Gli scioperi nella storia. Sono mai realmente serviti?

by Roberto Trizio | 17 Dicembre 2022 20:09


Legio X Equestris

Siamo abituati a pensare agli scioperi come a qualcosa di relativamente moderno, soprattutto nel corso del Novecento. E invece l’azione di scioperare è antichissima, quasi connaturata al concetto stesso di lavoro.

Già i greci lo conoscevano: nel III secolo a.C, infatti, si formarono delle associazioni di “Musicisti di Dioniso”, con lo scopo di protestare per le buste paghe. Ma diversi scioperi o ritirate nel mondo greco riguardarono la guerra. Secondo il poema epico dell’Iliade, Achille, il migliore dei combattenti Greci, si ritirò dalla battaglia contro i troiani perché privato del suo bottino di guerra, la concubina Briseide.

E di scioperi nell’esercito ve ne furono più di uno: all’inizio del IV secolo a.C, l’esercito greco comandato da Ciro il Giovane, nella sua guerra contro il fratello Artaserse II, pretese un aumento della paga, minacciando di ritirarsi in massa dal servizio militare anche in funzione del fatto che la guerra contro un contendente al trono di Persia sarebbe stata particolarmente pericolosa. 

Persino un condottiero come Alessandro Magno, nel 326 a.C, giunto presso il fiume Hyphasis nell’Hindu Kush si trovò in grave difficoltà quando i suoi soldati si rifiutarono di attraversarlo, tanto da indurre forse il più grande generale di tutti i tempi a rinunciare alla conquista delle Indie. Lo scrittore Ariano, biografo di Alessandro, ci riferisce che questa fu la sua unica sconfitta.

Anche le donne nell’antica Grecia scioperarono: nella commedia di Aristofane, “Lisistrata“, datata 411 a.C, le ragazze greche operarono uno sciopero sessuale per costringere i mariti a fare la pace. E propria a Lisistrata, l’omonima protagonista, venne chiesto di trovare un accordo tra le città greche per porre fine allo sciopero. Nell’opera, Spartani e Ateniesi fanno pace, memori del reciproco aiuto che si erano dati per combattere contro i Persiani.

Non solo il mondo greco, comunque. Anche in Egitto, nel ventinovesimo anno del regno del faraone Ramesse III, 1153 a.C, i costruttori delle tombe reali protestavano per il mancato pagamento del salario. A quel tempo gli operai si pagavano con sacchi di orzo e grano, che costituiva una vera e propria moneta.

Ma le consegne, parecchio in ritardo, erano diventate la norma, tanto che uno scriba si era occupato di tenere un registro degli arretrati. Dopo un primo reclamo, che non venne risolto adeguatamente, un gruppo dirigente di tre uomini, che potremmo paragonare ai nostri capo sindacati, guidarono uno sciopero di 8 giorni, e gli operai scesero nelle strade urlando “Abbiamo fame!” di fronte ai templi sacri, organizzando infine una grande manifestazione con le torce, chiedendo a gran voce che gli venisse pagato almeno un mese di arretrato.

Il nuovo Visir, To, riuscì a raccogliere un anticipo per calmare gli operai, ma il capo delle proteste, Khons, voleva raggiungere tutti i funzionari locali porta a porta: fu solo il suo collega Amunnakht, lo scriba che aveva registrato gli arretrati, a fermarlo.

Non sappiamo esattamente come finì quell’episodio, ma nel corso della storia egizia più volte gli scioperi indicarono una instabilità regionale, soprattutto nella città di Luxor, che soffrì ripetutamente di inflazione, incursioni di tribù nomadi e rapine di tombe.

Gli scioperi in epoca contemporanea: sono serviti realmente?

I primi importanti scioperi in epoca contemporanea sono soprattutto quelli dei minatori di carbone britannici degli anni ’20 e degli anni ’70. Ma le loro iniziative, in realtà, erano costose per gli scioperanti stessi e per le loro famiglie. I sindacati potevano offrire solo un sostegno temporaneo, ma ben presto le loro casse rimanevano vuote. 

Così, divisioni all’interno del sindacato e attriti con altre organizzazioni vanificavano l’effetto degli scioperi. 

Con l’esperienza, i sindacati impararono a concentrare gli scioperi per periodi limitati e soprattutto cercando di ottenere l’appoggio dei cittadini. Un caso emblematico è lo sciopero del porto di Londra del 1889: inizialmente le persone mostrarono vicinanza con gli scioperanti, fino a quando non vennero interrotti i servizi pubblici, il cosiddetto “inverno del malcontento” del 1978. A quel punto, gli scioperanti iniziarono a divenire impopolari.

L’unica situazione in cui i sindacalisti ottenevano dei risultati, si verificava quando il governo aveva un reale motivo di risolvere la controversia, ad esempio durante la prima guerra mondiale, quando era essenziale mantenere alto il livello della produzione militare.

C’è da dire che lo sciopero di massa dei lavoratori non è sempre stata l’unica forma di protesta. I sindacati di alcune categorie professionali, come gli ingegneri o i tipografi, svilupparono lo “Sciopero al dettaglio”, durante il quale utilizzavano i fondi di disoccupazione per sostenere economicamente i dipendenti e permettergli di licenziarsi da aziende prestabilite, così da colpire i singoli datori di lavoro con grande precisione.

Un’altra tecnica, diametralmente opposta, era quella di organizzarsi per portare volontariamente avanti i lavori quando un’azienda era in difficoltà. E’ il caso dei dipendenti dei cantieri navali scozzesi del 1971, che continuarono a lavorare ad oltranza, rifiutandosi di accettare la chiusura degli impianti, ottenendo il plauso dell’opinione pubblica per la loro intraprendenza.

Un paese che ha sempre avuto a che fare con gli scioperi, a volte sanguinosi, è la Cina. Un caso emblematico è quello dell’operaio Gu Zhenghong.

Il memoriale di Gu Zhenghong, l’operaio morto nel 1925 da cui nacque il movimento antimperialista cinese

Nel maggio del 1925, gli operai di una fabbrica tessile di Shanghai erano in sciopero contro la proprietà, guidata da alcuni imprenditori giapponesi, in un periodo in cui il Giappone aveva semi-colonizzato la Cina.

Durante alcuni scontri, Zhenghong venne ucciso a colpi di pistola da un caposquadra. Di lì a poco i lavoratori, indignati per la morte del collega e protestando più in generale contro l’imperialismo giapponese, innescarono un vero e proprio movimento, che raggiunse l’apice della violenza durante alcuni scontri con la polizia britannica, che aprì il fuoco contro di loro, provocando la morte di più di 10 manifestanti.

Si verificò allora uno sciopero generale, dove i principali partiti nazionalisti e comunisti, la Camera di Commercio Generale, gli studenti e i commercianti incrociarono le braccia. Gli scioperi vennero anche accompagnati dal boicottaggio di merci straniere e da scontri violenti e ripetuti con le autorità. Le richieste, in quell’episodio storico, non si limitavano a concessioni sul lavoro ma miravano alla fine del dominio giapponese in Cina. 

Tuttavia, qualche mese dopo, i commercianti erano stanchi delle perdite finanziarie e così gli organizzatori degli scioperi dovettero venire a patti con gli imprenditori e industriali giapponesi.

I contemporanei fecero fatica a giudicare la bontà di quello sciopero: le richieste iniziali dei protestanti erano state sensibilmente ridotte e non tutte erano state soddisfatte. Vennero fondati altri sindacati, ma alcuni di loro vennero chiusi dalle autorità e gli organizzatori furono costretti a lavorare in clandestinità. 

Ma il principale vincitore di quelle tensioni fu il Partito Comunista Cinese, che venne riconosciuto da tutti come il leader della difesa dei diritti dei lavoratori. Così, ci si avviava verso la fine dell’imperialismo e la lotta tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang, che sarebbe sfociato in una vera e propria guerra civile.

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