nelle mani del Senato e dell’aristocrazia. Erano riforme durissime, che soffocavano la possibilità da parte dei plebei di partecipare alla vita politica, e davano ai senatori poteri straordinari. Tuttavia, le sue riforme **non ebbero lunga durata**: dopo il ritiro volontario di Silla a vita privata, la situazione politica venne dominata da nuove figure, come quella di **Pompeo Magno**, suo pupillo, e **Licinio Crasso**, un aristocratico che si stava facendo strada creando un enorme potere economico personale. Alla morte di Silla, Pompeo e Crasso iniziarono a disattendere le istruzioni, e cercarono di ottenere il potere tramite delle misure come il ripristino dell’autorità del tribuno della plebe, in contraddizione con quanto aveva previsto Silla. Gli eventi successivi, che culminarono con il triumvirato, un accordo politico privato tra **Pompeo, Crasso e un giovane Giulio Cesare,** rappresentarono la piena violazione delle riforme di Silla, che non sortirono minimamente l’effetto di riportare la Repubblica al pieno funzionamento, e che furono **ben presto smantellate.** ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Repubblica --- ### [Il culto di Lara, la dea del silenzio e della morte](https://scriptamanentitalia.it/il-culto-di-lara-la-dea-del-silenzio-e-della-morte/) **Published:** Giugno 10, 2023 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Lara era una divinità romana legata al mondo dei morti e al silenzio**. Secondo la leggenda, era una ninfa figlia del fiume Almone**, che scorreva vicino a Roma. Lara era molto chiacchierona e indiscreta e rivelò a Giuturna, la ninfa sorella di Turno, che Giove voleva violentarla. **Per punirla, il re degli dei le strappò la lingua e la mandò nel regno dei morti**, dove divenne la moglie di Mercurio e la madre dei Lari, gli spiriti protettori delle case e delle famiglie. Lara fu considerata dai romani sia come divinità della maldicenza sia come divinità del silenzio eterno, ovvero della morte. In realtà non si comprende come aver svelato a Giuturna le intenzioni di stupro di Giove potesse costituire una maldicenza. **Ma si tratta di un’antica Dea Madre declassata a ninfa, e detentrice dei Sacri Misteri.** **Il culto di Lara era celebrato il 21 febbraio, durante le Feralia**, l’ultimo giorno delle Parentalia, la festa dedicata ai defunti. In questa occasione, le donne romane offrivano sacrifici alla dea e pronunciavano formule magiche per allontanare le forze maligne. Inoltre, cucivano la bocca di una bambola di lana o di stoffa per simboleggiare il silenzio imposto a Lara da Giove. Questa bambola era chiamata Dea Muta o Dea Tacita. **Lara era anche associata alla dea Mania, che presiedeva ai Maniì**, le anime dei morti che ricevevano un culto particolare in famiglia. Varrone la identificava con questa dea e diceva che il suo nome derivava dal fatto che i romani chiamavano Maniì le anime dei morti. **Secondo altre fonti, però**, Mania era una dea diversa da Lara e aveva un ruolo più sinistro: era infatti la madre dei Larvae o Lemures, gli spiriti maligni che tormentavano i vivi. Il suo culto era celebrato il 14 maggio, durante le Lemuralia, una festa in cui si cercava di placare questi spettri con offerte di fave nere. Lara era quindi una dea ambigua e misteriosa, che incarnava sia il lato benefico che quello malefico della morte. Era venerata dai romani con riti segreti e magici, che miravano a proteggere la vita dalla sua influenza nefasta. **Lara era anche collegata al culto di Bacco**, il dio del vino e dell’estasi, a cui partecipava come dea del silenzio e della morte. I festeggiamenti in onore di Bacco erano chiamati Baccanali e si svolgevano in luoghi appartati e boscosi. I partecipanti si abbandonavano a danze frenetiche, musiche stridenti, bevute sfrenate e rapporti sessuali promiscui. I Baccanali erano considerati pericolosi per l’ordine pubblico e morale e furono oggetto di una dura repressione da parte del Senato romano nel 186 a.C. Lara era anche legata al culto degli imperatori romani, che erano venerati come divinità dopo la loro morte o anche in vita. ![Larario](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/larario-1002x1024.jpg "larario - Scripta Manent Italia")**Lara era quindi una dea che aveva molteplici aspetti e funzioni**. Era la madre dei Lari, gli spiriti domestici che vegliavano sulle famiglie e sulla città. Era la dea del silenzio e della morte, che veniva onorata con riti segreti e magici. Era associata al culto di Bacco, il dio dell’estasi e della libertà, e al culto degli imperatori, i sovrani divinizzati. Lara era una dea che rifletteva le contraddizioni e le sfumature della religione romana, che era capace di accogliere e assimilare diverse tradizioni e influenze. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La prima Lega della Neutralità Armata](https://scriptamanentitalia.it/la-prima-lega-della-neutralita-armata/) **Published:** Giugno 10, 2023 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** **La prima Lega della Neutralità Armata, attiva tra il 1780 e il 1783**, fu un’alleanza tra diverse potenze navali europee. Scopo di questa lega era proteggere le navi neutrali dalle azioni della Royal Navy, che durante la guerra d’indipendenza americana e la guerra anglo-francese sottoponeva le navi neutrali a controlli illimitati per individuare contrabbando francese. **Si stima che una nave mercantile su cinque non riuscisse a raggiungere il porto di destinazione a causa di questa politica britannica**. Entro settembre 1778, almeno 59 navi erano state catturate, tra cui 8 navi danesi (e norvegesi), 16 svedesi e 35 olandesi, senza considerare quelle della Prussia. Le proteste da entrambe le parti coinvolte furono numerose e intense. **L’imperatrice Caterina II di Russia** diede inizio alla prima Lega con la sua dichiarazione di neutralità armata russa il 11 marzo 1780, durante la guerra d’indipendenza americana. Con questa dichiarazione, la Russia riconobbe il diritto dei paesi neutrali di commerciare liberamente per mare con i cittadini dei paesi belligeranti, esclusi soltanto armi e forniture militari. **La Russia non accettava il concetto di blocco navale** di intere coste, ma riconosceva solo il blocco di porti specifici, a condizione che una nave da guerra del belligerante fosse effettivamente presente o nelle vicinanze. La marina russa inviò tre squadroni nel Mediterraneo, nell’Atlantico e nel Mare del Nord per far rispettare questa decisione. **La Danimarca-Norvegia e la Svezia, che governava anche la Finlandia, accettarono le proposte della Russia per unirsi all’alleanza** dei paesi neutrali e adottarono la stessa politica per quanto riguarda il traffico marittimo. I tre paesi firmarono accordi bilaterali e successivamente una convenzione tripartita che portò alla formazione della Lega nell’agosto 1780. **L’obiettivo era unire le loro navi in convogli e dichiarare che i loro carichi non contenevano contrabbando**, anche se questa dichiarazione non venne accettata dalla Gran Bretagna. La Spagna, che era in guerra con la Gran Bretagna, promise di rispettare la neutralità della Lega, mentre la Gran Bretagna mostrò titubanza. I Paesi Bassi avevano pianificato di unirsi alla Lega nel gennaio 1781, ma la Gran Bretagna venne a conoscenza del trattato prima che potesse essere firmato e dichiarò guerra dopo aver catturato una nave che trasportava il diplomatico americano Henry Laurens, diretto ad Amsterdam per negoziare un prestito per il Congresso Continentale. Di conseguenza, i Paesi Bassi non poterono unirsi alla Lega dei paesi neutrali. **I membri della Lega evitarono di entrare direttamente in guerra, ma minacciarono di adottare misure di ritorsione congiunte** ogni volta che una loro nave veniva ispezionata da una potenza belligerante. Nel corso degli anni, si unirono alla Lega anche la Prussia, l’Austria, il Portogallo nel 1781, l’Impero Ottomano nel 1782 e le Due Sicilie nel 1783. **Poiché la Royal Navy era numericamente superiore alle flotte combinate degli alleati**, l’alleanza, dal punto di vista militare, fu ciò che successivamente Caterina definì una “nullità armata”. Tuttavia, dal punto di vista diplomatico, l’alleanza ebbe un peso significativo. Francia e Stati Uniti si schierarono subito a favore del nuovo principio del libero commercio neutrale. **La Gran Bretagna, pur non aderendo al principio, evitò di ostacolare il traffico delle navi degli alleati**, poiché non desiderava creare tensioni con la Russia. Sebbene entrambe le parti coinvolte nella quarta guerra anglo-olandese interpretassero l’alleanza come un tentativo di tenere i Paesi Bassi fuori dalla Lega, la Gran Bretagna non la considerò ufficialmente ostile. Durante la guerra, la maggior parte dei materiali navali della Royal Navy continuò ad arrivare dal Mar Baltico. **La Lega perse la sua rilevanza pratica dopo la firma del Trattato di Parigi nel 1783, che pose fine alla guerra.** Successivamente, durante le guerre napoleoniche, si formò la Seconda Lega della Neutralità Armata, che tuttavia ebbe un successo molto limitato e si concluse con la vittoria britannica nella battaglia di Copenaghen. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Storia Moderna, Top **Tag:** Russia --- ### [Il Campio Marzio nel tempo](https://scriptamanentitalia.it/il-campio-marzio-nel-tempo/) **Published:** Giugno 9, 2023 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Storia](#Storia) - [Evoluzione](#Evoluzione) - [Monumentalizzazione](#Monumentalizzazione) - [Architettura](#Architettura) Il Campo Marzio era una vasta zona dell’antica Roma di circa 2,5 km², originariamente esterna ai confini cittadini definiti dalle mura serviane. Questa zona fu consacrata al dio Marte e utilizzata per esercizi militari sin dall’epoca regia. Si racconta che qui, presso la Palus Caprae fu assunto al cielo il primo re di Roma, Romolo. Il campo si estendeva oltre i confini della città, con una superficie di 250 ettari e si estendeva in larghezza e lunghezza per circa due chilometri, soggetto a frequenti inondazioni a causa della sua vicinanza al fiume Tevere. ## Storia Durante il regno di Tarquinio il Superbo, il Campo Marzio fu utilizzato per la coltivazione di grano. Secondo una leggenda, durante la rivolta che causò la cacciata del re, i covoni di quel grano furono gettati nel fiume dando origine all’Isola Tiberina. Con l’inizio dell’epoca repubblicana, il Campo Marzio ritornò ad essere area pubblica e fu riconsacrato al dio Marte, diventando sede dei comitia centuriata, le assemblee del popolo. L’area fu attraversata dalla Via Flaminia, che divenne una delle principali vie della città. Nel corso del tempo, vi furono costruiti numerosi edifici sacri, portici e edifici privati, con proprietari illustri come Publio Cornelio Scipione e Pompeo. ## Evoluzione Con l’avvento di Augusto, il Campo Marzio fu diviso in due regioni: la Regio VII Via Lata e la Regio IX Circus Flaminius. Durante il periodo augusteo, furono edificati numerosi monumenti, tra cui i giardini di Lucullo e di Agrippa, la basilica di Nettuno, le terme di Agrippa e il Pantheon. L’area fu ulteriormente arricchita con la costruzione del primo anfiteatro permanente di Roma, il teatro di Balbo, una vasta meridiana e l’Ara Pacis. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/06/campomarzio.jpg "campomarzio - Scripta Manent Italia") ## Monumentalizzazione La monumentalizzazione dell’area iniziò con il teatro di Pompeo nel 55 a.C., che ospitava anche un tempio dedicato a Venere Vincitrice. Con Cesare, furono sistemati gli edifici legati alle elezioni, i Saepta Iulia (completati da Augusto) e la Villa publica. Sotto Nerone, furono costruite le terme a suo nome e un ponte sul Tevere. Dopo l’incendio di Roma dell’anno 80, Domiziano ricostruì i monumenti danneggiati, aggiungendo uno stadio e un odeion. Adriano trasformò il complesso del Pantheon e aggiunse i templi di Matidia e Marciana. ## Architettura Nel corso degli anni, furono costruiti quattro templi nell’area tra il VI secolo a.C. e il 324 a.C.: un tempio a Diana (dedicato da Servio Tullio), un tempio a Castore e Polluce (votato da Postumio Albino nel 496 a.C.), il tempio di Apollo Sosiano (edificato da Gaio Sosio nel 34 a.C.) e un tempio di Giunone Regina (costruito da Camillo nel 392 a.C.). Durante il periodo imperiale, la zona fu arricchita con ulteriori costruzioni, tra cui il tempio di Iside (eretto da Domiziano) e la colonna dedicata ad Antonino Pio (innalzata dai suoi successori Marco Aurelio e Lucio Vero). ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [La Rivoluzione Industriale](https://scriptamanentitalia.it/la-rivoluzione-industriale/) **Published:** Giugno 8, 2023 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Etimologia del termine Rivoluzione Industriale](#Etimologia_del_termine_Rivoluzione_Industriale) - [Fattori della industrializzazione](#Fattori_della_industrializzazione) - [Importanti sviluppi tecnologici](#Importanti_sviluppi_tecnologici) - [Evoluzione della chimica](#Evoluzione_della_chimica) - [Effetti sociali della rivoluzione industriale](#Effetti_sociali_della_rivoluzione_industriale) - [Standard di vita](#Standard_di_vita) - [Critiche alla Rivoluzione Industriale](#Critiche_alla_Rivoluzione_Industriale) **La Rivoluzione Industriale è stata un periodo di transizione globale** dell’economia umana verso processi manifatturieri più efficienti e stabili, che ha seguito la Rivoluzione Agricola, a partire dalla Gran Bretagna, l’Europa continentale e gli Stati Uniti, avvenuta nel periodo intorno al 1760 fino al 1820-1840 circa. Questa transizione ha comportato il passaggio dai metodi di produzione artigianale alle macchine, nuovi processi di produzione chimica e siderurgica, **l’uso sempre più diffuso dell’energia idrica e del vapore,** lo sviluppo di macchine utensili e l’ascesa del sistema di fabbrica meccanizzata. La produzione è aumentata notevolmente e ciò ha comportato un aumento senza precedenti della popolazione e del tasso di crescita demografica. **L’industria tessile è stata la prima a utilizzare metodi di produzione moderni** e è diventata l’industria dominante in termini di occupazione, valore della produzione e investimenti di capitale. **A livello strutturale, la Rivoluzione Industriale ha posto alla società la cosiddetta** “questione sociale”, esigendo nuove idee per gestire grandi gruppi di individui. La crescente povertà da una parte e l’aumento della popolazione e della ricchezza materiale dall’altra hanno causato tensioni tra i ricchi e le persone più povere della società. Queste tensioni si sono talvolta sfociate in violenze e hanno portato a idee filosofiche come il socialismo, il comunismo e l’anarchismo. **La Rivoluzione Industriale ebbe inizio in Gran Bretagna** e molte delle innovazioni tecnologiche e architettoniche ebbero origine britannica. Alla metà del XVIII secolo, la Gran Bretagna era la principale potenza commerciale del mondo, controllando un impero commerciale globale con colonie in Nord America e nei Caraibi. **La Gran Bretagna esercitava un’egemonia militare e politica** sul subcontinente indiano, in particolare con la regione del Bengala proto-industrializzata, attraverso le attività della Compagnia delle Indie Orientali. Lo sviluppo del commercio e l’ascesa del settore aziendale furono tra le principali cause della Rivoluzione Industriale. **La Rivoluzione Industriale segnò una svolta storica importante.** Paragonabile solo all’adozione dell’agricoltura da parte dell’umanità per quanto riguarda il progresso materiale, la Rivoluzione Industriale influenzò in qualche modo quasi ogni aspetto della vita quotidiana. In particolare, il reddito medio e la popolazione iniziarono a mostrare una crescita sostenuta senza precedenti. **Alcuni economisti hanno affermato che l’effetto più importante della Rivoluzione Industriale è stato che lo standard di vita** della popolazione generale nel mondo occidentale ha iniziato a migliorare in modo costante per la prima volta nella storia, anche se altri hanno affermato che tale miglioramento non è avvenuto in modo significativo fino al tardo XIX e XX secolo. Il PIL pro capite era sostanzialmente stabile prima della Rivoluzione Industriale e dell’emergere dell’economia capitalista moderna, **mentre la Rivoluzione Industriale ha segnato l’inizio di un’era** di crescita economica pro capite nelle economie capitaliste. Gli storici economici concordano sul fatto che l’inizio della Rivoluzione Industriale sia l’evento più importante nella storia umana dopo la domestica delle piante e degli animali. **La data di inizio e fine della Rivoluzione Industriale è ancora oggetto di dibattito** tra gli storici, così come il ritmo dei cambiamenti economici e sociali. Eric Hobsbawm sostenne che la Rivoluzione Industriale ebbe inizio in Gran Bretagna negli anni ’80 del XVIII secolo e non fu pienamente avvertita fino agli anni ’30 o ’40 del XIX secolo, mentre T. S. Ashton sostenne che avvenne approssimativamente tra il 1760 e il 1830. **L’industrializzazione rapida ebbe inizio in Gran Bretagna**, a partire dalla filatura meccanizzata dei tessuti negli anni ’80 del XVIII secolo, con un alto tasso di crescita nella produzione di energia a vapore e di ferro dopo il 1800. La produzione tessile meccanizzata si diffuse dalla Gran Bretagna all’Europa continentale e agli Stati Uniti nei primi decenni del XIX secolo, con importanti centri di produzione tessile, ferro e carbone che emersero in Belgio e negli Stati Uniti e successivamente nella produzione tessile in Francia. **Si verificò una recessione economica dalla fine degli anni ’30** agli inizi degli anni ’40 del XIX secolo, quando l’adozione delle prime innovazioni della Rivoluzione Industriale, come la filatura e la tessitura meccanizzate, rallentò e i loro mercati si consolidarono. Le innovazioni sviluppate in seguito, come l’adozione crescente delle locomotive, delle barche a vapore e delle navi a vapore e la fusione dell’acciaio con il soffio caldo, non furono sufficientemente potenti da guidare alti tassi di crescita. **La crescita economica rapida iniziò a verificarsi dopo il 1870, grazie a un nuovo gruppo di innovazioni** che sono state definite la Seconda Rivoluzione Industriale. Queste innovazioni includevano nuovi processi di produzione dell’acciaio, produzione di massa, catene di montaggio, sistemi di rete elettrica, produzione su larga scala di macchine utensili e l’uso di macchinari sempre più avanzati nelle fabbriche a vapore. ## Etimologia del termine Rivoluzione Industriale **Il primo uso registrato del termine “Rivoluzione Industriale” risale a luglio 1799,** ad opera dell’inviato francese Louis-Guillaume Otto, che annunciava che la Francia era entrata nella corsa all’industrializzazione. Nel suo libro del 1976, “Keywords: A Vocabulary of Culture and Society”, Raymond Williams afferma nell’entrata per “Industria”: “L’idea di un nuovo ordine sociale basato su un grande cambiamento industriale era chiara in Southey e Owen, tra il 1811 e il 1818, ed era implicita già nei primi anni ’90 del 1700 con Blake e all’inizio del 19° secolo con Wordsworth”. **Il termine Rivoluzione Industriale, applicato ai cambiamenti tecnologici**, divenne più comune alla fine degli anni ’30 del XIX secolo, come nella descrizione di Jérôme-Adolphe Blanqui nel 1837 della “révolution industrielle”. **Friedrich Engels**, nel suo libro “La condizione della classe lavoratrice in Inghilterra” del 1844, parlò di “una rivoluzione industriale, una rivoluzione che contemporaneamente cambiò l’intera società civile”. Sebbene Engels abbia scritto il suo libro negli anni ’40 del XIX secolo, non venne tradotto in inglese fino alla fine del XIX secolo, e la sua espressione non entrò nel linguaggio comune fino ad allora. Il merito di aver reso popolare il termine può essere attribuito ad Arnold Toynbee, le cui lezioni del 1881 fornirono un resoconto dettagliato del termine. **Storici economici e autori come Mendels, Pomeranz e Kridte sostengono** che la proto-industrializzazione in alcune parti d’Europa, nel mondo musulmano, nell’India Mughal e in Cina abbia creato le condizioni sociali ed economiche che hanno portato alla Rivoluzione Industriale, causando così la Grande Divergenza. Alcuni storici, come John Clapham e Nicholas Crafts, hanno sostenuto che i cambiamenti economici e sociali siano avvenuti gradualmente e che il termine “rivoluzione” sia improprio. Questo è ancora oggetto di dibattito tra alcuni storici. ## Fattori della industrializzazione **Sei fattori hanno facilitato l’industrializzazione**: – elevati livelli di produttività agricola per fornire una forza lavoro e cibo in eccesso; – una base di competenze manageriali e imprenditoriali; – la presenza di porti, fiumi, canali e strade per spostare a basso costo materie prime e prodotti finiti; – risorse naturali come carbone, ferro e cascate; – stabilità politica e un sistema legale che supportasse le attività commerciali; – capitale finanziario disponibile per gli investimenti. Una volta che l’industrializzazione ebbe inizio in Gran Bretagna, si aggiunsero nuovi fattori: l’entusiasmo degli imprenditori britannici nel esportare l’expertise industriale e la volontà di importare il processo. La Gran Bretagna soddisfaceva i criteri e iniziò l’industrializzazione nel XVIII secolo, per poi esportare il processo nell’Europa occidentale (soprattutto in Belgio, Francia e negli stati tedeschi) all’inizio del XIX secolo. **Gli Stati Uniti copiarono il modello britannico all’inizio del XIX secolo**, mentre il Giappone copiò i modelli dell’Europa occidentale alla fine del XIX secolo. ## Importanti sviluppi tecnologici **L’inizio della Rivoluzione Industriale è strettamente legato a un numero limitato** di innovazioni, che hanno avuto inizio nella seconda metà del XVIII secolo. Entro gli anni ’30 del XIX secolo, erano stati fatti i seguenti progressi in importanti tecnologie: **Tessuti** – la filatura meccanizzata del cotone, alimentata da vapore o acqua, aumentò la produttività di un lavoratore di un fattore di circa 500. Il telaio meccanico aumentò la produttività di un lavoratore di un fattore superiore a 40. Il cotton gin aumentò la produttività della rimozione dei semi dal cotone di un fattore di 50. Si registrarono anche notevoli miglioramenti di produttività nella filatura e tessitura della lana e del lino, ma non furono così grandi come nel cotone. **Energia a vapore** – l’efficienza delle macchine a vapore aumentò in modo che utilizzassero tra un quinto e un decimo del combustibile precedente. L’adattamento delle macchine a vapore stazionarie al movimento rotativo le rese adatte all’uso industriale. Il motore ad alta pressione aveva un elevato rapporto potenza-peso, rendendolo adatto ai trasporti. L’energia a vapore subì una rapida espansione dopo il 1800. **Produzione del ferro** – la sostituzione del coke al carbone vegetale abbassò notevolmente il costo del combustibile per la produzione del ghisa e del ferro lavorato. L’uso del coke consentì anche l’utilizzo di grandi altoforni, ottenendo economie di scala. Il motore a vapore iniziò ad essere utilizzato per alimentare l’aria soffiata (indirettamente pompando acqua a una ruota idraulica) negli anni ’50 del 1700, consentendo un grande aumento nella produzione del ferro superando la limitazione dell’energia idrica. Il cilindro di soffiaggio in ghisa venne utilizzato per la prima volta nel 1760 e successivamente migliorato rendendolo a doppio effetto, il che consentì temperature più elevate nei forni a blast. Il processo di puddellaggio produsse un ferro di grado strutturale a un costo inferiore rispetto alla fucina. Il laminatoio era quindici volte più veloce della lavorazione a martello del ferro. Sviluppato nel 1828, il soffio caldo aumentò notevolmente l’efficienza del combustibile nella produzione del ferro nei decenni successivi. **Invenzione di macchine utensili** – le prime macchine utensili inventate includevano il tornio per filettare, la macchina per la foratura dei cilindri e la fresatrice. Le macchine utensili resero possibile la produzione economica di parti metalliche di precisione, anche se ci volle qualche decennio per sviluppare tecniche efficaci. ## Evoluzione della chimica **La produzione su larga scala di prodotti chimici** è stata un importante sviluppo durante la Rivoluzione Industriale. Il primo di questi è stato la produzione di acido solforico mediante il processo della camera di piombo, inventato dall’inglese John Roebuck (primo socio di James Watt) nel 1746. Roebuck riuscì a aumentare notevolmente la scala di produzione sostituendo i recipienti di vetro relativamente costosi utilizzati in precedenza con camere più grandi e meno costose realizzate con fogli di piombo rivettati. Invece di produrne una piccola quantità ogni volta, riuscì a produrre circa 50 chilogrammi in ciascuna camera, almeno un aumento di dieci volte. **Anche la produzione su larga scala di un alcali divenne un obiettivo importante**, e Nicolas Leblanc riuscì nel 1791 a introdurre un metodo per la produzione di carbonato di sodio (soda). Il processo Leblanc prevedeva una reazione tra acido solforico e cloruro di sodio per ottenere solfato di sodio ed acido cloridrico. Il solfato di sodio veniva poi riscaldato con carbonato di calcio e carbone per ottenere una miscela di carbonato di sodio e solfuro di calcio. Aggiungendo acqua, si separava il carbonato di sodio solubile dal solfuro di calcio. **Il processo produceva una grande quantità di inquinamento** (l’acido cloridrico veniva inizialmente emesso in atmosfera e il solfuro di calcio era un sottoprodotto). Nonostante ciò, il carbonato di sodio sintetico si rivelò economicamente vantaggioso rispetto a quello ottenuto dalla combustione di piante specifiche (come il barilla o le alghe), che erano le fonti predominanti di carbonato di sodio, e rispetto alla potassa (carbonato di potassio) prodotta dalle ceneri di legna. **Queste due sostanze chimiche erano molto importanti** perché hanno permesso l’introduzione di molte altre innovazioni, sostituendo molte operazioni su piccola scala con processi più efficienti e controllabili. Il carbonato di sodio aveva molteplici utilizzi nelle industrie del vetro, dei tessuti, del sapone e della carta. I primi utilizzi dell’acido solforico includevano la decapatura (rimozione della ruggine) del ferro e dell’acciaio, e la sbiancatura dei tessuti. **Lo sviluppo della candeggina in polvere** (ipoclorito di calcio) da parte del chimico scozzese Charles Tennant intorno al 1800, basato sulle scoperte del chimico francese Claude Louis Berthollet, rivoluzionò i processi di sbiancamento nell’industria tessile, riducendo drasticamente il tempo richiesto (da mesi a giorni) rispetto al processo tradizionale allora in uso, che richiedeva un’esposizione ripetuta al sole nei campi di sbiancamento dopo l’immersione dei tessuti in alcali o latte acido. Lo stabilimento di Tennant a St Rollox, Glasgow, divenne la più grande fabbrica chimica del mondo. **Dopo il 1860, l’attenzione sull’innovazione chimica** si concentrò principalmente sui coloranti, e la Germania divenne leader mondiale nel settore, sviluppando un’industria chimica robusta. Aspiranti chimici accorsero alle università tedesche nel periodo 1860-1914 per imparare le ultime tecniche. Gli scienziati britannici, al contrario, non avevano università di ricerca e non formavano studenti avanzati; la pratica comune era invece quella di assumere chimici addestrati in Germania. ## Effetti sociali della rivoluzione industriale **Prima della Rivoluzione Industriale, la maggior parte della forza lavoro** era impiegata nell’agricoltura, sia come agricoltori autonomi proprietari terrieri o in affitto, sia come braccianti agricoli senza terra. Era comune che famiglie in varie parti del mondo filassero la lana, tessessero il tessuto e realizzassero i propri abiti. Le famiglie tessevano anche per la produzione destinata al mercato. All’inizio della Rivoluzione Industriale, l’India, la Cina e regioni dell’Iraq e di altre parti dell’Asia e del Medio Oriente producevano la maggior parte dei tessuti di cotone, mentre gli europei producevano beni in lana e lino. **In Gran Bretagna nel XVI secolo si praticava il sistema del “putting-out”**, mediante il quale agricoltori e cittadini producevano beni per il mercato nelle proprie abitazioni, spesso descritto come industria casalinga. I prodotti tipici del sistema del “putting-out” includevano la filatura e la tessitura. I capitalisti mercantili fornivano tipicamente le materie prime, pagavano i lavoratori al pezzo e si occupavano della vendita dei beni. **Furto di materiali da parte dei lavoratori e bassa qualità erano problemi comuni.** Anche lo sforzo logistico per ottenere e distribuire le materie prime e raccogliere i prodotti finiti erano limitazioni del sistema del “putting-out”. Alcune prime macchine per la filatura e la tessitura, come un telaio con 40 fusi per circa sei sterline nel 1792, erano abbordabili per i contadini. Successivamente, macchinari come i telai per la filatura, i muletti per la filatura e i telai meccanici erano costosi (soprattutto se alimentati dall’acqua), dando origine alla proprietà capitalistica delle fabbriche. **La maggior parte dei lavoratori delle fabbriche tessili durante la Rivoluzione Industriale** erano donne e bambini non sposati, inclusi molti orfani. Di solito lavoravano da 12 a 14 ore al giorno, con solo la domenica di riposo. Era comune che le donne accettassero lavori in fabbrica durante i periodi di inattività del lavoro agricolo. La mancanza di un adeguato trasporto, le lunghe ore di lavoro e il basso salario rendevano difficile reclutare e mantenere i lavoratori. Molti lavoratori, come contadini sfollati e braccianti agricoli, che non avevano altro da vendere se non la loro forza lavoro, diventarono operai di fabbrica per necessità. Il cambiamento nel rapporto sociale del lavoratore di fabbrica rispetto ai contadini e agli artigiani veniva visto in modo sfavorevole da Karl Marx; tuttavia, riconosceva l’aumento della produttività reso possibile dalla tecnologia. ## Standard di vita Alcuni economisti, come Robert Lucas Jr., sostengono che l’effetto reale della Rivoluzione Industriale sia stato che “per la prima volta nella storia, gli standard di vita delle masse di persone comuni hanno iniziato a crescere in modo sostenuto. Niente di simile a questo comportamento economico viene menzionato dagli economisti classici, nemmeno come possibilità teorica”. Altri sostengono che sebbene la crescita delle capacità produttive complessive dell’economia sia stata senza precedenti durante la Rivoluzione Industriale, gli standard di vita per la maggioranza della popolazione non sono cresciuti in modo significativo fino al tardo XIX e XX secolo e che in molti modi gli standard di vita dei lavoratori sono diminuiti all’inizio del capitalismo. **Ad esempio, studi hanno dimostrato che i salari reali in Gran Bretagna** sono aumentati solo del 15% tra gli anni ’80 del XVIII secolo e gli anni ’50 del XIX secolo e che l’aspettativa di vita in Gran Bretagna non ha iniziato a aumentare in modo significativo fino agli anni ’70 del XIX secolo. Allo stesso modo, l’altezza media della popolazione è diminuita durante la Rivoluzione Industriale, il che implica che il loro stato nutrizionale stava diminuendo. I salari reali non si stavano mantenendo al passo con il prezzo del cibo. **Durante la Rivoluzione Industriale, l’aspettativa di vita dei bambini è aumentata in modo significativo**. La percentuale di bambini nati a Londra che morivano prima dei cinque anni di età è diminuita dal 74,5% nel periodo 1730-1749 al 31,8% nel periodo 1810-1829. Gli effetti sulle condizioni di vita sono stati controversi e sono stati oggetto di accesi dibattiti tra storici economici e sociali dagli anni ’50 agli anni ’80. Una serie di saggi degli anni ’50 di Henry Phelps Brown e Sheila V. Hopkins hanno successivamente stabilito il consenso accademico secondo cui la maggior parte della popolazione, che si trovava alla base della scala sociale, ha subito gravi riduzioni dei propri standard di vita. Durante il periodo 1813-1913, si è verificato un significativo aumento dei salari dei lavoratori. ## Critiche alla Rivoluzione Industriale **La rivoluzione industriale è stata criticata per aver causato il collasso ecologico**, malattie mentali, inquinamento e sistemi sociali dannosi. È stata anche criticata per valorizzare i profitti e la crescita delle imprese a discapito della vita e del benessere. Sono emersi diversi movimenti che respingono alcuni aspetti della rivoluzione industriale, come gli Amish o i primitivisti. **L’umanesimo e l’individualismo** Gli umanisti e gli individualisti criticano la rivoluzione industriale per il maltrattamento delle donne e dei bambini e per aver **trasformato gli uomini in macchine** da lavoro prive di autonomia. I critici della rivoluzione industriale promuovevano uno Stato più interventista e costituirono nuove organizzazioni per promuovere i diritti umani. Il primitivismo sostiene che la rivoluzione industriale abbia creato una società e un mondo antinaturali in cui gli esseri umani devono adattarsi a un paesaggio urbano innaturale in cui sono perpetui ingranaggi senza autonomia personale. Alcuni primitivisti sostengono il ritorno a una società pre-industriale, mentre altri sostengono che la tecnologia, come la medicina moderna e l’agricoltura, siano positive per l’umanità a condizione che siano controllate e servano l’umanità e non abbiano effetti sull’ambiente naturale. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Storia Moderna, Top --- ### [Spartaco. La rivolta che fece tremare Roma](https://scriptamanentitalia.it/spartaco-rivolta-vita/) **Published:** Giugno 4, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** "Scopri la vera storia di Spartaco, il leggendario gladiatore che si ribellò all'Impero Romano. Esplora il suo coraggioso viaggio dalla schiavitù alla leadership, e lasciati affascinare dalla sua lotta per la libertà e l'uguaglianza. Leggi l'articolo per immergerti nell'epica saga di Spartaco, una figura storica che ha ispirato generazioni." **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Primi anni](#Primi_anni) - [La ribellione](#La_ribellione) - [L’intervento di Crasso](#Lintervento_di_Crasso) - [La sconfitta](#La_sconfitta) - [La morte di Spartaco](#La_morte_di_Spartaco) - [Leggende sulla morte di Spartaco](#Leggende_sulla_morte_di_Spartaco) - [Fine della rivolta servile](#Fine_della_rivolta_servile) - [Popolarità dopo la morte](#Popolarita_dopo_la_morte) - [Domande e risposte su Spartaco](#Domande_e_risposte_su_Spartaco) Spartaco è stato uno dei personaggi più **famosi** e **controversi** della storia antica. Nato in Tracia, una regione dei Balcani orientali, intorno al 109 a.C., fu **schiavizzato** dai Romani dopo aver **disertato** l’esercito o essere stato **catturato** in guerra. Venduto come **gladiatore**, riuscì a **fuggire** dalla scuola di Capua insieme ad altri **80 compagni di sventura** e a dare inizio a una **rivolta di schiavi** che mise in ginocchio la **Repubblica romana per tre anni**. ## **Primi anni** Di Spartaco si conosce poco della sua **giovinezza**. Secondo alcune fonti antiche, era di **origine nobile** e apparteneva alla **tribù dei besi**, dedita al culto di Dioniso. Si arruolò nell’esercito romano come **ausiliario**, ma non sopportò la **ferrea disciplina** e **disertò**. Altre fonti sostengono invece che fosse un **prigioniero di guerra**, alleato di Mitridate VI del Ponto contro Roma. In ogni caso, fu **condannato alla schiavitù** e venduto come gladiatore a Lentulo Batiato, un lanista che possedeva una scuola a Capua. Qui si allenò **duramente** per combattere nell’arena per il divertimento dei romani. Sposato con una sacerdotessa della sua stessa tribù, ebbe un **sogno premonitore** in cui un serpente gli si attorcigliava intorno al viso, simbolo di una **grande fortuna o sventura**. ## **La ribellione** Nel 73 a.C., Spartaco e altri **80 gladiatori** riuscirono a **evadere** dalla scuola di Capua, armati di **coltelli da cucina e di bastoni**. Si rifugiarono sulle pendici del Vesuvio, dove reclutarono altri schiavi fuggiti dalle campagne o dalle miniere. Tra questi si distinsero Crisso ed Enomao, che divennero i suoi principali **luogotenenti**. Spartaco organizzò il suo esercito seguendo le **tecniche militari romane** e lo dotò di **armi e armature sottratte ai nemici sconfitti**. Il suo obiettivo era quello di **liberare tutti gli schiavi oppressi da Roma** e di raggiungere le Alpi per tornare nella sua terra. La rivolta di Spartaco fu la più **grande e pericolosa** delle tre guerre servili che Roma dovette affrontare nel corso della sua storia. Inizialmente **sottovalutata** dalle autorità romane, che inviarono contro gli schiavi ribelli solo **piccole forze militari**, la rivolta si trasformò presto in una vera e propria **guerra civile** che coinvolse gran parte dell’Italia meridionale e centrale. Spartaco e i suoi seguaci vinsero numerose **battaglie** contro i pretori Claudio Glabro e Publio Varinio, che tentarono invano di bloccarli sul Vesuvio. Poi si spostarono verso nord, sconfiggendo il proconsole Gellio Publicola e il console Lucio Gellio Poplicola nei pressi di Modena. ## **L’intervento di Crasso** La situazione era ormai critica per Roma, che decise di affidare il comando delle operazioni al ricco e ambizioso Marco Licinio Crasso, il quale assunse il comando di otto legioni (circa 40.000 uomini) e si mise sulle tracce degli schiavi ribelli. Crasso riuscì a fermare l’avanzata di Spartaco verso le Alpi e lo costrinse a ritirarsi verso sud. Lungo la via Appia, Crasso fece costruire una **fossa profonda 4 metri e lunga 60 km** per impedire agli schiavi di attraversare lo stretto di Messina, dove li aspettavano dei **pirati cilici** che avevano promesso di trasportarli in Sicilia. Spartaco tentò di **corrompere i pirati**, ma questi lo tradirono e lo abbandonarono. ## **La sconfitta** Spartaco si trovò così intrappolato in una situazione disperata. Il suo esercito era ormai ridotto a circa **50.000 uomini**, stremati dalla fame e dal freddo. Inoltre, si erano create delle **tensioni interne** tra i vari gruppi etnici che componevano la rivolta. Spartaco decise allora di sfidare Crasso in una **battaglia campale** nella valle del fiume Sele, vicino alla città di Petelia (oggi Strongoli, in Calabria). La battaglia fu **cruenta e sanguinosa**. Gli schiavi combatterono con **coraggio e disperazione**, ma non poterono nulla contro la **superiorità numerica e organizzativa dei romani**. Spartaco cadde in battaglia, insieme alla **maggior parte dei suoi uomini**. ## **La morte di Spartaco** La morte di Spartaco è avvolta nel mistero. Secondo alcune fonti antiche, egli cercò di **aprirsi un varco tra le linee nemiche** per raggiungere e uccidere Crasso, ma fu **ferito da una lancia** e poi finito da un centurione. Altre fonti sostengono invece che egli **morì combattendo valorosamente fino all’ultimo**, circondato dai suoi fedeli compagni. Il suo corpo non fu mai ritrovato tra i cadaveri, forse perché sepolto segretamente dai suoi seguaci o perché portato via dai romani. ## **Leggende sulla morte di Spartaco** La figura di Spartaco ha ispirato nel corso dei secoli diverse **leggende e interpretazioni**. Alcuni lo hanno visto come un **eroe della libertà e della giustizia**, altri come un **pericoloso ribelle e un nemico dell’ordine**. Alcune leggende sostengono che egli non sia mai morto, ma sia riuscito a **fuggire e a rifugiarsi in qualche luogo segreto**. Altre leggende lo vogliono invece **sopravvissuto alla battaglia e catturato dai romani**, che lo avrebbero crocifisso lungo la via Appia insieme ai suoi compagni. ## **Fine della rivolta servile** La rivolta di Spartaco fu definitivamente soppressa da Crasso, che fece **crocifiggere lungo la via Appia circa 6.000 prigionieri schiavi** come monito per il futuro. Altri schiavi fuggiti furono catturati e uccisi dalle truppe di Pompeo Magno, che tornava dalla Spagna dopo aver sconfitto i seguaci di Sertorio. Pompeo rivendicò per sé il merito della vittoria su Spartaco, suscitando l’invidia e il risentimento di Crasso. I due rivali si allearono poi con Giulio Cesare per formare il **primo triumvirato**, dando inizio a una nuova fase della storia romana. ## **Popolarità dopo la morte** Spartaco divenne presto un simbolo per tutti coloro che si opponevano alla **tirannia e all’oppressione di Roma**. La sua storia fu raccontata da storici antichi come Plutarco, Appiano e Floro, che ne diedero però un’immagine negativa o ambigua. Nel Medioevo e nel Rinascimento, la sua figura fu dimenticata o confusa con quella di altri personaggi storici o leggendari. Fu solo a partire dal XVIII secolo che Spartaco fu rivalutato come un **eroe della libertà e dell’uguaglianza**, soprattutto da parte dei movimenti rivoluzionari e socialisti. La sua storia ispirò opere letterarie, musicali, cinematografiche e televisive, che ne enfatizzarono gli aspetti più drammatici ed epici. ## Domande e risposte su Spartaco **1. Chi era Spartaco?** Spartaco era uno schiavo originario della Tracia, una vasta regione dei Balcani orientali, impiegato come gladiatore in Campania nel 1° secolo a.C. La sua rivolta contro Roma, iniziata nel 73 a.C., è diventata il simbolo della lotta degli oppressi contro gli oppressori. **2. Qual era l’origine di Spartaco?** Spartaco nacque in Tracia presso un non ben specificato luogo sulle rive del fiume Strimone (l’odierno fiume Struma, in Bulgaria), tra il 111 ed il 109 a.C. circa, in una famiglia d’aristocratici facente parte della tribù dei besi. **3. Qual era la professione di Spartaco prima di diventare un gladiatore?** Spartaco militò nelle file dell’esercito romano, con cui combatté in Macedonia, come ausiliario. In seguito disertò e tentò la fuga, ma fu catturato e condannato alla schiavitù. **4. Come è diventato un gladiatore Spartaco?** Spartaco fu venduto a Lentulo Batiato, un lanista che possedeva una scuola di gladiatori a Capua. Qui fu addestrato come gladiatore del tipo trace, armato di scudo ovale e spada corta. **5. In che modo Spartaco è diventato il leader della rivolta dei gladiatori?** Spartaco organizzò una fuga dalla scuola di gladiatori insieme ad altri 70 compagni, tra cui Crixo ed Enomao. Riuscirono a sottrarre dei coltelli da cucina e a raggiungere il Vesuvio, dove si rifugiarono e si armarono con bastoni e ferri di cavallo. Qui Spartaco fu eletto capo della banda per le sue doti di combattente e di stratega. **6. Dove ebbe inizio la rivolta di Spartaco?** La rivolta di Spartaco ebbe inizio a Capua, dove si trovava la scuola di gladiatori da cui fuggirono lui e i suoi compagni nel 73 a.C. **7. Quanti gladiatori si unirono alla rivolta di Spartaco?** Inizialmente erano circa 70, ma presto il loro numero crebbe grazie all’adesione di altri schiavi fuggitivi, pastori e contadini poveri che si aggregarono al movimento. Si stima che alla fine fossero circa 120.000. **8. Come riuscì Spartaco a organizzare la rivolta?** Spartaco divise i suoi seguaci in due gruppi: uno guidato da lui stesso e l’altro da Crixo. Assegnò a ciascuno un compito specifico: procurarsi armi e viveri, reclutare nuovi adepti, difendersi dagli attacchi romani. Inoltre stabilì delle regole di disciplina e di eguaglianza tra i ribelli, abolendo le differenze di origine e di condizione¹. **9. Qual era l’obiettivo principale di Spartaco durante la rivolta?** L’obiettivo principale di Spartaco era quello di liberare se stesso e i suoi compagni dalla schiavitù e dalla tirannia romana. Per questo progettò di attraversare l’Italia e raggiungere le Alpi o il mare, per poi tornare nelle loro terre d’origine o cercare rifugio presso qualche popolo amico. **10. Come si diffuse la notizia della rivolta di Spartaco in tutto l’Impero Romano?** La notizia della rivolta di Spartaco si diffuse rapidamente grazie alle voci dei mercanti, dei viaggiatori e dei messaggeri che percorrevano le strade dell’Italia. Inoltre, la ribellione attirò l’attenzione dei romani perché minacciava la sicurezza e la stabilità della penisola, oltre che il prestigio e l’autorità della Repubblica. Ecco le risposte alle altre domande sulla vita di Spartaco. **11. Quali furono le principali battaglie combattute da Spartaco e i suoi seguaci?** Le principali battaglie combattute da Spartaco e i suoi seguaci furono: - La battaglia del Vesuvio (73 a.C.), in cui sconfissero il pretore Gaio Claudio Glabro e i suoi 3.000 miliziani². - La battaglia del Picentino (73 a.C.), in cui sconfissero il pretore Publio Varinio e i suoi 2.000 legionari - La battaglia del monte Gargano (72 a.C.), in cui Crixo e i suoi 30.000 ribelli furono annientati dal proconsole Gneo Cornelio Lentulo Clodiano - La battaglia di Mutina (72 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 70.000 ribelli sconfissero i consoli Lucio Gellio Publicola e Gaio Cassio Longino - La battaglia di Piceno (72 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 60.000 ribelli sconfissero il proconsole Gneo Manlio². - La battaglia di Camalatrum (71 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 50.000 ribelli furono respinti dal proconsole Marco Licinio Crasso - La battaglia della Sila (71 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 40.000 ribelli furono sconfitti da Crasso e da Lucio Quinzio, luogotenente di Gneo Pompeo Magno - La battaglia del fiume Silaro (71 a.C.), in cui Spartaco e i suoi 30.000 ribelli furono definitivamente sconfitti e uccisi da Crasso **12. Qual era la strategia militare di Spartaco?** La strategia militare di Spartaco era basata sull’uso della mobilità, della sorpresa, della guerriglia e dell’adattamento alle circostanze. Spartaco sfruttava la conoscenza del territorio, la rapidità dei movimenti, l’abilità nel combattimento corpo a corpo e la capacità di approfittare delle debolezze e degli errori dei comandanti romani. Spartaco cercava di evitare gli scontri diretti con le legioni romane, preferendo attaccare le postazioni isolate, le retrovie, i convogli di rifornimento e le città indifese. Spartaco si dimostrò anche un abile organizzatore e un carismatico leader, capace di tenere uniti e motivati i suoi seguaci **13. Quanto tempo durò la rivolta di Spartaco?** La rivolta di Spartaco durò circa due anni, dal 73 al 71 a.C. **14. Quali furono le conseguenze della rivolta di Spartaco per Roma?** Le conseguenze della rivolta di Spartaco per Roma furono molteplici: - Roma dovette affrontare una grave minaccia alla sua sicurezza interna, che mise in evidenza le fragilità del suo sistema politico, sociale ed economico - Roma dovette impiegare ingenti risorse militari per reprimere la rivolta, che distolsero l’attenzione dalle altre questioni esterne, come le guerre contro Mitridate VI del Ponto e contro Sertorio in Spagna¹. - Roma dovette subire una serie di umiliazioni militari da parte dei ribelli, che danneggiarono il suo prestigio e la sua autorità sia all’interno che all’esterno dei suoi confini - Roma dovette affrontare le rivalità tra i comandanti romani che combatterono contro la rivolta, in particolare tra Crasso e Pompeo, che si contesero il merito della vittoria finale e che contribuirono ad acuire le tensioni politiche nella Repubblica **15. Come terminò la rivolta di Spartaco?** La rivolta di Spartaco terminò con la battaglia del fiume Silaro, combattuta nel 71 a.C. tra l’esercito di Spartaco e quello di Crasso. I ribelli, ormai ridotti a 30.000, furono schiacciati dalle forze superiori dei romani, che ne uccisero la maggior parte. Spartaco morì combattendo valorosamente, cercando di raggiungere Crasso per ucciderlo. I pochi superstiti furono catturati e crocifissi lungo la via Appia, come monito per gli altri schiavi **16. Cosa accadde a Spartaco dopo la sconfitta della rivolta?** Spartaco morì in battaglia contro Crasso, e il suo corpo non fu mai ritrovato. Secondo una leggenda, il suo anello fu recuperato da un soldato romano e portato a Crasso, che lo gettò nel fiume Silaro, dicendo che era l’unico tributo che meritava. **17. Quali furono le fonti storiche principali sulla vita di Spartaco?** Le fonti storiche principali sulla vita di Spartaco furono: - Plutarco, biografo e filosofo greco del I-II secolo d.C., che scrisse le Vite parallele di Crasso e Pompeo, in cui raccontò la rivolta di Spartaco - Appiano di Alessandria, storico greco del II secolo d.C., che scrisse la Storia romana, in cui dedicò un libro alla guerra servile - Floro, storico romano del II secolo d.C., che scrisse gli Epitomi delle storie romane di Tito Livio, in cui riassunse la guerra servile - Orosio, storico cristiano del V secolo d.C., che scrisse le Storie contro i pagani, in cui citò la guerra servile **18. Quali furono le opinioni dei contemporanei di Spartaco su di lui?** Le opinioni dei contemporanei di Spartaco su di lui furono contrastanti: - Per i romani, Spartaco era un nemico pubblico, un traditore, un ribelle, un barbaro, un bandito, un assassino e un incendiario. Lo consideravano una minaccia per la loro società e per il loro ordine. Lo disprezzavano per la sua origine servile e per la sua sfida all’autorità romana - Per i suoi seguaci, Spartaco era un eroe, un liberatore, un capo, un guerriero, un profeta e un martire. Lo ammiravano per il suo coraggio, la sua abilità, la sua generosità e la sua giustizia. Lo seguivano con fedeltà e devozione, sperando nella sua vittoria e nella loro libertà. **19. Quale ruolo ebbero le donne durante la rivolta di Spartaco?** Le donne ebbero un ruolo importante durante la rivolta di Spartaco: - Alcune donne parteciparono attivamente alla rivolta come combattenti o come ausiliarie. Tra queste vi era la moglie di Spartaco, una sacerdotessa trace che lo accompagnò nella fuga dalla scuola di gladiatori e che lo sostenne con le sue profezie - Altre donne contribuirono alla rivolta come spie o come messaggere. Tra queste vi era una donna chiamata Flora o Flavia (il nome varia a seconda delle fonti), che si infiltrò tra i soldati romani per portare informazioni a Spartaco - Molte donne seguirono i ribelli come mogli o come compagne. Tra queste vi erano alcune schiave liberate o fuggite dai loro padroni, altre erano contadine o pastorelle povere che si unirono al movimento per sfuggire alla miseria o alla violenza dei romani 20\. **Quali furono le conseguenze politiche della rivolta di Spartaco?** Le conseguenze politiche della rivolta di Spartaco furono: - La rivolta di Spartaco contribuì ad aumentare il potere e l’influenza dei due principali leader politici dell’epoca: **Crasso e Pompeo**. Entrambi rivendicarono il merito della vittoria finale e ottennero il trionfo a Roma. In seguito, si allearono con Giulio Cesare per formare il primo triumvirato, che dominò la scena politica romana per diversi anni - La rivolta di Spartaco contribuì a **esacerbare le tensioni sociali** e le divisioni politiche nella Repubblica romana. Da una parte, la fazione aristocratica degli optimates cercò di difendere i propri privilegi e interessi, opponendosi a ogni riforma sociale o politica. Dall’altra, la fazione popolare dei populares cercò di sostenere le richieste delle classi più povere e disagiate, proponendo misure di redistribuzione della terra e del grano. - La rivolta di Spartaco contribuì a **stimolare il dibattito filosofico e morale sulla schiavitù** e sulla libertà. Alcuni pensatori romani, come Cicerone e Seneca, criticarono la crudeltà e l’ingiustizia della schiavitù, sostenendo la dignità e i diritti degli schiavi. Altri pensatori romani, come Varrone e Catone il Vecchio, difesero la schiavitù come una necessità economica e una tradizione romana. **21. Quali furono le cause della rivolta di Spartaco?** Le cause della rivolta di Spartaco furono: - La condizione di schiavitù e di oppressione subita da Spartaco e dagli altri gladiatori nella scuola di Capua, dove erano costretti a combattere per il divertimento dei romani e a vivere in condizioni disumane¹. - Il desiderio di libertà e di dignità di Spartaco e degli altri schiavi, che aspiravano a fuggire dalla schiavitù e a tornare nelle loro terre d’origine o a trovare un rifugio sicuro¹. - Il malcontento e la ribellione di molti schiavi in Italia, che erano sfruttati nelle grandi proprietà terriere, nelle miniere, nelle fabbriche e nelle città, e che subivano violenze e ingiustizie da parte dei loro padroni¹. - La crisi politica e sociale della Repubblica romana, che era divisa tra le fazioni degli optimates e dei populares, e che era impegnata in varie guerre all’estero, trascurando la sicurezza e il benessere dell’Italia. **22. Quali furono gli obiettivi della rivolta di Spartaco?** Gli obiettivi della rivolta di Spartaco furono: - Liberare se stesso e gli altri gladiatori dalla schiavitù e dalla scuola di Capua. - Liberare altri schiavi lungo il cammino e aumentare il numero dei ribelli. - Sconfiggere le forze romane che tentavano di fermarli o di catturarli. - Attraversare le Alpi e raggiungere la Gallia o la Tracia, le terre d’origine di molti ribelli. - Creare una società più giusta ed egualitaria, basata sulla libertà, sulla fratellanza e sulla solidarietà tra gli schiavi. Ecco le risposte alle altre domande sulla vita di Spartaco. **23. Quali furono le cause della rivolta di Spartaco?** Le cause della rivolta di Spartaco furono: - La condizione di schiavitù e di oppressione subita da Spartaco e dagli altri gladiatori nella scuola di Capua, dove erano costretti a combattere per il divertimento dei romani e a vivere in condizioni disumane. - Il desiderio di libertà e di dignità di Spartaco e degli altri schiavi, che aspiravano a fuggire dalla schiavitù e a tornare nelle loro terre d’origine o a trovare un rifugio sicuro. - Il malcontento e la ribellione di molti schiavi in Italia, che erano sfruttati nelle grandi proprietà terriere, nelle miniere, nelle fabbriche e nelle città, e che subivano violenze e ingiustizie da parte dei loro padroni. - La crisi politica e sociale della Repubblica romana, che era divisa tra le fazioni degli optimates e dei populares, e che era impegnata in varie guerre all’estero, trascurando la sicurezza e il benessere dell’Italia. **24. Quali furono gli obiettivi della rivolta di Spartaco?** Gli obiettivi della rivolta di Spartaco furono: - Liberare se stesso e gli altri gladiatori dalla schiavitù e dalla scuola di Capua. - Liberare altri schiavi lungo il cammino e aumentare il numero dei ribelli. - Sconfiggere le forze romane che tentavano di fermarli o di catturarli. - Attraversare le Alpi e raggiungere la Gallia o la Tracia, le terre d’origine di molti ribelli. - Creare una società più giusta ed egualitaria, basata sulla libertà, sulla fratellanza e sulla solidarietà tra gli schiavi. **25. Quali furono le difficoltà e i problemi interni che dovette affrontare Spartaco durante la rivolta?** Le difficoltà e i problemi interni che dovette affrontare Spartaco durante la rivolta furono: - La mancanza di una strategia comune e di un obiettivo chiaro tra i ribelli. Molti di loro volevano solo fuggire o saccheggiare, altri volevano continuare a combattere o a liberare altri schiavi¹. - La divisione e la rivalità tra i vari capi e gruppi dei ribelli. Alcuni di loro, come Crixo, si separarono da Spartaco e agirono in modo autonomo o ostile¹. - La scarsità di risorse e di approvvigionamenti per i ribelli. Molti di loro soffrivano di fame, sete, freddo, malattie e ferite¹. - La diserzione e la tradimento di alcuni ribelli. Alcuni di loro abbandonarono la rivolta o passarono dalla parte dei romani in cambio di cibo, denaro o perdono¹. **26. Qual era il ruolo della religione nella vita di Spartaco?** Il ruolo della religione nella vita di Spartaco era importante e significativo. Spartaco era devoto al culto di Dioniso, il dio greco del vino, della fertilità e dell’estasi. Spartaco era sposato con una sacerdotessa di Dioniso, che lo accompagnò nella sua rivolta e che lo sostenne con le sue profezie. Spartaco credeva di essere protetto e guidato da Dioniso, che gli inviava dei segni e dei presagi. Spartaco celebrava dei riti e dei sacrifici in onore di Dioniso, per ringraziarlo o per chiedergli aiuto¹. **27. Quali furono le fonti di ispirazione e di imitazione per Spartaco?** Le fonti di ispirazione e di imitazione per Spartaco furono: - La tradizione guerriera e ribelle della sua terra d’origine, la Tracia, dove i suoi antenati avevano combattuto contro i persiani, i macedoni e i romani. - La figura di Alessandro Magno, il grande condottiero macedone che aveva conquistato un vasto impero con le sue imprese militari e che era venerato come un eroe dai traci. - La figura di Annibale, il grande generale cartaginese che aveva invaso l’Italia con i suoi elefanti e che aveva inflitto gravi sconfitte ai romani nella seconda guerra punica. - La figura di Eumene di Cardia, il fedele generale di Alessandro Magno che aveva guidato le sue truppe dopo la sua morte e che era riuscito a sfuggire alla cattura dei romani grazie a una finta resa. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La scuola nell'antica Roma. Come studiavano i ragazzi romani?](https://scriptamanentitalia.it/scuola-antica-roma/) **Published:** Giugno 3, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Scopri la scuola nell'antica Roma con i maestri influenti e le loro tecniche di insegnamento in un affascinante articolo storico. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’educazione in famiglia](#Leducazione_in_famiglia) - [L’incontro con la civiltà greca e la nascita della scuola pubblica](#Lincontro_con_la_civilta_greca_e_la_nascita_della_scuola_pubblica) - [Gli strumenti per studiare nell’antica Roma](#Gli_strumenti_per_studiare_nellantica_Roma) - [Il ludus litterarius, il primo ciclo di studi](#Il_ludus_litterarius_il_primo_ciclo_di_studi) - [Il ludus grammaticus, il secondo ciclo di studi](#Il_ludus_grammaticus_il_secondo_ciclo_di_studi) - [La Schola Rhetoris: la figura del retore, gli insegnamenti](#La_Schola_Rhetoris_la_figura_del_retore_gli_insegnamenti) - [I viaggi studio ad Atene, Rodi e Alessandria](#I_viaggi_studio_ad_Atene_Rodi_e_Alessandria) - [I maestri dei più importanti personaggi romani](#I_maestri_dei_piu_importanti_personaggi_romani) L’educazione nell’antica Roma è stata un processo storico che ha subito diverse trasformazioni a seconda delle epoche e delle influenze culturali. Inizialmente affidata alla famiglia, si è poi sviluppata con la creazione di scuole pubbliche e private che miravano a formare i cittadini romani nelle arti del discorso, della letteratura e della politica. ## **L’educazione in famiglia** Nella prima fase della storia romana, l’educazione dei bambini era affidata ai genitori, in particolare al **padre**, che era il **capo della famiglia** (pater familias) e aveva il **diritto di vita e di morte** sui figli. Il padre si occupava di insegnare ai figli maschi la **lettura**, la **scrittura**, il **calcolo** e le **leggi** dello stato, oltre a trasmettere loro i **valori morali e religiosi** della tradizione romana. La **madre** invece si occupava di educare le figlie femmine ai **buoni sentimenti** e ai **lavori domestici**, preparandole al **matrimonio** e alla **maternità**. L’educazione familiare era basata sul **rispetto** dell’**autorità paterna**, sulla **disciplina**, sull’**onore** e sul **senso del dovere** verso la **patria**. ## **L’incontro con la civiltà greca e la nascita della scuola pubblica** Con le conquiste territoriali e il contatto con le culture dei popoli sottomessi, i romani iniziarono ad apprezzare e ad assimilare gli elementi della **civiltà greca**, considerata più raffinata e colta. I romani acquisirono la **lingua greca**, la **letteratura**, la **filosofia**, le **arti** e le **scienze** dei greci, integrandole con la propria cultura. Si favorì allora in Roma la fondazione di **scuole** che permettessero una formazione culturale simile a quella dei greci che, poiché permetteva l’ascesa al potere politico tramite l’**eloquenza**, che dominava le assemblee, si volle limitare alla classe più elevata. Le **scuole pubbliche** erano aperte a tutti i cittadini liberi, ma erano frequentate soprattutto dai **poveri**, dagli **immigrati** e dagli **schiavi semi-liberi**. Le **scuole private** invece erano riservate ai **ricchi** che potevano pagare un **insegnante privato** o mandare i propri figli nelle migliori scuole della città. ## **Gli strumenti per studiare nell’antica Roma** Per studiare, i romani usavano diversi strumenti, a seconda del livello di istruzione e del tipo di materia. Per la lettura e la scrittura, gli strumenti più comuni erano: Il **trittico** consisteva in tre tavolette di legno ricoperte di cera, collegate tra loro da una cordicella. Per scrivere, si utilizzava una punta di metallo chiamata “stilus”, che incideva le lettere sulla cera e si cancellava con la parte piatta dello stilus o con il calore della mano. Questo strumento era principalmente impiegato nella scuola elementare e per gli esercizi quotidiani. Il **volumen**, invece, era un lungo rotolo di papiro o pergamena, di solito lungo fino a 10 metri. Si scriveva su di esso con un pennello e inchiostro nero o rosso. Il volumen veniva utilizzato soprattutto nelle scuole medie e superiori, contenendo i testi dei classici da leggere e commentare. Per consultarlo, si teneva con una mano e si svolgeva con l’altra, utilizzando bacchette di legno o avorio attaccate alle estremità, chiamate “umbilici”. Infine, il **codex** era un libro formato da fogli di papiro o pergamena piegati a metà e cuciti insieme. Questo formato era ampiamente utilizzato durante l’epoca imperiale e offriva il vantaggio di essere più pratico e resistente rispetto al volumen. Si poteva scrivere su entrambi i lati dei fogli (recto e verso) e consultarne il contenuto aprendolo alla pagina desiderata. Per il calcolo, gli strumenti più usati erano: **L’abaco** era un dispositivo costituito da una tavola di legno o metallo con delle scanalature in cui si muovevano delle palline o dei gettoni chiamati “calculi”. Questo strumento veniva utilizzato per eseguire operazioni aritmetiche utilizzando il sistema numerico romano basato sulle lettere dell’alfabeto (I, V, X, L, C, D, M). La **tabula**, invece, era una lavagna di legno o metallo su cui si scriveva utilizzando gesso o carbone. Questo strumento veniva impiegato per eseguire operazioni algebriche utilizzando il sistema numerico greco basato sulle lettere dell’alfabeto (α, β, γ, δ, ε, ζ, η, θ…). Per la musica, gli strumenti più usati erano: La **lira,** uno strumento musicale a corde con una cassa armonica realizzata in legno o tartaruga, dotata di una traversa da cui partivano da 4 a 10 corde che venivano pizzicate con le dita o un plettro. Questo strumento era principalmente utilizzato per accompagnare la poesia lirica e il canto. Il **flauto** era invece uno strumento musicale a fiato con un tubo realizzato in canna o metallo, dotato di fori che venivano coperti con le dita per produrre i suoni desiderati. Il flauto veniva principalmente utilizzato per accompagnare la poesia epica e la tragedia. Per la geografia e l’astronomia, gli strumenti più usati erano: La **mappa,** un’illustrazione visiva della superficie terrestre su un supporto di papiro o pergamena. Essa aveva lo scopo di mostrare i confini dei territori, la posizione delle città, il percorso dei fiumi e le caratteristiche del paesaggio. Il **globo,** una sfera realizzata in metallo o terracotta su cui erano raffigurati i continenti e i mari della Terra (globo terrestre) o le costellazioni e i pianeti del cielo (globo celeste). Il suo utilizzo era finalizzato a illustrare la forma e il movimento della Terra e del cielo. ## Il ludus litterarius, il primo ciclo di studi Il primo livello di istruzione era il **ludus litterarius** (scuola elementare), dove i bambini entravano all’età di **6 o 7 anni**. La scuola durava **8 mesi all’anno** e iniziava a **marzo**, in coincidenza con l’inizio della stagione bellica. Le lezioni si svolgevano ogni giorno per **6 ore**, con una breve pausa per il pranzo. Gli alunni imparavano a **leggere, scrivere** e fare i **calcoli** in **latino** e in **greco**, usando come supporto delle **tavolette di cera** unite tra loro (**trittico**) che costituivano il **libro**. Gli alunni dovevano anche **memorizzare** brani di **poesia** e di **prosa** dei **classici latini e greci**. Il **maestro** era spesso uno **schiavo istruito** o un **liberto** che esercitava la sua professione in una **stanza affittata** o in un **luogo pubblico**. Il maestro era **poco pagato** e **poco rispettato**, e usava metodi **severi e punitivi** per mantenere l’**ordine** e la **disciplina**. Gli alunni indisciplinati venivano puniti con la **verga** o la **frusta di cuoio**. ## Il ludus grammaticus, il secondo ciclo di studi Il secondo livello di istruzione era il **ludus grammaticus** (scuola media), dove i ragazzi passavano all’età di 12 anni. La scuola durava **4 o 5 anni** e approfondiva lo studio della **lingua** e della **letteratura latina e greca**, della **storia**, della **geografia**, della **fisica** e dell’**astronomia**. Gli alunni leggevano e commentavano i testi dei **grandi autori classici**, come **Omero**, **Esiodo**, **Virgilio**, **Orazio**, **Cicerone** e altri. Il maestro era chiamato **grammatico** ed era spesso un **greco** o un **orientale** che aveva ricevuto una **buona formazione culturale**. Il grammatico era più stimato e pagato del **maestro elementare**, ma non aveva una **posizione sociale elevata**. Il grammatico usava come supporto dei **rotoli di papiro o di pergamena (volumina)** che contenevano i **testi da studiare**. Gli alunni dovevano anche esercitarsi nella **composizione di versi e di prose** in **latino** e in **greco**. ## **La Schola Rhetoris: la figura del retore, gli insegnamenti** Il terzo livello di istruzione era la **schola rhetoris** (scuola superiore), dove i giovani entravano all’età di **17 anni**. La scuola durava **2 o 3 anni** e si concentrava sullo studio della **retorica**, cioè l’arte del discorso persuasivo. Gli alunni imparavano le **regole** e le **tecniche** per comporre e pronunciare discorsi **efficaci** in vista della **carriera politica o giuridica**. Il maestro era chiamato **retore** ed era spesso un **greco** o un **orientale** che aveva una grande esperienza nell’oratoria. Il retore era molto **apprezzato** e **pagato** dai suoi allievi, che erano i figli delle **famiglie più ricche e potenti** di Roma. Il retore usava come modelli i **grandi oratori greci e latini**, come **Demostene**, **Isocrate**, **Cicerone** e **Quintiliano**. Gli alunni dovevano anche esercitarsi nella **declamazione** di discorsi su temi storici o immaginari, sia in **latino** che in **greco**. Le **tecniche di insegnamento** del retore si basavano su tre fasi principali: La fase della **prelectio** prevedeva l’analisi di un testo scritto da un famoso oratore, in cui si mettevano in risalto le caratteristiche stilistiche, le figure retoriche, la struttura argomentativa e le strategie persuasive. Nella **imitatio**, gli studenti dovevano riprodurre il testo letto, adattandone lo stile e il contenuto a situazioni o pubblici diversi. Questa imitazione poteva essere stretta (paraphrasis) o libera (declamatio). L’**emendatio** consisteva nella revisione del testo prodotto dagli studenti, valutandone i punti di forza e di debolezza, suggerendo le opportune modifiche e confrontandolo con il modello originale. Queste tecniche servivano a formare l’abilità dell’allievo nel trovare gli **argomenti** più adatti al caso (**inventio**), nel **disporli** in modo **ordinato** e **coerente** (**dispositio**), nel scegliere le **parole** più appropriate ed **evocative** per **persuadere** l’uditorio (**elocutio**), e infine nel **presentare** il discorso in modo **eloquente** e **coinvolgente** (**pronuntiatio**). In questo modo, la scuola superiore di retorica mirava a sviluppare le abilità dei giovani nell’arte dell’oratoria e della persuasione. La conoscenza delle regole retoriche e l’abilità di creare discorsi persuasivi erano considerate fondamentali per coloro che aspiravano a ruoli politici o giuridici di rilievo. Attraverso lo studio e l’analisi dei grandi oratori dell’antichità, i ragazzi imparavano ad affinare la loro capacità di argomentare, di strutturare il discorso in modo convincente e di utilizzare le figure retoriche per suscitare emozioni e influenzare l’opinione degli ascoltatori. La scuola superiore di retorica, con il suo approccio pratico e mirato all’arte dell’eloquenza, svolgeva un ruolo cruciale nella formazione dei futuri leader e influenzava profondamente la società romana dell’epoca. Così, il terzo livello di istruzione, la schola rhetoris, rappresentava l’ultimo tassello nella formazione dei giovani romani, preparandoli per intraprendere ruoli di responsabilità e leadership nella vita pubblica dell’antica Roma. ## **I viaggi studio ad Atene, Rodi e Alessandria** Per completare la loro formazione culturale, i giovani romani più dotati e ambiziosi si recavano nelle città più importanti del mondo antico per frequentare le scuole dei maestri più famosi di **filosofia**, **geografia**, **astronomia** e **fisica**. Le mete preferite erano **Atene**, **Rodi** e **Alessandria**, città in cui si trovavano prestigiose accademie filosofiche, ricche biblioteche e avanzati osservatori astronomici. I viaggi studio, che duravano alcuni mesi o alcuni anni, permettevano ai giovani romani di ampliare i loro orizzonti culturali, confrontarsi con altre realtà e acquisire una maggiore autorità intellettuale. Ad **Atene**, si approfondiva lo studio delle diverse correnti della **filosofia greca**, come il **platonismo**, l’**aristotelismo**, lo **stoicismo**, l’**epicureismo** e lo **scetticismo**. Le scuole fondate dai discepoli dei grandi filosofi, come l’**Accademia di Platone**, il **Liceo di Aristotele**, il **Portico di Zenone** e il **Giardino di Epicuro**, offrivano lezioni tenute da celebri maestri come **Carneade**, **Antioco di Ascalona** e **Filone di Larissa**. Inoltre, si partecipava attivamente ai dibattiti filosofici svolti nell’**Agorà** e nel **Pritaneo**, luoghi pubblici della città. A **Rodi**, invece, lo studio era focalizzato principalmente sulla **retorica** e la **geografia**. Le scuole dei maestri di eloquenza, che avevano ereditato la tradizione della **sofistica** e della **retorica attica**, insegnavano le tecniche per comporre e pronunciare discorsi persuasivi sia in greco che in latino. Si prendevano esempio dagli oratori più famosi del passato, come **Demostene** e **Cicerone**, e si esercitavano nella declamazione di discorsi su temi storici o immaginari. Inoltre, si approfondiva lo studio delle opere dei geografi, come **Eratostene** ed **Eudosso**, che avevano descritto il mondo conosciuto dai greci e dai romani. Ad **Alessandria**, infine, si dedicavano particolare attenzione all’**astronomia** e alla **fisica**. Le scuole dei maestri di scienza, che avevano fondato la tradizione della **matematica** e dell’**astronomia ellenistica**, insegnavano le teorie e i metodi per calcolare le distanze e i movimenti dei corpi celesti. Gli studenti seguivano gli esempi dei grandi scienziati del passato, come **Euclide** e **Archimede**, e si esercitavano nell’osservazione del cielo utilizzando strumenti sofisticati dell’epoca, come l’**astrolabio** e il **sesto**. Inoltre, si studiavano le opere dei fisici che avevano spiegato i fenomeni naturali con principi razionali, come **Aristarco** ed **Erone**. ## **I maestri dei più importanti personaggi romani** Tra i maestri di **retorica** che hanno avuto una grande influenza sulla formazione degli oratori romani possiamo ricordare: **Apollonio** figlio di Molone o semplicemente Molone: fu un **retore** e **grammatico** greco originario di **Alabanda**, una città della **Caria**, nella moderna Turchia. Insegnò a **Rodi** e poi a **Roma**, dove ebbe come allievi **Cicerone** e **Cesare**. Fu famoso per la sua **eloquenza** e per la sua **erudizione**. Scrisse opere di **grammatica**, di **critica letteraria** e di **retorica**, tra cui un trattato sulle **figure retoriche** attribuitogli da alcuni studiosi ma non sicuramente autentico. **Marco Antonio** figlio di **Gneo** o semplicemente **Gnifone**: fu un **retore** latino originario di **Gallia Narbonense**. Insegnò a **Roma** sotto il principato di **Augusto** e fu il primo a introdurre la **retorica latina** nelle scuole. Fu maestro di **Marco Velleio Patercolo** e di **Lucio Anneo Seneca il Vecchio**. Scrisse opere di **retorica**, tra cui un trattato sulle **parti del discorso** andato perduto. **Marco Fabio Quintiliano**: fu un **retore** latino originario della **Spagna**. Insegnò a **Roma** sotto i principi **Vespasiano** e **Tito**. Fu maestro di **Plinio il Giovane** e di **Tacito**. Scrisse l’**Institutio oratoria**, un’opera in dodici libri che contiene una completa esposizione dei principi e dei metodi della **retorica classica**. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [L'Esarcato di Ravenna o Esarcato d'Italia](https://scriptamanentitalia.it/lesarcato-di-ravenna-o-esarcato-ditalia/) **Published:** Giugno 3, 2023 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Ravenna la capitale](#Ravenna_la_capitale) - [L’arrivo dei Longobardi](#Larrivo_dei_Longobardi) - [Organizzazione dell’esarcato](#Organizzazione_dellesarcato) - [Il Papa e l’Esarca](#Il_Papa_e_lEsarca) - [Ducato di Pentapoli](#Ducato_di_Pentapoli) L’Esarcato di Ravenna (in latino: Exarchatus Ravennatis; in greco: Εξαρχάτον τής Ραβέννας), noto anche come Esarcato d’Italia, fu un dominio **dell’Impero Romano d’Oriente** (Impero Bizantino) in Italia, dal 584 al 751, quando l’ultimo esarca fu ucciso dai Longobardi. Fu uno dei due esarcati istituiti dopo le riconquiste occidentali sotto l’imperatore Giustiniano, per amministrare in modo più efficace i territori, insieme all’Esarcato d’Africa. ## Ravenna la capitale Ravenna divenne la capitale dell’Impero Romano d’Occidente nel 402 sotto Onorio, grazie al suo magnifico porto con accesso all’Adriatico e alla sua posizione **difensiva ideale tra paludi impenetrabili**. La città rimase la capitale dell’Impero fino al 476, quando divenne la capitale di Odoacre, e poi degli Ostrogoti sotto Teodorico il Grande. **Rimase la capitale del Regno Ostrogoto, ma nel 540 durante la Guerra Gotica** (535-554), Ravenna fu occupata dal generale bizantino Belisario. Dopo questa riconquista divenne la sede del governatore provinciale. In quel periodo, la struttura amministrativa dell’Italia seguiva, con alcune modifiche, il vecchio sistema stabilito dall’imperatore Diocleziano e mantenuto da Odoacre e dai Goti. ## L’arrivo dei Longobardi Nel 568, i Longobardi sotto il re Alboino, insieme ad altri alleati germanici, invasero l’Italia settentrionale. L’area era stata pacificata solo pochi anni prima e aveva sofferto molto durante la lunga Guerra Gotica. Le deboli forze bizantine locali, dopo aver preso diverse città, nel 569 conquistarono Milano. Presero Pavia dopo un assedio di tre anni nel 572 e la resero la loro capitale. Negli anni successivi, presero la Toscana. Altri, sotto Faroaldo e Zotto, si infiltrarono nell’Italia centrale e meridionale, dove stabilirono i ducati di Spoleto e Benevento. **Tuttavia, dopo l’assassinio di Alboino nel 573**, i Longobardi si frammentarono in diversi ducati autonomi (la “Regola dei Duchi”). **L’imperatore Giustino II cercò di approfittarne: nel 576 inviò in Italia suo genero Baduario**. Tuttavia, fu sconfitto e ucciso in battaglia, e le continue crisi nei Balcani e in Oriente impedirono un altro sforzo imperiale di riconquista. A causa delle incursioni longobarde, le proprietà romane si erano frammentate in diversi territori isolati. Nel 580, l’imperatore Tiberio II li riorganizzò in cinque eparchie provinciali: Annonaria nell’Italia settentrionale attorno a Ravenna, Calabria, Campania, Emilia e Liguria, e Urbicaria attorno alla città di Roma (Urbs). **Alla fine del VI secolo**, il nuovo ordine di poteri si era stabilizzato in un modello stabile. Ravenna, governata dal suo esarca, che deteneva autorità civile e militare oltre al suo ufficio ecclesiastico, era confinata alla città, al suo porto e ai suoi dintorni fino a nord del Po (territorio di confine del duca di Venezia, nominalmente al servizio imperiale) e a sud fino al fiume Marecchia, oltre il quale si trovava il Ducato di Pentapoli sull’Adriatico, anch’esso sotto un duca che rappresentava nominalmente l’Imperatore d’Oriente. ## Organizzazione dell’esarcato **L’esarcato era organizzato** in un gruppo di ducati (Roma, Venetia, Calabria, Napoli, Perugia, Pentapoli, Lucania, ecc.) che erano principalmente le città costiere nella penisola italiana, poiché i Longobardi avevano il vantaggio nell’entroterra. I**l capo civile e militare di queste proprietà imperiali**, l’esarca stesso, era il rappresentante a Ravenna dell’imperatore di Costantinopoli. Il territorio circostante si estendeva dal fiume Po, che serviva da confine con Venezia a nord, alla Pentapoli a Rimini a sud, al confine delle “cinque città” nelle Marche lungo la costa adriatica, e raggiungeva anche città non sulla costa, come Forlì. Tutto questo territorio, che si trovava sul fianco orientale degli Appennini, era sotto la diretta amministrazione dell’esarca e costituiva l’Esarcato nel senso più stretto. **I territori circostanti erano governati da duchi e magistri militium** (“comandanti delle truppe”), più o meno soggetti alla sua autorità. Dal punto di vista di Costantinopoli, l’Esarcato consisteva nella provincia d’Italia. L’Esarcato di Ravenna non era l’unica provincia bizantina in Italia. La Sicilia bizantina costituiva un governo separato, e la Corsica e la Sardegna, sebbene rimanessero bizantine, appartenevano all’Esarcato d’Africa. I Longobardi avevano la loro capitale a Pavia e controllavano la grande valle del Po. **La spinta dei Longobardi in Italia si estese verso sud**, e stabilirono ducati a Spoleto e Benevento; controllavano l’entroterra, mentre i governatori bizantini controllavano più o meno le coste. Il Piemonte, la Lombardia, l’entroterra di Venetia, la Toscana e l’entroterra di Campania appartenevano ai Longobardi, e pian piano il rappresentante imperiale in Italia perse ogni vero potere, sebbene **formalmente controllasse aree come la Liguria** (completamente persa nel 640 ai Longobardi), o Napoli e Calabria (sovraffollate dal ducato longobardo di Benevento). A Roma, il vero padrone era il papa. Alla fine, nel 740, l’Esarcato consisteva in Istria, Venetia, Ferrara, Ravenna (l’esarca nel senso limitato), con la Pentapoli e Perugia. **Questi frammenti della provincia d’Italia**, come lo erano quando furono riconquistati per Giustiniano, furono quasi tutti persi, sia ai Longobardi, che conquistarono Ravenna stessa nel 751, sia per la rivolta del papa, che si separò infine dall’Impero a causa delle riforme iconoclaste. ## Il Papa e l’Esarca La relazione tra il Papa a Roma e l’Esarca a Ravenna era una dinamica che poteva danneggiare o aiutare l’impero. Il papato poteva essere un veicolo per il malcontento locale. **La vecchia aristocrazia senatoriale romana non gradiva essere governata da un esarca considerato da molti un straniero intromettente**. Così l’esarca doveva affrontare minacce sia dall’esterno che dall’interno, ostacolando così ogni reale progresso e sviluppo. Nella sua storia interna, l’esarcato fu soggetto alle influenze frammentanti che portarono alla suddivisione della sovranità e all’instaurazione del feudalesimo in tutta Europa. Passo dopo passo, nonostante gli sforzi degli imperatori di Costantinopoli, i grandi funzionari imperiali divennero proprietari terrieri locali, i piccoli proprietari terrieri erano sempre più parenti o almeno associati a questi funzionari, e nuove alleanze intrussero nella sfera dell’amministrazione imperiale. **Nel frattempo, la necessità di difendere** i territori imperiali dai Longobardi portò alla formazione di milizie locali, che inizialmente erano collegate ai reggimenti imperiali, ma gradualmente divennero indipendenti, reclutate interamente a livello locale. Questi uomini armati formarono l’exercitus romanae militiae, precursori dei liberi borghesi armati delle città italiane del Medioevo. Anche altre città dell’esarcato erano organizzate sullo stesso modello. **Durante il VI e VII secolo, la crescente minaccia** dei Longobardi e dei Franchi, così come la divisione tra l’Oriente e l’Occidente cristiano ispirata sia dagli imperatori iconoclasti che dagli sviluppi medievali nella teologia latina e culminanti nella acrimoniosa rivalità tra il Papa di Roma e il Patriarca di Costantinopoli, resero la posizione dell’esarca sempre più insostenibile. Ravenna rimase la sede dell’esarca fino alla rivolta del 727 sull’iconoclastia. Eutichio, l’ultimo esarca di Ravenna, fu ucciso dai Longobardi nel 751. ## Ducato di Pentapoli **Nel 752, la porzione nordorientale dell’Esarcato nota come Ducato di Pentapoli** fu conquistata dal re Aistulfo dei Longobardi. Quattro anni dopo, dopo che i Franchi scacciarono i Longobardi, il Papa Stefano II rivendicò il territorio. L’alleato del Papa nell’azione militare contro i Longobardi, Pipino il Breve, re dei Franchi, donò quindi le terre conquistate al Papato. Questa donazione, confermata da Carlo Magno nel 774, segnò l’inizio del potere temporale dei papi come Patrimonio di San Pietro. Le arcidiocesi all’interno dell’ex esarcato, tuttavia, avevano sviluppato tradizioni di potere secolare locale e indipendenza, che contribuirono alla frammentazione della localizzazione dei poteri. **Tre secoli dopo, questa indipendenza alimentò l’ascesa dei comuni indipendenti.** Le porzioni meridionali dell’esarcato, comprese le proprietà imperiali a Napoli, Calabria e Puglia, furono riorganizzate come il Catapanato d’Italia con sede a Bari. **Questi territori furono in ultima analisi** persi dai Berberi saraceni nel 847, ma recuperati nel 871. Successivamente, dopo che la Sicilia fu conquistata dagli Arabi, i resti furono inseriti nelle nuove temi militari/amministrativi di Calabria e Langobardia. L’Istria all’estremità dell’Adriatico fu annessa alla Dalmazia. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Medioevo, Top **Tag:** Medioevo --- ### [I gradi dell'esercito romano e della legione](https://scriptamanentitalia.it/gradi-esercito-romano-legione/) **Published:** Maggio 22, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Scopri i principali gradi dell’esercito romano e le loro funzioni in questo articolo informativo e dettagliato. Basato su fonti antiche, questo articolo ti farà conoscere la struttura e l’organizzazione di una delle forze militari più potenti della storia. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [I tirones: le reclute](#I_tirones_le_reclute) - [Il legionario romano o miles](#Il_legionario_romano_o_miles) - [Gli immunes](#Gli_immunes) - [I Principales](#I_Principales) - [Il centurione](#Il_centurione) - [Il centurione primipilo](#Il_centurione_primipilo) - [Il tribuno angusticlavio](#Il_tribuno_angusticlavio) - [I Praefecti](#I_Praefecti) - [Il praefectus castrorum](#Il_praefectus_castrorum) - [Il praefectus fabrum](#Il_praefectus_fabrum) - [Il tribuno laticlavio](#Il_tribuno_laticlavio) - [Il legatus legionis](#Il_legatus_legionis) **L’esercito romano** fu una delle forze militari più potenti e longeve della storia antica. Servì l’antica Roma nella serie di campagne militari che caratterizzarono la sua espansione, dall’epoca dei sette re, alla Repubblica romana e all’epoca imperiale fino al definitivo declino. L’esercito romano era composto da varie componenti: le **legioni di cittadini romani**, i **federati o le truppe ausiliarie**, la **flotta ravennate**, di Miseno oltre a quelle fluviali e le **guarnigioni di Roma** (guardia pretoriana, coorti urbane e corpo dei vigili). Nel corso di una lunghissima storia, l’esercito romano conobbe una **continua evoluzione strutturale** che ne modificò profondamente l’**organizzazione militare** e la stessa **costituzione**. All’interno dei massimi livelli di entrambe le branche, le **trasformazioni strutturali** occorsero sia in conseguenza di **effettive riforme militari**, sia per l’emergere di **naturali evoluzioni strutturali**. L’esercito romano fu la chiave del successo di Roma nel dominare il mondo antico. Grazie alla sua **disciplina**, al suo **addestramento**, alla sua **tattica**, alla sua **logistica** e alla sua **innovazione tecnologica**, l’esercito romano fu in grado di sconfiggere nemici più numerosi e diversificati, di conquistare vasti territori e di assicurare la pace e la sicurezza delle province. L’esercito romano fu anche un fattore di **integrazione culturale e sociale**, poiché reclutava soldati dalle popolazioni sottomesse e le rendeva partecipi della cittadinanza e dei benefici dell’impero. L’esercito romano fu infine un elemento di **stabilità politica** e di **legittimazione del potere imperiale**, ma anche di **crisi** e di **conflitto** quando i suoi comandanti si ribellarono o si contendevano il trono. In questo articolo esamineremo i principali **gradi degli ufficiali militari romani** e le loro **funzioni**. Per la spiegazione utilizzeremo solamente le **fonti antiche**, che poi citeremo in fondo all’articolo come elenco puntato. ## **I tirones: le reclute** I **tirones** erano i soldati novizi che si arruolavano nell’esercito romano per un periodo di 25 anni. Erano sottoposti a un **duro addestramento fisico e morale**, che li preparava a combattere in **ordine serrato** e a **obbedire ai comandi**. I tirones dovevano anche imparare le **norme e i rituali** dell’esercito, come il **saluto**, il **giuramento**, le **marche**, le **fortificazioni**, le **punizioni** e le **ricompense**. I tirones ricevevano un’equipaggiamento standard composto da **elmo**, **corazza**, **scudo**, **spada**, **pugnale** e **pilum** (un giavellotto). I tirones erano assegnati a una **centuria**, la più piccola unità tattica dell’esercito romano. ## **Il legionario romano o miles** Il **legionario romano** era il **soldato professionista** che aveva superato il periodo di prova come **tirone**. Era un **cittadino romano** che godeva di **diritti** e **privilegi** rispetto alle truppe ausiliarie. Il legionario era addestrato a combattere in **formazione chiusa** con gli altri membri della sua **centuria** e della sua **coorte** (dieci centurie). Il legionario era anche abile nel combattimento individuale con la **spada** (**gladio**) e il **pugnale** (**pugio**). Il legionario era sottoposto alla **disciplina ferrea** del suo **centurione** e doveva rispettare il **codice d’onore** dell’esercito. Il legionario riceveva una **paga regolare** (**stipendium**) e poteva beneficiare di **donativi** (**dona**) o di **bottini** (**praeda**) in caso di vittoria. Al termine del servizio, il legionario riceveva una **pensione** (**aerarium militare**) o un **appezzamento di terra** (**ager publicus**) come ricompensa. ## **Gli immunes** Gli **immunes** erano i soldati che avevano una qualifica o una specializzazione che li esentava dai lavori faticosi o pericolosi dell’esercito. Gli **immunes** potevano essere **artigiani (fabri)**, **ingegneri (architecti)**, **medici (medici)**, **segretari (librarii)**, **trombettieri (cornicines)**, **portabandiera (signiferi)**, **messaggeri (speculatores)**, **esploratori (exploratores)**, **interpreti (interpretes)** o **agenti segreti (frumentarii)**. Gli **immunes** erano al servizio del comandante della legione o della coorte e ricevevano una paga maggiore rispetto ai legionari ordinari. ## I **Principales** I **Principales** erano i sottufficiali dell’esercito romano che avevano una funzione di comando o di supervisione sulle truppe. I **Principales** potevano essere **capicenturia (centuriones)**, **capicoorte (praefecti cohortis)**, **capilegione (primus pilus)**, **capicavalleria (praefectus alae)**, **capiflotta (praefectus classis)** o **capiprovincia (praeses provinciae)**. I **Principales** erano scelti tra i soldati più esperti e meritevoli e ricevevano una paga molto più alta rispetto ai legionari ordinari. I **Principales** godevano anche di maggior prestigio e autorità all’interno dell’esercito. ## Il **centurione** Il **centurione** era il comandante di una **centuria**, composta da 80 soldati. Il **centurione** era responsabile dell’addestramento, della disciplina, della morale e del combattimento dei suoi uomini. Il **centurione** era anche il rappresentante dei suoi soldati davanti ai superiori e agli altri reparti. Il **centurione** doveva essere un soldato valoroso, abile, leale e rispettoso delle leggi militari. Il **centurione** indossava un elmo crestato trasversalmente, una corazza decorata con medaglie (**phalerae**), un bastone da comando (**vitis**) e una spada corta al fianco destro. Il **centurione** combatteva in prima linea con i suoi uomini e spesso decideva l’esito delle battaglie con il suo esempio. Come dimostrano questi diversi ruoli, il termine **centurione** copriva una gamma di gradi diversi nei termini odierni, piuttosto che essere quello che riconosciamo come un unico ruolo. ## **Il centurione primipilo** Il **centurione primipilo** era il **capo dei centurioni** della **prima coorte** della **legione**, composta dalle **dieci centurie più forti ed esperte**. Il **primipilo** era il più **alto grado** tra i **sottufficiali** ed era scelto tra i **centurioni più anziani e meritevoli**. Il **primipilo** aveva il compito di **guidare la prima coorte in battaglia** e di **consigliare il comandante della legione** nelle **questioni militari**. Il **primipilo** riceveva una **paga 60 volte superiore** a quella dei **legionari ordinari** ed era considerato **quasi alla pari degli ufficiali superiori**. ## **Il tribuno angusticlavio** Il **tribuno angusticlavio** era uno degli ufficiali superiori dell’esercito romano che apparteneva all’**ordine equestre**, la seconda classe sociale dopo quella senatoria. Il tribuno angusticlavio comandava una delle **sei coorti della legione** ed era subordinato al tribuno laticlavio e al legato della legione. Il tribuno angusticlavio indossava una **tunica** con una **striscia stretta (angustus clavus)** che lo distingueva dagli altri ufficiali. Il tribuno angusticlavio era normalmente un uomo di circa **trent’anni** che aveva già servito come **prefetto di una coorte ausiliaria o di una unità di cavalleria**. Il tribuno angusticlavio aveva il compito di **dirigere le operazioni militari** della sua coorte e di collaborare con gli altri tribuni e il legato. Il tribuno angusticlavio riceveva una **paga 40 volte superiore** a quella dei **legionari ordinari** ed era considerato un **ufficiale di carriera**. ## **I Praefecti** I **praefecti** erano gli ufficiali che comandavano le unità ausiliarie dell’esercito romano, composte da soldati non cittadini reclutati dalle province. I praefecti potevano essere di due tipi: **praefectus cohortis**, che comandava una coorte ausiliaria di fanteria o mista di fanteria e cavalleria, e **praefectus alae**, che comandava un’ala di cavalleria. I praefecti erano normalmente di **rango equestre** e avevano una carriera militare di circa 20 anni. I praefecti avevano il compito di **addestrare, disciplinare e guidare** i loro soldati in battaglia, spesso in supporto alle legioni. I praefecti ricevevano una **paga 30 volte superiore** a quella dei legionari ordinari ed erano **rispettati come ufficiali esperti**. ### **Il praefectus castrorum** I **praefectus castrorum** erano gli ufficiali che erano responsabili dell’accampamento (castrum) di una legione. I **praefectus castrorum** erano il terzo ufficiale nella gerarchia legionaria, dopo il **legato della legione** e il **tribuno laticlavio**. I **praefectus castrorum** erano normalmente soldati promossi dal centurionato, avendo già servito come **primus pilus**, il capo dei centurioni della prima coorte. I **praefectus castrorum** avevano il compito di addestrare, equipaggiare e mantenere i soldati, di costruire e difendere l’accampamento e di comandare la legione in assenza dei superiori. I **praefectus castrorum** ricevevano una paga 60 volte superiore a quella dei legionari ordinari ed erano premiati con donativi per i loro meriti. ### **Il praefectus fabrum** I **praefectus fabrum** erano gli ufficiali che erano responsabili degli artigiani (**fabri**) dell’esercito romano. I **praefectus fabrum** erano normalmente di rango equestre e avevano una carriera militare indipendente da quella legionaria. I **praefectus fabrum** avevano il compito di fornire le macchine d’assedio e da lancio, le armi, le armature, gli utensili e le opere di ingegneria necessarie all’esercito. I **praefectus fabrum** collaboravano con i comandanti delle legioni e delle province per le operazioni militari e le costruzioni civili. I **praefectus fabrum** ricevevano una paga 30 volte superiore a quella dei legionari ordinari ed erano rispettati come ufficiali tecnici. ## **Il tribuno laticlavio** Il tribuno laticlavio era uno degli ufficiali superiori dell’esercito romano che apparteneva all’ordine senatorio, la prima classe sociale di Roma. Il tribuno laticlavio era il secondo in comando di una legione, dopo il legato della legione. Il tribuno laticlavio indossava una tunica con una striscia larga (**latus clavus**) che lo distingueva dagli altri ufficiali. Il tribuno laticlavio era normalmente un giovane senatore che aveva già ricoperto la carica di questore e che aspirava a diventare pretore e console. Il tribuno laticlavio aveva il compito di assistere il legato della legione nelle questioni militari e amministrative, di comandare una coorte della legione e di sostituire il legato in sua assenza. Il tribuno laticlavio riceveva una paga **50 volte superiore** a quella dei legionari ordinari ed era considerato un ufficiale di **prestigio**. ## **Il legatus legionis** Il **legatus legionis** era il comandante supremo di una legione romana. Il legatus legionis era un ex **console** o un ex **pretore** che apparteneva all’**ordine senatorio** e che era nominato direttamente dall’**imperatore**. Il legatus legionis aveva il compito di **dirigere le operazioni militari** della sua legione e di **coordinarsi** con gli altri comandanti delle province e delle armate. Il legatus legionis aveva anche la **responsabilità civile** della sua zona di competenza e poteva **emettere editti e giudicare le cause**. Il legatus legionis riceveva una **paga 100 volte superiore** a quella dei legionari ordinari ed era considerato il **rappresentante dell’imperatore sul campo**. Questi sono i principali **gradi** dell’esercito romano che abbiamo esaminato in questo articolo. Come abbiamo visto, l’esercito romano era una **macchina organizzata e gerarchica** che richiedeva **abilità, esperienza, disciplina e lealtà** da parte dei suoi membri. L’esercito romano fu anche un **mezzo di promozione sociale e politica** per molti uomini che si distinsero per il loro valore e il loro servizio. L’esercito romano fu infine uno **strumento di potere e di gloria** per Roma e per i suoi imperatori. **Fonti** - Cesare, De bello Gallico, I-VIII - Livio, Ab Urbe condita, I-X - Polibio, Storie, III-VI - Sallustio, Bellum Iugurthinum, 17-114 - Tacito, Annales, I-IV - Vegezio, Epitoma rei militaris, I-IV ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Le guerre sannitiche. Romani contro Sanniti](https://scriptamanentitalia.it/guerre-sannitiche-romani-sanniti/) **Published:** Maggio 19, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Le guerre sannitiche furono tre conflitti tra Roma e i Sanniti tra il IV e il III secolo a.C. Scopri le cause, le battaglie e le conseguenze di queste guerre che segnarono la storia di Roma e dell’Italia antica. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La prima guerra sannitica (343-341 a.C.)](#La_prima_guerra_sannitica_343-341_aC) - [La seconda guerra sannitica (326-304 a.C.)](#La_seconda_guerra_sannitica_326-304_aC) - [La terza guerra sannitica (298-290 a.C.)](#La_terza_guerra_sannitica_298-290_aC) - [Le conseguenze](#Le_conseguenze) Le **guerre sannitiche** furono tre conflitti tra la Repubblica romana e i Sanniti, una popolazione che viveva su una parte degli Appennini meridionali, tra il IV e il III secolo a.C. La prima di queste guerre fu il risultato dell’intervento di Roma per salvare la città campana di Capua, che era stata attaccata dai Sanniti. La seconda guerra fu causata dalla fondazione di una colonia romana a **Fregellae**, sul fiume Liri, che minacciava il territorio sannita. La terza guerra fu scatenata dall’alleanza dei Sanniti con altri popoli italici, come gli Etruschi, gli Umbri e i Galli **Senoni**, contro Roma. Queste guerre furono decisive per l’espansione di Roma in Italia e per la sua trasformazione da città-stato a potenza regionale. Tra le battaglie più importanti di queste guerre ci furono quelle di Monte Gaurio (343 a.C.), Saticula (343 a.C.), Suessula (343 a.C.), Plistica (324 a.C.), le Forche Caudine (321 a.C.), Luceria (320 a.C.), Bovianum (318 a.C.), Sentino (295 a.C.) e Aquilonia (293 a.C.). Tra i generali romani che si distinsero ci furono Quinto Fabio Massimo Rulliano, Quinto Aulio Cerretano, Marco Valerio Corvo, Publio Decio Mure e Marco Furio Camillo. Tra i capi sanniti ci furono Gavio Ponzio, Statilio Crito e Gaio Ponzio Telesino. ## La prima guerra sannitica (343-341 a.C.) La **prima guerra sannitica** scoppiò nel 343 a.C., quando i **Sanniti** attaccarono la città di **Capua**, alleata di Roma. Secondo lo storico romano Livio, i Campani chiesero aiuto a Roma, che inviò due consoli con due eserciti per soccorrerli. Tuttavia, questa versione è messa in dubbio da alcuni studiosi moderni, che ritengono che Roma fosse interessata a espandersi in Campania e che avesse provocato i Sanniti con la sua presenza militare. I Romani affrontarono i Sanniti in tre battaglie: a **Monte Gaurio, a Saticula e a Suessula.** In tutte e tre le occasioni, i Romani ebbero la meglio sui loro avversari, grazie alla loro superiore disciplina e organizzazione. Tra i generali romani che si distinsero ci furono **Quinto Fabio Massimo Rulliano e Quinto Aulio Cerretano.** La prima guerra sannitica si concluse nel 341 a.C., con un **trattato di pace tra Roma e i Sanniti.** I motivi di questa rapida conclusione sono incerti, ma potrebbero essere legati alla rivolta dei Latini contro Roma, che costrinse i Romani a concentrare le loro forze su un altro fronte. Alcuni storici moderni mettono in dubbio anche l’esistenza stessa di questa guerra, ritenendola una ricostruzione artificiale basata su fonti tardive e poco affidabili. ## La seconda guerra sannitica (326-304 a.C.) La **seconda guerra sannitica scoppiò nel 326 a.C.**, quando i Romani fondarono una colonia a **Fregellae**, sul fiume Liri, che controllava l’accesso alla valle del Volturno e al territorio sannita. I Sanniti reagirono **assediando la città di Neapolis** (l’odierna Napoli), alleata di Roma. I Romani intervennero per liberare la città e dichiararono guerra ai Sanniti. I primi anni di guerra furono caratterizzati da una serie di operazioni militari in Campania e nel Sannio, senza risultati decisivi. I Romani riuscirono a conquistare alcune città sannite, come **Allifae e Calatia**, ma subirono anche delle sconfitte, come quella di Plistica nel 324 a.C. Nel 322 a.C., i Romani subirono una **grave umiliazione alle Forche Caudine**, dove due consoli con due eserciti furono circondati dai Sanniti e costretti a passare sotto il giogo (un arco formato da lance) come segno di resa. Dopo le Forche Caudine, i Romani rifiutarono di riconoscere il trattato imposto dai Sanniti e ripresero le ostilità con rinnovato vigore. Tra il 321 e il 316 a.C., i Romani ottennero diverse vittorie sui Sanniti, tra cui quelle di **Luceria** (320 a.C.), **Saticula** (319 a.C.), **Bovianum** (318 a.C.) e **Nuceria Alfaterna** (316 a.C.). Inoltre, i Romani rafforzarono il loro controllo sulla Campania con la fondazione di colonie a Cales (334 a.C.) e Suessa Aurunca (313 a.C) Ecco un articolo sulla terza guerra sannitica, basato sulla fonte di Wikipedia. ## La terza guerra sannitica (298-290 a.C.) La **terza guerra sannitica** fu l’ultimo tentativo dei Sanniti di resistere alla dominazione romana in Italia. Essa scoppiò nel 298 a.C., quando i Sanniti si allearono con altri popoli italici, come gli Etruschi, gli Umbri e i Galli Senoni, contro Roma. Questa coalizione fu motivata dal desiderio di contrastare l’egemonia romana in Italia e di difendere la propria indipendenza. La guerra ebbe inizio quando i **Lucani**, una popolazione che viveva nell’Italia meridionale, chiesero aiuto a Roma contro un attacco dei Sanniti. Roma intervenne e **dichiarò guerra ai Sanniti**. Contemporaneamente, Roma dovette affrontare anche una guerra con gli **Etruschi**, che erano entrati in conflitto con i Piceni, alleati di Roma. La situazione era quindi complessa per i Romani, che dovettero combattere su due fronti. Tra il 297 e il 290 a.C., la guerra si svolse su diversi fronti: in **Etruria, in Umbria, nel Piceno, nel Sannio e nell’Apulia.** I Romani dovettero affrontare una situazione difficile, ma riuscirono a ottenere dei successi grazie alla loro superiorità numerica e organizzativa. Tra le battaglie più importanti di questo periodo ci furono quelle di **Sentino (295 a.C.),** dove i Romani sconfissero la coalizione etrusco-umbro-gallica, e di Aquilonia (293 a.C.), dove i Romani inflissero una dura sconfitta ai Sanniti. La battaglia di Sentino fu il **momento decisivo della guerra.** Essa si svolse nel 295 a.C., presso l’omonima località dell’Umbria. I Romani schierarono due eserciti comandati dai consoli **Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano.** I loro avversari erano i Sanniti guidati da Gaio Ponzio Telesino, gli Etruschi guidati da Gneo Fulvio Massimo Centumalo, gli Umbri e i Galli Senoni. La battaglia fu molto combattuta e vide l’eroico **sacrificio del console Decio Mure,** che si offrì in devotio agli dei per assicurare la vittoria ai Romani. Dopo ore di lotta, i Romani riuscirono a rompere le linee nemiche e a metterle in fuga. I nemici persero circa 25.000 uomini tra morti e prigionieri, mentre i Romani ne persero circa 8.000. La battaglia di Aquilonia fu l’ultima grande battaglia della guerra. Essa si svolse nel 293 a.C., presso l’omonima città del Sannio. I Romani schierarono due eserciti comandati dai consoli **Lucio Papirio Cursore e Spurio Carvilio Massimo.** I loro avversari erano i Sanniti guidati da Statilio Crito. La battaglia fu breve ma sanguinosa. I Romani attaccarono con forza le linee sannite e le travolsero. I Sanniti persero circa 20.000 uomini tra morti e prigionieri, mentre i Romani ne persero circa 1.200. ## Le conseguenze La terza guerra sannitica si concluse nel 290 a.C., con la resa dei Sanniti ai Romani. Questa guerra segnò la fine della resistenza dei Sanniti e la loro sottomissione a Roma. I Romani ottennero il **controllo di gran parte dell’Italia centrale e meridionale,** estendendo la loro influenza fino al mare Adriatico e al mare Ionio. I Romani consolidarono il loro dominio con la fondazione di colonie come Venusia (291 a.C.) e Hadria (289 a.C.). Questa guerra fu anche importante per la **formazione dell’esercito romano**, che adottò alcune innovazioni tattiche e organizzative dai Sanniti, come la formazione manipolare, lo scudo ellittico e il giavellotto. Inoltre, questa guerra vide l’emergere di alcuni grandi condottieri romani, come Fabio Massimo Rulliano e Decio Mure. Questa guerra fu anche l’ultima delle guerre sannitiche, che avevano visto Roma e i Sanniti contendersi per oltre cinquant’anni il predominio sull’Italia centrale e meridionale. Queste guerre furono decisive per la storia di Roma e dell’Italia antica, poiché determinarono l’affermazione di Roma come potenza regionale e la sua trasformazione da città-stato a repubblica imperiale. **Fonti** - Tito Livio, Ab Urbe Condita, libri VII-X - Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane, libri XIV-XVIII - Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, libri XIX-XXI - Polibio, Storie, libri II-III - Appiano di Alessandria, Storia Romana, libro I - Plutarco, Vite Parallele, vita di Fabio Massimo e vita di Decio Mure - Floro, Epitome de Tito Livio Bellorum Omnium Annorum DCC Libri Duo, libro I - Eutropio, Breviarium ab Urbe Condita, libro II ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Pompei, trovati due scheletri nello scavo dei Casti Amanti](https://scriptamanentitalia.it/pompei-trovati-due-scheletri-nello-scavo-dei-casti-amanti/) **Published:** Maggio 17, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** I lavori di scavo a Pompei non si fermano e continuano a rivelare nuovi tesori. Gli archeologi hanno recentemente scoperto i resti di due individui all’interno dell’Insula dei Casti Amanti. Dalle indagini condotte è emerso che queste due persone, presumibilmente uomini adulti di oltre 50 anni, sono morte a causa delle ferite riportate durante il terremoto che ha preceduto l’eruzione del 79 d.C. Secondo il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, le moderne tecniche di scavo stanno contribuendo a comprender sempre meglio l’incredibile tragedia che ha completamente distrutto la città di Pompei in soli due giorni, causando la morte di molti dei suoi abitanti. Durante una discussione sul campo, mentre recuperavano i due scheletri, uno degli archeologi ha pronunciato una frase che ha colpito profondamente: “questo siamo noi”. Queste parole sintetizzano forse la storia di Pompei, in quanto gli avanzi delle tecniche moderne non ci permettono mai di dimenticare l’aspetto umano di questa tragedia, ma anzi ce lo mostrano con maggiore chiarezza. La domus in cui sono stati trovati i resti ospitava un grande panificio industriale con un forno, aree dedicate alla preparazione del pane, magazzini, un punto vendita e una stalla. In passato erano già stati rinvenuti gli scheletri dei muli utilizzati per queste attività. La casa apparteneva a un ricco fornaio e prendeva il nome da un affresco scoperto nella sala da pranzo, raffigurante due amanti che si trovavano insieme in modo casto. I resti sono stati scoperti durante i lavori di messa in sicurezza, rifacimento delle coperture e riprofilatura dei fronti di scavo dell’insula. I due corpi erano distesi su un lato, in un ambiente di servizio, che all’epoca era probabilmente in disuso per lavori di riparazione o ristrutturazione in corso nella casa. Si erano rifugiati lì in cerca di protezione. Durante la rimozione delle vertebre cervicali e del cranio di uno dei due scheletri, sono state scoperte tracce di materiale organico, probabilmente un involto di stoffa. All’interno dell’involto sono state trovate cinque perle di vetro, che sembrano far parte di una collana, e sei monete. Due delle monete sono in argento e risalgono a epoche diverse: una è un denario repubblicano databile alla metà del II secolo a.C., mentre l’altra è un denario più recente, coniato durante il regno di Vespasiano. Le altre quattro monete sono in bronzo e sono anch’esse state coniate durante il principato di Vespasiano. Nella stanza in cui giacevano i corpi sono stati trovati anche alcuni oggetti: un’anfora verticale appoggiata al muro nell’angolo vicino a uno dei corpi e una collezione di vasi, ciotole e brocche accatastata contro la parete di fondo. Sono evidenti i danni subiti da due pareti, probabilmente a causa dei terremoti che hanno accompagnato l’eruzione. Una parte della parete sud della stanza è crollata, colpendo uno degli uomini il cui braccio alzato sembra un vano tentativo di proteggersi dalla caduta dei detriti. La parete ovest, invece, mostra la drammatica forza dei terremoti, poiché l’intera sezione superiore si è staccata e è precipitata nella stanza, seppellendo l’altro individuo. Il ritrovamento dei resti di questi due abitanti di Pompei, avvenuto durante i lavori nell’Insula dei Casti Amanti, dimostra quanto ancora ci sia da scoprire riguardo alla terribile eruzione del 79 d.C. e sottolinea l’importanza di continuare le attività di indagine e scavo scientifico. Pompei è un immenso laboratorio archeologico che, negli ultimi anni, ha riacquistato vitalità, sorprendendo il mondo con le continue scoperte che vengono portate alla luce e mostrando l’eccellenza italiana in questo campo. Il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, ha commentato il ritrovamento, sottolineando che esso conferma l’opportunità di proseguire con gli studi scientifici e gli scavi a Pompei. Ha inoltre annunciato la creazione di una nuova piattaforma digitale chiamata E-Journal di Pompei, disponibile sul sito ufficiale del Parco (www.pompeiisites.org), che mira a fornire informazioni e relazioni preliminari sugli scavi, le ricerche e i progetti di restauro all’interno del Parco, sia per la comunità scientifica che per il pubblico interessato. Questi dettagli scientifici dello scavo possono essere approfonditi consultando gli articoli pubblicati sull’E-Journal di Pompei, offrendo una preziosa fonte di informazioni per coloro che desiderano conoscere meglio la storia e le scoperte legate a questa straordinaria città antica. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Attualità, Top **Tag:** Pompei --- ### [La battaglia di Isso. Alessandro Magno umilia i persiani di Dario III](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-isso-alessandro-magno/) **Published:** Maggio 15, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La battaglia di Isso fu uno scontro tra Alessandro Magno e Dario III, avvenuto nel 333 a.C. in Anatolia. Fu una vittoria decisiva per Alessandro, che conquistò il sud dell’Asia Minore e si avvicinò al dominio dell’impero persiano. Fu anche una battaglia storica e culturale tra due mondi diversi: quello greco-macedone e quello persiano-orientale. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’invasione di Alessandro Magno dell’Asia minore e la battaglia di Granico](#Linvasione_di_Alessandro_Magno_dellAsia_minore_e_la_battaglia_di_Granico) - [I movimenti sul campo di Isso](#I_movimenti_sul_campo_di_Isso) - [La disposizione sul campo dei persiani](#La_disposizione_sul_campo_dei_persiani) - [La disposizione sul campo dei macedoni](#La_disposizione_sul_campo_dei_macedoni) - [Lo svolgimento della battaglia di Isso](#Lo_svolgimento_della_battaglia_di_Isso) - [La clemenza di Alessandro Magno con la famiglia di Dario](#La_clemenza_di_Alessandro_Magno_con_la_famiglia_di_Dario) - [Le conseguenze e l’importanza storica della battaglia](#Le_conseguenze_e_limportanza_storica_della_battaglia) La **battaglia di Isso** fu uno scontro tra la lega ellenica guidata da **Alessandro Magno** e l’impero achemenide guidato da **Dario III**. Si svolse nel **sud dell’Anatolia, il 5 novembre 333 a.C.**, vicino alla città di Isso e alla foce del fiume Pinaro. Fu la seconda grande battaglia della conquista dell’Asia da parte di Alessandro e il primo incontro tra Dario III e Alessandro Magno. La battaglia si concluse con la **vittoria delle truppe macedoni sulle forze persiane**. Dopo la battaglia, Alessandro catturò la famiglia di Dario e si impadronì del controllo del sud dell’Asia Minore. La battaglia di Isso ebbe importanti conseguenze storiche, poiché segnò il declino dell’impero achemenide e l’ascesa di Alessandro Magno come il dominatore del mondo antico. ## L’invasione di Alessandro Magno dell’Asia minore e la battaglia di Granico **Alessandro Magno** era il re di Macedonia e il capo della lega ellenica, una coalizione di stati greci che si opponevano all’impero achemenide. Nel 334 a.C., Alessandro **attraversò l’Ellesponto** con un esercito di circa 40.000 uomini e invase l’Asia Minore, la regione occidentale dell’impero persiano. Il suo obiettivo era vendicare le invasioni persiane della Grecia del V e IV secolo a.C. e liberare le città greche sotto il dominio persiano. Il primo ostacolo che Alessandro dovette affrontare fu il **fiume Granico**, dove si scontrò con un esercito persiano composto da satrapi (governatori provinciali) e mercenari greci, guidati dal rodio **Memnone**. La battaglia del Granico si svolse nel maggio 334 a.C. e si concluse con una schiacciante vittoria di Alessandro, che riuscì a sfondare le linee nemiche con una carica di cavalleria e ad annientare le forze persiane. ## I movimenti sul campo di Isso Dopo aver appreso della sconfitta al Granico, **Dario III decise di prendere il comando personale** del suo esercito e di affrontare Alessandro in una battaglia decisiva. Dario radunò rinforzi da varie parti del suo impero e marciò verso l’Asia Minore con un esercito di circa 250.000-600.000 uomini (secondo le fonti antiche) o **50.000-60.000 uomini** (secondo le stime moderne). Il suo piano era di sorprendere Alessandro alle spalle e tagliargli la linea di rifornimento. Alessandro, invece, dopo aver conquistato l’Asia Minore, **si diresse verso la Siria**, dove sperava di incontrare Dario. Tuttavia, i due eserciti si persero di vista a causa della conformazione del terreno e delle informazioni errate dei loro esploratori. Mentre Alessandro procedeva verso sud lungo la costa mediterranea, Dario **attraversò i monti Amanus e si posizionò a nord della città di Isso**, bloccando la ritirata di Alessandro. Il condottiero macedone fu costretto a fare dietro-front per affrontare l’esercito persiano. ## La disposizione sul campo dei persiani Dario scelse il luogo della battaglia con cura, pur sapendo che il terreno stretto e pianeggiante tra il golfo di Isso e le montagne limitava il vantaggio numerico dei suoi uomini e favoriva la fanteria pesante macedone. Dario disponeva le sue truppe lungo la riva sinistra del fiume Pinaro, con il mare alle sue spalle e le montagne ai suoi fianchi. Il suo schieramento era il seguente: – **Al centro, i 10.000 immortali,** la guardia d’élite persiana, vestiti di bianco e armati di scudi, lance e archi. – **Alla sinistra, i 10.000 mercenari greci comandati da Atizye**, un satrapo persiano. Erano i soldati più addestrati e disciplinati dell’esercito persiano, armati di scudi, elmi, corazze, spade e lance lunghe. Il loro compito era di contrastare la falange macedone, la formazione più temibile di Alessandro. – **Alla destra, l’ala destra della cavalleria, composta da 11.000 cavalieri** provenienti da varie regioni dell’impero persiano: Medi, Uzi, Cadusi, Siraci, Ircani, Battriani, Sogdiani, Aracosi e Parti. Erano guidati da Besso, un nobile persiano che aveva il comando supremo della cavalleria. Il loro obiettivo era di aggirare il fianco sinistro di Alessandro. – **Davanti all’ala destra della cavalleria, una schiera di fanteria leggera,** formata da lanciatori di giavellotti, frombolieri e arcieri provenienti da Babilonia e dalla Ionia. Erano armati di scudi di vimini e lance corte e avevano il compito di disturbare l’avanzata della cavalleria macedone con le loro armi da lancio. **Dario si posizionò al centro dello schieramento**, su un carro dorato, circondato dai suoi guardaspalle e dai suoi consiglieri. Era vestito con una tunica porpora ricamata d’oro e indossava una tiara con una fascia bianca, il simbolo della sua autorità reale. Teneva in mano uno scettro e una mazza d’oro, gli attributi del suo potere. Era determinato a dimostrare il suo valore in battaglia e a sconfiggere Alessandro una volta per tutte. ## La disposizione sul campo dei macedoni Alessandro arrivò sul campo di battaglia con un esercito inferiore in numero a quello di Dario, ma superiore in qualità e coesione. Aveva circa 37.000 uomini, di cui 24.000 di fanteria pesante e 5.100 di cavalleria pesante. Il suo schieramento era il seguente: – **Al centro, la falange macedone, formata da 9.000 falangiti,** soldati armati di scudi rotondi e lunghissime lance chiamate sarisse. Erano divisi in sei battaglioni (taxeis), ognuno comandato da un generale (taxiarco). Dietro la falange, 3.000 ipaspisti, la guardia personale di Alessandro, armati come i falangiti ma più agili e versatili. – **Alla sinistra della falange, 7.000 opliti alleati** , provenienti dai vari stati greci che facevano parte della lega ellenica. – **Alla destra della falange, 5.000 opliti mercenari,** reclutati da Alessandro tra i greci che avevano combattuto per i persiani al Granico. Erano armati come gli opliti alleati, ma erano meno motivati e fedeli. Il loro ruolo era di rinforzare il fianco destro di Alessandro e di tenere a bada la fanteria leggera persiana. – **Davanti alla falange e agli opliti, una schiera di fanteria leggera**, formata da 7.000 traci e illiri, guerrieri barbari che combattevano con scudi di cuoio, spade corte e asce. – **All’estrema destra, l’ala destra della cavalleria, composta da 1.800 cavalieri macedoni,** l’élite della cavalleria di Alessandro, armati di lance lunghe e spade. Erano guidati dallo stesso Alessandro, che indossava un elmo con una cresta di leone e una corazza d’argento. Il suo obiettivo era di sfondare l’ala sinistra persiana e raggiungere Dario. – **All’estrema sinistra, l’ala sinistra della cavalleria, composta da 1.800 cavalieri tessali**, i migliori cavalieri della Grecia, armati di lance corte e spade. Erano guidati da Parmenione, il generale più anziano e saggio di Alessandro. Il suo compito era di resistere alla carica della cavalleria persiana e di proteggere la retroguardia macedone. ## Lo svolgimento della battaglia di Isso La battaglia iniziò nel **pomeriggio del 5 novembre 333 a.C.** **I cavalieri persiani caricarono i cavalieri tessali e greci,** cercando di aprirsi un varco verso il retroguardo macedone. Parmenione resistette con coraggio e abilità, ma fu costretto a chiedere aiuto ad Alessandro tramite un messaggero. Alessandro nel frattempo **ordinò alla sua falange di avanzare verso il fiume Pinaro.** La fanteria leggera macedone attraversò per prima il fiume, seguita dalla falange e dagli opliti. La cavalleria macedone rimase sulla riva destra del fiume, in attesa del momento opportuno per attaccare. I persiani reagirono lanciando una pioggia di frecce, giavellotti e pietre contro i macedoni che guadavano il fiume. La fanteria leggera persiana si scontrò con la fanteria leggera macedone in una scaramuccia confusa e sanguinosa. Gli immortali persiani si prepararono a ricevere la carica della falange macedone, mentre i mercenari greci si schierarono in una formazione compatta per resistere agli opliti macedoni e alleati. Con una manovra audace e rischiosa, **Alessandro si lanciò in avanti con i suoi cavalieri macedoni**, seguito dai cavalieri leggeri, e attaccò il fianco sinistro dei fanti persiani, che erano schierati di fronte a Parmenione. Il violento impatto mise in rotta i persiani, che si ritirarono verso le montagne. Alessandro li inseguì e li massacrò senza pietà. Nel frattempo, **Parmenione dovette affrontare la pressione dell’ala destra persiana,** che era superiore in numero e qualità alla sua ala sinistra. Alessandro ricevette il messaggio di Parmenione mentre stava per raggiungere Dario al centro dello schieramento persiano. Dovette scegliere tra **inseguire il re persiano o soccorrere il suo generale**. Scelse la seconda opzione e tornò indietro con i suoi cavalieri macedoni, lasciando i cavalieri leggeri a continuare la persecuzione dei persiani in fuga. Alessandro **arrivò in tempo per salvare Parmenione** e respingere i cavalieri persiani. Poi si diresse verso il centro della battaglia, dove la falange macedone e gli opliti alleati e mercenari stavano combattendo contro gli immortali e i mercenari greci persiani. **La falange macedone aveva avuto la meglio sugli immortali, c**he non erano abituati a combattere contro le lunghe lance dei falangiti. La battaglia si decise quando Alessandro **arrivò al centro con i suoi cavalieri macedoni e caricò il retro delle truppe persiane.** Questa mossa sorprese e spaventò Dario, che vide il suo nemico avvicinarsi minaccioso. Dario perse il coraggio e fuggì dal campo di battaglia sul suo carro dorato, abbandonando i suoi soldati al loro destino. **La fuga di Dario provocò il panico tra le truppe persiane**, che si dispersero in tutte le direzioni. I mercenari greci persiani furono circondati dai macedoni e si arresero chiedendo la clemenza. Alessandro li trattò con rispetto e li incorporò nel suo esercito. La battaglia di Isso si concluse con una **vittoria schiacciante di Alessandro,** che perse solo 452 uomini contro i 20.000-40.000 dei persiani. Alessandro catturò il campo di Dario, dove trovò un enorme bottino di oro, argento, gioielli e vesti preziose. Trovò anche la famiglia di Dario: sua madre Sisigambi, sua moglie Statira, sue figlie Statira e Barsine e suo figlio Oco. Alessandro trattò la famiglia reale con gentilezza e generosità, promettendogli di restituirgliela quando avrebbe sconfitto definitivamente Dario. ## La clemenza di Alessandro Magno con la famiglia di Dario Alessandro mostrò un grande rispetto e una grande magnanimità verso la famiglia di Dario, che era composta da donne e bambini. Non solo non le maltrattò né le umiliò, ma le trattò come se fossero della sua stessa famiglia. Alessandro si presentò davanti a loro con modestia e cortesia, e si inchinò davanti a Sisigambi, la madre di Dario. Alessandro assicurò a Sisigambi che avrebbe rispettato la sua dignità di regina madre e che avrebbe provveduto al suo benessere e a quello dei suoi nipoti. Le disse anche che avrebbe trattato Statira, la moglie di Dario, come se fosse la sua sorella e che avrebbe sposato una delle sue figlie, Statira o Barsine. Alessandro mantenne le sue promesse e si comportò sempre con onore e gentilezza verso la famiglia di Dario. Alessandro dimostrò così di essere non solo un grande condottiero, ma anche un grande uomo, capace di superare l’odio e la vendetta e di mostrare clemenza e generosità verso i suoi nemici sconfitti. ## Le conseguenze e l’importanza storica della battaglia La battaglia di Isso ebbe delle conseguenze decisive per il destino dell’impero persiano e per la storia del mondo antico. Con questa vittoria, Alessandro **si assicurò il controllo del sud dell’Asia Minore e della Siria**, dove conquistò le importanti città di Damasco, Sidone e Tiro. Si aprì anche la strada verso l’Egitto, dove fu accolto come un liberatore dal popolo egizio e dove fondò la città di Alessandria. Dario, invece, fuggì verso l’est dell’impero persiano, dove cercò di radunare nuove forze per affrontare ancora Alessandro. Tuttavia, il suo prestigio e la sua autorità erano gravemente compromessi dalla sua sconfitta e dalla sua fuga. Molti dei suoi satrapi e dei suoi nobili lo abbandonarono o lo tradirono, passando dalla parte di Alessandro o ribellandosi al suo potere. La battaglia di Isso segnò il **punto di non ritorno nella guerra tra Alessandro e Dario**. Da quel momento in poi, Alessandro fu sempre in vantaggio e non si fermò fino a conquistare tutto l’impero persiano. Dario fu ucciso da uno dei suoi generali, Besso, nel 330 a.C., mentre cercava di fuggire da Alessandro. La battaglia di Isso fu anche un evento storico di grande rilevanza culturale e simbolica. Fu lo scontro tra due mondi diversi: **quello greco-macedone**, basato sulla libertà, sulla democrazia, sulla razionalità e sull’individualismo; **e quello persiano-orientale,** basato sulla tirannia, sul dispotismo, sulla superstizione e sul collettivismo. Fu anche lo scontro tra due visioni diverse della vita: quella eroica e avventurosa di Alessandro, che aspirava alla gloria e alla conoscenza; e quella conservatrice e timorosa di Dario, che si aggrappava al suo potere e alla sua ricchezza. La battaglia di Isso fu quindi un momento cruciale nella storia dell’umanità, poiché **aprì la strada alla diffusione della cultura greca nel mondo.** ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Matrimoni omosessuali nell'antica Roma. Esistevano davvero?](https://scriptamanentitalia.it/matrimoni-omosessuali-antica-roma/) **Published:** Maggio 7, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Esistevano matrimoni omosessuali nell'antica Roma? Rispondiamo, fonti alla mano, a questo tema delicato e fonte di discussioni **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La sessualità dei romani e il ruolo dell’uomo nel rapporto](#La_sessualita_dei_romani_e_il_ruolo_delluomo_nel_rapporto) - [I matrimoni gay nell’antica Roma: i casi di Nerone](#I_matrimoni_gay_nellantica_Roma_i_casi_di_Nerone) - [Il caso di Eliogabalo](#Il_caso_di_Eliogabalo) Esistevano i **matrimoni gay nell’antica Roma?** Questa domanda ha suscitato molte discussioni e dibattiti tra gli storici e i sostenitori dei diritti LGBT. Alcuni hanno sostenuto che i romani fossero tolleranti e aperti verso le relazioni omosessuali, e che ci fossero esempi di unioni legali tra persone dello stesso sesso. Altri hanno invece negato questa possibilità, sottolineando le differenze culturali e giuridiche tra il mondo antico e il nostro. In questo articolo cercheremo di fare chiarezza su questo argomento, analizzando le fonti storiche e le testimonianze disponibili. ## **La sessualità dei romani e il ruolo dell’uomo nel rapporto** Per capire la questione dei matrimoni gay nell’antica Roma, bisogna innanzitutto comprendere come i romani concepissero la sessualità e il ruolo dell’uomo nel rapporto. La sessualità romana era caratterizzata da una **forte polarizzazione tra attivo e passivo**, tra dominante e dominato, tra virile e effeminato . L’uomo romano doveva essere **attivo, dominante e virile,** sia nei rapporti eterosessuali che omosessuali. Il partner passivo, invece, doveva essere sottomesso, dominato ed effeminato, e poteva essere una donna, uno schiavo, un prostituto o un ragazzo giovane. Questa distinzione non era basata sul genere o sull’orientamento sessuale, ma sullo status sociale e sull’età. L’uomo romano poteva avere rapporti omosessuali senza perdere la sua reputazione, purché fosse sempre il partner attivo. Al contrario, il partner passivo era considerato degradato e disonorato, a prescindere dal suo status sociale o dal suo genere. Questa visione della sessualità influenzava anche la concezione del matrimonio nell’antica Roma. Il matrimonio era un’istituzione giuridica e religiosa che aveva lo scopo di garantire la continuità della famiglia e della gens, cioè il gruppo di parentela patrilineare. Il matrimonio era quindi basato sulla **differenza di genere e sulla complementarità dei ruoli tra marito e moglie**. Il marito era il capo della famiglia (pater familias) e aveva il potere (potestas) sui suoi familiari, compresa la moglie. La moglie era la compagna del marito (uxor) e aveva il compito di generare figli legittimi (liberi) e di occuparsi della casa (domus). Il matrimonio era anche un atto religioso che coinvolgeva gli dei della famiglia (lares) e richiedeva una cerimonia pubblica (nuptiae) con riti specifici. ## **I matrimoni gay nell’antica Roma: i casi di Nerone** Data questa premessa, possiamo ora esaminare alcuni esempi storici di matrimoni gay nell’antica Roma. Il caso più noto è quello di **Nerone**, l’imperatore che regnò dal 54 al 68 d.C. Secondo le fonti antiche, Nerone sposò due uomini: prima **Pitagora**, un liberto di origine greca, con il quale assunse il ruolo di sposa; poi **Sporo**, un ragazzo eunuco che assomigliava alla sua defunta moglie Poppea Sabina, con il quale assunse il ruolo di sposo. In entrambi i casi, Nerone celebrò delle cerimonie pubbliche con abiti nuziali, anelli, pronuba (la matrona che accompagnava la sposa), folla di invitati e banchetti. ## Il caso di Eliogabalo Nerone non fu l’unico imperatore a sposare uomini. Anche **Elagabalo**, che regnò dal 218 al 222 d.C., celebrò quattro matrimoni con uomini, tra cui un auriga di nome Ierocle e un atleta di nome **Zotico** . Elagabalo era un sacerdote del dio solare orientale El-Gabal, e cercò di imporre il suo culto a Roma. Le sue nozze omosessuali erano parte della sua politica religiosa, che mirava a creare una nuova divinità androgina che unisse il maschile e il femminile . Tuttavia, le sue riforme incontrarono l’opposizione del senato e dell’esercito, che lo uccisero insieme alla madre Giulia Soemia. Un altro esempio di matrimonio gay nell’antica Roma è quello di **Sergio Orata e Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore**, due personaggi storici del II secolo a.C. Sergio Orata era un inventore e un imprenditore, famoso per aver introdotto le ostriche coltivate nel lago Lucrino. Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore era un generale e un politico, nipote adottivo di Publio Cornelio Scipione Africano Maggiore, il vincitore di Annibale nella seconda guerra punica. Secondo Valerio Massimo, i due si sposarono con una cerimonia privata, in cui Sergio Orata assunse il ruolo di sposa e Publio Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore quello di sposo . Il loro matrimonio fu però segreto e non riconosciuto legalmente. Questi esempi mostrano che i matrimoni gay nell’antica Roma non erano previsti dal diritto romano né accettati dalla società. Si trattava di casi eccezionali e scandalosi, che violavano le norme della moralità romana e del diritto romano. I matrimoni gay nell’antica Roma non erano paragonabili ai matrimoni tra persone dello stesso sesso nella società contemporanea, che si basano sul principio dell’eguaglianza e del consenso tra i partner. Pertanto, è errato confrontare le due realtà senza tener conto delle differenze storiche e culturali. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Roma medievale. Storia di Roma nel Medioevo](https://scriptamanentitalia.it/roma-medievale-storia-di-roma-nel-medioevo/) **Published:** Maggio 5, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Tutta la storia di Roma nel Medioevo: da Odoacre agli Ostrogoti, dalla guerra greco-gotica all'arrivo dei Longobardi e di Carlo Magno. Fino al Sacro Romano Impero e alla lotta per le investiture **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La caduta dell’impero romano d’occidente e l’arrivo di Odoacre](#La_caduta_dellimpero_romano_doccidente_e_larrivo_di_Odoacre) - [La lotta tra Odoacre e gli Ostrogoti](#La_lotta_tra_Odoacre_e_gli_Ostrogoti) - [La guerra greco-gotica](#La_guerra_greco-gotica) - [L’esarcato bizantino in Italia e il ruolo di Roma](#Lesarcato_bizantino_in_Italia_e_il_ruolo_di_Roma) - [La questione iconoclasta e lo scisma di Roma con Costantinopoli](#La_questione_iconoclasta_e_lo_scisma_di_Roma_con_Costantinopoli) - [Il Papa chiama Pipino il Breve contro i Longobardi](#Il_Papa_chiama_Pipino_il_Breve_contro_i_Longobardi) - [Il Papa chiama Carlo Magno contro i Longobardi](#Il_Papa_chiama_Carlo_Magno_contro_i_Longobardi) - [La nascita del Sacro Romano Impero](#La_nascita_del_Sacro_Romano_Impero) - [La lotta per le investiture](#La_lotta_per_le_investiture) - [Il papa contro Federico Barbarossa e la battaglia di Legnano](#Il_papa_contro_Federico_Barbarossa_e_la_battaglia_di_Legnano) - [Le lotte fra le famiglie baronali romane](#Le_lotte_fra_le_famiglie_baronali_romane) - [La cattività avignonese](#La_cattivita_avignonese) - [Il ritorno del papa a Roma](#Il_ritorno_del_papa_a_Roma) La **storia di Roma medievale** è caratterizzata da una serie di trasformazioni politiche, sociali, economiche e culturali che segnano il passaggio dall’antichità al medioevo. Tra il V e il VI secolo, la città subisce la caduta dell’impero romano d’occidente, l’invasione di **Odoacre** e degli **Ostrogoti**, la conquista bizantina e le **guerre gotiche**. La popolazione diminuisce drasticamente e l’urbanistica si ridimensiona. Il ruolo di Roma si sposta dalla sfera politica a quella religiosa, con il rafforzamento del potere del papa e della Chiesa. Tra il VII e il IX secolo, la città deve affrontare le invasioni dei Longobardi, cui segue l’intervento dei Franchi di **Pipino il Breve e Carlo Magno,** la **nascita del Sacro Romano Impero** e lo scisma con Costantinopoli. Il papa diventa il signore temporale di Roma e dei territori circostanti, ma deve confrontarsi con le aspirazioni del popolo romano, che nel XII secolo fonda il Comune. Tra il XII e il XIV secolo, la città è teatro di lotte tra papato e impero, tra famiglie nobili romane, tra fazioni guelfe e ghibelline. Il papa si trasferisce ad **Avignone** per circa settant’anni, lasciando Roma in una situazione di anarchia e decadenza. Il ritorno del papa a Roma segna l’inizio di una nuova fase di ricostruzione e rinascita della città. ## La caduta dell’impero romano d’occidente e l’arrivo di Odoacre La caduta dell’impero romano d’occidente è un processo graduale che si compie tra il III e il V secolo, a causa di crisi interne (politiche, economiche, sociali, militari) e di pressioni esterne (invasioni barbariche). Nel 395, alla morte di **Teodosio I,** l’impero viene diviso definitivamente tra i suoi due figli: **Onorio** riceve l’occidente con capitale Ravenna, **Arcadio** riceve l’oriente con capitale Costantinopoli. Nel 410, **Alarico, re dei Visigoti,** saccheggia Roma per la prima volta dopo otto secoli. Nel 455, un altro sacco viene compiuto dai **Vandali guidati da Genserico**. Nel 476, **Odoacre**, capo degli Eruli, depone l’ultimo imperatore d’occidente Romolo Augustolo e invia le insegne imperiali a Zenone, imperatore d’oriente. Odoacre si proclama re d’Italia e stabilisce un regno barbarico che rispetta le istituzioni romane e riconosce la sovranità formale di Costantinopoli. ## La lotta tra Odoacre e gli Ostrogoti Il regno di Odoacre dura fino al 493, quando viene **sconfitto e ucciso da Teodorico il Grande**, re degli Ostrogoti. Teodorico era stato inviato in Italia da Zenone per eliminare Odoacre e restaurare l’autorità imperiale. Tuttavia, Teodorico si comporta come un sovrano indipendente e fonda un regno ostrogoto che si estende dall’Italia alla Provenza. Teodorico **cerca di conciliare le due componenti della popolazione**: i Romani e i Goti. Mantiene in vigore le leggi romane per i Romani e le leggi gotiche per i Goti. Favorisce la cultura classica e cristiana (di fede ariana) e protegge le arti e le lettere. ## La guerra greco-gotica Il regno degli Ostrogoti tuttavia non poteva durare a lungo, e di lì a breve scoppiò la cosiddetta **“Guerra greco-gotica”**. La guerra fu il risultato della politica dell’imperatore bizantino **Giustiniano I,** già messa in atto precedentemente con la riconquista dell’Africa contro i Vandali, mirante a **riconquistare all’impero le province italiane** e altre regioni limitrofe conquistate da Odoacre alcuni decenni prima e a quel momento dominate dagli Ostrogoti (Goti orientali) di Teodato. Il conflitto ebbe inizio nel 535 con lo sbarco in Sicilia di un esercito bizantino guidato dal generale **Belisario**. Risalendo la penisola le forze di Belisario **sconfissero le truppe gote dei re Teodato prima e Vitige poi,** riconquistando molte importanti città tra cui le stesse Roma e Ravenna. L’ascesa al trono goto di **Totila** ed il **richiamo di Belisario a Costantinopoli** portarono alla riconquista da parte dei Goti di molte delle posizioni perdute. Solo con l’arrivo di una nuova armata sotto il generale **Narsete** le forze imperiali poterono riprendersi, e dopo la **morte in battaglia di Totila** e del suo successore **Teia** la guerra si concluse nel 553 con una completa vittoria per i Bizantini. ## L’esarcato bizantino in Italia e il ruolo di Roma Al termine della guerra greco-gotica, **la popolazione dei Longobardi cala in Italia**, conquistando i territori settentrionali e ponendo la loro capitale a **Pavia**. Nel sud Italia si formano invece i ducati di Spoleto e di Benevento, sempre amministrati da aristocratici longobardi. I territori rimanenti, tra cui Roma, appartengono ancora ai bizantini, con il loro cosiddetto “esarcato”. L’esarcato bizantino in Italia è il nome dato al governatorato militare che riuniva i territori dell’impero bizantino situati in Italia, a causa della continua pressione dei Longobardi. L’esarcato fu istituito alla fine del VI secolo e durò fino alla metà dell’VIII secolo. Il capo dell’esarcato era **l’esarca**, che risiedeva a Ravenna e aveva il compito di difendere e amministrare le province bizantine. L’esarca dipendeva formalmente dall’imperatore di Costantinopoli, ma godeva di una certa autonomia e talvolta entrava in conflitto con il papa. Il ruolo di Roma durante questo periodo fu **ambiguo e contrastato**. Da un lato, la città era fedele all’impero bizantino e riconosceva l’autorità dell’esarca. Dall’altro, la città era il centro della Chiesa cattolica e sede del papa, che rivendicava una maggiore indipendenza dal potere imperiale. ## La questione iconoclasta e lo scisma di Roma con Costantinopoli La questione iconoclasta è il nome dato alla controversia religiosa che scoppiò nell’impero bizantino tra il VIII e il IX secolo, riguardante il culto delle immagini sacre (icone). **L’iconoclastia** (dal greco “rottura delle immagini”) era la dottrina che condannava il culto delle icone come idolatria e ne ordinava la distruzione. L’iconodulia (dal greco “servizio delle immagini”) era la dottrina che difendeva il culto delle icone come mezzo di venerazione e di mediazione tra i fedeli e i santi rappresentati. L’iconoclastia fu promossa dagli imperatori bizantini **Leone III (717-741) e Costantino V (741-775)**, che la imposero con editto nel 726 e con un **concilio a Costantinopoli nel 754**. Essi si basavano su argomenti biblici, teologici e politici, sostenendo che le icone erano contrarie al secondo comandamento, che offendevano la maestà divina, che favorivano l’eresia e che erano causa della debolezza militare dell’impero. L’iconodulia fu sostenuta dai papi di Roma e dai patriarchi di Costantinopoli **Germano I (715-730) e Giovanni VII (837-843)**, che la difesero con lettere, opere e sinodi. Essi si basavano su argomenti tradizionali, storici e spirituali, affermando che le icone erano conformi alla dottrina dell’incarnazione, che erano testimonianze della fede dei padri, che erano fonti di grazia e di miracoli. La questione iconoclasta provocò uno **scisma tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli,** che si accentuò quando il papa **Gregorio II (715-731)** scomunicò l’imperatore Leone III e quando il papa Gregorio III (731-741) convocò un concilio a Roma nel 731 per condannare l’iconoclastia. Lo scisma fu sanato temporaneamente quando l’imperatrice Irene (797-802) convocò il VII Concilio ecumenico a Nicea nel 787, che ristabilì il culto delle icone. Tuttavia, l’iconoclastia fu ripresa dall’imperatore Leone V (813-820) e dai suoi successori fino al 842, quando l’imperatrice Teodora (842-855) restaurò definitivamente l’iconodulia con una solenne cerimonia a Costantinopoli il primo marzo, giorno ancora oggi celebrato come festa dell’ortodossia. ## Il Papa chiama Pipino il Breve contro i Longobardi A seguito della questione iconoclasta, Roma era in pericolo fra i **bizantini**, che sequestravano regolarmente i territori papali come punizione per la ribellione alle politiche iconoclaste, e i **Longobardi**, che dimostravano l’intenzione di conquistare la città. Nel 751, il re longobardo Astolfo conquistò Ravenna, la capitale dell’esarcato bizantino in Italia, e minacciò di invadere i territori del patrimonio di San Pietro, che erano sotto la protezione del papa. Il papa Zaccaria (741-752) e il suo successore Stefano II (III) (752-757) **chiesero aiuto all’imperatore bizantino Costantino V** (741-775), ma non ottennero alcuna risposta. Allora si rivolsero al **re dei Franchi Pipino il Breve (751-768),** che era stato consacrato da Zaccaria come re legittimo al posto dell’ultimo merovingio Childerico III (743-751). Nel 753, papa Stefano II partì per la Francia e riuscì a convincere Pipino il Breve ad agire contro i Longobardi, cui i Franchi erano fino ad allora rimasti alleati. Pipino li **sconfisse** nel 754 e poi ancora nel 756. Dopo questo successo, il re franco impose ai vinti di consegnare al papa i territori dell’ex esarcato di Ravenna e di altre città dell’Italia centrale, che costituirono la cosiddetta donazione di Pipino. Questa donazione fu il primo atto di riconoscimento del potere temporale del papa e della nascita dello stato della Chiesa. In cambio, il papa confermò a Pipino e ai suoi figli Carlo (Carlo Magno) e Carlomanno il titolo di re dei Franchi e di patrizi romani, cioè difensori della Chiesa e dell’impero. ## Il Papa chiama Carlo Magno contro i Longobardi Nel 771, alla morte del fratello Carlomanno, Carlo Magno (768-814) divenne l’unico re dei Franchi. Nel 772, il papa Adriano I (772-795) gli chiese **nuovamente aiuto contro i Longobardi,** che avevano ripreso le ostilità contro i territori pontifici. Carlo Magno accettò la richiesta e invase l’Italia nel 773. Dopo un lungo assedio, conquistò Pavia, la capitale longobarda, e catturò il re Desiderio e la sua famiglia. Nel 774, si fece incoronare a Pavia re dei Franchi e dei Longobardi e confermò al papa la donazione di Pipino. Tuttavia, la resistenza longobarda non fu completamente domata. Nel 776, una rivolta scoppiò nel Friuli, guidata dal duca Rotgaudo. Carlo Magno intervenne prontamente e represse la ribellione. Destituì una serie di duchi longobardi e li sostituì con conti franchi. Inoltre, favorì la diffusione del cristianesimo cattolico tra i Longobardi, che erano in gran parte ariani. Nel 781, associò al trono il figlio Pipino come re d’Italia e lo fece battezzare a Roma dal papa. Carlo Magno mantenne **buoni rapporti con i papi successivi,** Leone III (795-816) e Stefano IV (V) (816-817). Il primo lo incoronò imperatore a Roma nel giorno di Natale dell’anno 800, riconoscendogli il titolo di protettore della Chiesa e dell’impero romano d’Occidente. Il secondo lo consacrò nuovamente imperatore a Reims nel 816. Carlo Magno si impegnò a difendere i territori della Chiesa dalle minacce esterne e interne, ma esercitò anche una certa influenza sulle questioni ecclesiastiche, come la riforma del clero e la promozione della cultura cristiana. ## La nascita del Sacro Romano Impero La nascita del Sacro Romano Impero è il nome dato all’evento storico che segnò la trasformazione del regno dei Franchi in una realtà politica che si richiamava all’antico impero romano e alla sua universalità. Questo evento avvenne il 25 dicembre dell’anno 800, quando il papa Leone III (795-816) incoronò a Roma Carlo Magno (768-814) come imperatore dei Romani. L’incoronazione imperiale di Carlo Magno fu il risultato di una **convergenza di interessi tra il papa e il re franco.** Il papa voleva rafforzare la sua autorità spirituale e temporale, minacciata dai Bizantini e dai Longobardi, e voleva anche riconoscere i meriti di Carlo Magno come difensore della fede cristiana e della civiltà romana. Il re franco voleva ottenere un titolo che esprimesse la sua supremazia sui suoi rivali e che gli consentisse di intervenire nelle questioni ecclesiastiche e politiche dell’Europa. Inoltre, entrambi volevano rinnovare l’idea di un impero universale, fondato sulla comunione tra Chiesa e Stato, tra potere spirituale e potere temporale. L’incoronazione imperiale di Carlo Magno fu però anche fonte di problemi e di contrasti. In primo luogo, essa suscitò le proteste dell’imperatore bizantino Irene (797-802), che si considerava l’unica legittima erede dell’impero romano d’Oriente e d’Occidente. In secondo luogo, essa creò delle difficoltà nella successione dinastica dei Franchi, che doveva essere regolata secondo il principio dell’elettività e della partizione tra i figli del defunto sovrano. In terzo luogo, essa mise in evidenza le differenze culturali e linguistiche tra le varie regioni del vasto impero carolingio, che rendevano difficile la sua unità e la sua amministrazione. Infine, essa aprì la questione del rapporto tra il papa e l’imperatore, che dovevano definire i rispettivi ambiti di competenza e di influenza. ## La lotta per le investiture La lotta per le investiture fu il conflitto che oppose il **papato e l’imperatore** tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII secolo, riguardo al diritto di nominare e investire i vescovi e gli abati. Il papato, guidato da **Gregorio VII (1073-1085),** rivendicava la sua indipendenza e la sua supremazia spirituale sull’impero, guidato da **Enrico IV (1056-1106),** che invece pretendeva di mantenere il controllo sui benefici ecclesiastici e di influenzare le elezioni papali. La lotta si manifestò con scomuniche, deposizioni, ribellioni, guerre e concili, che coinvolsero anche i principi e i comuni italiani. Il conflitto si concluse con il **concordato di Worms (1122)**, che stabilì un compromesso: il papa riconobbe all’imperatore il diritto di partecipare alle elezioni dei vescovi e degli abati con il suo placet, ma solo in quanto laici; l’imperatore rinunciò al diritto di investire i prelati con gli anelli e il pastorale, simboli della loro autorità spirituale. ## Il papa contro Federico Barbarossa e la battaglia di Legnano Nonostante il concordato di Worms, la lotta tra Papa e Imperatore continuava. L’imperatore **Federico I detto Barbarossa (1152-1190)** aveva il progetto di restaurare l’autorità imperiale in Italia, dove i comuni si erano emancipati dal potere feudale e avevano formato delle leghe per difendere i loro interessi. Il papato, guidato da Alessandro III (1159-1181), si oppose a questo tentativo, appoggiando i comuni e scomunicando l’imperatore. Federico scese in Italia per cinque volte, cercando di sottomettere i comuni ribelli e di imporre un antipapa, ma non riuscì a realizzare il suo disegno. La svolta si ebbe nel 1176, quando l’esercito imperiale fu **sconfitto dalla lega lombarda nella battaglia di Legnano**. Federico dovette riconoscere Alessandro III come legittimo papa e concedere ai comuni italiani una certa autonomia con la pace di Costanza (1183). ## Le lotte fra le famiglie baronali romane Oltre ai contrasti tra Papa e Imperatore, Roma venne scossa dalle lotte fra le famiglie baronali romane, conflitti che opposero le principali casate nobiliari della città tra il XII e il XIV secolo. Queste famiglie erano discendenti dei grandi feudatari che avevano ricevuto dai papi o dagli imperatori dei territori e dei castelli nel Lazio. Essi avevano anche acquisito delle case-torri a Roma, dove esercitavano il loro potere politico ed economico. Le famiglie baronali si dividevano in due fazioni: i guelfi, fedeli al papa, e i ghibellini, sostenitori dell’impero. Tra le famiglie più importanti vi erano i Colonna, i Frangipane, i Pierleoni, gli Orsini, i Savelli, gli Annibaldi, i Caetani. Le lotte fra le famiglie baronali furono spesso violente e sanguinose, provocando devastazioni e incendi nella città. Esse furono anche influenzate dagli avvenimenti politici esterni, come la cattività avignonese dei papi o l’elezione di Cola di Rienzo a tribuno del popolo. ## La cattività avignonese La cattività avignonese fu il periodo in cui i papi **risiedettero ad Avignone,** in Francia, dal 1309 al 1377, a causa delle pressioni politiche del re di Francia Filippo il Bello. Questo periodo fu caratterizzato da una perdita di prestigio e di autorità del papato, che si trovava lontano dalla sua sede naturale e dipendente dal potere francese. Il trasferimento dei papi ad Avignone fu favorito dalla **morte di Benedetto XI (1304-1305)**, che aveva cercato di resistere alle ingerenze di Filippo il Bello nella Chiesa e dal **sequestro di Papa Bonifacio VIII.** Il conclave che seguì la sua morte fu lungo e travagliato, e si concluse con l’elezione di un papa francese, Bertrando del Got, che assunse il nome di **Clemente V (1305-1314).** Clemente V non si recò mai a Roma, ma stabilì la sua residenza ad **Avignone**, una città situata nel sud della Francia ma appartenente al regno di Napoli. Qui lo seguirono i suoi successori: Giovanni XXII (1316-1334), Benedetto XII (1334-1342), Clemente VI (1342-1352), Innocenzo VI (1352-1362), Urbano V (1362-1370) e Gregorio XI (1370-1378). I papi avignonesi cercarono di mantenere il controllo sulla Chiesa universale e di riformare gli abusi del clero, ma dovettero affrontare le difficoltà causate dalla guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra, dalla peste nera del 1348, dalle eresie dei fraticelli e dei valdesi, dalle rivolte popolari in Italia e in Francia. Essi furono anche accusati di nepotismo, di simonia, di lusso e di corruzione. La loro assenza da Roma provocò il degrado della città e la ribellione dei romani, che elessero un tribuno del popolo, Cola di Rienzo, nel 1347. Molti intellettuali e religiosi sollecitarono il ritorno dei papi a Roma, tra cui Francesco Petrarca, Caterina da Siena e Bridgetta di Svezia. Fu Gregorio XI a decidere di tornare a Roma nel 1376, spinto anche dalla minaccia degli eserciti mercenari chiamati compagnie di ventura. Il suo ritorno segnò la fine della cattività avignonese, ma non la fine dei problemi del papato. ## Il ritorno del papa a Roma Il ritorno del papa a Roma fu l’evento che segnò la fine della cattività avignonese e il ripristino della sede pontificia nella città eterna. Gregorio XI (1370-1378) fu l’ultimo papa ad aver risieduto ad Avignone per quasi tutto il suo pontificato. **Gregorio XI era un papa pacifico e riformatore**, ma dovette affrontare le conseguenze della guerra dei cent’anni tra Francia e Inghilterra, che aveva diviso la cristianità in due fazioni opposte. Egli cercò anche di riportare l’ordine nella Chiesa, condannando le eresie dei fraticelli e dei valdesi e riformando gli ordini mendicanti. Tuttavia, il suo principale problema era quello della situazione italiana, dove i comuni si erano ribellati al dominio pontificio e dove le compagnie di ventura saccheggiavano le campagne. Gregorio XI **decise quindi di ritornare a Roma.** Il ritorno del papa a Roma ebbe conseguenze positive e negative per la città. Da un lato, stimolò un rinnovamento artistico e culturale, con la costruzione o il restauro di chiese, palazzi, monumenti e opere d’arte. Tra i principali esempi si possono citare: la basilica di San Pietro in Vaticano, la basilica di Santa Maria Maggiore, il Palazzo Apostolico, il Castel Sant’Angelo, il Ponte Sant’Angelo, il Colosseo, il Campidoglio. Tra gli artisti che operarono a Roma in questo periodo si ricordano: Giotto, Arnolfo di Cambio, Pietro Cavallini, Simone Martini, Filippo Brunelleschi. Dall’altro lato, il ritorno del papa a Roma **accentuò i contrasti tra il potere temporale della Chiesa e le aspirazioni autonomistiche della nobiltà e del popolo romani.** Questi conflitti sfociarono spesso in rivolte e violenze, che resero instabile e insicura la vita cittadina. Tra gli episodi più drammatici si ricorda l’assalto al Palazzo Apostolico da parte dei romani nel 1378, che costrinse Urbano VI a fuggire da Roma. Il ritorno del papa a Roma dopo la cattività avignonese fu un evento cruciale per la storia di Roma medievale, che ne determinò lo sviluppo e le trasformazioni nei secoli successivi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [La battaglia di Durazzo (48 a.C). Pompeo sconfigge Giulio Cesare](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-durazzo-cesare-pompeo/) **Published:** Maggio 1, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La battaglia di Durazzo fu uno degli scontri più importanti della guerra civile tra Cesare e Pompeo. Scopri come si svolse e quali furono le sue conseguenze per la storia di Roma. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Contesto storico](#Contesto_storico) - [La fuga di Pompeo dall’Italia](#La_fuga_di_Pompeo_dallItalia) - [Cesare arriva nei Balcani](#Cesare_arriva_nei_Balcani) - [La lotta per arrivare a Durazzo](#La_lotta_per_arrivare_a_Durazzo) - [L’assedio di Cesare a Pompeo](#Lassedio_di_Cesare_a_Pompeo) - [La reazione di Pompeo all’assedio di Cesare](#La_reazione_di_Pompeo_allassedio_di_Cesare) - [Pompeo forza il blocco e sfugge a Cesare](#Pompeo_forza_il_blocco_e_sfugge_a_Cesare) - [Le conseguenze per Cesare nella guerra civile](#Le_conseguenze_per_Cesare_nella_guerra_civile) La battaglia d**i Durazzo (o Dyrrhachium)** fu uno dei momenti cruciali della guerra civile romana tra Gaio Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno. Combattuta il 10 luglio del 48 a.C. vicino alla città di Durazzo (nell’attuale Albania), vide la vittoria di Pompeo sulle forze di Cesare, ma non fu decisiva per l’esito finale del conflitto. ## **Contesto storico** La guerra civile tra Cesare e Pompeo scoppiò nel 49 a.C., quando **Cesare**, al comando delle legioni della Gallia, **attraversò il fiume Rubicone** e invase l’Italia, sfidando l’autorità del Senato romano che appoggiava Pompeo. Quest’ultimo, che era stato alleato e genero di Cesare, si ritirò in Grecia con le sue truppe e i suoi sostenitori, tra cui molti senatori e nobili. Cesare lo inseguì dopo aver assicurato il controllo dell’Italia e della Spagna, ma non riuscì a impedirgli di attraversare l’Adriatico e sbarcare nei Balcani. ## **La fuga di Pompeo dall’Italia** Pompeo lasciò l’Italia nel **febbraio del 49 a.C**., raggiungendo Brindisi con i suoi uomini e le sue navi. Da lì si imbarcò per la Grecia, dove aveva alleati e basi militari. Cesare lo seguì con una parte delle sue forze, ma non poté trasportare tutte le sue legioni per mancanza di navi sufficienti. Inoltre, la flotta di Pompeo era superiore a quella di Cesare e gli impedì di attraversare lo stretto di Otranto con facilità. ## **Cesare arriva nei Balcani** Cesare riuscì a sbarcare in Epiro con **solo due legioni e 500 cavalieri,** mentre il resto delle sue truppe rimase in Italia sotto il comando di Marco Antonio. Cesare si trovò così in una situazione precaria, isolato e inferiore numericamente al nemico. Tuttavia, non si scoraggiò e cercò di stabilire una testa di ponte nei Balcani, conquistando alcune città e assediando altre. Nel frattempo, inviò messaggeri a Marco Antonio per ordinargli di raggiungerlo con le altre legioni. ## **La lotta per arrivare a Durazzo** Pompeo aveva stabilito il suo quartier generale a **Tessalonica**, dove ricevette rinforzi da varie province orientali dell’impero romano. Aveva a disposizione circa 45.000 fanti e 7.000 cavalieri, mentre Cesare ne aveva circa 22.000 e 1.000. Pompeo decise di marciare verso sud per affrontare Cesare prima che ricevesse i suoi rinforzi. I due eserciti si scontrarono in diverse scaramucce lungo la costa dell’Epiro, senza risultati decisivi. Cesare cercò di attirare Pompeo in una battaglia campale, ma questi si rifiutò di accettare lo scontro diretto, preferendo una strategia di logoramento. Cesare allora decise di cambiare obiettivo e si **diresse verso Durazzo**, una città portuale fedele a Pompeo e ben fortificata. Cesare sperava di tagliare le linee di comunicazione e rifornimento di Pompeo assediando la città. Pompeo lo seguì e si accampò su una collina vicina alla città, protetta da un fiume. ## **L’assedio di Cesare a Pompeo** Cesare iniziò **l’assedio di Durazzo nel maggio del 48 a.C**., costruendo una serie di opere difensive intorno alla città e al campo di Pompeo, che consistevano in una fossa, un terrapieno, una palizzata e una serie di torri. Cesare sperava di tagliare le linee di comunicazione e rifornimento di Pompeo assediando la città. Pompeo lo seguì e si accampò su una collina vicina alla città, protetta da un fiume. ## **La reazione di Pompeo all’assedio di Cesare** Pompeo non rimase inattivo di fronte all’assedio di Cesare. Decise di contrattaccare con una serie di sortite e di incursioni contro le linee cesariane, **cercando di rompere l’accerchiamento** e di infliggere perdite al nemico. Inoltre, ricevette rinforzi da altre province orientali, tra cui la Siria e la Cilicia, che aumentarono il suo vantaggio numerico. Pompeo disponeva ora di circa 60.000 fanti e 9.000 cavalieri, mentre Cesare ne aveva circa 30.000 e 1.000. ## **Pompeo forza il blocco e sfugge a Cesare** Il 10 luglio del 48 a.C., Pompeo decise di **sferrare l’attacco decisivo contro le fortificazioni di Cesare**. Approfittando di una breccia aperta da alcuni dei suoi soldati in un punto debole delle linee cesariane verso sud, Pompeo lanciò la sua cavalleria e la sua fanteria contro il nemico, sorprendendolo e mettendolo in rotta. Cesare, con l’aiuto di Marco Antonio che nel frattempo era riuscito a sbarcare in zona, cercò invano di resistere e di riorganizzare le sue truppe, ma dovette ritirarsi in disordine verso il suo campo principale. Pompeo non inseguì il nemico in fuga, ma si limitò a occupare le sue opere difensive e a catturare i suoi bagagli e i suoi approvvigionamenti per poi fuggire. ## **Le conseguenze per Cesare nella guerra civile** La battaglia di Durazzo fu una **sconfitta pesante per Cesare**, che perse circa 1.000 uomini e molti equipaggiamenti. Pompeo invece ebbe solo 50 morti e 300 feriti. Tuttavia, Pompeo non sfruttò il suo successo per annientare definitivamente Cesare, che **riuscì a fuggire con le sue truppe verso la Tessaglia.** Pompeo lo seguì con cautela, ma non riuscì a impedirgli di riorganizzare le sue forze e di prepararsi per la battaglia finale. La battaglia decisiva si svolse il 9 agosto del 48 a.C., presso Farsalo, dove Cesare sconfisse Pompeo in modo schiacciante, nonostante fosse ancora inferiore numericamente. Pompeo fuggì verso l’Egitto, dove fu assassinato su ordine del giovane re Tolomeo XIII. Cesare lo inseguì fino ad Alessandria, dove si innamorò della sorella di Tolomeo, Cleopatra VII, e si impegnò in una nuova guerra contro i suoi nemici egiziani. La battaglia di Durazzo fu quindi un episodio importante ma non decisivo della guerra civile tra Cesare e Pompeo. Dimostrò la superiorità organizzativa di Pompeo, ma anche la sua **mancanza di audacia e di determinazione** nel seguire il suo vantaggio. Al contrario, Cesare dimostrò la sua abilità strategica nel sottrarsi alla situazione critica in cui si trovava e nel **ribaltare le sorti della guerra** con la sua vittoria a Farsalo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top **Tag:** Repubblica --- ### [Massimino il Trace. Biografia dell'imperatore](https://scriptamanentitalia.it/massimino-il-trace-biografia-dellimperatore/) **Published:** Marzo 15, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini e ascesa al potere](#Origini_e_ascesa_al_potere) - [La lotta di Massimino Il Trace per mantenere il potere](#La_lotta_di_Massimino_Il_Trace_per_mantenere_il_potere) - [Le campagne germaniche di Massimino il Trace](#Le_campagne_germaniche_di_Massimino_il_Trace) - [La lotta contro i Gordiani](#La_lotta_contro_i_Gordiani) - [L’ultimo attacco di Massimino](#Lultimo_attacco_di_Massimino) **Massimino il Trace regnò brevemente** come imperatore romano dal 235 d.C. fino alla sua morte nel 238 d.C. Viene descritto da diverse fonti antiche come uomo di grandezza e forza sovrumane ed è annoverato fra i cosiddetti “Imperatore soldato” del III secolo d.C. Fu il primo imperatore a non provenire nè dalla classe senatoriale né da quella equestre. ## **Origini e ascesa al potere** **Gaio Giulio Vero, questo il suo vero nome**, nacque nel 172 o 173 d.C. in Tracia, una regione a nord-est della Macedonia vicino al Mar Nero, da un padre contadino e da una madre appartenente al popolo degli Alani. Nel 190 d.C. entrò nell’esercito e, a causa della sua spropositata prestanza fisica e delle sue origini, fu soprannominato “Massimino il Trace”. Salì rapidamente di grado, comandando una intera legione in Egitto già nel 232 d.C., diventando governatore della provincia romana della Mesopotamia e, infine, **guidando l’esercito in Germania nel 234 d.C**. All’inizio della primavera del 235 d.C. l’allora imperatore Alessandro Severo e sua madre tentarono un’offensiva contro le tribù germaniche con l’unico intento di migliorare la reputazione del giovane imperatore presso i soldati e il popolo di Roma. **Sfortunatamente, Alessandro scelse di negoziare con le tribù** invece che di combattere. I Legionari, inferociti per la campagna militare infruttuosa, uccisero l’imperatore e sua madre. Massimino, che rappresentava un comandante di grande prestigio, fu così proclamato imperatore direttamente dai soldati, vicino all’attuale città di Magonza il 20 marzo 235 d.C. **[Il Senato romano](https://bardiromaantica.it/il-senato-romano-storia-funzioni-caratteristiche/)** approvò a malincuore la sua elezione, dal momento che lo considerava un barbaro e senza un’adeguata posizione sociale. **Lo storico Erodiano, nella sua Storia dell’Impero Romano scrisse del nuovo imperatore**: *Il suo carattere era naturalmente barbaro, poiché la sua provenienza era barbara. Aveva ereditato l’indole brutale dei suoi concittadini e intendeva mantenere la sua posizione imperiale con atti di crudeltà, temendo che sarebbe diventato oggetto di disprezzo per il Senato e il popolo.* ## **La lotta di Massimino Il Trace per mantenere il potere** Dopo aver assunto il titolo imperiale, il nuovo imperatore riconobbe il poco sostegno in Senato e rimase cauto. Molti senatori di Roma, così come molti soldati nell’esercito, avrebbero preferito nominare come imperatore un senatore di nome Magnus ed effettivamente venne organizzata una imboscata per uccidere Massimino. **Quando la notizia del complotto arrivò all’attenzione dell’imperatore**, molti dei congiurati vennero giustiziati. Altri senatori ancora, che erano rimasti fedeli alla memoria di Alessandro Severo, scelsero come imperatore Tito Quartino, ma anche questo pretendente al trono fu ucciso mentre dormiva, per mano di uno dei suoi più accesi sostenitori, un uomo di nome Macedo, che all’ultimo momento scelse di cambiare fazione e di sostenere Massimino. Sebbene non avesse motivo di inimicizia o odio, **Macedo uccise l’uomo che lui stesso aveva scelto e persuaso** ad accettare l’impero. Pensando che questo atto gli avrebbe fatto guadagnare un grande favore con Massimino, Macedo tagliò la testa di Quartino e la portò all’imperatore. Quando seppe la notizia, [Massimino](https://www.facebook.com/groups/179584779065106/search/?q=massimino%20il%20trace), sebbene fosse sollevato dall’idea di essersi liberato di un pericoloso nemico, fece uccidere Macedo, che invece si aspettava una generosa ricompensa. ## **Le campagne germaniche di Massimino il Trace** Costruendo un ponte di barche e attraversando il fiume Reno, il nuovo imperatore riprese le operazioni militari in Germania, saccheggiando e bruciando villaggi durante il suo percorso. **Dopo una feroce battaglia nei pressi di Wurttemberg e Baden** e nonostante le pesanti perdite, Massimino ottenne una schiacciante vittoria e fu proclamato Germanico Massimo, ripristinando la pace nella regione. Nel 235-236 d.C. Massimino avanzò verso il fiume Danubio, e ottenne nuove vittorie, guadagnandosi i titoli di Dacius Maximus e Samaticus Maximus. Ma i pericoli per Massimino non erano sul fronte settentrionale, ma a Roma, una città che in realtà non avrebbe mai visto. **Le sue campagne militari in Germania avevano prosciugato** le finanze dell’impero e i suoi tagli alle donazioni gratuite di grano avevano danneggiato gravemente la sua reputazione presso la gente, specialmente i poveri. Come racconta Erodiano, una fonte che è in realtà avversa a Massimino, “*dopo che Massimino ebbe impoverito la maggior parte degli uomini illustri e confiscato i loro beni, che considerava piccoli e insignificanti e non sufficienti per i suoi scopi, si rivolse alle tesorerie pubbliche; tutti i fondi raccolti per il benessere dei cittadini o tenuti in riserva per spettacoli o feste, li trasferiva alla sua fortuna personale.*“ Rendendosi conto di non poter più tollerare gli eccessi del Massimino, il Senato chiese supporto al governatore dell’Africa, Marco Antonio Gordiano Sempronianus o Gordiano I, all’epoca ottantenne. **Massimino venne dichiarato nemico dello stato.** ## **La lotta contro i Gordiani** Gordiano e suo figlio Gordiano II , proclamato Augusto da suo padre, ebbero l’appoggio del Senato, ma i loro giorni erano contati. Capellianus, governatore della Numidia e alleato di Massimino, fece avanzare le sue legioni a Cartagine, e dopo aver sconfitto un piccolo contingente di soldati, uccise il quarantaseienne Gordiano II. Suo padre, venuto a conoscenza dell’assassinio di suo figlio, si impiccò. **Erano al potere solo da ventidue giorni.** Rifiutando di accettare Massimino come imperatore, il Senato nominò due nuovi co-imperatori – Decio Caelius Calvinus Balbinus e Marcus Clodio Pupienus Maximus. I due sovrani erano accompagnati da un consiglio di venti aristocratici . Purtroppo, i nuovi imperatori non furono accolti calorosamente dal popolo di Roma, che anzi li prendevano a sassate per la strada. **I cittadini preferivano il nipote tredicenne di Gordiano II**, Marco Antonio Gordiano, che fu nominato nuovo imperatore dal Senato. Roma si trovò quindi ad avere ben tre imperatori. ## **L’ultimo attacco di Massimino** Dopo aver saputo della nomina di Gordiano II e nonostante la crescente animosità delle sue truppe, Massimino fece convergere il suo esercito verso l’Italia. La prima città importante che incontrò era quella di Emosa, ma questa era stata completamente evacuata da alcuni giorni. Massimino si mosse allora verso Aquileia, ma i suoi ripetuti attacchi alla città fallirono. **L’imperatore Pupieno partì da Roma per incontrare Massimino**, il quale viveva una situazione difficile. Le perdite subite ad Aquileia, combinate con la scarsità di cibo, furono troppo per la Guardia Pretoriana e nel maggio del 238 d.C. i pretoriani uccisero sia Massimino che suo figlio. Pupieno entrò ad Aquileia come un eroe. Erodiano racconta che la città aprì le porte e lo accolse fra i festeggiamenti. Gli uomini applaudirono Pupieno e sparsero foglie sul suo cammino. **I soldati che stavano assediando Aquileia si fecero avanti** portando rami di alloro ma non perché questo rappresentasse i loro veri sentimenti ma perché la presenza dell’imperatore li obbligava a fingere rispetto e buona volontà. La morte di Massimino diede il via a quello che molti storici considerano un periodo di crisi e caos. Pupieno tornò a Roma da eroe ma presto entrò in grave contrasto con il geloso Balbino. Stanco di entrambi i contendenti, la guardia pretoriana prese d’assalto il palazzo imperiale, catturò gli imperatori e trascinò i loro corpi per le strade di Roma. **Gordiano III fu proclamato il nuovo e unico imperatore legittimo** a furor di popolo, l’ultimo nell'”anno dei sei imperatori.” Articolo originale: [Maximinus Thrax](https://www.ancient.eu/Maximinus_Thrax/) di [Donald L. Wasson](https://www.ancient.eu/user/DWasson/) (World History Encyclopedia, CC BY-NC-SA), tradotto da Federico Gueli ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Tardo Impero --- ### [L'editto di Tessalonica, 380 d.C. Il Cristianesimo è religione dell'impero romano](https://scriptamanentitalia.it/editto-tessalonica-380/) **Published:** Aprile 29, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** L’editto di Tessalonica del 380 fu un atto storico che rese il cristianesimo niceno la religione ufficiale dell’impero romano. Scopri in questo articolo il contesto, il contenuto e le conseguenze di questo editto, e le fonti antiche che lo testimoniano. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Contesto storico](#Contesto_storico) - [Contenuto dell’editto](#Contenuto_delleditto) - [Conseguenze dell’editto](#Conseguenze_delleditto) **L’editto di Tessalonica** è un documento emanato nel 380 d.C dagli imperatori **Graziano, Teodosio I e Valentiniano II**, con il quale si stabiliva che il cristianesimo niceno fosse l’unica religione lecita nell’impero romano. Si tratta di un atto fondamentale nella storia del cristianesimo e dell’Europa, in quanto segnò la fine della tolleranza religiosa e l’inizio della persecuzione delle altre fedi, in particolare del paganesimo e dell’arianesimo. L’editto di Tessalonica fu anche il primo passo verso la formazione di un impero cristiano, in cui il potere politico e quello ecclesiastico si intrecciarono strettamente. ## Contesto storico L’editto di Tessalonica fu il risultato di un lungo processo di cristianizzazione dell’impero romano, iniziato con la conversione di **Costantino** nel 312 e proseguito con le sue riforme a favore della Chiesa. Costantino convocò anche il primo **concilio ecumenico a Nicea nel 325**, dove si definì il dogma della Trinità e si condannò **l’arianesimo**, una dottrina elaborata dal presbitero alessandrino Ario, secondo il quale Cristo partecipava alla gloria di Dio Padre ma con un ruolo inferiore e subordinato. Tuttavia, l’arianesimo continuò a diffondersi tra i popoli barbari e alcuni imperatori successori di Costantino, come **Costanzo II e Valente.** Questi favorirono gli ariani e perseguitarono i niceni, provocando una profonda divisione religiosa nell’impero. Nel 378, Valente **morì nella battaglia di Adrianopoli contro i Goti ariani**, lasciando il trono a Graziano e a Teodosio I. Graziano era un fervente sostenitore della dottrina nicena e nominò Teodosio come suo collega per governare la parte orientale dell’impero. Teodosio era stato educato nella fede cattolica da suo padre, un generale romano che aveva combattuto contro gli ariani. Entrambi gli imperatori erano decisi a restaurare l’unità religiosa dell’impero e a eliminare le eresie. Per questo motivo, nel 380, **mentre si trovavano a Tessalonica per affrontare una rivolta dei Goti,** emanarono l’editto che sanciva il trionfo del cristianesimo niceno. ## Contenuto dell’editto **L’editto di Tessalonica** è conservato in una lettera inviata da Teodosio ai prefetti del pretorio d’Oriente. In essa si legge: > “Vogliamo che tutti i popoli che sono governati dalla nostra clemenza e moderazione abbraccino quella religione che san Pietro apostolo ha trasmesso ai Romani \[…\] Crediamo in un solo Dio Padre onnipotente \[…\] E in un solo Signore Gesù Cristo Figlio di Dio \[…\] E nello Spirito Santo \[…\] Questa è la fede degli apostoli; questa è la fede ortodossa; questa è la fede che ha stabilito l’universo. Condanniamo tutti gli empi errori e li proscriviamo dalla nostra presenza \[…\] Chiunque abbia avuto l’audacia di seguire una tale opinione o una tale superstizione o una tale eresia \[…\] lo dichiariamo alieno dalla comunione della Chiesa cattolica e lo priviamo della dignità del nome cristiano”. L’editto non specificava le sanzioni per i trasgressori, ma li **escludeva dalla società civile e religiosa**. Inoltre, l’editto non nominava esplicitamente le altre religioni da proibire, ma usava termini generici come “empi errori”, “superstizione” ed “eresia”. Si può dedurre che tra questi rientrassero il paganesimo, l’arianesimo e tutte le altre forme di cristianesimo non allineate alla dottrina nicena. ## Conseguenze dell’editto L’editto di Tessalonica ebbe delle conseguenze importanti sulla società romana e sulla storia del cristianesimo. Da un lato, segnò la **fine della libertà religiosa** che aveva caratterizzato l’impero romano fino ad allora. Da quel momento in poi, chi non si conformava alla religione ufficiale era considerato un nemico dello stato e della Chiesa. Da un altro lato, l’editto rafforzò il legame tra il **potere imperiale e quello ecclesiastico,** dando alla Chiesa cattolica una posizione di supremazia e di autorità. L’imperatore si presentava come il difensore della fede e il protettore della Chiesa, mentre i vescovi diventavano i suoi alleati e i suoi consiglieri. L’editto di Tessalonica fu seguito da altri **decreti teodosiani** che intensificarono la repressione delle altre religioni. Nel 381, Teodosio convocò il **secondo concilio ecumenico a Costantinopoli**, dove si confermò il credo niceno e si condannarono nuovamente le eresie. Nel 382, Teodosio ordinò la **chiusura dei templi pagani e la confisca dei loro beni.** Nel 383, Teodosio proibì i sacrifici pagani e le pratiche divinatorie. Nel 385, Teodosio fece giustiziare il filosofo pagano **Priscilliano**, accusato di stregoneria. Nel 391, Teodosio vietò ogni forma di culto pubblico o privato che non fosse cristiano. Nel 392, Teodosio dichiarò il cristianesimo niceno religione unica e obbligatoria per tutti i sudditi dell’impero. Queste misure provocarono delle resistenze e delle rivolte da parte dei pagani e degli ariani, che furono però represse con la forza. Alcuni esempi sono la **rivolta di Eugenio** nel 392-394, sostenuta dai senatori pagani; la **distruzione del tempio di Serapide ad Alessandria** nel 391 da parte dei monaci cristiani; **la morte di Ipazia,** filosofa neoplatonica uccisa da una folla di fanatici nel 415. Allo stesso tempo, si verificarono anche dei tentativi di dialogo e di tolleranza da parte di alcuni imperatori e vescovi, come Ambrogio di Milano e Teodosio II. L’editto di Tessalonica ebbe anche delle ripercussioni sulle relazioni tra l’impero romano e i popoli barbari che lo invadevano. Molti di questi erano convertiti all’arianesimo dai missionari goti Ulfila e Wulfila. Questo creava una differenza religiosa tra i conquistatori e i conquistati, che rendeva **più difficile l’integrazione e la pacificazione.** Alcuni esempi sono le guerre tra i Visigoti ariani e i Romani cattolici in Spagna; le persecuzioni degli Ostrogoti ariani contro i Romani cattolici in Italia; la conversione al cattolicesimo dei Franchi sotto Clodoveo nel 496. L’editto di Tessalonica può essere considerato come uno dei **momenti chiave nella storia del cristianesimo e dell’Europa.** Esso segnò la fine dell’epoca antica e l’inizio del Medioevo, caratterizzato dalla fusione tra il mondo romano e quello germanico sotto l’egida della Chiesa cattolica. **FONTI** - **Codice teodosiano, libro XVI, titolo I, legge II.** - **Storia ecclesiastica di Socrate Scolastico**: libro V, capitolo II. - **Storia ecclesiastica di Sozomeno**: libro VII, capitolo IV. - **Storia ecclesiastica di Teodoreto di Cirro**: libro V, capitolo V. - **Vita di Ambrogio di Paolino di Milano**: capitolo XXI. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top **Tag:** Tardo Impero --- ### [La battaglia di Naisso (269 d.C). Claudio II sconfigge i Goti](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-naisso/) **Published:** Aprile 24, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La battaglia di Naisso fu una delle più importanti della storia romana, perché segnò la fine della minaccia gota per almeno un secolo e dimostrò l’efficacia della nuova organizzazione militare data all’esercito romano: il comitatus. Scopri come si svolse lo scontro e quali furono le sue conseguenze. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il pericolo dei Goti](#Il_pericolo_dei_Goti) - [Verso la battaglia](#Verso_la_battaglia) - [La battaglia di Naisso](#La_battaglia_di_Naisso) - [Sottomessi per un secolo](#Sottomessi_per_un_secolo) Nel 269 d.C., l’impero romano fu minacciato da una massiccia **invasione di Goti**, una popolazione barbarica proveniente dalle regioni nord-orientali del Danubio. I Goti attraversarono il fiume Danubio e si spinsero fino alla Pannonia, saccheggiando e devastando le province romane. L’imperatore **Gallieno** riuscì a fermare l’avanzata dei Goti in una battaglia campale, ma non a espellerli dai territori dell’impero. Dopo la sua morte, avvenuta per un complotto dei suoi generali, gli succedette Claudio II, detto il Gotico per la sua origine trace. **Claudio** organizzò una nuova spedizione contro i Goti e li affrontò in una decisiva battaglia presso la **città di Naisso** (l’odierna Niš, in Serbia). La battaglia di Naisso fu una delle più importanti della storia romana, perché segnò la fine della minaccia gota per almeno un secolo e dimostrò l’efficacia della nuova organizzazione militare data all’esercito romano: il comitatus, un esercito ad alta mobilità composto principalmente da forze di cavalleria. ## Il pericolo dei Goti I Goti erano una **confederazione di tribù germaniche** che abitavano le regioni tra il Mar Nero e il Danubio. Nel III secolo d.C., essi furono spinti verso sud dalla pressione degli **Unni**, un altro popolo barbarico proveniente dall’Asia centrale. I Goti entrarono così in contatto con l’impero romano, che controllava le province danubiane. Inizialmente, i rapporti tra i due popoli furono pacifici e basati su scambi commerciali e alleanze militari. Tuttavia, a partire dal 250 d.C., i Goti iniziarono a **compiere delle incursioni oltre il fiume**, approfittando della crisi interna che affliggeva l’impero romano. L’imperatore **Decio** fu ucciso in battaglia contro i Goti nel 251 d.C., mentre il suo successore **Valeriano** fu catturato dai Persiani nel 260 d.C. In questo contesto di debolezza e instabilità, i Goti intensificarono le loro scorrerie e arrivarono a minacciare la stessa Roma. ## Verso la battaglia Nel 267-268 d.C., i Goti sferrarono la loro più grande invasione dell’impero romano. Essi si divisero in due gruppi: **uno attaccò le province orientali via mare**, arrivando fino all’Asia Minore e alla Grecia; l’altro invase l**e province occidentali via terra,** attraversando il Danubio e penetrando nella Pannonia. L’imperatore **Gallieno** reagì prontamente e riuscì a respingere entrambi gli attacchi. Tuttavia, egli fu assassinato da alcuni dei suoi generali nel settembre del 268 d.C., mentre si trovava nei pressi di **Milano**. Gli succedette **Claudio II**, uno dei suoi migliori comandanti militari. Claudio decise di continuare la guerra contro i Goti e di liberare l’impero dalla loro presenza. Egli radunò un esercito composto da unità della guardia pretoriana, da vexillationes (distaccamenti) di diverse legioni e da truppe ausiliarie e alleate. Il nucleo dell’esercito era costituito dal comitatus, una forza di cavalleria pesante comandata dal futuro imperatore Aureliano. ## La battaglia di Naisso Claudio raggiunse la città di Naisso, dove si trovava una forte guarnigione romana, e si accampò nei pressi della città. I **Goti**, che si erano accorti della sua presenza, si disposero a **nord della città**, lungo la riva destra del fiume Naisso. La battaglia ebbe inizio quando **i Goti attaccarono il campo romano** con una massa di fanteria e cavalleria. I Romani resistettero all’urto e contrattaccarono con la loro cavalleria, guidata da Aureliano. Questi riuscì a **sfondare le linee nemiche** e a mettere in fuga la cavalleria gota. Poi si voltò contro la fanteria gota, che era rimasta i**solata e priva di sostegno**. I Goti furono massacrati dalla cavalleria romana, che li inseguì fino al fiume. Molti di loro annegarono nel tentativo di attraversare il fiume, mentre altri furono catturati o uccisi dai Romani. La battaglia fu una vittoria schiacciante per Claudio, che perse solo pochi uomini, mentre i Goti ne persero circa **50.000 tra morti e feriti.** ## Sottomessi per un secolo La battaglia di Naisso fu il **colpo finale all’invasione gota dell’impero romano**. I Goti superstiti si ritirarono oltre il Danubio e non rappresentarono più un pericolo per i Romani per circa un secolo. Claudio fu acclamato come **Gothicus Maximus** (il vincitore dei Goti) e ricevette il titolo di imperator dal suo esercito. Egli continuò la sua campagna contro i barbari e riuscì a sconfiggere anche gli **Alemanni e i Vandali.** Tuttavia, nel 270 d.C., morì a Sirmio per un’epidemia di peste che aveva colpito il suo esercito. Gli succedette il suo generale Aureliano, che completò l’opera di Claudio e restaurò l’unità e la stabilità dell’impero romano. Fonti: - Zosimo, Storia Nuova, I, 40-41 - Eutropio, Breviarium ab urbe condita, IX, 9 ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Il legionario romano repubblicano: armi ed equipaggiamento](https://scriptamanentitalia.it/legionario-romano-repubblicano-armi-equipaggiamento/) **Published:** Aprile 21, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Scopri come era il legionario romano repubblicano, il soldato che conquistò il mondo antico. Leggi la sua storia, il suo equipaggiamento, le sue armi e le sue battaglie. Un articolo ricco di informazioni e immagini per appassionati di storia romana. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’elmo del legionario romano repubblicano](#Lelmo_del_legionario_romano_repubblicano) - [La corazza del legionario romano repubblicano](#La_corazza_del_legionario_romano_repubblicano) - [Lo scudo del legionario repubblicano](#Lo_scudo_del_legionario_repubblicano) - [Il Gladius Hispaniensis](#Il_Gladius_Hispaniensis) - [Il Pilum: il giavellotto del legionario romano repubblicano](#Il_Pilum_il_giavellotto_del_legionario_romano_repubblicano) Il **legionario romano** era il fante che faceva parte della legione romana, l’unità militare di base dell’esercito romano. I Romani dovettero affrontare svariate popolazioni che adottavano metodi di combattimento differenti tra loro; questo influì sia sull’organizzazione e sulla struttura della legione, sia sul tipo di armamento utilizzato. Nel periodo repubblicano, il legionario era un cittadino romano che si arruolava volontariamente per una campagna militare e doveva provvedere al proprio equipaggiamento. Il sistema censitario stabiliva la qualità e la quantità delle armi che ogni soldato doveva portare. Con la riforma di Mario, avvenuta alla fine del II secolo a.C., il reclutamento divenne aperto a tutti i cittadini, anche i più poveri, e lo stato fornì l’equipaggiamento standard a tutti i legionari. ## L’elmo del legionario romano repubblicano L’**elmo del legionario** repubblicano romano era una parte fondamentale dell’equipaggiamento di questo soldato che combatteva nelle legioni romane. L’elmo aveva la funzione di proteggere la testa dai colpi nemici, ma anche di identificare il grado e l’appartenenza del legionario. L’elmo subì diverse trasformazioni nel corso della storia repubblicana, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze belliche. Il tipo di elmo più diffuso tra i legionari repubblicani era quello detto **Montefortino**, dal nome del luogo dove fu trovato il primo esemplare. Si trattava di un **elmo di origine celtica,** adottato dai Romani dopo le guerre contro i Galli. Era costituito da una **calotta semisferica in bronzo** e due paragnatidi laterali per proteggere le guance. Sulla sommità dell’elmo sporgeva un **pomello o una rosetta**, a cui si poteva attaccare una penna o un cimiero per ornamento. L’elmo Montefortino era leggero e pratico, ma non offriva una copertura adeguata per il collo e le orecchie. Altri tipi di elmi usati dai legionari repubblicani erano quelli di fattura greca, come **l’elmo corinzio, l’elmo calcidico e l’elmo attico.** Questi elmi erano più pesanti e ingombranti, ma coprivano meglio la testa e il viso. Erano spesso decorati con **motivi geometrici o figurativi,** e potevano avere una cresta trasversale o longitudinale. Gli elmi greci erano preferiti dai **centurioni e dagli ufficiali,** che li usavano come segno distintivo. Un altro tipo di elmo usato dai legionari repubblicani era quello detto **Coolus**, dal nome della città gallica dove fu prodotto. Era simile al Montefortino, ma aveva una **calotta più allungata**. Era spesso rinforzato da **bande di metallo sul bordo e sulla sommità.** L’elmo Coolus era più resistente e confortevole del Montefortino, e fu usato fino al I secolo d.C. Un ultimo tipo di elmo usato dai legionari repubblicani era quello detto **Agen-Port**, dal nome dei due luoghi dove furono trovati i primi esemplari. Era un elmo di origine gallica, simile al Coolus, ma con una **calotta più bombata**. Era decorato con motivi geometrici o floreali, e aveva due fori sulle paragnatidi per il fissaggio di una maschera facciale. L’elmo Agen-Port era usato dai soldati d’élite, come i pretoriani o i triarii. L’elmo del legionario repubblicano romano era quindi un elemento essenziale per la sua sicurezza e la sua identità. **Rifletteva le influenze culturali** dei popoli con cui i Romani entrarono in contatto, ma anche le innovazioni tecniche e le esigenze tattiche dei vari periodi storici. ## La corazza del legionario romano repubblicano La corazza del legionario repubblicano romano era un elemento fondamentale della sua armatura, che lo proteggeva dai colpi dei nemici e gli conferiva un aspetto imponente e uniforme. La corazza variò nel tempo, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze tattiche. Nel periodo regio e nella prima Repubblica (753-350 a.C.), i Romani adottarono il **modello oplitico dei Greci e degli Etruschi,** basato su una falange compatta di fanti pesanti. La corazza era costituita da una **lorica di bronzo o di ferro**, che copriva il torace e la schiena, e da uno spallaccio (parma equestris) che proteggeva la spalla destra, quella più esposta al combattimento. La lorica era decorata con figure geometriche o animali, mentre lo spallaccio poteva avere una forma circolare o rettangolare. Questa corazza era pesante e costosa, e quindi riservata ai ceti più abbienti. Nel periodo medio repubblicano (350-107 a.C.), i Romani introdussero la riforma manipolare, che rendeva l’esercito più flessibile e adatto a combattere in terreni diversi. La corazza si alleggerì e si semplificò, seguendo l’esempio dei popoli italici come i Sanniti e i Celtiberi. La lorica fu sostituita da una **corazza di cuoio o di lino imbottito (lorica lintea)**, rinforzata da strisce di metallo (lorica plumata) o da scaglie (lorica squamata). Lo spallaccio fu abbandonato, e al suo posto si usava una fascia di cuoio o di stoffa (balteus) che sosteneva il gladio. Questa corazza era più economica e accessibile a tutti i cittadini-soldati. Nel periodo tardo repubblicano (107-31 a.C.), i Romani affrontarono le guerre civili e le conquiste delle province. La riforma mariana rese l’esercito professionale e permanente, fornendo ai soldati l’equipaggiamento necessario. La corazza si arricchì di elementi presi dalle culture ellenistiche e orientali. La lorica squamata divenne più diffusa, soprattutto tra i centurioni e gli ufficiali. Si diffuse anche l’uso della **lorica hamata,** una cotta di maglia fatta di **anelli di ferro intrecciati,** che garantiva una buona protezione senza limitare la mobilità. Alcuni legionari adottarono anche la lorica **musculata**, una corazza anatomica di bronzo che imitava i muscoli del petto e dell’addome. Questa corazza era molto elegante ma poco pratica, e quindi usata solo per le parate o per le statue. ## Lo scudo del legionario repubblicano Nel periodo regio e nella prima Repubblica (753-350 a.C.), i Romani adottarono il modello oplitico dei Greci e degli Etruschi, basato su una falange compatta di fanti pesanti. **Lo scudo era rotondo** e veniva chiamato c**lipeus o oplon**. Era fatto di bronzo o di ferro e aveva due punti di presa interni: una guida di legno per l’avambraccio e una corda per la mano. Questo scudo era pesante e poco maneggevole, e quindi riservato ai ceti più abbienti. Nel periodo medio repubblicano (350-107 a.C.) lo scudo si modificò e divenne **ovale e convesso,** le cui dimensioni erano di circa 70cm larghezza e 118 cm in lunghezza. Era formato da **assi di legno incollate tra loro** e ricoperte da uno strato di tessuto di lino (all’interno) e uno di cuoio (all’esterno). I bordi superiori ed inferiori erano rafforzati da una lamiera di ferro, mentre al centro esterno era applicato un umbone metallico che proteggeva dai colpi più forti, oltre ad un rinforzo di legno noto come “spina” che correva lungo tutta l’altezza dello scudo. Nel periodo tardo repubblicano (107-31 a.C.), lo scudo ovale fu sostituito da uno **rettangolare, con i lati superiori ed inferiori maggiormente curvi.** La struttura era simile a quella dello scudo ovale, ma **con uno strato aggiuntivo di cuoio all’esterno**. L’umbone divenne **più grande e sporgente,** mentre lo scudo fu decorato con simboli della legione o dell’unità. Questo scudo era più resistente e particolarmente adatto a formare la testuggine. ## Il Gladius Hispaniensis Il gladio era la spada di ordinanza utilizzata dai soldati romani: era un’arma a doppio taglio con la lama larga e molto appuntita, adatta a colpire con affondi rapidi e letali. Il gladio variò nel tempo, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze militari. Nel periodo regio e nella prima Repubblica (753-350 a.C.), i Romani adottarono le spade dei Greci e degli Etruschi, come lo **xiphos a lama diritta e la makhaira a lama curva**. Queste spade erano usate per sferrare fendenti e tagli contro i nemici in formazione serrata ma erano poco maneggevoli e richiedevano una buona abilità nel combattimento. Nel periodo medio repubblicano (350-107 a.C.), il gladio si modificò e divenne più corto e pesante, con una lama di circa 60-66 cm di lunghezza. Era usato per lanciare colpi potenti e penetranti contro i nemici più vicini. Questo gladio era di chiara derivazione iberica, adottato dai Romani dopo averlo conosciuto durante la conquista dell’Hispania nella seconda guerra punica. Per questo motivo era chiamato **Gladius Hispaniensis**. Il gladio aveva poi un manico in legno ricoperto talvolta di bronzo con un grosso pomello che aveva la funzione di riequilibrare il peso. Nel periodo tardo repubblicano (107-31 a.C.) il gladio divenne un poco più corto e leggero, con una lama di circa 40-55 cm di lunghezza. Era usato per lanciare colpi rapidi e numerosi contro i nemici più diversi. Questo gladio era di tipo “Magonza” o “Pompei” (usati dalla metà del I secolo d.C. fino al III secolo d.C.) a seconda della forma della punta e della guardia. ## Il Pilum: il giavellotto del legionario romano repubblicano Il **pilum** era un giavellotto utilizzato dall’esercito romano nei combattimenti a breve distanza. Era un’arma micidiale, capace di perforare gli scudi e le armature dei nemici e di rendere inutilizzabili le loro armi. Il pilum variò nel tempo, a seconda delle influenze culturali e delle esigenze militari. Le origini del pilum sono incerte. Secondo alcune testimonianze il pilum fu inventato dagli Etruschi per fermare gli attacchi delle tribù Celtiche nell’Italia Settentrionale, secondo altre fonti, il pilum fu adottato dai Romani dopo averlo conosciuto durante la conquista dell’Hispania, dove era usato dai Celtiberi della Meseta. Il pilum era composto da un’asta di legno unita da attacchi a una punta metallica. La lunghezza poteva variare da 150 a 190 cm, mentre il peso da 900 g a 2 kg. La punta metallica era più o meno lunga dell’asta di legno e aveva una forma conica o piramidale. Ogni legionario portava normalmente due pila, uno leggero e uno pesante. Il pilum leggero aveva una lama più sottile e lunga e un’asta più corta e leggera. Era usato per lanciare colpi rapidi e numerosi contro i nemici in avvicinamento. Il pilum pesante aveva una lama più spessa e corta e un’asta più lunga e pesante. Era usato per lanciare colpi potenti e devastanti contro i nemici più vicini. Il pilum veniva lanciato da una distanza variabile di 10-25 metri dal bersaglio, prima di ingaggiare il combattimento ravvicinato con il gladio. Il pilum aveva la caratteristica di piegarsi o spezzarsi dopo l’impatto, rendendo difficile il suo recupero o riutilizzo da parte del nemico. Inoltre, se il pilum perforava lo scudo del nemico, lo rendeva molto pesante e ingombrante da portare, costringendo il nemico a gettarlo via e a rimanere scoperto. Il legionario romano repubblicano fu il **protagonista delle grandi conquiste** che portarono Roma a dominare il mondo antico. Il suo successo dipendeva dalla sua disciplina, dal suo addestramento, dalla sua motivazione e dal suo armamento. **Il pilum e il gladio erano le sue armi principali,** che gli consentivano di affrontare con efficacia i diversi nemici che incontrava. Il pilum e il gladio variarono nel tempo, **seguendo le influenze culturali e le esigenze militari dei Romani**. Il pilum e il gladio riflettevano la loro evoluzione storica e culturale, mostrando la loro capacità di **adattarsi alle diverse situazioni belliche e** di assimilare le innovazioni tecniche dei popoli che incontravano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Ponzio Pilato. L'uomo che condannò Gesù](https://scriptamanentitalia.it/ponzio-pilato/) **Published:** Aprile 13, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Esplora la vita e la carriera politica di Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea, con particolare attenzione al suo ruolo nel processo di Gesù di Nazareth. Scopri le origini familiari, i suoi conflitti con la società ebraica e le diverse interpretazioni storiche e religiose del suo personaggio. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini e famiglia](#Origini_e_famiglia) - [Ponzio Pilato come Prefetto di Giudea](#Ponzio_Pilato_come_Prefetto_di_Giudea) - [Il processo di Pilato a Gesù Cristo](#Il_processo_di_Pilato_a_Gesu_Cristo) - [Ponzio Pilato dopo Gesù](#Ponzio_Pilato_dopo_Gesu) **Ponzio Pilato** è un personaggio storico conosciuto principalmente per il suo coinvolgimento nel processo di Gesù di Nazareth; tuttavia, la sua esistenza e la sua carriera politica forniscono una prospettiva interessante sul periodo romano. ## Origini e famiglia Le fonti antiche forniscono scarse informazioni riguardo alla sua famiglia e alle sue origini, ma l’analisi del suo nome e gli studi di *Alexander Demand e Jean Pierre Lemon* consentono di ricostruire alcuni particolari. Ponzio Pilato era presumibilmente di discendenza **sannita**, un popolo italico della regione del Sannio, nel cuore dell’Italia. La sua famiglia era di estrazione plebea e indigente, come suggerisce l’analisi del suo nome. “Ponzio” è correlato a diversi tribuni plebei mentre “Pilato” potrebbe riferirsi al **pileo**, un copricapo frigio associato agli schiavi manomessi, o al **pilum**, il giavellotto dei legionari romani. Entrambe le interpretazioni indicano che la famiglia di Pilato fosse di umili origini e che abbia intrapreso una carriera militare per migliorare la propria posizione sociale. Col passare del tempo, la famiglia di Pilato ottenne una **promozione sociale e fu nobilitata**, ascendendo al rango degli equestri, una classe sociale con reddito medio superiore ai plebei. Ponzio Pilato divenne un individuo erudito, istruito e abbastanza agiato, con molteplici legami politici e ben considerato dall’aristocrazia romana. ## Ponzio Pilato come Prefetto di Giudea Nonostante le fonti antiche non siano certe riguardo al periodo e alle circostanze in cui Pilato assunse il governo della Giudea, sappiamo che mantenne questa posizione per circa un **decennio**. Alcuni studiosi ritengono che gli sia stato assegnato l’incarico da **Seiano**, praefectus praetorio e comandante della guardia personale dell’imperatore Tiberio, mentre altri negano tale ipotesi. Le fonti antiche più affidabili, come Giuseppe Flavio, indicano che Pilato assunse la carica nel 26 d.C. e la mantenne fino al 36 d.C., sebbene altre fonti suggeriscano date diverse, tra il 17 e il 19 d.C. Durante il suo mandato, Pilato ebbe una **posizione solida e stabile**, in quanto era responsabile della riscossione delle imposte, dell’amministrazione della giustizia e del controllo del territorio nella provincia di Giudea. La sua posizione fu ulteriormente rafforzata dall’assenza del governatore della Siria, **Lucius Lamia**, a cui il governatore della Giudea doveva rispondere. Lamia fu assente per sei anni, il che conferì a Pilato una notevole libertà d’iniziativa e potere decisionale. Ponzio Pilato, governatore della Giudea, aveva il diritto di **decidere il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme** e scelse **Giuseppe Ben Caifa**. Grazie al sostegno della setta dei sadducei e dell’aristocrazia ebraica, Pilato consolidò il suo potere nella regione. Il governatorato di Pilato fu caratterizzato tuttavia da una serie di **incidenti e problemi**, dovuti principalmente alla sua scarsa comprensione della società ebraica. Tra questi, si possono citare tre episodi particolarmente significativi. Inizialmente, Pilato esibì simboli del potere imperiale romano, tra cui **l’effigie dell’imperatore**, a Gerusalemme, vicino al tempio. Questo gesto offese profondamente gli ebrei e provocò sommosse nella città. Alla fine, Pilato decise di rimuovere le immagini e ristabilire l’ordine. Un altro incidente simile avvenne quando Pilato fece esporre degli **scudi dorati a Gerusalemme**. Gli ebrei si offesero, probabilmente perché dietro gli scudi vi era un’iscrizione che definiva l’imperatore Tiberio come divino. L’episodio provocò un’insurrezione che raggiunse le orecchie di Tiberio, il quale rimproverò Pilato per il suo comportamento imprudente. Anche in questo caso, Pilato fu costretto a ritirare i simboli. Ponzio Pilato volle poi costruire un acquedotto nella Giudea e, per finanziare l’opera, ordinò di **prelevare dell’oro direttamente dal tempio di Gerusalemme**. Questo gesto fu considerato una grave provocazione dagli ebrei e causò una violenta rivolta, che Pilato dovette reprimere nel sangue. ## Il processo di Pilato a Gesù Cristo Il processo di Gesù Cristo è un evento storico di grande rilevanza, non solo per la sua importanza religiosa, ma anche per le implicazioni politiche e sociali dell’epoca. Gesù Cristo predicava in quella regione e si autoproclamava **re dei Giudei,** una definizione che offendeva profondamente gli altri Giudei, in particolare gli aristocratici. A causa della sua predicazione, si verificarono disordini nel territorio e Gesù fu **denunciato a Ponzio Pilato**. L’accusa principale era di sedizione, ovvero di fomentare rivolte tra la popolazione. Non si conoscono i dettagli del processo, ma è probabile che sia stata seguita una formula di **“cognitio extra ordinem”,** un processo in cui il giudice (in questo caso, il prefetto) aveva una vasta libertà decisionale. Le fonti disponibili si dividono in due versioni principali. Secondo i Vangeli, in particolare il Vangelo di Marco, Ponzio Pilato avrebbe **mostrato riluttanza a condannare Gesù,** non ritenendolo colpevole di un crimine tale da meritare la pena capitale. Tuttavia, a causa della forte pressione popolare e delle proteste contro Gesù, Pilato avrebbe deciso di condannarlo a morte per accontentare la folla, lavandosene simbolicamente le mani. D’altra parte, autori non cristiani come Tacito, Giuseppe Flavio e Filone di Alessandria sostengono che Ponzio Pilato fosse **più deciso nel condannare Gesù**, in collaborazione con l’aristocrazia ebraica. Non è possibile determinare quale delle due versioni sia più accurata o storica, ma entrambe devono essere prese in considerazione. Dal punto di vista storico, per Ponzio Pilato, il processo di Gesù non rappresentava un evento di particolare importanza, ma piuttosto un’ordinaria amministrazione. Si può ipotizzare che la decisione di condannare Gesù sia stata presa per accontentare la folla, soprattutto considerando il delicato contesto del periodo pasquale, con molti pellegrini presenti a Gerusalemme. ## Ponzio Pilato dopo Gesù Dopo il processo di Gesù, le informazioni sulla vita di Ponzio Pilato diventano più vaghe. Sappiamo però di un altro incidente in cui Pilato intervenne con **forze militari contro un gruppo di Samaritani guidati da Dositeo,** che cercavano manufatti di Mosè. Dopo l’intervento sanguinoso, i Samaritani si rivolsero al governatore di Siria, Lucio Vitellio il Vecchio, sostenendo di non essere mai stati armati. Pilato venne **rimosso dall’incarico e mandato a Roma** per essere giudicato al cospetto dell’imperatore Tiberio. Tuttavia, Tiberio morì e la causa passò sotto l’imperatore Caligola. Non si sa se **Caligola** abbia presenziato alle udienze o se abbia rigettato la causa. Sappiamo però che Pilato non fece mai più ritorno nella provincia. Le fonti antiche offrono informazioni contrastanti sul destino di Ponzio Pilato. Secondo Eusebio di Cesarea, autore posteriore e cristiano, Pilato **cadde in rovina e si suicidò nel 39 d.C**. Altri studiosi, tuttavia, sostengono che Pilato sia andato **semplicemente in pensione** e abbia concluso la sua carriera lavorativa da ricco aristocratico. La sua figura è stata interpretata dalla storia successiva con approcci diversi. I primi cristiani e i cristiani orientali, prevalentemente in Egitto e Etiopia, vedono Pilato come una **figura che si è convertita**, avendo compreso l’innocenza di Gesù. Essi credono che Pilato sia stato costretto dagli eventi a condannare Gesù. Una tradizione più negativa, tipica del Cristianesimo occidentale e bizantino, vede invece Pilato come una **figura totalmente malvagia**, simbolo del potere romano spietato che non si rende conto della grandezza del Messia. Questa immagine negativa può essere stata influenzata dalla propaganda del nuovo Impero Romano cristiano, che aveva bisogno di stigmatizzare chi aveva condannato Gesù a morte. Nonostante la realtà storica, tuttavia, Ponzio Pilato rimarrà una figura in grado di suscitare il dibattito per il resto della storia, con interpretazioni diverse e contrastanti che riflettono le complessità del suo ruolo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Gneo Pompeo Magno: vita, triumvirato e guerra contro Cesare](https://scriptamanentitalia.it/gneo-pompeo-magno-vita-triumvirato-guerra/) **Published:** Aprile 9, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Pompeo Magno: da generale di Silla, a trionfatore della Repubblica, fino alla guerra contro Cesare e la tragica morte. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’ascesa sotto Silla](#Lascesa_sotto_Silla) - [La campagna contro Sertorio](#La_campagna_contro_Sertorio) - [Le campagne di Pompeo contro i pirati e in Oriente](#Le_campagne_di_Pompeo_contro_i_pirati_e_in_Oriente) - [Il primo triumvirato con Crasso e Cesare](#Il_primo_triumvirato_con_Crasso_e_Cesare) - [La guerra civile contro Cesare](#La_guerra_civile_contro_Cesare) - [Le battaglie contro Cesare e la morte](#Le_battaglie_contro_Cesare_e_la_morte) - [L’eredità di Pompeo Magno](#Leredita_di_Pompeo_Magno) **Gneo Pompeo Magno** (29 settembre 106 a.C. – 28 settembre 48 a.C.) fu un generale e uomo di stato romano. Membro della nobiltà senatoriale, Pompeo intraprese una carriera militare folgorante e si distinse al servizio del generale **Silla** come comandante nella guerra sociale dell’83-82 a.C. Il successo di Pompeo come generale gli permise di ottenere il **consolato** senza seguire il tradizionale cursus honorum (i passaggi richiesti per avanzare in una carriera politica). Fu eletto console in **tre occasioni** (70, 55, 52 a.C.). Celebrò tre trionfi, e servì come comandante nella guerra contro **Sertorio**, nella **terza guerra servile,** nella **terza guerra mitridatica** e in varie altre campagne militari, come la guerra contro i **pirati nel Mediterraneo**. Il precoce successo gli valse il cognome di Magnus – “il Grande” – in onore del suo eroe dell’infanzia, Alessandro Magno. I suoi avversari gli diedero il soprannome di adulescentulus carnifex (“macellaio adolescente”) per la sua spietatezza. Nel 60 a.C., **Pompeo si unì a Crasso e Cesare** in una alleanza politica privata nota come il “**Primo Triumvirato”,** che gli consegnò il comando della politica romana, cementata dal matrimonio di Pompeo con la figlia di Cesare, Giulia. Dopo la morte di Giulia e Crasso (nel 54 e 53 a.C.), Pompeo passò alla fazione politica degli ottimati, la parte conservatrice del Senato romano. Pompeo e Cesare iniziarono quindi a contendersi la leadership dello stato romano, arrivando alla **guerra civile contro Cesare**, recente conquistatore delle Gallie. Dopo una prima vittoria a **Durazzo**, Pompeo fu infine sconfitto nella battaglia di **Farsalo** nel 48 a.C. Cercò rifugio in Egitto, dove fu assassinato a tradimento dai cortigiani di **Tolomeo XIII.** ## L’ascesa sotto Silla Pompeo proveniva da una famiglia di **nobili senatori**. Grazie alla sua fluente conoscenza del greco e alla stretta amicizia con i letterati greci, è probabile che abbia ricevuto un’educazione adeguata per un giovane nobile romano. La sua prima esperienza militare avvenne al fianco di suo padre, **Pompeo Strabone**, che lo ha aiutato a formare il suo carattere, a **sviluppare le sue abilità militari** e a far crescere la sua ambizione politica. La famiglia di Pompeo possedeva terreni nella regione del **Picenum**, che corrisponde all’attuale zona marchigiana dell’Italia orientale, e vantava un vasto seguito di clienti, che Strabone ampliò notevolmente durante il suo mandato da console. Durante la guerra civile tra i generali Lucio Cornelio Silla e Gaio Mario (88-87), **Strabone si schierò contro Silla e appoggiò invece i Mariani**. Dopo la morte del padre, tuttavia, Pompeo si allontanò presto dal movimento mariano e, anzi, dotato di notevole iniziativa, si guadagnò il favore di Silla con azioni che dimostravano una grande capacità organizzativa. Si presentò infatti con tre legioni, da lui autonomamente reclutate nel Picenum, e si unì a Silla come alleato nella campagna per strappare Roma e l’Italia ai Mariani nell’83. Silla, che apprezzò moltissimo la sua collaborazione, fece largo uso delle abilità militari del giovane Pompeo, il quale sposò anche la figliastra di Silla. Per ordine di Silla, il **Senato affidò a Pompeo il compito di recuperare la Sicilia e l’Africa dai Mariani**, un incarico che portò a termine in due campagne lampo nel 82-81. I capi mariani che si arresero a Pompeo furono uccisi senza pietà; per questo motivo, tra i suoi nemici, egli venne chiamato **il “macellaio” di Silla,** mentre tra le truppe venne acclamato come “Imperator” e “Magnus”. Pompeo, tuttavia, dimostrò anche di saper forzare la situazione. Dall’Africa, Pompeo chiese di poter celebrare il trionfo a Roma e si rifiutò di sciogliere il suo esercito, presentandosi alle porte della città, e costringendo di fatto Silla a concedergli ciò che chiedeva. Dopo l’abdicazione di Silla, Pompeo sostenne la candidatura di Marco Lepido per il consolato del 78. Tuttavia, una volta salito al potere, Lepido tentò una rivolta che Pompeo non esitò a reprimere, schierandosi a favore del Senato. Terminata la rivolta, Pompeo rifiutò di sciogliere il suo esercito e lo usò per esercitare pressione sul Senato, ottenendo il comando proconsolare per unirsi al generale Metello Pio, impegnato in Spagna contro il capo mariano Sertorio. ## La campagna contro Sertorio Durante la campagna per riconquistare la Spagna, Pompeo fu messo alla prova non solo dal punto di vista militare. **Sertorio** era un generale romano esperto di guerriglia, che, ribellatosi al governo di Roma, aveva creato una sorta di “stato indipendente” in Spagna. La guerra durò diversi anni e fu caratterizzata da una serie di tattiche militari innovative, utilizzate da entrambi i lati. Pompeo era determinato a porre fine alla rivolta di **Sertorio**, ma inizialmente ebbe poco successo, in parte perché Sertorio aveva il **supporto dei popoli locali** e in parte perché la sua **tattica** era particolarmente efficace contro le truppe romane regolari. Tuttavia, presto anche Pompeo iniziò a sviluppare nuove tattiche che gli permisero di combattere contro Sertorio con successo. Dopo diversi anni di guerra, Pompeo riuscì a batterlo, ponendo fine alla sua rivolta e riportando la Spagna sotto il controllo romano. Nel frattempo, Pompeo intesseva legami politici: la sua strategia era orientata alla riconciliazione e alla riabilitazione dei vecchi seguaci di Silla, e al termine della guerra contro Sertorio, la sua influenza personale e il suo patrocinio si estendevano ora sulla **Spagna, la Gallia meridionale e l’Italia settentrionale**. Contraddicendo gli ordini di Metello, Pompeo decise di riportare il suo esercito in Italia, usando il pretesto di dover sedare la rivolta degli schiavi guidata da Spartaco: in realtà il suo ruolo nella sconfitta di Spartaco fu **marginale**, ma i suoi luogotenenti riuscirono a portare la notizia della vittoria in Senato prima dei messaggeri del vero generale che lo aveva affrontato, Licinio Crasso, attribuendo a Pompeo **tutto il merito.** Nonostante ciò, Pompeo e Marco Licinio Crasso misero momentaneamente da parte i rancori personali e usarono la presenza delle legioni per fare pressione sul Senato: i due **furono eletti congiuntamente consoli nel 70 a.C** e a Pompeo fu concesso un altro trionfo. Durante il loro consolato, Pompeo e Crasso, seppur litigando continuamente, **abrogarono le riforme politiche di Silla**, ripristinando i poteri dei tribuni della plebe e privando i senatori del loro monopolio come giurati nei tribunali permanenti. ## Le campagne di Pompeo contro i pirati e in Oriente Pur essendo i nobili i dominatori delle elezioni consolari, le vere leve del potere si trovavano ormai nei generali in grado mobilitare le legioni. Il Senato aveva infatti bisogno di recuperare il controllo del mare Mediterraneo dai pirati, ed erano pronti ad affidare ad un generale un comando straordinario. Pompeo si propose subito come volontario, ma nel Senato vi fu titubanza ad affidare un potere militare così vasto ad un generale che aveva già dimostrato di fare un uso quasi spregiudicato delle legioni. Nonostante alcuni tentativi di ostacolarlo, nel 67 a.C, il tribuno **Aulo Gabinio** fece passare un disegno di legge attraverso l’assemblea popolare che **autorizzava Pompeo ad affrontare il problema dei pirati**. Questa fu l’occasione perfetta per Pompeo, che si dimostrò subito all’altezza della situazione. In poco tempo, organizzò una flotta e iniziò una campagna senza precedenti contro i pirati del Mediterraneo, utilizzando non solo l’abilità militare ma anche le sue **doti diplomatiche** per convincere alcuni dei loro leader ad arrendersi. Mentre Pompeo si trovava ancora in Oriente, impegnato nel **reinsediamento dei pirati** trasformati in pacifici agricoltori, un altro tribuno, Gaio Manilio, portò avanti a Roma un disegno di legge che nominava Pompeo comandante contro Mitridate, re del Ponto, un regno dell’Asia Minore che confinava con il Mar Nero, che sfidava il potere romano ad est. La proposta fu approvata, concedendo a Pompeo **pieni poteri per organizzare la guerra, pacificare e riorganizzare l’amministrazione delle province orientali romane.** Pompeo, spodestando il generale Lucullo, da tempo impegnato contro Mitridate, riuscì rapidamente a concludere la guerra, e dopo la morte di Mitridate nel 63 a.C, pianificò il consolidamento delle province orientali e dei regni di frontiera. Pose il re Tigrane al comando dello stato cuscinetto di Armenia. Inoltre, respinse la richiesta del re partico di riconoscere il fiume Eufrate come confine romano ed, al contrario, estese la catena romana di protettorati per includere la Colchide, sul Mar Nero, e gli stati a sud del Caucaso. In Anatolia, creò le nuove province di **Bitinia-Ponto e Cilicia**, annesse la **Siria** mentre lasciò la Giudea come uno stato ancora indipendente, benchè tributario di Roma. La riorganizzazione dell’Oriente fu uno dei più grandi successi di Pompeo, che riuscì a raggiungere grazie alla sua comprensione profonda dei fattori geografici e politici della regione. Pompeo riuscì a creare un equilibrio che costituì la base del sistema difensivo dell’Oriente romano che **durò per oltre 500 anni,** con poche modifiche significative. Nel dicembre del 62 a.C, Pompeo raggiunse il culmine del potere e del prestigio sbarcando a Brundisium (Brindisi) e congedando l’esercito, mentre il suo terzo trionfo nel 61 d.C fu un’ulteriore conferma del suo successo. Tuttavia, il suo potere politico venne gradualmente minato da diversi oppositori. I nemici di Pompeo erano gli Optimates, ovvero gli aristrocratici, che se da un lato gli avevano affidato incarichi militari per risolvere problemi urgenti come i pirati o Mitridate, si erano resi conto che **troppe volte Pompeo aveva forzato la situazione** e ottenuto incarichi con la forza. Tornato in Italia, Pompeo si rese perfettamente conto dell’atteggiamento ostile del Senato ma evitò di schierarsi con i Populares contro gli Optimates, poiché non era un rivoluzionario. Dopo aver divorziato dalla sua terza moglie, Mucia, per presunto adulterio con Giulio Cesare, propose di allearsi politicamente con Marco Porcio Catone il Giovane, esponente dell’aristocrazia senatoria, proponendosi anche di sposarne la figlia, ma la sua offerta fu respinta. I nobili serravano i ranghi contro di lui, determinati soprattutto ad impedire la ratifica delle sue decisioni in Oriente e a respingere la sua richiesta di terra per i suoi veterani. ## Il primo triumvirato con Crasso e Cesare L’aiuto per Pompeo arrivò solo quando Cesare fece ritorno dal suo governatorato in Spagna. Su iniziativa di Cesare, e insieme a Crasso, formarono il **“Primo Triumvirato”**, una accordo privato e segreto, che sarebbe diventato molto più di un semplice patto elettorale. La solidarietà tra i tre permise ad ognuno di ottenere i propri obiettivi. Cesare sarebbe diventato console per il 59 a.C e si sarebbe impegnato ad emettere decreti per cui Crasso avrebbe potuto consolidare il suo impero finanziario e Pompeo avrebbe avuto la redistribuzione di terre ai suoi veterani e l’approvazione delle riforme in Oriente di cui aveva bisogno. Il piano funzionò perfettamente. Cesare, eletto console per il 59 a.C, impose immediatamente una legge fondiaria e, poco dopo, un’altra redistribuzione di terre pubbliche in Campania. Pompeo, nel frattempo, risolse il problema dell’approvvigionamento di grano di Roma con la sua solita efficienza, ma i nobili mantennero la loro opposizione. Nel 56, l’anno critico per i triumviri, i nobili cercarono di impedire l’invio di Pompeo in missione militare in Egitto attraverso pretesti di natura religiosa, mentre il politicante Publio Clodio riuscì a convincere Pompeo che Crasso complottava contro di lui. Inoltre, gli aristocratici cercarono di sospendere la legge di Cesare per la distribuzione delle terre campane, cercando di contrastare i piani dei triumviri in ogni modo possibile. **Crasso**, preoccupato dei sospetti di Pompeo, decise di incontrare Cesare a **Ravenna**: i due convocarono poi Pompeo a Lucca per aggiornare il loro accordo. Questo rinnovo di alleanza, chiamato **“Patto di Lucca”** (56 a.C), preparò il terreno per la prossima fase della loro cooperazione. Pompeo e Crasso volevano essere eletti consoli per il 55, per avere poi comandi quinquennali nelle province, mentre Cesare, tallonato dai nemici politici che volevano metterlo sotto processo, si era salvato solo con l’assegnazione di un comando militare straordinario nelle Gallie, e voleva che il suo comando **fosse rinnovato per altri cinque anni.** Dopo una lunga lotta, i tre politici raggiunsero il loro obiettivo con la corruzione e la violenz**a. Pompeo e Crasso furono eletti consoli,** con la maggioranza delle magistrature minori che andarono ai loro sostenitori. Cesare **ottenne l’estensione del suo comando**, mentre Pompeo e Crasso ricevettero incarichi rispettivamente in Spagna e Siria. Nonostante la loro volontà di collaborazione, l’improvvisa morte della figlia di Cesare, Giulia, nel 54 a.C, distrusse il forte legame familiare tra Pompeo e Cesare. Inoltre, Crasso, che aveva sempre avuto un ruolo di mediazione, subì una disastrosa sconfitta a Carre contro i Parti, morendo sul campo di battaglia. Il primo triumvirato non esisteva più, anche se Pompeo, in un primo momento, non mostrava alcuna intenzione di rompere con Cesare. ## La guerra civile contro Cesare La legislazione di Pompeo del 52 a.C dimostra il suo sincero interesse per le riforme, ma anche la sua doppiezza nei confronti di Cesare. Pompeo riformò infatti i tribunali, nominando giurati affidabili, ma stabilì anche una legge contro la corruzione durante le elezioni, che è stata giustamente interpretata dai sostenitori di Cesare come un’iniziativa **contro di lui.** Un’altra legge decisamente contraria a Cesare prevedeva un intervallo di **cinque anni** tra lo svolgimento di magistrature a Roma e l’assunzione del comando in una provincia. Questa legge, insieme ad un’altra che **vietava la candidatura in assenza, impedì a Cesare di diventare console** designato e di rimanere al sicuro prima di sciogliere il suo esercito in Gallia. Negli anni 51-50 furono fatti diversi tentativi di richiamare Cesare prima della fine del suo secondo mandato in Gallia. Pompeo, pur essendo sempre più sospettoso delle ambizioni di Cesare, non si espresse apertamente contro di lui fino alla fine del 51, quando **rese chiare le sue intenzioni.** Dichiarò che non avrebbe preso in considerazione la proposta di candidare Cesare come console designato mentre era ancora al comando del suo esercito. Le sue proposte per il richiamo di Cesare furono inaccettabili per quest’ultimo, il quale decise di usare la ricchezza accumulata in Gallia per **comprare alleati al Senato** in modo da ostacolare i suoi nemici. Il Senato si trovò quindi diviso a metà tra Cesare e Pompeo. Gli Optimates erano marcatamente a favore di Pompeo, anche se lo vedevano semplicemente come il male minore. Ad un certo punto, **Curione**, un tribuno della plebe corrotto da Cesare, fu quasi sul punto di convincere il Senato a sciogliere gli eserciti sia di Cesare che di Pompeo. Come riposta, il console **Gaio Marcello**, non riuscendo a indurre il Senato a dichiarare Cesare nemico pubblico, visitò Pompeo con i consoli designati e gli mise una spada in mano. Pompeo accettò il loro invito a radunare un esercito e difendere lo stato. Cesare continuò a offrire soluzioni di compromesso, anche se si stava già preparando alla guerra. **Il 7 gennaio 49 a.C**, il Senato decretò finalmente lo stato di guerra e quattro giorni dopo **Cesare attraversò il Rubicone.** ## Le battaglie contro Cesare e la morte Il piano di Pompeo era di condurre una guerra di logoramento contro Cesare. Egli ritirò i suoi eserciti da Roma e dall’Italia, facendosi inseguire. Cesare lo raggiunse a **Brindisi**, ma Pompeo riuscì a sfuggirgli, riorganizzando le sue forze nei Balcani per lo scontro decisivo. Inizialmente la strategia di Pompeo si dimostrò **vincente**. Cesare si ritrovò tagliato fuori dalla sua base in Italia e fu costretto ad affrontare forze terrestri superiori a **Durazzo**, dove subì la sua prima grande sconfitta contro Pompeo. Cesare fu respinto in un assalto al campo di Pompeo e fu costretto a muoversi verso est, in Tessaglia. Pompeo lo seguì e si unì all’esercito del Senato guidato da Scipione, rendendo la situazione insostenibile per Cesare. La sua strategia “**attendista**” avrebbe ridotto l’esercito cesariano alla fame entro qualche mese. Ma sotto la pressione dei suoi alleati Ottimati, che iniziarono a deriderlo e a sospettare che avesse paura dell’avversario, Pompeo fu costretto a cambiare i suoi piani e ad ingaggiare battaglia. Questo si rivelò un **errore fatale.** Cesare fu capace di sconfiggerlo, pur in inferiorità numerica, nella **pianura di Farsalo**, ottenendo una delle più brillanti vittorie militari della sua carriera e dell’intera storia romana. Pompeo fuggì dal campo mentre il nemico lo prendeva d’assalto e si diresse verso la costa, dove perse il contatto con la sua flotta. Si spostò poi verso sud in Cilicia, Cipro ed infine in **Egitto**, dove credeva di essere al sicuro, dal momento che aveva diverse clientele e alleanze. Fu invece **ucciso a tradimento** dai sicari del giovanissimo re Tolomeo, che saputo della vittoria di Cesare, sperava di ingraziarsi il vincitore della guerra civile. ## L’eredità di Pompeo Magno Il nome di Pompeo ha lasciato un segno duraturo nella storia. La sua fine ispirò alcuni dei migliori versi di Lucano e il suo successo è stato apprezzato dai grandi scrittori dell’impero. Tuttavia, ci sono pochi resoconti chiari e imparziali di Pompeo da parte dei suoi contemporanei. Cesare nella sua propaganda lavorò inevitabilmente per danneggiare la reputazione del suo rivale, anche se dicono che pianse quando venne a sapere della sua morte. Cicerone aveva una visione distorta di Pompeo, a causa della sua invidia e della paura che egli potesse diventare dittatore. Pompeo non era un rivoluzionario o un reazionario, ma si aspettava un’accettazione volontaria del suo primato. Tuttavia, i suoi metodi per ottenere ruoli e incarichi gli avevano alienato per sempre l’appoggio degli aristocratici, costringendolo a un ruolo secondario che non accettò mai. Pompeo era un politico inefficace a causa della mancanza di coerenza tra la sua politica e le sue azioni sul campo. Come capo militare, Pompeo mancava del genio e del dinamismo di Cesare, ma era un perfetto amministratore. Eppure, nonostante avesse indovinato la strategia capace di sconfiggere Cesare, non riuscì ad imporla nel momento cruciale, di nuovo ostacolato da quei miopi aristocratici, che cercarono di utilizzarlo e di servirsene durante tutta la sua vita. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Gli Etruschi. Origini, storia e cultura](https://scriptamanentitalia.it/etruschi-origini-storia-cultura/) **Published:** Aprile 7, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Gli Etruschi, la più prospera civiltà dell'Italia pre-romana. Le origini, lo sviluppo, la cultura e il declino in favore di Roma. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origine del nome](#Origine_del_nome) - [Geografia e risorse dell’Etruria](#Geografia_e_risorse_dellEtruria) - [I periodi della storia etrusca](#I_periodi_della_storia_etrusca) - [La lingua e la scrittura etrusca](#La_lingua_e_la_scrittura_etrusca) - [L’Urbanistica e le infrastrutture etrusche](#LUrbanistica_e_le_infrastrutture_etrusche) - [Manifattura e produzione artigianale](#Manifattura_e_produzione_artigianale) - [Religione e mitologia etrusca](#Religione_e_mitologia_etrusca) - [Le origini degli Etruschi](#Le_origini_degli_Etruschi) - [Espansione e dominio degli Etruschi](#Espansione_e_dominio_degli_Etruschi) - [Organizzazione delle città etrusche](#Organizzazione_delle_citta_etrusche) - [Crisi e declino](#Crisi_e_declino) Gli **Etruschi** formarono la nazione **più potente dell’Italia preromana**, sviluppando una civiltà ricca e fiorente. La loro influenza sulla primissima storia di Roma e sull’intera cultura romana è sempre più riconosciuta dagli studiosi e dagli archeologi. Diverse prove suggeriscono che gli Etruschi insegnarono ai Romani moltissime cose, come l’alfabeto, i numeri e diversi elementi dell’architettura, dell’arte, della religione e persino dell’abbigliamento come nel caso della toga, che normalmente viene associata alla cultura romana, ma che è in realtà un’invenzione etrusca. ## Origine del nome I Greci chiamavano gli Etruschi *Tyrsenoi o Tyrrhenoi*, mentre i Latini si riferivano a loro come *Tusci o Etrusci*. Secondo lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, gli Etruschi si chiamavano *Rasenna*, e questa affermazione trova conferma nella parola “*Rasna*“, spesso presente nelle iscrizioni etrusche. ## Geografia e risorse dell’Etruria L’Antica Etruria si trovava nell’Italia centrale ed era delimitata a nord dal fiume **Arno**, a est e a sud dal fiume **Tevere** e a ovest dal **Mar Tirreno**. L’area corrisponde alle odierne zone della **Toscana, del Lazio e dell’Umbria**. Le principali risorse naturali, che furono fondamentali per lo sviluppo del commercio etrusco e per la crescita delle città, erano i ricchissimi giacimenti di minerali metalliferi, presenti sia nelle zone settentrionali che in quelle meridionali. Nell’area meridionale, dove infatti sorsero le prime grandi città etrusche come **Tarquinia e Cere,** i monti della Tolfa fornivano regolarmente rame, ferro e stagno. Questi minerali vennero trovati anche nell’entroterra del Monte Amiata, la più alta montagna delle Toscana, oltre che nelle vicinanze della città di Chiusi. Ma l’area più produttiva fu sicuramente la zona settentrionale, nella catena dei **Monti Metalliferi**, da cui si estraevano enormi quantità di rame e ferro. Anche le foreste costituivano una importantissima risorsa naturale, fornendo legna da ardere per le operazioni metallurgiche e legname per la costruzione delle navi. Gli Etruschi erano inoltre famosi per le loro attività marittime: dominavano regolarmente i mari sulla costa occidentale dell’Italia e avevano una temibile reputazione di **pirati**, temuti per tutto il Mediterraneo. La prosperità etrusca si fondò anche su una solida ed efficiente tradizione e produzione agricola, tanto che, diversi secoli dopo, Scipione l’Africano, organizzando una spedizione contro Annibale, si rifaceva regolarmente ai raccolti etruschi per foraggiare il suo esercito. ## I periodi della storia etrusca Secondo le iscrizioni rinvenute sul luogo, la presenza del popolo etrusco nella regione dell’Etruria si attesta già nel **700 a.C**. Tuttavia, è opinione diffusa che gli etruschi fossero presenti in Italia molto prima di questa data. Tanto è vero che si identificano come antenati degli Etruschi i cosiddetti **Villanoviani**, che vissero in quei luoghi dal IX all’VIII secolo a.C., durante l’età del ferro. Dal momento che nessuna opera letteraria etrusca è sopravvissuta, tutta la cronologia della storia di questo popolo è stata costruita realizzando un **parallelo con quella greca.** Questo perchè gli etruschi entrarono in contatto con la cultura greca nel periodo in cui fu fondata la prima colonia ellenica in Italia, nel 775 a.C. circa, quando i greci dell’isola di Eubea si stabilirono vicino al golfo di Napoli. A partire da questa epoca, furono mano mano importati in Etruria numerosi manufatti greci e mediorientali: così, confrontando i ritrovamenti di oggetti etruschi con i manufatti greci dello stesso periodo, è stato possibile dedurre delle date relativamente precise sullo sviluppo della civiltà etrusca. Così, il periodo della storia etrusca viene tradizionalmente diviso in **periodo orientale**, risalente al VII secolo a.C.; **periodo arcaico**, che corrisponde al VI e alla prima metà del V secolo a.C.; **periodo classico**, dalla seconda metà del V al IV secolo a.C. e **periodo ellenistico**, dal III al I secolo a.C. Dopodiché, la cultura etrusca venne assorbita dalla civiltà romana **durante il I secolo a.C.** e scomparve come entità riconoscibile. ## La lingua e la scrittura etrusca Purtroppo l’etrusco non è sopravvissuto in alcuna opera letteraria e dunque gli storici si rifanno esclusivamente alla letteratura **religiosa**. Anche se le prove sono decisamente poche e frammentarie, in realtà l’etrusco venne conosciuto e studiato **fino al tempo della Roma imperiale**. Ad esempio, l’imperatore Claudio era un grande conoscitore della storia degli Etruschi e scrisse su di loro un’opera perduta in 20 libri, che si basava su fonti preziose ancora conservate ai suoi tempi. La lingua etrusca continuò ad essere utilizzata, soprattutto nel contesto religioso, fino alla tarda antichità e l’ultima testimonianza dell’uso dell’etrusco si individua ai tempi dell’invasione di Roma da parte di **Alarico**, il capo dei Visigoti, **del 410 d.C**, quando alcuni sacerdoti, che conoscevano ancora la divinazione etrusca, furono convocati per evocare dei fulmini contro i barbari. Complessivamente, vi sono più di **10.000 iscrizioni etrusche** conosciute e ogni anno vengono scoperte nuove prove. Si tratta fondamentalmente di brevi descrizioni funerarie su urne cinerarie o nelle tombe o su oggetti dedicati nei santuari. Altre iscrizioni etrusche si trovano incise sul bronzo, dove danno il nome a figure mitologiche o si riferiscono al proprietario dell’oggetto. Anche sulle ceramiche, infine, vi sono iscrizioni, utili per comprendere qualche frammento della lingua etrusca. L’iscrizione più lunga in lingua etrusca è relativa alla cosiddetta **“Mummia di Zagabria”**, trovata in Egitto nel XIX secolo e trasportata in Jugoslavia da un esploratore e oggi conservata nel Museo Nazionale di Zagabria. Si trattava di un libro realizzato in stoffa di lino che ad un certo punto venne tagliato in strisce per avvolgere una mummia. Queste strisce contengono 1300 parole, scritte in inchiostro nero sul tessuto, e rappresentano il testo etrusco più lungo ad oggi conosciuto, contenente un calendario e alcune istruzioni per il sacrificio. Da queste informazioni abbiamo un quadro abbastanza chiaro della **letteratura religiosa etrusca**. Dall’Italia giunge invece un importante testo religioso, inciso su una piastrella **nell’antico sito di Capua**, oltre ad un’iscrizione su una pietra a **Perugia,** contenente un testo di natura giuridica. Le poche iscrizioni bilingue etrusco-latine, tutte di natura funeraria, hanno poca importanza rispetto ai ritrovamenti precedenti per la comprensione globale dell’etrusco. Alcune targhe d’oro trovate nell’antico santuario di **Pyrgi,** ma anche nella città portuale di Cere, ci forniscono invece due testi, uno in etrusco e l’altro in fenicio, di circa 40 parole. Si tratta di un’iscrizione bilingue **paragonabile alle stelle di Rosetta** e ci offrono dati sostanziali per la comprensione dell’etrusco attraverso una lingua conosciuta come il fenicio. In realtà, la credenza sviluppatasi nel corso del ventesimo secolo, secondo la quale la lingua etrusca sia sconosciuta, è fondamentalmente **errata**. **Non esiste alcun problema nel decifrare la lingua etrusca**, tanto che i testi etruschi sono in gran parte perfettamente leggibili. L’alfabeto etrusco deriva infatti da quello greco, originariamente appreso dai Fenici, e venne diffuso in Italia dalle colonie dell’isola di Eubea durante l’VIII secolo a.C., adattandosi alla fonetica etrusca. In realtà, il vero problema con i testi etruschi risiede nella **difficoltà di comprendere** **le forme grammaticali**. Il problema principale deriva dal fatto che non esiste alcuna lingua conosciuta con una parentela stretta con l’etrusco che possa consentirci un confronto affidabile, completo e conclusivo. L’assoluta originalità della lingua etrusca e le conseguenti difficoltà di comprensione erano un problema già noto agli antichi, e anche la linguistica moderna esegue diversi tentativi, molto spesso vani, di collegare l’etrusco a uno dei vari gruppi linguistici nel mondo mediterraneo ed eurasiatico. Esistono alcuni paralleli con le lingue indoeuropee, in particolare con le lingue italiche, ma anche con quelle non indoeuropee dell’area occidentale del Caucaso. Questo significa che l’etrusco, in realtà, non è una lingua totalmente isolata. Le sue radici si intrecciano sicuramente con altre formazioni linguistiche all’interno di un’area geografica che si estende dall’Asia occidentale all’Europa centro-orientale e al Mediterraneo centrale, e gli ultimi sviluppi della lingua potrebbero derivare da un contatto più diretto con le lingue indoeuropee e non indoeuropee dell’Italia. Rimane tuttavia fermo il fatto che l’etrusco non può essere classificato semplicemente come una lingua caucasica, anatolica o indoeuropea, come facciamo con il greco e con il latino, dal momento che la sua struttura ne è profondamente diversa. Le tecniche tradizionalmente utilizzate per comprendere la lingua etrusca sono sostanzialmente **l’etimologico**, che si basa sul confronto delle radici delle parole e degli elementi grammaticali conosciuti con quelli di altre lingue, la tecnica **combinatoria**, dove si analizzano e si interpretano i testi etruschi eseguendo uno studio comparativo all’interno degli stessi testi della stessa lingua, (rimanendo quindi sempre all’interno delle forme grammaticali e delle parole etrusche), e infine la tecnica **bilingue**, dove si confrontano le formule rituali, votive e funerarie etrusche con delle formule analoghe di testi appartenenti al greco, latino o all’umbro. In passato, le scuole linguistiche prediligevano una sola di queste tecniche, ma oggi, grazie ai ritrovamenti più recenti, si utilizza spesso un mix di queste procedure. ## L’Urbanistica e le infrastrutture etrusche La mancanza di una letteratura etrusca e i resoconti contraddittori da parte degli studiosi dell’antica Grecia e dell’antica Roma fanno sì che per la comprensione della storia etrusca, i ritrovamenti archeologici siano fondamentali. I resti archeologici e i contesti nei quali questi vengono trovati rientrano in tre categorie fondamentali: **funerarie, urbane e sacre**. La più grande percentuale di ritrovamenti è sicuramente di natura funeraria. Ecco perché abbiamo molte informazioni sull’idea etrusca relativa all’aldilà e sull’atteggiamento verso i defunti delle famiglie, ma anche le informazioni sugli insediamenti etruschi sono per noi di grande importanza. Le testimonianze meglio conservate appartengono alla città etrusca di **Marzabotto**, vicino a Bologna. Queste rivelano che gli Etruschi furono tra i primi nel Mediterraneo a progettare delle città con un piano a griglia, impostando una strada principale da nord a sud assieme ad un’altra strada principale da est a ovest, cosa poi comune nel mondo romano. Il rituale utilizzato per la fondazione di una città comprendeva **l’innalzamento di mura, di templi e di altre aree sacre**, qualcosa di noto anche ai Romani come “*ritus etruscus*“. Questi piani urbanistici rigidamente organizzati si riscontrano in alcune città etrusche, ma subiscono spesso delle variazioni, soprattutto quando le città etrusche appartengono a precedenti villaggi di epoca villanoviana che hanno dovuto adattarsi all’andamento delle colline. Sotto l’aspetto sacrale, il tempio etrusco viene costruito attraverso una precisa organizzazione, tramandando questo stesso sistema ai Romani. A differenza dei templi greci, quelli etruschi mostravano una chiara differenza tra il fronte e il retro del tempio, con un portico anteriore dotato di un profondo colonnato e una cella. I materiali con cui venivano costruiti i templi erano spesso deperibili, come il legno e i mattoni di fango, ad eccezione delle abbondanti sculture di terracotta che adornavano puntualmente il tempio. I templi meglio conservati sono sicuramente il **Portonaccio a Veio**, risalente al VI secolo a.C., dove si trovano diverse figure mitologiche. Di natura diversa sono gli spettacolari reperti di **Poggio Civitate, vicino a Siena**, dove gli scavi hanno rivelato un enorme edificio del periodo arcaico con mura realizzate in terra battuta. Questo era adornato con figure di terracotta a grandezza naturale sia maschili che femminili, umane e animali. Gli archeologi non sono perfettamente d’accordo sulla natura del sito e non hanno ancora compreso perfettamente se l’edificio fosse un palazzo, un santuario o un luogo per le assemblee civiche. Le più comuni case etrusche presenti nei numerosi siti archeologici includono invece capanne di forma ovale, mentre altre hanno una struttura a pianta rettilinea come quelle che si trovano ad Acquarossa e a Vetulonia. Per quanto riguarda le **necropoli** della zona, queste mostrano occasionalmente segni di una pianta a griglia, come quelle ad Orvieto, risalenti alla seconda metà del sesto secolo a.C. e a Cere, ma più spesso vi è una pianta irregolare. Dal momento che gli Etruschi si impegnarono regolarmente per rendere i loro cimiteri confortevoli per i parenti defunti, questi hanno spesso una struttura simile ai quartieri che ospitavano le case. Così, le tombe di **Cere** sono scavate sotto terra nel morbido tufo vulcanico e hanno non solo finestre, porte, colonne e travi, ma anche mobili scolpiti nella roccia viva. A **Tarquinia**, la tradizione per la decorazione delle tombe ha portato a dipingere le pareti delle camere funerarie con alcuni affreschi che rappresentano banchetti, giochi, balli, musiche e vari spettacoli, a volte in paesaggi all’aperto. Le scene servivano sicuramente per rallegrare l’ambiente, ma facevano probabilmente anche riferimento al tipo di aldilà che ci si aspettava per il defunto. Il concetto di un aldilà “positivo” prevalse soprattutto nel periodo Etrusco arcaico, mentre nei secoli successivi la cultura etrusca deve avere evidentemente avuto un’evoluzione, ritenendo l’aldilà un regno più oscuro, **simile ai nostri Inferi.** Gli affreschi più tardi mostrano infatti il sovrano dell’Ade che indossa un berretto di pelle di lupo e siede in trono accanto a sua moglie, in una scena popolata da diversi demoni e mostri, come si vede nella Tomba dei Demoni Blu scoperta a Tarquinia. Situazione simile alla Tomba di Francois a Vulci, dove vi è una sorta di diavolo dalla pelle blu che aspetta, con il suo martello, di colpire il defunto per portarlo negli inferi. ## Manifattura e produzione artigianale Un tema continuo per il mondo etrusco è il rapporto con i modelli greci. Il confronto con la cultura ellenistica è essenziale, soprattutto alla luce delle enormi quantità di manufatti greci, soprattutto vasi, che sono stati ritrovati in Etruria e che confermano come **l’arte etrusca abbia ampiamente tratto ispirazione da quella greca**, soprattutto nelle ceramiche. Ed è certo che diversi artigiani greci si stabilirono in Etruria, come dimostrano i rapporti di **Plinio il Vecchio,** che cita un nobile corinzio di nome **Demarato** che si trasferì a Tarquinia portando con sé i suoi artisti. Tuttavia, non è corretto dire che l’arte etrusca sia inferiore o si limiti ad **imitare** quella greca, mentre è più giusto considerare l’arte greca, come in altri casi della storia, come portatrice di modelli in grado di ispirare la cultura etrusca. Oltre ai loro originali modi di progettare una città o di costruire un tempio o una tomba, si può notare un processo di produzione della ceramica unico da parte degli etruschi, noto come **bucchero**, dove su un fondo nero lucido sono presenti incisioni decorative, radicalmente diverse dalla concezione standard della produzione greca, che normalmente utilizzava una vernice con un contrasto di rosso di crema sul nero. Nella metallurgia, gli specchi di bronzo, prodotti in quantità dagli etruschi, sembrano essere una sorta di “**industria nazionale etrusca**” che non ha paragoni nel mondo antico, dove gli specchi stessi avevano un lato riflettente convesso e un lato concavo adornato con diverse incisioni che riprendevano i temi della mitologia greca e della vita quotidiana. Anche la moda etrusca aveva molti elementi assolutamente originali, come quello di portare una lunga treccia fino alla schiena, le scarpe a punta e un mantello con l’orlo curvo, che sarà noto ai romani come toga. Infine, gli etruschi sembrano aver avuto un interesse nel **riprodurre le fattezze dei loro parenti** o dei funzionari statali più importanti, dando un grande impulso allo sviluppo della ritrattistica realistica in Italia. ## Religione e mitologia etrusca Il principio essenziale nella religione etrusca era la convinzione che la vita umana fosse immensamente piccola all’interno di un universo controllato da dei, che manifestavano regolarmente la loro natura e la loro volontà gestendo i fenomeni del mondo naturale. Questa credenza si vede benissimo nelle arti rappresentative etrusche, dove vi sono spesso rappresentazioni di terra, mare e aria, dove l’uomo è sistematicamente integrato nell’ambiente. Gli scrittori romani riferiscono che gli etruschi consideravano **qualsiasi elemento**, da un uccello ad una bacca, come una potenziale fonte di conoscenza degli dei. I loro miti spiegano che la tradizione etrusca venne comunicata dagli dei attraverso un profeta, **Tages**, un bambino dai poteri miracolosi ma con le fattezze di un vecchio saggio, che sbucò fuori da un solco arato nei campi di Tarquinia e che rivelò tutti gli elementi della struttura dell’universo, in un modo che i romani chiamarono più tardi “*discipline etrusche”* Le fonti letterarie ed epigrafiche lasciano intravedere una **cosmologia** dove l’immagine del cielo si riflette in aree più piccole sulla terra, persino nelle viscere degli animali. Così, la cupola celeste veniva divisa in 16 compartimenti, abitati da varie divinità: le divinità maggiori posizionate ad est, composte da esseri divini astrali, seguiti da esseri terrestri a sud, esseri infernali ed infausti ad ovest, mentre le divinità più potenti e misteriose, legate all’andamento del destino, abitavano il nord. Tali divinità si manifestavano per mezzo di fenomeni naturali, principalmente i fulmini. Questo macrocosmo si rivelava puntualmente nel microcosmo del fegato degli animali. Il più famoso esempio e conferma di ciò è un modello in bronzo di un fegato di pecora ritrovato nei pressi di Piacenza, dove vi sono incisi i nomi delle divinità, organizzati esattamente in 16 aree. Questa concezione portò all’arte della divinazione, per la quale gli etruschi erano particolarmente famosi in tutto il mondo antico. Azioni sia pubbliche che private venivano decise solo dopo aver interrogato gli dei, e le risposte negative o minacciose richiedevano, per contro, complesse cerimonie protettive La forma più importante di divinazione era **l’aruspicina**, ovvero lo studio dei dettagli dei visceri, specialmente il **fegato** degli animali sacrificali. Seconda per importanza vi era **l’osservazione dei fulmini** e di altri fenomeni celesti, come il volo degli uccelli. Infine, vi era l’interpretazione dei **prodigi**, cioè gli eventi straordinari e meravigliosi osservati nel cielo e sulla terra. Queste pratiche, che vengono esplicitamente attribuite dagli autori antichi alla religione etrusca, vennero massicciamente **importate e adottate dai Romani**. Gli etruschi riconobbero più di 40 divinità, molte ad oggi sconosciute. La natura delle divinità era spesso vaga, e i riferimenti a loro sono pieni di ambiguità sia sui loro attributi che sul loro numero. Alcune furono equiparate ai principali dei greci e romani. Per quanto ne sappiamo, Tin o Tinia era equivalente a Zeus/Giove, Uni a Era/Giunone, Sethlans a Efesto/Vulcano, Turms a Hermes/Mercurio, Turan ad Afrodite/Venere e Menrva ad Atena/Minerva. Tuttavia, le caratteristiche di questi dei erano profondamente diverse dalle controparti greche. Ad esempio, **Menrva** era una divinità immensamente popolare, che proteggeva il matrimonio e il parto, in contrasto con la vergine **Atena**, molto più interessata alla protezione dei maschi. Molti degli dei etruschi avevano poteri di guarigione e talvolta la possibilità di lanciare fulmini. Vi erano poi divinità più simili al mondo greco-romano come **Ercole e Apulu,** evidentemente introdotte direttamente dalla Grecia. ## Le origini degli Etruschi Dal momento che gli Etruschi parlavano una lingua non indoeuropea, pur essendo circondati da popoli indoeuropei come i Latini o gli Umbri, gli studiosi del XIX secolo hanno spesso dibattuto in maniera anche molto aspra sulle origini di questa popolazione del tutto anomala. La disputa è continuata fino al XXI secolo, anche se ora ha perso gran parte della sua forza. Uno dei più grandi studiosi degli Etruschi, Massimo Pallottino, ha osservato che queste discussioni sono ormai diventate sterili, dal momento che il problema è sempre stato posto in maniera errata. È stata infatti posta troppa enfasi sulla provenienza degli Etruschi, aspettandosi una risposta semplice. In realtà, il problema è molto più complesso, e bisognerebbe invece dirigere la propria attenzione alla comprensione della formazione della popolazione etrusca. Il dibattito sull’origine degli Etruschi cominciò già nell’antichità, con l’affermazione di **Erodoto** che li riteneva originari della **Lidia, in Anatolia**, e che identificò il loro leader in Tyrsenos, che diede il suo nome a tutta la razza. I sostenitori di questa teoria, definita “**orientale**“, si basarono soprattutto su prove archeologiche che denotavano una profonda influenza orientale in tutta la cultura etrusca, come vediamo nell’architettura funeraria monumentale o nell’utilizzo di oggetti di lusso in oro, avorio e altri materiali. Ma cronologicamente, l’arrivo di manufatti orientali avvenne quasi 500 anni troppo tardi per dare credito alla migrazione affermata da Erodoto. Si pensò anche ad una improvvisa immigrazione di massa dall’Anatolia, il che è abbastanza spiegabile facendo riferimento alle rotte commerciali stabiliti dai Greci nell’ottavo secolo a.C. Un documento chiave sul quale si basa questa teoria è l’iscrizione sulla stele tombale in pietra trovata sull’isola di **Lemnos**, vicino alla costa dell’Anatolia, che mostra notevoli somiglianze lessicali e strutturali con la lingua etrusca. Ma questo è un documento isolato che risale al VI secolo a.C. e non può da solo costituire una prova definitiva della migrazione affermata da Erodoto dall’Anatolia. Al contrario, viene ora proposto che l’iscrizione di Lemnos possa essere conseguenza di una colonizzazione o di uno scambio tra Etruschi e commercianti anatolici attorno al VI secolo a.C. Una seconda teoria sulle origini etrusche venne proposta da **Dionigi da Alicarnasso**, che rifiutò l’interpretazione di Erodoto, sottolineando che la lingua e i costumi LIdi e quelli degli Etruschi erano molto diversi tra di loro. Dionigi afferma che gli **Etruschi erano autoctoni** e quindi di origine locale italica. Ora, l’accettazione di questa teoria “autoctona” richiede che la cultura villanoviana sia considerata come una fase iniziale della civiltà etrusca. Vero che ci sono collegamenti tra la cultura etrusca e quella dei popoli villanoviani, con le loro abitudini, ma ve ne sono anche con la cultura appenninica seminomade. Vi sono, inoltre, prove crescenti di un periodo di transizione, dalla fine dell’età del bronzo all’inizio dell’età del ferro, in cui si sono verificati sviluppi importanti e dove vengono dimostrate minori commistioni tra gli Etruschi e la cultura villanoviana. In questo periodo si verificò un aumento della popolazione e della ricchezza complessiva, una tendenza a stabilire insediamenti più grandi e permanenti, un’espansione delle conoscenze metallurgiche e un rafforzamento delle tecniche agricole. Il fatto che i ritrovamenti archeologici dipingano l’età villanoviana dominata da uno sviluppo graduale, piuttosto che dal risultato di un’improvvisa invasione o grande immigrazione, sembra dare credito alla **teoria degli Etruschi autoctoni.** Ma ancora una volta, il quadro è offuscato, in quanto tracce villanoviane si trovano anche in diverse aree sparse in tutta Italia, comprese delle zone che sicuramente non vennero colonizzate dagli Etruschi. A queste due teorie antiche, si aggiunse nel XIX secolo una terza che ipotizzava la **migrazione degli Etruschi in Italia dal nord via terra**. Questa teoria **non ha alcun supporto letterario antico** e si basa sulle analogie tra le abitudini e i manufatti delle culture crematorie Villanoviane dell’età del ferro a nord delle Alpi e un dubbio confronto tra il nome dei Rasenna e quello dei Raeti, un popolo che abitava le Alpi centro-orientali nel V secolo a.C. Attualmente, la teoria ha pochi sostenitori, sebbene l’influenza o la presenza di alcuni tipi di armi e elmetti dell’Europa centrale e forme di vasellame in Etruria non vengano negate. Tuttavia, questi elementi sono ora considerati come rappresentativi di un significativo filone nella complessa trama della cultura etrusca, che si sviluppò dall’età Villanoviana all’Orientalizzante. Queste connessioni settentrionali in un certo senso parallele alle influenze greche nei periodi successivi, sia euboiche (VIII secolo a.C.), corinzie (VII secolo), ioniche (VI secolo) o attiche (V secolo). Allo stesso modo, le influenze orientali possono essere facilmente riconosciute, provenienti da aree diverse come Lidia, Urartu, Siria, Assiria, Fenicia ed Egitto. Tuttavia, nessuna di queste connessioni, di per sé, offre alcuna prova convincente delle “origini” etrusche, e la ricerca attuale si concentra maggiormente sulla comprensione dell’interrelazione di queste influenze e del contesto in cui si sviluppò la civiltà in Etruria. ## Espansione e dominio degli Etruschi Le indagini archeologiche rappresentano un’importante fonte di informazioni sulla nascita delle città etrusche durante il periodo villanoviano. Quasi tutte le città etrusche di un certo rilievo storico hanno lasciato tracce di questa fase, ma è nella zona meridionale, specialmente lungo la costa, che si possono rintracciare i primi segni della transizione verso l’urbanizzazione. Si ritiene che **gruppi di capanne sparse** su una o più colline vicine si siano fusi in insediamenti preurbani in quel periodo. (È interessante notare come la forma plurale dei nomi di alcune di queste città, come **Vulci, Tarquinii e Veio**, sembri confermare questa teoria.) Le urne funerarie a forma di capanna con tetti di paglia ritrovate nella zona forniscono un’idea di come fossero fatte le case dei cittadini, mentre la parità dei corredi funerari per uomini e donne suggerisce **l’esistenza di una società sostanzialmente egualitaria**, almeno nelle prime fasi. La cremazione con deposizione delle ceneri in un vaso biconico era una pratica comune già nel periodo proto-villanoviano, ma con il passare del tempo l’inumazione divenne il rito prevalente, tranne che nell’Etruria settentrionale, dove la cremazione resistette fino al primo secolo a.C. Dopo il contatto con i Greci e i Fenici, **l’Etruria conobbe l’arrivo di nuove idee**, materiali e tecnologie. Nel periodo orientalizzante, la scrittura, il tornio da vasaio e l’architettura funeraria monumentale accompagnarono l’aumento della produzione di beni di lusso in oro, avorio e di oggetti commerciali esotici come uova di struzzo, conchiglie di tridacna e maioliche. La tomba Regolini-Galassi a Caere, scoperta nel 1836 in uno stato intatto, rappresenta uno dei massimi esempi del periodo orientalizzante. La camera principale della tomba apparteneva a una signora estremamente ricca, inumata insieme al suo servizio da tavola e a una vasta gamma di gioielli realizzati con granulazione e repoussé. La parola **Larthia** sui suoi oggetti funerari potrebbe indicare il suo nome. Nonostante Caere non avesse una monarchia a quel tempo (cosa che invece era accaduta a Roma o sarebbe accaduta a Caere nel V secolo), era chiaro che la società era diventata nettamente differenziata, non solo in termini di ricchezza, ma anche nella divisione del lavoro. Molti studiosi ipotizzano **l’esistenza di una potente classe aristocratica**, mentre artigiani, mercanti e marinai costituivano una **classe media.** È probabilmente in questo periodo che gli Etruschi iniziarono a utilizzare schiavi “eleganti”, per i quali erano noti. (Diversi autori greci e romani riportano come gli schiavi etruschi vestissero bene e come spesso possedessero le loro case. Si liberavano facilmente e rapidamente salivano di status una volta liberati.) La **rapida crescita della civiltà etrusca** e la sua influenza nel settimo secolo si riflettono nelle cosiddette tombe “**principesche**“, molto simili alla tomba Regolini-Galassi, che sono state scoperte non solo in Etruria a Tarquinia, Vetulonia e Populonia, ma anche lungo il fiume Arno (come a Quinto Fiorentino), nel sud a Praeneste nel Lazio, a Capua e a Pontecagnano in Campania. Le fonti letterarie ci informano che, alla fine del settimo secolo, **Roma stessa cadde sotto il dominio dei re etruschi.** Livio ci racconta dell’arrivo di Tarquinio Prisco, il futuro re, e della sua moglie Tanaquil, ambiziosa e colta, provenienti da Tarquinia. Tanaquil è stata descritta come una figura altrettanto importante quanto la regina Larzia di Caere. Esistono anche prove archeologiche dell’espansione etrusca verso nord nella pianura padana nel sesto secolo. I precedenti sviluppi hanno portato alla **vera urbanizzazione,** con la nascita di **città-stato** dotate di **mura fortificate e di altre opere pubbliche,** sia in Etruria che nelle sue zone di influenza. La Roma dei re etruschi, descritta dettagliatamente da Livio e documentata dagli scavi archeologici, aveva mura di cinta, un foro lastricato, un sistema di drenaggio principale (la Cloaca Maxima), uno stadio pubblico (il Circo Massimo) e un imponente tempio in stile etrusco dedicato a Giove Optimus Maximus. Nel tardo sesto secolo si hanno **le prime tracce di una pianificazione urbanistica** nelle città e nei cimiteri citati in precedenza. Le abitazioni e le tombe, spaziose ma sorprendentemente uniformi, suggeriscono un **maggiore controllo e cooperazione,** e forse segnano un cambiamento nel governo. Le città etrusche, come Roma stessa, potrebbero aver cominciato a rimuovere i propri re in questo periodo, operando sotto un sistema oligarchico con funzionari eletti dalle famiglie nobili. L’affermazione di Catone, l’oratore romano, secondo cui “*quasi tutta l’Italia era un tempo sotto il controllo etrusco”*, è particolarmente applicabile a questo periodo. Senza dubbio, la potenza marittima e il commercio etrusco hanno giocato un **ruolo centrale in questa dominazione**. Gli oggetti etruschi esportati di questo periodo sono stati trovati in **Nord Africa, Grecia, Egeo, Anatolia, Jugoslavia, Francia e Spagna**, e in seguito hanno raggiunto persino il Mar Nero. Anche le rotte terrestri erano ben controllate, soprattutto nel corridoio che attraversava Roma e il Lazio fino a Capua e alle altre città etrusche della Campania. Nel nord Italia, Bologna (Felsina) era la città principale, e le colonie di Marzabotto, Adria e Spina lungo la costa dell’Adriatico rappresentavano importanti snodi lungo la rete commerciale settentrionale. Fin dai primi tempi, gli Etruschi **si trovavano a dover competere con i Greci**, che avevano fondato numerose colonie nell’Italia meridionale a partire dalla fondazione di **Pithekoussai** e Cuma, e con i Fenici, che avevano stabilito **Cartagine** intorno all’800 a.C. I Cartaginesi rivendicavano parti della Sicilia, della Corsica e della Sardegna come zone di influenza e dominavano i mari ad ovest di queste isole fino alla Spagna. Le relazioni commerciali solitamente pacifiche tra queste tre nazioni e l’equilibrio di potere **furono sconvolti**, tuttavia, durante il periodo arcaico, quando arrivarono nuove ondate di coloni greci. I Focei greci fondarono una colonia in Corsica ad Alalia (oggi Aleria), che **minacciò sia gli Etruschi a Caere che i Cartaginesi** e portò ad una coalizione navale tra di loro. La battaglia che seguì nei mari al largo della **Corsica (circa 535 a.C.)** ebbe conseguenze disastrose per i Focei, che sebbene avessero vinto, persero così tante navi che dovettero **abbandonare la loro colonia e trasferirsi nell’Italia meridionale**. I Cartaginesi e gli Etruschi **riaffermarono il loro controllo sulla Corsica**, e la potenza etrusca rimase salda per altri venticinque anni. ## Organizzazione delle città etrusche A partire dal VI secolo a.C., **l’organizzazione territoriale e l’iniziativa politica ed economica** si concentravano in un numero limitato di grandi città-stato situate in Etruria stessa. Queste città-stato, simili alle poleis greche, consistevano in un **centro urbano** e in un territorio di dimensioni variabili. Numerose fonti fanno riferimento ad una lega dei **“Dodici Popoli” dell’Etruria**, creata per scopi religiosi ma con qualche funzione politica; si incontravano annualmente presso il principale santuario degli Etruschi, il **Fanum Voltumnae** o santuario di Voltumna, situato vicino a Volsinii. La posizione precisa del santuario è sconosciuta, ma potrebbe essere stato in una zona vicino alla moderna Orvieto (che molti credono essere l’antica Volsinii). Per quanto riguarda i Dodici Popoli, non è sopravvissuto un elenco preciso di questi (in effetti, sembrano essere variati nel corso degli anni), ma è probabile che provengano dai seguenti principali siti: *Caere, Tarquinii, Vulci, Rusellae, Vetulonia, Populonia – tutti situati vicino alla costa – e Veio, Volsinii, Clusium, Perusia (Perugia), Cortona, Arretium (Arezzo), Faesulae (Fiesole) e Volaterrae (Volterra)* – tutti nell’entroterra. Ci sono anche notizie di **leghe etrusche corrispondenti in Campania e nel nord Italia,** ma è molto più difficile stabilire un elenco di colonie etrusche o città etrusche dalla struttura e organizzazione simili. Nella lega e nelle singole città, sono noti i nomi di **alcune magistrature** come *lauchme, zilath, maru e purth*, anche se c’è poca certezza sui loro precisi compiti. Lauchme (equivalente all’italiano “lucumone”) era il **titolo del re etrusco**. Il titolo di zilath… rasnal, che in latino sarebbe tradotto come “pretore dell’Etruria” e che indicava qualcosa come la “giustizia dell’Etruria”, era evidentemente applicato all’individuo che presiedeva la lega. Gli uomini che ricoprivano queste magistrature appartenevano **all’aristocrazia**, la cui posizione sociale derivava dalla continuità della famiglia. Le formule onomastiche mostrano che le persone libere avevano normalmente due nomi. Il primo era un nome **individuale**, o praenomen (nei maschi, nomi come Larth, Avle, Arnth e Vel erano comuni, mentre nelle femmine si trovavano nomi come Larthia, Thanchvil, Ramtha e Thana); seguiva un **nome di famiglia**, o nomen, derivato da un nome personale o forse dal nome di un dio o di un luogo. Questo sistema era in uso dalla seconda metà del 7 ° secolo, sostituendo l’uso di un singolo nome (come in “Romolo” e “Remo”) e riflettendo la nuova complessità delle relazioni che si sviluppavano con l’urbanizzazione. Gli Etruschi usavano **raramente il cognomen** (soprannome di famiglia) impiegato dai Romani, ma spesso le iscrizioni includono sia il nome del padre (patronimico) che quello della madre (matronimo). Nell’antica Etruria, le **donne avevano uno status elevato** e una libertà senza precedenti rispetto alle loro controparti a Roma e in Grecia. Erano libere di possedere e mostrare pubblicamente oggetti di lusso e abiti costosi, partecipare liberamente alla vita pubblica, partecipare a feste e spettacoli teatrali, ballare, bere e riposare a stretto contatto fisico con i loro mariti sui divani dei banchetti. Quest’ultima pratica, in particolare, era considerata scioccante dai Greci e dai Romani. Inoltre, molte donne etrusche erano **istruite** e alcune erano persino alfabetizzate, come si può dedurre dalle iscrizioni sui loro specchi. Livio descrive anche Tanaquil, moglie di Tarquinio Prisco, come un’esperta nella previsione del futuro. La famiglia aristocratica etrusca riconosceva l’importanza delle donne all’interno del nucleo familiare, una caratteristica che sembra aver contribuito alla stabilità e alla durata della società etrusca. ## Crisi e declino Il periodo tra la fine del 6° e l’inizio del 5° secolo rappresentò una **svolta** per la civiltà etrusca. Durante questo tempo, gli Etruschi attraversarono diverse crisi dalle quali non si ripresero mai del tutto. In effetti, queste furono solo le prime di **numerose sconfitte che avrebbero subito nei secoli successivi**. L’espulsione dei Tarquini da Roma nel 509 A.C. li privò del controllo su una posizione strategica sul Tevere e interruppe la loro via terrestre verso la Campania. Poco dopo, la loro supremazia navale crollò quando la flotta dell’ambizioso **Gerone I di Siracusa** inflisse una sconfitta devastante alle loro navi al largo di Cuma nel 474 A.C. Inoltre, completamente separati dalle città etrusche della Campania, gli Etruschi non furono in grado di impedire che le tribù umbro-sabelliche, che si spostavano dall’interno verso la costa, conquistassero quest’area. Tutte queste **sconfitte** portarono a una forte **depressione economica** e a un’interruzione del commercio per le città costiere e del sud, causando una redirezione del commercio verso il porto adriatico di Spina. La situazione nel sud peggiorò ulteriormente quando Veio entrò **periodicamente in conflitto con Roma**, la sua vicina più prossima, e divenne il primo stato etrusco a **cadere sotto il potere in crescita di questa città nel centro Italia (nel 396 a.C.).** Una certa prosperità era giunta alla valle del Po e alle città adriatiche, ma anche questa vitalità etrusca nel nord fu di breve durata. La progressiva pressione dei **Celti**, che erano penetrati nei territori e si erano insediati nella pianura del Po, alla fine **soffocarono e sconfissero le fiorenti comunità urbane etrusche**, distruggendo quasi completamente la loro civiltà entro la metà del IV secolo a.C. e riportando così gran parte del nord Italia a uno stadio proto-storico della cultura. Nel frattempo, i **Galli Senoni** occuparono saldamente il distretto del **Picenum** sul Mar Adriatico e le incursioni celtiche raggiunsero, da un lato l’Etruria tirrenica e Roma (catturata e bruciata circa nel 390 a.C.), e dall’altro la Puglia. Nel IV secolo a.C., l’Italia antica era stata profondamente trasformata. I popoli italici orientali di ceppo umbro-sabellico **si diffusero sulla maggior parte della penisola**; l’impero siracusano e infine la crescente potenza di Roma avevano **sostituito gli Etruschi** (e le colonie greche del sud Italia) come forza dominante. Il mondo etrusco era stato **ridotto a una sfera circoscritta e regionale**, isolata nei suoi valori tradizionali; questa situazione determinò il suo progressivo passaggio **nel sistema politico di Roma.** In questo contesto, l’Etruria conobbe una ripresa economica e un rilancio dell’aristocrazia. I gruppi di tombe contenevano nuovamente ricchezze e la sequenza di tombe dipinte a Tarquinia, interrotta nel V secolo, riprese. Tuttavia, c’era una nuova atmosfera in queste tombe: ora si trovavano immagini di un aldilà tetro, rappresentato come un mondo sotterraneo **pieno di demoni e sovrastato da nuvole scure**. Nonostante la rinnovata opposizione al potere romano sul Tevere, questa si rivelò **inutile**, come dimostrano le testimonianze storiche di numerosi trionfi e vittorie romane sulle città etrusche, soprattutto a sud. Tarquinio chiese la pace nel 351 A.C. e Caere ottenne una tregua nel 353. Successivamente, si registrarono i trionfi su Rusellae nel 302 e su Volaterrae nel 298, con la sconfitta definitiva di Rusellae nel 294. Anche Volsinii fu attaccata nello stesso anno e subì la devastazione dei suoi campi. Nel frattempo, la società etrusca era **tormentata da conflitti di classe** che causarono la nascita di una cospicua classe di **liberti**, soprattutto nell’Etruria settentrionale, dove si insediarono numerosi piccoli villaggi sui colli. In alcune città, l’aristocrazia chiese l’aiuto di Roma per porre fine alla turbolenta rivolta degli schiavi. Ad esempio, la famiglia nobile dei Cilnii ad Arretium chiese l’aiuto di Roma **durante la rivolta delle classi inferiori nel 302 A.C.** A Volsinii, la situazione **degenerò talmente tanto** che i Romani dovettero marciare e distruggere la città nel 265 A.C., reinsediando i suoi abitanti a Volsinii Novi, oggi Bolsena. Entro la metà del terzo secolo a.C., sembra che **tutta l’Etruria fosse stata pacificata** e saldamente sotto l’egemonia romana. In molti casi, le città etrusche e i loro territori mantenevano una forma di autonomia come stati indipendenti con propri magistrati. Il secondo secolo a.C. fu un periodo tranquillo per l’Etruria, con poche fonti storiche che riportano eventi significativi. Il momento più triste della storia etrusca arrivò nel primo secolo a.C. Nel 90 A.C., Roma **concesse la cittadinanza a tutti i popoli italici,** un atto che di fatto sancì la completa unificazione politica dello stato italico-romano e mise fine alle **ultime pretese di autonomia delle città-stato etrusche**. Inoltre, l’Etruria settentrionale subì una devastazione finale a causa della guerra civile tra Mario e Silla, che si svolse proprio sui suoi territori. Molti etruschi si schierarono con Mario e furono puniti duramente quando Silla trionfò nel 80-79 A.C. A Faesulae, Arretium, Volaterrae e Clusium, il dittatore **confiscò e distribuì terre ai soldati** delle sue 23 legioni vittoriose. I nuovi coloni maltrattarono brutalmente i vecchi abitanti e, allo stesso tempo, sperperarono le loro ricompense militari, finendo inesorabilmente nei debiti. Ci furono rivolte e rappresaglie, ma il processo di romanizzazione non fu completato fino al regno di **Augusto** (31 A.C.-14 D.C.), che portò una nuova stabilità economica e una riconciliazione duratura. In quel periodo, il latino aveva sostituito quasi completamente la lingua etrusca. *.* ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top **Tag:** preromani --- ### [Marco Aurelio Valerio Massenzio](https://scriptamanentitalia.it/marco-aurelio-valerio-massenzio/) **Published:** Novembre 4, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La giovinezza di Massenzio](#La_giovinezza_di_Massenzio) - [I due nuovi Augusti nominarono come nuovi Cesari, Severo e Massimino. ](#I_due_nuovi_Augusti_nominarono_come_nuovi_Cesari_Severo_e_Massimino) - [Ascesa al potere di Marco Aurelio Valerio Massenzio](#Ascesa_al_potere_di_Marco_Aurelio_Valerio_Massenzio) - [La lotta contro Galerio e gli altri pretendenti al trono](#La_lotta_contro_Galerio_e_gli_altri_pretendenti_al_trono) - [La guerra di Marco Aurelio Valerio Massenzio contro Costantino](#La_guerra_di_Marco_Aurelio_Valerio_Massenzio_contro_Costantino) - [La battaglia di Ponte Milvio](#La_battaglia_di_Ponte_Milvio) - [L’eredità di Marco Aurelio Valerio Massenzio](#Leredita_di_Marco_Aurelio_Valerio_Massenzio) Marco Aurelio Valerio Massenzio (283 – 28 ottobre 312 d.C) è stato un **imperatore romano**, il cui regno è durato dal 306 d.C fino alla sua morte avvenuta nel 312 d.C. Venne riconosciuto imperatore dal **Senato di Roma** e regnò sull’Italia e sul nord Africa, mentre altre zone dell’impero non riconobbero la sua autorità. Era figlio dell’ex imperatore Massimiano e genero dell’imperatore Galerio. L’ultima parte del suo regno fu afflitta da una guerra civile che dovette combattere contro Costantino e Licinio. Costantino sconfisse Massenzio nella battaglia del Ponte Milvio del 312 d.C: Massenzio, assieme al suo esercito in fuga, morì presumibilmente annegando nel fiume Tevere. **Massenzio fu l’ultimo imperatore a risiedere stabilmente a Roma**. Durante il suo breve regno, realizzò diverse opere ed infrastrutture: il Tempio del Divino Romolo, la basilica di Massenzio e il circo di Massenzio. ## La giovinezza di Massenzio Massenzio era figlio dell’imperatore Massimiano e di sua moglie Eutropia. Il padre divenne imperatore nel 285 d.C e Massenzio fu considerato il principe ereditario. **Durante la giovinezza non ricoprì incarichi di particolare rilievo**, nè durante il regno di Diocleziano né durante quello di suo padre. Sappiamo solamente che contrasse matrimonio con Valeria Maximilla, la figlia di Galerio, anche se non conosciamo esattamente la data. Ebbe due figli, Valerio Romolo e un altro, di cui non abbiamo informazioni. In quel periodo vigeva il meccanismo della tetrarchia, inventata da Diocleziano. Il sistema prevedeva l’esistenza di un imperatore romano d’Occidente e di un imperatore romano d’Oriente, chiamati “Augusti”. I due Augusti nominavano due vice, chiamati “Cesari”. In un determinato momento, gli Augusti sarebbero andati spontaneamente in pensione, e i due Cesari sarebbero diventati i nuovi Augusti, nominando a loro volta due nuovi Cesari, in un meccanismo teoricamente perfetto, che avrebbe dovuto risolvere il problema della successione imperiale. Nel 305, gli Augusti Diocleziano e Massimiano abdicarono e si ritirarono a vita privata. I loro Cesari, che si chiamavano Costanzo e Galerio, divennero i nuovi Augusti, rispettivamente dell’Impero romano d’Occidente e d’Oriente. ## I due nuovi Augusti nominarono come nuovi Cesari, Severo e Massimino. In realtà, in qualità di figlio di uno degli ex-Augusti, Massenzio si aspettava di essere nominato tra i Cesari, ma l’autore antico Lattanzio ci fa sapere che Galerio odiava Massenzio e che utilizzò tutta la sua influenza su Diocleziano e Massimiano per convincerli ad ignorarlo nella successione. Forse, a prescindere dalle pressioni di Galerio, anche [Diocleziano ](https://bardiromaantica.it/imperatore-diocleziano-riforme-tetrarchia/ "L’imperatore Diocleziano. Le riforme, la tetrarchia, le persecuzioni")pensava che Massenzio non fosse abbastanza qualificato e non avesse ricoperto gli incarichi necessari per poter assumere l’ufficio Imperiale. Massenzio, profondamente contrariato, si ritirò in una tenuta a poche miglia da Roma. Tuttavia, nel 306, Costanzo morì e suo figlio Costantino venne incoronato imperatore direttamente dalle truppe. Costantino inviò una lettera a Galerio per informarlo che le circostanze lo avevano costretto ad assumere la carica Imperiale. Galerio, nonostante non fosse affatto contento del repentino cambiamento, che andava inoltre a contraddire le nomine imposte dalla tetrarchia, accettò il ruolo di Costantino. Questo fatto, tuttavia, costituì un precedente a cui Massenzio decise di appellarsi per reclamare il suo ruolo di imperatore. ## Ascesa al potere di Marco Aurelio Valerio Massenzio Galerio, per far fronte alla complessa situazione economica che gravava nell’impero, decise di sottoporre la popolazione Italica ad una pesante tassazione. L’Italia era sempre stata esente dalle imposte, per via del contributo che gli italici avevano dato alla crescita di Roma. Così, si sviluppò presto una pesante insofferenza da parte del popolo. Quando giunse l’ulteriore notizia che gli imperatori avevano intenzione di sciogliere il corpo dei pretoriani di stanza a Roma, scoppiarono dei disordini. Un gruppo di ufficiali, Marcelliano, Marcello e Luciano, si rivolsero a Massenzio, proponendogli di diventare il nuovo Imperatore, come era accaduto poco prima per Costantino. Massenzio accettò, promettendo donazioni alle truppe: dopo pochi giorni, fu acclamato imperatore a Roma il 28 ottobre del 306 d.C. Nel frattempo, alcuni aristocratici poco convinti delle qualità di Massenzio, raggiunsero l’augusto in pensione, Massimiano, nella sua tenuta in Lucania, chiedendogli di riprendere il potere, ma quest’ultimo rifiutò. Massenzio riuscì a far valere la sua autorità di imperatore in tutta l’Italia centro-meridionale, nelle isole di Corsica, di Sardegna, di Sicilia e nelle province africane, mentre l’Italia settentrionale rimaneva sotto il controllo di Severo, che risiedeva a Milano. **Massenzio si astenne dall’utilizzare i titoli di “Augusto” o di “Cesare”** e preferì autoproclamarsi “Principe imbattuto” nella speranza che l’anziano imperatore Galerio lo nominasse ufficialmente. Tuttavia Galerio, che aveva già dovuto accettare la nomina forzata di Costantino, negò il suo consenso. Al di là dell’antipatia che Galerio dimostrava per Massenzio, la sua azione aveva probabilmente una precisa finalità politica, ovvero quella di non sdoganare il concetto che chiunque avrebbe potuto reclamare la porpora Imperiale sfuggendo al meccanismo della tetrarchia. Galerio prese questa decisione anche per una motivazione prettamente militare: mentre Costantino era alla testa di un numeroso esercito a lui fedele, Massenzio aveva a disposizione solamente poche truppe. Galerio stimò che la sua usurpazione sarebbe stata repressa con relativa facilità. Così, all’inizio del 307, Severo marciò su Roma con i suoi soldati. Tuttavia, la maggior parte dell’esercito che andava a combattere contro Massenzio aveva servito per anni sotto il padre di lui, Massimiano: quando Severo raggiunse Roma, i suoi soldati **lo tradirono e si unirono alla causa di Massenzio**, che concesse agli uomini ingenti donazioni. Nello stesso anno, Massimiano decise di riprendere il potere e tornò a Roma per riassumere la carica Imperiale e sostenere suo figlio: Severo e la restante parte del suo esercito si ritirarono a Ravenna. Poco dopo, i soldati severiani si arresero a Massimiano, in cambio della vita. Dopo la sconfitta di Severo, Massenzio prese possesso dell’Italia settentrionale fino alle Alpi e della zona dell’Istria ad est, autoproclamandosi “Augusto”, un titolo che, con la resa di Severo, era diventato vacante. ## La lotta contro Galerio e gli altri pretendenti al trono Il governo congiunto di Massimiano e Massenzio fu messo in pericolo quando lo stesso imperatore Galerio marciò in Italia, nell’estate del 307, alla guida di un grande esercito, per riuscire laddove Severo aveva fallito. Anche in questo caso, Massenzio convinse i soldati di Galerio a tradire il loro generale, con la promessa di ingenti somme di denaro e grazie all’appoggio di Massimiano. Vedendo che i soldati lo abbandonavano, Galerio fu costretto a ritirarsi, saccheggiando l’Italia sulla via del ritorno. Nel frattempo, Severo venne messo a morte da Massenzio, probabilmente nella città di Tres Tabernae, vicino Roma. Dopo la fallita campagna di Galerio, il regno di Massenzio in Italia e in Africa si consolidò. **Nel frattempo, Massenzio agiva anche a livello diplomatico**: già nel 307 tentò di stabilire rapporti amichevoli con Costantino e nell’estate di quello stesso anno Massimiano si recò nelle Gallie, dove Costantino sposò sua figlia Fausta e dove venne riconosciuto Augusto. Costantino accettò l’incarico, ma cercò anche di scongiurare la completa rottura con Galerio, evitando di sostenere apertamente Massenzio. Nel 308, Massimiano, cambiando evidentemente parere sul valore del figlio, tentò di annullare la sua autorità di fronte ad un’assemblea di soldati a Roma: sorprendentemente per lui, le truppe rimasero fedeli al figlio e Massimiano dovette fuggire da Costantino. Su iniziativa di Galerio, che sentiva il bisogno di ristabilire l’ordine fra gli imperatori, venne indetta la conferenza di Carnuntum: Massenzio si vide nuovamente negare il riconoscimento di legittimo imperatore. Galerio nominò come nuovo Augusto il generale Licinio, a cui diede il compito di riconquistare il dominio sull’Italia. La situazione per Massenzio peggiorò ulteriormente di lì a poco: il generale Alessandro Domizio venne infatti proclamato Imperatore a Cartagine dalle truppe africane. **Così, le province d’Africa si affrancarono dal dominio di Massenzio.** Altre tragedie colpirono Massenzio a livello familiare: nel 309 morì il figlio Valerio Romolo. Massenzio lo fece divinizzare e seppellire nel suo mausoleo sulla via Appia. Nelle vicinanze, Massenzio diede ordine di costruire il circo che avrebbe portato il suo nome, il circo di Massenzio. Nel 309 o nel 310, mancò anche il padre. Nel frattempo, i rapporti con Costantino peggiorarono rapidamente. Massenzio decise allora di allearsi con Massimino per contrastare l’alleanza tra Costantino e Licinio. Il piano di guerra di Massenzio prevedeva l’invasione della Provincia di Rezia, a nord delle Alpi, per dividere le forze di Costantino e Licinio, come ci racconta lo storico antico Zosimo. Tuttavia l’esercito di Costantino si mosse più velocemente, vanificando il progetto di Massenzio. Nel 310, Licinio perse il controllo sull’Istria e non potè continuare la campagna. L’intervento di Galerio sarebbe stato fondamentale, ma alla metà delle 310 il vecchio imperatore era troppo malato per potersi occupare della politica Imperiale e morì poco dopo il 30 aprile del 311 d.C. [![Piranesi Ponte Milvio con cornice](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2020/07/piranesi-pontemilvio-cornice-1024x696.jpg "Piranesi Ponte Milvio con cornice - Scripta Manent Italia")](https://trizioeditore.it/prodotto/ponte-milvio-di-giovanni-battista-piranesi/)**[Ponte Milvio di Giovanni Battista Piranesi](https://trizioeditore.it/prodotto/ponte-milvio-di-giovanni-battista-piranesi/ "Ponte Milvio di Giovanni Battista Piranesi")**La morte di Galerio destabilizzò quanto rimaneva del sistema della tetrarchia. Massimino si mobilitò contro Licinio e conquistò l’Asia minore per poi incontrarlo al fine di concordare delle condizioni di pace. Nel frattempo, Massenzio si dedico a fortificare l’Italia settentrionale contro potenziali invasioni e inviò un piccolo esercito nell’africa del Nord sotto il comando del suo prefetto del Pretorio Rufio Volusiano, che sconfisse e giustiziò l’usurpatore Domizio Alessandro. Massenzio colse l’occasione per impadronirsi delle ricchezze dell’Africa del nord, portando grandi quantità di grano a Roma. Inoltre, rendendosi conto dell’importanza del Cristianesimo, rafforzò il suo sostegno alla comunità cristiana permettendo loro di leggere il nuovo vescovo di Roma, Eusebio. Nonostante gli ultimi successi, il consenso nei confronti di Massenzio non era dei migliori. Massenzio non era riuscito a far presa sulla popolazione Italica e le sue capacità di comando e di gestione venivano messe continuamente in dubbio. La situazione peggiorò nel momento in cui, senza sufficienti entrate fiscali, Massenzio fu costretto a recuperare il progetto di Galerio di sottoporre i popoli italici a tassazione per sostenere il suo esercito e i suoi progetti di costruzione di infrastrutture a Roma. Anche il permesso accordato ai cristiani di eleggere il vescovo di Roma non contribuì a migliorare la sua reputazione: la precedente persecuzione di Diocleziano aveva diviso la chiesa in fazioni in competizione, soprattutto sulla questione della apostasia, ovvero la possibilità da parte di un individuo di rinnegare la sua precedente religione per abbracciare il cristianesimo. **I cristiani italici ritenevano che Massenzio non fosse in grado** e non avesse l’autorità per aiutarli a dirimere queste spinose questioni religiose, mentre guardavano con maggiore interesse a Costantino. ## La guerra di Marco Aurelio Valerio Massenzio contro Costantino Nell’estate del 311, Massenzio approfittò del fatto che Licinio era occupato con i suoi affari in Oriente per mobilitare il suo esercito contro Costantino, dichiarandogli guerra. La reazione di Costantino si concretizzò soprattutto a livello diplomatico: per evitare che Massenzio e Licinio potessero allearsi contro di lui, cercò di portare Licinio dalla sua parte già nell’inverno del 312, offrendogli sua sorella Costanza in matrimonio. Massimino considerò l’accordo fra Costantino e Licinio un affronto alla sua autorità. Così, inviò degli ambasciatori a Roma offrendosi di riconoscere l’autorità Imperiale di Massenzio in cambio di sostegno militare. Si formarono allora due alleanze: Massimino e Massenzio contro Costantino e Licinio. Massenzio si aspettava un attacco lungo il fianco orientale e decise di stazionare con il suo esercito a Verona. Unendo le forze prelevate dall’Africa alla sua guardia pretoriana e alle truppe che aveva ottenuto da Severo, Massenzio poteva contare su un esercito di circa 100.000 soldati. Costantino, per contro, poteva contare solamente su un contingente fra i 25.000 e i 40.000 uomini. La maggior parte delle sue truppe, inoltre, non poteva essere ritirata dalle frontiere del Reno senza esporre il confine settentrionale dell’impero alle incursioni delle tribù Barbariche. **Contro le raccomandazioni dei suoi consiglieri e generali**, Costantino decise che l’unica mossa realmente valida era quella di agire con tutto il suo esercito e con rapidità, cogliendo Massenzio di sorpresa. Non appena il tempo lo permise, nella tarda primavera del 312, Costantino attraversò le Alpi Cozie presso il passo del Moncenisio e raggiunse Susa, una città fortificata che gli chiuse le porte. Costantino operò un assedio e conquistò rapidamente Susa, risparmiandole però il saccheggio. Mentre marciava verso Ovest alla conquista di Torino, Costantino si scontrò con una poderosa forza di cavalleria pesante fedele a Massenzio, costituita prevalentemente da Clibanarii e Catafratti. Costantino fu costretto ad affrontarli: nella battaglia che si scatenò qualche giorno dopo, Costantino permise alla cavalleria nemica di attaccare ed infiltrarsi al centro dei suoi manipoli. Operò poi un rapido accerchiamento dell’avversario, e la sua stessa cavalleria caricò i catafratti di Massenzio sui lati, colpendoli con mazze ferrate. Costantino diede poi ordine alla sua fanteria di avanzare contro il nucleo dell’esercito nemico: gli avversari iniziarono a fuggire e la cavalleria di Costantino potè inseguirli per sterminarli. **La città di Torino decise di appoggiare Costantino** e di sbarrare le porte ai fuggiaschi dell’esercito di Massenzio. Altre città della pianura padana, riconoscendo le vittorie di Costantino e ammirando la sua clemenza, inviarono ambasciatori per congratularsi dei suoi successi. Costantino si trasferì così a Milano, dove venne accolto dalla popolazione con gioia. ## La battaglia di Ponte Milvio Massenzio avrebbe potuto utilizzare la stessa strategia impiegata contro Severo e Galerio, cioè quella di rimanere a Roma e sfruttare le fortificazioni della città per costringere Costantino ad un assedio che, alla lunga, avrebbe stremato il suo esercito. Ma cambiò idea. ![Battaglia Ponte Milvio](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/11/battagliapontemilvio-1024x411.jpg "battagliapontemilvio - Scripta Manent Italia")**Le fonti antiche riferiscono che Massenzio consultò degli indovini**, in particolare i Libri Sibillini, che gli preannunciarono la vittoria. Incoraggiato dai presagi favorevoli e dal fatto che il giorno della battaglia sarebbe stato anche l’anniversario della sua ascesa al trono, Massenzio decise di cambiare strategia e affrontare l’avversario in campo aperto. Gli eserciti di Massenzio e di Costantino si incontrarono presso il Ponte Milvio, il 28 ottobre del 312 d.C. La tradizione cristiana, riportata prevalentemente da Lattanzio e da Eusebio Di Cesarea, sostiene che Costantino ebbe una visione celeste caratterizzata dallo Scudo del Cristo e dalla scritta: “In hoc signo vinces “, “Con questo segno vincerai!”. Il miracolo avrebbe convinto Costantino a far combattere i **suoi uomini sotto le insegne di Gesù Cristo**, in modo che lo stesso Dio dei Cristiani avrebbe protetto il suo esercito. Ovviamente, si tratta di un racconto posteriore alla battaglia, che è stato probabilmente inventato dai suoi biografi ufficiali. Del reale andamento tattico della battaglia di Ponte Milvio non abbiamo molte informazioni: sappiamo che le forze di Costantino sconfissero nettamente le truppe di Massenzio, le quali si ritirarono verso il fiume Tevere, e nel caos del suo esercito in fuga, che tentava disperatamente di attraversare un ponte, Massenzio sarebbe caduto in acqua, annegando. Il suo corpo venne ritrovato il giorno successivo e fu fatto sfilare per la città di Roma, prima di essere inviato in Africa come prova della sua morte. ## L’eredità di Marco Aurelio Valerio Massenzio Dopo la vittoria di Costantino, la figura di Massenzio venne sistematicamente diffamata e il generale venne presentato come un tiranno crudele, sanguinario e altamente incompetente. Sebbene Massenzio non abbia eseguito persecuzioni nei confronti dei Cristiani, ma anzi abbia tentato di collaborare con loro, la propaganda Costantiniana successiva lo dipinse come ostile alla nuova religione. Questa immagine negativa, di cui troviamo tracce in tutti i racconti antichi, ha dominato la visione di Massenzio almeno fino al ventesimo secolo, quando un’analisi più estesa delle fonti, che ha preso in considerazione non solo gli scritti ma anche le monete e le iscrizioni, ci ha riportato un’immagine più equilibrata del personaggio. Massenzio non era certamente un genio politico, ma non eseguì mai persecuzioni nei confronti dei Cristiani. Inoltre, molti edifici di Roma che sono stati attribuiti a Costantino, furono invece fatti innalzare da Massenzio, come la grande Basilica del Foro romano. Una delle principali considerazioni sviluppate a posteriori dagli studiosi e dagli appassionati di storia romana, si fonda sull’ipotesi che Massenzio, contrariamente a Costantino, non avrebbe mai fondato una nuova capitale ma si sarebbe impegnato per dare nuova gloria e potere a Roma. Nel dicembre del 2006, archeologi italiani hanno rinvenuto in un santuario vicino al Colle Palatino, diversi oggetti di fattura Imperiale. Gli oggetti erano avvolti in bende di lino e includono tre lance, quattro giavellotti e un bastone che sembra essere una base per uno stendardo, oltre a tre sfere composte da vetro e calcedonio. **Il ritrovamento più importante fu però uno scettro che regge un globo blu e verde, che si ritiene sia appartenuto allo stesso imperatore**. Queste sono le uniche insegne imperiali mai ritrovate fino a questo momento, oggetti che rappresentano il potere dell’imperatore di cui, fino al 2006, erano visibili solamente in rappresentazioni su monete o in sculture. Clementina Panella, l’archeologa autrice della scoperta, affermò che i manufatti appartenevano chiaramente all’imperatore Massenzio, e in particolare lo scettro, per via della sua pregiata fattura. Secondo la teoria di Panella, le insegne furono nascoste dai sostenitori di **Massenzio** per preservare la memoria dell’imperatore dopo la sconfitta nella battaglia di Ponte Milvio. Gli oggetti sono stati restaurati e sono attualmente in mostra presso il Museo nazionale romano. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Tardo Impero --- ### [Teatro di Mariupol distrutto. Cosa sappiamo in realtà](https://scriptamanentitalia.it/teatro-di-mariupol-distrutto-cosa-sappiamo-in-realta/) **Published:** Marzo 17, 2022 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Nuovo capitolo drammatico nella guerra tra la Russia e l’Ucraina: secondo fonti ucraine, l’esercito Russo avrebbe attaccato un teatro pieno di civili. https://youtube.com/watch?v=dNXK4ak9ZZw ## Cosa dice l’Ucraina Nella giornata di ieri, l’Ucraina ha accusato le forze russe di aver bombardato volontariamente un teatro presso cui i civili si stavano rifugiando nella città meridionale di Mariupol. Il vicesindaco della città**, Sergei Orlov**, ha confermato alla BBC che nell’edificio si erano rifugiate tra le 1000 e le 1200 persone. Le immagini del teatro subito dopo il bombardamento, verificate dalla BBC, hanno effettivamente mostrato danni ingenti ed una colonna di fumo che si alzava dal tetto. Sembra che in attacchi aerei immediatamente precedenti al bombardamento del teatro, i russi abbiano colpito anche un ospedale, una chiesa ed alcuni condomini civili. **L’attacco sembrerebbe ancora più grave in quanto in alcune immagini** satellitari scattate lo scorso 14 marzo, e diffuse dall’agenzia di stampa americana Maxar, gli ucraini avevano scritto sul terreno la parola “**bambini**” in russo, per avvertire i Jet nemici di allontanarsi dall’edificio. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/03/teatro-mariupol.jpg "teatro-mariupol - Scripta Manent Italia")Il consiglio comunale di **Mariupol** ha affermato in una dichiarazione ufficiale che le forze russe stanno distruggendo deliberatamente e cinicamente obiettivi civili, comunicato cui fa eco il presidente dell’Ucraina, **Volodymyr Zelensky** che accusa la Russia di avere la precisa intenzione di colpire la cittadinanza, mentre il ministro degli Esteri ucraino, **Dmytro Kuleba** ha definito l’accaduto come “crimine di guerra.” Intanto, le condizioni generali della città di Mariupol continuano a peggiorare: le autorità locali confermano che almeno 2400 persone sono state uccise dall’inizio della guerra e il numero potrebbe essere stato approssimato per difetto. Molti dei morti vengono seppelliti in improvvisate fosse comuni. Si stima che altri 300 mila residenti siano rimasti intrappolati all’interno della città, senza gas ed elettricità. Inoltre, le scorte di cibo ed acqua stanno rapidamente terminando, dal momento che le truppe russe non hanno consentito la consegna di aiuti umanitari. Anche il presidente del comitato internazionale della Croce Rossa, **Peter Maurer**, ha chiesto di poter raggiungere più facilmente i civili coinvolti nella guerra per portare loro aiuto e soccorso. Maurer, arrivato in Ucraina per una visita di 5 giorni, ha descritto la situazione in città come “un incubo ad occhi aperti.” Le autorità russe, invece, smentiscono: il Ministero della difesa russo ha categoricamente negato di aver effettuato qualsiasi attacco aereo contro il teatro, definendo le dichiarazioni del Ucraina come false e diffamatorie. ## Cosa dice la Russia Secondo la versione russa, sarebbe stato il battaglione **neonazista** Azov ad uccidere gli ostaggi presenti all’interno del teatro. Il generale Igor Konashenkov ha dichiarato infatti che i nazisti del Battaglione Azov tenevano i civili in ostaggio all’interno del teatro per utilizzarli come scudi umani, impiegando i piani superiori della struttura come punti di fuoco. **Konashenkov** ha spiegato che la struttura, tenuto conto del potenziale pericolo per i civili, non è mai stata considerata come un obiettivo da distruggere, e che questa rappresenta una nuova sanguinosa provocazione da parte dei nazisti ucraini che hanno fatto saltare in aria l’edificio attraverso l’utilizzo di mine. **In generale, il Battaglione Azov e tutte le unità paramilitari** ucraine che utilizzano i simboli nazisti della Seconda Guerra Mondiale avrebbero costituito proprio a Mariupol la loro base, proibendo ai civili di fuggire per mettersi in salvo. ![Igor Konashenkov](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/03/Igor_Konashenkov-1024x726.jpg "Igor Konashenkov - Scripta Manent Italia")Igor Konashenkov*Fonti: Cnn – Bbc – Rt.com – Tass – Corriere della Sera* ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Attualità, Esteri **Tag:** Russia, Ucraina --- ### [Il principe Filippo, consorte della regina Elisabetta II, muore a 99 anni](https://scriptamanentitalia.it/il-principe-filippo-consorte-della-regina-elisabetta-ii-muore-a-99-anni/) **Published:** Aprile 9, 2021 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Il 9 aprile è morto il principe Filippo, l’ex ufficiale di marina destinato a svolgere un ruolo di supporto a volte incerto ma incrollabile come marito della regina Elisabetta II d’Inghilterra. La morte al Castello di Windsor è stata annunciata dalla famiglia reale. Era stato recentemente ricoverato in ospedale mentre era in cura per un’infezione e si stava riprendendo dopo un intervento chirurgico al cuore. Quando il principe Filippo salì sul palcoscenico mondiale dopo la seconda guerra mondiale come affascinante corteggiatore dell’allora principessa Elisabetta, fu visto come un vichingo alto, biondo e atletico che avrebbe dato vita alla stantia istituzione della monarchia britannica. Si sposarono nel 1947 e, con l’incoronazione di Elisabetta nel 1953, la coppia incarnò una via da seguire per una potenza mondiale in contrazione che stava vivendo la privazione del dopoguerra e lo smantellamento del suo impero nel mondo. L’attraente giovane regina e il suo focoso marito erano considerati celebrità vere e proprie nel dopoguerra. [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/04/elisabetta1-1024x668.jpg "elisabetta1 - Scripta Manent Italia")](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/04/elisabetta1.jpg)Era amante delle attività all’aperto, cacciatore, amava i cavalli, aviatore e marinaio, e difendeva cause come il servizio pubblico e un programma di fitness per i giovani, la conservazione della fauna selvatica globale e varie organizzazioni sportive. In alcuni casi parlava liberamente, forse troppo per il suo ruolo, come nel caso del despota paraguaiano Alfredo Stroessner nel 1963: “È un piacere vivere in un paese che non è governato dalla sua gente”. Durante un tour in Cina nel 1986, descrisse parti di Pechino come “orribili”. Nel corso degli anni, le sue “esternazioni” e i suoi tentativi di umorismo sono diventati leggendari per il loro cattivo gusto. Durante una visita in Scozia nel 1995, chiese a un istruttore di guida: “Come fai a tenere gli scozzesi lontani dall’alcol abbastanza a lungo da superare il test?” A 90 anni, ha chiesto a un disabile su una sedia a rotelle elettrica: “Quante persone hai fatto cadere questa mattina su quella cosa?” Il principe Filippo non ha mai nascosto il suo disprezzo per i giornalisti scandalistici, che ha accusato di rovinargli la vita e di trasformare le vite sempre più turbolente della famiglia reale britannica in una soap opera. I biografi dipingono una versione molto più complessa del principe Filippo. Lo hanno descritto come un maschio alfa, brusco, a volte scortese – anche con la regina – ma uno che ha lavorato duramente per sostenerla e dare una lucentezza moderna all’istituzione millenaria della monarchia inglese. Oltre a snellire il funzionamento quotidiano di Buckingham Palace, divenne una voce di spicco per l’industria e la tecnologia britanniche. Proprio mentre il principe Filippo si stava preparando a ritirarsi dalla vita pubblica, la serie Netflix “The Crown” è arrivata per far luce sui punti oscuri della sua prima vita matrimoniale. Si diceva che il maschio alfa in gabbia avesse avuto qualche amante. Anche se mai provati, i rapporti hanno fornito la base per gli episodi di “The Crown”. “Ti sei mai fermato a pensare che negli ultimi 40 anni non mi sono mai trasferito da nessuna parte senza un poliziotto che mi accompagna?” disse all’Independent nel 1992. “Allora come diavolo potevo farla franca con una cosa del genere?” A solo un anno dalla sua nascita, la famiglia fu cacciata dalla Grecia mentre suo padre, il principe Andrea stava per essere giustiziato per una pasticciata campagna militare contro la Turchia. Filippo è cresciuto come un bambino “sfollato” in quella che sarebbe diventata una famiglia distrutta. La famiglia visse a Parigi per la maggior parte degli anni ’20, ma Filippo fu mandato in un collegio in Inghilterra quando aveva 8 anni. Poco dopo, sua madre, la principessa Alice, fu ricoverata in un ospedale psichiatrico in Svizzera e suo padre la lasciò. Nel giro di un anno, le quattro sorelle maggiori di Filippo avevano tutte sposato nobili tedeschi. Quando aveva 12 anni, Filippo si trasferì in un nuovo collegio in Germania, Schloss Salem, fondato dal suocero di sua sorella e da un eccentrico ma brillante educatore di nome Kurt Hahn. Hahn, che era ebreo, fuggì in Gran Bretagna dopo un arresto da parte dei nazisti, e poi fondò sulla costa nord-orientale della Scozia una scuola maschile simile con un’enfasi sulla costruzione del carattere. La scuola, Gordonstoun, divenne nota per le difficoltà fisiche subite dai suoi ragazzi, che includevano docce fredde mattutine. Nel 1938, con la guerra alle porte, andò all’Accademia navale britannica a Dartmouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, per seguire una tradizione familiare di servizio navale. Sia suo zio, Louis “Dickie” Mountbatten che suo nonno prima di lui salirono ai ranghi più alti della Royal Navy. Mountbatten servì come comandante supremo alleato nel sud-est asiatico durante la seconda guerra mondiale e divenne l’ultimo viceré dell’India prima dell’indipendenza. Mentre Filippo serviva nella marina britannica durante la guerra, lui ed Elisabetta si scambiarono una corrispondenza e si incontrarono più volte. Filippo disse di non aver preso in considerazione il matrimonio fino al 1946. Al matrimonio della coppia, Filippo divenne Duca di Edimburgo e gli furono assegnati altri titoli. Quando è diventato cittadino britannico, ha perso il titolo greco, ma è stato nominato di nuovo principe, questa volta del Regno Unito, dalla moglie, 10 anni dopo. Filippo amava l’ordine della vita navale e nel 1950 gli fu dato il comando della sua prima fregata, la Magpie. Tim Heald, un altro biografo, ha detto che il comando di Filippo“ fu un successo. Era un duro, e se aveva un difetto era una tendenza all’intolleranza “. Sebbene avesse sposato l’erede al trono britannico, si aspettava che suo suocero, il re Giorgio VI, vivesse per altri 20 anni o più, e non vedeva l’ora di intraprendere una lunga carriera navale. Ma il re si ammalò e anche prima della sua morte nel 1952, Filippo dovette rinunciare alla sua carriera per quella che sarebbe diventata una vita come consorte della regina. Col tempo, è stato leader o membro di oltre 780 organizzazioni, incluso il World Wildlife Fund. In un’intervista del 1992 con l’Independent, era ancora irato al pensiero di aver rinunciato alla sua carriera militare. “Non era mia ambizione essere presidente del comitato consultivo della zecca. Non volevo essere presidente del WWF. Mi è stato chiesto di farlo “, ha detto. “Preferivo di gran lunga essere rimasto in Marina, francamente.” Ha trascorso decenni a promuovere l’industria britannica e, nei suoi tour di fabbriche e stabilimenti, metteva in dubbio il modo in cui veniva gestito un’azienda. Questa posizione polemica divenne un segno distintivo della sua personalità pubblica. Durante un tour in una distilleria vicino a Glasgow durante il quale al principe è stato detto che le bacche di ginepro per fare il gin erano state importate rispose: “Ma santo cielo ci sono cespugli di ginepro in tutta la Scozia. Perché diavolo devi importarli? “ [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/04/filippo2-768x1024.jpg "filippo2 - Scripta Manent Italia")](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/04/filippo2.jpg)Tra il principe e la regina, l’immagine che rimane è quella che il London Independent una volta descriveva come “routine reciprocamente confortevole”. Avevano camere da letto separate per la maggior parte del tempo. Ha tollerato le sue passioni – i corgi gallesi e le corse di cavalli – e lei gli ha permesso di seguire i suoi hobby da solo. Era spesso in tournée all’estero, mentre lei si occupava di compiti vicino a casa. Un amico di Philip, l’artista Hugh Casson, una volta descrisse il principe come un quadro “assolutamente totalmente diretti, senza bighellonare. Colori forti, pennellate vigorose. “ ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Esteri --- ### [La rivoluzione iraniana del 1979](https://scriptamanentitalia.it/rivoluzione-iraniana-del-1979/) **Published:** Agosto 10, 2022 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’incendio del cinema Rex](#Lincendio_del_cinema_Rex) - [Lo scià in esilio](#Lo_scia_in_esilio) - [L’alba della rivoluzione iraniana](#Lalba_della_rivoluzione_iraniana) - [La reazione scomposta del governo](#La_reazione_scomposta_del_governo) - [Il venerdì nero dell’Iran](#Il_venerdi_nero_dellIran) - [Khomeini si trasferisce in Francia](#Khomeini_si_trasferisce_in_Francia) - [Protesta dell’Università di Teheran](#Protesta_dellUniversita_di_Teheran) - [Il discorso dello Scià e il governo militare](#Il_discorso_dello_Scia_e_il_governo_militare) - [Tasu’a e Ashura](#Tasua_e_Ashura) - [Negoziato americano](#Negoziato_americano) - [Lo Scià se ne va](#Lo_Scia_se_ne_va) - [ Il ritorno di Khomeini ](#_Il_ritorno_di_Khomeini) - [Il rifiuto di Bakhtiar e la lotta dei due governi](#Il_rifiuto_di_Bakhtiar_e_la_lotta_dei_due_governi) - [Le donne nella rivoluzione](#Le_donne_nella_rivoluzione) - [Impatto internazionale della rivoluzione](#Impatto_internazionale_della_rivoluzione) **La rivoluzione iraniana nota anche come Rivoluzione islamica** fu una serie di eventi che culminò con il rovesciamento della dinastia Pahlavi sotto lo **Shah Mohammad Reza Pahlavi** e la sostituzione del suo governo con una repubblica islamica sotto il governo dell’**Ayatollah Ruhollah Khomeini**, leader di una delle fazioni in rivolta. La rivoluzione è stata sostenuta da varie organizzazioni di sinistra e islamiste. Dopo il colpo di stato iraniano del 1953, Pahlavi si era allineato con gli Stati Uniti e il blocco occidentale per governare più fermamente come un monarca autoritario. **Fece molto affidamento sul sostegno degli Stati Uniti per mantenere il potere** che infatti mantenne per altri 26 anni. Ciò portò alla Rivoluzione Bianca del 1963 e all’arresto e all’esilio dell’Ayatollah Khomeini nel 1964. Le manifestazioni iniziarono nell’ottobre 1977, trasformandosi in una campagna di resistenza civile che comprendeva elementi sia laici che religiosi. Le **proteste si intensificarono rapidamente nel 1978** a seguito dell’incendio del Cinema Rex, elemento che gli studiosi vedono come l’innesco della rivoluzione, e tra agosto e dicembre dello stesso anno, scioperi e manifestazioni paralizzarono il paese. ## L’incendio del cinema Rex ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/08/Rex_Cinema_Fire-1024x621.jpg "Rex_Cinema_Fire - Scripta Manent Italia")Incendio del Cinema Rex Foto IRNA Pars News AgencyIl Cinema Rex, situato ad Abadan, in Iran, è stato dato alle fiamme il 19 agosto 1978, uccidendo tra le 380 e le 470 persone. L’incendio è iniziato quando quattro uomini hanno cosparso l’edificio di carburante per aeroplani e poi gli diedero fuoco. L’attacco come abbiamo detto fu l’innesco della rivoluzione iraniana del 1979. **È stato il più grande attacco terroristico della storia fino** al massacro del 1990 degli agenti di polizia dello Sri Lanka , che a sua volta è stato superato dagli attacchi dell’11 settembre. La dinastia regnante Pahlavi inizialmente diede la colpa dell’attentato a “marxisti islamici” e in seguito ha riferito che i militanti islamici avevano appiccato il fuoco, mentre i manifestanti anti-Pahlavi hanno incolpato SAVAK, Sazeman-e Ettelaat va Amniyat-e Keshvar, la polizia segreta iraniana. ## Lo scià in esilio Il 16 gennaio 1979, lo Scià lasciò l’Iran per l’esilio come ultimo monarca persiano, passando i suoi poteri a un consiglio di reggenza a **Shapour Bakhtiar**, che era il primo ministro dell’opposizione. L’ayatollah Khomeini è stato invitato di nuovo in Iran dal governo ed è tornato a Teheran salutato con gioia da diverse migliaia di iraniani. Il regno crollò poco dopo, l’11 febbraio, quando guerriglie e truppe ribelli travolsero le truppe fedeli allo Scià in combattimenti armati in strada, **portando Khomeini al potere ufficiale**. L’Iran ha votato con referendum nazionale per diventare una repubblica islamica il 1 aprile 1979 e per formulare e approvare una nuova costituzione teocratico-repubblicana in base alla quale Khomeini divenne il leader supremo del paese nel dicembre 1979. La rivoluzione fu una sorpresa per tutto il mondo. Mancavano molte delle consuete cause di una rivoluzione (sconfitta in guerra, crisi finanziaria, ribellione contadina o militari scontenti), si è verificata in una nazione che stava vivendo una relativa prosperità e produsse profondi cambiamenti con grande velocità. Creò una monarchia anti-occidentale teocratica basata sul concetto di velayat-e faqih, Tutela dei giuristi islamici, a cavallo tra autoritarismo e totalitarismo. Oltre a questo, la rivoluzione creò una rinascita sciita a livello regionale e uno sradicamento dell’egemonia araba sunnita dominante in Medio Oriente. ## L’alba della rivoluzione iraniana Il 7 gennaio 1978 apparve sul quotidiano nazionale Ettela’at un articolo intitolato “*L’Iran e la colonizzazione rossa e nera*” . Scritto con uno pseudonimo da un agente del governo, denunciava Khomeini come un “agente britannico” che cospirava per svendere l’Iran a neocolonisti e comunisti. Dopo la pubblicazione dell’articolo, gli studenti del seminario religioso della città di Qom, irritati per l’insulto a Khomeini, si sono scontrati con la polizia. Secondo il governo, nello scontro sono morte 2 persone, secondo l’opposizione, 70 sono state uccise e oltre 500 sono rimaste ferite. Secondo le usanze sciite, i servizi commemorativi, chiamati chehelom, si devono svolgere 40 giorni dopo la morte di una persona. Incoraggiati da Khomeini, che dichiarò **che il sangue dei martiri deve innaffiare “l’albero dell’Islam”**, I radicali fecero pressioni sulle moschee e sul clero moderato per commemorare la morte degli studenti e sfruttarono l’occasione per generare nuove proteste. La rete di moschee e bazar, da anni utilizzata per lo svolgimento di manifestazioni religiose, si consolida sempre più come organizzazione coordinata di protesta. Il 18 febbraio, 40 giorni dopo gli scontri di Qom, scoppiarono manifestazioni in diverse città. La più grande è stata a Tabriz. **Sono state date alle fiamme simboli “occidentali” e governativi** come cinema, bar, banche statali e stazioni di polizia. Unità dell’esercito imperiale iraniano furono dispiegate in città per ristabilire l’ordine e le vittime, secondo il governo, furono 6, mentre Khomeini affermò che ci furono centinaia di “martiri”. Quaranta giorni dopo, il 29 marzo, sono state organizzate manifestazioni in almeno 55 città, tra cui Teheran. **Con uno schema sempre più prevedibile, sono scoppiate rivolte nelle principali città, e così di nuovo 40 giorni dopo**, il 10 maggio. Ciò portò ad un incidente in cui i commando dell’esercito aprirono il fuoco sulla casa dell’Ayatollah Shariatmadari, uccidendo uno dei suoi studenti. Shariatmadari fece immediatamente un annuncio pubblico dichiarando il suo sostegno a un “governo costituzionale” e un ritorno alle politiche della **Costituzione** del 1906. ## La reazione scomposta del governo ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/08/Mohammad-Reza-Pahlavi-1024x612.jpg "Mohammad-Reza-Pahlavi - Scripta Manent Italia")Mohammad Reza PahlaviLo Scià fu colto **completamente di sorpresa** dalle proteste e, a peggiorare le cose, fu spesso indeciso durante i periodi di crisi, praticamente ogni decisione importante che avrebbe preso si sarebbe ritorta contro il suo governo e **infiammava ulteriormente i rivoluzionari**. Lo Scià decise di proseguire il suo piano di liberalizzazione e di negoziare piuttosto che usare la forza contro il nascente movimento di protesta e promise che si sarebbero tenute elezioni pienamente democratiche per il Majlis nel 1979. La censura fu allentata ed è stata redatta una risoluzione per aiutare a ridurre la corruzione all’interno della famiglia reale e del governo. **Le forze di sicurezza iraniane non avevano ricevuto alcun addestramento né equipaggiamento per il controllo antisommossa dal 1963**. Di conseguenza non è stata in grado di controllare le manifestazioni, quindi l’uso dell’esercito fu massiccio. Ai soldati è stato ordinato di non uccidere, ma ci sono stati casi di soldati inesperti che hanno reagito in modo eccessivo, infiammando la violenza senza per nulla intimidire l’opposizione e ricevendo la condanna ufficiale dallo Scià. Anche l’amministrazione Carter negli Stati Uniti rifiutò di vendere gas lacrimogeni non letali e proiettili di gomma all’Iran. **Lo Scià sentiva sempre più che stava perdendo il controllo** della situazione e sperava di riguadagnarlo attraverso una completa pacificazione. Decise di nominare **Jafar Sharif-Emami** alla carica di primo ministro. Emami fu scelto per i suoi legami con il l’opposizione, sebbene avesse una brutta reputazione legata a fatti di corruzione durante il suo precedente mandato di premier. Sotto la guida dello Scià, Sharif-Emami avviò una politica per “soddisfare le richieste dell’opposizione prima ancora che le facessero”. Il governo abolì il Partito Rastakhiz, legalizzò tutti i partiti politici e liberò i prigionieri politici, aumentò la libertà di espressione, ridusse l’autorità di SAVAK e licenziò 34 dei suoi comandanti, chiuse casinò e locali notturni e abolì il calendario imperiale. Il governo iniziò anche a perseguire la corruzione e i membri della famiglia reale. Sharif-Emami ha avviato negoziati con l’ayatollah Shariatmadari e il leader del Fronte nazionale Karim Sanjabi per aiutare a organizzare le future elezioni. La censura è stata effettivamente interrotta e i giornali hanno iniziato a riferire liberamente sulle manifestazioni, spesso in modo molto critico e negativo nei confronti dello Scià. ## Il venerdì nero dell’Iran ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/08/blackfriday-1024x552.jpg "blackfriday - Scripta Manent Italia")Manifestazione del venerdì neroDopo molte violenze, tra cui la principale dell’incendio del Cinema Rex a mezzanotte dell’8 settembre, lo **Scià ha dichiarato la legge marziale a Teheran e in altre 11 grandi città del Paese**. Tutte le manifestazioni di piazza sono state vietate ed è stato stabilito il coprifuoco notturno. **Al comando era il generale Gholam-Ali Oveissi, noto** per la sua severità. Tuttavia, lo Scià ha chiarito che una volta revocata la legge marziale, intendeva continuare con la liberalizzazione. Tuttavia, 5.000 manifestanti sono scesi lo stesso in piazza, in segno di sfida o perché non avevano ascoltato la dichiarazione, e hanno affrontato i soldati in piazza Jaleh. I militari spararono alcuni colpi di avvertimento in aria ma la folla non si mosse, improvvisamente quindi i colpi furono indirizzati verso le persone. Morirono 64 manifestanti, mentre Oveissi disse che a morire furono 30 soldati uccisi da cecchini. Le manifestazioni e i tumulti continuarono, **i ribelli chiamarono quella giornata: venerdì nero** ## Khomeini si trasferisce in Francia Sperando di rompere i contatti di Khomeini con l’opposizione, lo Scià fece pressioni sul governo iracheno affinché lo espellesse da Najaf. **Khomeini lasciò l’Iraq, trasferendosi invece in una casa acquistata da esiliati iraniani a Neauphle-le-Château, un villaggio vicino a Parigi**. Lo Scià sperava che Khomeini sarebbe stato tagliato fuori dalle moschee di Najaf e dal movimento di protesta. Invece, il piano fallì gravemente. Con collegamenti telefonici e postali francesi superiori (rispetto a quelli iracheni), i sostenitori di Khomeini hanno inondato l’Iran con nastri e registrazioni dei suoi sermoni. Ulteriore danno per lo Scià fu fatto dai media occidentali, in particolare la **BBC inglese**, che ha immediatamente messo Khomeini sotto i riflettori. Khomeini divenne rapidamente un nome familiare in Occidente, dipingendolo come un “mistico orientale” che non cercava il potere, ma cercava invece di “liberare” il suo popolo dall'”oppressione “. Molti media occidentali, di solito critici nei confronti di tali affermazioni, sono diventati uno degli strumenti più potenti di Khomeini. ## Protesta dell’Università di Teheran **Le manifestazioni di piazza sono continuate** con poca risposta da parte dei militari; alla fine di ottobre, i funzionari del governo hanno addirittura ceduto l’Università di Teheran agli studenti. Peggio ancora, l’opposizione si armava sempre più e sparava contro i soldati e attaccava banche ed edifici governativi nel tentativo di destabilizzare il paese. Il 5 novembre, le **manifestazioni all’Università di Teheran** sono diventate sempre più violente dopo lo scoppio di una rissa con soldati armati. In poche ore, a Teheran scoppiò una rivolta su vasta scala. Simboli occidentali come cinema e grandi magazzini, nonché edifici del governo e della polizia, sono stati occupati, saccheggiati e bruciati. **Anche l’ambasciata britannica a Teheran** fu parzialmente bruciata e vandalizzata, e l’ambasciata **americana** subì la stessa sorte. L’evento è diventato noto agli osservatori stranieri come “The Day Teheran Burned”. Molti dei rivoltosi erano giovani adolescenti, spesso organizzati dalle moschee nel sud di Teheran e incoraggiati dai loro mullah ad attaccare e distruggere i simboli occidentali e laici. L’esercito e la polizia, confusi riguardo ai loro ordini e sotto la pressione dello Scià di non rischiare di scatenare violenze, si sono arresi e non sono intervenuti. ## Il discorso dello Scià e il governo militare Il 6 novembre, lo Scià destituì Sharif-Emami dalla carica di primo ministro e scelse di nominare al suo posto un governo militare. Lo Scià scelse il generale **Gholam-Reza Azhari come primo ministro** perché aveva un approccio mite alla situazione. Il gabinetto che avrebbe scelto era militare solo di nome ma consisteva principalmente di **leader** civili. Lo stesso giorno, lo Scià ha tenuto un discorso alla televisione iraniana. Si riferiva a se stesso come Padeshah (“Re maestro”), invece del più grandioso Shahanshah (re dei re), come insisteva per essere chiamato in precedenza. **Il tipo di discorso e la sua sottomissione alle richieste dei manifestanti non fecero altro che infiammare l’opposizione che capì di essere sulla strada giusta.** Khomeini condannò il governo militare e chiese il proseguimento delle proteste. Lui e gli organizzatori della protesta hanno poi pianificato una serie di crescenti proteste durante il mese sacro islamico di Muharram, per culminare con massicce proteste nei giorni di Tasu’a e Ashura, quest’ultima per commemorare il martirio dell’Imam Hussein ibn Ali, il terzo imam musulmano sciita. ## Tasu’a e Ashura Con l’avvicinarsi dei giorni di Tasu’a e Ashura (10 e 11 dicembre), per evitare scontri ancora più forti, lo Scià iniziò a ritirarsi. Nei negoziati con l’Ayatollah Shariatmadari, lo Scià ha ordinato il rilascio di 120 prigionieri politici e l’8 dicembre ha revocato il divieto di manifestazioni di piazza. Furono rilasciati permessi per i manifestanti e le truppe furono rimosse dal percorso del corteo. A sua volta, Shariatmadari promesse che non ci sarebbero state violenze durante le manifestazioni. Il 10 e l’11 dicembre 1978, nei giorni di Tasu’a e Ashura, tra i 6 ei 9 milioni di manifestanti anti-Shah hanno marciato in tutto l’Iran. Secondo uno storico, “anche scontando per esagerazione, queste cifre potrebbero rappresentare il più grande evento di protesta della storia”. ## Negoziato americano L’amministrazione Carter fu sempre più bloccata in un dibattito sul continuare il sostegno alla monarchia. Già a novembre, l’ambasciatore William Sullivan inviò un telegramma a Carter. **Il telegramma dichiarava effettivamente la sua convinzione che lo Scià non sarebbe sopravvissuto** alle proteste e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto considerare di ritirare il loro sostegno al suo governo e persuadere il monarca ad abdicare. Gli Stati Uniti avrebbero quindi aiutato a formare una coalizione di ufficiali militari filo-occidentali, professionisti della classe media e clero moderato, con Khomeini come leader spirituale simile a Gandhi. ## Lo Scià se ne va ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/08/Scia-lascia-Iran-1024x845.jpg "Scia-lascia-Iran - Scripta Manent Italia")Shah e sua moglie Shahbanu Farah lasciano lIran il 16 gennaio 1979Lo Scià voleva primo ministro Shahpour Bakhtiar. Ex oppositore dello Scià, Bakhtiar è stato motivato a entrare nel governo perché era sempre più consapevole delle intenzioni di Khomeini di attuare un governo religioso intransigente piuttosto che una democrazia. Lo Scià continuava a ritardare la sua partenza. Di conseguenza, per l’opinione pubblica iraniana, Bakhtiar è stato visto come l’ultimo primo ministro dello Scià, minando il suo sostegno e la sua identità verso il popolo. Bakhtiar fu denunciato da Khomeini il quale dichiarò che l’accettazione del suo governo equivaleva a “obbedienza ai falsi dei”. La mattina del 16 gennaio 1979 Bakhtiar fu ufficialmente nominato primo ministro. Lo stesso giorno, uno Shah in lacrime insieme alla sua famiglia lasciano l’Iran per l’esilio in Egitto, per non tornare mai più. ## Il ritorno di Khomeini [https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/08/People\_on\_The\_path\_of\_welcoming\_Imam\_Khomeini\_.webm](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/08/People_on_The_path_of_welcoming_Imam_Khomeini_.webm) Il ritorno di Khomeini in IranBakhtiar ha invitato Khomeini a tornare in Iran, con l’intenzione di creare uno stato simile al Vaticano nella città santa di Qom, dichiarando che “avremo presto l’onore di accogliere in casa l’Ayatollah Khomeini”. **Il 1 febbraio 1979 Khomeini tornò a Teheran con un Boeing 747 noleggiato dall’Air France**. La folla di benvenuto di diversi milioni di iraniani era così numerosa che fu costretto a prendere un elicottero dopo che l’auto che lo portava dall’aeroporto fu sopraffatta da una folla entusiasta. **Khomeini ormai era solo il leader indiscusso della rivoluzione**, era diventato quella che alcuni chiamavano una figura “semi-divina”, salutata mentre scendeva dal suo aereo con grida di ‘Khomeini, o Imam, ti salutiamo, la pace sia su di te.’ Quando un giornalista gli ha chiesto cosa sentiva a tornare in patria dopo un lungo esilio, Khomeini ha risposto “Niente”. **Il giorno del suo arrivo Khomeini** ha chiarito il suo rifiuto al governo di Bakhtiar. Il 5 febbraio nella sua sede della Refah School nel sud di Teheran, ha dichiarato un governo rivoluzionario provvisorio, ha nominato il leader dell’opposizione Mehdi Bazargan come suo primo ministro, e ordinò agli iraniani di obbedire a **Bazargan** come dovere religioso. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/08/BazarganMehdi-1024x597.jpg "BazarganMehdi - Scripta Manent Italia")Mehdi Bazargan## Il rifiuto di Bakhtiar e la lotta dei due governi Irritato, Bakhtiar fece un discorso netto. Riaffermandosi il leader legittimo, dichiarò che: *L’Iran ha un governo. Più di questo è intollerabile, sia per me che per qualsiasi altro iraniano. In quanto musulmano, non ho mai sentito che la jihad si riferisse a un musulmano contro altri musulmani… Non darò il permesso all’Ayatollah Khomeini di formare un governo ad interim.* **Le tensioni tra i due governi rivali aumentarono rapidamente**. Per dimostrare il suo sostegno, Khomeini ha chiesto ai manifestanti di occupare le strade di tutto il paese. **Ha anche inviato una lettera ai funzionari americani avvertendoli di ritirare il sostegno a Bakhtiar**. Bakhtiar divenne sempre più isolato, con membri del governo che disertarono le riunioni seguendo Khomeini. L’esercito si stava sgretolando, con la sua leadership completamente paralizzata, incerta se sostenere Bakhtiar o agire per conto proprio, e soldati semplici demoralizzati o disertori. **Il crollo definitivo del governo provvisorio non islamista è avvenuto** alle 14 dell’11 febbraio 1979, quando il Consiglio militare supremo si è dichiarato “neutrale nelle attuali controversie politiche al fine di prevenire ulteriori disordini e spargimenti di sangue”. A tutto il personale militare fu ordinato di tornare alle basi, cedendo di fatto il controllo dell’intero paese a Khomeini. **I rivoluzionari si impadronirono** degli edifici governativi, delle stazioni radio e televisive e dei palazzi della dinastia Pahlavi, segnando la fine della monarchia in Iran. Bakhtiar è scappato dal palazzo sotto una raffica di proiettili, fuggendo dall’Iran sotto mentite spoglie. Fu assassinato da un agente della Repubblica Islamica nel 1991 a Parigi. ## Le donne nella rivoluzione ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/08/donne-rivoluzione-iran-1024x612.jpg "donne-rivoluzione-iran - Scripta Manent Italia")Migliaia di donne furono mobilitate nella rivoluzione, e diversi gruppi di donne parteciparono attivamente insieme alle loro controparti maschili. Non solo partecipando attraverso il voto, le donne hanno contribuito alla rivoluzione attraverso marce, manifestazioni e cantando slogan. L’ayatollah Khomeini disse: “*Voi donne qui avete dimostrato di essere in prima linea in questo movimento. Avete una grande parte nel nostro movimento islamico. Il futuro del nostro paese dipende dal vostro sostegno*“. Ha invocato l’immagine **dell’hijab**, il velo islamico, come simbolo della rivoluzione, dicendo che “*una nazione le cui donne dimostrano con abiti modesti il loro disgusto per il regime dello Scià, una tale nazione sarà vittoriosa*“. I contributi delle donne alle rivoluzioni e le intenzioni dietro questi contributi sono complessi e stratificati. Le motivazioni delle donne per far parte delle rivoluzioni erano complesse e varie tra una pletora di ragioni religiose, politiche ed economiche e le donne provenivano da classi e background diversi. Sono state coinvolte molte donne della classe medio-alta con istruzione occidentale provenienti da famiglie laiche, urbane e professionali, nonché molte donne provenienti da ambienti rurali e della classe operaia. C’erano gruppi vari come i Fida’iyan-i Khalq , e i Mujahedin funzionavano come unità di guerriglia durante le rivoluzioni in opposizione al regime dello Scià. Alcuni sostengono che questa politicizzazione e mobilitazione delle donne abbia reso difficile per il nuovo regime spingerle fuori dalla sfera pubblica e politica. La rivoluzione ha portato a un’apertura senza precedenti per le donne iraniane alla politica e alcuni autori sostengono che ciò ha avuto un impatto duraturo sulla partecipazione politica e sul ruolo delle donne iraniane nella sfera pubblica. ## Impatto internazionale della rivoluzione **A livello internazionale, l’impatto iniziale della rivoluzione fu immenso**. Nel mondo non musulmano, ha cambiato l’immagine dell’Islam, generando molto interesse per l’Islam sia comprensivo che ostile e persino speculazioni sul fatto che la rivoluzione avrebbe potuto cambiare “l’equilibrio di potere mondiale più di qualsiasi evento politico dalla conquista dell’Europa da parte di Hitler”. **La Repubblica islamica si è posizionata** come un faro rivoluzionario sotto lo slogan “né est né ovest, solo Repubblica islamica, “Na Sharq, Na Gharb, Faqat Jumhuri-e Islami”, cioè né modelli sovietici né americani e dell’Europa occidentale, e ha chiesto il rovesciamento del capitalismo, l’influenza americana e l’ingiustizia sociale in Medio Oriente e nel resto del mondo. Le varie circostanze successive sono molto ampie e complesse, non possono essere trattate tutte qui ma ci saranno altri articoli su eventi singoli. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità, Storia Contemporanea, Top --- ### [Perchè la Cina vuole Taiwan? le cause storiche del conflitto](https://scriptamanentitalia.it/perche-cina-vuole-taiwan-cause-conflitto/) **Published:** Agosto 8, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Il rapporto tra la Cina e Taiwan è sempre stato problematico: ma per quale motivo la Repubblica Popolare Cinese lotta da decenni per annettere l'isola di Taiwan? **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La guerra civile cinese: l’origine del conflitto tra Cina e Taiwan](#La_guerra_civile_cinese_lorigine_del_conflitto_tra_Cina_e_Taiwan) - [Il conflitto armato di Taiwan con la Cina comunista](#Il_conflitto_armato_di_Taiwan_con_la_Cina_comunista) - [Lo scontro diplomatico tra Cina e Taiwan](#Lo_scontro_diplomatico_tra_Cina_e_Taiwan) - [Lo scongelamento delle relazioni tra Cina e Taiwan](#Lo_scongelamento_delle_relazioni_tra_Cina_e_Taiwan) - [L’apertura economica tra Cina e Taiwan](#Lapertura_economica_tra_Cina_e_Taiwan) - [Il nuovo raffreddamento dei rapporti tra Cina e Taiwan](#Il_nuovo_raffreddamento_dei_rapporti_tra_Cina_e_Taiwan) Il rapporto tra la **Cina e Taiwan** è sempre stato problematico: ma per quale motivo la Repubblica Popolare Cinese lotta da decenni per annettere l’isola di Taiwan? perché vi è sempre alta tensione tra la Cina e Taiwan? In questo articolo, esploreremo le cause storiche del conflitto tra la Cina e Taiwan ## La guerra civile cinese: l’origine del conflitto tra Cina e Taiwan Le prime testimonianze di rapporti tra Cina e l’isola di Taiwan, anche chiamata **Formosa**, risalgono al periodo del **1500 e 1600**, quando gli esploratori portoghesi, olandesi e spagnoli fondarono le prime città. In seguito, alcuni ufficiali militari discendenti e fedeli alla dinastia degli Imperatori **Ming** eseguirono delle incursioni militari contro la Cina continentale ai danni della dinastia **Qing**. Nell’Ottocento, mano mano che le potenze mondiali si interessavano all’isola di Taiwan per la sua posizione geografica, l’impero cinese prese posizione, fondando la provincia di **Fujian – Taiwan, nel 1887**. Ma la Cina perse quasi subito il controllo dell’isola, in parte per via della decadenza della dinastia Qing, ma soprattutto per la sconfitta nella **prima guerra sino-giapponese** (1894-1895). Taiwan venne così annessa agli inizi del Novecento all’Impero **giapponese**. Dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, Taiwan venne riconsegnata agli alleati, i quali lasciarono l’isola sotto la giurisdizione del **Kuomintang**, partito fondato nel **1912**, e allora guidato dal generale **Chang kai-shek,** che diede al partito una identità particolarmente nazionalista e liberal-capitalista. Chang kai-shek governò l’isola con **particolare durezza**, anche tramite alcuni articoli del codice penale che prevedevano l’incarcerazione e la morte per i comunisti e per chi mostrava segni di disapprovazione nei confronti del governo. Taiwan entrò quasi immediatamente in una guerra civile con la **Cina continentale guidata dal Partito Comunista Cinese (PCC) di Mao Zedong.** Al termine dei combattimenti, i comunisti cinesi, nel 1949, vinsero il conflitto ed istituirono nella Cina continentale la **Repubblica Popolare Cinese**, con capitale **Pechino**: i **nazionalisti del Kuomintang** furono costretti a scappare sull’isola di **Taiwan**, con capitale **Taipei** e con la denominazione di **Repubblica di Cina.** ## Il conflitto armato di Taiwan con la Cina comunista A partire dal 1949, la Cina continentale diretta dal **Partito Comunista cinese** cercò di riconquistare Taiwan, con una serie di operazioni militari che miravano ad occupare punti strategici come le isole di **Kinmen**, di **Hainan** o **Wanshan** per poi sferrare un attacco decisivo contro Taipei. L’esercito di Taiwan, anche grazie al supporto degli **Stati Uniti,** fu in grado di respingere gli attacchi cinesi ed anzi organizzò un contrattacco. Un esercito di 12000 uomini, guidati dal **generale Li Mi**, passò attraverso il territorio della **Birmania** e diede luogo ad atti di **guerriglia** nella Cina meridionale. La situazione si protrasse fino al 1953, quando la Birmania si appellò **all’ONU** e gli stessi americani avviarono delle trattative diplomatiche per convincere Taiwan a dissolvere l’esercito di Li Mi. Di lì a poco, la tensione salì nuovamente. Nella **prima crisi dello Stretto di Taiwan, 1954,** la Repubblica Popolare Cinese bombardò l’arcipelago di **Quemoy**, e conquistò l’isola di **Yijangshan**. Gli Stati Uniti, nuovamente disposti a dare supporto a Taiwan, approvarono praticamente la **“Risoluzione di Formosa”**, con cui sia autorizzava il presidente americano a muovere l’esercito statunitense in difesa dell’isola. Dopo la decisione, la Cina ritirò parte del suo esercito e si giunse ad un accordo durante la conferenza di Bandung (1955). Nella **seconda crisi dello Stretto di Taiwan, 1958**, la Repubblica Popolare Cinese ritornò a bombardare **Quemoy**, mentre Taiwan bombardò la città di **Amoy**, nella Cina meridionale. Gli Stati Uniti diedero nuovamente supporto militare e logistico a Taiwan, seppur rifiutando la richiesta di **Chiang kai-shek** di bombardare direttamente l’artiglieria cinese. Seguì nei mesi successivi una cessate-il-fuoco. Cina e Taiwan, nonostante l’interruzione degli scontri armati, non firmarono alcuna tregua nè trattato di pace ufficiale e la situazione rimase altamente instabile. ## Lo scontro diplomatico tra Cina e Taiwan A partire dalla fine degli anni ’50, lo scontro fra Cina e Taiwan assunse dei toni più **prettamente diplomatici**. Taiwan era fortemente appoggiata dagli **Stati Uniti, dalla NATO ed in generale dal blocco occidentale,** in quanto l’isola poteva essere utilizzata per fare pressione contro la Cina comunista. Significativa fu la visita del presidente americano Dwight Eisenhower assieme a Chiang kai-shek a Taipei nel 1960. La Cina era invece fortemente **isolata**, avendo come oppositori gli stati del blocco occidentale ma anche l’Unione Sovietica. Un significativo cambiamento si verificò nel 1970, quando il presidente americano, **Richard Nixon**, e il segretario di stato**, Henry Kissinger,** decisero che gli Stati Uniti dovevano **aprire il dialogo con la Cina**. Si avviarono così una serie di incontri diplomatici, e gli stati occidentali cominciarono a riconoscere ufficialmente l’esistenza della Repubblica Popolare Cinese. In questo modo, **Taiwan perse gran parte dell’appoggio americano.** Un evento significativo fu quello del consiglio di sicurezza dell’ONU, dove il rappresentante del Kuomintang venne sostituito con uno della Repubblica Popolare Cinese. ## Lo scongelamento delle relazioni tra Cina e Taiwan All’inizio degli anni Ottanta, Cina e Taiwan iniziarono dei timidi tentativi di dialogo. La Repubblica Popolare Cinese propose la **“Politica dei tre collegamenti”: commerciale, postale, turistico**. Taiwan, ancora retta da un intransigente Kuomintang, rispose con la **“Politica dei tre no”: no all’unificazione, no all’indipendenza, no all’uso della forza.** Tuttavia, alcune singole situazioni costituirono la base per una rappacificazione: nel maggio del 1986, il pilota taiwanese di un aereo di linea della China Airlines, fece atterrare il velivolo a Canton, nel sud della Cina, per motivi non ben definiti. Il nuovo presidente del Kuomintang, **Chian Chink-ko**, decise di inviare alcuni delegati di Taiwan a Hong Kong per incontrare gli omologhi cinesi. Questo incontro venne visto come una **svolta** nelle relazioni diplomatiche fra i due stati. Inoltre, a partire dal 1987, Taiwan permise ad alcuni cittadini di eseguire **visite turistiche in Cina**: in questo modo, dopo decenni, parecchie famiglie poterono ricongiungersi. Nel 1990, Cina e Taiwan decisero di intensificare gli accordi diplomatici. Tuttavia, nessuno dei due era disposto a fare un primo passo politico e pubblico. Per questo motivo, Taiwan decise di costituire una società privata, la **Straits Exchange Foundation,** con lo scopo di dialogare informalmente con la Cina. Il partito cinese rispose con la costituzione della **Association for relation across Taiwan Straits.** Le due aziende private, iniziarono così un fitto scambio diplomatico. Questi accordi informali culminarono nel 1992, con il cosiddetto **“Consenso del 1992 “.** Sia la Cina che Taiwan concordavano con l’esistenza di **una sola grande Cina**: il Partito Comunista cinese era disposto ad **annettere** Taiwan lasciandogli una grande **autonomia amministrativa** o rendendola addirittura una provincia autonoma. Il Kuomintang non poteva accettare, preferendo rinunciare all’idea di riconquistare militarmente la Cina continentale, e puntando piuttosto **sull’indipendenza**. Nonostante le inconciliabili posizioni politiche, l’idea di “una sola Cina” costituì tuttavia la base diplomatica per intessere delle relazioni economiche. Si verificò di lì a poco, un passo falso da parte della Cina, detto **terza crisi dello Stretto di Taiwan**, 1996: cercando di forzare la situazione, la Cina eseguì delle esercitazioni militari e missilistiche in occasione delle imminenti elezioni a Taiwan: i cittadini taiwanesi rimasero profondamente indispettiti dal comportamento cinese e i dialoghi si chiusero fino al 1998. ## L’apertura economica tra Cina e Taiwan Nel 2003, il nuovo presidente cinese, **Hu Jintao,** ripropose la politica di una sola Cina, che per i comunisti cinesi significava l’annessione di Taiwan. Dall’altra parte, il nuovo presidente di Taiwan, **Chen Shui-bian**, continuava a proclamare la necessità di una **indipendenza** dell’isola. I cinesi eseguirono delle nuove esercitazioni militari e dei lanci di missili per mettere pressione al governo taiwanese. Chen non si fece intimidire, ma nel 2001 **tolse delle limitazioni commerciali** che vigevano da almeno 50 anni e che costituirono una decisiva svolta per una pacificazione con la Cina. Inoltre, nel 2003, in occasione della guerra in Iraq, la Cina consentì il passaggio di aerei militari taiwanesi sui propri cieli. Dopo alcune dichiarazioni amichevoli di **Hu Jintao,** nel 2004, nel 2005 la Cina ha approvato una **legge anti Secessione.** In questa legge, che era di fatto un manifesto delle intenzioni cinesi nei confronti di Taiwan, si proclamava l’esistenza di una sola Cina, che doveva essere mantenuta attraverso la pace e dunque con una serie di concessioni a Taiwan. La legge prevedeva l’utilizzo della forza solo in caso di dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di Taiwan. La reazione di Taiwan fu duplice: da un lato il **Kuomintang**, dopo decenni di lavoro per ottenere la pace con la Cina, era maggiormente disposta al dialogo. Diversamente, il nuovo e più recente **Partito progressista Democratico**, allora all’opposizione, perseguiva una politica di identità taiwanese separata ed indipendente dalla Cina. Nel 2010, venne stretto uno **storico accordo di natura commerciale**: venivano eliminati diversi dazi doganali, liberalizzati interi settori dell’economia e Taiwan consentì alle multinazionali cinesi di investire in aziende sull’isola. In questo modo si garantiva anche che la Cina, per preservare i propri interessi economici, non avrebbe utilizzato la forza. Nel 2013, vi furono degli **incontri ufficiali** fra i ministri dell’economia dei rispettivi paesi: gli attivisti e i sostenitori del Partito progressista Democratico eseguirono diverse proteste, temendo che l’apertura economica fosse in realtà il preludio ad una annessione politica. Nel 2014 si tenne un incontro ufficiale, nell’ex palazzo imperiale di Nanchino, in Cina, tra il ministro degli affari cinesi **Wang Yu** e il ministro degli affari taiwanesi **Zhang Zhijun**. L’anno dopo, il presidente della Cina in persona, **Xi Jinping**, e il suo omologo taiwanese **Ma Ying,** si incontrarono a **Singapore**. In quella situazione, il presidente cinese propose la politica **“Un paese, due sistemi “** una versione riconfermata di una probabile annessione di Taiwan ma con aperture ancora maggiori rispetto al passato. ## Il nuovo raffreddamento dei rapporti tra Cina e Taiwan I rapporti tra Cina e Taiwan conobbero un nuovo periodo di raffreddamento. Nelle elezioni taiwanesi del 2016, venne infatti eletta **Tsai Ing-Wen,** a capo del **Partito progressista Democratico**, che cambiò radicalmente la politica di Taiwan per una maggiore protezione dell’identità dei suoi cittadini. La risposta cinese fu abbastanza fredda, e altrettanto le azioni del nuovo partito vincitore delle elezioni non facevano ben sperare: uno degli ex presidenti di Taiwan, **Ma Ying-jeou**, particolarmente disposto al dialogo, doveva infatti tenere una serie di visite ufficiali in Cina, ma venne richiamato e l’incontro sostituito da una videoconferenza. Il Partito progressista Democratico eseguì una serie di dichiarazioni formali in cui si augurava la ripresa delle negoziazioni, ma nel XIX congresso del Partito Comunista cinese, il presidente cinese Xa Jinping, riconfermò che la Cina *“non temeva in nessun modo l’indipendenza del Taiwan, essendo perfettamente in grado di impedirla militarmente”*, e si riprometteva di essere disposta al dialogo, solo se lo sarebbe stato anche Taiwan. Al momento, la politica cinese rimane **ferma** nella sua posizione di annettere ufficialmente il Taiwan pur rendendolo una provincia autonoma e a statuto speciale. La politica taiwanese è invece più **indefinita**: Il vecchio Kuomintang, seppure non ammetta candidamente di essere disposto all’annessione, è comunque maggiormente aperto al dialogo, mentre il Partito progressista Democratico insiste su una piena indipendenza dalla Cina. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea --- ### [La guerra in Iraq o seconda guerra del Golfo: riassunto completo](https://scriptamanentitalia.it/guerra-iraq-seconda-guerra-golfo-riassunto/) **Published:** Maggio 28, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La guerra in Iraq, o seconda guerra del Golfo: dall'invasione americana del 2003 alla lunga occupazione del paese fino al ritiro delle truppe USA nel 2011 **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Lo scoppio della guerra](#Lo_scoppio_della_guerra) - [Prima fase della guerra in Iraq: l’invasione USA del 2003](#Prima_fase_della_guerra_in_Iraq_linvasione_USA_del_2003) - [Seconda fase della guerra in Iraq: la lunga occupazione](#Seconda_fase_della_guerra_in_Iraq_la_lunga_occupazione) - [“L’impennata” di Bush e il ritiro delle truppe sotto Barack Obama](#%E2%80%9CLimpennata%E2%80%9D_di_Bush_e_il_ritiro_delle_truppe_sotto_Barack_Obama) La **guerra Iraq o seconda guerra del Golfo Persico (2003-2011)** è stato un conflitto svoltosi in Iraq. Viene diviso tradizionalmente in due fasi. La prima, nel **marzo e aprile del 2003**, durante la quale una forza combinata di soldati degli **Stati Uniti e della Gran Bretagna** invasero l’Iraq, sconfiggendo rapidamente le forze militari irachene e occupando il paese. La seconda fase, molto più lunga, definisce l’occupazione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti e contrastata da ripetute insurrezioni popolari. A partire dal **2007**, gli Stati Uniti ridussero gradualmente la loro presenza militare in Iraq completando il ritiro nel dicembre del **2011**. ## Lo scoppio della guerra **L’invasione irachena del Kuwait, nel 1990**, si era conclusa con la sconfitta dell’Iraq da parte di una coalizione occidentale guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, il ramo iracheno del partito **Ba’ath**, con a capo **Saddam Hussein**, aveva mantenuto il proprio potere, reprimendo le rivolte della minoranza curda all’interno del paese. Per salvare la minoranza curda, l’occidente creò un **rifugio sicuro** nelle regioni dell’Iraq settentrionale. Inoltre, l’ONU decise una serie di sanzioni economiche per ostacolare lo sviluppo di armi di distruzione di massa. Alcune ispezioni guidate dalle Nazioni Unite alla metà degli anni ’90 scoprirono comunque una vasta serie di **armi vietate** e una tecnologia bellica non consentita. Il presidente americano **Bill Clinton, nel 1998**, ordinò il bombardamento di diverse installazioni militari irachene, tramite **l’operazione Desert Fox**. Nonostante l’intervento militare, l’Iraq continuò però a negare l’accesso agli ispettori dell’ONU e nei confronti del paese vennero decise delle nuove sanzioni economiche. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, l’allora Presidente degli Stati Uniti, **George W. Bush sostenne che l’Iraq stava preparando delle armi di distruzione di massa**, informazione che poi si rivelò non veritiera, e accusò l’Iraq di aver fornito sostegno ai gruppi terroristici di al-Qaida, autori degli attentati. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/05/iraq11-1024x603.jpg "iraq11 - Scripta Manent Italia")*George W Bush il presidente USA che decise linvasione dellIraq nel 2003* L’8 novembre del 2002, l’ONU chiese nuovamente di inviare degli ispettori: nonostante l’approvazione dell’Iraq, all’inizio del 2003 il presidente **Bush** e il primo ministro britannico **Tony Blair** dichiararono che il **regime di Saddam Hussein** stava continuando ad ostacolare le ispezioni e che preparava nuove armi. Altri paesi, come la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schroeder, proposero di dare più tempo all’Iraq per smantellare gli armamenti vietati. Tuttavia, il 17 marzo, il presidente Bush dichiarò la fine delle trattative diplomatiche e **diede un ultimatum a Saddam Hussein,** concedendogli 48 ore per lasciare il paese. ## Prima fase della guerra in Iraq: l’invasione USA del 2003 Quando **Saddam Hussein** si rifiutò di lasciare l’Iraq, gli **Stati Uniti** e le forze alleate lanciarono l’attacco, il 20 marzo del 2003. Gli aerei presero di mira dei bunker dove si riteneva si nascondesse Hussein, nel frattempo che altri velivoli attaccavano installazioni governative e militari. La resistenza delle truppe irachene ebbe sfumature diverse: alcune scelsero di non opporsi all’avanzata delle forze della coalizione. Nel sud del paese, i sostenitori del partito **Ba’ath**, noti come **Fedayeen di Saddam**, opposero invece una resistenza strenua sotto forma di guerriglia. Cosa simile avvenne nei pressi della città meridionale di **Bassora**, contro le forze britanniche. Nell’Iraq centrale, un gruppo paramilitare pesantemente armato dispiegò le proprie forze per difendere la capitale Baghdad. Le forze dell’esercito americano avanzavano verso nord ovest, lungo la valle dei fiumi Tigri ed Eufrate. L’esercito statunitense fu costretto a fermarsi a 95 km da **Baghdad**, soprattutto per ripristinare il funzionamento delle proprie linee di rifornimento, mentre nel frattempo gli aerei continuavano i bombardamenti. Dopo una pausa, i soldati USA ripresero la loro avanzata e il 4 aprile conquistarono l’**aeroporto internazionale di Baghdad.** La **resistenza irachena,** seppure piuttosto vigorosa ed inflessibile, aveva il difetto di essere particolarmente disorganizzata e disomogenea, tanto che il 9 aprile gli americani presero il controllo della capitale irachena. Nello stesso giorno, anche **Bassora** dovette arrendersi alle forze britanniche. La città natale di Saddam, **Tikrit**, cadde con poca resistenza il 13 aprile, tanto che Bush dichiarò la fine dei combattimenti il primo maggio. Numerosi leader iracheni furono costretti a fuggire, tallonati dalle forze americane. Saddam Hussein in persona venne catturato il 13 dicembre 2003 e consegnato alle autorità irachene per essere processato per vari crimini contro l’umanità. Condannato, fu giustiziato il 30 dicembre del 2006 per impiccagione. ## Seconda fase della guerra in Iraq: la lunga occupazione Dopo il **crollo del regime di Saddam Hussein**, le principali città dell’Iraq furono coinvolte da saccheggi contro gli uffici governativi e le istituzioni pubbliche, con gravi episodi di violenza. Le forze di occupazione impiegarono grande energia per cercare di ripristinare l’ordine e la legge, continuamente indebolite da attacchi di guerriglia. Se le vittime degli alleati erano state relativamente poche, circa 150 morti entro il primo maggio 2003, il numero di caduti americani, costantemente bersagliati da attacchi improvvisi, **aumentò drasticamente**, raggiungendo il numero di mille all’epoca delle elezioni statunitensi del novembre 2004 e superando i 3000 all’inizio del 2007. **L’economia del paese era in ginocchio**: dopo 35 anni di dittatura, tre grandi guerre e diverse sanzioni economiche, l’Iraq era in rovina. Il paese era gravato da un pesante debito, che superava di gran lunga il suo prodotto interno lordo e persino la sua produzione di petrolio, la principale e unica fonte di reddito. Inoltre, la guerra aveva distrutto gran parte delle strutture produttive. Con grandissima fatica ed innumerevoli sforzi internazionali, l’economia irachena conobbe una tiepida ripresa. Nel frattempo, nelle regioni del sud, diversi leader religiosi locali, che erano fuggiti dal regime di Saddam Hussein, poterono tornare in patria e riprendere il pellegrinaggio nelle città sante di **Najaf e Karbala**. In tutto il paese, gli iracheni iniziarono la dolorosa ricerca dei propri cari, caduti durante il regime di Hussein. Furono scoperte numerose **fosse comuni** con migliaia di corpi. Nel frattempo, gruppi di milizie, come ad esempio l’esercito del Mahdi, formato dal religioso **Muqtadā al-Ṣadr** nell’estate del 2003, continuavano a disturbare le operazioni degli eserciti occupanti, destabilizzando continuamente il paese. La gestione dell’Iraq iniziò ad essere **pesantemente criticata anche negli stessi Stati Uniti**: anche coloro che avevano sostenuto la guerra, si resero conto che il conflitto si era trasformato in un pantano. La pubblicazione su giornali internazionali di soldati statunitensi che torturavano iracheni nella prigione di Abu Ghraib, a ovest di Baghdad, danneggiarono ulteriormente la reputazione di Bush e della sua campagna militare. Inoltre, una commissione statunitense impegnata ad indagare sugli attacchi dell’11 settembre, concluse, nel luglio del 2004, che non vi erano prove della collaborazione tra il Governo di Saddam Hussein e Al-Qaida. Anche la Gran Bretagna, la seconda potenza militare in Iraq, venne investita da inchieste parlamentari. In particolare, un’indagine condotta all’inizio del 2010 dimostrava come alcuni tagli al bilancio militare avevano reso vulnerabili le truppe britanniche Iraq. ## “L’impennata” di Bush e il ritiro delle truppe sotto Barack Obama Ancora convinto della bontà della sua campagna militare, e nonostante le pesanti perdite, un generalizzato calo della violenza in Iraq incoraggiò l’amministrazione americana ad inviare nuovi contingenti militari in Iraq. Così, nel gennaio **2007**, il presidente **Bush** aumentò le truppe statunitensi di altre 20mila unità, in un’operazione militare nota come “impennata”. In realtà, diversi analisti furono critici contro questa decisione, spiegando che la diminuzione delle perdite americane dipendeva da altri fattori, come l’impiego di tecniche di contro insurrezione, l’alleanza di alcune tribù sunnite che si erano schierate a favore delle truppe statunitensi e alcuni trattati di pace stipulati con forze locali, che rappresentavano il vero motivo della diminuzione dei caduti americani. Nel novembre del 2008, il parlamento iracheno, dopo lunghe trattative con gli Stati Uniti, definì una **road map di ritiro delle forze USA dal paese**. Gli americani avrebbero dovuto lasciare le città irachene entro la metà del 2009 e il ritiro dall’Iraq sarebbe stato completato entro il 31 dicembre 2011. Nel febbraio 2009, il neo eletto presidente degli Stati Uniti, **Barack Obama,** annunciò che le forze si sarebbero ritirate entro il 31 agosto 2010 ma già il 18 agosto 2010, le ultime brigate di combattimento si ritirarono dal paese e sul territorio iracheno rimasero 50000 soldati americani come forza di transizione. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/05/stacks.oval_.office.jpg "stacks.oval_.office - Scripta Manent Italia")*Il presidente USA Barack Obama annuncia il ritiro delle truppe dallIraq*Durante l’ultimissima fase dell’occupazione, nell’ottobre 2010, il portale **Wikileaks** fece scoprire al mondo, tramite la pubblicazione di quasi 400 mila documenti militari statunitensi segreti, che le cifre dei caduti iracheni comunicate pubblicamente erano state **pesantemente ridimensionate**. I report tattici e dell’intelligence realizzati dagli americani in Iraq tra il 2004 e il 2009 avevano infatti conteggiato le vittime civili irachene con un numero molto più alto di quello dichiarato pubblicamente. Si venne anche a sapere che nel corso degli anni **eserciti privati** erano stati più volte coinvolti in incidenti e in episodi di violenza e che spesso le forze armate americane avevano ignorato **l’utilizzo della tortura** da parte delle forze di sicurezza irachene. La pubblicazione di tali contenuti **sconvolse l’opinione pubblica mondiale**, anche se alti funzionari militari statunitensi e iracheni condannarono la pubblicazione dei documenti, affermando che tali rivelazioni potevano compromettere la sicurezza del paese. Nel luglio del 2011, gli Stati Uniti provarono a convincere il governo iracheno a lasciare alcune migliaia di truppe per preservare la sicurezza ma l’opinione pubblica irachena e diverse fazioni politiche si dichiararono immediatamente contrarie. Inoltre, i trattati fallirono quando non si trovò un accordo sull’immunità legale dei soldati statunitensi di fronte alla legge irachena. Così, ad ottobre del 2011, il presidente **Obama** annunciò che i restanti 39000 soldati avrebbero lasciato il paese alla fine del 2011. Il 15 dicembre, nel corso di una cerimonia a **Baghdad**, l’esercito americano dichiarò ufficialmente la fine della sua missione e le ultime truppe statunitensi si ritirarono. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [Il grande incendio di Roma del 18 luglio 64 d.C. Tutta la storia](https://scriptamanentitalia.it/grande-incendio-roma-64/) **Published:** Settembre 30, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La storia del grande incendio di Roma del 64 d.C, delle devastazioni che provocarono le fiamme e un'indagine sul comportamento dell'imperatore Nerone. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [I precedenti incendi registrati nella città di Roma](#I_precedenti_incendi_registrati_nella_citta_di_Roma) - [La dinamica del grande incendio di Roma del 64 d.C](#La_dinamica_del_grande_incendio_di_Roma_del_64_dC) - [Il comportamento dell’imperatore Nerone](#Il_comportamento_dellimperatore_Nerone) - [Le ipotesi sul reale andamento dell’incendio](#Le_ipotesi_sul_reale_andamento_dellincendio) Il **grande incendio di Roma** fu un incendio urbano avvenuto il **18 luglio del 64 d.C**, sotto l’imperatore Nerone. L’incendio divampò nelle botteghe dei mercanti che si trovavano attorno al **Circo Massimo**, esattamente la notte del 19 luglio. Dopo 6 giorni l’incendio venne domato, ma prima che si potessero valutare i danni, questo si riaccese e continuò a bruciare per altri tre giorni. All’indomani dell’incendio, **due terzi della città di Roma** erano andati completamente distrutti. Secondo Tacito e soprattutto secondo la tradizione Cristiana successiva, l’imperatore Nerone incolpò della devastazione la comunità cristiana presente in città, dando inizio alla prima persecuzione dell’impero nei confronti dei Cristiani. ## I precedenti incendi registrati nella città di Roma Anche se l’incendio del 64 d.C fu particolarmente devastante ed entrò per sempre Nella storia, Roma aveva una lunga tradizione di incendi precedenti. In particolare: - Nel 6 d.C, un incendio distrusse la stazione dei Cohortes Vigiles - Nel 12 d.C venne distrutta la basilica Julia - Nel 14 d.C venne distrutta la basilica Emilia - Nel 22 d.C un incendio compromise gran parte delle strutture del Campo Marzio - Nel 26 d.C un incendio colpi il colle Celio - Nel 36 d.C un incendio distrusse gran parte del Circo Massimo ## La dinamica del grande incendio di Roma del 64 d.C Secondo lo storico Tacito, l’incendio divampò nelle botteghe dove erano immagazzinati alcuni beni infiammabili, ed in particolare nella regione del **Circo Massimo**, posizionata tra i colli **Celio e Palatino**, nel cuore di Roma. La notte era ventosa e le fiamme si propagarono con particolare rapidità per tutta la lunghezza del Circo Massimo. L’incendio si estese ad un’area composta da strade strette e tortuose e attecchì soprattutto nei condomini vicini. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/circo-massimo-incendio-roma.jpg "circo-massimo-incendio-roma - Scripta Manent Italia") Roma era caratterizzata da grandi condomini, con poco spazio tra l’uno e l’altro, realizzati prevalentemente in legno, e dunque facilmente infiammabili. In quella zona dell’antica Roma non c’erano inoltre dei grandi edifici con particolare spazio, come i templi, che potessero rallentare la diffusione delle fiamme. L’incendio si diffuse poi **lungo le pendici del Palatino e del Celio**, ingrossandosi sempre di più. La popolazione fuggì prima nelle zone che non erano ancora state colpite dall’incendio e poi nei campi aperti e nelle strade rurali che si trovavano nella campagna immediatamente circostante. Diversi saccheggiatori e piromani avrebbero approfittato della situazione per **appiccare ulteriori incendi secondari** tramite il lancio di torce oppure, agendo in gruppo, ostacolando l’adozione delle misure necessarie per rallentare o arrestare l’avanzata delle fiamme. Diverse fonti antiche, soprattutto **Tacito**, ci riportano la presenza di alcuni gruppi che appiccavano sistematicamente fuoco ai condomini non ancora invasi dalle fiamme ed interrogati sul motivo per cui si stavano comportando in quel modo, alcuni responsabili avrebbero detto di essere stati pagati per farlo. Il fuoco si fermò spontaneamente dopo sei giorni di combustione continua. Tuttavia, prima che si riuscisse a capire esattamente da dove avevano avuto origine le fiamme, l’incendio si riaccese e bruciò per altri tre giorni. Dei 14 distretti di Roma, **tre furono totalmente devastati**, altri 7 furono ridotti a cumuli di rovine bruciate e solamente quattro sfuggirono completamente ai danni provocati dalle fiamme. Tra i principali monumenti che vennero totalmente rasi al suolo dalla furia del fuoco vi fu il **tempio di Giove Statore**, la **casa delle vestali,** lo stesso palazzo di Nerone, la Domus transitoria. Anche una importante porzione del Foro venne totalmente rasa al suolo, una zona chiave della città dove vivevano e lavoravano ogni giorno ai senatori romani. ## Il comportamento dell’imperatore Nerone Nell’anno in cui scoppiò il grande incendio di Roma, il 64 d.C, l’imperatore in carica era Nerone. Nerone non godeva di una buona reputazione: dopo cinque anni di amministrazione illuminata, sostenuta dal suo principale consigliere, Seneca, avviò una serie di omicidi e diede il via ad un governo dominato dall’impulsività e dalla propria tirannia personale. Tuttavia, secondo il resoconto di Tacito, al momento dello scoppio delle fiamme Nerone **si trovava lontano da Roma**, e precisamente nella città di **Anzio**. Sembra che Nerone sia tornato al più presto in città prendendo subito quelle misure necessarie per fornire cibo agli sfollati, aprendo addirittura degli edifici pubblici e dei giardini privati per accogliere al meglio i rifugiati. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/incendio-roma-dipinto.jpg "incendio-roma-dipinto - Scripta Manent Italia") L’Imperatore si prodigò in una rapidissima ricostruzione: attraverso l’emanazione di nuove lungimiranti regole edilizie, Nerone avviò la ricostruzione dei principali monumenti che **erano andati distrutti.** Queste misure furono accompagnate anche da alcune leggi volte a frenare gli eccessi della speculazione edilizia: probabilmente l’imperatore tenne conto che a provocare o ad esagerare l’incendio vi furono diversi piromani, mandati appositamente da imprenditori senza scrupoli. Nerone colse l’occasione per tracciare un nuovo piano urbanistico di Roma, che ancora oggi si può scorgere nella pianta della città. Ricostruì gran parte dell’area distrutta e fece costruire un enorme complesso edilizio, sua residenza personale, nota come Domus Aurea, a sostituire la Domus transitoria che era stata mangiata dalle fiamme. ## Le ipotesi sul reale andamento dell’incendio Sull’incendio del 64 d.C abbiamo diversi resoconti storici. I resoconti primari, ovvero quelli redatti dai testimoni oculari dell’incendio, appartenevano a **Fabio Rustico, Marco Rufo e Plinio il Vecchio,** ma purtroppo non sono sopravvissuti. Disponiamo infatti di tre fonti secondarie: **Dione Cassio, Svetonio e Tacito.** Riassumendo le ipotesi sull’andamento dell’incendio, vi sono diverse versioni riguardanti la dinamica delle fiamme e il comportamento dell’imperatore Nerone. **L’ipotesi dell’incendio scatenato per distruggere la città** Una prima ipotesi si basa sulla congettura che Nerone abbia coltivato nel corso del tempo il profondo desiderio, completamente folle, di distruggere la città di Roma. Per questo motivo avrebbe inviato segretamente dei propri piromani che, fingendo di essere ubriachi, avrebbero appiccato le fiamme. Nerone avrebbe osservato dal suo palazzo, sul colle Palatino, la città di Roma che andava a fuoco, addirittura, secondo Dione Cassio, cantando e suonando la lira. Sempre relativamente a questa versione, vengono citati altri luoghi da cui Nerone potrebbe aver cantato, che sono la torre di Mecenate sull’Esquilino o un proprio palco privato in una delle sue residenze. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/nerone-incendio-roma.jpg "nerone-incendio-roma - Scripta Manent Italia") **L’ipotesi dell’incendio per ricostruire Roma** Una seconda ipotesi indica un Nerone motivato a distruggere la città di Roma, ma non per il semplice gusto di vederla distrutta, quanto per poter aggirare la necessità di ottenere il permesso dal Senato e ricostruire la capitale a suo piacimento. **L’ipotesi secondo cui Roma si trovava fuori città** Secondo Tacito, l’incendio fu un puro incidente, dovuto certamente alla poca manutenzione da parte dell’imperatore, ma senza una volontà dolosa. Al momento dello scoppio dell’incidente, Nerone si sarebbe trovato nella sua villa di Anzio, del tutto estraneo alla partenza delle fiamme. **L’ipotesi della colpa riversata sui cristiani** Quest’ultima ipotesi attribuisce a Nerone la volontà di appiccare l’incendio a Roma. Tuttavia, volendo riversare la colpa su qualcun altro e scagionare se stesso dalle accuse, avrebbe preso come capro espiatorio la setta dei Cristiani, che apparivano già particolarmente impopolari ai cittadini romani e praticavano dei rituali abbastanza incomprensibili, che ben si prestavano alla sua accusa. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Impero --- ### [Alboino. Re dei Longobardi](https://scriptamanentitalia.it/alboino-re-dei-longobardi/) **Published:** Marzo 23, 2023 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La salita di Alboino](#La_salita_di_Alboino) - [Il regno di Alboino in Pannonia](#Il_regno_di_Alboino_in_Pannonia) - [La marcia verso la Pannonia](#La_marcia_verso_la_Pannonia) - [Fondazione del Ducato del Friuli ](#Fondazione_del_Ducato_del_Friuli) - [Conquista di Milano](#Conquista_di_Milano) - [Assedio di Ticinum](#Assedio_di_Ticinum) - [Le storie e le leggende](#Le_storie_e_le_leggende) - [La morte di Alboino](#La_morte_di_Alboino) Alboino fu il re dei Longobardi dal 560 al 572 circa. Durante il suo regno i Longobardi terminarono le loro migrazioni stabilendosi in Italia, Alboino conquistò la parte settentrionale della penisola tra il 569 e il 572. Si stabilì in modo duraturo su Italia e Bacino Pannonico, la prima invasione segnò l’inizio di secoli di dominio longobardo, e la seconda e la sua partenza dalla Pannonia pose fine al predominio dei popoli germanici. **Il periodo del regno di Alboino come re in Pannonia dopo la morte di suo padre**, Audoin, fu un periodo di confronto e conflitto tra i Longobardi e i loro principali vicini, i Gepidi. I Gepidi presero inizialmente il sopravvento, ma nel 567, grazie alla sua alleanza con gli Avari, **Alboino inflisse una sconfitta decisiva ai suoi nemici**, le cui terre furono successivamente occupate dagli Avari. Il crescente potere dei suoi nuovi vicini causò tuttavia un certo disagio ad Alboino, che decise quindi di lasciare la Pannonia per l’Italia, sperando di approfittare della vulnerabilità dell’Impero bizantino nella difesa del proprio territorio sulla scia della guerra gotica. **Dopo aver raccolto una numerosa coalizione di popoli**, Alboino nel 568 attraversò le Alpi Giulie, entrando in un’Italia quasi indifesa. Prese rapidamente il controllo di gran parte del Veneto e della Liguria. Nel 569, incontrastato, conquistò la principale città del nord Italia, Milano. Pavia oppose però una dura resistenza e fu presa solo dopo un assedio durato tre anni. Durante quel periodo Alboin rivolse la sua attenzione alla Toscana, ma iniziarono a manifestarsi sempre più segni di ribellione tra i suoi sostenitori e il controllo di Alboino sul suo esercito iniziò a diminuire. Alboino fu assassinato il 28 giugno 572, in un colpo di stato istigato dai bizantini. Fu organizzato dal fratello adottivo del re, Helmichis, con il sostegno della moglie di Alboino, Rosamunda, figlia del re Gepide che Alboino aveva ucciso alcuni anni prima. Il colpo di stato fallì di fronte all’opposizione della maggioranza dei Longobardi, che elesse Clefi come successore di Alboino, costringendo il nobile Elmichi e Rosamunda a fuggire a Ravenna sotto la protezione imperiale. **La morte di Alboino privò i Longobardi dell’unico condottiero** che avrebbe potuto tenere unita la neonata entità germanica, l’ultimo della stirpe di re-eroi che avevano guidato i Longobardi nelle loro migrazioni dalla valle dell’Elba per l’Italia. Per molti secoli dopo la sua morte l’eroismo di Alboino e il suo successo in battaglia furono celebrati nella poesia epica sassone e bavarese. ## La salita di Alboino I Longobardi sotto il re Vacone emigrarono verso l’est della Pannonia, approfittando delle difficoltà in cui versava il Regno Ostrogoto in Italia in seguito alla morte del suo fondatore, Teodorico, nel 526. La morte di Vacone nel 540 circa portò al trono suo figlio Walthari, ma, **poiché quest’ultimo era ancora minorenne, il regno fu guidato in sua vece dal padre di Alboino, Audoino**, del clan Gausiano. Sette anni dopo Walthari morì, dando ad Audoino l’opportunità di incoronarsi e rovesciare i Letingi. **Alboino nacque probabilmente nel 530 in Pannonia**, figlio di Audoino e di sua moglie Rodelinda. Come suo padre, Alboino fu allevato come pagano, anche se Audoino a un certo punto aveva tentato di ottenere il sostegno bizantino contro i suoi vicini professandosi cristiano. Alboino prese come prima moglie la cristiana Clodosvinta, figlia del re franco Clotario. **Questo matrimonio, che ebbe luogo subito dopo la morte del sovrano franco**, questo pare sia dovuto alla decisione di Audoino di prendere le distanze dai Bizantini, tradizionali alleati dei Longobardi, che erano stati tiepidi quando si trattava di sostenere Audoino contro i Gepidi. **La nuova alleanza franca era importante a causa della nota ostilità** dei Franchi nei confronti dell’impero bizantino, fornendo ai Longobardi più di un’opzione. Tuttavia, la Prosopografia del Tardo Impero Romano interpreta eventi e fonti in modo diverso, ritenendo che Alboino sposò Clodosvinta quando era già re nel 561 o poco prima, anno della morte di Clotario. **Alboino si distinse per la prima volta sul campo di battaglia in uno scontro** con i Gepidi. Nella battaglia di Asfeld (552), uccise Turismod, figlio del re Gepide Thurisind , in una vittoria che portò all’intervento dell’imperatore Giustiniano per mantenere l’equilibrio tra le potenze regionali rivali. Dopo la battaglia, secondo una tradizione riportata da Paolo Diacono, per avere il diritto di sedere alla tavola del padre, Alboino dovette chiedere l’ospitalità di un re straniero e donare le sue armi, come era consuetudine. Per questa iniziazione si recò alla corte di Turisindo. Walter Goffart ritiene probabile che in questa narrazione Paolo stesse facendo uso di una tradizione orale, ed è scettico sul fatto che possa essere liquidato semplicemente come un tipico topos di un poema epico. ## Il regno di Alboino in Pannonia Alboino salì al trono dopo la morte del padre, tra il 560 e il 565. Come era consuetudine tra i Longobardi, Alboino prese la corona dopo un’elezione da parte degli uomini liberi della tribù, che tradizionalmente sceglievano il re dal clan del sovrano defunto. **Poco dopo, nel 565, scoppiò una nuova guerra con i Gepidi**, ora guidati da Cunimundo, figlio di Thurisind. La causa del conflitto è incerta, poiché le fonti sono divise, il longobardo Paolo Diacono accusa i Gepidi, mentre lo storico bizantino Menandro Protettore attribuisce la colpa ad Alboino, interpretazione favorita dallo storico Walter Pohl. **Un resoconto della guerra del bizantino Teofilatto Simocatta sentimentalizza le ragioni del conflitto**, sostenendo che ebbe origine dal vano corteggiamento di Alboino e dal successivo rapimento della figlia di Cunimundo, Rosamunda, che Alboino sposò. Il racconto è trattato con scetticismo da [Walter Goffart](https://en.wikipedia.org/wiki/Walter_Goffart), il quale osserva che è in conflitto con l’Origo Gentis Langobardorum, dove si indica che fu catturata solo dopo la morte del padre. I Gepidi ottennero il sostegno dell’Imperatore in cambio della promessa di cedergli la regione di Sirmio, sede dei re Gepidi. Così nel 565 o 566 il successore di Giustiniano Giustino II inviò suo genero Baduario come magister militum (comandante sul campo) per guidare un esercito bizantino contro Alboino a sostegno di Cunimundo, portando alla completa sconfitta dei Longobardi. **Di fronte alla possibilità dell’annientamento**, Alboino strinse un’alleanza nel 566 con gli Avari sotto Bayan I, dovendo accettare alcune dure condizioni: gli Avari pretesero un decimo del bestiame dei Longobardi, metà del bottino di guerra e alla fine della guerra tutte le terre detenute dai Gepidi. I Longobardi giocarono sulla preesistente ostilità tra Avari e Bizantini, sostenendo che questi ultimi fossero alleati dei Gepidi. **Cunimundo, d’altra parte, incontrò ostilità quando chiese ancora una volta l’assistenza militare all’imperatore**, poiché i bizantini erano stati irritati dal fallimento dei Gepidi nel cedere loro Sirmio, come era stato concordato. Inoltre, Giustino II si stava allontanando dalla politica estera di Giustiniano e credeva di trattare in modo più rigoroso con stati e popoli confinanti. I tentativi di placare Giustino II con i tributi fallirono e, di conseguenza, i bizantini si mantennero neutrali se non addirittura favorevoli agli Avari. **Nel 567 gli alleati fecero la loro mossa finale contro Cunimudo**, mentre Alboino invadeva le terre dei Gepidi da nord-ovest, Bayan attaccava da nord-est. Cunimundo tentò di impedire ai due eserciti di unirsi muovendosi contro i Longobardi e scontrandosi con Alboino vicino i fiumi Tibisco e Danubio. I Gepidi furono sconfitti nella battaglia che ne seguì, il loro re ucciso da Alboino e la figlia di Cunimundo, Rosamunda presa prigioniera, secondo quanto riportato nell’Origo. **La completa distruzione del regno dei Gepidi fu completata dagli Avari**, che sconfissero i Gepidi a est. Di conseguenza, i Gepidi cessarono di esistere come popolo indipendente e furono in parte assorbiti dai Longobardi e dagli Avari. Qualche tempo prima del 568, la prima moglie di Alboino, Clodosvinta, morì e, dopo la sua vittoria contro Cunimundo, Alboino sposò Rosamunda, per stabilire un legame con i restanti Gepidi. La guerra segnò anche uno spartiacque nella storia geopolitica della regione, in quanto, insieme alla migrazione longobarda dell’anno successivo, segnò la fine di sei secoli di dominio germanico nel bacino pannonico. ## La marcia verso la Pannonia Nonostante il suo successo contro i Gepidi, Alboino non era riuscito ad aumentare il suo potere, e ora si trovava di fronte a una minaccia molto più forte da parte degli Avari. Gli storici considerano questo il fattore decisivo che avrebbe convinto Alboino a intraprendere una migrazione, anche se vi sono indicazioni che prima della guerra con i Gepidi stesse maturando la decisione di partire per l’Italia, paese che migliaia di Longobardi avevano visto negli anni Cinquanta quando vennero assoldati dai bizantini per combattere nella guerra gotica. Inoltre, i Longobardi avrebbero saputo della debolezza dell’Italia bizantina, che aveva sopportato una serie di problemi dopo essere stata riconquistata dai Goti. **In particolare la cosiddetta Peste di Giustiniano aveva devastato la regione** e il conflitto rimase endemico. Tuttavia, i Longobardi vedevano l’Italia come una terra ricca che prometteva grandi bottini, beni di cui Alboino si serviva per radunare un’orda che comprendeva non solo Longobardi ma molti altri popoli della regione, tra cui Eruli, Suebi, Gepidi, Turingi, Bulgari, Sarmati, i restanti romani e alcuni Ostrogoti. Ma il gruppo più importante, oltre ai Longobardi, erano i Sassoni, di cui 20.000 guerrieri maschi con le loro famiglie parteciparono al viaggio. La migrazione longobarda ebbe inizio il lunedì di Pasqua, 2 aprile 568. La scelta di unire la partenza a una festa cristiana può essere compresa nel contesto della recente conversione di Alboino al cristianesimo ariano, come attestato dalla presenza di missionari goti ariani alla sua corte. È probabile che la conversione sia stata motivata principalmente da considerazioni politiche, e intesa a consolidare la coesione della migrazione, distinguendo i migranti dai romani cattolici. Inoltre collegò Alboino e il suo popolo all’eredità gotica, ottenendo così l’appoggio degli Ostrogoti che prestavano servizio nell’esercito bizantino come federati. È stato ipotizzato che la migrazione di Alboino possa essere stata in parte il risultato di una chiamata degli Ostrogoti sopravvissuti in Italia. ## Fondazione del Ducato del Friuli I Longobardi penetrarono in Italia senza incontrare alcuna resistenza da parte delle truppe di frontiera. Le risorse militari bizantine disponibili sul posto erano scarse e di dubbia lealtà, ed è possibile che i forti di confine fossero rimasti senza equipaggio. Quello che sembra certo è che gli scavi archeologici non hanno trovato alcun segno di scontro violento nei siti che sono stati scavati. **Ciò concorda con il racconto di Paolo Diacono**, che parla di una conquista lombarda in Friuli “senza alcun impedimento”. Il primo centro a cadere nelle mani dei Longobardi fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), sede del locale magister militum. Alboino scelse questa città murata a ridosso del confine come capitale del Ducato del Friuli e nominò suo nipote e scudiero Gisulfo duca della regione, con il compito specifico di difendere i confini dagli attacchi bizantini o avari dalle est. ## Conquista di Milano Da Forum Iulii, Alboino raggiunse successivamente Aquileia, il nodo più importante del nord-est, e capitale amministrativa del Veneto. L’imminente arrivo dei Longobardi ebbe un notevole impatto sulla popolazione della città, il Patriarca di Aquileia Paolino fuggì con il suo clero e si riversò nell’isola di Grado in territorio bizantino. **Da Aquileia Alboino prese la via Postumia** e attraversò il Veneto, conquistando in rapida successione Tarvisium (Treviso), Vicentia (Vicenza), Verona, Brixia ( Brescia ) e Bergomum (Bergamo). I Longobardi incontrarono difficoltà solo nella presa di Opitergium (Oderzo), che Alboino decise di evitare, così come evitò di affrontare sulla via Annia i principali centri veneti più vicini alla costa, come Altinum, Patavium (Padova), Mons Silicis (Monselice), Mantova e Cremona. L’invasione del Veneto generò un notevole livello di tumulto, spingendo ondate di profughi dall’interno controllato dai longobardi alla costa controllata dai bizantini, spesso guidati dai loro vescovi, e risultando in nuovi insediamenti come Torcello ed Heraclia. **Alboino si spostò verso ovest nella sua marcia**, invadendo la regione della Liguria e raggiungendo Mediolanum ( Milano ) il 3 settembre 569, solo per trovarla già abbandonata dal vicarius Italiae, l’autorità affidata con l’amministrazione della diocesi d’Italia Annonariana. L’arcivescovo Honoratus, il suo clero e parte dei laici accompagnarono il vicarius Italiae a trovare un rifugio sicuro nel porto bizantino di Genua (Genova). ## Assedio di Ticinum Il primo caso attestato di forte resistenza alla migrazione di Alboino avvenne presso la città di Ticinum (Pavia), che iniziò ad assediare nel 569 e catturò solo dopo tre anni. La città era di importanza strategica, situata alla confluenza dei fiumi Po e Ticino e collegata da corsi d’acqua a Ravenna, capitale dell’Italia bizantina e sede della prefettura pretoriana d’Italia. La sua caduta interruppe le comunicazioni dirette tra le guarnigioni di stanza sulle Alpi Marittime e la costa adriatica. ## Le storie e le leggende ![Il banchetto fatale dipinto da Peter Paul Rubens nel 1615](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/03/banchetto-longobardo-rubens-1024x665.jpg "banchetto-longobardo-rubens - Scripta Manent Italia")Il banchetto fatale dipinto da Peter Paul Rubens nel 1615Ticinum alla fine cadde in mano ai Longobardi nel maggio o nel giugno 572. Alboino aveva nel frattempo scelto Verona come sua sede, stabilendo se stesso e il suo tesoro in un palazzo reale costruito lì da Teodorico. **Questa scelta potrebbe essere stata un altro tentativo di legarsi al re gotico.** Fu in questo palazzo che **Alboino fu ucciso il 28 giugno 572**. Nel racconto di Paolo Diacono, il racconto più dettagliato sulla morte di Alboino, storia e saga si intrecciano quasi indissolubilmente. Antecedente e più breve è la storia raccontata da **Mario di Aventicum nella sua Chronica**, scritta circa un decennio dopo l’assassinio di Alboino. Secondo la sua versione il re fu ucciso in una congiura da un uomo a lui vicino, chiamato Hilmegis, con la connivenza della regina. Helmichis poi sposò la vedova, ma i due furono costretti a fuggire nella Ravenna bizantina, portando con sé il tesoro reale e parte dell’esercito, il che fa pensare alla collaborazione di Bisanzio. Ruggero Collins descrive Mario come una fonte particolarmente affidabile. Elementi presenti nel racconto di Mario trovano eco nella **Historia Langobardorum** di Paolo, che contiene anche tratti distintivi. Uno degli aspetti più noti non disponibili in nessun’altra fonte è quello della coppa cranica. In Paolo si svolgono a Verona le vicende che portarono alla caduta di Alboino. Durante una grande festa, Alboino si ubriaca e ordina a sua moglie Rosamunda di bere dalla sua coppa, ricavata dal cranio di suo suocero Cunimundo dopo che lo aveva ucciso nel 567 e aveva sposato Rosamunda. Alboino “la invitò a bere allegramente con suo padre”. Questo ha riacceso la determinazione della regina a vendicare suo padre. L’episodio è letto in modo radicalmente diverso da Walter Goffart. **Secondo lui tutta la vicenda assume un significato allegorico**, con Paolo intento a raccontare una storia edificante della caduta dell’eroe e della sua cacciata dalla terra promessa, a causa della sua debolezza umana. In questa storia, la coppa del teschio gioca un ruolo fondamentale in quanto unisce peccato originale e barbarie. Goffart non esclude la possibilità che Paolo avesse davvero visto il teschio, ma ritiene che negli anni Quaranta del 700 fosse già stata stabilita la connessione tra peccato e barbarie, come esemplificato dalla coppa del cranio. ## La morte di Alboino **La morte di Alboino ebbe un impatto importante**, in quanto privò i Longobardi dell’unico condottiero di cui disponevano che avrebbe potuto tenere unita la neonata entità germanica. La sua fine rappresenta anche la morte dell’ultimo della stirpe di re-eroi che aveva guidato i Longobardi attraverso le loro migrazioni dall’Elba all’Italia. La sua fama gli è sopravvissuta per molti secoli nella poesia epica, con sassoni e bavaresi che celebravano la sua abilità in battaglia, il suo eroismo e le proprietà magiche delle sue armi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top **Tag:** Longobardi, Medioevo --- ### [Antioco III il Grande. Il sovrano seleucide che sfidò Roma](https://scriptamanentitalia.it/antioco-iii-il-grande/) **Published:** Marzo 11, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Antioco III il Grande fu un re seleucide dell'Impero ellenistico siriano noto per le sue campagne militari in Oriente e il suo confronto con Roma. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Giovinezza e lotta contro Molone](#Giovinezza_e_lotta_contro_Molone) - [Le conquiste e la battaglia di Raphia](#Le_conquiste_e_la_battaglia_di_Raphia) - [Le campagne ad Oriente e in India](#Le_campagne_ad_Oriente_e_in_India) - [Le campagne ad Occidente](#Le_campagne_ad_Occidente) - [Antico III contro Roma](#Antico_III_contro_Roma) - [La battaglia di Magnesia e la morte](#La_battaglia_di_Magnesia_e_la_morte) **Antioco III il Grande** ( 242 a.C. – 187 a.C.) è stato un re seleucide dell’Impero ellenistico siriano che ha governato dal 223 a.C. fino alla sua morte. È stato uno dei più grandi sovrani seleucidi e ha svolto un ruolo significativo nella storia dell’Asia occidentale del III secolo a.C. Antioco III era il figlio del re **Seleuco II e della regina Laodice.** Dopo la morte di suo padre, Antioco III salì al trono nel **223 a.C.** e immediatamente dovette affrontare una serie di sfide interne ed esterne. Ha ereditato un impero indebolito e diviso, ed è stato costretto a combattere contro le tribù nomadi e le ribellioni interne per consolidare il suo potere. Tuttavia, nonostante queste difficoltà, **Antioco III** è stato un abile amministratore e ha effettuato importanti riforme nell’impero, tra cui una riduzione delle dimensioni delle province e l’istituzione di un culto del sovrano. Inoltre, ha migliorato le relazioni con i paesi vicini dando in sposa le sue figlie ai loro principi. Antioco III è stato anche un grande condottiero e ha condotto numerose campagne militari. Ha sconfitto il ribelle **Molone** e conquistato **l’Atropatene nel 220 a.C**., e ha poi condotto una campagna contro il regno **d’Egitto** per espandere il suo territorio. Tuttavia, la sua ambizione di espandere l’impero seleucide in Europa e Asia Minore lo ha portato in **conflitto con i Romani, che lo hanno sconfitto nella battaglia di Magnesia nel 190 a.C.** Dopo la sconfitta contro i Romani, Antioco III ha cercato di ricostruire l’impero seleucide, ma è morto improvvisamente nel 187 a.C. vicino a Susa, in Iran. La sua morte ha segnato la fine dell’era seleucide e l’inizio del declino dell’Impero ellenistico siriano. ## Giovinezza e lotta contro Molone Dopo aver preso il trono alla morte del fratello **Seleuco III**, **Antioco III** confermò alcuni membri dell’amministrazione precedente, tra cui **Ermia** come primo ministro, **Acheo** come governatore dell’Asia Minore e **Molone** e suo fratello **Alessandro** come governatori delle province orientali, Media e Persia. Il suo regno fu da subito destabilizzato quando Molone si ribellò e si autoproclamò Re: Antioco decise di abbandonare la prevista campagna militare contro l’Egitto, che aveva l’obiettivo di conquistare la Siria meridionale, e marciò contro Molone, **sconfiggendolo nel 220 a.C.** sulla riva opposta del fiume Tigri e conquistando l’**Atropatene**, la parte nord-occidentale della regione della **Media**. Consapevole che i suoi consiglieri avrebbero potuto tradirlo, Antioco **fece uccidere Ermia** e si liberò dalla maggior parte delle influenze della precedente amministrazione. Nello stesso anno, **anche Acheo** cercò di proclamarsi re in Asia Minore, ma un ammutinamento nel suo esercito gli impedì di muovere contro Antioco. ## Le conquiste e la battaglia di Raphia Libero dalla minaccia di altri pretendenti al trono, Antioco diede luogo alla **quarta guerra siriana,** che si svolse tra il 219 e il 216 a.C., Antioco ottenne il controllo degli importanti porti del Mediterraneo orientale di **Seleucia in Pieria, Tiro e Tolemaide**. Nel 218, conquistò la Celesiria, che comprendeva il Libano, la Palestina e la Fenicia. Nel 217, combatté contro l’esercito del faraone **Tolomeo IV Filopatore**, che ammontava a 75.000 uomini, a **Raphia**, la città più meridionale della Siria. Le truppe di Antioco erano invece composte da 68.000 uomini. Nonostante avesse sconfitto l’ala sinistra dell’esercito egiziano, egli inseguì il nemico dimenticandosi totalmente del resto dell’esercito, cosicché la parte destra del suo contingente, formata da fanteria pesantemente armata e disposta in ranghi ravvicinati, fu sconfitta da una falange egiziana più organizzata ed mobile. Così, nel trattato di pace che fu costretto a firmare con l’Egitto, Antioco dovette rinunciare a tutte le sue conquiste, tranne la città di **Seleucia in Pieria.** ## Le campagne ad Oriente e in India Dopo la fine della guerra siriana, **Antioco III si volse contro il ribelle Acheo** e, con l’aiuto di Attalo I di Pergamo, lo catturò nella sua capitale, **Sardi**, nel 213 e lo fece giustiziare in modo brutale. Dopo aver pacificato l’Asia Minore, Antioco III intraprese la sua famosa campagna verso est (212-205), **spingendosi fino all’India**. Nel 212, diede in sposa sua sorella Antiochide al re Serse d’Armenia, il quale riconobbe la sua sovranità e gli pagò un tributo. Antioco III occupò **Hecatompylos**, la capitale del re partico Arsace III, situata a sud-est del Mar Caspio, costringendolo a stringere un’alleanza nel 209. L’anno seguente, sconfisse Eutidemo di Battria, ma gli permise di continuare a governare e di mantenere il suo titolo reale. Nel 206, attraversò l’Hindu Kush e giunse nella valle di Kābul, dove rinnovò l’amicizia con il **re indiano Sophagasenos.** Ritornando verso occidente attraverso le province iraniane di Arachosia, Drangiana e Carmania, Antioco III **raggiunse la Persia nel 205**, ricevendo un tributo di 500 talenti d’argento dai cittadini di **Gerrha**, uno stato mercantile sulla costa orientale del Golfo Persico. Avendo stabilito un eccellente sistema di stati vassalli in Oriente, Antioco adottò il **titolo achemenide di “grande re”** e i Greci, paragonandolo ad Alessandro Magno, lo soprannominarono **“il Grande”.** ## Le campagne ad Occidente Dopo la morte di Tolomeo IV, Antioco **concluse un trattato segreto con Filippo V**, sovrano del regno ellenistico di Macedonia, in cui i due monarchi tramarono la spartizione dell’impero tolemaico al di fuori dell’Egitto. La parte di Antioco comprendeva la **Siria meridionale, la Licia, la Cilicia e Cipro**, mentre Filippo avrebbe governato l’Asia Minore occidentale e le Cicladi. Antioco invase la **Siria di Coele**, sconfisse il generale tolemaico **Scopas** a Panion, vicino alla sorgente del fiume Giordano, nel 200 A.C., **ottenendo il controllo della Palestina** ma concedendo diritti speciali al popolo ebraico. Tuttavia, mentre Filippo marciava lungo i Dardanelli, fu **coinvolto in una guerra con Rodi e Pergamo**, che **chiesero aiuto a Roma contro la Macedonia**, informando Roma dell’alleanza tra i due sovrani ellenistici. Roma intervenne in modo decisivo nel sistema degli stati ellenistici. **Filippo fu sconfitto dai Romani nella seconda guerra macedone** (200-196 A.C.), mentre Antioco rifiutò di aiutarlo e, approfittando del coinvolgimento dei Romani con Filippo, **marciò contro l’Egitto.** Sebbene i Romani avessero inviato ambasciatori a Tolomeo V, non poterono prestargli alcun aiuto. Quando la pace fu conclusa, nel 195 A.C., Antioco entrò definitivamente in possesso della **Siria meridionale** – che era stata contesa per 100 anni dai Tolomei e dai Seleucidi – e dei territori egiziani in Asia Minore. Inoltre, diede in sposa sua figlia Cleopatra a Tolomeo V, e **l’Egitto divenne un protettorato seleucide.** ## Antico III contro Roma Nel suo continuo desiderio di espansione territoriale, Antioco **occupò parti del regno di Pergamo** nel 198 A.C. e, nel 197 A.C., e diverse città greche in Asia Minore. Nel 196 A.C., attraversò l’Ellesponto in Tracia, dove rivendicò la sovranità sul territorio che era stato conquistato da Seleuco I nel 281 A.C. Ciò provocò una serie di **conflitti diplomatici con Roma**. In più occasioni, i Romani inviarono ambasciatori ad Antioco chiedendo che rimanesse fuori dall’Europa e liberasse tutte le comunità autonome dell’Asia Minore. Tuttavia, soddisfare queste richieste avrebbe comportato l’effettiva dissoluzione della parte occidentale dell’impero seleucide, e Antioco si rifiutò. Le tensioni con Roma crebbero ulteriormente quando il **grande generale cartaginese Annibale**, che era fuggito da Cartagine dopo la sconfitta nella seconda guerra punica contro i Romani, **trovò rifugio presso Antioco nel 195 A.C. e divenne uno dei suoi consiglieri.** Antioco tentò di formare **un’alleanza con Filippo di Macedonia**, ma l’offerta fu respinta. Successivamente, Roma si unì a Rodi, Pergamo e la Lega Achea, mentre solo gli Etoli, contrari all’influenza romana in Grecia, chiesero ad Antioco di diventare il loro leader. Nel tentativo di guadagnarsi il sostegno degli Etoli, Antioco sbarcò a Demetria nell’autunno del 192 con una forza di soli 10.500 uomini e occupò l’Eubea. Tuttavia, incontrò una scarsa accoglienza nella Grecia centrale. Nel 191 A.C., i Romani, con più di 20.000 soldati, **lo tagliarono fuori dai suoi rinforzi in Tracia e aggirarono la sua posizione al passo delle Termopili.** Antioco fuggì con il resto delle sue truppe a Calcide in Eubea, ma fu costretto ad arrendersi alle forze navali combinate di Roma, Rodi e Pergamo. La resa dei conti con i romani avvenne a Magnesia. ## La battaglia di Magnesia e la morte L’esercito romano consisteva in **30.000 soldati romani e alleati,** mentre l’esercito seleucide era composto da **70.000 soldati eterogenei,** tra cui molte unità di cavalleria pesante e 48 elefanti. La battaglia iniziò con una **carica dei cavalli di Antioco**, che furono respinti dalla cavalleria leggera romana. L’esercito romano avanzò con la sua fanteria e si scontrò con la fanteria seleucide. Nonostante fossero in inferiorità numerica, i Romani **riuscirono a prevalere grazie alla loro migliore organizzazione** e alla loro disciplina, che consentirono loro di sconfiggere la falange seleucide. Gli elefanti seleucidi furono un’arma temibile durante la battaglia, ma furono presto messi fuori gioco dalle tattiche romane. I Romani infatti **utilizzarono i loro arcieri per colpire i fantini degli elefanti**, causando panico e confusione tra gli animali. Alla fine, l’esercito romano riuscì a **sconfiggere completamente l’esercito seleucide,** infliggendo loro pesanti perdite e catturando molti prigionieri. Antioco riuscì a fuggire con il resto del suo esercito, ma la sua forza militare era ormai scomparsa. Dopo la sua **definitiva sconfitta**, Antioco fu costretto ad abbandonare **tutte le sue pretese su territori in Europa e Asia Minore occidentale**, sulla base del trattato di pace di Apamea. Inoltre, fu obbligato a pagare un’indennità di 15.000 talenti per un periodo di 12 anni, consegnare i suoi elefanti e la sua flotta e fornire ostaggi, tra cui suo figlio Antioco IV. Così, il suo regno fu limitato alla Siria, alla Mesopotamia e all’Iran occidentale. Nel 187 A.C., Antioco fu assassinato in un **tempio di Baal vicino a Susa**, dove stava cercando di riscuotere tributi per le entrate del suo regno. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Isabella di Castiglia: la regina cattolica che finanziò Colombo](https://scriptamanentitalia.it/isabella-castiglia/) **Published:** Febbraio 28, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Isabella di Castiglia (1451-1504) fu una regina guerriera e una figura chiave nella storia spagnola. Coniugò il regno di Castiglia con quello d'Aragona e introdusse l'Inquisizione. Finanziò i viaggi di Cristoforo Colombo e fu madre di Giovanna la Pazza. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La famiglia di origine](#La_famiglia_di_origine) - [La giovinezza di Isabella di Castiglia](#La_giovinezza_di_Isabella_di_Castiglia) - [La guerra per la successione](#La_guerra_per_la_successione) - [La conquista del Regno di Granada](#La_conquista_del_Regno_di_Granada) - [L’istituzione dell’Inquisizione in Spagna](#Listituzione_dellInquisizione_in_Spagna) - [Il finanziamento della spedizione di Cristoforo Colombo](#Il_finanziamento_della_spedizione_di_Cristoforo_Colombo) - [La disputa con il Portogallo per i territori del nuovo mondo](#La_disputa_con_il_Portogallo_per_i_territori_del_nuovo_mondo) - [I matrimoni politici organizzati da Isabella di Castiglia](#I_matrimoni_politici_organizzati_da_Isabella_di_Castiglia) - [La morte di Isabella di Castiglia e la successione](#La_morte_di_Isabella_di_Castiglia_e_la_successione) Isabella di Castiglia è stata una regina spagnola vissuta tra il 1451 e il 1504, nota soprattutto per il suo matrimonio con Ferdinando II d’Aragona, che unì i regni di Castiglia e Aragona, dando origine alla Spagna moderna. Isabella fu una regina molto attenta alla politica interna del suo regno, promuovendo riforme per migliorare la giustizia, l’amministrazione, l’economia e la cultura. Fu anche molto attiva nella politica estera, guidando la Spagna in una serie di guerre contro il Portogallo e i regni musulmani della penisola iberica. Tuttavia, la sua politica di conversione forzata degli ebrei e dei musulmani al cristianesimo, attraverso l’istituzione del Tribunale dell’Inquisizione spagnola nel 1478, è stata oggetto di diverse interpretazioni. La figura di Isabella è stata importante per la storia della Spagna e del mondo, segnando un momento di grande espansione per il paese, ma anche un periodo di conflitto e tensione tra le diverse comunità religiose. ## La famiglia di origine **Isabella di Castiglia** proveniva da una famiglia di nobili spagnoli di origine castigliana. Suo padre era Giovanni II di Castiglia, figlio di Enrico III di Castiglia, mentre sua madre era Isabella del Portogallo, figlia del re Giovanni I del Portogallo. La famiglia di Isabella aveva una lunga storia di **conflitti e rivalità**, soprattutto tra i membri della dinastia dei Trastámara, alla quale appartenevano sia suo padre che suo fratellastro, il re **Enrico IV.** In particolare, il padre di Isabella, Giovanni II, aveva avuto un’aspra rivalità con suo fratello Enrico III, il che portò a una guerra civile tra le due parti della famiglia. Nonostante questi conflitti interni, la famiglia di Isabella era **una delle più potenti e influenti di Castiglia,** con vaste proprietà terriere e una grande influenza sulla politica del regno. Questo ambiente familiare instabile e turbolento avrebbe avuto un impatto significativo sulla vita di Isabella, spingendola a sviluppare una ferrea volontà di potere e una grande determinazione nel perseguire i propri obiettivi. Gli studiosi hanno analizzato diversi aspetti della famiglia di Isabella, dalle sue origini alle sue lotte interne e alle alleanze matrimoniali che la legavano ad altre potenze europee. In particolare, l’opera di Gabriella Airaldi e Consuelo Varela sottolinea come la famiglia di Isabella fosse estremamente complessa e frammentata, ma anche capace di sopravvivere a lungo e di adattarsi alle circostanze mutevoli del tempo. L’importanza della famiglia di Isabella di Castiglia è legata alla sua influenza sulla vita della regina stessa, ma anche alla sua influenza sulla politica e sulla cultura spagnola nel Medioevo. Infatti, la dinastia dei Trastámara, alla quale apparteneva la famiglia di Isabella, dominò la Spagna dal XIV al XVI secolo, e durante questo periodo il paese attraversò una serie di trasformazioni politiche, sociali e culturali di grande rilevanza. ## La giovinezza di Isabella di Castiglia Isabella trascorse la maggior parte della sua infanzia e giovinezza nella residenza reale di Arévalo, dove ricevette un’educazione molto rigorosa. La sua istruzione fu curata principalmente da **religiose francescane**, che le inculcarono una forte fede cattolica e la dotarono di una vasta conoscenza delle scritture. Fin dalla giovane età, Isabella dimostrò un **grande interesse per la politica e per il governo del regno**. Si dice che leggesse con attenzione tutti i documenti che suo padre le faceva leggere, e che prendesse posizione su questioni politiche e amministrative. Isabella fu inoltre molto influenzata dalla figura di suo fratello maggiore, Enrico IV, che, nonostante le sue numerose controversie e scandali, fu un sovrano attento alle questioni di giustizia e ai problemi della popolazione. Nel 1468, **Isabella sposò Giovanni II di Portogallo,** ma il matrimonio fu annullato pochi mesi dopo. Questo evento segnò la fine della giovinezza di Isabella e l’inizio del suo coinvolgimento diretto nella politica del regno. Negli anni successivi, Isabella si trovò al centro di un **complesso intrigo di alleanze matrimoniali e rivalità dinastiche**, che coinvolgevano molte delle potenze europee dell’epoca. Tuttavia, Isabella riuscì a mantenere la sua indipendenza e a sviluppare una forte personalità, che sarebbe diventata una delle sue caratteristiche distintive come regina. ## La guerra per la successione La guerra di successione castigliana è stato un **evento cruciale nella vita di Isabella di Castiglia**, che ha visto la regina coinvolta in un complesso intrigo di alleanze e tradimenti. La guerra **ebbe origine nel 1465**, quando il re **Enrico IV di Castiglia**, fratellastro di Isabella, nominò come erede al trono sua figlia, **Giovanna la Beltraneja**, anziché la sorellastra Isabella. Questa scelta provocò un forte malcontento tra i nobili del regno, che vedevano in Isabella la candidata più adatta per governare. Nel 1468, quando Isabella sposò **Giovanni II di Portogallo**, molti nobili la riconobbero come legittima erede al trono di Castiglia, in opposizione a Giovanna la Beltraneja. Questo portò alla guerra di successione, che **durò per diversi anni e coinvolse numerose potenze europee, tra cui il Portogallo, la Francia e l’Aragona.** Isabella si dimostrò **un’abile stratega militare e diplomatica,** riuscendo a ottenere il sostegno di molti nobili castigliani e aragonesi, nonché del re **Ferdinando II d’Aragona, che sposò nel 1469**. Nel 1474, Isabella riuscì a ottenere il riconoscimento come regina di Castiglia da parte della Santa Sede, il che consolidò la sua posizione. ## La conquista del Regno di Granada La **conquista del regno di Granada** rappresentò un altro importante evento nella vita di Isabella di Castiglia, che fu determinante per la fine della presenza musulmana nella Penisola Iberica. La conquista di Granada iniziò nel **1482**, quando i Re Cattolici, **Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona**, lanciarono una campagna militare per sottomettere il regno di Granada. Tuttavia, la conquista di Granada si rivelò molto difficile a causa della forte resistenza degli abitanti musulmani e della loro capacità di organizzare una guerriglia efficace. I sovrani spagnoli adottarono diverse strategie per conquistare Granada. In primo luogo, cercarono di **isolare il regno di Granada** dal resto del mondo islamico, stringendo alleanze con i sovrani cristiani dell’Africa del Nord e del Mediterraneo orientale. In secondo luogo, tentarono di conquistare gradualmente il territorio di Granada, **attaccando le città più importanti** e sottomettendo i loro territori circostanti. La conquista di Granada fu anche accompagnata da un**‘importante opera di propaganda,** che mirava a convincere la popolazione musulmana ad abbracciare la fede cristiana. In particolare, i sovrani spagnoli promossero la creazione di una **Chiesa di rito mozárabe,** che consentiva ai musulmani convertiti di praticare il cristianesimo senza abbandonare del tutto le loro tradizioni e la loro cultura. La conquista di Granada **si concluse nel 1492**, quando il re **Boabdil**, l’ultimo sovrano musulmano di Granada, si arrese ai Re Cattolici. La **caduta di Granada** rappresentò un evento di grande importanza per la storia della Spagna e della Penisola Iberica, poiché sancì la fine della presenza musulmana nella regione e consolidò il potere dei Re Cattolici. Inoltre, la conquista di Granada rappresentò un importante evento per la cristianità europea, che vedeva in questa conquista una vittoria sulla religione musulmana. Infatti, la conquista di Granada fu celebrata come una grande vittoria della fede cristiana sulla fede musulmana, e ispirò la creazione di numerose opere d’arte e letterarie che celebravano la vittoria dei Re Cattolici. ## L’istituzione dell’Inquisizione in Spagna **L’introduzione dell’Inquisizione da parte di Isabella di Castiglia** rappresenta uno degli episodi più controversi e discussi del suo regno. L’Inquisizione fu istituita nel 1478 con il sostegno del **Papa Sisto IV,** allo scopo di combattere il crescente numero di conversi (ebrei e musulmani convertiti al cristianesimo) che, secondo le autorità spagnole, continuavano a praticare le loro antiche religioni in segreto. L’Inquisizione fu affidata **all’ordine domenicano,** che doveva indagare sulle attività di eretici e conversi sospetti, utilizzando anche la tortura per ottenere confessioni. L’Inquisizione spagnola aveva anche il potere di **sequestrare i beni dei sospettati** e di condannarli al rogo in caso di condanna per eresia. L’Inquisizione fu una delle **politiche più critiche di Isabella di Castiglia,** poiché comportò una forte limitazione della libertà religiosa e una grave violazione dei diritti umani. Tuttavia, alcuni studiosi hanno sottolineato che l’Inquisizione spagnola non fu così crudele come altre inquisizioni dell’epoca e che Isabella cercò di controllare gli abusi dei tribunali dell’Inquisizione. Le fonti offrono un’ampia analisi dell’Inquisizione spagnola e delle controversie che ha generato. In particolare, sono state **sollevate critiche sulla sua efficacia nel combattere l’eresia** e sulla sua compatibilità con i principi della democrazia e dei diritti umani. L’inquisizione istituita da Isabella di Castiglia ebbe un impatto significativo sulla società spagnola del tempo, così come sulla successiva storia europea. Tra gli effetti dell’inquisizione: 1. Limitazione della libertà religiosa: L’Inquisizione spagnola comportò una forte limitazione della libertà religiosa, poiché tutti i conversi erano soggetti a indagini e accuse di eresia. Ciò causò un clima di intolleranza religiosa e di sospetto nei confronti di chiunque si allontanasse dalla fede cristiana. 2. Diffusione della paura e della denuncia: L’Inquisizione spagnola creò un clima di paura e denuncia, in cui ogni sospetto di eresia o di apostasia poteva comportare l’arresto e la tortura. Questo clima di sospetto e paura colpì non solo i conversi, ma anche la popolazione cristiana che temeva di essere accusata ingiustamente. 3. Violazione dei diritti umani: L’Inquisizione spagnola comportò una grave violazione dei diritti umani, poiché i tribunali dell’Inquisizione utilizzavano la tortura per ottenere confessioni e sequestravano i beni dei sospettati. Ciò causò gravi sofferenze e privazioni per coloro che erano accusati di eresia. 4. Effetti sulla cultura e sulla letteratura: L’Inquisizione spagnola ebbe un impatto significativo sulla cultura e sulla letteratura dell’epoca, poiché la paura della persecuzione spingeva gli scrittori e gli artisti a evitare temi religiosi controversi. Ciò portò a una cultura molto conformista e conservatrice, che cercava di evitare qualsiasi tipo di scontro o conflitto. 5. Effetti sulla politica: L’Inquisizione spagnola ebbe anche un impatto sulla politica dell’epoca, poiché gli inquisitori esercitavano una grande influenza sulle decisioni dei sovrani spagnoli. Ciò portò a una forte centralizzazione del potere e a una riduzione della libertà politica e civile. ## Il finanziamento della spedizione di Cristoforo Colombo Cristoforo Colombo è senza dubbio uno dei personaggi più importanti del periodo storico in cui visse Isabella di Castiglia. Esploratore, navigatore e uomo d’affari italiano, Colombo intrattenne una relazione con la regina spagnola che sarebbe stata determinante per la sua successiva impresa di scoperta delle Americhe. Colombo **propose per la prima volta il suo piano di raggiungere le Indie orientali** attraversando l’oceano Atlantico alla corte di Isabella di Castiglia nel 1486, ma il progetto venne respinto. Nel 1492, tuttavia, dopo aver ottenuto il sostegno dei Re Cattolici di Spagna, Isabella e Ferdinando, Colombo partì con tre caravelle, la Pinta, la Niña e la Santa Maria, per il suo primo viaggio verso l’America. Il **ruolo di Isabella di Castiglia nell’impresa di Colombo fu fondamentale**: oltre a concedere al navigatore le navi necessarie, la regina spagnola lo nominò ammiraglio e gli concesse una serie di privilegi e prerogative, tra cui la promessa di ottenere una quota sui guadagni delle future esplorazioni. **La decisione di Isabella di Castiglia di sostenere Colombo** nella sua impresa di scoperta delle Americhe si rivelò un successo eccezionale, portando alla creazione di un nuovo mondo e alla fondazione dell’Impero spagnolo. Dopo il primo viaggio di Colombo, la regina Isabella decise di **finanziare ulteriori spedizioni e di inviare coloni per stabilire insediamenti nell’America**. Inoltre, a Colombo fu dato l’incarico di governare le nuove terre scoperte, il che gli permise di acquisire un enorme potere e influenza nella regione. In generale, l’incontro tra Colombo e Isabella di Castiglia rappresenta uno dei momenti più importanti della storia della navigazione e dell’esplorazione geografica, che ha avuto un impatto duraturo sulla storia dell’umanità. ## La disputa con il Portogallo per i territori del nuovo mondo La **scoperta delle Americhe da parte di Cristoforo Colombo** scatenò una disputa tra la Spagna e il Portogallo per il controllo dei nuovi territori. Nel 1493, il papa **Alessandro VI** emise la bolla pontificia Inter caetera, che stabiliva una linea di demarcazione tra le zone di influenza portoghese e spagnola, collocata a 100 leghe a ovest delle isole di Capo Verde. Tuttavia, questa decisione non soddisfaceva completamente né la Spagna né il Portogallo, dal momento che **non si conosceva ancora con precisione la posizione esatta delle terre scoperte da Colombo**. Nel 1494, i due paesi firmarono il Trattato di Tordesillas, che spostò la linea di demarcazione a 370 leghe a ovest delle isole di Capo Verde. **Isabella di Castiglia e il marito Ferdinando** furono determinanti nella difesa degli interessi della Spagna nelle dispute con il Portogallo sulle nuove terre scoperte da Colombo. Nel 1496, Isabella emanò una serie di **leggi e regolamenti che sancivano il diritto esclusivo della Spagna** sulla navigazione e il commercio delle nuove terre scoperte, dando inizio alla colonizzazione spagnola delle Americhe. Inoltre, Isabella cercò di **preservare i diritti della Spagna sui nuovi territori** attraverso la nomina di nuovi governatori e la creazione di organi di governo locali, tra cui il Consiglio delle Indie. Questi provvedimenti contribuirono alla rapida espansione del potere spagnolo nel nuovo mondo e alla creazione di un vasto impero coloniale che sarebbe durato per secoli. ## I matrimoni politici organizzati da Isabella di Castiglia Isabella di Castiglia, come molte sovrane del suo tempo, utilizzò i matrimoni politici come strumento di consolidamento del potere. Tra i suoi figli e le sue figlie, Isabella cercò di trovare le alleanze matrimoniali più vantaggiose per la Corona di Castiglia. Il primo matrimonio combinato da Isabella fu quello tra suo figlio maggiore, il principe ereditario **Giovanni, e Margherita d’Austria**, figlia dell’imperatore Massimiliano I, avvenuto nel 1496. Questo matrimonio fu molto importante per consolidare la posizione della Castiglia all’interno del sistema politico europeo, poiché Margherita portava con sé il sostegno della potente Casa d’Asburgo. Il secondo figlio di Isabella, il principe **Giovanni d’Aragona**, sposò invece Giovanna di Castiglia, figlia dei re cattolici, nel 1496. Questo matrimonio fu importante per unire le corone di Castiglia e di Aragona e per consolidare la dinastia dei re cattolici. Il terzo figlio di Isabella, **Ferdinando**, sposò Germaine de Foix, nipote del re di Francia, nel 1505. Questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra la Castiglia e la Francia e per contrastare l’influenza del Portogallo sulla penisola iberica. La figlia maggiore di Isabella, **Isabella di Aragona**, sposò il re del Portogallo, Manuele I, nel 1497. Questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra la Castiglia e il Portogallo e per porre fine alle ostilità tra i due paesi. La seconda figlia di Isabella, **Maria di Aragona,** sposò il re di Portogallo, Manuele I, nel 1500. Anche questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra i due paesi. Infine, la figlia più giovane di Isabella, **Caterina di Aragona,** sposò il re d’Inghilterra, Enrico VIII, nel 1509. Questo matrimonio fu importante per consolidare l’alleanza tra la Castiglia e l’Inghilterra e per porre fine alle ostilità tra i due paesi. ## La morte di Isabella di Castiglia e la successione Isabella di Castiglia **morì il 26 novembre 1504, all’età di sessantasei anni**. Le cause della sua morte non sono del tutto chiare, ma si pensa che potesse essere stata causata da un cancro dell’utero. La regina fu sepolta nella Cattedrale di Granada, accanto al marito Ferdinando. La morte di Isabella fu un grande colpo per il regno di Castiglia e per la Corona d’Aragona, poiché aveva svolto un ruolo importante nella creazione di una Spagna unita e nella promozione dell’espansione territoriale e della cultura. Il suo erede, il figlio maggiore Juan, **morì poco dopo la madre**, il che provocò una crisi di successione che sarebbe stata risolta solo dopo la morte di Ferdinando nel 1516. La mancanza di un successore chiaro portò a una lotta per il trono tra la figlia di Isabella, **Giovanna la Pazza**, e suo marito, il cugino **Ferdinando d’Aragona**, noto come Ferdinando il Cattolico. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Moderna --- ### [La battaglia di Dunkerque, 1940. L'evacuazione di 338.000 soldati in fuga dai tedeschi](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-dunkerque-1940/) **Published:** Febbraio 26, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Durante la Seconda Guerra Mondiale, la battaglia di Dunkerque fu uno scontro cruciale in cui gli Alleati evacuarono circa 338.000 soldati dal continente, evitando una catastrofe militare. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La guerra lampo e il crollo degli Alleati](#La_guerra_lampo_e_il_crollo_degli_Alleati) - [La battaglia di Arras e la resa belga](#La_battaglia_di_Arras_e_la_resa_belga) - [L’operazione Dynamo e l’enorme evacuazione di Dunkerque](#Loperazione_Dynamo_e_lenorme_evacuazione_di_Dunkerque) - [Le valutazioni dei generali tedeschi e lo stop di Hitler](#Le_valutazioni_dei_generali_tedeschi_e_lo_stop_di_Hitler) - [Il significato di Dunkerque per la Seconda Guerra Mondiale](#Il_significato_di_Dunkerque_per_la_Seconda_Guerra_Mondiale) La **battaglia di Dunkirk** è stata una importante battaglia della Seconda Guerra Mondiale, combattuta nel **maggio e giugno del 1940** tra le forze alleate (in gran parte costituite da truppe britanniche, francesi e belghe) e le forze tedesche. La battaglia è stata caratterizzata da un intenso combattimento terrestre, aereo e navale, che ha avuto luogo nell’area della **città costiera di Dunkerque, in Francia.** Dopo la disastrosa campagna in Francia, le forze alleate furono costrette a **ritirarsi verso Dunkerque** e la spiaggia circostante, dove si trovarono intrappolati e circondati dalle forze tedesche. A causa della superiorità aerea e terrestre dei tedeschi, la situazione delle truppe alleate sembrava disperata. Tuttavia, grazie all’organizzazione di una grande operazione di evacuazione, nota come **“Operazione Dynamo”**, le forze alleate furono in grado di evacuare circa **338.000 soldati** dalla spiaggia di Dunkirk verso l’Inghilterra, attraverso una flotta di navi civili e militari. Nonostante la battaglia di Dunkirk sia stata una sconfitta militare per le forze alleate, la loro evacuazione di successo dalla spiaggia di Dunkirk ha rappresentato un momento decisivo nella guerra, poiché ha **salvato** un grande numero di soldati alleati e ha permesso alla Gran Bretagna di **continuare la guerra contro la Germania.** ## La guerra lampo e il crollo degli Alleati Lo scenario dell’evacuazione da Dunkerque fu **l’invasione tedesca dei Paesi Bassi e della Francia settentrionale nel maggio del 1940.** Il 10 maggio ebbe inizio una fulminea offensiva tedesca contro i Paesi Bassi, con la conquista di accessi strategici all’interno del paese tramite truppe paracadutiste, al fine di aprire la via alle forze mobili a terra. I soldati olandesi si ritirarono verso ovest e a mezzogiorno del 12 maggio i carri armati tedeschi erano alle porte di Rotterdam. La regina Guglielmina e il suo governo abbandonarono il paese fuggendo verso l’Inghilterra il 13 maggio, e il giorno successivo l’esercito olandese si arrese ai tedeschi. Anche il Belgio venne attaccato il 10 maggio, quando le **truppe aviotrasportate tedesche** atterrarono sulla fortezza di Eben Emael, situata di fronte a Maastricht, e sui ponti sul Canale Alberto. L’11 maggio il fronte belga fu **infranto** e i carri armati tedeschi avanzarono verso ovest, mentre le divisioni francesi, belghe e britanniche si ritiravano su una linea compresa tra **Anversa e Namur.** **L’assalto tedesco alla Francia** si basò sull’azione improvvisa del generale **Paul Ludwig von Kleist**, che penetrò attraverso una vasta area boscosa. Il 10 maggio i carri armati tedeschi raggiunsero il confine sud-orientale del Belgio, dopo aver attraversato il Lussemburgo, e la sera del 12 maggio i tedeschi **sorpassarono la frontiera franco-belga**, raggiungendo il fiume Mosa. Il giorno successivo, varcarono il fiume e il 15 maggio superarono le linee di difesa francesi, virando verso ovest verso la Manica. In tale data, il generale **Henri Giraud** assunse il comando della Nona Armata francese e formulò un **piano di controffensiva su una linea 25 miglia più a ovest della Mosa**. Tuttavia, il 16 maggio Giraud comprese che non vi erano forze sufficienti per tale operazione, poiché i tedeschi si erano spostati **ben oltre quella linea.** Di conseguenza, Giraud ordinò la ritirata sulla linea dell’Oise, situata 30 miglia più indietro, con l’intenzione di fermare i tedeschi. Ma, ancora una volta, era troppo tardi, poiché le divisioni corazzate tedesche riuscirono a **superare le truppe in ritirata**, oltrepassando quella barriera il 17 maggio. Anche se i francesi avessero tentato una controffensiva, sarebbe stato difficile sconfiggere l’invasore. Il fianco meridionale di Kleist venne **gradualmente rinforzato dalle sue divisioni motorizzate**, a loro volta sostituite dalle truppe di fanteria che avanzavano il più rapidamente possibile. Il 15 maggio, il comandante in capo francese **Maurice Gamelin** ricevette una relazione allarmante che lo informava sui movimenti tedeschi, che era già arrivati ad attraversare l’Aisne tra Rethel e Laon. Gamelin avvertì il governo che non aveva riserve in quel settore e non poteva garantire la sicurezza della capitale per più di un giorno. Dopo l’allarme di Gamelin, il premier francese **Paul Reynaud** decise di trasferire la sede del governo da Parigi a Tours. In serata arrivarono notizie rassicuranti dall’Aisne e Reynaud si affrettò a rassicurare la popolazione, smentendo *“le voci più assurde secondo cui il governo stava abbandonando Parigi”*. Nello stesso tempo, Reynaud pensò di sfruttare la situazione per sostituire Gamelin e convocare il generale **Maxime Weygand,** allora di stanza in Siria. Tuttavia, Weygand non giunse prima del 19 maggio e, pertanto, per tre giorni il Comando Supremo francese rimase senza una guida. Nonostante i leader alleati sperassero in un attacco che avrebbe **bloccato l’espansione delle forze tedesche**, queste ultime avanzarono rapidamente verso la Manica e **circondarono le truppe alleate in Belgio**. Gli ostacoli rimanenti, che avrebbero potuto fermare l’avanzata, non furono fortificati in tempo. Dopo aver attraversato l’Oise il 17 maggio, le truppe avanzate del generale tedesco **Heinz Guderian** arrivarono ad Amiens due giorni dopo. Il 20 maggio giunsero ad Abbeville, bloccando ogni comunicazione tra nord e sud. Il giorno seguente, le divisioni motorizzate presero il controllo della linea della Somme da Péronne ad Abbeville, formando un robusto schieramento difensivo. Il corpo di Guderian si mosse verso nord lungo la costa, diretto a **Calais e Dunkerque**, il 22 maggio. Il generale **Georg-Hans Reinhardt** si spostò verso sud, dietro la posizione britannica ad Arras, diretto verso lo stesso obiettivo: l’ultima via di fuga ancora aperta per gli inglesi. ## La battaglia di Arras e la resa belga Gli strateghi alleati avevano sperato di frenare l’avanzata tedesca presso la linea del Senna, una linea difensiva che andava da nord a sud fino alla frontiera francese a sud di Sedan, ma il 16 maggio Gamelin decise che quella posizione non poteva essere mantenuta. Gli eserciti alleati in Belgio ritornarono indietro verso la Linea di **Scheldt**. Quando arrivarono, la posizione era stata indebolita dal taglio delle loro comunicazioni. Il 19 maggio, il generale **John Gort**, comandante in capo della British Expeditionary Force (BEF), iniziò a considerare la necessità di evacuare le sue forze via mare e iniziò a calcolare i preparativi che un tale sforzo richiedeva. Il giorno successivo, però, giunsero ordini dal gabinetto britannico che la BEF **doveva marciare a sud verso Amiens**. Gort sostenne che una tale marcia sarebbe stata **impraticabile**, sia tatticamente che logisticamente. La risposta che riuscì ad organizzare fu un **attacco condotto da due divisioni che si erano appena schierate a sud di Arras**, guidate da una brigata di carri armati di fanteria, l’unica unità corazzata che avevano a disposizione. Quando questo attacco fu lanciato il 21 maggio, comprendeva non più di due battaglioni di carri armati sostenuti da due battaglioni di fanteria, mentre elementi di una divisione meccanizzata leggera francese coprivano i suoi fianchi. I carri armati leggeri britannici si dimostrarono **sorprendentemente efficaci contro le armi anticarro tedesche**, e questo piccolo attacco scosse momentaneamente i nervi dell’Alto Comando tedesco. I generali tedeschi si resero conto che se i nemici avessero avuto a disposizione altre due o tre divisioni corazzate, sarebbero stati in grado di fermarli. Nonostante questo breve tentativo, gli eserciti alleati a nord non avevano le forze per fuggire dalla trappola tedesca, mentre i rinforzi in arrivo da sud erano così inefficaci da risultare quasi una farsa. La confusione imperante fu aggravata dall’arrivo di Weygand per assumere il comando supremo. Il 73enne, veterano della prima guerra mondiale, aveva idee tattiche obsolete e superate e non comprendeva affatto la realtà di un campo di battaglia in rapida evoluzione e sempre più motorizzato. I suoi ordini, puramente teorici, non avevano possibilità di essere tradotti in termini pratici. Mentre i governi e i comandanti si trovavano in un groviglio di opinioni e ordini divergenti, gli eserciti bloccati a nord ripiegarono su una posizione più vicina alla costa sotto la crescente pressione dell’avanzata del generale **Walther von Reichenau** attraverso il Belgio. Ancora più pericoloso era l’attacco Guderian, le cui forze corazzate stavano avanzando rapidamente a nord oltre **Boulogne e Calais.** Tre delle divisioni di Gort furono richiamate dal fronte e inviate verso Dunkerque per proteggere le retrovie degli Alleati. Altre due divisioni furono destinate al rinnovato progetto di Weygand per **spingere i tedeschi fuori dal Belgio**. Ma quando il fianco destro dei belgi cedette sotto la pressione di Reichenau, queste divisioni furono richiamate al nord per colmare la nuova lacuna. Tuttavia, quando arrivarono il 27 maggio, il centro belga era già compromesso e non c’erano riserve disponibili. Con il loro paese invaso e senza vie di fuga, i belgi **chiesero un armistizio** la sera stessa e la mattina successiva venne proclamato il cessate il fuoco. ## L’operazione Dynamo e l’enorme evacuazione di Dunkerque Dopo la sconfitta belga, il governo britannico decise di lanciare l’Operazione Dynamo, l’evacuazione della British Expeditionary Force (BEF) da Dunkerque via mare. L’ammiragliato mobilizzò ogni tipo di imbarcazione, anche la più piccola, per aiutare a portare via le truppe, e la ritirata verso la costa divenne una corsa contro il tempo per imbarcarsi prima che le truppe tedesche chiudessero le loro tenaglie. L’ammiraglio **Bertram Ramsay** assunse il comando generale dell’operazione e affidò al capitano **William Tennant** la supervisione tattica dell’evacuazione. Tennant, che era stato nominato *“responsabile della spiaggia”*, giunse a Dunkerque il 27 maggio per scoprire che i bombardamenti aerei avevano distrutto le infrastrutture portuali. Decise quindi di utilizzare il frangiflutti orientale come molo per far salire a bordo delle navi di soccorso la maggior parte delle truppe, circa 200.000 soldati, rendendo l’evacuazione più rapida. Tuttavia, le restanti truppe dovettero essere caricate a bordo direttamente dalla spiaggia, rendendo l’evacuazione lenta e difficile, tanto che l’operazione si protrasse dal **26 maggio al 4 giugno.** Alle 10:50 del 2 giugno, Tennant trasmise a Ramsay il trionfale messaggio via radio: **“BEF evacuato”.** Tennant e il comandante del I Corpo britannico, il generale **Harold Alexander**, visitarono poi la spiaggia e l’area portuale, usando un megafono per farsi sentire e assicurarsi che nessun soldato fosse rimasto indietro. Alla fine, circa 198.000 soldati britannici e 140.000 soldati alleati, principalmente francesi, furono evacuati, ma gran parte dell’equipaggiamento dovette essere abbandonato. L’evacuazione da Dunkerque dimostrò **l’abilità e l’eroismo dei soldati francesi e britannici** che riuscirono a trovare rifugio in Inghilterra, nonostante le difficoltà che affrontarono. Questa operazione fu resa possibile grazie ad una **flotta eterogenea** di navi, trasporti, mercantili, pescherecci e imbarcazioni da diporto che riuscirono a **prelevare gli uomini dai pochi porti rimasti e dalle spiagge aperte**, in quanto la maggior parte delle strutture portuali era stata distrutta dagli attacchi aerei tedeschi. Nonostante la forza aerea tedesca fosse imponente, la Royal Air Force, compresi gli aerei della forza metropolitana in Inghilterra, **riuscì a ottenere almeno temporaneamente la superiorità aerea**, mentre la Royal Navy, con l’aiuto di coraggiose imbarcazioni navali francesi, coprì l’evacuazione e trasportò migliaia di uomini in **cacciatorpedinieri sovraccarichi** e altre piccole imbarcazioni con audacia e precisione. Inizialmente, i membri dello stato maggiore imperiale britannico avevano stimato che solo il 25% del B.E.F. potesse essere salvato, ma alla fine circa 330.000 soldati francesi e britannici, insieme ad alcune forze belghe e olandesi che rifiutarono di arrendersi, furono salvati. ## Le valutazioni dei generali tedeschi e lo stop di Hitler L’evacuazione da Dunkerque fu possibile grazie alla copertura aerea fornita dagli aerei da combattimento britannici che partivano dalla costa inglese, agli sforzi instancabili delle navi e alla disciplina delle truppe. Tuttavia, fu **anche grazie alla decisione di Adolf Hitler** che la fuga dei soldati fu resa possibile. Nonostante i gruppi di panzer tedeschi avessero **raggiunto e superato la linea di difesa** del canale vicino a Dunkerque già il 23 maggio, quando la maggior parte del British Expeditionary Force (BEF) era ancora lontana dal porto, **Hitler diede l’ordine di fermarli il 24 maggio e di ritirarsi sulla linea del canale,** proprio mentre Guderian si aspettava di guidarli verso Dunkerque. Perchè questa decisione? Nello stato maggiore tedesco vi furono diverse valutazioni contrastanti. I generali tedeschi **Kleist e Günther von Kluge** espressero preoccupazione per il possibile contrattacco dei carri armati britannici ad Arras, anche perchè avevano sopravvalutato le dimensioni dei nemici, e anche il generale **Gerd von Rundstedt** cercò di convincere Hitler della necessità di **conservare le divisioni corazzate per la fase successiva dell’offensiva.** Al contrario, il comandante della Luftwaffe, **Hermann Göring** insistette sul fatto che le sue forze aeree potessero dare il colpo di grazia a Dunkerque e impedire qualsiasi fuga via mare. La decisione definitiva di Hitler fu fortemente influenzata dai suoi ricordi, risalenti alla prima guerra mondiale, delle paludose Fiandre e il Fuhrer ebbe il timore che i suoi carri armati si sarebbero impantanati se si fossero spinti più a nord. Alcuni dei suoi generali gli suggerirono inoltre che la Gran Bretagna sarebbe stata più disposta a fare la pace se il suo orgoglio nazionale non fosse stato ferito dal vedere il suo esercito arrendersi senza condizioni. In realtà, **Walther von Brauchitsch**, comandante in capo dell’esercito tedesco, convinse Hitler a ritirare il suo veto e a permettere alle forze corazzate di avanzare. Tuttavia, queste incontrarono un’opposizione più forte del previsto e quasi immediatamente Hitler le fermò di nuovo, ordinando loro di spostarsi a sud prima di attaccare la linea Somme-Aisne. L’esercito di Reichenau lo seguì, lasciando la diciottesima armata del generale Georg von Küchler a pacificare il nord, dove più di 1.000.000 di prigionieri erano stati catturati in una campagna militare durata complessivamente appena tre settimane, al costo di 60.000 perdite tedesche. ## Il significato di Dunkerque per la Seconda Guerra Mondiale L’evacuazione di Dunkerque segnò la fine della **disastrosa difesa dei Paesi Bassi** e rappresentò un breve momento di gloria per gli Alleati. Tuttavia, nonostante la grandezza dell’operazione, l’Inghilterra subì una **terribile sconfitta** e la propria sopravvivenza fu **seriamente minacciata.** La BEF fu salvata, ma gran parte delle sue attrezzature pesanti, inclusi carri armati, artiglieria e trasporti motorizzati, furono abbandonati. Inoltre, oltre **50.000 soldati britannici rimasero intrappolati** sul continente, di cui 11.000 persero la vita e la maggior parte degli altri furono catturati come prigionieri di guerra (solo una piccola parte riuscì a fuggire e a tornare in territorio alleato o neutrale). Tra le perdite più significative ci fu la **51ª Divisione Highland**, posta sotto il comando francese per supportare le difese francesi. Quando le truppe tedesche invasero Saint-Valéry-en-Caux il 12 giugno, circa 10.000 soldati della divisione furono catturati. L’Inghilterra si trovò **impotente di fronte a un nemico che sembrava invincibile**, a poche miglia di distanza, al di là delle acque aperte del Canale della Manica. Nonostante l’evacuazione dal continente, gli inglesi non si scoraggiarono e iniziarono immediatamente a **pianificare il loro ritorno**. Per un curioso gioco del destino, Tennant sarebbe stato nuovamente al centro della scena, di nuovo per via di un frangiflutti: quattro anni dopo l’evacuazione, supervisionò la costruzione e il funzionamento dei Mulberries, porti artificiali che si dimostrarono vitali per il successo dell’invasione della Normandia. Tennant stesso raccomandò la costruzione di frangiflutti artificiali costruiti utilizzando navi affondate, per proteggere le strutture vulnerabili. I frangiflutti costruiti secondo le specifiche di Tennant, furono operativi per 10 mesi, accogliendo circa 2,5 milioni di uomini, 500.000 veicoli e quattro milioni di tonnellate di rifornimenti. In riconoscimento del suo servizio, sia a Dunkerque che in Normandia, Tennant fu insignito del titolo di Cavaliere Commendatore dell’Ordine di Bath e Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [La caduta di Costantinopoli, 1453. La fine dell'impero romano](https://scriptamanentitalia.it/caduta-costantinopoli-1453/) **Published:** Febbraio 23, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Caduta di Costantinopoli, 1453: la conquista della città bizantina da parte dei turchi ottomani di Maometto II e la fine dell'Impero e della cristianità orientale. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La preparazione all’assedio](#La_preparazione_allassedio) - [I difficili rapporti tra Costantinopoli e il Papato](#I_difficili_rapporti_tra_Costantinopoli_e_il_Papato) - [La richiesta di aiuto del Papa e gli scarni aiuti dall’Europa](#La_richiesta_di_aiuto_del_Papa_e_gli_scarni_aiuti_dallEuropa) - [Le fortificazioni e le tattiche di difesa di Costantinopoli](#Le_fortificazioni_e_le_tattiche_di_difesa_di_Costantinopoli) - [Le forze d’invasione e la disposizione degli ottomani](#Le_forze_dinvasione_e_la_disposizione_degli_ottomani) - [Il primo assalto degli ottomani](#Il_primo_assalto_degli_ottomani) - [L’assalto finale a Costantinopoli](#Lassalto_finale_a_Costantinopoli) - [Le atrocità degli ottomani a Costantinopoli](#Le_atrocita_degli_ottomani_a_Costantinopoli) - [La Costantinopoli ottomana](#La_Costantinopoli_ottomana) La **caduta di Costantinopoli nel 1453** fu uno degli eventi più significativi del XV secolo, segnando la fine dell’Impero Bizantino e il passaggio della città ai turchi ottomani. L’assedio di Costantinopoli iniziò il 6 aprile 1453, quando le forze ottomane, guidate dal sultano **Maometto II,** circondarono la città e iniziarono a bombardarla con cannoni. Le difese della città erano obsolete e non furono in grado di resistere all’artiglieria ottomana. Nonostante ciò, gli abitanti della città si difesero con coraggio e tenacia, ma alla fine furono sopraffatti dalle forze superiori dei turchi. Dopo cinquantaquattro giorni di assedio, le forze ottomane riuscirono a penetrare nelle mura della città, aprendo una breccia attraverso la quale i soldati turchi **invasero la città.** Gli abitanti di Costantinopoli cercarono di resistere disperatamente, ma alla fine furono massacrati o venduti come schiavi. L’imperatore **Costantino XI,** che guidò personalmente la difesa della città, combatté con grande valore e coraggio, ma alla fine fu ucciso in combattimento. La sua morte segnò **la fine dell’Impero Bizantino e la conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani.** La caduta di Costantinopoli ebbe un impatto significativo sulla storia europea e mondiale, poiché segnò la fine dell’Impero romano d’Oriente, che aveva avuto un ruolo cruciale nella cultura e nella storia europea per oltre un millennio. Inoltre, la caduta di Costantinopoli fu un evento importante **nella storia dell’Islam**, poiché permise ai turchi ottomani di espandersi ulteriormente in Europa e di stabilire un vasto impero che durò per secoli. ## La preparazione all’assedio Quando **Maometto II assunse il trono nel 1451,** aveva appena compiuto diciannove anni. Molte corti europee presumevano che il nuovo sovrano ottomano **non avrebbe seriamente sfidato l’egemonia cristiana nei Balcani e nell’Egeo.** Invece, Maometto agì in modo ben diverso dalle aspettative dell’Europa. Iniziò a costruire una fortezza sul lato europeo del Bosforo già all’inizio del 1452, diverse miglia a nord di Costantinopoli. La nuova fortezza, chiamata Boğazkesen, aveva una posizione strategica importante e assicurava il controllo completo dei traffici marittimi sul Bosforo. L’obiettivo di Maometto II era di difendere la costa del Mar Nero dai possibili attacchi delle colonie genovesi a nord. Nel frattempo, Karaca Pasha, il beylerbeyi della Rumelia, mandò uomini a preparare le strade da Adrianopoli a Costantinopoli per permette il passaggio di massicci cannoni. Nel mese di ottobre del 1452, fu poi inviata una **grande guarnigione nel Peloponneso** per impedire ai despoti Tommaso e Demetrio di fornire aiuto al loro fratello **Costantino XI Paleologo** durante l’imminente assedio di Costantinopoli. ## I difficili rapporti tra Costantinopoli e il Papato L’imperatore bizantino Costantino XI **capì subito le reali intenzioni di Maometto II** e chiese aiuto all’Europa occidentale. Ma le conseguenze di secoli di guerra e inimicizia tra le chiese d’oriente e d’occidente rappresentavano un ostacolo importante. A partire dalle reciproche scomuniche del 1054, il Papa di Roma si era impegnato per riunire la chiesa orientale a quella occidentale. L’unione era stata accolta con favore dall’imperatore bizantino **Michele VIII Paleologo** durante il Secondo Concilio di Lione nel 1274, e alcuni imperatori della dinastia dei Paleologi furono accolti nella Chiesa latina. Anche l’imperatore **Giovanni VIII Paleologo** aveva negoziato recentemente la riunione delle chiese con **Papa Eugenio IV**, durante il Concilio di Firenze del 1439. Tuttavia, gli sforzi della corte bizantina per raggiungere l’unione incontrarono una forte resistenza a Costantinopoli. Infatti, gli ortodossi contrari alla pace con il Papa di Roma, operarono una forte **propaganda** a Costantinopoli, così che la popolazione si divise marcatamente sulla questione. L’odio etnico tra greci e italici, derivante dal massacro dei latini del 1182 da parte dei greci e dal sacco di Costantinopoli nel 1204 dai Latini, non si era ancora sopito. Alla fine, il tentativo di unione tra le chiese di Oriente e di Occidente fallì, infastidendo non poco il papa Niccolò V e la gerarchia della chiesa romana. ## La richiesta di aiuto del Papa e gli scarni aiuti dall’Europa Nell’estate del 1452, quando la minaccia dei Turchi ottomani divenne sempre più pressante, Costantino **inviò una lettera al Papa,** nella quale si impegnava a realizzare l’unione tra le Chiese, che fu ufficializzata il 12 dicembre 1452 dalla corte imperiale, in cambio di supporto militare. Tuttavia, nonostante **Papa Niccolò V** avesse intenzione di onorare il patto, i Bizantini **sovrastimavano** l’influenza del pontefice sui sovrani e i principi occidentali, alcuni dei quali erano persino scettici riguardo al crescente potere del Papa. Inoltre, i governanti occidentali erano **privi dei mezzi necessari** per contribuire allo sforzo bellico: Francia e dell’Inghilterra erano esauste dopo la Guerra dei Cent’anni, l’impiego di forze militari nella Reconquista aveva sfibrato gli eserciti della Spagna, e i conflitti interni al Sacro Romano Impero si erano aggiunti alla sconfitta dell’Ungheria e della Polonia nella Battaglia di Varna del 1444. Solo alcuni volontari occidentali si recarono a Costantinopoli per aiutare nella difesa della città. Il cardinale Isidoro, finanziato dal Papa, giunse nel 1452 con 200 arcieri. **Giovanni Giustiniani**, un abile soldato genovese, arrivò nel gennaio 1453 con 400 soldati genovesi e 300 alleati provenienti dalla colonia di **Chio**. Specializzato nella difesa di città fortificate, Giustiniani fu subito nominato dall’imperatore **comandante generale della difesa delle mura**. I Bizantini lo conoscevano come “Giovanni Giustiniano”, dal nome dell’imperatore bizantino Giustiniano il Grande del VI secolo. Nel frattempo, i capitani delle navi veneziane che si trovavano per caso in zona **offrirono i loro servizi all’imperatore,** salvo poi ricevere ordini contrari da parte di Venezia. Il Papa Niccolò si impegnò anche ad inviare tre navi cariche di viveri, che però non salparono prima della fine di marzo. Intanto, a Venezia, si discuteva sul tipo di assistenza che la Repubblica avrebbe potuto prestare a Costantinopoli. Il Senato veneziano decise di **inviare una flotta nel febbraio 1453,** ma la partenza delle navi venne ritardata fino ad aprile, quando ormai era troppo tardi per intervenire in battaglia. La situazione divenne inquietante: i tentativi di Costantinopoli di placare Maometto II attraverso l’invio di ricchi doni si conclusero con l’esecuzione degli ambasciatori dell’Imperatore. Era chiaro che il sovrano turco non avrebbe avuto alcuna pietà. ## Le fortificazioni e le tattiche di difesa di Costantinopoli Temendo un possibile attacco navale, l’imperatore Costantino XI diede l’ordine di **posizionare una catena difensiva all’imboccatura del porto della città.** Questa fortificazione era basata su tronchi d’albero galleggianti, abbastanza resistenti da impedire alle navi turche di entrare nel porto. Poi, si procedette a **fortificare le mura**. Già durante l’assalto a Costantinopoli avvenuto nella Quarta Crociata, nel 1204, gli eserciti nemici avevano aggirato con successo le difese terrestri di Costantinopoli aprendo una breccia nelle mura. Così Costantino XI decise per la fortificazione delle precedenti **Mura Teodosiane**. L’imperatore ritenne che fosse necessario rafforzare le fortificazioni del quartiere delle **Blacherne**, poiché quel tratto di mura era particolarmente esposto agli attacchi. Le fortificazioni terrestri consistevano in un fossato largo 18 m che era fronteggiato da mura interne ed esterne merlate, intervallate da torri posizionate ogni 45-55 metri. L’esercito che proteggeva Costantinopoli era relativamente **limitato**, per un totale di circa **settemila** uomini, di cui duemila stranieri. All’inizio dell’assedio, si stima che gli abitanti di Costantinopoli fossero meno di cinquantamila. Poiché il numero di truppe bizantine era insufficiente per presidiare l’intera estensione delle mura, si decise di sorvegliare solo quelle esterne. L’imperatore Costantino e le sue truppe greche erano incaricati della sorveglianza del **Mesoteichion**, la sezione centrale delle mura di terra, attraversate dal fiume **Lico**. Questa sezione era considerata il punto più **debole** e per questo si temeva maggiormente un attacco in questa direzione. Un altro comandante, **Giustiniani**, era di stanza a nord dell’imperatore, presso la **Porta di Carisio** (Myriandrion); in seguito, durante l’assedio, spostò le sue truppo sul Mesoteichion per unirsi a Costantino, lasciando il Myriandrion sotto la protezione dei fratelli **Bocchiardi**. I veneziani guidati da **Girolamo Minotto e Teodoro Caristo,** i fratelli Langasco e l’arcivescovo Leonardo di Chios erano infine di stanza nel Palazzo delle Blacherne. Alla sinistra dell’imperatore, più a sud, c’erano i comandanti **Cataneo**, che guidava le truppe genovesi, e **Teofilo Paleologo**, che sorvegliava la **Porta Pegae** con soldati greci. La sezione delle mura di terra dalla Porta Pegae alla Porta d’Oro (a sua volta sorvegliata da un genovese di nome Manuele) era difesa dal veneziano **Filippo Contarini,** mentre **Demetrio Cantacuzeno** aveva preso posizione sulla parte più meridionale delle mura teodosiane. Le dighe della città erano sorvegliate da **Jacobo Contarini,** che si posizionò a **Stoudion** con una forza di difesa improvvisata costituita da monaci greci, e il **principe Orhan** presso il porto di **Eleutherios**. **Due riserve tattiche** vennero disposte all’interno della città: una nel distretto di **Petra**, posizionata appena dietro le mura sotto il comando di **Loukas Notaras** e l’altra vicino alla **Chiesa dei Santi Apostoli,** guidata da **Niceforo Paleologo.** Il veneziano **Alviso Diedo** comandava le navi nel porto, ma aveva un importante problema. Nonostante i bizantini disponessero dei cannoni, questi erano più piccoli di quelli degli ottomani e il rinculo tendeva a danneggiare le stesse mura della città. Secondo lo storico David Nicolle, nonostante le condizioni sfavorevoli, l’idea che Costantinopoli fosse inevitabilmente destinata alla sconfitta è errata e l’esito dell’assedio non era così scontato come potrebbe sembrare a prima vista. ## Le forze d’invasione e la disposizione degli ottomani Maometto II comandava un **grande esercito** che vantava una forza militare notevole. Secondo gli archivi ottomani e le ricerche moderne, l’esercito ottomano contava circa **50.000-80.000 soldati**, tra cui un contingente di 5.000-10.000 giannizzeri, un **corpo d’élite di fanteria e circa 70 cannoni.** Inoltre, c’erano migliaia di truppe cristiane, tra cui 1.500 cavalieri serbi forniti dal loro signore Đurađ Branković, che era obbligato a servire il sultano ottomano ma che solo pochi mesi prima dell’assedio, aveva finanziato la ricostruzione delle mura di Costantinopoli. Le testimonianze dei testimoni occidentali dell’epoca, sebbene inclini a esagerare la potenza militare del sultano, forniscono numeri ancora più elevati. Alcuni sostengono che l’esercito di Maometto contasse fino a 300.000 uomini, mentre altri indicano cifre tra i 160.000 e i 200.000 soldati. Tuttavia, questi numeri sono considerati esagerati dagli storici moderni. Maometto II ordinò inoltre la **costruzione di una flotta** che avrebbe assistito l’assedio di Costantinopoli dal mare, impiegando anche **marinai spagnoli di Gallipoli.** Secondo le stime dell’epoca, la flotta ottomana contava da **110 a 430 navi,** con numeri discordanti a seconda dei resoconti. I numeri moderni suggeriscono che la flotta era composta da 110 navi, tra cui 70 grandi galee, 5 galee ordinarie, 10 galee più piccole, 25 grandi barche a remi e 75 trasporti a cavallo. Inoltre, gli ottomani erano dotati di un **notevole potere di fuoco grazie ai loro cannoni.** Sebbene i difensori di Costantinopoli fossero consapevoli che gli ottomani avevano la capacità di utilizzare cannoni di medie dimensioni, la portata di alcuni dei cannoni schierati superava di gran lunga le loro aspettative. Gli ottomani disponevano dunque di 12-62 cannoni, la maggior parte dei quali erano stati costruiti da ingegneri turchi, tra cui **Saruca**, che aveva creato una grande bombarda. Almeno un cannone fu costruito da **Orban**, un produttore di cannoni ungherese che aveva cercato di vendere i suoi servizi ai bizantini prima di unirsi alle forze di Maometto II. Orban creò un **enorme cannone lungo 8,2 m chiamato “Basilica”,** che poteva sparare una palla di pietra da **270 kg** a oltre un miglio di distanza. Tuttavia, questo cannone presentava diversi inconvenienti e si dice che sia crollato sotto il suo stesso rinculo dopo sei settimane, anche se il resoconto del crollo del cannone è stato messo in discussione, dato che è stato riportato solo in alcune fonti. Mentre si preparava per l’assalto finale, Maometto II doveva intraprendere il delicato processo di trasporto dei suoi **enormi pezzi di artiglieria.** Per questo scopo, fece trascinare un **treno di artiglieria di 70 pezzi di grandi dimensioni** dal suo quartier generale a Edirne, tra cui l’enorme cannone di Orban. Si diceva che questo cannone fosse stato trainato da Edirne da un equipaggio di **60 buoi e oltre 400 uomini.** Il carriaggio comprendeva anche un’altra grande bombarda costruita dall’ingegnere turco **Saruca**, che sarebbe stata utilizzata nella battaglia. Maometto II aveva pianificato di **attaccare le mura teodosiane**, l’unica parte della città non circondata dall’acqua e dall’intricata serie di mura e fossati che proteggevano Costantinopoli ad ovest. Si accampò fuori dalla città il **2 aprile 1453**, il lunedì dopo Pasqua. Le truppe erano disposte lungo l’intera lunghezza delle mura, mentre il grosso dell’esercito era accampato a sud. Maometto II stabilì la sua tenda, di colore rosso e oro, vicino al Mesoteichion, dove erano posizionati i cannoni e i reggimenti d’élite dei giannizzeri. Altre truppe erano disposte a sud del Lycus fino al Mar di Marmara, e alcune sotto Zagan Pascià furono impiegate a nord. Gli ottomani avevano esperienza nell’assedio delle città e sapevano come prevenire le malattie, bruciando i cadaveri, smaltendo efficacemente gli escrementi e monitorando attentamente le loro fonti d’acqua. ## Il primo assalto degli ottomani All’inizio dell’assedio, Maometto II inviò alcune delle sue truppe più esperte per conquistare le ultime fortezze bizantine **immediatamente fuori** dalla città di Costantinopoli. In pochi giorni, la fortezza di **Therapia** sul Bosforo e un piccolo castello nel villaggio di **Studius**, vicino al Mar di Marmara, furono occupati, così come le “Isole dei Principi”, nel Mar di Marmara, che furono rapidamente conquistate dalla flotta dell’ammiraglio **Baltoghlu**. Durante l’assedio, i massicci cannoni di Maometto spararono contro le mura per settimane, ma a causa della loro imprecisione e della lenta cadenza di fuoco, i Bizantini furono in grado di riparare la maggior parte dei danni dopo ogni colpo, mitigando l’effetto dell’artiglieria avversaria. Nonostante alcuni attacchi esplorativi, la flotta ottomana guidata da Baltoghlu non riuscì ad entrare nel cosiddetto “Corno d’Oro”, un’insenatura a forma di corno del Bosforo che conduceva nel cuore di Costantinopoli, a causa della fortificazioni bizantine, ottimamente posizionate. Addirittura, per gli ottomani vi fu uno **smacco**. Il 20 aprile, una flottiglia composta da quattro navi cristiane riuscì a superare le imbarcazioni ottomane e ad entrare a Costantinopoli, portando rinforzi. Questo evento rafforzò il morale dei difensori e causò parecchio imbarazzo al sultano. Maometto, per punizione, spogliò l’incapace generale delle sue ricchezze e proprietà e le regalò ai suoi giannizzeri, e ordinò che Baltoghlu fosse frustato **100 volte.** Maometto II ordinò allora la **costruzione di una strada costituita da tronchi d’albero** che avrebbe dovuto attraversare il quartiere di Galata, sul lato nord del Corno d’Oro, e utilizzò questa piattaforma di legno per trascinare le sue navi oltre la collina, disponendole direttamente di fronte al Corno d’Oro il 22 aprile, aggirando le difese bizantine. Questa mossa **minacciò gravemente il flusso di rifornimenti** che partivano dalla colonia genovese di Pera verso Costantinopoli, il che demoralizzò i difensori bizantini. La notte del 28 aprile, i soldati di Costantinopoli **cercarono di distruggere le navi ottomane** che andavano accumulandosi nel Corno d’Oro attraverso l’uso di navi incendiarie, ma gli ottomani costrinsero i nemici a ritirarsi subendo molte perdite. Durante questa sortita, quaranta soldati riuscirono a sfuggire alle loro navi che affondavano e a nuotare fino alla costa settentrionale. Su ordine di Maometto, **furono impalati,** affinché tutti potessero vederli. In risposta, i bizantini trascinarono i loro prigionieri ottomani, 260 in tutto, presso le mura, dove furono **giustiziati uno per uno,** davanti agli occhi degli ottomani. L’esercito ottomano tentò più volte di **sfondare il muro di Costantinopoli,** ma tutti gli assalti si erano rivelati fallimentari. Dopo questi tentativi infruttuosi, gli ottomani decisero, attorno al 25 maggio, di costruire delle “**mine**“, ovvero dei tunnel sotterranei che dovevano indebolire e causare il crollo delle mura: molti dei genieri di Maometto erano anche dei provetti minatori, soprattutto quelli di origine serba inviati da Novo Brdo sotto il comando di Zagan Pasha. Ma a Costantinopoli, un ingegnere di nome **Johannes Grant** fece scavare delle contromine che permisero alle truppe bizantine di intercettare i tunnel nemici e uccidere i minatori. I bizantini riuscirono a scovare il primo tunnel nella notte del 16 maggio. I tunnel successivi furono scoperti e distrutti il 21, 23 e 25 maggio, grazie all’uso del fuoco greco e a vigorosi combattimenti. Infine, il 23 maggio, i bizantini catturarono e torturarono **due ufficiali turchi,** che rivelarono la posizione di tutti i tunnel, che furono così rapidamente distrutti. In quei giorni, Maometto II tenne una riunione conclusiva con i suoi ufficiali superiori. Durante il consiglio, riscontrò una certa opposizione da parte di uno dei suoi visir, il veterano **Halil Pasha**, che aveva sempre disapprovato i piani di Maometto di conquistare la città. Halil gli consigliò di **abbandonare** l’assedio a causa delle recenti avversità. **Zagan Pasha** si oppose a Halil Pasha e insistette per un attacco immediato. Ritenendo che la difesa bizantina fosse già sufficientemente indebolita, Maometto decise di sopraffare le mura con la forza bruta e iniziò i preparativi per un’offensiva finale a tutto campo. ## L’assalto finale a Costantinopoli La sera del 26 maggio, iniziarono i **preparativi per l’assalto finale**, che si protrassero per tutto il giorno successivo. Per 36 ore dopo che il consiglio di guerra aveva deciso di attaccare, gli ottomani mobilitarono tutta la loro forza lavoro per l’offensiva generale. Il 28 maggio, ai soldati furono concessi il tempo per **pregare e riposare**, prima di lanciare l’attacco finale. Nel frattempo, sul fronte bizantino, una piccola flotta veneziana di 12 navi, che aveva perlustrato l’Egeo, arrivò alla capitale il 27 maggio, riferendo all’imperatore che **nessuna grande flotta di soccorso veneziana era in viaggio.** Il 28 maggio, mentre l’esercito ottomano si preparava per l’assalto finale, a Costantinopoli si svolsero **grandi processioni religiose**. In serata, l’ultima solenne cerimonia dei Vespri ebbe luogo nella Basilica di Santa Sofia, alla quale parteciparono l’imperatore e i rappresentanti delle chiese latina e greca. Dopo la mezzanotte di martedì 29 maggio, ebbe inizio l’offensiva. Fu l’esercito cristiano alleato dell’Impero ottomano a dare il primo assalto, seguito da successive ondate di truppe irregolari, poco addestrate ed equipaggiate, e da forze beylik turkmene, che si concentrarono su una sezione delle mura già danneggiate nella parte nord-occidentale della città. Questa porzione delle mura, costruita nel 11° secolo, risultava molto più debole. I mercenari turkmeni riuscirono a penetrare il tratto murario e ad entrare in città, ma furono altrettanto velocemente respinti dai difensori. Infine, l’ultima ondata, costituita dai giannizzeri d’élite, attaccò le mura cittadine. Il generale genovese responsabile della difesa a terra, **Giovanni Giustiniani**, subì gravi ferite durante l’attacco, e la sua evacuazione dai bastioni causò il panico tra i difensori. Mentre le truppe genovesi di Giustiniani si arrendevano e si ritiravano, Costantino e i suoi uomini scelsero di non piegarsi di fronte all’assalto dei giannizzeri. Con animo valoroso, resistettero all’avanzata dell’esercito ottomano, combattendo senza sosta per Costantinopoli. Nonostante il loro coraggio, però, i difensori furono sopraffatti lungo diversi punti del muro. Quando le bandiere turche sventolarono sopra la Kerkoporta, una piccola porta rimasta aperta, il panico si diffuse, e la difesa collassò. Ma Costantino non si arrese. Abbandonò le sue insegne imperiali e scelse di guidare l’ultima carica contro gli ottomani, accanto ai suoi valorosi uomini. Nella furia del combattimento, i difensori resistettero con tutte le forze, ma la battaglia si concluse tragicamente. Costantino perse la vita, combattendo fino all’ultimo respiro per difendere la sua città. Il suo sacrificio fu tale che si racconta come, nell’ora del crollo, egli **si impiccò sulla porta di San Romano,** per non cadere prigioniero dei nemici. Dopo il primo assalto, l’armata di Maometto II si mosse lungo la via principale della città, il **Mese**, oltrepassando i grandi fori e la Chiesa dei Santi Apostoli, che il sultano aveva deciso di stabilire come sede per il suo patriarca per meglio controllare i suoi sudditi cristiani. Una delle prime mosse di Maometto II fu quella di **inviare un’avanguardia per proteggere questi edifici chiave.** Alcuni civili riuscirono a fuggire. Quando i veneziani si ritirarono sulle loro navi, gli ottomani avevano già conquistato le mura del Corno d’Oro. Fortunatamente per gli abitanti della città, gli ottomani non erano interessati a uccidere schiavi potenzialmente preziosi, ma piuttosto a razziare le case della città in cerca di bottino. Il capitano veneziano diede l’ordine ai suoi uomini di aprire la porta del Corno d’Oro, permettendo ai veneziani di salpare con le loro navi cariche di soldati e rifugiati. Poco dopo, alcune navi genovesi e persino quelle dell’imperatore seguirono il loro esempio, fuggendo attraverso il Corno d’Oro. Questa flotta riuscì a sfuggire all’ultimo momento prima che la marina ottomana assumesse il controllo del Corno d’Oro, che avvenne a mezzogiorno. L’armata ottomana convergeva verso **l’Augusteum**, la vasta piazza che si affacciava sulla grande chiesa di **Santa Sofia**, le cui porte di bronzo erano bloccate da una folla di civili che si erano rifugiati all’interno dell’edificio, sperando nella protezione divina. Quando le porte furono sfondate, le truppe divisero la folla in base al prezzo che avrebbero potuto ottenere vendendo i prigionieri nei mercati degli schiavi. Non si conosce il numero di perdite subite dagli ottomani, ma molti storici ritengono che furono gravi, anche a causa dei diversi attacchi falliti che l’esercito ottomano aveva tentato durante l’assedio e l’assalto finale. ## Le atrocità degli ottomani a Costantinopoli Secondo le fonti antiche, Maometto II permise un **periodo iniziale di saccheggio** che portò alla distruzione di numerose chiese ortodosse, ma cercò di impedire un completo saccheggio della città. Il 2 giugno, il sultano trovò la città in gran parte **desolata e distrutta;** le chiese erano state oltraggiate e saccheggiate, le abitazioni non erano più abitabili e negozi e botteghe erano stati svuotati. Si dice che si sia commosso fino alle lacrime, dicendo: “Che città abbiamo consegnato al saccheggio e alla distruzione”. Secondo **David Nicolle,** la popolazione fu trattata meglio dai suoi conquistatori ottomani di quanto non fecero i crociati nel 1204, affermando che **solo 4.000 greci persero la vita nell’assedio,** mentre secondo un rapporto del Senato veneziano, 50 nobili veneziani e oltre 500 altri civili veneziani morirono durante l’assedio. Altre fonti parlano di **depredazioni estremamente crudeli**: Leonardo di Chios registrò le barbarie che seguirono la caduta di Costantinopoli dichiarando che gli invasori ottomani depredarono la città, massacrarono o ridussero in schiavitù decine di migliaia di individui e stuprarono suore, donne e bambini. Le donne della città subirono violenze sessuali per mano delle forze ottomane. La maggioranza schiacciante dei cittadini di Costantinopoli (tra 30.000 e 50.000) furono costretti a diventare schiavi. Lo storico bizantino **Ducas** riferisce che, durante il banchetto per festeggiare la vittoria, il sultano ordinò al granduca **Loukas Notaras** di consegnargli il figlio più giovane per stuprarlo. Notaras rispose che sarebbe stato meglio morire piuttosto che consegnare suo figlio al sultano. La risposta sdegnò Maometto II, che ordinò immediatamente l’esecuzione di Notaras. Prima della sua morte, Notaras incoraggiò i suoi figli a non temere l’ira di Maometto II e a respingere le sue avances. I figli, incoraggiati dalle parole del padre, si opposero al volere del sultano e si dice che siano stati tutti giustiziati. Tuttavia, il ricercatore e professore americano Walter G. Andrew dubita dell’autenticità di questa storia, affermando che ha somiglianze con la precedente storia di San Pelagio e potrebbe essere più un tentativo di rappresentare i musulmani come moralmente inferiori che una testimonianza dei fatti realmente accaduti durante la conquista. ## La Costantinopoli ottomana Lo storico bizantino George Sphrantzes, che assistette alla caduta di Costantinopoli, descrisse le azioni del sultano e le sue prime decisioni. Il terzo giorno successivo alla caduta della nostra città, il Sultano **celebrò il suo trionfo con un grande e gioioso trionfo.** Pubblicò un decreto: i cittadini di tutte le età che erano riusciti a scappare al rastrellamento dovevano abbandonare i loro nascondigli in tutta la città e uscire allo scoperto, poiché dovevano rimanere liberi e nessuno gli avrebbe imposto alcunchè. Il sultano promise che le case e le proprietà di coloro che avevano lasciato la città prima dell’assedio sarebbero state restituite e se i profughi fossero tornati a casa, sarebbero stati trattati in base al loro rango e alla loro religione, come se nulla fosse cambiato. La **Basilica di Santa Sofia fu convertita in moschea**, mentre la Chiesa greco-ortodossa rimase intatta. Gennadio Scolastico fu nominato patriarca di Costantinopoli. La presa di Costantinopoli spaventò molti europei, che la considerarono un evento disastroso per la loro cultura. Molte persone temevano che altri regni cristiani europei potessero essere colpiti dalla stessa sorte di Costantinopoli. Due furono le possibili reazioni che emersero tra gli intellettuali e i religiosi dell’epoca: la crociata o il dialogo. Mentre **Papa Pio II** sostenne fermamente un’altra **crociata**, il teologo tedesco **Nicola di Cusa** promosse l’idea di un **dialogo** con gli ottomani. Con la conquista di Costantinopoli, Maometto II poté dare una nuova capitale al suo impero, nonostante questo fosse in declino a causa di anni di conflitto. La perdita della città fu un duro colpo per la cristianità e lasciò l’Occidente cristiano esposto ad un avversario forte e aggressivo ad est. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [La battaglia di Okinawa. La strenua resistenza giapponese agli USA](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-okinawa/) **Published:** Febbraio 21, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Nel 1945, la battaglia di Okinawa fu uno scontro decisivo tra alleati e Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, caratterizzata dall'impiego massiccio degli attacchi kamikaze e gravi perdite umane. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Progettazione e operazioni preliminari](#Progettazione_e_operazioni_preliminari) - [L’invasione di Okinawa](#Linvasione_di_Okinawa) - [Il crollo della resistenza giapponese](#Il_crollo_della_resistenza_giapponese) - [Analisi della battaglia di Okinawa](#Analisi_della_battaglia_di_Okinawa) La **battaglia di Okinawa** fu un’importante battaglia della Seconda Guerra Mondiale che si svolse sull’isola giapponese di Okinawa, dal 1° aprile al 22 giugno 1945. La battaglia vide opposti l’Impero giapponese e le forze alleate, principalmente gli Stati Uniti. La battaglia di Okinawa fu **l’ultima grande battaglia terrestre della guerra nel Pacifico** e fu caratterizzata da una forte resistenza giapponese. Fu anche uno dei conflitti più sanguinosi della guerra, con un elevato numero di vittime tra le forze alleate e i civili okinawensi. Alla fine, le forze alleate riuscirono a conquistare l’isola, ma a un costo molto elevato. La battaglia di Okinawa fu un fattore importante che portò alla **decisione degli Stati Uniti di utilizzare la bomba atomica** contro il Giappone per porre fine alla guerra. ## Progettazione e operazioni preliminari Mentre la spedizione su **Iwo Jima** si avvicinava alla fine nel marzo 1945, i comandanti statunitensi dispiegarono potenti forze terresti, aeree e navali in preparazione dell’operazione Iceberg, che prevedeva l’invasione di Okinawa. L’isola, che misura circa **60 miglia (circa 100 km) di lunghezza e non più di 20 miglia (32 km)** di larghezza nel suo punto più ampio, era stata completamente fortificata da una guarnigione giapponese di circa 100.000 uomini sotto il comando del tenente gen. Ushijima Mitsuru. Prevedendo che la battaglia per Okinawa avrebbe molto probabilmente superato le pesanti perdite avvenute a Iwo Jima, i generali americani speravano di **sopraffare i giapponesi con un massiccio bombardamento iniziale** e con il più grande sbarco anfibio effettuato dagli Stati Uniti durante la Guerra del Pacifico. I bombardamenti aerei e navali che precedettero l’invasione erano iniziati già nell’ottobre 1944 e le operazioni aeree alleate effettuate nel marzo 1945 dalla flotta di portaerei **Task Force 58** sotto il comando di Marc Mitscher, avevano già distrutto centinaia di aerei giapponesi. Sebbene queste perdite ridussero la capacità dei difensori giapponesi di confrontare gli americani nei cieli di Okinawa, i giapponesi mantennero una forza aerea sufficiente per organizzare devastanti attacchi suicidi contro le unità navali alleate. Il 26 marzo gli americani cercarono di reagire effettuando uno sbarco sulle isole **Kerama**, dove erano state assemblate circa 350 piccole imbarcazioni giapponesi per eseguire attacchi suicidi. Un altro sbarco preparatorio fu effettuato su Keise, un insieme di isolotti corallini a sole 11 miglia (18 km) a sud-ovest delle principali spiagge dove sarebbe avvenuta l’invasione. Da **Keise**, le batterie di artiglieria americane Long Tom da 155 mm avrebbero potuto fornire supporto alle truppe di invasione. ## L’invasione di Okinawa Nei giorni finali di marzo, le avanguardie americane di demolizione subacquea e i dragamine **rimossero gli ostacoli dalle spiagge per permettere lo sbarco**. L’operazione venne guidata dall’Ammiraglio **Chester Nimitz,** comandante della quinta flotta, dall’Ammiraglio **Raymond Spruance,** supervisore degli sbarchi e dal Tenente. **Simon Bolivar Buckner, Jr**., capo delle truppe di terra statunitensi. L’invasione iniziò il 1 aprile 1945, quando un contingente di truppe di terra statunitensi sbarcò a **Hagushi**, sulla costa occidentale del centro di Okinawa. Prima del tramonto, circa 50.000 uomini della 10a armata statunitense, sotto il comando di **Buckner**, erano sbarcati e avevano stabilito una testa di ponte lunga circa 5 miglia (8 km). Entro il 4 aprile, le truppe e i marines dell’esercito americano avevano diviso l’isola in due. Il primo grande contrattacco giapponese avvenne il 6-7 aprile sotto forma di attacchi suicidi da parte di oltre 350 aerei kamikaze e della corazzata Yamato. I giapponesi speravano che la **Yamato** potesse distruggere la flotta americana dopo che questa era stata indebolita dall’onda di kamikaze, ma, senza copertura aerea, la corazzata nipponica era facile preda degli aerei USA, che affondarono la Yamato. L’affondamento della corazzata giapponese, avvenuto il 7 aprile, segnò definitivamente la fine dell’era delle corazzate ultra-armate della guerra navale. Complessivamente, si erano infatti rivelate ben più efficaci le armi giapponesi “Baka”, un missile da crociera pilotato, che fece il suo debutto proprio a Okinawa. I missili **Baka** fecero la loro prima vittima, affondando il cacciatorpediniere USS Abele, nei mari al largo di Okinawa il 12 aprile. I membri della decima armata si mossero lentamente verso nord e avevano pacificato quasi completamente i due terzi settentrionali dell’isola entro il 22 aprile. Durante questo periodo, le forze statunitensi subirono probabilmente la loro più importante perdita durante la battaglia, quando il giornalista **Ernie Pyle** fu ucciso in azione. Pyle, che aveva documentato il conflitto in Europa e si era guadagnato la stima come uno dei corrispondenti di guerra più amati della Seconda Guerra Mondiale, aveva seguito la 77° divisione di fanteria durante un attacco a “Ie”, un’isola a ovest di Okinawa. L’18 aprile, mentre si stava dirigendo verso un centro di comando avanzato, Pyle fu mortalmente ferito dal fuoco di una mitragliatrice giapponese. ## Il crollo della resistenza giapponese Le forze della **decima Armata**, che erano avanzate verso sud e raggiunto i principali centri abitati di Naha e Shuri, incontrarono una resistenza estremamente feroce. Come a Iwo Jima, i giapponesi combatterono con una grande determinazione e riuscirono a infliggere pesanti perdite agli americani. La guarnigione giapponese che difendeva l’area di **Naha-Shuri** contava circa **60.000 uomini** e, dal 1 maggio, queste truppe furono confinate in un’area di circa 90 miglia quadrate (circa 230 km quadrati) all’estremità meridionale dell’isola. Il combattimento in questo settore era caratterizzato da una **guerra di posizione**; entrambe le parti si muovevano per linee fisse e i difensori avevano il chiaro vantaggio di combattere da posizioni ben protette. I giapponesi fecero ampio uso delle **grotte di Okinawa**, che offrivano un ottimo riparo contro i bombardamenti americani. Da un punto di vista tattico, gli americani si basavano molto sulla **superiorità quantitativa e qualitativa del loro equipaggiamento.** Di giorno, eseguivano attacchi frontali alle posizioni nemiche con il supporto di pesante artiglieria. I carri armati lanciafiamme guidavano i fanti contro le caverne giapponesi, che dovevano essere distrutte una per una. Di notte, le attività di terra erano limitate a operazioni di pattugliamento e bombardamenti di artiglieria. Poiché i giapponesi non facevano prigionieri né generalmente si arrendevano, i combattimenti ravvicinati su Okinawa furono brutali e condotti fino alla morte. La durezza della campagna si espresse al massimo durante i combattimenti per la conquista della **“Chocolate Drop Hill”,** una collina fortificata giapponese che difendeva gli accessi a Shuri. Le truppe americane tentarono di conquistare la base di questa collina di 40 metri per tre volte in cinque giorni ma furono puntualmente respinte. In sei ore, cannoni navali e terrestri spararono **30.000 proiettili** sulla collina, mentre i bombardieri la colpirono con tonnellate di esplosivi ad alto potenziale. Tutti gli sforzi per eliminare i giapponesi furono inutili e le truppe di terra dovettero demolire ogni singola fortificazione nipponica, un’operazione noiosa, costosa e pericolosa. Solo da un lato della collina, infatti, i giapponesi avevano costruito **circa 500 ingressi** per le loro postazioni sotterranee e per chiudere questi accessi dovevano essere usate ogni volta diverse cariche di dinamite. Infine, le forze statunitensi conquistarono la collina il 16 maggio. La linea di difesa giapponese, pesantemente fortificata, si estendeva da **Naha** sulla costa occidentale fino a Yonabaru sulla costa orientale, passando per **Shuri**. Molti attacchi delle forze americane erano stati respinti, ma il 12 maggio le truppe USA riuscirono ad entrare nei sobborghi di Naha e a combattere casa per casa. Ancora più intensa fu la battaglia per **Shuri**, che rappresentava una chiave importante nelle difese giapponesi. Shuri cadde il 1 giugno, e il 6 giugno gli americani conquistarono l’aeroporto di Naha. Nonostante la rottura della principale linea difensiva giapponese, l’opposizione non accennava a diminuire e i difensori continuarono a combattere con tenacia. Tuttavia, la forza militare giapponese si stava esaurendo rapidamente e a metà giugno la maggior parte della guarnigione era stata uccisa in azione. Le principali operazioni di combattimento si sono concluse il **21 giugno.** ## Analisi della battaglia di Okinawa In ultima analisi, la **caduta di Okinawa è stata determinata dal fatto che i giapponesi non avevano più caverne e postazioni da cui combattere, né uomini da impiegare.** Per capire la resistenza giapponese basta guardare le date: dal 4 aprile al 26 maggio, le forze statunitensi nel sud di Okinawa avanzarono di soli 6,4 km. Ci volle quasi un mese, dal 26 maggio al 21 giugno, per coprire i restanti 16 km fino alla punta meridionale dell’isola. Nonostante gli americani considerassero Okinawa una delle loro maggiori vittorie durante la campagna del Pacifico, il prezzo pagato da entrambe le parti fu enorme. Le vittime americane furono circa 12.000, oltre a 36.000 feriti. Buckner, il comandante di terra degli Stati Uniti, **fu ucciso in azione il 18 giugno** mentre visitava un posto di osservazione avanzato. Fu l’ufficiale statunitense di grado più alto ucciso dal fuoco nemico durante la seconda guerra mondiale. Il 22 giugno, Ushijima, il comandante giapponese, e il suo capo di stato maggiore, il tenente generale Cho Isamu, preferirono suicidarsi durante un rituale piuttosto che arrendersi agli americani. In totale, furono uccisi circa **110.000 soldati giapponesi,** mentre meno di 8.000 si arresero. La popolazione civile di Okinawa fu ridotta di un quarto; 100.000 uomini, donne e bambini di Okinawa morirono nei combattimenti o si suicidarono su ordine dell’esercito giapponese. In alcuni casi, alle famiglie veniva fornita una bomba a mano da far esplodere quando la cattura da parte degli americani sembrava imminente. Nel corso della battaglia di Okinawa vennero inoltre impiegati gli **aerei kamikaze**, che erano stati utilizzati per la prima volta nella battaglia del **Golfo di Leyte.** Questi velivoli vennero utilizzati dai generali giapponesi come arma estrema per tentare di immobilizzare la flotta statunitense e impedire l’invasione del territorio. Inizialmente, i funzionari della marina degli Stati Uniti minimizzarono l’efficacia degli attacchi kamikaze. L’ammiraglio **Mitscher** affermò fino al 5 giugno che gli attacchi erano poco significativi e che solo l’1% di essi aveva raggiunto l’obiettivo. Tuttavia, questa valutazione si rivelò essere davvero riduttiva. Pur evitando pericolose esagerazioni, diversi ufficiali USA ammisero che l’uso di questa nuova arma richiedeva dei **cambiamenti nelle tattiche di combattimento statunitensi e nella progettazione delle navi.** Di fatto, i kamikaze furono estremamente efficaci, causando il naufragio di 26 delle 34 navi colpite nella battaglia. Anche il numero di vittime tra il personale della marina degli Stati Uniti fu molto elevato, con 4.907 marinai uccisi su un totale di 12.281 americani morti nella campagna di Okinawa. A seguito del blocco navale messo in atto dagli alleati, le isole giapponesi si trovarono di fatto impedite dall’importare beni dall’estero. Inoltre, l’esercito giapponese, nonostante la distruzione di molte città a seguito della campagna di bombardamenti strategici di Curtis LeMay, rifiutò di prendere in considerazione la resa. Gli strateghi statunitensi, basandosi sull’esperienza di Okinawa, valutarono che un’ipotetica invasione del Giappone avrebbe comportato la perdita di 225.000 vite umane da parte degli Stati Uniti. Tuttavia, stime più pessimistiche fecero salire tale cifra a **1.000.000.** Così, dopo essere succeduto alla presidenza degli Stati Uniti in seguito alla morte di Franklin D. Roosevelt il 12 aprile 1945, il nuovo presidente **Harry S. Truman** venne a conoscenza del **Progetto Manhattan**, un programma top secret volto alla realizzazione della bomba atomica. Truman confidò al suo staff di riporre molte speranze nel fatto che una bomba atomica avrebbe potuto scongiurare situazioni come quella di Okinawa su tutto il territorio giapponese. Questo, senza dubbio, ebbe un ruolo di rilievo nella sua decisione di utilizzare l’arma atomica. Ad inizio Agosto 1945, le forze statunitensi sganciarono due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che portarono alla resa dei giapponesi il 2 Settembre 1945. Okinawa rimase sotto occupazione statunitense per circa 27 anni, e l’amministrazione giapponese poté riprendere il controllo dell’isola soltanto il 15 maggio 1972. Dopo il trasferimento di poteri, gli Stati Uniti decisero comunque di mantenere una presenza militare significativa a Okinawa fino al XXI secolo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [La battaglia di Hastings, 1066. I normanni conquistano l'Inghilterra](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-hastings-1066-normanni-inghilterra/) **Published:** Febbraio 19, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La battaglia di Hastings del 1066 decretò la vittoria dei normanni sugli anglosassoni e inaugurò il dominio normanno sull'Inghilterra nei secoli successivi **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La pretesa al trono d’Inghilterra di Guglielmo il Conquistatore](#La_pretesa_al_trono_dInghilterra_di_Guglielmo_il_Conquistatore) - [L’esercito normanno ad Hastings. Armi ed equipaggiamento](#Lesercito_normanno_ad_Hastings_Armi_ed_equipaggiamento) - [L’esercito inglese ad Hastings. Armi ed equipaggiamento](#Lesercito_inglese_ad_Hastings_Armi_ed_equipaggiamento) - [Il luogo della battaglia di Hastings](#Il_luogo_della_battaglia_di_Hastings) - [Lo schieramento della battaglia di Hastings](#Lo_schieramento_della_battaglia_di_Hastings) - [Svolgimento della battaglia di Hastings](#Svolgimento_della_battaglia_di_Hastings) - [La morte di Harold e la svolta nella battaglia](#La_morte_di_Harold_e_la_svolta_nella_battaglia) - [La cause della sconfitta inglese e della vittoria normanna](#La_cause_della_sconfitta_inglese_e_della_vittoria_normanna) - [Le conseguenze della battaglia di Hastings per la storia inglese](#Le_conseguenze_della_battaglia_di_Hastings_per_la_storia_inglese) La **battaglia di Hastings** fu combattuta il 14 ottobre 1066 tra l’esercito normanno di **Guglielmo il Conquistatore e l’esercito anglosassone di re Harold II d’Inghilterra.** La battaglia fu il culmine della conquista normanna dell’Inghilterra e avvenne a circa 11 chilometri a nord di Hastings, nella contea del Sussex. **Guglielmo il Conquistatore** invase l’Inghilterra con un esercito di circa 7.000 uomini, mentre **Harold II** radunò un esercito di difesa per respingere l’invasione. La battaglia iniziò con l’avanzata dell’esercito anglosassone, che si scontrò con le truppe normanne. Nonostante l’iniziale successo anglosassone, Guglielmo schierò una tattica astuta, fingendo una ritirata per poi attaccare l’esercito inglese quando si era disorganizzato. Nella fase finale della battaglia, **Harold II fu ucciso e il suo esercito sconfitto**. La vittoria normanna portò alla **conquista dell’Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore e alla nascita del Regno normanno in Inghilterra.** La battaglia di Hastings fu una delle battaglie più importanti della storia europea, in quanto portò alla fine dell’epoca anglosassone e all’inizio dell’epoca medievale in Inghilterra. ## La pretesa al trono d’Inghilterra di Guglielmo il Conquistatore **Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia**, pretendeva il trono d’Inghilterra poiché riteneva che gli fosse stato promesso dal re anglosassone **Edoardo il Confessore,** che aveva una lontana parentela con la sua famiglia. Quando Edoardo morì nel gennaio del 1066 senza un erede diretto al trono, il trono passò al re anglosassone Harold II, che **si proclamò re senza il sostegno di Guglielmo o di altri nobili europei.** Guglielmo, tuttavia, non accettò la decisione e decise di invadere l’Inghilterra con un esercito di circa 7.000 uomini per reclamare ciò che riteneva fosse suo per diritto di successione. ## L’esercito normanno ad Hastings. Armi ed equipaggiamento L’esercito normanno di Guglielmo il Conquistatore era composto principalmente da **cavalieri e arcieri.** Gli **arcieri** normanni erano armati con un arco lungo, che aveva una gittata maggiore rispetto agli archi utilizzati dagli anglosassoni, e con frecce che potevano penetrare le corazze degli avversari. Gli arcieri erano supportati da **cavalieri corazzati,** armati di lancia, spada e scudo, che costituivano la principale forza di attacco dell’esercito normanno. L’armatura dei cavalieri normanni era costituita da una cotta di maglia di ferro, che copriva il busto e le braccia, un elmo con una visiera, una lancia, una spada e uno scudo. L’esercito normanno era supportato da **truppe di fanteria**, che fornivano supporto ai cavalieri e agli arcieri durante gli scontri. Infine, gli uomini d’arme normanni erano equipaggiati con armi da assedio come arieti e catapulte, che utilizzarono per espugnare le fortificazioni difensive degli anglosassoni. ## L’esercito inglese ad Hastings. Armi ed equipaggiamento L’esercito anglosassone guidato dal re **Harold II** durante la battaglia di Hastings era composto principalmente da **fanteria e pochi cavalieri**. I soldati anglosassoni erano generalmente armati con una spada, uno scudo e una lancia, e **non potevano permettersi armature complete come i normanni.** Tuttavia, gli uomini d’arme anglosassoni potevano indossare alcune protezioni, come una cotta di maglia e un elmo con una visiera. L’elmo anglosassone era spesso decorato con figure animali o umane, e la cotta di maglia era costituita da anelli di ferro o rame intrecciati insieme. Gli arcieri anglosassoni, invece, erano armati con archi corti, che avevano una gittata inferiore rispetto agli archi normanni, ma erano più veloci da ricaricare, ed erano dotati di una spada corta e di una picca. ## Il luogo della battaglia di Hastings La battaglia di Hastings ebbe luogo in un’area chiamata **Senlac Hill**, situata a circa 11 km a nord-ovest della città di Hastings, nell’attuale contea inglese dell’East Sussex. Era un’area boscosa, dove in epoca romana sorgeva una stazione di posta per i viaggiatori tra Londra e la costa. Il campo di battaglia si trovava su una **collina che dominava la pianura circostante**, che si estendeva verso il mare. La collina, nota anche come **Battle Hill o Senlac Ridge**, era alta circa 60 metri e aveva un’ampia cresta piatta dove si sarebbe combattuta la maggior parte della battaglia. La collina era circondata da zone paludose e boschive, che avrebbero limitato la manovrabilità delle truppe e creato difficoltà per gli eserciti che avrebbero cercato di raggiungerla. ## Lo schieramento della battaglia di Hastings **Guglielmo il Conquistatore** aveva pianificato con cura lo schieramento delle truppe normanne, in modo da sfruttare al meglio le capacità offensive dei cavalieri e proteggerli dagli attacchi degli arcieri anglosassoni. La **prima divisione normanna**, guidata da Guglielmo il Conquistatore in persona, era composta principalmente da **cavalieri**, e si schierò al **centro** dello schieramento, con il suo stendardo che lo identificava. La **seconda** divisione normanna, comandata dal conte di **Ponthieu**, si schierò alla destra di Guglielmo. La **terza** divisione normanna, guidata dal **conte di Boulogne**, si schierò alla sinistra. Le divisioni normanne erano anche supportate da truppe di fanteria, che si schierarono in seconda linea. Complessivamente, l’esercito normanno contava circa **7.000-8.000 uomini,** di cui circa un terzo erano cavalieri. Lo **schieramento anglosassone** era invece composto principalmente da uomini della nobiltà, che combattevano a cavallo, e da truppe di fanteria, composte principalmente da contadini e uomini liberi. L’esercito anglosassone contava circa 5.000 uomini, di cui solo una piccola percentuale erano cavalieri. Fu diviso in **due ali, con il re Harold al centro.** Nonostante l’inferiorità numerica, l’esercito anglosassone poteva contare sul **vantaggio tattico dato dalla disposizione sulla collina** e sperava di sfruttare questa posizione sopraelevata per respingere con maggiore facilità gli attacchi dei normanni. Per contro, lo schieramento anglosassone era **meno organizzato e meno omogeneo** rispetto a quello normanno, dal momento che era stato arruolato con truppe provenienti da diverse parti del paese e di diverse classi sociali. ## Svolgimento della battaglia di Hastings La battaglia iniziò all’alba del **14 ottobre 1066,** quando i normanni mossero in avanti con l’arciduca normanno, Taillefer, che intonava canzoni di guerra. La fanteria fu la prima a muoversi, seguita dalla cavalleria, ed iniziò un fitto lancio di frecce, ma l’esercito anglosassone riuscì a resistere alle prime ondate degli attacchi normanni. Gli anglosassoni, guidati da re Harold, si erano infatti schierati creando un **“muro di scudi”**, mentre gli arcieri furono particolarmente efficaci nel respingere l’attacco della cavalleria nemica, dal momento che i loro archi si ricaricavano più velocemente rispetto al nemico. I normanni utilizzarono diverse tattiche per cercare di rompere questa formazione, tra cui l’uso di frecce e lancieri. Tuttavia, gli anglosassoni resistettero, e gli scontri furono violenti e confusi. Durante il caos generale, si diffuse la notizia che Guglielmo il Conquistatore fosse stato assassinato, il che causò ancora maggior confusione. Le truppe inglesi cominciarono a rincorrere i fuggitivi, ma Guglielmo riprese il controllo della situazione appena in tempo, cavalcando tra i suoi uomini, mostrando il suo viso e gridando che era ancora vivo. Guglielmo, capendo che l’andamento della battaglia stava volgendo negativamente per il suo esercito e che gli inglesi si erano posizionati con grande efficacia, decise allora di **modificare radicalmente la propria tattica.** La cavalleria normanna avanzò di nuovo, ma **improvvisamente si ritirò**, facendo credere agli anglosassoni che l’attacco fosse fallito. In questo modo, gli anglosassoni, sicuri di avere la vittoria in pugno, **si lanciarono all’inseguimento della cavalleria nemica, lasciando però sguarnita la loro posizione.** Quando la cavalleria normanna si voltò contro gli anglosassoni, questi furono colti completamente di sorpresa e subirono pesanti perdite, bersagliati dalle truppe normanne che ritornarono improvvisamente al contrattacco. Questa tattica venne ripetuta diverse volte, con i normanni che sembravano battere in ritirata per poi ribaltare la situazione e colpire gli inglesi quando erano in posizione di svantaggio. ## La morte di Harold e la svolta nella battaglia Il momento di svolta nella battaglia di Hastings è tuttavia rappresentata dalla **morte sul campo di Harold II.** Il momento è stato narrato in modo differente da diverse fonti storiche dell’epoca. Secondo **Guglielmo di Poitiers,** Harold II fu ucciso da quattro cavalieri normanni che lo colpirono contemporaneamente con le loro lance e spade. Il re cadde a terra e, mentre era in fin di vita, uno dei cavalieri gli tagliò la testa. **Amato di Montecassino** narra invece che Harold II fu ferito alla testa da una freccia normanna, ma non morì subito. Continuò a combattere, infatti, fino a quando non fu colpito al cuore da un altro colpo di lancia. Solo allora il re morì. **Guglielmo di Malmesbury** racconta una versione simile a quella di Amato di Montecassino, ma aggiunge alcuni dettagli. Secondo lui, dopo essere stato colpito dalla freccia, Harold II ricevette una seconda ferita alla testa che lo fece cadere a terra. Fu allora che un gruppo di cavalieri normanni gli tagliò la testa. In ogni caso, secondo Guglielmo di Malmesbury, la testa del re non fu mai ritrovata. La fine di Harold lasciò le **truppe anglosassoni senza guida**, e il crollo del morale dei soldati inglesi decretò la sconfitta. Molti di loro fuggirono, ma alcuni militari anglosassoni si riunirono intorno al cadavere di Aroldo e combatterono fino alla fine I Normanni iniziarono a inseguire i soldati in fuga, e tranne per un’azione di retroguardia in un luogo noto come “Malfosse”, la contesa era conclusa. Le dinamiche avvenute nel luogo delle Malfosse e la sua precisa collocazione rimangono ancora oggi dibattute. Sembra che i militari inglesi si siano arroccati nei pressi di una posizione fortificata e che abbiano gravemente ferito il nobile Eustacchio di Boulogne prima di essere sopraffatti dai normanni. ## La cause della sconfitta inglese e della vittoria normanna La **sconfitta inglese** può essere attribuita a diversi fattori. Innanzitutto, la **mancanza di unità** tra i vari signori anglosassoni ha compromesso la loro capacità di opporsi con successo all’invasione normanna di Guglielmo. Inoltre, l’esercito inglese non era adeguatamente equipaggiato e addestrato per affrontare la tattica di cavalleria pesante dei Normanni. Un altro fattore importante è stato il **repentino cambio di approccio di Guglielmo il Conquistatore** durante lo scontro: l’uso della tattica della finta ritirata ha confuso l’esercito inglese e ha compromesso la sua capacità di organizzarsi e di reagire efficacemente. Inoltre, l’impiego della cavalleria pesante ha reso difficile per gli inglesi contrastare l’attacco normanno. Infine, la morte di Re Harold II durante la battaglia ha provocato il collasso “morale” dell’esercito inglese. Di contro, **l’esercito normanno era composto da truppe addestrate e disciplinate,** con un alto grado di coesione e motivazione. Inoltre, il duca Guglielmo aveva **un’esperienza militare significativa** e una strategia ben pianificata per la battaglia. Inoltre, gli arcieri normanni erano armati di archi lunghi, **un’arma devastante contro i soldati inglesi**, che non erano protetti da scudi o corazze. I cavalieri normanni erano anche armati con lance e spade lunghe, che consentivano loro di infliggere danni letali ai soldati inglesi. Un altro fattore che ha contribuito alla vittoria normanna è stata l’abilità di Guglielmo nel convincere i suoi soldati a continuare a combattere, nonostante le difficoltà e le perdite subite durante la prima fase della battaglia. ## Le conseguenze della battaglia di Hastings per la storia inglese La battaglia di Hastings fu gravida di conseguenze per tutta la storia inglese e per la storia europea. Innanzitutto, la fine dell’era anglosassone: con la morte di re Harold II e l’ascesa di Guglielmo il Conquistatore, **si concluse l’era anglosassone in Inghilterra e iniziò un periodo di dominio normanno sulla nazione.** Guglielmo il Conquistatore consolidò il suo potere reale e creò una monarchia forte in Inghilterra. Inoltre, i suoi successori portarono avanti il lavoro di consolidamento del potere, che portò alla creazione di un sistema giuridico unificato e alla centralizzazione del potere. Le ripercussioni furono evidenti anche nella struttura stessa della società inglese nei secoli futuri. La vittoria normanna **portò all’introduzione del sistema feudale in Inghilterra**. Guglielmo distribuì terre ai suoi seguaci e in cambio richiese loro servizio militare. Nel 1086, Guglielmo ordinò inoltre la compilazione del **Domesday Book**, un registro dettagliato di tutte le terre e delle proprietà in Inghilterra. Questo registro servì a stabilire la base per la tassazione e la gestione delle proprietà terriere. Sotto l’aspetto linguistico, con l’arrivo dei Normanni, **il francese divenne la lingua della corte e della nobiltà,** il che portò all’assimilazione di parole francesi nella lingua inglese e alla creazione di un dialetto anglo-normanno. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [La prima battaglia di El-Alamein: gli Alleati fermano l'Asse in Nord Africa](https://scriptamanentitalia.it/prima-battaglia-el-alamein/) **Published:** Febbraio 19, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La prima battaglia di El-Alamein vide le forze degli Alleati in grado, per la prima volta, di fermare le forze dell'Asse in Nord Africa **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La prima battaglia di El-Alamein, giorno per giorno](#La_prima_battaglia_di_El-Alamein_giorno_per_giorno) - [1 luglio: l’inizio della battaglia](#1_luglio_linizio_della_battaglia) - [2 luglio: i carri armati Grant](#2_luglio_i_carri_armati_Grant) - [3 luglio: l’Asse cerca di sfruttare la breccia nella linea alleata](#3_luglio_lAsse_cerca_di_sfruttare_la_breccia_nella_linea_alleata) - [4 luglio: gli Alleati respingono l’Asse](#4_luglio_gli_Alleati_respingono_lAsse) - [5 luglio: l’Asse attacca a sorpresa](#5_luglio_lAsse_attacca_a_sorpresa) - [6 luglio: i tedeschi attaccano su vasta scala](#6_luglio_i_tedeschi_attaccano_su_vasta_scala) - [7 luglio: la resistenza alleata a Ruweisat](#7_luglio_la_resistenza_alleata_a_Ruweisat) - [8 luglio: gli Alleati resistono](#8_luglio_gli_Alleati_resistono) - [9 luglio: il contrattacco Alleato](#9_luglio_il_contrattacco_Alleato) - [10 luglio: gli Alleati conquistano il Knightsbridge Box](#10_luglio_gli_Alleati_conquistano_il_Knightsbridge_Box) - [11 luglio: tentativo di riconquista tedesco del Knightsbridge Box](#11_luglio_tentativo_di_riconquista_tedesco_del_Knightsbridge_Box) - [12 luglio: l’Asse protegge la città di Ruweisat](#12_luglio_lAsse_protegge_la_citta_di_Ruweisat) - [13 e 14 luglio: gli Alleati consolidano le posizioni](#13_e_14_luglio_gli_Alleati_consolidano_le_posizioni) - [17 luglio: l’attacco alleato a nord-ovest](#17_luglio_lattacco_alleato_a_nord-ovest) - [26 e 27 luglio: i tedeschi riconoscono la sconfitta](#26_e_27_luglio_i_tedeschi_riconoscono_la_sconfitta) - [Il ruolo dei soldati italiani: il X Corpo d’Armata](#Il_ruolo_dei_soldati_italiani_il_X_Corpo_dArmata) - [Il XX Corpo d’armata motocorazzato italiano](#Il_XX_Corpo_darmata_motocorazzato_italiano) - [Il XXI Corpo d’Armata italiano](#Il_XXI_Corpo_dArmata_italiano) La **Prima Battaglia di El-Alamein** fu combattuta tra il 1° e il 27 luglio 1942 nel corso della Seconda Guerra Mondiale, nell’ambito della Campagna del Nordafrica. L’esercito britannico, sotto il comando del generale **Bernard Montgomery**, sconfisse l’esercito dell’Asse, guidato dal feldmaresciallo tedesco **Erwin Rommel.** La prima battaglia di El-Alamein fu combattuta tra le forze dell’Asse **(Germania, Italia e Giappone)** e gli Alleati **(Regno Unito, Commonwealth e altre nazioni alleate)** durante la Seconda Guerra Mondiale. La battaglia segnò un punto di svolta nella Campagna del Nordafrica e rappresentò una vittoria cruciale per gli Alleati, in quanto fermò l’avanzata tedesca verso il Canale di Suez e permise alle forze britanniche di prendere l’iniziativa nell’area del Mediterraneo. La battaglia è considerata uno dei momenti chiave della Seconda Guerra Mondiale. ## La prima battaglia di El-Alamein, giorno per giorno El-Alamein era una località strategica situata sulla costa del Mediterraneo in Egitto, **tra Alessandria e il confine con la Libia**. Il controllo di questa zona era vitale per garantire l’accesso al **Canale di Suez** e al **Medio Oriente,** dove si trovavano importanti giacimenti di petrolio. Le forze dell’Asse, sotto il comando del generale tedesco **Erwin Rommel,** avevano avuto una serie di successi in Nord Africa, conquistando gran parte dell’Egitto e avanzando verso il Canale di Suez. Le forze degli Alleati, sotto il comando del generale britannico **Bernard Montgomery,** stavano cercando di arrestare l’avanzata dell’Asse. ## 1 luglio: l’inizio della battaglia Il **1° luglio 1942** segnò l’inizio della prima battaglia di El-Alamein. Le forze dell’Asse, sotto il comando del generale Erwin Rommel, attaccarono la linea difensiva degli Alleati, che si estendeva per circa 50 chilometri, lungo una serie di colline e depressioni. Le prime azioni si verificarono a sud di El-Alamein, dove le forze dell’Asse iniziarono a bombardare le posizioni degli Alleati. I tedeschi attaccarono con un’artiglieria pesante e la fanteria avanzò a piedi, coprendo circa 1,5 km in circa 12 ore. L’artiglieria italiana si unì all’attacco, lanciando una serie di proiettili e bombe aeree. Le forze degli Alleati risposero con un contrattacco aereo, utilizzando la loro superiorità aerea per attaccare le forze dell’Asse, che avevano problemi di rifornimento e di comunicazione a causa della distanza dalle loro basi. In questo primo giorno di battaglia, le forze dell’Asse **riuscirono a sfondare la linea difensiva degli Alleati** in alcuni punti, ma furono in grado di ottenere solo piccoli guadagni di terreno. Le forze degli Alleati riuscirono a mantenere la loro posizione principale. Durante la notte tra il 1° e il 2 luglio, le forze dell’Asse avevano tentato di infiltrarsi nelle linee difensive degli Alleati, ma erano state respinte. Durante il giorno, le forze dell’Asse continuarono ad attaccare le posizioni degli Alleati, utilizzando l’artiglieria pesante e la fanteria. Le forze degli Alleati risposero con il fuoco dell’artiglieria e dei carri armati, riuscendo a contenere l’avanzata dell’Asse. Gli Alleati mantennero le loro posizioni principali, ma le forze dell’Asse riuscirono a sfondare la linea difensiva in alcuni punti, guadagnando terreno. Nella zona sud, le forze dell’Asse erano riuscite a creare una breccia nella linea difensiva degli Alleati, ma furono poi bloccati dalle truppe britanniche e sudafricane, che lanciarono un contrattacco con i carri armati. Nella zona nord, le forze dell’Asse non furono in grado di sfondare la linea difensiva degli Alleati. ## 2 luglio: i carri armati Grant Il 2 luglio le forze dell’Asse, sotto il comando del generale Erwin Rommel, continuavano ad attaccare la linea difensiva degli Alleati, che si estendeva per circa 50 chilometri lungo una serie di colline e depressioni. Quel secondo giorno vide anche il primo utilizzo da parte degli Alleati del famoso carro armato “Grant”, che dimostrò la sua efficacia contro i carri armati dell’Asse. ## 3 luglio: l’Asse cerca di sfruttare la breccia nella linea alleata Il terzo giorno, nella zona sud, le forze dell’Asse cercarono di **sfruttare la breccia creata nella linea difensiva degli Alleati il giorno precedente**, avanzando con i loro carri armati. Tuttavia, incontrarono una forte resistenza dalle truppe britanniche e sudafricane, che riuscirono a contenere l’offensiva dell’Asse e a infliggere pesanti perdite. Nella zona centrale, le forze dell’Asse lanciarono un **attacco con i loro carri armati** contro le posizioni degli Alleati, ma furono respinti dalla fanteria e dalla contraerea degli Alleati. Anche in questa zona, gli Alleati inflissero pesanti perdite alle forze dell’Asse. Nella zona nord, le forze dell’Asse continuarono ad attaccare le posizioni degli Alleati con l’artiglieria pesante, ma furono respinte dalla fanteria e dalla contraerea degli Alleati. Durante la notte tra il 3 e il 4 luglio, le forze dell’Asse tentarono di infiltrarsi nelle linee difensive degli Alleati, ma furono respinte dalle truppe britanniche e australiane. ## 4 luglio: gli Alleati respingono l’Asse Il 4 luglio, nella zona sud, le forze dell’Asse continuarono a cercare di sfruttare la breccia creata nella linea difensiva degli Alleati, attaccando con i loro carri armati e la fanteria. Tuttavia, gli Alleati erano preparati e riuscirono a respingere gli attacchi dell’Asse, infliggendo pesanti perdite. ## 5 luglio: l’Asse attacca a sorpresa Il 5 luglio le forze dell’Asse tentarono di lanciare un attacco a sorpresa nella zona nord, utilizzando carri armati e fanteria, ma furono respinte dalla fanteria e dall’artiglieria degli Alleati. Le forze britanniche lanciarono anche un contrattacco a sud, catturando una serie di posizioni nemiche. ## 6 luglio: i tedeschi attaccano su vasta scala Il 6 luglio, le forze dell’Asse lanciarono un attacco su vasta scala in tutta la linea difensiva degli Alleati, utilizzando carri armati e fanteria. Nonostante inizialmente sembrasse che l’Asse avesse raggiunto alcuni successi, alla fine gli Alleati riuscirono a respingere l’attacco e a infliggere pesanti perdite alle forze nemiche. ## 7 luglio: la resistenza alleata a Ruweisat Il 7 luglio, le forze dell’Asse continuarono a lanciare attacchi contro le posizioni degli Alleati, ma furono costantemente respinte. In particolare, gli attacchi nell’area di Ruweisat Ridge furono particolarmente intensi, ma gli Alleati riuscirono a resistere. ## 8 luglio: gli Alleati resistono L’8 luglio, le forze dell’Asse ripresero l’attacco in tutta la linea difensiva degli Alleati, utilizzando carri armati, fanteria e artiglieria. Tuttavia, gli Alleati riuscirono a resistere e a infliggere pesanti perdite alle forze nemiche. ## 9 luglio: il contrattacco Alleato Il 9 luglio, le forze dell’Asse continuarono a lanciare attacchi contro le posizioni degli Alleati, ma furono respinte. In particolare, gli attacchi nell’area di Ruweisat Ridge furono particolarmente intensi, ma gli Alleati riuscirono a resistere. Durante la notte tra il 9 e il 10 luglio, gli Alleati lanciarono un contrattacco a sud, riuscendo a catturare una serie di posizioni nemiche. ## 10 luglio: gli Alleati conquistano il Knightsbridge Box Il 10 luglio, gli Alleati lanciarono un contrattacco a sud, sfruttando la breccia aperta nella linea nemica. L’attacco portò alla conquista di posizioni importanti, tra cui il cosiddetto “Knightsbridge Box”. Gli attacchi delle forze dell’Asse continuarono a essere respinti, ma la situazione rimase critica per gli Alleati, a causa della scarsità di rifornimenti e della pressione costante delle forze nemiche. ## 11 luglio: tentativo di riconquista tedesco del Knightsbridge Box L’11 luglio, le forze dell’Asse lanciarono un contrattacco nel tentativo di riconquistare il Knightsbridge Box, ma furono respinte dagli Alleati. Nel frattempo, gli Alleati lanciarono una serie di attacchi a sud, con l’obiettivo di espandere la loro testa di ponte. ## 12 luglio: l’Asse protegge la città di Ruweisat Il 12 luglio, gli Alleati lanciarono un attacco a nord-ovest, con l’obiettivo di catturare la città di Ruweisat. L’attacco iniziale fu un successo, ma le forze dell’Asse riuscirono a organizzare una controffensiva e a respingere gli Alleati. ## 13 e 14 luglio: gli Alleati consolidano le posizioni Il 13 e il 14 luglio, le forze dell’Asse lanciarono una serie di attacchi contro le posizioni degli Alleati, ma furono respinte. Nel frattempo, gli Alleati furono in grado di consolidare le loro posizioni e di respingere gli attacchi nemici. Per i due giorni successivi, gli Alleati erano ancora sotto pressione a causa della scarsità di rifornimenti e della pressione costante delle forze nemiche. ## 17 luglio: l’attacco alleato a nord-ovest Il 17 luglio, gli Alleati lanciarono un attacco a nord-ovest, con l’obiettivo di catturare la città di Ruweisat. L’attacco iniziale fu un successo, ma le forze dell’Asse riuscirono a organizzare una controffensiva e a respingere gli Alleati. I giorni successivi videro un alternarsi di attacchi e contrattacchi, che si concentrarono per lo più sul tentativo di conquistare la città di Ruweinsat. ## 26 e 27 luglio: i tedeschi riconoscono la sconfitta Il 26 e il 27 luglio 1942 segnarono gli ultimi giorni della Prima Battaglia di El-Alamein. Dopo aver fermato l’offensiva della controffensiva britannica il 23 luglio, i tedeschi cercarono di riprendere l’iniziativa. Il 26 luglio, la 21ª Divisione Panzer, rinforzata da elementi della 90ª Leggera, avanzò contro il settore di El Ruweisat, difeso dalla 22ª Brigata corazzata. La divisione britannica resistette strenuamente, ma alla fine dovette ritirarsi sotto la pressione tedesca. Tuttavia, la ritirata fu effettuata in ordine e con la copertura dell’artiglieria britannica, il che permise di mantenere intatta la linea difensiva a El Alamein. Il 27 luglio, i tedeschi sferrarono un ultimo attacco contro il settore di **Alam el Halfa,** che era stato fortificato dai britannici con numerose mine e filo spinato. L’attacco fu respinto dalla **7ª Divisione corazzata britannica**, che inflisse pesanti perdite ai tedeschi. Con la sconfitta a Alam el Halfa, il feldmaresciallo Rommel **si rese conto che la battaglia era persa**. La sua linea difensiva era stata spezzata e non aveva più riserve disponibili per contrattaccare. Inoltre, la sua forza di combattimento era stata notevolmente ridotta dalle perdite subite. Di conseguenza, il 27 luglio Rommel decise di **ordinare la ritirata della sua armata**. I tedeschi abbandonarono le loro posizioni e iniziarono a ritirarsi verso ovest, in direzione di Marsa Matruh. La battaglia fu ufficialmente conclusa il 27 luglio, quando il generale britannico **Claude Auchinleck** annunciò la vittoria alle sue truppe. La Prima Battaglia di El-Alamein fu una sconfitta per l’Asse e rappresentò un punto di svolta nella campagna del Nordafrica. La vittoria britannica fermò l’avanzata tedesca verso il Canale di Suez e diede inizio alla controffensiva alleata che avrebbe alla fine portato alla sconfitta dell’Asse in Africa. ## Il ruolo dei soldati italiani: il X Corpo d’Armata Durante la prima battaglia di El Alamein, i soldati italiani erano parte dell’esercito dell’Asse guidato dal feldmaresciallo Erwin Rommel, noto come la “Volpe del deserto”. Costituivano una porzione significativa dell’esercito dell’Asse, insieme ai tedeschi e alle truppe di altre nazioni dell’Asse, e combatterono coraggiosamente contro le forze britanniche. Tuttavia, gli italiani erano svantaggiati dal punto di vista del supporto logistico, della tattica e delle risorse, e soffrirono pesanti perdite. Molti dei soldati italiani furono catturati durante la battaglia e internati come prigionieri di guerra. Il **X Corpo d’armata italiano** fu schierato sulla linea del fronte tra il settore del mare Mediterraneo e la località di Ruweisat Ridge, una posizione chiave per il controllo del territorio. Il corpo d’armata era formato da tre divisioni di fanteria (101ª, 102ª e 185ª) e una divisione corazzata (132ª). Le divisioni italiane avevano una scarsa esperienza di combattimento e una formazione tattica obsoleta, ma disponevano di armi moderne e di personale altamente motivato. Nel corso della battaglia, il X Corpo d’armata italiano fu impegnato in una **serie di scontri contro le forze britanniche**. La divisione corazzata 132ª tentò di attaccare le posizioni britanniche senza successo, subendo pesanti perdite. La 101ª divisione di fanteria fu costretta a ripiegare, mentre la 102ª e la 185ª ressero il fronte con successo, anche se subendo perdite considerevoli. Il 23 luglio, l’esercito britannico lanciò un attacco massiccio contro le posizioni italiane, impiegando mezzi corazzati e artiglieria pesante. Il X Corpo d’armata italiano subì pesanti perdite, in particolare la divisione corazzata 132ª, che fu quasi completamente distrutta. Le divisioni di fanteria furono costrette a ripiegare, perdendo gran parte del terreno precedentemente conquistato. ## Il XX Corpo d’armata motocorazzato italiano Il XX Corpo d’armata motocorazzato italiano era una grande unità corazzata dell’esercito, composto dalla **Divisione Corazzata Ariete, dalla Divisione Corazzata Littorio e dalla Divisione Motorizzata Trieste.** Il XX Corpo d’armata motocorazzato venne schierato nella parte meridionale del fronte e inizialmente tenne con successo le posizioni contro gli attacchi britannici. La Divisione Corazzata Ariete, comandata dal generale **Gastone Gambara,** svolse un ruolo particolarmente importante. Il 30 giugno, la divisione, insieme alla Divisione Corazzata 21 Panzer dell’Afrika Korps tedesca, attaccò le forze britanniche nella zona di Deir el Shein, infliggendo loro pesanti perdite. Il 1º luglio, la Divisione Corazzata Ariete continuò ad avanzare, ma venne fermata dalle difese britanniche, subendo perdite notevoli. Dopo diversi giorni di scontri intensi, il XX Corpo d’armata motocorazzato italiano fu costretto a ripiegare a causa dell’avanzata delle forze britanniche. Durante la battaglia, il XX Corpo d’armata motocorazzato italiano combatté con valore e tenacia, ma subì gravi perdite. La **Divisione Corazzata Ariete, in particolare, venne quasi completamente distrutta.** Nonostante i successi iniziali, l’offensiva italiana fallì e le forze dell’Asse vennero costrette a ritirarsi, ponendo fine alla campagna del Nordafrica. ## Il XXI Corpo d’Armata italiano Il XXI Corpo d’Armata italiano, guidato dal generale **Enea Navarini,** faceva parte delle forze dell’Asse che difendevano le posizioni a sud della linea di El-Alamein in Egitto. Il corpo d’armata era composto principalmente da divisioni corazzate e motorizzate e aveva la responsabilità di **proteggere il fianco sinistro delle forze dell’Asse.** Tuttavia, il corpo d’armata italiano fu sottoposto a un intenso fuoco di artiglieria e attacchi aerei da parte delle forze britanniche, il che limitò la sua capacità di combattere efficacemente. Nella notte tra il 1° e il 2 luglio, il XXI Corpo d’Armata italiano **fu attaccato dal XXX Corpo britannico,** che avanzava sulla sinistra. Dopo una dura lotta, le divisioni italiane del corpo d’armata furono costrette a **ritirarsi**, lasciando scoperta la posizione del corpo d’armata adiacente, il XX Corpo d’Armata motocorazzato. Ciò ha contribuito a **indebolire la linea dell’Asse** e ha permesso alle forze britanniche di avanzare con successo. Il XXI Corpo d’Armata italiano ha continuato a combattere per tutta la durata dello scontro, ma alla fine fu costretto a ritirarsi insieme al resto delle forze dell’Asse dopo che le forze britanniche riuscirono a sfondare le linee difensive. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [La guerra del Peloponneso. Riassunto della guerra tra Atene e Sparta](https://scriptamanentitalia.it/guerra-peloponneso-riassunto-sparta-atene/) **Published:** Febbraio 12, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Il riassunto completo della guerra del Peloponneso, che vide contrapporsi Sparta e Atene per il dominio della Grecia. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Il preludio alla guerra](#Il_preludio_alla_guerra) - [La rottura della pace dei trent’anni](#La_rottura_della_pace_dei_trentanni) - [La fase Archidamica: l’invasione dell’Attica da parte di Sparta](#La_fase_Archidamica_linvasione_dellAttica_da_parte_di_Sparta) - [Dalla pace di Nicia alla battaglia di Mantinea](#Dalla_pace_di_Nicia_alla_battaglia_di_Mantinea) - [La spedizione in Sicilia e il tradimento di Alcibiade](#La_spedizione_in_Sicilia_e_il_tradimento_di_Alcibiade) - [Il contrattacco Spartano in Attica](#Il_contrattacco_Spartano_in_Attica) - [Il recupero di Atene e la riscossa di Alcibiade](#Il_recupero_di_Atene_e_la_riscossa_di_Alcibiade) - [La coalizione tra Spartani e Persiani e la rovina di Alcibiade](#La_coalizione_tra_Spartani_e_Persiani_e_la_rovina_di_Alcibiade) - [La sconfitta definitiva di Atene e il regime dei trenta tiranni](#La_sconfitta_definitiva_di_Atene_e_il_regime_dei_trenta_tiranni) - [Le conseguenze della guerra del Peloponneso](#Le_conseguenze_della_guerra_del_Peloponneso) La **guerra del Peloponneso (431-404 a.C.),** fu un conflitto combattuto fra Atene e Sparta per l’egemonia nel mondo greco. Gli storici hanno tradizionalmente diviso la guerra in tre fasi. La prima, chiamata **“Guerra dei dieci anni” o “Guerra Archidamica”,** dal nome del re Spartano **Archidamo II,** si basò sull’invasione **dell’Attica** da parte dell’esercito spartano e dei suoi alleati appartenenti alla **Lega del Peloponneso**, la rete di alleanze dominata da Sparta. Atene, adeguatamente difesa dalle cosiddette “Lunghe Mura”, rese questa strategia inefficace, mentre la flotta della lega di Delo, l’alleanza guidata da Atene, fece irruzione sulla costa del Peloponneso per innescare delle ribellioni all’interno di Sparta. Nel 421 a.C venne firmata la pace di Nicia che durò fino al 413 a.C. **Durante questo secondo periodo**, si svolsero in realtà diverse battaglie per procura, in particolare la **battaglia di Mantinea del 418 a.C**, vinta da Sparta contro un’alleanza composta da Elide, da **Mantinea**, da Argo ed Atene. L’evento principale fu tuttavia la spedizione siciliana tra i 415 e 413 a.C, durante la quale Atene perse quasi tutta la sua marina nel tentativo di catturare la città di Siracusa, alleata di Sparta. Nella terza fase della guerra, denominata **“Guerra Ionica”,** l’impero **persiano** appoggiò **Sparta** per recuperare la sovranità delle città greche dell’Asia Minore, che erano state inglobate nella lega di Delo alla fine della guerra persiane. Grazie al denaro dei Persiani, Sparta costruì un enorme flotta sotto la guida del generale **Lisandro**, che vinse una serie di battaglie decisive nel Mar Egeo, in particolare quella di **Egospotami** nel 405 a.C. Ormai indifesa, Atene si arrese l’anno successivo, perdendo tutto il suo potere. Lisandro impose una oligarchia a tutti i membri della lega di Delo, con un regime conosciuto come **“Trenta tiranni”.** La guerra del Peloponneso venne seguita, dieci anni dopo, dalla **“Guerra di Corinto”** che aiutò a tenere a riconquistare per lo meno la sua indipendenza da Sparta. La guerra del Peloponneso ebbe profondi effetti su tutto il mondo greco. Atene, che all’inizio del conflitto era la città-stato più forte della Regione, venne ridotta in uno stato di completa soggezione a Sparta, la quale di contro si affermò come potenza trainante del territorio. Gli enormi costi economici della guerra fecero sprofondare il Peloponneso nella povertà, e negli anni successivi Atene non riacquistò mai più la sua prosperità. La guerra apportò anche notevoli cambiamenti alla società: il conflitto tra la democrazia di Atene e l’oligarchia di Sparta rese la guerra un evento endemico in tutto il mondo greco per i secoli successivi. Il mondo greco si trasformò infatti in una lotta a tutto campo tra città-stato rivali: compiendo regolari atrocità su larga scala, devastando vaste aree delle campagne, distruggendo regolarmente intere città, la guerra del Peloponneso segnò la fine dell’età d’oro della Grecia. ## Il preludio alla guerra Lo storico contemporaneo **Tucidide**, riassunse efficacemente i 50 anni precedenti al conflitto. Essi erano stati contrassegnati da un continuo sviluppo da parte di Atene come grande potenza del mondo Mediterraneo. Il suo impero era iniziato con un piccolo gruppo di città stato, chiamato “Lega di Delo”, che si erano coalizzate per garantire la fine delle guerre greco-persiane. Dopo aver sconfitto i Persiani nella loro seconda invasione della Grecia (480 a.C.), Atene guidò la coalizione di città stato greche in ulteriori attacchi nei territori persiani nell’Egeo e nella Ionia. Nel periodo successivo, Atene divenne sempre più **il centro di un impero**, conducendo un’aggressiva guerra contro la Persia e imponendo sempre più il suo controllo sulle altre città. Nel giro di pochi anni, Atene aveva portato tutta la Grecia sotto il suo dominio, ad eccezione di Sparta e dei suoi alleati, inaugurando un periodo chiamato **“Impero ateniese”.** Entro la metà del secolo, i persiani erano stati completamente cacciati dall’Egeo e avevano dovuto cedere il controllo di vasti territori ad Atene. La città aveva accresciuto sempre più la propria potenza, costringendo gli alleati a pagare regolari tributi. Con queste tasse, venne finanziata la costruzione di una potentissima flotta e furono eseguiti imponenti lavori pubblici per tutta la città, provocando un profondo risentimento in tutta la lega di Delo. Nel frattempo, si era sviluppato **l’attrito fra Atene e Sparta**. Dopo la partenza dei Persiani della Grecia, Sparta aveva inviato ambasciatori per convincere Atene a non ricostruire le sue mura, ma la loro richiesta venne respinta. Effettivamente, senza le mura, Atene sarebbe stata completamente indifesa contro un attacco di terra e quindi **soggetta al controllo spartano.** Secondo Tucidide, anche se gli Spartani non intrapresero alcuna azione militare, si sentivano profondamente addolorati. Il conflitto conobbe un peggioramento nel 465 a.C, quando a Sparta scoppiò la **“rivolta degli Iloti” ovveri dei loro schiavi.** Gli Spartani convocarono tutte le forze dei loro alleati, inclusa Atene, per reprimere la ribellione. Atene inviò un considerevole contingente, circa **4000 opliti,** ma al loro arrivo i soldati furono congedati dagli Spartani, mentre le unità degli altri alleati ebbero il permesso di rimanere. Secondo Tucidide, gli Spartani avrebbero preso questa decisione per paura che gli ateniesi cambiassero schieramento, sostenendogli gli Iloti. Gli ateniesi, profondamente offesi, **ripudiarono la loro alleanza con Sparta.** Quando infine i ribelli furono costretti ad arrendersi e fu loro concesso di evacuare Sparta, gli ateniesi presero con loro contatti e li stabilirono nella città strategica di **Naupatto**, sul Golfo di Corinto. Nel 459 A.C era scoppiata intanto una guerra tra **Megara** e **Corinto**, entrambi alleati degli spartani. Atene approfittò della situazione per stringere un’alleanza con Megara, ottenendo un punto d’appoggio importante sull’istmo di Corinto. Ne seguì un conflitto di quindici anni, comunemente noto come **“Prima guerra del Peloponneso”,** in cui Atene combatté a intermittenza contro Sparta, Corinto, e altre città. Per un periodo di questo conflitto, Atene controllò non solo Megara ma anche tutta la Beozia. Ma alla fine, una massiccia invasione spartana dell’Attica costrinse Atene a cedere le terre che aveva conquistato sulla terraferma. Atene e Sparta riconobbero il reciproco diritto di controllare i propri alleati, senza l’interferenza l’uno dell’altro. La guerra fu conclusa con la “Pace dei trent’anni”, firmata nell’inverno del 446 a.C. ## La rottura della pace dei trent’anni La pace dei trent’anni venne messa a dura prova nel 440 a.C, quando **Samo**, dapprima alleata di Atene, si ribellò contro di loro. I ribelli si assicurarono il sostegno di un Satrapo persiano e Atene fu sul punto di dover affrontare una serie di rivolte in tutto il suo impero. Gli Spartani, il cui intervento sarebbe stato utile ad innescare una massiccia guerra all’interno del territorio atenese, convocarono un congresso dei loro alleati per discutere la possibilità di una guerra su vasta scala. Corinto, potente alleata di Sparta, era contraria all’intervento e il congresso votò contro la guerra con Atene. Gli ateniesi repressero la rivolta e la pace si mantenne. Gli eventi successivi portarono ad una guerra tra **Atene** e **Corinto.** Una delle colonie di Corinto, **Corcyra**, si ribellò e sconfisse i corinzi in battaglia. Corinto iniziò allora a costruire una forza navale. Allarmata, la colonia di Corcyra cercò un’alleanza con Atene. Atene discusse sia con Corcyra che con Corinto e decise infine di stringere un’alleanza difensiva con **Corcyra**. Nella **battaglia di Sibota**, un piccolo contingente di navi ateniesi impedì a una flotta Corinzia di catturare Corcyra. Tuttavia, per non vanificare la pace dei trent’anni, ai generali ateniesi fu ordinato di non intervenire nella battaglia a meno che non fosse chiaro che Corinto avrebbe invaso Corcyra. Tuttavia, le navi ateniesi decisero di partecipare attivamente alla battaglia, e sull’orlo della sconfitta furono salvate solo dall’arrivo di ulteriori triremi ateniesi, il che convinse i Corinzi a non sfruttare la vittoria e lasciare scappare la flotta ateniese in rotta. Umiliata dai corinzi, Atene ordinò alla città di **Potidea**, alleata tributaria di Atene ma colonia di Corinto, di abbattere le sue mura, inviare degli ostaggi ad Atene, licenziare tutti i suoi magistrati Corinzi e rifiutare i magistrati che Corinto avrebbe inviato in futuro. Indignati, i Corinzi incoraggiarono Potidea, e gli assicurarono che se si fossero ribellati ad Atene avrebbero potuto contare sulla loro **alleanza**. Così fu: e durante la successiv**a battaglia tra Potidea ed Atene**, i Corinzi aiutarono ufficiosamente Potidea, introducendo di nascosto degli uomini durante l’assedio della città da parte degli ateniesi. Questo violava apertamente la pace dei trent’anni, che stabiliva che la lega di Delo e la lega del Peloponneso avrebbero rispettato l’autonomia e gli affari reciproci. Arrivati a questa fase, Atene decise di compiere una **aperta provocazione contro gli Spartani.** Nel 433 a.C impose delle sanzioni commerciali ai cittadini di **Megara**: queste sanzioni, note come *“decreto megalese”,* non vengono riportate da Tucidide, ma alcuni storici moderni ritengono che vietare a Megara di commerciare con il prospero Impero atenese sarebbe stato per loro disastroso. Gli storici attribuiscono la responsabilità della guerra a questa specifica decisione di Atene. Così, su richiesta di Corinto, gli Spartani convocarono in città tutti i membri della **Lega del Peloponneso**, in particolare quelli che avevano rancori con Atene, per presentare le loro lamentele all’assemblea. A questo dibattito partecipò anche una delegazione di Atene, seppur non fosse stata formalmente invitata, che chiese di parlare. Tucidide riferisce che i Corinzi **condannarono l’inattività di Sparta** fino a quel momento, avvisando che se Sparta fosse rimasta passiva, sarebbe presto rimasta senza alleati. In risposta, gli ateniesi ricordarono agli Spartani i successi militari che Atene aveva ottenuto contro la Persia, e li avvertirono che affrontare una città così potente sarebbe stato per loro pericoloso, incoraggiando piuttosto Sparta a mantenere fede alla pace dei trent’anni. Il **re Spartano Archidamo II** parlò contro la guerra, ma nell’assemblea spartana prevalsero le argomentazioni di chi voleva il conflitto. Infine, l’assemblea spartana deliberò che gli ateniesi avevano rotto la pace di trent’anni, dichiarandogli essenzialmente guerra. ## La fase Archidamica: l’invasione dell’Attica da parte di Sparta La prima fase della guerra del Peloponneso è nota come **“Fase Archidamica”,** dal nome del re di Sparta, Archidamo II. Sparta e i suoi alleati, eccetto Corinto, avevano forze quasi esclusivamente terrestri, in grado di assemblare degli eserciti di fanteria quasi imbattibili, grazie alle leggendarie forze spartane. L’impero ateniese, sebbene dominasse la penisola dell’Attica, si estendeva attraverso le Isole del Mar Egeo e traeva la sua immensa ricchezza dai tributi pagati dagli alleati. La sua forza era prevalentemente navale, pertanto le due potenze, viste le loro differenze militari, erano incapaci di combattere battaglie decisive. La strategia spartana fu quella d**i invadere i territori coltivabili intorno ad Atene**. Questa invasione privò gli ateniesi di gran parte delle aree fertili intorno alla loro città, ma Atene, mantenendo i suoi rifornimenti via mare, non ne soffrì eccessivamente. Molti cittadini dell’Attica abbandonarono le loro fattorie e si trasferirono all’interno delle lunghe Mura della città, che collegavano Atene al suo porto, il **Pireo**. Gli Spartani occuparono l’Attica per periodi relativamente brevi, non più di tre settimane alla volta: nella tradizione della guerra oplita, infatti, i soldati dovevano tornare a casa per partecipare al raccolto. Inoltre, gli schiavi spartani dovevano continuamente essere tenuti sotto controllo e non potevano essere lasciati incustoditi a lungo. Tanto è vero che la più lunga invasione spartana durò appena 40 giorni. Nel frattempo, la strategia ateniese, guidata dal loro generale **Pericle**, si basava sull’evitare la battaglia aperta contro degli opliti spartani molto più numerosi e meglio addestrati, affidandosi invece alla propria flotta navale. Le navi ateniesi passarono così all’offensiva, **vincendo una prima battaglia a Naupatto.** Nel 430 a.C, ad Atene, la convivenza forzata di decine di migliaia di persone all’interno di un perimetro relativamente ristretto, provocò lo scoppio di una **pesante pestilenz**a. Oltre 30.000 cittadini, marinai e soldati, tra cui **Pericle e i suoi figli,** morirono. La manodopera ateniese venne drasticamente ridotta e persino i mercenari stranieri si rifiutarono di combattere per una città piena di malati. La paura della peste si diffuse così tanto che gli stessi spartani decisero di rinunciare all’invasione dell’Attica, dal momento che le truppe non erano disposte a rischiare il contatto con il nemico. Con la **morte di Pericle**, gli ateniesi decisero di cambiare la loro strategia attendista e puntarono ad un approccio più aggressivo contro Sparta ai suoi alleati. Nella democrazia ateniese si fece avanti il nome del politico **Cleone**, mentre il nuovo leader militare era **Demostene**, che grazie ad una serie di incursioni navali nel Peloponneso segnò alcuni punti a favore di Atene. La città estese le sue attività militari in **Beozia ed Etolia,** represse la rivolta di **Mitilene** e iniziò a fortificare nuove postazioni intorno al Peloponneso. Una di queste nuove postazioni si trovava sull’isola di **Sfacteria**, dove un primo combattimento si risolse a favore di Atene. Particolare importanza ebbe l’avamposto ateniese di **Pilo**, che iniziò ad attrarre schiavi spartani fuggiaschi. Il timore di una rivolta di Iloti, sobillata dai vicini ateniesi, convinse gli Spartani ad attaccare. Demostene sconfisse gli Spartani nella **battaglia di Pilo del 425 a.C** ma, settimane dopo il primo risultato, si dimostrò incapace di ottenere una vittoria risolutiva. Nel frattempo, **Cleone** annunciò all’assemblea ateniese di poter porre fine alla guerra con una grande battaglia: si giunse così alla **battaglia di Sfacteria,** che segnò un momento importante per tutta la storia militare greca. Trecento opliti spartani, completamente circondati dalle forze ateniesi, si arresero. Per la prima volta, il mito dell’invincibilità spartana era stato incrinato. Gli ateniesi imprigionarono gli ostaggi e minacciarono di giustiziare tutti gli Spartani catturati nel caso in cui un nuovo esercito dal Peloponneso avesse invaso l’Attica. Gli Spartani avevano però dalla loro parte un nuovo intraprendente generale, **Brasida**, che riuscì in poco tempo ad organizzare un esercito di alleati e di iloti, marciando per tutta la Grecia fino alla colonia ateniese di **Anfipoli**, in Tracia. Anfipoli controllava diverse miniere d’argento che fornivano gran parte dei fondi necessari alla guerra ateniese. Una forza militare guidata da **Tucidide** venne subito inviata per contrastare gli avversari, ma egli arrivò troppo tardi per **impedire a Brasida di catturare la città**. Seguirono una serie di violenti combattimenti, con i quali gli ateniesi cercarono di riconquistare Anfipoli, e proprio durante questi scontri sia a Cleone che Brasida trovarono la morte. Con la scomparsa dei due leader che più spingevano per la guerra, spartani ed ateniesi accettarono di scambiarsi i reciproci ostaggi e firmarono una tregua. ## Dalla pace di Nicia alla battaglia di Mantinea L’accordo tra Spartani ed ateniesi, noto come **“Pace di Nicia”,** durò sei anni. Tuttavia continue scaramucce minarono la pace nel Peloponneso. Mentre gli Spartani si astenevano effettivamente dall’intraprendere azioni militari, alcuni dei loro alleati iniziarono a parlare di rivolta. Gli ateniesi pensarono di sfruttare la situazione, e decisero di offrire il loro supporto alla città di **Argo**, potente stato del Peloponneso. Con il supporto esterno ateniese, gli argivi formarono una nuova coalizione di stati democratici del Peloponneso alternativa a quella guidata da Sparta, alleanza che comprendeva anche i potenti stati di **Mantinea** ed **Elide**. Gli argivi e i loro alleati, con il sostegno di una piccola forza ateniese guidata dal generale **Alcibiade**, si mossero per impadronirsi della città di Tegea, vicino a Sparta. Si arrivò così ad uno dei più grandi scontri terrestri di tutta la guerra del Peloponneso, **la battaglia di Mantinea.** Sparta e i suoi alleati dovettero combattere contro una coalizione composta dai soldati di Argo, Atene e Mantinea. Inizialmente, lo scontro fu a favore degli ateniesi e dei loro alleati, ma non riuscendo a capitalizzare i primi successi le più efficienti forze spartane riuscirono infine a sconfiggere gli avversari. Gli Spartani ottennero una vittoria finale definitiva , **salvando Sparta.** L’alleanza democratica fu sciolta e la maggior parte dei suoi membri venne reincorporata nella lega del Peloponneso. Con la vittoria di Mantinea, **Sparta evitò la totale sconfitta e riconfermò la sua piena egemonia in tutta la regione.** ## La spedizione in Sicilia e il tradimento di Alcibiade Nel 17mo anno di guerra, giunse ad Atene la notizia che **Segesta**, città siciliana alleata, era sotto attacco da Siracusa. Gli ateniesi decisero di aiutare i loro alleati, concretizzando il grande progetto di conquista dell’intera isola. Siracusa era potente ma battibile, e la conquista della Sicilia avrebbe portato ad Atene delle immense risorse. Venne così organizzata una spedizione militare in grande stile, ma durante gli ultimi preparativi per la partenza, le statue religiose che raffiguravano il dio Ermes, disseminate in tutta Atene, vennero orribilmente mutilate da ignoti, in uno scandalo noto come **“Scandalo delle Erme”.** Alcibiade venne immediatamente accusato di crimini religiosi, evidentemente dai suoi avversari politici. Egli chiese immediatamente di avere un regolare processo per potersi difendere prima di partire per la spedizione. Tuttavia, gli ateniesi permisero ad Alcibiade di partire immediatamente. Arrivato in Sicilia, però, Alcibiade fu **richiamato ad Atene per testimoniare**. Temendo di essere condannato ingiustamente, Alcibiade disertò, passando dalla parte degli spartani e l’incarico della spedizione siciliana passò al generale ateniese Nicia. Alcibiade, approdato al servizio del nemico, spiegò agli Spartani che gli ateniesi intendevano utilizzare l’isola come trampolino di lancio per la conquista di tutta l’Italia, fino a Cartagine e che il dominio sulle risorse siciliane avrebbe permesso agli ateniesi di finanziare la guerra fino a conquistare tutto il Peloponneso. Nonostante la defezione di Alcibiade, la forza ateniese era composta da 100 navi da guerra e cinquemila fanti, oltre a diverse truppe corazzate leggere. La cavalleria, invece, era limitata a sole 30 unità, che non erano minimamente all’altezza della grande e addestrata cavalleria siracusana. Dopo lo sbarco in **Sicilia**, diverse città si unirono immediatamente alla causa degli ateniesi. Ma invece di attaccare il nemico, **Nicia preferì rimandare le operazioni all’anno 415 a.C**, infliggendo a Siracusa solo lievissimi danni. Con l’avvicinarsi dell’inverno, gli ateniesi si ritirarono nei loro accampamenti e trascorsero l’inverno chiamando a raccolta alleati dai territori circostanti. Il ritardo si dimostrò un grave errore tattico, in quanto permise a Siracusa di **chiedere aiuto direttamente a Sparta**, che inviò immediatamente il proprio generale **Gilippo** con dei rinforzi. Gilippo radunò forze militari da diverse città siciliane e andò subito in soccorso di Siracusa. Preso il comando delle truppe siracusane, sconfisse le forze ateniesi in una serie di battaglie e gli impedì di invadere la città. Nicia mandò quindi un messaggio ad Atene, chiedendo ulteriori rinforzi. Per aiutarlo, venne scelto il generale **Demostene**, che si mise alla guida di una nuova flotta che raggiunse la Sicilia, unendo le sue forze a quelle di Nicia. A seguito di altre battaglie, i siracusani e i loro alleati sconfissero nuovamente gli ateniesi. Demostene, comprendendo la situazione, fu il primo a sostenere la necessità di ritirarsi ad Atene, ma Nicia rifiutò. Dopo ulteriori battute d’arresto, dovute sostanzialmente ad incomprensioni sul campo di battaglia e a diverse interpretazioni della guerra, Nicia sembrò finalmente accettare la ritirata. Questa tuttavia venne **ritardata da un cattivo presagio**, un’eclissi lunare che sorprese i soldati ateniesi mentre si preparavano per l’imbarco. Di nuovo, il ritardo fu estremamente negativo per gli ateniesi che, sopresi dai siracusani e dagli Spartani, furono costretti ad una battaglia navale nel porto grande di Siracusa. Nello scontro, gli **ateniesi vennero completamente sconfitti**. Nicia e Demostene furono costretti a guidare le loro residue forze rimanenti nell’entroterra siciliano alla disperata ricerca di alleati. Ma la cavalleria siracusana li attaccò senza pietà, uccidendo gran parte dei soldati e riducendo i sopravvissuti in schiavitù. ## Il contrattacco Spartano in Attica Dopo la sconfitta ateniese, gli Spartani, **su consiglio di Alcibiade**, decisero di attaccare nuovamente l’Attica. Il loro primo obiettivo era la fortezza di **Decelea**, un luogo vicino ad Atene, da cui partivano regolarmente i rifornimenti di cibo per gli ateniesi. L’occupazione della fortezza impedì ai viveri di raggiungere Atene, che fu costretta a ottenere nuovi rifornimenti esclusivamente via mare e a spese maggiori. Ma il danno peggiore fu la conquista da parte degli spartani delle **miniere d’argento della zona del Laurio**, che privarono Atene della loro tradizionale ricchezza. Con pesanti difficoltà di approvvigionamento e avendo a disposizione solamente una riserva di emergenza di mille talenti, gli ateniesi furono costretti ad alzare drasticamente i tributi richiesti ai loro alleati, aumentando ulteriormente le tensioni con le altre città dell’Attica. Nel frattempo, **Corinto, Sparta e altri della Lega del Peloponneso** mandarono rinforzi a Siracusa per scacciare definitivamente gli ateniesi, ma anziché ritirarsi, questi inviarono in Sicilia altre 300 navi e cinquemila soldati. I Siracusani, guidati sempre da Gilippo, sconfissero di nuovo gli ateniesi in alcune battaglie campali e lo stesso Gilippo incoraggiò i siracusani a costruire una propria flotta, in grado di sconfiggere quella ateniese durante le operazioni di ritiro. Gli ateniesi, in grave difficoltà, cercarono di trovare una via di fuga attraverso città siciliane alleate, ma l’esercito si frammentò in gruppi minori e sconfitto a più riprese. Per gli ateniesi fu una drammatica disfatta: **la flotta fu distrutta e l’intero esercito venduto come schiavi**. Si diffuse presso tutta la Grecia l’idea che l’impero ateniese fosse vicino alla fine. Le finanze della città erano quasi vuote, i rapporti commerciali compromessi e molti giovani ateniesi erano morti o prigionieri in Terra straniera. ## Il recupero di Atene e la riscossa di Alcibiade Circondata da ogni parte, il colpo di grazia di Atene venne organizzato dagli Spartani, dai siracusani e persino dagli storici nemici degli ateniesi, i persiani. Tutti erano coalizzati contro di loro, sia direttamente, con l’invio di contingenti militari, che indirettamente, incitando le città stato della regione a ribellarsi contro l’odiato padrone. Ma Atene si salvò. Innanzitutto perché i loro nemici mancavano di iniziativa. Sia Corinto che Siracusa furono lente a trasportare le loro flotte presso il Mar Egeo, e anche gli alleati di Sparta mossero con eccessiva lentezza le truppe. Persino i Persiani furono tardivi nell’inviare i fondi e le navi da guerra promesse, deprimendo i piani di battaglia. Nel frattempo, già dall’inizio della guerra, gli ateniesi avevano **messo da parte del denaro e 100 navi che dovevano essere utilizzate solo come ultima risorsa.** Queste navi costituirono il nucleo della flotta degli ateniesi per tutto il resto della guerra. In questo periodo, ad Atene si verificò una **rivoluzione oligarchica,** in cui un gruppo di quattrocento aristocratici prese il potere e abolì la democrazia. Questa nuova oligarchia iniziò a lavorare per ottenere una pace con Sparta, ma la flotta ateniese, che faceva base sull’isola di Samo, rifiutò ogni compromesso. Nel 411 a.C, la flotta, di propria iniziativa, ingaggiò gli Spartani nella **battaglia di Syme**. La flotta nominò Alcibiade come proprio capo e continuò la guerra in nome di Atene. Così, il comportamento autonomo della flotta militare portò al ripristino di un governo democratico ad Atene in poco meno di due anni. Alcibiade, sebbene fosse stato condannato come traditore, aveva ancora un grosso peso, a cui si aggiunse un suo capolavoro politico: egli impedì alla flotta ateniese, che si considerava tradita dalla madrepatria, di attaccare la propria città, contribuendo invece al ripristino della democrazia attraverso fini manovre diplomatiche. Infine, Alcibiade convinse la flotta ad attaccare gli Spartani **nella battaglia di Cizico**. Durante lo scontro gli ateniesi distrussero completamente la flotta spartana e riuscirono a ristabilire le basi finanziarie su cui si fondava l’impero ateniese. Tra il 410 e 406 a.C, Atene aveva ottenuto una serie di nuove vittorie, recuperato ampie porzioni del proprio impero ed aveva evitato la disfatta. **E tutto ciò era merito di Alcibiade.** ## La coalizione tra Spartani e Persiani e la rovina di Alcibiade Un elemento fondamentale per comprendere la guerra del Peloponneso è il ruolo della Persia, o impero achemenide. Sin dal 414 a.C, **Dario II,** sovrano dell’impero achemenide, era risentito dal crescente potere ateniese nella zona dell’Egeo. Egli strinse allora alleanza con Sparta contro Atene attraverso il suo **Satrapo, Tissaferne**, che entrò in contatto con Alcibiade ai tempi in cui era alleato degli spartani. Questo portò alla riconquista persiana della maggior parte della Ionia. Tissaferne contribuì anche a finanziare la flotta del Peloponneso. Di fronte alla rinascita di Atene, nel 408 a.C, Dario II decise di continuare la guerra contro Atene e aumentare il sostegno agli Spartani. Inviò allora suo figlio, **Ciro il Giovane**, in Asia minore con il comando assoluto delle truppe persiane. Ciro si alleò allora con il generale Spartano **Lisandro**. I due avevano interessi comuni: Ciro sapeva che alla morte di suo padre Dario avrebbe dovuto contendersi il potere in Persia con il fratello Artaserse II, e l’apporto degli spartani guidati da Lisandro gli sarebbe stato utilissimo. Lisandro, attraverso i finanziamenti di Dario, avrebbe invece potuto condurre la guerra contro gli ateniesi e diventare signore assoluto della Lega del Peloponneso. Grazie a questo utilissimo accordo, Lisandro ottenne una **prima vittoria nella battaglia navale di Nozio del 406 a.C.** Il suo risultato arrivò sia grazie alle personali capacità di comando, ma anche per colpa di una straordinaria leggerezza da parte di Alcibiade. Egli lasciò il controllo di una parte importante della flotta al suo aiutante **Antioco**, con il preciso ordine di non attaccare battaglia. Egli, credendo di trovarsi di fronte ad un’occasione fortunata, decise invece di attaccare gli Spartani, ottenendo una netta sconfitta. Seppure questa disfatta non fosse fondamentale ai fini della guerra, permise alla fazione politica ostile ad Alcibiade di screditarlo. Alcibiade non fu rieletto generale dagli ateniesi e **fu costretto all’esilio.** Con un ultimo sforzo, Atene affrontò nuovamente la flotta spartana presso la **battaglia di Arginuse**. Gli Spartani, guidati questa volta da **Callicratìda**, persero 70 navi mentre gli ateniesi solo 25. Ma a causa del maltempo, gli ateniesi non furono in grado di salvare i loro equipaggi naufragati né di annientare definitivamente la flotta spartana. Così, nonostante una sostanziale vittoria, Atene fu sconvolta da un’ondata di indignazione per l’incapacità dei suoi generali e nacque un controverso processo, durante il quale furono condannati a morte sei dei massimi comandanti, in un clima di lotte intestine e di generale violazione delle normali procedure legali. La supremazia navale di Atene venne alla fine messa in crisi dalla mancanza dei suoi più abili capi militari e da una marina demoralizzata. ## La sconfitta definitiva di Atene e il regime dei trenta tiranni Lisandro, capì perfettamente che doveva approfittare della situazione. Atene era in gravissima difficoltà, e i buoni rapporti personali e l’alleanza con il principe persiano Ciro il giovane, gli avrebbero permesso di diventare signore assoluto del Peloponneso. La flotta spartana salpò immediatamente verso i Dardanelli, la zona in cui veniva coltivata la maggior parte del grano che riforniva Atene. Gravemente minacciata, la flotta ateniese non ebbe altra scelta che affrontare l’avversario, seppur in una situazione di incomprensioni e di crisi. Attraverso un’abile strategia, Lisandro sconfisse totalmente la flotta ateniese nel 405 a.C nella **battaglia di Egospotami,** distruggendo 168 navi. Solo dodici navi ateniesi si salvarono, fuggendo a Cipro. Lisandro **invase l’Attica e mise sotto assedio Atene**, che di fronte alla fame e alle malattie si arrese nel 404 a.C. Presto tutti i suoi alleati capitolarono di fronte agli Spartani. Solo gli alleati di **Samo**, fedeli fino all’ultimo, resistettero qualche mese fino a che vennero autorizzati a fuggire dagli stessi spartani. La resa costrinse Atene a condizioni di pace durissime: doveva distruggere le proprie lunghe mura, gli fu fatto divieto di ricostruire la flotta e dovette rinunciare a tutti i suoi possedimenti d’oltremare. Corinto e Tebe chiesero che Atene fosse rasa al suolo e che tutti i suoi cittadini fossero ridotti in schiavitù. Tuttavia, gli Spartani rifiutarono di distruggere una città che, nonostante nemica, aveva difeso tutta la zona della Grecia di fronte al pericolo persiano nei decenni precedenti. Atene, secondo gli autori antichi “doveva avere gli stessi amici e nemici di Sparta.” ## Le conseguenze della guerra del Peloponneso L’effetto finale della guerra del Peloponneso fu la **sostituzione dell’impero ateniese con l’impero spartano**. Sparta rilevò tutti i territori che appartenevano gli ateniesi e mantennero le entrate e i tributi. Tuttavia, gli alleati di Sparta, che avevano fatto i maggiori sacrifici nel corso di tutta la guerra, non ottennero alcuna concessione. Per un breve periodo, Atene venne governata dai 30 tiranni, un **regime autoritario istituito da Sparta** e governato dal severissimo **Crizia**. Atene, nonostante fosse un’ombra del suo passato, non poteva accettare la sua condizione, e nel 403 a.C gli oligarchi vennero rovesciati da una ribellione guidata da **Trasibulo**, fino alla restaurazione della democrazia. Così, anche se la sua egemonia era ormai un ricordo, Atene recuperò la sua autonomia nel corso **della guerra di Corinto,** continuando a svolgere un ruolo attivo nella politica greca. Sparta fu successivamente sconfitta da Tebe nella **battaglia di Leuttra del 371 a.C.** Pochi decenni dopo, la rivalità tra Atene e Sparta terminò quando la Macedonia divenne l’entità più potente della Grecia tramite l’azione di **Filippo II**, che unificò tutto il mondo greco, tranne Sparta, la quale fu poi soggiogata dal figlio di Filippo, **Alessandro Magno** nel 331 a.C. Atene e Sparta hanno firmato un simbolico trattato di pace, 2500 anni dopo la fine della guerra, il 12 marzo 1996. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [I regni romano barbarici. Storia e caratteristiche](https://scriptamanentitalia.it/i-regni-romano-barbarici-storia-e-caratteristiche/) **Published:** Febbraio 11, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Storia e caratteristiche dei regni romano barbarici, che dominarono l'Europa dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le immigrazioni di massa sul territorio romano](#Le_immigrazioni_di_massa_sul_territorio_romano) - [La concessione di territori straordinari](#La_concessione_di_territori_straordinari) - [Il riconoscimento ufficiale dei sovrani barbari](#Il_riconoscimento_ufficiale_dei_sovrani_barbari) - [L’accentramento dei poteri imperiali nelle mani dei Re barbari](#Laccentramento_dei_poteri_imperiali_nelle_mani_dei_Re_barbari) - [L’eredità romana e la continuità nei regni romano barbarici](#Leredita_romana_e_la_continuita_nei_regni_romano_barbarici) - [La legittimazione dei sovrani barbari](#La_legittimazione_dei_sovrani_barbari) - [L’atteggiamento della corte di Costantinopoli nei confronti dei Re barbarici](#Latteggiamento_della_corte_di_Costantinopoli_nei_confronti_dei_Re_barbarici) - [La cultura nei regni romano barbarici](#La_cultura_nei_regni_romano_barbarici) - [La fine dei regni romano barbarici](#La_fine_dei_regni_romano_barbarici) I **regni romano barbarici** furono degli stati fondati da popoli principalmente germanici nell’Europa occidentale e nel Nord Africa, in seguito al crollo dell’Impero romano d’Occidente nel V secolo d.C. I regni romano barbarici si formarono in maniera complicata e caotica, in quanto lo stato romano, ormai incapace di gestire le ondate migratorie dei barbari ai confini, fu sconvolta da una serie di **invasioni e migrazioni di massa** sul territorio imperiale. I governanti barbari, dapprima signori della guerra locali senza legami con il territorio, aumentarono in numero e in influenza quando gli imperatori romani iniziarono ad utilizzarli come pedine nelle guerre civili. Dopo il crollo dell’autorità centrale romana Occidentale, i regni barbarici si trasformarono in veri e propri regni territoriali. ## Le immigrazioni di massa sul territorio romano Il punto di partenza del processo di formazione dei regni romano barbarici furono le **migrazioni di un grande numero di popoli non romani all’interno dei territori dell’impero.** Le migrazioni vennero causate sia da vere e proprie invasioni, che da inviti, a volte deportazioni, da parte delle autorità romane. Diversi popoli al di là della frontiera imperiale vennero condotti perché si insediassero nel territorio romano principalmente per scopi **economici, agricoli o militari.** La capacità di immigrazione dell’impero era stata enorme nei secoli precedenti, ma diversi cambiamenti ed incidenti nel IV secolo d.C e nel V secolo d.C fecero precipitare la situazione. Nel 376 d.C, i **Visigoti**, che scappavano dagli **Ostrogoti**, i quali a loro volta fuggivano dall’immigrazioni degli **Unni**, furono autorizzati dal governo dell’Impero romano d’Oriente ad attraversare il fiume **Danubio** e stabilirsi nei **Balcani**. Ma il maltrattamento nei confronti dei profughi **Goti** causò una ribellione su vasta scala, che nel 378 d.C si concretizzò nella sconfitta romana nella **battaglia di Adrianopoli**, in cui lo stesso imperatore Valente venne ucciso. La **sconfitta di Adrianopoli** fu scioccante per tutto il popolo romano, e costrinse le autorità a negoziare e insediare i Visigoti entro i confini dell’impero, nominandoli **formalmente federati semi-indipendenti,** guidati dai loro stessi capi. Le guerre civili romane alla fine del IV secolo, così come le inimicizie tra la corte imperiale d’occidente e d’Oriente, permisero ai **Visigoti**, guidati dal loro capo **Alarico I,** di diventare una delle principali forze militari e un attore importante negli equilibri europei, sottoposta solo formalmente al governo imperiale, dietro trattati di pura facciata. L’arrivo dei Visigoti nei Balcani fu seguito da migrazioni di **Alani, Vandali e Svevi,** che si trasferirono nelle Gallie tra il 405 e il 407 d.C. Questi barbari vennero inizialmente tenuti sotto controllo e gestiti dall’imperatore Costantino III, ma la fine del suo regno causò ulteriori conflitti all’interno della politica romana e le tribù, senza più controllo, penetrarono nelle profondità della Gallia, fino in Spagna. ## La concessione di territori straordinari Dal momento che i barbari si stabilivano in gran numero all’interno dei confini imperiali, la seconda fase della formazione dei regni romano barbarici fu **l’accettazione da parte delle autorità romane della loro indesiderata eppure inevitabile presenza**. Sebbene i romani non considerassero di buon grado l’esistenza di regni barbari autonomi, furono costretti ad accettarne la presenza e a tollerarli già dagli anni 420 e 430 d.C. Il governo romano non voleva che venissero fondati regni territoriali in grado di sostituire l’autorità imperiale, ma i continui fallimenti del governo e l’incapacità di individuare un ruolo soddisfacente ai governanti barbari portò ad inevitabili conseguenze. I primi regni barbari vennero solo “sopportati” dall’impero: ad esempio, i primi regni, come quelli degli Svevi e dei Vandali in Spagna, furono **relegati ai margini delle province meno importanti.** Nel 418 d.C, l’imperatore **Onorio** stabilì, con decreto imperiale, che i **Visigoti** si sarebbero stanziati in **Aquitania**, nella Gallia meridionale, dando luogo al regno visigoto. I romani immaginavano questo come un **insediamento provvisorio** di barbari fedeli al governo imperiale, che avrebbero potuto dare un importante supporto in caso di lotte interne, e non lo intesero mai come una cessione definitiva del territorio. Sebbene i generali romani al tempo di Onorio abbiano inizialmente lavorato per arginare l’influenza e il potere dei Re visigoti, le guerre civili che seguirono la morte dell’imperatore impedirono di proseguire un’azione di controllo. ## Il riconoscimento ufficiale dei sovrani barbari La terza fase nella formazione dei regni romano barbarici coincise con **l’accettazione da parte dell’Impero romano d’Oriente di non poter più amministrare efficacemente i territori occidentali senza la loro collaborazione.** Così, i romani iniziarono a **cedere il controllo effettivo delle terre ai signori barbari,** che non formavano più delle società provvisorie, ma si stabilivano definitivamente all’interno degli ex confini imperiali, integrandosi con sempre maggiore profondità negli strati sociali. Tale dinamica viene confermata ufficialmente in almeno due occasioni: nel 439 d.C nei confronti dei **Visigoti** e nel 442 d.C nei confronti dei **Vandali** in Nord Africa. In quelle situazioni, il governo imperiale riconobbe i governanti barbari di quei popoli come legittimi signori del territorio, ammettendo implicitamente di non avere più controllo su quelle zone. Questi trattati, sebbene non fossero definitivi, gettarono le basi per la formazione ufficiale dei regni romano barbarici. ## L’accentramento dei poteri imperiali nelle mani dei Re barbari La quarta e ultima tappa nella formazione dei regni romano barbarici coincise con una situazione in cui re barbari, ormai completamente lasciati a loro stessi, **persero l’abitudine di aspettare ordini dalla corte dell’Impero romano d’Oriente e iniziarono ad assumere decisioni autonome.** Questo processo fu possibile solo quando parte dell’aristocrazia romana iniziò ad accettare i governanti barbari come loro imperatori. Questo riconoscimento da parte dei nobili romani derivava dal fatto che molto spesso i re barbari erano **gli unici in grado di ripristinare il controllo sul territorio e garantire la sicurezza delle popolazioni.** L’esatto processo con cui i re barbari assunsero determinate funzioni e prerogative precedentemente attribuite agli imperatori romani non è chiaro, ma fu un processo molto lungo e tortuoso. Ad esempio, **Alarico I**, il primo re dei **Visigoti**, viene riconosciuto dagli storiografi moderni come il primo imperatore di un regno romano barbarico, ma le fonti coeve lo chiamavano solamente “**Dux**“, e appare chiaro che Alarico non fu in grado di governare un regno stabile, ma trascorse gran parte della sua carriera cercando di integrarsi nel sistema imperiale romano come ufficiale. Di contro, Alarico II fu il primo sovrano visigoto ad essere definito inequivocabilmente “**Rex**” e a dimostrarsi in grado di emettere decreti che avessero un effettivo riconoscimento da parte della popolazione. ## L’eredità romana e la continuità nei regni romano barbarici Sotto il profilo amministrativo, sebbene il potere fosse concentrato in un’unica capitale, come Roma o Ravenna, l’apparato del governo imperiale romano **continuò fondamentalmente a funzionare.** Il **diritto romano rimase il sistema giuridico predominante in Occidente per tutto il V e VI secolo d.C.** Nonostante diversi re barbari mostrarono interesse per le questioni legali ed emanarono propri codici di legge, questi venivano continuamente sviluppati sulla base del diritto romano. Anche nei paesi e nelle forme amministrative delle città, rimasero funzionanti gli elementi costitutivi dell’impero romano. L’antico assetto amministrativo imperiale romano si dissolse in realtà gradualmente, e con un lentissimo processo, lungo secoli. La principale differenza tra l’amministrazione imperiale romana e le nuove amministrazioni romano-barbariche era il loro effetto sulla società. Mentre l’impero romano aveva una corte imperiale e una serie di efficienti amministratori in grado di applicare uniformemente le leggi presso la popolazione, i governi dei regni barbari erano molto meno complessi e più approssimativi. Così, il crollo dell’ordine romano provocò un marcato declino del tenore di vita e una diminuzione sensibile della complessità economica e sociale dei territori. ## La legittimazione dei sovrani barbari Subito dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente, i governanti barbari fecero un grande sforzo per **farsi riconoscere come sovrani legittimi,** adottando diversi elementi appartenenti all’impero romano. Il titolo più usato dai re era quello di “**Rex**“, che costituiva una base fondamentale della loro autorità e che potevano esibire come titolo durante i rapporti diplomatici con altri regni, soprattutto con la corte imperiale di Costantinopoli. Sebbene alcuni autori antichi, come Procopio, ritenessero il nome Rex un termine “barbaro”, con il tempo la parola indicò il governo legittimo di un sovrano germanico, sebbene la sua autorità fosse minore rispetto a quella dell’imperatore di **Costantinopoli**. Alcuni sovrani aggiungevano al titolo di Rex anche una qualificazione etnica, come per esempio *“Rex Francorum”, “re dei Franchi”* Inoltre, i governanti barbari assunsero una serie di titoli e onorificenze che erano tipicamente romane. Tutti i re barbari assunsero il nome di *“Dominus Noster”*, “Signore nostro” e quasi tutti i re Visigoti e i sovrani d’Italia aggiungevano il prenome “*Flavius*“, che nel periodo tardo imperiale era stato portato da tutti gli imperatori romani. I primi governanti barbari erano attenti a mantenere una posizione subordinata rispetto all’imperatore di Costantinopoli e gran parte del loro potere deriva dall’eventuale legittimazione che l’imperatore romano d’Oriente concedeva loro. ## L’atteggiamento della corte di Costantinopoli nei confronti dei Re barbarici La storia dei regni romano barbarici venne segnata anche dai tentativi di riconquista da parte della corte di **Costantinopoli**. All’inizio del VI secolo, i re più potenti dell’Europa occidentale erano **Teodorico il Grande**, in Italia, e **Clodoveo I dei Franchi, nelle Gallie.** Entrambi ricevettero riconoscimenti della corte imperiale di Costantinopoli, il che garantiva loro una certa legittimità. Teodorico venne riconosciuto dall’imperatore **Anastasio I,** il quale gli diede addirittura il permesso di indossare le insegne dell’Impero romano d’Occidente. Teodorico indossò i simboli del potere romano in diverse occasioni pubbliche e alcuni dei suoi sudditi si riferirono a lui come “imperatore”, ma sembra che lo stesso sovrano abbia scelto di utilizzare prevalentemente il titolo di “Rex”, con particolare attenzione a non prevaricare la figura dell’imperatore di Costantinopoli. Dopo che i Franchi sconfissero i Visigoti nella battaglia di Vouillé nel 507 d.C, anche Clodoveo venne riconosciuto da Anastasio I come re e come già accaduto con Teodorico, anche i sudditi di Clodoveo si riferivano a lui come “**imperatore**“. Tuttavia, Teodorico e Clodoveo sembravano più volte sull’orlo di una guerra totale e la cosa preoccupava gli imperatori d’Oriente, in quanto, in caso di vittoria di uno dei due, questo avrebbe potuto ricostituire l’impero romano d’Occidente sotto il suo regno, per di più legittimato dall’Oriente. Per questo motivo, la corte Bizantina iniziò a sottolineare la propria esclusiva legittimità, diminuendo le concessioni ai leader d’Occidente. Nel VI secolo d.C, gli storici romani d’Oriente iniziarono a **descrivere l’occidente come un territorio completamente perduto, a causa delle invasioni barbariche,** piuttosto che come dei regni di Re insediati e approvati dagli stessi romani. ## La cultura nei regni romano barbarici Nonostante ogni popolazione non potesse fare a meno di mantenere la propria cultura originale, la religione e i concetti romani fecero gradualmente presa nella popolazione. I re barbari, sempre in un’ottica di legittimazione del loro potere, adottarono spesso un comportamento di **allineamento alla cultura romana,** ad esempio convertendosi regolarmente al **cristianesimo** e mantenendo il **latino** come linguaggio ufficiale, soprattutto per i documenti legali. In tal modo, i regni romano barbarici ereditavano e mantenevano viva l’eredità culturale di Roma. Tuttavia, nel corso del tempo avvennero diversi cambiamenti: l’impero romano d’oriente voleva enfatizzare la propria unicità nella conservazione dell’eredità romana, a volte facendo persino ricorso alla guerra contro i regni barbari. Inoltre, la classe dirigente barbara e la popolazione romana iniziarono a fondersi etnicamente, portando ad una graduale scomparsa dell’identità classica romana in tutto l’Occidente. Il progressivo allontanamento dei regni romano barbarici dall’impero romano d’oriente, la divisione politica dell’occidente e le dinamiche demografiche, portarono ad una graduale frammentazione della cultura e della lingua, **dando infine origine a popoli eredi eppure diversi da quelli romani e alle lingue romanze moderne.** ## La fine dei regni romano barbarici I regni romano barbarici, con il tempo, si rivelarono estremamente fragili. Il regno **visigoto** crollò già nel VI secolo d.C. Restaurato temporaneamente sotto il re Liugivildo negli anni sessanta e settanta di quel secolo, venne infine distrutto dalle conquiste dei **califfi Ommayadi** all’inizio del VIII secolo. Inoltre, in una serie di guerre del VI secolo portate avanti dall’imperatore romano d’Oriente, **Giustiniano I,** il regno dei **Vandali** in Africa venne completamente cancellato e ben presto, durante le guerre greco-gotiche, anche il regno degli **Ostrogoti** in Italia conobbe un declino. La maggior parte dei regni minori in Gallia vennero assorbiti dal Regno Franco e scomparvero completamente dalle fonti antiche. I nuovi regni che emersero dal VII al IX secolo rappresentavano un nuovo ordine, in gran parte lontano dal vecchio mondo romano. Ad esempio, il califfato Ommayade, che conquistò la Spagna strappandola ai Visigoti e togliendo il nord africa ai romani d’Oriente, non fece nessuno sforzo per garantire la continuità romana. Anche il regno **longobardo**, sebbene spesso annoverato tra i regni barbarici, governava un’Italia distrutta dal conflitto tra gli Ostrogoti e l’impero romano d’oriente. Il loro dominio in Italia terminò quando il regno fu conquistato dai Franchi nel 774 d.C. L’unico sopravvissuto, il **regno dei Franchi**, fornì il modello per la struttura amministrativa dell’Alto Medioevo in Europa occidentale e avrebbe ispirato tutti monarchi medievali per il resto del periodo. Sebbene i sovrani Franchi ricordassero gli ideali romani e aspirassero vagamente ad una restaurazione imperiale, i secoli del loro dominio avevano completamente trasformato le strutture in qualcosa che somigliava molto poco all’impero romano. La nuova forma di governo era infatti **strettamente personale e basata su rapporti di poteri tra singoli individui** piuttosto che su un sistema amministrativo, giudiziario e burocratico come era stato quello dell’impero romano. Il tempo dei regni barbarici terminò con l’incoronazione di **Carlo Magno, re dei Franchi,** come imperatore romano da **Papa Leone III nell’800 d.C,** in opposizione all’autorità del restante Impero romano d’Oriente. L’impero carolingio di Carlo Magno, predecessore di Francia e Germania, era in realtà più simile a un insieme di regni uniti dall’autorità di Carlo, piuttosto che una verosimile restaurazione dell’Impero romano d’Occidente. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La Guerra dei cent'anni: cause, riassunto, battaglie e cronologia](https://scriptamanentitalia.it/la-guerra-dei-centanni-cause-riassunto-battaglie-e-cronologia/) **Published:** Gennaio 21, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Un riassunto semplice ma completo per comprendere la guerra dei cent'anni tra Francia ed Inghilterra: le cause, la cronologia, le battaglie e i protagonisti. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’origine della guerra dei cent’anni: da Guglielmo il Conquistatore a Enrico II](#Lorigine_della_guerra_dei_centanni_da_Guglielmo_il_Conquistatore_a_Enrico_II) - [La lotta per il possesso della Guienna](#La_lotta_per_il_possesso_della_Guienna) - [La sfida tra Edoardo III d’Inghilterra e Filippo VI di Francia](#La_sfida_tra_Edoardo_III_dInghilterra_e_Filippo_VI_di_Francia) - [La ripresa della guerra: le campagne di Bretagna e Guascogna](#La_ripresa_della_guerra_le_campagne_di_Bretagna_e_Guascogna) - [L’invasione inglese e la disfatta francese di Crécy](#Linvasione_inglese_e_la_disfatta_francese_di_Crecy) - [La campagna di Poitiers: Edoardo il Principe Nero ](#La_campagna_di_Poitiers_Edoardo_il_Principe_Nero) - [Le trattative per la liberazione di re Giovanni II di Francia](#Le_trattative_per_la_liberazione_di_re_Giovanni_II_di_Francia) - [La lotta fra Carlo V di Francia e Edoardo III](#La_lotta_fra_Carlo_V_di_Francia_e_Edoardo_III) - [Le ribellioni in Inghilterra e le contese al trono di Francia](#Le_ribellioni_in_Inghilterra_e_le_contese_al_trono_di_Francia) - [Enrico IV d’Inghilterra e la guerra civile in Francia tra Armagnacchi e Borgognoni](#Enrico_IV_dInghilterra_e_la_guerra_civile_in_Francia_tra_Armagnacchi_e_Borgognoni) - [La battaglia di Agincourt e la conquista della Normandia ](#La_battaglia_di_Agincourt_e_la_conquista_della_Normandia) - [La guerra civile in Francia e l’adesione di Carlo VII](#La_guerra_civile_in_Francia_e_ladesione_di_Carlo_VII) - [Giovanna D’Arco e l’espulsione degli inglesi](#Giovanna_DArco_e_lespulsione_degli_inglesi) - [Le ultime battaglie di Carlo VII di Francia e la conclusione della guerra](#Le_ultime_battaglie_di_Carlo_VII_di_Francia_e_la_conclusione_della_guerra) La **guerra dei cent’anni**, che si è sviluppata **dal 1337 al 1453,** fu una serie di conflitti armati tra i regni d’**Inghilterra e Francia durante il tardo medioevo.** Le origini del conflitto risiedono in una serie di **rivendicazioni al trono di Francia** da parte di diversi regnanti inglesi, ma nel corso del tempo la guerra conobbe una evoluzione e si trasformò in una **lotta di potere per il predominio politico e culturale dell’Europa**, alimentata da un nazionalismo emergente da entrambe le parti. Può essere sicuramente considerato il conflitto più significativo del Medioevo, con 116 anni complessivi di guerra, sebbene interrotti da diverse tregue, il coinvolgimento di cinque generazioni di re e la presenza di due dinastie rivali. Entrambi i Paesi produssero **innovazioni sia nella tecnologia che nelle tattiche militari,** creando eserciti permanenti professionali, rinnovando l’artiglieria e cambiando per sempre il modo di svolgere la guerra in Europa. La guerra dei cent’anni ha permesso inoltre lo sviluppo di un **sentimento di identità nazionale** radicato, che contribuì a trasformare gradualmente i due paesi in potenze globali. ## L’origine della guerra dei cent’anni: da Guglielmo il Conquistatore a Enrico II All’inizio del XIV secolo, la **Francia** era la nazione più grande e prospera dell’Europa Occidentale che, grazie ai suoi monarchi, in primis Luigi IX, aveva sviluppato una burocrazia e un apparato statale piuttosto efficiente. Per contro, il Sacro Romano Impero era paralizzato da decenni di profonde divisioni, e così l’unico stato europeo in grado di competere con la Francia era **l’Inghilterra.** Gli storici identificano in **Guglielmo il Conquistatore** il capostipite di questo conflitto. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/02/guglielmo-conquistatore-1024x768.jpg "guglielmo-conquistatore - Scripta Manent Italia")Guglielmo il Conquistatore considerato dagli storici il capostipite della Guerra dei centanni Egli era **re d’Inghilterra**, ma deteneva anche **importanti feudi francesi** in qualità di vassallo del re di Francia: tra i suoi possedimenti vi era ad esempio tutta l’importante regione **dell’Aquitania**. La situazione peggiorò con l’arrivo di **Enrico Plantageneto**: già signore di importanti territori francesi in qualità di **Duca di Normandia dal 1150 e Conte d’Angiò dal 1151**, attraverso il matrimonio con la moglie divorziata di Luigi VII di Francia, **Eleonora d’Aquitania,** divenne anch’egli Duca d’Aquitania. Quando, nel 1154 divenne anche re d’Inghilterra con il nome di **Enrico II,** quest’ultimo si ritrovò a governare contemporaneamente l’Inghilterra e **gigantesche porzioni del territorio francese.** La dinastia dei nobili francesi dei capetingi reagì lavorando per indebolire il suo potere. Dopo una serie di conflitti, si arrivò ad un primo accordo, stipulato tra **Enrico III d’Inghilterra e Luigi IX di Francia** e ratificato nel dicembre 1259 a Parigi. Secondo i termini del trattato, Enrico III poteva conservare il **Ducato di Guienna**, una zona molto ridotta dell’Aquitania, ma doveva restituire ai francesi la **Normandia, l’Angiò e il Poitou.** In cambio, il re di Francia si impegnava a consegnare all’Inghilterra alcuni territori di confine: il **Saintonge inferiore, l’Agenais e alcune terre nel Quercy.** Sia Enrico II che Luigi IX avevano intenzione di rispettare il trattato, anche perché si ammiravano a vicenda e avevano profondi legami familiari. Tuttavia qualcosa andò storto: le terre di Saintonge, Agenais e Quercy, che erano di proprietà del fratello di Luigi IX, **Alfonso**, sarebbero dovute andare agli inglesi alla morte di quest’ultimo, anche in assenza di eredi. Ma quando Alfonso morì, il nuovo re di Francia, **Filippo III**, cercò di eludere l’accordo e la questione non venne risolta fino a quando il nuovo re d’Inghilterra, Edoardo I, ricevette le terre di Agenais con il Trattato di Amiens (1279) e quelle di Saintonge con il Trattato di Parigi (1286). ## La lotta per il possesso della Guienna Nel frattempo, la **nobiltà francese nella Guienna** incoraggiava le fasce più scontente della popolazione a fare appello per qualsiasi motivo al Re di Francia e al parlamento di Parigi, contro i sovrani britannici. Questo non faceva altro che peggiorare i rapporti tra la corte francese e inglese. Una prima grave crisi avvenne nel **1293**: alcune navi inglesi furono impegnate in combattimenti minori contro una flotta Normanna nel nord della Francia. Il re di Francia **Filippo IV**, ritenendo questo un affronto al suo paese, decise che come risarcimento **avrebbe confiscato la Guienna.** A questo provvedimento si aggiunsero le vittoriose campagne militari di suo fratello, **Carlo**, e di suo cugino, **Roberto II**, che permisero al sovrano francese di riconquistare quasi tutto il Ducato di Guienna. Per tutta risposta, il re d’Inghilterra **Edoardo I** si alleò con **Guido di Dampierre,** Conte delle Fiandre, un vassallo ribelle della Francia. La guerra sembrava sul punto di riprendere, quando intervenne come arbitro **Papa Bonifacio VIII,** che fu in grado di porre temporaneamente fine a questa fase delle ostilità. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/02/edoardo-i-inghilterra-768x1024.jpg "BH1482 - Scripta Manent Italia")Edoardo I dInghilterra Ma le tensioni per quel territorio ricominciarono dopo poco: il nuovo re d’Inghilterra, **Edoardo II**, aveva accettato di dichiarare che i suoi possedimenti in Francia erano effettivamente proprietà di re Filippo IV. Ma Edoardo era riluttante a mantenere la promessa di fronte ai tre figli di Filippo. Il primo di questi, **Luigi X**, morì prima che Edoardo riconoscesse la sua proprietà sulle terre, mentre il secondo, **Filippo V**, venne riconosciuto come sovrano da Edoardo solamente nel 1320. Un tale ritardo, offensivo per i francesi, portò il terzo figlio, **Carlo IV**, a forzare la situazione e a dichiarare la Guienna definitivamente annessa alla Francia nel luglio del 1324. Gli inglesi tentarono allora di riconquistare il ducato con un’invasione militare. Giunte voci dello sbarco inglese, e seduti nuovamente ad un tavolo per trovare una soluzione, **Edoardo II d’Inghilterra e Filippo V di Francia** cercarono di individuare dei governatori graditi ad entrambe le corone, come accadde nel caso del genovese **Antonio Pessagno**. Questo approccio di collaborazione funzionò per un certo periodo, come anche nel caso di **Henri de Sully**, che era contemporaneamente maggiordomo della casa reale francese ed amico personale di Edoardo II. Poi, Edoardo rinunciò al ducato a favore di suo figlio, il futuro **Edoardo III.** ## La sfida tra Edoardo III d’Inghilterra e Filippo VI di Francia Un nuovo conflitto si verificò quando il 1 febbraio 1328 il re di Francia, **Carlo IV**, morì senza lasciare eredi maschi. Dal momento che non esisteva una regola definitiva per la successione alla corona francese, si decise di convocare un’assemblea di notabili per scegliere il nuovo sovrano. I due pretendenti erano **Edoardo III d’Inghilterra,** che giustificava la sua pretesa al trono di Francia per via della madre, Isabella, sorella di Carlo IV. L’altro era **Filippo**, figlio di Carlo, a sua volta fratello di Filippo IV. **L’assemblea scelse Filippo,** che divenne nuovo re di Francia, con il nome di **Filippo VI**. Edoardo III protestò vigorosamente, minacciando di difendere i suoi diritti con ogni mezzo possibile. Ma Filippo VI sconfisse alcuni ribelli fiamminghi nella battaglia di Cassel (agosto 1328), dando al suo avversario una evidente dimostrazione delle sue capacità militari. Edoardo si convinse così a ritirare le sue pretese territoriali, cosa che avvenne ufficialmente nel giugno del 1329. Filippo, vedendo che la situazione volgeva a favore della Francia, chiese a Edoardo di rendergli omaggio e dimostrò di non avere la minima intenzione di restituire alcune terre che Edoardo aveva richiesto. Trovandosi di nuovo sull’orlo della guerra, **Edoardo fu obbligato a rinnovare il suo omaggio al sovrano francese, e alle sue condizioni.** Dopodiché, i rapporti rimasero stabili per più di due anni. Ma nel 1334 Edoardo sembrò pentirsi della sua debolezza, incalzato anche da Roberto III d’Artois, nipote del cugino di Filippo IV. Egli cercò quindi di **recuperare le terre della Guascogna**, sia lavorando per interrompere l’alleanza tra la Francia e la Scozia, sia sobillando rivolte contro Filippo nei Paesi Bassi e in Germania. Filippo, capendo il disegno dell’avversario, organizzò in risposta una piccola spedizione per aiutare gli scozzesi contro gli inglesi e strinse un’alleanza con il territorio di Castiglia. Era chiaro che entrambe le parti si stavano preparando per la guerra. Così, Filippo dichiarò nuovamente la Guienna confiscata il 24 maggio 1337, mentre Edoardo dichiarò che il regno di Francia era suo di diritto, inviando una sfida formale al suo avversario. ## La ripresa della guerra: le campagne di Bretagna e Guascogna I primi veri scontri della Guerra dei cent’anni si verificarono in mare. **Edoardo III** si stabilì nella città di **Anversa** e strinse un’importante alleanza con **Jacob van Artevelde,** nobile proveniente da Gand e capo delle città fiamminghe. Queste decisero di schierarsi con Edoardo soprattutto perché l’Inghilterra forniva loro la pregiata lana, fondamentale per le industrie tessili della regione. Di lì a poco, Edoardo ottenne l’appoggio di suo cognato, **Guglielmo II,** conte di Hainaut, e **Giovanni III**, duca di Brabante. Infine, il sovrano inglese strinse accordi con l’imperatore del Sacro romano Impero, **Luigi IV il bavarese.** Avendo le spalle coperte, Edoardo assediò la città di Cambrai nel 1339. Il 22 ottobre di quello stesso anno, una parte dell’esercito francese e di quello inglese arrivarono finalmente a poche miglia l’uno dall’altro, presso **Buironfosse**, ma nessuno volle attaccare battaglia. Nel frattempo, sul mare, **le navi di Edoardo furono in grado di sconfiggere la flotta francese** durante la battaglia di Sluis, il 24 giugno 1340: i francesi, assieme ai loro alleati castigliani e genovesi furono sbaragliati. Così, gli inglesi poterono dirottare nuove forze militari sulla terraferma. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/02/battaglia-sluis.jpeg "battaglia-sluis - Scripta Manent Italia")La battaglia di Sluis 1340 tra Edoardo III dInghilterra e la flotta francese Le ostilità si interruppero brevemente quando la sorella di Filippo VI, Margherita, e Papa Benedetto XII promossero una mediazione fra le due nazioni, che culminò nella tregua di Esplechin, del 25 settembre 1340. Il teatro della guerra si spostò allora in **Bretagna**, dove la morte del Duca Giovanni III aveva spinto gli abitanti ad invocare contemporaneamente l’aiuto del re francese e inglese per decidere il successore. I pretendenti erano **Carlo di Lois,** appoggiato dai francesi e **Giovanni di Monfort,** sostenuto dagli inglesi. Le truppe dei due stavano per arrivare a battaglia nel dicembre 1342, quando gli ambasciatori del nuovo pontefice, **Clemente VI**, intervennero in tempo e riuscirono ad ottenere una tregua nel gennaio del 1343. In realtà, in questa fase della guerra, **nessuno dei due re voleva giungere ad una battaglia definitiva**, ma ognuno sperava di ottenere la vittoria con altri mezzi. Entrambi intrapresero infatti un’intensa guerra di propaganda. Edoardo cercò di ottenere il sostegno contro i francesi facendo affiggere proclami sulle porte delle chiese, mentre Filippo sfruttava ogni occasione pubblica per sottolineare la sua legittimità come successore dei capetingi. Tra il 1343 e il 1344 gli sforzi propagandistici di Edoardo sembrarono fare breccia in una parte della Francia occidentale, che si sollevò contro Filippo, il quale però schiacciò la rivolta con estrema severità. Edoardo riprese allora l’offensiva nel 1345. Enrico di Grosmont, primo Duca e quarto Conte di Lancaster, riuscì a sconfiggere una forza francese numericamente superiore nell’ottobre del 1345. L’anno dopo, Enrico respinse ad Aiguillon un esercito francese guidato da Giovanni, Duca di Normandia e figlio maggiore di re Filippo. ## L’invasione inglese e la disfatta francese di *Crécy* Mentre Enrico continuava la campagna militare nel sud ovest della Francia, **Edoardo III in persona sbarcò presso Cotentin**, penetrò in Normandia, **conquistò la città di Caen e marciò su Parigi**. Tuttavia, rinunciò a prendere la capitale e preferì attraversare il fiume Senna, dirigendosi verso la Piccardia e il suo feudo di Ponthieu. Filippo lo inseguì, raggiungendo l’esercito inglese vicino a Crécy e dando subito battaglia. Ma Crécy si rivelò per i francesi una sconfitta devastante: l’esercito venne annientato, e molti tra i più valorosi nobili vennero uccisi il 26 agosto 1346. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/02/battaglia-Crecy.jpg "battaglia-Crecy - Scripta Manent Italia")La battaglia di Crécy 1346 le forze inglesi di Edoardo III annientano lesercito francese di re Filippo VI Edoardo scelse però di **non inseguire l’avversario**, ma preferì marciare dritto verso **Calais**, che assediò dal settembre 1346 all’agosto del 1347. La città venne difesa valorosamente da Jean de Vienne, e gli assediati opposero una ostinata resistenza, ma la città fu costretta a cedere per fame. Così, i nobili di Calais, su ordine di Edoardo, si arresero, uscendo dalla città indossando solamente una camicia leggera e con delle corde al collo, pronti per essere impiccati. Edoardo era deciso a giustiziarli, ma le loro vite furono salvate dall’intercessione della regina Filippa di Hainaut. Mentre il sovrano inglese era impegnato nell’assedio, in patria si verificarono alcune emergenze: gli scozzesi, guidati dal **Re David II,** invasero l’Inghilterra ma furono provvidenzialmente sconfitti a **Neville’s Cross nell’ottobre del 1346** e lo stesso sovrano scozzese venne catturato. Anche in Bretagna, Carlo di Blois attaccò l’esercito britannico, ma anche quest’ultimo venne sconfitto e catturato. Nel frattempo, dopo la sconfitta di Crécy , la Francia **sprofondò in una confusione politica**. Il consiglio del re venne quasi completamente sostituito e Giovanni di Normandia perse gran parte della sua influenza. Alcuni nobili francesi lavorarono ad una proposta di pace, che prevedeva l’adozione da parte di Filippo dello stesso Edoardo come suo erede: il piano, ideato dal Papa e da Santa Brigida di Svezia, si concluse però con un nulla di fatto. La guerra arrivò comunque ad un punto morto: la peste nera che dilagava in Europa e le ristrettezze finanziarie di entrambi i governi si tradussero in una situazione di stallo. Così venne firmata la **tregua di Calais, nel settembre del 1347,** puntualmente rinnovata nei due anni successivi. Con la morte di Filippo VI, il nuovo sovrano francese divenne **Giovanni II**. Egli era perfettamente consapevole della grave situazione di debolezza in cui si trovava la Francia, ed era disposto ad ottenere la pace anche a costo di consentire al re inglese di godere liberamente dei suoi feudi nel paese, senza nemmeno volerlo costringere a rendergli omaggio. Ma l’opinione pubblica francese si indignò talmente che Giovanni non riuscì in alcun modo a perseguire i suoi progetti di pace. E quando Edoardo III si rifiutò di firmare una nuova proroga della tregua, la guerra ricominciò. La situazione politica francese, nel momento meno adatto, peggiorò ulteriormente. Carlo II, re di Navarra, aveva sposato la figlia di Giovanni II nel 1352. In quanto nipoti di Luigi X per parte di madre, **Carlo sostenne di avere più diritto rispetto ad Edoardo III sulle concessioni di Giovanni.** La controversia con il suocero venne inizialmente risolta dai trattati di Mantes (1354) e Valognes (1355), ma Carlo ritornò rapidamente a litigare con Giovanni, il quale nell’aprile del 1356 lo fece arrestare. Il fratello di Carlo, Filippo, assunse allora la guida della fazione francese avversa a Giovanni, mantenendo il possesso delle terre di Normandia, che Giovanni aveva ceduto a Carlo. ## La campagna di Poitiers: Edoardo il Principe Nero Le ostilità militari ripresero nel **1355**. **Edoardo il Principe nero**, figlio maggiore di Edoardo III, sbarcò a Bordeaux nel settembre dell’anno, devastando diversi territori fino a Narbonna. In ottobre, un altro esercito inglese marciò su Artois per affrontare l’esercito di Giovanni presso la città di Amiens, ma alla fine non si giunse a battaglia. Il Principe Nero lasciò Bordeaux, marciando a nord fino alla Loira con le truppe inglesi, comandate da John Chandos, assieme agli alleati Guasconi al comando di **Jean III de Grailly**. Le forze di Edoardo ammontavano a **poco meno di 7000 soldati**, ma nonostante questo decise di inseguire gli uomini di Giovanni II. Egli, in risposta, lasciò la Normandia e si accordò con l’avversario per incontrarsi ufficialmente a Poitiers il 17 settembre 1357. Dimenticando la lezione di Crécy, i francesi lanciarono a Poitiers una serie di assalti durante i quali i loro cavalieri si impantanarono nel terreno fangoso e divennero **facili bersagli per gli arcieri del Principe Nero**. Il sovrano francese **Giovanni II** in persona guidò l’ultima carica di cavalleria prima di essere fatto prigioniero, assieme a migliaia di suoi cavalieri. Imprigionato, venne condotto presso Bordeaux, dove fu trattenuto fino al suo trasferimento in Inghilterra, nel maggio del 1357. ## Le trattative per la liberazione di re Giovanni II di Francia Durante la sua prigionia a Bordeaux, il re francese **concluse una tregua di due anni con la corona inglese** e iniziò a discutere i termini della pace, che si basavano sull’abbandono dell’Aquitania, che sarebbe stata ceduta senza condizioni ad Edoardo. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/02/giovanni-buono.jpg "giovanni-buono - Scripta Manent Italia")Giovanni II di Francia si arrende agli inglesi ed è fatto prigioniero settembre 1356 Nel frattempo a Parigi si era creata una situazione difficile: un gruppo di riformatori, tra cui **Jean de Craon, Robert Le Coq ed Étienne Marcel**, erano diventati membri degli Stati Generali e si dichiararono contrari alla cieca approvazione delle decisioni del loro sovrano, che trattava da prigioniero. I membri dell’assemblea preferivano continuare la guerra piuttosto che smembrare il patrimonio territoriale della Francia. L’assemblea di Parigi sperava piuttosto che Carlo avrebbe represso le compagnie di soldati inglesi che stavano devastando e saccheggiando i distretti occidentali della Francia. Sebbene le ostilità tra Francia e Inghilterra fossero sospese per via delle trattative, questo fu il periodo dove la devastazione degli eserciti sul territorio divenne più grave che mai. Il disordine e la miseria dilagavano ovunque, e assunsero toni drammatici con la **cosiddetta “Jacquerie”,** una rivolta di contadini a nord della Senna, brutalmente repressa dall’esercito regolare. Dopo la morte di **Etienne Marcel**, re Giovanni concluse con Edoardo III il **“Primo trattato di Londra”**, che prevedeva la **cessione agli inglesi del Ducato di Aquitania** e il pagamento di 4 milioni di scudi d’oro mentre Edoardo, in cambio, avrebbe rinunciato alla sua pretesa sulla corona francese. Tuttavia, i ritardi nel pagamento delle prime rate del riscatto invalidarono il trattato e nel marzo 1359 Edoardo impose al suo prigioniero dei termini più severi. Ora le condizioni di pace prevedevano che gli ostaggi francesi sarebbero stati trattenuti dall’esercito inglese fino al pagamento di una parte cospicua del riscatto e dietro la cessione di un ulteriore territorio, ovvero le antiche terre angioine, comprese tra la Loira e la Manica. Ma i governanti francesi delle regioni coinvolte si rifiutarono di ratificare il secondo trattato ed Edoardo III sbarcò ancora una volta a Calais, marciando attraverso i territori di Artois e Champagne. Edoardo non riuscì a catturare la città di Reims, ma devastò il distretto di Beauce. Così, presso Bretigny, si tennero dei nuovi colloqui di pace tra **Edoardo e il figlio di Giovanni II, Carlo V.** La Francia si impegnava a cedere agli inglesi **l’intera Aquitania, la città di Calais e Guines**, mentre il riscatto venne **ridotto a 3 milioni di scudi d’oro.** Vennero presi degli ostaggi francesi, ma Giovanni sarebbe stato rilasciato dopo aver ricevuto una prima rata di 600mila scudi. Il re francese doveva poi rinunciare a ogni sovranità e giurisdizione su tutti i territori ceduti entro il 30 novembre 1361. Finalmente, nell’ottobre 1360, **Giovanni venne liberato e tornò in una Francia esausta e divisa**. Nel luglio del 1362, Eduardo III trasferì la proprietà del principato di Aquitania a suo figlio, Edoardo il Principe Nero. ## La lotta fra Carlo V di Francia e Edoardo III Nell’aprile del 1364, Giovanni II morì e il figlio Carlo V gli succedette. Il compito del nuovo re era quello di affrontare la condizione di estrema miseria della Francia, e la pace con l’Inghilterra gli permetteva di dirottare le risorse finanziarie per una ricostruzione. Eppure, l’opinione pubblica francese **non era disposta ad accettare le condizioni inglesi** e voleva che fosse recuperato il controllo delle zone cedute al nemico. Sfruttando una clausola secondo cui alcuni territori non erano stati consegnati ai francesi entro il novembre del 1361, Carlo V fece ricorso, portando Edoardo III a ritenere questa sua azione come una provocazione e le ostilità ripresero. Il figlio di Edoardo, **Giovanni di Gaunt**, duca di Lancaster, sbarcò a Calais nel 1369 e condusse una incursione di cavalleria nel territorio francese. Sir Robert Knollys avanzò verso ilÎle-de-France , ma il nuovo conestabile di Francia, Bertrand du Guesclin, distrusse parte del suo esercito a Pontvallain (dicembre 1370). La marina castigliana, in alleanza con i francesi, **sconfisse una flotta inglese al largo di La Rochelle** (1372), e Giovanni di Gaunt condusse una più ambiziosa incursione di cavalleria attraverso la Francia, devastando i territori da Calais a Bordeaux . Ad un certo punto venne stipulata una tregua a **Bruges**, nel 1375, che durò fino al 1377. L’8 giugno 1376 il Principe Nero morì, mentre il 21 giugno 1377 perì anche Edoardo III: il loro erede, il figlio del Principe Nero, Riccardo II, aveva solo 10 anni. La guerra allora si trascinò a fasi alterne, e Carlo V non riuscì ad imprimere al conflitto una direzione definitiva. Così, quando anche Carlo morì nel 1380, gli inglesi non erano ancora stati del tutto cacciati dalla Francia. ## Le ribellioni in Inghilterra e le contese al trono di Francia Negli anni successivi sia il trono inglese che quello francese **erano occupati da bambini**: **Riccardo II e Carlo VI**. L’Inghilterra era notevolmente indebolita da lotte politiche interne e la situazione venne ulteriormente aggravata dallo scoppio della prima grande ribellione popolare della storia inglese. Il problema risiedeva nella tassa che venne imposta per finanziare la guerra in corso, che provocò il risentimento nei lavoratori e negli artigiani, già gravati dall’istituzione dello “Statuto dei lavoratori” del 1351, che riduceva in maniera stringente i salari e che si era reso necessario dopo la carenza di manodopera causata dalla peste nera. Nel maggio del 1381 **scoppiò la rivolta dei contadini nel sud est del paese**. Il capo della ribellione fu **Wat Tyler**, che marciò fino a Londra accompagnato da una banda di ribelli provenienti dalla regione del Kent. Il 14 giugno, Tyler e i suoi riuscirono a conquistare la torre di Londra e a decapitare i funzionari responsabili della riscossione delle tasse. Re Riccardo II offrì allora delle concessioni e il giorno seguente il re, appena quattordicenne, incontrò i ribelli nella città di Smithfield. Durante le contrattazioni scoppiarono però dei nuovi combattimenti, durante i quali Tyler rimase gravemente ferito: fu così catturato dai funzionari del re e decapitato. Poco dopo, la ribellione venne soppressa e tutte le concessioni offerte dal re furono rapidamente ritirate. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/02/wat-tyler.jpg "Royal 18 E I f.165v - Scripta Manent Italia")La decapitazione del rivoluzionario inglese Wat Tyler 15 giugno 1381 In Francia, nel frattempo, **gli zii di Carlo VI,** che regnavano in suo nome, lottavano tra loro per la conquista del potere. La controversia più importante riguardava le **Fiandre**. Henry Despenser, vescovo di Norwich , guidò una spedizione a Dunkerque e Ypres (1383), ma si rivelò un completo fiasco. Dopo la morte senza eredi maschi (gennaio 1384) di Luigi di Mâle , conte delle Fiandre, il feudo entrò in possesso del genero Filippo il Temerario , duca di Borgogna e zio del re di Francia. Finalmente nel 1385 i francesi approntarono dei piani per l’invasione dell’Inghilterra ma il progetto venne improvvisamente abbandonato per ragioni ancora oggi sconosciute. Di lì a poco, in entrambi i Paesi nacquero e presero il potere dei **gruppi di nobili favorevoli alla pace**, il che portò all’apertura di nuovi colloqui per raggiungere una tregua. Le discussioni iniziarono nel novembre del 1388 e si conclusero con la firma di una tregua di 3 anni. Gli inglesi accettarono di allontanarsi da alcuni territori come Brest e Cherbourg, e Riccardo II accettò di rendere omaggio al re francese, dichiarandosi suo vassallo, in cambio del permesso di rimanere in una parte della contea. Tuttavia, la definitiva conclusione dei trattati fu impedita dalle controversie sui confini del Ducato. A questo punto, **Riccardo II trattò direttamente con Carlo VI**: Il re inglese chiese la mano della figlia di Carlo, Isabella, e il 9 marzo 1396 si svolse un matrimonio per procura. Infine, importante momento di svolta per l’esito di tutta la Guerra dei cent’anni, i due sovrani decisero di **prorogare la tregua per 28 anni**: nell’ottobre del 1396, attorniati da magnifici festeggiamenti i due re sottoscrissero l’accordo. Nonostante non fosse un trattato di pace definitivo, l’Inghilterra e la Francia sembravano intenzionate a mantenere finalmente dei rapporti di pacifica convivenza. ## Enrico IV d’Inghilterra e la guerra civile in Francia tra Armagnacchi e Borgognoni Purtroppo, gran parte dei sudditi inglesi non era affatto soddisfatta della tregua. La nobiltà inglese e i cavalieri avevano ancora parecchi **interessi economici per tutta la Francia** e l’opinione pubblica era rimasta impressionata dalla propaganda che si era sviluppata durante il regno di Edoardo III, e continuava a considerare i francesi degli irriducibili nemici. Così, quando l’erede di Giovanni di Gaunt, Henry Bolingbroke, conte di Derby, tornò dall’esilio nel 1399 per contendere la sua eredità a Riccardo II, le fasce della popolazione intenzionate a riprendere la guerra si radunarono intorno ad un nuovo leader. **Riccardo venne deposto e morì in prigione** nel febbraio del 1400 e Bolingbroke venne proclamato re d’Inghilterra, con il nome di **Enrico IV.** Enrico aveva innanzitutto bisogno di **consolidare il suo potere in patria** e nell’agosto del 1400 permise alla vedova di Riccardo, Isabella, di tornare in Francia. In quel momento, dal momento che il re francese dava segni di malattia mentale, suo fratello Luigi, che presiedeva il consiglio reale, cercò di ostacolare Enrico, sostenendo la ribellione del leader gallese Owen Glendover contro l’Inghilterra. Così, essendo riuscito a distrarre le forze militari di Enrico, Luigi fu libero di avviare la riconquista dell’Aquitania. Nel 1405 il conestabile di Francia, Charles d’Albret, conquistò molte città della Saintonge e del Périgord mentre Bernardo VII, conte d’Armagnac, minacciava Bordeaux. Nel 1406 i francesi subirono però due battute d’arresto: Luigi non riuscì a conquistare Blaye sul fiume Gironda, mentre Giovanni il Temerario, duca di Borgogna , fu respinto davanti a Calais. Gli scarsi successi militari della Francia dipendevano soprattutto **dalla rivalità tra il duca d’Orleans e Giovanni l’Impavido.** Il primo voleva attaccare gli inglesi con energia e rapidità, mentre Giovanni era più propenso ad un accordo con Enrico IV. Nel frattempo che **Carlo VI, incapace di intendere e volere per lunghi intervalli di tempo,** aveva delegato la gran parte delle sue decisioni a sua moglie, Isabella di Baviera, la rivalità personale tra i due principi culminò nell’assassinio del Duca d’Orléans nel novembre 1407 su istigazione di Giovanni l’impavido. Così l’omicidio diede il via a un **aspra guerra civile che scosse tutta la Francia**: le due fazioni che si combattevano era quella dei **Borgognoni** e degli **Armagnacchi**, i quali si dichiaravano, ora l’uno ora l’altro, legittimi successori di Enrico IV. Gli Armagnacchi cercarono l’aiuto di re Enrico nel 1412, offrendogli la restituzione dell’Aquitania, ma egli morì nel marzo del 1413. Così nel maggio dello stesso anno, i Borgognoni stabilitisi a Parigi emanarono una serie di riforme, prontamente annullate dagli oppositori Borgognoni. ## La battaglia di Agincourt e la conquista della Normandia Il nuovo re inglese, **Enrico V** diede immediatamente dimostrazione di voler riprendere la guerra sul continente. Gli emissari diplomatici di Carlo VI ritornarono a mani vuote, dal momento che Enrico avanzava delle richieste particolarmente intransigenti. Il sovrano inglese si imbarcò quindi per la Francia con le sue truppe il 10 agosto 1415, sbarcando sull’estuario del fiume Senna. Dopo aver conquistato la città di **Harfleur** (14 settembre) si diresse verso la **Piccardia**. Attese poi l’arrivo dell’esercito francese ad **Agincourt**, nella regione di Artois, dove, il 25 ottobre 1415, infissi ai francesi una sconfitta devastante, nonostante fosse in netta inferiorità numerica. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/02/battaglia-azincourt-1024x853.jpg "Ms 6 f.243 Battle of Agincourt, 1415, English with Flemish illuminations, from the 'St. Alban's Chronicle' (vellum) - Scripta Manent Italia")La battaglia di Agincourt 1415 il re inglese Enrico V sbaraglia lesercito francese pur in grande inferiorità numerica Tuttavia, Enrico, dal momento che il suo **esercito stava soffrendo la fame e le finanze inglesi erano disastrate**, non riuscì a sfruttare adeguatamente il suo vantaggio e preferì ritirarsi dapprima a **Calais** per poi **ritornare in Inghilterra**. Anche se la vittoria di Agincourt non fu particolarmente utile ai fini della guerra, la sua dimostrazione di efficienza militare convinse il re tedesco Sigismondo ad allearsi con lui, tanto che nell’agosto del 1416 egli riconobbe come valida la pretesa al titolo di re di Francia di Enrico V. Nel 1417, Enrico ritornò sul continente, con l’obiettivo di **sottomettere la Normandia**, città per città. Caen, Alençon ed Evreux gli aprirono le porte senza combattere. Vedendo la sua inarrestabile avanzata, **Isabella di Baviera e Giovanni l’Impavido** firmarono un accordo nel novembre del 1417 e istituirono un governo alternativo opposto a quello ufficiale, guidato dal figlio di Isabella, Carlo. Dopo la rivolta parigina del 1418, Carlo lasciò la capitale, e Giovanni l’impavido entrò trionfante a Parigi. Tuttavia, né lui né Isabella furono in grado di opporsi ad Enrico V, tanto che il sovrano inglese proseguì le conquiste di Rouen (gennaio 1419), del Pays de Caux e di Vexin. ## La guerra civile in Francia e l’adesione di Carlo VII Giovanni l’Impavido fu così allarmato dalle conquiste inglesi da decidere di accantonare momentaneamente le rivalità e mandare immediate proposte di pace sia agli Armagnacchi che a Carlo, ma venne assassinato dall’emissario di Carlo nel settembre del 1419. Il suo erede, **Filippo il Buono**, aveva tutta l’intenzione di vendicare Giovanni, e si alleò con Enrico V contro Carlo. Così decise di stipulare, assieme alla regina Isabella, un trattato con il sovrano inglese. I termini dell’accordo prevedevano di diseredare Carlo e di consegnare la sua eredità direttamente ad Enrico, il quale avrebbe poi sposato Caterina di Valois, una delle figlie di Carlo VI. Questo accordo aveva lo scopo di istituire una sorta di **doppia monarchia**, basata sull’unione matrimoniale dei sovrani francesi ed inglesi in modo da mantenere, nel rispetto delle reciproche istituzioni, l’autonomia sui due regni. Ma questa forma di governo non venne mai raggiunta. La Francia venne di fatto divisa in due parti, controllate rispettivamente da **Enrico V,** dal Duca di Borgogna e da **Carlo**. L’autorità di Enrico era abbastanza solida sia in Normandia che in Guienna, mentre Filippo il Buono mantenne un notevole potere nella zona di Parigi e nella Borgogna. Le frontiere di questi territori non furono mai chiaramente delineate, dal momento che erano costantemente modificate ed alterate da guerre intermittenti. **Enrico V** iniziò a catturare le fortezze dell’Armagnac che minacciavano i suoi possedimenti. Conquistò la città di **Melun** (1420) e i suoi luogotenenti invasero **Maine e Perche**. Dopo essere ritornato momentaneamente in Inghilterra (gennaio-luglio 1421), tornò sul suolo francese per sbaragliare l’esercito con cui Carlo stava marciando verso Parigi. Successivamente Enrico conquistò Meaux e Compiègne (maggio e giugno 1422), ma morì il 31 agosto 1422. Così i territori francesi di Enrico passarono al suo successore, **Enrico VI** , ancora bambino e per questo sotto la tutela del fratello di Enrico V, Giovanni, duca di Bedford. Di lì a poco, anche Carlo VI morì: sette settimane dopo il genero, il 22 ottobre 1422. Il suo lungo regno, che era cominciato sotto i migliori auspici, era finito nel disordine e nella vergogna. Il suo successore, diciannovenne, si proclamò immediatamente re come **Carlo VII**. Gli anni successivi vennero dominati da una serie di trattative diplomatiche inefficaci, condotte tra Giovanni V di Bretagna, Giovanni duca di Bedford e Carlo VII. All’ennesimo fallimento delle azioni diplomatiche, Giovanni di Bedford decise, nel 1428, di assediare Orléans per conquistare una buona base militare da cui attaccare l’esercito di Carlo VII, stanziato nel sud della Loira. L’assedio iniziò nell’ottobre del 1428, e dopo diversi tentativi di liberare la città, tutti falliti, all’inizio del 1429 la resa di Orléans sembrava imminente. ## Giovanna D’Arco e l’espulsione degli inglesi L’assedio di Orléans rappresentò il punto di svolta della guerra, anche per la comparsa della **storica figura di Giovanna D’Arco.** Figlia di contadini di Domremy, la giovanissima Giovanna raccontò fin da bambina di aver avuto delle visioni celestiali che le comandavano di impegnarsi personalmente per liberare la Francia dagli inglesi. La ragazza riuscì a convincere il nobile **Robert de Baudricourt**, capitano di Carlo VII, della sua missione e riuscì ad essere ammessa in udienza di fronte a **Re Carlo.** Impressionato dal suo carisma, Carlo le permise di procedere, nel 1428, con una piccola forza militare per **liberare la città di Orléans**. Pochi giorni dopo il loro arrivo, gli inglesi decisero di levare l’assedio. I racconti parlano della presenza di Giovanna, con la sua armatura bianca e la bandiera della Francia, che avrebbe dato una inaspettata svolta al combattimento. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/02/giovanna-arco-orlean-754x1024.jpg "giovanna-arco-orlean - Scripta Manent Italia")Giovanna dArco durante lassedio di Orleans 1428 L’effetto psicologico per tutti i francesi fu enorme: il morale dell’esercito salì alle stelle e nel giugno 1429, **il capitano francese Richmond sconfisse gli inglesi nella battaglia di Patay.** Lo stesso Re Carlo, persuaso da Giovanna, si recò nella **cattedrale di Reims per la sua incoronazione**: la città lo accolse a braccia aperte e per la prima volta dopo decenni un re francese venne incoronato e consacrato nella cattedrale, il 18 luglio 1429. Ora la sua posizione di Re legittimo era inattaccabile. Dopo alcune altre spedizioni, Giovanna entrò nella città di **Compiegne**, ma durante una sortita cadde nelle mani dei **Borgognoni**. Spostata da un carcere all’altro, venne infine venduta agli inglesi, imprigionata nella fortezza di **Rouen**, e sottoposta al giudizio di un tribunale ecclesiastico, dove affrontò un processo farsa, guidato dagli inglesi. Venne infine giudicata eretica e fu bruciata viva nella piazza di Rouen, il 30 maggio 1431. La morte di Giovanna D’Arco non fermò la riscossa francese: Filippo il Buono aprì infatti le trattative con Carlo VII. Il Trattato di Arras, firmato il 21 settembre 1435, pose fine alla guerra civile e Parigi si sottomise a Carlo il 13 aprile 1436. Bedford morì nel settembre del 1435 e venne sostituito come generale e governatore di Francia e Normandia da **Richard, Duca di York**. Mentre le operazioni militari continuarono a fasi alterne per diversi anni, soprattutto ai confini della Normandia, Carlo VII dovette affrontare il difficilissimo compito di ristabilire l’ordine nel suo regno e sia in Francia che in Inghilterra la corona venne pesantemente indebolita dalla continua lotta di fazioni politiche interne. Le difficoltà di entrambi i Paesi favorirono l’atmosfera per i negoziati e nell’aprile 1444 venne firmata una prima tregua, rafforzata dal matrimonio di **Enrico VIII con Margherita di Anjou**, la nipote della consorte del re francese, Maria D’Angiò. Questo tregua stabilizzò la situazione, con gli inglesi che mantennero il Maine, Bordelais, il Pas de Calais e la maggior parte della Normandia. Poco tempo dopo, vi furono nuovi trattati diplomatici: Jean Jouvenel, arcivescovo di Reims, ottenne la promessa da Enrico VI che avrebbe ceduto il Maine a suo suocero, Renato D’Angiò. Gli inglesi tuttavia furono lenti nell’onorare gli impegni e solo quando l’esercito di Carlo VII circondò la città di Le Mans, questa si arrese. I francesi, violando la tregua, conquistarono diverse città inglesi e ripresero il controllo sulla Normandia, tanto che Carlo VII fece un solenne ingresso a Rouen, la capitale della regione, il 20 novembre 1449. Per risposta, la primavera successiva, un piccolo esercito inglese sbarcò a Cherbourg recuperando dapprima diverse fortezze, ma finendo infine sconfitto nella battaglia di Formigny, il 15 aprile 1450. I francesi conquistarono allora la città di Caen e riportarono sotto il loro controllo l’intera Normandia. Le sconfitte ebbero notevoli ripercussioni sulla politica interna dell’Inghilterra: in particolare si verificò la **rivolta di Jack Cade** e l’aumento dell’influenza della famiglia degli **York**, in opposizione alla dinastia dei Lancaster. ## Le ultime battaglie di Carlo VII di Francia e la conclusione della guerra **Carlo VII** e i suoi consiglieri decisero di approfittare della caotica situazione politica in Inghilterra per conquistare gli ultimi baluardi inglesi nella Guienna. Tuttavia, l’invasione francese fu complicata dal fatto che gli abitanti avevano una lunga tradizione Normanna ed erano perlopiù fedeli alla corona inglese. La campagna, iniziata nel 1449, continuò con la cattura delle città di **Bergerac** e **Bazas**. Jean d’Orléans, conte di Dunois , decise poi di circondare **Bordeaux** (1451), conquistando la maggior parte delle città da cui dipendeva la difesa strategica della regione. Bordeaux capitolò nel giugno e **Bayonne** nell’agosto del 1451. Tuttavia il popolo non si rassegnava alla fine del dominio inglese, tanto che quando il generale **John Talbot** sbarcò con il suo esercito nell’ottobre del 1452, gli abitanti insorsero contro i francesi. Carlo VII decise allora di radunare un esercito più numeroso, che condusse attraverso la **Guienna** nei primi mesi del 1453. Gli inglesi subirono dapprima una grave sconfitta nella battaglia di **Castillon**, il 17 luglio, ma **Bordeaux**, assediata ancora una volta, finalmente capitolò il 19 ottobre 1453. Questa volta il dominio degli inglesi nell’area era davvero finito. La pace tuttavia non era ancora vicina, dal momento che gli inglesi non potevano ammettere una così plateale sconfitta. Inoltre le fazioni che si contendevano il dominio della politica inglese, gli York e i Beaufort, non volevano avviare trattative con i francesi per non inimicarsi l’opinione pubblica. D’altra parte, Carlo VII non poté attaccare nè Calais nè la costa inglese dal momento che il principale alleato di cui aveva bisogno, Filippo di Borgogna, dimostrò di non voler collaborare. Così, dopo la morte di Carlo VII, suo figlio e successore, **Luigi XIV,** preferì stipulare la tregua di Saint-Omer (1463) con **Edoardo IV** che fu rinnovata, dopo alcune difficoltà, nel 1466 e di nuovo nel 1471. Dopo il 1474, Edoardo IV si alleò con suo cognato, Carlo il temerario, che si preparò ad una nuova invasione della Francia. Un potente esercito inglese sbarcò, sempre a Calais, nel 1475: le forze francesi ed inglesi si trovarono faccia a faccia presso le due sponde del fiume Somme, ma nessuna delle due parti voleva veramente attraversare il corso d’acqua per unirsi alla battaglia. Alchè **Edoardo IV e Luigi XI** si incontrarono a **Picquigny**, e decisero di stipulare una tregua di 7 anni, promettendosi a vicenda di risolvere ogni controversia futura attraverso la diplomazia piuttosto che con le armi. Secondo i termini del trattato, Edoardo doveva ritirarsi della Francia dietro pagamento di 75.000 scudi d’oro oltre ad un’indennità annua di 50.000 scudi. Questa tregua, apparentemente fragile e non particolarmente diversa da quelle che erano state stipulate precedentemente, riuscì invece a sopravvivere ai vari giochi di potere inglesi e francesi e può essere considerata come **la fine della Guerra dei cent’anni.** Nei decenni successivi, infatti, non fu necessario stipulare nessun nuovo trattato di pace. Calais fu mantenuta dagli inglesi fino al 1553, mentre i re inglesi continuarono a rivendicare il titolo di re di Francia fino al 1801. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [Teodosio II: il vero padre del diritto romano](https://scriptamanentitalia.it/teodosio-ii-vero-padre-diritto-romano/) **Published:** Gennaio 21, 2023 **Author:** Francesco Pignataro **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le donne della dinastia Teodosiana e la loro influenza : Pulcheria e Elia Eudocia](#Le_donne_della_dinastia_Teodosiana_e_la_loro_influenza_Pulcheria_e_Elia_Eudocia) - [La politica estera : le guerre contro i Sasanidi](#La_politica_estera_le_guerre_contro_i_Sasanidi) - [La politica estera: i rapporti altalenanti con l’impero d’occidente](#La_politica_estera_i_rapporti_altalenanti_con_limpero_doccidente) - [Teodosio II e il Codice Teodosiano. La fonte del diritto romano](#Teodosio_II_e_il_Codice_Teodosiano_La_fonte_del_diritto_romano) - [La guerra contro i Vandali](#La_guerra_contro_i_Vandali) Il secondo imperatore della dinastia Teodosiana fu il figlio di Arcadio e di sua moglie Elia Eudossia, **Teodosio II.** E’ preferibile parlare di dinastia Teodosiana e non Teodosiano-Valentiniana in quanto con quest’ultima denominazione ci riferisce soltanto a Galla Placidia (che essendo figlia di Teodosio I e nipote di Valentiniano I riuniva nella sua persona entrambe le famiglie) e ai suoi discendenti. Arcadio, Onorio e i loro discendenti sono, invece, conosciuti come **Teodosiani**, dato che non erano direttamente imparentati con la stirpe di Valentiniano I. **Teodosio II** nacque a **Costantinopoli nel 401 d.C.**, quarto figlio dell’imperatore Arcadio e suo unico figlio maschio. Sue sorelle furono Flaccilla (morta in giovane età), Pulcheria, Arcadia e Marina. Alcuni misero in dubbio la paternità di Teodosio II, ma Arcadio non ebbe mai dubbi riguardo suo figlio e, infatti, quando nel 408 d.C. Arcadio morì di malattia, Teodosio gli succedette senza opposizioni. Data la minore età del ragazzo, esso venne affidato alle cure dell’eunuco di palazzo **Antioco**, mentre il suo primo reggente fu il prefetto del pretorio **Antemio**. Il periodo in cui Antemio fu al governo rappresentò un buon periodo per l’Impero Romano d’Oriente. Con la collaborazione del sofista pagano Troilo, Antemio migliorò i rifornimenti di grano, venendo incontro alle esigenze della popolazione di Costantinopoli che stava soffrendo la fame; anche i rapporti con l’Occidente cambiarono in positivo, anche a seguito della morte per decapitazione di **Stilicone** nel 408 d.C. La morte di quest’ultimo portò ad un’ondata di odio anti-barbaro nell’Impero che in verità non si era mai sopito (in Oriente, per esempio, fu una delle cause della cacciata del prefetto Eutropio nel 399 d.C. e della ribellione della popolazione di Costantinopoli contro il governo oppressivo del barbaro Gaina nel 400 d.C.) Questo spinse molti barbari a unirsi ad Alarico, il quale, avendo perso il suo unico contatto presso l’imperatore d’Occidente, Onorio, **saccheggiò Roma nel 410 d.C.** Né Antemio, né Teodosio, poterono far nulla per impedirlo e l’inettitudine dell’imperatore d’Occidente non migliorò la situazione. Antemio, comunque, inviò rinforzi a Onorio e ciò consentì al debole sovrano di salvare la sua capitale, Ravenna, da Alarico. **Antemio, inoltre, aiutò le città del confine danubiano che erano state devastate da Alarico**, respinse un’invasione unna guidata da re Uldino, firmò un importante trattato di pace con i Persiani e, per evitare altre invasioni, potenziò la flotta danubiana. La sua più grande opera iniziata nel 413 d.C. fu, però, la costruzione di una formidabile cinta muraria (Le Mura Teodosiane), destinata più volte nel tempo a salvare la città durante gli assedi e la cui costruzione continuò durante tutto il lungo regno di Teodosio II (a causa dei terremoti le mura saranno più volte ricostruite). Dal punto di vista religioso il periodo di reggenza di Antemio si caratterizzò per una maggiore tolleranza verso ebrei e pagani e questo atteggiamento differenzia tale periodo di reggenza da gran parte del regno di Teodosio II. ## Le donne della dinastia Teodosiana e la loro influenza : Pulcheria e Elia Eudocia Nel 414 d.C. Antemio venne sostituito da **Aureliano** per volere della sorella di Teodosio II, **Pulcheria**, e anche Antioco venne cacciato per essere sostituito da **Pulcheria stessa** che, nonostante la giovane età, fu nominata Augusta e tutrice del giovane sovrano, dando il via ad una nuova fase di governo. D’altronde la sua influenza si sarebbe fatta sentire per molto tempo salvo che nel periodo finale del regno del fratello. Pulcheria, che sarebbe diventata santa sia per gli ortodossi che per i cattolici, fu una donna molto devota e si mantenne **casta per tutta la vita**, spingendo anche le sorelle **Arcadia e Marina** a fare lo stesso e respingendo ogni proposta di matrimonio che gli venne fatta, soprattutto dai potenti generali al servizio dell’Impero (una proposta famosa fu quella di Aspar che in futuro sarebbe stato, nonostante tutto, un suo potente alleato). Il suo governo, e anche di rimando quello di suo fratello (che divenne maggiorenne nel 416 d.C.), saranno **meno tolleranti verso i pagani e gli ebrei**, mentre massima tolleranza sarà sempre mostrata dalla famiglia imperiale nei confronti degli ariani, dato che i loro generali di origine barbarica erano proprio ariani. Questa minore tolleranza fu la causa, nel 415 d.C., del brutale omicidio della filosofa e matematica pagana **Ipazia** da parte dei **Parabolani**, un gruppo di fanatici cristiani, e della conseguente rivolta della popolazione pagana di Alessandria d’Egitto. Il vescovo di Alessandria, **Cirillo** (in seguito divenuto santo) fu sospettato di aver incitato i Parabolani contro la donna, ma nessuna indagine approfondita venne fatta in modo soddisfacente perché Cirillo era protetto dalla stessa Pulcheria. Quando Teodosio, ormai maggiorenne, iniziò il suo governo personale le cose non cambiarono di molto e Pulcheria rimase al suo posto, aiutata dal prefetto del pretorio **Monassio**, che sostituì Aureliano. Data la maggiore età del fratello, la donna si adoperò per **trovargli una moglie**, dato che Teodosio doveva sposarsi per garantire un successore al trono. La scelta cadde su una donna greca e pagana di nome **Atenaide,** venuta a Costantinopoli per chiedere giustizia in relazione ad una questione di eredità. Donna molto bella e colta (tanto da comporre un poema sulla campagna sasanide del 421 d.C.) attirò l’attenzione di Pulcheria e soprattutto di Teodosio II che se ne innamorò. Dopo essere stata battezzata e aver cambiato nome in **Elia Eudocia**, poté sposare Teodosio nel 421 d.C. al quale darà tre figli: due femmine, Licinia Eudossia e Flaccilla, e un maschio Arcadio (morto in tenera età). Essendo divenuta consorte dell’imperatore (venne nominata Augusta nel 423 d.C. a seguito della nascita della prima figlia) ebbe, in alcuni periodi, e anche in contrasto con Pulcheria, grande influenza sul marito. A tale influenza si deve negli anni 20 del 400 un periodo di fioritura culturale durante il quale venne potenziata l’Università di Costantinopoli. In questo periodo vi fu inoltre una maggiore attività edilizia, con la **costruzione di nuove chiese** e una maggiore **tolleranza religiosa verso i pagani e gli ebrei.** Grazie a lei, i suoi fratelli Valerio e Gessio e suo zio Aclepiodoto ottennero importanti incarichi (lo zio divenne, per esempio, prefetto del pretorio). Molto importante in quel periodo fu il ruolo del praefectus urbi Ciro di Panopoli, poeta e letterato pagano, che fu grande collaboratore dell’imperatrice ed ebbe un ruolo di primo piano nello sviluppo dell’Università di Costantinopoli e probabilmente anche del Codice Teodosiano. Questo periodo fu però di breve durata: già negli anni 30, con il diminuire dell’influenza della moglie, Teodosio II riprese le persecuzioni arrivando, nel 435 d.C., come si evince dal Codice Teodosiano, ad ordinare la distruzione di tutti i templi pagani. ## La politica estera : le guerre contro i Sasanidi In politica estera Teodosio II poté contare su valenti generali di origine barbarica come l’alano **Ardaburio il Vecchio** e il figlio di lui, **Aspar**, ma anche i goti **Arnegisclo e Areobindo**, che strinsero un solido rapporto di amicizia soprattutto con la sorella Pulcheria. Nel 421 d.C. scoppiò una **guerra con la Persia** a causa della persecuzione di re Bahram V nei confronti dei cristiani e delle secolari questioni di confine. Bahram, forse riprendendo ciò che suo padre Yazdgard I aveva iniziato negli ultimi anni di regno, perseguitò la comunità cristiana, soprattutto quella di Ctesifonte. Molti cristiani fuggirono nel territorio dell’Impero Romano d’Oriente e quando Teodosio si rifiutò di restituire i fuggitivi, scoppiò la guerra. Le operazioni militari furono affidate ad Ardaburio il Vecchio, magister militum praesentalis, e ad altri generali come Procopio e Areobindo. Ardaburio mosse guerra **dall’Armenia** e, dopo aver sconfitto il comandante persiano **Narsete**, saccheggiò la provincia dell’Arzanene e inflisse altre pesanti sconfitte ai Persiani che furono costretti a ritirarsi verso la Mesopotamia. Narsete si rifugiò a **Nisibi,** che venne posta sotto assedio. Ciò spinse re Bahram a muoversi e a coinvolgere nella guerra anche i temibili mercenari saraceni, suoi alleati. Costoro, però, tradirono il re persiano ma, poiché l’esercito nemico era, comunque, molto numeroso, Ardaburio si ritirò e lasciò Nisibi. Mentre Ardaburio affrontava e vinceva un contingente persiano, re Bahram assediava **Teodosiopoli**, ma ben presto veniva fermato e sconfitto da Areobindo e Procopio a Raesena. Teodosio inviò un ambasciatore per firmare la pace con la Persia, ma il re persiano, che si fece convincere dai suoi uomini migliori, gli “Immortali”, a continuare la guerra, imprigionò l’ambasciatore. Gli “Immortali” tentarono di circondare l’accampamento romano, ma non vi riuscirono perché i generali romani, accortisi della manovra di accerchiamento, riuscirono a sventarla. Bahram fu **costretto a firmare una tregua di cento anni con i Romani** e, a tal riguardo, Socrate Scolastico riporta che i profughi furono restituiti al re persiano secondo gli accordi. Nel 423 d.C. Ardaburio fece ritorno a Costantinopoli dove venne celebrato il trionfo e per l’occasione vennero composti panegirici e poemi. **Un’altra guerra contro la Persia sarebbe scoppiata nel 440 d.C**. a causa di questioni di confine e della costruzione di fortezze romane vicino alla città persiana di Carre. Tale guerra, che fu di breve durata, ebbe inizio con un **massiccio attacco da parte di re Yazdgard II** e finì solo a seguito di un’alluvione che permise ai Romani di mettersi in salvo e impedì al re persiano di invadere il territorio romano. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/Yazdgard-1024x833.jpg "Yazdgard - Scripta Manent Italia")Moneta di Yazdgard II Yazdgard II firmò la pace con il generale romano Anatolio e tra le condizioni di tale accordo era previsto che non venissero costruite nuove fortezze frontaliere né rafforzate le preesistenti. ## La politica estera: i rapporti altalenanti con l’impero d’occidente A partire dalla fine del primo decennio del 400 e per i primi anni del secondo, il rapporto con l’Impero Romano d’Occidente **cambiò radicalmente.** Quel periodo vide, infatti, l’ascesa di un nuovo personaggio politico, **Flavio Costanzo**, generale di origine illirica che si era distinto in numerose battaglie e che aveva sposato la sorella dell’imperatore, **Galla Placidia**, dalla quale aveva avuto due figli Giusta Grata Onoria e Flavio Placido Valentiniano (il futuro Valentiniano III). Costanzo, nonostante Onorio non fosse del tutto favorevole, divenne suo co-imperatore con il nome di **Costanzo III.** Teodosio II **non lo riconobbe** come imperatore e ciò suscitò le ire di Costanzo che, durante i preparativi per raggiungere Costantinopoli e farsi riconoscere imperatore da Teodosio, morì nel settembre del 421 d.C. Dopo la morte di Costanzo III, forse per aver insidiato Galla Placidia ed essere stato da lei respinto o forse perché la donna aveva complottato contro di lui, Onorio **decise di esiliare la sorella** che, accolta insieme ai due figli a Costantinopoli, vi rimase fino alla morte del fratello, avvenuta nel 423 d.C. Il trono imperiale vacante venne affidato dal magister militum, **Castino**, a **Giovanni il Primicerio** che era il capo della cancelleria imperiale, ma Teodosio non lo riconobbe e appoggiò le pretese al trono di Galla Placidia e di suo figlio, Valentiniano, di appena quattro anni. Nel 423 d.C. Teodosio, con l’invio del suo magister militum Ardaburio il Vecchio e del figlio di lui, Aspar, **dichiarò guerra all’usurpatore Giovanni.** Tale guerra sarebbe durata per due anni fino al 425 d.C. Ardaburio e Aspar espugnarono Salonae (in Dalmazia) e, mentre Ardaburio si imbarcava da lì per raggiungere le coste italiane, Aspar proseguiva via terra e, dopo aver espugnato Aquileia, continuava la marcia verso Ravenna lasciando Galla Placidia e il figlio nella città appena conquistata. Ardaburio, a causa di una tempesta, venne catturato da Giovanni ma, dopo aver convinto alcuni sottoufficiali di quest’ultimo a tradirlo, riuscì a catturare l’usurpatore e a far entrare Aspar a Ravenna. Giovanni, portato ad Aquileia, venne fatto sfilare a dorso di un asino nel trionfo di Galla e Valentiniano e venne poi decapitato nel 425 d.C. Nel frattempo, il generale **Flavio Ezio**, fedele a Giovanni, era tornato con un contingente di Unni in aiuto del suo imperatore, che intanto era morto. Questo, però, non evitò lo scontro con l’esercito di Aspar in una battaglia senza un esito certo. **Galla Placidia si accordò con Ezio** e, dopo averlo nominato comes per l’Occidente, pagò i soldati unni e, in cambio, Ezio riconobbe il giovanissimo Valentiniano come nuovo imperatore. Il ragazzo, nel 425 d.C., venne incoronato con il nome di Valentiniano III da un incaricato inviato da Teodosio che, malato, non poté presenziare alla cerimonia. ## Teodosio II e il Codice Teodosiano. La fonte del diritto romano In quello stesso anno Teodosio rafforzò l’importanza e il prestigio dell’Università di Costantinopoli aumentando la presenza delle cattedre in lingua greca rispetto a quelle in lingua latina. A tal proposito è opportuno ricordare che lo stesso imperatore fu uomo colto e amante del sapere eccellendo, soprattutto, in **astronomia e teologia** e divenendo famoso come “il calligrafo” per la sua perizia e passione nel tradurre e ricopiare testi antichi. Il periodo fra gli anni 20 e 30 del suo regno vide, anche, la compilazione del Codice Teodosiano: **una raccolta di leggi di fondamentale importanza anche per il mondo occidentale.** Il Codice sarà valido in entrambi gli Imperi e per questo sarà firmato anche dal collega occidentale Valentiniano III. Esso sarà pubblicato nel 438 d.C. e entrerà in vigore l’anno dopo. Tale Codice, che costituirà la base di molti codici validi nei regni romano-barbarici, sarà sostituito molto più tardi dal Codice Giustinianeo. ## La guerra contro i Vandali Dall’ascesa al trono di Valentiniano III, il rapporto tra i due Imperi sarà sempre **molto stretto** tanto che Teodosio II non esiterà ad aiutare l’Occidente quando i Vandali, guidati da **Genserico**, invaderanno le province d’Africa nel 429 d.C. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/genserico-1024x833.jpg "genserico - Scripta Manent Italia")GensericoLa guerra contro i Vandali era stata condotta per diverso tempo dal comes Africae, **Bonifacio**, senza successo e, per tale motivo, **Galla Placidia aveva chiesto l’intervento di Teodosio** che, nel 431 d.C., in aiuto di Bonifacio, aveva inviato la sua flotta guidata dal magister militum Aspar. Ciò, tuttavia, **non bastò a salvare l’Africa** e, soprattutto, Bonifacio : i due eserciti congiunti subirono, infatti, una pesante sconfitta e Bonifacio, tornato in Italia, venne battuto e ucciso in battaglia da Ezio nel 432 d.C. Aspar rimase a Cartagine fino al 435 d.C. senza però riuscire ad ottenere una vittoria definitiva contro i Vandali. In quello stesso anno venne, infatti, firmata una tregua (la tregua di Trigezio) con cui Romani e Vandali, che diventarono federati dell’Impero d’Occidente, si spartivano l’Africa. In questo periodo di tregua nel 437 d.C. Teodosio II strinse legami ancora più stretti con l’Impero d’Occidente acconsentendo alla richiesta del cugino Valentiniano III di sposare sua figlia **Licinia Eudossia.** Il matrimonio fu celebrato a Costantinopoli e, in cambio di questo, Teodosio ottenne dal cugino alcuni territori : parte della Pannonia con la città di Sirmium e probabilmente parte dell’Illirico. Dal matrimonio sarebbero nate due figlie: Eudocia e Placidia. La tregua di Trigezio, però, non venne rispettata da **Genserico** il quale, approfittando del ritorno di Aspar in Oriente e del fatto che Ezio fosse impegnato contro i Visigoti, assediò a lungo Cartagine conquistandola il 19 ottobre del 439 d.C. e iniziò tramite il suo importante porto ad attaccare le città costiere della Sicilia. La conquista delle ricche province d’Africa mise in ginocchio l’economia dell’Occidente e causò non pochi problemi anche all’Oriente. Tra il 440 d.C. e il 441 d.C. venne organizzata una spedizione navale congiunta contro il Regno Vandalo e Teodosio II inviò le sue navi guidate da Areobindo, Ansila e Germano in soccorso dell’Occidente. La spedizione non ebbe risultati, in quanto i Romani persero tempo prezioso e venne poi sospesa perché Teodosio II dovette richiamare la sua flotta a causa della minaccia degli Unni di Attila. L’Occidente fu quindi costretto a firmare nel 442 d.C. una **pace svantaggiosa con Genserico** che ottenne per il suo regno l’indipendenza dall’Impero rinunciando alla Mauretania alla Tripolitania e a parte della Numidia. Negli accordi del 442 d.C. venne inoltre stabilito che la figlia maggiore di Valentiniano, Eudocia, sarebbe andata in sposa al figlio del re vandalo Genserico, Unerico. Tali accordi, quindi, legarono strettamente l’Impero d’Occidente e il Regno Vandalo anche dal punto di vista dinastico. RIPRENDERE DA QUI IL PRIMO CONCILIO DI EFESO : LA SCONFITTA DI NESTORIO In quello stesso periodo Teodosio II dovette anche affrontare una questione religiosa che vide contrapposti il patriarca di Costantinopoli, Nestorio, e il vescovo di Alessandria, Cirillo. Nestorio si rifiutava di riconoscere in Maria la madre di Dio, dato che secondo lui essa aveva generato solo la natura umana di Cristo e non quella divina. Ciò lo portò allo scontro con Cirillo e, mentre Pulcheria appoggiò il vescovo di Alessandria, Teodosio II appoggiò l’altro contendente. L’imperatore, per dirimere la questione, convocò nel 431 d.C. il primo Concilio di Efeso che condannò Nestorio dichiarando il Nestorianesimo un’eresia e determinando la vittoria di Pulcheria che vide rinsaldarsi la sua posizione al vertice della politica orientale. CRISAFIO E LE SCONFITTE DISASTROSE CONTRO GLI UNNI Gli ultimi dieci anni del regno di Teodosio II (440 d.C.- 450 d.C.) furono caratterizzati dal ritiro della flotta orientale dalla guerra vandalica a causa dell’invasione degli Unni, da nuove dispute religiose e dalle lotte di potere tra la sorella di Teodosio, Pulcheria, la moglie di Teodosio, Elia Eudocia, e un nuovo contendente, il cubicularius Crisafio. La pace con gli Unni costava all’Impero 350 libbre d’oro, ma le cose cambiarono nel 434 d.C. quando Attila e suo fratello Bleda divennero, insieme, re degli Unni e a partire dal 439 d.C. imposero all’Impero d’Oriente condizioni di pace molto più dure: i tributi vennero aumentati da 350 a 700 libbre d’oro, venne sancita l’apertura dei mercati romani ai commercianti unni e venne stabilito che i Romani non avrebbero dovuto accogliere profughi unni o provenienti da nazioni ostili agli Unni e sarebbero stati consegnati ad Attila e Bleda i figli superstiti del loro predecessore e zio Rua. Teodosio II, nell’intento di pacificare il fronte danubiano prima della grande spedizione contro i Vandali, fu costretto ad accettare tali richieste. Nello stesso periodo della spedizione contro i Vandali, gli Unni o meglio i commercianti unni occuparono Costanza sostenendo che il vescovo di Margus si era addentrato nelle loro terre distruggendo i sepolcri dei loro antenati. Ciò fornì ad Attila – che già era intenzionato a farlo essendo stato informato, secondo quanto sostenuto dallo storico Giordane, dal re vandalo Genserico che il momento era favorevole in quanto le frontiere risultavano particolarmente sguarnite – il pretesto per attaccare l’Impero d’Oriente. L’ipotesi di un asse tra gli Unni e i Vandali non è, però, condivisa da molti storici : è probabile, infatti, che Attila, approfittando del momento di particolare debolezza del nemico, abbia deciso di attaccare in maniera autonoma desideroso di impossessarsi di un ricco bottino e di mettere pressione su Costantinopoli. Areobindo, avvertito del pericolo, tornò subito indietro ma, nel frattempo, Attila aveva già iniziato a scatenare tutta la sua potenza distruttrice grazie anche alle armi d’assedio di cui fece largo uso. Tra il 441 d.C. e il 442 d.C. vennero saccheggiate Viminacium, Margus e soprattutto Naissus e altre città balcaniche, come Sirmium, verranno devastate poco dopo e, poiché la flotta non era ancora rientrata, Teodosio II fu costretto ad accettare il pagamento di un tributo ancora più pesante (1.400 libbre d’oro). Al rientro della flotta Teodosio II, che non voleva darla vinta ad Attila, interruppe il pagamento del tributo, e nel periodo di relativa pace tra il 442 d.C. e il 447 d.C. rafforzò le difese dell’Impero consolidando il limes danubiano, riparando gli accampamenti fortificati e aumentando le pattuglie sui fiumi di confine. Attila, d’altronde, aveva altri problemi da affrontare : avendo fatto uccidere, nel 445 d.C. circa, il fratello Bleda, infatti, per diverso tempo fu impegnato a rafforzare la sua posizione e ad eliminare chi si opponeva alla sua autorità e dovette perciò rinviare l’invasione dell’Impero Romano d’Oriente. Negli ultimi anni del regno di Teodosio II salì alla ribalta della scena politica bizantina un nuovo personaggio. Si trattava dell’eunuco Crisafio, molto amato da Teodosio II per la sua bellezza, che nel 441 d.C. aveva addirittura convinto l’imperatore a liberarsi del praefectus urbi Ciro di Panopoli. Il poeta pagano si salvò convertendosi al Cristianesimo e prendendo i voti ma, su consiglio di Crisafio, venne mandato in Frigia in qualità di vescovo e venne ucciso dalla popolazione locale che già aveva ucciso i precedenti vescovi. Crisafio divenuto cubicularius nel 443 d.C. per rafforzare la sua influenza su Teodosio dovette vedersela, sia con Pulcheria (e con i generali di origine barbarica a lei fedeli), sia con Elia Eudocia. A tal fine convinse l’imperatore che, poiché la sorella viveva una vita praticamente ascetica, fosse opportuno che prendesse i voti, ma la donna, contraria a tale soluzione, decise di ritirarsi a vita privata nel castello di Hebdomon. Tale operazione fu facilitata dalle sconfitte subite dai suoi generali contro Attila che avevano indebolito la sua posizione a corte senza, tuttavia, pregiudicarla del tutto. Eudocia, che da tempo non aveva più molta influenza sul marito, fu allontanata da Costantinopoli in quanto l’eunuco convinse Teodosio che la moglie aveva una relazione con il magister officiorum Paolino. La donna non farà più ritorno a corte e morirà a Gerusalemme nel 460 d.C. Crisafio governò la scena politica dal 444 d.C. al 450 d.C. nonostante i generali di origine barbarica come Aspar gli fossero ostili così come anche gli Isaurici guidati da Zenone. Nel 447 d.C., intanto, Attila, che aveva finalmente risolto le dispute interne al suo regno, inviò i suoi delegati per chiedere il pagamento di 6.000 libbre d’oro arretrate, ma Teodosio II, probabilmente convinto di aver nel frattempo approntato solide difese, si rifiutò di pagare. Non aveva, però, potuto prevedere che il 27 gennaio del 447 d.C. un violento terremoto distruggesse parte delle Mura Teodosiane consentendo ad Attila di invadere nuovamente l’Impero Romano d’Oriente. I preparativi fatti da Teodosio furono inutili contro il potente esercito unno (che era composto anche da Eruli, Ostrogoti, Gepidi) e neppure le fortezze di confine, come l’importante fortezza di Ratiaria, resistettero a lungo all’orda unna. Attila proseguì la sua avanzata seguendo il corso del Danubio fino al fiume Utus dove l’esercito romano, guidato da Arnegisclo, magister militum per Thracias, lo stava aspettando. La battaglia del fiume Utus fu un trionfo per Attila anche se molte furono le perdite da entrambe le parti. I Romani, nonostante avessero combattuto valorosamente, furono annientati e Arnegisclo stesso cadde sul campo di battaglia. Attila continuò ad avanzare in Tracia fino a Costantinopoli che pensava di poter conquistare facilmente dato che le mura erano ridotte in macerie. Il re unno non sapeva però che il prefetto del pretorio, Costantino, con l’aiuto delle fazioni dell’Ippodromo dei Verdi e degli Azzurri, aveva fatto ricostruire completamente e in poco tempo le mura della città. Questa incredibile e veloce ricostruzione salvò Costantinopoli e impedì ad Attila di conquistarla. Attila, allora, devastò la Tracia e si diresse verso il Chersoneso dove lo attendevano due eserciti praesentalis, cioè due eserciti di élite, che contavano dai 24.000 ai 36.000 uomini e che erano comandati da Aspar e da Areobindo. Poiché i due eserciti si trovavano sulle sponde opposte del Bosforo è probabile che Attila abbia affrontato un solo esercito. Lo scontro si svolse presso Sestus nel Chersoneso e, nonostante fosse in inferiorità numerica, Attila vinse i Romani. A questo punto la devastazione della Tracia fu totale e solo poche città, come Adrianopoli, si salvarono. L’esercito unno si divise in tre tronconi e proseguì devastando la Grecia fino alle Termopili. Con la Tracia e la Grecia devastate, Teodosio, spinto ad accettare da Crisafio e letteralmente terrorizzato da Attila, firmò le nuove e umilianti condizioni di pace: le 6.000 libbre arretrate andavano pagate in toto e il tributo annuale saliva a 2.100 libbre d’oro. Anche i senatori dell’Impero d’Oriente dovettero contribuire al pagamento di questa smisurata somma. Molti storici moderni, però, ridimenzionando ciò che viene affermato da molti storici antichi, reputano eccessivo ritenere che tale pagamento abbia determinato una crisi nell’Impero d’Oriente, dato che, per esempio, alcune spedizioni militari successive come quella di Leone I contro i Vandali saranno molto di più costose se confrontate con la cifra che fu pagata ad Attila dopo le sue vittorie del 447 d.C. (la spedizione di Leone I avvenuta nel 468 d.C. costerà circa 100.000 libbre d’oro). Attila impose, inoltre, l’evacuazione di una striscia di terra a sud del Danubio che doveva servire da zona cuscinetto. L’accettazione di queste condizioni rese impopolare Crisafio ed è per questo che l’eunuco organizzò una congiura per eliminare Attila tentando di corrompere con 50 libbre d’oro Edeco, il capo delle guardie del re unno. L’omicidio sarebbe dovuto avvenire durante un’ambasceria presso il re unno nel 449 d.C., ma Edeco informò il suo padrone dei piani di Crisafio e Attila, non solo rimandò indietro la borsa con il denaro perché Teodosio e Crisafio potessero vederla, ma chiese anche la testa dell’eunuco. Teodosio II convinse, però, Attila tramite un’ambasciata ad accettare una forte somma di denaro (parte della quale donata da Crisafio stesso) e a risparmiare l’eunuco rinunciando, inoltre, ad ogni azione bellicosa. Era chiaro che Teodosio temeva il re unno e voleva conservare, sia pure con un trattato disonorevole, la pace. IL “LATROCINIUM EPHESI” E LA MORTE DI TEODOSIO II Il 449 d.C. fu anche l’anno del secondo Concilio di Efeso, dato che la condanna di Nestorio e la vittoria di Cirillo aveva portato negli anni tra il 447 d.C. e il 449 d.C. allo sviluppo di nuove dispute teologiche tra i cristiani. Tali dispute riguardavano la natura di Cristo : secondo alcuni Questi riuniva in sé sia la natura umana che quella divina mentre, secondo altri, la natura di Cristo era una sola, quella divina, nata dall’unione delle due nature, dopo l’Incarnazione. Quest’ultima teoria detta Monofisismo era difesa da Eutiche di Alessandria e da Crisafio stesso. A questa teoria si opponeva Flaviano il patriarca di Costantinopoli e Pulcheria che aveva ancora influenza a corte e che perciò appoggiò Flaviano. Crisafio reagì convincendo l’imperatore a esiliare Pulcheria e facendo nominare Dioscoro, nemico di Flaviano, vescovo di Alessandria. Flaviano condannò il Monofisismo e Crisafio spinse Teodosio a convocare il secondo Concilio di Efeso per risolvere la disputa. Il papa di Roma prima del Concilio in una missiva inviata a Flaviano chiese che venisse condannato sia il Monofisismo che il Nestorianesimo. L’aria nel Concilio divenne subito rovente e molte furono le minacce e le violenze fisiche compiute contro i partecipanti. Il Concilio, sotto la direzione di Dioscoro, dichiarò che Cristo aveva un’unica natura cioè quella divina. Flaviano venne espulso durante il Concilio e, malmenato dai monaci alessandrini, morì in esilio poco dopo a seguito delle percosse ricevute. Nonostante questa vittoria dei Monofisisti, il papa di Roma Leone I, che non aveva accettato queste conclusioni anche perché le ritenne frutto di imbrogli e prevaricazioni (lo definì, infatti, “Latrocinium Ephesi” o brigantaggio di Efeso), cercò di convincere Teodosio II a convocare un nuovo concilio, ma l’imperatore, che aveva accettato le tesi di Eutiche e aveva riconosciuto la validità del secondo Concilio di Efeso, morì nel 450 d.C. – a seguito di una caduta da cavallo che gli procurò una frattura della spina dorsale – mentre attraversava il fiume Lycus vicino a Costantinopoli. LA SUCCESSIONE AL TRONO : MARCIANO Con la sua morte, all’età di 49 anni, dato che non aveva figli maschi in vita, si estingueva il ramo maschile della dinastia Teodosiana. Dopo la morte del fratello, Pulcheria fece ritorno a corte e, dopo che vennero esclusi come candidati alla porpora imperiale Valentiniano III (il cugino di Teodosio II e marito della sua unica figlia ancora in vita) e il magister militum, Aspar (che si rifiutò in quanto convinto che non sarebbe stato accettato a causa delle sue origini barbare e della sua fede ariana), Pulcheria, ascoltando i consigli dello stesso Aspar, prese come marito – elevandolo alla porpora imperiale – un sessantenne vedovo di nome Marciano che aveva combattuto sotto il comando di Ardaburio il Vecchio e Aspar. Un’altra versione molto simile alla precedente afferma che fu Pulcheria a scegliere Marciano e che Aspar abbia comunque appoggiato tale scelta, dato che Marciano aveva combattuto sotto il suo comando e sotto quello di suo padre. Secondo altre fonti fu lo stesso Teodosio II a scegliere Marciano come suo successore. Prima di morire l’imperatore convocò Marciano ed alla presenza di Aspar gli disse : “Mi è stato rivelato che tu regnerai dopo di me”. Pulcheria e Aspar avrebbero successivamente rispettato la volontà del defunto imperatore. CONCLUSIONI : UN REGNO MEDIOCRE In conclusione il regno di Teodosio II fu davvero un regno ambivalente in cui si alternarono periodi di gloria e ricchezza e periodi di atroci sconfitte. Teodosio II, molto più attivo come politico e amministratore di suo padre Arcadio, fu uomo intelligente, amante delle arti e della cultura e durante il suo regno opere importanti videro la luce e vennero lasciate ai posteri sia in ambito legislativo, sia in ambito culturale ma, soprattutto, dal punto di vista militare. Il governo di Antemio con la costruzione delle Mura Teodosiane così come il periodo di maggiore influenza di sua moglie Elia Eudocia furono, ad esempio, i momenti di maggior splendore del suo regno e lasciarono tracce durature per i posteri. L’influenza di Pulcheria che, praticamente, governò per molto tempo al fianco del fratello e il bigottismo religioso dello stesso Teodosio diedero un colpo decisivo al Paganesimo. Secondo le testimonianze storiche il Palazzo Imperiale, un tempo luogo di vizi soprattutto carnali, fu trasformato da Pulcheria in una specie di chiostro e Teodosio stesso sembrava a volte un vero sacerdote affiancato dalle devote e pie sorelle. L’imperatore particolarmente amante della teologia ebbe un ruolo decisivo durante i due Concili di Efeso abbracciando apertamente il Monofisismo negli ultimi anni della sua vita. L’imperatore fu anche grande appassionato di scienza, musica e letteratura classica, amava la caccia e introdusse a Costantinopoli il gioco del polo proveniente dalla Persia. In ambito militare i risultati furono davvero altalenanti, dato che Teodosio II ottenne grandi vittorie contro i Persiani, ma non riuscì a salvare Ravenna e l’Occidente da un lento e inesorabile declino e, soprattutto, fu costretto a sottomettersi ad Attila accettando condizioni umilianti. La presenza di Crisafio e la sua decisiva influenza si rivelarono deleterie per Teodosio. A sua discolpa va detto che fece di tutto per difendere il suo impero da Attila fallendo, però, in tale tentativo anche per aver sottovalutato il nemico. In definitiva Teodosio II, pur avendo grandi potenzialità, si lasciò troppo facilmente influenzare da cattivi consiglieri e, per questa ragione, il suo regno non può dirsi né ottimo né pessimo ma soltanto mediocre. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/11/90569988_10222018766607140_7288216140151521280_n.jpg) Francesco Pignataro Nato a Bari nel 1990, ho fatto il liceo classico poi mi sono laureato in medicina e chirurgia presso l'università di Bari e sono specializzando in patologia clinica e biochimica clinica presso la stessa università. Da sempre appassionato di storia e storia dell'arte, in questi ultimi anni ho fatto diverse ricerche e approfondimenti sulle biografie di personaggi conosciuti e meno conosciuti della storia romana e bizantina. I miei interessi spaziano anche in altri periodi storici. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-pignataro/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-pignataro/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Due spedizioni romane che avrebbero oscurato Alessandro il Grande](https://scriptamanentitalia.it/due-spedizioni-romane-che-avrebbero-oscurato-alessandro-il-grande/) **Published:** Febbraio 17, 2022 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La campagna militare per sottomettere l’Etiopia](#La_campagna_militare_per_sottomettere_lEtiopia) - [Il regno di Kush o di Meroe](#Il_regno_di_Kush_o_di_Meroe) - [La spedizione di Nerone per il regno di Kush](#La_spedizione_di_Nerone_per_il_regno_di_Kush) Converrete con me sul fatto che **la più affascinante impresa bellica del mondo antico, sia stata la campagna condotta da Alessandro il Grande** per assoggettare l’India. Come è noto, il condottiero macedone, dopo avere occupato la satrapia dell’India, estremo lembo dell’impero persiano, si spinse nel Punjab, fino al fiume Idaspe (attuale Jhelum) dove in una sanguinosissima battaglia sconfisse il re Poro. L’avanzata avrebbe dovuto proseguire in direzione del Gange, ma venne impedita dal rifiuto delle truppe di proseguire ancora. Pure, a mio modesto avviso, vi sono due spedizioni militari romane, attestate da storici antichi, che se non fossero state impedite all’ultimo momento dal verificarsi di fattori esterni, ne avrebbero probabilmente oscurato la fama e vi assicuro che non credo di essere influenzato da partigianeria a favore di Roma. Oggi quindi, spero di riuscire ad accendere il vostro interesse parlando della prima di queste due imprese irrealizzate. ## La campagna militare per sottomettere l’Etiopia Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci, con questa campagna **i Romani non intendevano anticipare la guerra d’Africa** combattuta dall’Italia quasi 2 millenni dopo per vendicare la disastrosa sconfitta subita quarant’anni ad Adua e che ebbe il tragico effetto di favorire la successiva alleanza con la Germania di Hitler. Nell’antichità per Etiopia, parola derivata dal greco che significava letteralmente viso bruciato, designando le popolazioni con la pelle nera, si intendeva quella parte di Africa, delimitata dal Mar Rosso e posta a sud dell’Egitto, che era attraversata dal fiume Nilo. **Si trattava di un territorio enormemente più esteso dell’attuale Etiopia e dell’antica Nubia** e in gran parte inesplorato, che oggi corrisponderebbe con l’Africa Equatoriale, includendo gli attuali Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Etiopia nordoccidentale, nonché Kenya, Uganda e Tanzania settentrionali dove si trova il lago Vittoria, da cui si origina il più lungo fiume del mondo. ## Il regno di Kush o di Meroe In realtà Roma, oltre che esplorare e sottomettere dei territori in gran parte sconosciuti, che le avrebbero dato accesso diretto ai tesori dell’Africa Nera, intendeva assoggettare anzitutto il regno di Kush o di Meroe, dal nome della città che, a partire dal VI secolo A.C. ne costituiva la capitale, sita alla confluenza tra due fiumi il Nilo Azzurro e l’Atbara, in quella parte del Sudan che confina con l’attuale Eritrea. Il regno di Kush nacque a seguito della decadenza dell’Egitto, susseguente alla fine della XX dinastia e del Nuovo Regno che consentì la liberazione dell’intera Nubia ( all’incirca anno 1069 A.C.). Esso crebbe di importanza al punto che nel corso dell’ottavo secolo A.C. i nubiani invasero l’Egitto, fondando la XXV dinastia. In quegli stessi anni venne fondata la città di Meroe, più a sud della antica capitale Napata che, al tempo dell’occupazione egiziana costituiva il limite estremo del regno faraonico. Il controllo dei nubiani sull’Egitto durò meno di 100 anni, poi le strade dei due paesi si divisero. Mentre l’Egitto entrava a far parte dell’impero persiano, il regno di Kush elaborava una propria civiltà, certo fortemente influenzata dal regno faraonico, ma che aveva anche degli aspetti originali e che tra l’altro prevedeva anche la possibilità che il trono venisse occupato da elementi di sesso femminile, che in tal caso assumevano il titolo di candace. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2022/02/regno-di-kush-1024x680.jpg "regno-di-kush - Scripta Manent Italia")Il primo contatto tra Roma e il regno di Kush avvenne all’epoca di Augusto. Come lo stesso imperatore attesta nelle sue Res Gestae, all’incirca nel 25 A.C. la candace di Meroe, ritenendo che, dopo la morte di Antonio e Cleopatra, avrebbe potuto fare dell’Egitto un boccone, assaltò la nuova provincia, subendo una disastrosa sconfitta ad opera del prefetto Gaio Petronio, che non contento di aver raso al suolo la città di Napata, impose anche un tributo sul regno di Kush. Solo il successivo intervento di Augusto, a seguito di accorate preghiere della regina di Meroe, poté annullare questo tributo. ## La spedizione di Nerone per il regno di Kush Come è noto, Nerone era assai poco interessato alle campagne militari, tanto da non essere particolarmente popolare fra i ranghi dell’esercito. L’unica campagna di rilievo svoltasi nel corso del suo regno fu quella condotta contro i Parti da Gneo Domizio Corbulone, originata da contrasti relativi alla successione sul trono dell’Armenia, che alla fine si risolse, dopo la conquista della capitale Artaxata e della città di Tigranocerta, con l’ascesa al trono dei parti del re Tiridate, più favorevole ai Romani. Ma allora, se Nerone aveva così scarsa propensione alla guerra, come mai potè convincersi a tentare un’impresa così temeraria? Tutto ebbe inizio con un’esplorazione voluta dallo stesso imperatore. Infatti, Nerone organizzò una spedizione guidata da due centurioni, che avrebbe dovuto scoprire le sorgenti del Nilo. La spedizione attraversò anzitutto il regno di Kush, fino a giungere nella capitale Meroe, dove vennero accolti in modo amichevole dal re dell’epoca, che diede ai centurioni tutta una serie di consigli in merito al difficilissimo viaggio da compiere. Una volta partiti da Meroe, i legionari, dopo un viaggio assai lungo, raggiunsero una palude immensa e malsana, coperta di piante acquatiche e ricca di sabbie mobili, oltre ad ospitare enormi colonie di coccodrilli e di ippopotami, che poterono superare solo a bordo di piroghe. Si tratta probabilmente del Sudd una pianura alluvionale formata dal Nilo Bianco tra Sudan e Uganda. Il viaggio si concluse quando, secondo la descrizione fornita da Seneca, i legionari giunsero davanti a delle rocce dalle quali la forza del fiume fuoriusciva con incredibile potenza. ![Cascate Murchinson National Park, Uganda](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2022/02/cascate-murchingson-1024x683.jpg "cascate-murchingson - Scripta Manent Italia")Cascate Murchinson National Park UgandaGli studiosi moderni identificano questa zona con le cascate di Murchison in Uganda, non molto distante dal lago Vittoria da cui il Nilo si origina, ritenendo quindi che i legionari abbiano percorso oltre 2000 km a sud di Meroe. Se questa tesi è esatta i Romani giunsero vicini a scoprire le sorgenti del Nilo appena 18 secoli prima della spedizione di Speke e Burton, avvenuta nella seconda metà del diciannovesimo secolo che per l’appunto raggiunse per prima il lago Vittoria. ( occorre precisare che nel 1937 l’esploratore tedesco Burkhart Waldecker ha individuato la sorgente più meridionale del Nilo nel fiume Kasumo che scorre in Burundi e confluisce nel lago Vittoria, ma molti geografi continuano ad indicare nel lago la vera sorgente.) Quando la spedizione tornò a Roma, dopo un viaggio durato diversi anni, riferirono a Nerone, oltre alle spettacolari descrizioni dei luoghi visitati, anche che il regno di Meroe era in grave difficoltà per le continue incursioni dei regni barbarici vicini, probabilmente allocati nella zona di Axum. Ecco dunque che si offriva a Nerone una occasione incredibilmente favorevole per estendere i domini di Roma in Africa ed accedere direttamente alle enormi ricchezze della parte centrale del continente, quali avorio, oro, piume di struzzo, legnami pregiati, pietre preziose, animali esotici e quant’altro possa eccitare la cupidigia e la fantasia umana e l’imperatore decise di sfruttarla. Per metterla in pratica Nerone fece spostare 2 legioni dalla Siria ad Alessandria d’Egitto, cioè la X Fretensis e la V Macedonica, ma la spedizione verso l’Etiopia non si sarebbe mai concretizzata. Nello stesso anno 66 D.C. ebbe inizio la prima guerra giudaica, e la disfatta subita da Gaio Cestio Gallo a Bethoron con la perdita della legio XII Fulminata, costrinse Nerone a far rientrare le 2 legioni in Giudea, affidandole al comando di Vespasiano. Della campagna per la conquista del regno di Kush non si parlò più. Da notare una coincidenza. La prima guerra giudaica del 66/73 D.C. ha impedito questa spedizione, così come la seconda guerra giudaica del 115/117 D.C. costrinse Traiano ha rinunciare a proseguire la guerra contro i Parti, che nei suoi propositi doveva portarlo ad invadere l’India. **Le fonti** - *Della spedizione alla scoperta delle sorgenti del Nilo parla ampiamente **Seneca nelle Naturales Quaestiones libro VI nel trattato de Terrae Motu**. L’autore riporta la testimonianza dei due centurioni al comando dell’impresa in questo libro, in quanto confacente alla sua tesi in base alla quale i terremoti sono determinati dalla presenza di enormi laghi sotterranei, come quello da cui riteneva nascesse il Nilo, in base alla descrizione delle cascate.* - ***Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia libro VI 35**, riferisce dei propositi di conquista di Nerone e traccia un parallelo con la campagna di Gaio Petronio di quasi cento anni prima.* - ***Giovanni Vantini**, storico appartenente all’ordine dei Comboniani, autore di diversi libri sul Sudan e l’antica Nubia, ha per primo individuato nelle cascate di Murchison il punto più a sud toccato dalla spedizione dei due centurioni.* ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma --- ### [Tiberio e Germanico. Un confronto tra le imprese di due grandi generali](https://scriptamanentitalia.it/tiberio-e-germanico-un-confronto-tra-le-imprese-di-due-grandi-generali/) **Published:** Gennaio 25, 2023 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Non vi è dubbio che **Tiberio Giulio Cesare Augusto** e **[Germanico Giulio Cesare](https://scriptamanentitalia.it/giulio-cesare-germanico-vita/ "Giulio Cesare Germanico: vita e vittorie del vendicatore di Teutoburgo")** siano stati due tra i più grandi generali che abbiano servito sotto le aquile. Ambedue componenti della famiglia Giulio-Claudia, erano legati da un rapporto di parentela tanto di sangue, essendo zio e nipote, che legale, in quanto Tiberio era padre adottivo di Germanico. **Infatti, Augusto, dopo avere adottato Tiberio** facendone il proprio erede, volle che quest’ultimo adottasse a sua volta Germanico[\[1\]](#_ftn1), stabilendo così una precisa linea di successione al trono imperiale. Con questo articolo, intendo offrirvi uno spaccato delle loro imprese belliche, che tratterò e metterò a confronto in un modo credo inusuale, esaminando non solo le loro indubbie doti e capacità, ma anche come la Fortuna abbia diversamente influito sul loro percorso esistenziale dal punto di vista militare, favorendone i successi e determinandone gli insuccessi. **Prima di affrontare l’argomento, ritengo indispensabile un chiarimento**. Quando parlo di Fortuna, intendo riferirmi alla dea il cui culto, secondo i Romani, sarebbe stato introdotto da [Servio Tullio](https://it.wikipedia.org/wiki/Servio_Tullio), il re che, essendone stato più di tutti favorito, le dedicò ben ventisei templi. In realtà, le origini della dea erano antichissime, probabilmente ben antecedenti alla stessa fondazione della città. Definita Primigenia, in quanto nata prima di tutti gli dèi, era l’espressione di tutto quanto fosse potenziale e latente, ma in grado di svilupparsi in base a pura casualità e il suo ambito si contrapponeva a quello dell’attualità rappresentato da Giove. La sua natura era quindi diametralmente opposta alla corrispondente Tyche greca, che era concepita non come espressione di un potere cieco e fortuito, ma associata al governo universale di Zeus. Al contrario della divinità greca, in genere benigna, essendo la sorte sfavorevole associata alle Moire che decidevano la durata della vita umana, Fortuna poteva riservare agli uomini la felicità o la sventura e, di conseguenza, il grande santuario sito a Preneste, in cui era celebrata, era famoso in tutto il mondo romano per i responsi oracolari che offriva[\[2\]](#_ftn2). Fatta questa premessa esaminiamo e paragoniamo la carriera militare dei nostri protagonisti, in modo da coglierne gli evidenti parallelismi, senza però volermi atteggiare ad un nuovo Plutarco. La carriera militare di Tiberio ebbe inizio nel 25 A.C. quando, all’età di sedici anni, partecipò come tribuno, alla guerra contro i Cantabri e gli Asturi, volta ad assicurare a Roma il pieno controllo della Spagna. Questa prima esperienza bellica, combattuta contro guerrieri irriducibili e particolarmente abili nella guerriglia, ne temprò il carattere. **Pochi anni dopo, compì una delle sue imprese più spettacolari**, in cui, senza perdere un solo legionario e senza ampliare di un piede il territorio dell’impero, seppe ristabilire l’onore di Roma. Venne infatti incaricato da Augusto di muovere verso l’Armenia al comando delle sue legioni, allo scopo di risolvere una controversia dinastica tra il candidato favorito da Roma e quello preferito dai Parti[\[3\]](#_ftn3). Ebbene, la semplice notizia dell’avvicinarsi dell’esercito romano, ispirò più miti consigli al re dei re Fraate, facendogli abbandonare ogni pretesa sul trono conteso e inducendolo a restituire ad Augusto le aquile delle legioni di **[Crasso sconfitte a Carre](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-di-carre/ "La battaglia di Carre")** e a inviargli dei propri figli in qualità di ostaggi. A Tiberio non rimase altro da fare se non incoronare il nuovo re dell’Armenia, alla presenza delle sue legioni[\[4\]](#_ftn4). **[LA BATTAGLIA DI CARRE – VIDEO DI ROBERTO TRIZIO](https://youtu.be/c5kku463hjc)** [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/Immagine-2023-01-25-103546-1024x502.jpg "Immagine-2023-01-25-103546 - Scripta Manent Italia")](https://youtu.be/c5kku463hjc)Le successive imprese furono più cruente. Dopo una spedizione punitiva oltre il Reno contro Sigambri, Tencteri e Usipeti, colpevoli della *Clades Lolliana*, assieme al fratello Druso sottomise i Rezi e i Vindelici, assicurando a Roma il controllo dell’intero arco alpino fino al Danubio. Nel 12 A.C., alla morte di Marco Agrippa, venne incaricato di pacificare definitivamente la Dalmazia, territorio infido e mai definitivamente domo. Vi riuscì dopo tre anni di guerra ferocissima, al termine della quale venne acclamato quale *imperator* dalle sue truppe, ma il trionfo gli venne negato da Augusto, forse per non mettere in ombra i giovani figli dello stesso Marco Agrippa. L’anno seguente, la prematura morte del fratello Druso, che si era coperto di gloria in Germania, lo costrinse a dedicarsi a questo nuovo fronte di guerra, dove occupò i territori fino al fiume Weser, ampliando delle fortezze come Aliso, che era stata fondata dal fratello[\[5\]](#_ftn5) **e deportando in Gallia i Sigambri**, che da allora costituirono una tra le migliori truppe ausiliarie di Roma[\[6\]](#_ftn6). A partire dal 7 A.C. la sua carriera militare subì una lunga stasi a seguito del volontario esilio a Rodi a cui si sottopose probabilmente per motivi politici. Essa riprese, nel migliore dei modi, solo dopo il 4 D.C., quando, dopo essere stato adottato da Augusto, venne accolto con incredibile gioia da parte dei legionari[\[7\]](#_ftn7) e riuscì a dare concretezza al sogno augusteo di portare al fiume Elba la nuova frontiera dell’impero. Dopo una prima campagna in cui riaffermò il pieno dominio di Roma su tutti i territori compresi tra il Reno e il Weser e sui popoli che lì vivevano inclusi i Cherusci, l’anno seguente compì una impresa militare ardita quanto ingegnosa. Infatti, organizzò una numerosa flotta che dopo una pericolosa traversata del mare del Nord, risalì l’Elba.Così facendo sottomise tutte le popolazioni che vivevano ad occidente di questo grande fiume, inclusi i feroci Longobardi[\[8\]](#_ftn8) e costrinse a diventare clienti di Roma quelle che vivevano ad oriente, inclusi i Semnoni, che a dire di Tacito erano la più nobile tra le tribù germaniche[\[9\]](#_ftn9). **A questo punto mancava solo la sottomissione della Boemia** per completare il progetto di una frontiera Elba-Danubio molto più facilmente difendibile che probabilmente avrebbe cambiato il corso della storia. Preparò una grande manovra a tenaglia, che aveva già sperimentato nella campagna in Rezia al fianco di Druso, che avrebbe dovuto stringere in una morsa i Marcomanni e i Quadi di Maroboduo, unici avversari che potevano ancora opporsi alla integrale conquista della Germania. Ma a questo punto commise probabilmente il suo primo grave errore, forse per un eccesso di sicurezza. Poiché non era ipotizzabile di affrontare un potente esercito come quello di Maroboduo schierando meno di dieci legioni, spostò sul nuovo teatro di guerra almeno tre legioni che normalmente erano di stanza nell’Illirico. Le mai dome popolazioni dei Dalmati e dei Pannoni non si lasciarono sfuggire l’occasione di prendere le armi contro le ridotte forze romane rimaste a presidiare la provincia. Così quando la forza d’invasione era giunta a solo cinque giorni di distanza dagli avamposti dei Marcomanni, giunse la terribile notizia della rivolta dell’Illirico[\[10\]](#_ftn10). **La colpevole sottovalutazione del rischio di lasciare** quasi sguarnito un territorio così ampio e infido viene evidenziata dal fatto che solo dopo l’accendersi della rivolta venne indetto un arruolamento straordinario di veterani e liberti che sarebbe stato necessario indire prima per rimpiazzare le truppe destinate in Boemia[\[11\]](#_ftn11). La situazione era gravissima, perché con l’eccezione delle due fortezze di Sirmio e di Siscia l’intera provincia era nelle mani dei rivoltosi. Mentre Tiberio stipulava in tutta fretta un trattato di pace con Maroboduo, fu solo per merito di due grandi generali, Marco Messala Messalino e Aulo Cecina Severo, che Roma riuscì ad evitare la completa vittoria dei rivoltosi e a non perdere il controllo dell’intero Illirico. Tiberio giunse nell’Illirico solo l’anno successivo allo scoppio della rivolta, ma la sua conduzione della guerra non lasciò soddisfatto Augusto che decise di inviare al suo fianco proprio il figlio adottivo Germanico, all’epoca semplice questore ventunenne, per cercare di velocizzare l’andamento delle operazioni belliche[\[12\]](#_ftn12). Furono necessari altri due anni per avere ragione dei Dalmati e dei Pannoni poi, pochi giorni dopo il termine di questa guerra ferocissima, giunse la tragica notizia dell’agguato di Teutoburgo e della perdita di tre legioni e dell’intera Germania Magna. **L’ultima campagna militare di Tiberio fu quella condotta in Germania** tra il 10 e il 12 D.C.volta a rendere sicuri i confini, impedendo future invasioni della Gallia e a ripristinare l’onore di Roma perduto a seguito della negligenza di Varo. Ma a questo punto devo dire che, a mio avviso, il Tiberio di questa campagna era assai distante dal brillante e audace stratega di un tempo. Lungi dal tentare la riconquista della provincia perduta adottò una condotta contrassegnata dalla più totale e assoluta prudenza[\[13\]](#_ftn13). A differenza del passato, non prese nessuna decisione personalmente, ma solo dopo aver sentito il parere dei suoi sottoposti eimpose ai legionari una disciplina talmente ferrea e rigorosa al punto da applicare punizioni desuete e immotivate di fronte a minime manchevolezze[\[14\]](#_ftn14). In definitiva, durante i tre anni della campagna evitò di affrontare i Germani in qualunque scontro in campo aperto e si limitò a devastarne i territori nel corso di semplici scorrerie oltre il Reno, essendo sempre tormentato dal pensiero di poter cadere vittima di un imboscata simile a quella che aveva decretato la fine di Varo. Credo quindi di potere affermare che, sempre a mio avviso, la campagna in questione non raggiunse nessun risultato concreto, anche perché, se così non fosse stato, non si comprenderebbe il motivo per cui, a solo due anni di distanza, vennero condotte le nuove campagne militari da parte di Germanico, che ottennero dei risultati assai diversi. Osservo ancora che, in ogni caso, Arminio non avrebbe intrapreso nessuna iniziativa bellica in Gallia a causa del mancato accordo con Maroboduo al quale, dopo Teutoburgo, aveva inviato la testa di Varo confitta sulla punta di una lancia, nella speranza che scendesse in armi al suo fianco[\[15\]](#_ftn15).Tra l’altro i Germani, nei giorni successivi all’imboscata, non seppero approfittare della confusione e dello scoramento di cui erano preda i Romani, al punto che Lucio Asprenate, nipote di Varo, al comando di due sole legioni seppe tenere inviolato il confine sul Reno[\[16\]](#_ftn16) e Lucio Cedicio, seppe prima resistere all’assedio a cui fu sottoposto dai Germani nell’accampamento di Aliso che comandava[\[17\]](#_ftn17) e, successivamente, grazie ad un ingegnoso espediente[\[18\]](#_ftn18)riuscì a condurre in salvo a Castra Vetera i suoi legionari e numerosi civili che avevano trovato rifugio presso di lui. **Passiamo adesso ad esaminare la carriera militare di Germanico**. Come detto il suo esordio avvenne agli ordini del padre adottivo nel corso della rivolta dell’Illirico. Il giovane ufficiale si comportò più che bene in quanto, pur avendo a disposizione truppe di scarsa esperienza in parte reclutate tra i liberti e gli schiavi affrancati, seppe vincere e sottomettere la tribù dalmata dei Mazei[\[19\]](#_ftn19). Le cose andarono ancora meglio l’anno successivo, quando riuscì a conquistare due città fortificate, Splono attuale Plevlja in Montenegro, in cui i difensori si arresero facilmente e Raetinum, dove invece la battaglia fu feroce al punto che gli assediati diedero a fuoco alla città dopo l’ingresso al suo interno delle truppe romane[\[20\]](#_ftn20). Nell’ultimo anno di conflitto Germanico sottomise dopo accesi combattimenti la città di Arduba, in cui gran parte delle donne che la abitavano preferirono suicidarsi per evitare di essere ridotte in schiavitù, mentre gli uomini si limitarono ad arrendersi[\[21\]](#_ftn21). Partecipò poi all’atto che pose fine alla guerra, la resa di Batone il Dalmata e al famoso episodio in cui alla domanda di Tiberio sul perché di una guerra così lunga e cruenta, il ribelle rispose: “*Siete voi i responsabili perché a difesa delle vostre greggi inviate dei lupi, anziché dei cani e dei pastori!”[**\[22\]**](#_ftn22)* Probabilmente i Romani avrebbero dovuto fare tesoro di queste parole, ricordandole al momento di procedere alla nomina dei governatori e scegliendo quelli meno avidi. Germanico partecipò anche alle campagne di Germania del 10/12 D.C. sulle quali non ho nulla da aggiungere a quanto detto. Nel 14 D.C. gli venne affidato il comando delle otto legioni poste a guardia del Reno e l’imperio proconsolare per la Germania. In tale inedita veste si trovò immediatamente ad affrontare la rivolta delle legioni che reclamavano paghe migliori e più accettabili condizioni di vita, di cui riuscì a venire a capo anche grazie all’intervento della moglie Agrippina[\[23\]](#_ftn23). **Nei due anni successivi si coprì di gloria in Germania**, recuperando due delle tre aquile delle legioni di Varo, dando sepoltura ai resti dei caduti di Teutoburgo che i Germani avevano belluinamente lasciato insepolti, raggiungendo l’Elba come avevano già fatto tanto il padre naturale Druso, quanto quello adottivo Tiberio e, soprattutto, sconfiggendo in due grandi battaglie campali ad Idistaviso e al Vallo Angrivaro, gli eserciti riuniti delle più feroci tribù germaniche sotto il comando di Arminio e dello zio Inguiomero, vendicando la *Clades Variana.* Una volta rientrato a Roma gli venne assegnata una difficile missione in Oriente, nella quale era chiamato a risolvere diverse delicate questioni dinastiche, tra cui la successione sul trono dell’Armenia. Come fatto quaranta anni prima da Tiberio, riuscì ad incoronare un nuovo sovrano gradito a Roma[\[24\]](#_ftn24). Fu nel corso di questa missione che, nel 19 D.C. trovò morte prematura ad Antiochia. Non entro volutamente nella annosa questione se a seguito delle vittorie conseguite contro Arminio, Germanico avrebbe potuto sottomettere l’intera Germania, qualora non fosse stato anticipatamente richiamato a Roma da Tiberio, né tantomeno mi esprimo sull’altra *vexata quaestio* se Tiberio abbia avuto delle responsabilità in ordine alla morte del figlio adottivo. **Osservo invece che Tiberio non fu un “Favorito della Fortuna”** solo in merito alla ascesa al trono imperiale,dove ben quattro pretendenti al soglio che lo precedevano nella linea dinastica, come Marcello, Marco Agrippa, Lucio Cesare e Gaio gli premorirono. Lo fu anche dal punto di vista della carriera bellica, dove alle sue indubbie ed eccezionali qualità strategiche si aggiunse il fatto che la Fortuna gli mostrò quasi sempre il suo volto più benigno, quando spesso fu ostica nei confronti di Germanico. Vediamo adesso su cosa baso questa mia osservazione, mettendo in parallelo le imprese compiute da questi due grandi generali. Cominciamo dal fatto che, come abbiamo visto, entrambi riuscirono a recuperare le insegne perdute in gravi disfatte che poi vennero custodite nel tempio dedicato a Marte Ultore, a perenne monito per i nemici di Roma. Solo che le aquile perse da Crasso a Carre furono restituite spontaneamente dai Parti alla notizia che Tiberio avanzava verso l’Armenia al comando delle sue legioni, Germanico riprese le aquile perse da Varo a Teutoburgo, solo a seguito di feroci combattimenti. [![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/battaglia-teutorburgo-1024x576.png "battaglia teutorburgo - Scripta Manent Italia")](https://youtu.be/HcmimG1by3o)Sempre restando in Oriente, mentre Tiberio incoronò Tigrane quale nuovo re dell’Armenia di fronte alle sue truppe, Germanico fece lo stesso con Artassia, ma non godé della protezione delle legioni di stanza in Siria, in quanto il governatore Gneo Calpurnio Pisone, disattendendo i precisi ordini ricevuti, non le guidò in Armenia[\[25\]](#_ftn25). Quanto alle campagne belliche condotte in Germania, Tiberio, come Druso prima di lui, dovette affrontare una per volta le singole tribù germaniche, in quanto le stesse non si erano coalizzate contro i Romani e lo stesso avvenne nel primo anno della rivolta dell’Illirico, quando la mancata riunione tra i Dalmati e i Pannoni, avvenuta solo in seguito, consentì ai Romani di conservare le roccaforti di Siscia e Sirmio, che furono importantissime per le successive operazioni. **Inoltre, all’epoca i Germani non erano adusi ad utilizzare tattiche belliche** simili a quelle delle legioni e, anzi, consideravano i generali romani a livello degli déi, come testimoniato dall’episodio in cui un anziano capo, lungo le rive dell’Elba, dopo aver richiesto di toccare la mano di Tiberio dichiarò:” *Oggi ho veduto gli déi di cui prima sentivo parlare e non ho desiderato né vissuto nella mia vita giorno più felice!”*[\[26\]](#_ftn26) Al contrario Germanico dovette affrontare dei nemici che conoscevano benissimo le tattiche romane, avendo in larga parte servito quali ausiliari nell’Illirico e che non nutrivano nessun timore reverenziale, in quanto il loro morale era stato ingigantito dalla vittoria di Teutoburgo. La coalizione che Germanico dovette affrontare includeva i Cherusci, i Marsi, i Catti, i Bructeri e gli Angrivari. Si trattava di una forza paragonabile solo all’esercito dei Marcomanni di Maroboduo, che ammontava a circa settantamila uomini e applicava disciplina e metodi di addestramento pari a quelle dei Romani.[\[27\]](#_ftn27) Osservo infine che anche quando Germanico adoperò le stesse tattiche impiegate da Tiberio, imbarcando le sue truppe alla foce del Reno per navigare nel mare del Nord e penetrare nel cuore della Germania, risalendo il corso del Weser, la Fortuna si dimostrò matrigna nei suoi confronti. **Riuscì infatti ad evitare i sempre possibili agguati** che l’anno prima avevano messo a rischio le truppe guidate da Aulo Cecina Severo nella battaglia di Pontes Longi, ma, a differenza del padre adottivo dovette affrontare la furia dell’Oceano che, durante il viaggio di ritorno dalle vittoriose battaglie di Idistaviso e del Vallo Angrivariano, determinò l’affondamento di parte della flotta e falcidiò le sue legioni[\[28\]](#_ftn28), cosa che probabilmente contribuì alla decisione di Tiberio di non prolungare le campagne belliche. Per questo, sono portato a pensare che Germanico sia stato alla fine superiore a Tiberio essendo riuscito a conseguire gli stessi risultati pur senza essere stato un Favorito della Fortuna e dovendo spesso lottare contro una sorte avversa. --- [\[1\]](#_ftnref1) Svetonio. Vita dei Cesari, Caligola 4. [\[2\]](#_ftnref2) Marco Tullio Cicerone. De Divinatione, XLI 85-86. [\[3\]](#_ftnref3) Augusto, Res Gestae [\[4\]](#_ftnref4)Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II,94 [\[5\]](#_ftnref5) Cassio Dione, Romaikà LIV, 33 [\[6\]](#_ftnref6)Cassio Dione, Romaikà LV, 6 [\[7\]](#_ftnref7)Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 104 [\[8\]](#_ftnref8) Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 106 [\[9\]](#_ftnref9)Tacito, De origine et situ Germanorum, XXXIX [\[10\]](#_ftnref10) Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 108-110 [\[11\]](#_ftnref11) Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 111 [\[12\]](#_ftnref12) Cassio Dione, Romaikà LV, 31 [\[13\]](#_ftnref13)Cassio Dione, Romaikà LVI, 24-25 [\[14\]](#_ftnref14)Svetonio. Vita dei Cesari, Tiberio 18-19. [\[15\]](#_ftnref15) Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 119 [\[16\]](#_ftnref16)Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 120 [\[17\]](#_ftnref17) Cassio Dione, Romaikà LVI, 22 [\[18\]](#_ftnref18) Roberto Trizio, Scripta Manent, L’assedio di Aliso [\[19\]](#_ftnref19) Cassio Dione, Romaikà LV, 31 [\[20\]](#_ftnref20) Cassio Dione, Romaikà LVI, 11 [\[21\]](#_ftnref21) Cassio Dione, Romaikà LVI, 15 [\[22\]](#_ftnref22) Cassio Dione, Romaikà LVI, 16 [\[23\]](#_ftnref23) Tacito, Annali, I, 41-44 [\[24\]](#_ftnref24) Tacito, Annali, II, 56 [\[25\]](#_ftnref25) Tacito, Annali, II, 57 [\[26\]](#_ftnref26) Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 107 [\[27\]](#_ftnref27) Velleio Patercolo, Historiae Romanae, II, 109 [\[28\]](#_ftnref28) Tacito, Annali, II, 24-26 ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La prima guerra punica: riassunto e battaglie del conflitto](https://scriptamanentitalia.it/prima-guerra-punica-riassunto/) **Published:** Settembre 21, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La prima guerra punica fu un conflitto decennale che contrappose Roma a Cartagine. La storia, il riassunto completo, e tutte le battaglie della grande guerra nel Mediterraneo. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La situazione geopolitica allo scoppio della prima guerra punica](#La_situazione_geopolitica_allo_scoppio_della_prima_guerra_punica) - [Il caso dei Mamertini e lo scoppio della guerra](#Il_caso_dei_Mamertini_e_lo_scoppio_della_guerra) - [La guerra in Sicilia](#La_guerra_in_Sicilia) - [Il contrattacco cartaginese](#Il_contrattacco_cartaginese) - [La spedizione romana in Africa](#La_spedizione_romana_in_Africa) - [I nuovi scontri in Sicilia](#I_nuovi_scontri_in_Sicilia) - [L’arrivo di Amilcare Barca e la battaglia delle Egadi](#Larrivo_di_Amilcare_Barca_e_la_battaglia_delle_Egadi) - [La crisi di Cartagine al termine della guerra](#La_crisi_di_Cartagine_al_termine_della_guerra) La **prima guerra punica** (264- 241 a.C) è stato un conflitto, prevalentemente navale, durato 23 anni, tra l’emergente potenza di **Roma** e l’antico impero **cartaginese**. Le due superpotenze si scontrarono all’inizio del III secolo a.C, per ottenere la supremazia del Mare Mediterraneo. La guerra fu combattuta prevalentemente nelle acque della **Sicilia e in Nord Africa**. Dopo enormi perdite da entrambe le parti, e alcuni dei più grandi scontri navali della storia, (**battaglia di Mylae, battaglia di Akragas, Battaglia di Capo Ecnomo, battaglia delle isole Egadi**) i cartaginesi vennero sconfitti e Roma si impose come potenza egemone del Mediterraneo. ## La situazione geopolitica allo scoppio della prima guerra punica Entro la metà del **III secolo a.C**, Roma, da piccola città del Lazio, si era espansa con straordinaria rapidità, ottenendo una serie di vittorie sugli etruschi, sulla lega Latina e sui **Sanniti**. Dopo aver conseguito una sorprendente vittoria contro il generale Pirro, i romani assunsero il controllo delle città greche del **sud Italia**, che rappresentavano il punto di riferimento per i commerci mediterranei. Mentre, fino a quest’epoca, i **Romani** si erano prevalentemente difesi da attacchi esterni, ora la politica di Roma assunse dei tratti fortemente imperialistici con l’obiettivo di ottenere il controllo completo del mare. Questo atteggiamento portò inevitabilmente gli interessi di Roma a collidere contro quelli di **Cartagine**, l’altra grande potenza del mare, che fino a quel momento aveva stipulato con Roma diversi trattati di pace di collaborazione. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/mappaprimaguerrapunica-1024x603.jpg "mappaprimaguerrapunica - Scripta Manent Italia") D’altro canto, Cartagine era una **ex colonia fenicia**, che aveva spostato il fulcro del suo impero nel **Nord Africa** e che in quel momento rappresentava la principale potenza navale, la cui ricchezza era basata prevalentemente sul commercio e sul controllo delle rotte mercantili. Il più grande campo di battaglia e obiettivo per tutta la prima guerra punica fu la **Sicilia**. All’epoca l’isola era divisa in tre aree di influenza: **Cartagine** deteneva il potere nella parte occidentale, incluse le importanti città di **Agrigento**, Panormus e Lilibeo. La zona sud-est era controllata dal Re della potentissima città-stato di **Siracusa**, che governava anche gli interessi delle zone circostanti. Il nord-est era stato invece lungamente conteso tra diversi gruppi rivali. Quelli che prevalsero erano mercenari italici provenienti dalla Campania, che erano stati al servizio del tiranno di Siracusa, ma che successivamente si erano resi indipendenti e avevano conquistato la città di Messana, sviluppando un regno autonomo. ## Il caso dei Mamertini e lo scoppio della guerra Nel 288 a.C, i mercenari campani, che si facevano chiamare **Mamertini**, ovvero figli di Marte, conquistarono la città di Messana a tradimento, violando gli accordi con il tiranno di Siracusa. I mercenari uccisero buona parte della popolazione nativa e presero le donne come proprie mogli, utilizzando poi Messana come base strategica per compiere sistematiche razzie nella campagna circostante. Nel 265, quando sul trono di Siracusa giunse il tiranno **Gerone II,** i rapporti con i **Mamertini** erano decisamente peggiorati e si era arrivati allo scontro militare. I soldati di Gerone assediarono **Messana** nel tentativo di fermare le loro scorrerie, ma anche per difendere la città di Siracusa da eventuali attacchi. I Mamertini, pressati dal potente esercito siracusano, scelsero di chiedere soccorso alle principali potenze del loro tempo: i loro ambasciatori raggiunsero rapidamente le città di Cartagine e di Roma, domandando aiuto. In un primo momento **Roma** rifiutò di concedere la sua collaborazione: il Senato non aveva intenzione di appoggiare un esercito improvvisato che, tra l’altro, aveva tradito degli accordi con Siracusa, città amica dei romani, e dunque lasciò cadere le loro richieste. Cartagine, invece, pensò che offrire supporto ai mercenari sarebbe stato utile per espandere l’influenza punica in Sicilia. I cartaginesi inviarono allora delle truppe nella zona a supporto dei combattenti campani. Questa mossa **preoccupò Roma** la quale, tenendo che il dominio cartaginese si sarebbe espanso nell’isola fino a diventare incontrollabile, decise di cambiare la sua politica estera e di appoggiare i Mamertini, per riequilibrare le forze. Nel 264 a.C, le legioni romane sbarcarono per la prima volta sull’isola, al comando del generale Appio Claudio, che si diresse immediatamente verso **Messana**. La città era già stata occupata dai cartaginesi, ai quali erano state aperte le porte nella speranza che il loro intervento sarebbe stato risolutivo contro i siracusani. [![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/naveguerrapunicaprima.jpg "naveguerrapunicaprima - Scripta Manent Italia")](https://bardiromaantica.it/product-category/navi-romane/) L’esercito cartaginese, però, aveva approfittato della situazione e si era lasciato andare ad una serie di furti e di violenze in città. Adesso per i Mamertini gli unici possibili **liberatori** erano i romani. Comprendendo perfettamente la situazione, **Appio Claudio** si offrì di aprire delle trattative con il generale cartaginese Annone. Il comandante punico accettò di incontrare gli ambasciatori romani, ma fu catturato a tradimento e gli fu imposto di ritirare i suoi uomini da **Messana** in cambio della libertà. I cartaginesi furono pesantemente colpiti dalla scelta di **Annone**, che fu messo a morte per la sua stupidità. Inoltre ruppero i loro legami con i Mamertini e cercarono di stringere una nuova alleanza con Siracusa. Gerone, ancora desideroso di riportare **Messana** sotto il suo controllo, accettò di aiutare i cartaginesi a scacciare i romani dall’isola. ## La guerra in Sicilia L’esercito cartaginese assediò così Messana, aiutati dalle navi dei siracusani. I soldati di Appio Claudio, tuttavia, sconfissero le forze congiunte dei cartaginesi e dei siracusani e mantennero il pieno controllo della città. La situazione degenerò rapidamente: il Senato romano inviò in Sicilia **due eserciti consolari** al comando dei generali **Marco Valerio e Otacilio Crasso,** per prendere il controllo dell’intera isola. Il loro intervento fu determinante: diverse città cartaginesi furono costrette ad arrendersi. Ma l’obiettivo finale di Roma era la città di Siracusa: **Marco Valerio** guidò un grosso contingente contro Gerone, il quale, impaurito dall’esercito romano in avvicinamento, inviò immediatamente degli ambasciatori per trattare la pace. In particolare, Gerone offrì a Roma il controllo incontrastato sulla città di **Messana** e concordò un contributo di 100 talenti ogni anno per 15 anni, chiedendo in cambio di poter rimanere sul trono di **Siracusa** come città indipendente. La resa di **Gerone** impressionò le città dell’entroterra siciliano, che decisero di arrendersi al generale Valerio e di stringere accordi di pace con la potenza romana. Così, la parte orientale della Sicilia finì sotto il controllo di Roma e gli uomini di Valerio poterono proseguire verso ovest, per insidiare le roccaforti puniche nel territorio siciliano. Nel 262 a.C, i consoli romani **Postumio Megello e Quinto Vitulo**, si scontrarono con una forza cartaginese che era venuta a prestare soccorso alla città di Agrigento. I romani ottennero una decisa vittoria, e iniziarono ad assediare la città di Agrigento, che cadde dopo sette mesi: i soldati la saccheggiarono, vendendo tutti gli abitanti come schiavi. Dopodiché, la forza militare romana spostò la sua attenzione sulle città greche che erano state alleate di Cartagine e agli sconfitti fu riservato lo stesso trattamento degli agrigentini. ## Il contrattacco cartaginese Se a prima vista può sembrare che i romani dominassero incontrastati la situazione, le fonti antiche ci confermano come le città siciliane mal sopportassero la loro presenza sul territorio: un malcontento che venne raccolto dai cartaginesi, che avevano ancora la loro **potentissima flotta**, pronta alla guerra. I cartaginesi cambiarono la loro strategia, spostando il conflitto dalla terra al mare: i punici cominciarono a devastare le coste siciliane mettendo i romani in grave difficoltà: questi **non avevano particolari competenze in marina** e le loro piccole triremi non potevano eguagliare gli equipaggi più grandi ed esperti delle quinqueremi cartaginesi. Roma non aveva così altra scelta che arrendersi alla potenza navale cartaginese oppure sviluppare, in tempi rapidissimi, quasi miracolosi, una flotta in grado di confrontare il nemico. Il Senato scelse questa seconda opzione e ordinò la costruzione di un centinaio di navi da guerra, che vennero **completate nel tempo record di 60 giorni.** Nel frattempo, i romani studiarono le tecniche della marina militare sia dai Greci che dai cartaginesi stessi, grazie ad una nave punica che venne intercettata e sequestrata al largo di Messina, e opportunamente studiata per carpirne i segreti. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/primaguerrapunica-1024x648.jpg "primaguerrapunica - Scripta Manent Italia") La nuova flotta romana fu così pronta a prendere il largo. I primissimi scontri con i cartaginesi furono un disastro per i romani, che scontavano parecchi secoli di ritardo rispetto all’esperienza cartaginese. Gli avversari erano **troppo preparati ed esperti** e ben presto gli ammiragli romani dovettero retrocedere. I generali romani sapevano perfettamente che la loro superiorità militare si esprimeva al meglio nel combattimento su terra, corpo a corpo, e per questo motivo riutilizzarono una idea militare greca per costruire il famoso “**Corvo**“. Si trattava di un dispositivo montato sulla prua e sulla poppa di ogni nave: vi era un alto palo, con una punta ad uncino, che veniva rapidamente calato attraverso un sistema di funi, in modo tale che si conficcasse sulla nave avversaria. Si creava così una sorta di **passerella**, con tanto di ringhiere laterali, che permetteva ai legionari di abbordare la nave nemica e di **trasformare lo scontro da navale a “terrestre”.** In questo modo, anziché cercare di speronare o affondare le navi nemiche, guidate da rematori più esperti di loro, ai romani era sufficiente posizionarsi a fianco della nave avversaria per compiere un rapido abbordaggio. La prima grande occasione di dimostrare il funzionamento del corvo avvenne nel 260 a.C, quando le forze militari guidate dal console Duilio incontrarono quelle cartaginesi vicino alla città di **Milazzo**. I cartaginesi stavano saccheggiando le coste della Sicilia, vennero intercettate dalla flotta romana, e si prepararono allo scontro. In realtà, i cartaginesi si resero conto che le navi romane erano dotate di un nuovo strumento mai visto prima, ma erano talmente sicure della loro superiorità da non farci particolare caso. E invece, 143 navi romane furono in grado di sconfiggere 130 cartaginesi, catturandone 31 e affondandone 14. Gli anni successivi, da 259 al 256, videro diverse vittorie romane, che permisero ai legionari di invadere la Corsica e la Sardegna. Nel 259, infatti, **Lucio Cornelio Scipione** guidò un esercito all’invasione dell’isola di **Corsica** e conquistò rapidamente la città di Alalia. I romani cercarono di ottenere lo stesso risultato in **Sardegna**, ma fallirono per la imperterrita resistenza delle popolazioni locali. D’altro canto però, il dominio cartaginese su entrambe le isole era stato spezzato. Nel 258, i romani ottennero una ulteriore vittoria al largo di Sulci, mentre l’ammiraglio Attilio Regolo conquistò le città di Panormus e Mitistrato, oltre a vincere altre battaglie navali a largo di Tyndaris e nell’isola di Malta. ## La spedizione romana in Africa Nonostante le loro vittorie, i romani erano consapevoli che nella Sicilia occidentale regnava una situazione di stallo e Roma sentiva che l’unico modo per ottenere la vittoria finale era invadere il **Nord Africa** e catturare la stessa città di **Cartagine**. Per questo motivo, Roma preparò tutta la sua flotta per salpare e attaccare direttamente Cartagine, ma le forze cartaginesi, venute a conoscenza dei movimenti delle navi romane, intercettarono il nemico in mare nei pressi di **Capo Ecnomo,** nella Sicilia meridionale. [![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/capoecnomo-1024x537.jpg "capoecnomo - Scripta Manent Italia")](https://bardiromaantica.it/product-category/navi-romane/) Si svolse in quella occasione la più grande battaglia navale del mondo antico, e uno dei più giganteschi conflitti nella storia dell’uomo. Roma ottenne una decisiva vittoria, e la strada verso Cartagine appariva definitivamente libera. Guidati dai generali **Manlio Vulso e Attilio Regolo**, i romani sbarcarono ad **Aspis**, nel Nord Africa, nel 256, e stabilirono il loro accampamento. Roma vinse un primo scontro, vicino alla città di **Adys**, ma la vittoria non fu determinante. Inoltre, l’inverno in avvicinamento costrinse la guerra ad una sosta. Proprio in quel periodo, i romani cominciarono ad avere problemi di natura economica: la guerra si stava protraendo da diversi anni, e l’esaurimento delle finanze a disposizione della repubblica costrinse il console Vulso a tornare in Italia con parte dell’esercito, lasciando nelle mani di **Attilio Regolo** un contingente relativamente piccolo, che si attestava tra i 15.000 e i 20.000 uomini. All’arrivo della primavera, Regolo riprese le operazioni e marciò contro la capitale nemica: i romani arrivarono presso la città di Tunes, ad un solo giorno di marcia da **Cartagine**. Prima ancora di attaccare battaglia, emissari romani contattarono le popolazioni locali e le incitarono alla rivolta contro Cartagine, per creare un effetto dominio che avrebbe messo in serissima difficoltà l’avversario. Vedendo che la situazione appariva senza via di scampo, Cartagine richiese di venire a patti ma, compiendo forse un errore strategico importante, Attilio Regolo propose delle condizioni di pace del tutto inaccettabili per qualsiasi popolo, che avrebbero messo in ginocchio per sempre Cartagine e la sua gente. Il Senato cartaginese cambiò quindi strategia e pensò di rivolgersi ad un alleato importante: vennero inviati degli ambasciatori presso gli **Spartani**, leggendari combattenti greci, i quali si unirono alla causa dei cartaginesi, con il loro generale **Santippo**. Gli Spartani, insieme agli elefanti forniti da **Cartagine**, si scontrarono con i romani nella battaglia del fiume Bagradas, e distrussero completamente l’esercito di Attilio Regolo. Di circa 20.000 legionari che vennero impiegati sul campo di battaglia, solamente 3000 sopravvissero: i reduci fuggirono verso **Aspis**, mentre tutti gli altri vennero uccisi o fatti prigionieri. Roma inviò immediatamente una forza di soccorso navale per recuperare i sopravvissuti, guidata dagli ammiragli **Marco Emilio Paolo e Fulvio Nobiliore,** che raggiunsero il nord Africa dopo aver sconfitto una flotta cartaginese al largo di **Capo Hermaneum.** Grazie al supporto della flotta romana, i sopravvissuti della battaglia di Bagradas riuscirono a riparare presso Aspis, ma la sconfitta romana era stata gravissima. Per di più, come ci racconta lo storico antico Polibio, i romani vennero colpiti dalla peggiore tragedia navale dell’antichità: una tempesta coinvolse la flotta romana al largo di Camarina, nella Sicilia meridionale, e distrusse il 70% delle 264 navi da guerra, oltre ad uccidere buona parte dei 100.000 rematori e legionari che erano a bordo. ## I nuovi scontri in Sicilia L’invasione africana si era rivelata un grave fallimento per Roma, non solo dal punto di vista militare ma anche sul piano prettamente economico. Compiendo sacrifici straordinari, Roma ricostituì abbastanza in fretta una nuova flotta in grado di combattere quella cartaginese, mentre i punici avevano esaurito la gran parte delle loro risorse economiche e non apparivano in grado di risollevarsi. [![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/guerrapunicaprima.jpg "guerrapunicaprima - Scripta Manent Italia")](https://bardiromaantica.it/product-category/navi-romane/) Nel 254 a.C, la guerra riprese in territorio siciliano: i romani conquistarono la città fortezza di **Panormus**, e continuarono le loro operazioni navali. Le loro incursioni lungo le coste africane vennero tuttavia interrotte da un’altra tempesta, che nel 253 a.C comportò la perdita di una nuova flotta romana presso **Capo Palinuro.** Sia il Senato che gli alleati di Roma si resero conto che la gestione della guerra stava portando al completo disastro economico, e furono costretti a **cambiare il loro approccio al conflitto**, spostando i combattimenti sulla terraferma. Inoltre, proprio in quel periodo, le invasioni galliche nell’Italia settentrionale aprirono un nuovo fronte per i romani, che ebbero la necessità di economizzare le loro risorse militari. Nonostante gli sforzi degli ambasciatori cartaginesi per ottenere una pace, Roma ricostruì ancora una volta la sua flotta e assediò la città di Lilibeo: comandata dal generale Publio Claudio Pulcro, la flotta romana consisteva di 123 navi. In realtà, **Pulcro**, generale inesperto, venne sconfitto dal suo avversario cartaginese **Adherbal**, perdendo oltre 90 navi. Nel frattempo, un’altra flotta romana, guidata da Giunio Pullo, fece naufragio poco dopo, sempre nei pressi di Camarina. La situazione navale appariva così cupa e l’andamento della guerra talmente costoso, che il Senato romano preferì nominare un dittatore con poteri straordinari: Aulio Atilio Caiatino. ## L’arrivo di Amilcare Barca e la battaglia delle Egadi Nel 247 i cartaginesi misero in campo un nuovo generale: si trattava di **Amilcare Barca,** il padre di Annibale. Il Barca arrivò in Sicilia e riuscì a sconfiggere tutti gli eserciti romani per i quattro anni successivi. Barca non fu in grado di annullare la presenza romana dal territorio siciliano, ma pose fine alla capacità di Roma di dominare la guerra sui campi di battaglia. Tuttavia i romani, nonostante avessero subìto una grandissima quantità di sconfitte e di disastri economici, dopo aver perso un sesto di tutta la loro popolazione e con il **tesoro della Repubblica che andava esaurendosi,** decisero di persistere nel tentativo di conquistare la Sicilia. I cittadini più ricchi finanziarono la costruzione di una nuova flotta: 200 navi da guerra vennero poste sotto il comando del console **Lutazio Catulo.** Nel 241, **Catulo** incontrò la flotta cartaginese nella decisiva battaglia delle **isole Egadi,** all’estremità occidentale della Sicilia. Le navi cartaginesi erano cariche di grano e di rifornimenti per l’esercito di Amilcare, che era asserragliato in Sicilia, e la flotta punica, composta da 170 navi, perse la sua proverbiale manovrabilità. Cinquanta navi cartaginesi furono completamente affondate e 70 vennero catturate. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/punicaguerra2.jpg "punicaguerra2 - Scripta Manent Italia") Si tratta della sconfitta decisiva per Cartagine. La battaglia delle Isole Egadi aveva praticamente azzerato la flotta navale punica, e contemporaneamente aveva tagliato i rifornimenti per Amilcare, che dopo 23 anni di guerra, fu costretto a chiedere la pace a Roma. ## La crisi di Cartagine al termine della guerra Non ci si sofferma mai abbastanza sull’importanza e sull’impatto storico della prima guerra punica. La vittoria romana era stata ottenuta ad un costo altissimo, sia in termini di vite umane che di denaro. Roma perse almeno 50.000 cittadini a pieno titolo, e almeno altrettanti fra soci ed alleati. Ma in cambio i romani ricevettero il controllo completo della Sicilia, la più **prosperosa delle isole del Mediterraneo**, posizionata in un luogo strategico per le operazioni militari in tutto il mare. Così, la Sicilia divenne ufficialmente la prima provincia romana fuori dall’Italia. Fu immediatamente organizzata secondo il sistema dei municipi, e vennero attivate tutte le attività agricole per sfruttare adeguatamente il **grano** che veniva coltivato in grande quantità. Cartagine fu invece costretta a pagare 3200 talenti d’oro per un periodo di 10 anni, riscattando ad un costo altissimo ognuno dei suoi prigionieri. Dovendo sborsare una cifra così esorbitante per salvare la vita dei suoi cittadini, Cartagine non fu in grado di pagare adeguatamente l’esercito di mercenari che li aveva aiutati nel corso della guerra. [![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/09/scontroprimaguerrapunica-1024x724.jpg "scontroprimaguerrapunica - Scripta Manent Italia")](https://bardiromaantica.it/product-category/navi-romane/) Questo creò un dramma nel dramma: i mercenari si ribellarono, creando **devastazioni attorno a tutta Cartagine**, e privando i punici di qualsiasi forza militare per diversi anni. Un altro risultato indiretto della guerra fu la perdita, da parte di Cartagine, delle isole di Sardegna e Corsica. Mentre Cartagine, sotto la guida di **Amilcare Barca**, era impegnata a combattere la guerra contro i mercenari che si erano ribellati, Roma aveva approfittato per strappare la Sardegna dal controllo punico, oltre a far sbarcare i suoi legionari in Corsica nel 238. Gli ambasciatori cartaginesi chiesero spiegazioni, ma nella condizione in cui si trovavano, non erano minimamente in grado di imporre a Roma alcunché. Mentre i romani prendevano il controllo delle tre principali isole del Mediterraneo occidentale, ai cartaginesi veniva comminata una ulteriore multa per il solo fatto di aver protestato: altri 1200 talenti vennero aggiunti alla lunga lista di sanzioni. La fine della prima guerra punica **configura Roma come potenza principale del Mediterraneo**, a tutto danno di Cartagine. che venne fortemente ridimensionata nel panorama geopolitico del suo tempo. Ma la guerra era stata solamente rimandata: Nel frattempo, Cartagine aveva concepito un piano per espandere il suo potere nella penisola di Spagna, e il piccolo **Annibale cresceva**, maturando un profondo odio contro i romani, che avrebbe portato allo scoppio della seconda guerra punica, un conflitto che portò Roma vicino alla completa distruzione. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Repubblica --- ### [Carlo I D'Angiò: biografia del Re di Sicilia](https://scriptamanentitalia.it/carlo-i-dangio-biografia-del-re-di-sicilia/) **Published:** Gennaio 10, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Vite e biografia di Carlo I d'Angiò, generale francese alleato del Papa, protagonista di due crociate e della conquista del Regno di Sicilia. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Carlo D’Angiò e la settima crociata](#Carlo_DAngio_e_la_settima_crociata) - [Carlo d’Angiò e la conquista del Regno di Sicilia](#Carlo_dAngio_e_la_conquista_del_Regno_di_Sicilia) - [Carlò d’Angiò e l’ottava crociata](#Carlo_dAngio_e_lottava_crociata) - [Carlò d’Angiò e i Vespri siciliani](#Carlo_dAngio_e_i_Vespri_siciliani) - [Morte e testamento](#Morte_e_testamento) *Questo articolo riporta la biografia completa di Carlo I d’Angiò, ragionata e compatta per una lettura rapida.* **Carlo I,** detto anche **Carlo d’Angiò (1226-1285)**, era un membro della dinastia reale dei capetingi, fondatore della seconda casa D’Angiò. Fu un importante politico e condottiero del primo duecento, alleato del Papa, re di Sicilia e protagonista delle crociate. Carlo I D’Angiò era il figlio più piccolo del re di **Francia Luigi VII e di Bianca di Castiglia**. Fin dall’adolescenza era destinato ad una carriera puramente ecclesiastica. Tuttavia, Carlo era più portato per l’attività militare e attraverso il matrimonio con Beatrice di Provenza divenne signore delle regioni francesi della **Provenza e di Forcalquier.** Ben presto i suoi tentativi di accentrare su se stesso il comando della casata dei d’Angiò lo portarono al conflitto con la suocera, **Beatrice di Savoia** e con la nobiltà francese. Tuttavia, Carlo si dimostrò particolarmente abile nel tessere rapporti con i parenti e con gli altri potenti del suo tempo, arrivando ad ottenere da suo fratello, nuovo re di Francia con il nome di **Luigi IX**, il controllo del territorio D’Angiò e del Maine. ## Carlo D’Angiò e la settima crociata Carlo accompagnò suo fratello Luigi IX durante la **settima crociata (1248-1254).** Questa spedizione militare fu promossa da Papa Innocenzo IV, dopo che il regno cristiano di **Gerusalemme** aveva iniziato a perdere terreno nei confronti dei principi guerrieri musulmani, tanto che nel 1244 la Città Santa di Gerusalemme era stata **perduta**. Inoltre, il pontefice era preoccupato per le ribellioni nella regione del Baltico e per le incursioni mongole. La crociata mirava a riprendere il possesso della Terra Santa attraverso **l’invasione dell’Egitto**, che al tempo costituiva la principale sede del potere musulmano nel Vicino Oriente. Inizialmente la spedizione militare ebbe successo, ma alla lunga i musulmani **ottennero delle vittorie militari decisive**, sconfiggendo la maggior parte dell’esercito crociato, compreso lo stesso re di Francia, che venne catturato dai musulmani e liberato dopo riscatto. Carlo tornò in **Provenza nel 1250** e con il suo esercito privato costrinse tre ricche città autonome, **Marsiglia, Arles e Avignone**, a riconoscere la sua sovranità, aumentando ulteriormente la sua potenza ed influenza. Poco dopo, Carlo offrì il suo sostegno a **Margherita II,** contessa delle Fiandre, contro il di lei figlio maggiore, Giovanni, in cambio della cessione del territorio francese di **Hainaut**, nel 1253. Due anni dopo però, Luigi IX lo convinse a rinunciare alla contea dietro il pagamento da parte di Margherita di un risarcimento di **160.000 marchi**. Carlo continuò a sottomettere i nobili delle città provenzali ribelli e allargò la sua sovranità su una dozzina di città e signorie nel regno di **Arles**. ## Carlo d’Angiò e la conquista del Regno di Sicilia Nel 1263, dopo anni di trattative, Carlo **accettò l’offerta del Papa di conquistare il Regno di Sicilia**, strappandolo al dominio della dinastia degli imperatori tedeschi, gli Hohenstaufen. Il Regno di Sicilia comprendeva, oltre all’isola di Sicilia, tutta l’Italia meridionale a nord di Napoli. Stretto l’accordo, **Papa Urbano IV** dichiarò una crociata contro il **Manfredi di Sicilia** e aiutò Carlo a raccogliere i fondi necessari per la campagna militare. Carlo, con un esercito di circa **30.000 uomini,** entrò nel Nord Italia alla fine del 1265 e sconfisse rapidamente le numerose roccaforti ghibelline, fedeli all’imperatore del Sacro romano impero, e venne incoronato a Roma nel gennaio del 1266, benché in assenza del Pontefice. Poi, Il 20 gennaio, si diresse verso sud, guadando il fiume **Liri**, e invadendo direttamente il Regno di Sicilia. Dopo alcune schermaglie, gli eserciti rivali si scontrarono nella **battaglia di Benevento, il 26 febbraio 1266:** Carlo ottenne una decisiva vittoria contro Manfredi, che fu amaramente sconfitto. Manfredi, rifiutandosi di fuggire, si precipitò in mezzo ai nemici e morì armi in pugno. Sul suo corpo, seppellito direttamente sul campo di battaglia, venne posto dapprima un enorme ammasso di pietre ma poi, per ordine del Papa, le sue spoglie vennero dissotterrate e allontanate dal territorio Pontificio e sepolte sulla riva del Fiume Garigliano, fuori dai confini della Santa Sede e del Regno di Napoli. Di lì a poco, il nipote di Manfredi, Corradino, affrontò nuovamente Carlo sul campo di battaglia: nel corso della **battaglia di Tagliacozzo del 1268,** Carlo ottenne una nuova vittoria, confermandosi come uno dei più talentuosi generali del suo tempo. ## Carlò d’Angiò e l’ottava crociata Poi, nel 1270 prese parte all’**ottava crociata**, organizzata sempre da **Luigi IX di Francia**. Questa volta l’obiettivo era abbattere la **dinastia musulmana Hafsid in Tunisia**. La crociata non vide alcun combattimento significativo, dal momento che Re Luigi, poco dopo essere sbarcato sulle coste della Tunisia, morì di dissenteria e di febbre. Si arrivò così al trattato di Tunisi, un negoziato tra gli Hafsidi e i crociati. Seppur senza importanti assegnazioni territoriali, i cristiani ottennero alcuni diritti commerciali e privilegi politici. Soddisfatti, i crociati si ritirarono immediatamente in Europa. Le vittorie di Carlo avevano assicurato la sua leadership indiscussa tra i principi italiani più fedeli al papato, noti come Guelfi. Tuttavia, la sua influenza sulle elezioni del pontefice e la sua forte presenza militare in Italia cominciò a turbare la Santa Sede: i Pontefici cercarono quindi di incanalare le sue ambizioni verso altri territori. Lo stesso Papa lo spinse a sfruttare alcune rivendicazioni territoriali per diventare signore dello Stato crociato di **Acaia**, in Grecia, della città di **Gerusalemme** e della regione francese di **Arles**. ## Carlò d’Angiò e i Vespri siciliani Nel 1281, **Papa Martino IV** autorizzò Carlo ad intraprendere una nuova crociata, stavolta contro l’Impero **Bizantino**. Le navi di Carlo si stavano radunando a Messina, pronte per iniziare la nuova campagna, quando scoppiò la ribellione nota come **“Vespri Siciliani”, il 30 marzo 1282.** I disordini nacquero da una contesa personale: il lunedì di Pasqua del 1282, un soldato francese ubriaco fece degli apprezzamenti nei confronti della moglie di un notabile palermitano, davanti alla chiesa di Spirito Santo. L’aristocratico uccise il soldato francese, e quando i suoi commilitoni cercarono di arrestare l’assassino, la folla attaccò in massa l’esercito francese. Ben presto, da scaramuccia personale, la situazione degenerò in una **vera e propria rivolta contro il dominio francese in Sicilia,** tanto che tutti i francesi della città vennero massacrati, assieme ai funzionari di Carlo d’Angiò. Informato, Carlo ordinò immediatamente il trasferimento dei soldati e delle navi di stanza nel regno di Acaia verso la Sicilia, ma non fu in grado di fermare il dilagare della rivolta in Calabria. Nel luglio, **Carlo salpò per la Sicilia** e pose assedio a **Messina**. Nel frattempo, **Pietro III d’Aragona**, casata avversaria di Carlo, avviò delle trattative per allearsi con i capi dei ribelli di Palermo. I rivoltosi si resero conto che senza un aiuto straniero non sarebbero stati in grado di resistere all’esercito di Carlo, e riconobbero immediatamente Pietro e sua moglie Costanza come loro re e regina. Così, di fronte allo sbarco dell’esercito Aragonese, Carlo **fu costretto a ritirarsi dall’isola,** perdendo gran parte del suo esercito. Carlo non si diede per vinto, e si fermò a Brindisi per preparare una campagna di riconquista per l’anno successivo, dando ordini ai suoi ufficiali affinché riscuotessero una tassa straordinaria per finanziare la riconquista della Sicilia. ## Morte e testamento Tuttavia, il 30 dicembre si ammalò gravemente vicino a Foggia. Fece testamento il 6 gennaio 1285, nominando **Roberto II d’Artois** come reggente e tutore di suo nipote, **Carlo Martello**, che avrebbe dovuto governare i suoi regni appena raggiunta la maggiore età. Morì la mattina del **7 gennaio** **1285**. Venne sepolto in un sepolcro di marmo a **Napoli**, ma il suo cuore fu posto nel convento di Saint-Jacques a **Parigi**. Successivamente, il suo cadavere venne trasferito in una cappella del nuovo Duomo di Napoli, nel 1296. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [La supremazia di Roma ha ucciso le culture preesistenti?](https://scriptamanentitalia.it/supremazia-roma-culture-preesistenti/) **Published:** Gennaio 7, 2023 **Author:** Vittorio Roncalli **Excerpt:** La supremazia di Roma, le sue conquiste ma anche la distruzione delle città di Cartagine e di Corinto, ha provocato un tracollo culturale? **Content:** L’affermazione della supremazia romana nel Mediterraneo, ha in qualche modo “ucciso” le culture preesistenti? Il dibattito nasce da un saggio, *“L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo”* del Prof. Lucio Russo, fisico, matematico e storico della scienza. Le opere del Prof. Russo, che è stato anche titolare della cattedra di calcolo delle probabilità presso **l’Università di Roma Tor Vergata**, godono di notevole attenzione, anche all’estero, per il loro carattere assolutamente rivoluzionario e il netto contrasto con le teorie comunemente accettate. “L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo”, tratta soprattutto di geografia e di matematica applicata alla geografia. Come gli altri libri di Russo, sostiene delle tesi provocatorie e di notevole impatto che non si limitano a contestare la teoria tradizionale che esclude o comunque minimizza la capacità dell’Umanità di affrontare lunghi viaggi oceanici in epoche prerinascimentali, ma affrontano un argomento di ben più ampio respiro. Infatti, la teoria sostenuta dal prof. Russo nel saggio in questione, è che negli anni **146/145 A.C.,** con la distruzione di **Cartagine e di Corinto** e la definitiva affermazione della supremazia romana, si sarebbe verificato un vero e proprio **tracollo culturale**, venendosi ad interrompere bruscamente uno straordinario sviluppo plurisecolare. Si sarebbe quindi determinata una gravissima **perdita di conoscenze e di strumenti intellettuali** in settori quali matematica, filosofia, astronomia e soprattutto la geografia, dove la perdita di nozioni già acquisite, avrebbe impedito per oltre 1.600 anni l’ulteriore esplorazione del pianeta. Inoltre, Roma, recuperando **solo alcuni elementi delle civiltà distrutte**, peraltro in forma alterata e lasciando poche tracce di quanto non era stata in grado di assimilare, avrebbe generato una **ingannevole impressione di continuità,** in realtà inesistente, mentre, al contrario, nel tempo si sarebbe anche persa la capacità di interpretare in modo corretto i principi enunciati dai grandi filosofi e scienziati ellenistici. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/Ptolemaic-geocentric-model.jpg "Ptolemaic-geocentric-model - Scripta Manent Italia") In particolare, il tracollo culturale sarebbe dipeso da un lato dalla **distruzione della biblioteca di Cartagine** e comunque dal sistematico azzeramento di qualunque traccia della cultura punica a seguito della totale distruzione della città. Dall’altro, dalla **profonda crisi in cui il mondo greco venne a sprofondare** a seguito della conquista romana, divenendo presto incapace di raggiungere come in passato le vette del pensiero umano. Il saggio del Prof. Russo è diviso in due parti, una dedicata ai viaggi transoceanici dell’Antichità, l’altro al grave errore commesso da Claudio Tolomeo nella sua opera “Geografia”. La più antica è riportata nel **VI Libro delle Storie**, dove Erodoto narra che durante il regno del **faraone Nekao II (610-594 A.C.),** il sovrano egizio organizzò una spedizione navale fenicia che, partendo dall’Egitto, avrebbe dovuto compiere la circumnavigazione dell’Africa, partendo dal Mar Rosso. I Fenici impiegarono circa **2 anni per il viaggio e fecero ritorno dopo aver doppiato le Colonne d’Ercole.** Strano a dirsi, la veridicità della loro impresa è assicurata da un particolare che, al contrario, secondo Erodoto avrebbe dovuto sancirne l’inaffidabilità. Infatti, nel resoconto, i Fenici riportarono che a un certo punto della loro navigazione “*Si erano trovati il sole sulla destra.”* Erodoto, come tutti coloro che vivono al di sopra dell’Equatore, era abituato a vedere il sole a sinistra, a sud. Non poteva quindi sapere che, superando l’Equatore il sole appare a destra, a nord e il fenomeno si accentua avvicinandosi al **Capo di Buona Speranza**, una volta superato il Tropico del Capricorno. Obiettivamente, non si comprende come i Fenici abbiano potuto immaginare un fenomeno del genere, senza averlo concretamente visto. Un altro grande viaggio dell’antichità descritto nel libro del Prof. Russo è quello compiuto dal **Cartaginese Annone intorno al 450 A.C**.. Il navigatore avrebbe comandato una grande spedizione navale che conduceva dei coloni a ripopolare sette città fondate dai Cartaginesi sulla costa atlantica del Marocco ma in realtà si sarebbe spinto molto più a sud, esplorando gran parte della costa dell’Africa Occidentale, fino alle isole al largo della Guinea Equatoriale ex Spagnola. Il resoconto del suo viaggio è noto attraverso una traduzione greca dell’originale scritto in lingua punica menzionato **da Arriano nella Anabasi di Alessandro** e riportato in vari codici medievali, tra cui il **Codex Palatinus 398**. In particolare Annone riferì di avere incontrati degli individui pelosi che chiamò gorilla e riportò a Cartagine le pelli di tre donne selvagge di quella specie. È per questo motivo che intorno alla metà del XIX secolo, quando il naturalista americano Savage studiò per la prima volta le più grandi scimmie antropomorfe, le chiamò *Troglodites* *Gorilla.* Ambito e situazioni diverse caratterizzano il viaggio compiuto dal greco **Pitea** nell’Atlantico Settentrionale intorno al 330 A.C.. L’impresa è descritta nel trattato **“*Sull’Oceano*”**, andato perduto ma di cui compaiono ampi stralci nelle opere di autori successivi. Anche in questo caso, la veridicità del suo racconto, viene assicurata da alcuni particolari che secondo Polibio e Strabone ne provavano la falsità. Infatti Pitea, originario di **Massalia attuale Marsiglia**, dopo aver raggiunto la **Britannia**, le isole a nord della Scozia, le isole Faroer e l’Islanda, giunse in un isola che chiamò **Thule**, dove, in base al suo racconto, la notte durava pochissimo e il mare era congelato. Descrive dunque **il sole di mezzanotte** che appare a chi supera il circolo polare artico e la banchisa polare. Si tratta di fenomeni oggi ben noti, ma all’epoca inimmaginabili, salvo per chi vi avesse assistito di persona. Occorre dire che circa 2 secoli prima di Pitea, come riferito da **Plinio il Vecchio in *Naturalis Historia*,** il cartaginese Imilcone aveva già raggiunto la Britannia, fondando numerosi empori per il commercio dello stagno. L’identificazione di Thule è stata a lungo controversa. Il Prof. Russo, come meglio vedremo in seguito, sostiene che fosse la **Groenlandia**. In effetti, a dimostrazione della possibilità di simili viaggi in epoche precolombiane, nei secoli successivi l’isola venne abitualmente raggiunta dai **Vichinghi**, che vi fondarono delle colonie, abbandonate solo all’epoca della piccola glaciazione agli inizi del XV secolo. L’isola dal 1126 al 1377 fu anche sede di un vescovado. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/01MAPM2-superJumbo-1024x790.jpg "01MAPM2-superJumbo - Scripta Manent Italia") L’altro aspetto trattato dal prof. Russo nel suo saggio, è invece l’enorme arretramento nel campo della **geografia matematica** verificatosi nei pochi secoli che separano le opere dei grandi geografi ellenistici, come **Eratostene di Cirene e Ipparco di Nicea**, alla stesura della “*Geografia*” da parte di Claudio Tolomeo, con il clamoroso errore che appare nel titolo del libro del Prof. Russo e cominciamo con il descrivere i protagonisti di questa vicenda. Eratostene di Cirene, nato intorno al 275 A.C., può essere definito il pioniere della geografia matematica. Illustre matematico e direttore della **Biblioteca di Alessandria d’Egitto**, inaugurò l’uso sistematico di latitudine e longitudine per individuare le località e calcolò il diametro della Terra con eccezionale precisione, con un errore inferiore all’1% rispetto alla misura attestata dai geografi moderni. **Ipparco di Nicea,** nato intorno al 190 A.C., è stato un eccezionale **astronomo**, autore del più antico catalogo delle stelle visibili a occhio nudo, scopritore della processione degli equinozi e, probabilmente, inventore dell’astrolabio e del primo sistema per calcolare in modo affidabile le eclissi solari e lunari, oltre che capace di stimare con precisione la distanza tra la Terra e la Luna . In campo geografico ha teorizzato, grazie allo studio delle maree, l’esistenza di un **altro continente in mezzo all’Atlantico tra Europa e Asia.** Inoltre Ipparco ha calcolato la latitudine e la longitudine di due località situate ai confini del mondo conosciuto, rispettivamente ad occidente e a settentrione. Si tratta delle isole **Fortunate**, situate ad ovest e caratterizzate dal clima dolce, la vegetazione lussureggiante e il terreno fertile al punto da fornire alimenti commestibili senza bisogno di essere coltivato e dell’isola di Thule situata all’estremo nord. Arriviamo così a **Claudio Tolomeo, nato intorno al 100 D.C.**, quindi 2 secoli e mezzo dopo la data del supposto tracollo culturale. Redige importanti opere in campo astronomico come “*Almagesto*”, che fissa i principi del cosiddetto *“Sistema Tolemaico”* oltre a includere un aggiornamento del catalogo stellare di Ipparco, in campo fisico come “*Ottica*”e in campo storico come “*Canone*”. L’opera di Claudio Tolomeo che ci interessa ai fini del presente articolo è “*Geografia*”, quella che, per l’appunto” contiene l’errore indicato nel titolo del saggio del Prof. Russo. “*Geografia*” è suddiviso in 8 libri che includono le coordinate di 6.345 località e 27 mappe di tutto il mondo abitato. Purtroppo, l’opera di Tolomeo è afflitta da un errore che ha comportato il restringimento **delle reali misure della superficie terrestre.** Eratostene aveva calcolato con accuratezza la lunghezza del meridiano terrestre e questa misurazione era stata accettata da **Ipparco**. Purtroppo Tolomeo si discostò da questa misurazione molto attendibile e fece sua quella formulata dall’immediato predecessore **Marino di Tiro,** altro cartografo di origine greca, vissuto al tempo di Traiano, che aveva assegnato a un grado di meridiano la lunghezza di 500 stadi, anziché i 700 postulati da Eratostene. Inoltre, al fine di mantenere l’ampiezza angolare totale del mondo entro i 180 gradi postulati dai suoi predecessori, Tolomeo **alterò sistematicamente le longitudini tra le diverse località** con un fattore di dilatazione pari a 1,428. Ciò comportò un restringimento della superficie terrestre di circa il 29%, che risulta evidente dall’esame delle mappe ricavate dalla sua opera. Ma qual’è il motivo dell’errore commesso da Tolomeo, visto che aveva a disposizione fonti più accurate di quelle che ha finito per utilizzare? Nel suo libro il Prof. Russo parte da una considerazione. Tolomeo, come Marino, era sì di **formazione ellenistica** ma nei tre secoli trascorsi da quando Ipparco aveva redatto le sue opere, si era **persa la memoria dei grandi viaggi marittimi** e delle località raggiunte tramite essi. A questo punto entrano in gioco le isole Fortunate di cui parlava Ipparco. Di esse per primi avevano scritto Esiodo in “*Le opere e i giorni*” e Pindaro in “*Olimpica”.* In seguito, se ne occuparono anche Diodoro Siculo in *“Bibliotheca historica”* e Plutarco in “*Vita di Sertorio”* Entrambi, nel confermarne i pregi riportati da Ipparco, asserirono che si sarebbe trattato di un antico possedimento cartaginese situato nell’Oceano, a molti giorni di navigazione dalle Colonne d’Ercole. Plinio il Vecchio nella sua *“Naturalis historia”* identifica le Isole Fortunate con le Isole Canarie, la località conosciuta situata più ad occidente, anche se le condizioni climatiche e ambientali delle stesse non erano certo quelle idilliache vantate dalle fonti più antiche. Tale ipotesi venne condivisa da **Claudio Tolomeo**, che fece passare da quelle che riteneva fossero le isole Fortunate e quindi dalle Canarie il meridiano di riferimento, mentre collocò **al parallelo di Thule l’estremo limite settentrionale**. Dalle sue fonti, Tolomeo sapeva che le Isole Fortunate si trovavano sul semi meridiano opposto a quello su cui era situata la capitale della Cina, ma si rese conto che le misure della Terra postulate da Eratostene cozzavano contro tale collocazione. Di conseguenza **decise di basarsi nella sua opera sulle misure di postulate da Marino di Tiro.** Ecco dunque spiegato l’errore che restringendo la Terra rese possibile l’identificazione delle isole Canarie con le isole Fortunate, anche attraverso le coordinate geografiche. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/Ptolemy-d604fba-scaled-1-1024x662.jpg "Ptolemy-d604fba-scaled-1 - Scripta Manent Italia") Ma allora quali erano le isole Fortunate di cui parlava Ipparco? La tesi del Prof. Russo è che correggendo l’errore di Tolomeo sul fattore di dilatazione e di conseguenza spostando verso ovest la longitudine di quelle che il geografo riteneva fossero le isole Fortunate, si trova un **arcipelago posto alla stessa latitudine delle Canarie**, che per forma ed estensione è coerente con quanto riporta Tolomeo, ma le cui condizioni climatiche sono simili a quelle di cui parlavano Diodoro Siculo e Plutarco, ovvero **le Piccole Antille.** Raggiunte dai **Cartaginesi**, che peraltro tenevano segrete le loro rotte marittime, di esse si sarebbe persa la memoria dopo la distruzione di Cartagine, anche se di tanto in tanto, in epoca romana, avrebbero continuato ad essere raggiunte da navi isolate ma non più da flotte organizzate. Procedendo allo stesso modo, il Prof. Russo applica lo stesso tipo di correzione all’isola di Thule, per come era stata collocata da Tolomeo e spostandone verso ovest la longitudine, trova che la stessa viene a coincidere con la costa orientale della **Groenlandia**. Viene così provata, da un punto di vista **quantitativo**, la validità delle opere dei geografi più antichi e la veridicità delle imprese marinaresche greche e cartaginesi. Il Prof. Russo porta poi alcuni indizi a supporto della sua tesi, come la presenza di mosaici, affreschi e statue di età romana con evidenti raffigurazioni di ananas, o la presenza di gallinacei nelle Americhe o ancora il ritrovamento di statuette munite di ruote in antiche tombe, quando la ruota era sconosciuta ai popoli mesoamericani. E’ giusto riconoscere che i Romani **hanno primeggiato nell’oratoria ma non nella filosofia**, che l’arte romana ha tratto molto più che l’ispirazione da quella greca, che Giulio Cesare affidò ad un astronomo di estrazione culturale greca, **Sosigene di Alessandria**, il compito di preparare la riforma che nel 45 A.C. diede origine al calendario giuliano. Allo stesso modo, è pure necessario ammettere che solo a metà del 1500, **Copernico ha rispolverato la teoria eliocentrica elaborata da Aristarco di Samo nel III secolo A.C**., mentre per 1.400 anni l’astronomia europea e islamica si è basata sul concetto **dell’immobilità della Terra al centro dell’Universo**, fissato nel II secolo D.C. in piena epoca romana sempre da Claudio Tolomeo nel trattato “Almagesto”. Fatta questa opportuna precisazione, sono assolutamente convinto della veridicità delle imprese marinare di cui parla il Prof. Russo, come pure della possibilità che le Antille, così come ormai provato per l’isola di Terranova da parte dei Vichinghi, siano state raggiunte navigando da oriente verso occidente in epoca precolombiana. Tuttavia, mi sento al contempo di affermare che le **indubbie scoperte scientifiche** antecedenti all’avvento della supremazia romana, sono state pressoché **dimenticate** nei secoli successivi perché da esse non erano scaturite quelle applicazioni pratiche che ne avrebbero garantito il perdurare. Al contrario, il carattere estremamente pratico della mentalità romana ha portato ad **esaltare quelle attività che erano funzionali alla grandezza di Roma**, vedi le colossali opere ingegneristiche e l’ancora oggi insuperato modello organizzativo e amministrativo che ha consentito a Roma di plasmare a sua immagine quasi l’intero mondo conosciuto, assimilando al contempo quanto ritenuto utile delle altre culture. Allo stesso modo, se da un lato è indubbio che Roma non abbia mai promosso le grandi esplorazioni marittime di cui sono stati protagonisti Fenici, Greci e Cartaginesi, dall’altro, credo che sorga spontanea una domanda. Il viaggio di Annone è stato effettuato quando la potenza di Cartagine era al suo apice e probabilmente lo stesso vale per gli altri viaggi verso località transatlantiche. Perché dunque non hanno dato origine ad un fiorire di colonie, perché non hanno determinato il nascere di città come avvenuto in Africa del Nord, Spagna, Sicilia, Sardegna. Ricordiamo che la stessa **Cartagine nacque come colonia fondata dai Fenici di Tiro** e, pur non essendo in origine la più importante, seppe ben presto superare la Madre Patria. La ragione, a mio modesto avviso, è stata duplice. Da un canto il fatto che i viaggi transoceanici seppur possibili erano comunque più pericolosi e impegnativi di quelli mediterranei. Dall’altro che non vi era una pressione demografica ne una motivazione economica che giustificasse il maggior rischio. Lo stesso fatto che i Cartaginesi siano riusciti a tenere segrete le rotte dei loro viaggi transoceanici è un indizio dello scarso interesse dei nemici. La storia ci ha insegnato che un segreto non riesce a rimanere tale a lungo se racchiude una conoscenza importante. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/mosaic-with-the-bust-of-athena-12868-1024x683.jpg "mosaic-with-the-bust-of-athena-12868 - Scripta Manent Italia") Quanto ai Romani, non me ne voglia il Prof. Russo, non sono d’accordo con il suo minimizzare le esplorazioni subsahariane compiute da Roma in epoca imperiale. La più importante missione alla scoperta di terre sconosciute svolta in epoca romana, è stata quella compiuta da **due centurioni per ordine di Nerone in Africa Centrale**, alla ricerca delle sorgenti del Nilo e che stando alle descrizioni contenute nelle opere di Seneca e di Plinio, si sarebbe arrestata davanti alle cascate di Murchison in Uganda. Teniamo presente che soltanto nel XIX secolo, con l’esplorazione compiuta da Speck e Burton gli europei hanno raggiunto le sorgenti del Nilo. Ma non sono da trascurare nemmeno le **esplorazioni svolte in epoca augustea fino al fiume Niger e al lago Ciad**. Ovviamente, si è sempre trattato di spedizioni terrestri, in cui l’esplorazione era finalizzata a possibili acquisizioni territoriali, in armonia con la mentalità pratica dei Romani, non abituati a fare niente per niente. Tra l’altro visto che, con l’esclusione di Ipparco, nessuno ipotizzava l’esistenza di un continente nuovo al di là delle Colonne d’Ercole, che motivo avrebbero mai avuto i Romani di cercare una rotta transatlantica per raggiungere l’Oriente, quando i relativi prodotti giungevano regolarmente a Roma per via terra e soprattutto, per via mare. Infatti era pienamente operativo il canale che collegava il Nilo al Mar Rosso, svolgendo egregiamente la funzione che tre millenni dopo sarebbe stata svolta dal canale di Suez. Il canale, secondo un iscrizione nel tempio di Karnak era stato scavato per volere di Seti I il padre del grande Ramses II, anche se Aristotele, Strabone e Plinio il Vecchio, ne retrodatavano la realizzazione al faraone Sesostri III. Ma chiunque sia stato il primo ad ordinarne lo scavo, è certo che era stato oggetto di lavori da parte del faraone **Necho II, di Dario I di Persia, di Tolomeo II Filadelfo e infine di Traiano**, che lo aveva fatto ampliare e migliorare notevolmente al punto che da allora il canale prese il suo nome. In effetti, fin dalla conquista dell’Egitto ad opera di Augusto, il canale divenne l’arteria principale del commercio romano, sottoposto a costanti opere di manutenzione e sorvegliato da forze armate per tutto il suo percorso. I **traffici marittimi con l’India erano quindi fiorenti** e secondo Strabone superarono enormemente quelli esistenti in epoca tolemaica. Erano favoriti dall’uso dei monsoni ai fini della navigazione che consentivano un viaggio oceanico più sicuro e veloce rispetto a quello costiero, e numerosi empori romani vennero realizzati lungo le coste dell’India Meridionale. Una vivida testimonianza di questa attività commerciale ci viene dato dal “*Periplo del Mare Eritreo”* accurata descrizione di porti siti sul Golfo Persico e sul Oceano Indiano e delle rotte da percorrere per raggiungerli, oltre che di prodotti commercializzati. Probabilmente scritto nel corso del primo secolo D.C. da un commerciante di origine egizia, si compone di 66 sezioni e attribuisce a Ippalo, navigatore greco del I secolo, la scoperta della rotta oceanica tra Mar Rosso e India che, come detto, fu essenziale per lo sviluppo dei traffici. Altra dimostrazione della capacità dei sudditi dell’Impero Romano di compiere lunghi viaggi purché con scopi commerciali ci viene data da quanto descritto da **Claudio Tolomeo in merito al porto di Kattigara**. Infatti, il geografo sostenne di avere avuto notizia di questa località, a suo avviso era il punto più ad oriente dell’Oceano Indiano, direttamente da un marinaio greco di nome Alessandro, che lo aveva raggiunto di persona. Oggi diversi studiosi ritengono che Kattigara coincida con il porto di **Oc Eo in Vietnam**, basandosi sul ritrovamento di manufatti romani nella zona e sulla descrizione di Tolomeo dal quale sembrerebbe che Kattigara fosse localizzata all’interno del Delta del Mekong, nel versante interno del golfo del **Siam**. Ma le coordinate geografiche indicate da Tolomeo non coincidono, collocandosi in pieno Oceano. Sarebbe interessante applicare il metodo seguito dal Prof. Russo per le isole **Fortunate** e vedere se si riesce a fornire una possibile soluzione all’enigma. A questo punto la mia personale opinione è che la data del 146 a.C. con la distruzione di Cartagine e Corinto **non segni l’avvio di un tracollo culturale,** ma un mutamento di indirizzo verso **obiettivi diversi dello studio e della conoscenza umana**, in quanto i risultati scientifici conseguiti nei secoli precedenti erano frutto di una mentalità speculativa, non in grado di dare risultati concreti nell’immediato. Il vero tracollo culturale si è verificato secoli dopo, con la **decadenza e la caduta dell’Impero Romano.** ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [La peste nera. Nuovi studi: la marmotta vettore dell'epidemia](https://scriptamanentitalia.it/la-peste-nera-nuovi-studi-la-marmotta-vettore-dellepidemia/) **Published:** Gennaio 7, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Nuovi studi di paleogenetica individuano nella marmotta un vettore fondamentale della terribile peste nera medievale **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le origini della peste nera](#Le_origini_della_peste_nera) - [La paleogenetica applicata all’origine della peste](#La_paleogenetica_applicata_allorigine_della_peste) - [Il ruolo della marmotta nella diffusione della peste nera](#Il_ruolo_della_marmotta_nella_diffusione_della_peste_nera) Il vettore fondamentale per lo sviluppo della peste nera in Europa è sempre stato considerato il **topo**: effettivamente fu proprio questo l’animale a infettare i commercianti italiani nei porti del **Mar Nero.** Ritornati a **Messina** a bordo delle galee nell’ottobre 1347, furono i genovesi a diffondere l’infezione. Tuttavia, sappiamo già da qualche tempo che i topi non sono l’unico responsabile, tanto che nel 2018 alcuni ricercatori di **Ferrara e di Oslo** hanno dimostrato che anche pulci e pidocchi umani hanno contribuito attivamente allo sviluppo della pestilenza. Ma dal momento che i ratti concentrano nel loro sangue **dosi molto più elevate del bacillo** e vivono vicino agli esseri umani, si continua a ritenere che siano prevalentemente loro ad avere amplificato la virulenza della peste. Ma un recente studio introduce sulla scena un nuovo possibile responsabile: la marmotta. ## Le origini della peste nera La provenienza della peste che flagellò l’Europa è alquanto **discussa**. Sappiamo molto sulla diffusione della malattia dopo il suo **arrivo in Europa** ma abbiamo molte meno informazioni sul suo percorso **prima che questa raggiungesse il mar Nero.** Infatti, mentre per l’Europa abbiamo resoconti come il *“Decamerone”* di Giovanni Boccaccio o l’opera *“al Kitāb al-‘Ibar”* di Ibn Khaldun, la traiettoria asiatica della peste è sostanzialmente priva di fonti documentali. L’unica opera che potrebbe aiutarci a capire è l*‘”Istoria de morbo sive mortalitate quae fuit anno domini MCCCXLVIII”* di Gabriele de’ Mussis, ma sulla sua attendibilità vi sono parecchi dubbi, dal momento che sembra che l’autore si sia limitato a raccogliere informazioni senza muoversi da Piacenza, la sua residenza. Le teorie sulla tratta “**asiatica**” della peste si sono sprecate: per molti anni si è creduto che il morbo, presente sicuramente nel **Caucaso già nel 1347**, abbia iniziato il suo viaggio nell’Asia Centrale intorno al 1331, per diffondersi nel sud della **Cina** e dell’India e ad Ovest attraverso la **Persia**. Alcuni, come **William McNeill,** hanno azzardato un’origine in Himalaya, ma la teoria è alquanto stiracchiata. Negli anni ’90, **Rosemary Horrox** identificò invece l’origine della peste nelle steppe asiatiche orientali, sostenendo che non meglio specificati **cambiamenti ecologici** spinsero i roditori più vicino agli insediamenti umani. Ma tutte queste teorie mancano di prove certe. Un deciso momento di svolta è stato dato dalla **paleogenetica**: gli scienziati, nel corso degli anni Ottanta, hanno cominciato a capire come recuperare il DNA antico dei resti archeologici, il che ha permesso di rivoluzionare la nostra comprensione della peste nera. La prima prova pratica venne eseguita prelevando campioni da una fossa comune nello Smithfield di Londra: grazie agli esami, è stato confermato oltre ogni ragionevole dubbio che il bacillo Y. Pestis fu davvero l’agente eziologico dell’epidemia del 1347 e 1353 in Europa. Poi, gli studi sono proseguiti. Ma come? ## La paleogenetica applicata all’origine della peste Per capirlo dobbiamo comprendere le basi del funzionamento del DNA. Il **DNA** è costituito da una doppia elica, creata da due filamenti collegati, che assomigliano ad una scala a chiocciola. Ogni “piolo” di questa scala è costituito da una coppia di nucleotidi legati fra loro. Questi sono disponibili in quattro combinazioni: **citosina (C), guanina (G), timina (T) e adenina (A).** Nel corso del tempo, il DNA subisce alcune mutazioni casuali. Ad esempio, una coppia AT potrebbe diventare una coppia CT già nella generazione successiva. Ora, non tutte le mutazioni sono significative. Anzi, la maggior parte di esse vengono “superate” dalla versione “**originale**” e scompaiono nell’arco di pochi anni. Ma ogni tanto capita che una mutazione **prevalga su quelle precedenti.** Qualora gli organismi basati su questo tipo di DNA possano vivere in una zona meno popolata e con meno **“concorrenza genetica”,** questo ramo di DNA può affermarsi più facilmente. Una volta che quel DNA è diventato dominante, il processo può ricominciare. Questo significa che possiamo tracciare una sorta di **“albero genealogico”** per qualsiasi organismo, noto come “Albero filogenetico” che ci permetta di capire cosa succede quando una mutazione di DNA si stacca da quella originale. Un metodo per comprenderlo è confrontare il **DNA odierno con quelli passati.** L’operazione è particolarmente difficile, dal momento che i DNA di generazioni precedenti non sempre sono sopravvissuti ad ogni mutazione, e inoltre più si va indietro nel tempo più vi sono probabilità di riscontrare lacune nella documentazione genetica. Ma incrociando i dati, si può ricostruire con una precisione mai riscontrata fino ad oggi la storia genetica di un bacillo. ## Il ruolo della marmotta nella diffusione della peste nera Ed è qui che entrano in gioco le marmotte. Nell’asia centrale le marmotte sono presenti da **millenni**, oltre i topi. Raccogliendo il DNA da marmotte infette e morte recentemente e confrontandolo con il DNA di marmotte decedute in passato è stato possibile ricostruire lo sviluppo del bacillo della peste molto prima che arrivasse in Europa. Correlando queste informazioni con la posizione in cui i campioni sono stati ritrovati, possiamo addirittura tracciare una mappa della diffusione della peste in Asia. I risultati sono estremamente interessanti: il primo dato oggettivo è che, contrariamente a quanto pensavamo, non vi fu una sola forma di peste ma si svilupparono **almeno quattro varietà principali.** La **prima** è esattamente quella che ha causato la peste nera in **Europa**, la seconda si è divisa in due sottotipi prima di spostarsi rispettivamente a sud e ad est, verso **l’India e il Mar Caspio**, mentre la **terza e la quarta** sono in **Siberia, in Mongolia e in Cina.** Ma la cosa ancora più sorprendente è che tutte e quattro le varianti sembrano essersi discostate dal DNA originale **all’incirca negli stessi anni:** una vera e propria “esplosione” della peste, una sorta di **“Big Bang genetico”**, che sarebbe avvenuto nelle montagne del **Tian Shan**, al confine tra il Kirghizistan e la Cina. Ma se il Big Bang genetico della peste avvenne in Cina, com’è possibile che i nuovi ceppi di peste si diffusero così velocemente e in continenti diversi? Chiaramente la risposta non sta solo nella marmotte. Questi animali, originari dell’Asia centrale, sono altamente territoriali e tendono a non intraprendere importanti migrazioni su grandi distanze. Una possibile spiegazione è stata avanzata dalla storica **Monica Green**: secondo tale interpretazione, le marmotte sarebbero state “aiutate” dai **mongoli**. Popolo altamente nomade, i Mongoli amavano consumare roditori e specialmente le marmotte, sia per una questione di gusto ma anche per la loro facilità di cattura. Trovate in gran numero in tutta la steppa mongola, le marmotte erano un’**eccellente fonte di carne**, di pelle e di cuoio. Così, quando i Mongoli iniziarono le loro conquiste sotto Gengis Khan, avrebbero importato nuove abitudini culinarie, con conseguenze devastanti. Il primo episodio significativo sarebbero state le conquiste del popolo **Qara Khitai, nel 1216.** Questa dinastia occidentale governò su un vasto impero che andava dal Kirghizistan moderno alla Cina nord occidentale, fino a parte del **Kazakistan**, comprese le famigerate montagne del **Tian Shan.** È possibile che a quel punto, il popolo **Qara Khitai** incontrò per la prima volta le marmotte portatrici della peste e così facendo accelerarono notevolmente il processo. Ogni volta che un mongolo uccideva un animale infetto ne mangiava la carne, ne conciava la pelle e correva il rischio di contrarre la stessa malattia. E quando i Mongoli operarono le loro migrazioni su vasta scala alla ricerca di nuove conquiste, le carni di marmotta stagionate e le pelli che **trasportavano il bacillo furono in grado di stabilirsi con facilità nei nuovi territori.** Dopo aver fornito l’impulso per il Big Band genetico, i Mongoli avrebbero contribuito poi a diffondere le quattro varianti in tutto il continente asiatico. Se confrontiamo le prove genetiche con le epidemie descritte dai resoconti notiamo una notevolissima corrispondenza tra la teoria e la realtà. Nel 1253, ad esempio, il nipote di Gengis Khan, **Möngke** (1209-59), inviò un enorme esercito comandato da suo fratello, **Hulagu** (c.1215-65), contro il popolo Luri nell’Iran. La seconda varietà della peste iniziò ad essere registrata di lì a poco. A seguito dei grandi assedi, si verificarono focolai a **Girdkuh (1254), Lanbasar (1257), Baghdad (1258)** e in numerose città della Siria. Allo stesso modo, nel 1270, le rivolte in Almaliq e in Mongolia resero necessaria sia la deviazione delle tradizionali rotte postali che una serie di spedizioni punitive su larga scala. In questo caso, la scarsità di testimonianze ha reso difficile individuare gli episodi di una possibile malattia epidemica, ma, come ha sottolineato Green, **corrisponde ai luoghi dove il bacillo della peste è stato rinvenuto.** Inoltre, le campagne militari contro il Khwarazm Shah (1218-25), in Georgia (1220-23) e contro i Bulgari del Volga (1229-32) avrebbero fornito al primo ramo della peste, quello più letale, una rotta diretta dal Tian Shan alla costa del Mar Nero, dove sarebbe avvenuto l’incontro con i commercianti Genovesi. Ovviamente, come concorda la stessa autrice dello studio, le tracce sono **labili e l’ipotesi altamente speculativa**. Molti elementi possono essere messi in discussione da nuovi ritrovamenti e da nuovi studi. Ma il dato più importante è che la ricerca paleogenetica ci permette di superare i limiti delle prove documentali e apre le porte a un nuovo straordinario modo di comprendere le origini della peste nera. Ora che abbiamo questa nuova arma, possiamo chiederci, ad esempio, se vi siano stati focolai di peste anche in altre aree del mondo, come l’Africa subsahariana, per cui non abbiamo ancora rinvenuto alcuna traccia scritta di un’epidemia. E in fondo, il lavoro di Green ci permette di capire che la peste nera non avrebbe avuto effetti così devastanti in Europa, senza il contributo della **marmotta**. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [Corazzata Bismarck vs incrociatore Hood: il grande duello navale della Seconda Guerra Mondiale](https://scriptamanentitalia.it/corazzata-bismarck-vs-incrociatore-hood-il-piu-grande-duello-navale-della-seconda-guerra-mondiale/) **Published:** Gennaio 4, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Nel 1941, nello stretto di Danimarca, si tenne il più grande duello nella seconda guerra mondiale tra la corazzata tedesca Bismarck e l'incrociatore inglese Hood **Content:** Alla fine di maggio del 1941, sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale, si tenne uno dei più grandi duelli navali della storia: quello tra la gigantesca corazzata tedesca “**Bismarck**” e il coraggioso incrociatore britannico “**Hood**“. La **Bismarck** venne commissionata direttamente da **Hitler** affinché fosse la più grande corazzata del mondo. Quel gigante del mare aveva la missione di falciare le vulnerabili linee di rifornimento della Gran Bretagna da tutti gli oceani. Così la Bismarck, non appena avvistava navi inglesi, **abbatteva le imbarcazioni** piene di cibo, materie prime e petrolio utili a rifornire l’esercito e le industrie belliche britanniche. Per tutta risposta, la Gran Bretagna disseminò in mare **tutte le corazzate a disposizione** della sua flotta, ridistribuendo saggiamente le proprie risorse in tutto l’Atlantico, dallo stretto di Gibilterra alle coste delle Americhe. Si scatenò così, nel maggio del ’41, una vera e propria **“caccia alla Bismarck”,** con l’obiettivo di superare le sue cannonate ed affondare la nave. Per gli inglesi, far colare a picco la Bismarck non avrebbe solamente liberato i mari da un terribile pericolo, ma avrebbe umiliato nel profondo Hitler in persona. La Bismarck venne localizzata da un **aereo Spitfire** in volo di ricognizione, che sorvolava i fiordi norvegesi, il 21 maggio: la presenza della corazzata, assieme alle navi che la accompagnavano, come l’incrociatore **Prinz Eugen**, fu immediatamente comunicata agli ammiragli britannici. Così, il comandante della flotta inglese presso **Scapa Flow, in Scozia**, inviò due delle sue navi, la **Hood e la Prince of Wales**, con l’ordine di attestarsi nel Nord Atlantico, mentre le altre navi rimanevano in posizione. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/HMS_Hood_h60404.jpg "HMS_Hood_h60404 - Scripta Manent Italia")Lincrociatore Hood ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/Prince_of_Wales-1-1024x343.jpg "Prince_of_Wales-1 - Scripta Manent Italia")La corazzata Prince of WalesLe navi tedesche lasciarono la Norvegia e attraversarono lo stretto di Danimarca tra l’Islanda e la Groenlandia. Il 23 maggio, due navi britanniche, la **Norfolk** e la **Suffolk**, iniziarono a seguire con prudenza i tedeschi, continuando a comunicare al resto della flotta le posizioni del nemico via radio. Tuttavia, la Norfolk si avvicinò troppo alla Bismarck, che sparò un paio di colpi con i suoi cannoni pesanti: i proiettili colpirono entrambi i lati della nave ma l’equipaggio riuscì a **virare in tempo** e a mettersi in salvo. La mattina successiva il tempo era bello, il mare tranquillo e la visibilità perfetta, il che permetteva alle navi di calibrare al meglio i movimenti e i colpi. Così, iniziò il più **grande duello navale** della Seconda Guerra Mondiale. La nave Hood era stata presentata all’opinione pubblica inglese come la più potente nave della terra, ma in realtà il suo equipaggiamento era relativamente **vecchio** e solamente l’armatura del ponte era stata aggiornata. Al contrario, la Prince of Wales era **nuovissima**, tanto che alcuni componenti dovevano ancora essere terminati. L’ammiraglio **Holland**, a bordo della Hood, pensò che la cosa migliore da fare fosse accorciare il più rapidamente possibile le distanze e attaccare la Bismarck, dato che le due navi britanniche, insieme, avevano più armi della corazzata nemica. Alle 05:52, le navi inglesi cominciarono a **bombardare la Bismarck**: i terribili proiettili, superando una distanza di 14 miglia nautiche, si infrangevano sugli avversari. L’ammiraglio della Bismarck, **Lütjens**, in un primo momento fu incapace di reagire. In realtà, sperava di evitare il combattimento contro le navi britanniche ma ora era costretto ad uno scontro indesiderato. Così, il **capitano Lindemann**, percependo l’indecisione del collega, prese in mano la situazione e ordinò al suo ufficiale di artiglieria di aprire il fuoco dicendo: *“Non lascerò che la mia nave venga bombardata sotto il mio culo”.* I tedeschi mandarono a segno alcuni colpi, ma anche la Prince of Wales riuscì a causare dei danni: un proiettile danneggiò il castello di prua della Bismarck che, pur senza esplodere, venne colpito gravemente. Sfortunatamente per i britannici, una danno al castello di prua poteva compromettere la navigazione nel lungo periodo, ma la battaglia si sarebbe conclusa in poche ore. Alle 05:59, Holland si sentì abbastanza sicuro e vicino alle navi nemiche da ordinare di virare improvvisamente e attaccare i tedeschi con tutta la batteria di cannoni. Ma durante le manovre, si mise involontariamente **sulla traiettoria di uno dei cannoni della Bismarck, che fece fuoco.** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/corazzata-bismarck-1024x502.jpg "corazzata-bismarck - Scripta Manent Italia")La corazzata tedesca BismarckIl proiettile penetrò nell’armatura del ponte, direttamente nel cuore della carena, esplodendo. Questo generò un’incredibile reazione a catena che **provocò lo scoppio dell’intera nave.** In pochi minuti la Hood affondò, portando con sé **1415 uomini di equipaggio**. Solo tre sopravvissuti vennero successivamente salvati dalle acque da imbarcazioni d’emergenza. Ora la Prince of Wales era rimasta **sola** contro la terribile **Bismarck e la Prinz Eugen**, e venne prevedibilmente investita da un ondata di proiettili. Uno si schiantò contro il ponte e uccise quasi tutti i presenti, mentre un altro perforò la sua armatura e si fermò nelle profondità della nave. Per fortuna questa volta **non esplose,** altrimenti la Prince of Wales avrebbe fatto la stessa fine della Hood. Consapevoli di non poter resistere all’attacco combinato dei tedeschi, gli ufficiali della Prince of Wales alzarono una cortina fumogena e fuggirono. Gli inglesi rimasero **sconvolti dal drammatico fallimento** del loro attacco, mentre in Germania il ministro della propaganda di Hitler, **Joseph Goebbels**, pubblicizzò adeguatamente questa inaspettata quanto clamorosa vittoria. Anche il primo ministro inglese, **Winston Churchill**, accusò gravemente il colpo, descrivendo i giorni successivi come *“quelli più duri dall’inizio della guerra.”* La Bismarck riuscì a sfuggire ad alcune navi britanniche mettendo a dura prova i convogli di rifornimenti che rappresentavano la salvezza della Gran Bretagna. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/affondamento.hood_.jpg "Schlachtschiff Bismarck, Seegefecht - Scripta Manent Italia")Lultima immagine dellincrociatore Hood durante il suo affondamento A questo punto, ferita nell’orgoglio, l’Inghilterra reagì indirizzando ogni singola nave della flotta reale per distruggere la corazzata tedesca. Persino un’antica nave da guerra, la **Rodney**, in viaggio per essere riparata in America, cambiò drasticamente rotta, abbandonando la sua missione e unendosi alla caccia. La Bismarck, nel frattempo, preferì evitare nuovi scontri e si diresse verso un porto francese per riparare i danni causati dalla Prince of Wales. Muovendosi nel corso della notte, la Bismarck era riuscita a sfuggire al controllo inglese. Per i britannici vi furono ore di alta tensione fino a quando, intercettando alcuni **messaggi radio** decodificati presso la stazione di Betchley Park, e dopo una **ricognizione di un idrovolante** che operava nell’Irlanda del nord, la Bismarck venne nuovamente **individuata**. Si trovava a 700 miglia a nord-ovest dal porto **francese di Brest** e, in caso di pericolo, avrebbe potuto ottenere la copertura degli aerei caccia della Luftwaffe nel giro di 24 ore. Per questo, l’unica risorsa britannica in grado di fermarla era il **contingente di aerosiluranti a bordo della nave HMS Ark Royal**, che stava arrivando da Gibilterra. Verso il tramonto del 26 maggio, durante una burrasca, alcuni **aerei biplani Swordfish** che trasportavano siluri attaccarono in massa la Bismarck. Volendo a bassissima quota e resistendo al vento che soffiava pesanti spruzzi d’acqua, gli Swordfish operarono il loro **eroico tentativo.** La Bismarck sparò con il suo armamento principale, sollevando giganteschi muri d’acqua che inzuppavano gli aerei e i relativi equipaggi. Finalmente, **due siluri colpirono la Bismarck**: il primo causò un piccolo allagamento, danneggiando lo scafo corazzato, mentre l’altro, per puro caso, colpì il **“tallone d’Achille”** del gigante tedesco, ovvero un timone non adeguatamente protetto. Così, il timone di sinistra rimase **bloccato ed inutilizzabile**, nonostante l’equipaggio facesse di tutto per liberarlo. L’ammiraglio tedesco fu costretto ad ammettere che la sua nave non poteva essere manovrata ma che *“avrebbe combattuto fino all’ultimo proiettile”*. Al grido di **“Lunga vita al Fuhrer!”**, la Bismarck si preparò ad una resistenza ad oltranza. Per tutta la notte i piccoli caccia torpedinieri infastidirono la Bismarck, impedendo al suo equipaggio ogni tregua. Poi, il 27 maggio, due **grosse corazzate britanniche** apparvero all’orizzonte. I tedeschi erano circondati da tutte le parti, fino a che i proiettili britannici cominciarono a schiantarsi contro la struttura della corazzata. Dopo 20 minuti di battaglia, una granata esplose sul ponte e l’ammiraglio tedesco, il capitano e tutto lo **stato maggiore della Bismarck venne ucciso d’un colpo.** Dopo altri minuti di bombardamento selvaggio, alle 9:30 l’ufficiale tedesco più anziano sopravvissuto ordinò ai suoi uomini di abbandonare la nave. La Bismarck era un ombra della sua potenza: la sua struttura era ormai fumante, gli incendi stavano devastando ogni parte della nave e i cronisti del tempo parlano di una carneficina difficile da descrivere. A bordo di una delle corazzate britanniche un cappellano supplicò gli alti ufficiali di interrompere il fuoco, ma gli venne chiesto gentilmente di ritirarsi sotto coperta. Alla fine, le corazzate inglesi, a corto di carburante e con la possibile minaccia dell’arrivo dei sottomarini tedeschi, interruppero lo scontro e affidarono ad una nave più piccola, la **HMS Dorsetshire**, il compito di sparare gli ultimi siluri sulla Bismarck. La corazzata Bismarck, l’orgoglio della marina di Adolf Hitler, **affondò alle ore 10:40.** L’affondamento della Bismarck ebbe una serie di enormi vantaggi per la marina inglese: non solo l’orgoglio, ma anche l’eliminazione di un grave pericolo per i rifornimenti. Infine, il successo britannico costituiva un esempio per la marina americana, che Churchill stava spronando da diversi mesi affinché si unisse ai combattimenti. Al contrario, Hitler era furioso, ma per tutta risposta ridusse i rifornimenti alla sua flotta e non ascoltò i consigli dei suoi ammiragli, cercando di minimizzare quella sconfitta. Il baricentro della seconda guerra mondiale si sarebbe spostato ad est, con l’invasione tedesca dell’unione sovietica nell’ambito dell’operazione Barbarossa. Ma la Gran Bretagna avrebbe mantenuto fino alla fine della guerra le sue linee di rifornimento intatte. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [E se avesse vinto Massenzio? Che ne sarebbe stato di Roma e del Cristianesimo?](https://scriptamanentitalia.it/massenzio-roma-cristianesimo/) **Published:** Gennaio 4, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Quale corso avrebbe preso la storia se Massenzio avesse vinto su Costantino? Roma avrebbe mantenuto la sua centralità nell'Impero? **Content:** **Massenzio** è un nome meno conosciuto rispetto al suo grande avversario, Costantino, l’imperatore che traghetterà l’Europa verso il cristianesimo e che fonderà Costantinopoli, sul Bosforo, decretando in un certo senso il declino di Roma. Ma se “**Marco Aurelio Valerio Massenzio**” avesse vinto, l’Urbe sarebbe rimasta il centro nevralgico dell’impero? e il cristianesimo? sarebbe stato sradicato? In parte sì, in parte no. Il periodo tardo imperiale venne dominato dal meccanismo della tetrarchia: due imperatori, un **Augusto d’Occidente e un Augusto d’Oriente**, nominavano due successori, il **Cesare d’Occidente** e il **Cesare d’Oriente**, che avrebbero dovuto prendere nel tempo il loro posto, in un meccanismo che si sarebbe rinnovato, potenzialmente, all’infinito. Massenzio, a poca distanza dall’invenzione della Tetrarchia da parte di **Diocleziano**, rimase fuori dalla successione, nonostante fosse **figlio dell’Augusto d’occidente Massimiano**, e avesse sposato **Massimilla**, la **figlia del nuovo Augusto d’Oriente, Galerio.** Il motivo dell’esclusione di Massenzio dai giochi di potere imperiali potrebbe risiedere nella sua politica di apertura nei confronti del Cristianesimo, che sarebbe stata particolarmente invisa a **Galerio**, il quale avrebbe fatto pressioni per scegliere altri candidati, come Severo in Occidente e Massimino in Oriente, più in linea con le sue idee, **nonchè più controllabili.** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/massenzio-imperatore-683x1024.jpg "massenzio-imperatore - Scripta Manent Italia")**Marco Aurelio Valerio Massenzio** Eppure Massenzio ottenne un grandissimo consenso proprio nella città di **Roma e in Italia,** raccogliendo l’appoggio del Senato e dei pretoriani, che vedevano diminuire di giorno in giorno il loro potere. Anche la popolazione lo amava, dal momento che, avendo ereditato dal padre il controllo dell’Africa del nord, era in grado di garantire continui **approvvigionamenti** ai romani, in un periodo di forte incertezza. La lotta di Massenzio per il potere fu all’ultimo sangue, nonostante vi siano stati da parte sua tentativi di accordo sia con **Galerio** che con il suo più grande avversario, **Costantino**, figlio di Costanzo. La storia ha poi deciso: Costantino, a capo di **quarantamila legionari Celti, Germani e Britanni,** scese in Italia, vincendo l’esercito fedele a Massenzio prima a Torino e poi a Verona, accampandosi a poca distanza da Roma, pronto ad assediare e a mettere definitivamente fuori gioco il suo avversario. Massenzio dovette compiere una **scelta**: asserragliarsi nella capitale vincendo il nemico per sfinimento o affrontare Costantino in una battaglia campale. I sacerdoti, incaricati di consultare un antichissimo oracolo, i Libri Sibillini, riferirono la frase: “*Oggi morirà un nemico dei romani*“. Interpretandola come un segno degli Dei, Massenzio decise di combattere. E nell**a battaglia di Ponte Milvio** il suo esercito venne sbaragliato e lui stesso, nel tentativo di risalire il fiume Tevere, cadde disarcionato dal suo cavallo, affogando per il peso della sua armatura. Gli appassionati di storia romana vedono in **Massenzio un grande sconfitto**, ma allo stesso tempo uno degli ultimi imperatori che avrebbero considerato **Roma il centro dell’impero**, a differenza di **Diocleziano**, che aveva già stabilito altre quattro capitali, e di **Costantino**, che con la fondazione di Costantinopoli ad Oriente condannò sostanzialmente Roma ad un progressivo oblio. Quale sarebbe stato dunque il governo di Massenzio? È vero, e ce lo confermano diverse fonti, che Massenzio avrebbe mantenuto Roma come centro politico ed economico. Probabilmente, con lui, lo storico baricentro dell’impero, il Mediterraneo Occidentale e soprattutto **l’asse Italia-Africa**, sarebbe rimasto intatto. L’impero sarebbe quasi certamente rimasto quello che tutti conosciamo, senza quella decentralizzazione verso i confini settentrionali e l’oriente. Certo, c’è da chiedersi la bontà di una tale scelta: al netto dei sentimenti degli appassionati di storia romana, che mai avrebbero voluto vedere tramontare il primato di Roma, gli imperatori precedenti, Diocleziano in primis, avevano creato nuove capitali soprattutto per **implacabili esigenze difensive** e in virtù di dinamiche che, palesemente, **non potevano più essere controllate dal centro Italia.** Se durante la seconda guerra punica, quando l’avversario era Cartagine, la centralità geografica di Roma nel Mediterraneo aveva costituito un vantaggio insuperabile, ora che i pericoli provenivano da settentrione, appare dolorosa, ma ragionevole, la creazione di nuove capitali in zone strategicamente più importanti. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/massenzio-basilica-1024x576.jpg "massenzio-basilica - Scripta Manent Italia")La basilica di Massenzio Tuttavia, vi è anche da considerare che Massenzio, proprio puntando sull’Africa come principale rifornimento di cibo per l’Italia **riuscì a resistere per ben sei anni, contro tutti.** Forse, se al posto di una guerra fratricida e civile tra contendenti al trono, gli imperatori fossero rimasti uniti mantenendo l’Italia e l’Africa come fulcro dell’impero, la storia avrebbe preso una piega diversa. In effetti, gli ultimi colpi di grazia alla centralità di Roma derivarono proprio dall’invasione, ad esempio da parte dei Vandali, del **nord Africa.** In questo senso, il tentativo di imperatori come **Maggioriano** di riconquistare esattamente quel territorio, ci fa capire quanto la ricostituzione dell’alleanza tra Italia e Nord Africa avesse il potenziale per resistere al disfacimento dell’impero. Potrebbe prendere in contropiede, invece, la concezione che **Massenzio aveva del Cristianesimo.** Secondo la maggior parte degli appassionati, **Costantino** fu il grande imperatore “**opportunista**“, sfruttatore del cristianesimo per biechi fini politici, colpevole dell’indebolimento di Roma e del tradimento della sua intrinseca natura. **Massenzio**, invece, sarebbe stato il grande protettore del paganesimo e delle antiche tradizioni, l’ultimo strenuo difensore della **“vera Roma.”** In realtà, recenti ricerche e scoperte, come quelle di **Marco Cecini** presso la biblioteca Marciana di Venezia, ci restituiscono un’interpretazione più variegata della politica massenziana: certamente Massenzio era **pagano**, convinto credente dell’antico Pantheon romano. Eppure, emanò un editto di tolleranza, che, andando ad abrogare quello di Diocleziano, palesemente anticristiano, dichiarava il cristianesimo **“religio licita”**, religione lecita, dimostrando la netta e chiara volontà di fare “pace” con i cristiani. Stupirà, ma anche Massenzio si era reso perfettamente conto dell’importanza di questo nuovo credo, che non poteva essere ignorato né represso, ma che anzi doveva essere felicemente integrato nei culti dell’impero. Quindi, più che immaginare Massenzio come un grande persecutore dei Cristiani, come ad esempio Diocleziano o Galerio, è più corretto vedere questa grande figura romana come il fautore di una **assimilazione dei Cristiani nell’ambito degli dei classici.** In questo senso, Massenzio dimostra di essere un vero “**romano**“, aperto e tollerante a condizione che la nuova cultura e il nuovo credo potesse convivere, in un certo senso sottomettersi, alle antiche tradizioni. In questo caso, sarebbe stato il cristianesimo stesso, soprattutto nella sua fascia più radicale, a ribellarsi ad un tale progetto. Il cristianesimo, monoteista per natura, non avrebbe mai potuto accettare il culto di Cristo abbinato ad altri dei. Tirando una linea, dobbiamo però aggiornare ciò che riteniamo di sapere su Massenzio, limitandoci ad immaginare gli effetti del suo regno se fosse rimasto unico imperatore, al posto di Costantino. Certamente, il solo Massenzio non sarebbe bastato ad operare un concreto cambio di passo in un periodo di crisi dell’impero, di affermazione del Cristianesimo e di spostamento del fulcro del potere verso Oriente. Una inversione di tendenza, in altre parole, non sarebbe mai stata possibile con il regno del solo Massenzio, ma, forse, esclusivamente con lo sviluppo di un’intera dinastia di imperatori, impegnati a portare avanti in maniera coerente, e per decenni, la stessa politica. Senza ciò, Massenzio, seppur da rivalutare, rimane un personaggio controcorrente, come Maggioriano o Giuliano l’apostata, incapaci, da soli, di cambiare il corso di una storia che stava già marcatamente prendendo una piega diversa. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Marciano: l'imperatore bizantino che si ribellò ad Attila](https://scriptamanentitalia.it/marciano-imperatore-bizantino/) **Published:** Gennaio 2, 2023 **Author:** Francesco Pignataro **Excerpt:** Marciano, il virtuoso imperatore bizantino chi si oppose ad Attila e che salvò il suo regno. **Content:** Il fatto che, in occasione dell’incoronazione di un imperatore bizantino, la folla urlasse la frase **“regna come Marciano”** ci fa comprendere come questo sovrano, il cui regno non fu tanto lungo, fu, comunque, particolarmente amato dal suo popolo. **Flavio Marciano** era nato in **Illiria o in Tracia nel 392 d.C**. figlio di un soldato ed egli stesso soldato, dato che molto giovane si arruolò in un’unità militare presso **Filippopoli**. Prese parte nel 421 d.C. alla guerra contro i **Persiani**, in seguito divenne ufficiale cadetto e, poi, per quindici anni, servì come comandante di reggimento agli ordini di **Ardaburio il Vecchio e del figlio Aspar.** Negli anni tra il 431 d.C. e il 434 d.C. fu ufficiale con Aspar durante la guerra contro i Vandali in Africa venendo catturato dal nemico durante un combattimento nei pressi della città di Hippo Regius. Secondo alcuni storici Genserico lo rilasciò dopo che Marciano gli ebbe promesso che non avrebbe mai più mosso guerra al suo regno. Grazie all’influenza di Ardaburio il Vecchio e di Aspar, Marciano riuscì a diventare **capitano delle guardie** e, successivamente, fu elevato al rango di tribuno e di senatore dell’Impero Romano d’Oriente. E’ molto probabile che in questo periodo si sia sposato ed abbia avuto la sua unica figlia, Elia Marcia Eufemia. Quando nel luglio del 450 d.C. **Teodosio II morì** senza eredi maschi a seguito di una caduta da cavallo, Marciano divenne il suo **successore e nuovo imperatore.** In verità vi erano altri candidati al trono come, per esempio, Valentiniano III, cugino di Teodosio II e marito della sua unica figlia superstite, ma tale candidato non piaceva né ad Aspar né al Senato orientale; anche Aspar era visto come possibile candidato, ma le sue origini barbariche e la sua fede ariana lo rendevano inaccettabile come imperatore. Aspar stesso rifiutò tale possibilità sapendo bene che per lui sarebbe stato meglio governare nell’ombra come magister militum e non diventare imperatore. La scelta di Marciano come successore di Teodosio II viene descritta in modi diversi dagli storici. Alcuni di loro dicono che fu Teodosio stesso, sul letto di morte e alla presenza di Aspar, a nominarlo suo successore (in quell’occasione disse a Marciano : *“Mi è stato rivelato che tu regnerai dopo di me“)* e che sia Aspar che la sorella di Teodosio, Pulcheria, abbiano accettato la volontà del defunto imperatore. Altri, invece, dicono che **Pulcheria scelse Marciano come suo marito e successore** del fratello e che Aspar abbia appoggiato tale scelta dato che Marciano era stato suo commilitone e subalterno. E’ anche possibile che il nome di Marciano fosse stato fatto da Aspar stesso e che poi Pulcheria lo abbia scelto. Indipendentemente da come effettivamente andò, **Pulcheria sposò Marciano nel 450 d.C.** e riuscì in questo modo a salvare la dinastia Teodosiana almeno per qualche anno. Il matrimonio servì a legittimare la posizione del nuovo sovrano e Pulcheria lo accettò a patto di mantenere la sua verginità. Il matrimonio sarebbe comunque rimasto **sterile** dato che Pulcheria aveva più di cinquant’anni e Marciano più di sessanta. Una delle prime decisioni prese dal nuovo imperatore fu quella di **far uccidere il consigliere di Teodosio II** l’eunuco **Crisafio** che era divenuto impopolare a Costantinopoli per aver spinto Teodosio a pagare una smisurata somma di denaro come tributo al re unno Attila e che, soprattutto, era nemico giurato di Pulcheria. Marciano nominò suoi consiglieri il maestro degli uffici Eufemio e il prefetto del pretorio Palladio e decise di smettere di pagare il tributo annuale ad Attila. Quando nel 451 d.C. gli emissari del re unno giunsero a Costantinopoli per riscuotere la tassa, Marciano gli rispose : **“Per Attila ho ferro, non oro”.** Attila, dopo aver ricevuto la risposta e dopo aver capito che Marciano non si sarebbe mai sottomesso a lui, fu tentato di condurre le sue armate contro l’Impero Romano d’Oriente, ma poi decise invece di volgere la sua attenzione verso la Gallia e verso l’Impero Romano d’Occidente. Attila sapeva che non sarebbe mai riuscito a prendere Costantinopoli, che la Tracia e i Balcani erano stati così devastati che ci sarebbero voluti anni per farli riprendere e che la terra di nessuno da lui imposta nei pressi del Danubio non aveva più molto da offrire. Marciano era, così, **riuscito a salvare il suo impero.** Il 451 d.C. fu anche l’anno del **Concilio di Calcedonia** : un concilio ecumenico che avrebbe dovuto sanare le diatribe che erano sorte dopo il secondo Concilio di Efeso. **Papa Leone I** aveva fatto pressioni sull’Impero d’Oriente affinché venisse convocato un nuovo concilio e venissero condannate come eresie sia il Monofisismo sia il Nestorianesimo. Una delle basi del nuovo concilio fu il **Tomus ad Flavianum** : una lettera inviata nel 449 d.C. al patriarca di Costantinopoli Flaviano in cui il Monofisismo veniva condannato. E’ vero, però, che Leone I avrebbe preferito un’altra sede più neutrale anche perché la situazione politica dell’Impero d’Occidente era drammatica, ma Marciano insistette affinché il concilio si tenesse a Calcedonia. Nel nuovo Concilio **venne condannato il Monofisismo come eresia,** così come tutti coloro che nel corso del precedente Concilio avevano sostenuto la tesi monofisista tra cui Dioscoro che perse il suo ruolo di patriarca di Alessandria e lo stesso Eutiche. Il Monofisismo continuò ad essere diffuso in Egitto e in Siria, mentre venne condannato in gran parte delle province orientali. Venne sancito a Calcedonia che Cristo aveva quindi due nature umana e divina ed era perfetto Dio e perfetto uomo. Le nuove definizioni dogmatiche andavano bene a Marciano e a Pulcheria, così come al papa e a gran parte dei vescovi. I problemi, però, sorsero quando il **patriarca di Costantinopoli Anatolio** volle che Costantinopoli fosse dichiarata sede di pari importanza rispetto ai patriarcati di Alessandria, Roma e Antiochia e che fosse ampliata la sua giurisdizione su vaste aree come il Ponto e la Tracia. Gli emissari del papa protestarono perché in questo canone conciliare non si faceva riferimento alla superiorità di Roma e del papa. Nonostante le richieste dei vescovi orientali, di Marciano e di Pulcheria, **papa Leone I non accettò** tale canone e ciò rappresentò un passo importante verso la futura separazione religiosa tra Oriente e Occidente. Negli anni successivi Marciano attuò **importanti riforme finanziarie** che fecero rifiorire le finanze orientali : ordinò per esempio ai consoli di non distribuire soldi al popolo, ma di usare quel denaro per mantenere in buone condizioni l’acquedotto cittadino, furono rimessi gli arretrati delle tasse e aboliti i servizi da prestare ai senatori. In politica estera Marciano fu **estremamente cauto** per paura di un nuovo attacco unno. Nel 452 d.C. **represse alcuni disordini in Siria e Egitto** e, non essendo sordo alla richiesta di aiuto dell’Impero d’Occidente e nonostante non nutrisse simpatia per Valentiniano III (che all’inizio non l’aveva riconosciuto come imperatore), tra il 451 d.C. e il 452 d.C. **inviò truppe ad Ezio per aiutarlo contro gli Unni.** Quando Attila invase l’Italia nel 452 d.C. fu probabilmente la notizia dell’arrivo delle truppe orientali a farlo desistere dall’intento di assediare Roma e ad indurlo a lasciare la penisola per paura di essere preso in trappola. Dopo le campagne nell’Impero d’Occidente il re unno rivolse la sua attenzione nuovamente a Oriente, ma morì nel 453 d.C. prima di poter muovere guerra contro Marciano. Il sovrano bizantino dichiarò di **aver sognato qualche giorno prima della morte di Attila che l’arco di quest’ultimo si spezzava davanti a lui e ciò era un segno della sua vittoria.** Nel 453 d.C. Pulcheria morì e Marciano si trovò solo come unico imperatore al comando. Egli decise lo stesso anno di far sposare sua figlia Eufemia con il nobile Antemio (futuro imperatore d’Occidente) e ciò portò al genero nuovi incarichi militari e organizzativi che gli fecero scalare le gerarchie civili e militari (divenne comes per la Tracia, poi magister militum e infine console e patrizio nel 455 d.C.) e che provocarono preoccupazioni ad Aspar che mal sopportava la presenza di Antemio a corte. Gli ultimi tre anni del suo regno furono caratterizzati da **relativa pace e dalla sua quasi totale non ingerenza nelle faccende dell’Occidente.** Dopo la morte di Ezio (454 d.C.) e di Valentiniano III (455 d.C.) la dinastia Teodosiana si era estinta e diversi furono i candidati alla porpora proposti da più parti: uno di questi fu Massimiano che era stato amministratore personale di Ezio, un altro fu Petronio Massimo appoggiato dal Senato romano e un altro candidato ancora di nome Maggioriano venne proposto dalla moglie di Valentiniano III, Licinia Eudossia, e dallo stesso Marciano. Alla fine la spuntò **Petronio Massimo** che, però, non venne riconosciuto da Marciano. L’imperatore orientale probabilmente su consiglio di Aspar non fece nulla per salvare il collega occidentale e Roma dal sacco dei Vandali di Genserico avvenuto nel 455 d.C. Nel 456 d.C. divenne imperatore Avito con il quale Marciano, nonostante fosse sempre deciso a mettere Maggioriano oppure il suo genero Antemio sul trono occidentale, ebbe rapporti meno tesi. Sempre nel 456 d.C. Marciano **decise di non intervenire contro i Persiani in Armenia** dove la popolazione era stata costretta ad abbandonare la fede cristiana dal re Yazdgard II e aveva chiesto un suo intervento. Dato che aveva troppo timore di scatenare una lunga guerra con i Persiani, egli mandò un messaggio al re Yazdgard in cui gli comunicava che non sarebbe intervenuto. Alla fine del 456 d.C., un colpo di stato guidato dal magister militum Ricimero provocò la caduta di Avito che morì forse assassinato all’inizio del 457 d.C. Antemio venne visto subito **come suo possibile successore** e poteva contare sull’appoggio di Marciano stesso. L’imperatore orientale, però, morì nel gennaio del 457 d.C. a seguito di una gangrena, dopo aver compiuto un pellegrinaggio religioso e dopo una lunga agonia. Entrambi gli imperi furono, per un breve periodo, senza imperatore e governati dai due magister militum ad Occidente Ricimero e ad Oriente Aspar. Antemio, dopo la morte di Marciano, fu considerato un valido candidato oltre che per l’Occidente anche per l’Oriente. In Oriente, però, Aspar considerava Antemio pericoloso e poco controllabile e, per questo motivo, appoggiò come candidato e alternativa ad Antemio un altro suo commilitone il trace Leone che, grazie al suo appoggio, fu incoronato imperatore nel febbraio del 457 d.C. con il nome di Leone I. Aspar aveva dimostrato ad Antemio di essere il **“vero padrone”** dell’Impero d’Oriente. In Occidente, in un primo momento, Leone I decise di non scegliere alcun collega, ma nominò sia Ricimero che Maggioriano magister militum. In seguito, però, anche grazie ad un’importante vittoria ottenuta dal comes Burcone e da Maggioriano contro gli Alamanni nei pressi del Lago Maggiore, Leone I decise di scegliere Maggioriano come imperatore d’Occidente e suo collega. Maggioriano fu incoronato imperatore il 1 aprile del 457 d.C. ottenendo l’appoggio di Ricimero che mantenne la carica di magister militum. Con la morte di Marciano **si estinse la dinastia Teodosiana** orientale e ebbe inizio quella di Leone I. A proposito di Marciano si può affermare che fu certamente un valido sovrano e che, grazie ai suoi 7 anni regno, Costantinopoli tornò alla grandezza che aveva prima della devastazione portata da Attila. Marciano fu un **sovrano deciso e dimostrò notevole coraggio** nell’affrontare il re unno, oltretutto, al culmine del suo potere. Ebbe, certamente, la fortuna dalla sua parte considerato che Attila, durante il periodo del suo impero, la prima volta rinunciò ad attaccare l’Oriente e la seconda volta non riuscì a farlo a causa del sopraggiungere della morte. I suoi rapporti con l’Occidente furono, invece, molto altalenanti. Molti storici lo hanno definito indifferente alle sorti di questa parte dell’Impero, anche se è necessario ricordare che Marciano aiutò Ezio contro gli Unni e contro i Visigoti. Non fece nulla, invece, per salvare Roma dai Vandali, sia per le sue antipatie verso Petronio Massimo, sia perché la richiesta di aiuto a Genserico era stata fatta dall’imperatrice Licinia Eudossia (che mal sopportava anche lei Petronio Massimo), sia perché, su consiglio di Aspar, aveva probabilmente compreso che l’Occidente, la cui sorte era ormai segnata, era troppo difficile da salvare ed era destinato a implodere. L’amicizia e il legame con Aspar accrebbero enormemente il potere del magister militum, ma il generale alano si dimostrò sempre un suo fedele sostenitore e le voci su una possibile morte di Marciano per avvelenamento da parte di Aspar appaiono prive di fondamento considerata, anche, la lunga agonia di Marciano. Marciano può essere, nel complesso, considerato un buon sovrano per l’Oriente : durante il suo regno risanò le finanze orientali e le sue riforme furono un toccasana per la gente di Costantinopoli che, per questo, lo considerò un ottimo sovrano, degno di essere inserito nel pantheon dei migliori imperatori. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/11/90569988_10222018766607140_7288216140151521280_n.jpg) Francesco Pignataro Nato a Bari nel 1990, ho fatto il liceo classico poi mi sono laureato in medicina e chirurgia presso l'università di Bari e sono specializzando in patologia clinica e biochimica clinica presso la stessa università. Da sempre appassionato di storia e storia dell'arte, in questi ultimi anni ho fatto diverse ricerche e approfondimenti sulle biografie di personaggi conosciuti e meno conosciuti della storia romana e bizantina. I miei interessi spaziano anche in altri periodi storici. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-pignataro/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-pignataro/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Cinque città antiche e potenti... dissolte nel nulla](https://scriptamanentitalia.it/citta-scomparse/) **Published:** Gennaio 2, 2023 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La storia di 5 città antiche e potenti completamente spazzate via e di cui non rimane quasi nulla. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Mohenjo-Daro, la città scomparsa](#Mohenjo-Daro_la_citta_scomparsa) - [Tanis, la capitale d’Egitto prima di Alessandria](#Tanis_la_capitale_dEgitto_prima_di_Alessandria) - [Helike, un centro economico greco dissolto nel nulla](#Helike_un_centro_economico_greco_dissolto_nel_nulla) - [El Dorado: la città d’oro](#El_Dorado_la_citta_doro) - [I coloni inglesi scomparsi](#I_coloni_inglesi_scomparsi) Ci sono **cinque città completamente scomparse**, eppure testimoni di potenti civiltà che hanno lasciato il segno nella storia dell’uomo. Da un’antica capitale egizia, a un centro religioso greco fino alla prima città inglese in America,: queste città si sono completamente dissolte senza lasciare alcuna traccia. Eppure in questi centri si svolsero dinamiche importantissime. ## Mohenjo-Daro, la città scomparsa Le civiltà che si svilupparono nella **valle dell’Indo**, nella regione che oggi corrisponde al **Pakistan**, conobbero tra il 2500 a.C e il 1720 a.C una potenza e uno splendore pari a quello della Mesopotamia e dell’Egitto. Ma mentre le civiltà mesopotamiche ed egizia si sono evolute mescolandosi ad altre culture, l’antico e glorioso impero della valle dell’Indo è scomparso e **non sappiamo il perché.** Eppure quei popoli potevano beneficiare di terre fertili, di cui abbondava la pianura alluvionale del fiume Indo, oltre che del commercio con la vicina Mesopotamia. Tutto quello che ci rimane di quella splendida civiltà è il ricordo di due città: **Harappa e Mohenjo-Daro,** un tempo abitate da circa cinquantamila persone. Gli archeologi ritengono che in quei centri fosse diffusa una **scrittura elaborata,** ancora oggi in gran parte indecifrata, e una **fiorente cultura**, tanto che erano già diffuse complesse unità di peso e misure per il commercio. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/Mohenjo-Daro-1024x744.jpg "Mohenjo-Daro - Scripta Manent Italia")I resti dellantica città di Mohenjo DaroTuttavia, attorno al 1900 a.C, alcuni invasori **spazzarono via la grande città di Mohenjo**: e nessuno pensò di ricostruirla. Le recenti scoperte archeologiche nel mar Arabico testimoniano la presenza di pesanti monsoni portati da una sorta di “piccola glaciazione artica”, che potrebbe aver convinto gli abitanti a spostarsi sulle colline. Ecco perché non abbiamo reperti significativi dello splendore di quella antica città: ancora oggi gli archeologi continuano a scavare, sperando di individuare nuove tracce che ci permettano di recuperare il glorioso passato di Mohenjo-Daro. ## Tanis, la capitale d’Egitto prima di Alessandria Oggi **Sân el-Hagar** è una piccola e tranquilla città egizia. Ma un tempo **Tanis**, questo il suo nome antico, situata sul delta del Nilo a nord-est del Cairo, rappresentava un **centro cittadino ricchissimo** di infrastrutture e monumenti, tra cui un complesso di tombe reali pieno di maschere d’oro, gioielli, bare d’argento e altri tesori. La storica città di Tanis era addirittura **la capitale dell’Egitto durante la ventunesima dinastia**, tanto da essere il più importante centro commerciale molto prima dell’ascesa della ben più famosa Alessandria. Poi, improvvisamente, quando il fiume Nilo cambiò il suo corso, la fortuna economica di Tanis scomparve e la città divenne deserta. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/tanis.jpg "tanis - Scripta Manent Italia")Tanis città egizia un tempo più potente di Alessandria Gli archeologi europei iniziarono a riscoprire Tanis nel XIX secolo, soprattutto nel 1939, quando l’archeologo francese Pierre Montet scoprì un magnifico complesso di tombe reali che comprendeva tre camere funerarie ancora intatte. Purtroppo, lo scoppio della seconda guerra mondiale interruppe ogni ricerca. Anche se alcuni tesori conservati a Tanis sono ora esposti al museo egizio del Cairo, gli scienziati ritengono che ci sia ancora moltissimo da scoprire, tanto che le immagini satellitari a infrarossi rivelano diversi edifici ancora in attesa di essere scoperti. ## Helike, un centro economico greco dissolto nel nulla L’antica città stato greca di **Helike** rappresentava un centro economico, culturale e religioso di primaria importanza. Viene citata tra gli alleati di Agamennone persino nell’Iliade, tanto che nel IV secolo a.C guidava la lega achea, una alleanza difensiva di città. Helike, a capo della confederazione, riuscì a stabilire persino delle colonie, tra cui **Sibari**, nell’Italia meridionale. Secondo gli storici, nel 373 a.C Helike andò incontro ad una **terribile catastrofe.** Le fonti antiche raccontano che la città venne invasa per cinque giorni da serpenti, topi ed altre creature mostruose che successivamente abbandonarono il territorio per raggiungere terreni più elevati. Di lì a poco, un pesante terremoto avrebbe colpito la città, che sarebbe precipitata nel terreno e sarebbe stata travolta dall’oceano, con la drammatica morte di tutti i cittadini. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2023/01/helike-1-1024x768.jpg "helike-1 - Scripta Manent Italia")Gli scavi di Helike un tempo potentissima città greca**Helike scomparve dalla storia** e la sua esatta posizione è rimasta sconosciuta per tantissimo tempo. Molti esploratori del XX secolo, tra cui Jacques Yves, cercarono invano di recuperare tracce di Helike nel golfo di **Corinto**. Poi, nel 2001, un team di archeologi esplorò l’entroterra trovando finalmente tracce delle mura che proteggevano Helike nel IV secolo a.C, oltre ad alcune monete e a ceramiche sepolte per secoli sotto diversi strati di limo. La città, riscoperta dopo un oblio durato secoli, potrebbe aver ispirato la storia di Atlantide. Nel frattempo, gli scavi proseguono ancora oggi. ## El Dorado: la città d’oro Quando gli **esploratori spagnoli del ‘500** sbarcarono nel sud America, sentirono parlare della leggenda di El Dorado, una città completamente costituita d’oro. Le leggende parlavano di una città magnifica, da qualche parte presso le Ande, dove l’oro era talmente abbondante che gli indigeni, quando nominavano un nuovo capo, lo ricoprivano d’oro dalla testa ai piedi, gettando al suo passaggio monete e smeraldi. Gli avventurieri spagnoli, tedeschi, portoghesi e inglesi esplorarono per decenni le terre selvagge della **Colombia, della Guyana e del Brasile** alla ricerca del mitico tesoro, affrontando malattie e serpenti. Nessuno ha mai ritrovato El Dorado, che viene classificata come un’autentica leggenda. Eppure, le storie che parlano di El Dorado citano un lago che potrebbe corrispondere all’odierna **laguna Guatavita**, nella parte delle Ande che si staglia vicino a Bogotá, in Colombia. Effettivamente, le ricerche svolte in quella zona hanno ritrovato parecchi oggetti d’oro e gioielli preziosi. I tentativi di prosciugare il lago per verificare l’effettiva esistenza di El Dorado sono falliti. Ancora oggi, se un tesoro c’è, è ancora intatto. ## I coloni inglesi scomparsi Nell’agosto del 1587, 115 coloni inglesi sbarcarono a **Roanoke Island,** al largo dell’attuale North Carolina. Erano guidati dal governatore coloniale **John White**, da suo figlio, dalla nuora e dalla nipote Virginia Dare, la prima bambina inglese nata nelle Americhe. Pochi mesi dopo, White salpò per l’inghilterra per raccogliere nuovi rifornimenti. Quando, tre anni dopo, ritornò… **non trovò più nessuno**. Non vi era alcuna traccia di lotta o di combattimenti: solo un palo di legno con alcune parole incise: “*Croatoan*” e “*Cro*.” I coloni perduti non furono **mai ritrovati**. I ricercatori hanno tentato di ricostruire cosa sia successo a partire da una mappa dell’area disegnata direttamente da John White e nel 2012 gli archeologi hanno individuato alcuni manufatti europei vicino ad un villaggio di nativi americani chiamato **Mettaquem**. Che siano tracce degli indigeni inglesi scomparsi nel ‘500? Altri archeologi sostengono di aver ritrovato manufatti che potrebbero appartenere ai coloni scomparsi sulla moderna isola di **Hatteras**, 50 miglia a sud di Roanoke. Si tratta di un’elsa di spada, di ciotole di manifattura inglese e di un frammento di una tavoletta di ardesia dove è ancora incisa una lettera. La prima “colonia perduta” d’America potrebbe essersi dissolta per essere assimilata dai villaggi indigeni: gli archeologi continuano a cercare. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Una terza bomba atomica sul Giappone? Gli USA l'avevano ed erano pronti](https://scriptamanentitalia.it/terza-bomba-atomica-giappone/) **Published:** Dicembre 14, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Una terza bomba atomica, obiettivo Tokyo, era pronta ad essere sganciata sul Giappone, nell'agosto del 1945. **Content:** Le bombe atomiche di **Hiroshima e Nagasaki**, sganciate rispettivamente il **6 e il 9 agosto del 1945,** sono universalmente considerate come l’ultimo atroce atto della Seconda Guerra Mondiale. Eppure, sembra che gli americani avessero in serbo una possibile terza bomba atomica, nel caso in cui Giappone non si fosse arreso. Dopo Hiroshima, l’alto comando giapponese si riunì, il **9 agosto**, per prendere decisioni fondamentali sull’andamento della guerra: il tema del giorno, in realtà, era concentrato sulla recente **dichiarazione di guerra da parte dell’Unione Sovietica** e la conseguente invasione della Manciuria. Fu esattamente in quelle ore che i giapponesi vennero a conoscenza del secondo attacco su Nagasaki. Era la prova che l’ordigno di Hiroshima non era l’unico in possesso degli Stati Uniti, e che il potenziale bellico americano era ben più alto delle previsioni. Ma nemmeno la “tenaglia” Stati Uniti – Unione Sovietica aveva convinto gli alti comandi giapponesi alla resa incondizionata. **L’imperatore giapponese Hirohito e i suoi** si misero infatti al lavoro sulla bozza di una resa “*condizionata*” agli americani, con lo scopo di preservare l’autonomia della nazione. Nel frattempo, negli USA regnava l’incertezza. L’offerta da parte del Giappone di una resa a metà, arrivata il 10 agosto, venne esaminata con attenzione dal presidente Truman e dal suo gabinetto. Nel frattempo, però, il Gen. **Leslie Grooves**, responsabile del “*Progetto Manhattan*” per lo sviluppo delle bombe atomiche, inviò una lettera al Gen. **George Marshall**, capo del Gabinetto, avvisandolo che una **terza bomba nucleare** sarebbe stata pronta molto prima del previsto. Infatti, gli scienziati impegnati a **Los Alamos, nel Nuovo Messico,** stavano approntando gli ultimi componenti per la terza bomba atomica, che sarebbe stata pronta per lo sgancio in circa una settimana. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/terza-bomba-atomica-giappone.jpg "terza-bomba-atomica-giappone - Scripta Manent Italia")Il cuore della terza bomba atomica pronta ad essere lanciata contro Tokyo nellagosto 1945 Quando il presidente Truman lo venne a sapere, la sua presa di posizione fu chiara: il terzo ordigno atomico sarebbe stato sganciato **solo dietro un suo ordine diretto**. Vietata l’iniziativa degli alti comandi militari. Per quale motivo Truman, che aveva definito l’attacco di Hiroshima come “*il più grande risultato della storia militare*” non approfittò della situazione? Una possibile interpretazione risiede nella considerazione che un terzo ordigno avrebbe potuto accelerare piuttosto che fermare la guerra, dal momento che i giapponesi, vedendosi sull’orlo della distruzione, avrebbero potuto mobilitare tutte le loro forze. Altri storici ritengono invece che Truman volesse evitare un ulteriore spargimento di sangue. Nel diario di **Henry Wallace**, il suo segretario del commercio ed ex vicepresidente, viene indicato a chiare lettere che “*Truman ordinò lo stop alla terza bomba atomica in quanto l’idea di uccidere altre 100.000 persone era raccapricciante*“. A questo punto, il destino del conflitto era nelle mani dei giapponesi. La disponibilità di Hirohito alle trattative faceva ben sperare, ma il Presidente americano poteva accettare solamente una resa senza condizioni: tale fu la risposta recapitata dagli USA al Giappone. Così, dal **10 al 14 agosto**, si rimase in ansiosa attesa. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/gabinetto-henry-truman-1024x811.jpg "gabinetto-henry-truman - Scripta Manent Italia")Harry Truman e il suo gabinetto il 10 agosto 1945 Il giornalismo e gli opinionisti americani ritenevano che l’unico modo di ottenere quanto volevano dai giapponesi fosse l’impiego di un nuovo ordigno atomico. Così andava l’opinione pubblica. A Los Alamos, gli scienziati stavano intanto apportando gli ultimi ritocchi: in particolare, la nuova arma avrebbe innescato un’implosione composita di plutonio e di uranio arricchito, aumentando drasticamente il numero di morti e di danni. Nonostante la frenata di Truman, anche i generali dell’Aeronautica USA erano convinti, e pronti, all’utilizzo di un terzo ordigno. Lo conferma un telegramma del 10 agosto del **Gen. Spaatz inviato al Gen. Nordstad,** dove si **raccomandava fortemente** per l’impiego di una nuova atomica, sulla città di Tokyo. L’effetto psicologico di un attacco del genere sul governo giapponese sarebbe stato, nella sua valutazione, molto più importante dei danni inflitti alla popolazione. E per tutta risposta, Spaatz venne a sapere che la sua proposta era tenuta in **alta considerazione** da diversi suoi colleghi. La decisione finale sarebbe stata presa solo nelle 48 ore successive. Il 14 agosto, Spaatz sollecitò nuovamente l’utilizzo della bomba, spiegando che *“vi era estrema urgenza di trasferire l’ordigno nei pressi di Tinian per poi procedere contro Tokyo”*. Ancora una volta, Truman lo fece aspettare, con la promessa che la decisione finale sarebbe arrivata il giorno successivo. In quelle drammatiche ore, l’ultimo confronto avvenne tra Truman e l’ambasciatore britannico, che si dimostrò anch’esso preoccupato e sfiduciato: l’imperatore Hirohito e i suoi consiglieri non sembravano disposti ad arrendersi incondizionatamente e forse la bomba atomica lanciata su **Tokyo** appariva, minuto dopo minuto, l’ipotesi più plausibile. Qualora Truman avesse dato l’ordine, lo sgancio sarebbe avvenuto nell’arco di 24 ore. Per fortuna, il 14 agosto 1945, il Giappone, intuendo la disponibilità di ulteriori armi atomiche a disposizione dell’arsenale americano, accettò di stipulare una resa incondizionata. Ancora oggi si discute sul motivo che portò l’imperatore e i suoi ad accettare le richieste americane, una vera e propria decisione dell’ultimo minuto. Probabilmente, la determinazione di Truman, la dichiarazione di guerra Sovietica e i crescenti dubbi nelle forze interne al Giappone influirono, in diversa misura, sulla decisione che, di fatto, pose fine alla seconda guerra mondiale. Se la guerra fosse continuata? molto probabilmente, anzi quasi certamente, una terza bomba sarebbe stata utilizzata e il capolinea del conflitto si sarebbe spostato di mesi, forse di anni. L’unica certezza è che l’impiego di una **terza bomba atomica su Tokyo** fu un’ipotesi **molto più che plausibile**, in quelle convulse giornate dell’agosto 1945. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [La bolla dei Tulipani: la più disastrosa speculazione economica dell'età moderna](https://scriptamanentitalia.it/bolla-speculativa-tulipani/) **Published:** Dicembre 22, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La bolla dei Tulipani, durante il periodo d'oro olandese, è il più antico esempio di disastro speculativo dell'epoca moderna **Content:** **L’età dell’oro olandese**, che va dalla fine del XVI secolo alla fine del XVII, ha visto i Paesi Bassi diventare un paese leader in Europa, con una economia tra le più prospere e floride del continente, se non del mondo. Ma uno dei fenomeni più bizzarri e allo stesso tempo interessanti della storia olandese, è la cosiddetta “**bolla speculativa dei Tulipani**“, un vero e proprio **disastro economico** che investì migliaia di risparmiatori, entrato nella Storia dell’economia come uno dei peggiori tonfi finanziari dell’Uomo. I tulipani arrivarono nei Paesi Bassi nel **1590**: la bellezza dei fiori fece subito intravedere ai mercanti olandesi la possibilità di farne un importante business. I primi tulipani erano **monocolore**, ma attraverso una serie di **incroci e di esperimenti,** i commercianti cominciarono ad ottenere effetti come striature sui petali, fasce di colore diverso o motivi simili a fiamme. Così, nacque un intenso scambio tra esperti di bulbi di tulipano. In realtà, nonostante gli sforzi, nessuno aveva pienamente compreso come ottenere esattamente l’effetto desiderato: lontani diversi secoli dal comprendere le leggi fondamentali della genetica, si utilizzavano i metodi più disparati. Alcuni pensavano che cospargere la terra su cui cresceva il bulbo con i pigmenti del colore desiderato avrebbe raggiunto l’effetto. Altri invece cercavano di fondere insieme bulbi di diverso colore. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/125315556-7986556c-8298-4361-8193-d860ee90225c-1024x576.jpg "125315556-7986556c-8298-4361-8193-d860ee90225c - Scripta Manent Italia") Altri ancora, ritenevano che affidarsi a dei riti scaramantici permettesse di ottenere tulipani adatti ad essere venduti sul mercato. Nonostante questo, i tulipani diventavano **sempre più di moda** e i commercianti di bulbi iniziarono a registrare delle cifre ragguardevoli. Una larga fascia di artigiani e imprenditori cominciarono così ad interessarsi al mercato, **investendo con sempre maggiore fiducia.** Durante l’esplosione del Mercato dei Tulipani, e soprattutto attorno al 1620, nacque una varietà chiamata **Semper Augustus**: si trattava di una combinazione meravigliosa di colori. Ad oggi la varietà è estinta, ma secondo le cronache del tempo, il Semper Augustus aveva i petali bianchi con fiamme cremisi, che li percorrevano in linee perfettamente simmetriche e ininterrotte. Questa varietà era tanto stupenda quanto rara: all’inizio del ‘600, esistevano solamente **12 bulbi in tutto il mondo di Semper Augustus.** Nel 1623, un commerciante arrivò ad offrire **12 mila Fiorini olandesi,** che sarebbero stati sufficienti per acquistare una lussuosa villa ad Amsterdam, pur di accaparrarsi un esemplare di quel tulipano meraviglioso, a testimonianza di quanto il mercato avesse raggiunto il culmine. In realtà quel miracolo economico nascondeva una forte **insidia**: i commercianti non scambiavano i tulipani sbocciati, quanto piuttosto i **bulbi**. Non vi era alcuna certezza che il Tulipano avrebbe preso esattamente la colorazione desiderata, e non si era nemmeno sicuri che il fiore sarebbe sbocciato. Nonostante ciò, per decenni nuovi medio-piccoli imprenditori **investirono in bulbi**, facendo aumentare il prezzo dei tulipani in maniera esponenziale. Confidando nel fatto che si potessero ottenere enormi profitti con un’operazione relativamente semplice come la compravendita dei bulbi, migliaia di risparmiatori si aggiunsero nel mercato con imprese improvvisate. I bulbi più costosi potevano essere scambiati per **migliaia e migliaia di Fiorini,** l’equivalente di un salario annuale di un appartenente alla classe media. All’inizio del **1636** il mercato dei Tulipani arrivò ad una fase che in economia viene conosciuta come “**mercato a termine**“: significa che i bulbi non passavano più fisicamente di mano in mano, ma venivano semplicemente venduti attraverso dei contratti alla fine della stagione. A quel tempo, i tulipani rappresentavano la quarta maggiore esportazione dei Paesi Bassi e i contratti passavano anche decine di volte al giorno nelle mani di diversi investitori. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/grafico-tulipani.jpg "grafico-tulipani - Scripta Manent Italia") Poi, nel **febbraio del 1637, la catastrofe**. Il mercato dei bulbi di tulipani crollò da un giorno all’altro. Il giro d’affari era diventato tanto grande quanto incontrollabile, e le aste per l’acquisto dei bulbi furono improvvisamente **vuote**. Gli speculatori, che avevano investito in contratti, piuttosto che in veri e propri bulbi, non avevano più il denaro contante per acquistare nemmeno le varietà monocolore più economiche. Nel frattempo, **la domanda crollò rapidamente**. Non sappiamo esattamente il motivo dell’improvviso stop alla richiesta dei bulbi di tulipano: secondo alcuni, fu colpa di un’epidemia di peste che provocò una contrazione del mercato. Ma ancora oggi si discute sulla reale motivazione di una crisi così grave ed immediata. I prezzi dei bulbi crollarono all’istante, e il repentino cambiamento del mercato provocò **migliaia e migliaia di fallimenti**, soprattutto fra i piccoli imprenditori, che senza aver diversificato i loro investimenti, si ritrovarono in **bancarotta**. La bolla speculativa dei Tulipani colpì profondamente l’opinione pubblica olandese: diversi analisti del tempo ed economisti del periodo si chiesero come fosse possibile che il mercato avesse scambiato dei bulbi di tulipano più facilmente e velocemente di case e terreni. Nacquero anche intensi dibattiti sul valore degli oggetti e dei beni. Purtroppo, non abbiamo dati specifici sull’economia olandese del primo Seicento, il che **impedisce anche agli economisti odierni di capire esattamente cosa sia successo.** Anche se, in un’ottica macroeconomica, la bolla speculativa non ebbe effetti devastanti sull’intera economia olandese o Europea, essa può essere considerata come una “**punizione**” per gli imprenditori più spericolati, che si erano lanciati in una impresa senza adeguata preparazione. Oggi, la “bolla dei tulipani” rappresenta il più **antico esempio di disastro speculativo**, utilizzato spesso durante le moderne lezioni di economia e di finanza per rappresentare un mercato che, nonostante la rapidissima crescita, nasconde insidie ed incertezze. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Moderna, Top --- ### [Catone il Censore: la vita del più severo tra i romani](https://scriptamanentitalia.it/catone-censore-vita/) **Published:** Maggio 11, 2021 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Catone il Censore: il più severo, integerrimo romano, strenuo difensore delle antiche tradizioni, in una repubblica sempre più diversa dalle origini **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Infanzia e giovinezza](#Infanzia_e_giovinezza) - [La missione in politica con Flacco](#La_missione_in_politica_con_Flacco) - [Catone questore e nemico di Scipione Africano](#Catone_questore_e_nemico_di_Scipione_Africano) - [Scipione governatore della Sardegna](#Scipione_governatore_della_Sardegna) - [Il consolato e la lotta contro il lusso](#Il_consolato_e_la_lotta_contro_il_lusso) - [Catone in Spagna](#Catone_in_Spagna) - [Gli avversari: Antioco e Scipione](#Gli_avversari_Antioco_e_Scipione) - [La vecchiaia: conservatore fino all’ultimo](#La_vecchiaia_conservatore_fino_allultimo) - [L’eredità di Catone il Censore](#Leredita_di_Catone_il_Censore) **Marco Porcio Catone**, conosciuto anche come **Catone il Censore o Catone il Vecchio**, è stato un importante senatore e aristocratico romano, passato alla storia per essere il più strenuo difensore delle antiche abitudini della società romana e per essersi drasticamente opposto alle nuove mode provenienti dalla Grecia, oltre ad aver aspramente combattuto in Senato per votare la distruzione di Cartagine. Di Porcio Catone ci rimangono diverse cronache, tante opere storiografiche da lui redatte (e purtroppo non giunte fino a noi), ma soprattutto un simbolo eterno di integerrimo romano, che ha incarnato fino all’ultimo le più antiche tradizioni e l’atteggiamento più rustico e guerriero, proprio dei Padri fondatori di Roma. ## Infanzia e giovinezza Catone nacque nel comune di **Tuscolo**: il padre aveva militato nell’esercito e suo bisnonno aveva ricevuto una ricompensa per aver ucciso cinque cavalli nemici in battaglia. Ma nonostante queste prodezze militari, la famiglia di Catone non aveva mai ottenuto particolari ruoli o riconoscimenti politici, nè magistrature di un certo rilievo. Durante la sua primissima infanzia, Catone supervisionò un terreno che gli era stato lasciato in eredità dal padre, nella zona del Sabino, dove condusse una vita particolarmente semplice e dove sviluppò il senso per gli affari. Un curioso particolare è che un suo vicino di casa era **Manio Curio Dentato**, il generale che mise di fatto fine alle guerre sannitiche, che fu di grande ispirazione per Catone, il il quale lasciò presto la vita rurale per dedicarsi alla carriera politica e militare. Sappiamo che nel 214 a.C prestò servizio militare a **Capua** e lo ritroviamo durante l’assedio di Taranto, nel bel mezzo della seconda guerra punica, al fianco del dittatore **Quinto Fabio Massimo**. Un altro momento di particolare importanza per la sua carriera politica fu quando, sotto il comando del console Claudio Nerone, partecipò alla battaglia del **Metauro**. Secondo le fonti, Catone e il suo lavoro di raccolta di informazioni furono molto importanti per comprendere i movimenti del nemico, il cartaginese Asdrubale Barca. Fu probabilmente in questo periodo che Catone sviluppò la sua idea di totale annientamento dell’avversario punico. Plutarco, nella Vita di Catone il Vecchio”, ci racconta che proprio in quel periodo cominciò a concludere i suoi discorsi pubblici con la storica frase *“Carthago delenda est”*, “Cartagine deve essere distrutta”. ## La missione in politica con Flacco Incarnando al meglio lo spirito degli antichi padri fondatori, Catone tornò, subito dopo la guerra, nella sua fattoria Sabina, dove era abituato a vestirsi in maniera semplice, lavorando la terra e senza godere di alcun privilegio dal suo servizio militare. Le fonti antiche lo riportano come **giudice imparziale**, severo ma giusto, e che spesso si adoperò per sostenere o dirimere delle cause tra i suoi vicini, portando le esigenze dei cittadini di campagna di fronte alle grandi assemblee aristocratiche. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/05/catone_censore_grande-1024x576.jpg "catone_censore_grande - Scripta Manent Italia") Durante questo periodo di “pausa” delle guerre, Catone sviluppò notevoli capacità oratorie, imparò l’arte della retorica e approfondì i suoi studi in legge, sviluppando una personalità particolarmente dura e complessa, ma anche straordinariamente efficace nella difesa degli antichi valori romani. Uomo fondamentale per la carriera di Catone, fu **Lucio Valerio Flacco**: si trattava di un giovane appartenente ad una famiglia patrizia, che aveva una notevole influenza sulla politica romana. Ammirando il carattere di Catone, Flacco cominciò a sostenerlo pubblicamente, esaltando presso i suoi concittadini lo spirito marziale di Catone e lodandolo per la sua capacità retorica. In questo modo Catone venne definitivamente attratto verso la carriera politica e cominciò a farsi notare nel foro, tenendo una lunga serie di discorsi e perorando una grande quantità di cause diverse, fino alla sua candidatura a magistrato. ## Catone questore e nemico di Scipione Africano Nel 205 a.C Catone fu finalmente nominato questore e si fece un nemico importante. Durante il suo mandato, il generale Scipione l’Africano chiese al Senato il permesso di condurre la guerra contro Annibale direttamente in Africa. Flacco si oppose all’idea di conferire a Scipione tale potere e manifestò parere negativo, assieme a Catone, che si schierò contro la famiglia degli Scipioni. Nonostante le proteste, Scipione ottenne dal Senato il permesso che cercava. E Catone fu perdipiù incaricato di scortare alcune navi portabagagli e di consegnarle proprio al suo avversario. Osservando come Scipione stava organizzando la campagna d’Africa, Catone avrebbe criticato **l’eccessiva indulgenza nei confronti delle truppe e le esagerate spese** che stava sostenendo. Tornato a Roma, Catone propose al Senato una serie di riflessioni sullo sperpero di denaro che Scipione stava portando avanti e fu per il suo intervento che venne inviata una commissione di tribuni per esaminare l’attività di Scipione. Scipione superò l’esame, ma Catone rimase sempre la figura politica più critica nei confronti del grande generale romano. ## Scipione governatore della Sardegna Nel 399 a.C Catone fu eletto edile e, grazie alla stretta collaborazione con il suo collega Elvio, restaurò i giochi della plebe, tenendo diversi banchetti in onore di Giove. Nel 398 a.C divenne pretore e fu nominato governatore della **Sardegna**, al comando di 3000 fanti e 200 cavalieri. La gestione della Sardegna fu perfettamente in linea con il suo carattere: vennero ridotti i costi di tutti gli ufficiali operativi e dimostrò una grande frugalità, in opposizione all’opulenza dei magistrati provinciali che avevano governato prima di lui. Vennero celebrati diversi riti religiosi, ma senza spendere troppo denaro dalle casse pubbliche, e amministrò con assoluta imparzialità la giustizia sul territorio, comminando delle punizioni particolarmente severe, qualora necessario. Aurelio Vittore ci parla anche di una rivolta che fu rapidamente risolta da Catone durante il suo governatorato. ## Il consolato e la lotta contro il lusso La carriera di Catone era ormai lanciata e nel 195 a.C, a soli 39 anni, Catone fu eletto console, assieme al suo amico e patrono Flacco. L’attività di Catone come console fu particolarmente prolifica: Catone si adoperò per **limitare il lusso a Roma,** che secondo la sua visione stava degradando gli antichi valori dei padri fondatori. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/05/catone_censore_primopiano.jpg "catone_censore_primopiano - Scripta Manent Italia") Nel 215 a.C, su richiesta del tribuno della plebe Caio Oppio, fece approvare una legge che limitava il lusso e la stravaganza delle matrone romane, per risparmiare denaro necessario per le operazioni militari. La linea di Catone era durissima: nessuna donna poteva possedere più di mezza oncia d’oro, non poteva indossare indumenti di diversi colori o guidare una carrozza di cavalli a meno di un miglio dalla città. Dopo la vittoria di Roma contro Annibale vi furono dei tentativi di abolire la legge ma Marco Giunio Bruto e Tito Giunio Bruto si opposero. La situazione però diventò incandescente: le matrone romane iniziarono ad **affollare le strade**, bloccarono l’accesso al Foro e chiesero a tutti gli aristocratici di restaurare i tradizionali ornamenti propri delle donne romane. Le signore dell’aristocrazia romana lanciarono continue richieste a pretori, consoli e altri magistrati per l’abrogazione della legge. Se persino Flacco prese in considerazione l’idea di annullare il provvedimento, Catone rimase totalmente inflessibile, pronunciando un discorso particolarmente duro nei confronti delle matrone romane e dei loro vizi. Nonostante il suo sforzo, alla fine la legge fu abrogata e le matrone romane sfilarono in processione per le strade di Roma, felici di esibire i loro ornamenti. ## Catone in Spagna Nonostante la sconfitta politica e al termine del suo consolato, Catone si recò nella **Spagna Citeriore,** dove diede nuovamente prova di duro lavoro e prontezza di spirito. Viveva sobriamente, condividendo il cibo e le fatiche dei soldati comuni e cercava di sovrintendere personalmente ad ogni tipo di operazione. Molto spesso utilizzò il metodo del “Divide et Impera”, mettendo una tribù contro l’altra o pagando dei mercenari indigeni perché passassero dalla sua parte. Questo periodo della storia di Catone ci è raccontato da Tito Livio, che riporta diversi aneddoti di una grande durezza, e quasi spietatezza, nei confronti della popolazione. Sembra che Catone abbia più volte condannato tribù sconfitte a spogliarsi di tutte le armi e i vestiti, portando addirittura a **suicidi di massa per il disonore**, oltre a perpetrare frequenti saccheggi sul territorio. Probabilmente durante questo periodo, fu coniata da Catone la frase *“Bellum se Ipsum alet”*, “La guerra si alimenta da sola”, che riassume la sua strategia di alimentare il proprio esercito con le risorse sottratte ai territori conquistati. Dopo aver ridotto la zona all’obbedienza con il pugno di ferro, Catone si impegnò ad aumentare l’estrazione del ferro e dell’argento dalle miniere. Il Senato, in seguito a questi successi militari ed economici, lo ringraziò con tre giorni di festeggiamenti in suo onore. Nel 394 a.C, quando tornò nella capitale, fu premiato con il trionfo e in quell’occasione Catone non fu parsimonioso: distribuì gran parte dei premi in denaro che gli spettavano ai suoi soldati. Il ritorno di Catone Roma riaccese l’inimicizia nei confronti di Scipione l’Africano. Questo, console nel 194 a.C, cercò di ottenere il comando della Spagna, proprio quella dove Catone stava raccogliendo denaro e notorietà. Su questo le fonti sono abbastanza contrastanti: Cornelio Nepote ci dice che Scipione non riuscì ad ottenere il governo della provincia, mentre Plutarco afferma che Scipione fu effettivamente nominato per succedergli ma, poiché Senato non era disposto ad annullare i provvedimenti di Catone, preferì rimanere solo formalmente come governatore, senza impegnarsi concretamente. Dalla famiglia degli Scipioni giunsero diverse critiche nei confronti dell’amministrazione di Catone, ma egli fu particolarmente bravo a difendersi, sia con la sua magnifica eloquenza, sia dimostrando per filo e per segno l’utilizzo dei soldi pubblici che erano stati impiegati nella gestione della provincia. ## Gli avversari: Antioco e Scipione Ormai vecchio saggio della politica, nel 191 a.C Catone partecipò alla spedizione militare guidata dal console **Acilio Glabrione,** inviato in Grecia per opporsi all’invasione di Antioco III, il grande Re dell’impero Seleucide. Catone si distinse nella battaglia delle Termopili, che portò alla sconfitta e alla caduta del Re Antioco. Sembra infatti che Catone abbia guidato un’avanzata piuttosto difficile in territorio nemico, sorprendendo e sconfiggendo un corpo di ausiliari etolici che combattevano per conto di Antioco. In questo modo, Catone avrebbe scatenato il panico nell’avversario, volgendo la battaglia a favore dei romani. Tutte le fonti antiche, e soprattutto il collega e patrono Flacco, attribuiscono a Catone il **massimo merito per la vittoria** conseguita e la sua abilità oratoria non fece altro che diffondere e confermare ulteriormente la sua già grande fama militare presso il Senato. ![](https://bardiromaantica.it/wp-content/uploads/2021/05/marco_porcio_catone.jpg "marco_porcio_catone - Scripta Manent Italia")Catone continuò poi ad avversare Scipione l’Africano, soprattutto a livello **giudiziario**. Scipione venne infatti accusato di essersi appropriato indebitamente del bottino di guerra del generale Antioco III. Si trattava in realtà di una serie di processi politici, instaurati per eliminare una figura che stava assumendo eccessivo potere, e Catone fece naturalmente parte della fronda anti-scipioniana. Ma Catone non attaccò Scipione solamente per la questione del denaro: alla base della sua ostilità vi era anche una avversione alla diffusione della cultura ellenica, che invece Scipione appoggiava. Secondo Catone si trattava di un grave pericolo per la tradizionale aspra semplicità dei valori romani. ## La vecchiaia: conservatore fino all’ultimo Negli ultimi anni della sua vita, Catone non ricoprì particolari cariche pubbliche, ma continuò a distinguersi in Senato come ostinato oppositore di qualsiasi nuova idea o tendenza. Attaccò per esempio gli astrologi caldei che, arrivati in Italia da Oriente, stavano esportando le conoscenze greche nell’osservazione delle stelle. Ancora, chiese più volte al Senato di **allontanare filosofi greci** come Carneade, Diogene e Critolao, venuti come ambasciatori di Atene, in quanto riteneva che le loro idee fossero pericolose per la tradizione romana. Nel 157 a.C, partecipò ad una delle ultime missioni della sua vita: fu chiamato ad arbitrare una questione tra i cartaginesi e il Re di Numidia, Massinissa. Il vecchio Catone fu evidentemente impressionato dalla crescente prosperità di Cartagine e si convinse che la sicurezza e il futuro di Roma dipendessero esclusivamente dall’annientamento dell’antica capitale cartaginese. Da quel momento, tutti i suoi discorsi terminavano con la frase, a volte letteralmente urlata dagli scranni del Senato, “Cartago delenda est”, “Cartagine deve essere distrutta”. ## L’eredità di Catone il Censore Il lascito politico e soprattutto morale di Catone è decisamente imponente: protagonista del suo tempo, Catone fu uno degli ultimi irriducibili delle antiche norme romane. La sua figura si staglia, rigida e severa, nel panorama romano della repubblica e costituisce un esempio di assoluta integrità, in un periodo storico dove le nuove tendenze greche, ma soprattutto la dilagante mollezza del ceto dirigente, stava dominando. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Repubblica --- ### [Perchè la chiesa medievale fu così potente?](https://scriptamanentitalia.it/perche-la-chiesa-medievale-fu-cosi-potente/) **Published:** Dicembre 19, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Quali furono le cause dello straordinario potere della chiesa durante il medioevo? Una carrellata sulle motivazioni di un potere inarrestabile per secoli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La ricchezza](#La_ricchezza) - [L’istruzione](#Listruzione) - [Il ruolo nella società](#Il_ruolo_nella_societa) - [Intransigenza e potere sul destino dell’anima dopo la morte](#Intransigenza_e_potere_sul_destino_dellanima_dopo_la_morte) - [Un freno all’autorità del Papa: il protestantesimo](#Un_freno_allautorita_del_Papa_il_protestantesimo) Dopo la caduta dell’impero romano nel V secolo d.C, la **Chiesa medievale ottenne un potere enorme**. In linea generale, il motivo risiede nella capacità della chiesa del Medioevo di unire popoli diversi sotto dei comuni ideali religiosi, sostituendo il potere militare dei romani con l’autorità economica e spirituale del Papa. Il pontefice divenne, nel corso del **Medioevo**, talmente potente da poter influenzare da solo le sorti dell’intera Europa fino a chiamare a raccolta o disfare eserciti di altri regni con la sua sola influenza. Ma più precisamente, quali furono gli elementi che permisero alla chiesa di esercitare un potere così vasto e duraturo? ## La ricchezza La prima motivazione risiede in una straordinaria **ricchezza** . Nonostante l’originale messaggio cristiano predicasse la povertà, la chiesa ottenne beni e ricchezze smisurate. Persone di ogni estrazione sociale pagavano regolarmente la chiesa, sia sotto forma di donazioni spontanee, sia con una vera e propria tassa, che normalmente **si aggirava attorno al 10%** dei guadagni annuali compressivi. Con questa condotta di vita, le persone ritenevano di assicurarsi un posto in paradiso. Inoltre, capitava spesso che gli aristocratici includessero la chiesa tra i **beneficiari del proprio testamento** per ottenere la salvezza della propria anima. Inoltre la chiesa eseguì per secoli una efficacissima propaganda, convincendo le persone che la bellezza fosse testimonianza della gloria di Dio: per questo motivo, durante la costruzione delle chiese, artigiani da tutto il mondo donavano le loro **migliori opere**, contribuendo ad aumentare drasticamente le opere d’arte di proprietà del Papa. Uno dei periodi storici durante il quale la chiesa accumulò ulteriore denaro è quello della **vendita delle indulgenze**: dietro pagamento, si poteva ottenere il perdono dei propri peccati. E’ esattamente con la vendita delle indulgenze che Papa Leone X riuscì a raccogliere il denaro necessario per la costruzione della Basilica di San Pietro. ## L’istruzione Gli appartenenti al clero erano dotati di una **elevata istruzione**. Generalmente, molti sacerdoti potevano imparare a leggere e a scrivere ed erano gli unici ad avere **accesso alla letteratura del tempo**, un’opportunità estremamente rara in una società fortemente agraria e analfabeta come quella medievale. Molto spesso, i monasteri erano dotati di scuole e di biblioteche che racchiudevano la crema della cultura umana. Così, gli appartenenti al clero riuscivano a **migliorare regolarmente la loro posizione sociale** e a prevalere sugli ignoranti, che invece, nella maggior parte dei casi, rimanevano relegati nella loro posizione senza conoscere un significativo miglioramento del proprio tenore di vita. ## Il ruolo nella società In una società fortemente disgregata come quella medievale, la chiesa, soprattutto a partire dal 1000 d.C, rappresentava **l’unico polo di aggregazione per le persone**. Le comunità si organizzavano attorno alla chiesa, la quale diventava il punto focale della vita delle persone, l’unico modo di socializzare e di fraternizzare, e un’organizzazione nella quale tutti si riconoscevano. Frequentare gli appartenenti alla chiesa permetteva di avere dei **vantaggi pratici**, come l’esenzione dal lavoro durante i giorni sacri e una comunità a cui fare riferimento in caso di bisogno. ## Intransigenza e potere sul destino dell’anima dopo la morte La chiesa esigeva che tutti **accettassero la sua autorità** senza metterla in discussione. Il dissenso veniva trattato con particolare durezza e non solo le persone semplici ma anche gli aristocratici e i monarchi dovevano obbedire all’autorità papale. Molto spesso, il Papa era l’unico a legittimare il potere dei Re e degli imperatori di fronte ai cittadini. Inoltre, in caso di dispute, l’intermediazione del Papa poteva risultare decisiva: durante l’invasione Normanna dell’Inghilterra, Re Harold aveva promesso solennemente di sostenere l’esercito di Guglielmo di Normandia. Dopo aver ritrattato la sua posizione, il Papa lo scomunicò e benedisse l’invasione normanna come crociata voluta da Dio. In generale, la **scomunica** rappresentava una prospettiva terribile e una preoccupante minaccia per qualsiasi regnante dell’epoca: in quanto rappresentante di Dio sulla terra, si riteneva che il Papa avesse il potere di impedire l’entrata delle anime in paradiso e la minaccia di finire all’inferno convinse più volte diversi imperatori e generali a sottostare all’autorità papale. Il Papa aveva poi la straordinaria capacità di **riunire le frammentate forze militari medievali** per un’unica causa, come avvenne in occasione della prima crociata, quando **Papa Urbano II**, durante il Concilio di **Clermont**, riuscì a chiamare a raccolta i più potenti principi guerrieri tedeschi per difendere la corte di Costantinopoli e riconquistare la Terra Santa ai danni dei Turchi selgiuchidi. ## Un freno all’autorità del Papa: il protestantesimo La ricchezza e il potere della Chiesa Cattolica dominarono il medioevo, raggiungendo tuttavia dei livelli di corruzione che erano ormai diventati inaccettabili anche per i più credenti. Portavoce di questo disagio fu il teologo tedesco **Martin Lutero** che, con la pubblicazione delle sue famose 95 tesi, diede il via al protestantesimo, una enorme proposta di riforma che si basava sul concetto che l’anima potesse salvarsi anche senza l’intermediazione del clero. Così, dopo aver ottenuto l’autonomia di diversi regni germanici, si creò una disputa tra Sacro Romano Impero e papato con crescenti sfide al potere della Chiesa: **Enrico VIII** fu il primo grande regnante europeo a separarsi marcatamente dal potere papale, sposando Anna Bolena senza il consenso del Pontefice, e rendendo la chiesa inglese separata ed autonoma rispetto a quella romana. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [La violenza sulla donne e gli abusi domestici nell'antica Roma. Venivano puniti?](https://scriptamanentitalia.it/violenza-donne-antica-roma/) **Published:** Dicembre 19, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Come veniva punita la violenza sulle donne e l'abuso domestico nell'antica Roma? Alla scoperta di alcune leggi all'avanguardia **Content:** Esisteva la violenza domestica e l’abuso sulle donne **nel periodo della Roma antica**? E come veniva eventualmente punito? Sì, la violenza era una caratteristica **tipica** del mondo romano: si trattava di una società che, nonostante fosse all’avanguardia su parecchi aspetti della vita, si basava sul lavoro degli schiavi e su una società fortemente patriarcale, dove la violenza veniva spesso utilizzata per mantenere il controllo, anche all’interno delle famiglie. Ad esempio, la seconda moglie di Nerone, **Poppea Sabina**, venne uccisa a calci dall’imperatore mentre aspettava suo figlio. E anche la prima moglie dell’imperatore, **Ottavia**, e sua madre **Agrippina** vennero assassinate dietro suo ordine. Vi sono poi altri casi: **Julia Maiana** venne uccisa, come ci conferma il suo epitaffio, dopo 28 anni di matrimonio da suo marito. **Appia Anna Regilla**, una ricca donna aristocratica e moglie dello scrittore greco Erode Attico, venne assassinata, anch’essa mentre era incinta. Di violenza morirono anche **Prima Florentia**, annegata, e **Apronia**, lanciata da una finestra. Ma nel corso del tempo vennero mai emanate alcune leggi per limitare la violenza sulle donne nella famiglia romana? Tecnicamente, il capo della famiglia nell’antica Roma, il **Pater Familias,** aveva un grande potere sui suoi parenti, compreso quello di vita e di morte sui figli, anche se adulti. Lo stesso potere poteva essere esercitato sulla moglie, sui bambini e sugli schiavi, che potevano essere puniti quasi ad esclusiva discrezione del Pater Familias. Eppure, una prima limitazione alla violenza domestica giunse dall’imperatore **Augusto**, che introdusse una legislazione contro l’adulterio, rendendo il tradimento e l’attività sessuale extra-coniugale un reato. Nell’ambito di questa norma, Augusto stabilì dei **limiti alle circostanze in cui un padre poteva uccidere sua figlia.** E si trattò di una piccola rivoluzione: mai la legislazione romana era entrata così nel dettaglio nel regolamentare la vita familiare, di solito lasciata alla completa iniziativa degli individui. Da annoverare, decenni più tardi, l’imperatore **Adriano**, che esiliò un padre per aver ucciso suo figlio per futili motivi, ma anche **Traiano**, che inflisse una punizione, sempre nei confronti di un Pater Familias, colpevole di maltrattare aspramente il figlio: nonostante il teorico potere che il padre poteva esercitare, Traiano giudicò il trattamento eccessivo e lo condannò per violazione della Pietas. Altri due imperatori cercarono di intervenire, molto più tardi, per limitare gli abusi domestici: si tratta di **Teodosio e di Valentiniano**, secondo i quali l’abuso fisico diveniva una giusta causa di divorzio. Anche se un imperatore successivo, **Giustiniano**, revocò la norma, lo stesso si interessò di singoli casi giuridici di omicidio domestico, anche se il suo giudizio dipendeva di volta in volta dallo stato sociale e dai suoi rapporti con gli imputati . Così, anche se siamo lontanissimi dalle moderne norme per la protezione della vita della donna e della sua incolumità in famiglia, i romani, forse unico popolo nel mondo antico, iniziarono a mettere dei paletti alla violenza che poteva essere esercitata tra le mura domestiche, cercando di mantenere il caposaldo della libera iniziativa in famiglia all’interno di limiti accettabili. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Gli scioperi nella storia. Sono mai realmente serviti?](https://scriptamanentitalia.it/gli-scioperi-nella-storia-sono-mai-realmente-serviti/) **Published:** Dicembre 17, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Gli scioperi non sono una prerogativa moderna: dall'antica Grecia all'antico Egitto, le proteste più famose della storia **Content:** Siamo abituati a pensare agli scioperi come a qualcosa di relativamente moderno, soprattutto nel corso del Novecento. E invece l’azione di scioperare è **antichissima**, quasi connaturata al concetto stesso di lavoro. Già i **greci** lo conoscevano: nel III secolo a.C, infatti, si formarono delle associazioni di *“Musicisti di Dioniso”*, con lo scopo di protestare per le buste paghe. Ma diversi scioperi o ritirate nel mondo greco riguardarono la guerra. Secondo il poema epico dell’Iliade, **Achille**, il migliore dei combattenti Greci, si ritirò dalla battaglia contro i troiani perché privato del suo bottino di guerra, la concubina **Briseide**. E di scioperi nell’esercito ve ne furono più di uno: all’inizio del IV secolo a.C, l’esercito greco comandato da **Ciro il Giovane**, nella sua guerra contro il fratello **Artaserse II,** pretese un aumento della paga, minacciando di ritirarsi in massa dal servizio militare anche in funzione del fatto che la guerra contro un contendente al trono di Persia sarebbe stata particolarmente pericolosa. Persino un condottiero come **Alessandro Magno, nel 326 a.C**, giunto presso il fiume Hyphasis nell’Hindu Kush si trovò in grave difficoltà quando i suoi soldati **si rifiutarono di attraversarlo,** tanto da indurre forse il più grande generale di tutti i tempi a rinunciare alla conquista delle Indie. Lo scrittore **Ariano**, biografo di Alessandro, ci riferisce che questa fu la sua unica sconfitta. Anche le donne nell’antica Grecia scioperarono: nella commedia di Aristofane, “**Lisistrata**“, datata 411 a.C, le ragazze greche operarono uno sciopero sessuale per costringere i mariti a fare la pace. E propria a Lisistrata, l’omonima protagonista, venne chiesto di trovare un accordo tra le città greche per porre fine allo sciopero. Nell’opera, **Spartani e Ateniesi fanno pace,** memori del reciproco aiuto che si erano dati per combattere contro i Persiani. Non solo il mondo greco, comunque. Anche in **Egitto**, nel ventinovesimo anno del regno del faraone **Ramesse III**, 1153 a.C, i costruttori delle tombe reali protestavano per il **mancato pagamento del salario**. A quel tempo gli operai si pagavano con sacchi di orzo e grano, che costituiva una vera e propria moneta. Ma le consegne, parecchio in ritardo, erano diventate la norma, tanto che uno scriba si era occupato di tenere un registro degli arretrati. Dopo un primo reclamo, che non venne risolto adeguatamente, un gruppo dirigente di tre uomini, che potremmo paragonare ai nostri capo sindacati, guidarono uno sciopero di 8 giorni, e gli operai scesero nelle strade urlando **“Abbiamo fame!”** di fronte ai templi sacri, organizzando infine una **grande manifestazione con le torce,** chiedendo a gran voce che gli venisse pagato almeno un mese di arretrato. Il nuovo Visir, To, riuscì a raccogliere **un anticipo** per calmare gli operai, ma il capo delle proteste, **Khons**, voleva raggiungere tutti i funzionari locali porta a porta: fu solo il suo collega **Amunnakht**, lo scriba che aveva registrato gli arretrati, a fermarlo. Non sappiamo esattamente come finì quell’episodio, ma nel corso della storia egizia più volte gli scioperi indicarono una instabilità regionale, soprattutto nella città di **Luxor**, che soffrì ripetutamente di inflazione, incursioni di tribù nomadi e rapine di tombe. ## Gli scioperi in epoca contemporanea: sono serviti realmente? I primi importanti scioperi in epoca contemporanea sono soprattutto quelli dei minatori di carbone britannici **degli anni ’20 e degli anni ’70**. Ma le loro iniziative, in realtà, erano costose per gli scioperanti stessi e per le loro famiglie. I sindacati potevano offrire solo un sostegno temporaneo, ma ben presto le loro casse rimanevano vuote. Così, divisioni all’interno del sindacato e attriti con altre organizzazioni vanificavano l’effetto degli scioperi. Con l’esperienza, i sindacati impararono a concentrare gli scioperi per **periodi limitati** e soprattutto cercando di ottenere l’appoggio dei cittadini. Un caso emblematico è lo **sciopero del porto di Londra del 1889**: inizialmente le persone mostrarono vicinanza con gli scioperanti, fino a quando non vennero interrotti i servizi pubblici, il cosiddetto “inverno del malcontento” del 1978. A quel punto, gli scioperanti iniziarono a divenire impopolari. L’unica situazione in cui i sindacalisti ottenevano dei risultati, si verificava quando il governo aveva un **reale motivo di risolvere la controversia**, ad esempio durante la prima guerra mondiale, quando era essenziale mantenere alto il livello della produzione militare. C’è da dire che lo sciopero di massa dei lavoratori non è sempre stata l’unica forma di protesta. I sindacati di alcune categorie professionali, come gli ingegneri o i tipografi, svilupparono lo **“Sciopero al dettaglio”**, durante il quale utilizzavano i fondi di disoccupazione per sostenere economicamente i dipendenti e permettergli di licenziarsi da aziende prestabilite, così da colpire i singoli datori di lavoro con grande precisione. Un’altra tecnica, diametralmente opposta, era quella di organizzarsi per portare **volontariamente avanti i lavori quando un’azienda era in difficoltà**. E’ il caso dei dipendenti dei cantieri navali scozzesi del 1971, che continuarono a lavorare ad oltranza, rifiutandosi di accettare la chiusura degli impianti, ottenendo il plauso dell’opinione pubblica per la loro intraprendenza. Un paese che ha sempre avuto a che fare con gli scioperi, a volte sanguinosi, è la **Cina**. Un caso emblematico è quello dell’operaio **Gu Zhenghong.** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/沿街视角,The_street_view©陈旸-1024x683.jpg "沿街视角,The_street_view©陈旸 - Scripta Manent Italia")Il memoriale di **Gu Zhenghong** loperaio morto nel 1925 da cui nacque il movimento antimperialista cineseNel maggio del 1925, gli operai di una fabbrica tessile di Shanghai erano in sciopero contro la proprietà, guidata da alcuni imprenditori giapponesi, in un periodo in cui il Giappone aveva semi-colonizzato la Cina. Durante alcuni scontri, Zhenghong venne ucciso a colpi di pistola da un caposquadra. Di lì a poco i lavoratori, indignati per la morte del collega e protestando più in generale contro **l’imperialismo giapponese**, innescarono un vero e proprio movimento, che raggiunse l’apice della violenza durante alcuni scontri con la polizia britannica, che aprì il fuoco contro di loro, provocando la morte di più di 10 manifestanti. Si verificò allora uno **sciopero generale**, dove i principali partiti nazionalisti e comunisti, la Camera di Commercio Generale, gli studenti e i commercianti incrociarono le braccia. Gli scioperi vennero anche accompagnati dal boicottaggio di merci straniere e da scontri violenti e ripetuti con le autorità. Le richieste, in quell’episodio storico, non si limitavano a concessioni sul lavoro ma miravano alla **fine del dominio giapponese in Cina.** Tuttavia, qualche mese dopo, i commercianti erano stanchi delle perdite finanziarie e così gli organizzatori degli scioperi dovettero venire a patti con gli imprenditori e industriali giapponesi. I contemporanei fecero fatica a giudicare la bontà di quello sciopero: le richieste iniziali dei protestanti erano state sensibilmente ridotte e non tutte erano state soddisfatte. Vennero fondati altri sindacati, ma alcuni di loro vennero chiusi dalle autorità e gli organizzatori furono costretti a lavorare in clandestinità. Ma il principale vincitore di quelle tensioni fu il **Partito Comunista Cinese**, che venne riconosciuto da tutti come il leader della difesa dei diritti dei lavoratori. Così, ci si avviava verso la fine dell’imperialismo e la lotta tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang, che sarebbe sfociato in una vera e propria guerra civile. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Storia Contemporanea, Top --- ### [Il Cristianesimo non sarebbe mai decollato, se non fosse arrivato lui: Paolo di Tarso](https://scriptamanentitalia.it/cristianesimo-paolo-tarso/) **Published:** Dicembre 17, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Paolo di Tarso, da acerrimo nemico dei cristiani a straordinario predicatore, forse il vero fondatore del Cristianesimo **Content:** Dopo la morte di Gesù nel 33 d.C, il cristianesimo era una religione **nuova e fragile**, tanto che gli autori del Nuovo Testamento, come l’evangelista Luca, raccontano dei terribili supplizi, come quello di **Santo Stefano,** e delle difficoltà che i credenti incontrarono per diffondere la religione cristiana. E allora come è riuscita una fede inizialmente debolissima a diventare il credo per 2,2 miliardi di persone ad oggi? L’uomo chiave sarebbe **Paolo di Tarso**, che ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione del Cristianesimo primitivo. Eppure, la sua storia inizia da **ebreo e da cittadino romano**, tenace avversario e persecutore del cristianesimo. Dopo aver assistito alla scena del martirio di Santo Stefano, si convinse che la nuova religione andasse **perseguitata ad ogni costo**, collaborando con le autorità per far arrestare uomini e donne cristiane, costringendo i credenti a negare la loro fede per riottenere la libertà. Paolo di Tarso ottenne addirittura il permesso dal sommo sacerdote di Gerusalemme di inseguire ed arrestare tutti i cristiani in fuga. Ma proprio durante il suo viaggio a **Damasco, in Siria, venne fulminato** da una luce celeste. Dopo essere caduto a terra, avrebbe udito la voce di Gesù risorto che gli diceva: *“Paolo, perché mi perseguiti ?”*. Così, Paolo si trasformò radicalmente da persecutore in seguace del Cristianesimo, dedicando il resto della sua vita alla missione apostolica. Capitale fondamentale, verso la quale i cristiani perseguitati stavano fuggendo, era l’antichissima città di **Antiochia**, centro nevralgico della **Siria Romana**. Paolo, assieme all’apostolo **Barnaba**, trascorse in quella città un anno, diffondendo i valori della chiesa. Proprio lì sarebbe stato coniato il termine “**cristiani**“, nel senso di “seguaci di Cristo”. Facendo base ad Antiochia, Paolo intraprese tre viaggi, i cui dettagli ci sono raccontati dagli Atti degli Apostoli, per un totale di oltre **10mila miglia, tra il 46 d.C e il 57 d.C.** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/lettere-paolo-tarso.jpg "lettere-paolo-tarso - Scripta Manent Italia")Copia medievale delle lettere di Paolo di Tarso Durante le sue peregrinazioni, Paolo avrebbe toccato **Israele, Siria, Turchia e Grecia,** affrontando anche momenti difficili, compiendo miracoli straordinari e guarendo diversi malati. Arrivò addirittura, sull’isola di **Cipro**, a battezzare un **console romano**, Paolo Sergio, a dimostrazione di quanto la sua predicazione fosse straordinariamente efficace. Fu anche il fondatore di chiese in diversi territori dell’impero romano, aiutando le piccole comunità cristiane nella nomina di sacerdoti e di vescovi. Il suo viaggio venne **tormentato dagli ebrei,** che lo consideravano un eretico e che gli inflissero arresti e percosse per la predicazione del Vangelo. Soprattutto ad **Atene**, Paolo sarebbe stato perseguitato e accerchiato dalla folla inferocita, in quanto predicatore di una religione basata su un **Dio invisibile**: i tradizionalisti criticavano aspramente l’esistenza di un Dio che non si poteva vedere, addirittura creatore del cielo e della terra. Ma Paolo, dopo le provocazioni iniziali, sarebbe riuscito a convertire, uno per uno, i **contestatori** che lo avevano circondato. Gli Atti ancora ricordano i molteplici arresti da parte dei Romani contro Paolo. Il primo episodio, avvenuto tra il 60 e il 62 d.C, si verificò con l’accusa di aver provocato una **rivolta** nel tempio ebraico a Gerusalemme. Rinchiuso in una casa privata e sorvegliato da guardie, gli Atti degli Apostoli dicono sia riuscito a **convertire i suoi controllori.** Un nuovo arresto avvenne nel 67 d.C, quando venne rinchiuso nel carcere **Mamertino**. Di lì a poco, il suo martirio. Non sappiamo i dettagli della sua fine, ma le fonti più attendibili riferiscono di una condanna per ordine di Nerone, che lo annoverò tra i colpevoli del grande incendio di Roma del 64. ## Paolo, il vero fondatore del Cristianesimo? Anche se molti altri apostoli e missionari cercarono di diffondere il messaggio cristiano contemporaneamente a Paolo, diversi resoconti biblici mostrano Paolo di Tarso non come un semplice “ambasciatore del messaggio di Cristo” ma **abile politico e quasi stratega,** in grado di individuare degli elementi fondamentali per attirare nuovi seguaci. Uno stile di conversione unico, che gli avrebbe dato un notevole vantaggio rispetto ad altri predicatori. Il primo, la disponibilità a **battezzare chiunque**: che fosse ebreo o non ebreo, i cosiddetti “Gentili”. Il secondo, una maggiore **libertà personale a seguito della conversione**. Per abbracciare il messaggio di Cristo, molti altri predicatori pretendevano che si entrasse nella comunità degli ebrei. Per la maggior parte di loro, la fede cristiana non poteva essere separata dal ruolo di Gesù come rabbino ebreo. Ma Paolo adottò una strategia differente: riuscì infatti a convertire al cristianesimo persone che, pur credendo nel messaggio del Cristo, **non volevano adottare le rigide usanze ebraiche.** Così, la sua predicazione, **senza pretendere l’allontanamento dei convertiti dagli usi e costumi** dei rispettivi popoli, otteneva un numero di adesioni drasticamente superiore. La visione particolare, e a tratti rivoluzionaria, del Cristianesimo di Paolo, si può evincere dalle numerose lettere scritte nel corso della sua vita. Proprio in quei carteggi si trovano le idee fondamentali, che divennero poi le basi, della chiesa cattolica. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/Paulus_in_Athen_19Jh.jpg "Paulus_in_Athen_19Jh - Scripta Manent Italia")Paolo di Tarso ad AteneAd esempio, nella *“Lettera ai Romani”*, Paolo affermò che la **fede in Cristo era più forte delle leggi ebraiche**, che ogni comunità doveva essere governata dall’amore e che la fede nel Dio Cristiano conteneva in sé la promessa di una vita eterna. Così le 13 epistole, sette delle quali sono sicuramente sue, non solo lo rendono lo scrittore più prolifico della Bibbia, ma costituiscono anche la **fonte principale per la comprensione dei futuri ideali della chiesa.** In altre parole, Paolo può essere considerato il fondatore del messaggio del “Regno di Dio”: le sue **innovative tecniche di convincimento e di predicazione** facevano presa su gran parte della popolazione, che riusciva a comprendere e meglio accettare il messaggio cristiano, unendosi in gran numero ad un culto che diventava ogni giorno più forte, proprio per la sua semplicità nella vita quotidiana. Probabilmente, senza le innovazioni di Paolo di Tarso, il mondo greco-romano sarebbe stato ben più restìo ad accettare gli insegnamenti cristiani, e forse il cristianesimo avrebbe **corso il rischio di estinguersi** come un altro culto a lui simile, quello di Mitra, che proprio per il suo carattere strettamente riservato e “settario”, non conobbe lo stesso successo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Il bombardamento di Dresda: il crimine di guerra degli Alleati?](https://scriptamanentitalia.it/bombardamento-dresda-crimine-guerra/) **Published:** Dicembre 14, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Durante la Seconda Guerra Mondiale, americani e britannici eseguono il famigerato bombardamento strategico sulla città tedesca di Dresda. Sarà un massacro senza precedenti, che ancora oggi solleva dubbi su uno degli episodi più controversi del conflitto. **Content:** Il **nazifascismo** ha compiuto i peggiori crimini di guerra che l’essere umano possa immaginare, e nulla potrà mai cambiare questa realtà. Tuttavia, il **bombardamento di Dresda** si candida, nelle valutazioni a posteriori degli storici, ad essere classificato come il “crimine di guerra” degli alleati: nel febbraio del 1945, centinaia di aerei, prima britannici e poi americani, operarono un’ecatombe **con 20.000 morti** su una città molto lontana dalle linea del fronte e nei confronti di una Germania quasi completamente al collasso. La storia è sufficientemente chiara: su richiesta di **Stalin**, impegnato sul fronte orientale contro i tedeschi, e con la piena partecipazione e appoggio del primo ministro britannico **Winston Churchill**, gli americani guidati da **Roosevelt**, fino a quel momento restii ad utilizzare bombardamenti d’area, accettano di impiegare il cosiddetto “**bombardamento strategico**“. Come teorizzato dall’italiano Douhet, il bombardamento strategico mira alla distruzione delle industrie belliche nemiche, migliaia di civili inclusi. Quell’episodio provocò già nei mesi immediatamente successivi un’ondata di sdegno. Se consideriamo come evidentemente di parte la posizione del ministro della propaganda nazista, **Joseph Goebbels**, che gridò all’ingiustificata distruzione di una “*indifesa città d’arte e di ospedali*“, lo stesso comportamento di Churchill, all’indomani del bombardamento, conferma un suo parziale passo indietro. Rimane infatti nella storia il suo telegramma dove afferma che è *“giunto il momento di rivedere quello che abbiamo chiamato “bombardamento d’area” delle città tedesche dal punto di vista dei nostri interessi”*, un messaggio che in realtà costituisce una versione riveduta e corretta di una prima dichiarazione, mai diramata ufficialmente, ma ancora più chiara: *“Mi sembra giunto il momento di rivedere la questione del bombardamento delle città tedesche al **solo scopo di seminare terrore**, sebbene con altri pretesti.”* ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/ruins_dresden-8-1004x1024.jpg "www.rarehistoricalphotos.com - Scripta Manent Italia")15km inceneriti 20000 morti Il bilancio del bombardamento di Dresda nel febbraio 1945 Il dibattito odierno non si è placato. Come sempre, l’opinione degli storici e degli analisti tende a dividersi in due grandi correnti: la prima che considera il bombardamento di Dresda come un **effettivo crimine di guerra**, un’azione del tutto inutile in una Germania già prossima alla resa. Fondamentalmente, secondo questa interpretazione, nonostante la presenza di alcune ferrovie e complessi di caserme, come ad Albertstadt o a Nickern, Dresda **non aveva quella massa di armamenti** o quella capacità di produzione bellica tale da poterla considerare un **legittimo obiettivo militare,** tantomeno così strategico da meritarsi un bombardamento a tappeto e indiscriminato. Inoltre, nel febbraio del ’45 l’esercito tedesco si sarebbe potuto considerare già in **completa ritirata**, se non in rotta, il che fa del bombardamento di Dresda una pura azione terroristica, volta più che altro a fiaccare il morale dei tedeschi e ad accelerare la pressione dell’opinione pubblica, elemento determinante per la **caduta del regime di Hitler**, secondo la teoria di Clausewitz. Questa interpretazione, supportata da storici di fama e notevolmente attendibili come **Stanton, Grass e Beevor**, costituisce dunque una sorta di “mea culpa” con cui gli alleati sono costretti a fare i conti, soprattutto negli ultimi mesi del conflitto. Non solo, il bombardamento di Dresda può essere considerato come il punto di partenza di una profonda riflessione, che si tradurrà, effettivamente, nella definizione di azioni di aeronautica militare non giustificabili, se non in casi estremi. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/dresden_bombed_1945-1024x728.jpg "dresden_bombed_1945 - Scripta Manent Italia")Dresda dopo il bombardamento Considerato il primo caso di utilizzo strategico delle bombe al fine di fiaccare la capacità industriale e morale del nemico Un dibattito che si ripresenta, con rinnovato vigore, in occasione dello sgancio delle bombe atomiche. Per amore di equilibrio, merita però una citazione anche la frangia che tende, se non a difendere quantomeno a ridimensionare, l’azione di britannici e americani. Secondo questa “parrocchia”, e come si legge nel rapporto americano intitolato *[“Historical Analysis of the 14-15 february 1945 bombings of Dresden”](https://media.defense.gov/2011/Feb/08/2001329907/-1/-1/0/Bombings%20of%20Dresden.pdf ""Historical Analysis of the 14-15 february 1945 bombings of Dresden"")*, a cura della **USAF Historical Division**, Dresda, seppure non certo centro nevralgico della produzione bellica tedesca, aveva impianti per la produzione di **gas, di armi di contraerea e di mitragliatori,** in misura sufficiente a considerarlo un obiettivo militare legittimo. Vi è anche la giustificazione in un possibile spostamento di massa dell’esercito tedesco: 42 divisioni, **quasi mezzo milione di uomini,** che avrebbe a breve iniziato una marcia verso est, per raggiungere il fronte orientale contro i russi, un pericolo micidiale che si sarebbe scongiurato con la voluta creazione, seppur drammatico a dirlo, di un gran numero di profughi, che sarebbero scappati in direzione opposta, inceppando i movimenti tedeschi. Inoltre, poggiando i piedi sul concetto per cui non si può giudicare un fatto storico con i parametri di oggi, diversi opinionisti fanno notare, e anche gli americani si difesero così, come al tempo **non vi fossero trattati** in vigore che limitassero in qualche modo i bombardamenti sulle città nemiche. Quello stesso iter, poi, venne seguito più volte per altre città, sia nella stessa Germania sia, precedentemente e al contrario, da parte della Luftwaffe nei confronti dei centri urbani britannici, come nel caso Coventry. Così, vige ancora oggi un intenso dibattito, sempre venato di dubbi e di pericoli, rispettivamente di simpatia o di **nostalgia per il nazifascismo** qualora si voglia sottolineare la violenza di Dresda, o di un **patetico americanismo** per chi cerca di comprendere o addirittura di approvare le decisioni del “triumvirato” Stalin-Churchill-Roosevelt. Una cosa è certa: in quei giorni, e dopo quelle tonnellate di bombe, gli alleati sembrarono perdere quella superiorità etica e morale che avevano sempre rinfacciato al nemico. L’esercito dei liberatori si rese conto che le macerie di Dresda avrebbero costituito uno scheletro nell’armadio, o un terribile incidente di percorso, con il quale, ancora oggi, si è costretti a fare i conti, nonostante la vittoria. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [I soviet. Cos'erano e come sono nati](https://scriptamanentitalia.it/i-soviet-coserano-e-come-sono-nati/) **Published:** Dicembre 12, 2022 **Author:** Giorgio Muscas **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Etimologia di Soviet](#Etimologia_di_Soviet) - [Il primo Soviet](#Il_primo_Soviet) - [Il congresso dei Soviet](#Il_congresso_dei_Soviet) **Il soviet, era la principale unità di governo** nell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche e svolgeva ufficialmente funzioni sia legislative che esecutive a livello di sindacati, repubblica, provincia, città, distretto e villaggio. ## Etimologia di Soviet “Soviet” deriva da una parola russa che significa consiglio, assemblea, armonia o concordia, e tutto deriva in definitiva dalla radice verbale proto-slava di \*vět-iti “informare”, correlata allo slavo “věst”. La parola “sovietnik” significa consigliere. Un certo numero di organizzazioni in russo erano chiamate “consiglio”. Ad esempio, nella Russia imperiale, il Consiglio di Stato, che ha funzionato dal 1810 al 1917, era indicato come Consiglio dei ministri. ## Il primo Soviet **Il soviet apparve per la prima volta durante** i disordini di San Pietroburgo del 1905, quando i rappresentanti dei lavoratori in sciopero che agivano sotto la guida socialista formarono **il soviet dei deputati dei lavoratori** per coordinare le attività rivoluzionarie. Poco prima dell’abdicazione dello zar Nicola II nel marzo 1917 e della creazione di un governo provvisorio, i leader socialisti istituirono **il Soviet di Pietrogrado** dei deputati operai e soldati, composto da un deputato ogni 1.000 operai e uno per ogni compagnia militare. La maggioranza dei 2.500 deputati erano membri del Partito Socialista Rivoluzionario, che affermavano di rappresentare gli interessi contadini. Questo **Soviet di Pietrogrado** si ergeva come un “secondo governo” di fronte al governo provvisorio e spesso sfidava l’autorità di quest’ultimo. I **soviet** sorsero in città e paesi in tutto l’impero russo. Gran parte della loro autorità e della legittimità agli occhi del pubblico provenivano dal ruolo dei **soviet** come accurati riflettori della volontà popolare. I delegati non avevano termini di mandato prestabiliti e le frequenti elezioni suppletive offrivano ampie opportunità per un rapido esercizio di influenza da parte degli elettori. ## Il congresso dei Soviet Nel giugno 1917 il primo **Congresso panrusso dei Soviet**, composto da delegazioni dei soviet locali, si riunì a Pietrogrado (ora San Pietroburgo). Elesse un comitato esecutivo centrale in sessione permanente, con il presidium di questo comitato a capo del congresso. Il secondo congresso si riunì subito dopo che la fazione radicale bolscevica del **Soviet di Pietrogrado**, avendo ottenuto la maggioranza in questo corpo, aveva architettato il rovesciamento del governo provvisorio da parte delle guardie rosse e di alcune truppe di supporto. Per protestare contro questo colpo di stato, la rivoluzione russa dell’ottobre 1917, la maggior parte dei membri non bolscevichi del congresso se ne andò, lasciando il controllo ai bolscevichi. Fu istituito un Consiglio dei commissari del popolo tutto bolscevico. I **soviet** di tutto l’impero assunsero il potere locale, anche se i bolscevichi impiegarono del tempo per raggiungere una posizione dominante in ogni soviet. Al quinto Congresso panrusso dei Soviet, nel 1918, fu redatta una costituzione che istituiva il **soviet come unità formale del governo locale e regionale** ed eleggeva il Congresso panrusso dei Soviet come il più alto organo dello stato. Successivamente, la costituzione del 1936 prevedeva l’elezione diretta di un **Soviet** Supremo bicamerale, il **Soviet** dell’Unione, in cui l’appartenenza era basata sulla popolazione locale, e il **Soviet** delle Nazionalità, in cui i membri erano eletti su base regionale. Nominalmente, i deputati e i presidenti dei **soviet** a tutti i livelli erano eletti dalla cittadinanza, ma in queste elezioni c’era un solo candidato per ogni carica e la selezione dei candidati era controllata dal Partito Comunista. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/writer-150x150-1.jpg) Giorgio Muscas Autore e content creator nell’ambito della divulgazione storica, trasforma temi complessi in contenuti sintetici, accurati e coinvolgenti. I suoi interessi principali includono la civiltà romana, i conflitti medievali e il rapporto tra storia, memoria e identità [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/giorgio-muscas/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top **Tag:** Russia --- ### [Ismail al-Jazari: l'inventore dei robot... nel medioevo](https://scriptamanentitalia.it/ismail-al-jazari/) **Published:** Dicembre 9, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Al-Jazari, l'inventore islamico medievale considerato il padre della robotica, e chiamato addirittura il "Leonardo da Vinci" dell'Oriente **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Ismail al-Jazari: un genio dell’ingegneria medievale](#Ismail_al-Jazari_un_genio_dellingegneria_medievale) - [Ismail al-Jazari e il primo robot della storia](#Ismail_al-Jazari_e_il_primo_robot_della_storia) - [L’eredità di al-Jazari](#Leredita_di_al-Jazari) Non è molto conosciuto né citato, ma l’inventore musulmano dell’XII secolo, Ismail **al-Jazari**, potrebbe essere ampiamente paragonato ad altre grandi menti, come **Leonardo da Vinci.** Alcune delle sue invenzioni furono riservate ai **ricchi aristocratici islamici,** ma nel corso della sua vita, al-Jazari realizzò una serie di macchine che vanno da fontane programmate per accendersi e spegnersi autonomamente ad alcuni strumenti per permettere ai contadini di trasportare l’acqua fino a, forse, un prototipo di quello **che oggi conosciamo come robot.** ## Ismail al-Jazari: un genio dell’ingegneria medievale **Badi al-Zaman Abu al-Izz Ismail ibn al-Razzaz al-Jazari** nacque nell’odierna **Turchia centro-meridionale** nel **1136**: era figlio di un umile artigiano e il suo periodo storico fu caratterizzato da pesanti lotte dinastiche e da contese territoriali, influenzate anche dai risultati sociali e politici provocati dalle **Crociate**. Forse sull’esempio del padre, al-Jazari lavorò come ingegnere per i governanti regionali: prima servitore della dinastia degli **Artuqidi**, divenne poi impiegato per gli **Zangid**, fino a fare carriera e servire i successori del più grande eroe musulmano: **Saladino**. In realtà, la vita di Ismail al-Jazari fu relativamente tranquilla e la sua esistenza fu dedicata a progettare ingegnosi dispositivi. Uno dei motivi fondamentali per i quali conosciamo le sue macchine risiede nel fatto che tanti inventori musulmani hanno ideato apparecchi, ma quasi nessuno come lui ha lasciato testimonianze scritte del suo lavoro, frutto di una grande passione non solo per l’ingegneria ma anche per la realizzazione di manuali. La sua principale produzione, il *“Libro della conoscenza dei dispositivi meccanici ingegnosi”* è ricco non solo di spiegazioni ma anche di coloratissime illustrazioni per dimostrare come dovevano essere incastrati i pezzi dei suoi marchingegni per poter funzionare. Leggendo il libro della conoscenza, l’unica fonte che abbiamo su di lui e sulle sue scoperte, sappiamo che al-Jazari attinse a piene mani dalle innovazioni eseguite nei secoli precedenti, rilevando intuizioni dell’antica cultura **greca, indiana, persiana e cinese.** ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/al-jazari-disegni.jpg "al-jazari-disegni - Scripta Manent Italia") Ma al-Jazari non si limitò a riproporre vecchie scoperte, ma cercò di perfezionare i risultati dei grandi inventori suoi predecessori. La prefazione del suo libro recita: *“Ho scoperto che alcuni studiosi e saggi hanno realizzato dispositivi descrivendo precisamente ciò che avevano fatto. Non li avevamo considerati fino in fondo e non avevamo sempre seguito la strada giusta, e così le loro intuizioni scivolavano tra il vero e il falso.”* Così, al-Jazari descrisse una vasta serie di **strumenti**, alcuni più dedicati al divertimento, altri dall’utilità pratica, che andavano dagli orologi ad automi che distribuivano bevande. Progettò anche dispositivi per eseguire salassi, fontane particolarmente complesse, macchine per il sollevamento dell’acqua e strumenti per la misurazione. Uno dei suoi dispositivi più famosi è sicuramente un **enorme orologio ad acqua posto in groppa ad un elefante**. L’orologio, eseguito sui modelli dell’antico Egitto e della Babilonia, è notevolmente perfezionato negli ingranaggi. Ogni mezz’ora, l’orologio mostra un animale diverso, dai draghi cinesi agli elefanti indiani e, sempre ogni 30 minuti, i suoi meccanismi interni portano un uccellino in cima ad una cupola a fischiare, o un uomo a far cadere una palla nella bocca di un drago o il guidatore dell’elefante a colpire l’animale in testa. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/al-jazari-apparecchio-secondo-654x1024.png "al-jazari-apparecchio-secondo - Scripta Manent Italia") ## Ismail al-Jazari e il primo robot della storia Ma l’interesse per le scoperte di Ismail al-Jazari riguarda un congegno che potrebbe essere considerato il primo **robot programmabile della storia, anche se estremamente rudimentale.** È un’invenzione costituita da 4 musicisti: un suonatore d’arpa, un flautista e due batteristi, interamente progettata per suonare delle piccole canzoncine ed intrattenere il suo proprietario. I meccanismi interni che animano i suonatori sono stati programmati per essere avviati a mano, e poi **suonare autonomamente ritmi diversi e compatibili.** Ovviamente, si trattava di uno strumento per ricchi. Per proseguire serenamente con il suo lavoro, Ismail al-Jazari aveva bisogno di stupire i suoi committenti e la sua ideazione di gadget doveva da un lato alleggerire il peso della fatica quotidiana ma anche diventare motivo di orgoglio per i loro proprietari. Più avanti nel libro viene descritto il funzionamento di almeno cinque macchine che facilitavano il pompaggio dell’acqua e l’irrigazione, **sia nelle case che nelle piccole fattorie**. Oltre a ciò, si leggono i dettagli di un **albero a gomiti che convertiva il movimento da lineare a rotatorio,** ma anche altri strumenti per stabilire la calibrazione delle serrature delle porte. È notevole osservare come al-Jazari , a differenza di tanti suoi colleghi del tempo, abbia mantenuto un linguaggio estremamente semplice. Altri inventori utilizzavano parole oscure per farsi comprendere solamente da altri colleghi o da una piccola elìte, mentre al-Jazari si preoccupò di **farsi capire anche dall’uomo comune.** Così, tutte le scoperte di al-Jazari sono corredate da una ricca bibliografia e soprattutto da indicazioni teoriche e calcoli, tali da permetterci di paragonare la sua opera ad un meraviglioso “manuale dell’utente.” ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/al-jazari-apparecchi.webp "al-jazari-apparecchi - Scripta Manent Italia") ## L’eredità di al-Jazari Al-Jazari morì nel 1206, ma oltre al suo libro, un vero e proprio manifesto all’ingegneria e alla divulgazione, le sue intuizioni saranno fondamentali per la vita civile nei diversi secoli successivi. I suoi sistemi di approvvigionamento idrico permisero a molti contadini di **irrigare i campi** con maggiore facilità, ma i suoi dispositivi furono utilizzati persino per la costruzione di sistemi idraulici nelle **moschee e negli ospedali di Diyarbakir e Damasco.** In alcuni casi, alcune parti dei suoi progetti sono stati in uso fino ai tempi recenti. Effettivamente, la maggior parte delle sue innovazioni erano secoli avanti, non solo rispetto al mondo musulmano, ma anche nei confronti della scienza europea. Ad esempio, le sue **valvole coniche**, componente fondamentale dell’ingegneria idraulica, vennero menzionate per la prima volta in Europa due secoli dopo da Leonardo da Vinci, un accanito ammiratore di al-Jazari. E proprio così viene chiamato dagli addetti ai lavori: “Il Leonardo da Vinci d’Oriente”, anche se alcuni si azzardano ad invertire i termini: “Leonardo da Vinci, l’al-Jazari d’Occidente.” ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [Il Regno delle Due Sicilie. 8 dicembre l'unificazione](https://scriptamanentitalia.it/il-regno-delle-due-sicilie-8-dicembre-lunificazione/) **Published:** Dicembre 7, 2022 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** **Il Regno delle Due Sicilie** nato l’8 dicembre 1816 è stato il più antico e il più grande degli stati italiani del XIX secolo e il suo crollo nel 1860 assicurò inaspettatamente l’unificazione politica dell’Italia. Il Trattato di Casalanza restituì Ferdinando IV di Borbone al trono di Napoli e gli fu restituita l’isola di Sicilia, dove la costituzione del 1812 lo aveva praticamente depotenziato. Nel 1816 annullò la costituzione e la Sicilia fu completamente reintegrata nel nuovo stato, che ora era ufficialmente chiamato Regno delle Due Sicilie. Ferdinando IV divenne Ferdinando I. Dopo due secoli di dominazione spagnola e poi una breve occupazione austriaca, **nel 1734 il regno divenne uno stato dinastico indipendente retto da un ramo cadetto dei Borboni spagnoli**. Fino al 1816 Napoli e Sicilia erano regni separati, ciascuno con proprie leggi, costumi e costituzioni. La popolazione della terraferma era di cinque milioni nel 1800, di cui quasi un milione in Sicilia. **Con mezzo milione di abitanti Napoli** era la città più grande d’Italia e la terza d’Europa dopo Londra e Parigi, mentre Palermo, con i suoi 200.000 abitanti, era poco più grande di Roma alla fine del Settecento. Ma le dimensioni di queste città erano una conseguenza dei privilegi che i critici del diciottesimo secolo ritenevano contribuissero alla povertà di gran parte del resto del regno. ![Mappa del Regno delle due Sicilie](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/regnoduesicilie-1024x895.jpg "regnoduesicilie - Scripta Manent Italia")**I privilegi dei feudatari laici ed ecclesiastici erano più estesi che in qualsiasi altra monarchia** dell’Europa occidentale, ma i tentativi dei governanti borbonici di riformare la monarchia di ancien régime incontrò una feroce resistenza. **Nel 1794 il Regno delle Due Sicilie si unì alla coalizione contro la Francia rivoluzionaria**, ma i preparativi per la guerra misero a dura prova la monarchia, che crollò nel novembre 1798 quando il re Ferdinando IV fu sconfitto mentre cercava di affrontare un esercito francese che aveva allestito un governo repubblicano a Roma. Il re e la sua corte fuggirono in Sicilia sulla nave da guerra dell’ammiraglio **[Horatio Nelson](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-trafalgar-1805/ "La battaglia di Trafalgar (1805). Horatio Nelson sconfigge i francesi")**, mentre un esercito francese stabilì una repubblica a Napoli nel gennaio 1799. La Repubblica Napoletana è nota soprattutto per le modalità della sua caduta nel giugno 1799, quando i suoi sostenitori furono massacrati da una fanatica controrivoluzione popolare – l’Esercito Cristianissimo della Santa Fede – guidato dal cardinale Fabrizio Ruffo. Infatti, come le sue repubbliche sorelle, la Repubblica Napoletana cadde perché il Direttorio ritirò i suoi eserciti dall’Italia e perché la città fu bloccata dalle navi di Nelson. Ma la ferocia che seguì provocò repulsione in tutta Europa, e il coinvolgimento di Nelson fu in seguito descritto come una “macchia sull’onore dell’Inghilterra”. Nel 1806 la terraferma fu nuovamente invasa da un esercito francese, e i Borboni fuggirono nuovamente in Sicilia. Il fratello di Napoleone, Giuseppe, governò a Napoli fino al 1808, quando fu trasferito in Spagna e sostituito dal cognato dell’imperatore Gioacchino Murat. I rapporti tra Napoli e Parigi divennero tesi dopo l’arrivo di Murat e misero in luce le intenzioni coloniali dell’impero napoleonico. Sebbene Murat non condividesse il destino di Luigi Bonaparte, che era stato rimosso dal trono d’Olanda nel 1810, nel 1814 disertò verso gli Alleati nella speranza di salvare il suo regno. Ma gli Alleati si rifiutarono di dare garanzie, così Murat si unì nuovamente a Napoleone dopo la fuga dall’Elba nel 1815. **L’episodio napoleonico nell’Italia meridionale si concluse quando Murat fu sconfitto dagli austriaci a Tolentino.** **Durante il breve periodo della dominazione francese la monarchia napoletana fu completamente riorganizzata**. Il feudalesimo fu abolito, il governo centrale e locale fu riorganizzato secondo le linee francesi, fu introdotto il Codice napoleonico e i debiti dell’antica monarchia furono riscattati attraverso la soppressione di oltre 1.300 case religiose. Ma l’ostilità nei confronti dell’imperialismo francese diede luogo anche a rivendicazioni di governo costituzionale negli ultimi anni del regno di Murat, che trovarono una base organizzativa nelle società segrete, in particolare nella Carboneria. **Quando i Borboni tornarono a Napoli nel 1815** non solo mantennero tutte le riforme introdotte dai francesi, tranne solo per il divorzio civile, ma nel 1816 le estesero anche alla Sicilia, che perse la sua secolare autonomia. Per riconoscere l’unione il re cambiò il suo titolo in Ferdinando I, ma il risentimento dei siciliani e le continue pressioni per una costituzione furono le principali cause delle rivoluzioni che iniziarono nell’esercito borbonico nel luglio 1820. Le principali richieste erano per una maggiore autonomia locale e libertà politica, ma dopo nove mesi di governo costituzionale il Regno delle Due Sicilie fu nuovamente invaso da un esercito austriaco nel marzo 1821. Seguì un’epurazione sistematica di tutti i sospetti liberali, nonché misure per proteggere l’economia del regno. Le sue finanze erano andate in bancarotta a causa della rivoluzione e nel 1822 i suoi debiti furono acquisiti dalla banca Rothschild. Furono adottate tariffe protettive elevate per ridurre la dipendenza dalle importazioni estere, ma ciò portò a una guerra commerciale con la Gran Bretagna che culminò nel 1840 quando le cannoniere britanniche entrarono nel Golfo di Napoli e costrinsero il governo a sottomettersi. **Dopo il regno reazionario di Francesco I (1825-1830)**, l’adesione di Ferdinando II (nipote di Luigi Filippo, monarca costituzionale francese) nel 1830 suscitò speranze di cambiamento politico che non si concretizzarono mai. **Con il deteriorarsi delle condizioni economiche nei primi anni Quaranta dell’Ottocento crebbe il malcontento** popolare, soprattutto nelle zone rurali, ma un tentativo dei fratelli veneziani Attilio ed Emilio Bandiera di scatenare una rivolta in Calabria fu rapidamente soppresso. Quattro anni dopo, però, nel gennaio 1848, a Palermo iniziarono le rivoluzioni europee. Nel tentativo di contenere le proteste Ferdinando II di Napoli fu il primo sovrano italiano a concedere il governo costituzionale, ma il 15 maggio fu anche il primo a mettere in scena una vittoriosa controrivoluzione. **Come nel 1820, Palermo adottò la causa separatista** che la portò a scontrarsi con i liberali napoletani e con molte altre città siciliane. Ma a differenza del 1820, l’esercito rimase fedele alla monarchia. L’ordine fu rapidamente ristabilito nelle province di terraferma, e in ottobre la marina borbonica bombardò Messina, che valse a re Ferdinando il titolo di “re Bomba”. Palermo resistette fino al maggio 1849. **I Borboni napoletani furono gli unici governanti italiani a rovesciare le rivoluzioni** senza assistenza esterna, ma la loro vittoria li lasciò isolati diplomaticamente. Il Piemonte era ormai una monarchia costituzionale mentre in tutta Europa re Bomba era la personificazione della reazione, una reputazione che si rafforzò quando il politico liberale inglese William Gladstone protestò contro il trattamento dei prigionieri politici napoletani e denunciò la monarchia borbonica come “la negazione di Dio istituita come sistema di governo”. **Il pericolo maggiore per i Borboni napoletani fu rappresentato dal declino del potere austriaco e la sconfitta dell’Austria** nel 1859 lasciò il regno senza alleati. Le conseguenze divennero evidenti quando lo sbarco di Garibaldi a Marsala nel maggio 1860 scatenò la terza e vittoriosa rivolta separatista siciliana. Ormai la monarchia aveva perso anche l’appoggio dei latifondisti di terraferma, e sebbene l’esercito rimanesse leale, non seppe fronteggiare né le camicie rosse di Garibaldi né l’esercito piemontese che nell’ottobre 1860 invase il regno con il pretesto di proteggere il papa. **Scampato per un pelo a un bombardamento di artiglieria a Gaeta in flagrante violazione dell’armistizio**, l’ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II, che era succeduto al padre appena un anno prima, fu portato a Roma ed esiliato su una nave da guerra britannica. **Plebisciti frettolosamente organizzati in terraferma e in Sicilia in ottobre e novembre sancirono l’annessione al Piemonte** e quindi la fine del regno. In molte parti del sud, tuttavia, l’unificazione fu vissuta come un’occupazione militare. Un gran numero di ex soldati borbonici morirono di malattie e maltrattamenti nelle carceri, mentre gli oppositori della monarchia piemontese furono esclusi dalle cariche pubbliche. Nel giro di un anno gran parte del sud e della Sicilia erano in aperta rivolta, una situazione che il governo indicò come “brigantaggio”. Ma tra il 1861 e il 1864 furono impegnati più uomini nelle operazioni contro presunti briganti che in tutte le precedenti guerre di indipendenza, e nel 1866 la marina dovette essere impiegata per reprimere un’altra rivolta separatista a Palermo. **Al momento dell’unificazione le differenze tra nord e sud erano molto inferiori** a quelle che sarebbero state entro la fine del secolo. Ma l’estensione delle misure di libero scambio piemontesi nel 1861 provocò il crollo delle industrie meridionali, che comprendevano le più grandi fabbriche di ingegneria e cantieristica d’Italia. **I settori più avanzati delle economie meridionali saranno devastati dalla crisi agricola** che colpirà l’intera Europa negli anni Ottanta dell’Ottocento, ma il Mezzogiorno soffrirà più in generale di incuria, sovrattassazione e mancanza di investimenti. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [Ho Chi Minh, biografia e politica](https://scriptamanentitalia.it/ho-chi-minh-biografia-politica/) **Published:** Dicembre 6, 2022 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Ho Chi Minh, i primi anni di vita](#Ho_Chi_Minh_i_primi_anni_di_vita) - [Fondazione del Partito Comunista Indocinese](#Fondazione_del_Partito_Comunista_Indocinese) - [Movimento per l’indipendenza ](#Movimento_per_lindipendenza) - [Presidente del Vietnam](#Presidente_del_Vietnam) - [Sentiero di Ho Chi Minh](#Sentiero_di_Ho_Chi_Minh) - [L’importanza di Ho Chi Minh](#Limportanza_di_Ho_Chi_Minh) **Ho Chi Minh, nome originale Nguyen Sinh Cung, nasce il 19 maggio 1890 nel villaggio di Hoang Tru**, nella provincia di Nghe An, nel Vietnam del Nord. Suo padre, Nguyễn Sinh Sắc, era un funzionario imperiale e sua madre, Nguyen Thi Ho, era una contadina. **Fu il fondatore della Partito Comunista Indocinese**. In qualità di leader del movimento nazionalista vietnamita per quasi tre decenni, Ho è stato uno dei primi promotori del movimento anticoloniale in Asia del secondo dopoguerra e uno dei leader comunisti più influenti del XX secolo. ## Ho Chi Minh, i primi anni di vita Figlio di uno studioso di campagna, Nguyen Sinh Huy, Ho Chi Minh è cresciuto nel villaggio di Kim Lien. Ha avuto un’infanzia infelice, ma tra i 14 ei 18 anni ha potuto studiare in un liceo a Hue. Successivamente è noto per essere stato un maestro di scuola a Phan Thiet e poi è stato apprendista presso un istituto tecnico a Saigon. **Nel 1911, sotto il nome di Ba, trovò lavoro come cuoco su un piroscafo francese**. Fu marinaio per più di tre anni, visitando vari porti africani e le città americane di Boston e New York. Dopo aver vissuto a Londra dal 1915 al 1917, si trasferì in Francia, dove lavorò, a sua volta, come giardiniere, spazzino, cameriere. **Durante i sei anni trascorsi in Francia (1917-1923)**, divenne un socialista attivo sotto il nome di Nguyen Ai Quoc. Organizzò un gruppo di vietnamiti residenti in Francia e nel 1919 indirizzò una petizione in otto punti ai rappresentanti delle grandi potenze alla Conferenza di pace di Versailles che concluse la prima guerra mondiale. **Nella petizione, **Ho Chi Minh**** **chiese che il potere coloniale francese garantisse** ai suoi sudditi in Indocina pari diritti con i governanti. Questo atto non ha avuto alcuna risposta da parte degli operatori di pace, ma lo ha reso un eroe per molti vietnamiti politicamente attivi. L’anno seguente, ispirata dal successo della rivoluzione comunista in Russia e da quella di Vladimir Lenin, Ho si unì ai comunisti francesi quando si ritirarono dal Partito socialista nel dicembre 1920. **Dopo gli anni di attività militante in Francia**, dove conobbe la maggior parte dei dirigenti della classe operaia francese, **Ho Chi Minh** si recò a Mosca alla fine del 1923. Nel gennaio 1924, dopo la morte di Lenin, pubblicò un commovente addio al fondatore dell’Unione Sovietica pubblicato sulla Pravda. Sei mesi dopo, dal 17 giugno all’8 luglio, prese parte attiva al Quinto Congresso dell’Internazionale Comunista, **durante il quale criticò il Partito Comunista Francese** per non essersi opposto più vigorosamente al colonialismo. La sua dichiarazione al congresso è degna di nota perché contiene la prima formulazione della sua fede nell’importanza del ruolo rivoluzionario dei contadini oppressi. **Nel dicembre 1924, sotto il falso nome di Ly Thuy**, **Ho Chi Minh** si recò a Canton (Guangzhou), roccaforte comunista, dove reclutò i primi quadri del movimento nazionalista vietnamita, organizzandoli nel Vietnam Thanh Nien Cach Menh Dong Chi Hoi, “Associazione giovanile rivoluzionaria vietnamita”, che divenne famosa con il nome di Thanh Nien. **Quasi tutti i suoi membri erano stati esiliati dall’Indocina** a causa delle loro convinzioni politiche e si erano riuniti per partecipare alla lotta contro il dominio francese sul loro paese. Così, Canton divenne la prima patria del nazionalismo indocinese. Quando **Chiang Kai-shek**, allora comandante dell’esercito cinese, espulse i comunisti cinesi da Canton nell’aprile 1927, **Ho Chi Minh** cercò nuovamente rifugio in Unione Sovietica. Nel 1928 si recò a Bruxelles e Parigi e poi in Siam, l’attuale Thailandia, dove trascorse due anni come rappresentante dell’Internazionale Comunista, l’organizzazione mondiale dei partiti comunisti, nel sud-est asiatico. I suoi seguaci, tuttavia, rimasero nel sud della Cina. ## Fondazione del Partito Comunista Indocinese **Incontrandosi a Hong Kong nel maggio 1929**, i membri del Thanh Nien decisero di formare il Partito Comunista Indocinese (PCI). Altri, nelle città vietnamite di Hanoi, Hue e Saigon, iniziarono l’effettivo lavoro di organizzazione, ma alcuni dei luogotenenti di **Ho Chi Minh** erano riluttanti ad agire in assenza del loro capo, che godeva della fiducia di Mosca. **Ho Chi Minh** tornò dal Siam e il 3 febbraio 1930 presiedette alla fondazione del partito. All’inizio si chiamava Partito Comunista Vietnamita, ma, dopo l’ottobre 1930, **Ho Chi Minh**, agendo su consiglio sovietico, adottò il nome di Partito Comunista Indocinese. In questa fase della sua carriera, **Ho Chi Minh** agì più come arbitro dei conflitti tra le varie fazioni, consentendo l’organizzazione dell’azione rivoluzionaria, piuttosto che come iniziatore. In queste azioni si possono vedere la prudenza, la sua consapevolezza di ciò che era possibile realizzare, la sua cura di non alienare Mosca e l’influenza che aveva già ottenuto tra i comunisti vietnamiti. **La creazione del PCI coincise** con un violento movimento insurrezionale in Vietnam. La repressione dei francesi fu brutale; Lo stesso **Ho Chi Minh** fu condannato a morte in contumacia come rivoluzionario. Ha cercato rifugio a Hong Kong, dove la polizia francese ha ottenuto il permesso dagli inglesi per la sua estradizione, ma gli amici lo hanno aiutato a fuggire, ed è arrivato a Mosca via Shanghai. Nel 1935 il VII Congresso dell’Internazionale, riunito a Mosca, al quale partecipò come capo delegato del PCI, sancì ufficialmente l’idea del Fronte popolare, un’alleanza con la sinistra non comunista contro il fascismo, una politica da tempo propugnata da **Ho Chi Minh**. In linea con questa politica, i comunisti in Indocina moderarono la loro posizione anticolonialista nel 1936, consentendo la cooperazione con i “colonialisti antifascisti”. **La formazione del governo del Fronte popolare** del premier Léon Blum in Francia nello stesso anno permise alle forze di sinistra in Indocina di operare più liberamente, sebbene a **Ho Chi Minh**, a causa della sua condanna nel 1930, non fu permesso di tornare dall’esilio. La repressione tornò in Indocina con la caduta del governo Blum nel 1937 e nel 1938 il Fronte popolare era morto. ## Movimento per l’indipendenza Nel 1941, **Hồ Chí Minh** tornò in Vietnam per guidare il movimento indipendentista del Việt Minh. L’occupazione giapponese dell’Indocina quell’anno, il primo passo verso un’invasione del resto del sud-est asiatico, creò un’opportunità per i patrioti vietnamiti. **I cosiddetti “uomini in nero” erano una forza di guerriglia di 10.000 membri** che operava con il Việt Minh. Ha supervisionato molte azioni militari di successo contro la Francia di Vichy e l’occupazione giapponese del Vietnam durante la seconda guerra mondiale, sostenuto da vicino ma clandestinamente dall’Ufficio dei servizi strategici degli Stati Uniti e successivamente contro la decisione francese di rioccupare il paese. È stato imprigionato in Cina dalle autorità locali di Chiang Kai-shek prima di essere salvato dai comunisti cinesi. **Dopo il suo rilascio nel 1943, tornò in Vietnam**. Fu durante questo periodo che iniziò a usare regolarmente il nome Hồ Chí Minh, un nome vietnamita che combinava un comune cognome vietnamita (Hồ,胡) con un nome proprio che significa “Spirito luminoso” o “Chiara volontà” dal sino-vietnamita 志明: Chí che significa “volontà” o “spirito” e Minh che significa “luminoso. Nel 1946, il futuro primo ministro israeliano David Ben-Gurion e Hồ Chí Minh si conobbero quando soggiornarono nello stesso hotel a Parigi. Nel 1946, quando viaggiò fuori dal paese, i suoi subordinati imprigionarono 2.500 nazionalisti non comunisti e ne costrinsero altri 6.000 a fuggire. Centinaia di oppositori politici furono incarcerati o esiliati nel luglio 1946, in particolare membri del Partito nazionalista del Vietnam e del Partito nazionale Dai Viet dopo un tentativo fallito di organizzare un colpo di stato contro il governo del Viet Minh. **Tutti i partiti politici rivali furono successivamente banditi** e i governi locali furono epurati per ridurre al minimo l’opposizione. Tuttavia la Repubblica Democratica del Vietnam aveva più di due terzi dei suoi membri provenienti da fazioni politiche non Việt Minh, alcune senza elezioni. Il leader del Partito nazionalista del Vietnam Nguyễn Hải Thần è stato nominato vicepresidente. ## Presidente del Vietnam Nella conferenza di Ginevra, il Vietnam fu riconosciuto indipendente, ma venne diviso in due parti: sud filo-statunitense e nord comunista e, almeno inizialmente, filo-sovietico. **Ho Chi Minh** divenne presidente della Repubblica Democratica del Vietnam ossia il Vietnam del Nord nel 1954 dove però era già dichiarato presidente il 2 marzo 1946, ma in quell’occasione non venne riconosciuto a livello internazionale. Tra il 1953 e il 1956, il governo del Vietnam del Nord ha introdotto varie riforme agrarie, tra cui “riduzioni degli affitti” e “riforme agrarie”, che sono state accompagnate dalla repressione politica. Tra le 10 000 e le 15 000 persone furono giustiziate durante la campagna di riforma agraria.\[28\]\[29\] ## Sentiero di Ho Chi Minh L’Ho Chi Minh Trail prende il nome da **Ho Chi Minh** ed era una via di rifornimento militare utilizzata dal Viet Minh per inviare rifornimenti dal Vietnam del Nord attraverso Laos e Cambogia ai sostenitori nel Vietnam del Sud. Al suo apice, ogni giorno venivano inviate diverse tonnellate di rifornimenti, armi e munizioni. ## L’importanza di Ho Chi Minh Tra i rivoluzionari del XX secolo, **Ho Chi Minh** ha condotto la battaglia più lunga e costosa contro il sistema coloniale delle grandi potenze. Uno dei suoi effetti fu quello di provocare una grave crisi nella vita nazionale del più potente dei paesi capitalisti, gli Stati Uniti. Come marxista, **Ho Chi Minh** si schiera con il leader jugoslavo Tito come uno dei progenitori del “comunismo nazionale” che si sviluppò negli anni ’60 e (almeno in parte) con Mao Zedong della Cina comunista nell’enfatizzare il ruolo dei contadini nella lotta rivoluzionaria. La maggior parte degli scritti di **Ho Chi Minh** è raccolta nei due volumi Selected Works, pubblicati ad Hanoi nel 1960, nella collana delle Foreign Language Editions. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità, Storia Contemporanea, Top **Tag:** Storia --- ### [La battaglia di Poitiers, 732 d.C. Carlo Martello annienta gli arabi](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-poitiers-carlo-martello-arabi/) **Published:** Aprile 27, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** Il 10 ottobre del 732 d.C, il generale dei Franchi Carlo Martello annienta l'esercito degli arabi, bloccando l'invasione musulmana dell'Europa. **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La conquista araba dell’Europa: Spagna e Gallia](#La_conquista_araba_dellEuropa_Spagna_e_Gallia) - [Battaglia di Poitiers, 732. L’esercito di Carlo Martello](#Battaglia_di_Poitiers_732_Lesercito_di_Carlo_Martello) - [Battaglia di Poitiers, 732. Carlo Martello insegue gli arabi](#Battaglia_di_Poitiers_732_Carlo_Martello_insegue_gli_arabi) - [Battaglia di Poitiers, 732: disposizione sul campo](#Battaglia_di_Poitiers_732_disposizione_sul_campo) - [Battaglia di Poitiers, 732: lo svolgimento](#Battaglia_di_Poitiers_732_lo_svolgimento) - [La battaglia di Poitiers, 732. Il dibattito sull’importanza della battaglia di Poitiers](#La_battaglia_di_Poitiers_732_Il_dibattito_sullimportanza_della_battaglia_di_Poitiers) La **battaglia di Poitiers**, o battaglia di Tours, (Battaglia del lastricato dei martiri nelle fonti arabe) è uno scontro avvenuto il 10 ottobre del 732 d.C, tra l’esercito del **generale dei Franchi, Carlo Martello**, e l’esercito arabo guidato da **ʿAbd al-Raḥmān** al servizio del califfato **Ommayade**. La battaglia, che vide il pieno trionfo dei Franchi di Martello, **fermò l’avanzata araba in Europa.** Nonostante vi siano delle recenti discussioni, la battaglia di Poitiers è considerata una delle più importanti battaglie della storia del mondo. ## La conquista araba dell’Europa: Spagna e Gallia Nell’ottavo secolo d.C, la dinastia dei **califfi Omayyadi**, che aveva base in Nord Africa, aveva avviato la conquista dell’Europa. Tra il 711 e il 718 d.C, gli eserciti musulmani avevano già conquistato l’intera **penisola iberica**, sbaragliando i soldati cristiani che stavano rapidamente retrocedendo, soprattutto di fronte alla terribile cavalleria araba. Di lì a poco, gli arabi puntarono verso la regione della **Gallia**, odierna Francia. Nel 719 d.C, conquistarono la città di Narbonne, nonostante la fiera resistenza degli abitanti **Visigoti**. Poi, nel 720 d.C, si spostarono verso la regione dell’Aquitania, e nonostante la sconfitta del 721 nella battaglia di **Tolosa**, ripresero ad attaccare l’esercito del Granducato di Aquitania, ottenendo nel 732 una importante vittoria a **Bordeaux**. Gli eserciti cristiani vennero messi in fuga, e il **Duca della marca di Aquitania, Oddone,** si rese conto di non essere in grado di fermare l’avanzata musulmana. Per questo motivo, nonostante gli fosse stato fino a quel momento nemico, Oddone richiese l’aiuto di **Carlo Martello.** Egli era il funzionario di Palazzo dei regni dei **Franchi Merovingi di Austrasia, Burgundia (Borgogna) e Neustria**. La sua principale attività era quella di guidare l’amministrazione dei regni, esercitando un potere quasi simile a quello del Re. Ma Martello era anche un **eccellente generale** e, prevedendo che l’invasione araba avrebbe presto toccato anche il regno dei Franchi, accettò di aiutare militarmente **Oddone**, pretendendo però, prima di fornire aiuto, un formale atto di sottomissione da parte di quest’ultimo. ## Battaglia di Poitiers, 732. L’esercito di Carlo Martello Carlo Martello era un valente generale, che aveva a disposizione un esercito di primo ordine. Mentre per gran parte dell’epoca medievale gli eserciti venivano assoldati e reclutati a seconda delle esigenze, gli uomini agli ordini di Carlo Martello facevano parte di una **leva permanente.** Martello ottenne anche un **finanziamento dal Papa** per proteggere l’Europa cristiana dall’ invasione islamica, riuscendo a disporre di tutte le somme di denaro necessarie per organizzare la resistenza contro gli arabi. L’esercito di Martello era composto da **veterani e soldati di carriera**, particolarmente esperti, che combattevano per lui da almeno 10 anni. Il legame di fiducia con il loro generale era assoluto, e per questo motivo Carlo Martello disponeva di una grande quantità di uomini che avrebbero obbedito a qualsiasi suo ordine, con piena fiducia. I soldati avevano un **equipaggiamento pesante** che gli permetteva di sopportare bene i rigori dell’inverno, e gli uomini erano dotati di armi di prima categoria, come grosse spade, lance, giavellotti e asce. La cronaca mozarabica, redatta da un **anonimo cronista cristiano** che visse esattamente al tempo del dominio Ommayade della Spagna, elenca con buona precisione le tribù che facevano parte dell’esercito di Carlo Martello. I primi erano i soldati **Franchi**, germanici occidentali particolarmente abili nella guerra. C’erano poi i **Gallo-Latini,** popolazione che derivava dalla fusione tra gli antichi romani e le tribù celtiche della zona. Figuravano anche i **Borgognoni**, abitanti dell’odierna regione storica della Borgogna, in Francia. Vennero menzionati anche gli **Alemanni**, delle tribù germaniche occidentali che fin dai tempi dell’Impero romano costituivano guerrieri temibili. Vi erano i **Bavari**, altri Germani originali della Boemia, oltre alle “**Genti della foresta nera**“, agguerritissimi soldati che provenivano dalle fitte foreste germaniche sud-occidentali, che erano abituati a combattere nelle situazioni più estreme. Martello aveva anche a disposizione una cospicua **cavalleria leggera visigota,** che sarebbe stata perfetta per gli accerchiamenti. Con questo esercito, nel 732 d.C, Carlo Martello iniziò la sua marcia contro gli arabi ## Battaglia di Poitiers, 732. Carlo Martello insegue gli arabi Carlo iniziò la sua manovra di avvicinamento all’esercito arabo. Il generale Franco scelse di evitare le principali strade romane, che avrebbero potuto esporlo a imboscate, ma preferì individuare e percorrere scorciatoie e strade secondarie per **cogliere il nemico di sorpresa.** L’esercito arabo, nel frattempo, dimostrò di sottovalutare ampiamente il pericolo dei Franchi, tanto che il loro generale ʿAbd al-Raḥmān **non inviò nemmeno degli esploratori** per battere le zone circostanti e individuare eventuali nemici nelle vicinanze. Mentre l’esercito arabo viaggiava verso il fiume della Loira, una parte dei soldati si staccò per razziare i territori circostanti alla ricerca di cibo e di bottino. Questo provocò tuttavia degli scontri con le popolazioni locali, durante i quali gli arabi contarono **diverse perdite.** Inoltre, l’esercito musulmano si caricò di un cospicuo quantitativo di gioielli e di denaro che avrebbero **ritardato gli spostamenti** e complicato le battaglie successive. Nel frattempo, la marcia del grosso dell’esercito arabo fu talmente lenta che i soldati ebbero l tempo di seminare il grano e di raccoglierlo nel corso dei mesi successivi, senza minimamente sospettare che un cospicuo contingente avversario si stava avvicinando. Così, l’esercito di Carlo colse completamente impreparato il generale ʿAbd al-Raḥmān, che vide materializzarsi il nemico all’improvviso e fu costretto a dare battaglia quando meno se lo aspettava. ## Battaglia di Poitiers, 732: disposizione sul campo ![I Franchi si dispongono con la fanteria pesante al centro](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/04/Cattura-1024x535.png "Cattura - Scripta Manent Italia")I Franchi si dispongono con la fanteria pesante al centro la cavalleria nascosta nei boschi ai lati Gli arabi con la fanteria leggera al centro e le cavallerie ai latiCarlo Martello ebbe tutto il tempo per individuare il campo di battaglia più adatto ai suoi scopi e alle caratteristiche del suo esercito. In particolare, il generale Franco aveva individuato una **zona sopraelevata**, dove posizionò il grosso della sua fanteria pesante. In **prima fila** vennero disposti i **fanti armati di asce,** intervallati da contingenti di cavalleria, che si sarebbero occupati di combattere contro la fanteria araba. In **seconda fila** furono posizionati degli altri fanti dotati stavolta di **picche e di giavellotti**, con il compito di tenere a debita distanza la cavalleria nemica. Ai fianchi della seconda fila di fanteria vennero posizionati altri cavalieri, per evitare ogni possibilità di accerchiamento. Ai lati, Martello era sicuro di non poter essere accerchiato: innanzitutto per la **presenza di due fiumi** che confluivano, il Claine e il Vienne. Inoltre, su entrambi i lati vi erano delle **colline alberate,** che impedivano ogni accerchiamento e che permettevano di nascondere numerosi soldati. Ogni collina fu popolata di cavalieri, debitamente nascosti. In particolare, sul suo fianco sinistro, venne posizionata la cavalleria di Oddone. Tali unità avrebbero potuto attaccare i fianchi degli arabi durante la loro carica, o in alternativa, avrebbero colpito il loro accampamento. Sul fronte opposto, il generale Raḥmān posizionò **al centro la fanteria leggera** dotata di archi e sui lati, leggermente avanzate, due unità di cavalleria leggera. Subito dietro vennero disposti anche dei **dromedari**, il cui odore poteva spaventare e far imbizzarrire i cavalli. La formazione araba formò così una sorta di mezzaluna. Raḥmān era perfettamente consapevole che Martello si trovava in vantaggio, in quanto la sua posizione era praticamente inattaccabile e il suo esercito sarebbe stato costretto a infilarsi all’interno di una trappola. Per sette giorni, gli arabi cercarono un punto debole nello schieramento avversario, senza trovarlo. Martello sapeva però che il codice di onore degli eserciti arabi impediva al generale di evitare una battaglia e di fuggire. Raḥmān fu infatti costretto ad attaccare alle condizioni dell’avversario. ## Battaglia di Poitiers, 732: lo svolgimento Gli arabi caricarono verso il centro dello schieramento nemico, sia con la fanteria leggera che con la cavalleria, la quale investì gli avversari di un enorme quantitativo di frecce e di giavellotti. Lo scontro fu ferocissimo, ma la fanteria di Martello **non si scompose minimamente.** Gli arabi tornarono indietro, adottando una classica tecnica **“mordi e fuggi”**: Raḥmān diede ordine ai suoi uomini di ritirarsi, cercando di far credere all’avversario che il suo esercito fosse in rotta, fino a convincerlo a lasciare le posizioni per poi contrattaccare. Ma Martello aveva dato disposizioni estremamente precise ai suoi soldati, imponendogli di **combattere sul posto** senza muoversi, quel tanto che serviva per difendersi dagli attacchi. Gli arabi eseguirono una serie indeterminata di attacchi e di ritirate, nessuna delle quali ottenne lo scopo nè di sfaldare la fanteria nemica nè di farla schiodare dalle sue posizioni. Ad un certo momento, fu Martello a prendere l’iniziativa. Durante l’ennesimo attacco degli arabi, mentre la fanteria e la cavalleria di Raḥmān era impegnata in combattimento, Carlo fece uscire dal suo fianco sinistro, dalla collina alberata, un contingente di cavalleria che **attaccò l’accampamento arabo,** che conservava tutto il bottino radunato nei mesi di razzie precedenti. Visto l’accaduto, una parte della cavalleria araba, benché impegnata nel combattimento, capendo che le ricchezze erano in pericolo, **lasciò la battaglia e si precipitò alla difesa del denaro**: la fanteria leggera, così, si ritrovò da **sola** e con pochissima cavalleria a protezione dei fianchi. ![Mentre le fanterie combattono, Martello fa attaccare dai cavalieri nascosti l'accampamento arabo](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/04/Cattura2-1024x537.png "Cattura2 - Scripta Manent Italia")Mentre le fanterie combattono Martello fa attaccare dai cavalieri nascosti laccampamento araboProprio in quel momento, capendo il momento di debolezza, Martello diede ordine alla cavalleria di Oddone, sempre nascosta tra gli alberi, di attaccare il fianco destro, per far collassare il contingente arabo. Così, i fanti arabi, equipaggiati e armati alla leggera, soffrirono sia per i terribili colpi delle armi pesanti dei germani, sia per l’attacco della cavalleria sul lato destro. ![I cavalieri arabi corrono ad aiutare l'accampamento, lasciando la fanteria scoperta. ](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/04/Cattura3-1024x533.png "Cattura3 - Scripta Manent Italia")I cavalieri arabi corrono ad aiutare laccampamento lasciando la fanteria scoperta La cavalleria di Oddone sbuca dal lato destro e attacca il fianco arabo provocando il collasso del contingente musulmanoLa loro resistenza fu presto stroncata, e i soldati arabi iniziarono a fuggire. Solo in quel momento, Martello diede ordine alla propria fanteria centrale di **avanzare per inseguire il nemico.** La fuga si trasformò in una carneficina assoluta: Raḥmān venne raggiunto dal nemico e **abbattuto sul campo di battaglia**. Secondo alcune fonti, fu il generale Carlo Martello in persona a ucciderlo, ma probabilmente questo dettaglio fa parte della propaganda franca. La disfatta di Poitiers arrestò in maniera sensibile l’avanzata araba in Europa, e la conquista del continente europeo subì una considerevole battuta d’arresto. ## La battaglia di Poitiers, 732. Il dibattito sull’importanza della battaglia di Poitiers La battaglia di Poitiers è stata considerata per secoli come una delle più importanti battaglie della storia Europea, che da sola pose fine all’invasione araba del continente. Diversi storici occidentali, e soprattutto la **Cronaca Mozarabica** composta nel 754 d.C, confermano l’enorme impatto sulla storia della vittoria Franca a Poitiers. Anche altri storici, fra cui **Gibbon, Kurt, Hans e Dellbruk**, ritengono che la battaglia di Poitiers abbia influito su tutta la storia successiva. Altri invece, tendono a considerare la battaglia di Poitiers come ampiamente sopravvalutata e ritengono di dover ridimensionare la sua importanza. **Alessandro Barbero**, in una conferenza del 2014, ha riportato la tesi secondo cui gli arabi volevano semplicemente razziare le ricchezze del Monastero di San Martino a Tours, senza velleità di conquistare l’intera Europa. Anche **Franco Cardini** ritiene che l’importanza di Poitiers sia sostanzialmente un mito costruito nel corso dei secoli, soprattutto dalla propaganda dei Franchi e dal papato, che aveva contribuito anche economicamente all’andamento della guerra. Presso le fonti arabe si trovano più o meno le stesse interpretazioni. **Kalid Blankinship,** storico americano che ha studiato attentamente le fonti arabe sulla battaglia, ha confermato che anche per i musulmani la sconfitta di Poitiers ha determinato il declino del califfato Ommayade e la fine della conquista dell’Europa. Vi è però da considerare che un importante autore arabo del XIII secolo, **Ibn Idhari al-Marrakushi,** nella sua “Storia del Maghreb” cita la battaglia come “Battaglia della strada (o del lastricato) dei Martiri.” Anche se il nome può sembrare altisonante, tante altre battaglie vennero definite come battaglie dei “Martiri “, e questo potrebbe testimoniare che per una parte del mondo musulmano, tale scontro fu considerato alla stregua di tanti altri, senza quella fondamentale importanza che gli attribuiscono gli europei. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Attualità, Medioevo --- ### [La Ricostruzione nella Storia degli Stati Uniti](https://scriptamanentitalia.it/la-ricostruzione-nella-storia-degli-stati-uniti/) **Published:** Dicembre 5, 2022 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Origini della ricostruzione](#Origini_della_ricostruzione) - [Ricostruzione presidenziale](#Ricostruzione_presidenziale) - [Ricostruzione radicale](#Ricostruzione_radicale) - [La fine della Ricostruzione](#La_fine_della_Ricostruzione) La Ricostruzione, nella storia degli Stati Uniti, è compresa nel periodo dal 1865 – al 1877 dopo la Guerra civile americana e durante la quale si tentò di riparare alle iniquità della schiavitù e della sua eredità politica, sociale ed economica e di risolvere i problemi derivanti dalla riammissione nell’Unione degli 11 stati che si erano separati. ## Origini della ricostruzione Il dibattito sulla ricostruzione iniziò durante la guerra civile. Nel dicembre 1863, meno di un anno dopo aver emesso il Proclama di emancipazione, il pres. Abraham Lincoln annunciò il primo programma completo per la ricostruzione, **il piano del dieci per cento**. In base a esso, quando un decimo degli elettori prebellici di uno stato prestava giuramento di fedeltà, poteva istituire un nuovo governo statale. Per Lincoln, il piano era un tentativo di indebolire la Confederazione piuttosto che un progetto per il Sud del dopoguerra. È stato messo in atto in alcune parti della Confederazione occupata dall’Unione, ma nessuno dei nuovi governi ha ottenuto un ampio sostegno locale. Nel 1864 il Congresso approvò il Wade-Davis Bill, che proponeva di ritardare la formazione di nuovi governi del sud fino a quando la maggioranza degli elettori non avesse prestato giuramento di fedeltà. Alcuni repubblicani erano già convinti che i diritti fossero uguali poiché gli ex schiavi dovevano accompagnare la riammissione del Sud nell’Unione. Nel suo ultimo discorso, l’11 aprile 1865, Lincoln, riferendosi alla ricostruzione in Louisiana, espresse **l’opinione che i neri che avevano prestato servizio nell’esercito dell’Unione avrebbero dovuto godere del diritto di voto**. ## Ricostruzione presidenziale Dopo l’assassinio di Lincoln nell’aprile 1865, **Andrew Johnson divenne presidente** e inaugurò il periodo della ricostruzione presidenziale (1865-1867). Johnson offrì la grazia a tutti i bianchi del sud tranne i leader confederati e i ricchi latifondisti (sebbene la maggior parte di questi abbia successivamente ricevuto la grazia individuale), **ripristinando i loro diritti politici e tutte le proprietà tranne gli schiavi**. Ha anche delineato come sarebbero stati creati nuovi governi statali. A parte il requisito di abolire la schiavitù, ripudiare la secessione e abrogare il debito confederato, a questi governi fu concessa mano libera nella gestione dei loro affari. **Le forze economiche contrarie hanno cercato di legiferare** per richiedere ai neri afroamericani la firma di contratti di lavoro annuali in modo da limitare le loro opzioni economiche e ristabilire la vecchia disciplina delle piantagioni. **Gli afroamericani si opposero con forza all’attuazione di queste misure.** Quando il Congresso si riunì nel dicembre 1865, i repubblicani come **Thaddeus Stevens della Pennsylvania e il Sen. Charles Sumner del Massachusetts** hanno chiesto l’istituzione di nuovi governi del sud basati sull’uguaglianza davanti alla legge e sul suffragio maschile universale. Ma i più numerosi repubblicani moderati speravano di lavorare con Johnson modificando il suo programma. Il Congresso rifiutò i rappresentanti e i senatori eletti dagli stati del sud e all’inizio del 1866 approvarono **l’Ufficio dei liberti e Progetti di legge sui diritti civili**. Il primo ha esteso le operazioni di un’agenzia che il Congresso aveva creato nel 1865 per sovrintendere alla transizione dalla schiavitù alla libertà. Il secondo definiva tutte le persone nate negli Stati Uniti come cittadini, che dovevano godere dell’uguaglianza davanti alla legge. **Una combinazione di testardaggine personale, fervente fede nei diritti degli stati e convinzioni razziste hanno portato Johnson a respingere questi progetti** di legge, provocando una rottura permanente tra lui e il Congresso. Il Civil Rights Act è diventata la prima legislazione significativa nella storia americana. Poco dopo, il Congresso ha approvato il Quattordicesimo emendamento, che inseriva nella Costituzione il principio della cittadinanza per diritto di nascita e vietava agli stati di privare qualsiasi cittadino della “uguale protezione” delle leggi. Probabilmente l’aggiunta più importante alla **Costituzione oltre alla Carta dei diritti**, l’emendamento ha costituito un profondo cambiamento nelle relazioni tra stato federale e stato centrale. Tradizionalmente, i diritti dei cittadini erano stati delineati e protetti dagli stati. Successivamente, il governo federale avrebbe garantito l’uguaglianza di tutti gli americani davanti alla legge contro la violazione di ogni singolo stato. ## Ricostruzione radicale **Nelle elezioni del Congresso dell’autunno 1866**, gli elettori del Nord ripudiarono in modo schiacciante le politiche di Johnson. Il Congresso ha deciso di ricominciare la ricostruzione. Il **Reconstruction Acts del 1867** divideva il Sud in cinque distretti militari e delineava come dovevano essere istituiti nuovi governi, basati sul suffragio maschile senza riguardo alla razza. Iniziò così il periodo della ricostruzione radicale o congressuale, che durò fino alla fine degli ultimi governi repubblicani meridionali nel 1877. **Nel 1870 tutti gli ex stati confederati erano stati riammessi nell’Unione** e quasi tutti erano controllati dal Partito Repubblicano. Tre gruppi costituivano il repubblicanesimo meridionale. I **Carpetbaggers**, ovvero i nuovi arrivati dal Nord, erano ex soldati dell’Unione, insegnanti, agenti dell’Ufficio dei Liberti e uomini d’affari. Il secondo grande gruppo, gli **Scalawags**, o repubblicani bianchi nativi del sud, includevano alcuni uomini d’affari e piantatori, ma la maggior parte erano piccoli agricoltori non schiavisti dell’entroterra meridionale. Fedeli all’Unione durante la Guerra Civile, vedevano il Partito Repubblicano come un mezzo per impedire ai Confederati di riconquistare il potere nel sud. **In ogni stato del sud, gli afroamericani formavano la stragrande maggioranza degli elettori repubblicani**. Dall’inizio della ricostruzione, le convenzioni e i giornali neri di tutto il sud avevano chiesto l’estensione dei pieni diritti civili e politici agli afroamericani. Composta da coloro che erano stati liberi prima della guerra civile oltre ai veterani della guerra civile, la leadership politica nera fece pressioni per l’eliminazione del sistema di caste razziali e l’elevazione economica degli ex schiavi. **Gli afroamericani hanno prestato servizio al Congresso durante la ricostruzione**, inclusi Hiram Revels e Blanche K. Bruce al Senato degli Stati Uniti, più di 600 nelle legislature statali e altre centinaia negli uffici locali dallo sceriffo al giudice di pace sparsi per il sud. **La cosiddetta “supremazia nera” non è mai esistita**, ma l’avvento degli afroamericani nelle posizioni di potere politico segnò una drammatica rottura con le tradizioni del Paese e suscitò un’aspra ostilità da parte degli oppositori della Ricostruzione. Al servizio di una cittadinanza allargata**, i governi della ricostruzione istituirono i primi sistemi scolastici pubblici finanziati dagli stati del sud**, cercarono di rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori delle piantagioni, resero la tassazione più equa e bandirono la discriminazione razziale nei trasporti pubblici e negli alloggi. Hanno anche offerto aiuti alle ferrovie e ad altre imprese nella speranza di creare un “Nuovo Sud” la cui espansione economica avrebbe giovato sia ai neri che ai bianchi. **Ma il programma economico ha generato anche corruzione e aumento delle tasse.** Nel frattempo, la trasformazione sociale ed economica del sud procedeva a ritmo sostenuto. Per i neri, libertà significava indipendenza dal controllo dei bianchi. **La ricostruzione fornì l’opportunità per gli afroamericani di consolidare i loro legami familiari** e creare istituzioni religiose indipendenti, che divennero centri di vita comunitaria che sopravvissero molto tempo dopo la fine della Ricostruzione. Gli ex schiavi chiedevano anche l’indipendenza economica. Le speranze dei neri che il governo federale avrebbe fornito loro la terra erano state sollevate dal **Sherman’s Field Order n. 15 del gennaio 1865**, che riservava un’ampia fascia di terreno lungo la costa della Carolina del Sud e della Georgia per l’insediamento esclusivo delle famiglie nere, e dal Freedmen’s Bureau Act di marzo, che autorizzava l’ufficio ad affittare o vendere terra in suo possesso agli ex schiavi. **Ma il presidente Johnson nell’estate del 1865 ordinò che la terra in mano ai federali fosse restituita ai suoi precedenti proprietari**. Il sogno di ”40 acri e un mulo” non venne mai attuato. In mancanza di terra, la maggior parte degli ex schiavi aveva poche alternative economiche oltre a riprendere il lavoro nelle piantagioni di proprietà dei bianchi. Alcuni lavoravano stipendiati, altri come mezzadri, che alla fine dell’anno dividevano il raccolto con il proprietario. Nessuno dei due status offriva molte speranze per la indipendenza economica. Per decenni, la maggior parte dei neri del sud è rimasta senza proprietà e povera. **Tuttavia, la rivoluzione politica della ricostruzione ha generato un’opposizione sempre più violenta** da parte dei bianchi del sud. Organizzazioni suprematiste bianche che hanno commesso atti terroristici, come il **Ku Klux Klan**, hanno preso di mira i leader repubblicani locali con minacce o assassinii. Anche gli afroamericani che volevano affermare i propri diritti nei rapporti con datori di lavoro, insegnanti, ministri e altri bianchi che cercavano di assistere gli ex schiavi sono diventati loro bersagli. A Colfax, in Louisiana, nel 1873, decine di neri furono uccisi dopo essersi arresi a bianchi armati intenti a prendere il controllo del governo locale. Sempre più spesso, i nuovi governi del sud si rivolgevano a Washington, per assistenza. ![Ku Klux Klan](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/kukluxklan-1024x930.jpg "kukluxklan - Scripta Manent Italia")Ku Klux Klan**Nel 1869 il Partito Repubblicano aveva saldamente il controllo di tutti e tre i rami del governo federale**. Dopo aver tentato di rimuovere il segretario alla guerra Edwin M. Stanton, in violazione del nuovo Tenure of Office Act, Johnson fu messo sotto accusa dalla Camera dei rappresentanti nel 1868. Sebbene il Senato, con un solo voto, non fosse riuscito a rimuoverlo dall’incarico, Il potere di Johnson di ostacolare il corso della Ricostruzione era svanito. Il repubblicano Ulysses S. Grant fu eletto presidente quell’autunno. Subito dopo, il Congresso ha approvato il Quindicesimo emendamento, che vieta agli stati di limitare il diritto di voto a causa della razza. Quindi ha promulgato una serie di **Enforcement Acts** che autorizzavano l’azione nazionale per reprimere la violenza politica. ## La fine della Ricostruzione Tuttavia, la ricostruzione iniziò presto a scemare. **Durante il 1870, molti repubblicani si ritirarono sia dall’egualitarismo razziale che dall’ampia definizione di potere federale generata dalla guerra civile**. La corruzione e l’instabilità del sud, sostenevano i critici della Ricostruzione, derivavano dall’esclusione dal potere degli “uomini migliori” della regione. Man mano che i repubblicani del nord diventavano più conservatori, la ricostruzione divenne il simbolo di un maldestro tentativo di elevare le classi inferiori della società. Riflettendo lo stato d’animo mutevole, una serie di decisioni della Corte Suprema limitarono fortemente la portata delle leggi sulla ricostruzione e degli emendamenti costituzionali. **Nel 1876 solo la Carolina del Sud, la Florida e la Louisiana rimasero sotto il controllo repubblicano**. L’esito della competizione presidenziale di quell’anno tra il repubblicano Rutherford B. Hayes e il democratico Samuel J. Tilden si è imperniata sui controversi ritorni da questi stati. I negoziati tra i leader politici del sud e i rappresentanti di Hayes produssero un patto: Hayes avrebbe riconosciuto il controllo democratico dei restanti stati del sud, e i democratici non avrebbero bloccato la certificazione della sua elezione da parte del Congresso. Le truppe federali tornarono alle loro caserme e iniziando un’era in cui il governo federale accettava la responsabilità di proteggere i diritti degli ex schiavi, la ricostruzione è giunta al termine. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [Le navi di Nemi](https://scriptamanentitalia.it/le-navi-di-nemi/) **Published:** Dicembre 2, 2022 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Le navi dell’imperatore Caligola](#Le_navi_dellimperatore_Caligola) - [I tentativi di recupero medievali e rinascimentali](#I_tentativi_di_recupero_medievali_e_rinascimentali) - [Il recupero delle navi di Nemi in epoca fascista](#Il_recupero_delle_navi_di_Nemi_in_epoca_fascista) - [L’incendio delle navi di Nemi](#Lincendio_delle_navi_di_Nemi) Le navi di Nemi, gigantesche imbarcazioni costruita dall’imperatore Caligola, rappresentano una delle più gravi perdite in tutta la storia dell’Archeologia. Recuperate dopo secoli di tentativi, andarono infatti bruciate nel corso della Seconda Guerra Mondiale. ## Le navi dell’imperatore Caligola Le gigantesche navi di Nemi vennero fatte costruire da Caligola, controverso appartenente alla dinastia Giulio-Claudia. Inizialmente gli storici ritenevano che l’imperatore volesse solo assecondare la propria megalomania, ma più recentemente la presenza nel lago del Santuario monumentale di Diana Aricina, ha fatto comprendere agli esperti che le navi avevano una funzione cerimoniale. La prima, lunga 71m e larga 20, era dotata di remi e la seconda, lunga 75m e larga 29, era invece trainata a rimorchio: le navi ebbero non solo una funzione religiosa ma diventarono addirittura la residenza ufficiale dell’imperatore. Le imbarcazioni erano davvero gigantesche: posizionate in orizzontale occupavano 5 campi da tennis, mentre in verticale sarebbero state più alte di un palazzo di 20 piani. Erano più grandi della HMS Victory, la nave con cui l’ammiraglio Horatio Nelson vinse la battaglia di Trafalgar, e oggi sarebbero di dimensioni simili ad una nave corvetta o ad un pattugliatore della marina militare. Lo scafo era composto da un misto di legno di pino, abete e quercia e sull’esterno era stato posizionato un vasto strato di lana, imbottita di sostanze impermeabili, rafforzato da fogli di piombo abilmente inchiodati. Oltre alla presenza di un rostro sulla prua, la prima nave era dotata su ogni lato di un corridoio per ospitare 30 coppie di rematori. Il ponte della nave, adornato da splendidi mosaici, era dominato da un grande piazzale ed una serie di colonne che andavano a costituire un vero e proprio portico. Protagonista della nave era un tempio, con colonne doriche alte 4 metri. Tutta la nave era ricoperta di lamine di rame, affinché splendessero con la luce del sole. Le navi di Nemi avevano inoltre delle soluzioni tecniche straordinarie come l’utilizzo di àncore avveniristiche per i tempi e tecnologie simili ai moderni cuscinetti a sfera. Addirittura, sotto il ponte erano stati posizionati alcuni pilastrini di terracotta, che permettevano da un lato di mantenere la superficie stabile per sostenere il tempio, e dall’altro di conservare l’elasticità del legno dello scafo. ## I tentativi di recupero medievali e rinascimentali Durante l’epoca tardo imperiale, le navi di Nemi affondarono nel lago. Ma la loro memoria non venne affatto cancellata, tanto che ancora nel Medioevo erano diffuse leggende sull’esistenza delle antichissime navi di Caligola. Spesso, diversi pescatori recuperavano casualmente ma regolarmente reperti che confermavano la loro presenza sul fondale. Solo nel rinascimento partirono i primi tentativi di recupero. Nel 1446, il cardinale Prospero Colonna, appartenente alla potentissima famiglia romana dei Colonna, incaricò l’architetto Leon Battista Alberti di escogitare un metodo per il recupero delle navi. Secondo un testimone oculare, Flavio Biondo, vennero utilizzate delle botti vuote affinché galleggiassero, sulle quali era stata costruita una zattera e posizionate alcune macchine per il recupero, dotate di lunghe funi che terminavano con degli uncini, per arpionare le navi e trascinarle fino alla riva. Posizionata la struttura, alcuni nuotatori genovesi vennero incaricati di immergersi e di attaccare gli uncini alle navi. Purtroppo, queste erano talmente gigantesche e pesanti che il tentativo di Battista Alberti fallì miseramente e, anzi, gli uncini causarono danni alle imbarcazioni. Più tardi, nel 1535, lo speleologo ed ingegnere bolognese Francesco De Marchi tentò di raggiungere le navi con un approccio diverso. De Marchi utilizzò infatti una campana di legno dotata di un oblò in corrispondenza del volto e che lasciava libere le braccia e le gambe, una sorta di antenato dello scafandro. Dopodiché, si calò per raggiungere le imbarcazioni: il primo tentativo fu interrotto perché De Marchi cominciò a sanguinare dal naso e dalla bocca, ma dopo essere riemerso ed essersi ripreso, lo speleologo fu in grado di raggiungere finalmente le navi e di osservarle da vicino. Secondo il suo stesso racconto, riuscì ad intravedere delle meravigliose stanze, ma ebbe paura di addentarsi per timore di rimanere bloccato e non poter risalire. Un tentativo simile avvenne nel 1827, da parte di Annesio Fusconi, che utilizzò una versione più raffinata dello scafandro noto come “Campana di Halley”, dotato di una pompa d’aria. Fusconi fu in grado di raggiungere le navi e di asportare diverso materiale tra cui lamine di rame, pezzi di mosaici, oggetti di grande valore e decorazioni. Tuttavia il materiale, una volta riemerso, venne immediatamente rubato. Qualche anno dopo, nel 1895, il ministero della Pubblica Istruzione incaricò la famiglia Orsini di procedere ad un nuovo tentativo. Gli Orsini scelsero Eliseo Borghi il quale, sempre utilizzando una sorta di scafandro, riuscì a raggiungere le navi. Questa volta, la spedizione si trasformò in un vero e proprio saccheggio. Ghiere in bronzo, tegole dorate, pezzi di mosaici e lastre di porfido vennero trafugate e rivendute sul mercato. Così, i responsabili del Governo italiano vietarono di eseguire nuovi tentativi. In realtà, agli inizi del Novecento, si capì che l’unico metodo possibile per recuperare le navi di Nemi non era quello di arpionarle e trascinarle sulla riva, quanto piuttosto di abbassare il livello delle acque. ## Il recupero delle navi di Nemi in epoca fascista Nel 1927, durante il periodo fascista, Mussolini diede ordine di recuperare le navi di Nemi sfruttando la nuova tecnica. Grazie al fondamentale apporto delle “Costruzioni meccaniche Riva”, guidate dall’Ing. Guido Uccelli, quattro gigantesche idrovore cominciarono a prelevare l’acqua dal lago, che venne poi fatta convogliare in una galleria sotterranea, la stessa utilizzata dai Romani secoli prima, opportunamente ripulita ed allargata. In sei mesi vennero asportati 5 milioni di metri cubi d’acqua. Famosa è la foto scattata il 20 ottobre 1928, dove Mussolini osservava lo svuotamento del lago di Nemi, appoggiato alla balaustra. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/Avvio_impianto_idrovore_navi_di_Nemi_-_Museo_scienza_e_tecnologia_Milano_Nemi_98-698x1024.jpg "Avvio_impianto_idrovore_navi_di_Nemi_-_Museo_scienza_e_tecnologia_Milano_Nemi_98 - Scripta Manent Italia") Finalmente, dopo centinaia di anni, il 28 marzo 1929 la prima nave cominciò ad affiorare e gli archeologi di tutto il mondo si precipitarono per osservare l’evento. Nel gennaio del 1930, anche la seconda nave vide finalmente la luce. Abilmente trainate e riparate a riva, coperte da teli bagnati perché il legno non subisse danni, si pensò immediatamente ad imbastire un museo apposito. L’incarico venne affidato all’Arch. Vittorio Morpurgo, che costruì il “Museo delle navi romane”. Si trattava di un doppio hangar, realizzato interamente in calcestruzzo, che venne completato su tre lati, e solo dopo aver fatto entrare le navi, richiuso con la quarta parete. Si trattava di un vero e proprio “museo su misura” per le navi di Nemi, dotato di meravigliose vetrate e di una terrazza panoramica per osservare dall’alto il lago. Rapidamente, il Museo delle Navi romane divenne un orgoglio italiano nel mondo, che attraeva regolarmente migliaia di visitatori. ## L’incendio delle navi di Nemi Le navi di Nemi furono tragicamente distrutte da un incendio durante la Seconda Guerra Mondiale. Secondo l’ipotesi più accreditata, quella della commissione di inchiesta del 1946, composta da architetti, ingegneri, vigili del fuoco ed esperti di artiglieria, i responsabili furono i soldati tedeschi. Il 31 maggio 1944, vennero visti quattro cannoni tedeschi, guidati da un reparto di artiglieria, avvicinarsi all’entrata del museo, mentre i soldati allontanavano i custodi. Successivamente, un pesante bombardamento dell’aviazione anglo-americana aveva colpito il territorio, fino alla mattina del 31 maggio. Dopodiché, era iniziato un intenso cannoneggiamento, durato fino alle 20:15. Alle 21:15, un custode avrebbe visto un lume aggirarsi all’interno del museo, mentre alle 22.00 sarebbe divampato l’incendio, causato dagli artiglieri tedeschi. Il 2 giugno, i nazisti si sarebbero ritirati, lasciando dietro di loro solamente le ceneri delle navi di Nemi. Recentemente, sulla base di questo rapporto realizzato per lo stato italiano, il comune di Nemi ha addirittura chiesto un risarcimento alla Germania per la distruzione di questo tesoro inestimabile. Una teoria alternativa, appoggiata dal Prof. di storia contemporanea Pietro Cappellari e dell’Arch. Giuliano Di Benedetti, afferma invece che l’incendio si sarebbe verificato dopo la partenza dei tedeschi, e i veri responsabili sarebbero stati gli sfollati o i partigiani. In particolare, le centinaia di sfollati in fuga dai bombardamenti si sarebbero riparate durante la notte all’interno del museo. Presi dalla paura e dal freddo, avrebbero utilizzato il legno delle navi per dei piccoli fuochi di fortuna, che si sarebbero poi accidentalmente propagati al resto delle imbarcazioni. Oppure, i responsabili potrebbero essere stati i partigiani, che del tutto inconsapevoli della reale età delle navi, le avrebbero scambiate per strutture fasciste. Così, al grido di: “Diamo fuoco alle navi di Mussolini!”, avrebbero volontariamente appiccato le fiamme al museo. Oggi, delle navi di Nemi non rimane più nulla, se non alcune ricostruzioni in legno, tutt’ora presenti nel museo, e diversi oggetti decorativi originali. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Antica Roma **Tag:** Storia --- ### [La battaglia di Legnano del 1176](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-di-legnano-del-1176/) **Published:** Dicembre 2, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La nascita della Lega Lombarda](#La_nascita_della_Lega_Lombarda) - [La nuova calata di Barbarossa e l’assedio di Alessandria](#La_nuova_calata_di_Barbarossa_e_lassedio_di_Alessandria) - [I movimenti sul territorio e l’incontro tra i due eserciti](#I_movimenti_sul_territorio_e_lincontro_tra_i_due_eserciti) - [La battaglia di Legnano: il combattimento tra cavallerie](#La_battaglia_di_Legnano_il_combattimento_tra_cavallerie) - [La battaglia di Legnano: l’eroica resistenza dei fanti comunali](#La_battaglia_di_Legnano_leroica_resistenza_dei_fanti_comunali) - [Le conseguenze della battaglia di Legnano e la Pace di Costanza (1183)](#Le_conseguenze_della_battaglia_di_Legnano_e_la_Pace_di_Costanza_1183) La battaglia di Legnano è stato uno degli scontri decisivi dell’alto medioevo ed è entrato a buon diritto nella storia: i comuni dell’Italia settentrionale, prevalentemente lombardi e veronesi riuniti nella famosissima “Lega Lombarda” riuscirono a sconfiggere l’esercito dell’imperatore del Sacro Romano Impero, Federico Barbarossa. Anche se la Lega Lombarda fu un’alleanza militare ispirata dal papato e dedicata alla difesa nel breve periodo del territorio, senza alcuna velleità di unità nazionale, costituì tuttavia un celebre esempio di come le forze italiane, riunite e coordinate fra di loro, furono in grado di trionfare su eserciti germanici ritenuti quasi invincibili, infliggendo un’eterna umiliazione all’imperatore tedesco, che fu costretto a rinunciare alla sua diretta autorità sul nord Italia. **Il Sacro romano Impero guidato da Federico Barbarossa** L’alto Medioevo era dominato dalla potenza politica e militare del Sacro romano Impero, che si considerava il successore dell’Impero romano d’Occidente, guidato da un imperatore e da una classe dirigente costituita da principi guerrieri tedeschi. Nel 1152, Federico Hohenstaufen, detto Barbarossa, raggiunse il trono. Il sovrano si trovò immediatamente di fronte a due sfide politiche importanti: la prima era quella di appianare le contese territoriali che dilaniavano la nobiltà tedesca, la seconda consisteva nel ristabilire l’autorità imperiale nel nord Italia. I comuni lombardi, dotati di un’economia, società e cultura profondamente diverse da quelle germaniche, miravano infatti all’indipendenza, una volontà di autonomia che si manifestava sempre più chiaramente durante il tempo: i comuni italiani iniziavano infatti a non riconoscere più l’autorità dei funzionari imperiali e affermavano la volontà sempre più forte di nominare autonomamente il Podestà, la massima autorità amministrativa dei comuni italiani, senza l’approvazione dell’imperatore tedesco. Le mire autonomistiche dei comuni del nord Italia, venivano inoltre appoggiate politicamente dal papato di Roma. Il Papa, l’altro grande potere medievale, mirava infatti ad utilizzare gli eserciti dei comuni italiani per limitare l’influenza dell’imperatore tedesco. Federico Barbarossa fu così costretto a scendere ripetutamente in Italia per riaffermare militarmente il suo potere: durante la prima discesa, ad esempio, saccheggiò la città di Tortona e nel 1155 si fece incoronare re d’Italia nella Basilica di San Michele a Pavia. Dopodiché, raggiunto con il suo esercito direttamente la città di Roma, soppresse delle rivolte e insediò sul trono Papa Adriano IV, che il 18 giugno del 1155 lo incoronò imperatore del Sacro romano Impero, legittimando il suo potere di fronte a tutta la cristianità. Tuttavia, i comuni italiani continuavano a non accettare il potere imperiale, e Barbarossa fu costretto a calare altre tre volte, mettendo sistematicamente a ferro e fuoco le città del nord Italia, che non si piegavano alla sua autorità. Il momento di rottura avvenne poco prima della quinta calata in Italia. L’imperatore eseguiva ormai ripetute ingerenze nei confronti del papato, e alla morte di Adriano IV, il suo successore, Alessandro III, si mise drasticamente in opposizione al Barbarossa. Per tutta risposta, l’imperatore nominò una serie di antipapi, il che costituiva per il Santo Padre un affronto inaccettabile. Durante l’ennesima calata, nel 1162, Barbarossa mise a ferro e fuoco le città di Milano e di Crema, radendole quasi al suolo, e dopo aver raggiunto Roma costrinse Alessandro III a scappare in Francia, insediando al suo posto il nuovo Papa Pasquale III, alle sue dirette dipendenze. Dalla Francia, Alessandro scomunicò Federico Barbarossa, il che, assieme all’avvio di azioni diplomatiche con i comuni del nord Italia, equivalse ad una dichiarazione di guerra. ## **La nascita della Lega Lombarda** Alessandro III, ritornato a Roma, iniziò immediatamente ad utilizzare il suo potere politico e le sue capacità diplomatiche per riunire i comuni del nord Italia contro l’imperatore. Così, il 7 aprile 1167, presso l’abbazia di Pontida, ancora oggi in provincia di Bergamo, venne costituita la Lega Lombarda, in latino “Societas Lombardiae”, che inizialmente includeva le città di Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma. Con questa alleanza militare, i comuni promettevano di aiutarsi l’un l’altro per impedire una nuova incursione degli eserciti imperiali. Già nel dicembre dello stesso anno, la lega si allargò con l’entrata della Lega Veronese, fino a raggiungere nell’arco di pochi mesi una cordata di 30 comuni. Il principale simbolo della Lega Lombarda era il Carroccio. Si trattava di un carro di legno trainato da 3 coppie di buoi sulla cui sommità vi era un palo con una croce d’oro e un vessillo, a volte di Gesù Cristo, a volte di Sant’Ambrogio, o comunque del Santo che proteggeva lo specifico comune. Il Carroccio rappresentava la libertà e l’autonomia dei comuni Lombardi, e sul campo di battaglia costituiva un simbolo da difendere ad ogni costo, oltre che un punto di riferimento per l’esercito. Un primo importante atto di ribellione nei confronti dell’imperatore da parte della Lega Lombarda fu la fondazione della città di Alessandria, così chiamata in onore di Alessandro III. La fondazione di una nuova città senza l’approvazione imperiale costituiva un ennesimo esempio della volontà dei comuni di autogestirsi e rappresentò un vero e proprio “guanto di sfida” che Barbarossa non poteva ignorare. ## **La nuova calata di Barbarossa e l’assedio di Alessandria** Già nell’aprile del 1173, Federico Barbarossa organizzò una nuova calata militare nel nord Italia. L’imperatore riuscì a radunare un esercito di 10.000 soldati, prevalentemente cavalleria germanica pesante. L’arcivescovo di Magonza, Cristiano di Buch, diede la propria benedizione all’esercito imperiale che partì rapidamente alla volta del nord Italia. Nel settembre 1174, Barbarossa superò le Alpi, evitando il classico e prevedibile passaggio dal Brennero, e scegliendo invece di entrare in Italia dal Valico del Moncenisio, al confine tra le Alpi Cozie e le Alpi Graie. Sbucato in Val di Susa, gli eserciti imperiali iniziarono a devastare il territorio: questa prima azione violenta provocò l’immediata diserzione di alcuni comuni Lombardi, che giurarono nuovamente fedeltà all’imperatore, tra cui Pavia, fedele alleata di Barbarossa. Dopo i primi successi, Barbarossa scelse di procedere con l’assedio di Alessandria, sia per garantirsi il controllo di una città strategicamente importante, ma soprattutto per il suo valore simbolico di ribellione alla propria autorità. Tuttavia, Alessandria era stata fondata con poderose mura, e la popolazione oppose una strenua resistenza al nemico. Così, gli eserciti imperiali passarono tutto l’inverno del 1174 accampati nei pressi delle mura di Alessandria, soffrendo la fame e il freddo. Nell’aprile del 1175, rendendosi conto che l’assedio stava prolungandosi pericolosamente, Barbarossa cercò di risolvere la situazione facendo scavare due tunnel sotterranei per penetrare all’interno della città. Per sua sfortuna, le sentinelle si accorsero del tentativo, ed uccisero gli uomini addetti agli scavi compiendo anche una sortita all’esterno della città, che gli permise addirittura di attaccare e di incendiare i macchinari d’assedio. Così, verso la fine del mese, Barbarossa si rese conto che non sarebbe stato in grado di conquistare la città e fu costretto a levare l’assedio. La scelta di Barbarossa di concentrare le proprie forze militari su Alessandria costituì un grave errore strategico: l’imperatore aveva infatti perso uomini e tempo prezioso e si ritrovò in inferiorità numerica rispetto ai Comuni, che avevano avuto tutto il tempo di organizzare i propri eserciti. Perfettamente consapevole del proprio sbaglio, Barbarossa si ritrovò nel nord Italia a corto di soldati. Vennero immediatamente inviati dei messaggeri per richiedere aiuto, soprattutto a suo cugino, Enrico Leone, Duca di Sassonia, il cui contributo sarebbe stato di fondamentale importanza. Purtroppo per il Barbarossa, Enrico negò il suo appoggio e l’imperatore ottenne degli esigui rinforzi da alcuni principi tedeschi e dalle forze militari del comune di Como. Al termine di tutti i suoi sforzi, Barbarossa aveva a disposizione solamente 1000 cavalieri e 2000 fanti, contro un esercito comunale di circa 15000 uomini, ai quali si stavano presto aggiungendo altri 15000 effettivi. ## **I movimenti sul territorio e l’incontro tra i due eserciti** Barbarossa poteva contare solamente sull’effetto sorpresa e sulla velocità di marcia. Per questo motivo, addentrandosi nel territorio Lombardo, riuscì ad intercettare l’esercito dei comuni tra i fiumi Olona e Ticino. L’imperatore si posizionò dapprima nella piccola cittadina di Castelseprio, sulla sponda sinistra dell’Olona, e successivamente si spostò poco più a sud, a Cairate. Il suo esercito venne inviato in ricognizione, con un’avanguardia di 300 cavalieri che battevano il territorio. ![Rievocazione della battaglia di Legnano](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/battaglia-legnano-rievocazione-1024x430.jpg "battaglia-legnano-rievocazione - Scripta Manent Italia")Rievocazione della battaglia di LegnanoNel frattempo, l’esercito dei Comuni, che faceva base a Milano, pensava che l’imperatore fosse molto più lontano, tanto da ritenere che il suo esercito si trovasse ancora a Bellinzona. Così, con tutta calma, i soldati lombardi uscirono dalle porte di Milano, costeggiando con calma il fiume Olona e si attestarono a 20 km dalla cittadina di Legnano, che darà il nome alla battaglia. I generali dei Comuni ritenevano che l’imperatore avrebbe attaccato da Castellanza, sempre sulla riva sinistra dell’Olona, e posizionarono il Carroccio sul fondo di una vallata, adeguatamente protetto. Dopodiché, l’esercito comunale distaccò 700 cavalieri per ricognizione: i cavalieri comunali di avanguardia, all’uscita di un bosco, si imbatterono per puro caso con i 300 cavalieri avversari. Fu una vera sorpresa, in quanto l’esercito comunale si rese conto che l’imperatore era molto più vicino rispetto al previsto e che l’attacco proveniva dalla zona di Borsano, esattamente all’opposto di Castellanza. ## **La battaglia di Legnano: il combattimento tra cavallerie** I 700 cavalieri comunali, in superiorità numerica, ebbero presto la meglio sugli avversari. Barbarossa, adeguatamente informato dell’inizio degli scontri, doveva rapidamente decidere il da farsi. Secondo diverse fonti del tempo, i suoi principali consiglieri militari gli avrebbero suggerito di evitare il combattimento, e di cercare di raggiungere Pavia, aspettando l’arrivo di interiori rinforzi. Tuttavia, Barbarossa temeva che l’esercito comunale, che stava richiamando soldati da tutto il nord Italia, sarebbe presto diventato troppo numeroso per essere affrontato. Inoltre, scappare alla prima occasione di fronte agli avversari rappresentava un inaccettabile danno di immagine e di prestigio. Per questo motivo, Barbarossa si mise personalmente al comando dell’esercito e si gettò con tutti i suoi cavalieri contro il nemico. L’avanguardia dei cavalieri comunali, vedendosi piombare addosso il grosso dell’avversario, iniziò a scappare. Anche la cavalleria comunale al fianco dei fanti andò nel panico e tutti i cavalieri dei comuni iniziarono a fuggire dal campo di battaglia, cercando rifugio presso le porte di Milano. Con questo atto di vigliaccheria, la fanteria comunale rimase completamente da sola ed isolata contro Barbarossa, in preda alle devastanti cariche della cavalleria germanica. Barbarossa riteneva di avere la vittoria in pugno: secondo la cultura militare dell’alto medioevo, la cavalleria era nettamente più potente ed efficace rispetto alla sola fanteria. L’imperatore tedesco era quindi convinto che avrebbe facilmente distrutto l’avversario. ## **La battaglia di Legnano: l’eroica resistenza dei fanti comunali** In realtà, i circa 10 mila fanti comunali dimostrarono un’organizzazione ed un coraggio fuori dal consueto: incoraggiati dalla presenza del Carroccio e dandosi forza l’uno con l’altro, la fanteria si dispose su 5 linee di difesa. La prima linea si inginocchiò, presentando lo scudo, e tra uno scudo e l’altro vennero infilate delle aste. La seconda fila, rimanendo in piedi, fece altrettanto, e tutte le file andarono a costituire un corposo ed inattaccabile ammasso di scudi e di lance per neutralizzare le cariche di cavalleria germanica. Barbarossa lanciò per ore i suoi cavalieri contro i fanti, i quali furono in grado di resistere sistematicamente a tutte le ondate di attacco. Con il passare del tempo, secondo i cronisti antichi, le prime quattro file vennero infine distrutte, ma la quinta resistette quasi incredibilmente. ![Il carroccio della battaglia di Legnano](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/12/battaglia-legnano-carroccio-1024x951.jpg "battaglia-legnano-carroccio - Scripta Manent Italia")Il carroccio della battaglia di LegnanoCosì, nel frattempo, i contingenti di cavalleria vicino alle mura di Milano ripresero coraggio e furono accresciuti da contingenti di rinforzo. Contando ora su una netta superiorità di cavalleria, le unità ritornarono alla carica sul campo di battaglia, investendo l’esercito di Barbarossa sul fianco e sul retro, e mandando i soldati imperiali completamente al collasso. Durante la battaglia, il portastendardo germanico venne trafitto da una lancia e fu massacrato dagli zoccoli dei cavalli imbizzarriti. Anche lo stesso Barbarossa decise di compiere un’azione eroica, puntando direttamente ad attaccare il Carroccio, sperando di fiaccare l’animo dei nemici. Tuttavia, nel mezzo del combattimento, Barbarossa cadde da cavallo, sparendo dalla vista. Così, l’esercito germanico rimase privo della sua principale guida ed iniziò a scappare, allontanandosi dal campo e cercando rifugio superando frettolosamente il Ticino. I soldati imperiali vennero inseguiti e sterminati dalla cavalleria comunale, che fu in grado di infliggere al nemico un annientamento quasi totale. Gli unici sopravvissuti, deviarono verso Pavia, che aprì le porte agli sfollati. Dopo alcune ore, lo stesso Barbarossa, che era stato dato per morto, si presentò di fronte alle mura di Pavia, ferito ed umiliato, chiedendo di essere accolto. ## Le conseguenze della battaglia di Legnano e la Pace di Costanza (1183) La battaglia di Legnano ebbe delle conseguenze gravissime per l’autorità imperiale. Dopo quello smacco, i principi tedeschi negarono ulteriore aiuto militare all’imperatore, che non fu più in grado di organizzare significative spedizioni militari nel nord Italia. Anche sotto l’aspetto della reputazione e del prestigio, Barbarossa ebbe un notevole danno e dovette rivedere i suoi obiettivi geopolitici, rinunciando per sempre al controllo diretto sui comuni Lombardi. Il risultato di quella straordinaria vittoria venne concretizzato nella “Pace di Costanza” del 25 giugno 1183. Nonostante un ultimo tentativo di resistenza, Barbarossa fu costretto a concedere ai comuni italiani notevoli privilegi e concessioni. I principali furono il riconoscimento ufficiale della Lega Lombarda, l’autonomia nella gestione delle terre, la possibilità di costruire mura e fortificazioni a proprio piacimento e un’ampia libertà amministrativa. Infine, i Comuni ottennero la tanto agognata possibilità di scegliere autonomamente il proprio Podestà, che veniva ratificato solo formalmente dall’imperatore. La battaglia di Legnano e la vittoria dei comuni italiani entrò nella storia, anche se gli stessi, presi da contese territoriali interne ed incapaci di coordinarsi se non di fronte ad un nemico comune, non riuscirono a costituire il nerbo di una identità nazionale, anche per l’intervento del papato, che nonostante fosse in grado di ispirare delle coalizioni per le esigenze contingenti, remava drasticamente contro la creazione di stati e nazioni unitari. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Medioevo, Top --- ### [Costantino VIII, un gaudente sul trono dei romani](https://scriptamanentitalia.it/costantino-viii-un-gaudente-sul-trono-dei-romani/) **Published:** Novembre 30, 2022 **Author:** Francesco Pignataro **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [L’aristocrazia Magnatizia](#Laristocrazia_Magnatizia) - [La feudalizzazione](#La_feudalizzazione) - [La successione](#La_successione) - [La presenza dei co-imperatori](#La_presenza_dei_co-imperatori) - [Il successore](#Il_successore) - [Un imperatore dissoluto](#Un_imperatore_dissoluto) - [Le deleghe di Costantino](#Le_deleghe_di_Costantino) **Il periodo tra il 1025 e il 1081 segnò profondamente la storia dell’Impero Romano d’Oriente** e risultò un periodo vitale dato che lasciò tracce indelebili e, se vogliamo, compromise definitivamente la storia dell’Impero. I **Comneni**, che regnarono dopo il 1081, benché abbiano cercato di far rinascere l’Impero e in parte ci siano riusciti, non lo hanno mai riportato alla gloria che aveva nel suo periodo d’oro, sia perché ebbero a che fare con il problema delle Crociate, sia perché le stesse strutture, che avevano reso grande Costantinopoli e l’avevano protetta anche nei momenti più difficili, vennero irrimediabilmente messe in crisi durante questo “periodo di mezzo”, inoltre i confini dell’Impero divennero deboli e la perdita definitiva dell’altopiano anatolico comportò serie difficoltà nel difenderli. **La crisi che si verificò fu soprattutto una crisi militare**, con l’indebolimento del sistema dei Temi e della piccola proprietà terriera, e anche politica dato che l’Impero venne governato da miopi burocrati e da imperatori deboli e esitanti che sperperarono denaro, indebolirono il sistema monetario, distrussero l’esercito e persero territori importanti come l’Armenia, la Siria, il sud Italia e soprattutto gran parte dell’Anatolia. **Tuttavia, la crisi non riguardò tanto il sistema economico e demografico e nemmeno la cultura**. L’influenza della chiesa e delle gerarchie ecclesiastiche fu, inoltre, molto forte anche a causa della debolezza del potere politico. ## L’aristocrazia Magnatizia **L’aristocrazia magnatizia *(Dynatoi*) prese lentamente il sopravvento** sulla piccola proprietà senza che gli imperatori potessero realmente opporsi, infatti, poiché la terra diminuì a causa delle perdite territoriali, i magnati, i monasteri e i funzionari pubblici arricchiti ne approfittarono aumentando il loro potere e ciò portò ad una vera e propria **feudalizzazione dell’Impero**. Gli imperatori di questo periodo guardarono con sospetto l’aristocrazia magnatizia considerandola a volte più pericolosa dei nemici esterni e reagirono imponendo loro parenti nei posti chiave del governo sperando nella loro lealtà. **I magnati, d’altra parte, spesso si ribellavano causando problemi al governo centrale.** Questo fu anche un periodo di aspre lotte tra l’aristocrazia magnatizia civile (soprattutto membri della burocrazia di Costantinopoli) e quella militare concentrata in Anatolia e tali lotte per il potere, che videro almeno all’inizio vittoriosa la burocrazia della capitale, non fecero altro che indebolire l’Impero e avvantaggiare i suoi nemici. ## La feudalizzazione **La feudalizzazione portò ad una dissoluzione del sistema** dei Temi e della piccola proprietà. Gli eserciti divennero meno numerosi e composti soprattutto da mercenari che, non essendo vincolati alla terra che difendevano, spesso si ribellavano o disertavano. In questo periodo molti imperatori, credendo troppo nella potenza dei loro eserciti, sottovalutarono i nemici esterni indebolendo le difese dell’Impero e non sfruttando le ricchezze che avevano a disposizione per rafforzarle. **Ciò fu causa di diverse sconfitte che ridimensionarono il potere dell’Impero** che da superpotenza divenne una potenza in mezzo alle altre. **Almeno all’inizio, però, la pace venne mantenuta anche grazie alle vittorie dell’imperatore Basilio II Bulgaroctono.** Il 1025 fu l’anno della morte di uno dei più grandi imperatori bizantini della storia Basilio II detto il Bulgaroctono, l’uomo che sembrava aver riportato l’Impero alla potenza di un tempo e che, dopo aver piegato l’Impero Bulgaro, il nemico di tante battaglie, si stava preparando ad una spedizione in Sicilia contro gli Arabi. Purtroppo la morte gli portò via la possibilità di compiere questa impresa e aprì un periodo di crisi nella dinastia di cui Basilio faceva parte: quella Macedone. ## La successione **Warren Treadgold parla di irresponsabilità da parte di Basilio II** relativamente alla sua incapacità di trovare un successore per sé e per suo fratello il co-imperatore Costantino VIII e questo nonostante ne avesse avuto tutto il tempo. La scarsa lungimiranza di Basilio II viene considerata dallo storico americano come una delle tante cause di questo periodo di crisi e tutto questo offusca in qualche modo la grandezza di Basilio. Confrontando, infatti, la lunghezza del suo regno (dal 976 d.C. al 1025) con un regno altrettanto lungo come quello di Augusto (dal 27 a.C. al 14 d.C.) risulta chiaro come, mentre Augusto passò anni a cercare un successore, Basilio II, invece, non dedicò molto tempo e tale strategia risultò letale per la sopravvivenza della dinastia Macedone. **Costantino VIII era il fratello più giovane di Basilio** e fu il primo di quattordici imperatori, 11 imperatori e 3 imperatrici, che salirono al trono in questo “periodo di mezzo”. **Era nato a Costantinopoli nel 960 d.C. secondogenito maschio dell’imperatore Romano II e di sua moglie Teofano.** Sia lui che suo fratello erano principi porfirogeniti, cioè nati nella porpora in quanto figli di un imperatore. Benché fosse poco più giovane del fratello Basilio, Costantino aveva un carattere totalmente opposto. Le fonti come Michele Psello lo descrivono come frivolo e gaudente, amante del vino, delle donne e delle corse all’ippodromo e assolutamente disinteressato alle questioni di Stato. **Costantino VIII fu co-imperatore a partire dal 962 d.C.,** prima a fianco di suo padre e suo fratello maggiore, poi, dopo la morte di suo padre avvenuta nel 963 d.C., divenne imperatore insieme a suo fratello Basilio, ma, data la minore età di entrambi, il potere venne esercitato fino al 976 d.C. dalla madre e dai due uomini che in successione la sposeranno: Niceforo II e Giovanni I. Infine, dopo la morte di Giovanni I avvenuta nel 976 d.C., Basilio II, ormai maggiorenne, eserciterà il suo ruolo di imperatore e Costantino VIII sarà co-imperatore fino alla morte del fratello. Negli anni dal 962 d.C. al 1025, quindi, Costantino VIII non eserciterà mai il potere imperiale da solo, cosa che avverrà soltanto negli ultimi tre anni della sua vita. ## La presenza dei co-imperatori Probabilmente Costantino si sentì schiacciato dall’opprimente presenza della madre e dei due co-imperatori che regnarono durante la minore età dei porfirogeniti e dalla presenza del fratello maggiore che, benché fosse co-imperatore insieme a lui, si ritirò a vita privata dedicandosi ai propri interessi che spaziavano dalla cultura alla cucina dai cavalli alle donne. Costantino condivise con il fratello imperatore gli onori e partecipò insieme a lui ad una campagna militare nel 989 d.C. contro il ribelle Barda Foca. Il fratello, pur condividendo con lui i trionfi in condizione di assoluta parità, non apprezzava per niente Costantino tanto che più volte fu vicino a prendere la decisione di diseredarlo. Ciononostante gli diede una villa fuori da Costantinopoli e, poiché aveva preso la decisione di non sposarsi, costrinse il fratello a sposare Elena una donna bella e nobile d’animo che gli darà tre figlie: Eudocia, Zoe e Teodora. Basilio, dopo un tentativo fallito di far sposare la più bella tra le figlie di Costantino, Zoe, con l’imperatore del Sacro Romano Impero Ottone III, declinò ogni altra proposta di matrimonio per le nipoti, soprattutto per Zoe, dato che Eudocia era sfigurata dal vaiolo e prese il velo monacale, mentre Teodora disdegnava la vita di corte e preferiva la vita religiosa desiderando chiudersi in un monastero. **Basilio non si oppose alle scelte delle nipoti** e, mentre Eudocia entrò in convento, per circa venti anni fece vivere Zoe e Teodora da recluse nel palazzo imperiale attorniate da dame di compagnia e da eunuchi. ## Il successore **Alla sua morte il 15 dicembre del 1025 era, quindi, logico che il suo successore sarebbe stato l’ultimo rappresentante della linea maschile della dinastia Macedone**, cioè suo fratello Costantino VIII ormai ultrasessantenne, e che la dinastia era estinta, dato che sia Zoe che Teodora erano quasi giunte all’età di cinquanta anni ed erano ancora senza marito. Divenuto imperatore Costantino VIII non attuò drastici cambiamenti nella politica del suo predecessore, ma di certo benché autocratica e accentratrice, fu meno rigida soprattutto nei confronti dell’aristocrazia anatolica che, invece, era stata particolarmente indebolita da Basilio. **Una nuova classe dirigente cioè l’aristocrazia burocratica urbana** venne guardata con favore da Costantino e rafforzò particolarmente le sue posizioni durante i tre anni di regno. ## Un imperatore dissoluto L’imperatore durante il suo regno continuò a dedicarsi a banchetti, corse di cavalli e concubine e usava delegare le questioni importanti agli eunuchi di corte o ai membri della nobiltà urbana. **La collaborazione tra imperatore e i nuovi nobili della burocrazia urbana proseguirà** anche negli anni a venire e in alcuni casi questi sostituiranno in tutto e per tutto l’imperatore. **Costantino rafforzò durante il suo regno il prestigio della corte bizantina** e usò parte dell’immenso tesoro lasciato dal fratello per rilanciare la vita di corte che, dopo aver passato anni duri sotto Basilio II, tornò ad essere un polo importante soprattutto per quel che riguarda il bon ton e la cultura, come lo era stata sotto Romano II padre di Basilio e Costantino e sotto il loro nonno Costantino VII. Psello nei suoi studi afferma che Costantino iniziò a demolire il sistema anti-aristocratico di Basilio II ma probabilmente tale accusa è infondata, dato che Costantino semplicemente mitigò qualche aspetto della politica di Basilio senza mai abbandonarla. **Forse aveva l’intenzione di abolire l’*Allelengyon,* l’impopolare tassa imposta nel 1002** da Basilio II nei confronti dell’aristocrazia, ma tale abolizione ebbe luogo solo dopo la sua morte. **Durante il suo regno non furono combattute guerre alle frontiere** e la pace venne mantenuta soprattutto per via diplomatica sfruttando il tesoro immenso lasciato da Basilio. Costantino stesso preferì una politica improntata al pacifismo. Inoltre, dopo le vittorie ottenute dal Bulgaroctono, nessuno osava sfidare direttamente l’Impero Bizantino che, quindi, rimase solido negli anni in cui Costantino fu imperatore. **Costantino continuò a rafforzare il sistema dei Temi e della piccola proprietà terriera**, ma al tempo stesso aumentò il numero di mercenari nell’esercito con Vichinghi e Normanni. ## Le deleghe di Costantino Costantino, inoltre, delegò, come già aveva fatto il fratello, il controllo del Mediterraneo a Venezia e ciò portò in breve tempo la Repubblica marinara a diventare la vera dominatrice del Mediterraneo. In Italia non ci furono cambiamenti dato che Basilio Boioannes mantenne il suo posto come catapano d’Italia e tale scelta dimostra la chiara volontà di Costantino di continuare la politica del fratello. **Questa teoria ci viene fornita dallo storico bizantino Lupo Protospata**, il quale afferma che il richiamo a Costantinopoli di Boioannes avvenne dopo la morte di Costantino VIII, ma lo storico moderno **Ferdinand Chalandon** ha ridatato tale evento affermando che, invece, fu proprio Costantino VIII a richiamare a Costantinopoli il capace catapano nel 1027. Durante il suo regno, però, l’imperatore dimostrò un lato oscuro molto forte dato che divenne famoso per la sua crudeltà e per la frequenza con cui puniva i suoi nemici, veri o presunti tali, con l’accecamento. L’imperatore continuò, inoltre, come già aveva fatto suo fratello, a disinteressarsi del problema della successione e, solo quando nel novembre del 1028 si ammalò, decise che era arrivato il momento di trovare un marito per le due figlie rimaste. **La scelta del successore fu fatta frettolosamente e vennero considerati due candidati**: Costantino Dalasseno un nobile che era stato governatore di Antiochia nel 1025 e l’eparca di Costantinopoli Romano Argiro. Tra i due prevalse il sessantenne **Romano Argiro** e all’inizio Costantino considerò Teodora come più adatta a sposarlo, ma la donna si oppose adducendo come motivazioni il fatto che Romano fosse già felicemente sposato e avesse anche una figlia e che fosse cugino di terzo grado delle sorelle porfirogenite. **Scartata Teodora come scelta, Costantino VIII ripiegò su Zoe.** Secondo Michele Psello, Costantino e i suoi consiglieri riuscirono a convincere Romano a lasciare l’amata moglie Elena e a sposare Zoe minacciandolo. Fu soprattutto la moglie di Romano ad essere minacciata in quanto, se non avesse preso l’abito monacale, suo marito sarebbe stato condannato all’accecamento. **Romano sposò Zoe il 12 novembre del 1028** e tre giorni dopo, quando Costantino VIII morì all’età di 68 anni, venne incoronato imperatore con il nome di **Romano III**. **Il regno di Costantino VIII può essere definito come “di passaggio”** tra i fasti dell’Età dell’Oro e l’inizio del declino e tale regno ha lasciato nel complesso poche e sbiadite tracce. Lo stesso imperatore può forse essere definito come “la brutta copia” del grande imperatore Bulgaroctono, dato che non fu così diverso nella politica, ma non ebbe certo la stessa gloria dal punto di vista bellico. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/11/90569988_10222018766607140_7288216140151521280_n.jpg) Francesco Pignataro Nato a Bari nel 1990, ho fatto il liceo classico poi mi sono laureato in medicina e chirurgia presso l'università di Bari e sono specializzando in patologia clinica e biochimica clinica presso la stessa università. Da sempre appassionato di storia e storia dell'arte, in questi ultimi anni ho fatto diverse ricerche e approfondimenti sulle biografie di personaggi conosciuti e meno conosciuti della storia romana e bizantina. I miei interessi spaziano anche in altri periodi storici. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-pignataro/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/francesco-pignataro/) **Categorie:** Antica Roma, Top **Tag:** Roma --- ### [Nagato. L'unica corazzata giapponese sopravvissuta alla seconda guerra mondiale](https://scriptamanentitalia.it/nagato-corazzata-giapponese/) **Published:** Novembre 24, 2022 **Author:** Vittorio Roncalli **Excerpt:** La nave Nagato fu l'unica nave corazzata giapponese a sopravvivere alla seconda guerra mondiale. Ma come ci riuscì? **Content:** La nave **Nagato**, che deriva il suo nome direttamente dalla provincia giapponese di Nagato, era una super corazzata costruita dalla marina imperiale giapponese. La nave venne finita di costruire nel 1920 e fu **l’ammiraglia della sua classe**, con il compito di trasportare rifornimenti per i sopravvissuti e gli sfollati del catastrofico terremoto del **grande kantō nel 1923**. La nave conobbe poi degli importanti ammodernamenti nel 1934-1936 quando vennero eseguite decisive ottimizzazioni alla sua armatura, ai macchinari oltre ad una sovrastruttura ricostruita nello stile dell’albero a pagoda. La Nagato venne impiegata per brevi missioni durante la **seconda guerra sino-giapponese nel 1937** ma soprattutto fu la nave ammiraglia guidata dall’ammiraglio **Isoroku Yamamoto durante l’ attacco a Pearl Harbor**, che cambiò la storia della seconda guerra mondiale. In realtà la nave non partecipo all’attacco ma coprì il ritiro delle altre navi attaccanti. Oltre a partecipare alla **battaglia di Midway** svoltasi nel giugno **1942**, dove tuttavia non fece parte di combattimenti diretti, la nave trascorse la maggior parte dei primi due anni della guerra del pacifico continuando il suo addestramento nelle acque giapponesi. Venne poi trasferita a Truk nella metà del 1943, ma non partecipò ad alcun combattimento fino alla battaglia del mar delle Filippine a metà del 1944, quando fu **attaccata da aerei americani.** Nagato non utilizzò tuttavia il suo armamento principale contro le navi nemiche fino alla battaglia del golfo di Leyte, in ottobre. Durante questo scontro venne leggermente colpita e tornò in giappone il mese successivo per alcune piccole riparazioni. La marina giapponese, a questo punto del conflitto, ebbe tuttavia problemi finanziari e decise di non ripararla completamente. Nagato fu allora trasformata in una **piattaforma galleggiante antiaerea** e adibita a semplici compiti di difesa costiera. Fu però attaccata nel luglio 1945 durante una campagna militare americana volta a distruggere le ultime navi della marina giapponese, ma fu solo leggermente danneggiata e divenne l’unica corazzata giapponese sopravvissuta alla seconda guerra mondiale . A metà del 1946, la nave fu un obiettivo per i test sulle armi nucleari durante l’operazione “**Crossroads**“. È sopravvissuta al primo test con pochi danni, ma è stata affondata durante il secondo. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [Aulo Cecina Severo, un grande generale che odiava le donne?](https://scriptamanentitalia.it/aulo-cecina-severo-un-grande-generale-che-odiava-le-donne/) **Published:** Novembre 21, 2022 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** **Aulo Cecina Severo, non era un nobile romano di antica data**. Della sua famiglia, originaria di Volterra in Etruria, e della Gens Caecina di cui faceva parte, non si hanno notizie che datino antecedentemente al 1° secolo A. C. È ugualmente dubbio se sia stata la Gens a mutuare il nome dal fiume che ancora oggi scorre nella zona in cui la stessa ha avuto origine o se, al contrario, sia stata la famiglia che abbia attribuito il proprio nome al fiume. **Possiamo quindi definirlo un homo novus**, in quanto non abbiamo notizia di suoi familiari che abbiano rivestito prestigiose cariche pubbliche prima della sua nomina a console suffetto nel 1 A.C., quando venne chiamato a sostituire il console ordinario Lucio Calpurnio Pisone l’Augure per i mesi mancanti al completamento dell’anno di carica. Mentre nella Roma repubblicana si trattava di una situazione straordinaria, dipendente da un reale impedimento del console ordinario, durante l’impero si invalse l’abitudine di nominare almeno una coppia di consoli suffetti che subentrassero in corso d’anno, allo scopo di moltiplicare il numero dei consolari che potevano aspirare alla prefettura o a governare le province senatoriali o imperiali. Dopo di lui, anche suo fratello Gaio Cecina Largo, nel 13 D.C. rivestì l’incarico di console suffetto, ma occorre chiarire che Aulo Cecina Severo non si limitò a precederlo per quanto riguarda il rivestire una carica prestigiosa, ma gli fu enormemente superiore nella carriera militare in merito alla quale abbiamo ampie e numerose notizie ad opera di tre grandi storici del passato come Cassio Dione, Publio Cornelio Tacito e Velleio Patercolo. **Seguendone l’ordine cronologico, le sue indiscutibili doti si manifestarono** appieno nel corso della repressione della rivolta dell’Illirico svoltasi tra il 6 e il 9 D.C. in cui fu al servizio di uno stratega di eccezionale valore, come Tiberio. Secondo Cassio Dione, all’accendersi della grande sollevazione dei Dalmati e dei Pannoni, Aulo Cecina Severo era legatus Augusti pro praetore della neoistituita provincia della Mesia, che era stata formata in parte separandola dalla Macedonia e per il resto ufficializzando il possesso di altri territori lungo il corso del Danubio e fino al mar Nero. La carica equivaleva a quella di governatore delle province senatoriali ma era di nomina imperiale e con un più rilevante carattere militare, al punto che il legato vestiva la divisa e aveva il privilegio di portare la spada. **La rivolta dell’Illirico, originata dal malcontento per l’eccessivo carico** fiscale imposto amministratori rapaci, colse Roma completamente di sorpresa, mentre la maggior parte delle legioni erano impegnate al seguito di Tiberio nella tentata invasione della Marcomannia, attuale Boemia. In questo frangente così difficile, con Tiberio impegnato nelle trattative per stipulare il trattato di pace con Maroboduo, rifulsero le capacità militari di due generali. Uno fu Marco Messala Messalino che rientrando in tutta fretta dalla Marcomannia rintuzzò qualunque tentativo di invasione dell’Italia da parte degli insorti. L’altro fu proprio Aulo Cecina Severo che, al comando delle tre legioni di stanza in Mesia e con l’ausilio degli alleati Traci, sconfisse i Pannoni nella battaglia del fiume Drava e impedì la caduta della roccaforte di Sirmio, che assieme a quella di Siscia era essenziale per il controllo dell’intero Illirico. Subito dopo questa importante vittoria, Cecina fu costretto a rientrare nella sua provincia, minacciata da Daci e Sarmati. Per questo motivo, affidò al re dei Traci Remetalce e a suo fratello Rescupori il compito di difendere la Macedonia dagli insorti, cosa che fecero egregiamente. L’anno successivo, avendo superato il momento difficile in Mesia, unì le tre legioni ai suoi ordini con le altre due guidate da Marco Plauzio Silvano, **governatore della Galazia e della Panfilia e assieme marciarono verso la roccaforte di Siscia**, dove Tiberio aveva radunato ben dieci legioni. Era infatti indispensabile ricreare la continuità territoriale tra questa roccaforte e quella di Sirmio, riconquistando i territori caduti nelle mani dei ribelli. Durante il percorso caddero in un’imboscata presso le paludi Volcee, lungo il corso del fiume Sava, ma dopo aver corso il rischio di subire una sconfitta epocale perdendo l’intero esercito che era stato loro affidato, seppero mutare in vittoria una possibile sconfitta. Purtroppo, a godere dei frutti di questa sofferta vittoria fu il solo Marco Plauzio Silvano, al quale vennero tributati gli ornamenta triumphalia, massima onorificenza che, per decisione augustea, poteva essere concessa a coloro che non fossero membri della famiglia imperiale. La preferenza forse fu dovuta al fatto che Plauzio era figlio di Urgulania grande amica di Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio, Ma, come avremo modo di vedere, il tempo si sarebbe dimostrato galantuomo nei confronti di Aulo Cecina Severo. Domata la rivolta dell’Illirico, nel 14 D.C., **svolse un nuovo prestigioso incarico, quale legato di Germanico Giulio Cesare**, cui era stato attribuito l’imperio proconsolare in Germania. Era infatti al comando dell’esercito della Germania Inferiore, composto da quattro legioni incaricate di sorvegliare quella parte del confine lungo il Reno che andava dalla foce del fiume fino alle attuali città di Colonia e Bonn. In tale veste di comandante, subì l’ammutinamento delle legioni che reclamavano migliori condizioni di vita. La rivolta, fomentato in larga parte dai liberti arruolati in tutta fretta da Augusto dopo Teutoburgo, iniziò in Pannonia e presto si estese ai due **eserciti di Germania**. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/11/pannonia-1022x1024.jpg "pannonia - Scripta Manent Italia")Carta geografica dellIllirico diviso in Pannonia e DalmaziaSia pure a fatica, la protesta dei legionari rientrò grazie alla concessione di consistenti miglioramenti economici e alla riduzione della durata della ferma, cui si aggiunse, per quanto attiene l’esercito della Germania Inferiore, il risolutivo l’intervento di Agrippina oltre che dello stesso Germanico. Da questo momento Aulo Cecina Severo divenne uno dei principali protagonisti delle campagne in Germania che restituirono a Roma l’onore compromesso dal comportamento di Varo a Teutoburgo. Partecipò quindi alla prima spedizione contro i Marsi voluta da Germanico per saggiare la capacità combattiva delle legioni da poco rientrate nei ranghi. L’anno successivo fu in prima fila nella spedizione che liberò dall’assedio Segeste, un capo dei Cherusci rimasto fedele a Roma, noto per aver inutilmente tentato di dissuadere Varo dal cadere nel tranello di Arminio. **Al momento di tornare agli accampamenti invernali, dopo avere raggiunto** i luoghi dove si era consumato il massacro di Teutoburgo, Germanico, non avendo a disposizione navi sufficienti per reimbarcare tutto l’esercito, decise che Cecina e le sue quattro legioni rientrassero via terra percorrendo i Pontes Longi Si trattava di una strada che era sostanzialmente una stretta passatoia in legno in mezzo alle paludi che collegava l’Amisia (attuale Ems) al Reno, realizzata una ventina di anni prima da Lucio Domizio Enobarbo. Lungo questo difficile percorso lo attendevano Arminio e le sue truppe, sicure di ripetere il massacro di Teutoburgo e quasi ci riuscirono. Ma Cecina era l’esatto opposto di Varo. Non si lasciò prendere dal panico né tantomeno fu mai sfiorato dall’idea di suicidarsi. Anziché procedere attraverso sempre nuove paludi e foreste, in una lunga marcia verso la morte, riuscì a rincuorare i legionari sconfortati, facendo capire loro che solo con il coraggioso e intelligente uso delle armi avrebbero salvato la vita e ottenuto onore e gloria. Per questo, **si trincerò con le sue quattro legioni nel mezzo alle paludi**, attirando i Germani in uno sconsiderato attacco contro l’accampamento fortificato, per contrattaccarli vigorosamente all’improvviso, fino a trasformare il probabile disastro in una smagliante vittoria. Così facendo, ripete l’impresa compiuta 26 anni prima ad Arbalo da Druso Maggiore, padre di Germanico. Anche in quella occasione le legioni che rientravano negli accampamenti invernali dopo una lunga campagna vennero attirate in una imboscata dai Cherusci, probabilmente guidati da Segimero il padre di Arminio. Ma come avvenne ai Pontes Longi rovesciarono le sorti del combattimento, riportando una netta vittoria. ![pilum legionario romano](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2020/03/pilum_legionario_romano-1024x768.jpg "pilum legionario romano - Scripta Manent Italia")**Questa volta Aulo Cecina Severo ottenne gli ornamenta triumphalia**, negatigli in precedenza. Con lui vennero decorati l’altro legato Caio Silio, comandante dell’esercito della Germania Superiore e Lucio Apronio. Nel proseguo della campagna nell’anno successivo ebbe modo di dimostrare le sue capacità logistiche, sovraintendendo alla costruzione di una flotta di ben mille navi che condussero le legioni ai trionfi di Idistaviso e Vallo Angrivariano. Non abbiamo notizie di ulteriori imprese belliche compiute da Aulo Cecina Severo dopo le campagne quale legato di Germanico. Avendo per ben due volte superato delle situazioni molto difficili, salvando il suo esercito circondato dagli avversari, mi sento di affermare che se si fosse trovato al posto di Varo a Teutoburgo, l’esito finale sarebbe stato molto diverso. Ma, purtroppo, sappiamo anche che spesso le scelte di Augusto non erano meritocratiche, ma influenzate da parentele e amicizie. **Mi sembra doveroso ricordare che, secondo il famoso storico Ronald Syme, Aulo Cecina Severo** sarebbe stato governatore della Macedonia e non della Mesia. Il particolare non ha un grande rilievo ai fini di questo post, in quanto non vengono messe in dubbio le sue imprese belliche. Tuttavia, volendosi addentrare nell’argomento occorre dire che la vicenda è assai complessa. È vero che, tra gli storici antichi, solo Cassio Dione attesta che Aulo Cecina Severo sia stato governatore della Mesia nel 6 D.C. **Ma che la provincia fosse stata istituita in quegli anni risulta da due fatti:** 1\) Tra il 9 e l’11 D.C. il probabile governatore della Mesia dovrebbe essere stato Gneo Cornelio Lentulo l’Augure al quale vengono conferiti gli ornamenta triumphalia per una sua grande vittoria contro i Geti (termine con cui spesso vengono designati i Daci). Ma di lui nessuno storico antico attesta che abbia partecipato alla repressione della rivolta dell’Illirico; 2\) Nel 12 D.C. il governatore della Mesia è sicuramente Gaio Poppeo Sabino, al quale, a far data dal 15 D.C. e fino alla sua morte nel 35 D.C., venne affidato anche il governo delle province di Macedonia e di Acaia, che Tiberio unificò alla Mesia per sottrarle al controllo da parte dei senatori. Senza volere contraddire un illustre studioso, è possibile che, nella emergenza generata dalla rivolta, Aulo Cecina Severo sia stato contemporaneamente anche governatore della Macedonia, dalla quale, come detto, la Mesia era stata appena separata. Ma se la carriera militare di Aulo Cecina Severo fu costellata da smaglianti successi, non altrettanto avvenne per la sua carriera politica nell’ambito del senato. A riprova voglio parlarvi dell’episodio della sua carriera senatoriale che motiva il titolo del post. Avvenne nel 21 D.C. mentre era in corso una importante seduta del senato, convocata per scegliere i nuovi governatori delle province di Asia e di Africa. **La riunione era caratterizzata da una discussione particolarmente accesa.** Infatti, la candidatura di Manio Lepido, largamente considerata la più autorevole per il governo della prima provincia, era fortemente avversata da un gruppo di senatori capitanato da Sesto Pompeo, mentre non era facile scegliere il soggetto adatto a rivestire l’incarico di proconsole della provincia d’Africa dove il ribelle numida Tacfarinas tornava, ancora una volta, a porre dei problemi e a minacciare la stabilità del potere romano. Eppure, ad un tratto, Aulo Cecina Severo riuscì ad appianare i contrasti e a catalizzare su di sé le critiche dell’intero senato. Per raggiungere questo difficile risultato propose, non so se per effetto di misoginia o per reale convinzione, di vietare ai governatori di farsi accompagnare dalle mogli quando assumevano il controllo di una provincia. **Motivò la sua proposta sostenendo non solo l’intrinseca debolezza del sesso femminile** a sopportare le fatiche di una vita disagiata, quale era quella che si svolgeva nelle province più selvagge e periferiche, ma anche la sua propensione alla malvagità e avidità di potere, quando questo era reso possibile dalla eccessiva libertà concessagli. Al riguardo, sottolineò che spesso nei processi inerenti alle malversazioni dei governatori, le maggiori colpe emergevano a carico delle mogli e rimpianse i tempi in cui la legge Oppia vietava gli eccessivi lussi femminili. Infine, concluse l’intervento portando il proprio esempio personale, in quanto, nel corso delle sue quaranta missioni all’estero non aveva mai portato la moglie con sé, malgrado il loro matrimonio fosse molto felice. **Evidentemente, non aveva chiaro che la legge Oppia**, introdotta durante la II guerra punica, era stata abrogata più di duecento anni prima e che si stava rivolgendo alla massima assemblea di Roma, dove la condizione sociale della donna era molto diversa da quella imperante nell’antica Grecia. La sua proposta suscitò una vera e propria baraonda. La maggior parte dei senatori protestò che Cecina non aveva l’autorità per improvvisarsi censore in una materia così delicata e che la proposta era estranea all’ordine del giorno. In modo più composto ma non privo di ironia gli rispose Marco Valerio Messala Messalino che si chiese cosa sarebbe avvenuto dei matrimoni dei governatori, se il marito fosse stato obbligato a trascurare per svariati anni la convivenza coniugale, concludendo che magari si sarebbero evitate delle malversazioni all’estero, ma certamente sarebbero aumentati enormemente gli scandali di altra natura in patria! **La discussione venne chiusa da Druso Minore**, figlio di Tiberio, che ricordò come Augusto si era fatto sempre accompagnare da Livia nel corso dei suoi viaggi in tutte le parti dell’impero e che egli stesso non avrebbe adempiuto con animo sereno al suo governatorato in Pannonia se avesse dovuto separarsi a lungo dalla sua amatissima moglie Livilla (Direi che in seguito, viste le circostanze della sua morte, ebbe a pentirsene!) La proposta venne quindi respinta in modo quasi unanime e, per la cronaca, la seduta si chiuse con la nomina di Manio Lepido a governatore della provincia d’Asia mentre venne rimessa a Tiberio la scelta del proconsole d’Africa. Dopo questa riunione in senato non abbiamo ulteriori notizie in merito alla vita pubblica di Aulo Cecina Severo. Le Fonti: *Cassio Dione, Storia Romana LIV 29 Cassio Dione Storia Romana LIII 27 Velleio Patercolo, Storia Romana II 112 Cassio Dione, Storia Romana LIV 32. Velleio Patercolo, Storia Romana II 117 Cornelio Tacito, Annales I 41-44 Cornelio Tacito, Annales I 63-68 Cornelio Tacito, Annales II 5-6 Cornelio Tacito, Annales IV 44 Cornelio Tacito, Annales I 80* Cornelio Tacito, Annales VI 39 Cornelio Tacito, Annales III 33-34. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Antica Roma, Top **Tag:** Roma, Storia --- ### [Babilonia. L'antica città sull'Eufrate](https://scriptamanentitalia.it/babilonia-antica-citta-eufrate/) **Published:** Novembre 17, 2022 **Author:** Redazione **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Storia di Babilonia](#Storia_di_Babilonia) - [La città antica](#La_citta_antica) - [La città oggi](#La_citta_oggi) **Babilonia era la capitale dell’antico impero babilonese**, che a sua volta è un termine che si riferisce a uno dei due imperi nell’area mesopotamica nell’antichità. Questi due imperi raggiunsero il dominio regionale tra il XIX e il XV secolo a.C., e ancora tra il VII e il VI secolo a.C. La città, **costruita lungo entrambe le sponde del fiume Eufrate**, aveva ripidi argini per contenere le piene stagionali del fiume. La prima menzione conosciuta di Babilonia come piccola città appare su una tavoletta di argilla del regno di Sargon di Akkad (2334–2279 aC) dell’Impero accadico. Il sito dell’antica città si trova appena a sud dell’attuale Baghdad. L’ultima testimonianza nota risale al X secolo d.C., quando era indicato come il “piccolo villaggio di Babele”. **La città divenne parte di una piccola città-stato indipendente** con l’ascesa del primo impero babilonese, ora noto come antico impero babilonese, nel XIX secolo a.C. Il re amorreo **Hammurabi fondò l’antico impero babilonese nel XVIII secolo a.C.** Ha costruito una grande città e si è dichiarato il suo re. La Mesopotamia meridionale divenne nota come Babilonia ed eclissò Nippur come città santa della regione. L’impero declinò sotto il figlio di Hammurabi, Samsu-iluna. I giardini pensili di Babilonia sono classificati come una delle sette meraviglie del mondo antico. Dopo la caduta dell’impero neo-babilonese, la città passò sotto il dominio degli imperi achemenide, seleucide, partico, romano e sassanide. **È stato stimato che Babilonia fosse la città più grande del mondo** c. 1770 – ca. 1670 aC , e ancora c. 612 – c. 320 a.C. È stata forse la prima città a raggiungere una popolazione superiore a 200.000 abitanti. Le stime per l’estensione massima della sua area vanno da 890 a 900 ettari. **I resti della città si trovano nell’odierna Hillah**, Governatorato di Babil, Iraq, a circa 85 chilometri a sud di Baghdad, e i suoi confini sono stati delineati sul perimetro delle antiche mura esterne della città, un’area di circa 1.000 ettari. Comprendono edifici e detriti in mattoni di fango. Le principali fonti di informazioni su Babilonia: scavi del sito stesso, riferimenti in testi cuneiformi trovati altrove in Mesopotamia, riferimenti nella Bibbia, descrizioni in altri scritti classici (specialmente da Erodoto) e descrizioni di seconda mano, presentano un quadro incompleto e talvolta contraddittorio dell’antica città, anche al suo apice nel VI secolo a.C. L’UNESCO ha iscritto Babilonia come sito del patrimonio mondiale nel 2019. Il sito riceve migliaia di visitatori ogni anno, quasi tutti iracheni. ## Storia di Babilonia Sebbene esistano tracce di insediamenti preistorici, lo sviluppo di Babilonia come grande città fu tardivo rispetto agli standard mesopotamici, nessuna menzione esisteva prima del 23° secolo A.C. Dopo la caduta della 3a dinastia di Ur, sotto la quale Babilonia era stata un centro provinciale, divenne il nucleo di un piccolo regno fondato nel 1894 A.C.re amorreo Sumuabum, i cui successori ne consolidarono lo status. La sesta e più nota delle dinastie amorree, Hammurabi (1792–50 aC ), conquistò le città-stato circostanti e fece di Babilonia la capitale di un regno che comprendeva tutta la Mesopotamia meridionale e parte dell’Assiria. La sua importanza politica, unita alla sua posizione favorevole, ne fecero il principale centro commerciale e amministrativo di Babilonia, mentre la sua ricchezza e il suo prestigio ne fecero un bersaglio per i conquistatori stranieri. Dopo un’incursione ittita nel 1595 A.C. , la città passò sotto il controllo dei Cassiti ( c. 1570), che stabilirono una dinastia durata più di quattro secoli. Più tardi Babilonia divenne un centro letterario e religioso, il cui prestigio si rifletteva nell’elevazione di Marduk, il suo dio principale, alla supremazia in Mesopotamia. Nel 1234 Tukulti-Ninurta I d’Assiria soggiogò Babilonia, anche se successivamente la dinastia cassita si riafferma fino al 1158, quando la città fu saccheggiata dagli Elamiti . La riconosciuta supremazia politica di Babilonia è dimostrata dal fatto che la dinastia di Nabucodonosor I (1124–03), che durò più di un secolo, fece della città la sua capitale, sebbene la dinastia non avesse avuto origine lì. Gli immigrati aramei dalla Siria settentrionale portarono la loro attività amministrativa all’interno di Babilonia. Da questo periodo fino alla caduta dell’Assiria alla fine del VII secolo a.C. , ci fu una continua lotta tra gli aramei o le tribù caldee associate e gli assiri per il controllo politico della città. I suoi cittadini rivendicavano privilegi, come l’esenzione dal lavoro forzato, esenzione da alcune tasse che gli Assiri, con un background simile, erano solitamente più pronti a riconoscere rispetto alle tribù immigrate. Inoltre i cittadini, arricchitisi grazie al commercio, beneficiavano di un potere imperiale in grado di proteggere il commercio internazionale. Tali circostanze facevano sì che Babilonia di solito preferisse il dominio assiro a quello arameo o caldeo. **Dal IX alla fine del VII secolo Babilonia fu quasi ininterrottamente sotto la sovranità assira**, solitamente esercitata tramite re nativi, sebbene a volte i re assiri governassero di persona. Lo stretto coinvolgimento assiro in Babilonia iniziò con Tiglat-Pileser III (744-727 aC ) come risultato delle tribù caldee che premevano nei territori della città, usurpando più volte la regalità. I disordini che accompagnarono la crescente occupazione tribale alla fine persuasero il monarca assiro Sennacherib (704-681 aC ) che il controllo pacifico di Babilonia era impossibile, e nel 689 ordinò la distruzione della città. Suo figlio Esarhaddon (680–669 aC ) dopo aver espulso gli uomini della tribù e restituito loro le proprietà dei babilonesi, intraprese la ricostruzione della città, ma l’immagine di Marduk, rimossa da Sennacherib, fu conservata in Assiria per tutto il suo regno, probabilmente per impedire a qualsiasi potenziale usurpatore di usarla per rivendicare la regalità. A metà del VII secolo scoppiò la guerra civile tra il re assiro Assurbanipal e suo fratello. Assurbanipal pose l’assedio alla città, che cadde nel 648 dopo che la carestia aveva spinto i difensori addirittura al cannibalismo. Dopo la morte di Assurbanipal, un leader caldeo, Nabopolassar, nel 626 fece di Babilonia la capitale di un regno che sotto suo figlio Nabucodonosor II (605-561 aC ) divenne una grande potenza imperiale. Nabucodonosor intraprese un vasto programma di ricostruzione e fortificazione in Babilonia, lavoratori provenienti da molti paesi fecero entrare molte etnie diverse nella popolazione. Il più importante successore di Nabucodonosor, Nabonedo (556-539 aC ), fece una campagna in Arabia per un decennio, lasciando suo figlio Baldassarre come reggente in Babilonia. Nabonedo non riuscì a proteggere i diritti di proprietà o le tradizioni religiose della capitale e tentò operazioni di costruzione altrove per rivaleggiare con il grande tempio di Esagila di Marduk. Quando la dinastia achemenide sotto Ciro II attaccò nel 539 AC , la capitale cadde quasi senza resistenza, una leggenda secondo cui Ciro ottenne l’ingresso deviando l’Eufrate non è confermata nelle fonti contemporanee. ![Ricostruzione della città di Babilonia](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/11/babilonia-antica-1024x585.jpg "babilonia-antica - Scripta Manent Italia")Ricostruzione della città di BabiloniaSotto i persiani, Babilonia conservò la maggior parte delle sue istituzioni, divenne la capitale della più ricca satrapia dell’impero e, secondo lo storico greco ERODOTO DEL V SECOLO a.C. , fu la città più splendida del mondo. Una rivolta contro Serse I (482) portò alla distruzione delle sue fortificazioni e templi e allo scioglimento dell’immagine d’oro di Marduk. Nel 331 Babilonia si arrese al re macedone Alessandro Magno, che ne confermò i privilegi e ordinò il restauro dei templi. Alessandro, riconoscendo l’importanza commerciale della città, permise al suo satrapo di battere moneta e iniziò a costruire un porto per favorire il commercio. Nel 323 Alessandro morì nel palazzo di Nabucodonosor; aveva progettato di fare di Babilonia la sua capitale imperiale. La conquista di Alessandro portò Babilonia nell’orbita della cultura greca e la scienza ellenistica fu notevolmente arricchita dai contributi dell’astronomia babilonese. Dopo una lotta di potere tra i generali di Alessandro, Babilonia passò alla dinastia seleucide nel 312. L’importanza della città fu molto ridotta dalla costruzione di una nuova capitale, Seleucia sul Tigri, dove fu trasferita parte della popolazione di Babilonia nel 275. ## La città antica La prova della topografia dell’antica Babilonia è fornita da scavi, testi cuneiformi e descrizioni di Erodoto e altri autori classici. L’ampia ricostruzione di Nabucodonosor ha lasciato relativamente pochi dati archeologici nell’area centrale prima del suo tempo, mentre altrove la falda freatica ha scavi limitati nei primi strati. I resoconti di Erodoto si riferiscono in gran parte alla Babilonia costruita da Nabucodonosor. La Babilonia di Nabucodonosor era la città più grande del mondo, coprendo circa 10 km quadrati. L’Eufrate, che da allora ha cambiato flusso, lo attraversava, poiché la parte più antica della città si trovava sulla sponda orientale. Lì c’era la caratteristica centrale Esagila, il grande tempio di Marduk, con il suo associato ziggurat, una torre costruita in più fasi, Etemenanki. Quest’ultimo, popolarmente noto come la Torre di Babele, aveva una base di 91 metri di lato, e i suoi sette gradini, il più alto un tempio in smalto blu, raggiungevano un’altezza totale pari a quella della sua base. Altri quattro templi nella metà orientale della città sono noti dagli scavi e un numero maggiore dai testi. Lungo l’Eufrate, in particolare nelle vicinanze di Esagila, c’erano banchine per navi mercantili, e prove testuali che Babilonia fosse un porto commerciale. Il fiume era attraversato da un ponte, su pali di mattoni con copertura in pietra, fino alla metà occidentale della città. Le strade erano disposte a griglia, con l’asse principale parallelo al fiume. Da Esagila verso nord passò la Via Processionale, le cui pareti sono decorate con leoni smaltati. Attraversando la Porta di Ishtar, adornata con tori e draghi smaltati, conduceva al Akitu, un piccolo tempio fuori città che si diceva fosse visitato da Marduk durante la festa di Capodanno. Ad ovest della Porta di Ishtar, una delle otto porte fortificate, vi erano due complessi di palazzi che coprivano circa 16 ettari con le loro fortificazioni. ![Ricostruzione della Porta di Ishtar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/11/babilonia-ishtar-1024x673.jpg "babilonia-ishtar - Scripta Manent Italia")Ricostruzione della Porta di Ishtar A est della via processionale si estendeva un’area che fin dai tempi di Hammurabi conteneva abitazioni private costruite attorno a cortili centrali. Una massiccia doppia cinta muraria, protetta da un fossato, racchiudeva la città su entrambi i lati dell’Eufrate. Oltre le mura della città, a est, un bastione esterno di tripla costruzione, lungo 18 km, incontrava l’Eufrate a sud e a nord della città, racchiudendo un altro palazzo all’incrocio settentrionale del bastione. Tra le difese interne ed esterne c’era un terreno irrigato con una rete di canali, alcuni risalenti all’epoca di Hammurabi. La tradizione greca si riferisce ai Giardini pensili di Babilonia, una collina simulata di terrazzamenti rivestiti di vegetazione su una sottostruttura a volta che in epoca ellenistica era considerata una delle sette meraviglie del mondo. L’archeologo tedesco Robert Koldewey ha scoperto una serie unica di camere di fondazione nell’angolo nord-orientale del palazzo di Babilonia, che alcuni suggeriscono potrebbero aver funzionato come parte della sottostruttura dei giardini pensili, altri teorizzano che il giardino, costruito dal re assiro Sennacherib, si trovasse in realtà nella sua capitale, Ninive. ## La città oggi l sito attuale, un vasto campo di resti archeologici, contiene diversi tumuli. I tumuli principali sono Babil, i resti del palazzo di Nabucodonosor nell’angolo settentrionale del bastione esterno, Qasr, comprendente il complesso del palazzo, la Porta di Ishtar e il tempio Emakh, Amran ibn Ali, le rovine di Esagila, Merkez, che segna l’antica zona residenziale a est di Esagila, Humra, contenente le macerie rimosse da Alessandro dallo ziggurat in preparazione per la ricostruzione, e un teatro da lui costruito con materiale proveniente dallo ziggurat, e Ishin Aswad, dove ci sono altri due templi. Una depressione chiamata Sahn segna l’ex sito dello ziggurat Etemenanki. Un leone di basalto a grandezza naturale, probabilmente di origine ittita e portato a Babilonia nell’antichità, si trova a nord della Porta di Ishtar. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Redazione [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/redazione/) **Categorie:** Antica Roma, Top --- ### [Il colosso di Rodi](https://scriptamanentitalia.it/il-colosso-di-rodi/) **Published:** Novembre 8, 2022 **Author:** Niccolò Giraudo **Content:** Il Colosso di Rodi era una statua raffigurante il sole greco Helios, eretta nella città di Rodi sull’omonima isola greca, da Carete di Lindo nel 280 a.C. è una delle sette meraviglie del mondo antico, fu costruita per celebrare la riuscita difesa della città di Rodi contro un attacco di Demetrius Poliorcetes, che l’aveva assediata per un anno con un grande esercito e con la sua marina. Secondo la maggior parte delle descrizioni contemporanee, il Colosso era alto circa 33 metri, l’altezza della moderna Statua della Libertà dai piedi alla corona, rendendola la statua più alta del mondo antico. Crollò durante il terremoto del 226 a.C., anche se alcune parti si salvarono. Secondo un oracolo, non lo ricostruirono di nuovo. John Malalas scrisse che Adriano durante il suo regno riedificò il Colosso, ma si sbagliava. Nel 653, una forza araba al comando del generale musulmano Muawiyah I conquistò Rodi e, secondo la Cronaca di Teofane il Confessore, la statua fu completamente distrutta e i resti venduti. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/11/colossodirodiintero-749x1024.jpg "colossodirodiintero - Scripta Manent Italia")Dal Libro della Conoscenza della Grolier Society del 1911 ## La costruzione del Colosso La costruzione iniziò nel 292 a.C. e antichi resoconti descrivono la struttura come costruita con tiranti di ferro a cui erano fissate lastre di ottone per formare la pelle. L’interno della struttura, che si ergeva su un piedistallo di marmo bianco alto 15 metri vicino all’ingresso del porto di Rodi, è stato poi riempito con blocchi di pietra man mano che la costruzione procedeva. Altre fonti collocano il Colosso su una diga foranea nel porto. Secondo la maggior parte delle descrizioni contemporanee, la statua stessa era alta circa 32 metri. Gran parte del ferro e del bronzo fu riforgiato dalle varie armi lasciate dall’esercito di Demetrio e la seconda torre d’assedio abbandonata potrebbe essere stata utilizzata per impalcature intorno ai livelli inferiori durante la costruzione. Filone di Bisanzio scrisse nel *De septem mundi miraculis* che Carete creò la scultura in situ fondendola in corsi orizzontali e poi ponendo “*… un enorme cumulo di terra attorno a ciascuna sezione non appena veniva completata, seppellendo così l’opera finita sotto la terra accumulata, ed effettuando la colata della parte successiva sul livello*“. Gli ingegneri moderni hanno avanzato un’ipotesi plausibile per la costruzione della statua, basata sulla tecnologia dell’epoca e sui resoconti di Filone e Plinio, che videro e descrissero le rovine. Si diceva che il piedistallo di base avesse un diametro di almeno 18 metri e fosse circolare o ottagonale. I piedi erano scolpiti nella pietra e ricoperti da sottili lastre di bronzo rivettate insieme. Otto sbarre di ferro forgiato disposte in posizione orizzontale radiante formavano le caviglie e si alzavano per seguire le linee delle gambe diventando progressivamente più piccole. Lastre di bronzo curve fuse singolarmente di 1,5 metri quadrati con bordi rivolti verso l’interno sono state unite insieme da rivetti attraverso fori formati durante la fusione per formare una serie di anelli. Le piastre inferiori avevano uno spessore di 25 millimetri fino al ginocchio e uno spessore di 20 millimetri dal ginocchio all’addome, mentre le piastre superiori avevano uno spessore compreso tra 6,5 ​​e 12,5 millimetri di spessore tranne dove era richiesta una forza aggiuntiva alle articolazioni come la spalla, il collo. L’archeologa Ursula Vedder ha proposto che la scultura sia stata fusa in ampie sezioni secondo i metodi tradizionali greci e che il racconto di Filone “*non è compatibile con la situazione provata dall’archeologia nell’antica Grecia*“. Dopo dodici anni, nel 280 aC, la statua fu completata. Conservato nelle antologie di poesie greche è quello che si ritiene essere il vero testo di dedica per il Colosso. > *A te, o Sole, il popolo di Rodi Dorico eresse questa statua di bronzo giunta fino all’Olimpo, quando ebbe pacificato le onde della guerra e incoronato la sua città con le spoglie sottratte al nemico. Non solo sui mari ma anche sulla terraferma accendevano la bella fiaccola della libertà e dell’indipendenza. Perché ai discendenti di Eracle appartiene il dominio sul mare e sulla terra.* La statua rimase in piedi per 54 anni fino a quando un terremoto del 226 a.C. causò danni significativi a vaste porzioni di Rodi, inclusi il porto e gli edifici commerciali, che furono distrutti. La statua si spezzò alle ginocchia e cadde a terra. Tolomeo III si offrì di pagare per la ricostruzione della statua, ma l’Oracolo di Delfi fece temere di aver offeso Elio e si rifiutarono di ricostruirla. **Nel 653, una forza araba al comando del generale musulmano Muawiyah I** occupò Rodi e, secondo la Cronaca di Teofane il Confessore, la statua fu fusa e venduta a un mercante ebreo di Edessa che caricò il bronzo su 900 cammelli. La distruzione araba e la presunta vendita a un ebreo probabilmente ebbero origine come potente metafora del sogno di Nabucodonosor della distruzione di una grande statua. La stessa storia è registrata da Gregorio Barebreo, scrivendo in siriaco nel 13° secolo a Edessa (dopo il saccheggio arabo di Rodi): “*E un gran numero di uomini tiravano su robuste funi che erano legate attorno al Colosso di bronzo che era nella città e lo demolirono, e ne pesarono tremila carichi di bronzo di Corinto, e lo vendettero a un certo ebreo di Emesa*. Teofane è l’unica fonte di questo racconto e tutte le altre fonti possono essere fatte risalire a lui. ## La postura del Colosso di Rodi Il Colosso a cavallo del porto era frutto dell’immaginazione medievale basata sulla menzione del testo della dedica di “via terra e mare” e gli scritti di un visitatore italiano che nel 1395 notò che la tradizione locale riteneva che il piede destro si fosse fermato dove era la chiesa di San Giovanni del Colosso. Molte illustrazioni successive mostrano la statua con un piede su entrambi i lati dell’imboccatura del porto con le navi che passano sotto di essa. Riferimenti a questa concezione si trovano anche nelle opere letterarie. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/11/colossodirodiinventato-1024x760.jpg "colossodirodiinventato - Scripta Manent Italia")Incisione del XVI secolo di Martin Heemskerck Queste immagini alimentano l’idea sbagliata, la meccanica della situazione rivela che il Colosso non avrebbe potuto cavalcare il porto come descritto nel Dizionario classico di Lemprière. Se la statua completata fosse stata a cavallo del porto, l’intera bocca del porto sarebbe stata effettivamente chiusa durante l’intera costruzione e gli antichi non avevano i mezzi per dragare e riaprire il porto dopo la costruzione. Inoltre, la statua caduta avrebbe bloccato il porto e, poiché gli antichi non avevano la capacità di rimuovere la statua caduta dal porto, non sarebbe rimasta visibile sulla terraferma per i successivi 800 anni. Anche trascurando queste obiezioni, la statua era realizzata in bronzo e le analisi ingegneristiche indicano che non avrebbe potuto essere costruita con le gambe divaricate senza crollare sotto il suo stesso peso. Non ci sono prove che la statua tenesse in alto una torcia; i registri dicono semplicemente che dopo il completamento hanno acceso la “fiaccola della libertà”. Sebbene gli studiosi non sappiano che aspetto avesse la statua, hanno una buona idea dell’aspetto della testa e del viso, poiché all’epoca erano quasi tutte simili. La testa avrebbe avuto i capelli ricci con punte uniformemente distanziate di bronzo o argento che irradiavano fiamme, simili alle immagini trovate sulle monete contemporanee di Rodi. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/Ilicic-150x150-1.jpg) Niccolò Giraudo Studioso indipendente di storia, dedica il proprio lavoro all’analisi di eventi, figure e processi che hanno modellato il Mediterraneo e l’Europa. Nei suoi testi privilegia un approccio documentato, diretto e orientato alla divulgazione di qualità. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/niccolo-giraudo/) **Categorie:** Antica Roma, Top **Tag:** Storia --- ### [Battaglia di Hattin](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-di-hattin/) **Published:** Ottobre 27, 2022 **Author:** Vittorio Roncalli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Dove si è combattuto](#Dove_si_e_combattuto) - [Battaglia di Hattin. Contesto storico](#Battaglia_di_Hattin_Contesto_storico) - [Assedio di Tiberiade](#Assedio_di_Tiberiade) - [La battaglia](#La_battaglia) - [Battaglia di Hattin. La resa dei crociati](#Battaglia_di_Hattin_La_resa_dei_crociati) **La battaglia di Hattin ebbe luogo il 4 luglio 1187**, tra gli stati crociati del Levante e le forze del sultano ayyubide Saladino. È anche conosciuta come la Battaglia delle Corna di Hattin, a causa della forma del vicino vulcano spento. Gli eserciti musulmani guidati da **Saladino** catturarono o uccisero la stragrande maggioranza delle forze crociate, spazzando via le forze militari crociate. Come risultato diretto della battaglia, i musulmani tornarono ad essere l’eminente potenza militare in Terra Santa, riconquistando Gerusalemme e la maggior parte delle altre città e castelli controllati dai crociati. Queste sconfitte cristiane portarono poi alla Terza Crociata, iniziata due anni dopo la battaglia di Hattin. ## Dove si è combattuto La battaglia ebbe luogo vicino a **Tiberiade** nell’attuale Israele. Il campo di battaglia, vicino al villaggio di Hittin, aveva come caratteristica geografica principale una doppia collina, le “Corna di Hattin”, accanto a un passo attraverso le montagne settentrionali tra Tiberiade e la strada da Acri a est. La strada romana, nota agli arabi come Darb al-Hawarnah, fungeva da principale passaggio est-ovest tra i guadi del Giordano, il Mar di Galilea e la costa mediterranea. ## Battaglia di Hattin. Contesto storico Guido di Lusignano divenne re di Gerusalemme nel 1186, dopo la morte del figlio Baldovino V. Il Regno di Gerusalemme era diviso tra la fazione di Guy, composta da Sibilla e relativi nuovi arrivati ​​nel regno come Raynald di Châtillon, Gerard di Ridefort e i Cavalieri Templari, contro la fazione dei “nobili”, guidata da Raimondo III di Tripoli, che era stato reggente del re bambino Baldovino V e si era opposto alla successione di Guido. Raimondo III di Tripoli **aveva sostenuto la pretesa della sorellastra di Sibilla**, Isabella e il marito di Isabella, Humphrey IV di Toron. La guerra aperta fu impedita solo da Humphrey di Toron che ha giurato poi fedeltà a Guy, il che pose fine alla disputa sulla successione. Il cronista musulmano Ali ibn al-Athir ha affermato che **Raymond era in uno “stato di aperta ribellione” contro Guy**. **Sullo sfondo di quelle divisioni, Saladino era diventato visir** d’Egitto nel 1169 e aveva preso Damasco nel 1174 e Aleppo nel 1183. Controllava l’intero fianco meridionale e orientale degli stati crociati. Unì i suoi sudditi sotto l’Islam sunnita e li convinse che **avrebbe condotto la guerra santa per respingere i franchi cristiani da Gerusalemme**. Saladino fece spesso tregue strategiche con i Franchi quando aveva bisogno di affrontare problemi politici nel mondo musulmano, e una di queste fu stipulata nel 1185. Si diceva che Raimondo III di Tripoli avesse stretto un accordo con Saladino in base al quale Saladino lo avrebbe nominato re di Gerusalemme in cambio della pace. Quella voce è stata ripresa da Ibn al Athir, non è chiaro se fosse vero. Raimondo III era certamente riluttante a impegnarsi in battaglia con Saladino. **Nel 1187 Raynald di Châtillon attaccò una carovana musulmana** dell’Hajj mentre era ancora in vigore la tregua con Saladino. Saladino giurò che avrebbe ucciso Raynald per aver violato la tregua, e mandò suo figlio Al-Afdal e l’emiro Gökböri a fare irruzione nelle terre franche intorno ad Acri. **Gerard de Ridefort e i Templari ingaggiarono Gökböri nella battaglia di Cresson** nel maggio 1187 e furono pesantemente sconfitti. I Templari persero circa 150 cavalieri e 300 fanti, che avevano costituito gran parte dell’esercito di Gerusalemme. Jonathan Phillips, professore di Storia delle crociate al Royal Holloway dell’Università di Londra, afferma che “*il danno al morale dei Franchi e l’entità delle perdite* sono *parte della motivazione alla sconfitta di Hattin*“. **A luglio Saladino pose l’assedio a Tiberiade**, dove era rimasta intrappolata la moglie di Raimondo III, Eschiva. Nonostante ciò, Raymond sostenne che Guy non avrebbe dovuto ingaggiare Saladino in battaglia e che Saladino non poteva minacciare Tiberiade per troppo tempo perché le sue truppe non avrebbero sopportato di essere lontane dalle loro famiglie per molto tempo. I Cavalieri Ospitalieri consigliarono anche loro a Guy di non provocare Saladino. **Gerard de Ridefort, tuttavia, consigliò a Guy di avanzare contro Saladino e Guy seguì il suo consiglio.** Norman Housley, professore di Storia all’Università di Leicester, asserisce che ciò fosse dovuto al fatto che “*le menti di entrambi gli uomini erano state così avvelenate dal conflitto politico 1180-1187 che vedevano il consiglio di Raymond come progettato per portarli alla rovina*“. Questo fu un azzardo da parte di Guy, poiché aveva lasciato solo pochi cavalieri per difendere la città di Gerusalemme. ## Assedio di Tiberiade **Alla fine di maggio, Saladino radunò il più grande esercito che avesse mai comandato sulle alture del Golan**, circa 40.000 uomini di cui circa 12.000 di cavalleria regolare. Ha ispezionato le sue forze a Tell-Ashtara prima di attraversare il fiume Giordano il 30 giugno. **Saladino aveva anche ottenuto inaspettatamente l’alleanza della comunità drusa con sede a Sarahmul** guidata da Jamal ad-Din Hajji, il cui padre Karama era un antico alleato di Nur ad-Din Zangi. **La città di Sarahmul era stata saccheggiata dai crociati in varie occasioni e secondo Jamal ad-Din Hajji** i crociati erano i mandanti dell’omicidio dei suoi tre fratelli maggiori. L’esercito di Saladino era organizzato con un centro e due ali: Gökböri comandava la sinistra dell’esercito, Saladino stesso comandava il centro e suo nipote, Al-Muzaffar Umar (Taki ad-Din), la destra. **L’esercito crociato opposto si ammassò a La Saphorie**, era composto da circa 18.000-20.000 uomini, inclusi 1.200 cavalieri di Gerusalemme e Tripoli e 50 di Antiochia. Sebbene l’esercito fosse più piccolo di quello di Saladino, era comunque più grande di quelli solitamente radunati dai crociati. Il consueto richiamo alle armi, in questa occasione di estrema minaccia, incluse tutti gli uomini abili del regno. Dopo essersi riconciliati, Raymond e Guy si incontrarono ad Acri con il grosso dell’esercito crociato. Secondo alcune fonti europee, oltre ai cavalieri c’era una folta cavalleria leggera, e forse 10.000 fanti, integrati da balestrieri della flotta mercantile italiana, e un gran numero di mercenari assoldati con denaro donato al regno da Enrico II, re d’Inghilterra. Lo stendardo dell’esercito era la reliquia della Vera Croce, portata dal vescovo di Acri, inviato a nome del patriarca Eraclio. **Saladino decise di indurre Guy a spostare il suo esercito da campo lontano dal loro accampamento** fortificato e sicuro, situato vicino alle sorgenti di La Saphorie, un’importante fonte d’acqua locale. Calcolò che i crociati potevano essere sconfitti più facilmente in una battaglia campale che assediando le loro fortificazioni. **Il 2 luglio Saladino guidò personalmente un assalto alla fortezza di Tiberiade**, mentre il principale esercito musulmano rimase a Kafr Sabt. La guarnigione di Tiberiade tentò di corrompere Saladino e di poter lasciare il castello indisturbato, ma rifiutò. In un giorno, una delle torri della fortezza fu minata e crollò. Le truppe di Saladino presero d’assalto la breccia, uccidendo le forze avversarie e facendo prigionieri. La moglie di Raimondo, Eschiva, resistette con le truppe franche sopravvissute nella cittadella. **Quando le truppe musulmane iniziarono a costruire un secondo tunnel per attaccare la cittadella il 3 luglio**, Saladino ricevette la notizia che Guy stava spostando l’esercito franco a est. I crociati avevano abboccato. La decisione di Guy di lasciare La Saphorie è stata il risultato di un consiglio di guerra dei crociati tenutosi la notte del 2 luglio. **Sembra che Raymond abbia sostenuto che una marcia da Acri a Tiberiade fosse esattamente ciò che voleva Saladino mentre La Saphorie era una posizione forte da difendere per i crociati**. Secondo Raymond, Guy non doveva preoccuparsi di Tiberiade, che Raymond teneva personalmente ed era disposto a rinunciare per la sicurezza del regno. In risposta a questa argomentazione, e nonostante la loro riconciliazione Raymond fu accusato di codardia da Gerard e Raynald. Ciò ha portato Guy a portare un immediato contrattacco contro Saladino a Tiberiade. ## La battaglia Il 3 luglio l’esercito dei Franchi partì verso Tiberiade, costantemente vessato da arcieri musulmani. Superarono le sorgenti di Turan, che erano del tutto insufficienti a fornire acqua all’esercito. A mezzogiorno, Raymond decise che l’esercito non avrebbe raggiunto Tiberiade prima del tramonto, e lui e Guy accettarono di cambiare il corso della marcia e spostarsi a sinistra in direzione delle Sorgenti di Kafr Hattin, a soli 9,7 km. Da lì avrebbero potuto marciare fino a Tiberiade il giorno successivo. **I musulmani si posizionarono tra l’esercito dei Franchi e l’acqua** in modo che i Franchi furono costretti ad accamparsi durante la notte sull’arido altopiano vicino al villaggio di Meskenah. I musulmani hanno circondato il campo quasi a contatto con i nemici. Secondo Ibn al Athir, i Franchi erano “scoraggiati, tormentati dalla sete”. Per tutta la notte, i musulmani hanno ulteriormente demoralizzato i crociati pregando, cantando, suonando tamburi. Hanno dato fuoco all’erba secca, in modo che il fumo irritasse occhi e gola dei soldati. I crociati erano assetati, demoralizzati ed esausti. L’esercito musulmano, al contrario, aveva una carovana di cammelli che portava otri d’acqua dal lago di Tiberiade, ora noto come Mare di Galilea. **La mattina del 4 luglio**, i crociati furono accecati dal fumo degli incendi appiccati dalle forze di Saladino. I Franchi furono presi di mira dagli arcieri a cavallo musulmani della divisione comandata da Gökböri, che era stato rifornito con 400 carri di frecce che erano state preparate durante la notte. Gerard e Raynald consigliarono a Guy di formare linee di battaglia e attaccare, cosa che fu fatta dal fratello di Guy, Amalric. Raymond guidò la prima divisione, mentre Baliano e Joscelin III di Edessa formarono la retroguardia. **Assetati e demoralizzati, i crociati cambiarono direzione verso le sorgenti di Hattin, ma la loro marcia fu interrotta dagli attacchi dell’esercito di Saladino**, che bloccò la via e ogni possibile ritirata. Il conte lanciò due cariche nel tentativo di sfondare le linee per arrivare all’approvvigionamento idrico del lago di Tiberiade. Il secondo gli permise di raggiungere il lago e di dirigersi verso Tiro. Dopo la fuga di Raymond, la posizione di Guy era ora ancora più disperata. **La maggior parte della fanteria cristiana aveva disertato fuggendo in massa sulle Corna di Hattin**, dove non ebbero più alcun ruolo nella battaglia. Travolti dalla sete e dalle ferite, molti dei soldati di Guy furono uccisi sul posto senza opporre resistenza mentre il resto fu fatto prigioniero. La loro situazione era tale che cinque dei cavalieri di Raymond andarono dai leader musulmani per implorare che fossero messi a morte misericordiosamente. **Guy tentò di piantare di nuovo le tende per bloccare la cavalleria musulmana.** I cavalieri cristiani e i sergenti a cavallo erano disorganizzati, ma continuavano a combattere. I crociati furono accerchiati e, nonostante tre disperati assalti alla posizione di Saladino, furono smembrati e sconfitti. Un testimone oculare di ciò è fornito dal figlio diciassettenne di Saladino, al-Afdal. È citato dal cronista musulmano Ibn al-Athir: *Quando il re dei Franchi \[Guy\] fu sulla collina, fecero un formidabile attacco contro i musulmani che stavano loro di fronte, così che li respinsero da mio padre \[Saladino\]. Ho guardato verso di lui ed è stato sopraffatto dal dolore e la sua carnagione pallida. Si afferrò la barba e avanzò, gridando “Date la morte al diavolo!” I musulmani si sono radunati, sono tornati in battaglia e hanno scalato la collina. Quando ho visto che i Franchi si ritiravano, inseguiti dai musulmani, ho gridato di gioia: “Li abbiamo battuti!” Ma i Franchi si sono mobilitati e hanno caricato di nuovo come la prima volta e hanno respinto i musulmani di mio padre. Agì come aveva fatto la prima volta e i musulmani si rivoltarono contro i Franchi e li respinsero sulla collina. Ho gridato di nuovo: “Li abbiamo battuti!” ma mio padre mi si avvicinò e mi disse: “Stai zitto!*“ ## Battaglia di Hattin. La resa dei crociati **I prigionieri dopo la battaglia includevano** Guido, suo fratello Amalrico II, Raynald de Chatillon, Guglielmo V di Monferrat, Gerard de Ridefort, Humphrey IV di Toron, Ugo di Jabala, Plivain di Botron, Ugo di Gabelet e altri baroni del Regno di Gerusalemme. Guido di Lusignano e Raynald di Chatillon furono portati nella tenda di Saladino. Saladino offrì a Guy dell’acqua, questo era un segno preciso nella cultura musulmana: il prigioniero sarebbe stato risparmiato. Guy però non ne era a conoscenza e passò il calice a Raynald, ma Saladino lo tolse dalle mani e disse: “*Non ho chiesto a questo uomo malvagio di bere*“. Ha quindi accusato Raynald di aver infranto la tregua. Alcuni rapporti, come quello di Baha al-Din, affermano che **Saladino stesso avrebbe poi giustiziato Raynald con un solo colpo di spada**. Altri registrano che Saladin colpì Raynald come segno per le sue guardie del corpo di decapitarlo. Guy presumeva che anche lui sarebbe stato decapitato, ma Saladino gli assicurò che “i re non uccidono i re”. Il re crociato, Guido di Lusignano, fu portato a Damasco come prigioniero e rilasciato nel 1188, mentre gli altri nobili prigionieri furono riscattati. Dopo aver giustiziato Raynald di Chatillon, **Saladino ordinò che gli altri baroni prigionieri fossero risparmiati e trattati con umanità. Tutti i 200 Cavalieri Templari e Ospitalieri fatti prigionieri furono giustiziati per ordine di Saladino, ad eccezione del Gran Maestro del Tempio**. Le esecuzioni avvennero per decapitazione. Domenica 5 luglio Saladino percorse 10 km verso Tiberiade e la contessa Eschiva cedette la cittadella della fortezza. Le fu permesso di partire per Tripoli con tutta la sua famiglia, seguaci e possedimenti. Raimondo di Tripoli, scampato alla battaglia, morì di pleurite più tardi nel 1187. **Secondo Ernoul, la notizia della sconfitta portata a Roma da Gioscio**, arcivescovo di Tiro, fece morire di shock papa Urbano III. Il successore di Urbano, papa Gregorio VIII , emanò la bolla Audita tremendi chiedendo una nuova crociata entro pochi giorni dalla sua elezione. In Inghilterra e in Francia, fu emanata la decima del Saladino per raccogliere fondi per la nuova crociata. La successiva Terza Crociata non iniziò fino al 1189, ma fu un’operazione militare di grande successo attraverso la quale furono restaurati molti possedimenti cristiani. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/01/parigi.jpg) Vittorio Roncalli Storico e autore di contenuti divulgativi, dedica il proprio lavoro allo studio del mondo antico e medievale, con particolare attenzione ai protagonisti, ai conflitti e alle trasformazioni che hanno segnato la civiltà europea. Nei suoi articoli unisce rigore nella ricerca, chiarezza espositiva e passione per una storia capace di parlare anche al presente. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/vittorio-roncalli/) **Categorie:** Attualità, Medioevo, Top **Tag:** Medioevo --- ### [Realpolitik. Cos'è e quale la sua filosofia](https://scriptamanentitalia.it/realpolitik-cose-e-quale-la-sua-filosofia/) **Published:** Ottobre 21, 2022 **Author:** Lucia Tinagli **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Nascita del termine](#Nascita_del_termine) - [Il realismo politico nelle relazioni internazionali](#Il_realismo_politico_nelle_relazioni_internazionali) - [Connotazione del termine Realpolitik](#Connotazione_del_termine_Realpolitik) - [La Realpolitik negli Usa](#La_Realpolitik_negli_Usa) Realpolitik dal tedesco “politica pratica” si riferisce all’attuazione o **all’impegno in politiche basate principalmente su considerazioni di circostanze e fattori determinati, piuttosto che vincolarsi strettamente a esplicite nozioni ideologiche o premesse morali ed etiche**. A questo proposito, condivide aspetti del suo approccio filosofico con quelli del realismo e del pragmatismo. In politica è spesso indicato semplicemente come pragmatismo, ad esempio “perseguimento di politiche pragmatiche” o “politiche realistiche”. Sebbene sia spesso usato come termine positivo e neutrale**, il termine Realpolitik è talvolta usato anche in senso peggiorativo** per indicare politiche percepite come coercitive, amorali o machiavelliche. I principali sostenitori della Realpolitik includono Henry Kissinger, George F. Kennan, Zbigniew Brzezinski e Hans-Dietrich Genscher, così come politici come Charles De Gaulle e Lee Kuan Yew. ## Nascita del termine Il termine Realpolitik è stato coniato da **Ludwig von Rochau**, scrittore e politico tedesco nel XIX secolo. Il suo libro del 1853 “Principi della Realpolitik applicati alla situazione nazionale della Germania” descrive il significato del termine: > Lo studio delle forze che modellano, mantengono e alterano lo stato è la base di ogni intuizione politica e porta alla comprensione che la legge del potere governa il mondo degli stati proprio come la legge di gravità governa il mondo fisico. La scienza politica più antica era pienamente consapevole di questa verità, ma trasse una conclusione sbagliata e dannosa: il diritto dei più potenti. L’era moderna ha corretto questo errore immorale, ma mentre rompeva con il presunto diritto del più potente, l’era moderna era troppo incline a trascurare la reale potenza del più potente e l’inevitabilità della sua influenza politica. Von Rochau coniò il termine nel 1853 e scrisse un volume nel 1869 che perfezionò ulteriormente le sue argomentazioni precedenti. Rochau, esiliato a Parigi fino all’insurrezione del 1848, tornò durante la rivoluzione e divenne una figura nota nel **Partito Nazionale Liberale**. Quando le conquiste liberali delle rivoluzioni del 1848 furono vittime di governi coercitivi o furono inghiottite da potenti forze sociali come la classe, la religione e il nazionalismo, Rochau, secondo Bew, iniziò a riflettere attentamente su come il lavoro iniziato con tanto entusiasmo fosse fallito. Il grande risultato dell’Illuminismo era stato quello di dimostrare che la forza non è necessariamente giusta. L’errore commesso dai liberali è stato quello di presumere che la legge dei forti fosse improvvisamente svanita semplicemente perché si era dimostrata ingiusta. **Rochau** ha scritto che “*per abbattere le mura di Gerico, il Realpolitiker sa che il semplice piccone è più utile della tromba più potente*“. Il concetto di Rochau fu colto dai pensatori tedeschi a metà e alla fine del XIX secolo e fu associato all’arte di governo di **Otto von Bismarck** nell’unificazione della Germania a metà del XIX secolo. Nel 1890, l’uso della parola Realpolitik era diffuso, ma sempre più distaccato dal suo significato originale. ## Il realismo politico nelle relazioni internazionali **Mentre Realpolitik si riferisce alla pratica politica**, il concetto di realismo politico nelle relazioni internazionali si riferisce a un quadro teorico volto a offrire spiegazioni per eventi nel dominio delle relazioni internazionali. **La teoria del realismo politico parte dal presupposto che gli stati, in quanto attori sulla scena internazionale**, perseguano i propri interessi praticando la Realpolitik. Al contrario, Realpolitik può essere descritta come l’esercizio di politiche che sono in linea con le teorie accettate del realismo politico. In entrambi i casi, l’ipotesi di lavoro è generalmente che la politica sia basata principalmente sul perseguimento, il possesso e l’applicazione del potere. Tuttavia, alcuni realisti delle relazioni internazionali, come Kenneth Waltz, hanno visto la politica statale in termini di ricerca della sopravvivenza o della sicurezza, piuttosto che la ricerca del potere fine a se stessa. ## Connotazione del termine Realpolitik **Negli Stati Uniti, il termine è spesso analogo alla politica esercitata** per ottenere o mantenere il potere mentre in Germania Realpolitik ha una connotazione un po’ meno negativa, riferendosi a una politica realistica in opposizione alla politica idealistica. È particolarmente associato all’era del nazionalismo del 19° secolo. **Le politiche della Realpolitik furono impiegate in risposta alle fallite rivoluzioni del 1848 come mezzo per rafforzare gli stati e rafforzare l’ordine sociale**. Il più famoso sostenitore tedesco della Realpolitik fu **Otto von Bismarck**, il primo Cancelliere di Guglielmo I del Regno di Prussia. Bismarck ha utilizzato la Realpolitik nella sua ricerca per ottenere il dominio prussiano in **Germania**. Ha manipolato le questioni politiche come quella dello Schleswig-Holstein e la candidatura di Hohenzollern per inimicarsi altri paesi e causare guerre se necessario per raggiungere i suoi obiettivi. Tali politiche sono caratteristiche di Bismarck, dimostrando una visione pragmatica del mondo politico “reale”. Un altro esempio è stata la sua volontà di adottare alcune politiche sociali come l’assicurazione dei dipendenti e le pensioni; in tal modo, ha utilizzato piccoli cambiamenti dall’alto verso il basso per evitare la possibilità di grandi cambiamenti dal basso verso l’alto. Allo stesso modo, la mossa apparentemente illogica della Prussia di non richiedere territorio a un’Austria sconfitta, una mossa che in seguito portò all’unificazione della Germania, è un esempio spesso citato di Realpolitik. ## La Realpolitik negli Usa La Realpolitik **americana iniziò negli anni ’60** con l’influenza del polacco-americano Zbigniew Brzezinski, in seguito consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter. Contrariamente all’ostilità dell’era McCarthy e ai discorsi di John Foster Dulles sulla “liberazione” militare del blocco orientale, Brzezinski propose un “impegno pacifico” con l’Unione Sovietica ai presidenti John F. Kennedy e Lyndon B. Johnson. Brzezinski, disinteressato a promuovere la propaganda antisovietica a beneficio degli Stati Uniti, pensava che gli Stati Uniti avrebbero avuto più successo attraverso le frequenti interazioni con i regimi e le persone sotto il dominio comunista. Brzezinski conosceva le dure realtà economiche di coloro che vivevano nel blocco orientale, in particolare la permanente carenza di beni, e che il loro attaccamento all’Unione Sovietica era nato da una necessità storica, piuttosto che da un’ideologia comune. Brzezinski ha suggerito di allettare questi paesi economicamente e attraverso scambi educativi e culturali, che avrebbero attirato gli intellettuali, seguiti da favoritismi per i regimi che mostrano segni di liberalizzazione o meno dipendenza da Mosca. Attraverso questo approccio, Brzezinski “ha offerto un’alternativa realistica ed evolutiva alla vuota retorica politica”. **Henry Kissinger ha introdotto formalmente la politica della Realpolitik alla Casa Bianca** come Segretario di Stato di Richard Nixon. In quel contesto significava trattare con altre nazioni potenti in modo pratico, piuttosto che sulla base di dottrine o etiche politiche come la diplomazia di Nixon con la Repubblica popolare cinese, nonostante l’opposizione americana al comunismo e la precedente dottrina di contenimento. Un altro esempio è l’uso da parte di Kissinger della diplomazia navetta dopo la guerra arabo-israeliana del 1973, quando ha convinto gli israeliani a ritirarsi parzialmente dal Sinai in ossequio alle politiche create dalla crisi petrolifera. Lo stesso Kissinger ha affermato di non aver mai usato il termine Realpolitik e ha affermato che è usato da **pensatori di politica estera** sia liberali che realisti per etichettare, criticare e facilitare la scelta delle parti. Kissinger aveva esaminato ciò che aveva implementato mentre prestava servizio come Segretario di Stato e Consigliere per la sicurezza nazionale non nei limiti di fare della Realpolitik una politica standard, ma nei termini di essere uno statista. Kissinger ha proseguito affermando che il ruolo dello statista è “la capacità di riconoscere il reale rapporto di forze e di fare in modo che questa conoscenza serva ai suoi fini”. In tale contesto, si può vedere come **i principi della Realpolitik possano influenzare la politica americana**. La portata e l’influenza di Realpolitik si trova invece in una politica pragmatica e flessibile che cambia alle esigenze della situazione. Questo tipo di politica potrebbe essere rappresentata dall’amministrazione di Barack Obama. La realpolitik si distingue dalla politica ideologica in quanto non è dettata da un insieme fisso di regole ma tende invece ad essere orientata agli obiettivi, limitata solo da esigenze pratiche. Poiché la Realpolitik è orientata verso i mezzi più pratici per garantire gli interessi nazionali, può spesso comportare compromessi sui principi ideologici. **Ad esempio, durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno spesso sostenuto regimi autoritari che violavano** i diritti umani per garantire teoricamente il maggiore interesse nazionale della stabilità regionale. Ai fini del contrasto e del parlare per tipi ideali, gli ideologi politici tenderebbero a privilegiare il principio rispetto ad altre considerazioni. **Tali individui o gruppi possono rifiutare compromessi** che vedono come l’abbandono dei loro ideali e quindi possono sacrificare il guadagno politico, a favore dell’adesione a principi che ritengono costitutivi di obiettivi a lungo termine. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/lucia-tinagli-150x150-1.gif) Lucia Tinagli [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/lucia/) **Categorie:** Pillar --- ### [Cos'è il G20 - Forum dei Paesi industrializzati](https://scriptamanentitalia.it/cose-g20/) **Published:** Ottobre 18, 2022 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Fondazione del G20](#Fondazione_del_G20) - [I primi obiettivi](#I_primi_obiettivi) - [Gli argomenti degli ultimi G20](#Gli_argomenti_degli_ultimi_G20) - [Rotazione della Presidenza](#Rotazione_della_Presidenza) - [Organizzazione](#Organizzazione) - [Membri del G20](#Membri_del_G20) - [Ruolo dei paesi asiatici](#Ruolo_dei_paesi_asiatici) - [Agenda del G20](#Agenda_del_G20) Il G20 o Gruppo dei Venti è un forum intergovernativo che comprende 19 paesi e l’Unione Europea (UE). Lavora per affrontare le principali questioni relative all’economia globale, come la stabilità finanziaria internazionale, la mitigazione del cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile. Il G20 è composto dalla maggior parte delle maggiori economie mondiali, comprese le nazioni industrializzate e in via di sviluppo, e rappresenta circa l’80% del prodotto mondiale lordo (GWP), il 77% del commercio internazionale, due terzi della popolazione mondiale, e circa la metà della superficie terrestre mondiale. Il G20 è stato fondato nel 1999 in risposta a diverse crisi economiche mondiali. Dal 2008 si riunisce almeno una volta all’anno, con vertici che coinvolgono il capo di governo o di stato di ciascun membro, o il ministro delle finanze, o il ministro degli esteri, e altri funzionari di alto rango. L’UE è rappresentata dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea. Altri paesi, organizzazioni internazionali e organizzazioni non governative sono invitati a partecipare ai vertici, alcuni su base permanente. Al vertice del 2009, il G20 si è dichiarato la sede principale della cooperazione economica e finanziaria internazionale. La statura del gruppo è cresciuta nel decennio successivo, ed è riconosciuto dagli analisti come punto per esercitare una notevole influenza globale. I vertici sono spesso accolti da proteste, in particolare da parte di gruppi anti-globalizzazione. ## Fondazione del G20 Il G20 è l’ultima di una serie di iniziative del secondo dopoguerra volte al coordinamento internazionale della politica economica, che comprendono istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, e quello che oggi è l’Organizzazione mondiale del commercio. Il G20 è stato prefigurato al vertice del G7 di Colonia nel giugno 1999 e formalmente istituito alla riunione dei ministri delle finanze del G7 il 26 settembre 1999 con una riunione inaugurale il 15-16 dicembre 1999 a Berlino. Il ministro delle finanze canadese Paul Martin è stato scelto come primo presidente e il ministro delle finanze tedesco Hans Eichel ha ospitato l’incontro inaugurale. La Germania e gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo chiave nel realizzare la loro visione. Paul Martin e il Segretario al Tesoro americano Larry Summers hanno concepito il G20 in risposta alla serie di massicce crisi finanziarie che si erano diffuse nei mercati emergenti alla fine degli anni ’90, a partire dalla crisi del peso messicano e seguita dalla crisi finanziaria asiatica del 1997, dalla crisi finanziaria russa del 1998 che ha avuto un impatto sugli Stati Uniti, soprattutto nella forma del crollo dell’importante hedge fund Long-Term Capital Management nell’autunno del 1998. Ha illustrato loro che in un mondo in rapida globalizzazione, il G7, G8 e il sistema di Bretton Woods non sarebbe in grado di fornire stabilità finanziaria e concepirono un nuovo e più ampio gruppo permanente di grandi economie mondiali che dessero voce e nuove responsabilità nel fornirla. ## I primi obiettivi L’obiettivo principale del G20 è stato il governo dell’economia globale. I temi del vertice sono variati di anno in anno. Il tema della riunione ministeriale del G20 del 2006 è stato “Costruire e sostenere la prosperità”. Le questioni discusse includevano le riforme interne per ottenere una “crescita sostenuta”, i mercati globali dell’energia e delle materie prime, la riforma della Banca mondiale e del FMI e l’impatto dei cambiamenti demografici dovuti all’invecchiamento della popolazione mondiale. Nel 2007, il Sudafrica ha ospitato il segretariato con Trevor A. Manuel, ministro delle finanze sudafricano come presidente del G20. Nel 2008 Guido Mantega, ministro delle Finanze del Brasile, è stato presidente del G20 e ha proposto il dialogo sulla concorrenza nei mercati finanziari, l’energia pulita, lo sviluppo economico e gli elementi fiscali di crescita e sviluppo. L’11 ottobre 2008, dopo una riunione dei ministri delle finanze del G7, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha dichiarato che il prossimo incontro del G20 sarebbe stato importante per trovare soluzioni alla crisi economica in piena espansione del 2008. ## Gli argomenti degli ultimi G20 Nel marzo 2014, l’ex ministro degli esteri australiano Julie Bishop, quando l’Australia ospitava il vertice del G20 del 2014 a Brisbane, ha proposto di bandire la Russia dal vertice per l’ annessione della Crimea ucraina. I ministri degli Esteri BRICS hanno poi ricordato a Bishop che “la custodia del G20 appartiene a tutti gli Stati membri in egual modo e nessuno Stato membro può determinarne unilateralmente la natura e il carattere”. Nel 2016, il G20 ha inquadrato il suo impegno per l’Agenda 2030 (Obiettivi di sviluppo sostenibile) in tre temi chiave, la promozione di una forte crescita sostenibile ed equilibrata, protezione del pianeta dal degrado e promuovere la cooperazione con i paesi a basso reddito e in via di sviluppo. Al vertice del G20 a Hangzhou, i membri hanno concordato un piano d’azione e hanno pubblicato un documento sui principi di alto livello ai paesi membri per aiutare a facilitare l’attuazione dell’agenda. Il Giappone ha ospitato il vertice del 2019 , \[31\] Il vertice del 2020 doveva tenersi in Arabia Saudita, \[32\] ma si è tenuto invece virtualmente dal 21 al 22 novembre 2020 a causa della pandemia di COVID-19 sotto la presidenza dell’Arabia Saudita . Vertice del G20 di Roma 2021 che si è tenuto a Roma , capitale d’ Italia , dal 30 al 31 ottobre 2021. ## Rotazione della Presidenza Per decidere quale nazione membro può presiedere la riunione dei leader del G20 per un dato anno, tutti i membri, eccetto l’Unione Europea, sono assegnati a uno di cinque diversi gruppi, tutti tranne uno con quattro membri, uno ne ha tre. Le nazioni della stessa regione sono collocate nello stesso gruppo, ad eccezione del Gruppo 1 e del Gruppo 2. Tutti i paesi all’interno di un gruppo possono assumere la presidenza del G20 quando tocca al proprio gruppo. Pertanto, gli stati all’interno del gruppo pertinente devono negoziare tra loro per selezionare il prossimo presidente del G20. Ogni anno, un diverso Paese membro del G20 assume la presidenza a partire dal 1° dicembre fino al 30 novembre. Questo sistema è in vigore dal 2010, quando la Corea del Sud, che fa parte del Gruppo 5, deteneva la presidenza del G20. ## Organizzazione Il G20 opera senza un segretariato o personale permanente. Il presidente del gruppo ruota ogni anno tra i membri ed è selezionato da un diverso raggruppamento regionale di paesi. Il presidente in carica istituisce un segretariato temporaneo per la durata del suo mandato, che coordina i lavori del gruppo e ne organizza le riunioni. La presidenza del 2019 è stata del Giappone, che ha ospitato il vertice del 2019 a Osaka . Il vertice del 2021 si è svolto in Italia. L’attuale presidente è detenuto dall’Indonesia. I vertici del 2023 e del 2024 saranno ospitati rispettivamente dall’India e dal Brasile. ## Membri del G20 Nel 2022, ci sono 20 membri nel gruppo: Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Corea del Sud, Giappone, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Europea. Spagna, Le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, l’Unione Africana, l’ASEAN e altre organizzazioni sono ospiti permanenti. Tra i rappresentanti, ai vertici, i leader di diciannove paesi e dell’Unione europea e, alle riunioni a livello ministeriale, i ministri delle finanze ei governatori delle banche centrali di diciannove paesi e dell’Unione europea. Inoltre, ogni anno, gli ospiti del G20 includono la Spagna, il presidente dell’ASEAN, due paesi africani e un paese (a volte più di uno) invitato dalla presidenza, di solito della propria regione. ## Ruolo dei paesi asiatici Un rapporto del 2011 pubblicato dalla Banca asiatica di sviluppo (ADB) prevedeva che le grandi economie asiatiche come Cina e India avrebbero svolto un ruolo più importante nella governance economica globale in futuro. Il rapporto affermava che l’ascesa delle economie di mercato emergenti annunciava un nuovo ordine mondiale, in cui il G20 sarebbe diventato il comitato direttivo dell’economia globale. L’ADB ha inoltre osservato che i paesi asiatici avevano guidato la ripresa globale dopo la recessione della fine degli anni 2000. Prevedeva che la regione avrebbe avuto una maggiore presenza sulla scena mondiale, dando forma all’agenda del G20 per una crescita equilibrata e sostenibile attraverso il rafforzamento del commercio intraregionale e stimolando la domanda interna. ## Agenda del G20 **Focus finanziario** L’agenda iniziale del G20, come concepita dai responsabili politici statunitensi, canadesi e tedeschi, era molto incentrata sulla sostenibilità del debito sovrano e sulla stabilità finanziaria globale, in un formato inclusivo che avrebbe coinvolto le maggiori economie in via di sviluppo come partner alla pari. Durante un vertice nel novembre 2008, i leader del gruppo si sono impegnati a contribuire con migliaia di miliardi alle organizzazioni finanziarie internazionali, tra cui la Banca mondiale e il FMI, principalmente per ristabilire il sistema finanziario globale. Fin dall’inizio, i temi ricorrenti trattati dai partecipanti al vertice del G20 sono stati prioritariamente legati alla crescita economica globale, al commercio internazionale e alla regolamentazione dei mercati finanziari. **Crescita inclusiva** I paesi del G20 rappresentano quasi il 75% delle emissioni globali di carbonio. Dopo l’adozione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e dell’Accordo di Parigi sul clima nel 2015, all’agenda del G20 sono state aggiunte altre “questioni di importanza globale”: migrazione, digitalizzazione, occupazione, assistenza sanitaria, emancipazione delle donne e aiuto allo sviluppo. Nonostante le promesse, le nazioni del G20 hanno sovvenzionato le società di combustibili fossili per oltre 3,3 trilioni di dollari tra il 2015 e il 2021. **Temi correlati** Wolfgang Schäuble, ex ministro federale delle finanze tedesco, ha insistito sulla natura interconnessa delle questioni che devono affrontare le nazioni del G20, siano esse puramente finanziarie o di sviluppo, e sulla necessità di raggiungere misure politiche efficaci e trasversali: “La globalizzazione ha sollevato centinaia di milioni di persone povertà, ma c’è anche un crescente aumento della frustrazione in alcuni ambienti lo sviluppo, la sicurezza nazionale e la migrazione sono tutti interconnessi”. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/10/logo-quadrato-trizio-50x50px.jpg) Alessandro Trizio Studioso di Geopolitica, Politica e Storia. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/alessandro-trizio/) **Categorie:** Pillar --- ### [La battaglia di Trafalgar (1805). Horatio Nelson sconfigge i francesi](https://scriptamanentitalia.it/battaglia-trafalgar-1805/) **Published:** Ottobre 18, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La battaglia di Trafalgar del 1805, quando la flotta britannica guidata dall'ammiraglio Horatio Nelson utilizzò una tattica audace ed innovativa per annientare le navi napoleoniche **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [La battaglia di Trafalgar: il blocco navale ai danni dei porti francesi](#La_battaglia_di_Trafalgar_il_blocco_navale_ai_danni_dei_porti_francesi) - [La battaglia di Trafalgar: il piano di Napoleone](#La_battaglia_di_Trafalgar_il_piano_di_Napoleone) - [La battaglia di Trafalgar: Nelson all’inseguimento di Villeneuve](#La_battaglia_di_Trafalgar_Nelson_allinseguimento_di_Villeneuve) - [La battaglia di Trafalgar. Le forze in campo: quantità contro qualità](#La_battaglia_di_Trafalgar_Le_forze_in_campo_quantita_contro_qualita) - [La battaglia di Trafalgar: il piano di battaglia di Horatio Nelson](#La_battaglia_di_Trafalgar_il_piano_di_battaglia_di_Horatio_Nelson) - [La battaglia di Trafalgar: lo svolgimento](#La_battaglia_di_Trafalgar_lo_svolgimento) - [Il ferimento di Nelson e la vittoria britannica](#Il_ferimento_di_Nelson_e_la_vittoria_britannica) - [La morte dell’ammiraglio Nelson](#La_morte_dellammiraglio_Nelson) - [La missione di recupero delle navi Franco spagnole](#La_missione_di_recupero_delle_navi_Franco_spagnole) - [La rinuncia all’invasione della Gran Bretagna](#La_rinuncia_allinvasione_della_Gran_Bretagna) La **battaglia di Trafalgar (21 ottobre 1805)** è stato uno scontro navale tra la flotta **dell’ammiraglio britannico Horatio Nelson** e l’ammiraglio francese **Pierre de Villeneuve** vicino a **capo Trafalgar,** nei pressi di **Gibilterra**, durante le guerre napoleoniche. Lo scontro terminò con una netta vittoria di Nelson, che sconfisse i francesi grazie ad una tattica altamente innovativa e audace. Il trionfo inglese nella **battaglia di Trafalgar** segnò il definitivo tracollo del progetto Napoleonico di invasione della Gran Bretagna e consegnò all’Inghilterra la superiorità assoluta sui mari, almeno fino alla prima guerra mondiale. ## La battaglia di Trafalgar: il blocco navale ai danni dei porti francesi Nel 1803, nell’ambito della **terza coalizione anti Napoleonica**, la rivalità tra **Regno Unito e Francia** ricominciò più forte di prima. Il Regno Unito basò la propria strategia militare sul blocco navale ai danni della Francia. In particolare, l’ammiraglio e Marchese **Charles Cornwallis** bloccò la flotta di **Antoine Ganteaume** nel **porto di Brest, nella zona della Bretagna.** Contemporaneamente, l’ammiraglio **Horatio Nelson** eseguì un’azione simile ai danni di **Pierre de Villeneuve**, che venne imbottigliato nel porto di **Tolone**. Nelson aveva intenzione di fermare le navi nemiche continuando a provocarle, per raggiungere una battaglia navale decisiva che desiderava da tempo. Nel 1804, la situazione ebbe una evoluzione. La **Spagna**, preoccupata per la concorrenza che il Regno Unito faceva al proprio Impero coloniale, decise di allearsi con la Francia contro l’Inghilterra, moltiplicando le forze militari a disposizione degli ammiragli di Napoleone. ## La battaglia di Trafalgar: il piano di Napoleone **Napoleone**, impegnato sul continente contro gli austriaci, elaborò un complesso piano per eliminare i blocchi britannici ed invadere il Regno Unito. I progetti di Napoleone prevedevano un **attacco a sorpresa da parte di Ganteaume**, che avrebbe dovuto forzare il blocco imposto da Cornwallis, per recarsi nelle **Indie occidentali, odierno Mar dei Caraibi,** e attaccare le colonie inglesi. Anche **Villeneuve** avrebbe dovuto bucare le difese di Nelson e muovere le sue navi da guerra verso i Caraibi, unendo le sue forze a quelle di **Ganteaume**. In questo modo, Napoleone mirava a **distrarre la marina militare Britannica** in un teatro di guerra lontano dall’Europa. Dopo i combattimenti, che sarebbero dovuti durare per un paio di mesi, i suoi due ammiragli avrebbero dovuto fare immediato ritorno in Francia, per **liberare definitivamente i porti di Brest e di Tolone** e passare repentinamente nello **stretto della Manica**, per attuare **l’invasione diretta della Gran Bretagna.** Nel frattempo Napoleone radunò 161 mila soldati sulla costa della Manica, pronti per essere imbarcati. ## La battaglia di Trafalgar: Nelson all’inseguimento di Villeneuve In realtà, la strategia di Napoleone sia avverò solo in parte: **Ganteaume** non fu infatti in grado di superare il blocco imposto da **Cornwallis** e rimase ancorato nel porto di **Brest**. Villeneuve riuscì invece, in un momento in cui Nelson non era personalmente al comando delle navi, ad evadere e a raggiungere i Caraibi. Informato dei fatti, Nelson si mise immediatamente **all’inseguimento** di Villeneuve. Ma il viceammiraglio inglese riteneva, come accaduto altre volte in passato, che le forze francesi si sarebbero dirette verso **l’Egitto**, allora colonia britannica. Nelson decise allora di muovere le sue navi verso il paese nordafricano e si mise alla forsennata ricerca di Villeneuve, senza tuttavia trovarlo. Dopo alcune settimane, Nelson ricevette un dispaccio dai servizi segreti britannici, che lo informavano che Villeneuve era scappato ai **Caraibi** e precisamente a **Trinidad**. Così, le navi inglesi fecero rotta verso le Indie occidentali, ma Nelson non riuscì ad individuare Villeneuve e continuò nei giorni successivi a cercarlo invano nelle isole vicine. Cercando di attuare al meglio il piano di Napoleone, e senza essersi mai incontrato con Nelson, Villeneuve **fece ritorno in Francia**, tentando di liberare il porto di Brest. Tuttavia, **Cornwallis** fu adeguatamente informato del suo arrivo e unì le sue forze a quelle dell’ammiraglio **Robert Calder**, le cui navi erano di stanza a **Ferrol, in Spagna.** Insieme, i due furono in grado di **bloccare lo stretto della Manica** per impedire ogni attacco diretto alla Gran Bretagna. Nell’agosto del 1804, Nelson fece ritorno in Gran Bretagna, acclamato come un grande patriota, ed organizzò una nuova flotta per affrontare definitivamente l’avversario francese. A bordo della **HMS Victory**, Nelson si mise nuovamente all’inseguimento di Villeneuve. Nel frattempo, sul versante francese, nonostante Napoleone avesse dato ordine a Villeneuve di eseguire un nuovo tentativo di liberare il porto di Brest, l’ammiraglio temette che gli inglesi fossero pericolosamente vicini e decise di spostarsi verso Cadice, in Spagna. Napoleone diede allora ordine a Villeneuve di fare rotta verso il **Regno di Napoli**, per incrementare la sua flotta e prepararsi allo scontro diretto. Ma Horatio Nelson, consapevole che lo scorrere del tempo avrebbe permesso a **Villeneuve** di incrementare la sua flotta, iniziò ad inseguirlo. Così, nei pressi di **Cadice**, le navi di **Villeneuve** vennero confuse dalla nebbia e dai venti, fino a ritrovarsi, abbastanza sparpagliate, presso capo **Trafalgar**, vicino allo Stretto di Gibilterra, dove avvenne lo scontro decisivo. ## La battaglia di Trafalgar. Le forze in campo: quantità contro qualità Per la compagine inglese, l’ammiraglio **Horatio Nelson sulla “Victory” poteva contare su 27 Vascelli, 6 fregate e un totale di 17000 marinai.** Gli uomini a sua disposizione erano decisamente ridotti rispetto alla coalizione franco-spagnola, ma erano di maggiore qualità ed addestramento, e nutrivano una fiducia cieca nel loro ammiraglio. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/10/Horatio_Nelson-850x1024.webp "Horatio_Nelson - Scripta Manent Italia")Il viceammiraglio inglese Horatio NelsonI francesi, guidati da **Villeneuve** sulla nave ammiraglia “**Bucentaure**“, avevano 18 Vascelli e 7 fregate, mentre gli spagnoli, guidati dal Generale **Federico Gravina**, originario di Napoli e naturalizzato spagnolo, avevano 15 vascelli. La **coalizione franco-spagnola aveva ben 30 mila uomini,** una quantità maggiore rispetto agli inglesi, ma i marinai della coalizione non avevano avuto l’adeguato tempo per prepararsi ed addestrarsi, e gli ufficiali molto spesso erano una sorta di rimpiazzo, visto che le migliori menti militari erano impegnate con Napoleone sulla terraferma. ## La battaglia di Trafalgar: il piano di battaglia di Horatio Nelson I francesi di Villeneuve decisero di disporsi in una **classica formazione a mezzaluna**, che aveva il vantaggio di essere maggiormente controllabile e di poter inviare e ricevere con semplicità **segnalazioni** da una nave all’altra. In questa situazione, come accadeva nella gran parte delle battaglie navali del tempo, ogni nave sceglieva la sua diretta avversaria e partiva un combattimento a distanza di artiglieria: la formazione che sarebbe stata capace di abbattere il maggior numero di navi nemiche avrebbe vinto lo scontro. Se Nelson avesse scelto lo stesso schieramento, seguendo le regole delle battaglie navali del tempo, i francesi avrebbero potuto disimpegnarsi od allontanarsi, rimandando lo scontro, cosa che Nelson voleva evitare a tutti i costi. Per questo motivo, scelse di modificare radicalmente la formazione delle sue navi, in maniera particolarmente innovativa ed audace. Decise infatti di **costituire una prima colonna,** guidata da lui stesso, che avrebbe dovuto **attaccare perpendicolarmente il centro della mezzaluna francese**. Una seconda colonna più a sud e parallela, guidata dall’ammiraglio **Cuthbert Collingwood**, a bordo della **Royal Sovereign**, avrebbe dovuto attaccare lo schieramento nemico più a meridione. Questa formazione aveva una serie di vantaggi: innanzitutto i vascelli francesi avrebbero potuto sparare da un solo lato, mentre le due colonne inglesi, per la loro posizione, avrebbero potuto usare l’artiglieria da entrambi i bordi delle navi, con una **cadenza di fuoco doppia**. Inoltre, in questo modo, Nelson sarebbe arrivato subito allo scontro e alla **mischia con i francesi,** dove sapeva di essere nettamente superiore. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/10/1024px-Trafalgar_1200hr.svg_.png "1024px-Trafalgar_1200hr.svg_ - Scripta Manent Italia")La tattica innovativa di Horatio Nelson contro VilleneuveAltro vantaggio era rappresentato dal fatto che le navi francesi posizionate a nord della mezzaluna sarebbero state sostanzialmente **lontane dallo scontro** e avrebbero dovuto percorrere un lungo tragitto per raggiungere il fulcro della battaglia e fornire supporto agli alleati. Questa disposizione aveva anche un punto debole: le navi in testa alle due colonne, in fase di avvicinamento, sarebbero state bersagliate da un **fuoco incrociato**. Per cercare di ovviare a questo pericolo, Nelson fece dispiegare tutte le vele disponibili per aumentare la velocità delle due colonne e rimanere il minor tempo necessario sotto il tiro francese. Un differenza psicologica importante fu nell’atteggiamento dei due generali. **Nelson** era particolarmente **sicuro** del suo piano, ma diede istruzioni ai suoi ufficiali affinché **valutassero autonomamente** la situazione e fossero pronti ad adattare i loro movimenti agli accadimenti, senza bisogno della sua approvazione. Con questa libertà, le colonne inglesi erano in grado di gestire anche agli imprevisti. **Villeneuve** era invece particolarmente scoraggiato, e sebbene avesse intuito che la tattica di attacco di Nelson sarebbe stata differente dal solito, era consapevole di avere un esercito dalla qualità minore e temeva di perdere la presa sui suoi uomini. Per questo motivo, scelse la classica formazione a mezzaluna, che era la più semplice da tenere sotto controllo. Alle ore 11:30 del 21 ottobre 1805, Nelson diede il comando di attaccare e fece diramare agli equipaggi un messaggio con una frase entrata nella storia: *“L’Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il suo dovere”.* ## La battaglia di Trafalgar: lo svolgimento Le due colonne inglesi attaccarono al massimo della velocità la mezzaluna francese. Purtroppo per Nelson, quella mattina il vento era poco, e le navi non riuscirono ad essere veloci quanto avrebbe voluto . Per questo motivo, **la Victory e la Royal Sovereign** subirono un pesante fuoco incrociato francese. Nonostante questo, le navi britanniche resistettero ed entrarono in collisione con la formazione avversaria. Si scatenò quindi un **combattimento ravvicinato di 5 ore**, dove ogni nave lottava contro quella vicina. Effettivamente, le navi britanniche erano più maneggevoli e meglio governabili rispetto a quelle francesi, che si ritrovarono da subito in difficoltà. ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/10/british-navy-over-time-1-2800x1440-1-1024x527.jpg "british-navy-over-time-1-2800x1440-1 - Scripta Manent Italia")Come previsto da Nelson, le avanguardie francesi, nella porzione settentrionale della mezzaluna, furono messe completamente **fuori gioco**, mentre mano mano che le navi delle colonne britanniche si aggiungevano alla mischia **la situazione volgeva a favore degli inglesi.** ## Il ferimento di Nelson e la vittoria britannica Nel bel mezzo della battaglia, la **Victory** venne avvicinata dalla **Redoutable**, dotata di un cospicuo corpo di fanteria. La nave francese cercò di abbordare l’ammiraglia britannica, in un combattimento nave contro nave particolarmente duro. Ma ad un certo punto, un fante francese decise di salire sulla cima di mezzaluna e puntò il proprio moschetto direttamente contro Nelson. Sparato il colpo, questo raggiunse Nelson alla spalla sinistra, si insinuò fra le vertebre e perforò il polmone sinistro. Nelson, capendo immediatamente la gravità della ferita gridò: *“Ci sono riusciti, sono morto!”* Gli uomini afferrarono immediatamente Nelson e lo portarono sotto coperta, ma l’ammiraglio agonizzante diede ordine di non ammainare la vela della nave per non destabilizzare i suoi uomini. Nonostante l’uscita di scena di Nelson, le navi britanniche ebbero la meglio su quelle francesi. Alle 14 di quello stesso giorno, l’ammiraglia francese, la **Bucentaure**, venne accerchiata, prima dalla **Victory** e dalla **Temeraire**, e poi dalla **Neptune, dalla Leviatane e dalla Conqueror.** Villeneuve, circondato da ogni parte, **si arrese.** ## La morte dell’ammiraglio Nelson ![](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2022/10/Daniel_Maclise_-_The_Death_of_Nelson_-_Google_Art_Project-Cropped-1024x576.webp "Daniel_Maclise_-_The_Death_of_Nelson_-_Google_Art_Project-Cropped - Scripta Manent Italia")La morte dellammiraglio Horatio NelsonNelson fece in tempo a sapere della vittoria della propria flotta. Tuttavia le forze lo stavano abbandonando minuto per minuto: diede ordine, in previsione di un’imminente tempesta, di ancorare le navi per non farle finire in secca. Dopodiché, il suo infermiere, **William Beatty**, lo sentì pregare, pronunciando le parole: *“Grazie a Dio ho fatto il mio dovere”.* Infine, il cappellano **Alexander Scott a**scoltò gli ultimi mormorii di Nelson, che nell’agonia recitava qualcosa relativamente a Dio e al suo paese. Poi, alle 16:30, Horatio Nelson **morì**. Il suo corpo venne conservato in un barile di brandy, per essere riportato in patria. ## La missione di recupero delle navi Franco spagnole Dopo la sconfitta di **Trafalgar**, la flotta franco-spagnola era praticamente distrutta. L’ammiraglio Gravina, ferito durante i combattimenti, morì qualche settimana dopo la battaglia e lasciò il suo comando a **Julien Cosmao.** Quest’ultimo maturò l’idea di recuperare alcune imbarcazioni francesi e spagnole. Seppur con una flotta disastrata cercò così di avvicinarsi nuovamente alle navi britanniche. L’ammiraglio **Collingwood**, che aveva preso il comando dopo la morte di Nelson, si preparò allo scontro. Entrambe le linee, una di fronte all’altra, si resero conto della precaria situazione delle navi e decisero di non utilizzare l’artiglieria. La coalizione franco-spagnola cercò, nel bel mezzo di una **terribile tempesta**, di recuperare qualcuno dei loro vascelli. Il combattimento fu duro e spietato, ed estremamente frustrante: alcune navi francesi e spagnole vennero recuperate ma al costo di altre perdite. Seppur ininfluente per le sorti della guerra, questo disperato tentativo di recupero mise gravemente alla prova gli uomini britannici, francesi e spagnoli, tanto che **Collingwood**, al termine dello scontro, scrisse all’ammiragliato inglese spiegando che *“avrebbe preferito un’altra battaglia di Trafalgar, piuttosto che passare un’altra settimana così dura.”* ## La rinuncia all’invasione della Gran Bretagna La battaglia di Trafalgar rappresentò una delle **più grandi vittorie nella storia della Royal Navy britannica:** la superiorità delle navi inglesi nel mare non venne più messa in discussione dai Francesi almeno fino alla prima guerra mondiale, che non osarono più accettare un combattimento in mare aperto. Sul fronte francese, **Villeneuve** cadde in una profonda depressione: catturato dai britannici, gli venne permesso di rientrare in Francia sotto sorveglianza. Venne tuttavia ritrovato in una trattoria con **sei colpi di coltello al petto:** ufficialmente il fatto venne classificato come suicidio, forse per non dover rendere conto direttamente a Napoleone. **Napoleone**, che si trovava in quella momento in Austria impegnato nella **battaglia di Ulm**, non venne a conoscenza dell’esito della battaglia per settimane. Poi, venuto finalmente a sapere della sconfitta, cercò di utilizzare il suo potere sui giornali di Parigi per nascondere ai francesi l’esito del confronto. Dopo un mese di silenzio, non potendo più tenere nascosto il fatto, Napoleone decise di **mentire** alla Francia e di annunciare la battaglia di Trafalgar come una grande vittoria. Tuttavia, consapevole della portata della sconfitta, Napoleone fu costretto a rinunciare per sempre all’idea di invadere la Gran Bretagna. Diede ordine di costruire una nuova flotta per cercare di battere nuovamente gli avversari con una schiacciante superiorità numerica, ma la **caduta del suo potere** gli impedì di portare a termine la grande rivincita contro la marina inglese. ![author avatar](https://scriptamanentitalia.it/wp-content/uploads/2021/08/51912936_842364756110788_8493980744819933184_n-300x300.jpg) Roberto Trizio Consulente di comunicazione e web reputation, Roberto Trizio è il fondatore del gruppo divulgativo Scripta Manent. Attraverso sette canali, il network offre ogni giorno documentari e approfondimenti dall'epoca antica all'età contemporanea. Il gruppo, con 300.000 iscritti e oltre 1.5 mln di spettatori mensili, è leader in Italia per la divulgazione storica. [See Full Bio](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) [ ](https://scriptamanentitalia.it/author/roberto-trizio/) **Categorie:** Storia Contemporanea, Top --- ### [La battaglia di Apamea. Quando un cavaliere curdo sconfisse un esercito bizantino](https://scriptamanentitalia.it/la-battaglia-di-apamea-quando-un-cavaliere-curdo-sconfisse-un-esercito-bizantino/) **Published:** Ottobre 11, 2022 **Author:** Roberto Trizio **Excerpt:** La battaglia di Apamea fu uno scontro tra i bizantini e gli arabi fatimidi, il cui esito venne deciso dalla inaspettata iniziativa di un singolo cavaliere curdo **Content:** Tabella dei contenuti [Toggle](#) - [Gli scontri tra Bizantini e fatimidi in Siria](#Gli_scontri_tra_Bizantini_e_fatimidi_in_Siria) - [L’assedio di Apamea e la spedizione di soccorso fatimide](#Lassedio_di_Apamea_e_la_spedizione_di_soccorso_fatimide) - [La battaglia di Apamea](#La_battaglia_di_Apamea) - [Le conseguenze della battaglia di Apamea](#Le_conseguenze_della_battaglia_di_Apamea) La **battaglia di Apamea** è uno scontro poco conosciuto del 19 luglio 998 d.C che vide fronteggiarsi le forze dell’**impero bizantino**, guidate dal comandante regionale **Damian Dalassenos** e poi personalmente l’imperatore bizantino **Basilio II** e il **califfato fatimide**. Motivo del contendere, il controllo sulla **città di Apamea.** Grande particolarità di questa battaglia è l’iniziale vantaggio bizantino, che venne rapidamente annullato dall’iniziativa personale di un singolo cavaliere fatimide, in grado di uccidere personalmente il generale avversario e condurre gli arabi alla vittoria. ## Gli scontri tra Bizantini e fatimidi in Siria Nel settembre del 994 d.C, Michael Bourtzes, il governatore bizantino di **Antiochia** e della **Siria settentrional**e venne pesantemente sconfitto dal Generale del califfato fatimide **Manjutakin**, nel corso della battaglia dell’Oronte. La vittoria di Manjutakin mise gravemente in pericolo sia il **dominio bizantino in Siria** ma anche un altro stato arabo, l’emirato Hamdamid di Aleppo. Così, per impedire la definitiva compromissione della presenza bizantina nella regione, **l’imperatore di Costantinopoli, Basilio II,** intervenne personalmente, affrontando Manjutakin e costringendolo a ritirarsi con i suoi esercito presso la città di **Damasco**. Basilio II catturò anche una serie di città tra cui **Shayzar , Hims e Rafaniya**, e costruì la fortezza militare di **Antartus**, ritirandosi di nuovo a Costantinopoli e nominando nuovo duce di Antiochia **Damian Dalassenos.** Dalassenos si dimostrò militarmente attivo ed aggressivo, utilizzando le sue forze militari per razziare i territori intorno la città di **Tripoli e Arqa**, mentre Manjutakin cercò di rispondere assediando **Aleppo** ed **Antartus**, ma senza ottenere alcuna vittoria ed anzi vedendosi costretto nuovamente alla ritirata. L’anno dopo, Dalassenos eseguì altre incursioni contro le città di **Tripoli, Rafaniya, Awj e al-Laqbah**, catturando infine **Manjutakin**. Ma la situazione nella regione era estremamente instabile, tanto che gli abitanti di Tiro, sotto la guida di un marinaio di nome Allaqa, insorsero contro i fatimidi, che chiesero l’assistenza dei Bizantini, mentre più a sud, in Palestina, i beduini guidati da Mufarrij ibn Daghfal ibn al-Jarrah insorsero presso la città di Ramlah. ## L’assedio di Apamea e la spedizione di soccorso fatimide Nel 998 d.C, Dalassenos venne a sapere che la **città di Apamea** era stata quasi distrutta da un catastrofico incendio e che la maggior parte delle provviste per i cittadini erano andate perdute. Decise quindi di marciare verso la città in soccorso. Gli abitanti di **Aleppo**, vedendo la situazione di difficoltà di Apamea, viaggiarono verso la città nel tentativo di conquistarla e vi arrivarono per primi, ma, vedendo l’avvicinamento di Dalassenos, si ritirarono immediatamente, dal momento che quest’ultimo non avrebbe mai potuto permettere che una città vassallo catturasse un altro centro abitato al posto di un diretto rappresentante dell’imperatore bizantino. Così, gli abitanti di Aleppo, per dimostrare la loro fedeltà i Bizantini, consegnarono le loro provviste agli abitanti di Apamea. Il governatore di Apamea, **al-Mala’iti**, decise però di chiedere aiuto ai fatimidi. Così, l’eunuco reggente **Barjawan** nominò **Jaysh ibn Samsama** al comando dell’esercito di soccorso, assegnandogli la carica di governatore di Damasco e dandogli autorità su 1000 soldati. I fatimidi non erano inizialmente pronti per combattere contro i Bizantini, dal momento che dovevano sottomettere la rivolta della città di Tiro e la ribellione di Ibn al-Jarrah. Così, i Bizantini tentarono di aiutare gli assediati di Tiro inviando una flotta, che fu tuttavia respinta dai fatimidi, che riuscirono a catturare la città entro giugno del 998 d.C. Anche la rivolta di Ibn al-Jarrah fu repressa e Jaysh ibn Samsama tornò a Damasco, impiegando 3 giorni per raccogliere le sue forze militari e giungere in soccorso di Apamea. Una volta nei pressi della città, venne raggiunto da truppe volontari di **Tripoli**